La Chioma di Berenice

di Callimaco, Aitia, Giambi e altri frammenti, vol. II, traduzione e note di G.B. D’Alessio, Milano 1996, pp. 522-539.

 

Callim. Aitia IV, fr. 110 Pf. (Coma Berenices)

 

 

Fr. 110

      Πάντα τὸν ἐν γραμμαῖσιν ἰδὼν ὅρον ᾗ τε φέρονται

.       .       .       .       .       .       .

7    †η † με Κόνων ἔβλεψεν ἐν ἠέρι τὸν Βερενίκης

βόστρυχον ὃν κείνη πᾶσιν ἔθηκε θεοῖς

.       .       .       .       .       .       .

14       [σύμβολον ἐννυχίης. . .ἀεθλοσύνης?]

.       .       .       .       .       .       .

26       [μεγάθυμον?]

.       .       .       .       .       .       .

40       σήν τε κάρην ὤμοσα σόν τε βίον

.       .       .       .       .       .       .

43                                                    ].[

ἀμνά]μω[ν Θείας ἀργὸς ὑ]περφέ[ρ]ετ[αι,

45  βουπόρος Ἀρσινόης μητρὸς σέο, καὶ διὰ μέ[σσου

Μηδείων ὀλοαὶ νῆες ἔβησαν Ἄθω.

τί πλόκαμοι ῥέξωμεν, ὅτ’ οὔρεα τοῖα σιδή[ρῳ

εἴκουσιν; Χαλύβων ὡς ἀπόλοιτο γένος,

γειόθεν ἀντέλλοντα, κακὸν φυτόν, οἵ μιν ἔφηναν

50       πρῶτοι καὶ τυπίδων ἔφρασαν ἐργασίην.

ἄρτι [ν]εότμητόν με κόμαι ποθέεσκον ἀδε[λφεαί,

καὶ πρόκατε γνωτὸς Μέμνονος Αἰθίοπος

ἵετο κυκλώσας βαλιὰ πτερὰ θῆλυς ἀήτης,

ἵππο[ς] ἰοζώνου Λοκρίδος Ἀρσινόης,

55  ἤ[λ]ασε δὲ πνοιῇ με, δι’ ἠέρα δ’ ὑγρὸν ἐνείκας

Κύπρ]ιδος εἰς κόλπους      ἔθηκε

αὐτή μιν Ζεφυρῖτις ἐπιπροέ[ηκεν

. . . .Κ]ανωπίτου ναιέτις α[ἰγιαλοῦ.

ὄφρα δὲ] μὴ νύμφης Μινωίδος ο[

60       . . . . .]ος ἀνθρώποις μοῦνον ἐπι.[

φάεσ]ιν ἐν πολέεσσιν ἀρίθμιος ἀλλ[ὰ φαείνω

καὶ Βερ]ενίκειος καλὸς ἐγὼ πλόκαμ[ος,

ὕδασι] λουόμενόν με παρ’ ἀθα[νάτους ἀνάγουσα

Κύπρι]ς ἐν ἀρχαίοις ἄστρον [ἔθηκε νέον.

65                                                                                ]

]

πρόσθε μὲν ἐρχομεν. .μετοπωρινὸν [Ὠκ]εανόνδε

].ο[

ἀ]λλ’ εἰ κα[ι                ]. . . . .ν

70                                                  ]. .[.] ιτη[

Παρθένε, μὴ] κοτέσῃ[ς, Ῥαμνουσιάς· οὔτ]ις ἐρύξει

βοῦς ἔπος        ]η. . .[       ].[    ].βη

].[.]ελε.[         ].θράσος ἀ[στ]έρες ἄλλοι

]νδινειε.[         ]οσοσο[.]τεκ.[.]ω·

75  οὐ τάδε μοι τοσσήνδε φέρει χάριν ὅσ[σο]ν ἐκείνης

ἀ]σχάλλω κορυφῆς οὐκέτι θιξόμεν[ος,

ἧς ἄπο, παρ[θ]ενίη μὲν ὅτ’ ἦν ἔτι, πολλὰ πέπωκα

λιτά, γυναικείων δ’ οὐκ ἀπέλαυσα μύρων.

.       .       .       .       .       .       .

89  ο.[

90       με[

νυ[                  ].[

το.[                ]νθι[

γείτ[ονες          ]ως[

α.[       ]. . Ὑδροχ[όος] καὶ[       Ὠαρίων.

94a χ[αῖρε], φίλη τεκέεσσι.[

94b     .[       ]. . . . .[.].ν.[

 

Berenice II. Alessandria d’Egitto, 246-222 a.C. ca. Pentadramma, AV 21, 23 g. Recto: busto diademato e velato della regina, voltato a destra.

