Il trionfo come spettacolo

di G. Amiotti, in M. Sordi (a c. di ), Guerra e diritto nel mondo greco e romano, CISA 28, Milano 2002, pp. 201-206.

L’intima connessione fra la guerra e il trionfo, nel mondo romano, traspare chiaramente dalla notizia di Plinio (N. H. XXXV 10), secondo cui Augusto superando tutti espose nella parte più rinomata del suo foro due quadri che riproducevano la guerra e il trionfo:

Super omnes divus Augustus in foro suo celeberrimo in parte posuit tabulas duas, quae Belli faciem pictam habent et triumphum.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall'Arco di Tito.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall’Arco di Tito.

Purtroppo di queste due raffigurazioni ci è rimasta solo la sintetica notizia pliniana, da cui, comunque, affiora l’esplicito messaggio, comunicato attraverso l’immediatezza della rappresentazione visiva, secondo cui per il popolo romano alla guerra segue, come fatale conclusione, il trionfo, simbolo di vittoria.

Nel contesto dell’ideologia augustea che traduce in immagini il concetto del mondo ormai sottomesso a Roma, il trionfo appare, quindi, prevalentemente come celebrazione, solenne e insieme festosa, della vittoria: questo, però, come è stato messo in luce dagli studiosi moderni[1], non era il significato originario del trionfo, che probabilmente era connesso, piuttosto ad un’idea di espiazione per il sangue versato e di conseguenza affondava le sue radici in un contesto fortemente ispirato da sentimenti religiosi.

Il significato d’espiazione alla base del trionfo romano risulta per il Versnel dalla presenza, nel corte trionfale, dell’arcus e della porta triumphalis[2]. Nel passaggio “sotto” l’arco e la porta si compirebbe un rituale di espiazione e quindi di purificazione da una condizione precedente di impurità: di questo rituale di espiazione esemplificato da “un passar sotto” abbiamo testimonianza nell’episodio narrato da Liv. I, 26 a proposito del tigillum sororium, che però non riguarda il trionfo[3].

Arco dei Gavi. Verona.

Arco dei Gavi. Verona.

Allude, invece, esplicitamente al significato espiatorio del trionfo una interessante testimonianza di Masurio[4], riferita, dubitativamente, da Plinio (XV 40), che sta celebrando l’alloro, perché, brandito anche dai nemici armati, è simbolo di pace:

Ipsa (laurus) pacifera, ut quam praetendi etiam inter armatos hostes quietis sit iudicium. Romanis praecipue laetitiae victoriarumque nuntia additur litteris et militum lanceis pilisque, fasces imperatorum decorat.

L’alloro, inoltre, continua Plinio è deposto sulle ginocchia di Giove Ottimo Massimo, ogni volta che una nuova vittoria ha apportato gioia:

In gremio Iovis Optimi Maximi (laurus) deponitur, quotiens laetitiam nova victoria adtulit.

All’alloro, secondo Plinio, toccò l’onore dei trionfi, perché sacro ad Apollo a cui anche i primi re di Roma avevano l’abitudine di inviare doni (grata Apollini visa, adsuetis eo dona mittere, oracula inde repetere iam et regibus Romanis). Anche il fatto che l’alloro, unico tra tutti gli alberi non viene colpito dal fulmine, potrebbe essere, secondo Plinio, un’ulteriore prova del perché sia stato scelto per adornare i trionfi.

Certamente queste due motivazioni, legate l’una alla storia arcaica di Roma, l’altra di tipo naturalistico connessa con credenze popolari, sono preferite da Plinio alla spiegazione fornita da Masurio, un giurista dell’epoca di Tiberio, che, invece, come emerge dal frammento, conservato da Plinio (N. H. XV 40) mette in relazione l’alloro con pratiche espiatorie[5]:

Ob has causas equidem crediderim honorem ei habitum in triumphis potius quam quia suffimentum sit caedis hostium et purgatio, ut tradit Masurius.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall'Egitto. Walters Art Museum.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall’Egitto. Walters Art Museum.

