Sall. Cat. 29 (Il Senato conferisce pieni poteri a Cicerone per combattere Catilina)

di Sallustio, La congiura di Catilina, L. Storoni Mazzolani (cur.), Milano, BUR, 2013, 124-125; testo latino: J.C. Rolfe – J.T. Ramsey (eds.), Sallust, I: The War with Catiline; The War with Jugurtha (edited and revised; first published 1921). Loeb classical library, 116, Cambridge-London, HUP, 2013, 66-67.

 

Ea cum Ciceroni nuntiarentur, ancipiti malo permotus, quod neque urbem ab insidiis priuato consilio longius tueri poterat neque, exercitus Manli quantus aut quo consilio foret, satis compertum habebat, rem ad senatum refert, iam antea uolgi rumoribus exagitatam. itaque, quod plerumque in atroci negotio solet, senatus decreuit, darent operam consules, ne quid res publica detrimenti caperet. ea potestas per senatum more Romano magistratui maxuma permittitur: exercitum parare, bellum gerere, coercere omnibus modis socios atque ciuis, domi militiaeque imperium atque iudicium summum habere; aliter sine populi iussu nullius earum rerum consuli ius est.

 

Come apprese queste notizie, Cicerone si turbò per la duplice minaccia, poiché non era più in suo potere proteggere l’Urbe dai pericoli con la sola sua previdenza né era sufficientemente informato sull’entità delle forze di Manlio o delle sue intenzioni. Perciò, portò a conoscenza del Senato la cosa, che correva già sulle bocche di tutti.

Il Senato emanò il decreto che ordina ai consoli di provvedere affinché la Repubblica non subisca alcun danno: secondo il costume romano, al magistrato, tramite il Senato, vengono conferiti i più ampi poteri, come richiamare l’esercito, fare la guerra, tenere sotto la più rigorosa disciplina i cittadini e gli alleati, esercitare, infine, i poteri supremi civili e militari; altrimenti, senza l’autorizzazione del popolo romano, al console non è lecito nessuno di questi provvedimenti.

 

M. Tullio Cicerone. Busto, marmo, copia di B. Thorvaldsen da originale romano. København, Thorvaldsens Museum.

 

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Alceo fr. 332

di F. Ferrari, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2005, pp. 244-245.

 

Pittore di Colmar. Simposiaste e musico. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca., da Vulci. Paris, Musée du Louvre.

 

Mirsilo, l’odiato tiranno succeduto a Melancro, è morto: bisogna «festeggiare» e ubriacarsi («a forza», πρὸς βίαν, aggiunge enfaticamente il poeta). Nel suo candido cinismo il distico (probabilmente iniziale del carme, come suggerisce l’analogo incipit dell’ode composta da Orazio per la morte di Cleopatra: Carmina I 37 nunc est bibendum, nunc pede libero / pulsanda tellus…) documenta la violenza degli odi tra fazioni in lotta per la conquista del potere. Un’esultanza, tra l’altro, che non portò frutti concreti ad Alceo e alla sua eteria, in quanto la comunità di Mitilene (in realtà un patto di tregua tra tutti gli altri gruppi aristocratici) assegnerà a Pittaco poteri illimitati proprio per proteggere la città «contro gli esiliati, di cui erano a capo Antimenida [fratello di Alceo] e il poeta Alceo» (Aristotele, Politica 1285a 33 ss. = Test. 470 Voigt, cfr. fr. 348 τὸν κακοπατρίδα‹ν› / Φίττακον πόλιος τᾶς ἀχόλω καὶ βαρυδαίμονος / ἐστάσαντο τύραννον, μέγ᾽ ἐπαίνεντες ἀόλλεες «Pittaco l’ignobile tutti insieme fra grandi lodi lo facevano tiranno di questa città imbelle, abbandonata alla sventura»).

 

Fonte: Ateneo X, 430 c.

Metro: endecasillabi alcaici (cfr. a fr. 129).

 

Νῦν χρῆ μεθύσθην καί τινα πρὸς βίαν

πώνην, ἐπεὶ δὴ κάτθανε Μύρσιλος.

 

«Ora bisogna ubriacarsi e che ognuno beva a forza, poiché Mirsilo è morto».

 

Orazio, Carm. I 37: Cleopatra, simbolo di ‘libido’ orientale e di virtù romana

di F. Piazzi – A. Giordano Rampioni, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima Età imperiale, Bologna 2004, pp. 224-227; trad. it. di E. Mandruzzato.

 

Giuseppe Amisani, Cleopatra lussuriosa. Olio su tela, 1900.

L’ode fu composta nell’agosto del 30 a.C., dopo l’annunzio della presa d’Alessandria e del suicidio di Cleopatra, seguito a quello d’Antonio. L’attacco impetuoso cita l’incipit dell’ode alcaica in morte del tiranno (fr. 332 L.P.: «Ora bisogna ubriacarsi e bere a forza, perché Mirsilo è morto») e risponde alla domanda dell’epodo IX (Quando repositum Caecubum… bibam?), scritto l’anno prima per la vittoria di Azio: una vittoria che non consentiva festeggiamenti, perché lasciava l’Oriente in mano ad Antonio. L’ansia dei Romani, accresciuta da una libellistica oracolare che adombrava la fine del potere di Roma e la riscossa dell’Oriente, si dissolse all’annuncio della morte della regina, portato a Roma da Marco Tullio Cicerone, figlio dell’oratore.

Al modello alcaico si aggiunge quello pindarico, alto e solenne, come il più adatto all’intento di celebrare l’eroe che libera l’umanità da un fatale monstrum. Di qui il tono magniloquente, la connessione logica resa «ardua» (anche se non oscura) dalla sintassi densa di subordinate, dall’accumulo di periodi ampi arditamente agganciati mediante un dimostrativo, un participio, un relativo. Di qui le contorsioni di un’eloquenza a larghe vedute, la tendenza alla megaloprépeia (la magnificenza), «il male più funesto della lirica civile di Orazio» (La Penna).

Sebbene questa sintassi poetica, complicata ulteriormente dal gioco degli enjambements, non agevoli il riconoscimento della struttura, Elisa Romano individua una tripartizione del contenuto secondo le tematiche: ubriachezza (1-12), follia (12-21), coraggio (21-32). Ottaviano è al centro dell’ode tra due blocchi dedicati alla regina, che dall’uno all’altro muta da femmina corrotta e folle (immagine conforme al cliché della propaganda augustea) a donna fiera e coraggiosa.

Malgrado la centralità di Ottaviano, l’ode non è un panegirico del princeps. Vera protagonista è la regina, nella cui caratterizzazione confluiscono «il modello catoniano del suicidio stoico… il tema, archilocheo e oraziano, della virile accettazione della sorte… l’atteggiamento tipicamente romano del rispetto dei vinti» (Romano).

Certo l’intento encomiastico obbliga Orazio all’interpretazione «ufficiale» degli eventi, quella conforme alla propaganda, che vede nella battaglia lo scontro tra Oriente corrotto e autocratico e Occidente libero e romano, tacendo la realtà della guerra civile. L’intonazione epico-celebrativa impone una velocizzazione degli eventi che esalta la virtus dell’eroe con scarso rispetto della realtà storica. Tuttavia, nella seconda parte dell’ode la propaganda tace, anzi, se mai è rovesciata: «La nobile e fiera figura della regina che vultu sereno va incontro alla morte sovrasta su tutti e su tutto e cancella il vittorioso protagonista. Una personalità più forte ha preso il sopravvento e funge, per così dire, da correttivo allo zelo encomiastico della prima parte» (V. Cremona). Il cambiamento di genere grammaticale (fatale monstrum: quae…) sottolinea il trapasso fulmineo: da simbolo del furor e della libido orientali a simbolo del pati fortia e della virtù romana.

Rispetto a Virgilio che ritrae la sposa egizia di Antonio (nefas!) in pavida fuga (inter caedes pallentem morte futura, Aen. VII 675 ss.), rispetto a Properzio che con compiaciuta misoginia immagina «qual splendido trionfo sarebbe stato quello in cui una sola donna fosse trascinata per le vie attraverso le quali era stato condotto l’africano Giugurta» (IV 6), Orazio rivela autonomia di giudizio e assenza di cortigianeria. Egli è disposto a riconoscere nobiltà e grandezza tragica alla regina avversaria di Roma, sulla scia di Sallustio, autore di ritratti di nemici di Roma romanticamente, come Cleopatra, «ricchi di vizi e di virtù» (si pensi al ritratto di Giugurta o di Catilina).

 

Nunc est bibendum, nunc pede libero

pulsanda tellus; nunc Saliaribus

ornare puluinar deorum

tempus erat dapibus, sodales.

antehac nefas depromere Caecubum

cellis auitis, dum Capitolio

regina dementis ruinas,

funus et imperio parabat

 

contaminato cum grege turpium

morbo uirorum quidlibet inpotens

sperare fortunaque dulci

ebria. sed minuit furorem

 

uix una sospes nauis ab ignibus

mentemque lymphatam Mareotico

redegit in ueros timores

Caesar ab Italia uolantem

 

remis adurgens, accipiter uelut

mollis columbas aut leporem citus

uenator in campis niualis

Haemoniae, daret ut catenis

 

fatale monstrum. quae generosius

perire quaerens nec muliebriter

expauit ensem nec latentis

classe cita reparauit oras.