 

La chioma di Berenice[1]

 

Argomento

Dice che Conone pose tra gli astri il ricciolo di Berenice, che quella aveva promesso di dare in voto agli dèi, quando ‹il marito› fosse ritornato dalla guerra in Siria[2].

Fr. 110[3]

      Avendo in disegni l’orizzonte tutto veduto, come si muovan

[gli astri sorgendo e calando] (…)

7    (…) mi osservò Conone[4] nel cielo, di Berenice

ricciolo, che ella votò a tutti gli dèi (…)

[promettendolo in dedica quando il re partì per la guerra immediatamente dopo il matrimonio, ancora mostrando] [13-14 (?)] traccia della notturna lotta[5] (…) [Tu, regina, soffristi moltissimo; eppure, io ricordo come, da fanciulla, ti eri mostrata] [26 (?)] di animo forte[6] (…) [Mi promettesti in voto con sacrifici. Il re, frattanto, aveva sottomesso l’Asia all’Egitto e per questo, io, portata in cielo, assolvo al tuo voto. Contro la mia volontà ho lasciato il tuo capo] [40] sulla tua testa lo giuro, sulla tua vita (…)[7] [Ma non ho potuto resistere al ferro, che è stato in grado di spianare il monte più alto che]

44       [il chiaro rampollo di Theia] sorvola,

45  spiedo (?) della madre tua Arsinoe, e attraverso

l’Athos passarono le navi funeste dei Medi[8].

Cosa faremo noi trecce, se monti sì grandi cedono

al ferro? Possa perire la stirpe dei Càlibi[9],

che, mala pianta, sorgente da terra, lo rivelarono

50       per primi, e mostrarono l’arte dei magli!

Da poco, recisa di fresco, mi rimpiangevan le chiome sorelle,

ed ecco il fratello di Memnone l’Etiope

si slanciava ruotando le ali screziate, vento ferace,

destriero della Locride Arsinoe, cinta di viole[10]:

55  con il soffio mi [spinse][11], e, portandomi per l’umido aere,

mi pose nel grembo di Cipride (…):

Zefiritide stessa a [tal] uopo lo (…) [aveva inviato]

(…) abitatrice della spiaggia Canopia[12].

[Perché] non della fanciulla Minoide (…) [la corona]

60       (…) agli uomini solo (…) [risplendesse],

ma fra molte [luci fossi] annoverata

pure io, la bella treccia di Berenice,

[mentre agli] immort[ali ascendevo, nell’acque] lavandomi,

[Cipride] astro [nuovo] tra gli antichi [mi pose][13].

[Infatti, sopra la Vergine e il Leone, accanto all’Orsa] [67] andando in Oceano in autunno (?) dinanzi [al lento Boote][14]. [69] Ma anche se [per tutta la notte sono nel firmamento e solo la luce del giorno mi restituisce al mare[15]], [71-72] – [non] adirarti [Vergine di Ramnunte[16]]: nessun bue bloccherà la mia parola[17] (…) [73] [neanche se mi faranno a pezzi per la mia] audacia le altre stelle (…) –

75  non mi dà questo gioia pari al dolore

per non più toccare quel capo

da cui, ancor verginale, molti ho bevuto

poveri ungenti, ma non ho goduto dei profumi di sposa[18].

[89] (…) [93] vi[cini (?)] (…) [94] l’Aquario e (…) Orione. [94a] S[alve], cara ai figli[19] (…) [94b] (…)

 

La Coma Berenices e le costellazioni vicine rappresentate da Johannes Hevelius nel suo Firmamentum Sobiescianum sive Uranographia (1687).

 

 

***

Note:

[1] L’argomento di questo componimento è stato aggiunto, alla fine della colonna che concludeva gli Aitia, in una grafia più minuta. Nel codice P. Oxy. 2258 (VI-VII sec.) l’elegia non è seguita dall’Epilogo, ma dal fr. 384. Non si può stabilire con certezza se, come mi sembra di gran lunga più verosimile, la collocazione alla fine degli Aitia risponde alle intenzioni dell’autore, che la pose a bilanciare l’Epinicio di Berenice, che apriva il III libro, o se sia invece dovuta a qualche più tardo (e più o meno occasionale) intervento editoriale.

[2] Alla partenza di Tolemeo III per la Terza guerra siriaca (246-241) la giovane moglie Berenice aveva promesso di dedicare agli dèi una ciocca della sua chioma, secondo un uso che trova paralleli dai poemi omerici (Il. XXIII 144, dove Peleo fa voto di una ciocca del figlio Achille al fiume Spercheio in caso egli ritorni da Troia) al più tardo romanzo, che offre il parallelo più stringente (Xen. Eph. V 11, 6: Anzia dedica al dio le chiome per la salvezza dell’amato Abrocome). La ciocca scomparve e l’astrologo Conone propose di vederla catasterizzata in un gruppo di stelle ancora prive di nome, collocate tra il Leone e la Vergine, Boote e l’Orsa Maggiore.