Nella rappresentazione pliniana del trionfo, che pure non trascura per completezza di documentazione il significato di purificazione, prevale l’immagine gioiosa della celebrazione della vittoria: questa, probabilmente, doveva essere ormai la percezione prevalente dei suoi contemporanei alla vista del corteo trionfale. La compartecipazione festosa alla processione non ne eliminò mai, comunque, il carattere di solennità religiosa che era traccia indelebile del suo significato originario e si riassumeva nel triumphator, che ornato degli ornamenti di Giove[6] (Liv. 10, 7: quis Iovis optimi maximi ornatu decoratus curru aureato per urbem vectus in Capitolium ascenderit), era quasi l’ipostasi del dio. Un segno della identificazione triumphator-Giove era, forse, anche il colore porpora con cui il triumphator si tingeva il volto[7]: la tinta purpurea, messa da alcuni storici delle religioni in rapporto con il sangue dei nemici[8], quindi con la natura espiatoria del trionfo originario costituiva, a mio parere, un attributo divino, come dimostrano a Corinto le statue con il viso dipinto di rosso di Dioniso[9], divinità, che, come ho cercato di dimostrare in un articolo precedente[10], non era estranea alla genesi del trionfo romano. Il triumphator, che avanzava maestoso nei suoi paramenti su una quadriga trainata da nivei destrieri[11] sul cui predellino erano aggrappati figli e parenti, contribuiva, però, indubbiamente, anche, all’aspetto scenico della πομπή trionfale.

La dimensione “spettacolare” del trionfo è tratteggiata, fra gli altri, da Plutarco nella vita di Emilio Paolo, al cap. 32. Nell’accingersi a descrivere il trionfo, egli ricostruisce l’animata atmosfera del popolo che si era costruito dei palchi sia negli ippodromi, sia attorno al foro ed aveva occupato le restanti parti delle città, per quanto ciascuna era in grado di offrire la possibilità di vista (ὡς ἕκαστα παρεῖχε τῆς πομπῆς ἔποψιν).

Il carattere di spettacolo che connota il trionfo romano nell’età fra la repubblica e il principato è confermato dalla preziosa testimonianza oculare di uno spettatore contemporaneo d’eccezione: il poeta Properzio, che (IV, III) immagina, il passaggio, fra la folla plaudente sulla via Sacra, del corteo trionfale, mentre egli, con atteggiamento distaccato, leggerà appoggiato sul seno della sua fanciulla i nomi delle città conquistate scritte sulle tavolette (ante meos obitus sit, precor, illa dies, qua videam spoliis oneratus Caesaris axes, ad vulgi plausus saepe resistere equos, inque sinu carae nixus spectare puellae incipiam et titulis oppida capta legam).

L’uso di far sfilare tavole non solo con i nomi ma anche con le rappresentazioni delle città conquistate e le fasi salienti della guerra divenne canonico nel trionfo, come attesta App. Lyb. 66, quando descrivendo la forma del trionfo di Scipione nel 201 a.C., in cui appunto c’erano tavole di quel tipo, sottolinea che lo σχῆμα rimase invariato.

Un altro esempio è attestato da Livio a proposito del trionfo di Ti. Sempronio Gracco nel 176 a.C. sulla Sardegna, quando fu fatta sfilare la tavola con la riproduzione dell’isola. Analogamente, durante l’impero, Tacito (Ann., II 41) ricorda il trionfo di Germanico sui Cheruschi e i Catti e gli Agrivari e su tutte le altre genti fino all’Elba e menziona simulacra montium, fluminum, proeliorum.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVSCAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVS.CAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

Questa pratica aveva l’intento di coinvolgere con la forza immediata della trasmissione visiva gli spettatori, trasportandoli idealmente nei territori teatro delle operazioni militari e della vittori, svolgendo, ovviamente, quindi, anche una funzione didascalica di conoscenze geografiche.

Accanto a questi pannelli, analoghi all’orbis pictus di Agrippa[12], le prede di guerra, oggetti e prigionieri rappresentarono gli altri aspetti “spettacolari” del trionfo.

Non è possibile naturalmente soffermarci sui singoli trionfi romani e, perciò, sceglieremo alcuni momenti, a nostro avviso, paradigmatici.

Per quanto riguarda le spoglie di guerra, mi pare particolarmente interessante il dibattito che si scatenò a Roma alla vigilia del ritorno dalla Sicilia di Marcello nel 211 a.C. Ne abbiamo testimonianza in Polibio (IX 10) e in Plutarco (Marcello 21).

Polibio, commentando la decisione di trasferire a Roma le opere d’arte della Sicilia, nota amaramente che una città non è adornata da splendori esterni, ma dalla virtù dei suoi abitanti. Aggiunge, segnalando il dibattito sorto a Roma in seguito al trafugamento delle opere d’arte, che: «per lo più si ritiene che Marcello ed i suoi non si comportarono in modo conveniente. Aumentando il loro progresso determinarono, però anche l’abbandono di quello stile semplice di vita che li aveva condotti a superare popolazioni dal tenore di vita più raffinato del loro».

