Ovidio, i Fabii e la battaglia del Cremera

di A. Fraschetti, in MEFRA 110 (1998), p. 737-752.

 

 

1.

 

Un puntuale confronto tra i Fasti di Ovidio e i calendari epigrafici sia precedenti (p. es., i FAM) sia contemporanei (p. es., i Fasti Praenestini: e in tal caso il confronto appare tanto più importante poiché i Fasti Praenestini furono redatti da Verrio Flacco fra il 6 e il 9 d.C. dunque contemporaneamente a Ovidio che interruppe la redazione dei suoi nel 8 d.C.) documenta l’estrema precisione dei Fasti dello stesso Ovidio per quanto riguarda i giorni delle singole ricorrenze anniversarie. È una precisione del resto che non deve assolutamente stupire appena si pensi ad alcune esplicite dichiarazioni del poeta che si avrebbe torto a non prendere alla lettera: «quod tamen ex ipsis licuit mihi discere fastis…» (I 289), a proposito del dies natalis alle calende di gennaio del tempio di Esculapio e di Vediovis in insula; «ter quater evolvi signantes tempora fastos…» (I 657), a proposito delle Sementivae feriae, in quanto mobili evidentemente assenti dai calendari (I 659-660: «Cum mihi (sensit enim) ‘lux haec indicitut’, inquit / Musa, ‘quid a fastis non stata sacra petis?’»). Si tratta di una vera e propria acribia che induce talvolta Ovidio a consultare anche calendari di altre città («Quod si forte vacas, peregrinos inspice fastos»: III 87, quanto a marzo primo mese dell’anno a Roma prima della riforma di Numa, con persistenze invece – come dobbiamo intendere – in altri centri del Lazio); a proposito di giugno consacrato a Giunone non solo a Roma, ma anche ad Aricia, presso i Laurentes e a Lanuvium (VI 59-60: «Inspice quos habeat nemoralis Aricia fastos / et populus Laurens Lanuviumque meum»)[1].

Per quanto riguarda la più generale esattezza della registrazione dei giorni nell’ambito dei Fasti, va soprattutto messo in rilievo come Ovidio non solo dia conto di giorni che la maggior parte dei calendari epigrafici in qualche modo trascurano, ma come sempre Ovidio riporti giorni che gli altri calendari semplicemente omettono. Nel primo caso ciò avviene al 13 giugno, giorno dei Matralia (VI 475 s.), a proposito del dies natalis del tempio di Fortuna al Foro Boario (VI 569 s.: «lux eadem, Fortuna, tua est auctorque locusque…»), dove il dies natalis di Fortuna segue nella registrazione calendariale quello del tempio di Mater Matuta, confrontandosi da questo punto di vista solo con i FAM e confermando – nella misura in cui il dies natalis di Fortuna segue quello di Mater Matuta – la priorità del tempio di Mater Matuta rispetto a quello di Fortuna[2].

 

Calendario rurale (Fasti PraenestiniCIL I2 1, p. = I.It. XIII, 2, 17 = AE 1898, 14 = 1922, 96 = 1953, 236 = 1993, 144 = 2002, 181 = 2007, 312). Marmo, ante 22 d.C. Roma, Museo Nazionale Romano.

 

2.

 

Le registrazioni completamente assenti dagli altri calendari sono relativamente numerose. Mi limito ad elencarle, con l’avvertenza che esse sembrano addensarsi nel mese di giugno:

 

1-9 giugno (VI 461-466): corrispondenza tra il giorno della vittoria di D. Iunius Brutus Callaicus (cos. 138 a.C.: MRR I, p. 487) sui Callaici nel 137 a.C. e giorno della sconfitta di Crasso a Carrhae[3]:

 

Tum sibi Callaico Brutus cognomen ab hoste

fecit et Hispaniam sanguine tinxit humum.

Scilicet interdum miscentur tristia laetis

nec populum toto pectore festa iuuant:

Crassus ad Euphratem aquilani natumque suosque

perdidit et leto est ultimus ipse datus.

 

2-18 giugno (VI 721-724): giorno del trionfo del dittatore A. Postumius Tubertus (MRR I, p. 63) su Equi e Volsci nel 431 a.C. (cfr. Liv. IV 29, 4 e I.It. XIII 1, p. 95 con p. 393):

 

Sicilicet hic olim Volscos Aequosque fugatos

viderat in campis, Algida terra, tuis;

Unde suburbano clarus, Tuberte, triumpho

vertus es in niveis, Postume, victor equis.

 

3-21 giugno (VI 763-766) : giorno della sconfitta al Trasimeno del console C. Flaminius nel 217 a.C. (MRR I, p. 242)[4]:

 

Non ego te, quamvis properabis vincere, Caesar,

si vetet auspicium, signa movere velim.

Sint tibi Flaminius Trasimenaque litora testes,

per volucres aequos multa monere deos.

 

4-22 giugno (VI 769): giorno della sconfìtta di Siface ad opera di P. Cornelius Scipio (MRR I, p. 312 per la promagistratura) e di Massinissa nel 203 a.C.:

 

Postera lux melior: superat Massinissa Siphacem.

 

Cn. Cornelio Blasio. Denarius, Roma 112-111 a.C. Ar. Recto: [Cn(aeus)] Blasio Cn(aei) f(ilius). Testa elmata di Scipione Africano, voltata a destra.

5-22 giugno (VI 770): sconfìtta e morte di Asdrubale al Metauro nel 207 a.C. (cfr. Liv. XVII 49):

 

et cecidit telis Hasdrubal ipse suis.

 

6-27 giugno (VI 792-794): dies natalis del tempio di Giove Statore votato da Romolo. A proposito di quest’ultimo, si osservi che Ovidio non è necessariamente in contrasto con l’indicazione dei FAM (I.It. XIII 2, p. 18), dove il dies natalis di uno dei templi di Giove Statore era posto al 5 settembre. Ovidio in effetti accenna solo alla fondazione romulea e sembra ignorare, ο almeno non accenna né alla costruzione vera e propria da parte di M. Atilius Regulus (cos. 294 a.C.: MRR I, p. 179) del tempio di Giove Statore nel Foro né a quella del tempio omonimo in circo Flaminio da parte di M. Caecilius Metellus Macedonicus (MRR I, p. 461) dopo il suo trionfo. In simili condizioni è molto probabile che il giorno 27 giugno indichi nei Fasti appunto il giorno della fondazione romulea, e non il dies natalis di uno dei due templi di epoca storica, dies natalis che doveva cadere appunto al 25 settembre, come indicano i FAM[5]:

 

Tempus idem Stator aedis habet, quam Romulus olim

ante Palatini condidit ora iugi.

Tot restant de mense dies quot nomina Parcis,

cum data sunt trabeae templa, Quirine, tuae.

 

7-30 giugno (VI 800-810): dies natalis del tempio di Hercules Musarum, dedicato da M. Fulvius Nobilior dopo la presa di Ambracia e il suo trionfo nel 187 a.C. (MRR I, p. 187), restaurato quindi da L. Marcius Philippus (cos. 56 a.C.: MRR II, p. 207) nel 29 a.C. Poiché Ovidio si diffonde a lungo sulla casta Marcia, matertera Caesaris, e poiché Marcia, figlia di L. Marcius Philippus e di Atia Minore, aveva sposato Paullus Fabius Maximus, amico e protettore del poeta, dal momento che il 30 giugno non compare in nessun altro calendario in rapporto al tempio di Hercules Musarum, ne dedurremo che quel giorno deve intendersi come il dies in cui L. Marcius Philippus aveva provveduto a una nuova dedica del tempio dopo la ricostruzione da lui intrapresa, con l’avvertenza che (se ce ne fosse stato bisogno) l’indicazione del giorno poteva essere fornita a Ovidio dalla stessa Marcia ο da suoi gentiles[6]:

 

Sic ego, sic Clio: «Clara monimenta Philippi

aspicis, unde trahit Marcia casta genus:

Marcia, sacrifico deduetum nomen ab Anco,

in qua par facies nobilitate sua est;

par animo quoque forma suo respondet in illa

et genus et facies ingeniumque simul;

nec quod laudamus formant, tu turpe putaris:

Laudamus magnas hac quoque parte deas.

Nupta fuit quondam matertera Cesaris illi:

ο decus, ο sacra f emina digna domo!».

 

Q. Pomponio Musa. Denarius, Roma 56 a.C. Ar. Verso: Hercules Musarum. Ercole Musagetes (‘conduttore delle Muse’), stante verso destra, vestito di leontea e suonante la lyra.

 

3.

 

È evidentemente impossibile precisare come Ovidio potesse giungere al 27 giugno come dies natalis della fondazione del tempio di Giove Statore. Da parte nostra basti mettere in rilievo che la registrazione del giorno poteva essere contenuta all’interno di tradizioni da ricondursi ad ambito genericamente pontificale. La puntuale registrazione di altri giorni poteva invece essere tramandata all’interno di singole tradizioni gentilizie: quelle dei Cornelii, dei Iunii, dei Postumii, relativamente ai loro esponenti P. Cornelius Scipio, D. Iunius Brutus Callaicus, A. Postumius Tubertus. Trattandosi di giorni di vittoria e in un caso di trionfo, evidentemente non stupisce che i rispettivi gentiles li avessero registrati puntigliosamente e continuassero a con servarne memoria. Molto diverso è il caso del disgraziatissimo 21 giugno, relativo alla sconfitta del Trasimeno. A questo proposito infatti la tradizione annalistica non si era premurata di registrare con esattezza il giorno, limitandosi ad annoverare quella disfatta inter paucas memoratas populi Romani clades (Liv. XXI 7, 1-5). Ovidio invece la registra con uno scopo – come egli stesso dichiara – eminentemente pratico: dissuadere Cesare (evidentemente, Cesare figlio) da signa movere in quel giorno si vetat auspicium: infatti proprio in quel giorno, poiché il console aveva trascurato gli auspicia che gli dei avevano inviato («per volucres aequos multa movere deos»), l’esercito condotto da C. Flaminius era stato distrutto (Fasti VI 763-766). Dedurremo dunque da questa notazione che Ovidio comprendeva almeno di fatto anche il dies del Trasimeno nel novero dei dies da cui bisognava in qualche modo guardarsi, benché esso non venisse esplicitamente registrato come tale nella parallela e documentata tradizione «antiquaria» pervenuta attraverso Verrio Flacco, Gellio e Macrobio in rapporto anche alla categoria dei dies proeliares[7].

Torneremo subito sulla categoria dei dies religiosi (per quanto riguarda naturalmente soprattutto l’Alliensis e il Cremerensis). Va però sottolineato in questo contesto come sempre Ovidio sia il solo a fornire il giorno esatto della morte (11 giugno) nel 90 a.C. del console P. Rutilius Lupus mentre combatteva contro i Marsi al fiume Tolenus. Pertanto, accanto all’uso di notizie tramandate da gentes quali quelle degli Scipiones, dei Iunii e dei Postumii, aggiungeremo nel caso specifico anche quelle attive presso i Rutilii. Con un’avvertenza ulteriore: nel caso dei primi si trattava di giorni tramandati a gloria delle famiglie di appartenenza; nel caso dei Rutilii Lupi a scopo non solo di esaltazione della stirpe (un cui membro era morto per la patria), ma anche per la celebrazione ogni anno – appunto l’11 giugno – di una parentatio in suo onore: quelle parentationes «private» che rientravano a pieno titolo nell’ambito dei gentilicia sacra e alle quali faceva cenno significativamente il pontefice Q. Fabius Maximus Servilianus (cos. 142 a.C.: MRR I, p. 474), negando che si potesse «atro die parentare, quia turn quoque Ianum Iovemque praefari necesse est, quos nominari atro die non oportet»[8].

L’uso documentato di parentationes annuali nell’ambito della nobilitas romana presuppone evidentemente l’esistenza di elenchi a uso interno del le gentes dove venivano registrati i giorni che comportavano, nell’ambito dei gentilicia sacra, parentationes in onore dei gentiles defunti[9]. Evidentemente solo così si spiega come la notizia dell’11 giugno quale giorno della morte di P. Rutilius Lupus, assente dalla tradizione annalistica, potesse giungere comunque fino a Ovidio, in modo analogo del resto alla precisazione del giorno della battaglia del Trasimeno, giorno anche della morte del console C. Flaminius. Pertanto – ed è un punto che è necessario sottolineare – tra le fonti di Ovidio – veri e propri calendari, le opere di carattere più propriamente storico (nel caso specifico soprattutto Livio) ο di natura che potremmo definire «antiquaria» (nel caso specifico soprattutto Varrone)[10] – debbono essere annoverate anche le tradizioni gentilizie, cui Ovidio poteva avere accesso sia direttamente per via orale (come, per quanto riguardava i Fabii e i Marcii Philippi, grazie a Paullus Fabius Maximus e a Marcia) sia anche ricorrendo (p. es., nel caso dei Rutilii Lupi) ad archivi di famiglia ο piuttosto, per evitare equivoci all’evenienza modernizzanti, a «carte di famiglia», fossero esse più ο meno ordinate e strutturate in veri e propri archivi[11].

 

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

 

4.

 

A questo punto limitiamoci a una semplice constatazione. In presenza di tanta esattezza e di tanta puntualità nella registrazione dei giorni, la collocazione al 13 febbraio del dies Cremerensis risulterebbe non solo l’unico errore nell’indicazione di un giorno nell’ambito dei Fasti, ma anche un errore, come vedremo, assai singolare[12]. Di fatto per spiegare questo presunto «errore» sono state avanzate le ipotesi più diverse, a partire da quelle di Barthold Georg Niebuhr e di Theodor Mommsen, i quali pensarono che Ovidio avesse confuso la data della clades (18 luglio) con il giorno della partenza dei Fabii da Roma (13 febbraio), fino a quella, più recente, di Eckard Lefèvre, che da parte sua ritiene quello di Ovidio un errore dettato dalla necessità di rinvenire a tutti i costi, lontano da Roma, a Tomi, «con il coraggio della disperazione» («mit der Mute der Verzweiflung») il giorno della strage del Cremera, non potendo più ricorrere, mentre componeva in esilio questo settore dei Fasti, alla competenza «gentilizia» di Paullus Fabius Maximus, ma volendo comunque rendere omaggio al suo patrono potentissimo[13].

In simili condizioni, e nell’ambito di una discussione evidentemente ancora aperta, appare più proficuo riprendere in esame suggestioni già avanzate a proposito di tradizioni gentilizie fabie nella scelta ovidiana del giorno[14], benché sviluppandole qui in senso diverso.

È merito di Santo Mazzarino aver dimostrato la connessione indissolubile tra dies Cremerensis e dies Alliensis: tra quel disgraziatissimo 18 luglio 478 a.C. che aveva visto il sacrificio dei Fabii per Roma al fiume Cremera e il 18 luglio 390 a.C. giorno addirittura più disgraziato, poiché quanto avvenne appunto in quel giorno non aveva coinvolto una sola gens, ma la città nel suo complesso. Fu il giorno in cui – conseguentemente al comportamento dei legati Fabii che a Chiusi avevano violato il ius fetiale – la sconfitta al fiume Allia aprì ai Galli un 18 di luglio la strada per Roma. In tal modo, all’accusa di un loro rovinoso filo-etruschismo, i Fabii avrebbero contrapposto in seguito lo sterminio (quasi totale) della propria gens sempre un 18 di luglio per difendere in passato, appunto contro gli Etruschi, la ripa Veientana (non solo evidentemente a protezione della città, ma anche dei territori della propria tribù, quelli che si estendevano in corrispondenza appunto della tribù che recava il loro gentilizio)[15].

A rafforzare queste considerazioni possono eventualmente aggiungersi elementi ulteriori. P. es., che nel racconto dell’episodio ritenuto da Dionisio d’Alicarnasso il più credibile (ó δ’ έτερος, öv άληθέστερον είναι νομίζω περί τε της απώλειας των ανδρών…) lo scontro finale contro i Veienti non si svolgesse in un solo giorno, ma in due. In tal caso il dies Cremerensis dovrebbe essere quello – il secondo – che vide la sortita dei Fabii dal phrourion a soccorso dei compagni e poi lo sterminio finale dei Fabii asserragliatisi nuovamente nel phrourion e usciti di nuovo incontro ai nemici. Va comunque messo in rilievo come in entrambi i racconti di Dionisio (anche nel primo confrontabile evidentemente più da vicino con quello riportato da Livio e ritenuto sempre da Dionisio quello meno degno di fede), si faccia cenno a un fiume solo all’inizio: fiume da cui avrebbe avuto nome il «fortilizio» chiamato esso stesso Cremera[16]. In effetti, nella misura in cui Dionisio dichiarava di privilegiare il racconto a suo avviso più veritiero, evidentemente non poteva non ritenere più verosimile la tradizione che voleva i Fabii attestati su un’altura, piuttosto che lungo un fiume e di conseguenza in un luogo pianeggiante. Diversamente, la tradizione liviana faceva sempre esclusivo riferimento al fiume: è dal loro accampamento presso il fiume che i Fabii muoverebbero per compiere scorrerie nei tenitori circostanti, raccogliendosi su un’altura solo per lo scontro finale, quello in cui furono sterminati[17].

Quanto al giorno dello sterminio e alle sue eventuali, anche se leggere, oscillazioni, si noti del resto che anche chi, come l’annalista Cn. Gellius e Cassio Emina, stabiliva una corrispondenza tra dies Cremerensis e dies Alliensis poteva comunque collocare questa stessa corrispondenza non al 18 (a.d. XV kal. Sextiles) ma al 16 luglio (postridie idus Quintiles). Il giorno 16 luglio è un giorno peraltro da considerarsi evidentemente molto accreditato se esso poté essere indicato in senato dall’aruspice L. Aquinius non solo come quello della ricorrenza delle sconfitte dell’Allia e del Cremera, ma anche come esempio di combattimenti avvenuti in passato con esito nefasto «in molti altri tempi e luoghi» dopo sacrifici celebrati appunto in un giorno successivo alle idi[18].

Poiché l’unico calendario (dipinto) di epoca repubblicana a noi pervenuto è quello di Anzio e poiché questo calendario è relativamente tardo datandosi tra l’88 e il 55 a.C., non è escluso, ma anzi è estremamente probabile che calendari precedenti (anch’essi dipinti e appunto per questo irrimediabilmente perduti) registrassero il dies Alliensis non al 18 ma al 16 luglio (postridie idus Quintiles e non a.d. XV kal. Sextiles); che in altri termini alcuni calendari potessero dunque collocare il giorno dell’Allia e quello del Cremera nel giorno che era stato accolto in ambito annalistico da Cn. Gellius e Cassio Emina[19], diversamente dalla tradizione confluita più tardi in Livio e ben presto egemone in epoca augustea. Basti pensare al cenotafio di Pisa in onore di Gaio Cesare, il nipote e filius di Augusto morto nel 4 a.C. dove si proclamava come il giorno della scomparsa del giovane principe dovesse essere «tramandato a lugubre memoria» come appunto quello d’Allia, registrato al 18 luglio non solo – come abbiamo visto – nei FAM, ma più tardi anche nel calendario di Amiterno, databile poco dopo il 20 d.C.[20]

 

Guerriero etrusco. Bronzo, statua, V sec. a.C. dal Monte Falterona. London, British Museum.

 

5.

 

A partire dalla lieve oscillazione relativa al dies Alliensis (postridie idus Quintiles e non a.d. XV kal. Sextiles), il presunto «errore» ο la presunta «svista» di Ovidio (dies Cremerensis al 13 febbraio), collocando in quel giorno la strage dei Fabii, induce a riprendere in esame le stesse nutazioni calendariali relative al dies dell’Allia. Se quest’ultimo compare con una simile dicitura nel calendario dipinto di Anzio e in quello di Amiterno (redatto dopo il 20 d.C.) nel calendario marmoreo di Anzio – approntato nell’ambito della familia Caesaris attiva ad Anzio negli ultimi anni di Tiberio e nel primo anno di Caligola – poteva leggersi la singolare notazione dies Alliae et Fab(iorum). Con un’avvertenza, dal nostro punto di vista, rilevante: il calendario marmoreo di Anzio è un calendario molto preciso non solo a proposito delle feriae introdotte a partire da Augusto in onore del principe e della sua famiglia, ma anche per quanto riguarda le registrazioni delle antiche ricorrenze anniversarie della città repubblicana[21]. Ne dedurremo per tanto che il calendario marmoreo di Anzio da un lato faceva coincidere dies Alliensis e dies Cremerensis; d’altro lato che, definendo quel giorno «giorno dei Fabii», enfatizzava all’interno di un calendario, in uso presso la familia Caesaris di Anzio, una tradizione propria di una gens che – ne dedurremo – ancora in quel periodo aveva interesse a diffonderla e il cui esponente più importante in epoca augustea era stato il marito di Atia, matertera Caesaris: ancora una volta Paullus Fabius Maximus, morto – com’è ben noto – nel 14 d.C.[22]

Se evidentemente è molto difficile datare i diversi «strati» di redazione dei Fasti (prima e dopo l’esilio) con la nuova dedica a Germanico e gli inevitabili ritocchi che ne sono conseguiti, tuttavia ritenere l’episodio del Cremera composto lontano da Roma, e dunque per questo registrato con data inesatta, non è tanto segno della «disperazione» di Ovidio alla ricerca comunque di una data quanto piuttosto della «disperazione» di alcuni esegeti moderni alla ricerca comunque di una spiegazione (anche la meno verosimile). Benché sia molto probabile che Ovidio avesse composto almeno in stesura provvisoria i dodici libri dei Fasti prima di partire per l’esilio e che dunque avesse già trattato del dies Cremerensis all’interno del mese di febbraio prima di essere costretto a lasciare Roma nell’8 d.C.[23], per quanto riguarda nel caso specifico il giorno dell’Allia – che in epoca augustea veniva fatto corrispondere a quello del Cremera – possiamo ritenere sicuro che la sua ricorrenza anniversaria era ricordata con esattezza anche a Tomi, così da eliminare ogni ipotesi su una sua eventuale dimenticanza.

La circostanza, finora mai osservata in un simile contesto, si ricava da in Ibim 217-220 (un poemetto scritto quando il poeta era ormai lontano da Roma):

 

Lux quoque natalis, ne quid nisi trite videres,

turpis et inductis nubibus atra fuit:

haec est in fastis cui dot gravis Allia nomen:

quaeque dies Ibin, publica damna tulit.

 

Dunque, il giorno della nascita del nemico di Ovidio fu un giorno turpis e «nero» (ater) di nubi: significativamente era lo stesso giorno (dies religiosus, ma definibile all’evenienza anche ater) cui dava nome nei calendari (in fastis) il gravis Allia[24]. Ovidio naturalmente allude qui al 18 luglio, di cui aveva scritto nel settore perduto dei Fasti (nel caso specifico nel libro settimo), e come poteva avergli ricordato (se mai ce ne fosse stato bisogno) anche Paullus Fabius Maximus. Era un giorno peraltro che, vedendo la nascita di Ibis, aveva recato publica damna (danni all’intera città), appunto come aveva fatto il lugubre dies Alliensis, quando dopo la sconfitta i Galli si erano abbattuti su Roma. Se, come abbiamo visto, non può essere messa in discussione la specifica competenza di Ovidio in ambito calendariale, tanto meno questa competenza può essere messa in discussione in un caso come questo, relativo a un avvenimento di storia urbana non solo epocale, ma anche eminentemente infelice, di cui lo stesso Ovidio aveva già trattato.

 

Ricostruzione grafica dei Fasti Antiates, un calendario pre-giuliano. Frammenti da un affresco dalle rovine della villa di Nerone ad Anzio.

 

6.

 

A questo punto ci limiteremo da parte nostra a una semplice constatazione: Ovidio poneva il dies Cremerensis e il dies Alliensis in due giorni diversi e distinti: rispettivamente al 13 febbraio e al 18 luglio. Poiché non ci è pervenuta la parte dei Fasti relativa al dies Alliensis, è impossibile specificare le linee, anche generalissime, di quello che doveva esserne il racconto. È tuttavia molto probabile (o forse quasi sicuro) che fosse tenuto presente il racconto di quella sconfitta dato da Livio, in modo analogo del resto a quanto avviene – questa volta sicuramente – per l’episodio dei Fabii al Cremera[25]. La sostanziale dipendenza di Ovidio da Livio a proposito dello svolgimento del dies Cremerensis ripropone con forza il problema della differenza del giorno, che Livio collocava notoriamente al 18 luglio, mentre su questo punto specifico Ovidio – ponendolo al 13 febbraio – se ne allontanava: ed è un allontanamento tanto più da sottolineare poiché il giorno 18 luglio – successivo di due a quello indicato da Cn. Gellius e Cassio Emina – in epoca augustea era ormai evidentemente invalso.

Tra le molte spiegazioni che sono state avanzate nel tentativo di chiarire perché Ovidio «anticipasse» non di qualche giorno ma di circa cinque mesi l’episodio del Cremera, non poteva non essere evocato con forza il ruolo svolto da Paullus Fabius Maximus e dunque l’esistenza di una tradizione fabia che, muovendo da Paullus Fabius Maximus, sarebbe pervenuta a Ovidio: tradizione in cui il dies Cremerensis veniva collocato appunto in quel giorno. Sebbene mai discussa in dettaglio, così come è stata formulata, questa ipotesi non ha avuto molta fortuna per una semplice obiezione: l’obiezione che i Fabii – sia quelli dei decenni successivi alla catastrofe dell’Allia sia per tradizione gentilizia i Fabii dei secoli seguenti (compreso Paullus Fabius Maximus) – avrebbero avuto ogni interesse a non mettere in discussione, ma anzi a mantenere (e, se possibile, a rafforzare) quella corrispondenza, tanto più se si trattava – come ha riaffermato di recente anche Jean-Claude Richard – di una corrispondenza fittizia, stabilita in origine per riscattare i Fabii da una «colpa»[26].

Si osservi però che il 13 febbraio in riferimento alla strage del Cremera, per giungere comunque fino a Ovidio e superare all’evenienza il filtro di Paullus Fabius Maximus, doveva essere una ricorrenza accreditata presso gli stessi Fabii. Poiché, in caso contrario, Paullus Fabius Maximus non avrebbe mai permesso che Ovidio commettesse quell’«errore» ο in ogni caso avrebbe indotto il suo protetto a correggerlo. All’inizio, a proposito dei giorni riportati solo da Ovidio e assenti negli altri calendari in relazione a vittorie, a un trionfo, in una circostanza alla morte di esponenti della nobilitas, abbiamo fatto riferimento a tradizioni gentilizie dove quei giorni dovevano essere accuratamente registrati. Nel caso di P. Rutilius Lupus la registrazione del giorno (11 giugno) era tradita nell’ambito della sua gens non solo come motivo di orgoglio (in quanto, ripetiamo, P. Rutilius Lupus nel 90 a.C. era morto pro patria), ma anche poiché quella registrazione era necessaria allo scopo di compiere annualmente le doverose parentationes ai suoi Mani. Era doveroso e obbligatorio infatti da parte dei gentiles compiere parentationes annuali per i Manes dei propri defunti. E poiché queste parentationes rientravano a pieno titolo nel novero dei gentilicia sacra[27], possiamo ritenere sicuro che i Rutilii avessero registrato e quindi trasmesso con lo scrupolo più grande il giorno della morte del loro antenato. Di fatto, solo così si spiega come la notizia di questo giorno potesse giungere (ignoriamo per quali vie) fino a Ovidio. È opportuno comunque sottolineare che spesso poteva trattarsi di tradizioni orali relative alle varie famiglie romane, come quelle acquisite da Pomponio Attico in seguito alle indagini svolte grazie a Servilia a proposito dei Iunii e appunto dei Servili[28]. Quanto ai Fabii e al patrimonio di tradizioni attivo all’interno della loro gens, Paullus Fabius Maximus appare inevitabilmente l’informatore privilegiato di Ovidio: un informatore che certo non avrebbe mai permesso allo stesso Ovidio di sostituire invano un famosissimo 18 luglio con un «qualunque» 13 febbraio.

 

Scena di sacrificio. Bassorilievo, marmo, ante 79 d.C., dal Vespasianeum di Pompei.

 

7.