[3] Inserisco qui quello che si può ricavare dal testo callimacheo in base ai due papiri e alla tradizione indiretta. In corsivo è indicato brevemente il contenuto delle parti perdute.

[4] Nato a Samo e attivo in Sicilia e in Magna Grecia, dove entrò in strette relazioni con Archimede, l’astronomo Conone doveva essere in Alessandria negli anni ’40: incerta la sua data di morte, che precedette in ogni caso di parecchi anni quella di Archimede (212). Sono attestati suoi lavori sulle eclissi solari e sulle episemasie parapegmatiche (sulle fasi annuali delle stelle fisse).

[5] Cfr. dulcia nocturnae portans vestigia rixae in Catullo. Si è creduto di rintracciare un’eco dell’originale callimacheo in questo nesso che in Agazia, A.P. V 293, 18, è usato a indicare il bacio, propriamente «pegno della notturna lotta».

[6] Hygin. Astr. II 24 attesta anche per Callimaco l’uso dell’aggettivo magnanima («coraggiosa») riferito a Berenice, che aiutò il padre in un’azione militare (cfr. fr. 388: anche se è impossibile collegare a questo evento l’occasione del matrimonio con Tolemeo III, come suggerisce il testo di Catullo). Il testo greco è un mero tentativo di retroversione, collocato all’altezza del corrispondente passo in Catullo.

[7] La chioma riprende la formula ufficiale di giuramento per i sovrani. È naturalmente implicazione giocosa il fatto che a giurare per la testa siano i capelli, con meccanismo analogo a quello che fa giurare Apollo per se stesso in Aitia libro incerto, fr. 114, 5.

[8] L’interpretazione dei due distici è tormentatissima: a quanto pare, si riferiscono entrambi all’Athos (per la cui iperbolica altezza cfr. Canti fr. 228, 47 e 53). «Rampollo di Theia» è Borea in Ecale fr. 87 (come gli altri venti, figlio di Eos, l’Aurora, figlia a sua volta della titanessa Theia), e lo stesso senso si adatterebbe bene a questo contesto: l’Athos è il monte più alto sorvolato dal trace vento del Nord (detto qui «chiaro», in quanto dissipatore di nubi), non il monte più alto in assoluto, come implicherebbe invece l’identificazione del «rampollo di Theia» con Helios, il Sole (Bentley). L’istmo che unisce il monte alla Calcidica fu tagliato per lasciar passare la flotta persiana all’epoca dell’invasione di Serse. Del tutto oscuro è il nesso βουπόρος Ἀρσινόης: il primo termine indica propriamente uno «spiedo per buoi» ed è spiegato dagli scolii come «obelisco» (che in greco equivale a «piccolo spiedo»); sembrerebbe quindi incompatibile con l’esegesi antica la possibile equiparazione con βοσπόρος («bosforo»), nel senso generico di «stretto». Un monumentale obelisco fu effettivamente consacrato da Tolemeo II nello Arsinoeion dopo la morte della regina (Plin. Nat. Hist. XXXVI 68), ma non si vede come ciò possa quadrare nel contesto, dove è il monte Athos, che sembra essere equiparato, con estrema audacia, all’obelisco stesso. Relazioni particolari tra Arsinoe II (madre “onorifica” di Berenice: cfr. Aitia III, SH 254, 2) e l’Athos sono forse adombrate nelle Apoteosi (Canti fr. 228), ma non sembra possibile andare oltre questi vaghi accostamenti.

[9] Mitica stirpe di lavoratori del ferro, collocata per lo più in Scizia. La maledizione rivolta al primo iniziatore di qualche sciagurata usanza (per cui cfr. Eur. Hipp. 407 s.) diventerà un topos soprattutto a partire dalla poesia augustea.

[10] Il senso generale è che Zefiro, mandato dalla deificata Arsinoe, rapì la ciocca portandola in cielo. Il vento è definito «fratello (uterino) di Memnone», in quanto entrambi sono figli dell’Aurora (Eos: cfr. Hes. Theog. 378 s., 984 s.). Estremamente contorto il v. 54: l’equiparazione di Zefiro con un cavallo sembra inedita, ma è facilitata dalla frequente assimilazione dei venti a dei cavalieri, e il vento Zefiro poteva essere immaginato come «destriero» della dea, in quanto questa sedeva sulle sue spalle, secondo un’iconografia romana che potrebbe risalire all’età ellenistica (O. Zwierlein, «RhM» 130 [1987], 274-279: cfr. anche il rapimento di Psiche da parte di Zefiro in Apuleio, Met. IV 35). La tradizione del testo greco presenta una alternativa (probabilmente riflessa anche in quella del testo latino) tra Λοκρίδος e Λοκρίκος, da riferirsi rispettivamente ad Arsinoe o a Zefiro. La chiave di lettura è data dal nome della città calabrese di Locri Epizefiri, così detta dalla sua originaria collocazione sul Capo Zefirio. Per una sorta di proprietà riflessiva, se la colonia locrese traesse l’appellativo dallo Zefiro, il vento stesso avrebbe potuto ben dirsi “Locrese”. Un simile equazione è applicabile, tuttavia, anche ad Arsinoe, deificata come Afrodite e venerata come Zefiritide (v. 57) in un tempio su un omonimo Capo Zefirio, tra la costa antistante Faro e Canopo (cfr. epigramma V 1 e n.). Il vento primaverile e fecondatore è associato ad Afrodite già dall’età arcaica (Hymn. hom. VI 3 s.): la descrizione del movimento delle sue ali riecheggia un celebre passo archilocheo (fr. 181, 10 s. W.), dove l’aquila procede «velocemente per l’etere… ruotando le rapide ali» (e βαλιός è spesso glossato appunto come «veloce»). Ingegnosa, ma meno convincente, la proposta di G. Huxley, «GRBS» 21 (1980), 239-244, di spiegare l’epiteto “Locride” (da riferire ad Arsinoe) sulla base del culto locrese di Espero/Stella del Mattino, la cui identificazione con il pianeta Venere (= Arsinoe) era acquisita.

[11] Integrando ἤ[λ]ασε con A.D. Skiadas, «Athena» 68 (1965), 44, e A. Ardizzoni, «GIF» 27 (1975), 198 s. (che alla fine del v. 56 integra θῆκεν ἄφαρ καθαρούς, «mi [pose subito] nel [puro] grembo di Cipride»).

[12] È incerto se il distico 57s. sia da intendere come un inciso, o se, senza interpungere alla fine di 58, introduca la seguente proposizione finale (leggendo all’inizio di 59 ὄφρα κε con Coppola: «a tal uopo lo aveva mandato… affinché anch’io»).

[13] La «fanciulla Minoide» (v. 59) è Arianna: sul catasterismo della sua Corona, cfr. Arato 71-73. Cipride (v. 64: integrato sulla base di Catullo) è con ogni probabilità la stessa Arsinoe Zefiritide. Non perspicuo è il senso della frase «[nell’acque] lavandomi»: l’interpretazione più plausibile, anche se non del tutto convincente, la riferisce al primo sorgere dell’astro dall’orizzonte marino, ma l’integrazione di ὕδασι (Vogliano), senz’altra determinazione, non agevola la comprensione. Una interpretazione del passo in relazione alla coincidenza tra il sorgere della costellazione e quello del pianeta Venere è sostenuta da S. West, «CQ» n.s. 35 (1985), 61-66.

[14] Testo alquanto incerto, ricavato da scolii di difficile lettura: intorno alla metà del III sec. il tramonto serale della Chioma era visibile a partire dal 2 settembre, precedendo di 27 giorni quello di Boote, che seguiva immediatamente all’equinozio autunnale. La perdita del pentametro successivo rende impossibile una ricostruzione precisa del testo. in uno dei versi in lacuna ricorreva il nesso, citato negli scolii, Ἄκμονος ἶνις («figlio di Acmon/figlio dell’Incudine») a indicare Urano, il Cielo (cfr. fr. 498).

[15] Il senso del testo lacunoso sembra ricostruibile in base alla traduzione di Catullo. Nel periodo in cui la costellazione si leva la sera e tramonta la mattina (restituita al mare) è visibile tutta la notte (questo avveniva da gennaio a marzo intorno alla metà del III sec.). Tale onore non la compensa però della separazione dal capo di Berenice.

[16] Nemesi, la dea della Giustizia, venerata a Ramnunte in Attica, era identificata con la costellazione della Vergine (donde l’integrazione Παρθένε [Merkelbach] all’inizio del verso).

[17] «Un bue è sulla mia lingua» era espressione proverbiale per indicare l’impossibilità di dire liberamente quello che si pensa. L’origine della frase è incerta: gli scolii, e altre fonti lessicografiche, identificano il «bue» con il conio di una moneta che dovevano pagare come multa quelli che abusavano della libertà di parola (cfr. anche epigramma XIII 6).