La polemica sull’opportunità di trasferire a Roma le opere d’arte greche con il rischio di snaturare l’austero stile di vita romano è attestata in modo dettagliato e marcato anche nel racconto di Plutarco, Marcello 21, in linea con l’impostazione polibiana, ma che aggiunge qualche particolare interessante per il nostro tema sul trionfo.

Plutarco, infatti, testimonia che Marcello prese con sé le più belle opere d’arte di Siracusa con l’intenzione di farne mostra nel suo trionfo (ὡς αὐτῷ τε πρὸς τὸν θρίαμβον ὄψις εἴη) e di abbellire la città. L’iniziativa di Marcello sembra segnare una svolta perché Plutarco aggiunge che fino ad allora Roma non possedeva né conoscenza nulla di così raffinato e squisito né in essa c’era amore per questa leggiadria e delicatezza, al contrario, «piena di armi barbare e di spoglie insanguinate, adorna di monumenti trionfali e trofei non era uno spettacolo né gaio, né rassicurante né adatto a spettatori ignavi e delicati» (ὅπλων δὲ βαρβαρικῶν καὶ λαφύρων ἐναίμων ἀνάπλεως οὖσα καὶ περιεστεφανωμένη θριάμβων ὑπομνήμασι καὶ τροπαίοις οὐχ ἱλαρὸν οὐδ᾽ ἄφοβον οὐδὲ δειλῶν ἦν θέαμα καὶ τρυφώντων θεατῶν).

Si profila chiaramente la tendenza ad esorcizzare l’aspetto cruento che i trofei ricordano, privilegiando la dimensione dello θέαμα del trionfo (oppure dell’ὄψις) che ha il suo corrispondente latino in spectaculum.

Uno dei trionfi che raggiunse il vertice dello spectaculum fu il trionfo celebrato nel 61 a.C. da Pompeo, vittorioso su Mitridate vi e del quale abbiamo una lunga e dettagliata testimonianza di Plinio, che non nasconde la sua ironia su alcuni eccessi, come il ritratto di Pompeo, composto di perle:

Erat et imago Cn. Pompei e margaritis, illa reclino honore grata, illius probi oris venerandique per cunctas gentes, illa ex margaritis, illa severitate victa et veriore luxuriae triumpho! Numquam profecto inter illos viros durasset cognomen Magni, si prima victoria sic triumphasset! E margaritis, Magne, tam prodiga re et feminis reperta, quas gerere te fas non sit, fieri tuos voltus? Sic te pretiosum videri?

Iscrizione riportante i 'Fasti triumphales' (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Iscrizione riportante i ‘Fasti triumphales‘ (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Infine c’era l’aspetto più patetico dello spettacolo trionfale, rappresentato dai prigionieri di guerra, uomini comuni e sovrani con i loro familiari ed amici, che sarebbero stati gettati in prigione o addirittura uccisi, secondo un crudele rituale, non appena la quadriga del triumphator avesse deviato verso il Campidoglio, come ci attesta, tra gli altri[13], Cicerone (in Verrem ii 5, 30):

At etiam qui triumphant eoque diutius vivos hostium duces reservant, ut his per triumphum ductis pulcherrimum spectaculum victoriae populus Romanus percipere possit, tamen cum de foro in Capitolium currus flectere incipiunt illos duci in carcerem iubent, idemque dies et victoribus imperi et victis vitae finem facit.

Moltissimi sovrani si sottrassero con il suicidio alla prospettiva di un’infamante sfilata nel corteo trionfale: questo destino, come è noto, scelse anche Cleopatra, con disappunto, secondo Plutarco (Antonio 86, 5), di Ottaviano che non rinunciò, però a far sfilare nel trionfo un’effigie della regina, mentre si faceva mordere dall’aspide: Καῖσαρ ἐν γὰρ τῷ θριάμβῳ τῆς Κλεοπάτρας αὐτῆς εἴδωλον ἐκομίζετο καὶ τῆς ἀσπίδος ἐμπεφυκυίας.

Suicidio ritenuto «provvidenziale» con caustico criticismo da Properzio (III 6) per il quale sarebbe stato indecoroso far sfilare Cleopatra nelle stesse vie percorse, a suo tempo, da Giugurta: Illa petit Nilum / male nixa fugaci / hoc unum, iussa non moritura die. / Di melius: quantus mulier foret una triumphus / ductus erat per quas ante Iugurtha vias.

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[1] Cfr. bibliografia in VERSNEL H.S., Triumphus, Leiden 1970, p. 137, n. 1.

[2] Ibi, pp. 132-163.

[3] Si tratta di una vicenda i espiazione ambientata al tempo della sfida fra Orazi e Curiazi: cfr.VERSNEL, Triumphus, pp. 146-151.

[4] Fr. 19 Huschke apud Plin. xv 40.

[5] Cfr. Paul. Fest., p. 117: laureati milites sequebantur currum triumphantis, ut quasi purgati a caede humana intrarent in urbem.

[6] Cfr. Iuv. Sat. 10, 36 ss.; Svet. Aug. 94; Tertull. Coron. 13, 1; Servius ad Verg. Ecl. 10, 27; Plin., N. H. 33, 111; Isid. Orig. 18, 2, 6.

[7] Plin. N. H. III 7.

[8] Cfr. VERSNEL, Triumphus, pp. 59 ss.

[9] Paus. II 2, 6-7.

[10] AMIOTTI G., Nome ed origine del trionfo romano, in Il pensiero sulla guerra nel mondo antico, a c. di M. Sordi, CISA 27, Milano 2001, pp. 101-108.

[11] Sul carro trionfale e sui problemi suscitati dai cavalli bianchi di Camillo, in particolare cfr., in questo stesso volume, DOGNINI C., I cavalli bianchi di Camillo.

[12] Plin. N. H. III 6-8.

[13] Cfr. Liv. 26, 12 e Dio 40, 41.

Idus Martii DCCX a. U. c.

Plutarco, Vita di Cesare 62-67

Testo greco: B. Perrin (ed.), Plutarch’s Lives, Cambridge-London 1919; traduzione italiana: Plutarco, Vite parallele: Alessandro – Cesare (introd. di D. Magnino e A. La Penna), a cura di D. Magnino, Milano 200721.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Kunsthistorisches Museum Wien.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Wien, Kunsthistorisches Museum.

  1. οὕτω δὴ τρέπονται πρὸς Μᾶρκον Βροῦτον οἱ πολλοί, γένος μὲν ἐκεῖθεν εἶναι δοκοῦντα πρὸς πατέρων, καὶ τὸ πρὸς μητρὸς δὲ ἀπὸ Σερουιλίων, οἰκίας ἑτέρας ἐπιφανοῦς, γαμβρὸν δὲ καί ἀδελφιδοῦν Κάτωνος. τοῦτον ἐξ ἑαυτοῦ μὲν ὁρμῆσαι πρὸς κατάλυσιν τῆς μοναρχίας ἤμβλυνον αἱ παρὰ Καίσαρος τιμαὶ καὶ χάριτες, οὐ γὰρ μόνον ἐσώθη περὶ Φάρσαλον ἀπὸ τῆς Πομπηΐου φυγῆς, οὐδὲ πολλοὺς τῶν ἐπιτηδείων ἔσωσεν ἐξαιτησάμενος, ἀλλὰ καὶ πίστιν εἶχε μεγάλην παρ᾽ αὐτῷ. καὶ στρατηγίαν μὲν ἐν τοῖς τότε τὴν ἐπιφανεστάτην ἔλαβεν, ὑπατεύειν δὲ ἔμελλεν εἰς τέταρτον ἔτος, ἐρίσαντος Κασσίου προτιμηθείς· λέγεται γὰρ ὁ Καῖσαρ εἰπεῖν ὡς δικαιότερα μὲν λέγοι Κάσσιος, αὐτὸς μέντοι Βροῦτον οὐκ ἂν παρέλθοι. καί ποτε καί διαβαλλόντων τινῶν τὸν ἄνδρα, πραττομένης ἤδη τῆς συνωμοσίας, οὐ προσέσχεν, ἀλλὰ τοῦ σώματος τῇ χειρὶ θιγὼν ἔφη πρὸς τοὺς διαβάλλοντας «Ἀναμενεῖ τοῦτο τὸ δέρμα Βροῦτος», ὡς ἄξιον μὲν ὄντα τῆς ἀρχῆς δι᾽ ἀρετήν, διὰ δὲ τὴν ἀρχὴν οὐκ ἂν ἀχάριστον καί πονηρὸν γενόμενον. οