Battaglia di Porta Collina (1-2 novembre 82 a.C.)

di Plutarco, Lisandro e Silla, intr. L. Canfora e A. Keaveney, trad. e note di F.M. Muccioli e L. Ghilli, Milano 2000, pp. 452-463; testo greco dell’ed. K. Ziegler, Plutarchi Vitae parallelae, III.2, Stuttgart-Leipzig 1973(2).

 

Plut. Sull. 2930, 5

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

[29, 1] Tὸν μέντοι τελευταῖον ἀγῶνα καθάπερ ἔφεδρος ἀθλητῇ καταπόνῳ προσενεχθεὶς ὁ Σαυνίτης Τελεσῖνος ἐγγὺς ἦλθε τοῦ σφῆλαι καὶ καταβαλεῖν ἐπὶ θύραις τῆς Ῥώμης. [2] ἔσπευδε μὲν γὰρ ἅμα Λαμπωνίῳ τῷ Λευκανῷ χεῖρα πολλὴν ἀθροίσας ἐπὶ Πραινεστὸν, ὡς ἐξαρπασόμενος τῆς πολιορκίας τὸν Μάριον· [3] ἐπεὶ δὲ ᾔσθετο Σύλλαν μὲν κατὰ στόμα, Πομπήϊον δὲ κατ᾽ οὐρὰν βοηδρομοῦντας ἐπ᾽ αὐτόν, εἰργόμενος τοῦ πρόσω καὶ ὀπίσω, πολεμιστὴς ἀνὴρ καὶ μεγάλων ἀγώνων ἔμπειρος, ἄρας νυκτὸς ἐπ᾽ αὐτὴν ἐχώρει παντὶ τῷ στρατοπέδῳ τὴν Ῥώμην. [4] καὶ μικροῦ μὲν ἐδέησεν ἐμπεσεῖν εἰς ἀφύλακτον· ἀποσχὼν δὲ τῆς Κολλίνης πύλης δέκα σταδίους ἐπηυλίσατο τῇ πόλει, μεγαλοφρονῶν καὶ ταῖς ἐλπίσιν ἐπηρμένος, ὡς τοσούτους ἡγεμόνας καὶ τηλικούτους κατεστρατηγηκώς. [5] ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τῶν λαμπροτάτων νέων ἐξιππασαμένων ἐπ᾽ αὐτὸν, ἄλλους τε πολλοὺς καὶ Κλαύδιον Ἄππιον εὐγενῆ καὶ ἀγαθὸν ἄνδρα κατέβαλε. [6] θορύβου δ᾽ οἷον εἰκός ὄντος ἐν τῇ πόλει, καὶ βοῆς γυναικείας καὶ διαδρομῶν ὡς ἁλισκομένων κατὰ κράτος, πρῶτος ὤφθη Βάλβος ἀπὸ Σύλλα προσελαύνων ἀνὰ κράτος ἱππεῦσιν ἑπτακοσίοις. [7] διαλιπὼν δὲ ὅσον ἀναψῦξαι τὸν ἱδρῶτα τῶν ἵππων, εἴτ᾽ αὖθις ἐγχαλινώσας, διὰ ταχέων ἐξήπτετο τῶν πολεμίων· ἐν τούτῳ δὲ καὶ Σύλλας ἐφαίνετο, καὶ τοὺς πρώτους εὐθὺς ἀριστᾶν κελεύων εἰς τάξιν καθίστη. [8] πολλὰ δὲ Δολοβέλλα καὶ Τουρκουάτου δεομένων ἐπισχεῖν καὶ μὴ κατακόπους ἔχοντα τοὺς ἄνδρας ἀποκινδυνεῦσαι περὶ τῶν ἐσχάτων, (οὐ γὰρ Κάρβωνα καὶ Μάριον, ἀλλὰ Σαυνίτας καὶ Λευκανούς, τὰ ἔχθιστα τῇ Ῥώμῃ καὶ [τὰ] πολεμικώτατα φῦλα συμφέρεσθαι), παρωσάμενος αὐτοὺς ἐκέλευσε σημαίνειν τὰς σάλπιγγας ἀρχὴν ἐφόδου, σχεδὸν εἰς ὥραν δεκάτην ἤδη τῆς ἡμέρας καταστρεφούσης. [9] γενομένου δὲ ἀγῶνος οἷος οὐχ ἕτερος, τὸ μὲν δεξιόν ἐν ᾧ Κράσσος ἐτέτακτο λαμπρῶς ἐνίκα. τῷ δὲ εὐωνύμῳ πονοῦντι καὶ κακῶς ἔχοντι Σύλλας παρεβοήθει, λευκὸν ἵππον ἔχων θυμοειδῆ καὶ ποδωκέστατον. [10] ἀφ᾽ οὗ γνωρίσαντες αὐτὸν δύο τῶν πολεμίων διετείνοντο τὰς λόγχας ὡς ἀφήσοντες· αὐτὸς μὲν οὖν οὐ προενόησε, τοῦ δ᾽ ἱπποκόμου μαστίξαντος τὸν ἵππον, ἔφθη παρενεχθεὶς τοσοῦτον, ὅσον περὶ τὴν οὐρὰν τοῦ ἵππου τὰς αἰχμὰς συμπεσούσας εἰς τὴν γῆν παγῆναι. [11] λέγεται δὲ ἔχων τι χρυσοῦν Ἀπόλλωνος ἀγαλμάτιον ἐκ Δελφῶν, ἀεὶ μὲν αὐτὸ κατὰ τὰς μάχας περιφέρειν ἐν τῷ κόλπῳ, ἀλλὰ καὶ τότε τοῦτο καταφιλεῖν, οὕτω δὴ λέγων· [12] «ὦ Πύθιε Ἄπολλον, τὸν Eὐτυχῆ Σύλλαν Κορνήλιον ἐν τοσούτοις ἀγῶσιν ἄρας λαμπρὸν καὶ μέγαν, ἐνταῦθα ῥίψεις ἐπὶ θύραις τῆς πατρίδος ἀγαγών, αἴσχιστα τοῖς ἑαυτοῦ συναπολούμενον πολίταις;». [13] τοιαῦτά φασι τὸν Σύλλαν θεοκλυτοῦντα τοὺς μὲν ἀντιβολεῖν, τοῖς δὲ ἀπειλεῖν, τῶν δὲ ἐπιλαμβάνεσθαι· [14] τέλος δὲ τοῦ εὐωνύμου συντριβέντος, ἀναμιχθέντα τοῖς φεύγουσιν εἰς τὸ στρατόπεδον καταφυγεῖν, πολλοὺς ἀποβαλόντα τῶν ἑταίρων καὶ γνωρίμων. [15] οὐκ ὀλίγοι δὲ καὶ τῶν ἐκ τῆς πόλεως ἐπὶ θέαν προελθόντες ἀπώλοντο καὶ κατεπατήθησαν, ὥστε τὴν μὲν πόλιν οἴεσθαι διαπεπρᾶχθαι, παρ᾽ ὀλίγον δὲ καὶ τὴν Μαρίου πολιορκίαν λυθῆναι, πολλῶν ἐκ τῆς τροπῆς ὠσαμένων ἐκεῖ καὶ τὸν ἐπὶ τῇ πολιορκίᾳ τεταγμένον Ὀφέλλαν Λουκρήτιον ἀναζευγνύναι κατὰ τάχος κελευόντων, ὡς ἀπολωλότος τοῦ Σύλλα καὶ τῆς Ῥώμης ἐχομένης ὑπὸ τῶν πολεμίων.

[30, 1] Ἤδη δὲ νυκτὸς οὔσης βαθείας, ἧκον εἰς τὸ τοῦ Σύλλα στρατόπεδον παρὰ τοῦ Κράσσου, δεῖπνον αὐτῷ καὶ τοῖς στρατιώταις μετιόντες· ὡς γὰρ ἐνίκησε τοὺς πολεμίους, εἰς Ἄντεμναν καταδιώξαντες ἐκεῖ κατεστρατοπέδευσαν. [2] ταῦτ᾽ οὖν πυθόμενος ὁ Σύλλας καὶ ὅτι τῶν πολεμίων οἱ πλεῖστοι διολώλασιν, ἧκεν εἰς Ἄντεμναν ἅμ᾽ ἡμέρᾳ· καὶ τρισχιλίων ἐπικηρυκευσαμένων πρὸς αὐτὸν, ὑπέσχετο δώσειν τὴν ἀσφάλειαν, εἰ κακόν τι τοὺς ἄλλους ἐργασάμενοι πολεμίους ἔλθοιεν πρὸς αὐτόν. [3] οἱ δὲ πιστεύσαντες ἐπέθεντο τοῖς λοιποῖς, καὶ πολλοὶ κατεκόπησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων· οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τούτους καὶ τῶν ἄλλων τοὺς περιγενομένους εἰς ἑξακισχιλίους ἀθροίσας παρὰ τὸν ἱππόδρομον, ἐκάλει τὴν σύγκλητον εἰς τὸ τῆς Ἐνυοῦς ἱερόν. [4] ἅμα δ᾽ αὐτός τε λέγειν ἐνήρχετο καὶ κατέκοπτον οἱ τεταγμένοι τοὺς ἑξακισχιλίους· κραυγῆς δέ, ὡς εἰκός, ἐν χωρίῳ μικρῷ τοσούτων σφαττομένων φερομένης καὶ τῶν συγκλητικῶν ἐκπλαγέντων, ὥσπερ ἐτύγχανε λέγων ἀτρέπτῳ καὶ καθεστηκότι τῷ προσώπῳ προσέχειν ἐκέλευσεν αὐτοὺς τῷ λόγῳ, τὰ δ᾽ ἔξω γινόμενα μὴ πολυπραγμονεῖν· νουθετεῖσθαι γὰρ αὐτοῦ κελεύσαντος ἐνίους τῶν πονηρῶν.

[5] Tοῦτο καὶ τῷ βραδυτάτῳ Ῥωμαίων νοῆσαι παρέστησεν, ὡς ἀλλαγὴ τὸ χρῆμα τυραννίδος, οὐκ ἀπαλλαγὴ γέγονε. […].

 

[29] Tuttavia, nell’ultima lotta il sannita Telesino, come un atleta di riserva messo a combattere con il lottatore stanco, per poco non lo atterrò e lo abbatté alle porte di Roma. Aveva raccolto una folta schiera e, insieme a Lamponio il Lucano, si dirigeva veloce verso Preneste per liberare Mario dall’assedio; ma quando venne a sapere che Silla e Pompeo gli correvano contro, uno di fronte e uno alle spalle, vedendosi bloccato davanti e di dietro, da uomo di guerra esperto di grandi battaglie, partì di notte e si mise in marcia verso Roma con tutto l’esercito. E poco mancò che piombasse sulla città mentre era incustodita; si fermò a dieci stadi dalla Porta Collina, accampandosi presso la città, pieno di orgoglio e di superbe speranze per aver gabbato generali tanto numerosi e abili. All’alba, quando i più illustri giovani uscirono a cavallo contro di lui, ne uccise molti, tra cui anche Appio Claudio, uomo nobile e valoroso. Com’è naturale, in città ci fu confusione, con grida di donne e fuggi-fuggi, come per un violento assalto; per primo videro arrivare Balbo, che, inviato da Silla, avanzava a briglia sciolta con settecento cavalieri. Si fermò quanto bastava per far asciugare il sudore dei cavalli, e di nuovo li fece imbrigliare, per poi lanciarsi rapidamente contro i nemici. Nel frattempo appariva anche Silla; fece subito mangiare i primi arrivati e li schierò in ordine di battaglia. Dolabella e Torquato lo pregavano con insistenza di aspettare e di non giocarsi il risultato finale, ora che i suoi uomini eran stanchi (sì, perché non si trattava più di combattere con Carbone o con Mario, ma con i Sanniti e i Lucani, i peggiori nemici di Roma, le genti più bellicose); egli li mandò via e ordinò che le trombe suonassero il segnale d’inizio dell’assalto, anche se il giorno volgeva ormai all’ora decima. Ci fu un combattimento quale non mai e l’ala destra di Crasso vinse brillantemente. All’ala sinistra, affaticata e nei guai, Silla corse in aiuto su un cavallo bianco impetuoso e velocissimo. E due nemici, che lo riconobbero da questo, si prepararono a scagliargli contro le loro lance; egli non se ne accorse, ma lo scudiero frustò il suo cavallo e li prevenne, facendolo passare più in là di quanto bastò perché le punte cadessero vicino alla coda del cavallo e si conficcassero al suolo. Si dice che avesse con sé una statuetta d’oro di Apollo presa a Delfi; la portava sul petto a ogni battaglia, ma questa volta la baciò addirittura e le disse così: «O Apollo Pizio, che in tante lotte hai innalzato a gloria e grandezza il Fortunato Cornelio Silla, lo abbandonerai proprio ora che lo hai fatto giungere alle porte della patria e lo farai morire con i suoi concittadini nel modo più turpe?». Si narra che, dopo aver così invocato il dio, si rivolse ai suoi soldati, in parte con suppliche e in parte con minacce, e ad alcuni mise le mani addosso; ma, alla fine, persa l’ala sinistra, cercò riparo nell’accampamento insieme ai fuggitivi. Era stato privato di molti compagni e molti conoscenti; morirono calpestati anche tanti di quelli che erano usciti dalla città per andare a vedere la battaglia. Così si pensava che la città fosse perduta e per poco Mario non fu liberato dall’assedio: molti, che dopo la ritirata si erano spinti fin là, chiedevano a Lucrezio Ofella, preposto all’assedio, di togliere il campo velocemente, perché Silla era morto e Roma era nelle mani dei nemici.

[30] Era ormai notte fonda quando all’accampamento di Silla giunsero dei messaggeri di Crasso e gli chiesero cibo per lui e per i suoi soldati; avevano vinto i nemici e li avevano inseguiti fino ad Antemne, dove si erano accampati. Con questo aveva saputo anche che i nemici erano stati uccisi quasi tutti; sul far del giorno era ad Antemne e, a tremila nemici, che gli mandarono dei legati, promise che, se fossero venuti da lui dopo aver compiuto qualche azione a danno degli altri suoi nemici, avrebbe loro concesso l’incolumità. Confidando nella sua parola, essi attaccarono gli altri e ci fu una grande strage da ambedue le parti. Nonostante ciò, Silla radunò nell’ippodromo loro e quanti degli altri erano sopravvissuti, circa seimila uomini, e convocò il Senato nel tempio di Bellona. Nel momento esatto in cui iniziava a parlare, i suoi incaricati uccidevano i seimila; come è naturale, tanti uomini massacrati in uno spazio stretto lanciarono un grido che sconvolse anche i senatori. Silla, con la stessa calma e la stessa espressione tranquilla con cui aveva iniziato a parlare, li pregò di stare attenti al discorso e non a quello che accadeva fuori, perché si trattava di qualche delinquente che veniva ammonito per suo stesso ordine.

Questo fece pensare anche al più tardo dei Romani che il fatto rappresentava un cambiamento di tirannide, non una liberazione.

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in Le Storie di C. Velleio Patercolo, L. Agnes (cur.) – Epitome e Frammenti di L. Anneo Floro, J. Giacone Deangeli (cur.), Torino 1977, pp. 124-127.

 

Vell. II 27

 

[27, 1] At Pontius Telesinus, dux Samnitium, vir domi bellique fortissimus penitusque Romano nomini infestissimus, contractis circiter quadraginta milibus fortissimae pertinacissimaeque in retinendis armis iuventutis, Carbone ac Mario consulibus abhinc annos centum et novem Kal. Novembribus ita ad portam Collinam cum Sulla dimicavit, ut ad summum discrimen et eum et rem publicam perduceret, [2] quae non maius periculum adiit Hannibalis intra tertium miliarium castra conspicata, quam eo die, quo circumvolans ordines exercitus sui Telesinus dictitansque adesse Romanis ultimum diem vociferabatur eruendam delendamque urbem, adiiciens numquam defuturos raptores Italicae libertatis lupos, nisi silva, in quam refugere solerent, esset excisa. [3] Post primam demum horam noctis et Romana acies respiravit et hostium cessit. Telesinus postera die semianimis repertus est, victoris magis quam morientis vultum praeferens, cuius abscisum caput ferro figi gestarigue circa Praeneste Sulla iussit.
[4] Tum demum desperatis rebus suis C. Marius adulescens per cuniculos, qui miro opere fabricati in diversas agrorum partis ferebant, conatus erumpere, cum foramine e terra emersisset, a dispositis in id ipsum interemptus est. [5] Sunt qui sua manu, sunt qui concurrentem mutuis ictibus cum minore fratre Telesini una, obsesso et erumpente occubuisse prodiderint. Utcumque cecidit, hodieque tanta patris imagine non obscuratur eius memoria. De quo iuvene quid existimaverit Sulla, in promptu est; occiso enim demum eo Felicis nomen adsumpsit, quod quidem usurpasset iustissime, si eundem et vincendi et vivendi finem habuisset.
[6] Oppugnationi autem Praenestis ac Marii praefuerat Ofella Lucretius, qui cum ante Marianarum fuisset partium praetor, ad Sullam transfugerat. Felicitatem diei, quo Samnitiurn Telesinique pulsus est exercitus, Sulla perpetua ludorum circensium honoravit memoria, qui sub eius nomine Sullanae Victoriae celebrantur.

 

Tomba di Nola. Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

[27, 1] Ponzio Telesino capo dei Sanniti, valente in pace e in guerra e profondamente ostile a Roma, messi insieme circa quarantamila giovani valorosissimi e ostinati a non deporre le armi, circa centonove anni fa sotto il consolato di Carbone e Mario si scontrò con Silla presso la porta Collina, mettendo a rischio mortale e il generale e la Repubblica, [2] la quale quando aveva visto Annibale accampato a meno di tre miglia dalla città non aveva corso maggior pericolo di quel giorno in cui Telesino, trascorrendo da una all’altra schiera, andava dicendo che era giunto per i Romani l’ultimo giorno, e gridava a gran voce che la città doveva essere diroccata e distrutta. E aggiungeva che sarebbero sempre esistiti i lupi rapaci dell’italica libertà, se non si fosse abbattuta la selva loro abituale rifugio. [3] Solo dopo la prima ora di notte l’esercito romano poté riaversi, mentre il nemico indietreggiava. All’indomani Telesino fu trovato semivivo, con sul volto l’espressione da vincitore piuttosto che da morente; e Silla dispose che il suo capo mozzato fosse infisso su una lancia e portato intorno a Preneste.
[4] Allora finalmente il giovane Gaio Mario, disperando della situazione, mentre tentava di porsi in salvo passando per certe gallerie che, predisposte con ammirevole maestria, immettevano in diverse parti della campagna, proprio mentre riemergeva da uno sbocco fuori terra venne ucciso da soldati appostati per sorprenderlo. [5] Altri tramandano che si sia ucciso di sua mano, altri ancora che sia caduto duellando con il fratello minore di Telesino, suo compagno nell’assedio e nella fuga. Comunque sia caduto, la sua memoria non è stata ancora oscurata da quella pur grande del padre. È facile sapere, del resto, che concetto di questo giovane avesse Silla, che assunse il titolo di Felice solo dopo l’uccisione di quello: titolo che gli sarebbe spettato a buon diritto, se con la sua guerra vittoriosa fosse finita anche la sua vita.
[6] L’assedio contro Mario in Preneste era stato diretto da Lucrezio Ofella, passato agli ordini di Silla dopo essere stato pretore nel partito mariano. Volle Silla che il fausto giorno della cacciata dei Sanniti e di Telesino fosse ricordato da ininterrotta tradizione di ludi del circo, che infatti ancor oggi si celebrano sotto il nome di Vittoria Sillana.

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in Storie: libri XLIV-XLV e frammenti di Tito Livio, G. Pascucci (cur.), VII, Torino 1971, pp. 692-695; testo latino da W. Weissenborn – M. Müller (Hgr.), Titi Livi ab Urbe condita libri, Pars IV, libri XLI-CXLII, Fragmenta – Index, Leipzig 1911.

 

Liv. Per. LXXXVIII

 

Sylla Carbonem, eius exercitu ad Clusium ad Fauentiam Fidentiamque caeso, Italia expulit, cum Samnitibus, qui soli ex Italicis populis nondum arma posuerant, iuxta urbem Romanam ante portam Collinam debellauit, reciperataque re p. pulcherrimam uictoriam crudelitate quanta in nullo hominum fuit, inquinauit. VIII milia dediticiorum in uilla publica trucidauit, tabulam proscriptionis posuit, urbem ac totam Italiam caedibus repleuit inter quas omnes Praenestinos inermes concidi iussit, Marium, senatorii ordinis uirum, cruribus bracchiisque fractis, auribus praesectis et oculis effossis necauit. C. Marius Praeneste obsessus a Lucretio Ofella, Syllanarum partium uiro, cum per cuniculum captaret euadere saeptum exercitu, mortem consciuit. [Id est, in ipso cuniculo, cum sentiret se euadere non posse, cum Telesino, fugae comite, stricto utrimque gladio concurrit; quem cum occidisset, ipse saucius impetrauit a seruo ut se occideret].

 

L. Cornelio Silla e L. Manlio Torquato. Denario, Roma, 82 a.C. AR 3, 93 gr. Recto: L. Manli(us) pro q(uaestor). Testa elmata di Roma voltata a destra

 

Silla ricacciò dall’Italia Carbone, dopo averne sconfitto l’esercito presso Chiusi, Faenza e Fidenza; pose fine alla guerra con i Sanniti, che unici fra gli Italici non avevano deposto ancora le armi, attaccandoli nei pressi della città di Roma, dinanzi alla porta Collina e riconquistando la Repubblica macchiò la splendida vittoria con atti di crudeltà, quanti non si erano mai visti compiere da alcuno. Ottomila che si erano arresi massacrò nella villa pubblica, affisse la tavola della proscrizione, riempì di stragi la città e tutta l’Italia; fra l’altro ordinò di passar per le armi tutti gli inermi cittadini di Preneste, fece uccidere Mario, uomo di rango senatorio, dopo avergli fatto spezzare gambe e braccia, tagliare le orecchie e cavare gli occhi. C. Mario assediato a Preneste da Lucrezio Ofella, seguace di Silla, mentre tentava di uscire per un cunicolo sbarrato dall’esercito si dette la morte [cioè, proprio dentro il cunicolo, accortosi di non essere in grado di uscire, con uno di Telese, suo compagno di fuga, impugnata entrambi la spada, duellò; e avendolo ucciso, mentre egli era rimasto soltanto ferito, ottenne che uno schiavo gli vibrasse l’ultimo colpo].

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Bibliografia di approfondimento

BALDSON J.P.V.D., Sulla Felix, JRS 41 (1951), pp. 1-10.

BROUGHTON T.R.S., L. Manlius Torquatus and the Governors of Asia, AJPh 111, 1 (1990), 72-74.

CHRIST K., Sulla. Eine römische Karriere, München 2002.

ERICSSON H., Sulla Felix. Eine Wortstudie, Eranos 41 (1943), pp. 77-89.

FRIER B.W., Sulla’s Propaganda: The Collapse of the Cinnan Republic, AJPh 92, 4 (1972), 585-604.

HEREDIA CHIMENO C., La transgresión del mos maiorum a raíz del Bellum Sociale (91-81 a.C.), tesis doctoral, Barcelona 2017.

JAL P., La propagande religieuse à Rome au cours des guerres civiles de la fin de la République, AC 30, 2 (1961), 395-414.

LEWIS R.G., A Problem in the Siege of Praeneste, 82 B.C., PBSR 39 (1971), pp. 32-39.

LOVANO M., The Age of CinnaCrucible of Late Republican Rome (Historia Einzelschriften 158), Stuttgart 2002.

LUCE T.J., Political Propaganda on Roman Republican Coins: Circa 92-82 B.C., AJA 72, 1 (1968), 25-39.

MARTIN T.R., Sulla ‘Imperator Iterum’. The Samnites and Roman Republican Coin Propaganda, SNR 68 (1989), 19-45.

WIRSZUBSKI CH., Libertas as a Political Idea at Rome during the Late Republic and Early Principate, Cambridge 1968.

 

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Farsalo, 9 agosto 48 a.C.

di S. Sheppard, Farsalo, Cesare contro Pompeo, in Roma e Grecia. Le battaglie, gli eserciti, i grandi condottieri, n. 3, RBA Italia, Milano 2010, pp. 54-82.

 

 

 

Piani contrapposti

 

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Ogni giorno, dopo l’arrivo di Pompeo sulla pianura di Farsalo, Cesare schierava il suo esercito e si offriva allo scontro aperto. Ogni volta, però, era ostacolato dai limiti dell’antico modo di combattere: oltre che per un’imboscata (come Roma sperimentò a sue spese nel 217 a.C. sul lago Trasimeno) o per un caso (come sperimentò a suo vantaggio nel 197 a.C. a Cinocefale), una battaglia poteva cominciare solo quando entrambi i contendenti erano convinti di essere in vantaggio sul nemico. Anche Pompeo schierava il suo esercito, ma non avanzava mai oltre il fianco delle colline che circondavano il lato nord della pianura. Non volendo cedere il vantaggio di una posizione più elevata, Pompeo rinunciava ogni volta a dare battaglia.

Cesare aveva previsto la risposta di Pompeo ed era pronto a stare al suo gioco, spostando le truppe ogni giorno un po’ più vicino all’accampamento di Pompeo, in modo da sollevare il morale dei suoi uomini. Poi, una volta palesata la sua strategia, Cesare levò il campo e cominciò a marciare verso nord-est, in direzione di Scotussa. Era convinto che i suoi veterani potessero affrontare la marcia molto meglio dell’esercito di Pompeo, «che non era abituato a duri sforzi», e sperava di poterlo attirare in battaglia alle sue condizioni lungo il cammino.

La mattina del 9 agosto (7 giugno secondo il calendario attuale), le truppe di Cesare smontarono le tende e si disposero in colonna davanti all’entrata dell’accampamento, pronte a iniziare la marcia. In un primo momento non diedero importanza al fatto che Pompeo facesse uscire l’esercito dal suo campo dislocandolo come al solito ai piedi delle colline. Gli osservatori fecero però notare a Cesare che questa volta c’era qualcosa di diverso: Pompeo stava muovendo l’esercito dal fianco delle colline verso la pianura, facendolo precedere a sud-est in senso antiorario, sul terreno tra le alture e il fiume.

Era quello che Cesare stava aspettando. Disse seccamente ai suoi ufficiali: «Non avremo mai un’occasione migliore». Fece arrestare la marcia e dispiegò una bandiera purpurea, il segnale della battaglia. L’accampamento scoppiò in un’attività frenetica, come un alveare; gli uomini si affannarono a disfarsi dei loro carichi e si prepararono a combattere.

La piana di Farsalo oggi.

La piana di Farsalo oggi.

Cesare era così preso dal non farsi sfuggire il momento favorevole che ordinò di spianare i terrapieni, riempiendo i fossati con detriti in modo che le coorti potessero uscire già in formazione. Lasciò nell’accampamento duemila uomini di guardia, scelti tra i più anziani, e guidò le sue legioni verso la pianura. Influenzato dallo stato d’animo del loro comandante e gustando la prospettiva di vendicare la disfatta di Durazzo, il morale delle truppe era alto. Cesare passò a cavallo tra i suoi soldati e osservò che uno dei centurioni della X legione che si era riarruolato, Gaio Crastino, stava incitando gli uomini della sua coorte. Quando Cesare lo chiamò per nome, Crastino gli fece il saluto militare e, secondo Plutarco, gridò a voce alta: «Combatteremo nobilmente, o Cesare! E oggi farò in modo che tu mi ringrazierai, sia che io viva, sia che muoia!».

Perché Pompeo aveva deciso di combattere? Gli storici, sia antichi che moderni, hanno avanzato diverse ipotesi: Pompeo era ansioso di non perdere la fiducia che i suoi uomini avevano acquisito forzando il blocco di Cesare a Durazzo; con l’avanzare della stagione e il grano ormai quasi maturo, le tattiche fabiane non avrebbero avuto un grosso impatto sulle capacità di approvvigionamento di Cesare; la prospettiva di permettere a Cesare di rimanere in Oriente liberamente e indefinitamente era un insulto all’autorità di Pompeo fra i re della regione e una minaccia al suo prestigio a Roma.

Nessuno di questi fattori aveva però maggior peso dei risultati positivi che Pompeo stava assaporando dalla strategia da lui adottata di mantenere Cesare isolato e in marcia. Considerando le risorse a sua disposizione, comparate con le qualità belliche del suo avversario, una guerra di logoramento era senz’altro l’opzione migliore. Come ci riferisce Appiano, Pompeo «pensava che fosse rischioso puntare tutto su un singolo scontro contro uomini disperati e ben addestrati e contro la famosa buona fortuna di Cesare».

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Il problema che aveva assillato Pompeo, sin dallo scoppio della guerra, era che, mentre tutti erano d’accordo sull’assoluta maestria di Cesare nella conduzione dei suoi affari privati, lui, stando ai principi secondo i quali combatteva, non poteva essere altro che il primo tra i pari. La Repubblica, di cui era stato nominato difensore, era molto interessata ai risultati che poteva ottenere e i suoi rappresentanti – senatori, funzionari e aspiranti tali – non gli davano tregua. Uniti solo dall’odio per Cesare, il loro unico contributo allo sforzo bellico era quello di provocare e criticare il campione che avevano eletto. Troppo ansiosi di farla finita con la prepotenza di Cesare e di tornare a Roma per iniziare un’epurazione politica (e finanziaria) dei suoi sostenitori, spronarono Pompeo, dopo Durazzo, a cercare lo scontro finale. Il fatto che Cesare fosse pronto a dar loro battaglia tutte le mattine sin da quando erano arrivati sulla piana di Farsalo, non faceva che infiammare ancora di più i loro animi. Sebbene Pompeo li ammonisse che Cesare era costretto ad agire in quel modo perché i suoi approvvigionamenti cominciavano a scarseggiare e che quindi, proprio per questo, la cosa migliore sarebbe stata non far niente, loro lo accusarono di voler temporeggiare solo per prolungare la sua straordinaria autorità su di loro. Pompeo, il campione della Repubblica, si sentì ridicolizzato sul suo stesso campo: lo chiamavano il re dei re, l’Agamennone, dato che anche lui aveva avuto in battaglia dei re sotto il suo comando.

Che Pompeo stesso offrendo a Cesare lo scontro campale che voleva, non per volontà propria, è ricordato anche dall’esortazione, non certo entusiastica, fatta da Pompeo la mattina della battaglia e riportata da Appiano: «Io voglio ancora abbattere Cesare, ma siete stati voi a volere questo confronto!» disse ai suoi uomini. «Avanzate dunque, come state chiedendo da tempo!».

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. D - VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. (Dritto) VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Che Pompeo avesse forti timori sulla qualità delle forze al suo comando, è evidenziato chiaramente dalle disposizioni tattiche che rivelò al consiglio di guerra convocato alla vigilia della battaglia. Con stupore dei suoi subordinati, sostenne che l’esercito di Cesare poteva essere sconfitto prima ancora che le linee di combattimento entrassero in contatto. Si trattava solo di disporre la superiore cavalleria repubblicana aggirando Cesare sul fianco e attaccandolo da dietro. La fanteria sarebbe servita da incudine e la cavalleria da martello gigante; l’esercito di Cesare sarebbe rimasto schiacciato tra le due forze. In questo piano magistrale era implicito, anche se non dichiarato, che le legioni repubblicane avrebbero dovuto sopportare lunghe prove di forza contro i loro avversari, cosa che Pompeo aveva insistentemente cercato di evitare.

Labieno approvò entusiasticamente il piano d’attacco proposto da Pompeo, in buona parte perché, come capo della cavalleria repubblicana, il merito della sconfitta di Cesare sarebbe stato in buona parte suo. Assicurò al consiglio che l’esercito di Cesare era solo la brutta copia di quello che aveva conquistato la Gallia e giurò che sarebbe tornato vincitore dal campo di battaglia. Pompeo elogiò il suo zelo e fece lo stesso giuramento, seguito dalla maggior parte dei suoi. Nonostante i dubbi del comandante, il consiglio si separò con il morale molto alto e con grandi speranze.

 

Eserciti contrapposti

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Quando la mattina del 9 agosto, Pompeo uscì allo scoperto, lasciò sette coorti di legionari e traci e altri ausiliari alleati a custodire l’accampamento e i forti limitrofi. Lasciò il campo con le rimanenti 11 legioni, o 110 coorti, 47.000 uomini in totale, con la classica formazione a triplex acies divisa verticalmente al comando di tre subordinati. Sulle ali e al centro stazionavano quelle legioni su cui Pompeo riponeva maggiore fiducia. Afranio comandava l’ala destra, che includeva la legione cilicia e le coorti che era riuscito a salvare in Spagna. Il centro era occupato da Scipione con le legioni siriane, veterane della debacle di Carre. L’ala sinistra, sotto Enobarbo, includeva due legioni, ribattezzate I e III, che Cesare aveva consegnato al Senato per la campagna di Partia prima dello scoppio della guerra civile. Le reclute riempivano gli spazi tra queste unità esperte. Per precauzione, Pompeo aveva disseminato tra le sue fila circa duemila evocati, veterani di campagne precedenti arruolati di nuovo, con l’idea di stabilizzarle e, se possibile, incoraggiarle. Pompeo si posizionò dietro l’ala sinistra per supervisionare lo svolgimento della battaglia.

Per tenergli testa, Cesare dispose una formazione identica a quella di Pompeo, anche se con meno uomini. Collocò le sue nove legioni – ottanta coorti, circa 22.000 uomini – in triplex acies, disposte anch’esse verticalmente e al comando di tre subordinati. Nell’ala sinistra, cioè il fianco che si appoggiava sul fiume, collocò la legione IX insieme alla VIII, legione notevolmente ridotta dopo Durazzo, per, secondo le parole dello stesso Cesare, «fare di due una sola legione». Quest’ala era sotto il comando di Antonio. Calvino, invece, comandava il centro, riprendendo la sua disputa con Scipione. L’ala destra era il fianco dove la migliore legione di Cesare, la X, occupava il posto d’onore; questa era agli ordini di Silla, anche se Cesare stesso monitorava le operazioni, situato dietro di essa, opposto al suo rivale.

Le coorti di Pompeo comprendevano circa 420 uomini ciascuna, con un fronte di 42 uomini. Siccome ogni legionario romano occupava uno spazio di 1,8 metri, ogni coorte ne occupava 75. Secondo lo schieramento standard in una legione in triplex acies, con quattro coorti nella prima linea, tre nella seconda e altre tre nella terza, le 11 legioni di Pompeo – 110 coorti – avrebbero avuto un fronte di 44 coorti (4 × 11) e avrebbero occupato uno spazio di 3,3 chilometri (44 × 75).

Non sappiamo quanto in profondità fosse schierata la cavalleria di Pompeo e non possiamo quindi precisare la lunghezza esatta della sua linea di battaglia, però deve essere astata almeno di 4 chilometri, orientata a sud-est, tra gli attuali villaggi di Krini, ai piedi delle colline, e Bitsiler, sul fiume.

Per affrontare lo scontro, Cesare fu costretto a restringere le proprie fila. Le sue coorti erano composte da appena 275 uomini, poco più della metà del normale (480), e la profondità dello spiegamento era di circa sei linee. Se avesse confidato maggiormente nelle sue legioni, Pompeo avrebbe potuto aspettare l’occasione di sferrare l’attacco in un terreno più aperto, dove, oltre a dare alla propria cavalleria maggior spazio di manovra, sarebbe stato nella posizione di distendere e allungare le linee della sua fanteria, obbligando Cesare a compensare, estendendo a sua volta le proprie linee, forse al punto di rottura. Considerando la superiorità qualitativa degli uomini di Cesare, Pompeo avrebbe potuto trarre vantaggio dallo spazio ristretto che il campo di Farsalo gli offriva: il fiume lo proteggeva sul fianco destro, e la profondità considerevole delle sue legioni gli avrebbe permesso di assorbire l’effetto sorpresa dell’attacco di Cesare, dando tempo alla cavalleria di assolvere il compito assegnatole, di circondare cioè l’esercito cesariano e di colpire la sua retroguardia.

Non c’è ragione di mettere in dubbio l’affermazione di Appiano: «Mai prima di allora un così gran numero di forze militari italiche si era scontrato su un unico campo di battaglia». Grazie però al caratteristico sciovinismo romano, è difficile risalire al numero totale di uomini coinvolti. Come fa notare Appiano, le autorità romane che fornivano le cifre più plausibili sulle truppe coinvolte «non diedero l’elenco delle forze alleate, né riportarono i loro nomi in quanto, trattandosi di stranieri, il loro contributo alla battaglia era insignificante, solo un supporto alle forze in campo».

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall'Egitto

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall’Egitto

Qualsiasi fossero le cifre, avrebbero solo incrementato lo svantaggio di Cesare. Dal momento che, nel corso della campagna, aveva potuto racimolare al massimo poche migliaia di fanti leggeri greci dalla Dolopia, dall’Acarnania e dall’Etolia, Pompeo aveva a sua disposizione tutte le popolazioni poliglotte orientali: spartani e altri peloponnesiaci, beoti, ateniesi e macedoni dalla Grecia; traci, bitinici, frigi e ioni; lidi, panfilici, pisidi e paflagoni; cilici, siriani, fenici, giudei, arabi, ciprioti, frombolieri di Creta e molti altri isolani. Molte di queste unità nazionali sottostavano ai loro despoti, i quali scelsero di mostrare la loro fedeltà a Pompeo, recandosi di persona sul campo di battaglia. erano presenti Deiotaro, tetrarca della Galazia orientale, e Ariarate, re di Cappadocia, come pure due distinti contingenti armeni, uno proveniente dalla zona al di qua dell’Eufrate, guidato da Taxiles, e l’altro dalla zona al di là del fiume, sotto la guida di Megabate che faceva le veci del re Artavaside.

Appiano descrive gli alleati schierati «come per una parata». Sebbene dovessero essere uno spettacolo favoloso, scintillanti al sole del mattino con i loro innumerevoli stendardi e bandiere, la loro utilità era alquanto limitata.

Sempre secondo Appiano, Pompeo disseminò i migliori contingenti alleati – i macedoni, i peloponnesiaci, i beoti e gli ateniesi – a coprire gli spazi rimasti vuoti tra le coorti, «in quanto era convinto della loro tranquillità e disciplina». Molti degli alleati, però, erano dislocati deliberatamente in una zona sicura. Appiano poneva l’accento sulla scarsa considerazione che Cesare aveva di loro; ai suoi uomini li descriveva come soldati sempre pronti a fuggire e a farsi catturare come schiavi: «In breve – diceva Cesare – non c’è bisogno che combattiate contro di loro […] Vi chiedo di impegnarvi solo contro le truppe italiche, anche se gli alleati si attaccano alle vostre calcagna e vi vengono dietro come una muta di cani».

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D - Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D – Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

La vera disparità tra i due eserciti era evidente soprattutto nella cavalleria. È improbabile che cittadini romani combattessero a cavallo, né per uno schieramento, né per l’altro. L’intera cavalleria di Cesare consisteva di circa mille galli e germani, reclutati lontano dalla loro patria. Pompeo aveva invece a disposizione 6700 cavalieri, tra cui 600 galati, 500 traci, 200 macedoni, 500 galli e germani da Alessandria, 500 dalla Cappadocia, 200 siriani, per lo più arcieri, e 800 dallo stesso casato di Pompeo; i rimanenti erano dardani, bessi, tessali e uomini provenienti da altre nazioni.

Sul fianco destro Pompeo stazionò i fanti leggeri della Cappadocia e 600 cavalieri greci del Ponto, in modo che, una volta iniziata la battaglia, non ci fossero sorprese dalle lontane sponde dell’Enipeo. La maggior parte delle truppe di lanciatori alleate e della cavalleria si concentrava sul fianco destro della linea repubblicana, opposta alla cavalleria cesariana.

Adottando questa strategia tattica, Pompeo rinunciava alla possibilità di circondare contemporaneamente, con la cavalleria, i due fianchi dell’esercito cesariano, così come aveva fatto Annibale contro le legioni di Roma a Canne nel 216 a.C. Forse pensava che il fiume fosse già sufficiente a immobilizzare il fianco sinistro di Cesare. In ogni caso, l’esito della battaglia dipendeva ora dalla capacità della cavalleria repubblicana di sopraffare la controparte cesariana e di riversarsi contro il fianco destro e la retroguardia di Cesare, prima che le linee di Pompeo cedessero alla pressione delle legioni cesariane. Pompeo aveva buoni motivi per essere fiducioso: nell’imminente prova di resistenza, la forza di attacco della sua cavalleria, che già aveva un vantaggio numerico di 6 a 1 rispetto a quella di Cesare, sarebbe stata rafforzata da distaccamenti di arcieri e frombolieri.

Cesare dovette essersi reso conto delle intenzioni di Pompeo, vedendo la sua cavalleria concentrarsi sul fianco sinistro. Cosciente della propria inferiorità numerica, aveva fatto considerevoli passi in avanti per rinforzare l’evidente vulnerabilità della propria cavalleria. Cesare aveva fatto prove di operazioni di armi combinante, scegliendo cioè tra le truppe di prima linea gli uomini più giovani e adatti, equipaggiandoli e riqualificandoli per combattere come fanteria leggera, o antesignani, inframezzati con la cavalleria. Questa iniziativa, che aveva avuto un certo successo sulle schermaglie prima della battaglia, poteva far guadagnare del tempo a Cesare. Rinforzare la cavalleria in questo modo, però, avrebbe solo ritardato la sua sconfitta finale, inevitabile, data la superiorità delle forze di Pompeo.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Per risolvere questo problema, Cesare distaccò sei coorti, circa duemila uomini, dalla terza linea delle sue legioni e formò con esse una quarta linea sulla destra, disposta però in obliquo rispetto al resto dell’esercito, in modo da essere nascosta dietro la cavalleria, ma comunque pronta a entrare in azione non appena la cavalleria di Pompeo avesse invaso quel settore.

È possibile che Cesare sia stato influenzato dalla saggezza del generale greco Senofonte, che molto tempo prima aveva scritto nel suo Manuale del comandante di cavalleria che, siccome gli uomini a cavallo erano in una posizione più alta rispetto a quelli a pieni, era possibile nascondere la fanteria dietro la cavalleria, e se poi improvvisamente la fanteria «fosse uscita allo scoperto per affrontare il nemico […], avrebbe potuto costituire un fattore importante per una vittoria decisiva». In ogni caso, Cesare s’incaricò di far sì che questi uomini capissero l’importanza del ruolo affidato loro in un momento preciso della battaglia. Plutarco racconta che Cesare li esortava a non lanciare da lontano i loro pila, ma a «scagliarli verso l’alto, verso gli occhi e il viso del nemico; dicendo loro che quei bei giovani ballerini non avrebbero sopportato il luccichio dell’acciaio davanti ai loro occhi, ma sarebbero fuggiti per salvare le loro belle facce». Siccome la rivalità tra gli eserciti è una tradizione millenaria, Cesare può aver usato tale linguaggio, sicuro di toccare una corda sensibile dei suoi veterani incalliti e di far loro comprendere la sua idea.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

Il punto di forza del giavellotto consisteva, oltre che nel suo potere di penetrazione, nel fatto di deformarsi dopo essersi conficcato nello scudo del nemico. Questo fattore, così significativo nell’ostacolare l’avanzata della fanteria avversaria, non aveva la stessa efficacia sulla cavalleria; i cavalieri potevano infatti ricevere i giavellotti sui loro scudi e continuare ad avanzare verso i legionari, ora privi della loro principale arma di difesa. Cesare sapeva inoltre che la cavalleria di Pompeo non avrebbe avuto l’impeto di passare attraverso un muro di scudi che avanzano improvvisamente verso di lei, spalla a spalla, pieno di punte di pila. Prima che la cavalleria abbia la capacità di perforare la fanteria in uno scenario simile, bisogna aspettare molti secoli, con l’invenzione delle staffe e la nascita di una nuova era bellica.

Le ultime istruzioni di Cesare ai suoi ufficiali della terza e quarta linea consistettero nel ricordare loro di non intervenire, fin quando lui non avesse dato loro il segnale con la bandiera.

Con i loro eserciti schierati, Cesare e Pompeo, entrambi a cavallo e ben visibili con i loro paludamenta, i mantelli rossi dei comandanti in capo, presero posizione ciascuno dietro le sue linee. Avendo entrambe le parti già pronunciato le rispettive parole d’ordine – per Cesare Venus venetrix (Venere, portatrice di vittoria), per Pompeo Hercules invictus (Ercole l’invincibile) – il tempo dei preparativi era scaduto ed era arrivato il momento della verità.

 

Il fragore delle armi

 

Ironicamente, dato l’ardore con cui entrambe le parti aveva desiderato lo scontro, ci fu un momento d’incertezza quando i due eserciti si ritrovarono uno di fronte all’altro nella pianura. Dione parla di un silenzio penetrante e di un senso di soggezione: «Non vennero subito alle armi. Provenienti dallo stesso paese e dalla stessa terra, con armi identiche e formazioni militari simili, nessuno dei due schieramenti se la sentiva di iniziare la battaglia».

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Passarono i minuti e le truppe italiche aspettarono in silenzio nelle loro rispettive posizioni. Fu solo quando Pompeo vide che, a causa del ritardo, i suoi contingenti alleati cominciavano a disperdersi, e temette che ci potesse essere un collasso generale prima dell’inizio dello scontro, dette il segnale di attaccare. La cavalleria repubblicana iniziò a caricare lungo il fianco sinistro e in un istante la pianura tremò sotto il peso di 6000 cavalli al galoppo. Subito la cavalleria di Cesare rispose unendosi al fragore, mentre le prime due linee della fanteria cominciarono il loro macchinoso avvicinamento alle legioni pompeiane. Dione segnala che «quando le truppe alleate si lanciarono nella battaglia, gli altri si unirono a loro». La poca disciplina delle fila repubblicane, però, era un presagio di ciò che sarebbe successo in seguito.

Prima che le linee di Cesare si spingessero troppo in avanti, si percepì che qualcosa di molto particolare stava accadendo sul campo di battaglia. sfidando le tradizioni militari delle centurie romane, le legioni di Pompeo non si erano mosse di un passo dalle loro postazioni. Era una prova ulteriore della mancanza di fiducia nelle qualità belliche degli uomini sotto il suo comando. Piuttosto che rischiare un avanzamento, con il pericolo che le reclute potessero perdere il contatto con i veterani, facendo così aprire dei varchi nelle linee, che avrebbero consentito l’ingresso delle truppe cesariane, Pompeo aveva ordinato alle sue linee di rimanere ferme e di assorbire l’urto dell’assalto di Cesare direttamente dalla loro posizione iniziale.

Cesare criticò severamente tale decisione che, asserì, negò alle legioni repubblicane «l’innato eccitamento e l’ardore dell’animo che si accendono con il desiderio di combattere», e che arrivano al culmine dell’impeto della carica con le grida e lo squillare delle trombe: «Questo dovrebbe essere incoraggiato e non represso da un generale degno di tale nome».

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Musée du Louvre.

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

Pompeo, comunque, deve aver calcolato che, tutto sommato, era più importante quello che avrebbe guadagnato dal mantenere ferme le sue linee al momento dello scontro tra le due parti, di quello che avrebbe potuto perdere se i suoi uomini non avessero avuto un afflusso di adrenalina al momento dello slancio in avanti. Oltre a questo, poteva aver considerato due cose: prima di tutto, portare l’esercito di Cesare all’interno del suo avrebbe ridotto la distanza e quindi l’arco di tempo necessario alla cavalleria per circondare la retroguardia di Cesare; in questo modo i cesariani sarebbero finiti nella tana del lupo. Secondariamente, dovendo coprire a passo di carica l’intera distanza tra i due schieramenti, invece di scontrarsi col nemico a metà strada, le legioni di Cesare, una volta di fronte ai loro avversari, sarebbero state ormai affaticate e disorganizzate e avrebbero perso parte del mordente iniziale.

Contro un esercito inferiore, questo atteggiamento difensivo di Pompeo, che Cesare non aveva previsto, avrebbe potuto avere successo. In quel momento le legioni di Cesare si mostrarono degne del loro comandante. Quando fu evidente che l’esercito di Pompeo non intendeva muoversi, le coorti di Cesare si arrestarono spontaneamente a metà del percorso, ripresero fiato e ricompattarono le loro linee prima di proseguire. Alla distanza giusta, lanciarono i loro pila, sguainarono le spade e si avventarono con impeto sul nemico.

Cesare dovette sentirsi gratificato per tale dimostrazione di disciplina che gli anni trascorsi sotto il suo comando avevano inculcato nei suoi uomini. «Non che i pompeiani non fossero all’altezza del loro compito», fu costretto ad ammettere. Ricevettero la pioggia di pila sui loro scudi, in silenzio nelle loro fila, e ne lanciarono altrettanti prima dell’impatto con le legioni di Cesare. Ora era Pompeo a sentirsi gratificato; i suoi uomini avevano mantenuto le posizioni e, ancora più importante, la loro calma. Conservando la coesione, diedero il meglio di loro stessi combattendo corpo a corpo; Dione ricorda come questi combattimenti risultavano particolarmente crudi per la naturalezza fratricida della guerra civile: ci si poteva scontrare con un antico vicino, un amico o anche un familiare, «molti mandarono messaggi a casa attraverso il loro assassino». A Cesare era stato negato il rapido sfondamento che lui aveva previsto e che Pompeo più di tutto aveva temuto.

A questo punto, comunque, è da sottolineare come solo due delle tre linee di Cesare fossero impegnate in battaglia. Cesare stava infatti risparmiando la terza linea per due ragioni principali: primo, perché questa sarebbe stata utilizzata al momento opportuno per l’assalto finale; secondo, perché usando tutte e tre le linee contemporaneamente, la linea di riserva sarebbe rimasta isolata in mezzo al campo e la cavalleria repubblicana avrebbe potuto evitarla, portandosi ai fianchi e dietro le legioni impegnate in battaglia.

D’altra parte, sebbene le fonti non dicano niente in proposito, alla luce degli avvenimenti che seguirono, sembra verosimile che Pompeo abbia ordinato a tutte e tre le sue linee di stringersi immediatamente non appena fossero entrate in contatto col nemico. Senza dubbio quest’ordine ottenne l’effetto desiderato di sostenere le fila repubblicane, ma lasciò Pompeo senza coorti di riserva da utilizzare in caso di necessità contingenti.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó' Brógáin.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó’ Brógáin.

Con l’incudine (la fanteria) che tratteneva bene l’urto, l’attenzione di Pompeo deve essersi spostata velocemente ai progressi del suo martello, cioè la cavalleria sul fianco sinistro. A prima vista, tutto stava andando secondo i piani. La cavalleria di Cesare, numericamente inferiore, anche tenendo conto delle truppe leggere che si muovevano tra le zampe dei cavalli nemici, non avrebbero sopportato la pressione. Non c’è dubbio che sarebbe stata sopraffatta; il problema era se Cesare le avrebbe permesso di essere superata sistematicamente o se avrebbe dato istruzioni di interrompere deliberatamente il combattimento al momento critico, in modo da conservare la cavalleria come forza bellica vitale. Cesare stesso fa notare che «non potendo resistere all’attacco, la nostra cavalleria non conservò la posizione ma arretrò un poco»: nel resto del suo resoconto della battaglia non menziona più i suoi cavalieri.

Era necessario sacrificare interamente l’arma di cavalleria per portare a termine i propri obiettivi? Se così fosse, perché preoccuparsi di rinforzarla con truppe leggere specializzate? Plutarco ci dà la conferma che ci serve per concludere che quella ritirata fu premeditata; egli racconta che Cesare «diede il segnale e la sua cavalleria arretrò un poco, dando via libera a quelle sei coorti sussidiarie che erano state disposte in fondo, come riserva per coprire il fianco».

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Si stava avvicinando il momento critico della battaglia. La cavalleria repubblicana, che godeva di libertà nella vasta pianura, iniziò a dividersi in squadroni individuali per circondare le linee di Cesare sul fianco destro, ora aperto. Non si sa se questa suddivisione fosse contenuta in un piano stabilito da Pompeo, se fu un’idea di Labieno eseguita man mano che si presentavano nuovi obiettivi, o semplicemente se le unità nazionali, mai pienamente integrate in una struttura di comando coesiva, iniziarono a decidere personalmente dove e quando attaccare. In qualunque caso, la già manifesta minaccia alla posizione di Cesare fu esacerbata dallo spettro degli arcieri e dai frombolieri che seguivano la poderosa cavalleria repubblicana. In pochi secondi sarebbero stati una posizione tale da poter scagliare una pioggia di frecce sull’ala destra della X legione di Cesare. Non ci sono dubbi che fu Pompeo stesso a scegliere quell’ala per concentrare il suo attacco sul fianco: il fante romano utilizzava il braccio per impugnare la spada e gli uomini della X legione non avrebbero potuto utilizzare al meglio i loro scudi per difendersi.

Fu in quel momento che la cavalleria pompeiana, perso il suo impulso iniziale, diventò più vulnerabile. Si era frammentata in numerose unità e, galoppando su e giù, si preparava al grande accerchiamento delle linee nemiche. A quel punto Cesare ordinò di alzare il vexillum come segnale di attacco per la sua quarta linea di riserva.

Per far sì che questa mossa audace avesse l’effetto voluto, la sorpresa doveva essere assoluta. La quarta linea di Cesare, quando sarebbe iniziata la carica, non poteva quindi trovarsi a più di 100 metri dal fianco della cavalleria di Pompeo; era l’unico modo per far sì che la fanteria pesante si scagliasse contro la cavalleria. Il bello è che non furono scoperti e presi in considerazione dalle forze d’assalto repubblicane fino a quando non uscirono dal fianco di Cesare. Le fonti storiche parlano di legionari della quarta linea che, all’inizio dell’attacco, improvvisamente «balzarono in piedi», il che significa che fino ad allora erano rimasti inginocchiati e con gli stendardi abbassati; in uno spazio aperto questo non sarebbe però bastato a nasconderli. Si può solo desumere che la cavalleria di Cesare angolò la sua linea di ritirata in modo tale da nascondere l’avanzata  della quarta linea per alcuni preziosi istanti, sufficienti però a permettere loro di riversarsi sul nemico, concentrato sul suo obiettivo: le retroguardie della triplex acies di Cesare.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La quarta linea di Cesare effettuò la carica più decisiva che la fanteria abbia mai eseguito contro la cavalleria. Questa totale inversione dei principi del combattimento deve aver pietrificato i cavalieri repubblicani; quando si riebbero dallo shock era ormai troppo tardi; i legionari piombarono su di loro come un’onda, infastidendo i cavalli con urla di guerra e conficcando i loro pila nei volti dei cavalieri, come erano stati addestrati a fare.

Se avesse avuto un comandante ispirato, la cavalleria repubblicana avrebbe fatto il necessario per risolvere un imprevisto del genere: avrebbe cioè usato la sua maggiore velocità per ricompattarsi e attaccare la fanteria cesariana, preferibilmente sui fianchi e sulla retroguardia. Ma in totale assenza di un comandante del genere, la cavalleria optò per sfruttare la sua maggiore velocità con un unico scopo: salvarsi la pelle. Cesare racconta che nemmeno uno di loro si fermò per combattere. È improbabile che i suoi uomini arrivassero a impegnare più delle prime due file di cavalieri; questi fecero gruppo e iniziarono a correre, trascinandosi gli altri come una valanga. Fuggirono verso la sicurezza delle colline che delimitavano a nord la pianura e molti di loro non si fermarono finché non raggiunsero le falde della collina 325, il punto più alto alla destra di Cesare.

Il martello di Pompeo era stato eliminato dalla battaglia. La colpa può essere attribuita a Labieno, il quale, deciso a concentrare la potenza dell’impatto dei suoi cavalieri, li aveva ammassati in un’unica grande orda e li aveva lanciati da un fronte stretto verso il nemico, invece di mantenere squadroni distinti, con giusti intervalli tra loro, in modo da permettere un’effettiva risposta delle linee successive in un attacco contro le linee frontali. Di fatto il loro fallimento fu talmente precipitoso che probabilmente causò danni collaterali agli arcieri e frombolieri che li seguivano. Lucano dovette basarsi su testimonianze antiche quando scrisse della cavalleria che «dopo aver fatto dietrofront tirando le briglie, caricò a capofitto le sue stesse truppe».

Questo sconvolgimento delle linee, per non parlare del panico crescente che deve averli colti dopo aver assistito alla totale sconfitta della cavalleria e aver realizzato di essere ora isolati ed esposti all’ira di Cesare, rese facili prede gli arcieri e i frombolieri. Questo non spiega però, come diceva Cesare, perché furono massacrati dai legionari della quarta linea; per definizione, le truppe leggere di lanciatori potevano facilmente evitare il combattimento ravvicinato contro la fanteria pesante, specialmente coloro che avevano già completato la carica eroica in campo aperto contro la cavalleria. Si può desumere che qui riapparisse in scena la cavalleria cesariana, in quanto si trattava di una missione fatta apposta per loro.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l'assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l’assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

Dal momento in cui la sua cavalleria scomparve dalla sua vista, mentre stava aggirando il fianco di Cesare, Pompeo poté solo fare congetture su quanto stava accadendo, basandosi sulle nubi di polvere sollevate dietro le linee cesariane. Dovette però rendersi subito conto della terribile realtà, quando vide i suoi arcieri e frombolieri sparpagliarsi per la pianura nel vano tentativo di fuggire dal pericolo di essere inseguiti ed eliminati uno a uno dalla cavalleria di Cesare. Fu allora che la quarta linea di Cesare emerse dalla nebbia della battaglia, si diresse contro l’ala sinistra di Pompeo, ora del tutto scoperta, e piombò sul fianco delle legioni I e III.

Con le sue truppe impegnate contro l’assalto frontale di Cesare e i suoi alleati che probabilmente si stavano già defilando, Pompeo non aveva più riserve per contrastare questa nuova minaccia. Cesare, che aveva riservato la sua terza linea proprio per trarre vantaggio da questo momento, ordinò alle sue fresche coorti di entrare in battaglia.

Le legioni di Pompeo avevano già iniziato a vacillare quando, con rumori e notizie che arrivavano alle orecchie dei suoi soldati, furono coscienti della minaccia che gravava sopra la loro ala sinistra: a causa di questa ulteriore pressione, iniziarono a cedere.

Non fu un collasso repentino; anche nel fianco sinistro sfaldato, i legionari si ritirarono gradualmente, ancora bloccati nella battaglia. Gli alleati fuggirono a gambe levate, senza opporre nessuna resistenza, in cerca della sicurezza momentanea dell’accampamento. Una volta lì, si misero a saccheggiare le tende dei propri compagni, «come se fossero state quelle del nemico», racconta Appiano, portando via tutto il possibile.

A questo punto le restanti legioni di Pompeo, testimoni del cambiamento della fortuna repubblicana in questa parte del campo di battaglia, iniziarono gradualmente a ritirarsi. All’inizio mantennero la formazione e si difesero il più possibile, anche se, soggetti all’assalto incessante di un nemico infuocato dalla prospettiva di ottenere una vittoria totale, decisero di fuggire.

Il loro comandante aveva già abbandonato il campo di battaglia. si era ritirato nell’accampamento, come dice Plutarco, «distratto e assente, come se non fosse Pompeo Magno». Si fermò solo per ordinare alle coorti di guardia di mantenere le posizioni, poi si ritirò nella sua tenda, completamente alienato dalla realtà. La sconfitta, un’esperienza nuova per lui, lo aveva travolto.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Il suo rivale, invece, conosceva l’importanza di sfruttare pienamente una vittoria. Molti degli uomini di Cesare erano feriti e coloro che non lo erano, essendo fuggiti sotto il sole di mezzogiorno ed esausti dopo le attività della mattina, non desideravano nient’altro che acqua e ombra. Cesare, però, passeggiando freneticamente tra di loro, li incoraggiava a un ultimo sforzo, dicendo loro che se avessero permesso al nemico di ristabilirsi, sarebbero stati i vincitori di un giorno, ma se avessero conquistato l’accampamento repubblicano, avrebbero potuto decidere le sorti della campagna in un colpo solo.

Cesare in persona condusse i suoi uomini contro le fortificazioni di Pompeo, difese strenuamente dalle coorti lì stazionate e ancora con maggiore tenacia dai traci e da altre truppe ausiliarie che combattevano con loro. Queste forze repubblicane, decise a resistere, furono spazzate via dalla palizzata da una pioggia di frecce e gli uomini di Cesare poterono quindi forzare le porte; una volta dentro, ebbe inizio il massacro.

A quel punto Pompeo tornò in sé, esclamando, secondo Plutarco: «Che? Nell’accampamento?». Indossando la tenuta di un soldato semplice al posto del suo paludamentum, abbandonò l’accampamento per una via sicura in sella a un cavallo e, insieme ai suoi colleghi di alto rango, si diresse verso Larissa, che raggiunse prima del calar della notte.

Quando Cesare entrò nell’accampamento nemico, si stupì dell’opulenza che trovò: pergolati artificiali, tende adornate con piante verdi, altre con edera e mirto, con tende e tappeti ricamati e una gran quantità di posate d’argento. «È facile dedurre, vedendo la ricerca di piaceri non necessari, che l’altra fazione non aveva dubbi su come finire la giornata» notò sarcasticamente. Può forse aver riflettuto un attimo sulla gradevole ironia di trovare del mirto lì, nel rifugio del suo nemico, il mirto sacro alla dea Venere, da cui discendeva la sua famiglia.

Gli avvenimenti del giorno appena trascorso richiedevano ancora la sua attenzione. L’esercito di Pompeo era in fuga; prima che calasse la notte doveva essere sotto il suo controllo. Prova ulteriore del rispetto di cui godeva tra i suoi uomini fu che riuscì a riunirli ancora una volta e a mandarli all’inseguimento; il soldato romano viveva di bottino e i tesori dell’accampamento di Pompeo offrivano opportunità senza precedenti.

C. Giulio Cesare. Africa, Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. D – Testa di Venere diademata, verso destra.

C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. (Dritto) Testa di Venere diademata, verso destra.

Mentre le legioni di Cesare entravano nell’accampamento, i superstiti dell’esercito repubblicano, circa 20.000 uomini, ne uscirono a frotte, rifugiandosi sulle vicine alture di Kaloyiros. Quando Cesare fece circondare queste colline con un fossato e un terrapieno, gli uomini di Pompeo, consci del fatto che non avrebbero potuto sopportare un assedio senza poter accedere all’acqua, si ritirarono verso nord lungo il crinale adiacente. Stettero attenti a procedere sul terreno accidentato, dato che ora la cavalleria di Cesare si era accampata lungo la pianura. Il loro trofeo del giorno fu Enobarbo, il quale, crollato per sfinimento, fu circondato e ucciso.

La fuga tra le colline diede ai repubblicani protezione contro la minaccia imminente, ma rallentò la loro marcia e ciò diede a Cesare l’opportunità di sorpassarli. Dopo aver ordinato che il resto dell’esercito rimanesse nell’accampamento di Pompeo, Cesare uscì con quattro legioni verso nord-est, raggiunse la via principale per Larissa e tagliò così la strada ai fuggitivi repubblicani.

Quando i repubblicani si avvicinarono all’ultima altura del terreno collinare, prima che si aprisse alla pianura tessalica, devono aver visto alla loro destra le truppe cesariane, schierate in formazione da combattimento lungo la via che correva parallela alla loro linea di marcia. Affrettando il passo, si sarebbero inerpicati fino alla cima della collina; c’era una pianura, che si estendeva dalla base della collina (dove oggi c’è il villaggio di Kiparissos) fino a perdita d’occhio, e la strada per la salvezza era molto vicina. In fondo alla valle, però, c’erano molti legionari di Cesare. Non c’era via di scampo.

Anche se stava calando la notte e i suoi uomini erano stati portati al limite della resistenza umana, Cesare ordinò loro di costruire un fossato e un terrapieno lungo la base orientale della collina, negando ai repubblicani l’accesso a un piccolo ruscello che scorreva da sud a nord parallelo alla strada.

Intrappolati senz’acqua, alcuni senatori e altri dignitari abbandonarono le fila repubblicane e si allontanarono furtivamente approfittando dell’oscurità. Quella stessa notte iniziarono i negoziati tra Cesare e il suo nemico demoralizzato che, abbandonato dai suoi capi, era comandato da tribuni e centurioni. Dopo aver affidato le loro vite alla sua clementia, la mattina seguente il resto dell’esercito di Pompeo scese fino alla pianura e gettò le armi ai piedi di Cesare; nove aquilae e altre 180 unità standard erano incluse nei trofei di guerra. Quello stesso giorno, Silla accettò la resa delle guarnigioni repubblicane periferiche. Le legioni sconfitte furono incorporate nell’esercito cesariano; tali erano le fortune della guerra civile.

La vittoria di Cesare fu totale, ma il bilancio finale della battaglia varia a seconda degli autori. Cesare parla di 15.000 repubblicani morti e di 24.000 prigionieri, rispetto a una perdita tra i suoi di trenta centurioni e duecento soldati. Mentre la suddetta cifra di prigionieri può essere precisa, secondo Gaio Asinio Pollione, uno degli ufficiali subordinati di Cesare in battaglia, furono 6000 i repubblicani morti sul campo e le perdite di Cesare ammontarono a 1200 legionari. Questa disparità può derivare dal numero di morti tra i contingenti alleati di Pompeo dato che, come ricorda Appiano, «gli alleati non si contarono perché erano molti e per la poca considerazione di cui godevano». Quel che restava della mitica orda di Pompeo era stato disperso ai quattro venti. Anche se tra le vittime di Cesare ci furono dieci senatori e una quarantina di membri dell’ordine equestre, e se Cesare accettò la resa di alcuni nemici di alto rango, come Varrone e Marco Bruto, molti altri riuscirono a scappare, inclusi Pompeo, Scipione, Afranio, Petreio e Labieno. I rimanenti leader degli optimates fuggirono in direzione opposta a quella del loro comandante, non a est verso Larissa, ma a ovest verso Durazzo, che Catone difendeva ancora con quindici coorti. Da lì s’imbarcarono per l’Africa, dove ancora perdurava la causa repubblicana. Il mare però si rivoltò contro di loro. Una fonte riporta che, quando Cicerone e gli altri passeggeri altolocati salparono da Durazzo con le galee, videro tutte le loro navi da carico in fiamme, incendiate dai loro soldati che non intendevano partire con loro.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Uno dei fedeli servitori di Cesare, il centurione Crastino, non prese parte alla spartizione del bottino. Uomo di parola, aveva combattuto in prima fila contro le legioni di Pompeo. Predicando con l’esempio, lottando lui per primo, morì quando gli conficcarono una spada in bocca con talmente tanta violenza che gli trapassò il cranio e uscì dal collo. Secondo Appiano, Cesare si sentì «molto in debito con Crastino», al punto che fece costruire una tomba per dare sepoltura al suo leale servitore. Se fu davvero così, fu un onore unico, poiché il resto delle vittime furono bruciate nel campo di battaglia, in una pira tanto grande quanto impersonale.

La falange: tattiche e armamento degli opliti greci

di A. Frediani, Le grandi battaglie dell’Antica Grecia, Roma 2005, pp. 37-59.

 

Risulta difficile individuare il momento in cui gli atti di eroismo individuale e i duelli «a singolar tenzone» iniziarono ad essere visti non più come l’obiettivo primario di un’azione militare sul campo di battaglia, bensì come ciò che lo comprometteva, ovvero la potenza scaturita da un assalto compatto e coeso di ampie unità tattiche. Il poeta spartano Tirteo afferma che ai suoi tempi, nel VII secolo a.C., si era compiuto il processo in base al quale ogni guerriero era tenuto a combattere spalla a spalla con il proprio commilitone e ad evitare qualunque gesto, per quanto valoroso, che potesse compromettere la coesione della formazione. Ed è a questo concetto che dobbiamo legare l’inizio dell’arte occidentale della guerra, con tutte le sue implicazioni etiche, politiche e sociali. L’invenzione, d’altronde, fu così devastante da suscitare l’interesse dei governi dell’intero bacino mediterraneo, che diedero allora avvio alla pratica, assai diffusa nei secoli successivi, di valersi di guerrieri greci come mercenari: «uomini di bronzo che provenivano dal mare», ad esempio, prestarono servizio sotto il faraone Psammetico I, nel corso del suo lungo regno, nella seconda metà del VII secolo a.C.

Doveva essersi trattato di un processo piuttosto lungo. Non bastava, infatti, che un clan agrario prima, una città-stato (pólis) poi, orientassero la loro tattica sul campo di battaglia verso azioni più coordinate tra uomini e tra unità, imbrigliando l’aggressività di guerrieri solitamente portati a partire all’attacco da soli o a piccoli gruppi; era anche necessario concepire delle formazioni che obbligassero i combattenti a contare l’uno sull’altro, ed equipaggiarli con armi diverse da quelle di cui avevano fruito fino ad allora, più maneggevoli e compatte. Possiamo asserire, pertanto, che la tattica precedette le nuove tecnologie, piuttosto che il contrario, e che le nuove armi resero più efficace e portarono a un maggior grado di evoluzione un consolidato modo di combattere. Probabilmente nel corso dell’VIII secolo a.C., dunque, fu istituzionalizzata la pratica di schierare le truppe in file; grazie ad essa, ciascun armato poteva prendere prontamente il posto di chi lo precedeva quando questi cadeva, o creare dei ranghi serrati con l’avanzamento negli interstizi tra i commilitoni schierati nella fila precedente, per imprimere una potente forza d’impatto nel momento dell’attacco e contenere qualsiasi spinta in difesa. Per ottenere la coesione auspicata, ci volevano uno scudo più maneggevole e nello stesso tempo sufficientemente grande da coprire il lato scoperto dell’uomo al proprio fianco sinistro, e una lancia con cui affondare i colpi al momento dell’impatto stesso, in luogo del leggero giavellotto da lanciare prima del cozzare degli schieramenti.

 

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi»: due falangi oplitiche che si affrontano (particolare). Pittura vascolare tardo-corinzia a figure nere e policrome, 630 a.C. ca., da Veio. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

 

Nasceva così l’«oplita» (ὁπλίτης), ovvero l’«uomo corazzato» anche grazie alla collaborazione dei suoi commilitoni, tutti componenti di una formazione che doveva agire sempre all’unisono e combattere come una singola unità: la «falange» (φάλαγξ), ovvero, nel significato attribuitole dai Greci antichi, la «formazione da battaglia», anche se noi moderni tendiamo a riferirla solo alle formazioni di fanteria pesante. L’invenzione avrebbe profondamente influenzato l’arte della guerra nei secoli a venire, se si eccettua l’evoluzione manipolare e coortale delle legioni romane e l’avanzamento in ordine sparso delle orde barbariche all’alba del Medioevo: secoli e secoli dopo l’epoca della Grecia classica, i picchieri delle armate europee dal XIII ad almeno il XVII secolo avrebbero seguito i canoni adottati dagli antichi opliti.

Non doveva esistere nulla di più solido, compatto e omogeneo della falange; ciascun combattente era consapevole dell’enorme danno che avrebbe provocato un suo cedimento nel muro di scudi che era tenuto a mantenere in battaglia con i propri commilitoni. Senofonte paragonava l’allestimento di una linea della falange alla costruzione di una casa nella quale i materiali più solidi, come la pietra e le tegole, sono per le fondazioni e il tetto, mentre mattoni di fango e travi sono puri riempitivi da porre nel mezzo. Allo stesso modo, nella falange, gli uomini migliori dovevano essere posti in prima e in ultima linea, per mantenere la coesione della formazione, e ciascuno avrebbe dovuto scegliersi l’uomo che gli stava dietro, per sentirsi più sicuro al momento dello scontro.

È lecito ritenere che siano stati gli Spartani a inventare la falange, anche se l’unico vero tratto che distingueva gli opliti lacedemoni da quelli delle altre póleis rimase il loro distintivo mantello rosso (τρίβων), che si avvolgevano completamente intorno al corpo, sia d’estate sia d’inverno, senza mai lavarlo, ma che d’altronde non usavano in battaglia: le fonti tramandano che fosse stato Licurgo a stabilire per i Lacedemoni indumenti rossi, perché essi non tolleravano la minima somiglianza con l’abbigliamento femminile.

Siamo portati a pensare che siano stati gli Spartani a inventare la falange anche perché all’epoca in cui ne abbiamo una descrizione accurata, ai tempi di Senofonte, agli inizi del IV secolo a.C., la loro è di gran lunga più evoluta, nei singoli reparti come nei comandanti subalterni, di qualsiasi altra pólis, e della stessa Atene; inoltre, è plausibile aspettarsi da una società guerriera come quella spartana innovazioni di carattere militare di portata rivoluzionaria; infine, la falange appare come la logica trasposizione, sul campo di battaglia, di quello stretto cameratismo che veniva inculcato negli Spartiati e della loro società di «eguali» (ὅμοιοι).

L’unità della falange spartana era l’ἐνωμοτία, originariamente composta da ventitré opliti, disposti in tre file da otto elementi, e due ufficiali: l’ἐνωμοτάρχης, che si posizionava davanti alla prima linea, e l’οὐραγός, che occupava uno dei posti dell’ultima fila e aveva la responsabilità del mantenimento della coesione della formazione; quest’ultimo, era l’unico ufficiale che non si posizionasse davanti alla prima linea o in testa alla fila di destra. Due ἐνωμοτίαι formavano una πεντηκοστή, ciascuna comandata da un πεντηκόνταρχος, e quattro l’unità principale della falange, il λόχος, che quindi, nei tempi più antichi, era costituito da un centinaio di uomini (al comando di un λοχαγός).

Tutte le póleis, almeno fino all’epoca delle Guerre persiane, avevano adottato uno standard di profondità basato su otto linee. Tuttavia il λόχος descritto da Senofonte a proposito della falange spartana al termine della Guerra del Peloponneso, è di centoquarantaquattro elementi, stante la tendenza ad aumentare la profondità delle file di ciascuna ἐνωμοτία, formata da trentasei opliti disposti su tre file da dodici di profondità, oppure su sei file da sei di profondità. A Sparta, ai tempi di Senofonte quattro λόχοι formavano una «divisione», ovvero una μόρα, sei delle quali, comandate ciascuno da un πολέμαρχος, costituivano l’intero esercito lacedemone; in tempi anteriori, la denominazione di λόχος poteva essere attribuita anche ad unità più consistenti, anche perché la parola μόρα in Erodoto è del tutto assente.

 

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

 

Mόρα era anche la denominazione dell’unità di cavalleria aggregata alla «divisione», che non doveva annoverare più di sessanta elementi, e che iniziò a comparire nell’armata spartana solo nel corso della Guerra del Peloponneso, precisamente nel 424 a.C.; la comandava un ἱππαρμοστής. In seguito passò a cento effettivi, divisi in due οὐλαμοί da cinquanta cavalieri ciascuno, che si piazzavano ai fianchi degli opliti, in dieci file da cinque elementi ciascuna, denominate πεμπάς (guidate dai rispettivi πεμπάδαρχοι).

L’élite della falange spartana era costituita dagli hippeís che, a dispetto del nome, non erano però «cavalieri». Si trattava, infatti, di trecento opliti aggregati alla prima μόρα e solitamente disposti all’ala destra, che costituivano anche la guardia del corpo reale. Erano prescelti ogni anno, tra gli Spartiati nel fiore degli anni, da tre ἱππαγρέται nominati a tal fine dagli efori, ciascuno dei quali aveva la responsabilità di selezionarne cento.

I movimenti di una falange erano estremamente complessi, ed era necessario un severo addestramento perché tutto filasse liscio e la compattezza, presupposto essenziale della formazione, fosse mantenuta costante nelle varie fasi che portavano dall’ordine di marcia a quello di battaglia. Certamente, gli Spartiati erano avvantaggiati dall’abitudine a concetti e movimenti con i quali erano cresciuti fin da bambini, ma questi straordinari soldati combattevano fianco a fianco con i perieci e con quanti, col tempo, fu necessario integrare nei ranghi dell’esercito per compensare la carenza di effettivi. Va ricordato, infatti, che ai tempi di Senofonte l’intero esercito spartano vantava solo quattromila effettivi – meno della metà rispetto a tre secoli prima – con un fabbisogno di circa cento nuove immissioni l’anno, stante la conclusione del quarantennale servizio di ciascun combattente e le perdite per cause varie.

Le reclute, richiamate per classi annuali, venivano collocate in un’apposita ἐνωμοτία, i cui vecchi componenti erano distribuiti nelle altre unità, a parte gli ufficiali che, invece, rimanevano a comandare i nuovi venuti; questi ultimi erano posizionati, nello schieramento, all’estrema sinistra della μόρα, nella collocazione meno prestigiosa.

Le reclute che componevano un’ἐνωμοτία erano addestrate a marciare in un’unica fila. Quando la tromba suonava l’ordine di schierarsi, il comandante, in testa alla fila, manteneva i suoi uomini fino al dodicesimo nella stessa posizione, mentre i seguenti dodici, guidati dal tredicesimo, si ponevano al fianco sinistro dei primi e i successivi, a loro volta, al fianco sinistro dei secondi. Tra le file, disposte così in ordine aperto, veniva lasciato sufficiente spazio, almeno due passi, per la successiva disposizione a ranghi serrati – oppure, prima di una battaglia, per il ripiegamento della fanteria leggera –, nella quale le seconde metà di ciascuna fila passavano al fianco della rispettiva prima metà, formando un blocco di sei per sei elementi, con un passo di distanza tra un oplita e il commilitone al suo fianco.

Statuetta di oplita, figura di coronamento di una cista, dal Tempio di Zeus a Dodona, ultimo quarto del VI secolo a.C., Antikensammlung, Staatliche Museen zu Berlin.

Oplita. Statuetta, bronzo, ultimo quarto del VI sec. a.C. ca. da una cista (?) presso il tempio di Zeus a Dodona (Epiro). Berlin, Antikensammlung.

 

La vera difficoltà, per il leader di ciascun plotoncino, era quello del corretto e uniforme conteggio dei passi, e l’attenzione che doveva porre nel disporsi alla stessa altezza dell’ἐνωμοτάρχης. Quando nella manovra erano coinvolti i quattro λόχοι di una μόρα, ogni successiva unità passava sul fianco sinistro di quella che la precedeva nell’ordine di marcia, formando una falange con una fronte e una profondità di dodici opliti. Volendo, si potevano ottenere ranghi serrati, se si erano mantenuti i due passi tra una fila e l’altra, costituendo così una falange con una fronte da ventiquattro e una profondità di sei. In caso di ritirata, era l’οὐραγός a prendere l’iniziativa e a condurre la marcia indietro.

Su scala ancora più ampia, relativamente a un’intera μόρα, la trasformazione di un ordine di marcia in una falange non era affare da poco: ogni divisione in ordine aperto aveva una fronte di quarantotto opliti, ciascuno dei quali in testa a una fila di dodici elementi. Il λοχαγός doveva quindi calcolare uno spostamento generale a sinistra, per affiancare il λόχος che lo precedeva, di settanta passi, che sommati ai ventiquattro della prima unità davano una fronte totale di novantaquattro passi, entro i quali si potevano anche serrare i ranghi.

Una volta schierata al completo la falange, era prevista, anche se scarsamente applicata, la manovra avvolgente da parte delle ali. Al suono della tromba, i due fianchi, il destro e il sinistro, marciavano verso l’esterno in colonna, fino a un determinato punto, in cui riprendevano a marciare in avanti, assecondati dal centro: farraginoso – a dir poco – tanto da spingere i grandi teorici della guerra del IV secolo, da Epaminonda a Filippo II, a escogitare altri sistemi per aggirare il nemico.

Tutti questi concetti, comunque, trovavano un’applicazione pratica al momento dell’entrata in guerra di una pólis. A Sparta erano gli efori, in tale circostanza, ad annunciare le classi annuali richiamate alle armi. Una volta radunata l’armata, il re traeva auspici con un sacrificio e, se questi erano favorevoli, un tedoforo prendeva il fuoco dall’altare sul quale era stata celebrata la cerimonia e lo portava fino ai confini della Laconia. L’esercito lo seguiva fin lì, quando il sovrano si fermava per celebrare un nuovo sacrificio e, in caso di esito favorevole, l’armata poteva avanzare, sempre accompagnata dal fuoco che non doveva spegnersi, mai.

Ciascun combattente si faceva accompagnare da un ilota, perciò la razione di cibo – fiocchi d’avena e orzo, principalmente; ma anche formaggio, cipolle e carne salata – che era tenuto a portarsi dietro doveva comprendere anche la quantità prevista per quest’ultimo, per un massimo di venti giorni, nel caso in cui la durata del conflitto fosse stimata superiore alle due settimane; si diceva che lo zaino dell’oplita puzzasse di cipolla. Il cibo e le razioni erano uguali per tutti, dal re al soldato semplice, e pare che in un’occasione il sovrano, vistosi offrire da un alleato un ricco menù in onore dell’armata spartana, abbia fatto dare tutto agli iloti.

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Pittura su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C. ca. Bruxelles, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

Anche l’oplita ateniese si faceva accompagnare da un attendente, spesso un schiavo – chiamato σκηνοφόρος, «portatore di bagagli» – oppure da un parente più giovane cui far fare esperienza; questi marciava accanto al soldato, per spostarsi nelle retrovie in vista della battaglia, e quando il pericolo non era imminente, gli portava lo scudo, oltre a tutto il resto. Durante la marcia, l’aiutante portava sulle spalle il letto arrotolato – una sorta di sacco a pelo, detto στρώματα –, quando questo non era attaccato allo scudo dell’oplita.

La dieta del soldato ateniese era leggermente diversa da quella dello Spartiata, e consisteva in sale, talvolta aromatizzato con del timo, cipolle, pesce salato avvolto in foglie di fico, il tutto conservato in un paniere di vimini (γύλιος); egli disponeva anche di uno spiedo di ferro per cucinare la carne fresca che avrebbe acquistato nel corso della campagna, dal 462 a.C. con la paga corrisposta dalla pólis.

Tornando agli Spartani: l’occorrente per dormire veniva portato legato allo scudo, insieme ai vari cambi di vestiario; ma nulla, nell’equipaggiamento, riguardava il riparo per la notte, che consisteva in bivacchi in estate e capanne improvvisate con quanto si trovava sul posto nella stagione meno calda. Nei convogli di bagagli, la cui composizione e il numero erano anch’essi regolati dagli efori, i carri trasportavano pale e picconi, e gli animali da soma asce e falcetti, materiali usati dalla fanteria leggera per aprire la strada al convoglio; in generale, le salmerie erano costituite anche dagli strumenti utilizzati dai non combattenti come i medici, i fabbri e i carpentieri richiamati dagli efori.

Il primo giorno, la marcia procedeva lentamente, perché fosse consentito a chi avesse dimenticato qualcosa a casa di tornare a prenderla. La marcia, scandita dal corno e non dalla tromba, era preceduta dagli σκιρῖται, i montanari della Laconia settentrionale armati alla leggera, che costituivano lo schermo avanzato della colonna in cammino; con il tempo, vennero affiancati nei loro compiti dalla cavalleria di cui, durante le Guerre persiane, i Greci erano ancora molto carenti.

Solitamente, in campo aperto l’esercito spartano procedeva in quadrato, con il lato anteriore e quello posteriore schierati a falange, quelli laterali in colonna, e le salmerie, la fanteria leggera e i non combattenti nel mezzo. Nelle strettoie, dove era lecito temere qualche imboscata, la fanteria si divideva in due colonne che procedevano parallele, divise dalle salmerie, o con i λόχοι disposti su quattro file e perfino meno. In linea di massima, ogni móra teneva a portata di mano il rispettivo convoglio, per aver tutto a disposizione al momento della sosta.

I Greci non conoscevano nulla di simile alle zelanti regole romane sulla costruzione di un campo fortificato. Anche in situazioni di pericolo, era estremamente improbabile che costruissero un accampamento con palizzata e fossato, come erano tenuti a fare ogni sera i legionari di ogni epoca. L’unica precauzione era costituita dall’appostamento degli σκιρῖται e poi dei cavalieri in siti sopraelevati, da cui costoro potevano avvistare e prevenire i movimenti del nemico. Gli Spartani, piuttosto, ponevano molta più attenzione alla custodia delle armi per la notte, cui facevano una custodia serrata per scongiurare qualsiasi tentativo di impadronirsene da parte degli iloti.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno). 560 a.C. ca. Staatliche Antikensammlungen di Monaco.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno), 560 a.C. ca. München, Staatliche Antikensammlungen.

 

Per certi aspetti, erano più severe le restrizioni tra settori dell’esercito che tra il perimetro dell’accampamento e il territorio circostante; ogni μόρα era tenuta a occupare uno spazio determinato, dal quale i suoi compagni non potevano uscire nemmeno in occasione dei consueti esercizi ginnici cui si dedicavano ogni giorno prima di colazione e prima di cena. Il centro del campo era comunque occupato dal padiglione del re, attorniato dal suo stato maggiore e dai suoi attendenti, tre spartiati incaricati di vegliare su di lui, e poi i medici, gli indovini, i πολέμαρχοι, due Πυθόι, con il compito di andare a consultare l’oracolo di Delfi in particolari circostanze, i suonatori di flauto incaricati della “colonna sonora” durante le cerimonie sacrificali (e del ritmo di marcia in battaglia), gli araldi per comunicare gli ordini ai subalterni, e con ogni probabilità la guardia del corpo dei Trecento.

In un’epoca in cui l’arte ossidionale era ancora ad uno stato molto primitivo, le città costituivano un baluardo insormontabile per qualsiasi esercito e la più efficace delle difese per coloro che si vedevano invadere il proprio territorio. Nella migliore delle ipotesi, pur disponendo di un qualche ariete, ancora privo di copertura e di sofisticati mezzi di bilanciamento introdotti dagli ingegneri di Filippo II e Alessandro Magno, di scale d’assalto e della possibilità di porre un blocco alla cinta muraria, gli eserciti poliadi non erano in grado di prolungare la campagna per il tempo necessario ad attendere la caduta del caposaldo. I cittadini, tutti artigiani o agricoltori, non potevano far altro che tornare alle proprie attività dopo un limitato periodo di tempo, né la pólis era in grado di assumersi l’onere di compensarli per la perdita dei loro raccolti o per il prolungato arresto delle loro attività. Per questo motivo, si tendeva a votare stanziamenti per campagne brevi e gli strateghi si ponevano obiettivi a breve termine. Tutt’altro discorso per gli Spartani, che disponevano di un vero e proprio “esercito di Stato”, i cui componenti erano stati messi in condizione di non far altro che la guerra. Ma anch’essi necessitavano di attendenti, servitori e personale ausiliario la cui prolungata assenza dalla madrepatria avrebbe inciso in qualche modo sull’economia della pólis.

Lo scopo di una campagna militare, pertanto, era d’indurre quanto prima il nemico alla battaglia campale decisiva, e la strategia più diffusa per riuscirvi, nel caso frequente in cui questi si asserragliava all’interno delle proprie roccaforti, consisteva nella devastazione sistematica quanto più possibilmente capillare di tutte le sue fonti di approvvigionamento (in primis, le campagne). Non a caso, si preferiva avviare le ostilità nella stagione del raccolto, quando le messi erano ancora nei campi, per provocare i danni maggiori; sotto quest’aspetto, durante la Guerra del Peloponneso, Sparta era avvantaggiata nei confronti di Atene, poiché trovandosi più a sud il suo grano maturava prima, permettendo ai suoi uomini di raccoglierlo e poi di invadere l’Attica prima che gli Ateniesi raccogliessero il proprio. Ma spesso anche questa si rivelava una strategia a lungo termine, perché non era affatto detto che i nemici si lasciassero indurre a scendere in campo aperto per fermare lo scempio, ed era necessario fare terra bruciata per anni, prima che gli avversari considerassero la loro economia talmente danneggiata da non aver nulla da perdere ad affrontare gli invasori, o a chiedere la pace.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Palermo, Museo Archeologico Regionale.

Ogni mattina il sovrano spartano, in guerra, compiva un sacrificio, alla presenza dei suoi subalterni, dei comandanti dei contingenti stranieri e dei responsabili delle salmerie. Proprio in vista di uno scontro, si sviluppava un’accurata e complessa ritualità, dalla quale nessun comandante in capo osava prescindere. L’oggetto del sacrificio era solitamente una capra, che il re immolava dopo essersi cinto il capo con una ghirlanda (parimenti facevano tutti gli astanti). Se gli auspici erano dunque favorevoli – e talvolta si faceva in modo che lo fossero – , gli opliti facevano il primo di due pasti giornalieri, detto ἄριστον, che si consumava a metà mattinata accompagnato da copioso vino, per favorire un moderato stato di ebbrezza; quindi, senza togliersi la ghirlanda, i guerrieri prendevano posto nella falange in attesa di ordini, poggiando lo scudo lungo le ginocchia e la parte posteriore della lancia a terra. La sera precedente avevano lucidato i loro scudi e pettinato i loro lunghi capelli, usanza dalla quale non prescindevano quando mettevano a rischio la propria vita: Licurgo, il semi-leggendario legislatore, riteneva infatti che i capelli lunghi rendessero più gradevole un bell’uomo e più terrificante uno brutto!

Quindi, i comandanti subalterni che avevano partecipato al consiglio di guerra – πολέμαρχοι e λοχαγοί – si avvicinavano ai ranghi schierati e prendevano posizione, passando gli ordini definitivi ai propri subordinati, che a loro volta li trasmettevano agli ἐνωμοτάρχοι; in breve, tutti i soldati, passandosi la parola, ne erano informati. Una volta schierati anche gli ufficiali, arrivava al re, che trasmetteva la parola d’ordine alla prima linea i cui componenti la ripetevano a quanti li seguivano, fino a che essa non ritornava al sovrano dopo essere stata ripetuta da tutti due volte, sia la domanda che la risposta. L’artificio era essenziale per poter distinguere i compagni nella confusa mischia che sarebbe nata di lì a poco, tra opliti appartenenti a eserciti nemici ma spesso equipaggiati allo stesso modo, ragion per cui la parola d’ordine veniva stabilita e comunicata solo pochi minuti prima della battaglia.

A quel punto, supportato dai flautisti (αὐληταί), il re intonava il peana di guerra (παιάν) e subito dopo si dava fiato alle trombe, il cui suono dava inizio all’avanzata della falange, senza che il suono dei flauti e il canto del re, progressivamente accompagnato dal resto dell’armata, si interrompessero. Probabilmente gli Spartiati erano i soli, tra i Greci, in grado di mantenere la compattezza della falange in fase di avanzata; le fonti riportano che erano sufficienti un leggero avvallamento, un modesto corso d’acqua, un’altura appena abbozzata – ma anche una marcata differenza d’età tra i combattenti, che si rifletteva sul loro ritmo di corsa –, perché la formazione perdesse in coesione e le linee divenissero dei segmenti ondulati e frammentati. In alcuni casi, addirittura, la falange si dissolveva prima di arrivare a contatto con il nemico, e lo scontro non aveva luogo.

La musica si fermava solo quando l’armata giungeva a ridosso del nemico, per lasciar posto alle esortazioni degli ufficiali, cui gli stessi soldati rispondevano incoraggiandoli a condurli con ardimento. Un nuovo segnale di tromba, dato a meno di duecento metri di distanza dall’esercito nemico, dava inizio all’assalto vero e proprio (ἐπίδρομος), durante il quale gli ufficiali continuavano a incitare i propri commilitoni con frasi del tipo: «Chi seguirà? Chi si dimostrerà coraggioso? Chi sarà il primo ad abbattere il nemico?», che i soldati ripetevano fino a quando non giungevano a contatto con gli avversari. Gli opliti procedevano ora di corsa – al ritmo di otto chilometri l’ora – dopo aver posizionato lo scudo, fino ad allora portato di fianco, in modo da coprire la maggior parte del corpo, e la lancia in posizione d’attacco, che non si sa se fosse sopra o sotto la spalla, poiché le raffigurazioni la rappresentano in entrambi i modi.

Tempio di Afaia ad Egina, guerriero troiano, detto 'Priamo', frontone occidentale, 485-480 a.C. Glyptothek, Monaco.

Guerriero troiano, detto ‘Priamo’. Statua, marmo, 485-480 a.C. ca., dal frontone occidentale del tempio di Afaia (Egina). München, Glyptothek.

In linea di massima, un generale cercava di far scattare l’attacco prima degli avversari, per valersi dell’abbrivio, ma doveva prestare attenzione a non farlo partire troppo presto, per non far stancare i propri uomini, che avevano bisogno di tutte le loro energie per il corpo a corpo. Il momento dell’impatto tra le due schiere era sancito dal rombo assordante degli scudi che cozzavano l’un contro l’altro e, subito dopo, dalle urla degli opliti delle file successive, che incitavano i commilitoni impegnati nello scontro e cercavano di fare la loro parte, spingendoli contro il muro avversario per scompaginarne la coesione, o sostituendo i caduti. La saldezza degli uomini schierati nelle linee posteriori era fondamentale per mantenere la coesione della falange e la pressione sullo schieramento nemico.

Non meno decisiva era la volontà di ciascun oplita di prevalere sull’avversario diretto e su quelli vicini, per assicurarsi la sopravvivenza di chi combatteva immediatamente al suo fianco e che, spesso, era un suo vicino parente: ad Atene e in molte altre póleis greche i λόχοι, infatti, erano costituiti su base distrettuale, e vi prestavano servizio più membri di una stessa famiglia. Infine, altro fattore in grado di influenzare il risultato era la tendenza di ciascun oplita a cercare la protezione dello scudo del compagno sulla destra, con il conseguente spostamento dell’intero schieramento verso quella direzione e una forza d’impatto generale che poteva risultare meno efficace.

Tra un oplita e l’altro si svolgeva un combattimento quasi di scherma con le lance, nel quale ciascuno dei contendenti affondava la propria arma nel tentativo di colpire l’avversario sopra e sotto lo scudo, in particolar modo alla gola, all’inguine e alle cosce. Accadeva però spesso che la lancia si spezzasse, costringendo il soldato a proseguire con la spada.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche. 475-425 a.C. ca. Cabinet des médailles.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche, 475-425 a.C. ca. Paris, Cabinet des médailles.

Lo scontro conservava una certa staticità fino a quando in uno dei due schieramenti si aprivano dei varchi, dovuti ai caduti e a quanti non erano in grado di conservare lo scudo al braccio. Era come se qualche mattone venisse sottratto a un muro, provocandone la caduta: i nemici si affrettavano a penetrare in quei buchi e diventava molto più facile, per loro, infliggere colpi mortali agli avversari.

Non è detto che la battagli finisse con la rotta degli sconfitti e l’inseguimento da parte dei vincitori. I comandanti potevano anche sancire la conclusione dello scontro facendo squillare le trombe per la ritirata quando si rendevano conto che la propria compagine stava prevalendo, né si curavano di darsi all’inseguimento dei nemici, poiché la carenza di effettivi di cavalleria, d’altronde, l’avrebbe reso inefficace. In linea di massima, se lo sconfitto mandava un araldo a negoziare una tregua per portare via i morti dal campo di battaglia, ciò implicava l’ammissione della sconfitta.

Prima della rimozione dei caduti, tuttavia, i vincitori si sentivano in diritto di spogliare i cadaveri dei nemici, cui sottraevano le armature, oltre agli eventuali effetti personali che si portavano addosso. L’intero bottino veniva diviso tra i soldati, salvo un decimo che era dedicato alle divinità cui il comandante aveva consacrato l’eventuale vittoria, oppure affidato a dei banditori che lo mettevano all’asta perché la pólis vittoriosa ne percepisse il ricavato. Le armi andavano a costituire un trofeo (τροφεῖον) eretto sul punto in cui lo scontro era stato decisivo.

L’ὁπλίτης greco aveva fama di fante pesante per eccellenza sebbene, ad esempio in Beozia, dove si praticava un vero e proprio culto del corpo attraverso la ginnastica costante, fosse molto diffusa l’abitudine di combattere pressoché nudi; il paradosso era che i Beoti adottavano degli stivaletti, in contrasto con gran parte degli opliti delle altre regioni, che avevano l’abitudine di combattere a piedi nudi.

In effetti fra i Greci, sempre attenti a non rendere il combattimento troppo impacciato, non si dotavano di un equipaggiamento particolarmente “pesante”, accettando il rischio che le proprie armi di difesa fossero trapassate, a vantaggio di una maggiore mobilità e fluidità delle manovre. Si trattava di una panoplia piuttosto costosa, che si preferiva trasmettere di padre in figlio, anche perché il suo acquisto corrispondeva alla paga mensile di un artigiano, e solo alla fine del periodo classico lo Stato avrebbe tolto ai cittadini l’onere di provvedervi. In ogni caso, pare che ancora agli inizi della Guerra del Peloponneso non ci fosse una piena uniformità di equipaggiamento nell’ambito di una stessa pólis, e che solo a partire dalla fine del medesimo conflitto il concetto si sia esteso fino a prevedere delle vere e proprie “uniformi”.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. da Delfi. Museo Archeologico di Delfi.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. dal santuario di Apollo Pitico. Delfi, Museo Archeologico.

Lo scudo (ἀσπίς) doveva essere maneggevole e allo stesso tempo coprire la maggior parte possibile del corpo. Quello che si utilizzò nel corso dell’età classica era frutto di una secolare evoluzione, inaugurata ancora in età micenea da un’arma “a forma di otto” con le rientranze mediane tagliate in dentro; prese la sua forma definitiva nel corso dell’VIII secolo a.C., con il modello argivo detto ὅπλον (da cui derivò il nome di chi lo portava). Si trattava di uno scudo più convesso dei precedenti e con la novità che il bordo era rinforzato per conferire all’attrezzo una rigidità sufficiente a impedirgli di curvarsi sotto i colpi subiti in battaglia. Rotondo e molto ampio, tanto da coprire il corpo del combattente dal mento al ginocchio – ma anche la parte scoperta del commilitone sulla sinistra –, aveva un diametro di un metro o poco meno e pesava poco più di sette/otto chilogrammi, il che vuol dire che era piuttosto sottile, tanto da essere sufficiente contro gli affondi di lance e spade, ma di scarsa efficacia contro giavellotti e frecce.

Lo scudo, trasportato dall’attendente dell’oplita fino a pochi istanti prima dello scontro, era saldamente ancorato al braccio dell’oplita mediante un bracciale di bronzo (πόρπαξ) saldato all’interno mediante due piastre; il soldato vi passava l’avanbraccio attraverso e poi afferrava con la mano una cordicella che correva lungo l’intera circonferenza del bordo, ancorata allo scudo mediante rovelli disposti con cadenza regolare e ricoperti sul lato esterno dal rivestimento. Il πόρπαξ era talmente decisivo ai fini dell’utilizzo dello scudo che l’oplita spartano – in particolare –, al termine di una campagna, lo staccava e lo conservava altrove, per evitare che gli iloti utilizzassero l’arma in caso di ribellione.

La base era di legno, probabilmente di noce, e solo in Età classica si trovò il modo di rivestirla di una sottile lamina di bronzo pressato – in alternativa alla pelle di bue, che continuò comunque a essere usata –, che nel periodo arcaico era limitato ai bordi e all’umbone centrale (quest’ultimo, poi, scomparso in epoca classica). Anche con il rivestimento in metallo, comunque, gli emblemi continuarono a essere dipinti, con colori convenzionali che nelle pitture sui vasi corrispondono al rosso su sfondo nero. A seguito dei primi contatti bellici con i Persiani, comparve anche una sorta di “grembiule” in cuoio che pendeva lungo il bordo inferiore, come ulteriore difesa contro i proietti dei tiratori nemici.

Le pitture sui vasi consentono l’individuazione di alcuni motivi costanti raffigurati sugli scudi, che dovevano rappresentare l’unico modo per distinguere un oplita dall’altro, poiché il viso era interamente celato dall’elmo. Gli Argivi erano famosi per i propri scudi bianchi, di cui parla anche Eschilo, forse con l’aggiunta di un’idra. In generale, si trattava in gran parte di motivi geometrici, di oggetti e di animali, anche se, con il tempo, vennero introdotti specifici simboli per contrassegnare l’appartenenza a una pólis, come la lámbda per Sparta o la clava per Tebe.

Elmo in bronzo greco-cretese, fine VII secolo a.C., London British Museum.

Elmo in bronzo greco-cretese. Bronzo, fine VII sec. a.C. ca. London British Museum.

Anche l’elmo non era particolarmente rigido, e non sempre resistente al fendente di una spada; in compenso, la sua flessibilità consentiva di metterlo e toglierlo con una certa facilità, o di tenerlo sollevato all’altezza della fronte.

Oltretutto, mancava delle cinghie per fissarlo al mento, e l’oplita correva il rischio di perderlo, durante i movimenti convulsi che era costretto a compiere durante uno scontro. Il tipo più diffuso era quello detto “corinzio”, evolutosi a partire dall’VIII secolo attraverso forme sempre più sofisticate, ma mantenendo sempre la sua caratteristica di coprire tutto il viso tranne gli occhi, il naso e la bocca. Il suo vero problema era che copriva le orecchie, impedendo a chi lo indossava di recepire bene gli ordini del proprio comandante, tanto che si tendeva a tenerlo sollevato fino agli attimi precedenti lo scontro; nel corso del V secolo, pertanto, venne modificato e si sviluppò in almeno tre nuovi modelli: uno, detto “calcidico”, con le aperture per le orecchie, e con paragnatidi fissi o rimovibili, un altro, quello “attico”, con paragnatidi rimovibili e senza guardianaso, e infine un terzo, detto “tracico”, col bordo rialzato a protezione di occhi e orecchie, paragnatidi molto lunghi fino a chiudersi sulla bocca e una leggera cresta sulla sommità.

Parallelamente si sviluppò e si diffuse anche il tipo “beotico”, molto più aperto, derivante dal copricapo di feltro che, secondo Demostene, i contingenti di Platea indossavano ancora durante la prima invasione persiana. Tutto ciò che il soldato aveva sul viso, oltre alla calotta, era un’ampia visiera che aggettava su tutta la circonferenza dell’elmo, risultando più pronunciata sulla fronte.

L’interno degli elmi era rivestito di stoffa, ma qualcuno usava indossare sotto l’elmo un copricapo di tessuto, per attutire l’impatto dei colpi ricevuti. La cresta di cavallo che troneggiava sulla sommità svolgeva la precisa funzione di far apparire più alto e imponente l’oplita anche se, nel corso del tempo, con una maggiore definizione dei gradi e delle rispettive uniformi, divenne piuttosto un segno del rango. Il guerriero la conservava separata dall’elmo, in una scatola, perché i colori non si sciupassero, e l’attaccava al copricapo mediante due distinti sistemi, ovvero una o più forcelle disposte lungo la sommità, oppure un perno leggermente incurvato alla sommità, che staccava notevolmente la cresta dall’elmo.

Come i centurioni romani, gli ufficiali spartani solevano portare la cresta trasversale, mentre si ha notizia di creste multiple o di elmi piumati con piume di ostrica per ταξίαρχοι e στρατηγοί. Un altre segno distintivo era il βακτήριον, il «bastone», che poteva essere completamente dritto o ricurvo a un’estremità, che si usava porre sotto l’ascella sinistra per appoggiarvi il peso del corpo.

Statua di oplita con elmo (forse Leonida I), da Sparta. V secolo a.C. ca. Museo Archeologico di Sparta.

Oplita con elmo crestato (forse re Leonida?). Statua, marmo locale, inizi V sec. a.C. ca. Sparta, Museo Archeologico.

In Età arcaica la corazza degli opliti più importanti sembrava una sorta di campana, con delle piastre di bronzo a forma di anello orizzontale la cui struttura si allargava in vita. Questo ingombrante modello, che possiamo figurarci indosso agli eroi omerici, si affinò col tempo fino a divenire, in Età classica, la cosiddetta corazza “anatomica”, modellata secondo le forme del busto e chiusa in vita, dalla quale pendevano strisce di cuoio indurito, dette pterugi, disposte in due strati, il secondo dei quali andava a coprire gli intervalli lasciati dal primo. Fondamentalmente si trattava di due piastre di bronzo modellato, tenute insieme da tre cerniere per lato, una su ciascuna spalla e due lungo i fianchi, di cui si usava aprire e chiudere quelle sul lato destro, per fissarle inserendovi degli spilli. In alcuni modelli si usava anche assicurare la coesione dei due pezzi con delle cinghie sotto l’ascella, che si dipartivano da due anelli posti a ridosso della giunzione.

Ma era diffuso anche un altro tipo di corazza, detta “composita”, perché il bronzo era rivestito da lino o cuoio per prevenirne l’ossidazione; altre erano costruite soltanto da più strati sovrapposti di cuoio indurito o di lino pressato (λινοθώραξ); in quest’ultimo caso, preferito per la sua maggiore flessibilità, leggerezza e soprattutto per i suoi bassi costi, si raggiungeva uno spessore di mezzo centimetro. La giunzione era posta solitamente sul fianco sinistro. Un altro pezzo a forma di “U” si dipartiva dal centro della schiena per coprire le spalle, con le due estremità fissate sul petto.

Va da sé che qualsiasi corazza poggiava su un qualche indumento di stoffa, che fino alla metà del V secolo a.C. fu il caratteristico χιτών. Solitamente di lino o di lana, esso era costituito da un rettangolo di stoffa che rivestiva sia gli uomini sia le donne, e che si usava avvolgere e drappeggiare intorno al corpo, ripiegandolo lungo il bordo superiore affinché il risvolto arrivasse alla vita, che veniva stretta da una cintura. In seguito, questo capo d’abbigliamento fu affiancato e pressoché sostituito dall’ἐξωμίς, una tunica corta di lino senza maniche e stretta alla vita da una cintura, ricavata dall’unione di due rettangoli di stoffa cuciti insieme a mo’ di cilindro, lungo i quali venivano lasciate delle aperture per le braccia e il collo.

L’elenco delle armi difensive si conclude con i gambali (o schinieri), introdotti a partire dal VII secolo a.C., che grazie alla naturale elasticità del bronzo si stringevano intorno al polpaccio adattandosi alla sua muscolatura, senza bisogno di stringhe per tenerli fermi. Inizialmente coprivano la gamba dalla caviglia fin sotto il ginocchio, ma col tempo anche quest’ultimo, che in battaglia si dimostrava assai vulnerabile. In certi periodi, si usava metterci sotto qualcosa, forse delle “calze”, per evitare lo sfregamento del bronzo sulla pelle.

 

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum.

 

Tra le armi offensive la lancia (δόρυ), rivestiva, e di gran lunga, un ruolo più importante della spada. I Greci la preferivano con un fusto di frassino, un legno che offriva il giusto bilanciamento tra le esigenze di resistenza e di leggerezza, e che si poteva trovare in abbondanza nelle frequenti zone montane della penisola ellenica, sebbene alcune póleis preferissero importarlo da altri paesi più a nord. Pare fosse lunga poco meno di due metri e mezzo, sebbene le esigenze artistiche dei vasi la raffigurassero più corta, e pesasse circa un chilogrammo.

La lavorazione era piuttosto complessa. Si prendevano dei ciocchi di legno e si dividevano in lunghezza con mazzuoli e cunei di legno. Una volta stagionati, i pezzi venivano ulteriormente tagliati per eliminare tutte le parti “deboli”, e il lavoro proseguiva fino a quando non rimaneva un’asta grezza per circa due pollici di diametro. Un piccolo coltello ricurvo, detto (ξυήλη), in mano a un δορυξόος («raschiatore di lance»), si assumeva il compito di dare una forma a quel palo, che grazie al lavoro finale di una raspa diveniva perfettamente tondo e liscio.

Poi, l’attrezzo passava in mano ad altri artigiani, che lo dotavano delle parti in metallo – in ferro ma anche in bronzo – , valendosi della resina ma, in alcuni casi, anche di anelli di ferro, per le giunzioni. All’estremità più affilata veniva posta la punta vera e propria, a forma di “foglia”, a quella più grossa il puntale posteriore, detto στύραξ («uccisore di lucertole»), perché si usava soprattutto per conficcare l’attrezzo nel terreno durante il riposo dell’oplita. Lo stadio finale della lavorazione dell’arma consisteva nell’avvolgere un quadrato di stoffa al centro dell’asta, e poi cucirlo, per consentire al guerriero una salda presa.

Quanto alle spade, di bronzo, ve ne erano di diversi tipi, che l’oplita usava tenere in un fodero appeso a tracolla, di legno rivestito di cuoio. La più diffusa, della ξύφος, aveva un’elsa cruciforme e una lama dritta, a doppio taglio e a forma di “foglia” più larga verso l’impugnatura, per una lunghezza della lama di circa settantacinque centimetri. Ma a partire dal VI secolo a.C. si diffusero anche spade di probabile influenza orientale, a un taglio, l’una a mo’ di scimitarra, con il dorso dritto o appena concavo, e l’altra a forma di sciabola ricurva, denominate rispettivamente κοπίς e μάχαιρα, lunghe circa sessanta/sessantacinque centimetri, con l’elsa spesso a forma di uccello o comunque a testa di animale, e con un’accentuata uncinatura per la protezione delle nocche.

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Bibliografia (aggiornata) di approfondimento:

 

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La campagna mitridatica di L. Licinio Lucullo

di A. Frediani, I grandi generali di Roma antica. Gli uomini che impressero il loro marchio sulle conquiste, sulle battaglie e sulle guerre della Repubblica e dell’Impero, Roma 2003. pp. 185-211.

 

Tra i luogotenenti nei quali Silla ripose in ogni frangente la maggiore fiducia va annoverato un uomo il cui nome, oggi, sale alla mente anche dei meno acculturati, quando si trovano in presenza di un sontuoso desco: Lucio Licinio Lucullo. È curioso, in effetti, che uno dei migliori comandanti in un’epoca che, pure, di generali in gamba ne produsse parecchi, carente in ambizione, diplomazia e spregiudicatezza, semmai, più che in capacità strategiche e coraggio, abbia lasciato in ambito militare una traccia di sé solo negli addetti ai lavori, consegnando il proprio nome ai posteri solo per quella piccola, ultima parte della sua vita in cui egli fece sfoggio di essere un ostentato gaudente. Invece, per quanto riguarda il periodo in cui ebbe modo di distinguersi come condottiero, il protagonista di questa digressione tra i “grandissimi” Mario e Silla, Cesare e Pompeo, si è saputo costruire una notevole reputazione bellica, anche se l’epoca dei grandi talenti in cui ha vissuto lo ha premiato meno di quanto avrebbe ottenuto anche solo mezzo secolo prima o dopo. Lucullo non nasce soldato, in base a quel poco che possiamo evincere dalle scarne notizie forniteci dai cronisti a proposito della prima parte della sua esistenza; ma nasce bene, molto bene, da una famiglia che, per parte di padre, aveva dato un console alla res publica durante la guerra in Spagna, mentre da parte di madre, per quanto riguarda i personaggi di prestigio, c’era solo l’imbarazzo della scelta, trattandosi dei Metelli. Cicerone, che fu suo intimo amico, ci dice che Lucullo trascorse la giovinezza dedicandosi all’attività forense, ma sappiamo che partecipò con Silla, in qualità di tribunum militum, alla guerra sociale, che ebbe termine allo scoccare dei suoi trent’anni; dovrebbe essere stato proprio lui quell’unico ufficiale che seguì con decisione il suo comandante quando questi decise di entrare manu militari a Roma. Per quanto non citato nelle fonti – lo stesso Silla non gode di ampio spazio nei racconti relativi a quel conflitto –, Lucullo dovette essere coinvolto nel conflitto italico in ampia misura, se ai tempi di Plutarco giravano ancora copie di una sua Storia della guerra sociale in greco, scritta per scommessa.
E di nuovo con Silla lo troviamo nell’87 a.C., in partenza per l’Asia minore come quaestor del grande condottiero nella guerra mitridatica: questore, ovvero, l’uomo di fiducia del capo, il suo coordinatore ed organizzatore. Per i veri e propri episodi marziali il generale preferiva servirsi di gente più esperta, ma a Lucullo furono riservati ruoli di supporto di non poco momento: a lui e al fratello Marco fu affidata la direzione della zecca, e il questore ebbe il suo bel daffare nel trasformare in denaro contante quanto Silla gli aveva ordinato di confiscare ai santuari greci, come Epidauro ed Olimpia – per Delfi gli mancò il coraggio, e dovette pensarci personalmente Silla, assai più privo di scrupoli –, coniando monete d’oro e d’argento, dette “luculliane”, che non si limitarono ad avere corso solo in tempo di guerra. Durante l’assedio di Atene, poi, venne il momento per un compito più operativo. «Padrone della terraferma, ma tagliato fuori dai rifornimenti»[1], a causa della superiorità marittima di Mitridate, Silla aveva bisogno di navi per assicurarsi i collegamenti e le vettovaglie, e il questore fu chiamato a procurargliene: la prima scelta era l’Egitto, Stato virtualmente cliente di Roma, o meglio, da sempre propenso a profondere ricchezze nei confronti dei capitolini per orientarne la politica in senso non aggressivo verso la terra dei faraoni; in subordine, Lucullo avrebbe potuto battere gli antichi centri della Fenicia, o arrangiarsi con quel che trovava da requisire.

 

L. Licinio Lucullo. Busto, marmo, I sec. a.C. Sankt-Peterburg, Hermitage Museum.

 

Con una piccola flottiglia di cinque vascelli, secondo Plutarco, su una nave che cambiava di continuo per non farsi scoprire, secondo Appiano, il nostro Lucullo fece tappa dapprima a Creta, che seppe trarre dalla parte dei Romani, e poi a Cirene, dove pare che abbia lasciato una costituzione, illuminato dai suoi insigni e dotti accompagnatori, il poeta Archia e il filosofo Antioco di Ascalona. Arrivato ad Alessandria dopo aver subito un devastante attacco da parte dei pirati, fu trattato dal faraone Tolomeo IX Sotere Latiro con onori spropositati, senza che però il monarca, in attesa di capire da quale parte spirasse il vento, si sbilanciasse con un’aperta alleanza. Così, Lucullo se ne tornò indietro con uno smeraldo di immenso valore, dono personale del faraone, ma senza navi, che dovette procurarsi lungo la costa siriaca, per poi sostare a Cipro, dove le forze di Mitridate lo aspettavano «in agguato dietro i promontori»[2]; se la cavò con uno stratagemma, facendo tirare in secco l’intera flotta e fingendo di voler svernare sull’isola, per poi invece salpare con poche navi al primo vento favorevole, navigare a vele spiegate di notte ed ammainate di giorno, e raggiungere la fedele Rodi. Da tempo i Rodii ottemperavano alla loro alleanza con Roma compensando con il loro rapporto le deficienze della sua flotta, e anche in questo caso non poterono tirarsi indietro, fornendo un consistente contingente di naviglio; e non furono gli unici, perché qualche nave Lucullo la ottenne anche da altre due città che riuscì a staccare dall’alleanza con Mitridate, Cos e Cnido, utilizzandone i vascelli per una serie di spedizioni contro alcuni centri dell’Egeo che sostenevano il Ponto. A questo punto il questore si vide arrivare una richiesta d’aiuto da parte di Fimbria, il quale stava mettendo in grandi difficoltà Mitridate, che aveva bloccato a Pitane, a ridosso di Pergamo. Il ragionamento del feroce legato non faceva una grinza: lui aveva isolato il re da terra e, se Lucullo avesse fatto altrettanto dal mare con la sua flotta, il sovrano sarebbe stato spacciato; «nessuno avrebbe riportato maggior gloria – affermava Fimbria – di chi gli avesse sbarrato la strada e se ne fosse impadronito mentre tentava di fuggire. Se lui, Fimbria, lo avesse respinto dalla terraferma e Lucullo lo avesse cacciato dal mare la vittoria sarebbe stata di loro due e i Romani non avrebbero tenuto in alcun conto i tanto vantati successi di Silla ad Orcomeno e a Cheronea»[3].

Ma a quei tempi l’appartenenza ad un partito o ad una corrente, a Roma, contava di più dell’interesse comune, e Lucullo non se la sentì di abbandonare la causa sillana, né, forse, di rischiare la sua flotta in uno scontro con quella nemica, largamente superiore; pertanto non si mosse, lasciando a Mitridate la possibilità di fuggire a Mitilene. Inoltre, un uomo come Fimbria, selvaggio, truculento, mariano fino al midollo, non poteva che attirare il disprezzo di un aristocratico come Lucullo, che per carattere non era neanche propenso a turarsi il naso per pura ambizione. Ci fu tuttavia uno scontro navale davanti alla Troade, favorevole al romano, e un altro, nato da una singolar tenzone tra ammiraglie, vicino l’isola di Tenedo, sempre da quelle parti, altrettanto positivo per le armi romane; si trattò degli ultimi combattimenti prima della pace di Dardano, poco prima della quale Lucullo si ricongiunse nel Chersoneso a Silla, che se l’era dovuta cavare da solo. In sostanza, non bisogna aver paura di dire che la missione del questore si era rivelata un vero fallimento, risultando inutile alla causa di Silla e, con il suo rifiuto a Fimbria, all’intera causa romana. Tuttavia, fu a Lucullo che Silla, nel partire alla volta dell’Italia per trarre la sua vendetta sui mariani, si rivolse per ottenere dall’Asia la corresponsione dell’enorme multa imposta alla provincia. E, come afferma Plutarco, «in un incarico così pesante e ingrato, si comportò non solo con onestà e giustizia, ma anche con mitezza»[4], tanto che alcune comunità – ad esempio Delo, Tiatira e Sinnada – finirono per onorarlo come patrono. Pare che il questore abbia applicato un calmiere per i tassi d’interesse, a favore dei provinciali che si rovinavano per estinguere il debito, del 12%, in un’epoca in cui i tassi a ridosso del 50% erano la norma. Anche questa, d’altronde, era una precisa scelta di campo, perché la sua iniziativa ledeva in modo significativo gli interessi dei pubblicani, ovvero degli appaltatori, appartenenti a quella classe di cavalieri le cui esigenze Mario aveva sempre assecondato; Lucullo si arroccava così entro il fortilizio della sua classe aristocratica, manifestando una decisa opposizione a qualsiasi compromesso con quella categoria di nuovi ricchi che determinava ormai il corso della politica romana ed escludeva chi non teneva conto dei loro interessi, a meno che non avesse la forza, il carisma e la mancanza di scrupoli di un Silla, ad esempio. Era, questa, una delle due caratteristiche che avrebbero impedito a Lucullo di “fare carriera”; l’altra, era la sua incapacità di assecondare le aspirazioni dell’altra grande forza della res publica, ovvero l’esercito, e su di essa torneremo: per ora, sia sufficiente considerare che il nostro condottiero avrà cercato di limitare la protervia dei soldati nel fruire dell’acquartieramento nelle abitazioni dei provinciali, secondo quanto deliberato da Silla.

 

Scena di pagamento delle imposte. Rilievo, calcare, fine II sec. d.C. da Neumagen. Trier, Rheinisches Landesmuseum.

 

Il proquestore trovò anche il modo di testare la sua abilità di comandante in capo in occasione della ribellione di Mitilene, l’odierna Lesbo, i cui abitanti vinse in una battaglia campale, bloccando subito dopo la città per mare con la sua flotta. Facendo mostra di un’astuzia che lo avrebbe molto aiutato in seguito, nelle sue prime vittorie da console, evitò le lungaggini di un assedio simulando una ritirata in pieno giorno, per poi tornare la notte stessa a ridosso dell’abitato; i Mitilenesi, festanti, ritennero che fosse l’occasione buona per darsi al saccheggio dell’accampamento romano apparentemente deserto, e si riversarono fuori dalle mura senza alcuna cautela: in tal modo non poterono far altro che soccombere all’attacco dei legionari, che fecero un gran numero di prigionieri e qualche centinaio di morti.

 

Mitridate

 

In Oriente Lucullo rimase fino all’80 a.C., quando tornò a Roma per ritrovarsi edile insieme al fratello, che aveva voluto attendere perché anche lui raggiungesse l’età minima per conseguire la carica. I due Luculli si resero grandemente accetti al popolo allestendo – uno dei compiti connessi all’edilità – giochi sontuosi e spettacoli, nei quali fu introdotto il combattimento tra tori ed elefanti. L’anno seguente fu la volta della pretura, incarico il cui prestigio fu accresciuto dalla contemporanea morte di Silla, che lasciò un testamento nel quale si dichiarava Lucullo tutore del figlio, con tanto di dedica sulle Memorie. Con un tale biglietto di presentazione, il consolato sembrava un obiettivo facilmente conseguibile: dopo uno o più anni di propretura in Africa, infatti, Lucullo lo ottenne, nel 74 a.C., insieme ad un personaggio di secondo piano, Marco Aurelio Cotta.

 

Mitridate VI Eupatore. Statere, Pergamo 88-87 a.C. Au. 8, 45 gr. Recto: testa diademata, voltata a destra del sovrano.

 

Ma in quel momento non era tanto il consolato ad essere importante, bensì la conduzione di una nuova guerra contro Mitridate, il quale mirava ad espandersi a Occidente ai danni della Bitinia filoromana, il cui re, Nicomede IV, per fargli dispetto, poco prima di morire aveva diseredato i figli e lasciato a Roma il proprio regno. Così, quando il consueto, ottuso sorteggio assegnò a Cotta – che non aveva alcuna esperienza bellica – la Bitinia e a Lucullo – che aveva acquisito la sua reputazione militare proprio in Oriente – la Gallia Cisalpina, il nostro condottiero si diede a brigare per ottenere il comando del collega; contemporaneamente, morì anche il governatore della Cilicia, Lucio Ottavio, la cui provincia era un ottimo trampolino di lancio per colpire Mitridate.

Gli intrighi di Lucullo, che anche le fonti più favorevoli non si preoccupano di celare ma solo di attenuare, si spinsero fino alle aperte blandizie nei confronti di Precia, una matrona che aveva l’unico merito di essere la donna di Publio Cornelio Cetego, un tribuno della plebe di quelli tosti, che in quel momento, nonostante avesse un passato da mariano, era in grado di determinare con il suo beneplacito o la sua opposizione alle leggi il corso della politica a Roma. Questi era piuttosto favorevole a Pompeo, che stava combattendo in Spagna contro il generale mariano Sertorio, ma infine la determinazione di Lucullo riuscì a vincere la sua naturale avversione nei confronti di un sillano della prima ora e il console ebbe la Cilicia e l’Asia nonché – com’era ovvio, poiché l’unico altro comandante di rango in circolazione era nella penisola iberica –, la conduzione della guerra contro il re del Ponto; l’unico fastidio che Lucullo dovette sobbarcarsi fu di dover accettare la collaborazione di Cotta, che ebbe l’incarico di reperire la flotta tra gli alleati e di sorvegliare con essa gli stretti. Al comandante fu assegnata una legione, che si sarebbe riunita alle due di Fimbria che stazionavano in Asia al comando del vecchio luogotenente di Silla, Murena, e ad altre due con cui Servilio Isaurico si stava adoperando per eliminare l’endemico pericolo dei pirati; si trattava, in tutto, di 30.000 effettivi di fanteria e 2.000 di cavalleria.

Se pure non ne aveva il carattere, possiamo esser certi che fin da allora Lucullo aveva ben chiaro nella sua mente il disegno di diventare un grande condottiero, forse per riscattare la relativa povertà, fino ad allora, del suo curriculum militare, così come avverrà per Crasso in occasione della disgraziata impresa partica. Ecco cosa dice il suo amico Cicerone, esagerando parecchio in ogni senso, a proposito di questa nuova fase della sua vita:

 

[…] Inviato dal Senato alla guerra contro Mitridate, non solo superò le generali previsioni fatte sul suo valore, ma anche la fama di quanti lo avevano preceduto. E ciò fu tanto più sorprendente, in quanto non ci si aspettava affatto una gloriosa prestazione in campo militare da uno come lui, che aveva impegnato la giovinezza nell’attività forense e trascorso il lungo periodo della questura nella pace, in Asia, mentre Murena conduceva la guerra nel Ponto. Ma l’incredibile grandezza del suo ingegno fece sì ch’egli non sentisse la mancanza di quella disciplina dell’esperienza, che non si può insegnare. Pertanto, dopo aver consumato tutto il tempo del viaggio e quello della navigazione, parte consultando gli esperti, parte leggendo storie di imprese militari, giunse in Asia generale fatto, lui che era partito da Roma senza alcuna esperienza di cose militari[5].

 

L’impresa pareva fatta apposta per consegnare ai posteri la fama di chi l’avesse compiuta: il prossimo teatro di guerra erano gli stessi territori che avevano costituito lo scenario entro cui Alessandro Magno aveva consacrato se stesso all’eternità; il nemico, un mostruoso despota che si era reso responsabile del massacro di ben 80.000 Romani, per il quale l’intero popolo capitolino reclamava vendetta, sembrava fatto su misura per rendere immortale il Romano che lo avesse battuto. Il nuovo comandante che si presentò ai soldati «ormai corrotti dall’ozio e dagli agi e dai Fimbriani, come venivano chiamati, divenuti intrattabili per lunga abitudine all’indisciplina», era di pasta diversa rispetto a quelli che lo avevano preceduto: «quella, a quanto pare, era la prima volta che si trovavano di fronte un vero capo, perché fino ad allora erano stati solo strumento di demagogia per dei comandanti che cercavano esclusivamente di compiacerli»[6]. Lucullo si accingeva infatti ad affrontare l’arduo compito che lo aspettava aggiungendovi un ulteriore motivo di complicazione, gestendo cioè in modo del tutto anacronistico il suo rapporto con la truppa: niente privilegi, niente facilitazioni; nessun agio che non appartenesse strettamente alla vita di campo, nessuna gratificazione che esulasse quelle previste dalla manualistica militare; una radicale controtendenza rispetto all’atteggiamento comune a tutti i comandanti dell’epoca, da un quarto di secolo a questa parte, dai più grandi ai mediocri.

 

Soldati romani in Oriente (II-I sec. a.C.). Illustrazione di G. Sumner.

 

L’avversario che Lucullo stava per affrontare era un uomo che aveva cercato di trarre partito dalla lezione che gli aveva inflitto Silla; non si trattava più dell’incauto smargiasso che aveva mandato orde eterogenee di improvvisati soldati allo sbaraglio contro le collaudate armate romane. Consapevole che il possesso della provincia d’Asia e, ora, anche della Bitinia, dava ai Romani il controllo totale degli stretti e lo confinava intorno al Ponto Eusino, Mitridate

 

si curò dunque dei preparativi come se stesse decidendo il tutto per tutto. Per il resto dell’estate e per tutto l’inverno tagliò legname, allestì navi e armi, distribuì due milioni di medimni di grano [78.000 tonnellate] lungo le coste. Oltre alle forze che aveva già, vennero a lui come alleati i Calibi, gli Armeni, gli Sciti, i Tauri, gli Achei, gli Eniochi, i Leucosiri e quanti, presso il fiume Termodonte, occupano le terre dette “delle Amazzoni”. Queste furono le forze che, oltre alle sue, si congiunsero in Asia. Quanto all’Europa, furono con lui le tribù sauromate dei Basilidi, degli Iazigi e dei Coralli, quelle dei Traci che abitano lungo l’Istro, presso il Rodope e l’Emo, e inoltre i Bastarni, il popolo più bellicoso di tutti[7].

 

Plutarco, dal canto suo, precisa:

 

[…] proibì le grida minacciose dei barbari nelle diverse lingue, armi e suppellettili d’oro e di pietre preziose che costituivano un ricco bottino per i vincitori e non servivano certo a dare coraggio a chi le possedeva; al loro posto fece costruire spade di foggia romana e scudi pesanti preoccupandosi di raccogliere cavalli ben allenati invece che riccamente bardati. Così mise insieme centoventimila fanti, disposti secondo la formazione romana, e circa sedicimila cavalieri, senza contare le quadrighe falcate in numero di cento. Allestì inoltre navi senza più baldacchini dorati, bagni per le concubine e ginecei lussuosi, ma piene di armi da difesa e da attacco e di rifornimenti vari[8].

 

Nicomede IV di Bitinia. Tetradramma, Nicomedia, 94-74 a.C. ca. AR 14, 59 gr. Recto: Testa diademata del sovrano, voltata a destra.

 

Ancora una volta, nella primavera del 73 Mitridate assunse decisamente l’iniziativa, non con una provocazione ma secondo criteri militari razionali. Dichiarandosi campione del figlio di Nicomede, invase la Bitinia per metterlo sul trono, e allo stesso tempo inviò un esercito al comando di Diofanto, in Cappadocia, per sbarrare a Lucullo la strada per il Ponto. Il primo guaio, per i Romani, fu che le popolazioni asiatiche, vessate dai pubblicani, lo accolsero con favore; il secondo fu l’ottusità di Cotta, che accettò battaglia con Mitridate senza attendere il ricongiungimento con le forze del collega. Quest’ultimo, infatti, avanzava verso il fiume Sangario con l’obiettivo di prendere alle spalle il re del Ponto, giunto nella regione di Calcedonia, sulla sponda asiatica del Bosforo, mentre Cotta lo bloccava di fronte. Mitridate puntava a sconfiggere i due eserciti separatamente, e provocò immediatamente a battaglia Cotta, che ebbe il torto di accettare; il console rimediò una sconfitta devastante per terra, con migliaia di perdite, e una ancora più decisiva via mare, dove il prefetto Rutilio Nudo si fece incendiare una parte della flotta, mentre il rimanente, sessanta vascelli, gli veniva letteralmente portato via al traino dalle navi dell’avversario.

Cotta finì assediato a Calcedonia e il re, proseguendo nella sua strategia di evitare di essere preso tra due fuochi, rimase nei pressi della città a soprintenderne il blocco, e inviò una parte delle sue truppe contro l’altro console, al comando di Marco Mario, un luogotenente di Sertorio che il valoroso generale proscritto gli aveva mandato dalla Spagna. Lucullo si trovò di fronte quest’ultimo esercito nei pressi del lago Ascanio, in località Le Otrie, ma quella che si prospettava come la sua prima battaglia campale non ebbe luogo: pare che una meteora sia caduta proprio tra i due schieramenti mentre si accingevano al combattimento e i rispettivi comandanti, considerandolo un cattivo auspicio, rinunciarono allo scontro. D’altronde, Lucullo era già orientato a dare avvio alla campagna con una tattica alla “Fabio Massimo”:

 

Lucullo, pensando che nessuna riserva umana di rifornimenti e nessuna ricchezza avrebbe mai potuto nutrire a lungo le migliaia di uomini di Mitridate, per di più avendo il nemico schierato di fronte, fece chiamare a sé uno dei prigionieri. Anzitutto gli domandò quanti compagni dormissero in tenda con lui e poi quanti viveri erano rimasti nella sua tenda quando era stato catturato. Dopo che l’uomo ebbe risposto, lo congedò e ne interrogò un secondo e poi un terzo, ponendo a tutti le medesime domande. Infine, confrontando la quantità di viveri disponibile col numero dei soldati, arrivò alla conclusione che entro tre o quattro giorni le provviste nemiche sarebbero venute meno. E quindi, a maggior ragione, si confermò nella decisione di prendere tempo. Intanto ammassò dentro l’accampamento grandi quantità di viveri: così, circondato dall’abbondanza, poteva attendere le ristrettezze nelle quali sarebbe venuto a trovarsi il suo avversario[9].

 

Per Mitridate, dunque, era vitale procurarsi una sicura base di collegamento tra la propria flotta e l’esercito, per assicurarsi una via protetta per i rifornimenti. Toccò a Cizico, l’unica città della costa dell’Ellesponto ancora fedele ai Romani e uno dei centri più floridi dell’Asia Minore, essere prescelta quale successivo obiettivo del re pontico. Espugnarla non era impresa di poco conto: a parte la grande ricchezza di vettovaglie, macchine da difesa ed armi di vario genere, che i cittadini tenevano in tre rispettivi magazzini, la città sorgeva su un’isola collegata alla terraferma da una lingua di terra, era difesa da massicce mura divise da un’altura, il monte Dindimo, e dotata di due porti. Ma Mitridate aveva con sé 50.000 fanti e 400 navi, con i quali le pose il blocco per terra e per mare, e soprattutto il tessalo Niconide, grande esperto di macchine ossidionali. Presa posizione sul monte Adrastea, di fronte alla città, il sovrano fece circondare l’obiettivo con un doppio muro e un fossato, con terrapieni su cui dispose macchine d’ogni sorta: torri, testuggini dotate di ariete, una elepoli di quasi diciotto metri, «da cui si levava un’altra torre che con le catapulte vomitava pietre e vari proiettili»[10]; sul mare, due quinqueremi attaccate ospitavano una torre dalla quale, una volta vicina alle mura, usciva un ponte azionato da un meccanismo. Mitridate obbligò quindi 3.000 Ciziceni che aveva catturato alla battaglia di Calcedonia a schierarsi sotto le mura e a supplicare i concittadini di arrendersi, ma Pisistrato, il comandante della città, tenne duro e non si fece commuovere.

 

Roma in Oriente (73-71 a.C.).

 

Appiano descrive nei particolari i primi tentativi del re di prendere la città, dapprima mediante il marchingegno sulle navi, la cui efficacia fu scongiurata dagli assedianti mediante il getto di fuoco e pece, dopo che soli quattro uomini erano riusciti a salire sulle mura, poi con un massiccio assalto poliorcetico da terra, contro il quale i Ciziceni si produssero in una fiera difesa: «Spezzavano gli arieti con pietre o li piegavano con l’aiuto di corde o ne smorzavano la forza con stuoie di lana, rimediavano ai proiettili incendiari con acqua ed aceto, agli altri proiettili toglievano la forza con stoffe interposte davanti o con tele penzolanti»[11]. Una parte del muro crollò, ma gli assedianti non fecero in tempo ad approfittarne perché esso fu ricostruito la notte stessa, e non ebbero più modo di riprovarci, a causa del forte vento che, in seguito, distrusse gran parte dei macchinari.

Lucullo arrivò solo in un secondo momento nei pressi della città assediata, e sulle prime la sua armata fu scambiata dai Ciziceni per un contingente di rinforzo dello sterminato esercito pontico; ogni dubbio dei cittadini fu fugato quando, nottetempo, arrivò da loro a nuoto un messaggero, dopo una traversata di sette miglia nel lago che collegava il mare alla città «tenuto a galla da due otri, aggrappato all’asticella che li univa e remigando con i piedi sott’acqua»[12]. L’accampamento, grazie alla collaborazione di un proscritto romano pentito, fu posto su un’altura a sud della città, in una posizione che permetteva all’esercito consolare di ostacolare le vie di comunicazione e di rifornimento di Mitridate, costringendo il re «a subire quello che stava facendo»[13]. Ben presto il sovrano, anche a causa dell’approssimarsi dell’inverno, si trovò a corto di viveri, ma della carestia imperante tra le sue truppe nessuno osò informarlo, fino a quando non si verificò anche un’epidemia tra i soldati che, pare, erano ridotti a cibarsi d’erba, e perfino di interiora umane.

 

Cavalleria pontica. Illustrazione di J.D. Cabrera Peña.

 

Mitridate si risolse quindi a liberarsi della cavalleria e delle bestie da soma, nonché «dei fanti a cui poteva rinunciare», che fece partire verso ovest mentre Lucullo era impegnato nella conquista di un castello nei dintorni della città assediata. Ma al console non sfuggì la faccenda, e tornato nottetempo all’accampamento, prese con sé una legione e parte della cavalleria dandosi all’inseguimento del contingente pontico in ritirata. La neve e il gelo lo obbligarono a lasciare per strada molti dei suoi, tuttavia gli riuscì di arrivare a contatto dei nemici con un numero di uomini sufficiente a sterminarli mentre attraversavano un fiume, forse il Kokasu: pare che le donne della vicina città di Apollonia abbiano avuto tutto l’agio di spogliare e depredare le migliaia di cadaveri che giacevano lungo le rive del corso d’acqua, mentre Lucullo, alla sua prima battaglia campale – in realtà non più di un tiro al bersaglio – se ne tornava alla base con oltre 20.000 prigionieri.

Per Mitridate la faccenda di Cizico si stava rivelando un fiasco. Il re aveva costruito dei terrapieni che collegavano il monte Dindimo alle mura della città, con lo scopo di arrivare a minare queste ultime, ma furono gli assediati a farli crollare, insieme alle macchine che vi aveva piazzato sopra; per giunta, i suoi uomini erano ormai talmente provati da non riuscire neanche ad opporsi alle sempre più frequenti sortite dei difensori. Pertanto, decise che era tempo di svincolarsi, e salpò con la sua flotta alla volta di Pario, dove arrivò con solo una parte del naviglio, distrutto da una tempesta, lasciando il suo accampamento al saccheggio dei Ciziceni; «Lucullo, spettatore dell’altrui disfatta senza perdite proprie, ottenne così un nuovo genere di vittoria»[14].

Fallì anche il tentativo del sovrano di mettere i bastoni tra le ruote a Lucullo, inviando nell’Egeo il proprio ammiraglio Aristonico con un gran quantitativo di denaro per corrompere i legionari “fimbriani”, la cui fama giustificava un simile proposito: il suo messo fu infatti tradito e consegnato allo stesso console. L’esercito pontico, invece, si ritirò per terra alla volta di Lampsaco, ma fu sorpreso da Lucullo sul Granico, il fiume della Misia divenuto celebre per la prima vittoria di Alessandro sui Persiani; il generale aggredì i 30.000 effettivi di fanteria che il re aveva affidato a Mario ed Erme e ne fece strage, completando il suo successo, forse, con una seconda battaglia, sull’Esopo: almeno così si possono conciliare le diverse ubicazioni indicate dalle fonti.

A Cizico, Lucullo fu accolto come un trionfatore, e pare che in suo onore siano stati anche istituiti dei giochi, i Lucullea. Ma il condottiero non poteva permettersi di riposare sugli allori, come gli fece notare la dea Afrodite apparsagli in sogno: c’era da ripulire il mare dalle flottiglie sparse di Mitridate, e non esitò ad attaccare tredici quinqueremi nei pressi del promontorio del Sigeo, definito dalle fonti “porto degli Achei” in ricordo della guerra di Troia; in questa occasione, i vascelli finirono nelle sue mani e cadde il comandante Isidoro, celebre pirata passato al servizio di Mitridate, che aveva dato filo da torcere ai Romani nel tratto di mare tra Creta e Cilicia.

Ma il vero colpaccio il condottiero lo fece poco dopo, intercettando una flotta di 50 navi al comando di Mario, del paflagone Alessandro e dell’eunuco Dionisio. All’avvicinarsi della flotta romana, costoro riuscirono a riparare su un’isola nei pressi di Lemno, probabilmente Chryse – dove Filottete era stato morso da un serpente –, e a tirare in secco le navi. In questo modo, si tenevano fuori dalla portata di tiro dei Romani, e Lucullo si risolse ad aggirare l’isola facendo sbarcare un contingente di fanti sul lato opposto; la pressione di questi ultimi spinse gli avversari a imbarcarsi nuovamente, solo per vedersi precluso il mare aperto dalla flotta capitolina. Finì che i Pontici furono massacrati dal tiro concentrico da terra e dal mare, Mario giustiziato, Dionisio ed Alessandro scovati in una grotta e riservati per il trionfo (ma l’eunuco si uccise col veleno).

Le gratificazioni di Cizico e queste vittorie navali incrementarono, e di molto, la fiducia in se stesso del comandante romano, al punto da indurlo a rifiutare uno stanziamento di diciotto milioni di denari e l’invio di una flotta da parte del Senato: una decisione che non si spiega se non con la sua volontà di fugare ogni dubbio sulle difficoltà di sconfiggere una volta per tutte Mitridate, dimostrando di avere la situazione sotto controllo. Ma per quanto disastrosi fossero gli esiti delle sue imprese, il re se la cavava sempre; sfuggì per un pelo a Lucullo in Bitinia, e raggiunse il Ponto valendosi di un passaggio su una bireme dei pirati, dopo che un’altra tempesta gli aveva inflitto più perdite di quelle propinategli dai Romani.

 

Banchetto funebre. Stele funeraria di Matricone, figlio di Promatione, marmo, I sec. a.C. ca. da Calcedone. Istanbul, Arkeoloji Müzesi.

 

Il rifiuto di rinforzi da parte del proconsole appare tanto più ingiustificato ove si consideri che nessuno, a Roma, voleva un’altra pace negoziata come quella stipulata da Silla, e lo stesso Lucullo era sempre più solleticato dalle prospettive che si aprivano all’artefice di un’eventuale espansione romana verso Oriente. Non a caso, la sua mossa successiva fu l’invasione del Ponto e l’inseguimento di Mitridate, mentre Cotta puntava su Eraclea e il luogotenente Triario si occupava della flotta di collegamento con la Spagna. Sulle prime, si trattò di una marcia dura, tra le devastazioni della Bitinia, che obbligò il condottiero a valersi dell’apporto di 30.000 Galati come portatori di frumento; poi con la buona stagione, nel corso del 72 a.C., una volta entrati in territori non vessati dalla guerra, oltre l’Halys, i Romani reperirono ogni ben di dio: bovini, suini e schiavi si trovarono in abbondanza, al punto che, «delle altre prede, i soldati non sapevano cosa farne, anzi alcuni le abbandonavano, altri le lasciavano deperire; infatti, avendone tutti una grande quantità, non vi era possibilità di venderle a nessuno»[15].

Tuttavia i legionari trovarono il modo di lamentarsi con il loro comandante, che tendeva ad accordarsi con le città che incontrava lungo il tragitto, limitandosi a devastarne il territorio circostante, invece di espugnarle con la forza e gratificare così i suoi soldati del conseguente bottino. E tanto fecero, i soldati, che Lucullo dovette rinunciare al suo proposito di economizzare forze e risorse e concesse loro l’assedio di due centri importanti, Amiso, residenza reale, e Temiscira, sul Termodonte, nel pieno del territorio che, secondo gli antichi, aveva ospitato il regno delle Amazzoni, da una delle quali la città aveva preso il nome. Sfortunatamente per i Romani, dalle donne guerriere gli abitanti di Temiscira avevano ereditato la combattività, e l’esercito di Lucullo s’impelagò in un assedio dalle difficoltà inopinate. Secondo quanto riferisce Appiano,

 

I soldati che fronteggiavano Temiscira fecero avanzare torri contro il nemico, crearono dei terrapieni e scavarono gallerie così grandi che sotto terra ci furono scontri massicci. I Temisciri dall’alto scavarono condotti contro i Romani, e contro i lavoratori gettavano orsi e altre fiere e sciami d’api[16].

 

Nel complesso, comunque, la marcia era più lenta del lecito, e in seguito varrà a Lucullo una serie di accuse di aver favorito il nemico per prolungare la guerra e, quindi, il proprio comando. Allora, il proconsole così ribatteva alle lamentele dei soldati:

 

Proprio questo – rispondeva – io voglio e cerco di ottenere indugiando, che Mitridate ridiventi grande e raccolga forze in grado di combattere, in modo che allora ci attenda a battaglia e non fugga più al nostro avanzare. Non vedete che ha alle spalle una regione immensa e deserta? E vicino si erge la catena del Caucaso, con montagne altissime e gole profonde, sufficienti a nascondere non uno ma diecimila re che vogliano evitare il combattimento[17].

 

C’era poi la questione dell’Armenia. Vi regnava un tizio, Tigrane, che si faceva chiamare “re dei re”, per aver espanso il proprio regno, al suo avvento al trono poco più che minuscolo, inglobando Cilicia, Fenicia, Siria e sottraendo ai ben più potenti Parti ampi settori come la Mesopotamia settentrionale e l’Atropatene; per giunta, aveva sposato la figlia di Mitridate e, se questi si fosse trovato in forti difficoltà, riteneva Lucullo, avrebbe finito per tirarsi dietro anche il genero, costringendo i Romani ad affrontare una pericolosa coalizione. Insomma, Lucullo procedeva nella sua guerra, ma senza fare arrabbiare troppo il suo avversario, che intanto si era fermato a Cabira, nell’Armenia minore a nord del Lico, dove aveva radunato l’ennesimo esercito, composto da 40.000 fanti e 4.000 cavalieri, al comando dei suoi generali Tassile e Diofanto. Era venuto il momento dello scontro campale, e Lucullo lasciò Licinio Murena, figlio del luogotenente di Silla, a continuare l’assedio ad Amiso, muovendo con tre legioni alla volta del Lico attraverso le montagne, continuamente spiato dalle postazioni avanzate del re, che comunicavano con le retrovie mediante l’accensione di fuochi.

 

Scuola di Bryaxis o di Timoteo, Amazzonomachia. Bassorilievo, marmo pentelico, metà IV sec. a.C. ca. da un fregio funerario. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

Con la sua netta superiorità nella cavalleria, Mitridate cercò subito lo scontro in pianura e, dopo un primo combattimento nel quale i cavalieri romani ebbero la peggio, Lucullo si guardò bene dall’accettarne altri, puntando piuttosto ad aggirare lo sbarramento montano che si ergeva davanti a lui. Ci riuscì con l’aiuto di una guida locale, guadagnando una solida posizione in alto – «da cui se voleva combattere poteva raggiungere il nemico e se preferiva starsene tranquillo gli era possibile rimanere al coperto da un attacco»[18] –, che aveva l’unico e non indifferente neo di permettere a Mitridate di tagliare ai Romani le vie di comunicazione con la Cappadocia. Seguirono giornate piuttosto dense di avvenimenti, con varie scaramucce, durante le quali il comandante capitolino inflisse umilianti punizioni ai soldati che si erano resi responsabili di fughe durante gli scontri. Ci fu anche un tentativo di assassinarlo da parte di un sicario che aveva finto di aver litigato con il re per poter essere ricevuto dal proconsole in privato; ma l’attendente di quest’ultimo impedì all’assassino di entrare nella tenda del comandante, per il solo fatto che questi stava dormendo: come asserisce Plutarco, il sonno, che ha ucciso molti generali, salvò Lucullo. Infine, la situazione di stallo fu decisa da uno dei contingenti incaricati di assicurare i rifornimenti con la Cappadocia, comandato da tale Adriano, che secondo le fonti sterminò praticamente fino all’ultimo uomo le forze mandategli contro da Mitridate, 2.000 cavalieri e 4.000 fanti al comando di Menemaco e Mirone.

Conoscendo la facilità allo scoramento dei propri improvvisati soldati, il re cercò di non dar peso al disastro, ma Adriano lo servì a puntino sfilando davanti al suo accampamento ed ostentando sia il grano che i nemici non erano riusciti a sottrargli sia il bottino guadagnato dallo scontro; come previsto, ciò gettò nel panico più completo l’esercito pontico, che si diede ad una fuga caotica nella quale trovò la morte il generale Dorilao, sconfitto ad Orcomeno da Silla, e fu travolto lo stesso sovrano, che faticò a trovare un cavallo. Il re riuscì a sottrarsi all’inseguimento dei Romani solo perché uno dei suoi muli addetti al trasporto dell’oro finì nelle loro mani, e costoro si fermarono a lungo per disputarsi il prezioso carico. Finì per riparare dal genero, dando ordine di far uccidere tutte le sue mogli e sorelle, che vivevano a Farnacia, prima che cadessero nelle mani dei nemici.

Lucullo si spinse nell’inseguimento del re fino a Taularia, sulla riva settentrionale del Lico, dove Mitridate aveva stipato parte dei suoi tesori, e poi se ne tornò indietro fino ad Amiso, che ancora resisteva, mietendo qualche conquista lungo la via, nella cosiddetta Armenia Minore e dalle parti di Temiscira. Ad Amiso il greco Callimaco svolgeva lo stesso ruolo che era stato di Archimede a Siracusa un secolo e mezzo prima, e i Romani si trovarono a mal partito davanti alle sue macchine belliche. Il condottiero riuscì infine a sorprenderlo promuovendo un attacco nell’ora che abitualmente assegnava al riposo dei suoi soldati, e ciò gli valse la conquista di un tratto di mura, alla quale seguì la fuga dello stesso comandante; questi, però, non intendeva far fare bottino ai Romani, e se ne andò appiccando ovunque il fuoco, che i legionari non si curarono di spegnere, affannandosi invece nel saccheggiare quanto più possibile prima che l’incendio distruggesse tutto. Si dice che Lucullo deprecò la propria sorte, che non gli aveva consentito di emulare Silla, il quale aveva conquistato Atene senza distruggerla, e si dedicò alla ricostruzione della città.

Seguì un periodo di tregua tra il 71 e il 70 a.C., durante il quale il proconsole, stabilitosi ad Efeso, attese che il suo inviato presso Tigrane, il cognato Appio Claudio Pulcro, gli guadagnasse la consegna di Mitridate; nel frattempo, concentrò la propria attenzione all’amministrazione della provincia, che senza il suo occhio vigile era divenuta preda di veri e propri estorsori, i quali riducevano in schiavitù quanti si erano rivolti a loro per farsi prestare i soldi dei tributi, senza riuscire a restituire il denaro, a causa degli altissimi tassi d’interesse. «Ma ciò che avveniva prima – riporta Plutarco – era ancora peggiore, perché venivano torturati con tratti di corda, aculei e cavalletti, d’estate esposti ai raggi del sole, e d’inverno immersi nel fango o nel ghiaccio: così la schiavitù finiva per apparire loro come una liberazione, un beneficio»[19]. L’imposizione, da parte del governatore, di tassi che non superassero il 12% annuo, e la sua volontà di conservare ai debitori una gran parte del loro reddito, gli guadagnò la gratitudine delle popolazioni – gratificate anche di ludi, feste, gare atletiche e competizioni gladiatorie –, meno utile, in verità, dell’ostilità che montò nei suoi confronti a Roma tra quanti erano legati ai “capitalisti” che speculavano in Oriente.

 

Battaglia di Tigranocerta, 69 a.C..

 

Tigrane e l’invasione dell’Armenia

 

La stasi bellica finì quando Appio Claudio tornò dal suo comandante senza buone notizie. Tigrane aveva un’alta concezione di sé, tanto da tenersi sempre accanto come attendenti ben quattro re, che gli correvano davanti a piedi quando lui andava a cavallo e lo circondavano quando era sul trono; sebbene detestasse Mitridate, tanto da costringerlo ad una lunga anticamera prima di accordarsi con lui, si era risentito della sicumera dell’inviato romano e del fatto che Lucullo, nella sua lettera, lo avesse chiamato solo “re” e non “re dei re”, e aveva rifiutato la consegna del suocero. Il condottiero non se l’aspettava proprio, a quanto pare: «si domandò con meraviglia – afferma Plutarco – come mai l’Armeno, se aveva intenzione di attaccare i Romani, non avesse cercato la collaborazione di Mitridate, quando questi era al colmo della sua potenza, unendo le sue truppe a quelle ancora forti del re invece di lasciarlo a logorarsi, e cominciasse la guerra non con così esili speranze di successo, affiancandosi a chi non era più nemmeno capace di reggersi in piedi»[20]. Era tempo di riprendere a combattere, e Lucullo partì nuovamente alla volta del Ponto, assalendo la città natale del re, Sinope, difesa da una guarnigione di Cilici che opprimeva la popolazione greca. I difensori che non si erano dati alla fuga furono massacrati e la popolazione trattata con i guanti bianchi, per assicurarsi le retrovie sicure – perfino il figlio di Mitridate, Macarete, si propose come alleato – in vista dell’invasione dell’Armenia, cui il proconsole diede avvio all’inizio del 69, in piena stagione invernale, con due legioni e 500 cavalieri. L’impresa non era guardata con favore praticamente da nessuno:

 

Sembrava a tutti un pazzo temerario poiché voleva gettarsi, senza prospettive di salvezza, in mezzo a popoli bellicosi che disponevano di una cavalleria di decine di migliaia di unità, in un paese vasto, attraversato da fiumi profondi, cinto da monti sempre coperti di neve. Perciò i suoi soldati, già poco disciplinati, lo seguivano malvolentieri, pronti a ribellarsi. A Roma i demagoghi della plebe sbraitavano accusando pubblicamente Lucullo di passare di guerra in guerra, senza alcun vantaggio per la città, al solo scopo di non deporre più le insegne del comando e di continuare ad arricchirsi sui rischi della comunità, e col tempo costoro riuscirono nel loro intento[21].

 

Il passaggio dell’Eufrate, che sancì l’inizio della campagna, avvenne sotto i migliori auspici, rivelandosi più facile del previsto perché, nonostante il fiume fosse in piena e ciò presupponesse la costruzione di un ponte di barche, il suo livello scese improvvisamente – come se si volesse prostrare davanti a un essere superiore, secondo quanto interpretarono gli abitanti del luogo – permettendo il passaggio delle truppe. Ai soldati non fu consentito né il saccheggio delle campagne né l’assedio delle città – «avanzava chiedendo ai barbari solo ciò che era necessario», afferma Appiano[22] –, durante il cammino fino alla catena del Tauro, alla quale i Romani arrivarono senza che Tigrane avesse l’idea dell’avanzata nemica. Pare che, dopo aver visto rotolare la testa del primo malcapitato disfattista che era venuto ad annunciare al re l’avvicinamento di Lucullo, nessun altro avesse osato tenere il sovrano armeno al corrente della marcia del proconsole, finché al successivo informatore non fu assegnato un esercito con l’ordine tassativo «di ricondurre vivo il capo romano e di schiacciare tutti gli altri». Mitrobarzane, così si chiamava il temerario, si avvicinò ai Capitolini mentre stavano allestendo l’accampamento, ma non seppe approfittarne, perché Lucullo gli mandò contro il proprio luogotenente Sestilio con un contingente di fanti e 1.600 cavalieri; nacque uno scontro nel quale cadde lo stesso comandante armeno, e alla sua morte seguì l’immediata dispersione delle sue forze.

 

Soldati di Mitridate VI del Ponto. Illustrazione di Á. García Pinto.

 

La sconfitta fu sufficiente ad indurre Tigrane ad abbandonare la sua capitale Tigranocerta, situata ad est del Tigri, ma solo per essere sorpreso da Murena in una strettoia tra le montagne, dove i suoi uomini, costretti a procedere quasi in fila indiana, furono uccisi o fatti prigionieri dai Romani; il re fu tra quanti riuscirono a svincolarsi, ma il suo esercito perse tutte le salmerie. La «città che Tigrane aveva fondato in onore di se stesso» divenne il successivo obiettivo dei Romani, che la posero sotto assedio. E doveva trattarsi di una roccaforte spettacolare, secondo quanto ci racconta Appiano degli allestimenti del re armeno:

 

Lì fece venire gli uomini migliori comminando la confisca di tutti i beni che essi non avessero portato con sé. Circondò la città con mura di cinquanta cubiti, ai cui piedi pose molte stalle per i cavalli; fece costruire nel sobborgo la reggia e grandi parchi, molte riserve di caccia e laghi; nei paraggi fece erigere anche una possente fortezza[23].

 

L’assedio fu avviato da Sestilio, che circondò la città e la fortezza di un fossato, accompagnato da macchine da lancio, e fece scavare gallerie per arrivare a minare le mura. Lucullo era convinto che il re, borioso ed impulsivo, non avrebbe esitato a venire in soccorso alla sua città, offrendogli battaglia campale che il proconsole cercava prima che il tempo logorasse le sue forze. In effetti, le sole esitazioni di Tigrane furono dovute ai suggerimenti di Mitridate, che gli inviava lettere su lettere per scongiurarlo di puntare piuttosto a tagliare i rifornimenti dei Romani valendosi della superiorità e della mobilità della cavalleria, e di Tassile, il generale pontico che lo stesso Mitridate aveva inviato al genero. Sulle prime, il sovrano armeno parve attenersi ai consigli del suocero, ma quando iniziarono ad affluire al suo cospetto effettivi in quantità industriale – le fonti variano da un minimo di 70.000 ad un massimo di 700.000 uomini –, tra le popolazioni che abitavano l’area tra il Golfo Persico e il Mar Caspio, egli si convinse che Mitridate volesse privarlo di una vittoria certa per pura invidia, e mosse verso i Romani senza neanche aspettare l’altro monarca, lamentandosi perfino, pare, di dover affrontare il solo Lucullo e non, diceva, i comandanti romani tutti.

D’improvviso, Lucullo si trovò stretto tra la città assediata e lo sterminato esercito del re, che si era accampato in una vasta pianura presso l’affluente del Tigri, Niceforio, per permettere alla potenza dei suoi cavalieri corazzati di sprigionare tutta la sua efficacia. «Alcuni dei suoi ufficiali consigliavano a Lucullo, che stava tenendo un consiglio di guerra sull’imminente battaglia, di rinunciare all’assedio e di muovere contro Tigrane, altri lo ammonivano di guardarsi bene dal lasciarsi alle spalle tanti nemici. Egli rispose che, preso separatamente, né l’uno né l’altro consiglio era buono, ma buoni diventavano tutti e due combinati insieme»[24]. Dopo aver partecipato in prima persona alle varie fasi dell’assedio, scampando ripetutamente ai tiri degli arcieri dagli spalti o alle colate di nafta versate contro le macchine da lancio, il condottiero lasciò dunque la responsabilità del blocco alla città a Murena, cui diede 16.000 uomini, e se ne portò dietro 14.000, suddivisi in 10.000 fanti, mille arcieri e frombolieri, 3.000 cavalieri. Quando il suo misero esercito apparve al re, che secondo Livio disponeva di forze venti volte superiori, questi ingaggiò una gara di battute canzonatorie con i suoi generali, vincendola con la celebre frase: «se vengono come ambasciatori sono molti, se invece vengono come combattenti, pochi!». Né la protervia venne meno all’alba del giorno seguente, quando vide i legionari marciare lungo il fiume che divideva i due schieramenti, quello armeno a oriente, quello romano a occidente.

Poiché Lucullo stava puntando verso un tratto guadabile situato in corrispondenza di un punto in cui il corso d’acqua curvava a gomito, parve a Tigrane che i Romani, seguendone l’andamento, marciassero verso ovest, ovvero che si ritirassero. Ma Tassile gli fece notare che «quegli uomini, quando sono in marcia, non usano indossare vesti smaglianti e portare gli scudi ben lucidati e gli elmetti scoperti, come ora che hanno tolto le armi dai foderi di cuoio; quel luccichio significa che essi si accingono a combattere e che stanno marciando contro il nemico»[25].

Solo allora Tigrane si svegliò dal suo torpore e, mentre i primi legionari si accingevano a guadare il fiume, diede ai propri generali l’ordine di schierarsi a battaglia, mantenendo per sé il centro, affidando l’ala sinistra al re degli Adiabeni, e la destra, resa più potente dalla presenza dei cavalieri catafratti, «come murati nelle loro armature», al re dei Medi. Che fosse il 6 ottobre ce lo fa capire il riferimento che Plutarco fa alle perplessità dei comandanti romani, che avrebbero preferito differire l’attacco ad un altro giorno che non fosse l’infausto anniversario del massacro di Arausio, dove mezzo secolo prima decine di migliaia di capitolini avevano trovato la morte per mano dei Cimbri; dicendosi convinto di poter rendere fausto anche quel giorno, Lucullo passò il fiume e marciò alla volta del nemico: «indossava una splendente corazza d’acciaio a squame ed un mantello a frange, e roteando in mano la spada nuda faceva segno di attaccare subito i nemici, forniti di archi a lunga gittata, per eliminare, avanzando velocemente, la distanza utile al lancio»[26].

 

Tigrane II d’Armenia. Tetradramma, Tigranocerta 80-68 a.C. c., AR 15, 31 gr. Recto: Busto diademato e drappeggiato del sovrano; la tiara è decorata con una stella fra due aquile.

 

Il racconto della battaglia differisce alquanto in Plutarco e Appiano, tanto da renderli difficilmente conciliabili; proveremo a seguire il primo, che sembra più informato. A mettere paura ai Romani erano soprattutto i catafratti. Costoro attendevano i nemici schierati su un pianoro che costituiva la sommità di un’altura; ma l’ascesa non presentava grandi difficoltà, e il comandante capitolino, mentre conduceva all’attacco un migliaio di uomini, ordinò alla sua cavalleria di Traci e Galati di aggirare gli avversari sui fianchi e di mettere fuori uso le lunghe lance dei cavalieri corazzati, senza le quali essi non avrebbero potuto né offendere né difendersi. I suoi uomini, nel frattempo, giunti a contatto con i temuti cavalieri, ebbero l’ordine di concentrarsi sugli stinchi e sulle cosce, laddove non arrivava l’armatura. Per la cronaca, Appiano afferma invece che i cavalieri romani attirarono in avanti i nemici simulando una ritirata, e Lucullo, appostatosi con la fanteria alle spalle degli avversari con una manovra nascosta di aggiramento, li sorprese mentre erano sparpagliati su un ampio fronte all’inseguimento dei fuggitivi. In ogni caso, subito il panico si diffuse tra le file armene, e quegli ammassi di ferraglia fecero precipitosamente marcia indietro finendo addosso alla propria fanteria, scompaginandone i ranghi, «così che tutte quelle decine di migliaia di uomini furono sconfitti senza che si vedesse una sola ferita, senza far scorrere una goccia di sangue»[27].

Seguì un massacro dei fuggitivi, tanto più efficace in quanto Lucullo aveva proibito ai soldati di fermarsi a far bottino, «cosicché i Romani passarono accanto a bracciali e collane ammazzando, finché non calò la notte»[28]; pare che le vittime dell’esercito armeno siano ammontate a 100.000 anime, mentre i Romani ebbero solo un centinaio di feriti e cinque morti, tanto che essi stessi «si vergognavano e si deridevano a vicenda per aver dovuto usare le armi contro simili schiavi». Il re se la cavò fuggendo immediatamente dopo la collisione dei due eserciti, liberandosi della corona che pose piangendo sul capo del figlio, il quale la diede a sua volta a uno schiavo, che finì nelle mani di Lucullo.

Dal canto suo Mitridate, che aveva imparato a sue spese quanto cauto e prudente fosse Lucullo, non si era affrettato a venire in soccorso al genero, convinto che la battaglia non avesse ancora avuto luogo. Fu con grande stupore, pertanto, che trovò lungo il cammino soldati feriti e disarmati, prima di scovare Tigrane, derelitto e senza alcun milite intorno; una volta insieme, i due sovrani ripresero a fare ciò che avevano fatto ripetutamente fino ad allora: ovvero arruolare nuovi soldati. Per Lucullo, intanto, era un gioco da ragazzi espugnare Tigranocerta, grazie anche alla ribellione dei mercenari greci, che sgominarono i commilitoni di altra etnia e permisero ai Romani di valicare le mura. Il tesoro di Tigrane che il condottiero vi trovò fu sufficiente a sovvenzionarlo per il resto della guerra senza gravare sulle finanze dello Stato, e ad arricchirlo tanto da permettergli in vecchiaia quello stile sontuoso per cui sarebbe divenuto famoso più che per le sue imprese militari; ce ne fu anche per i soldati, d’altronde, cui fu permesso di saccheggiare a piacimento, gratificandoli pure con quasi un migliaio di dracme ciascuno, che costituivano il bottino della battaglia.

 

Regno di Armenia, 64 a.C. ca.

 

Dietro l’angolo, ora, c’era il terzo grande regno mediorientale, quello dei Parti, che avrebbe costituito la spina nel fianco per Roma nei tre secoli a venire. Ci furono dei contatti diplomatici tra Lucullo e il loro sovrano Arsace, per stipulare un’alleanza, ma pare che non se ne fece nulla. Anzi, sembra che il proconsole avesse intenzione di attaccare anche la Partia, ma che i soldati, provati dalla lunga serie di campagne, si siano opposti; così, il condottiero si risolse a proseguire l’impresa armena, che d’altronde era ben lungi dall’essere conclusa. La marcia riprese nell’anno 68 a.C., oltre il Tauro, dove la carenza di grano, non ancora maturo, fu compensata dal saccheggio dei villaggi stipati di viveri per Tigrane il quale, dal canto suo, piuttosto scoraggiato, aveva delegato il comando e l’allestimento di un nuovo esercito al suocero; questi aveva arruolato in fretta e furia tutti gli Armeni atti alle armi, per scegliere poi i migliori 70.000 fanti e 35.000 cavalieri e farli istruire dai suoi soldati. Sulle prime, l’intento di Lucullo era di costringere
il re a una nuova, decisiva battaglia campale; ma poi, visto che al di là di alcune scaramucce con alcuni reparti armeni i Romani non riuscivano ad andare, il proconsole decise di puntare sull’altra, più antica capitale del regno, Artassata, che si diceva fondata da Annibale ai tempi in cui era consigliere di Antioco III di Siria.

Fu allora che Tigrane, che ad Artassata aveva tutta la sua famiglia, si risolse a fermarlo, attestandosi con le truppe che era riuscito a racimolare sul fiume Arsania, l’affluente più orientale dell’Eufrate. Il suo nuovo esercito era dotato di una cospicua cavalleria, nella quale spiccavano gli abilissimi arcieri nomadi, del popolo dei Mardi, e i lancieri iberi, una popolazione del Caucaso meridionale che godeva fama di grande coraggio. Lucullo aveva ormai all’attivo diverse vittorie contro quei due re tronfi e vanesi, e fin dall’inizio non ebbe dubbi sull’esito della battaglia. Schierò dodici coorti oltre il fiume, sulla sponda settentrionale occupata dagli Armeni, disponendo in una lunga linea gli altri legionari, per evitare di essere accerchiato.

Ogni fonte fornisce un resoconto della battaglia diverso dagli altri, o forse racconta una battaglia diversa. Pare che ci sia stato un primo impatto tra cavalleria romana ed Iberi, con questi ultimi in rotta quasi subito. Mentre la cavalleria romana si dava al loro inseguimento, Tigrane lanciò contro lo schieramento capitolino il resto della sua cavalleria, che compì una serie di assalti senza riuscire a sfondare, a causa del pronto intervento della fanteria a supporto dei settori sottoposti a pressione. Tuttavia, ogni volta che indietreggiavano, i Mardi infliggevano più danni di quanti ne subissero, grazie alla loro abilità di tiratori: «le ferite erano dolorose e di difficile guarigione: essi usavano frecce a doppia punta, adattate in modo tale da procurare una morte immediata, sia che rimanessero confitte nelle carni, sia che venissero estratte: infatti la seconda punta, essendo di ferro e non fornendo alcun appiglio all’estrazione, rimaneva confitta»[29]. Lucullo fu sufficientemente pronto a richiamare indietro i suoi cavalieri e ad ordinar loro di attaccare la guardia del corpo del re, costituita da Atropateni. Anche costoro si diedero alla fuga, cui seguì quella di tutto l’esercito, coronata da un inseguimento dei capitolini che durò tutta la notte, «finché i Romani si stancarono non solo di uccidere, ma anche di far prigionieri e portar via ricchezze e bottino di ogni genere»[30]. La via per la “Cartagine armena” pareva aperta. Si era a settembre, e nulla lasciava presagire ciò che sarebbe successo.

Infatti,

 

Sopraggiunsero violente bufere, gran parte del territorio si coprì di neve, e poi, tornato il sereno, subentrarono gelo e brinate; perciò i cavalli trovarono difficoltà ad abbeverarsi e ad attraversare guadi perché rischiavano di tagliarsi i garretti con la crosta di ghiaccio che si rompeva. Inoltre la maggior parte del territorio era coperta di boschi, tagliata da gole strette ed infestate di paludi: così i soldati erano continuamente bagnati; durante le marce si inzuppavano di neve e la notte dovevano accamparsi su un terreno molle. Per pochi giorni dopo la battaglia essi seguirono il loro generale, poi cominciarono ad opporsi[31].

 

Di fronte alla prospettiva di un ammutinamento, Lucullo fu costretto a riportare indietro le sue truppe, che una volta ad ovest del Tauro, presero la via per la Migdonia, fertile regione della Mesopotamia nella quale campeggiava la città di Nisibi, dove il fratello del re, Gura, custodiva altri immensi tesori. Si imponeva un assedio, anche se, sfortunatamente, si scoprì che a capo delle difese c’era quello stesso Callimaco che aveva fatto vedere i sorci verdi ai Romani ad Amiso; per giunta, in questa circostanza egli si poteva valere di una doppia cinta di mura con in mezzo un fossato, che costituiva un baluardo pressoché invalicabile. Anche se Plutarco afferma che la città cadde subito, fonti apparentemente più informate, come Cassio Dione, ci riferiscono che l’impresa durò fino all’inverno. Pare che nel corso di una notte tempestosa, approfittando della scarsa sorveglianza degli Armeni, Lucullo abbia ordinato un attacco in più punti al muro esterno; avuta ragione dei pochi difensori, i Romani avrebbero quindi avuto la possibilità di colmare il fossato e quindi di passare al secondo muro, ancor più scarsamente difeso. Una volta in città, il condottiero trattò la resa con Gura, che si era asserragliato nella rocca, e vi svernò, usando intransigenza solo nei confronti di Callimaco,
che mise in ceppi «per fargli pagare il fio del fuoco che aveva appiccato ad Amiso, distruggendo la città e togliendo a lui la possibilità e la gloria di mostrare ai Greci la sua generosità»[32].

 

Anahit. Testa, bronzo, IV sec. a.C. ca., da Erez (Armenia).

 

Un esito deludente

Ma il vento stava cambiando, soprattutto per l’esasperazione dei soldati, alcuni dei quali, in servizio da sedici anni, avevano superato la durata massima della ferma, ma anche per l’incapacità, da parte di Lucullo, di guadagnarsi le loro simpatie e il loro favore.

 

Fino a quel momento la fortuna aveva seguito Lucullo e, per così dire, combattuto al suo fianco; da allora in avanti, però, quasi che il vento favorevole fosse venuto meno, egli dovette affrontare tutto forzatamente, e fu ostacolato da ogni parte. Sebbene continuasse a mostrare il coraggio e la magnanimità di un grande generale, le sue azioni non ottennero più né fama né favore, anzi poco mancò che per le sventure che gli capitarono non perdesse anche la gloria già conquistata[33].

 

Spocchioso con gli avversari politici o con gli esponenti di altre classi sociali, il condottiero non era meno altezzoso nei confronti dei suoi uomini, «considerando come una diminuzione di prestigio e di autorità qualsiasi concessione fatta ai soldati per compiacerli». Da quando era giunto in Asia, i legionari non avevano passato un solo inverno tra quattro mura, ma sempre sotto una tenda, in marcia o davanti ad una città assediata; a Roma, poi, lo accusavano di prolungare la guerra con il solo intento di arricchirsi: «non gli bastava – dicevano – aver conquistato la Cilicia, l’Asia, la Bitinia, la Paflagonia, la Galazia, il Ponto e l’Armenia fino al fiume Fasi, ora saccheggiava la reggia di Tigrane, come se fosse stato mandato a spogliare e non a vincere il re»[34].

Sul malcontento dei soldati fece leva suo cognato Publio Clodio, facinoroso sobillatore, “ribelle per natura”, secondo Cassio Dione, tra i più pervicaci della storia di Roma, il quale si sentiva defraudato di comandi che riteneva di meritare, e che usò tutto il suo eloquio per convincere i soldati che non valeva più la pena seguire Lucullo. Anche a Roma, da tempo, si invocava un avvicendamento del comando, tanto che nel dicembre del 68, il tribuno della plebe Aulo Gabinio riuscì a far approvare la lex Gabinia, per la quale le province di Bitinia e Ponto furono assegnate ad Acilio Glabrione; pertanto, i legionari si predisposero a svernare senza alcuna intenzione di combattere ancora – nonostante Mitridate stesse recuperando i territori persi nel Ponto –, «aspettando che da un giorno all’altro arrivasse Pompeo o qualche altro comandante a sostituire Lucullo»[35].

A dire il vero, una serie di sconfitte subite nel Ponto dai luogotenenti del proconsole permisero a Lucullo di convincere i soldati a seguirlo; ma il condottiero non arrivò in tempo per impedire la disfatta di Valerio Triario, che perse ben 7.000 uomini, 150 centurioni e 24 tribuni in una sola battaglia, nella quale lo stesso Mitridate per poco, a causa di un’emorragia per una ferita alla coscia, non ci rimise la vita. Al comandante romano non rimase che intraprendere una nuova marcia contro Tigrane, per impedirgli un ricongiungimento con le truppe pontiche; ma almeno quelli che erano stati con Fimbria, ovvero quelli in servizio da più tempo, si rifiutarono di procedere, «dicendogli che erano già stati congedati con tanto di decreto e che lui, Lucullo, non poteva più dare ordini, perché le province erano state assegnate ad altri».

 

Non vi fu nulla, anche di indecoroso, che Lucullo non lasciasse intentato. Andò tenda per tenda con aria dimessa e con occhi pieni di lacrime a parlare ai soldati uno ad uno, prendendone alcuni perfino per mano; ma essi respinsero le loro dimostrazioni d’affetto, gettandogli ai piedi i portamonete vuoti e gli ingiunsero di combattere da solo contro quei nemici contro i quali lui solo si arricchiva[36].

 

I suoi sforzi valsero a poco. I cosiddetti “fimbriani” decisero di rimanere fino all’estate del 67, ma senza combattere, a meno che non venissero attaccati. Fu un ben triste epilogo per un condottiero che aveva dato tante valide prove di sé: Lucullo, «li tenne con sé, senza costringerli ad agire, senza più condurli a combattere, accontentandosi solo che non se ne andassero, lasciando che Tigrane scorrazzasse per la Cappadocia e Mitridate ricominciasse a riempirsi d’orgoglio, quel Mitridate che nella sua lettera al Senato diceva di aver debellato definitivamente[37]». Quando arrivò la commissione di dieci uomini, da lui richiesta per dare una sistemazione amministrativa, secondo la consuetudine, ai paesi conquistati, costoro constatarono non solo che quelle regioni erano ben lungi dall’essere un saldo possesso romano, ma anche che «Lucullo non era neanche padrone di se stesso, anzi veniva deriso ed insultato dai suoi stessi soldati[38]». Subito dopo i legionari con la ferma scaduta se ne andarono e, pochi mesi dopo, reduce da due trionfi, a furor di popolo Pompeo era in Asia, pronto a rilevare il comando della guerra contro Mitridate e il governo delle province di Bitinia, Asia e Cilicia.

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

L’incontro per le consegne tra i due comandanti viene descritto da diverse fonti e, sebbene i due rimanessero in discreti rapporti negli anni successivi, si trattò di un episodio denso di tensione, recriminazioni, perfino insulti, anche perché i personaggi facilmente si prestavano ad accuse di venalità l’uno, di ambizione l’altro: anzi, per dirla con Velleio Patercolo, «nessuno dei due poteva essere imputato di mendacio dall’altro dal quale era accusato»[39]. Comunque, poiché Pompeo deliberò che tutti i soldati passassero al suo servizio, pena la confisca dei beni, alla fine dell’incontro Lucullo si ritrovò con soli 1.600 uomini – presumibilmente i più poveri, che non avevano nulla da perdere, come afferma Appiano – da portare con sé a Roma per il trionfo: «a tal punto – afferma Plutarco – Lucullo mancava, o per la sua stessa indole o per cattiva sorte, del primo e più grande requisito di un generale, la capacità di farsi amare dai soldati»[40].

Né maggiori simpatie il generale seppe riscuotere a Roma, se non tra l’aristocrazia, poiché dovette attendere ben tre anni dal suo arrivo in città nell’estate del 66 a.C., per celebrare il trionfo, cui molti si opponevano accusandolo, sostanzialmente, di aver provocato un mucchio di guerre senza averne conclusa una. E non si tratta di un’accusa del tutto priva di fondamento; solitamente, a Roma i trionfi si concedevano a chi avesse concluso vittoriosamente una guerra, non a chi lasciava a qualcun altro l’opera incompiuta – sebbene ragioni di opportunità politica, come nel caso di Metello nella guerra giugurtina, talvolta giustificassero il contrario. Non v’è dubbio che Lucullo avesse concluso la sua lunga campagna «in maniera incerta e non decisiva»[41], come afferma Appiano; tuttavia, aveva dimostrato di essere un grande e valoroso generale, come attesta Plutarco:

 

I più grandi generali romani lodarono moltissimo Lucullo per essere riuscito a sgominare i due re più famoso e potenti con due tattiche opposte: la rapidità e la lentezza; infatti con una strategia dilatoria e di logoramento fiaccò Mitridate quando era al colmo delle sue forze, e con azioni rapidissime sgominò Tigrane. Insomma, egli fu tra i pochi comandanti di tutti i tempi che usarono l’indugio nell’agire e l’audacia nel difendersi[42].

 

Ma ciò non bastava per portare a Roma quelle conquiste che da tempo costituivano il fondamento stesso della sua politica. Serviva anche essere, e soprattutto a quei tempi, un grande comandante, per creare nei soldati quella coesione, quella sinergia necessarie per condurre in porto qualsiasi impresa d’ampio respiro;

 

egli pretendeva troppo da loro, era inavvicinabile, severo nell’assegnazione dei servizi, implacabile nel punire; non sapeva convincere le persone con la persuasione, né guadagnarsele con la clemenza, né trarle a sé con le onorificenze o col denaro: cose necessarie in tutti i casi e specialmente quando si ha a che fare con una moltitudine di uomini, e per giunta con una moltitudine armata. Per questo i soldati, finché le cose andarono bene e poterono far bottino che compensasse i pericoli, gli ubbidirono; quando però vennero le sconfitte e sentirono la paura al posto delle speranze, non si curarono più di lui. La prova si ha nel fatto che Pompeo, messo alla testa di questi stessi uomini, non ebbe a notare in essi alcun segno di ribellione. Tanta è la differenza che passa tra un uomo e un altro[43].

 

Non meno carente era Lucullo come stratega, ove si consideri che, più di una volta, si addentrò in territorio nemico senza aver assunto le informazioni necessarie ad assicurarsi una marcia nella quale le difficoltà di ordine climatico e logistico fossero ridotte al minimo. L’incompletezza di Lucullo come condottiero, d’altronde, si rivelò tale anche in Lucullo come politico, allorché nell’ultimo periodo della sua esistenza, quando il partito aristocratico contava su di lui come campione contro l’intraprendenza del ceto equestre e lo strapotere di Pompeo, egli preferì ritirarsi a vita privata e farsi notare, piuttosto, per il modo ostentato in cui si godeva le sue immense ricchezze.

Ad ogni modo, il trionfo ci fu, nel 63 a.C., sotto il consolato del suo amico Cicerone, e anche se non fu dei più fastosi, si distinse per alcune caratteristiche peculiari degli altri cortei del genere: la ricca messe di armi e macchine da guerre nemiche esposte nel circo Flaminio, la sfilata dei cavalieri catafratti e dei carri falcati, le centodieci navi dal rostro di bronzo, una statua colossale di Mitridate con uno scudo tempestato di pietre preziose: il tutto, coronato da un banchetto cui partecipò la città intera, durante il quale furono offerte, secondo Plinio, centomila brocche di vino.

In seguito, solo «brindisi e banchetti, baldorie e fiaccolate e divertimenti di ogni sorta[44]», ma anche «la costruzione di edifici sontuosi, di ambulacri e bagni», nei sette anni che gli rimanevano da vivere, prima che una sclerosi celebrale – che qualcuno insinua gli sia stata involontariamente indotta da un liberto che gli somministrava una pozione per aumentare il suo affetto nei propri confronti – lo rendesse incapace di intendere e di volere. Non aveva vinto le guerre che aveva intrapreso, ma aveva lasciato a Pompeo il solo compito di raccogliere i frutti della sua opera, come un giocatore di calcio che dribbla gran parte della squadra avversaria servendo un pallone d’oro all’attaccante, che questi non può che mettere in porta. Infatti,

 

Tigrane e Mitridate, dopo le sconfitte subite ad opera di Lucullo, non tentarono più altre imprese. Mitridate, debole e ormai fiaccato dalle precedenti lotte, non osò neanche per una volta mostrare il suo esercito a Pompeo al di fuori del vallo e, alla fine, fuggito, riparò nel Bosforo dove morì; l’altro, Tigrane, nudo e disarmato, si gettò ai piedi di Pompeo e, toltosi dal capo il diadema, glielo gettò davanti, lusingandolo così con l’offerta di ciò che aveva già adornato il trionfo di Lucullo[45].

 

E se qualcuno ha dei dubbi sul diritto di Lucullo ad essere presente in quest’opera, sia sufficiente il consuntivo formulato nei suoi confronti da Plutarco:

 

Fu il primo dei Romani a valicare il Tauro con un esercito; di più: attraversò il Tigri, e sotto gli occhi del re espugnò ed incendiò le regge dell’Asia, Tigranocerta e Cabira, Sinope e Nibisi, conquistò nuove terre fino al Fasi, a nord, fino alla Media a est e fino al Mar Rosso a sud, grazie all’aiuto dei re arabi; annientò le forze dei re, dei quali gli mancò solo di catturare i corpi, perché quelli si rifugiavano in zone desertiche, tra foreste impervie e impraticabili[46].

 

L. Licinio Lucullo (?). Testa, marmo, seconda metà del I sec. a.C. dal tempio di Serapide, Sinope (Turchia).

 

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Bibliografia aggiuntiva:

Ameling W., Lucius Licinius in Chios, ZPE 77 (1989), 98-100.

Antonelli G., Lucullo, Roma 1989.

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[1] Plut. Luc. 2.

[2] Plut. Luc. 3.

[3] Ibid.

[4] Plut. Luc. 4.

[5] Cic. Academ. Prior. 2, 1-3.

[6] Plut. Luc. 7.

[7] App. Mitr. 69.

[8] Plut. Luc. 7.

[9] Plut. Luc. 8.

[10] App. Mitr. 73.

[11] App. Mitr. 74.

[12] Oros. VI 2, 14.

[13] Ibid.

[14] Oros. VI 2, 20.

[15] Plut. Luc. 14.

[16] App. Mitr. 78.

[17] Plut. Luc. 14.

[18] Plut. Luc. 15.

[19] Plut. Luc. 20.

[20] Plut. Luc. 23.

[21] Plut. Luc. 24.

[22] App. Mitr. 84.

[23] App. Mitr. 85.

[24] Plut. Luc. 27.

[25] Ibid.

[26] Plut. Luc. 28.

[27] Ibid.

[28] App. Mitr. 85.

[29] Cassio Dio XXXVI 5.

[30] Plut. Luc. 31.

[31] Plut. Luc. 32.

[32] Ibid.

[33] Plut. Luc. 33.

[34] Ibid.

[35] Plut. Luc. 34.

[36] Plut. Luc. 35.

[37] Ibid.

[38] Ibid.

[39] Vell. Paterc. II 33.

[40] Plut. Luc. 36.

[41] App. Mitr. 91.

[42] Plut. Luc. 38.

[43] Cassio Dio XXXVI 16.

[44] Plut. Luc. 39.

[45] Plut. Luc. 46.

[46] Ibid.