 

A Roma, però, il 13 febbraio non era un giorno qualunque, dal momento che esso vedeva da un lato l’apertura dei Parentalia (la novena in onore dei divi Parentes), d’altro lato la corsa scatenata dei Luperci. A partire dall’ora sesta, quando virgo Vestal(is) parentat (ed essa evidentemente non può che compiere parentationes a nome di tutta la città)[29], mentre le singole famiglie onorano i propri morti, la religiosa civitas, la città dei magistrati e dei sacerdoti appare in qualche modo ritrarsi, adottando apparati e dispositivi simbolici caratteristici per un periodo di nove giorni durante i quali i magistrati abbandonano le loro insegne di statuto, non si celebrano sacrifici e i templi degli dei sono chiusi[30]. In un simile contesto e in rapporto al problema da cui si sono prese le mosse, è necessario riportare l’annotazione di Polemio Silvio relativa a questo giorno: parentatio tumulorum inc[ipit], quo die Roma liberata est de obsidione Gallorum. Dunque, per Polemio Silvio che su questo punto specifico può confrontarsi con Plutarco[31], le idi di febbraio – che in Ovidio avevano visto la strage dei Fabii al Cremera – molti decenni dopo videro anche i Galli allontanarsi da Roma: una Roma che era stata occupata in seguito alla disfatta dell’Allia ma che aveva anche assistito al sacrificio gentilizio compiuto sul Quirinale a rischio della vita da C. Fabius Dorsuo. C. Fabius Dorsuo, un iuvenis, cinto secondo il rito gabino e con i sacra in mano, era disceso allora dal Campidoglio, dove si era asserragliato insieme ad altri iuvenes, aveva raggiunto il Quirinale attraversando gli avamposti nemici e sul Quirinale – come era necessario – aveva compiuto il sacrificium… statum… Fabiae gentis[32].

Destino dunque che sembra consueto all’interno della gens Fabia: compiere sacrifici gentilizi a evidente vantaggio di tutta la città. Infatti, secondo la tradizione non ritenuta credibile da Dionisio di Alicarnasso, il motivo che aveva spinto i trecento Fabii a muovere nel 478 a.C. dal loro avamposto presso Veio per recarsi a Roma, era stato appunto l’esecuzione di un sacrificio tradizionale (θυσίας… πατρίου) che la loro gens era incaricata di compiere (ην έδει το Φαβίων έπιτελέσαι γένος)[33]. Così nel 478 a.C. gli stessi Fabii si sarebbero sobbarcati al rischio di un viaggio di ritorno attraverso il territorio nemico per compiere quei riti a beneficio di tutta la città come più tardi nel 390 a.C. avrebbe fatto il loro gentilis C. Fabius Dorsuo per eseguire il suo sacrificio sul Quirinale: anch’esso, com’è chiaro, un sacrificio che doveva essere necessariamente compiuto da un membro dei Fabii.

Torniamo infine a Ovidio e al suo 13 febbraio come giorno della strage del Cremera. Contro ogni tentativo «normalizzatore» volto a ritenere semplicemente erroneo lo spostamento del giorno, è preferibile attenersi agli elementi in nostro possesso, costatando la circostanza che Ovidio poneva il dies Cremerensis al 13 febbraio e il dies Alliensis al 18 luglio. Poiché Ovidio è precisissimo – come abbiamo visto – nella registrazione dei giorni e poiché il vigile patronato di Paullus Fabius Maximus doveva impedirgli ogni eventuale inesattezza a proposito di episodi – soprattutto di episodi celebri – che avevano coinvolto la gens Fabia, dalla combinazione di questi elementi è necessario dedurre una conseguenza, anche se potrebbe apparire a prima vista abbastanza paradossale: la conseguenza che entrambi i giorni ricorrevano come giorni del dies Cremerensis all’interno della stessa gens Fabia.

Il primo era naturalmente il 18 luglio (almeno in ambito annalistico a partire da Fabio Pittore): giorno che, coincidendo con quello dell’Allia, era volto a sminuire la «colpa» dei Fabii nella conquista di Roma da parte dei Galli. Per il 13 febbraio, sebbene con ogni cautela, proporrei da parte mia un tentativo di spiegazione che non mortifichi le competenze di Ovidio: né in ambito di ricorrenze anniversarie né in ambito di tradizioni fabie.

Se il 18 luglio per la strage del Cremerà era un giorno esito di un’elaborazione posteriore così da farlo coincidere con la disfatta dell’Allia, il 13 febbraio poteva essere quello in cui i gentiles Fabii dei secoli successivi compivano parentationes per i Mani dei trecento Fabii sterminati dai Veienti nel 478 a.C. così come l’11 giugno i Rutilii compivano parentationes per i Mani di P. Rutilius Lupus morto al fiume Tolenus nel 90 a.C. Accanto a un giorno fatto corrispondere artificiosamente (il famoso ο addirittura famigerato 18 luglio), si sarebbe dunque conservata all’interno della gens Fabia, nel contesto delle cadenze annuali imposte dai gentilicia sacra, la memoria di un giorno diverso per le pratiche rituali che in esso dovevano compiersi. Così il 13 febbraio, quando la virgo Vestal(is) compiva parentationes per tutta la città, i Fabii a loro volta avrebbero compiuto quello stesso giorno parentationes peculiari alla loro stirpe. Nell’intreccio sottile che caratterizza i compiti cultuali (e non solo cultuali) dei Fabii, sempre in qualche modo in bilico tra pubblico e privato (quanto ai compiti cultuali basti pensare sempre il 13 febbraio nei riti al Lupercal alla presenza dei luperci Fabiani)[34], evidentemente non sorprende che gli stessi Fabii potessero compiere quel giorno parentationes per i loro trecento gentiles: di queste parentationes Paullus Fabius Maximus doveva essere sicuramente a conoscenza e anzi partecipe, così che la notizia potesse agevolmente giungere fino a Ovidio.

 

Lupercale. Altare votivo in onore di Marte e Venere. Bassorilievo, marmo, metà II sec. d.C. da Ostia. Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

 

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Note:

[1] Sui calendari delle città latine, in particolare di Lavinio, ved. da ultimo C. Ampolo, in CR, 38, 1988, p. 119; Id., L’organizzazione politica dei Latini ed il problema degli «Albenses», in A. Pasqualini (a cura di), Alba Longa. Mito, storia, archeologia, Roma, 1996, p. 135. Su marzo primo mese dell’anno U.W. Scholz, Studien zum altitalischen und altrömischen Marskult und Marsmythos, Heidelberg, 1970, p. 16-17.

[2] Vd. FAM in I.It. XIII 2, p. 12; sulla cronologia dei due templi F. Coarelli, Il Foro Boario dalle origini alla fine della Repubblica, Roma, 1988, p. 208 s., con critica alle precedenti ipotesi di Riemann, in GGA, 223, 1971, p. 81-82 e R. Thompsen, King Servius Tullius. A Historical Synthesis, Copenaghen, 1981, p. 275-276; cfr. ultimamente A. Ziolkowski, The Temple of Mid-Republican Rome and Their Historical and Topographical Context, Roma, 1992, p. 104 s.

[3] Vd., p. es., Β.A. Marshall, Crassus. A Political Biography, Amsterdam, 1977, p. 157 s. con p. 168 n. 86, con ulteriore bibl.

[4] Cfr. Liv. XXII 7,1-5, con la notazione inter paucas memorata populi Romani clades; quanto a C. Flaminius consul… inauspicatus e dunque implicitamente colpevole di quella disfatta Liv. XXI 63,7; Val. Max. I 6,6. Sul giorno della sconfìtta del Trasimeno vd. anche sotto, p. 742 con n. 9.

[5] Per l’indicazione dei FAM vd. I.It. XIII 2, p. 18. Cfr. in precedenza E. Aust, De aedibus sacris populi Romani inde a primis rei publicae temporibus usque ad Augusti imperatoris aetatem Romae conditis, Diss. Marburg, 1889, p. 12; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2^ ed., Monaco di Β., 1912, p. 123 n. 1; Α. Ziolkowski, The Sacra Via and the Temple of Iuppiter Stator, in OpRom, 17, 1989, p. 225 s.; Id., The Temples of Mid-Republican Rome cit., p. 88. Si discute naturalmente a quale dei due templi di epoca storica debba essere attribuita l’indicazione dei FAM: vd. in proposito A. Degrassi, in I.It., XIII 2, p. 508, che la attribuisce alla dedica di Q. Caecilus Metellus Macedonicus; cfr. tuttavia anche S.B. Platner e T. Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, Oxford, 1929, p. 304. Sul tempio in genere ultimamente F. Coarelli, in E. M. Steinby (a cura di), Lexicon topographicum Urbis Romae [LTUR], III, Roma, 1996, p. 155 s.

[6] Su Paullus Fabius Maximus (cos. 11 a.C.: PIR III, p. 103-105 n. 47) soprattutto R. Syme, History in Ovid, Oxford, 1978, p. 135 s. anche per i frequenti richiami a Marcia sia nei Fasti sia nelle opere dell’esilio); inoltre Id., The Augustan Aristocracy, Oxford, 1986, p. 403 s. (trad, it., L’aristocrazia augustea, Milano, 1993, p. 598 s.). Sulle fasi del tempio ultimamente F. Coarelli, in E.M. Steinby (a cura di), LTUR, III, Roma, 1996, p. 17 s.

[7] Sui dies proeliares ved. Paolo-Festo, p. 253: «proeliares dies appellabantur, quibus fas est hostem bello lacessere. Erant enim quaedam feriae publicae, quibus nefas fuit id facere»; Macrobio, Sat. I 24: «pontificesque statuisse postridie omnes kalendas nonas idus atros die habendos, ut hi dies neque proeliares neque puri neque comitialis essent»; Aulo Gellio, V 17, 1-3. Il tentativo di negare fede alla testimonianza di Ovidio da parte di P. Desy, Il grano dell’Apulia e la data della battaglia del Trasimeno, in PdP, 44, 1989, p. 102 s., è vanificato dal fatto che, trattandosi di date civili pregiuliane, esse possono non coincidere evidentemente con i normali cicli delle stagioni; ved. In effetti P. Brind’Amour, Le calendrier romain. Recherches chronologiques, Ottawa 1983, passim.

[8] Vd. Q. Fabius Maximus Servilianus, fr. 4 HRF Peter.

[9] Vd. a questo proposito F. Bömer, Ahnenkult und Ahnenglaube im alten Rom, Lipsia-Berlino, 1943, passim; quindi soprattutto J. Scheid, «Contraria facere»: renversements et déplacements dans les rites funéraires, in AION (Arch), 6, 1984, p. 132 s.

[10] Per il sapere «antiquario» e calendariale confluito nei Fasti di Ovidio basti il rinvio ai «Varronianae Verrianaeque doctrinae fragmenta» raccolti da G. B. Pighi nella sua ed. di P. Ovidii Naasonis Fastorum libri, «Annotationes» II, Torino, 1973. p. 79 s.; cfr. ultimamente M. Salvatore, La storia riscritta, in Res publica litterarum, 16, 1993 (Studies in Classical Tradition. Studies in Memory of Sesto Prete), p. 23 s. Per Livio basti ancora il rinvio soprattutto a E. Sofer, Livius als Quelle von Ovids Fasten, Vienna, 1906.

[11] La presenza di archivi gentilizi nel mondo etrusco è stata rivelata per Tarquinia dagli «archivi degli Spurinnae», su cui M. Torelli, «Elogia Tarquiniensia», Firenze 1975, in particolare p. 93 s. a proposito degli archivi gentilizi delle famiglie della nobilitas romana; vd. in precedenza E. Gabba, Un documento censorio in Dionigi d’Alicarnasso 1.74.5, in «Synteleia» Arangio-Ruiz, I, Napoli, 1964, p. 486 s.   Cfr. anche ultimamente La mémoire perdue. À la recherche des archives oubliées, publiques et privées, de la Rome ancienne, Parigi, 1994.

[12] Vd. in questo senso p. es. D. Porte, L’étiologie religieuse dans les Fastes d’Ovide, Parigi, 1985, p. 375, che pensa – con ipotesi tanto ingegnosa quanto improbabile appena si considerino le competenze calendariali di Ovidio – a una confusioneda parte dello stesso Ovidio tra dies atri e dies religiosi, a partire da Verrio Flacco (cit. sopra, n. 24) che invece considerava il dies Alliensis non compreso tra i dies atri.

[13] E. Lefèvre, Die Schlacht am Cremerà in Ovid Fasten 2, 195-342, in RhM, 13, 1980, p. 152 s. Cfr. in precedenza, per l’equivoco tra giorno della strage e giorno della partenza, B. G. Niebuhr, Römische Geschichte, II, 2a ed., Berlino, 1830, p. 222 n. 441; T. Mommsen, Römische Chronologie bis auf Caesar, Berlino, 1859, p. 90 n. 128; inoltre, in seguito J. Frazer, in Publius Ovidius Naso, Fastorum libri sex, II, ed. Id., Londra, 1929, p. 323.

[14] Vd. in questo senso F. Bömer, Interpretationen zu den Fasti des Ovid, in Gymnasium, 64, 1957, p. 114-115; R.M. Ogilvie, A Commentary on Livy Books 1-5, Oxford, 1965, p. 360; H. Le Bonniec, P. Ovidius Naso, Fastorum liber secundus, Parigi, 1969, p. 36-37; cfr. J.-C. Richard, Historiographie et histoire: l’expédition des Fabii à la Crémère, in Latomus, 47, 1988, p. 543; più diffusamente Id., Ovide et le «dies Cremerensis», in RPh, 62, 1988, p. 217 s.

[15] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II-1, Bari, 1968, p. 246 s.; quindi soprattutto J.-C. Richard, L’affaire du Crémère: recherches sur l’évolution de la tradition, in Latomus, 48, 1989, p. 312 s. Cfr. anche A. Fraschetti, Annalistica, mitologia e studi storico-religiosi, in DdA, 9-10, 1976-77, p. 602-630, in discussione con E. Montanari, Nomen Fabium, Roma, 1973.

[16] Sull’importanza di questo «fortilizio» ha richiamato l’attenzione J.-C. Richard, Trois remarques sur l’épisode du Crémère, in Gerión, 7, 1989, p. 67-68. Sui «fortilizi» romani in Etruria vd. anche A. Fraschetti, I Ceriti e il «castello ceretano» in Diodoro (XIV 117,7 e XX 44,9), in AION (Arch), 2, 1980, p. 147 s.

[17] Livio II 50, 10: «duxit via in editum leniter collem. Inde primo resistere; mox, ut respirandi superior locus spatium dedit recipiendique a pavore tanto animum, pepulere etiam subeuntes, vincebatque auxilio loci paucitas, ni iugo circummissus Veiens in verticem collis evasisset…».

[18] Macrobio, Sat. 1 16,22-23: «et ex praecepto patrum L. Aquinium haruspicem in senatum venire iussum religionum requirendam causant dixisset: Q. Sulpicium tribunum militum ad Alliam adversum Gallos pugnatum rem divinam dimicandi gratia fecisse postridie idus Quintiles; item apud Cremeram multisque aliis temporibus et locis post sacrifìcium die postero celebratum male cessisse conflictum».

[19] Vd. Gn. Gellio, fr. 25 HRF Peter; Cassio Emina, fr. 20 HRF Peter = 24 Santini (= C. Santini, I frammenti di Cassio Emina. Introduzione, testo, traduzione e commento, Pisa, 1995). Sul caso di Licinio Macro più in particolare J.-C. Richard, Licinius Macer (Hist. 7) et l’épisode du Crémère, in RPh, 63, 1989, p. 75 s.

[20] ILS 140, 11. 25-26: «di[em]que eum, quo die C. Caesar obit, qui dies est a.d. VIIII k. Martias, pro Alliensi / lu[gub]rem memoriae prodi…», con le osservazioni ultimamente di J. Scheid, Les décrets de Pise et le culte des morts, in La commemorazione di Germanico nelle testimonianze epigrafiche : «Tabula Hebana» e «Tabula siarensis» [Convegno internazionale di studi, Cassino 21-24 ott. 1991] (in corso di stampa). Per il calendario di Amiterno, vd. I.It. XIII 2, p. 189.

[21] I.It. XIII 2, p. 209. Sulla datazione del calendario marmoreo di Anzio, vd. M.A. Cavallaro, Spese e spettacoli. Aspetti economici-strutturali degli spettacoli nella Roma giulio-claudia, Bonn, 1984, p. 220 s. Sulla registrazione delle nuove feste, che talvolta possono anche «cancellare» le antiche, mi sia lecito il rinvio ad A. Fraschetti, Roma e il principe, Roma-Bari, 1990, p. 17 s.

[22] Sulla morte di Paullus Fabius Maximus, che veniva messa in rapporto alla visita di Augusto ad Agrippa Postumo accompagnato appunto da Paullus Fabius Maximus (Tacito, Ann. I 5), ultimamente p. es. R. Syme, The Augustan Aristocracy cit., p. 414 (trad, it., L’aristocrazia augustea cit., p. 611).

[23] Vd. H. Frankel, Ovid. A Poet Beetween Two Worlds, Berkeley-Los Angeles, 1945, p. 101 s.; quindi F. Boemer, P. Ovidius Naso, Die Fasten I, Heidelberg, 1957, p. 15; R. Syme, History in Ovid cit., p. 21 s.; Ovide, Les Fastes. Livres I-III, éd. R. Schilling, Parigi, 1993 (Collection des universités de France), p. viii-ix; cfr. ultimamente A. Barchiesi, Il poeta e il principe. Ovidio e il discorso augusteo, Roma-Bari, 1994, p. 274 s.

[24] Vd. soprattutto la formulazione di Festo, p. 348 Lindsay: «Reliogiosus est non modico deorum sanctitatem magni aestimans, sed etiam officiosus adversus homines. Dies autem religiosi, quibus nisi quod necesse est, nefas habetur facere: quales sunt sex et triginta atri qui appellantur, et Alliensis, atque hi, quibus mundus patet». A supplemento dei materiali raccolti da A. Degrassi, in Ut. XIII 2, p. 360-362, è ora necessario anche il rinvio per ulteriore documentazione alla tesi discussa da C. Grosso, Contributi alla storia dei «Fasti Praenestini»: il mese di gennaio, in Fac. lettere. Univ. Roma «La Sapienza», ann. acc. 1995/96, p. 60 s. Vd., in precedenza, naturalmente A.K. Michels, The Calendar of Roman Republic, Princeton, 1967, p. 62 s.

[25] Cfr. ultimamente Ovide, Les Fastes, ed. R. Schilling, cit., I, p. 123, per la «précision presque littéralement conforme à la version de Tite-Live» a proposito della porta Carmentalis; ved. già A. Elter, Cremera und Porta Carmentalis, in Programm zu Feier des Geburtstags Seiner Majestät des Kaisers und Königs am 27. Januar 1910, Bonn, 1910; in seguito p. es F. Boemer, Interpretationen zu den Fasti cit., p. 112 s. con Id., P. Ovidius Naso, Die Fasten II, Heidelberg, 1958, p. 96.

[26] Vd. J. Richard, L’affaire du Crémère cit., p. 312 s.; cfr. più in generale Id., L’expédition des Fabii à la Crémère : grandeur et décadence de l’organisation gentilice, in Crise et transformation des sociétés archaïques de l’Italie antique, Roma, 1990, p. 248 s.

[27] Vd. da ultimo J. Scheid, Die Parentalien für die verstorbenen Caesaren als Modell für den römischen Totenkult, in Klio, 75, 1993, p. 188 s. (con letteratura ivi cit.).

[28] Sulle ricerche di Pomponio Attico vd. soprattutto F. Münzer, Atticus als Geschichtschreiber, in Hermes, 40, 1905, p. 93 s.; cfr. da ultimo R. Syme, The Augustan Aristocracy cit., p. 199 (trad, it., L’aristocrazia augustea cit. p. 598).

[29] Per il calendario di Filocalo I.It. XIII 2, p. 241; cfr. anche le annotazioni del menologium Collotianum e del menologium Vallense (ibid., rispettivamente p. 287 e p. 293).

[30] Sui Parentalia F. Boemer, Ahnenkult und Ahnenglaube cit., p. 29 s.; H.H. Scullard, Festivals and Ceremonies of the Roman Republic, Londra, 1981, p. 74 s.

[31] I.It. XIII 2, p. 265 con Plutarco, Cam. 30,1.

[32] Vd. Liv., V 46, 2: «sacrificium erat statum in Quirinali colle genti Fabiae. Ad id faciendum C. Fabio Dorsuo gabino cinctus sacra manibus gerens cum de Capitolio descendisset, per médias hostium stationes egressus nihil ad vocem cuisquam terroremve motus in Quirinalem collem pervertit; ibique omnibus sollemniter peractis, eadem revertens similiter constanti voltu graduque, satis sperans propitios esse deos quorum cultum ne mortis quidem metu prohibitus deseruisset, in Capitolium ad suos rediit…». La documentazione parallela è ora raccolta da C. Santini, I frammenti di Cassio Emina cit., p. 171 s. Naturalmente la circostanza che forse già Cassio Emina (fr. 19 Peter = 23 Santini) e sicuramente Floro I 7,16, possano attribuire a C. Fabius Dorsuo la caratteristica di pontifex non oscura la caratteristica gentilizia del suo sacrificio sottolineata da Livio e ripresa negli stessi termini da Valerio Massimo, I 1,11.

[33] Dionisio d’Alicarnasso, IX 19,1.

[34] Sulle due «confraternite» di Luperci Fabiani e Quintilii vd. in particolare M. Corsaro, «Sodalité» et gentilité dans l’ensemble lupercal, in RHR, 91, 1977, p. 137 s. (con letteratura ivi cit.).

 

 

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Sacri Boschi

di A.M. Cefis, Sacri boschi, su Ad Maiora Vertite, 2 febbraio 2019.

 

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

 

Ricostruzione della palude del Foro Romano (VIII sec. a.C.). Studio Inklink.

 

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

 

Ricostruzione del Campidoglio, con la quercia sacra, il templum e la capanna di Giove Feretrio. Studio Inklink.

 

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

La forma corinzia si diffuse poi nel mondo italico, dando luogo a varianti locali. Altrove, nell’opera di Vitruvio, emerge come l’architettura più che concepire il nuovo sia invece tesa a reinventare la Natura: un esercizio non solo stilistico e dell’utile, ma l’affermazione di un sentire ancora vibrante durante l’Impero. I veterani di Cesare si rifiuteranno di abbattere le asce su un cupo bosco nei pressi di Marsiglia[14], il loro cuore vacillerà di fronte alle sterminate estensioni della Selva Ercinia[15], così come accadrà quattro secoli dopo agli uomini al seguito di Flavio Giuliano[16]; lo stesso imperatore, sconcertato, dichiarerà che nulla di simile esisteva all’interno dei confini di Roma[17]. Diversi autori scriveranno di questa foresta primordiale con meraviglia, descrivendone le enormi volte costituite dalle radici delle sue immani querce e soprattutto la sua antichità, pari a quella del mondo stesso[18]. Ma ai tempi delle guerre sannitiche il cuore dell’Etruria, così come le altre parti d’Italia[19], non aveva nulla da invidiare alle foreste dell’estremo nord: la Silva Cimina era considerata invalicabile, al punto che il Senato arrivò a diffidare il console Quinto Fabio Rulliano dall’inoltrarvisi, cosa che fece comunque gettando il popolo romano nella costernazione e i nemici dell’esultanza, tanto il pericolo era percepito reale; la vittoria militare conseguita sembrò trascurabile, rispetto all’eccezionalità dell’impresa[20].

Tuttavia, gli uomini, perlopiù, avrebbero perso gradualmente la facoltà di udire i saturni versi di Pico, Fauno, Lucina, Canente e degli altri dèi silvani levarsi dal folto della vegetazione, che non sarebbe stato più temuto tanto per i suoi numi selvaggi quanto per la presenza di briganti e fuoriusciti: famosa a questo proposito la Silva Gallinaria vicino Cuma, dove era stanziata la Classis Misenensis (la principale flotta imperiale)[21]. Lo stesso legname servito ad allestire le navi dimostra un rimarchevole mutamento culturale: la montagna, percepita un tempo come luogo altro rispetto all’umano[22], dove normalmente si muovono solo divinità o fiere selvagge, rientrerà anch’essa nella categoria dell’utile; l’ancestrale, reverenziale, timore farà spazio a problematiche logistico-gestionali di un territorio integrato come qualunque altro. Una risorsa produttiva, da sfruttare tramite attività estrattiva o per reperire legna.

Fasti Amiternini (CIL IX, 4192 = Inscr.It. XIII 2, 25). Iscrizione su pietra, 20 d.C.
© Corpus Inscriptionum Latinarum – BBAW

Eppure, la tenace persistenza del sentimento religioso continuerà a dar sfoggio di sé: Plinio il Vecchio, nel XXXIII libro della sua opera, ci lascia infatti una testimonianza che è quanto di più significativo la letteratura classica possa proporre di carattere ecologico[23]. A tutela dell’integrità dei paesaggi, egli mescola considerazioni di tipo naturalistico, moralistico e religioso, esortando ad un’assunzione di responsabilità e a una presa di coscienza del danno causato, non solo a noi stessi ma all’equilibrio naturale nella sua totalità. Teso a scagionare la Natura da accuse che potrebbero esserle rivolte in quanto “matrigna”, egli addossa ogni responsabilità all’empietà degli uomini: smottamenti e inondazioni, ad esempio, non sono i capricci di una divinità, ma il risultato di un dissesto idrogeologico, derivato da diboscamento e da scellerate attività estrattive. Non solo: Plinio il Giovane sottolinea come tutto ciò comporti l’esaurimento di risorse indispensabili all’equilibrio fisico del mondo, risorse non facilmente rinnovabili; duemila anni fa i Romani prefiguravano il tema della sostenibilità ambientale. È questa la voce più illustre a testimoniare il permanere dell’antico spirito, ma non certo l’unica: se la montagna resterà luogo di evasione e raccoglimento[24], che invita ad una più esatta coscienza dei propri limiti, migliaia di dediche votive alle divinità silvane costituiscono altrettante voci. Lo dimostra anche il gran numero di culti, con magistrature e strutture annesse. Non mancano sacerdozi specificamente dedicati ai boschi, quali ad esempio il Flamen Lucularis e il Sacerdos trium lucorum[25], e una generale devozione continuerà a riferirsi anche verso singoli alberi; una parte della dottrina pontificale si estenderà alle diverse tipologie vegetali[26]. Se il Romano, prima di mettere mano all’accetta, deve stornare l’ira del dio sconosciuto a cui il bosco appartiene, offrendo sacrifici espiatori [27], col tempo la realtà boschiva andrà a differenziarsi. Scrive, infatti, Servio: «C’è differenza tra bosco (nemus), foresta (silva) e bosco sacro (lucus). Infatti, lucus definisce uno spazio boschivo cultuale; con il termine nemus si caratterizza uno spazio boschivo regolato, la silva è connotata dal suo essere vegetazione arbustiva estesa e non coltivata»[28]; il bosco espressamente sacro sarebbe dunque solo il lucus.

L’intercambiabilità di questi termini e la confusione che sembrano dimostrare gli autori antichi dimostra però come questa distinzione si ridimensionasse nel concreto. Tuttavia, il lucus è certamente un luogo speciale: la divinità vi si è manifestata con prodigi, per cui è soggetto a molteplici vincoli; ogni attività profana, salvo particolari disposizioni, è negata. Tali vincoli son fissati nelle Leges Lucorum, normative atte a stabilire ciò che è lecito fare e ciò che non lo è, le sanzioni (pecuniarie e religiose, a mezzo di piacolari) previste per le trasgressioni e l’organismo competente a riscuoterle. Queste legislazioni, ravvisabili in diversi documenti nel mondo latino e italico tra il III e il II secolo a.e.v, risalirebbero ancora più indietro nel tempo[29].

Ecco allora che gli elementi fin qui menzionati, lungi dall’essere esaustivi, possono sgombrare il campo dall’assurdità a cui ci si riferiva nella premessa dell’articolo. Del resto, già i Romani stessi, deprecando il lusso[30], si esprimevano con nostalgia in riferimento all’alta castitas dei tempi rustici; eppure, essi appartengono alla medesima matrice indoeuropea dei tanto celebrati Celti, Germani e Greci. Figli delle Primavere Sacre alla stregua degli altri Italici, rinati sotto l’egida di Marte e del lupo sua teofania, perpetueranno il ricordo delle selve ove furono forgiati nei serti di quercia della corona civica[31], anteposti all’oro, nel rituale (presieduto dalla dea Unxia) delle novelle spose, consistente nell’ungere gli stipiti delle nuove dimore col grasso del lupo[32].

Svetterà nei signa alla testa delle sue legioni vittoriose in forma di lupo, aquila o cinghiale e sul capo ferino dei velites, la prima linea dello schieramento romano. Risuonerà negli schiocchi di februa dei Luperci, che ancora ai tempi dell’infame papa Gelasio propagheranno dall’antro della Lupa e dai luoghi fatidici di Roma. Si rifletterà nel cuore di ogni persona che, rifiutando il dio galileo, sempre si affiderà a Marte Silvano per la protezione dei propri confini. Nostrum munus patri Marti.

 

Lex Luci Spoletina (CIL XI 4766=ILS 4911=ILLRP 505). Iscrizione su cippo di pietra, 250-175 a.C. ca. Spoleto, Museo Archeologico Statale.
“Honce loucom / nequs violatod / neque exvehito neque / exferto quod louci / siet neque cedito / nesei quo die res deina / anua fiat eod die / quod rei dinai causa / [f]iat sine dolo cedre / [l]icetod seiquis // violasit Iove bovid / piaclum datod / seiquis scies / violasit dolo malo / Iovei bovid piaclum / datod et a(sses) CCC / moltai suntod / eius piacli / moltaique dicator[e] / exactio est[od]”.

[1] Vitr. II 1, 1: «Anticamente, come animali selvatici, gli uomini nascevano nelle selve, nelle spelonche e nei boschi e trascorrevano la vita cibandosi di frutti raccolti nei campi».

[2] Tac. Ann. IV 65: «Forse non è inopportuno raccontare che quel colle [il Celio] in antico si chiamava Querquetulano, poiché era folto e fecondo di quella specie d’alberi».

[3] Plin. Nat. Hist. XVI 37: «Quel che è sicuro è che si distinguevano le zone con l’indicazione del tipo di bosco: lo dimostrano il tempio di Giove Fagutale, che esiste ancor oggi e sorge dove c’era un bosco di faggi, la porta Quercetulana, il nome del colle su cui si andava a raccogliere vimini e i nomi di tanto boschi sacri, in certi casi due per medesimo luogo Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisione di quella». Varr. L.L. V 8, 49-51: «Alla seconda circoscrizione appartiene l’Esquilino (Esquiliae). Alcuni hanno scritto che questo nome derivi dalle excubiae (posto di guardia) del re, altri dal fatto che la zona era coltivata ad aesculi (querce) dal re Tullio. Con questa etimologia concordano molto meglio le località vicine, perché lì si trovano il lucus Facutalis (il bosco Fagutale), il tempietto dei Lares Querquetulani (i Lari dei querceti) e il bosco consacrato alla dea Mefite e a Giunone Lucina, le cui dimensioni sono ridottissime. Nessuna meraviglia: già da tempo, infatti, da per tutto domina sovrana assoluta l’avidità […] Nel Libro dei Sacrifici degli Argei così si legge scritto: “Colle Oppio: primo sacrario sull’Esquilino, oltre il bosco Fagutale, nella via a sinistra lungo il muro”. “Colle Oppio: terzo sacrario al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, in una baracca”. “Colle Oppio: quarto sacrario, al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, nel mezzo delle botteghe dei vasai”. “Colle Cespio: quinto sacrario, al di qua del bosco Petelio; si trova sull’Esquilino”. “Colle Cespio: sesto sacrario, presso il tempio di Giunone Lucina, adiacente all’abituale dimora del sacrestano”. Alla terza circoscrizione appartengono cinque colli, che prendono il nome dai templi degli dèi che in essi si trovano: due di questi sono famosi. Il colle Viminale è così chiamato da Giove Viminio, perché qui era la sua ara»; ibid. 152; 154: «Lauretum (Loreto) è così chiamato dal fatto che lì fu sepolto il re Tazio, ucciso dai Laurentini, o anche da silva laurea (bosco di allori) perché questo bosco fu tagliato, lì, e vi fu costruito un quartiere; come tra la Via Sacra e l’altura del Macello sorge la zona chiamata Corneta, da cornis (cornioli), che, tagliati, lasciarono il loro nome al luogo; come Esculetum (Querceto), chiamato così da esculus (quercia) e Fagutal, che prende il nome da fagus (faggio), donde anche l’appellativo di “Giove fagutale”, perché nella zona c’è un santuario del dio. […] Il centro del circo si chiama Ad Murciae, secondo quanto afferma Procilio, denominazione che viene da urcei (orci) perché questa era la zona dei vasai. Altri dicono che venga da murtetum (bosco di mirti), perché una volta ve ne sarebbe stato lì uno. Ne rimane ancora qualche traccia, perché lì v’è ancora un santuario dedicato a Venere Murtea». Dion. III 43: «È questo [l’Aventino] un colle non troppo alto, con un perimetro di circa diciotto stadi: l’occupavano allora piante di ogni genere, soprattutto bellissimi lauri, tanto che una parte di esso è chiamata Laureto dai Romani […]».

[4] Ov. Fasti III 295-296: «Ai piedi dell’Aventino c’era un bosco buio, fitto di lecci; solo a vederlo avresti detto: “Qui dimorano delle divinità”».

[5] Verg. Aen. VIII 342-353: «Poi il bosco immenso che Romolo, acuto, ad Asilo ridusse, e sotto la gelida rupe mostra il Lupercale, secondo il costume parrasio dedicato a Pan Liceo. E ancora mostra, sacro, il bosco di Argileto, chiama a testimone il luogo e l’episodio letale spiega del suo ospite Argo. Di qui al sito tarpeo e al Campidoglio lo conduce, tutto oro adesso, un tempo ispido di selvatici cespugli. Già allora di religiosa paura erano atterriti gli abitanti dei campi, orrenda in quel luogo, già allora per la selva e per la rupe tremavano. “Questo bosco – disse – questo vertice frondoso di un colle abita un dio (ma quale dio, è incerto): gli Arcadi riconoscono in lui Giove […]”».

[6] Ibid. VIII 314-318: «Questi boschi erano abitati da Fauni indigeni e Ninfe e da una stirpe di uomini nata dai tronchi di dura quercia, i quali non avevano leggi né religione, non sapevano radunare i raccolti o risparmiare ciò che avevano prodotto, ma gli alberi e la dura caccia li nutrivano».

[7] Su Ceculo, fondatore di Praeneste, ibid. VII 678-684: «nato da Vulcano e re fra il bestiame dei campi, trovato in un focolare, come credettero tutte le età: Ceculo. Lo accompagna per lungo tratto una legione di campagnoli, i guerrieri che l’alta Praeneste e gli arabili campi sacri a Giunone Gabina e il gelido Aniene e le irrorate di torrenti, le rupi erniche popolano». Sui Silvii, ibid. VI 756-759; 763-766: «Orsù dunque, la discendenza dardania e quale gloria l’attenda, quali nipoti ti aspettano dalla stirpe italica, illustri anime destinate a entrare nella nostra eredità, ti svelerò con le mie parole e t’insegnerò i tuoi destini […] Silvio, nome albano, tua ultima figliolanza, che a te annoso, tardi, Lavinia tua sposa partorirà nelle foreste, re e progenitore di re, per cui la nostra stirpe dominerà in Alba Longa». Liv. I 3: «Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest’ultimo vennero fondate alcune colonie che furono chiamate dei Latini Prischi. In seguito, il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa». Vedi anche Dion. I 70 e Fest. 460 7 L.

[8] Isid. Etymol. XVII, VII 15: «Pero è il nome dell’albero, pera del frutto. Ne esistono numerose specie, tra cui la crustumia, di colore in parte rosso, il cui nome deriva da quello della città di Crustumio».

[9] Questo aspetto verrà sviluppato in due successivi articoli, uno dedicato ai boschi e alle foreste del mondo italico e l’altro alle valenze dei singoli alberi.

[10] CIL IX 4192.

[11] Fest. p. 106 [LUCARIA]: «Feste celebrate dai Romani in un grande bosco che si estendeva tra la Via Salaria e il fiume Tevere, in ricordo del fatto che dopo la loro sconfitta da parte dei Galli, in seguito alla loro fuga dal campo di battaglia, avrebbero trovato rifugio in questo bosco».

[12] Varr. L.L. VII 8: «Sulla terra, si chiama templum il luogo delimitato con determinate formule al fine di trarvi i presagi o prendervi gli auspici. Le parole della formula non sono da per tutto le stesse. Quella usata sulla Rocca è la seguente: “Templi e luoghi augurali per me siano quelli dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a sinistra sia per me tempio e luogo augurale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a destra sia per me tempio e luogo augurale. Lo spazio racchiuso fra questi punti ho inteso realmente indicare nel modo rituale per direzione, visione e intuizione della mente”. Nella delimitazione di questo tempio appare chiaro che gli alberi sono costituiti come suoi confini e che dentro i limiti da loro segnati sono chiusi gli spazi in cui gli occhi possono scrutare, vale a dire in cui tueamur (guardiamo), da cui deriva il sostantivo templum e il verbo contemplare».

[13] Vitr. IV 1, 8-10: «A quanto si ricorda tale tipo di capitello ha avuto questa origine: una giovane di Corinto si ammalò quand’era già in età da marito e morì. Dopo le esequie la sua nutrice raccolse e mise dentro un cestello gli oggetti che in vita la fanciulla aveva avuti più sacri e portatili sulla tomba li dispose là in cima proteggendoli con una tegola perché potesse durare più a lungo all’aperto. Casualmente questo cesto era stato deposto sopra una radice di acanto che premuta al centro dal peso del cestello fece sbocciare in primavera foglie e teneri steli; questi crescendo ai lati del canestro furono costretti a ripiegarsi in varie volute, una volta raggiunta la sommità, perché gli angoli sporgenti del tetto ne impedivano la crescita. Allora Callimaco […], passando davanti a quella tomba, notò il canestro e le tenere foglie che sbocciavano tutt’intorno. Piacevolmente colpito da quella nuova forma architettonica la riprese nella realizzazione dei capitelli delle colonne a Corinto e ne fissò l’insieme delle proporzioni, stabilendo i canoni per la realizzazione delle opere in stile corinzio».

[14] Lucan. III 426 sgg: «Cesare proprio questo bosco ordina di abbattere a colpi di scure: indenne da guerre precedenti, sorgeva fittissimo vicino alle fortificazioni, tra monti spogli. Ma le mani dei più forti soldati esitarono, intimoriti dalla orrida maestà del luogo, temevano che le scuri sarebbero rimbalzate indietro se avessero profanato i sacri alberi».

[15] Caes. B.G. VI 24–25: «La selva Ercinia, della quale mi risulta abbia sentito parlare Eratostene […]. La selva Ercinia, di cui prima abbiamo parlato, si estende in larghezza per nove giorni di marcia, viaggiando senza le salmerie; non è possibile determinarne l’ampiezza in altro modo, perché i Germani non conoscono le misure per le distanze. Inizia dai territori degli Elvezi, dei Nemeti e dei Rauraci e, seguendo la direzione del fiume Danubio, raggiunge il paese dei Daci e degli Anarti. Di qua volge a sinistra, in regioni lontane dal fiume, toccando per la sua vastità le terre di molti popoli. Non c’è nessuno di questa parte della Germania che affermi di essere giunto agli estremi limiti di questa selva, pur avanzando per sessanta giorni di cammino, o che sappia da dove essa abbia inizio. Si sa che vi nascono molte specie di animali, che non compaiono in altri luoghi.

[16] Amm. Marc. XVII 8–9: «Dopo aver avanzato per circa dieci miglia, giunti ad una selva spaventosa per l’aspetto orrido e tenebroso, il comandante s’arrestò ed a lungo indugiò […]. Tuttavia, tutti i nostri osarono avvicinarsi con grande coraggio, ma trovarono i sentieri bloccati da elci e frassini abbattuti e da grossi tronchi di abeti».

[17] Julian. Frag.: «Ci affrettammo verso la Foresta Ercinia e mi trovai di fronte ad un qualcosa di strano e portentoso. In ogni caso, non esito ad affermare che nulla del genere sia mai stato visto nell’impero romano, almeno per quanto ne sappiamo. Ma se qualcuno ritiene che la Selva Tessalica o le Termopili o il grande e remoto Tauro siano invalicabili, lasciate che gli dica che per difficoltà di approccio son davvero banali rispetto alla Foresta Ercinia».

[18] Plin. Nat. Hist. XVI 6: «Sempre nelle regioni settentrionali la selva Ercinia con le sue querce di enormi dimensioni – lasciate intatte dal trascorrere del tempo e originate insieme col mondo – è di gran lunga, per questa sua condizione quasi immortale, il fenomeno più stupefacente. Per non stare a menzionare altri fatti che non suonerebbero credibili, risulta effettivamente che le radici, arrivando a far forza l’una contro l’altra e spingendosi indietro, sollevano delle colline; oppure se il terreno non le segue spostandosi, si incurvano fino all’altezza dei rami e formano degli archi a contrasto come portali spalancati, tanto da lasciare il passaggio a degli squadroni di cavalleria». Strabo VII 1, 5: «La foresta Ercinia non è solo molto intricata, ma ha anche enormi alberi e comprende un vasto all’interno di regioni fortificate dalla natura».

[19] Flor. V 8: «Allora Fiesole era ciò che, or non è molto era Carre, il bosco di Aricia ciò che è la selva Ercinia, Fregelle Gesoriaco, il Tevere l’Eufrate».

[20] Liv. IX 36–38: «In quel tempo la selva Ciminia era più impervia e spaventosa di quanto non siano di recente sembrate le foreste della Germania, e fino ad allora non l’aveva mai attraversata nessuno, nemmeno dei mercanti. E quasi nessuno, fatta eccezione per il comandante in persona, aveva il coraggio di addentrarvisi […] erano arrivati casualmente cinque delegati e due tribuni della plebe per comunicare a Fabio l’ordine del senato di non attraversare la selva Ciminia […] Alcuni autori sostengono che questa battaglia tanto gloriosa fu combattuta al di là della selva Ciminia nei pressi di Perugia, e che a Roma si stette in grande ansia,  a notizia che Quinto Fabio si era addentrato nella selva Ciminia, così come aveva tenuto Roma in apprensione, allo stesso modo era stata motivo di tripudio per i Sanniti, per i quali era come se l’esercito romano, tagliato fuori dalla patria, si trovasse in stato d’assedio». Flor. XII 17: «La foresta Ciminia in mezzo tra noi e loro, in quel tempo impraticabile quasi come la selva Caledonia o Ercinia, allora incuteva tanto terrore che il senato aveva ordinato al console di non osar affrontare un sì grande pericolo».

[21] Strabo V 4, 4: «All’interno di questo golfo si trova una foresta di arbusti, estesa molti stadi, priva di acqua e sabbiosa, chiamata Selva Gallinaria. Qui si unirono ai pirati gli ammiragli di Sesto Pompeo, quando questi sollevò la Sicilia contro Roma». Iuv. III 306: «Tutte le volte, infatti, che la palude Pontina e la pineta Gallinaria sono presidiate da guardie armate, i briganti si riversano a Roma, come se fosse una riserva». Cic. Ad fam. IX 23: «Ieri giunsi nel Cumano, domani forse giungerò da te; ma, come certamente saprai, ti informerò tra un po’. Del resto, Marco Cepario, poiché mi venne incontro nella selva Gallinaria […]».

[22] Verg. Buc. X 42: «Tu, lontano dalla patria – come vorrei non credere a tanto! – sulle Alpi, ahimè, le nevi e il rigido gelo del Reno senza di me, sola, contempli. Ah, che il gelo non ti nuoccia! Ah, che a te le lame del ghiaccio le tenere piante dei piedi non fendano!». Hymn. ad Pan: «[…] le cime delle impervie rupi, accessibili solo alle capre, invocando Pan, il dio dei pascoli […] che regna su tutte le alture nevose e sulle vette dei monti, e sugli aspri sentieri […] fra rupi inaccessibili […]. Montagna, madre di bestie selvagge».

[23] Plin. Nat. Hist. XXXIII: «[…] per soddisfare una cieca stoltezza, si procurano il ferro, che è anche più apprezzato dell’oro in tempi di guerre e di stragi. Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra e viviamo sopra le cavità che vi abbiamo prodotto, meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi o si metta a tremare come se, in verità, non potesse esprimersi così l’indignazione della nostra sacra genitrice. Penetriamo nelle sue viscere e cerchiamo ricchezze nella sede dei Mani, quasi che fosse poco generosa e feconda là dove la calchiamo sotto i piedi. E fra tutti gli oggetti della nostra ricerca pochissimi sono destinati a produrre rimedi medicinali: quanti sono infatti quelli che scavano avendo come scopo la medicina? Anche questa tuttavia la terra ci fornisce sulla superficie, come ci fornisce i cereali, essa che è generosa e benevola in tutto ciò che ci è di giovamento. Le cose che ci rovinano e ci conducono agli inferi sono quelle che essa ha nascosto nel suo seno, cose che non si generano in un momento: per cui la nostra mente, proiettandosi nel vuoto, considera quando mai si finirà, nel corso dei secoli tutti, di esaurirla, fin dove potrà penetrare la nostra avidità. Quanto innocente, quanto felice, anzi persino raffinata sarebbe la nostra vita, se non altrove volgesse le sue brame, ma solo a ciò che si trova sulla superficie terrestre, solo – in breve – a ciò che le sta accanto!».

[24] Plin. Jr. Panegyr. 81: «Quale altro tipo di distensione tu infatti ti concedi se non battere scoscendimenti boscosi, stanare gli animali selvatici dai loro covili, sorpassare smisurate creste di monti, scalare picchi coperti di ghiaccio senza la collaborazione di una guida che ti porta la mano e ti tracci la via, e nel frattempo andare in devoto pellegrinaggio ai boschi sacri e venerarvi con zelo le divinità?».

[25] Rispettivamente, CIL XI 5215 e CIL XI 1941.

[26] Cat. Agr. 139-140: «Bisogna diradare un bosco sacro, secondo il costume romano, in questo modo: offrirai in espiazione un maiale, e pronuncerai queste parole: “Dio o dea che tu sia, a te cui è sacro questo bosco, poiché è tuo diritto ricevere in espiazione un maiale, perché si fa violenza a questo luogo sacro e per tutte queste cose, sia che io, sia che un altro, su mio comando, compia il sacrificio, perché questo sia giustamente compiuto, per questo motivo, nel presentare a te come offerta espiatoria questo maiale, io ti invoco con giuste invocazioni, perché sia benevolo e propizio a me, alla mia casa, alla mia servitù e ai miei figli: per questo ti sia gradito questo maiale immolato come offerta espiatoria”. Se volessi adibire a coltura il bosco, lo farai con un altro rito espiatorio, allo stesso modo indicato, aggiungendo in più “per poterlo mettere a coltura”. Ciò purché lo lavorerai tutti i giorni, almeno una parte; se lo avrai tralasciato per un giorno o saranno intervenuti giorni festivi pubblici o privati, farai un altro rito espiatorio».

[27] Serv. ad Aen. I 310.

[28] S. Panciera, La Lex Luci Spoletina e la legislazione sui boschi sacri in età romana, in Monteluco e i monti sacri. Atti dell’incontro di studio (Spoleto 1993), Spoleto 1994, pp. 25-46.

[29] Cic. Leg. II 8, 18 sgg: «Vi sono determinate espressioni legali, Quinto, non così antiquate come nelle vecchie XII tavole e nelle leggi sacrate, e pur tuttavia un po’ più arcaicizzanti di questa nostra conversazione, tali da assumere una maggiore autorità […] vi siano boschi sacri nelle campagne e sedi dei Lari».

[30] Liv. III 57: «[…] All’epoca non v’erano grandi ricchezze ed i riti venivano celebrati più con la devozione che non lo sfarzo». Plin. Nat. Hist. II 14: «Pertanto, dal mio punto di vista, è frutto di debolezza umana cercare l’immagine e la forma divina»; XXXIII 4 sgg: «Non era abbastanza, in effetti, aver trovato una sola malattia letale per la vita umana, se non avessero il loro valore anche gli umori purulenti dell’oro. L’avidità umana cercava l’argento; fu soddisfatta di aver scoperto, intanto, il minio, ed escogitò un uso di questa terra rossa. Ahimè, fertilità dei nostri ingegni, in quanti modi abbiamo accresciuto il prezzo delle cose! Vi si è aggiunta l’arte della pittura, e cesellandoli abbiamo reso più cari l’oro e l’argento. L’uomo ha imparato a sfidare la Natura. Gli stimoli dei vizi hanno alimentato anche l’arte». August. Civ. Dei IV 31: «[Varrone] Afferma anche che gli antichi Romani per più di centosettanta anni onorarono gli dèi senza gli idoli. E soggiunge: Se questa usanza fosse rimasta, gli dèi sarebbero considerati in senso più spirituale. A conferma del suo pensiero adduce, fra altre motivazioni, anche il popolo ebreo e non dubita di chiudere il passo in parola col dire che i primi i quali introdussero le statue degli dèi abolirono il timore nella loro città e accrebbero l’errore. Saggiamente pensa che data l’assurdità degli idoli gli dèi si possano facilmente disprezzare». Tac. Germ. 9, 2: «Per il resto reputano non conveniente alla grandezza degli dèi costringerli fra le pareti di un tempio o raffigurarli con fattezze umane: dunque consacrano loro boschi e foreste e chiamano con il nome di dèi quella entità misteriosa che solo la devozione religiosa rende percepibile».

[31] Plin. Nat. Hist. XVI 7: «Con le foglie di queste piante [querce] sono fatte le corone civiche, l’emblema più fulgido del valore militare […] Sono più importanti, queste, delle corone murali e vallari e di quelle d’oro, che pure hanno maggior valore venale; sono superiori anche alle corone rostrate». Verg. Aen. VI 771: «Quale gioventù! Quanta forza ostentano, osserva! Ma già portano sulle tempie ombreggiate la civica quercia». La corona civica era il riconoscimento per aver salvato la vita di un concittadino, mentre la muralis e la vallaris erano rispettivamente destinate al centurione che fosse arrivato per primo sulle mura di una città assediata e a quello che avesse superato le fortificazioni nemiche. La corona aurea fu istituita in età imperiale, mentre quella rostrata costituiva la decorazione per una vittoria navale.

[32] Plin. Nat. Hist. XXVIII 142: «Masurio ha riportato che gli antichi davano il massimo valore al grasso del lupo: e di conseguenza le spose novelle avevano l’usanza di ungere con esso gli stipiti delle porte per impedire l’ingresso a ogni mezzo di maleficio». Arnob. Adv. nat. III 25-26: «Alle unzioni presiede Unxia, allo scioglimento delle cinture Cinxia […] o straordinaria e singolare spiegazione della potenza degli dèi: se le soglie delle dimore maritali non fossero spalmate con grasso dalle spose, se i mariti non sciogliessero le cinture verginali, eccitati e incalzanti». Donat. in Terentii Hecyram I 2, 60: «Il vocabolo uxor deriva dall’ungere le soglie e dall’appendere la lana, perciò deriva dal fatto che le fanciulle quando si sposavano ungevano le soglie della casa del marito ed appendevano la lana». Isid. Orig. IX 7, 12: «Le uxores, ossia le mogli, sono così chiamate quasi a dire unxiores: anticamente, infatti, era costume che le giovani destinate al matrimonio, arrivate alla soglia della casa del futuro marito, prima di entrare, ornassero gli stipiti con bende di lana e li ungessero con olio. Da qui il nome uxores». Serv. in Aen. IV 458: «Apparteneva all’usanza che le fanciulle che si sposavano, non appena erano giunte davanti alla soglia della casa dello sposo, prima di oltrepassarla, come auspicio di castità, le ornavano con fasce di lana, per questo si dice “con bende di lana”, e le ungevano con olio, per questo scopo sono dette uxores, quasi “untrici”. Tuttavia, si dice che coloro che hanno scritto riguardo alle nozze tramandano che, quando una sposa novella è condotta nella casa del marito, è solita spalmare la soglia con grasso di lupo, poiché il grasso di questa fiera e le sue membra sono un rimedio per molte cose». La dea Unxia da esponente degli dii coniugales passò ad essere un semplice indigitamentum di Giunone. Cfr. Mart. Cap. Philol. et Mercur. II 149: «Le fanciulle nel giorno delle nozze devono invocarti [Iuno] come Iterduca e Domiduca, Unxia e Cinxia, perché tu protegga il loro viaggio e le conduca nelle dimore desiderate e, quando ungono gli stipiti, tu vi apponga un presagio favorevole e non le abbandoni quando depongono la cintura nel talamo». Anche il grasso di porco era utilizzato in questo modo, evidentemente con altri intenti; se quello di lupo serve a tenere lontano influenze negative, questo grasso, mutuato dalla grande prolificità del maiale, serve come augurio di fertilità. Cfr. Plin. Nat. Hist. XXVIII 135: «Veramente anche oggi, le spose novelle, al momento di entrare in casa, rispettano l’usanza di toccare con esso gli stipiti delle porte».

Marco Minucio e l’imperium aequatum

di F. Cerato, su Classicult.it, 24 gennaio 2019 (ribloggato).

 

L’articolo che segue mostra come dallo studio di una fonte epigrafica si possa confermare o negare informazioni che la tradizione storiografica pone come controverse.

L’iscrizione in questione (96 × 70 × 69 cm) proviene da un grande altare di pietra dei Colli Albani, sicuramente peperino, ritrovato nel 1862 a Roma, in via Tiburtina, presso la Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, e oggi conservato nel Museo del Palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini) di Roma[1].

 

Hercolei / sacrom / M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius) / dictator vov(it).

 

«Marco Minucio, figlio di Gaio, dittatore, votò [questo] sacro [donario] a Ercole».

Ercole Marco Minucio

Dedica votiva a Ercole da parte di M. Minucio (CIL VI, 284 (p. 3004, 3756) = CIL I, 607 (p. 918) = ILS 11 = ILLRP 118 (p. 319) = AE 1991, 211a). Base di donario, pietra peperino, ultimo quarto del III sec. a.C. Roma, Musei Capitolini. Foto di Marie-Lan Nguyen (User:Jastrow) 2009, CC BY 2.5

 

Come lascia intendere il titulus, l’altare doveva costituire un donario votato ad Ercole, divinità tutelare a cui molti generali romani, tra il III e il II secolo a.C., si rivolgevano per la buona riuscita delle proprie imprese all’estero.

Il nome della divinità (Hercoles) è posto enfaticamente all’inizio dell’iscrizione, in alto. Alcuni tratti notevoli del ductus del documento sono la r, che presenta l’occhiello non chiuso, e la l, che mostra l’asta orizzontale con un grado inferiore a 90° rispetto a quella verticale; quanto alla forma della m, essa risente dell’influenza etrusca.

L’uscita in –om, anziché in –um, dell’accusativo singolare dei nomi della seconda declinazione e degli aggettivi di prima classe, equivale a quella dell’accusativo greco in -ον e segnala che, nella seconda metà del III secolo a.C., il fenomeno fonetico e grafico dell’oscuramento non si era ancora verificato.

Alla r.3 compare la sequenza onomastica del dedicatario: M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius).

Nel commento alla scheda dell’ILLRP, Degrassi ha osservato che «in latere sinistro extat nota l i xxvi»[2]. Si tratterebbe di una marca: nei giacimenti di pietra (lapicedinae), infatti, era consuetudine presso i Romani contrassegnare il materiale estratto con un numero di serie relativo alla squadra di operai (brachium), preposta allo scavo, e al settore del fronte di taglio al quale gli operai erano stati assegnati. Il primo ad interessarsi a questo genere di marcature fu Bruzza: questi, in un contributo del 1870, affermò che Ritschl aveva inteso la sigla in esame come l(egiones) I (et) XXVI, ipotizzando che il reperto provenisse proprio da una cava assegnata a due reparti militari – cosa probabile! – e che fosse stato estratto dai soldati stessi dopo il congedo (ma ciò non è attestato!)[3]. Theodor Mommsen, invece, ritenne trattarsi della stima effettiva del donativo votato a Ercole dai soldati per tramite del dittatore, e, pertanto, sciolse l’abbreviazione in l(oricae) i(nlatae) XXVI. Più verosimile appare l’ipotesi avanzata da Henzen, il quale, intervenuto sul testo, interpretò la sigla come l(oco) i‹n(numero)› XXVI: la marca, a suo dire, indicava il numero di comparto da cui la lastra era stata estratta[4]. Più recente è stata la congettura dell’archeologo italiano La Regina, secondo il quale la sigla andrebbe interpretata come (in) l(ibro) I (loco) XXVI, cioè come numero del catalogo di opere d’arte esposte[5].

Quanto al nome gentilizio del dedicante, Kaimio ha mostrato che l’abbreviazione in Minuci del nominativo si spiega grazie al concorso combinato di ragioni di spazio, di ordine fonologico e di influssi etruschi[6].

Da un confronto con le fonti storiografiche, il personaggio in questione sarebbe Marco Minucio (Rufo), uomo politico romano vissuto verso la fine del III secolo a.C., che, malgrado le origini plebee, nel 221 divenne console e nel 216 morì combattendo a Canne[7].

Un aspetto poco chiaro della carriera politica di Marco Minucio è costituito dal titolo di dictator con cui egli si fregia nel titulus preso in esame. A questo proposito, Polibio è molto esplicito: egli informa che, nel 217, siccome i senatori accusavano e biasimavano Q. Fabio Massimo per la sua eccessiva prudenza nel gestire l’invasione annibalica, «avvenne allora quello che mai era accaduto: a Marco Minucio assegnarono i pieni poteri (αὐτοκράτορα γὰρ κἀκεῖνον κατέστησαν), convinti che avrebbe rapidamente condotto le cose a buon fine; in due, dunque, erano diventati i dittatori per le stesse operazioni, cosa che presso i Romani non era mai accaduta prima» (III 103, 4)[8].

Vale la pena di soffermarsi sul fatto che la testimonianza polibiana costituisca il tipico caso in cui un autore greco del II secolo a.C. trovasse difficoltà nel tradurre dal latino il nome di un’istituzione o di una carica pubblica romana. D’altronde, il dictator latino non aveva corrispondenza nel mondo greco, ma il termine che Polibio adottò, comunque, implicava l’idea di un individuo dotato di un potere esercitato per sé e da sé, senza essere eletto né nominato da un’assemblea, né tantomeno senza la consultazione di altri. È vero anche che la notizia riportata dallo storico megalopolita segnala un’alterazione: la dittatura romana, infatti, non era una magistratura collegiale, ma poteva essere affiancata, nel suo esercizio, da una figura subalterna, il magister equitum; colui che era chiamato ad assumere il mandato non era certamente eletto da un’assemblea popolare, ma veniva investito (dictus) dal console in carica. Si trattava, infine, di una magistratura straordinaria, necessaria solamente in casi di eccezionale gravita, quali la presenza sul territorio di un nemico, l’urgenza di sedare rivolte o rivoluzioni, e altre calamità politico-istituzionali che impedissero la regolare gestione della cosa pubblica. Il mandato durava normalmente sei mesi, tempo limite entro il quale il dictator doveva portare a termine tutti i provvedimenti e le soluzioni per i quali era stato indicato; in quel lasso di tempo, il prescelto deteneva il summum imperium e concentrava nelle proprie mani le prerogative di entrambi i consoli.

Il caso di Marco Minucio, stando dunque alla testimonianza polibiana, fu davvero eccezionale, un fatto senza precedenti: la gravità della situazione (Annibale era alle porte!) era tale da indurre ad alterare un’istituzione tanto rigida come la dictatura. Gli altri autori a disposizione per ricostruire la vicenda, tuttavia, non sono così espliciti, ma anzi sembrano, in un certo senso, contraddire quanto riportato da Polibio.

Ad esempio, Livio – o sarebbe meglio dire la sua fonte annalistica per il periodo, Fabio Pittore, il quale mostra di nutrire poca simpatia nei confronti di Marco Minucio Rufo –, riferisce che, in piena guerra annibalica, il comandante romano, mentre si trovava ad operare nel Sannio in qualità di magister equitum di Fabio Massimo, decise di assalire una parte dell’esercito punico intento a foraggiare. Ad un certo punto, il racconto liviano – o meglio la sua fonte annalistica – riferisce che, a seguito del confronto armato nei pressi di Gereonium, si contarono sex milia hostium caesa, quinque admodum Romanorum: per Minucio si trattò di una vittoria ottenuta al prezzo di numerose perdite, a ben guardare. Eppure – continua la fonte –, famam egregiae uictoriae cum uanioribus litteris magistri equitum Romam perlatam («il magister equitum in un suo dispaccio mendace fece pervenire a Roma la notizia millantatrice di una spettacolare vittoria»)[9]. Per mettere a tacere discussioni, critiche e voci dubbie sulla vicenda, Livio riproduce il discorso pubblico tenuto da uno dei tribuni della plebe, certo Marco Metilio, il quale, siccome Gaio Flaminio era caduto in combattimento al lago Trasimeno, l’altro console, Gneo Servilio Gemino era stato incaricato di fiaccare la flotta punica nel Tirreno e i due pretori erano occupati a presidiare Sicilia e Sardegna, avanzò la proposta de aequando magistri equitum et dictatoris iure: il conferimento di un aequatum imperium avrebbe comportato la piena parità di poteri fra Fabio Massimo e Marco Minucio[10]. Con buona pace della fonte liviana, che chiaramente parteggia per Massimo, nella figura di Metilio si potrebbe ravvisare la posizione condivisa fra quanti, all’interno del Senato, non gradissero la politica prudente del Cunctator. La testimonianza annalistica, alla fine, riversa tutto il proprio astio nei confronti di Minucio, stigmatizzando la sua arroganza (Livio connota l’atteggiamento del personaggio con le seguenti espressioni: grauitas animi, cum inuicto…animo, utique immodice immodesteque…gloriari), non appena quello fu raggiunto dalla lettera del Senato che lo informava dell’equiparazione dei comandi[11]. Ad ogni modo, considerando la versione liviana (o fabiana) a confronto con quella polibiana, l’autore patavino non nomina mai Minucio in qualità di dictator – anzi sembra quasi si astenga coscientemente dal farlo.

Una testimonianza simile, benché molto più audace, appare in Appiano, il quale riporta che il Senato, durante la guerra annibalica, diede disposizioni affinché il magister equitum, Minucio, detenesse un’autorità equiparata in tutto e per tutto a quella del dictator (ἴσον ἰσχύειν αὐτῷ τὸν ἵππαρχον)[12].

Contrariamente alla superiorità numerica delle fonti antiche che formano la tradizione secondo cui Minucio non sarebbe stato incaricato formalmente della dictatura (Nepote, Valerio Massimo, Cassio Dione, Zonara, e l’anonimo de viris illustribus), Dorey si è detto convinto che le prove materiali sembrano, tuttavia, confermare la testimonianza di Polibio: la dedica a Ercole, a suo dire, costituirebbe «a conclusive proof that Minucius was formally and officially appointed Dictator by the plebiscite of Metilius»[13]. Lo studioso, addirittura, ha ipotizzato che il documento in questione facesse riferimento a una possibile dittatura anteriore al 217[14].

La questione, però, si complica ulteriormente, confrontando la testimonianza di Plutarco (Vita Marcelli) e quella di Valerio Massimo, a proposito della dittatura del 220 a.C. Plutarco, infatti, racconta che il dittatore, Minucio, al momento di nominare il proprio magister equitum, Gaio Flaminio, si udì un topolino squittire: la folla dei cittadini interpretò tale coincidenza come un presagio ostile e costrinse i magistrati ad abbandonare le proprie cariche, perché fossero sostituiti da altri. L’episodio è esattamente ripreso da Valerio Massimo, ma con l’unica grande differenza che, al posto di Minucio, compare nientemeno che il Temporeggiatore[15].

L’indicazione offerta da Valerio Massimo, in effetti, trova conferma in Livio e nel cosiddetto Elogium Fabii, testimonianze che provano che Quinto Fabio Massimo sia stato dittatore prima del 217 a.C.[16]

Per Dorey, comunque, Marco Minucio fu nominato dictator comitiorum habendorum causa, per venire a capo del conflitto d’interesse fra i consoli per regolare la convocazione dei comitia, in vista delle elezioni dei magistrati per l’anno successivo. Jahn, al contrario, si è detto convinto che Minucio fosse stato realmente dittatore sia nel 220 sia nel 217 a.C.[17]

Càssola e Meyer sembrano avere colto meglio nel segno, inserendo tutta la vicenda di Minucio nel più ampio rapporto conflittuale fra il Senato e Fabio Massimo[18].

Quanto all’Elogium Fabii, esso testimonia che Q. Fabio Massimo fu davvero dittatore nell’anno 220 a.C. e si scelse C. Flaminio in qualità di subalterno. Tre anni dopo, però, allorché si presentò una nuova situazione d’emergenza, il Senato, per evitare che lo stesso Fabio potesse scegliersi come vice un altro fra gli outsider politici legati al proprio clan gentilizio, approvò l’aberrante rogatio elettiva del magister equitum. Tra l’altro, siccome l’unico console in vita, Gneo Servilio, conduceva le operazioni belliche sul mare e a causa di ciò non poteva essere in patria in quel momento per nominare un dictator, a Fabio Massimo fu conferito un imperium pro dictatore.

 

Elogium Fabii Quinto Fabio Massimo

Elogium Fabii (CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361). Tabula onoraria, marmo, 2 a.C. – 14 d.C., da Arezzo. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Foto di SailkoCC BY 2.5

 

La statua di Quinto Fabio Massimo nei giardini del Palazzo di Schönbrunn a Vienna. Monumento sottoposto a tutela col numero 114069 in Austria. Foto di Herzi PinkiCC BY-SA 4.0

 

Plutarco (Vita Fabii) riprende sostanzialmente la versione degli eventi fornita da Livio, riportando che il tribuno Metilio avanzò la proposta di equiparare i poteri di Minucio e di Fabio, perché in tal modo essi potessero condividere con pari diritto e pari dignità la conduzione della guerra annibalica[19]. Una conferma della promulgazione della rogatio deriva dallo stesso Elogium Fabii: alle rr. 9-12, infatti, si dice che magistro/ equitum Minucio quoius popu-/lus imperium cum dictatoris / imperio aequauerat.

Meyer, però, non nascondeva la propria perplessità circa la bontà della dedica a Ercole, ma si chiedeva se, in qualche modo, Minucio avesse voluto autorappresentarsi in maniera del tutto differente rispetto a quanto le fonti letterarie tramandano. Tuttavia, la posizione dello studioso appare infondata, perché è vero che, tendenzialmente, le fonti epigrafiche non contrastano con la fattualità del contesto storico che le ha prodotte. Al limite, forse, si potrebbe pensare che, a quei tempi, chiunque leggesse quella dedica sorridesse maliziosamente di fronte all’arrogante pretesa di Minucio nel fregiarsi di un titolo che non doveva affatto appartenergli[20].

Come, infine, ha puntualizzato Degrassi nella nota di commento all’iscrizione, Marco Minucio fu eletto collega di Fabio Massimo secondo le indicazioni della lex Metilia del 217 a.C. Quanto ai Fasti Capitolini, invece, non risulta alcuna menzione di una simile co-dittatura[21].

 

***

 

Note:

[1] Si tratta di una roccia magmatica (trachite o tefrite) caratterizzata da una colorazione grigia e macchiettata da piccoli granuli di biotite (mica), simili a grani di pepe, dai quali deriva il nome. L’indicazione del litotipo permettono di ricostruire la provenienza del materiale, il suo ruolo e la sua importanza a livello commerciale, la sua area di diffusione e la sua presenza sul mercato nell’antichità.

[2] Degrassi A., Inscriptiones Latinae liberae rei publicae (ILLRP), I, Firenze 19652, 90.

[3] Bruzza L., Iscrizioni dei marmi grezzi, Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica 42, 1870, 114 (= Ritschl cit., IX).

[4] Cfr. ibid.

[5] La Regina A., Tabulae signorum urbis Romae, in Di Mino R.M. (ed.), Rotunda Diocletiani. Sculture decorative delle terme nel Museo Nazionale Romano, Roma 1991, 5, n.1: secondo lo studioso, il reperto, come altri, dovette godere almeno in età imperiale di una qualche forma di musealizzazione. L’ipotesi di per sé non è peregrina, dato il fatto che nel corso del II sec. d.C. in tutto il mondo romano si diffusero le scuole di retorica ispirate alla corrente della Seconda Sofistica, i cui metodi d’insegnamento e di apprendimento consistevano proprio nel cimentarsi in descrizioni di opere d’arte.

[6] Kaimio J., The nominative singular in -i of latin gentilicia, Arctos 6 (1969), 23-42.

[7] Münzer F., s.v. Minucius52, RE XV, 2 (1932), 1957-1962.

[8] Pol. III 103, 4.

[9] Liv. XXII 24, 1114, in part. 14.

[10] Liv. XXII 25, 10.

[11] Liv. XXII 26, 56; 27, 12.

[12] App. Hann. III 12.

[13] Dorey T.A., The Dictatorship of Minucius, JRS 45 (1955), 92.

[14] Ibid.

[15] Cfr. Plut., Marcel. 5, 4, con Val. Max., I 1, 5. Dorey T.A., ibid., che riferisce che Scullard, convenendo con Münzer, ha sostenuto che il Μινουκίου di Plutarco si trattava di un errore della tradizione manoscritta e che si doveva emendare in Μαξίμου.

[16] Cfr. Liv. XXII 9, 7, e CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361.

[17] Jahn J., Interregnum und Wahldiktatur, Kallmuenz 1970, 113-115.

[18] Si vd. Càssola F., I gruppi politici romani nel III secolo a.C., Trieste 1962, 261-268, e Meyer E., Römische Annalistik im Lichte der Urkunden, ANRW I.2 (1972), 975-978.

[19] Plut., Fab. 10, 1.

[20] Per Meyer E., Römische Annalistik…, cit., tutte le fonti concordano nel descrivere Marco Minucio come un uomo particolarmente spavaldo e arrogante.

[21] L’assunto di Degrassi ha ispirato Meyer a ritenere che Minucio non fosse mai stato riconosciuto ufficialmente come dictator.

Tiberio Sempronio Gracco

di W. Blösel, I Gracchi e la disgregazione della nobilitas fino alla dittatura di Silla (dal 133 al 78), in Id., Roma: l’età repubblicana. Forum ed espansione del dominio (trad. it. a cura di U. Colla), Torino, Einaudi, 2016, pp. 133-138.

 

I due fratelli che dovevano dare un forte impulso alla storia degli anni dal 133 al 121 appartenevano all’alta nobilitas, e in certo modo vi erano quindi predestinati. Tiberio Sempronio Gracco, nato nel 162, e suo fratello Gaio, più giovane di nove anni, avevano per padre un uomo che era stato due volte console (nel 177 e nel 163) e aveva celebrato un trionfo, e per madre Cornelia, la figlia di Scipione l’Africano. Inoltre la loro sorella Sempronia aveva sposato Scipione Emilano. All’età di soli quindici anni, Tiberio Gracco, al comando di suo cognato, aveva ottenuto la corona muralis, perché per primo era salito sulle mura di Cartagine. Aveva poi sposato la figlia di Appio Claudio Pulcro, il censore del 136, appartenente anch’egli alla più elevata nobilitas. Ma la vergogna di aver concordato e redatto nel 137, quand’era questore, gli articoli del trattato della capitolazione di Mancino di fronte ai Numantini parve aver posto termine alla sua carriera prima ancora che fosse cominciata. Perciò, Tiberio Gracco cercò di riacquistare popolarità come tribuno della plebe.

Al massimo dall’inizio del III secolo, però, il tribunato della plebe non era più, fatte salve poche eccezioni, come quello di Gaio Flaminio nel 232, un mezzo per imporre le richieste dei semplici cittadini, ma piuttosto un metodo impiegato dall’aristocrazia senatoria per soffocare sul nascere, grazie al veto tribunizio, le iniziative di legge dei sommi magistrati che fossero ad essa sgradite, e per produrre consenso all’interno del ceto dirigente.

 

Due personaggi togati (forse magistrati). Statuetta, bronzo, I sec. d.C. Getty Museum.

 

Contro le iniziative di legge di Gracco l’opposizione di molti tra i senatori era garantita: infatti, egli mirava a limitare fortemente l’utilizzazione dell’ager publicus da parte dei Romani ricchi, che fino a quel momento l’avevano occupato quasi completamente. Ognuno di essi avrebbe dovuto occuparne infatti soltanto cinquecento iugera (= centoventicinque ettari), e in aggiunta altri duecentocinquanta iugera (= sessantadue ettari e mezzo) per ogni figlio. Agli attuali proprietari doveva quindi rimanere ancora una parte considerevole dell’agro pubblico, e inoltre in pieno diritto di proprietà. L’agro pubblico così recuperato doveva essere distribuito agli agricoltori poveri: ognuno doveva riceverne da venti a trenta iugeri (= da cinque a sette ettari e mezzo), sufficienti al mantenimento di una famiglia. I nuovi possessori dovevano inoltre versare un piccolo vectigal allo Stato, anche a indicare che non erano proprietari del lotto di terreno, che doveva restare inalienabile. In generale, la proposta di legge agraria avanzata da Gracco può essere considerata di ispirazione moderata, tanto più che il limite legale di cinquecento iugeri di agro pubblico sussisteva già almeno dal 167, anche se evidentemente non era mai stato rispettato con rigore. Dietro alla sua iniziativa c’erano comunque anche il suocero, Appio Claudio Pulcro, poi Publio Mucio Scevola, il noto giurista, oltre che console per il 133, e suo fratello Publio Licinio Crasso Divite Muciano, il futuro console del 131: tutti pesi massimi, nella scena politica romana. Probabilmente, l’idea fu di Pulcro, un uomo estremamente sicuro di sé, che intendeva in tal modo toccare problemi che angustiavano una molteplicità di cittadini e acquistarsi così una popolarità legata a contenuti concreti. Già nel 145, però, o forse nel 140, una proposta simile di distribuzione delle terre, presentata da Gaio Lelio, era fallita per l’opposizione dei senatori. Per questo motivo Gracco presentò la propria proposta direttamente al popolo per il voto, senza consultare precedentemente il senato, in modo che un parere negativo di quest’ultimo non potesse incidere sulle sue possibilità di fronte ai comizi.

 

Gruppo dell’Aratore. Statuetta, bronzo, 430-400 a.C. ca. da Arezzo. Roma, Museo di Villa Giulia.

 

Nell’adottare questa insolita procedura, Tiberio Gracco approfittò di una recente innovazione. Infatti, la Lex Gabinia tabellaria, del 139, e la Lex Cassia, del 137, avevano prescritto la votazione per mezzo di tabellae (schede), quindi segreta, nell’elezione dei magistrati e nel tribunale popolare. Per i voti sulle proposte di legge, questo avvenne certamente soltanto nel 131, grazie alla Lex Papiria. Prima, i cittadini romani avevano sempre espresso a voce il loro voto di fronte allo scrutatore. Gli stretti passaggi sui quali votavano, i pontes, erano però abbastanza ampi da permettere il controllo da parte dei loro patroni. L’introduzione delle schede indica già quindi un precedente allentamento delle relazioni clientelari tra ceti elevati e semplici cittadini, mentre per la massa dei Romani che si erano riversati nella metropoli nel corso del II secolo certamente ci si possono attendere soltanto deboli legami con i patroni. E però, proprio la votazione segreta verosimilmente puntellò il sistema clientelare, in quanto in questo modo un cittadino legato a più patroni poteva evitare di mettere in pubblico questa sua situazione conflittuale. E le parecchie migliaia di sostenitori che accompagnavano Tiberio Gracco nelle sue apparizioni pubbliche stanno a dimostrare che era riuscito a legare politicamente a sé moltissimi cittadini.

Aspettandosi violente orazioni a lui contrarie da parte dei senatori nelle tre contiones che precedevano il voto, la strategia oratoria di Gracco fu aggressiva fin dall’inizio. Secondo Plutarco[1], che riporta almeno nel suo indirizzo generale l’orazione di Gracco, nota ancora alle generazioni successive, egli compianse il dolore dei soldati-agricoltori romani, che venivano chiamati da generali ipocriti a difendere sepolcri e santuari ma che non erano più nemmeno padroni di se stessi, che erano celebrati come signori del mondo ma non potevano dire propria neppure una zolla di terra. Erano costretti, infatti, a combattere soltanto a beneficio di altri.

 

C. Cassio Longino. Denario, Roma 63 a.C. Ar. 3,75 gr. Rovescio: Longin(us) IIIV(ir). Cittadino in atto di votare, stante, verso sinistra, mentre ripone una tabella contrassegnata con U(ti rogas) in una cista.

 

La sua forte polemica contro la nobilitas spiega la dura opposizione da parte dei senatori, per i quali la restituzione di parte dell’agro pubblico già utilizzato avrebbe significato la perdita degli investimenti fatti per le coltivazioni di ulivi e altri alberi da frutto. Verosimilmente, nella legge agraria gli agricoltori più poveri fiutarono invece la possibilità di disporre di mezzi e terreno sufficienti per vivere, e anche quella di essere reclutati come legionari. La legge offriva infatti la possibilità di allargare notevolmente la base del reclutamento per l’esercito, sempre più stretta. Oltre alla sostanziale fondatezza degli argomenti di Gracco, forse i cittadini gli si avvicinarono nella prospettiva di non essere più solo un mero serbatoio di voti, utile al ceto superiore, ma di poter acquisire un proprio peso politico come forza d’opposizione, diventando quindi una sorta di «ago della bilancia». Comunque, l’aristocrazia senatoria tracciò una linea di sbarramento, inducendo un altro tribuno della plebe, Marco Ottavio, a opporre il veto alla lettura della proposta. Gracco annunciò allora la sospensione generale di tutte le attività amministrative (iustitium). Di fronte alla plebs urbana schierata con Gracco, non ebbe effetto il rituale squalor dei senatori, che si vestirono a lutto. In seguito alle preghiere rivoltegli da due consolari, Gracco accettò di trattare ancora con i senatori. Ma il loro contegno duramente ostile rese impossibile il compromesso, e Gracco rifiutò ulteriori incontri. Per quanto la cultura politica di Roma repubblicana richiedesse, in caso di forti conflitti d’opinione, di fare concessioni reciproche per salvare la faccia e giungere a un accordo, Gracco non poté accondiscendere alle richieste eccessive dei senatori e ritirare la legge agraria, tanto più che la plebe ne aveva riconosciuto l’assoluta fondatezza. Quando Ottavio pose duramente il proprio voto, Gracco fece votare dall’assemblea popolare la sua destituzione dalla carica, poiché Ottavio, per quanto fosse tribuno della plebe, non agiva nell’interesse del popolo. Nel pensiero di Gracco, l’idea astratta della volontà popolare era al di sopra di tute le funzioni di controllo e di creazione del consenso che il tribunato della plebe aveva esercitato nei due secoli precedenti. Dopo che già diciassette delle trentacinque tribù ebbero votato per la destituzione di Ottavio, prima della lettura del voto decisivo, quello della diciottesima, Gracco chiese ancora una volta a Ottavio di ritirare il proprio veto. Come la cittadinanza riunita in assemblea giudicasse la destituzione, del tutto priva di precedenti e molto dubbia dal punto di vista costituzionale, di un regolare tribuno della plebe, si comprese facilmente a destituzione avvenuta, perché subito dopo cercò, pur vanamente, di linciarlo.

 

Giannino Castiglioni, Mensor romano intento all’utilizzo della groma per tracciare allineamenti ortogonali. Scultura, fusione di bronzo a cera persa, 1936-1937. Reggio Emilia, Museo della Civiltà Romana.

 

Nella commissione preposta all’applicazione della legge agraria, Gracco fece eleggere se stesso, suo fratello Gaio, allora impegnato come soldato nell’assedio di Numanzia, e suo suocero, Appio Claudio Pulcro. Il senato, però, negò alla commissione i fondi necessari. Più ancora, il suo lavoro fu impedito dalla mancanza di esatti rilievi catastali dei territori dell’Italia meridionale. Inoltre, spesso venivano spostate le pietre di confine, terreni sottoposti a diverso regime giuridico venivano confusi insieme, o ancora una porzione di agro pubblico era stata venduta, contro la legge, e i nuovi possessori non volevano restituirla. La commissione agraria fu subissata perciò di denunce. Vista la situazione, Gracco con una legge le affidò quindi anche l’arbitrato nei conflitti, e il ceto superiore perse così ogni voce in capitolo contro questa magistratura, che riuniva in sé la fase istruttoria e quella giurisdizionale.

Cippo gromatico graccano. Illustrazione dal CIL I, 2933a (p. 923) = AE 1973, 222 = AE 1980, 354a, da Celenza Valfortore (FG).

Alla mancanza di fondi della commissione agraria venne poi in soccorso una circostanza favorevole e insperata: Attalo III, re di Pergamo, nel suo testamento lasciò in eredità il proprio regno ai Romani. Infatti, dopo la guerra di Perseo del 168, le continue vessazioni di Roma contro il regno di Pergamo avevano indotto Attalo ad affidarne la responsabilità direttamente ai Romani, dopo la sua morte (che avvenne poi nel 133). Gracco, proponendo per legge di utilizzare gli introiti provenienti dall’eredità di Pergamo per coprire le spese della legge agraria, sorpassò il senato nel suo ambito precipuo, la politica estera e finanziaria. Il senato rischiava perciò di essere messo ai margini dall’assemblea popolare. In seguito a questo attacco frontale, Gracco doveva aspettarsi, al termine della carica, di essere accusato davanti a un tribunale composto esclusivamente da senatori. Il suo rientro nei ranghi della nobilitas non pareva più possibile. Per evitare la fine della propria vicenda, non gli rimaneva che cercare di proseguire nella carica, restando in tal modo giuridicamente inattaccabile.

Quando, nell’estate del 133, si presentò per essere rieletto, molti dei suoi sostenitori, provenienti dalla campagna, non poterono essere presenti, perché era il pieno periodo della mietitura. Il pontifex maximus Publio Cornelio Scipione Nasica riunì allora un folto gruppo di senatori per cercare insieme la svolta decisiva. Diffusero quindi ad arte la voce per cui Gracco avrebbe in realtà mirato al regno, e si sarebbe già addirittura procurato il diadema regale di Attalo. Poi, infuriati, sempre con il sommo sacerdote in testa, assaltarono con i loro accoliti il Campidoglio, dove si svolgevano i comizi elettorali, e il popolino alla vista di tutti quei senatori armati di pietre e randelli arretrò. Due tribuni della plebe colpirono allora Gracco con una gamba di seggio; in totale persero la vita circa duecento Romani. Il cadavere di Gracco fu gettato poi nel Tevere, per impedire che si potesse identificare un luogo preciso dove ricordare e venerare la sua figura di martire politico. Nei mesi seguenti, molti dei suoi sostenitori vennero condannati a morte, senza possibilità di difesa.

 

L’uccisione di Tiberio Gracco. Illustrazione di Denis Gordeev.

 

Un assassinio nel cuore per definizione pacificato della repubblica, anzi addirittura nel centro religioso di Roma, rappresentava un salto di qualità, nella lotta politica. La particolare forma in cui si era manifestata la violenza dei senatori, che non avevano scelto la spada, come sarebbe stato nella consuetudine aristocratica, ma si erano presentati al popolo con armi come pietre e randelli, come se fossero stati essi stessi popolo, doveva far pensare a un tirannicidio.

Tiberio Gracco aveva mirato a sottrarsi al consueto controllo da parte degli appartenenti al suo ordine destituendo il suo collega, facendosi rieleggere e stabilendo l’inoppugnabilità delle decisioni della commissione agraria. Lo sfruttamento delle competenze proprie del tribunato della plebe aveva liberato l’enorme potenziale di questa magistratura, nato nella fase rivoluzionaria della sua fondazione, e aveva creato un precedente che apriva nuove, allettanti prospettive ai giovani aristocratici, in un’epoca di aspra concorrenza e di diminuite risorse.

Questa esplosione di violenza mostra chiaramente il pericolo a cui era esposto il sistema politico di Roma quando le complesse trattative all’interno del suo ceto dirigente venivano bloccate: entrambe le parti erano diventate rappresentative di grandi gruppi, e questo rendeva impossibile qualsiasi concessione, anche parziale. Il consolidamento degli interessi particolari divise la cittadinanza romana, e condusse infine a una sua duratura lacerazione. A tutta questa situazione, si aggiunse l’ambizione personale di Tiberio Gracco, che con la sua proposta clamorosa voleva compensare la perdita d’immagine seguita alle trattative per la capitolazione di Mancino. Soccombere allo strapotere dei nobiles avrebbe significato la fine della sua carriera politica. Secondo il giudizio di uno storico del mondo antico, Bernhard Linke, egli «finì in fuorigioco per la dinamica propria della sua disponibilità al rischio».

 

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Note:

[1] Plutarco, Tiberius Gracchus, 9.

 

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Bibliografia ragionata (tratta da Blösel, pp. 248-250):

BRUNT P.A., The Fall of the Roman Republic and Related Essays, Oxford 1988 (trad. it., La caduta della Repubblica romana, Roma-Bari 1988).

STOCKTON D., The Gracchi, Oxford 1979.

THOMMEN L., Das Volkstribunat der späten römischen Republik, Stuttgart 1989.

 

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Altri studi:

BAUMAN R.A., The Gracchan Agrarian Commission. Four Questions, Historia 28 (1979), pp. 385-408.

BRENDAN NAGLE D., The Etruscan Journey of Tiberius Gracchus, Historia 25 (1976), pp. 487-489.

DART C.J., The Impact of the Gracchan Land Commission and the dandis Power of the Triumvirs, Hermes 139 (2011), pp. 337-357.

GARNSEY P., RATHBONE D., The Background to the Grain Law of Gaius Gracchus, JRS 74 (1985), pp. 20-25.

GEER R.M., Notes on the Land Law of Tiberius Gracchus, TAPhA 70 (1939), pp. 30-36.

KATZ S., The Gracchi. An Essay in Interpretation, CJ 38 (1942), pp. 65-82.

LINDERSKI J., The Pontiff and the Tribune. The Death of Tiberius Gracchus, RQ II (2007), with addenda.

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ROSELAAR S.T., References to Gracchan Activity in the Liber Coloniarum, Historia 58, 2 (2009), pp. 198-214.

STANLEY SPAETH B., The Goddess Ceres and the Death of Tiberius Gracchus, Historia 39 (1990), pp. 182-195.

TANNEN HINRICHS F., Der römische Straßenbau zur Zeit der Gracchen, Historia 16 (1967), pp. 162-176.

TAYLOR L.R., Forerunners of the Gracchi, JRS 52 (1962), pp. 19-27.

TILLEY A., The Ages of the Gracchi, CR 2 (1888), pp. 37-38.

VON STERN E., Zur Beurteilung der Politischen Wirksamkeit des Tiberius und Gaius Gracchus, Hermes 56, 3 (1921), pp. 229-301.

 

 

 

 

La campagna mitridatica di L. Licinio Lucullo

di A. Frediani, I grandi generali di Roma antica. Gli uomini che impressero il loro marchio sulle conquiste, sulle battaglie e sulle guerre della Repubblica e dell’Impero, Roma 2003. pp. 185-211.

 

Tra i luogotenenti nei quali Silla ripose in ogni frangente la maggiore fiducia va annoverato un uomo il cui nome, oggi, sale alla mente anche dei meno acculturati, quando si trovano in presenza di un sontuoso desco: Lucio Licinio Lucullo. È curioso, in effetti, che uno dei migliori comandanti in un’epoca che, pure, di generali in gamba ne produsse parecchi, carente in ambizione, diplomazia e spregiudicatezza, semmai, più che in capacità strategiche e coraggio, abbia lasciato in ambito militare una traccia di sé solo negli addetti ai lavori, consegnando il proprio nome ai posteri solo per quella piccola, ultima parte della sua vita in cui egli fece sfoggio di essere un ostentato gaudente. Invece, per quanto riguarda il periodo in cui ebbe modo di distinguersi come condottiero, il protagonista di questa digressione tra i “grandissimi” Mario e Silla, Cesare e Pompeo, si è saputo costruire una notevole reputazione bellica, anche se l’epoca dei grandi talenti in cui ha vissuto lo ha premiato meno di quanto avrebbe ottenuto anche solo mezzo secolo prima o dopo. Lucullo non nasce soldato, in base a quel poco che possiamo evincere dalle scarne notizie forniteci dai cronisti a proposito della prima parte della sua esistenza; ma nasce bene, molto bene, da una famiglia che, per parte di padre, aveva dato un console alla res publica durante la guerra in Spagna, mentre da parte di madre, per quanto riguarda i personaggi di prestigio, c’era solo l’imbarazzo della scelta, trattandosi dei Metelli. Cicerone, che fu suo intimo amico, ci dice che Lucullo trascorse la giovinezza dedicandosi all’attività forense, ma sappiamo che partecipò con Silla, in qualità di tribunum militum, alla guerra sociale, che ebbe termine allo scoccare dei suoi trent’anni; dovrebbe essere stato proprio lui quell’unico ufficiale che seguì con decisione il suo comandante quando questi decise di entrare manu militari a Roma. Per quanto non citato nelle fonti – lo stesso Silla non gode di ampio spazio nei racconti relativi a quel conflitto –, Lucullo dovette essere coinvolto nel conflitto italico in ampia misura, se ai tempi di Plutarco giravano ancora copie di una sua Storia della guerra sociale in greco, scritta per scommessa.
E di nuovo con Silla lo troviamo nell’87 a.C., in partenza per l’Asia minore come quaestor del grande condottiero nella guerra mitridatica: questore, ovvero, l’uomo di fiducia del capo, il suo coordinatore ed organizzatore. Per i veri e propri episodi marziali il generale preferiva servirsi di gente più esperta, ma a Lucullo furono riservati ruoli di supporto di non poco momento: a lui e al fratello Marco fu affidata la direzione della zecca, e il questore ebbe il suo bel daffare nel trasformare in denaro contante quanto Silla gli aveva ordinato di confiscare ai santuari greci, come Epidauro ed Olimpia – per Delfi gli mancò il coraggio, e dovette pensarci personalmente Silla, assai più privo di scrupoli –, coniando monete d’oro e d’argento, dette “luculliane”, che non si limitarono ad avere corso solo in tempo di guerra. Durante l’assedio di Atene, poi, venne il momento per un compito più operativo. «Padrone della terraferma, ma tagliato fuori dai rifornimenti»[1], a causa della superiorità marittima di Mitridate, Silla aveva bisogno di navi per assicurarsi i collegamenti e le vettovaglie, e il questore fu chiamato a procurargliene: la prima scelta era l’Egitto, Stato virtualmente cliente di Roma, o meglio, da sempre propenso a profondere ricchezze nei confronti dei capitolini per orientarne la politica in senso non aggressivo verso la terra dei faraoni; in subordine, Lucullo avrebbe potuto battere gli antichi centri della Fenicia, o arrangiarsi con quel che trovava da requisire.

 

L. Licinio Lucullo. Busto, marmo, I sec. a.C. Sankt-Peterburg, Hermitage Museum.

 

Con una piccola flottiglia di cinque vascelli, secondo Plutarco, su una nave che cambiava di continuo per non farsi scoprire, secondo Appiano, il nostro Lucullo fece tappa dapprima a Creta, che seppe trarre dalla parte dei Romani, e poi a Cirene, dove pare che abbia lasciato una costituzione, illuminato dai suoi insigni e dotti accompagnatori, il poeta Archia e il filosofo Antioco di Ascalona. Arrivato ad Alessandria dopo aver subito un devastante attacco da parte dei pirati, fu trattato dal faraone Tolomeo IX Sotere Latiro con onori spropositati, senza che però il monarca, in attesa di capire da quale parte spirasse il vento, si sbilanciasse con un’aperta alleanza. Così, Lucullo se ne tornò indietro con uno smeraldo di immenso valore, dono personale del faraone, ma senza navi, che dovette procurarsi lungo la costa siriaca, per poi sostare a Cipro, dove le forze di Mitridate lo aspettavano «in agguato dietro i promontori»[2]; se la cavò con uno stratagemma, facendo tirare in secco l’intera flotta e fingendo di voler svernare sull’isola, per poi invece salpare con poche navi al primo vento favorevole, navigare a vele spiegate di notte ed ammainate di giorno, e raggiungere la fedele Rodi. Da tempo i Rodii ottemperavano alla loro alleanza con Roma compensando con il loro rapporto le deficienze della sua flotta, e anche in questo caso non poterono tirarsi indietro, fornendo un consistente contingente di naviglio; e non furono gli unici, perché qualche nave Lucullo la ottenne anche da altre due città che riuscì a staccare dall’alleanza con Mitridate, Cos e Cnido, utilizzandone i vascelli per una serie di spedizioni contro alcuni centri dell’Egeo che sostenevano il Ponto. A questo punto il questore si vide arrivare una richiesta d’aiuto da parte di Fimbria, il quale stava mettendo in grandi difficoltà Mitridate, che aveva bloccato a Pitane, a ridosso di Pergamo. Il ragionamento del feroce legato non faceva una grinza: lui aveva isolato il re da terra e, se Lucullo avesse fatto altrettanto dal mare con la sua flotta, il sovrano sarebbe stato spacciato; «nessuno avrebbe riportato maggior gloria – affermava Fimbria – di chi gli avesse sbarrato la strada e se ne fosse impadronito mentre tentava di fuggire. Se lui, Fimbria, lo avesse respinto dalla terraferma e Lucullo lo avesse cacciato dal mare la vittoria sarebbe stata di loro due e i Romani non avrebbero tenuto in alcun conto i tanto vantati successi di Silla ad Orcomeno e a Cheronea»[3].

Ma a quei tempi l’appartenenza ad un partito o ad una corrente, a Roma, contava di più dell’interesse comune, e Lucullo non se la sentì di abbandonare la causa sillana, né, forse, di rischiare la sua flotta in uno scontro con quella nemica, largamente superiore; pertanto non si mosse, lasciando a Mitridate la possibilità di fuggire a Mitilene. Inoltre, un uomo come Fimbria, selvaggio, truculento, mariano fino al midollo, non poteva che attirare il disprezzo di un aristocratico come Lucullo, che per carattere non era neanche propenso a turarsi il naso per pura ambizione. Ci fu tuttavia uno scontro navale davanti alla Troade, favorevole al romano, e un altro, nato da una singolar tenzone tra ammiraglie, vicino l’isola di Tenedo, sempre da quelle parti, altrettanto positivo per le armi romane; si trattò degli ultimi combattimenti prima della pace di Dardano, poco prima della quale Lucullo si ricongiunse nel Chersoneso a Silla, che se l’era dovuta cavare da solo. In sostanza, non bisogna aver paura di dire che la missione del questore si era rivelata un vero fallimento, risultando inutile alla causa di Silla e, con il suo rifiuto a Fimbria, all’intera causa romana. Tuttavia, fu a Lucullo che Silla, nel partire alla volta dell’Italia per trarre la sua vendetta sui mariani, si rivolse per ottenere dall’Asia la corresponsione dell’enorme multa imposta alla provincia. E, come afferma Plutarco, «in un incarico così pesante e ingrato, si comportò non solo con onestà e giustizia, ma anche con mitezza»[4], tanto che alcune comunità – ad esempio Delo, Tiatira e Sinnada – finirono per onorarlo come patrono. Pare che il questore abbia applicato un calmiere per i tassi d’interesse, a favore dei provinciali che si rovinavano per estinguere il debito, del 12%, in un’epoca in cui i tassi a ridosso del 50% erano la norma. Anche questa, d’altronde, era una precisa scelta di campo, perché la sua iniziativa ledeva in modo significativo gli interessi dei pubblicani, ovvero degli appaltatori, appartenenti a quella classe di cavalieri le cui esigenze Mario aveva sempre assecondato; Lucullo si arroccava così entro il fortilizio della sua classe aristocratica, manifestando una decisa opposizione a qualsiasi compromesso con quella categoria di nuovi ricchi che determinava ormai il corso della politica romana ed escludeva chi non teneva conto dei loro interessi, a meno che non avesse la forza, il carisma e la mancanza di scrupoli di un Silla, ad esempio. Era, questa, una delle due caratteristiche che avrebbero impedito a Lucullo di “fare carriera”; l’altra, era la sua incapacità di assecondare le aspirazioni dell’altra grande forza della res publica, ovvero l’esercito, e su di essa torneremo: per ora, sia sufficiente considerare che il nostro condottiero avrà cercato di limitare la protervia dei soldati nel fruire dell’acquartieramento nelle abitazioni dei provinciali, secondo quanto deliberato da Silla.

 

Scena di pagamento delle imposte. Rilievo, calcare, fine II sec. d.C. da Neumagen. Trier, Rheinisches Landesmuseum.

 

Il proquestore trovò anche il modo di testare la sua abilità di comandante in capo in occasione della ribellione di Mitilene, l’odierna Lesbo, i cui abitanti vinse in una battaglia campale, bloccando subito dopo la città per mare con la sua flotta. Facendo mostra di un’astuzia che lo avrebbe molto aiutato in seguito, nelle sue prime vittorie da console, evitò le lungaggini di un assedio simulando una ritirata in pieno giorno, per poi tornare la notte stessa a ridosso dell’abitato; i Mitilenesi, festanti, ritennero che fosse l’occasione buona per darsi al saccheggio dell’accampamento romano apparentemente deserto, e si riversarono fuori dalle mura senza alcuna cautela: in tal modo non poterono far altro che soccombere all’attacco dei legionari, che fecero un gran numero di prigionieri e qualche centinaio di morti.

 

Mitridate

 

In Oriente Lucullo rimase fino all’80 a.C., quando tornò a Roma per ritrovarsi edile insieme al fratello, che aveva voluto attendere perché anche lui raggiungesse l’età minima per conseguire la carica. I due Luculli si resero grandemente accetti al popolo allestendo – uno dei compiti connessi all’edilità – giochi sontuosi e spettacoli, nei quali fu introdotto il combattimento tra tori ed elefanti. L’anno seguente fu la volta della pretura, incarico il cui prestigio fu accresciuto dalla contemporanea morte di Silla, che lasciò un testamento nel quale si dichiarava Lucullo tutore del figlio, con tanto di dedica sulle Memorie. Con un tale biglietto di presentazione, il consolato sembrava un obiettivo facilmente conseguibile: dopo uno o più anni di propretura in Africa, infatti, Lucullo lo ottenne, nel 74 a.C., insieme ad un personaggio di secondo piano, Marco Aurelio Cotta.

 

Mitridate VI Eupatore. Statere, Pergamo 88-87 a.C. Au. 8, 45 gr. Recto: testa diademata, voltata a destra del sovrano.

 

Ma in quel momento non era tanto il consolato ad essere importante, bensì la conduzione di una nuova guerra contro Mitridate, il quale mirava ad espandersi a Occidente ai danni della Bitinia filoromana, il cui re, Nicomede IV, per fargli dispetto, poco prima di morire aveva diseredato i figli e lasciato a Roma il proprio regno. Così, quando il consueto, ottuso sorteggio assegnò a Cotta – che non aveva alcuna esperienza bellica – la Bitinia e a Lucullo – che aveva acquisito la sua reputazione militare proprio in Oriente – la Gallia Cisalpina, il nostro condottiero si diede a brigare per ottenere il comando del collega; contemporaneamente, morì anche il governatore della Cilicia, Lucio Ottavio, la cui provincia era un ottimo trampolino di lancio per colpire Mitridate.

Gli intrighi di Lucullo, che anche le fonti più favorevoli non si preoccupano di celare ma solo di attenuare, si spinsero fino alle aperte blandizie nei confronti di Precia, una matrona che aveva l’unico merito di essere la donna di Publio Cornelio Cetego, un tribuno della plebe di quelli tosti, che in quel momento, nonostante avesse un passato da mariano, era in grado di determinare con il suo beneplacito o la sua opposizione alle leggi il corso della politica a Roma. Questi era piuttosto favorevole a Pompeo, che stava combattendo in Spagna contro il generale mariano Sertorio, ma infine la determinazione di Lucullo riuscì a vincere la sua naturale avversione nei confronti di un sillano della prima ora e il console ebbe la Cilicia e l’Asia nonché – com’era ovvio, poiché l’unico altro comandante di rango in circolazione era nella penisola iberica –, la conduzione della guerra contro il re del Ponto; l’unico fastidio che Lucullo dovette sobbarcarsi fu di dover accettare la collaborazione di Cotta, che ebbe l’incarico di reperire la flotta tra gli alleati e di sorvegliare con essa gli stretti. Al comandante fu assegnata una legione, che si sarebbe riunita alle due di Fimbria che stazionavano in Asia al comando del vecchio luogotenente di Silla, Murena, e ad altre due con cui Servilio Isaurico si stava adoperando per eliminare l’endemico pericolo dei pirati; si trattava, in tutto, di 30.000 effettivi di fanteria e 2.000 di cavalleria.

Se pure non ne aveva il carattere, possiamo esser certi che fin da allora Lucullo aveva ben chiaro nella sua mente il disegno di diventare un grande condottiero, forse per riscattare la relativa povertà, fino ad allora, del suo curriculum militare, così come avverrà per Crasso in occasione della disgraziata impresa partica. Ecco cosa dice il suo amico Cicerone, esagerando parecchio in ogni senso, a proposito di questa nuova fase della sua vita:

 

[…] Inviato dal Senato alla guerra contro Mitridate, non solo superò le generali previsioni fatte sul suo valore, ma anche la fama di quanti lo avevano preceduto. E ciò fu tanto più sorprendente, in quanto non ci si aspettava affatto una gloriosa prestazione in campo militare da uno come lui, che aveva impegnato la giovinezza nell’attività forense e trascorso il lungo periodo della questura nella pace, in Asia, mentre Murena conduceva la guerra nel Ponto. Ma l’incredibile grandezza del suo ingegno fece sì ch’egli non sentisse la mancanza di quella disciplina dell’esperienza, che non si può insegnare. Pertanto, dopo aver consumato tutto il tempo del viaggio e quello della navigazione, parte consultando gli esperti, parte leggendo storie di imprese militari, giunse in Asia generale fatto, lui che era partito da Roma senza alcuna esperienza di cose militari[5].

 

L’impresa pareva fatta apposta per consegnare ai posteri la fama di chi l’avesse compiuta: il prossimo teatro di guerra erano gli stessi territori che avevano costituito lo scenario entro cui Alessandro Magno aveva consacrato se stesso all’eternità; il nemico, un mostruoso despota che si era reso responsabile del massacro di ben 80.000 Romani, per il quale l’intero popolo capitolino reclamava vendetta, sembrava fatto su misura per rendere immortale il Romano che lo avesse battuto. Il nuovo comandante che si presentò ai soldati «ormai corrotti dall’ozio e dagli agi e dai Fimbriani, come venivano chiamati, divenuti intrattabili per lunga abitudine all’indisciplina», era di pasta diversa rispetto a quelli che lo avevano preceduto: «quella, a quanto pare, era la prima volta che si trovavano di fronte un vero capo, perché fino ad allora erano stati solo strumento di demagogia per dei comandanti che cercavano esclusivamente di compiacerli»[6]. Lucullo si accingeva infatti ad affrontare l’arduo compito che lo aspettava aggiungendovi un ulteriore motivo di complicazione, gestendo cioè in modo del tutto anacronistico il suo rapporto con la truppa: niente privilegi, niente facilitazioni; nessun agio che non appartenesse strettamente alla vita di campo, nessuna gratificazione che esulasse quelle previste dalla manualistica militare; una radicale controtendenza rispetto all’atteggiamento comune a tutti i comandanti dell’epoca, da un quarto di secolo a questa parte, dai più grandi ai mediocri.

 

Soldati romani in Oriente (II-I sec. a.C.). Illustrazione di G. Sumner.

 

L’avversario che Lucullo stava per affrontare era un uomo che aveva cercato di trarre partito dalla lezione che gli aveva inflitto Silla; non si trattava più dell’incauto smargiasso che aveva mandato orde eterogenee di improvvisati soldati allo sbaraglio contro le collaudate armate romane. Consapevole che il possesso della provincia d’Asia e, ora, anche della Bitinia, dava ai Romani il controllo totale degli stretti e lo confinava intorno al Ponto Eusino, Mitridate

 

si curò dunque dei preparativi come se stesse decidendo il tutto per tutto. Per il resto dell’estate e per tutto l’inverno tagliò legname, allestì navi e armi, distribuì due milioni di medimni di grano [78.000 tonnellate] lungo le coste. Oltre alle forze che aveva già, vennero a lui come alleati i Calibi, gli Armeni, gli Sciti, i Tauri, gli Achei, gli Eniochi, i Leucosiri e quanti, presso il fiume Termodonte, occupano le terre dette “delle Amazzoni”. Queste furono le forze che, oltre alle sue, si congiunsero in Asia. Quanto all’Europa, furono con lui le tribù sauromate dei Basilidi, degli Iazigi e dei Coralli, quelle dei Traci che abitano lungo l’Istro, presso il Rodope e l’Emo, e inoltre i Bastarni, il popolo più bellicoso di tutti[7].

 

Plutarco, dal canto suo, precisa:

 

[…] proibì le grida minacciose dei barbari nelle diverse lingue, armi e suppellettili d’oro e di pietre preziose che costituivano un ricco bottino per i vincitori e non servivano certo a dare coraggio a chi le possedeva; al loro posto fece costruire spade di foggia romana e scudi pesanti preoccupandosi di raccogliere cavalli ben allenati invece che riccamente bardati. Così mise insieme centoventimila fanti, disposti secondo la formazione romana, e circa sedicimila cavalieri, senza contare le quadrighe falcate in numero di cento. Allestì inoltre navi senza più baldacchini dorati, bagni per le concubine e ginecei lussuosi, ma piene di armi da difesa e da attacco e di rifornimenti vari[8].

 

Nicomede IV di Bitinia. Tetradramma, Nicomedia, 94-74 a.C. ca. AR 14, 59 gr. Recto: Testa diademata del sovrano, voltata a destra.

 

Ancora una volta, nella primavera del 73 Mitridate assunse decisamente l’iniziativa, non con una provocazione ma secondo criteri militari razionali. Dichiarandosi campione del figlio di Nicomede, invase la Bitinia per metterlo sul trono, e allo stesso tempo inviò un esercito al comando di Diofanto, in Cappadocia, per sbarrare a Lucullo la strada per il Ponto. Il primo guaio, per i Romani, fu che le popolazioni asiatiche, vessate dai pubblicani, lo accolsero con favore; il secondo fu l’ottusità di Cotta, che accettò battaglia con Mitridate senza attendere il ricongiungimento con le forze del collega. Quest’ultimo, infatti, avanzava verso il fiume Sangario con l’obiettivo di prendere alle spalle il re del Ponto, giunto nella regione di Calcedonia, sulla sponda asiatica del Bosforo, mentre Cotta lo bloccava di fronte. Mitridate puntava a sconfiggere i due eserciti separatamente, e provocò immediatamente a battaglia Cotta, che ebbe il torto di accettare; il console rimediò una sconfitta devastante per terra, con migliaia di perdite, e una ancora più decisiva via mare, dove il prefetto Rutilio Nudo si fece incendiare una parte della flotta, mentre il rimanente, sessanta vascelli, gli veniva letteralmente portato via al traino dalle navi dell’avversario.

Cotta finì assediato a Calcedonia e il re, proseguendo nella sua strategia di evitare di essere preso tra due fuochi, rimase nei pressi della città a soprintenderne il blocco, e inviò una parte delle sue truppe contro l’altro console, al comando di Marco Mario, un luogotenente di Sertorio che il valoroso generale proscritto gli aveva mandato dalla Spagna. Lucullo si trovò di fronte quest’ultimo esercito nei pressi del lago Ascanio, in località Le Otrie, ma quella che si prospettava come la sua prima battaglia campale non ebbe luogo: pare che una meteora sia caduta proprio tra i due schieramenti mentre si accingevano al combattimento e i rispettivi comandanti, considerandolo un cattivo auspicio, rinunciarono allo scontro. D’altronde, Lucullo era già orientato a dare avvio alla campagna con una tattica alla “Fabio Massimo”:

 

Lucullo, pensando che nessuna riserva umana di rifornimenti e nessuna ricchezza avrebbe mai potuto nutrire a lungo le migliaia di uomini di Mitridate, per di più avendo il nemico schierato di fronte, fece chiamare a sé uno dei prigionieri. Anzitutto gli domandò quanti compagni dormissero in tenda con lui e poi quanti viveri erano rimasti nella sua tenda quando era stato catturato. Dopo che l’uomo ebbe risposto, lo congedò e ne interrogò un secondo e poi un terzo, ponendo a tutti le medesime domande. Infine, confrontando la quantità di viveri disponibile col numero dei soldati, arrivò alla conclusione che entro tre o quattro giorni le provviste nemiche sarebbero venute meno. E quindi, a maggior ragione, si confermò nella decisione di prendere tempo. Intanto ammassò dentro l’accampamento grandi quantità di viveri: così, circondato dall’abbondanza, poteva attendere le ristrettezze nelle quali sarebbe venuto a trovarsi il suo avversario[9].

 

Per Mitridate, dunque, era vitale procurarsi una sicura base di collegamento tra la propria flotta e l’esercito, per assicurarsi una via protetta per i rifornimenti. Toccò a Cizico, l’unica città della costa dell’Ellesponto ancora fedele ai Romani e uno dei centri più floridi dell’Asia Minore, essere prescelta quale successivo obiettivo del re pontico. Espugnarla non era impresa di poco conto: a parte la grande ricchezza di vettovaglie, macchine da difesa ed armi di vario genere, che i cittadini tenevano in tre rispettivi magazzini, la città sorgeva su un’isola collegata alla terraferma da una lingua di terra, era difesa da massicce mura divise da un’altura, il monte Dindimo, e dotata di due porti. Ma Mitridate aveva con sé 50.000 fanti e 400 navi, con i quali le pose il blocco per terra e per mare, e soprattutto il tessalo Niconide, grande esperto di macchine ossidionali. Presa posizione sul monte Adrastea, di fronte alla città, il sovrano fece circondare l’obiettivo con un doppio muro e un fossato, con terrapieni su cui dispose macchine d’ogni sorta: torri, testuggini dotate di ariete, una elepoli di quasi diciotto metri, «da cui si levava un’altra torre che con le catapulte vomitava pietre e vari proiettili»[10]; sul mare, due quinqueremi attaccate ospitavano una torre dalla quale, una volta vicina alle mura, usciva un ponte azionato da un meccanismo. Mitridate obbligò quindi 3.000 Ciziceni che aveva catturato alla battaglia di Calcedonia a schierarsi sotto le mura e a supplicare i concittadini di arrendersi, ma Pisistrato, il comandante della città, tenne duro e non si fece commuovere.

 

Roma in Oriente (73-71 a.C.).

 

Appiano descrive nei particolari i primi tentativi del re di prendere la città, dapprima mediante il marchingegno sulle navi, la cui efficacia fu scongiurata dagli assedianti mediante il getto di fuoco e pece, dopo che soli quattro uomini erano riusciti a salire sulle mura, poi con un massiccio assalto poliorcetico da terra, contro il quale i Ciziceni si produssero in una fiera difesa: «Spezzavano gli arieti con pietre o li piegavano con l’aiuto di corde o ne smorzavano la forza con stuoie di lana, rimediavano ai proiettili incendiari con acqua ed aceto, agli altri proiettili toglievano la forza con stoffe interposte davanti o con tele penzolanti»[11]. Una parte del muro crollò, ma gli assedianti non fecero in tempo ad approfittarne perché esso fu ricostruito la notte stessa, e non ebbero più modo di riprovarci, a causa del forte vento che, in seguito, distrusse gran parte dei macchinari.

Lucullo arrivò solo in un secondo momento nei pressi della città assediata, e sulle prime la sua armata fu scambiata dai Ciziceni per un contingente di rinforzo dello sterminato esercito pontico; ogni dubbio dei cittadini fu fugato quando, nottetempo, arrivò da loro a nuoto un messaggero, dopo una traversata di sette miglia nel lago che collegava il mare alla città «tenuto a galla da due otri, aggrappato all’asticella che li univa e remigando con i piedi sott’acqua»[12]. L’accampamento, grazie alla collaborazione di un proscritto romano pentito, fu posto su un’altura a sud della città, in una posizione che permetteva all’esercito consolare di ostacolare le vie di comunicazione e di rifornimento di Mitridate, costringendo il re «a subire quello che stava facendo»[13]. Ben presto il sovrano, anche a causa dell’approssimarsi dell’inverno, si trovò a corto di viveri, ma della carestia imperante tra le sue truppe nessuno osò informarlo, fino a quando non si verificò anche un’epidemia tra i soldati che, pare, erano ridotti a cibarsi d’erba, e perfino di interiora umane.

 

Cavalleria pontica. Illustrazione di J.D. Cabrera Peña.

 

Mitridate si risolse quindi a liberarsi della cavalleria e delle bestie da soma, nonché «dei fanti a cui poteva rinunciare», che fece partire verso ovest mentre Lucullo era impegnato nella conquista di un castello nei dintorni della città assediata. Ma al console non sfuggì la faccenda, e tornato nottetempo all’accampamento, prese con sé una legione e parte della cavalleria dandosi all’inseguimento del contingente pontico in ritirata. La neve e il gelo lo obbligarono a lasciare per strada molti dei suoi, tuttavia gli riuscì di arrivare a contatto dei nemici con un numero di uomini sufficiente a sterminarli mentre attraversavano un fiume, forse il Kokasu: pare che le donne della vicina città di Apollonia abbiano avuto tutto l’agio di spogliare e depredare le migliaia di cadaveri che giacevano lungo le rive del corso d’acqua, mentre Lucullo, alla sua prima battaglia campale – in realtà non più di un tiro al bersaglio – se ne tornava alla base con oltre 20.000 prigionieri.

Per Mitridate la faccenda di Cizico si stava rivelando un fiasco. Il re aveva costruito dei terrapieni che collegavano il monte Dindimo alle mura della città, con lo scopo di arrivare a minare queste ultime, ma furono gli assediati a farli crollare, insieme alle macchine che vi aveva piazzato sopra; per giunta, i suoi uomini erano ormai talmente provati da non riuscire neanche ad opporsi alle sempre più frequenti sortite dei difensori. Pertanto, decise che era tempo di svincolarsi, e salpò con la sua flotta alla volta di Pario, dove arrivò con solo una parte del naviglio, distrutto da una tempesta, lasciando il suo accampamento al saccheggio dei Ciziceni; «Lucullo, spettatore dell’altrui disfatta senza perdite proprie, ottenne così un nuovo genere di vittoria»[14].

Fallì anche il tentativo del sovrano di mettere i bastoni tra le ruote a Lucullo, inviando nell’Egeo il proprio ammiraglio Aristonico con un gran quantitativo di denaro per corrompere i legionari “fimbriani”, la cui fama giustificava un simile proposito: il suo messo fu infatti tradito e consegnato allo stesso console. L’esercito pontico, invece, si ritirò per terra alla volta di Lampsaco, ma fu sorpreso da Lucullo sul Granico, il fiume della Misia divenuto celebre per la prima vittoria di Alessandro sui Persiani; il generale aggredì i 30.000 effettivi di fanteria che il re aveva affidato a Mario ed Erme e ne fece strage, completando il suo successo, forse, con una seconda battaglia, sull’Esopo: almeno così si possono conciliare le diverse ubicazioni indicate dalle fonti.

A Cizico, Lucullo fu accolto come un trionfatore, e pare che in suo onore siano stati anche istituiti dei giochi, i Lucullea. Ma il condottiero non poteva permettersi di riposare sugli allori, come gli fece notare la dea Afrodite apparsagli in sogno: c’era da ripulire il mare dalle flottiglie sparse di Mitridate, e non esitò ad attaccare tredici quinqueremi nei pressi del promontorio del Sigeo, definito dalle fonti “porto degli Achei” in ricordo della guerra di Troia; in questa occasione, i vascelli finirono nelle sue mani e cadde il comandante Isidoro, celebre pirata passato al servizio di Mitridate, che aveva dato filo da torcere ai Romani nel tratto di mare tra Creta e Cilicia.

Ma il vero colpaccio il condottiero lo fece poco dopo, intercettando una flotta di 50 navi al comando di Mario, del paflagone Alessandro e dell’eunuco Dionisio. All’avvicinarsi della flotta romana, costoro riuscirono a riparare su un’isola nei pressi di Lemno, probabilmente Chryse – dove Filottete era stato morso da un serpente –, e a tirare in secco le navi. In questo modo, si tenevano fuori dalla portata di tiro dei Romani, e Lucullo si risolse ad aggirare l’isola facendo sbarcare un contingente di fanti sul lato opposto; la pressione di questi ultimi spinse gli avversari a imbarcarsi nuovamente, solo per vedersi precluso il mare aperto dalla flotta capitolina. Finì che i Pontici furono massacrati dal tiro concentrico da terra e dal mare, Mario giustiziato, Dionisio ed Alessandro scovati in una grotta e riservati per il trionfo (ma l’eunuco si uccise col veleno).

Le gratificazioni di Cizico e queste vittorie navali incrementarono, e di molto, la fiducia in se stesso del comandante romano, al punto da indurlo a rifiutare uno stanziamento di diciotto milioni di denari e l’invio di una flotta da parte del Senato: una decisione che non si spiega se non con la sua volontà di fugare ogni dubbio sulle difficoltà di sconfiggere una volta per tutte Mitridate, dimostrando di avere la situazione sotto controllo. Ma per quanto disastrosi fossero gli esiti delle sue imprese, il re se la cavava sempre; sfuggì per un pelo a Lucullo in Bitinia, e raggiunse il Ponto valendosi di un passaggio su una bireme dei pirati, dopo che un’altra tempesta gli aveva inflitto più perdite di quelle propinategli dai Romani.

 

Banchetto funebre. Stele funeraria di Matricone, figlio di Promatione, marmo, I sec. a.C. ca. da Calcedone. Istanbul, Arkeoloji Müzesi.

 

Il rifiuto di rinforzi da parte del proconsole appare tanto più ingiustificato ove si consideri che nessuno, a Roma, voleva un’altra pace negoziata come quella stipulata da Silla, e lo stesso Lucullo era sempre più solleticato dalle prospettive che si aprivano all’artefice di un’eventuale espansione romana verso Oriente. Non a caso, la sua mossa successiva fu l’invasione del Ponto e l’inseguimento di Mitridate, mentre Cotta puntava su Eraclea e il luogotenente Triario si occupava della flotta di collegamento con la Spagna. Sulle prime, si trattò di una marcia dura, tra le devastazioni della Bitinia, che obbligò il condottiero a valersi dell’apporto di 30.000 Galati come portatori di frumento; poi con la buona stagione, nel corso del 72 a.C., una volta entrati in territori non vessati dalla guerra, oltre l’Halys, i Romani reperirono ogni ben di dio: bovini, suini e schiavi si trovarono in abbondanza, al punto che, «delle altre prede, i soldati non sapevano cosa farne, anzi alcuni le abbandonavano, altri le lasciavano deperire; infatti, avendone tutti una grande quantità, non vi era possibilità di venderle a nessuno»[15].

Tuttavia i legionari trovarono il modo di lamentarsi con il loro comandante, che tendeva ad accordarsi con le città che incontrava lungo il tragitto, limitandosi a devastarne il territorio circostante, invece di espugnarle con la forza e gratificare così i suoi soldati del conseguente bottino. E tanto fecero, i soldati, che Lucullo dovette rinunciare al suo proposito di economizzare forze e risorse e concesse loro l’assedio di due centri importanti, Amiso, residenza reale, e Temiscira, sul Termodonte, nel pieno del territorio che, secondo gli antichi, aveva ospitato il regno delle Amazzoni, da una delle quali la città aveva preso il nome. Sfortunatamente per i Romani, dalle donne guerriere gli abitanti di Temiscira avevano ereditato la combattività, e l’esercito di Lucullo s’impelagò in un assedio dalle difficoltà inopinate. Secondo quanto riferisce Appiano,

 

I soldati che fronteggiavano Temiscira fecero avanzare torri contro il nemico, crearono dei terrapieni e scavarono gallerie così grandi che sotto terra ci furono scontri massicci. I Temisciri dall’alto scavarono condotti contro i Romani, e contro i lavoratori gettavano orsi e altre fiere e sciami d’api[16].

 

Nel complesso, comunque, la marcia era più lenta del lecito, e in seguito varrà a Lucullo una serie di accuse di aver favorito il nemico per prolungare la guerra e, quindi, il proprio comando. Allora, il proconsole così ribatteva alle lamentele dei soldati:

 

Proprio questo – rispondeva – io voglio e cerco di ottenere indugiando, che Mitridate ridiventi grande e raccolga forze in grado di combattere, in modo che allora ci attenda a battaglia e non fugga più al nostro avanzare. Non vedete che ha alle spalle una regione immensa e deserta? E vicino si erge la catena del Caucaso, con montagne altissime e gole profonde, sufficienti a nascondere non uno ma diecimila re che vogliano evitare il combattimento[17].

 

C’era poi la questione dell’Armenia. Vi regnava un tizio, Tigrane, che si faceva chiamare “re dei re”, per aver espanso il proprio regno, al suo avvento al trono poco più che minuscolo, inglobando Cilicia, Fenicia, Siria e sottraendo ai ben più potenti Parti ampi settori come la Mesopotamia settentrionale e l’Atropatene; per giunta, aveva sposato la figlia di Mitridate e, se questi si fosse trovato in forti difficoltà, riteneva Lucullo, avrebbe finito per tirarsi dietro anche il genero, costringendo i Romani ad affrontare una pericolosa coalizione. Insomma, Lucullo procedeva nella sua guerra, ma senza fare arrabbiare troppo il suo avversario, che intanto si era fermato a Cabira, nell’Armenia minore a nord del Lico, dove aveva radunato l’ennesimo esercito, composto da 40.000 fanti e 4.000 cavalieri, al comando dei suoi generali Tassile e Diofanto. Era venuto il momento dello scontro campale, e Lucullo lasciò Licinio Murena, figlio del luogotenente di Silla, a continuare l’assedio ad Amiso, muovendo con tre legioni alla volta del Lico attraverso le montagne, continuamente spiato dalle postazioni avanzate del re, che comunicavano con le retrovie mediante l’accensione di fuochi.

 

Scuola di Bryaxis o di Timoteo, Amazzonomachia. Bassorilievo, marmo pentelico, metà IV sec. a.C. ca. da un fregio funerario. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

Con la sua netta superiorità nella cavalleria, Mitridate cercò subito lo scontro in pianura e, dopo un primo combattimento nel quale i cavalieri romani ebbero la peggio, Lucullo si guardò bene dall’accettarne altri, puntando piuttosto ad aggirare lo sbarramento montano che si ergeva davanti a lui. Ci riuscì con l’aiuto di una guida locale, guadagnando una solida posizione in alto – «da cui se voleva combattere poteva raggiungere il nemico e se preferiva starsene tranquillo gli era possibile rimanere al coperto da un attacco»[18] –, che aveva l’unico e non indifferente neo di permettere a Mitridate di tagliare ai Romani le vie di comunicazione con la Cappadocia. Seguirono giornate piuttosto dense di avvenimenti, con varie scaramucce, durante le quali il comandante capitolino inflisse umilianti punizioni ai soldati che si erano resi responsabili di fughe durante gli scontri. Ci fu anche un tentativo di assassinarlo da parte di un sicario che aveva finto di aver litigato con il re per poter essere ricevuto dal proconsole in privato; ma l’attendente di quest’ultimo impedì all’assassino di entrare nella tenda del comandante, per il solo fatto che questi stava dormendo: come asserisce Plutarco, il sonno, che ha ucciso molti generali, salvò Lucullo. Infine, la situazione di stallo fu decisa da uno dei contingenti incaricati di assicurare i rifornimenti con la Cappadocia, comandato da tale Adriano, che secondo le fonti sterminò praticamente fino all’ultimo uomo le forze mandategli contro da Mitridate, 2.000 cavalieri e 4.000 fanti al comando di Menemaco e Mirone.

Conoscendo la facilità allo scoramento dei propri improvvisati soldati, il re cercò di non dar peso al disastro, ma Adriano lo servì a puntino sfilando davanti al suo accampamento ed ostentando sia il grano che i nemici non erano riusciti a sottrargli sia il bottino guadagnato dallo scontro; come previsto, ciò gettò nel panico più completo l’esercito pontico, che si diede ad una fuga caotica nella quale trovò la morte il generale Dorilao, sconfitto ad Orcomeno da Silla, e fu travolto lo stesso sovrano, che faticò a trovare un cavallo. Il re riuscì a sottrarsi all’inseguimento dei Romani solo perché uno dei suoi muli addetti al trasporto dell’oro finì nelle loro mani, e costoro si fermarono a lungo per disputarsi il prezioso carico. Finì per riparare dal genero, dando ordine di far uccidere tutte le sue mogli e sorelle, che vivevano a Farnacia, prima che cadessero nelle mani dei nemici.

Lucullo si spinse nell’inseguimento del re fino a Taularia, sulla riva settentrionale del Lico, dove Mitridate aveva stipato parte dei suoi tesori, e poi se ne tornò indietro fino ad Amiso, che ancora resisteva, mietendo qualche conquista lungo la via, nella cosiddetta Armenia Minore e dalle parti di Temiscira. Ad Amiso il greco Callimaco svolgeva lo stesso ruolo che era stato di Archimede a Siracusa un secolo e mezzo prima, e i Romani si trovarono a mal partito davanti alle sue macchine belliche. Il condottiero riuscì infine a sorprenderlo promuovendo un attacco nell’ora che abitualmente assegnava al riposo dei suoi soldati, e ciò gli valse la conquista di un tratto di mura, alla quale seguì la fuga dello stesso comandante; questi, però, non intendeva far fare bottino ai Romani, e se ne andò appiccando ovunque il fuoco, che i legionari non si curarono di spegnere, affannandosi invece nel saccheggiare quanto più possibile prima che l’incendio distruggesse tutto. Si dice che Lucullo deprecò la propria sorte, che non gli aveva consentito di emulare Silla, il quale aveva conquistato Atene senza distruggerla, e si dedicò alla ricostruzione della città.

Seguì un periodo di tregua tra il 71 e il 70 a.C., durante il quale il proconsole, stabilitosi ad Efeso, attese che il suo inviato presso Tigrane, il cognato Appio Claudio Pulcro, gli guadagnasse la consegna di Mitridate; nel frattempo, concentrò la propria attenzione all’amministrazione della provincia, che senza il suo occhio vigile era divenuta preda di veri e propri estorsori, i quali riducevano in schiavitù quanti si erano rivolti a loro per farsi prestare i soldi dei tributi, senza riuscire a restituire il denaro, a causa degli altissimi tassi d’interesse. «Ma ciò che avveniva prima – riporta Plutarco – era ancora peggiore, perché venivano torturati con tratti di corda, aculei e cavalletti, d’estate esposti ai raggi del sole, e d’inverno immersi nel fango o nel ghiaccio: così la schiavitù finiva per apparire loro come una liberazione, un beneficio»[19]. L’imposizione, da parte del governatore, di tassi che non superassero il 12% annuo, e la sua volontà di conservare ai debitori una gran parte del loro reddito, gli guadagnò la gratitudine delle popolazioni – gratificate anche di ludi, feste, gare atletiche e competizioni gladiatorie –, meno utile, in verità, dell’ostilità che montò nei suoi confronti a Roma tra quanti erano legati ai “capitalisti” che speculavano in Oriente.

 

Battaglia di Tigranocerta, 69 a.C..

 

Tigrane e l’invasione dell’Armenia

 

La stasi bellica finì quando Appio Claudio tornò dal suo comandante senza buone notizie. Tigrane aveva un’alta concezione di sé, tanto da tenersi sempre accanto come attendenti ben quattro re, che gli correvano davanti a piedi quando lui andava a cavallo e lo circondavano quando era sul trono; sebbene detestasse Mitridate, tanto da costringerlo ad una lunga anticamera prima di accordarsi con lui, si era risentito della sicumera dell’inviato romano e del fatto che Lucullo, nella sua lettera, lo avesse chiamato solo “re” e non “re dei re”, e aveva rifiutato la consegna del suocero. Il condottiero non se l’aspettava proprio, a quanto pare: «si domandò con meraviglia – afferma Plutarco – come mai l’Armeno, se aveva intenzione di attaccare i Romani, non avesse cercato la collaborazione di Mitridate, quando questi era al colmo della sua potenza, unendo le sue truppe a quelle ancora forti del re invece di lasciarlo a logorarsi, e cominciasse la guerra non con così esili speranze di successo, affiancandosi a chi non era più nemmeno capace di reggersi in piedi»[20]. Era tempo di riprendere a combattere, e Lucullo partì nuovamente alla volta del Ponto, assalendo la città natale del re, Sinope, difesa da una guarnigione di Cilici che opprimeva la popolazione greca. I difensori che non si erano dati alla fuga furono massacrati e la popolazione trattata con i guanti bianchi, per assicurarsi le retrovie sicure – perfino il figlio di Mitridate, Macarete, si propose come alleato – in vista dell’invasione dell’Armenia, cui il proconsole diede avvio all’inizio del 69, in piena stagione invernale, con due legioni e 500 cavalieri. L’impresa non era guardata con favore praticamente da nessuno:

 

Sembrava a tutti un pazzo temerario poiché voleva gettarsi, senza prospettive di salvezza, in mezzo a popoli bellicosi che disponevano di una cavalleria di decine di migliaia di unità, in un paese vasto, attraversato da fiumi profondi, cinto da monti sempre coperti di neve. Perciò i suoi soldati, già poco disciplinati, lo seguivano malvolentieri, pronti a ribellarsi. A Roma i demagoghi della plebe sbraitavano accusando pubblicamente Lucullo di passare di guerra in guerra, senza alcun vantaggio per la città, al solo scopo di non deporre più le insegne del comando e di continuare ad arricchirsi sui rischi della comunità, e col tempo costoro riuscirono nel loro intento[21].

 

Il passaggio dell’Eufrate, che sancì l’inizio della campagna, avvenne sotto i migliori auspici, rivelandosi più facile del previsto perché, nonostante il fiume fosse in piena e ciò presupponesse la costruzione di un ponte di barche, il suo livello scese improvvisamente – come se si volesse prostrare davanti a un essere superiore, secondo quanto interpretarono gli abitanti del luogo – permettendo il passaggio delle truppe. Ai soldati non fu consentito né il saccheggio delle campagne né l’assedio delle città – «avanzava chiedendo ai barbari solo ciò che era necessario», afferma Appiano[22] –, durante il cammino fino alla catena del Tauro, alla quale i Romani arrivarono senza che Tigrane avesse l’idea dell’avanzata nemica. Pare che, dopo aver visto rotolare la testa del primo malcapitato disfattista che era venuto ad annunciare al re l’avvicinamento di Lucullo, nessun altro avesse osato tenere il sovrano armeno al corrente della marcia del proconsole, finché al successivo informatore non fu assegnato un esercito con l’ordine tassativo «di ricondurre vivo il capo romano e di schiacciare tutti gli altri». Mitrobarzane, così si chiamava il temerario, si avvicinò ai Capitolini mentre stavano allestendo l’accampamento, ma non seppe approfittarne, perché Lucullo gli mandò contro il proprio luogotenente Sestilio con un contingente di fanti e 1.600 cavalieri; nacque uno scontro nel quale cadde lo stesso comandante armeno, e alla sua morte seguì l’immediata dispersione delle sue forze.

 

Soldati di Mitridate VI del Ponto. Illustrazione di Á. García Pinto.

 

La sconfitta fu sufficiente ad indurre Tigrane ad abbandonare la sua capitale Tigranocerta, situata ad est del Tigri, ma solo per essere sorpreso da Murena in una strettoia tra le montagne, dove i suoi uomini, costretti a procedere quasi in fila indiana, furono uccisi o fatti prigionieri dai Romani; il re fu tra quanti riuscirono a svincolarsi, ma il suo esercito perse tutte le salmerie. La «città che Tigrane aveva fondato in onore di se stesso» divenne il successivo obiettivo dei Romani, che la posero sotto assedio. E doveva trattarsi di una roccaforte spettacolare, secondo quanto ci racconta Appiano degli allestimenti del re armeno:

 

Lì fece venire gli uomini migliori comminando la confisca di tutti i beni che essi non avessero portato con sé. Circondò la città con mura di cinquanta cubiti, ai cui piedi pose molte stalle per i cavalli; fece costruire nel sobborgo la reggia e grandi parchi, molte riserve di caccia e laghi; nei paraggi fece erigere anche una possente fortezza[23].

 

L’assedio fu avviato da Sestilio, che circondò la città e la fortezza di un fossato, accompagnato da macchine da lancio, e fece scavare gallerie per arrivare a minare le mura. Lucullo era convinto che il re, borioso ed impulsivo, non avrebbe esitato a venire in soccorso alla sua città, offrendogli battaglia campale che il proconsole cercava prima che il tempo logorasse le sue forze. In effetti, le sole esitazioni di Tigrane furono dovute ai suggerimenti di Mitridate, che gli inviava lettere su lettere per scongiurarlo di puntare piuttosto a tagliare i rifornimenti dei Romani valendosi della superiorità e della mobilità della cavalleria, e di Tassile, il generale pontico che lo stesso Mitridate aveva inviato al genero. Sulle prime, il sovrano armeno parve attenersi ai consigli del suocero, ma quando iniziarono ad affluire al suo cospetto effettivi in quantità industriale – le fonti variano da un minimo di 70.000 ad un massimo di 700.000 uomini –, tra le popolazioni che abitavano l’area tra il Golfo Persico e il Mar Caspio, egli si convinse che Mitridate volesse privarlo di una vittoria certa per pura invidia, e mosse verso i Romani senza neanche aspettare l’altro monarca, lamentandosi perfino, pare, di dover affrontare il solo Lucullo e non, diceva, i comandanti romani tutti.

D’improvviso, Lucullo si trovò stretto tra la città assediata e lo sterminato esercito del re, che si era accampato in una vasta pianura presso l’affluente del Tigri, Niceforio, per permettere alla potenza dei suoi cavalieri corazzati di sprigionare tutta la sua efficacia. «Alcuni dei suoi ufficiali consigliavano a Lucullo, che stava tenendo un consiglio di guerra sull’imminente battaglia, di rinunciare all’assedio e di muovere contro Tigrane, altri lo ammonivano di guardarsi bene dal lasciarsi alle spalle tanti nemici. Egli rispose che, preso separatamente, né l’uno né l’altro consiglio era buono, ma buoni diventavano tutti e due combinati insieme»[24]. Dopo aver partecipato in prima persona alle varie fasi dell’assedio, scampando ripetutamente ai tiri degli arcieri dagli spalti o alle colate di nafta versate contro le macchine da lancio, il condottiero lasciò dunque la responsabilità del blocco alla città a Murena, cui diede 16.000 uomini, e se ne portò dietro 14.000, suddivisi in 10.000 fanti, mille arcieri e frombolieri, 3.000 cavalieri. Quando il suo misero esercito apparve al re, che secondo Livio disponeva di forze venti volte superiori, questi ingaggiò una gara di battute canzonatorie con i suoi generali, vincendola con la celebre frase: «se vengono come ambasciatori sono molti, se invece vengono come combattenti, pochi!». Né la protervia venne meno all’alba del giorno seguente, quando vide i legionari marciare lungo il fiume che divideva i due schieramenti, quello armeno a oriente, quello romano a occidente.

Poiché Lucullo stava puntando verso un tratto guadabile situato in corrispondenza di un punto in cui il corso d’acqua curvava a gomito, parve a Tigrane che i Romani, seguendone l’andamento, marciassero verso ovest, ovvero che si ritirassero. Ma Tassile gli fece notare che «quegli uomini, quando sono in marcia, non usano indossare vesti smaglianti e portare gli scudi ben lucidati e gli elmetti scoperti, come ora che hanno tolto le armi dai foderi di cuoio; quel luccichio significa che essi si accingono a combattere e che stanno marciando contro il nemico»[25].

Solo allora Tigrane si svegliò dal suo torpore e, mentre i primi legionari si accingevano a guadare il fiume, diede ai propri generali l’ordine di schierarsi a battaglia, mantenendo per sé il centro, affidando l’ala sinistra al re degli Adiabeni, e la destra, resa più potente dalla presenza dei cavalieri catafratti, «come murati nelle loro armature», al re dei Medi. Che fosse il 6 ottobre ce lo fa capire il riferimento che Plutarco fa alle perplessità dei comandanti romani, che avrebbero preferito differire l’attacco ad un altro giorno che non fosse l’infausto anniversario del massacro di Arausio, dove mezzo secolo prima decine di migliaia di capitolini avevano trovato la morte per mano dei Cimbri; dicendosi convinto di poter rendere fausto anche quel giorno, Lucullo passò il fiume e marciò alla volta del nemico: «indossava una splendente corazza d’acciaio a squame ed un mantello a frange, e roteando in mano la spada nuda faceva segno di attaccare subito i nemici, forniti di archi a lunga gittata, per eliminare, avanzando velocemente, la distanza utile al lancio»[26].

 

Tigrane II d’Armenia. Tetradramma, Tigranocerta 80-68 a.C. c., AR 15, 31 gr. Recto: Busto diademato e drappeggiato del sovrano; la tiara è decorata con una stella fra due aquile.

 

Il racconto della battaglia differisce alquanto in Plutarco e Appiano, tanto da renderli difficilmente conciliabili; proveremo a seguire il primo, che sembra più informato. A mettere paura ai Romani erano soprattutto i catafratti. Costoro attendevano i nemici schierati su un pianoro che costituiva la sommità di un’altura; ma l’ascesa non presentava grandi difficoltà, e il comandante capitolino, mentre conduceva all’attacco un migliaio di uomini, ordinò alla sua cavalleria di Traci e Galati di aggirare gli avversari sui fianchi e di mettere fuori uso le lunghe lance dei cavalieri corazzati, senza le quali essi non avrebbero potuto né offendere né difendersi. I suoi uomini, nel frattempo, giunti a contatto con i temuti cavalieri, ebbero l’ordine di concentrarsi sugli stinchi e sulle cosce, laddove non arrivava l’armatura. Per la cronaca, Appiano afferma invece che i cavalieri romani attirarono in avanti i nemici simulando una ritirata, e Lucullo, appostatosi con la fanteria alle spalle degli avversari con una manovra nascosta di aggiramento, li sorprese mentre erano sparpagliati su un ampio fronte all’inseguimento dei fuggitivi. In ogni caso, subito il panico si diffuse tra le file armene, e quegli ammassi di ferraglia fecero precipitosamente marcia indietro finendo addosso alla propria fanteria, scompaginandone i ranghi, «così che tutte quelle decine di migliaia di uomini furono sconfitti senza che si vedesse una sola ferita, senza far scorrere una goccia di sangue»[27].

Seguì un massacro dei fuggitivi, tanto più efficace in quanto Lucullo aveva proibito ai soldati di fermarsi a far bottino, «cosicché i Romani passarono accanto a bracciali e collane ammazzando, finché non calò la notte»[28]; pare che le vittime dell’esercito armeno siano ammontate a 100.000 anime, mentre i Romani ebbero solo un centinaio di feriti e cinque morti, tanto che essi stessi «si vergognavano e si deridevano a vicenda per aver dovuto usare le armi contro simili schiavi». Il re se la cavò fuggendo immediatamente dopo la collisione dei due eserciti, liberandosi della corona che pose piangendo sul capo del figlio, il quale la diede a sua volta a uno schiavo, che finì nelle mani di Lucullo.

Dal canto suo Mitridate, che aveva imparato a sue spese quanto cauto e prudente fosse Lucullo, non si era affrettato a venire in soccorso al genero, convinto che la battaglia non avesse ancora avuto luogo. Fu con grande stupore, pertanto, che trovò lungo il cammino soldati feriti e disarmati, prima di scovare Tigrane, derelitto e senza alcun milite intorno; una volta insieme, i due sovrani ripresero a fare ciò che avevano fatto ripetutamente fino ad allora: ovvero arruolare nuovi soldati. Per Lucullo, intanto, era un gioco da ragazzi espugnare Tigranocerta, grazie anche alla ribellione dei mercenari greci, che sgominarono i commilitoni di altra etnia e permisero ai Romani di valicare le mura. Il tesoro di Tigrane che il condottiero vi trovò fu sufficiente a sovvenzionarlo per il resto della guerra senza gravare sulle finanze dello Stato, e ad arricchirlo tanto da permettergli in vecchiaia quello stile sontuoso per cui sarebbe divenuto famoso più che per le sue imprese militari; ce ne fu anche per i soldati, d’altronde, cui fu permesso di saccheggiare a piacimento, gratificandoli pure con quasi un migliaio di dracme ciascuno, che costituivano il bottino della battaglia.

 

Regno di Armenia, 64 a.C. ca.

 

Dietro l’angolo, ora, c’era il terzo grande regno mediorientale, quello dei Parti, che avrebbe costituito la spina nel fianco per Roma nei tre secoli a venire. Ci furono dei contatti diplomatici tra Lucullo e il loro sovrano Arsace, per stipulare un’alleanza, ma pare che non se ne fece nulla. Anzi, sembra che il proconsole avesse intenzione di attaccare anche la Partia, ma che i soldati, provati dalla lunga serie di campagne, si siano opposti; così, il condottiero si risolse a proseguire l’impresa armena, che d’altronde era ben lungi dall’essere conclusa. La marcia riprese nell’anno 68 a.C., oltre il Tauro, dove la carenza di grano, non ancora maturo, fu compensata dal saccheggio dei villaggi stipati di viveri per Tigrane il quale, dal canto suo, piuttosto scoraggiato, aveva delegato il comando e l’allestimento di un nuovo esercito al suocero; questi aveva arruolato in fretta e furia tutti gli Armeni atti alle armi, per scegliere poi i migliori 70.000 fanti e 35.000 cavalieri e farli istruire dai suoi soldati. Sulle prime, l’intento di Lucullo era di costringere
il re a una nuova, decisiva battaglia campale; ma poi, visto che al di là di alcune scaramucce con alcuni reparti armeni i Romani non riuscivano ad andare, il proconsole decise di puntare sull’altra, più antica capitale del regno, Artassata, che si diceva fondata da Annibale ai tempi in cui era consigliere di Antioco III di Siria.

Fu allora che Tigrane, che ad Artassata aveva tutta la sua famiglia, si risolse a fermarlo, attestandosi con le truppe che era riuscito a racimolare sul fiume Arsania, l’affluente più orientale dell’Eufrate. Il suo nuovo esercito era dotato di una cospicua cavalleria, nella quale spiccavano gli abilissimi arcieri nomadi, del popolo dei Mardi, e i lancieri iberi, una popolazione del Caucaso meridionale che godeva fama di grande coraggio. Lucullo aveva ormai all’attivo diverse vittorie contro quei due re tronfi e vanesi, e fin dall’inizio non ebbe dubbi sull’esito della battaglia. Schierò dodici coorti oltre il fiume, sulla sponda settentrionale occupata dagli Armeni, disponendo in una lunga linea gli altri legionari, per evitare di essere accerchiato.

Ogni fonte fornisce un resoconto della battaglia diverso dagli altri, o forse racconta una battaglia diversa. Pare che ci sia stato un primo impatto tra cavalleria romana ed Iberi, con questi ultimi in rotta quasi subito. Mentre la cavalleria romana si dava al loro inseguimento, Tigrane lanciò contro lo schieramento capitolino il resto della sua cavalleria, che compì una serie di assalti senza riuscire a sfondare, a causa del pronto intervento della fanteria a supporto dei settori sottoposti a pressione. Tuttavia, ogni volta che indietreggiavano, i Mardi infliggevano più danni di quanti ne subissero, grazie alla loro abilità di tiratori: «le ferite erano dolorose e di difficile guarigione: essi usavano frecce a doppia punta, adattate in modo tale da procurare una morte immediata, sia che rimanessero confitte nelle carni, sia che venissero estratte: infatti la seconda punta, essendo di ferro e non fornendo alcun appiglio all’estrazione, rimaneva confitta»[29]. Lucullo fu sufficientemente pronto a richiamare indietro i suoi cavalieri e ad ordinar loro di attaccare la guardia del corpo del re, costituita da Atropateni. Anche costoro si diedero alla fuga, cui seguì quella di tutto l’esercito, coronata da un inseguimento dei capitolini che durò tutta la notte, «finché i Romani si stancarono non solo di uccidere, ma anche di far prigionieri e portar via ricchezze e bottino di ogni genere»[30]. La via per la “Cartagine armena” pareva aperta. Si era a settembre, e nulla lasciava presagire ciò che sarebbe successo.

Infatti,

 

Sopraggiunsero violente bufere, gran parte del territorio si coprì di neve, e poi, tornato il sereno, subentrarono gelo e brinate; perciò i cavalli trovarono difficoltà ad abbeverarsi e ad attraversare guadi perché rischiavano di tagliarsi i garretti con la crosta di ghiaccio che si rompeva. Inoltre la maggior parte del territorio era coperta di boschi, tagliata da gole strette ed infestate di paludi: così i soldati erano continuamente bagnati; durante le marce si inzuppavano di neve e la notte dovevano accamparsi su un terreno molle. Per pochi giorni dopo la battaglia essi seguirono il loro generale, poi cominciarono ad opporsi[31].

 

Di fronte alla prospettiva di un ammutinamento, Lucullo fu costretto a riportare indietro le sue truppe, che una volta ad ovest del Tauro, presero la via per la Migdonia, fertile regione della Mesopotamia nella quale campeggiava la città di Nisibi, dove il fratello del re, Gura, custodiva altri immensi tesori. Si imponeva un assedio, anche se, sfortunatamente, si scoprì che a capo delle difese c’era quello stesso Callimaco che aveva fatto vedere i sorci verdi ai Romani ad Amiso; per giunta, in questa circostanza egli si poteva valere di una doppia cinta di mura con in mezzo un fossato, che costituiva un baluardo pressoché invalicabile. Anche se Plutarco afferma che la città cadde subito, fonti apparentemente più informate, come Cassio Dione, ci riferiscono che l’impresa durò fino all’inverno. Pare che nel corso di una notte tempestosa, approfittando della scarsa sorveglianza degli Armeni, Lucullo abbia ordinato un attacco in più punti al muro esterno; avuta ragione dei pochi difensori, i Romani avrebbero quindi avuto la possibilità di colmare il fossato e quindi di passare al secondo muro, ancor più scarsamente difeso. Una volta in città, il condottiero trattò la resa con Gura, che si era asserragliato nella rocca, e vi svernò, usando intransigenza solo nei confronti di Callimaco,
che mise in ceppi «per fargli pagare il fio del fuoco che aveva appiccato ad Amiso, distruggendo la città e togliendo a lui la possibilità e la gloria di mostrare ai Greci la sua generosità»[32].

 

Anahit. Testa, bronzo, IV sec. a.C. ca., da Erez (Armenia).

 

Un esito deludente

Ma il vento stava cambiando, soprattutto per l’esasperazione dei soldati, alcuni dei quali, in servizio da sedici anni, avevano superato la durata massima della ferma, ma anche per l’incapacità, da parte di Lucullo, di guadagnarsi le loro simpatie e il loro favore.

 

Fino a quel momento la fortuna aveva seguito Lucullo e, per così dire, combattuto al suo fianco; da allora in avanti, però, quasi che il vento favorevole fosse venuto meno, egli dovette affrontare tutto forzatamente, e fu ostacolato da ogni parte. Sebbene continuasse a mostrare il coraggio e la magnanimità di un grande generale, le sue azioni non ottennero più né fama né favore, anzi poco mancò che per le sventure che gli capitarono non perdesse anche la gloria già conquistata[33].

 

Spocchioso con gli avversari politici o con gli esponenti di altre classi sociali, il condottiero non era meno altezzoso nei confronti dei suoi uomini, «considerando come una diminuzione di prestigio e di autorità qualsiasi concessione fatta ai soldati per compiacerli». Da quando era giunto in Asia, i legionari non avevano passato un solo inverno tra quattro mura, ma sempre sotto una tenda, in marcia o davanti ad una città assediata; a Roma, poi, lo accusavano di prolungare la guerra con il solo intento di arricchirsi: «non gli bastava – dicevano – aver conquistato la Cilicia, l’Asia, la Bitinia, la Paflagonia, la Galazia, il Ponto e l’Armenia fino al fiume Fasi, ora saccheggiava la reggia di Tigrane, come se fosse stato mandato a spogliare e non a vincere il re»[34].

Sul malcontento dei soldati fece leva suo cognato Publio Clodio, facinoroso sobillatore, “ribelle per natura”, secondo Cassio Dione, tra i più pervicaci della storia di Roma, il quale si sentiva defraudato di comandi che riteneva di meritare, e che usò tutto il suo eloquio per convincere i soldati che non valeva più la pena seguire Lucullo. Anche a Roma, da tempo, si invocava un avvicendamento del comando, tanto che nel dicembre del 68, il tribuno della plebe Aulo Gabinio riuscì a far approvare la lex Gabinia, per la quale le province di Bitinia e Ponto furono assegnate ad Acilio Glabrione; pertanto, i legionari si predisposero a svernare senza alcuna intenzione di combattere ancora – nonostante Mitridate stesse recuperando i territori persi nel Ponto –, «aspettando che da un giorno all’altro arrivasse Pompeo o qualche altro comandante a sostituire Lucullo»[35].

A dire il vero, una serie di sconfitte subite nel Ponto dai luogotenenti del proconsole permisero a Lucullo di convincere i soldati a seguirlo; ma il condottiero non arrivò in tempo per impedire la disfatta di Valerio Triario, che perse ben 7.000 uomini, 150 centurioni e 24 tribuni in una sola battaglia, nella quale lo stesso Mitridate per poco, a causa di un’emorragia per una ferita alla coscia, non ci rimise la vita. Al comandante romano non rimase che intraprendere una nuova marcia contro Tigrane, per impedirgli un ricongiungimento con le truppe pontiche; ma almeno quelli che erano stati con Fimbria, ovvero quelli in servizio da più tempo, si rifiutarono di procedere, «dicendogli che erano già stati congedati con tanto di decreto e che lui, Lucullo, non poteva più dare ordini, perché le province erano state assegnate ad altri».

 

Non vi fu nulla, anche di indecoroso, che Lucullo non lasciasse intentato. Andò tenda per tenda con aria dimessa e con occhi pieni di lacrime a parlare ai soldati uno ad uno, prendendone alcuni perfino per mano; ma essi respinsero le loro dimostrazioni d’affetto, gettandogli ai piedi i portamonete vuoti e gli ingiunsero di combattere da solo contro quei nemici contro i quali lui solo si arricchiva[36].

 

I suoi sforzi valsero a poco. I cosiddetti “fimbriani” decisero di rimanere fino all’estate del 67, ma senza combattere, a meno che non venissero attaccati. Fu un ben triste epilogo per un condottiero che aveva dato tante valide prove di sé: Lucullo, «li tenne con sé, senza costringerli ad agire, senza più condurli a combattere, accontentandosi solo che non se ne andassero, lasciando che Tigrane scorrazzasse per la Cappadocia e Mitridate ricominciasse a riempirsi d’orgoglio, quel Mitridate che nella sua lettera al Senato diceva di aver debellato definitivamente[37]». Quando arrivò la commissione di dieci uomini, da lui richiesta per dare una sistemazione amministrativa, secondo la consuetudine, ai paesi conquistati, costoro constatarono non solo che quelle regioni erano ben lungi dall’essere un saldo possesso romano, ma anche che «Lucullo non era neanche padrone di se stesso, anzi veniva deriso ed insultato dai suoi stessi soldati[38]». Subito dopo i legionari con la ferma scaduta se ne andarono e, pochi mesi dopo, reduce da due trionfi, a furor di popolo Pompeo era in Asia, pronto a rilevare il comando della guerra contro Mitridate e il governo delle province di Bitinia, Asia e Cilicia.

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

L’incontro per le consegne tra i due comandanti viene descritto da diverse fonti e, sebbene i due rimanessero in discreti rapporti negli anni successivi, si trattò di un episodio denso di tensione, recriminazioni, perfino insulti, anche perché i personaggi facilmente si prestavano ad accuse di venalità l’uno, di ambizione l’altro: anzi, per dirla con Velleio Patercolo, «nessuno dei due poteva essere imputato di mendacio dall’altro dal quale era accusato»[39]. Comunque, poiché Pompeo deliberò che tutti i soldati passassero al suo servizio, pena la confisca dei beni, alla fine dell’incontro Lucullo si ritrovò con soli 1.600 uomini – presumibilmente i più poveri, che non avevano nulla da perdere, come afferma Appiano – da portare con sé a Roma per il trionfo: «a tal punto – afferma Plutarco – Lucullo mancava, o per la sua stessa indole o per cattiva sorte, del primo e più grande requisito di un generale, la capacità di farsi amare dai soldati»[40].

Né maggiori simpatie il generale seppe riscuotere a Roma, se non tra l’aristocrazia, poiché dovette attendere ben tre anni dal suo arrivo in città nell’estate del 66 a.C., per celebrare il trionfo, cui molti si opponevano accusandolo, sostanzialmente, di aver provocato un mucchio di guerre senza averne conclusa una. E non si tratta di un’accusa del tutto priva di fondamento; solitamente, a Roma i trionfi si concedevano a chi avesse concluso vittoriosamente una guerra, non a chi lasciava a qualcun altro l’opera incompiuta – sebbene ragioni di opportunità politica, come nel caso di Metello nella guerra giugurtina, talvolta giustificassero il contrario. Non v’è dubbio che Lucullo avesse concluso la sua lunga campagna «in maniera incerta e non decisiva»[41], come afferma Appiano; tuttavia, aveva dimostrato di essere un grande e valoroso generale, come attesta Plutarco:

 

I più grandi generali romani lodarono moltissimo Lucullo per essere riuscito a sgominare i due re più famoso e potenti con due tattiche opposte: la rapidità e la lentezza; infatti con una strategia dilatoria e di logoramento fiaccò Mitridate quando era al colmo delle sue forze, e con azioni rapidissime sgominò Tigrane. Insomma, egli fu tra i pochi comandanti di tutti i tempi che usarono l’indugio nell’agire e l’audacia nel difendersi[42].

 

Ma ciò non bastava per portare a Roma quelle conquiste che da tempo costituivano il fondamento stesso della sua politica. Serviva anche essere, e soprattutto a quei tempi, un grande comandante, per creare nei soldati quella coesione, quella sinergia necessarie per condurre in porto qualsiasi impresa d’ampio respiro;

 

egli pretendeva troppo da loro, era inavvicinabile, severo nell’assegnazione dei servizi, implacabile nel punire; non sapeva convincere le persone con la persuasione, né guadagnarsele con la clemenza, né trarle a sé con le onorificenze o col denaro: cose necessarie in tutti i casi e specialmente quando si ha a che fare con una moltitudine di uomini, e per giunta con una moltitudine armata. Per questo i soldati, finché le cose andarono bene e poterono far bottino che compensasse i pericoli, gli ubbidirono; quando però vennero le sconfitte e sentirono la paura al posto delle speranze, non si curarono più di lui. La prova si ha nel fatto che Pompeo, messo alla testa di questi stessi uomini, non ebbe a notare in essi alcun segno di ribellione. Tanta è la differenza che passa tra un uomo e un altro[43].

 

Non meno carente era Lucullo come stratega, ove si consideri che, più di una volta, si addentrò in territorio nemico senza aver assunto le informazioni necessarie ad assicurarsi una marcia nella quale le difficoltà di ordine climatico e logistico fossero ridotte al minimo. L’incompletezza di Lucullo come condottiero, d’altronde, si rivelò tale anche in Lucullo come politico, allorché nell’ultimo periodo della sua esistenza, quando il partito aristocratico contava su di lui come campione contro l’intraprendenza del ceto equestre e lo strapotere di Pompeo, egli preferì ritirarsi a vita privata e farsi notare, piuttosto, per il modo ostentato in cui si godeva le sue immense ricchezze.

Ad ogni modo, il trionfo ci fu, nel 63 a.C., sotto il consolato del suo amico Cicerone, e anche se non fu dei più fastosi, si distinse per alcune caratteristiche peculiari degli altri cortei del genere: la ricca messe di armi e macchine da guerre nemiche esposte nel circo Flaminio, la sfilata dei cavalieri catafratti e dei carri falcati, le centodieci navi dal rostro di bronzo, una statua colossale di Mitridate con uno scudo tempestato di pietre preziose: il tutto, coronato da un banchetto cui partecipò la città intera, durante il quale furono offerte, secondo Plinio, centomila brocche di vino.

In seguito, solo «brindisi e banchetti, baldorie e fiaccolate e divertimenti di ogni sorta[44]», ma anche «la costruzione di edifici sontuosi, di ambulacri e bagni», nei sette anni che gli rimanevano da vivere, prima che una sclerosi celebrale – che qualcuno insinua gli sia stata involontariamente indotta da un liberto che gli somministrava una pozione per aumentare il suo affetto nei propri confronti – lo rendesse incapace di intendere e di volere. Non aveva vinto le guerre che aveva intrapreso, ma aveva lasciato a Pompeo il solo compito di raccogliere i frutti della sua opera, come un giocatore di calcio che dribbla gran parte della squadra avversaria servendo un pallone d’oro all’attaccante, che questi non può che mettere in porta. Infatti,

 

Tigrane e Mitridate, dopo le sconfitte subite ad opera di Lucullo, non tentarono più altre imprese. Mitridate, debole e ormai fiaccato dalle precedenti lotte, non osò neanche per una volta mostrare il suo esercito a Pompeo al di fuori del vallo e, alla fine, fuggito, riparò nel Bosforo dove morì; l’altro, Tigrane, nudo e disarmato, si gettò ai piedi di Pompeo e, toltosi dal capo il diadema, glielo gettò davanti, lusingandolo così con l’offerta di ciò che aveva già adornato il trionfo di Lucullo[45].

 

E se qualcuno ha dei dubbi sul diritto di Lucullo ad essere presente in quest’opera, sia sufficiente il consuntivo formulato nei suoi confronti da Plutarco:

 

Fu il primo dei Romani a valicare il Tauro con un esercito; di più: attraversò il Tigri, e sotto gli occhi del re espugnò ed incendiò le regge dell’Asia, Tigranocerta e Cabira, Sinope e Nibisi, conquistò nuove terre fino al Fasi, a nord, fino alla Media a est e fino al Mar Rosso a sud, grazie all’aiuto dei re arabi; annientò le forze dei re, dei quali gli mancò solo di catturare i corpi, perché quelli si rifugiavano in zone desertiche, tra foreste impervie e impraticabili[46].

 

L. Licinio Lucullo (?). Testa, marmo, seconda metà del I sec. a.C. dal tempio di Serapide, Sinope (Turchia).

 

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[1] Plut. Luc. 2.

[2] Plut. Luc. 3.

[3] Ibid.

[4] Plut. Luc. 4.

[5] Cic. Academ. Prior. 2, 1-3.

[6] Plut. Luc. 7.

[7] App. Mitr. 69.

[8] Plut. Luc. 7.

[9] Plut. Luc. 8.

[10] App. Mitr. 73.

[11] App. Mitr. 74.

[12] Oros. VI 2, 14.

[13] Ibid.

[14] Oros. VI 2, 20.

[15] Plut. Luc. 14.

[16] App. Mitr. 78.

[17] Plut. Luc. 14.

[18] Plut. Luc. 15.

[19] Plut. Luc. 20.

[20] Plut. Luc. 23.

[21] Plut. Luc. 24.

[22] App. Mitr. 84.

[23] App. Mitr. 85.

[24] Plut. Luc. 27.

[25] Ibid.

[26] Plut. Luc. 28.

[27] Ibid.

[28] App. Mitr. 85.

[29] Cassio Dio XXXVI 5.

[30] Plut. Luc. 31.

[31] Plut. Luc. 32.

[32] Ibid.

[33] Plut. Luc. 33.

[34] Ibid.

[35] Plut. Luc. 34.

[36] Plut. Luc. 35.

[37] Ibid.

[38] Ibid.

[39] Vell. Paterc. II 33.

[40] Plut. Luc. 36.

[41] App. Mitr. 91.

[42] Plut. Luc. 38.

[43] Cassio Dio XXXVI 16.

[44] Plut. Luc. 39.

[45] Plut. Luc. 46.

[46] Ibid.

Properzio, Elegia I, 1 – Cinzia, primo amore

in F. Piazzi, A. Giordano Rampioni, Multa per aequora – Letteratura, antologia e autori della lingua latina, vol. 2: Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 295-303.

L’elegia proemiale del Monòbiblos mette subito in primo piano la vicenda sentimentale del poeta, amante non corrisposto che cerca la liberazione dalla malattia d’amore. Ciò sembra contrastare con la consuetudine della poesia alessandrina, che assegnava alla prima composizione di una raccolta una funzione programmatica e metaletteraria (indicazioni riguardo alle scelte formali, al ruolo del poeta, al lettore privilegiato). Così il Liber di Catullo si apriva con una composizione, dedicata a Cornelio Nepote, che illuminava la poetica dell’autore. In realtà, neanche Properzio si sottrae alla convenzione: infatti, questa elegia fornisce tutta una serie di coordinate di poetica, implicitamente indica i modelli letterari, dichiara il legame con la tradizione neoterica (riallacciandosi all’alessandrinismo patetico e sentimentale di Meleagro, di cui è ripreso un epigramma nei vv. 4-5), dà le chiavi di lettura anche delle composizioni seguenti. Come in un’overture, sono qui polifonicamente condensati temi, motivi, topoi che, variati, ritorneranno in tutta la raccolta: l’amore come centro esclusivo di ogni interesse esistenziale del poeta; l’innamoramento causato dalla bellezza degli occhi (v.1); Eros lottatore invincibile (v.4) e, come nella poesia greca, astuto tessitore di trame (v.17); l’amore come furor (v.7), forza invincibile, malattia dell’animo (v.26) in conformità con l’ideologia elegiaca; la vita sbandata e “negativa” dell’amante non più illuminata dalla ragione (nullo uiuere consilio, v.6); l’amore come seruitium, disponibilità ad affrontare ogni tipo di labores pur di vincere la resistenza dell’amata (v.9); il pallore e la consunzione fisica come “indici figurali” dell’amore infelice; l’esperienza mitica – l’exemplum e contrario di Milanione – intesa come paradigma del vissuto (vv.9-18); i vari remedia amoris: il ricorso alla magia per fare innamorare la donna (vv.19-24), l’appello agli amici perché aiutino il poeta a guarire dalla passione disperata (vv.25-30), la commutatio loci o viaggio terapeutico in terre remote (v.29); l’ira dell’amante come segno della fine del seruitium amoris e la conquista della parrhesìa, cioè della libertà di parola prima negata allo schiavo d’amore (v.28); il topos del poeta praeceptor amoris che, guarito ormai dall’insana passione, dona consigli agli amici identificati con il pubblico della sua opera (vv.31-38). E poi c’è, emergente dall’intera composizione, la contraddizione già catulliana (Carmen 75) tra la convinzione che un amore così non meriti d’essere vissuto e la difficoltà, forse l’impossibilità, di porvi fine. C’è, come già in Catullo, il valore ideologico della passione amorosa, che crea un sistema di valori alternativo a quello tradizionale, in contrasto con la morale “benpensante” basata sulla priorità del negotium sull’otium, del matrimonio su un legame non regolato dalla legge: questo è evidente soprattutto nel v.5. Da questo punto di vista l’elegia proemiale si configura come una Priamel – schema retorico che opponeva il proprio all’altrui genere di vita (bios) – abbreviata e rovesciata. La topica dell’àristos bios (“la vita migliore”) riconduceva la varietà delle propensioni umane alle quattro classi seguenti: vita consacrata al potere, alla ricchezza, al piacere, alla sapienza. Nell’elegia properziana, la vita del saggio è esclusa (nullo uiuere consilio, v.6), quelle per il potere e la ricchezza sono unificate nel bios cui è destinato il dedicatario Tullo. Rimane la vita per il piacere (philènos bios), che sembrerebbe la più congeniale alle propensioni naturali del poeta, anche se, in base al codice elegiaco, questo piacere si traduce in infelicità (v.1, miserum me), passione devastante (v.7, furor), malattia (v.26, non sani pectoris), mentre l’oggetto del desiderio si rivela essere un male (v.35, malum). La rassegna delle forme di vita altrui (Lebensbilder) contrapposte alla propria ricorre in altri luoghi della poesia properziana, ad esempio in II 1, 43 ss: «Il marinaio narra dei venti, il contadino dei tori, / il soldato conta il numero delle ferite, il pastore delle pecore; / io invece canto le lotte combattute in un angusto letto: / ognuno consumi il giorno nell’arte che conosce» (trad. it. L. Canali).

 

     Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis,

contactum nullis ante cupidinibus[1].

tum mihi constantis deiecit lumina fastus

et caput impositis pressit Amor pedibus,

5   donec me docuit castas odisse puellas

improbus, et nullo uiuere consilio[2].

et mihi iam toto furor hic non deficit anno,

cum tamen aduersos cogor habere deos[3].

Milanion nullos fugiendo, Tulle, labores

10 saeuitiam durae contudit Iasidos[4].

nam modo Partheniis amens errabat in antris,

ibat et hirsutas ille uidere feras[5];

ille etiam Hylaei percussus uulnere rami

saucius Arcadiis rupibus ingemuit.

15 ergo uelocem potuit domuisse puellam:

tantum in amore preces et bene facta ualent[6].

in me tardus Amor[7] non ullas cogitat artis,

nec meminit notas, ut prius, ire uias.

at uos, deductae quibus est fallacia lunae

20 et labor in magicis sacra piare focis,

en agedum dominae mentem conuertite nostrae,

et facite illa meo palleat ore magis[8]!

tunc ego crediderim uobis et sidera et amnis

posse Cytaeines ducere carminibus[9].

25 et uos, qui sero lapsum reuocatis, amici,

quaerite non sani pectoris auxilia[10].

fortiter et ferrum saeuos patiemur et ignis,

sit modo libertas quae uelit ira loqui[11].

ferte per extremas gentis et ferte per undas,

30 qua non ulla meum femina norit iter:

uos remanete, quibus facili deus annuit aure,

sitis et in tuto semper amore pares[12].

in me nostra Venus[13] noctes exercet amaras,

et nullo uacuus tempore defit Amor.

35 hoc, moneo, uitate malum: sua quemque moretur

cura, neque assueto mutet amore locum.

quod si quis monitis tardas aduerterit auris,

heu referet quanto uerba dolore mea![14]

 

Pinax degli sposi. Affresco parietale, fine I sec. a.C. – inizi I sec. d.C., dall’ambiente 3 della Domus del Lararium, Assisi.

 

Cinzia, per prima ha fatto prigioniero me, sventurato, coi suoi occhi,

io che mai prima ero stato toccato dalla passione.

Da allora Amore mi fece abbassare gli occhi ostinatamente alteri

e mi calcò il capo, premendovi sopra i piedi

finché m’insegnò, crudele (qual è), a detestare le fanciulle perbene

e a condurre una vita senza senno.

E già da un anno intero questa follia non m’abbandona,

mentre sono costretto ad avere gli dèi avversi.

Milanione, accettando ogni prova, o Tullo

piegò la crudeltà dell’insensibile Iaside.

Infatti, ora si aggirava fuori di sé per le grotte del Partenio,

ora andava a scovare le fiere irsute;

anche lui, colpito dalla clava di Ileo,

ferito, rivolse il suo lamento alle rupi d’Arcadia.

Così poté domare la rapida fanciulla:

tanto in amore valgono le preghiere e le buone azioni.

Nel mio caso, invece, l’Amore pigro non riesce ad escogitare espedienti,

e non si ricorda di percorrere, come prima, le note vie.

Ma voi, che fate credere di aver tirato giù la luna,

e vi affannate a compiere riti propiziatori su magici altari,

suvvia, cambiate i sentimenti della mia donna

e fate che il suo viso impallidisca più del mio!

Allora io potrei credere che poi possiate indirizzare il corso

degli astri e dei fiumi con incantesimi della Cytea.

E voi, amici, che troppo tardi richiamate indietro chi è caduto,

cercate dei rimedi per il mio cuore malato.

Sopporterò con coraggio sia il bisturi sia le crudeli cauterizzazioni,

purché io abbia la libertà di dire ciò che l’ira mi suggerisce.

Portatemi fra genti e mari remoti,

dove nessuna donna conosca il mio cammino:

voi, a cui il dio annuì con orecchio benevolo, restate

e siate sempre concordi in amore tranquillo.

Quanto a me, la mia Venere agita le mie notti amare,

e Amore non mi lascia neppure per un momento.

Vi avverto, evitate questo male: ciascuno resti fedele

alla propria amata né si allontani dal suo consueto amore.

Ché se qualcuno troppo tardi presterà attenzione ai miei ammonimenti,

con quanto dolore, ahimé, ricorderà le mie parole!

(trad. it. F. Cerato)

 

Scena erotica. Mosaico, I sec. d.C. da Centocelle. Berlin, Kunsthistorisches Museum.

 

L’elegia I 1 e l’epigramma di Meleagro

 

Come abbiamo accennato sopra, ha un carattere programmatico la citazione, fatta fin dai primi versi, di un epigramma di Meleagro di Gadara, autore prediletto dai neoteroi e da Catullo, ed espressione dell’alessandrinismo più tipico. Scrive A. La Penna: «Properzio implicitamente dichiara il suo legame con la tradizione neoterica e mostra al suo pubblico dotto di saper utilizzare anche l’alessandrinismo più aggiornato e moderno. Tuttavia, egli cerca di piegare la grazia dell’epigrammista verso un pathos più vigoroso e più alto»[15].

 

 

τόν με Πόθοις ἄτρωτον ὑπὸ στέρνοισι Μυΐσκος

ὄμμασι τοξεύσας, τοῦτ᾽ ἐβόησεν ἔπος·

“τὸν θρασὺν εἷλον ἐγώ· τὸ δ᾽ ἐπ᾽ ὀφρύσι κεῖνο φρύαγμα

σκηπτροφόρου σοφίας ἠνίδε ποσσὶ πατῶ”.

τῷ δ᾽, ὅσον ἀμπνεύσας, τόδ᾽ ἔφην

“φίλε κοῦρε, τί θαμβεῖς;

καὐτὸν ἀπ᾽ Οὐλύμπου Ζῆνα καθεῖλεν Ἔρως”.

 

Il mio petto non era stato ancora ferito dai desideri.

Fu Musco a colpirlo con gli strali degli occhi, e gridava:

«Ho catturato l’audace! Ecco: calpesto coi piedi

il suo orgoglio di sapientone austero».

E io, ripreso fiato un istante: «Di che ti stupisci, caro ragazzo?

Eros ha cacciato anche Zeus giù dall’Olimpo»[16].

 

Pittore del Bacio (attribuito). Scena erotica. Pittura vascolare dal frammento di una kylix attica a figure rosse, 450 a.C. ca. New York, Metropolitan Museum of Art.

 

La differenza con il testo properziano è soprattutto nella chiusa arguta (la pointe epigrammatica), dove la constatazione che perfino Zeus è stato vinto da Eros sdrammatizza la situazione dell’amante non corrisposto. In tal modo l’assenza di reciprocità in amore è presentata come una condizione normale. Invece, l’elegia properziana assume toni di grande drammaticità. Al dialogo subentra la confessione dolente fatta dall’io lirico del poeta, che fin dal primo verso comunica la propria irrimediabile infelicità (v.1, miserum me). Anche l’adozione del mito di Milanione, che ha un esito opposto a quello della vicenda di Properzio, e l’apostrofe agli innamorati felici esaltano, isolandola, la disperazione del poeta. La differenza di tono tra le due composizioni implica il «carattere accessorio» (E. Lefèvre) dell’elemento greco, che certo non ha determinato la genesi dell’elegia, ma deve considerarsi solo un «motto», un motivo di decorazione, un élément de culture, come è possibile osservare anche in Orazio.