[18] Per la contrapposizione tra i semplici unguenti virginali e i raffinati profumi di Afrodite, cfr. Lavacri di Pallade 15 ss.: un possibile modello è Alcmane, fr. 3, 71 s. PMG, dove, se coglie nel segno la ricostruzione di L. Guerrini, «Prometheus» 17 (1991), 204-212, agli unguenti da sposa si contrappone l’assenza di unguenti delle vergini. Ai vv. 79-89 il testo di Catullo presenta un aition a proposito delle offerte di unguenti che le giovani spose fanno a Berenice. La sezione manca nel papiro di Callimaco P. Oxy. 2258, dove l’elegia, apparentemente estrapolata dal contesto degli Aitia, è seguita dall’elegia per Sosibio (fr. 384). Pfeiffer avanza l’ipotesi che l’elegia, scritta dapprima come componimento autonomo, sia stata in seguito rielaborata da Callimaco con l’inserzione dell’aition degli unguenti e l’espunzione del distico di congedo per inserirla nella raccolta degli Aitia: Catullo avrebbe tradotto questa seconda redazione. Altre alternative possibili, ma meno convincenti, sono l’omissione (casuale o meno) di questi versi nel papiro e l’interpolazione della sezione da parte di Catullo (di sua invenzione, o traendoli da un’altra elegia callimachea, forse la stessa di fr. 387): cfr. H.J. Mette, «Hermes» 83 (1955), 500-502, e A.S. Hollis, «ZPE» 91 (1992), 21-28, ma cfr. n. al fr. 387.

[19] Il distico finale (un’apostrofe ad Arsinoe-Afrodite?) manca in Catullo, e potrebbe essere stato omesso da Callimaco al momento dell’inserzione negli Aitia (cfr. n. precedente), o piuttosto da Catullo nella sua traduzione.

 

Iside-Afrodite. Statuetta, terracotta, periodo tolemaico, dall’Egitto. Paris, Musée du Louvre.

 

***

 

Catull. Carmen LXVI (La chioma di Berenice)

 

Omnia qui magni dispexit lumina mundi,

qui stellarum ortus comperit atque obitus,

flammeus ut rapidi solis nitor obscuretur,

ut cedant certis sidera temporibus,

5    ut Triuiam furtim sub Latmia saxa relegans

dulcis amor gyro deuocet aerio:

idem me ille Conon caelesti in limine uidit

e Bereniceo uertice caesariem

fulgentem clare, quam cunctis illa deorum

10  leuia protendens bracchia pollicitast,

qua rex tempestate nouo auctatus hymenaeo

uastatum fines iuerat Assyrios,

dulcia nocturnae portans uestigia rixae,

quam de uirgineis gesserat exuuiis.

15  estne nouis nuptis odio Venus? an quod auentum

frustrantur falsis gaudia lacrimulis,

ubertim thalami quas iuxta limina fundunt?

non, ita me diui, uera gemunt, iuerint.

id mea me multis docuit regina querellis

20  inuisente nouo proelia torua uiro.

et tu non orbum luxti deserta cubile,

sed fratris cari flebile discidium?

quam penitus maestas exedit cura medullas!

ut tibi tunc toto pectore sollicitae

25  sensibus ereptis mens excidit! at ‹te› ego certe

cognoram a parua uirgine magnanimam.

anne bonum oblita’s facinus, quo regium adepta’s

coniugium, quo non fortius ausit alis?

sed tum maesta uirum mittens quae uerba locuta’s!

30  Iuppiter, ut tristi lumina saepe manu!

quis te mutauit tantus deus? an quod amantes

non longe a caro corpore abesse uolunt?

atque ibi me cunctis pro dulci coniuge diuis

non sine taurino sanguine pollicita’s,

35  si reditum tetulisset. is haud in tempore longo

captam Asiam Aegypti finibus addiderat.

quis ego pro factis caelesti reddita coetu

pristina uota nouo munere dissoluo.

inuita, o regina, tuo de uertice cessi,

40  inuita: adiuro teque tuumque caput,

digna ferat quod siquis inaniter adiurarit:

sed qui se ferro postulet esse parem?

ille quoque euersus mons est, quem maximum in oris

progenies Thiae clara superuehitur,

45  cum Medi peperere nouum mare, cumque iuuentus

per medium classi barbara nauit Athon.

quid facient crines, cum ferro talia cedant?

Iuppiter, ut Chalybon omne genus pereat,

et qui principio sub terra quaerere uenas

50  institit ac ferri stringere duritiem!

abiunctae paulo ante comae mea fata sorores

lugebant, cum se Memnonis Aethiopis

unigena impellens nutantibus aera pinnis

obtulit Arsinoes Locridos ales equus,

55  isque per aetherias me tollens auolat umbras

et Veneris casto collocat in gremio.

ipse suum Zephyritis eo famulum legarat,

grata Canopeis incola litoribus.

†hic dii uen ibi† uario ne solum in lumine caeli

60  ex Ariadneis aurea temporibus

fixa corona foret, sed nos quoque fulgeremus

deuotae flaui uerticis exuuiae,

uuidulam a fluctu cedentem ad templa deum me

sidus in antiquis diua nouum posuit:

65  Virginis et saeui contingens namque Leonis

lumina, Callisto iuncta Lycaoniae,

uertor in occasum, tardum dux ante Booten,

qui uix sero alto mergitur Oceano.

sed quamquam me nocte premunt uestigia diuum,

70  lux autem canae Tethyi restituit

(pace tua fari hic liceat, Rhamnusia uirgo,

namque ego non ullo uera timore tegam,

nec si me infestis discerpent sidera dictis,

condita quin imi pectoris euoluam):

75  non his tam laetor rebus, quam me afore semper,

afore me a dominae uertice discrucior,

quicum ego, dum uirgo quidem erat, muliebribus expers

unguentis, una uilia multa bibi.

nunc uos, optato quas iunxit lumine taeda,

80  non prius unanimis corpora coniugibus

tradite nudantes reiecta ueste papillas,

quam iucunda mihi munera libet onyx,

uester onyx, casto colitis quae iura cubili.

sed quae se impuro dedit adulterio,

85  illius ah mala dona leuis bibat irrita puluis:

namque ego ab indignis praemia nulla peto.

sed magis, o nuptae, semper concordia uestras,

semper amor sedes incolat assiduus.

tu uero, regina, tuens cum sidera diuam

90 placabis festis luminibus Venerem,

unguinis expertem ne siris esse tuam me,

sed potius largis affice muneribus.

sidera corruerint! iterum ut coma regia fiam,

proximus Hydrochoi fulguret Oarion!

 

 

Ambrogio Borghi, La regina Berenice (o Chioma di Berenice) – dettaglio. Statua, marmo, 1878. Monza, Musei Civici.

 

Valerio Catullo, Carmen LXVI

 

 

Colui che del vasto mondo le luci tutte scrutò,

che apprese degli astri il levare e il tramonto,

come il fiammeggiante splendore del Sole rapace si oscuri,

come in tempi fissati scompaian le stelle,

5    come, a trattenerla in segreto sotto le rocce del Latmo[1],

un dolce amore dall’orbita eterea Trivia richiami[2]:

quello stesso Conone nel firmamento mi vide,

chioma del capo di Berenice,

splendente di luce, che quella a molte dee

10  levando le terse braccia promise,

nel tempo in cui il re, strappato al recente imeneo,

andò a devastare le terre d’Assiria,

recando le dolci tracce della lotta notturna,

che per virginee spoglie aveva affrontato.

15  È forse Venere in odio alle giovani spose? Eppure,

dei genitori turbano il gaudio con false lacrimucce,

copiosamente versate sulla soglia del talamo.

No, mi aiutino gli dèi, non piangono sul serio!

Con molti lamenti me lo mostrò la regina,

20  quando lo sposo novello a truci battaglie volse lo sguardo.

E tu, abbandonata, piangesti non solo il letto ormai vuoto,

ma il triste distacco dal caro Fratello[3].

Quanto profondo l’affanno divorò il mesto tuo cuore!

Come allora, turbata in tutto il tuo petto,

25  priva di sensi, ti abbandonò la ragione! Ma te io per certo

ben conoscevo di animo forte, fin da fanciulla piccina.

Non ricordi forse l’impresa gloriosa con cui il regal connubio

ottenesti, che altri non oserebbe, pure più forte? [4]

Ma allora, congedando lo sposo, quali parole, mesta, dicesti!

30  Per Giove, quanto spesso strofinasti con la mano i tuoi occhi!

Quale dio, tanto potente, così ti ha mutata? Ché forse gli amanti

lontano dalla cara persona non voglion restare?

E in tal occasione me agli dèi tutti per il dolce sposo

promettesti, non senza sangue di tori[5],

35  se avesse ottenuto il ritorno. Quegli in tempo non lungo

prese l’Asia e al regno d’Egitto l’aggiunse[6].

E io per ciò ora, resa alla schiera celeste,

con compito nuovo assolvo ai voti di allora.

Non di mia volontà, o regina, il tuo capo lasciai,

40  non di mia volontà: lo giuro per te e per la tua testa[7];

paghi la giusta pena chi faccia per essa vano spergiuro!

Ma chi può pretendere di resistere al ferro?

Fu raso al suolo anche quel monte, che, sulle coste il più alto,

la chiara progenie di Thia[8] sorvola,

45  quando un mare nuovo generarono i Medi, e la giovane schiera

dei barbari attraverso l’Athos navigò con la flotta[9].

Cosa faranno i capelli, se tali cose cedono al ferro?

O Giove, possa perire la stirpe dei Càlibi tutta

e chi per primo a cercar sotto terra le vene

50  iniziò, e a temprar la durezza del ferro!

Le sorelle il mio fato, di me poc’anzi staccata,

lamentavano, quando di Memnone Etiope

il fratello, colpendo l’aere con ali oscillanti,

si presentò, alato destriero di Arsinoe Locride,

55  e sollevandomi vola via per le ombre dell’etere

e mi pone nel casto grembo di Venere[10].

Zefiritide stessa a tal uopo aveva mandato il suo servo,

grata abitante dei lidi Canopii.

(…) perché non solo nel vario lume del cielo

60  l’aurea corona che ornò ad Arianna le tempie[11]

fosse confitta, ma anche noi risplendessimo,

del biondo capo spoglia devota.

Me, che alle aule divine bagnata dal flutto salivo,

la dea collocò, astro nuovo, in mezzo agli antichi:

65  così, sfiorando della Vergine e del feroce Leone

le luci, unita alla Licaonia Callisto[12],

volgo al tramonto guidando il pigro Boote,

che, tardi, s’immerge appena nell’Oceano profondo[13].

Ma, anche se di notte dalle impronte di dèi son premuta,

70  e mi restituisce la luce poi a Tethys canuta[14]

– mi sia permeso, con tua pace, parlare, o Vergine Ramnusia:

per nessun timore nasconderò il vero,

neanche se mi faranno a pezzi le stelle per le empie parole,

con cui rivelo davvero ciò che custodisce il mio petto –

75  non tanto di questo mi allieto, quanto l’essere lontana

mi tormenta, l’essere sempre lontana dalla testa regale

con cui io, quando un tempo era vergine, privata di tutti

gli unguenti di sposa, di molti poveri olii mi imbevvi.

Ora voi, che, con luce agognata, la teda nuziale ha congiunto,

80  agli sposi concordi non ancora il corpo cedete,

denudando le mammelle lasciata cadere la veste,

prima che versi per me l’alabastro[15] offerte gioconde,

il vostro alabastro, di voi, che il patto serbate di un casto giaciglio.

Ma chi si concesse a impuro adulterio,

85  ah, la polvere sottile invano beva i suoi doni!

Perché non voglio offerte da chi non è degno[16].

Ma piuttosto, voi spose, la concordia sempre le vostre

dimore frequenti, e sempre, assiduo, l’amore.

E tu, o regina, quando, guardando alle stelle, la divina

90 Venere placherai nei giorni di festa,

non lasciarmi priva di sangue,

ma piuttosto fa’, con munifiche offerte,

(perché duplicare le stelle?) che io divenga ormai chioma regale!

Prossimo all’Acquario rifulgerebbe Orione[17]!

 

Marco Liberi, Berenice decide di dedicare la sua chioma ad Afrodite. Olio su tela, primo quarto del XVII sec. Muzeum Narodowe w Warszawie.

***

Note:

[1] Monte fra la Caria e la Ionia, dove la Luna (Trivia) aveva furtivi incontri con Endimione, abbandonando la sua orbita celeste.

[2] L’amore di Selene (la Luna) per il giovane Endimione (per cui cfr. già Saffo, fr. 199 V.) è qui utilizzato per spiegare le fasi lunari (in particolare la fase della luna nuova): il mito è qui collocato sul monte Latmo in Caria (cfr. A.R. IV 57, [Teocrito] XX 37-39, Cicerone, Tusculanae I 92, Strab. XIV 1, 8, Paus. V 1, 5).

[3] Nella titolatura ufficiale Berenice era sorella di Tolemeo: di fatto erano cugini.

[4] Berenice a 15 anni era stata promessa dal padre Megas al cugino Tolemeo. Dopo la morte di Megas, la madre Apama offrì invece la mano della figlia a Demetrio il Bello, fratello di Antigono Gonata, re di Macedonia. Giunto in Libia, Demetrio divenne amante di Apama e fu ucciso da un gruppo di congiurati guidato dalla stessa Berenice: all’evento seguirono le nozze con il sovrano egizio (Iustin. XXVI 3, 3-8). Cfr. anche fr. 388.

[5] Il voto si accompagna a un solenne sacrificio di tori.

[6] In un’iscrizione di Adulis (Eritrea), trascritta da Cosma II 59, il re dichiarava di dominare «tutta la regione al di là dell’Eufrate, la Cilicia, la Pamfilia, la Ionia, l’Ellesponto e la Tracia» e di avere attraversato l’Eufrate sottomettendo la Mesopotamia, Babilonia, la Susiana, la Persia, la Media, e tutto il territorio fino alla Battriana: un resoconto della campagna da parte dello stesso sovrano è conservato su papiro (FGrHist. 160). Nel 245, tuttavia, Tolemeo tornò in Egitto abbandonando quasi tutte le conquiste asiatiche, con l’eccezione di parte della Siria.

[7] Celebre la ripresa di questi versi da parte di Virgilio in Aen. VI 458 ss., dove Enea si rivolge, negli Inferi, all’abbandonata Didone. L’imitazione rivela, esplicitandoli, i moduli «patetici» che Callimaco aveva sapientemente distorto applicandoli al paradossale rapporto tra la regina e la sua chioma.

[8] Cioè Helios, il Sole, figlio di Iperione e di Thia.

[9] Serse, re dei Persiani, che nel 480 a.C. «si dice abbia perforato il monte Athos e immesso sulla terra un nuovo mare» (Scolii in Giovenale, 10, 173), tagliando l’istmo che unisce il monte alla penisola Calcidica.

[10] La «Venere celeste» che Platone (Symp. 180d sgg.) oppone alla «Venere popolare» (cfr. anche Teocrito, A.P. VI 340). Il Foscolo, che tradusse il carmen 66, si ricordò di questo verso nei Sepolcri, 179: «rendea nel grembo a Venere celeste».

[11] Altro catasterismo: la corona di Arianna (vd. carmen 64, nn. 10 e 31), trasformata in costellazione da Dioniso.

[12] Vengono indicate le costellazioni che circondano la Chioma. La Licaonia Callisto è la ninfa arcade catasterizzata in forma di Orsa.

[13] La costellazione di Boote è detta «pigra» in quanto la figura sorge in posizione orizzontale e tramonta in posizione verticale, e quindi assai più lentamente (cfr. già Od. V 272). Alcune delle sue stelle peraltro non scendono mai sotto l’orizzonte.

[14] «Tethys canuta» è il mare (cfr. Inno a Delo 17, ad Artemide 44): l’epiteto allude insieme alla veneranda età della dea (Giambo IV 52) e allo spumeggiare del mare.

[15] Di onice e di alabastro erano fatti i vasetti per gli unguenti.

[16] L’enfasi sulla «purezza» è motivo quasi ossessivo in Callimaco, e già questo rende molto improbabile l’attribuzione dei vv. 79-89  interpolazione catulliana. In particolare, per questo verso si cfr. Inno a Delo 98.

[17] Gli ultimi due distici sono particolarmente oscuri. Ha disturbato molti interpreti il sacrificio cruento per Venere, di cui riceve parte la Chioma: donde la fortunata, ma non sicura, congettura di Bentley unguinis («unguento») per sanguinis («sangue»). Disperata è invece la situazione degli ultimi due versi, dove ai numerosi problemi di testo, si aggiunge il fatto che le due costellazioni di Orione e dell’Acquario non possono in alcun modo dirsi contigue. Una soluzione insieme ingegnosa e sconcertante è quella di Lachmann, che legge al v. 93 affice (così alcuni manoscritti più recenti) in luogo di effice, con forte interpunzione alla fine del verso, e, all’inizio di 94, l’inciso sidera corruerint (correzione per cur iterent) utinam!: «ma piuttosto onorami (opp. onorala) con munifiche offerte. / Ah, possano precipitare le stelle! Diventerei la chioma della regina: / a fianco dell’Acquario rifulgerebbe Orione». L’originale catulliano proximus Hydrochoi (cfr. in Callimaco, oltre al nome dell’Acquario al v. 94, a quanto pare al nominativo, forse anche γείτ[ονες all’inizio del v. 93, con l’integrazione di Lobel basata sugli scolii) è riecheggiato probabilmente in Nonno, Dion. XXXVIII 370 γείτονες Ὑδροχόοιο (descrizione del caos provocato nel firmamento dal carro di Fetonte): cfr. A. Hollis in H. Hopkinson (ed.), Studies in the Dionysiaca of Nonnus, Cambridge 1994, 46 e n. 11. L’auspicata catastrofe cosmica sembra un po’ drastica rispetto al contesto, ma il testo tràdito, con l’unica correzione di utinam in ut iam al v. 93 (Baehrens, seguito da Marinone, che dà a proximus valore temporale), che qui, con scarsa convinzione, traduco, lascia aperti non pochi problemi.

 

 

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Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana.
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