 

ausa et iacentem uisere regiam

uoltu sereno, fortis et asperas

tractare serpentes, ut atrum

corpore conbiberet uenenum,

 

deliberata morte ferocior;

saeuis Liburnis scilicet inuidens

priuata deduci superbo,

non humilis mulier, triumpho.

 

Questa è l’ora di bere,

battere il suolo senza ceppi al piede,

fratelli; d’onorare nel triclinio

gli Dèi con le vivande più sontuose:

prima, versare il cecubo degli avi

fu sacrilegio mentre la Regina

tramava al Campidoglio distruzioni

di brutto sogno e la morte all’Impero,

 

con una mandra contagiata d’uomini

impuri: smisurati

piani, nella lusinga della sorte,

nella follia. Ma spense la demenza

 

l’unica nave salva tra gl’incendi.

E il Cesare portò nella mente ebra

di vino mareotico realtà

e terrore, spiccandosi d’Italia

 

ad inseguire il volo dei remeggi,

sparviero dietro morbide colombe,

cacciatore sui campi e sulle nevi

di Tessaglia, per mettere in catene

 

il prodigio del Fato. E lei cercò

una morte più nobile. Non fu

donna. La spada non la spaventò.

Non riparò con la veloce flotta

 

tra rive ignote. Osò guardare

serena in viso la reggia abbattuta,

senza timore maneggiò atroci

serpenti, per intridersi di neri

 

veleni. Scelta la morte, divenne

più fiera. E si rubò alle crudeli

liburne, al più superbo dei trionfi:

non più regina, donna nella gloria.

Alceo fr. 208a

di F. Ferrari, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2005, pp. 240-243.

A Mirsilo, e alla sua cospirazione per affermarsi come «tiranno» di Mitilene si riferisce – come ci informa lo stoico Eraclito – l’allegoria della nave dello Stato, sviluppata anche in un altro carme (fr. 6, 1-4):

 

Τὸ δηὖτε κῦμα τῶ προτέρω ᾽νέμω

στείχει, παρέξει δ᾽ ἄμμι πόνον πόλυν

ἄντλην, ἐπεί κε νᾶος ἔμβαι

νή[ατα .]όμεθ᾽ ἐ[

 

[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .]

[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .]

φαρξώμεθ᾽ ὠς ὤκιστα [

ἐς δ᾽ ἔχυρον λίμενα δρό[μωμεν

 

καὶ μή τιν᾽ ὄκνος μόλθ[ακος ἀμμέων

λάβηι· πρόδηλον γάρ μεγ᾽ [ἀέθλιον

μνάσθητε τῶν πάροιθε μ[οχθων

νῦν τις ἄνηρ δόκιμος γε[νέσθω

 

καὶ μὴ καταισχύνωμεν [ἀνανδρίαι

ἔσλοις τόκηας γᾶς ὔπα κε[ιμένοις

 

«Avanza di nuovo questa ondata prodotta dal vento di prima e ci costerà molta fatica vuotare la sentina quando l’acqua abbia invaso la nave… al più presto fortifichiamo ‹le fiancate›… e corriamo verso un porto sicuro… e nessuno si lasci prendere dalla fiacca esitazione ‹…›: una grande ‹tempesta› è palese; ricordate il ‹…› di prima; ora ogni uomo mostri di saper resistere, e non disonoriamo i nobili genitori che giacciono sotto la terra…».

 

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

 

Già in Archiloco i pericoli della guerra erano assimilati all’approssimarsi di una tempesta sul mare, ma solo con Alceo (e poi con Teognide 671-682) prende forma compiuta l’immagine della nave in mezzo ai flutti come simbolo politico, «manifestazione visibile ed emblematica della discordia civile che travolge la città di Mitilene (…). I venti, le onde, l’acqua della sentina, le sartie, i timoni, le scotte, il carico della nave, sono le immagini sensibili attraverso le quali il poeta comunica all’uditorio l’estrema gravità di una situazione, la furia di uno scontro cui difficilmente si potrà resistere. L’onda metaforizza il movimento e l’urlo dei guerrieri: nell’Iliade (15, 381 ss.) i Troiani che si abbattono sul muro sono come una grossa ondata (μέγα κῦμα) che s’abbatte sulla murata di una nave (νηὸς ὑπὲρ τοίχων); nei Sette a Tebe di Eschilo il nunzio esorta a difendere la città “prima che si scatenino i soffi di Ares, poiché urla l’onda (κῦμα) terrestre dell’esercito”. Con la stessa immagine marinaresca, che sembra questa volta ricalcare proprio quella di Alceo, il coro delle vergini descrive la sciagura della guerra che si abbatte sui Tebani (vv. 758 ss.): “un mare di mali sospinge l’onda (cioè l’onda dei guerrieri), l’una ricade, l’altra solleva la triplice cresta che mugghia intorno alla poppa della città”. L’acqua che penetra nella sentina della nave (ἄντλος) denota anch’essa l’onda degli uomini armati che irrompono nella città: nei Sette a Tebe (vv. 795 s.) il nunzio narra con esultanza al coro che la patria è ormai scampata al giogo, gode la quiete e “sotto i molti colpi delle ondate non accoglie l’acqua della sentina” (ἄντλος), cioè nessuna falla s’aperse all’impeto delle onde e, fuor di metafora, nessuna breccia s’aperse all’assalto dei nemici. I timoni (v. 9 ὀήϊα) e la vela (v. 7 λαῖφος) sono i simboli della nave/città: nei Sette a Tebe (v. 3) il custode della cosa pubblica è colui che governa il timone (οἴακα) sulla poppa della città. La violenza e le rovine della guerra sono espresse nel Reso (v. 232 s.) di Euripide con l’immagine di Ares che soffia impetuoso e lacera le vele della città di Ilio. Anche per la discussa espressione “restino saldi nelle scotte i due piedi (della vela)” (…) è indubbio che il termine “piedi” ha la funzione ambivalente di denotare, nell’ambito dell’allegoria, i due angoli inferiori della vela che vengono tirati o allentati dalle corde e, fuor di metafora, come è stato dimostrato mediante il confronto con Tirteo, i piedi del combattente. Lo stilema tirtaico che raffigura il soldato “ben saldo sulle gambe” che nel combattimento deve resistere (μενέτω) “con entrambi i piedi fissati al suolo”, presenta quella stessa immagine che la metafora alcaica veicola attraverso il nesso concettuale del restar saldo, del resistere (μένειν). I piedi, gli arti inferiori della vela e del combattente, sono gli strumenti tangibili e visivi della resistenza ad oltranza contro la furia dei venti e delle onde e, fuor di metafora, contro il divampare della guerra civile con il ritorno di Mirsilo a Mitilene, in senso più specifico, contro gli assalti della fazione avversa. Ad essi Alceo affida la propria salvezza» (Gentili 1984, 260-262).

Larga e duratura la fortuna del carme alcaico: oltre a Teognide (vv. 671-682) e ai Sette contro Tebe eschilei (in particolare vv. 62 ss., 208 ss., 795 ss.), vanno ricordati almeno Polibio (VI 44, 3-7), Orazio (Carmina I 37), Dione Cassio (LII 16, 3-4).

 

Fonte: Eraclito, Allegorie omeriche 5 (vv. 1-9); Cocondrio, Περὶ τρόπων 9 (Rhetores Graeci 3, 234 s. Spengel) (vv. 1-5); P. Oxy. 2297, frr. a b c (vv. 8-19), etc.

Metro: strofi alcaiche.

 

ἀσυν‹ν›έτημμι τὼν ἀνέμων στάσιν·

τὸ μὲν γὰρ ἔνθεν κῦμα κυλίνδεται,

τὸ δ’ ἔνθεν, ἄμμες δ’ ὂν τὸ μέσσον

νᾶϊ φορήμμεθα σὺν μελαίναι

 

χείμωνι μόχθεντες μεγάλωι μάλα·

πὲρ μὲν γὰρ ἄντλος ἰστοπέδαν ἔχει,

λαῖφος δὲ πὰν ζάδηλον ἤδη

καὶ λάκιδες μέγαλαι κὰτ αὖτο·

 

χάλαισι δ’ ἄγκυρραι, ‹ τὰ δ᾽ ὀήϊα ›

[                                                   ]

. [. . .] .[

-τοι πόδες ἀμφότεροι μένο[ισιν

 

ἐ‹ν› βιμβλίδεσσι· τοῦτό με καὶ σ[άοι

μόνον· τὰ δ᾽ ἄχματ᾽ ἐκπεπ[α]λάχμενα

τὰ] μεν φ[ό]ρηντ᾽ ἔπερθα, τῶν [. . .].

. . . .]ενοισ.[. . . . . . . . . . . . . .

 

«Non intendo questa posizione dei venti: infatti un’onda rotola di qua e di là un’altra, e noi siamo trascinati in mezzo al mare con la nera nave, molto tribolando per la grande tempesta; infatti l’acqua della stiva supera la base dell’albero e la vela (è) ormai tutta lacera e grandi brandelli ne pendono, e si allentano le ancore, e i timoni… ambedue le scotte restino salde nei canapi: questo possa salvare almeno me; e le merci le une (ormai) sfracellate, sono trascinate in alto…».

Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Liv. V 35, 4-38, in Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione. III (libri V-VII), traduzione di M. Scàndola, note di C. Moreschini, Milano 201011, pp. 90-99.

 

35

[…]

 

(4) Clusini nouo bello exterriti cum multitudinem, cum formas hominum inuisitatas cernerent et genus armorum audirentque saepe ab iis cis Padum ultraque legiones Etruscorum fusas, quamquam aduersus Romanos nullum eis ius societatis amicitiaeue erat, nisi quod Ueientes consanguineos aduersus populum Romanum non defendissent, legatos Romam, qui auxilium ab senatu peterent, misere. (5) de auxilio nihil impetratum; legati tres M. Fabi Ambusti filii missi, qui senatus populique Romani nomine agerent cum Gallis, ne, a quibus nullam iniuriam accepissent, socios populi Romani atque amicos oppugnarent. (6) Romanis eos bello quoque, si res cogat, tuendos esse; sed melius uisum bellum ipsum amoueri, si posset, et Gallos, nouam gentem, pace potius cognosci quam armis.

 

I Chiusini, atterriti dall’insolita guerra, considerando il gran numero, l’aspetto insolito di quella gente, il loro armamento, e sentendo ch’essi avevano più volte sbaragliato le legioni degli Etruschi di qua e di là dal Po, sebbene non avessero coi Romani alcun vincolo d’alleanza o d’amicizia, a parte il fatto ch’essi non avevano difeso i Veienti loro consanguinei contro il popolo romano, mandarono ambasciatori a Roma a chiedere aiuto al Senato. In quanto ad aiuti non ne ottennero alcuno; furono solo inviati come ambasciatori i tre figli di Marco Fabio Ambusto a trattare coi Galli, a nome del Senato e del popolo romano, perché non assalissero gli alleati ed amici del popolo romano, dai quali non avevano ricevuto alcun torto: i Romani avrebbero dovuto difenderli anche con la guerra se le circostanze lo richiedevano; ma pareva più opportuno che la guerra si evitasse, possibilmente, e che si facesse la conoscenza dei Galli, nuovo popolo, in pace piuttosto che in armi.

 

36

 

(1) Mitis legatio, ni praeferoces legatos Gallisque magis quam Romanis similes habuisset. quibus, postquam mandata ediderunt in concilio Gallorum, datur responsum, (2) etsi nouum nomen audiant Romanorum, tamen credere uiros fortes esse, quorum auxilium a Clusinis in re trepida sit inploratum; (3) et quoniam legatione aduersus se maluerint quam armis tueri socios, ne se quidem pacem, quam illi adferant, aspernari, si Gallis egentibus agro, quem latius possideant quam colant Clusini, partem finium concedant; aliter pacem impetrari non posse. (4) et responsum coram Romanis accipere uelle et, si negetur ager, coram iisdem Romanis dimicaturos, ut nuntiare domum possent, quantum Galli uirtute ceteros mortales praestarent. (5) quodnam id ius esset, agrum a possessoribus petere aut minari arma, Romanis quaerentibus, et quid in Etruria rei Gallis esset, cum illi se in armis ius ferre et omnia fortium uirorum esse ferociter dicerent, accensis utrimque animis ad arma discurritur et proelium conseritur. (6) ibi iam urgentibus Romanam urbem fatis legati contra ius gentium arma capiunt. nec id clam esse potuit, cum ante signa Etruscorum tres nobilissimi fortissimique Romanae iuuentutis pugnarent; tantum eminebat peregrina uirtus. (7) quin etiam Q. Fabius euectus extra aciem equo ducem Gallorum ferociter in ipsa signa Etruscorum incursantem per latus transfixum hasta occidit; spoliaque eius legentem Galli agnouere, perque totam aciem Romanum legatum esse signum datum est. (8) omissa inde in Clusinos ira receptui canunt minantes Romanis. erant, qui extemplo Romam eundum censerent; uicere seniores, ut legati prius mitterentur questum iniurias postulatumque, ut pro iure gentium uiolato Fabii dederentur. (9) legati Gallorum cum ea, sicut erant mandata, exposuissent, senatui nec factum placebat Fabiorum, et ius postulare barbari uidebantur; sed ne id, quod placebat, decerneret in tantae nobilitatis uiris, ambitio obstabat. (10) itaque ne penes ipsos culpa esset, si clades forent Gallico bello acceptae, cognitionem de postulatis Gallorum ad populum reiciunt; ubi tanto plus gratia atque opes ualuere, ut, quorum de poena agebatur, tribuni militum consulari potestate in insequentem annum crearentur. (11) quo facto haud secus, quam dignum erat, infensi Galli bellum propalam minantes ad suos redeunt. tribuni militum cum tribus Fabiis creati Q. Sulpicius Longus, Q. Seruilius quartum, P. Cornelius Maluginensis.

 

Sarebbe stata una missione conciliante, se gli ambasciatori non fossero stati troppo impetuosi, più simili ai Galli che ai Romani[1]. Ad essi, dopo che ebbero esposto nell’adunanza gli incarichi ricevuti, fu risposto che, sebbene udissero per la prima volta il nome dei Romani, credevano tuttavia che fossero uomini coraggiosi, se i Chiusini avevano invocato il loro aiuto in un momento così critico; e poiché avevano preferito difendere gli alleati contro di loro piuttosto con le trattative che con le armi, neppure rifiutavano la pace ch’essi offrivano, purché i Chiusini, che possedevano una terra più vasta di quella che coltivavano, cedessero ai Galli, che ne avevano bisogno, una parte del loro territorio: altrimenti la pace non si sarebbe potuta ottenere[2]. La risposta volevano riceverla alla presenza dei Romani, e, se la terra fosse stata loro rifiutata, alla presenza degli stessi Romani avrebbero combattuto, perché potessero riferire in patria di quanto i Galli superassero in valore tutti gli altri uomini. Ai Romani, i quali chiedevano qual sorta di diritto fosse quello di pretendere terre da coloro che ne erano i proprietari o di minacciare la guerra, e che cosa avessero a che fare i Galli con l’Etruria, quelli risposero arrogantemente che il diritto lo portavano nelle armi, e che ogni cosa era di proprietà degli uomini coraggiosi; accesisi perciò gli animi da entrambe le parti, si corse alle armi e si attaccò battaglia. Allora, mentre ormai i fati incalzavano la città di Roma, gli ambasciatori, contro il diritto delle genti, impugnarono le armi. Né questo fatto poté restare nascosto, perché quei tre nobilissimi e coraggiosissimi rappresentanti della gioventù romana combattevano davanti alle insegne degli Etruschi: tanto chiaramente risaltava il valore di quei forestieri. Ché anzi Quinto Fabio[3], spintosi col suo cavallo fuori delle file, uccise, trapassandolo in un fianco con l’asta, il comandante dei Galli che si lanciava arditamente contro le insegne stesse degli Etruschi; e, mentre ne raccoglieva le spoglie, i Galli lo riconobbero, e per tutto l’esercito fu dato l’avviso ch’era l’ambasciatore romano. Deposta quindi l’ira contro i Chiusini, suonarono la ritirata, scagliando minacce contro i Romani. V’erano di quelli che pensavano che si dovesse immediatamente marciare contro Roma; ma prevalsero i più anziani, i quali ottennero che si mandassero prima ambasciatori a protestare per il torto ricevuto e a chiedere la consegna dei Fabi in seguito alla violazione del diritto delle genti. Gli ambasciatori dei Galli esposero i fatti secondo le istruzioni ricevute; ma, mentre il Senato disapprovava la condotta dei Fabi e giudicava legittima la richiesta dei barbari, d’altro canto gli intrighi impedivano che si prendessero opportuni provvedimenti, trattandosi di persone di sì alta nobiltà[4]. Pertanto, affinché non ricadesse su di loro la responsabilità di un’eventuale sconfitta in una guerra contro i Galli, rimisero al popolo l’esame delle loro richieste[5]; e su di esso tanto prevalsero il favore e le influenze, che coloro dei quali si reclamava la punizione furono eletti tribuni militari con potestà consolare per l’anno seguente. Irritati per questo fatto, com’era più che giusto, i Galli se ne tornarono dai loro minacciando apertamente la guerra. Insieme coi tre Fabi furono eletti tribuni militari Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio per la quarta volta, Publio Cornelio Maluginense.

 

Guerrieri senoni (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

37

 

(1) Cum tanta moles mali instaret – adeo obcaecat animos fortuna, ubi uim suam ingruentem refringi non uult –, ciuitas, quae aduersus Fidenatem ac Ueientem hostem aliosque finitimos populos ultima experiens auxilia dictatorem multis tempestatibus dixisset, (2) ea tunc inuisitato atque inaudito hoste ab Oceano terrarumque ultimis oris bellum ciente nihil extraordinarii imperii aut auxilii quaesiuit. (3) tribuni, quorum temeritate bellum contractum erat, summae rerum praeerant dilectumque nihilo accuratiorem, quam ad media bella haberi solitus erat, extenuantes etiam famam belli habebant. (4) interim Galli, postquam accepere ultro honorem habitum uiolatoribus iuris humani elusamque legationem suam esse, flagrantes ira, cuius inpotens est gens, confestim signis conuulsis citato agmine iter ingrediuntur. (5)  ad quorum praetereuntium raptim tumultum cum exterritae urbes ad arma concurrerent fugaque agrestium fieret, Romam se ire magno clamore significabant, quacumque ibant, equis uirisque longe ac late fuso agmine inmensum obtinentes loci. (6) sed antecedente fama nuntiisque Clusinorum, deinceps inde aliorum populorum, plurimum terroris Romam celeritas hostium tulit, (7) quippe quibus uelut tumultuario exercitu raptim ducto aegre ad undecimum lapidem occursum est, qua flumen Alia Crustuminis montibus praealto defluens alueo haud multum infra uiam Tiberino amni miscetur. (8) iam omnia contra circaque hostium plena erant, et nata in uanos tumultus gens truci cantu clamoribusque uariis horrendo cuncta conpleuerant sono.

 

Sebbene sovrastasse così immensa sventura, la città che contro i Fidenati, i Veienti e gli altri popoli confinanti era ricorsa all’estremo rimedio, nominando in molte circostanze un dittatore, in quell’occasione – a tal punto il destino accieca gli animi, quando non vuole che si annulli la sua incombente violenza – non cercò, contro un nemico mai visto e mai sentito nominare, che portava la guerra dall’Oceano e dagli estremi confini della terra[6], nessuna autorità, nessun aiuto straordinario. Il supremo comando era nelle mani di quei tribuni per la cui temerarietà ci si era tirati addosso la guerra, ed essi facevano una leva per nulla più accurata di quella che si era soliti fare per guerre ordinarie, sminuendo anzi l’importanza che a questa attribuiva la pubblica opinione. Frattanto i Galli, quando seppero che ai violatori del diritto umano si era perfino reso onore, e che ci si era fatti giuoco della loro ambasceria, ardenti d’ira, incapace com’è quel popolo di frenarla, immediatamente, levate le insegne, si misero in cammino a marce forzate. E mentre al tumulto destato dalla loro precipitosa avanzata le città atterrite correvano alle armi, e i contadini si davano alla fuga, essi, dovunque passavano, gridavano a squarciagola ch’erano diretti a Roma, occupando coi cavalli e con gli uomini, che avanzavano spiegati in lungo e in largo, uno spazio immenso. La rapida marcia dei nemici, benché fosse stata preceduta dalla fama e dai messi inviati dai Chiusini e poi via via da altri popoli, destò a Roma grandissimo terrore, poiché a stento si poté andar loro incontro, con un esercito quasi improvvisato e raccolto in fretta e furia, a undici miglia dall’Urbe, là dove il fiume Allia, scendendo con un letto assai profondo dai monti Crustumini, confluisce nel Tevere non molto al di sotto della strada[7]. Già ogni luogo, di fronte e all’intorno, era pieno di nemici, e quella gente, portata per natura agli inutili schiamazzi, aveva fatto echeggiare ovunque l’orrendo frastuono dei suoi selvaggi canti e dalle grida di varia natura.

I guerrieri senoni inseguono alcuni fanti romani in rotta. Illustrazione di A. McBride.

 

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(1) Ibi tribuni militum non loco castris ante capto, non praemunito vallo, quo receptus esset, non deorum saltem, si non hominum, memores nec auspicato nec litato instruunt aciem diductam in cornua, ne circumveniri multitudine hostium possent; (2) nec tamen aequari frontes poterant, cum extenuando infirmam et vix cohaerentem mediam aciem haberent. paulum erat ab dextera editi loci, quem subsidiariis repleri placuit; eaque res ut initium pavoris ac fugae, sic una salus fugientibus fuit. (3) nam Brennus, regulus Gallorum, in paucitate hostium artem maxime timens, ratus ad id captum superiorem locum, ut, ubi Galli cum acie legionum recta fronte concurrissent, subsidia in aversos transversosque impetum darent, ad subsidiarios signa convertit, (4) si eos loco depulisset, haud dubius facilem in aequo campi tantum superanti multitudine victoriam fore; adeo non fortuna modo, sed ratio etiam cum barbaris stabat. (5) in altera acie nihil simile Romanis, non apud duces, non apud milites erat. pavor fugaque occupaverat animos et tanta omnium oblivio, ut multo maior pars Veios, in hostium urbem, cum Tiberis arceret, quam recto itinere Romam ad coniuges ac liberos fugerent. (6) parumper subsidiarios tutatus est locus; in reliqua acie simul est clamor proximis ab latere, ultimis ab tergo auditus, ignotum hostem prius paene quam viderent, non modo non temptato certamine, sed ne clamore quidem reddito integri intactique fugerunt; (7) nec ulla caedes pugnantium fuit; terga caesa suomet ipsorum certamine in turba inpedientium fugam. (8) circa ripam Tiberis, quo armis abiectis totum sinistrum cornu refugit, magna strages facta est, multosque inperitos nandi aut invalidos, graves loricis aliisque tegminibus, hausere gurgites; (9) maxima tamen pars incolumis Veios perfugit, unde non modo praesidii quicquam, sed ne nuntius quidem cladis Romam est missus. (10)  ab dextro cornu, quod procul a flumine et magis sub monte steterat, Romam omnes petiere et ne clausis quidem portis urbis in arcem confugerunt.

 

Allora i tribuni militari, senza aver prima scelto una posizione adatta per l’accampamento, senza essersi assicurata la protezione d’una trincea dove potersi rifugiare, senza ricordarsi almeno degli dèi se non degli uomini, senza aver preso gli auspici e senza aver fatto i sacrifici propiziatori, schierarono l’esercito, distendendolo alle ali per evitare di essere circondati dal gran numero dei nemici: ciò nonostante non potevano opporre un fronte uguale al loro, mentre assottigliando il centro, lo rendevano debole e quasi disunito. Sulla destra v’era una piccola altura, che si decise di far occupare dalle truppe di riserva, e questa mossa, come segnò l’inizio del panico e della fuga, così rappresentò l’unica via di salvezza per i fuggitivi. Infatti Brenno, principe dei Galli, temendo soprattutto, data la scarsezza dei nemici, uno stratagemma, convinto che l’altura fosse stata occupata con lo scopo di permettere ai rincalzi di assalirli alle spalle e di fianco non appena i Galli avessero sferrato un attacco frontale contro il grosso delle nostre legioni, operò una conversione e marciò contro le truppe di riserva, non dubitando che, se le avesse sloggiate da quella posizione, nella pianura la vittoria sarebbe poi stata facile per i suoi ch’erano tanto superiore di numero: a tal punto, non solo la fortuna, ma anche la tattica stava dalla parte dei barbari. Dall’altra non v’era nulla che desse l’idea d’un esercito romano, né presso i comandanti, né presso i soldati. La paura e il desiderio di fuggire, insieme con l’oblio d’ogni dovere, avevano talmente invaso gli animi, che furono assai più quelli che preferirono rifugiarsi a Veio, nella città dei nemici, nonostante l’ostacolo del Tevere, anziché direttamente a Roma, presso le spose e i figli. La posizione protesse per poco tempo le riserve; nel resto dell’esercito, appena fu inteso il grido di guerra, di fianco dai più vicini, alle spalle dai più lontani, quasi ancor prima d’aver visto il nemico sconosciuto, senza avere, non solo tentato il combattimento, ma neppure levato il grido di guerra, freschi ed illesi com’erano, si diedero alla fuga; nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettate le armi, fu fatta una gran carneficina, e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio, donde non soltanto non fu mandato a Roma alcun aiuto, ma neppure la notizia della disfatta. Quelli dell’ala destra, ch’erano rimasti lontano dal fiume e più sotto il monto, si diressero tutti a Roma, e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca.

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Note:

 

[1] Si presenta qui una tipologia della popolazione gallica ampiamente diffusa tra gli scrittori latini. Si sottolineano la ferocia e gli istinti bellicosi, ai quali si accompagnano, però, come aspetto negativo (e tale aspetto è assente nel guerriero romano), la scarsa resistenza alle difficoltà. Queste caratteristiche, si quelle positive sia quelle negative, si possono riscontrare in tutta la vicenda dell’invasione gallica.

[2] Gli abitanti di Chiusi sembrano essere dei grandi proprietari terrieri.

[3] Questo Quinto Fabio, il maggiore dei tre fratelli, era probabilmente quello che era stato console nel 412 a.C. (cfr. IV 52).

[4] La colpa, dunque, è del Senato e della nobile famiglia dei Fabii.

[5] Mentre il Senato avrebbe potuto benissimo decidere da solo.

[6] Un’affermazione che non risponde alla esatta realtà, ma deve essere considerata un’amplificazione retorica.

[7] Era la via Salaria.

Sui questori

di G. Urso, Cassio Dione e i magistrati. Le origini della repubblica nei frammenti della Storia romana, Milano 2005, pp. 37-43.

 

 

M. Giunio Bruto (oppure C. Sosio?). Obolo, Provincia di Syria, I sec. a.C. AE 18, 04 gr. Verso: tre attributi del magistrato – l’hasta, la sella quaestoria e il fiscus. In exergo: Q(uaestor).

 

Dopo i “consoli” (ἄρχοντες, στρατηγοί, ὕπατοι), i primi magistrati menzionati da Dione sono i questori, di cui la nostra fonte parla subito dopo l’accenno all’esilio di Tarquinio il Superbo a Cuma. Dal contesto del racconto di Zonara (VII 13) sembra che la notizia spetti al 509 vulg. (o comunque ai primissimi anni della repubblica):

 

καὶ τὴν τῶν χρημάτων διοίκησιν ἄλλοις ἀπένειμεν [scil. Ποπλικόλας], ἵνα μὴ τούτῶν ἐγκρατεῖς ὄντες οἱ ὑπατεύοντες μέγα δύνωνται. ὅτε πρῶτον οἱ ταμίαι γίνεσθαι ἤρξαντο· κοιαίστωρας δ’ ἐκάλουν αὐτούς. οἲ πρῶτον μὲν τὰς θανασίμους δίκας ἐδίκαζον, ὅθεν καὶ τὴν προσηγορίαυ ταύτην διὰ τὰς ἀνακρίσεις ἐσχήκασι καὶ διὰ τὴν τῆς ἀληθείας ἐκ τῶν ἀνακρίσεων ζήτησιν· ὕστερον δὲ καὶ τὴν τῶν κοινόν χρημάτων διοίκησιν ἔλαχον, καὶ ταμίαι προσωνομάσθησαν. μετὰ ταῦτα δ’ ἑτέροις μὲν ἐπετράπη τὰ δικαστήρια, ἐκεῖνοι δὲ τῶν χρημάτων ἤσαν διοικηταί.

 

«E Publicola destinò l’amministrazione del tesoro ad altri, affinché quelli che detenevano il consolato non acquisissero troppo potere, essendone responsabili. Allora per la prima volta cominciarono ad esserci i tesorieri. Li chiamavano “questori”. Essi in un primo tempo giudicavano nei processi capitali, da cui hanno ricevuto anche la loro denominazione, perché interrogavano [quaerere] e perché cercavano la verità per mezzo delle loro domande. In seguito ottennero anche l’amministrazione del tesoro pubblico e furono chiamati tesorieri. Più tardi i giudizi vennero riservati ad altri ed essi rimasero i responsabili del tesoro».

 

Dione si riferisce dunque ad una doppia funzione di questi magistrati, quella giudiziaria e quella amministrativa, che rimase più tardi l’unico compito dei questori. La funzione giudiziaria è evidentemente quella attribuita ai cosiddetti quaestores parricidii[1], da cui si distinguono i quaestores (aerarii) propriamente detti.

A questa doppia funzione dei questori sembra riferirsi una breve allusione di Varrone (ling. V 81), riguardante l’etimologia del nome: quaestores a quaerendo, qui conquirerent publicas pecunias et maleficia, quae triumviri capitales nunc conquirunt. Ma Dione non si limita ad affermare che i questori potevano svolgere funzioni diverse; egli, più esattamente, distingue tre fasi nell’evoluzione della magistratura: una prima fase (πρῶτον), in cui le competenze dei questori sono soltanto di natura giudiziaria; una seconda fase (ὕστερον), in cui vi si aggiungono le competenze amministrative; e infine una terza (μετὰ ταῦτα), in cui solo queste ultime sopravvivono[2]. Qui ci troviamo, evidentemente, nella seconda fase: lo si ricava dal confronto fra ὅτε πρῶτον οἱ ταμίαι γίνεσθαι ἤρξαντο e il successivo καὶ ταμίαι προσωνομάσθησαν: è chiaro dunque che per Dione i questori esistevano già nell’epoca dei re[3].

Questa ricostruzione inserisce la nostra fonte in una tradizione abbastanza ben attestata, a livello giuridico e antiquario. Infatti, diverse altre fonti (Giunio Graccano, citato nel De officio quaestoris di Ulpiano, Tacito ed Ulpiano stesso) pongono i questori già in età monarchica, anche se le loro opinioni divergono riguardo al meccanismo della nomina di questi magistrati: da parte del popolo già sotto i re secondo Graccano; prima da parte dei re, poi dei “consoli”, infine del popolo secondo Tacito (Ulpiano non fornisce indicazioni al riguardo):

 

Tacito ann. XI 22, 4: sed quaestores regibus etiam tum imperantibus insituti sunt, quod lex curiata ostendit a L. Bruto repetita. Mansitque consulibus potestas deligendi, donec eum quoque honorem populus mandaret. Creatique primum Valerius Potitus et Aemilius Mamercus sexagesimo tertio anno post Tarquinios exactos [secondo la cronologia tradizionale, nel 446], ut rem militarem comitarentur[4].

 

Ulpiano D. 1.13.1.pr. -1: origo quaestoribus creandis antiquissima est et paene ante omnes magistratus. Gracchanus denique Iunius libro septimo de potestatibus etiam ipsum Romulum et Numam Pompilium binos quaestores habuisse, qui non sua voce, sed populi suffragio crearent, refert. Sed sicuti dubium est, an Romulo et Numa regnantibus quaestor fuerit, ita Tullo Hostilio rege quaestores fuisse certum est: et sane crebrior apud veteres opinio est Hostilium primum in rem publicam induxisse quaestores. Et a genere quaerendi quaestores initio dictos et Iunius et Trebatius et Fenestella dicunt[5].

 

 

Aesillas, questore. Tetradramma, Provincia di Macedonia, 85-70 a.C. Ar 16, 37 gr. Verso: cassa monetale, clava e sella quaestoria all’interno di una corona di quercia.

 

In Zonara, l’uso del verbo γίνεσθαι non permette di comprendere se qui Dione pensasse ad una nomina da parte dei “consoli” o ad una elezione[6].

Mentre Graccano, Tacito ed Ulpiano sono concordi nell’attribuire a questa magistratura un’origine risalente all’epoca monarchica, pur divergendo nei particolari, diversa è invece la tradizione attestata nell’Enchiridion di Pomponio (D. 1.2.2.22-23):

 

deinde cum aerarium populi auctius esse coepisset, ut essent qui illi praeessent, constituti sunt quaestores dicti ab eo quod inquirendae et conservandae pecuniae causa creati erant. Et quia, ut diximus, de capite civis Romani iniussu populi non erat lege permissum consulibus ius dicere, propterea quaestores constituebantur a populo, qui capitalibus rebus praeessent: hi appellabantur quaestores parricidii, quorum etiam meminit lex duodecim tabularum.

 

Pomponio pone l’origine dei questori nella prima metà del V secolo, dopo i tribuni della plebe e gli edili (di cui parla subito prima) e prima dei decemviri[7]. La tradizione da cui il giurista dipende faceva a quanto sembra coincidere la nascita dei quaestores aerarii e quella dei quaestores parricidii[8], a differenza di Dione che come si è detto conosce una scansione cronologica più articolata. Anzi, l’etimologia del nome viene fatta risalire da Pomponio proprio alle competenze finanziarie dei questori, non a quelle in materia giudiziaria, come invece troviamo in Dione e in Festo[9].

 

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C’è infine la testimonianza di Plutarco (Publ. 12, 34), che presenta diversi punti di contatto con Dione e su cui dobbiamo soffermarci maggiormente, anche perché, come si è detto, è l’altra fonte di cui Zonara si serve per questa sezione:

 

ἐπῃνέθη δὲ καὶ διὰ τὸν ταμιευτικὸν νόμον [scil. Ποπλικόλας]. ἐπεὶ γὰρ ἔδει χρήματα πρὸς τὸν πόλεμον εἰσενεγκεῖν ἀπὸ τῶν οὐσιῶν τοὺς πολίτας, οὔτ᾽ αὐτὸς ἅψασθαι τῆς οἰκονομίας οὔτε τοὺς φίλους ἐᾶσαι βουλόμενος οὔθ᾽ ὅλως εἰς οἶκον ἰδιώτου παρελθεῖν δημόσια χρήματα, ταμιεῖον μὲν ἀπέδειξε τὸν τοῦ Κρόνου ναόν, ᾧ μέχρι νῦν χρώμενοι διατελοῦσι, ταμίας δὲ τῷ δήμῳ δύο τῶν νέων ἔδωκεν ἀποδεῖξαι καὶ ἀπεδείχθησαν οἱ πρῶτοι Πούπλιος Οὐετούριος καὶ Μινούκιος Μᾶρκος καὶ χρήματα συνήχθη πολλά, τρισκαίδεκα γὰρ ἀπεγράψαντο μυριάδες, ὀρφανοῖς παισὶ καὶ χήραις γυναιξὶν ἀνεθείσης τῆς εἰσφορᾶς.

 

«Publicola fu lodato anche per la legge finanziaria. Poiché infatti bisognava che i cittadini contribuissero con le loro sostanze alle spese di guerra e non volendo egli amministrare quelle entrate né lasciare che lo facessero i suoi amici, né che, in genere, il pubblico denaro andasse a finire in casa di un cittadino privato, fissò come pubblico erario il tempio di Saturno, di cui fino a oggi continuano a servirsi, e dette al popolo la facoltà di eleggere due uomini nuovi come questori [ταμίας]. Furono eletti per primi a questa carica Publio Veturio e Marco Minucio, e furono raccolti ingenti somme; i censiti furono 130.000, essendo stati esentati dal tributo gli orfani e le vedove»[10].

 

Colonne del tempio di Saturno. Roma, fori imperiali.

 

I punti di contatto con Dione/Zonara sono due: anzitutto la data, coincidente col primo anno della repubblica[11]; e poi, la premessa, che è simile, anche se non identica: Publicola non vuole amministrare le entrate dello stato, né vuole che lo facciano i suoi amici (Zonara dice che Publicola non vuole che lo facciano gli ἄρχοντες). Altri particolari in Zonara mancano (la precisazione sulla elezione da parte del popolo, il nome dei primi questori, l’accenno all’aerarium Saturni, che parrebbe anacronistico[12]); in Plutarco invece manca l’excursus sulla “doppia funzione” dei questori e l’etimologia del nome.

All’origine delle due notizie di Plutarco e di Dione sembra esserci una tradizione comune (che collocava i primi ταμίαι all’inizio della repubblica) diversamente confluita nei due autori, che a mio avviso attingono a fonti diverse. Mentre a Plutarco interessa più da vicino il ruolo di Publicola nella creazione di questi nuovi magistrati, Dione nega che la magistratura sia nata con Publicola (cfr. l’accenno, assente in Plutarco, ai quaestores parricidii di età monarchica) ed è più attento ai risvolti storico-costituzionali della notizia.

Mi sembra significativo il fatto che per Dione la questura (i quaestores aerarii) nasca come una prima limitazione dei poteri esercitati dai “consoli” (καὶ τὴν τῶν χρημάτων διοίκησιν ἄλλοις ἀπένειμεν, ἵνα μὴ τούτῶν ἐγκρατεῖς ὄντες οἱ ὑπατεύοντες μέγα δύνωνται), a loro volta diretta derivazione dei poteri dei re. Emerge dunque nuovamente che per Dione la nascita delle magistrature repubblicane, al di là dell’occasione materiale che la determina (la rivolta contro i Tarquini), non costituisce, sotto il profilo giuridico, un fatto rivoluzionario. Su questo tema l’orientamento della nostra fonte sembra molto netto e preciso e le sue affermazioni del tutto coerenti[13].

Vale infine la pena di notare che Dione non dipende certamente né da Dionigi né da Livio, che non accennano alla costituzione della magistratura. Tuttavia Dionigi ammette implicitamente, come Dione, l’origine proto-repubblicana dei questores aerarii (di cui parla subito dopo la partenza di Porsenna da Roma)[14], mentre Livio ammette per lo meno l’esistenza, a quest’epoca, dei questores parricidii (di cui parla in relazione all’uccisione di Spurio Cassio, del 485)[15]. Inoltre, tra tutte le fonti che ci parlano della questura, Dione è l’unico ad individuare tre fasi evolutive di questa magistratura. A prescindere dalla sua attendibilità, il forte interesse della fonte di Dione e di Dione stesso per la storia costituzionale arcaica sembra chiaramente confermato.

C. Publilio. Obolo, Provincia di Macedonia, 168-167 a.C. AE 11, 89 gr. Verso: la leggenda “ΜΑΚΕΔΟΝΩΝ ΤΑΜΙΟΥ ΓΑΙΟΥ ΠΟΠΛΙΛΙΟΥ” iscritta su tre linee all’interno di una corona di quercia.

 

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[1] Fest. 221M (247L): parricidii quaestores appellabantur qui solebant creari causa rerum capitalium quaerendarum.

[2] Il problema dell’originaria identità, oppure della reciproca indipendenza, dei quaestores parricidii e dei quaestores aerarii è variamente risolto dai moderni. A favore dell’originaria unicità della magistratura, E. Herzog, Geschichte und System der römischen Staatsverfassung, I, Leipzig 1884, p. 816; O. Karlowa, Römische Rechtsgeschichte, I, Lepizig 1885, p. 257; T. Mommsen, Römische Forschungen, II, Hildesheim 1962 (= Berlin 1879), p. 538; E.S. Staveley, Provocatio during the fifth and fourth centuries B.C., Historia 3 (1954-1955), p. 425; G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Firenze 19562, pp. 404-405 (nota che l’identità dei quaestores parricidii ed aerarii è affermata esplicitamente da Varrone e da Dione, ma implicitamente da tutta la tradizione tranne Pomponio, su cui però cfr. infra pp. 39-41); B. Santalucia, Diritto e processo penale nell’antica Roma, Milano 1989, p. 33. Contra, K. Latte, The origin of the Roman quaestorship, TAPhA 67 (1936), pp. 24-33 (che però non tiene conto né di Dione, né di Varrone); J. Bleicken, Das Volkstribunat der klassischen Republik. Studien zu seiner Entwicklung zwischen 287 und 133 v.Chr., München 1955, p. 112 (che cita tutte le fonti tranne proprio Dione); W. Kunkel, Untersuchungen zur Entwicklung des römischen Kriminalverfahrens in vorsullanischer Zeit, München 1962, pp. 37-45 (a p. 44 rovescia, in un certo senso, le affermazioni di De Sanctis: solo Dione attesta esplicitamente l’originaria identità; e il passo di Varrone, tutto incentrato sull’etimologia del nome, è troppo breve per consentire conclusioni sicure); Staatsordnung und Staatspraxis der römischen Republik, II, München 1995, pp. 510-512; M. Kaser, Römische Rechtsgeschichte, Göttingen 19672, p. 46 («Mit den schon der Frühzeit angehörigen quaestores parricidii… haben sie offenbar [sic!] nichts zu tun»); A Drummond, Rome in the fifth century. II. The citizen community, in AA.VV., Cambridge ancient history, VII.2, edd. F.W. Walbank – A.E. Astin – M.W. Frederiksen – R.M. Ogilvie, Cambridge (ecc.) 19892, p. 196.

[3] Cfr. J.D. Cloud, Parricidium: from the lex Numae to the lex Pompeia de parricidiis, ZRG 88 (1971), p. 4.

[4] Secondo S. Mazzarino (Intorno all’origine della repubblica romana e delle magistrature, ANRW 1.1 [1972], p. 459) l’indicazione temporale post Tarquinios exactos «è sicura indicazione che ci troviamo dinanzi a un filone di pensiero giuridico che poi, per varie connessioni, arriverà a Ioannes Lydus» e segnale quindi l’impiego di una fonte antiquaria-giuridica («recht glaubwürdig» secondo G. Wesener, Questor, in RE XXIV, 1963, cc. 811-812).

[5] Da questo passo deriva, con ogni evidenza, Giovanni Lido (mag. I 24), che pure afferma di utilizzare direttamente Graccano, ma corrisponde ad Ulpiano anche nella menzione di Graccano, Trebazio e Fenestella (Ἰούνιος καὶ Τρεβάτιος καὶ Φενεστέλλας εἶπον) e comunque cita Ulpiano subito dopo (ταῦτα μὲν ὁ Ἰούνιος, ὁ νομικὸς δὲ Οὐλπιανὸς ἐν τῷ De Officio Quaestoris, … περὶ κυαὶστωρος ἀποχρώντως διαλέγεται). È invece più complesso il problema relativo alla fonte di un successivo passo di Lido riguardante, di nuovo, i questori (mag. I 26; cfr. infra n. 8). Su Graccano, Trebazio e Fenestella, cfr. infra pp. 183-185; 188-189.

[6] A. Lintott (The constitution of the Roman republic, Oxford 1999, p. 134), citando anche Zonara (ma trascurando Plutarco), parla senz’altro di “elezione”: ma il nostro testo non consente di accettare senza riserve questa lettura.

[7] Non proprio quindi nel periodo «immediately following the expulsion of Tarquinius Superbus», come scrive Cloud, Parricidium…, p. 4.

[8] Dalla descrizione di Pomponio sembrerebbe trattarsi di due magistrature distinte fin dall’inizio (così Wesener, Quaestor, c. 811; De Sanctis, Storia…, I, pp. 404-405; cfr. anche M. D’Orta, Trebazio Testa e la questura, SDHI 59 [1993], p. 280), non di un’unica magistratura con più funzioni (come afferma Dione): tuttavia è per lo meno singolare che Pomponio ponga la nascita delle “due” magistrature nello stesso periodo, perché ciò suggerisce implicitamente un legame. A questo passo sembra da collegarsi una notizia di Giovanni Lido (mag. I 26) in cui l’autore ritorna sulla nascita dei quaestores aerarii, aggiungendo però una notizia sui quaestores parricidii: «ὡς δὲ τὸ γαζοφυλάκιον τοῦ δήμου εἰς ἐπίδοσιν ἦλθεν, προεχειρίσθησαν κυαίστωρες ὑπὲρ τῆς αὐτοῦ φροντίδος ἀπὸ τῆς περιποιήσεως καὶ φυλακῆς τῶν χρημάτων οὕτως ὀνομασθέντες. ἐπειδὴ δὲ περὶ κεφαλικῆς τιμωρίας οὐκ ἐξῆν τοῖς ἄρχουσι κατὰ Ῥωμαίου πολίτου ψηφίσασθαι, προεβλήθησαν κυαίστωρες παρρικιδίου, ὡς ἂν εἰ κριταὶ καὶ δικασταὶ τῶν πολίτας ἀνελόντων («quando il tesoro del popolo venne a crescere, elessero dei questori che se ne occupassero, avendoli chiamati così perché raccoglievano e conservavano le ricchezze. E poiché nei processi capitali non era consentito ai magistrati votare contro un cittadino romano, furono costituiti i questori parricidii, affinché fossero arbitri e giudici di chi avesse ucciso dei cittadini»). Lido cita espressamente la sua fonte: si tratterebbe del commentario di Gaio alle Dodici tavole, che egli dice di aver citato alla lettera (Γάϊος τοίνυν ὁ νομικὸς ἐν τῷ ἐπιγραφομένῳ παρ’ αὐτοῦ Ad Legem XII Tabularum – οἷον Εἰς τὸν Νόμον τοῦ ∆υοκαιδεκαδέλτου – αὐτοῖς ῥήμασι πρὸς ἑρμηνείαν ταῦτά φησιν, «il giurista Gaio nel suo commento alle Dodici tavole fornisce questa spiegazione, con queste precise parole…»). Gli editori hanno in genere rilevato come il passo presenti notevoli somiglianze con il testo di Pomponio citato sopra (anzi la prima parte è del tutto identica a D. 1.2.2.22), concludendo che qui in realtà Lido sbaglia a citare la sua fonte, che sarebbe appunto Pomponio, non Gaio. All’origine dell’errore ci sarebbe il fatto che il testo di Pomponio fa parte del secondo, lungo frammento del titolo De origine iuris et omnium magistratuum et successione prudentium del Digesto (D. 1.2.2), mentre il primo frammento (1.2.1) è proprio derivato dal primo libro di Gaio ad legem duodecim tabularum, Lido non si sarebbe accorto del cambio di fonte tra primo e secondo frammento e da qui sarebbe derivata la citazione erronea di Gaio al posto di Pomponio. Cloud (Parricidium…, pp. 18-26) ritiene invece che la citazione di Lido sia attendibile e che quindi la sua fonte sia proprio Gaio, mettendo in evidenza alcune differenze tra i due testi che, in effetti, riguardano la parte relativa ai quaestores parricidii (una in particolare ha un certo rilievo per noi: dove in Pomponio leggiamo consules, nella citazione gaiana di Lido troviamo ἄρχουσι): secondo Cloud, Gaio utilizzava Pomponio, modificandolo dove lo riteneva necessario, oppure utilizzava la stessa fonte di Pomponio. È evidente in ogni caso che questa notizia appartiene, se non altro per la differente cronologia, ad una tradizione diversa rispetto a quella confluita in Dione e poi in Zonara.

[9] In Varrone troviamo invece una sintesi delle due posizioni. Che Dione faccia risalire il termine alle competenze giudiziarie dei questori è coerente con la sua ricostruzione secondo cui appunto questa funzione era originariamente la sola da essi ricoperta.

[10] Traduzione di A. Traglia (Torino 1992). La notizia relativa al censimento pare un po’ strana in questo contesto, dato che la nostra fonte non sta parlando dei censori e che comunque prima della loro istituzione i loro compiti erano svolti dai consoli (cfr. infra n. 13). È interessante osservare qui che per Pomponio i primi magistrati creati dopo i consoli furono proprio i censori (D. 1.2.2.17: post deinde cum census iam maiori tempore agendus esset et consules non sufficerent huic quoque officio, censores constituti sunt). Mi chiedo se non ci sia un legame tra questa notizia (dopo i consoli vengono creati i censori) e quella di Plutarco (dopo i consoli vengono creati i questori, che procedono al censimento): si noti che la notizia di questo censimento si trova anche in Dionigi (V 75, 3), senza però riferimenti ai questori (la cifra dei censiti è ritenuta attendibile da T. Frank, Roman census statistic from 508 to 225 b.C., AJPh 51 [1930], pp. 313-316).

[11] Secondo F. De Martino (Storia della costituzione romana, I, Napoli 1958, p. 231) sarebbe questa l’unica notizia che ponga l’origine della questura nel primo anno della repubblica. Questa era in realtà anche la cronologia di Dione, almeno per quanto riguarda i quaestores aerarii.

[12] L’accenno all’aerarium si trova anche in Pomponio, dove però non si forniscono date assolute. La data della dedica dell’aedes Saturni, sede dell’aerarium, è controversa nelle nostre fonti (Cn. Gell., fr. 24; Varro, in Macr. Sat. 1 8, 1; Liv. II 21, 2; e soprattutto Dion. Hal. VI 1, 4 che menziona esplicitamente differenti versioni a lui note): la datazione più alta è comunque quella proposta da Varrone, sotto la dittatura di Larcio (quindi, come vedremo, nel 501 o nel 498 vulg.). Per un’analisi critica di queste notizie, cfr. W. Kunkel, Staatsordnung und Staatspraxis der römischen Republik, II, München 1995, pp. 510-512.

[13] Sulle nuove magistrature repubblicane concepite come definizione e limitazione progressiva dei poteri dei “consoli”, Dione tornerà, e in modo esplicito, quando parlerà della creazione dei censori, decisa perché i consoli non erano più in grado di adempiere le funzioni legati al censimento dei cittadini (Zon. VII 19: χειροτόνηντο δὲ ὅτι οἱ ὕπατοι ἀδύνατοι ἐπὶ πάντας διὰ τὸ πλῆθος ἐξαρκεῖν ἦσαν. τὰ γὰρ τοῖς τιμηταῖς ἀπονεμηθέντα προνόμια ἐκεῖνοι μέχρι τότε ἐποίουν, «furono eletti perché i consoli non erano in grado di adempiere tutti i loro compiti, dato il gran numero di questi. Fino ad allora infatti erano stati i consoli a svolgere i compiti attribuiti ai censori»; abbiamo visto già in Pomponio un’affermazione analoga, cfr. supra n. 10). Sui primi censimenti, cfr. A. Giovannini, Il passaggio dalle istituzioni monarchiche alle istituzioni repubblicane, in AA. VV., Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica. In memoria di Ferdinando Castagnoli (Roma, 3-4 giugno 1991), Roma 1993, p. 92: «Non sappiamo chi fosse stato, nell’età regia, responsabile del censimento; ma c’è poco dubbio che agli inizi della repubblica furono proprio i praetores a farlo e a prendere il giuramento d’ubbidienza che integrava […] i cittadini nel corpo civico con i doveri e i diritti corrispondenti»: in effetti, questa ipotesi è sostenibile anche sulla base della nostra fonte. Sui censori in Dione cfr. infra. pp. 136-155.

[14] Dion. Hal. V 34, 4: οὐ μικρὰν τῇ πόλει χαρισάμενος εἰς χρημάτων λόγον δωρεάν. ἐδήλωσε δ᾽ ἡ πράσις, ἣν ἐποιήσαντο μετὰ τὴν ἀπαλλαγὴν τοῦ βασιλέως οἱ ταμίαι («egli [scil. Porsenna] offrì quindi alla città un dono di valore non certo scarso: lo dimostrò, in seguito, la vendita effettuata dai questori dopo la partenza del re»). Qui e infra la traduzione è di F. Cantarelli (Milano 1984).

[15] Liv. II 41, 11: invenio apud quosdam, idque propius fidem est, a quaestoribus Caesone Fabio et L. Valerio diem dictam perduellonis, damnatum populi iudicio, dirutas publice aedes (una versione che, secondo H.S. Jones – H. Last, La prima repubblica, in AA.VV., Le monarchie ellenistiche e l’ascesa di Roma (= Cambridge Ancient History VII1), edd. S.A. Cook – F.E. Adcock – M.P. Charlesworth, trad. it., Milano 1974, p. 538, «possiamo tranquillamente trascurare»). Sotto il 421 Livio registrerà una proposta di allargamento del collegio (IV 43, 4): in urbe ex tranquillo necopinata moles discordiarum inter plebem ac patres exorta est, coepta ab duplicando quaestorum numero. Quam rem, praeter duos urbanosut alii crearentur quaestores duo, qui consulibus ad ministeria belli praesto essent, a consulibus relatam cum et patres summa ope adprobassent, tribuni plebi certamen intulerunt ut pars quaestorum – nam ad id tempus patricii creati erant – ex plebe fieret…

Tabula Clesiana

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 195-200.

 

Tabula Clesiana. Bronzo, 46 d.C., da Cles (località Campi Neri). Trento, Museo del Castello del Buonconsiglio.

 

Editto dell’imperatore. CIL V 5050 = ILS 206 = Bruns, Fontes7, p. 253 = Riccobono, Leges2, p. 417. Edictum Claudii de civitate Anaunorum, comunemente detto Tabula Clesiana.

 

M. Iunio Silano Q. Sulpicio Camerino co(n)s(ulibus),

idibus Martis, Bais in praetorio, edictum

Ti. Claudi Caesaris Augusti Germanici propositum fuit id

quod infra scriptum est.

Ti. Claudius Caesar Augustus Germanicus, pont(ifex)

maxim(us), trib(unicia) potest(ate) VI, imp(erator) XI, p(ater) p(a-

                                           triae), co(n)s(ul) designatus IIII, dicit:

Cum ex veteribus controversis pe[nd]entibus aliquandiu etiam

temporibus Ti. Caesaris patrui mei, ad quas ordinandas

Pinarium Apollinarem miserat, quae tantum modo

inter Comenses essent, quantum memoria refero, et

Bergaleos, isque primum apsentia pertinaci patrui mei,

deinde etiam Gai principatu, quod ab eo non exigebatur

referre, non stulte quidem, neglexserit; et posteac

detulerit Camurius Statutus ad me, agros plerosque

et saltus mei iuris esse: in rem praesentem misi

Plantam Iulium amicum et comitem meum, qui

cum, adhibitis procuratoribus meis qu[i]que in alia

regione quique in vicinia errant, summa cura inqui-

sierit et cognoverit, cetera quidem, ut mihi demons-

trata commentario facto ab ipso sunt, statuat pronun-

tietque ipsi permitto.

Quod ad condicionem Anaunorum et Tulliassium et Sinduno-

rum pertinent, quorum partem delator adtributam Triden-

tinis, partem ne adtributam quidem arguisse dicitur,

tametsi animadverto non nimium firmam id genus homi-

num habere civitatis Romanae originem, tamen cum longa

usurpatione in possessionem eius fuisse dicatur et ita permix-

tum cum Tridentinis, ut diduci ab is sine gravi splendi[di] municipi

iniuria non possit, patior eos in eo iure, in quo esse se existima-

verunt, permanere beneficio meo, eo quidem libentius, quod

pler[i]que ex eo genere hominum etiam militare in praetorio

meo dicuntur, quidam vero ordines quoque duxisse,

nonnulli [a

]llecti in decurias Romae res iudicare.

Quod beneficium is ita tribuo, ut quaecumque tanquam

cives Romani gesserunt egeruntque aut inter se aut cum

Tridentinis alisve, rat[a

] esse iubea[m], nominaque ea,

quae habuerunt antea tanquam cives Romani, ita habere is permit-

                                                                                                    tam.

 

«Sotto il consolato di M. Giunio Silano e di Q. Sulpicio Camerino (46 d.C.), il 15 marzo, a Baia nella villa imperiale, fu esposto il sotto riferito editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico. Ti. Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, nell’anno VI della tribunizia potestà, all’undicesima salutazione imperatoria, padre della patria, console designato per la quarta volta, dice: circa le vecchie controversie a lungo pendenti già ai tempi di Ti. Cesare, mio zio, che aveva mandato per regolarle, quelle soltanto che v’erano, per quanto me ne ricordo, fra i Comensi e i Bergalei, Pinario Apollinare, poiché costui, dapprima per l’ostinata lontananza da Roma di mio zio, e poi anche sotto l’impero di Caligola, dato che questi non gliene chiedeva conto, trascurò di riferire, non senza accortezza del resto, e poiché in seguito Camurio Statuto mi denunziò che la maggior parte del territorio coltivabile e dell’incolto sono di mio diritto: io ho mandato a compiere un sopralluogo Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, coadiuvato dai miei procuratori di altra regione e delle vicinanze ha compiuto una diligente inchiesta e cognizione; pertanto le altre questioni, come mi sono state esposte nella relazione da lui stesso fatta, do incarico a lui di definirle e dirimerle. Per quanto si riferisce alla condizione degli Anauni, dei Tulliassi e dei Sinduni, una parte dei quali viene riferito che colui che fece la denunzia provò che era attribuita ai Tridentini, e parte non era nemmeno attribuita, sebbene io veda che quella stirpe di uomini non ha una troppo salda radice della sua cittadinanza romana, tuttavia, poiché si dice ch’essa per lungo uso ne sia stata in possesso, e poiché essa è così mescolata con i Tridentini, da non poter essere staccata da loro senza grave danno di quello splendido municipio, permetto ch’essi permangano per mio beneficio in quella condizione giuridica nella quale hanno creduto di essere, e tanto più volentieri, in quanto si dice che molti di quella stirpe militano persino nella mia guardia pretoria, certuni anche come graduati, e alcuni poi, assunti nelle decurie, ricoprono l’ufficio di giurati in Roma. Questo beneficio io lo concedo loro in modo che tutti gli atti che furono da loro compiuti come se fossero cittadini romani, o tra di loro, o con i Tridentini, o con altri, io ordino che siano ratificati, e permetto che conservino, così come sono, quei nomi che ebbero prima come se fossero cittadini romani».

 

La tavola di bronzo, trovata a Cles in Val di Non nel 1869, ebbe nello stesso anno l’onore di un esauriente commento del Mommsen, («Hermes», IV, 1869, pp. 99-131 = Ges. Schr. IV, pp. 291-322), e venne poi studiata e pubblicata varie volte come documento del più alto interesse storico. Il contenuto è abbastanza chiaro, anche se il testo è poco corretto (stranamente, perché i caratteri sono bellissimi, e la copia non venne certo fatta dai montanari dell’Anaunia, ma a Roma o in Campania) e lo stile è nella prima parte alquanto contorto, riflesso senza dubbio delle velleità letterarie di Claudio, il cui spirito si rivela del resto in tutto il documento (aperta critica alla pigrizia dei predecessori, rilevazione fatta con humour del poco saldo fondamento della cittadinanza di quel «genus hominum», ragioni umane della sua benevolenza per gli Anauni).

Si tratta di un episodio sulle contestazioni di possesso di territorio fra lo stato e i comuni, o fra lo stato e i privati, o fra i comuni e i privati, che dovevano essere abbastanza frequenti nei territori alpini ai quali non era ancora stata assegnata una condizione giuridica precisa. In genere le valli alpine, e in particolare delle Alpi centrali (le Alpi occidentali ebbero da Augusto la costituzione provinciale) erano adtributae ai municipi o alle colonie più vicine, ma senza parteciparne il diritto: cioè quando le città della Gallia Cisalpina ebbero con la lex Pompeia dell’89 a.C. il diritto latino, i montanari adtributi rimasero peregrini, e quando con Cesare, nel 49, le stesse città ebbero la piena cittadinanza romana, gli attributi non ebbero nulla, entrando tutt’al più col tempo nella condizione della cittadinanza latina. Ma è chiaro che la consuetudine di rapporti con la città alla quale queste popolazioni erano attribuite, deve averle indotte a poco a poco a credersi nella stessa condizione giuridica, e a compiere quegli atti compiuti anche dagli Anauni nella buona fede di essere cittadini, e ratificati da Claudio, il quale approva anche i nomi di foggia romana (cioè con nome e gentilizio) che quelli abusivamente si erano dati. Questo per l’inquadramento generale, seguendo specialmente la teoria mommseniana dell’adtributio (Röm. Staatsr. III, pp. 765-772; da vedere ora U. Laffi, Adtributio e Contributio, Pisa 1966). Quanto al caso particolare, già sotto Tiberio e Caligola erano giunte al fisco imperiale denunce circa usurpazioni del diritto dello stato in territori di sua competenza e Tiberio aveva mandato un commissario (se Claudio, cioè i suoi segretari, ricordano bene, la controversia era fra i Comensi e i Bergalei, che nulla si oppone a ritenere, nonostante le riserve del Mommsen, le popolazioni della Val Bregaglia, ora divisa fra la provincia di Sondrio e il Canton Grigioni). Ma né Tiberio né Caligola si erano poi più interessati della cosa, sicché il commissario, Pinario Apollinare, non fece mai la sua relazione. Un certo Camurius Statutus fece però presenti a Claudio (di passaggio al suo ritorno dalla Britannia nel 44?), come delator (che non ha il significato deteriore dei nostri tempi), le medesime cose, probabilmente a proposito di un’altra zona però, cioè di quella di Trento, e allora Claudio mandò un commissario di alto rango, probabilmente di ordine senatorio, come appartenente alla cohors amicorum e comes dell’imperatore. Questi, valendosi dei procuratori della zona, cioè ai funzionari finanziari, fece la sua inchiesta e ne riferì all’imperatore, il quale gli diede anche l’incarico di «statuere et pronuntiare» in seguito alle risultanze. Per questo l’iscrizione non ci ragguaglia sulla vera e propria essenza della questione territoriale particolare, in quanto agli interessati premeva solo l’aggiunta riguardante la cittadinanza, sulla quale solo l’imperatore del resto poteva pronunciarsi, e non Giulio Planta.

Quanto alle persone nominate, cioè il «delator» Camurius Statutus, e i due commissari imperiali Pinarius Apollinaris e Iulius Planta, sono altrimenti sconosciuti. Un Pompeius Planta fu prefetto d’Egitto sotto Traiano, ma come tale apparteneva all’ordine equestre (PIR III, p. 70 nr. 483). Quanto alle notizie geografiche che si possono ricavare, la più importante è che, essendo indubitabile l’identificazione del territorio degli Anauni con l’attuale Val di Non (i Tulliasses e i Sinduni non sono collocabili con certezza, ma saranno state popolazioni finitime), ed essendo pure indubitabile e confermata da questa stessa esposizione l’appartenenza di Tridentum alla regione X, cioè all’Italia, il confine settentrionale d’Italia in questo tratto rimane fissato con certezza pressoché assoluta, ciò che non avviene per tante altre zone. Quello che Claudio dice verso la fine, di Anauni pretoriani e addirittura graduati (ordinem ducere = condurre un reparto; ordines sono i gradi inferiori) e «allecti in decurias» (le decurie dei giudici o giurati, che erano 5 al tempo di Claudio: quelle dei senatori, dei cavalieri, degli ex-centurioni, dei ducenarii, e l’ultima aggiunta da Caligola; esse formavano l’albo dei giudici, al quale si era ascritti dall’imperatore; condizione l’essere cittadini romani, e, per buona parte del I sec., italici, v. Diz. Epigr. IV, p. 161 sg.), prova ulteriormente che Tridentum faceva parte dell’Italia, e il grado della confusione di cittadinanza col municipio di queste popolazioni attribuite, che in pratica si ritenevano Tridentinae.