 

Lingua e antropologia

 

Secondo S. Alfonso, nell’elegia I 1 alcune scelte lessicali rendono con precisione il senso della caduta morale e sociale di Properzio. Prima di cedere al servitium amoris egli era un fortis civis, come si deduce dal v.3 (tum mihi constantis deiecit lumina fastus), cioè possedeva la constantia, la saldezza di chi non si lascia scuotere dagli eventi. Si tratta di una virtù eminentemente romana, associabile alla saggezza (cfr. Cic. Off. I 40: fortis… animi et constantis est non perturbari) e nel campo amoroso congiunta alla fides (cfr. Prop. II 26, 27: multum in amore fides, multum constantia prodest). Dopo l’incontro con Cinzia la situazione di partenza si rovescia: alla constantia subentra il furor, cioè il suo contrario (cfr. Sall. Cat. II 25: hinc constantia, illinc furor [la prima attribuita agli ottimati, il secondo ai catilinari]). Il primitivo orgoglio – reso dal termine fastus usato metaforicamente (cfr. Verg. Aen. III 326-327: stirpis Achilleae fastus iuuenemque superbum / tulimus) e da lumina indicante lo sguardo balenante e baldanzoso – è piegato dagli ocellis seducenti di Cinzia. La quale, nell’azione della cattura (v.1, cepit), cede il posto ad Amore, con questo in parte identificandosi. Infatti, «la posizione posticipata di Amor induce a considerare Cynthia come soggetto non solo di cepit, ma anche di deiecit e di pressit, sino al momento in cui viene menzionato il vero soggetto»[17]. Il senso della caduta fatale dall’elevata condizione originaria è bene espresso da deicere (Th.L.L.: «deorsum iacere, praecipitare, de superiore loco detrudere») che, unito a lumina, significa imporre all’avversario l’abbassamento dello sguardo, segno trasparente di sottomissione. Anche nell’elegia I 13 l’innamoramento si traduce, in questo caso non per Properzio ma per Gallo, in una caduta che non consente di praeteritos… succedere fastus («risalire alla primitiva baldanza»).

 

Scena erotica. Affresco parietale, ante 79 d.C., dalla Casa del Ristorante. Pompei, Parco Archeologico.

 

Chi era Cinzia?

 

Properzio non la descrive con precisione. Solo ne delinea i tratti salienti della figura e l’incedere maestoso: II 2, 3, fulua coma est longaeque manus et maxima toto / corpore et incedit uel Ioue digna soror («Ha fulva la chioma, lunghe le braccia, grande  / la persona, e incede quasi sorella degna di Giove», trad. it. L. Canali). Accenna agli occhi neri e alle movenze sensuali (II 12, 23-24: lumina nigra… / molliter ire), alla toilette minuziosa (I 15, 5 ss. «puoi ravviare con le mani i capelli pur ieri acconciati, / studiare il tuo volto con lungo indugio, / adornare il petto con gemme orientali…»), al trucco esotico dernier cri che prevedeva tatuaggi azzurri alla moda britannica e parrucche bionde: II 18, 23, «Ora, o dissennata, imiti anche i Britanni con il volto dipinto / e ti diverti a colorare i capelli d’uno splendore / straniero?». Frequenti sono i cenni all’esuberanza sessuale: I 2, 13, «lotta nuda con me, strappata la tunica»; II 15, 4 ss., «quante battaglie d’amore abbiamo ingaggiato, / allontanato il lume. Infatti, ella ora lottava con me / a seni nudi, ora indugiava a lungo coperta dalla tunica […] / come abbiamo intrecciato le braccia in diverse forme d’amplesso!». Cinzia è anche colta, gareggia in poesia con Corinna, maestra di Pindaro, danza come Arianna, suona la lira: II 3, 16 ss., «Ella danza leggiadramente, portato il vino, pari ad Arianna… / tenta i carmi con il plettro eolio, / è dotta al pari delle Muse nell’accordarli alla lira / … compete con gli scritti dell’antica Corinna». Le doti di fascino, sensualità, raffinatezza richiamano la Lesbia di Catullo e la Sempronia di un celebre ritratto di Sallustio. Ma secondo A. La Penna[18], Cinzia non è confrontabile con queste aristocratiche simili a cortigiane per i loro costumi disinibiti, ma che non dovevano guadagnarsi da vivere. Cinzia doveva essere mantenuta per soddisfare i suoi lussi e capricci, e quindi avere degli amanti, che Properzio in un “canto della gelosia” le attribuisce in numero superiore a quello dei frequentatori delle cortigiane famose: II 6, 1 ss., «Non a tal punto riempivano la casa di Laide… / né tanto numerosa un tempo fu la turba / di Taide con la quale si trastullò il popolo ateniese / né trasse intenso piacere da tanti uomini Frine». Cinzia non doveva essere proprio una prostituta (meretrix), ma una cortigiana di alto bordo (amica), qualcosa di simile alle cortigiane colte del Rinascimento. Che fosse di ceto sociale inferiore a quello di Properzio lo dimostra l’elegia II 7, nella quale i due amanti esultano per il ritiro, da parte di Augusto, di una legge matrimoniale che avrebbe costretto il poeta a sposare Cinzia, e quindi a lasciarla. Infatti, non poteva prendere in moglie legalmente una donna di rango sociale più basso, probabilmente una liberta (e certamente liberte erano anche la donna cantata da Gallo e le donne di Tibullo, Delia e Nemesi). Ma c’è anche chi suppone che Cinzia fosse una matrona scostumata (come Lesbia) con la quale il poeta avrebbe avuto una relazione adulterina e c’è perfino chi ne nega l’esistenza.

 

Scena di amplesso (symplegma) fra una prostituta e il cliente. Statua, marmo, I sec. d.C. Monaco, Glyptothek.

 

Note:

[1] vv. 1-2, Cynthia… cupidinibus: la menzione in incipit di Cinzia, referente principale della poesia di Properzio, funge da senhal, parola che nella lirica provenzale indica il nome fittizio della persona amata o il tema dominante dell’opera. La centralità di Cinzia è rafforzata dalla collocazione di ocellis (i begli occhi della donna) in excipit, altra posizione forte dopo quella iniziale. Così Cinzia è emblematicamente all’inizio e alla fine del primo verso (quello che nella poesia antica conferiva la massima memorabilità, al punto da divenire, come in questo caso, il titolo dell’opera). Cinzia è inizio e fine, come Properzio dirà in I 12, 9: Cynthia prima fuit, Cynthia finis erit. Lo pseudonimo Cynthia è da collegare (come anche la Delia di Tibullo), attraverso il monte Cinto sull’isola di Delo, ad Apollo e alla poesia. Apuleio svela la convenzione letteraria: «Catullo cantò Lesbia invece di Clodia… Properzio celò Ostia col nome di Cinzia, Tibullo cantò in versi Delia, ma nel cuore aveva Plania» (Apol. 10). Questi pseudonimi miravano a «proiettare le protagoniste della vita galante romana sullo sfondo greco del mito e della letteratura» (Labate). prima… ocellis: prima (predicativo) non indica che Cinzia fu la prima relazione amorosa in senso assoluto, ma il primo (e l’ultimo) vero amore; ocellus, diminutivo di oculus con forte valore affettivo, piuttosto che riduttivo (cfr. Cat. 3, 18: flendo…rubent ocelli), implica anche una capacità subdola di seduzione, una leggiadria apparentemente inoffensiva; cfr. Prop. I 15: …ocellis, / per quos saepe mihi credita tua perfidia est («gli occhi per i quali ho spesso creduto alla tua perfidia»); II 26, 13: quod si tuos uidisset Glaucus ocellos, / esses Ionii facta puella maris («Se Glauco avesse visto i tuoi occhi, saresti divenuta ninfa del mare Ionio»). L’innamoramento che nasce dalla bellezza degli occhi è in Omero (Il. XIV 294 – Zeus, vedendo Era sul monte Ida, avverte lo stesso sentimento d’amore provato nella prima unione), in Saffo (fr. 31 V.), è teorizzato in Platone (Phaedr. 251a) e sarà un topos della lirica amorosa europea, stilnovistica in particolare (vd. ad es. G. Cavalcanti, Voi che per li occhi mi passaste ‘l core). suis… ocellis: iperbato a cornice; l’arma (gli occhi di Cinzia) iconicamente e graficamente imprigiona la vittima, miserum me, che è condizione topica, nella poesia elegiaca, dell’amante, il quale spesso si autocompiange per un amore infelice; cfr. Cat. 8, 1: Miser Catulle, desinas ineptire. cepit: l’irretimento amoroso è reso graficamente dall’iperbato che chiude la frase; l’amore è assimilato alla guerra, l’amante al soldato. L’idea della milita amoris implica una visione dell’amore come sentimento conflittuale e violento e giustifica il vasto repertorio di metafore militari comuni nella poesia elegiaca. Ma il topos era già presente nella lirica greca sia ellenistica sia arcaica. contactum… cupidinibus: contactum, da contingere, significa «colpito, ferito» (cfr. Th.L.L. contingere: «telo apprehendere») dalle frecce di Cupido, al quale può alludere cupidinibus. Ma potrebbe anche significare «contagiato» (Th.L.L.: «inficere, contaminare») dato il valore negativo di morbus devastante che la passione amorosa assume agli occhi di Properzio. Ma le due interpretazioni, l’amore come ferita e l’amore come malattia, non si escludono a vicenda. cupidinibus: è difficile stabilire se vada scritto con l’iniziale maiuscola, riconoscendo nelle Cupidines, la personificazione degli Amorini (Erotes), armati di frecce, della tradizione ellenistica (cfr. cfr. Cat. 3, 1: Iugete, Veneres Cupidinesque) – nel qual caso andrebbe inteso come dativo d’agente – oppure se il termine indichi invece il concetto astratto della passione amorosa. Del resto, nell’elegia II 29 una turba di Amorini, che dichiara di essere stata assoldata da Cinzia, circonda Properzio ubriaco, minacciandolo di sottoporlo ad atroci sevizie per la sua infedeltà.

 

Amorino guerriero. Mosaico, III sec. d.C. Pafo, Casa di Perseo.

 

[2] vv. 3-6, tum… consilio. constantis… fastus, genitivo di qualità, indica la perduta fierezza del vinto; fastus prima che «sontuosità» significa «orgoglio», «disprezzo» (cfr. fastidium e fastidire): è il termine tecnico della poesia erotica e indica la durezza d’animo, lo sguardo fermo e sprezzante di chi non è stato assoggettato al potere di Amore. L’abbassarsi degli occhi esprime soggezione, ma anche impossibilità di incontrare lo sguardo dell’amata, quindi assenza di reciprocità amorosa. et caput… pedibus: come il gladiatore o il soldato vincitore sull’avversario; cfr. Verg. Aen. X 495: laeuo pressit pede, dove Turno infierisce sul vinto Pallante. Ancora una metafora bellica, questa volta per indicare la guerra tra l’innamorato e Amore, dio terribile possessore di armi infallibili. Di fronte allo strapotere del dio, chi ama è destinato a soccombere. È questo il topos, comune nella poesia erotica alessandrina, di Eros lottatore. I vv.4-5 imitano, come si è accennato nell’introduzione, un epigramma di Meleagro, un autore prediletto dai neoteroi e da Catullo. donec… consilio: è qui presente il topos ellenistico dell’éros didáskalos («Amore che insegna»); cfr. Verg. Buc. VIII 47-48: saeuus Amor docuit natorum sanguine matrem / commaculare manus («il feroce Amore insegnò alla madre a macchiare le mani col sangue dei figli»). Ma il contenuto dell’insegnamento non è chiaro e le interpretazioni sono almeno due: l’amore per Cinzia, donna libera e spregiudicata, induce il poeta a una vita disperata precludendogli il matrimonio con una ragazza seria e di buona famiglia; oppure, il poeta ha imparato a odiare le ragazze sorde all’amore e inaccessibili come Cinzia (dando a castas il senso di «dure, restie»). Ma, considerando che Cinzia doveva essere una cortigiana, anche se di alto bordo, risulta più convincente la prima interpretazione: «Scegliendo l’elegia d’amore, il poeta sceglie l’isolamento nell’universo elegiaco e la schiavitù d’amore, che comporta l’abbandono del decoro sociale, la rinuncia a una carriera, per una vita socialmente inattiva e sterile, la nequitia» (Gazich). nullo… consilio: l’iperbato accresce il pathos dell’espressione. La sconsideratezza può consistere, a seconda del senso dato a castas puellas, nel detestare le fanciulle virtuose o nel fissarsi su un amore non corrisposto. Si tratta comunque di una condizione disperata, come si ricava dal richiamo fatto subito dopo al mito di Milanione. Lachman interpretava nullo uiuere consilio come un periodo di sfrenatezza sessuale. D’altro avviso è Fedeli: «Nullo uiuere consilio significa vivere sine ratione e rappresenta uno stato d’animo analogo all’amentia (v.11) di Milanione».

[3] vv. 7-8, et… deos. Furor, contrapposto a consilium precedente, è l’amore-passione che toglie il senno. È il topos, comune alla poesia erotica ellenistica, dell’amore come male della mente (furor, insania); cfr. Verg. Buc. X 60: haec sit nostri medicina furoris (riferito a Cornelio Gallo). Ma furor è una condizione che implica l’emarginazione e la pericolosità sociale. In Tusc. III 11, Cicerone chiarisce che nei confronti di chi è in preda al furor si prendevano provvedimenti drastici (come l’interdizione dall’uso del patrimonio personale) non previsti per l’insania, cioè la moderata follia congiunta a stoltezza. Dunque, chi è in preda al furor amoroso è anche posto ai margini della società e privato della dignità di civis. cum… deos: la proposizione avversativa si giustifica col fatto che il poeta, proprio per l’intensità e sincerità del suo amore, si attenderebbe di godere del favore degli dei, cioè di essere ricambiato da Cinzia. In realtà, la condizione di furor in cui il poeta si trova lo pone in una condizione di miseria che implica la contrarietà degli dei, cfr. Cat. 76, 11-12: quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis / et dis inuitis desinis esse miser? cogor: esprime lo stato di soggezione in cui Amore ha ridotto il poeta, ma anche «la consapevolezza che la situazione in cui si è cacciato lo porta ad avere gli dei aduersi» (S. Alfonso).

[4] vv. 9-10, Milanion… Iasidos: come di consueto, Properzio confronta la propria esperienza con quella di un personaggio mitico, per sublimarla rendendola paradigmatica. Con gusto alessandrino, trasceglie la versione meno nota (quella arcade) del mito: Milanione difende Atalanta, vergine cacciatrice, figlia di Iaso, dalla violenza dei centauri Reto e Ilèo, restando ferito da una freccia di quest’ultimo e riuscendo, infine, a conquistare l’amore della fanciulla. Secondo la versione beotica (la più nota) del mito, Atalanta, contraria alle nozze, sfida alla corsa i pretendenti, promettendosi al vincitore. È vinta da Ippòmene che, durante la gara, getta in terra delle mele d’oro che la fanciulla si attarda a raccogliere. Naturalmente il parallelismo tra il poeta e Milanione è solo parziale, perché il primo consegue l’oggetto del desiderio, il secondo rimane inappagato. Le analogie tra Cinzia e Atalanta riguardano la duritia e «l’atteggiamento che infrange le regole di comportamento del personaggio femminile, perché è la donna a dominare sull’uomo e ad imporre le sue leggi» (S. Alfonso). nullos… labores: è un altro topos della poesia erotica; l’innamorato è pronto ad affrontare ogni travaglio pur di vincere la ritrosia dell’amata. Tulle: amico di Properzio, nipote di Volcacio Tullo (cos. 33 a.C. insieme con Ottaviano Augusto) e dedicatario del monòbiblos. A lui il poeta si rivolge altre volte nel corso dell’opera (I 6; I 14; I 22). saeuitiam: è sempre, nella poesia erotica, la crudeltà di chi disdegna l’amore (cfr. Hor. Carm. II 12, 26): Properzio, che sopporta pene non inferiori a quelle sofferte da Milanione, non riesce, tuttavia, a conquistare Cinzia, che si rivela più dura di Atalanta.

 

Nicolas Colombel, Atalanta e Ippomene. Olio su tela, 1680

 

[5] vv. 11-12, nam…feras: versi tormentati, che spiegano (nam) quali fossero i labores affrontati da Milanione con devozione eroica. La difficoltà è nella correlazione non usuale modo…et (invece di modo… modo, «ora… ora»). Si è ipotizzata la perdita, tra questi versi, di un distico che contenesse un secondo membro ugualmente introdotto da modo. La traduzione possibile con questo testo è: «Infatti ora si aggirava fuori di sé nelle grotte del Partenio e andava a scovare le fiere irsute». Il Partenio è un monte dell’Arcadia, coerentemente con l’adozione della versione arcadica del mito. Su questo monte, Iaso aveva fatto esporre Atalanta; il fatto che tale circostanza non venga chiarita prima solleva ulteriori dubbi sull’integrità del testo. amens, parola chiave della poesia erotica, riprende il tema del furore amoroso richiamando la condizione del poeta, che da quando ha conosciuto Cinzia trascorre la vita nullo consilio (v.6). L’aggettivazione favorisce l’identificazione del poeta con l’exemplum mythicum: «quanto maggiore sarà l’analogia tra i due innamorati, tanto più sorprendente risulterà l’esito rovesciato dell’esperienza properziana» (P. Fedeli).

[6] vv. 15-16, ergo… ualent: ergo evidenzia, come il nam del v.11, il legame esistente tra i servigi resi ad Atalanta e il premio ottenuto (l’amore della donna), implicitamente rilevando l’iniquità della sorte toccata al poeta, per il quale solo non pare valere il nesso tra benefacta e ricompensa. La contrapposizione tra i due destini è espressa in modo esplicito nei versi successivi. Come spesso nell’elegia il mito è un termine di confronto con l’esperienza personale del poeta. Però, in questo caso, il confronto non è per analogia, ma per contrasto, per antitesi: Atalanta cede, Cinzia invece resiste (exemplum e contrario). tantum… ualent: verso d’intonazione gnomica che sintetizza una “legge” dell’amore, che però non vale per Cinzia.

[7] v. 17, in me: segna il passaggio dall’exemplum mitologico alla sfera personale. Fedeli ha notato «la complessità strutturale del carme il cui focus narrativo si sposta da una condizione di carattere generale alla condizione personale del poeta innamorato». tardus Amor: solo per il poeta Amore è “pigro” e non sa trovare un mezzo per fare innamorare Cinzia. Eppure, è un dio velocissimo e alato, che solitamente scocca dardi fulminei. È qui rovesciato il topos ellenistico della tempestività di Amore.

[8] vv. 19-22, at uos… magis! Il poeta supplica le maghe che facciano innamorare Cinzia. la forma dell’apostrofe è quella della preghiera: invocazione con indicazione delle prerogative magiche (vv.19-20), richiesta d’aiuto (vv.21-22), promessa di ricompensa (vv.23-24). Il ricorso alla magia è un topos della poesia erotica greca e latina. Secondo S. Alfonso, la ricerca di remedia esterni spiega il diverso esito della vicenda del poeta rispetto a quella di Milanione. Mentre l’amentia di questo è congiunta all’audacia, Properzio non trova in se stesso la constantia e l’ardire necessari. quibus… lunae: il poeta non sembra credere troppo in questa capacità soprannaturale, spesso indicata tra le prerogative delle maghe (cfr. Verg. Buc. VIII 69: carmina [«le formule magiche»] uel caelo possunt diripere lunam). In particolare, le maghe tessale godevano di tale fama (Apul. Met. I 3). La sua pare piuttosto una sfida: se davvero sanno prodursi in una performance tanto spettacolare, allora facciano anche innamorare Cinzia. Inoltre, la disperazione giustifica il ricorso a questo estremo rimedio, tema caro agli alessandrini. facite… magis: dato che il pallore è sintomo dell’innamoramento (cfr. Ovid. Ars am. I 729: palleat omnis amans: hic est color aptus amanti), Properzio prega che Cinzia s’innamori di lui più perdutamente di quanto lui ama lei. Il trascolorare del viso come «indice figurale» dell’innamoramento è riscontrabile nella poesia erotica alessandrina, nella commedia latina e greca, e già Saffo scriveva: «sono più verde dell’erba».

 

Fattucchiera e due donne. Mosaico, ante 79 d.C. Pompei, Villa di Cicerone. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

[9] vv. 23-24, tunc… carminibus; et sidera et amnis… ducere: sono alcuni degli exploits spettacolari tradizionalmente attribuiti alle streghe. Cfr. Apul. Met. I 8: Saga… potens… fontes durare… sidera extinguere («Una strega capace di rendere di sasso i corsi d’acqua e di spegnere le stelle»). Si noti l’ironia del polisindeto (et… et…). Cytaeines: «la donna di Cytae». Cytae, in Colchide sul Mar Nero, è la città di Medea, maga per eccellenza ed esperta di ogni farmaco (panphàrmakos). Figlia di Eeta, re di Colchide, aiuta Giasone a conquistare il vello d’oro e lo segue lasciando la patria e il padre. Come narra Euripide nella tragedia Medea, ella è abbandonata dall’eroe, che intende sposare Glauce, figlia del re di Corinto. La vendetta di Medea consisterà nell’uccidere la futura sposa con una veste preziosa che uccide chi la tocca. Poi fugge sul carro del sole (e questo particolare del mito spiega la connessione della figura di Medea con il culto di Helios). Di Medea Apollonio Rodio nelle Argonautiche scrive: «ferma le acque dei fiumi… incanta le stelle» (III 532). Anche Tibullo la ricorda: «si dice che lei sola abbia le erbe malefiche di Medea» (Eleg. I 2, 53).

[10] vv. 25-26, et uos… auxilia: la richiesta fatta dall’amante infelice agli amici, perché lo aiutino a guarire dal male d’amore è un topos della poesia erotica, ma qui sembra logicamente incompatibile con il precedente appello, rivolto alle maghe, di fare innamorare Cinzia; o si prega di essere ricambiati o s’invoca la liberazione. Per rendere alternative le due richieste, si è pensato di correggere il tràdito et con aut. A meno di non considerare la preghiera alle maghe come una sorta di adynaton, cioè come la richiesta di una grazia considerata impossibile (Labate).

[11] vv. 27-28, fortiter… loqui. Le cauterizzazioni (saeuos igni) e le incisioni praticate col bisturi (ferrum) nella scienza medica rinviano ancora alla metafora della malattia d’amore (non sani pectoris, v.26), per guarire la quale occorrono interventi radicali e dolorosi. Cfr. Ovid. Rem. Am. 229 ss.: ferrum patieris et ignes. La sintassi spezzata rende la concitazione dell’animo. Inoltre, ferro e fuoco sono comuni metafore della passione nella poesia amorosa. libertas… loqui: libertas loquendi; la riconquista della libertà d’espressione propria di un uomo libero (parrhesìa), finora repressa dalla domina, segna la fine del servitium amoris. Anche questo è un topos della poesia erotica.

[12] vv. 29-32, ferte… pares. L’iterazione dell’imperativo ferte esprime l’abbandono fiducioso nelle mani degli amici, ma anche l’urgenza di attuare tale remedium. È la variante amorosa del topos della commutatio loci (mutamento di luogo per curare i mali dell’animo); cfr. Cic. Tusc. IV 77: loci… mutatione tamquam aegroti non conualescentes saepe curandum est («bisogna curarlo con cambiamenti di luogo, come si fa con i malati che non si rimettono»). Nella poesia erotica, è spesso unito al topos dell’amicizia come disponibilità ad accompagnare in capo al mondo l’amico malato d’amore; cfr. Cat. 11 e, per la vastità degli spazi, 101, 1: multas per gentes et multa per aequora uectus. La “terapia” è codificata anche da Ov. Rem. am. 214: i procul et longas carpere perge uias. Anche nell’elegia III 21 Properzio esprime l’intenzione di partire per Atene per liberarsi dell’amore, definito grauis e turpis. ferte… ferte: più espressivo di ducite, rende l’idea del corpo inerte e senza più volontà, che gli amici devono trasportare quasi materialmente sollevandolo. L’anafora esprime il senso della gravità del male e dell’urgenza dell’intervento. La determinazione dell’innamorato a liberarsi dal giogo del servitium amoris è un motivo ricorrente nell’elegia. qua… iter: il risentimento per Cinzia si estende iperbolicamente a tutte le donne. Si noti il quasi dispregiativo feminae: per gli elegiaci le altre donne sono solo feminae, mentre la loro donna è domina o, più affettuosamente, puella. L’iperbato meum… iter prolunga la distanza che Properzio intende frapporre tra sé e le donne del mondo. uos… pares: il poeta ora si rivolge agli amanti fortunati in genere.

 

John William Waterhouse, Giasone e Medea. Olio su tela, 1907.

 

[13] v. 33, nostra Venus ha avuto varie interpretazioni: «Venere nostra signora» (di tutti gli amanti, felici e infelici); «la mia Venere» (ben diversa dalla Venere degli amanti fortunati); «la mia dea» (cioè Cinzia). La seconda sembra essere la più convincente, perché s’intona con il sentimento vittimistico di dolorosa diversità espresso nei versi precedenti.

[14] vv. 35-38, hoc…mea: la fine dell’elegia rispecchia la condizione attuale del poeta che, ormai guarito dall’insana passione, è generoso di insegnamenti agli amici. Egli ammonisce gli innamorati fortunati a rimanere accanto alla loro donna, se non vogliono soffrire come lui. La conclusione didascalica non è estranea alla natura gnomica originaria dell’elegia e ricalca il motivo, comune nella poesia erotica, del poeta praeceptor amoris. L’apostrofe ai giovani amanti definisce il tipo di pubblico: «Properzio pensa ai giovani innamorati e sa bene che solo conquistando il loro favore riuscirà ad assicurare la giusta lode ai propri carmi. Ciò è evidente in particolare in I 7, 23-24: “… allora / avrò il mio posto tra i talenti di Roma; i giovani / sul mio sepolcro non potranno non dire: ‘Sei qui / grande poeta della nostra passione’”» (P. Fedeli).

[15] A. La Penna, L’integrazione difficile, Torino 1997, p. 125.

[16] Anth. Pal. XII 101, trad. it. G. Guidorizzi.

[17] S. Alfonso, Cinzia, gli occhi, la cattura del poeta. Properzio I 1 e la svolta d’amore, Aufidus 10 (1990), pp. 19-51.

[18] A. La Penna, op. cit., Torino 1977, p. 18.

Plutarco, Vita di Tiberio Gracco, II 1-2

Plutarco, Vita di Tiberio Gracco, II 1-2 (trad. it. di D. Magnino).

Eugene Guillaume, Les Gracques. Gruppo scultoreo in bronzo, 1853. Ajaccio, Musée Fesch.

 

[2.1] Ἐπεὶ δέ, ὥσπερ ἡ τῶν πλασσομένων καὶ γραφομένων Διοσκούρων ὁμοιότης ἔχει τινὰ τοῦ πυκτικοῦ πρὸς τὸν δρομικὸν ἐπὶ τῆς μορφῆς διαφοράν, οὕτω τῶν νεανίσκων ἐκείνων ἐν πολλῇ τῇ πρὸς ἀνδρείαν καὶ σωφροσύνην, ἔτι δὲ ἐλευθεριότητα καὶ λογιότητα καὶ μεγαλοψυχίαν ἐμφερείᾳ μεγάλαι περὶ τὰ ἔργα καὶ τὰς πολιτείας οἷον ἐξήνθησαν καὶ διεφάνησαν ἀνομοιότητες, οὐ χεῖρον εἶναί μοι δοκεῖ ταύτας προεκθέσθαι. [2] πρῶτον μὲν οὖν ἰδέᾳ προσώπου καὶ βλέμματι καὶ κινήματι πρᾶος καὶ καταστηματικὸς ἦν ὁ Τιβέριος, ἔντονος δὲ καὶ σφοδρὸς ὁ Γάϊος, ὥστε καὶ δημηγορεῖν τὸν μὲν ἐν μιᾷ χώρᾳ βεβηκότα κοσμίως, τὸν δὲ Ῥωμαίων πρῶτον ἐπὶ τοῦ βήματος περιπάτῳ τε χρήσασθαι καὶ περισπάσαι τήν τήβεννον ἐξ ὤμου λέγοντα, καθάπερ Κλέωνατὸν Ἀθηναῖον ἱστόρηται περισπάσαι τε τήν περιβολὴν καὶ τὸν μηρὸν ἀλοῆσαι πρῶτον τῶν δημηγορούντων (Plut. Nic. 8, 6).

[2.1] Come nelle statue e nei quadri dei Dioscuri, pur nella somiglianza complessiva, si hanno differenziazioni formali che distinguono il pugile dal corridore, così in quei giovani nel comune grande trasporto verso virtù e saggezza, liberalità, riflessione, magnanimità, apparvero e si resero evidenti grosse diversità in ordine all’attività politica; perciò non mi pare fuori luogo accennare innanzitutto a quelle. [2] Per quanto riguarda il volto, il modo di guardare e di muoversi, Tiberio era mansueto e sereno, Gaio invece teso e impetuoso; l’uno pronunciava i suoi discorsi stando compostamente fermo dove si trovava; l’altro fu il primo Romano che si muoveva sulla tribuna e, parlando, lasciava cadere la toga dalla spalla, come si dice dell’ateniese Cleone, che, primo degli oratori, si tolse il mantello e si percosse la coscia.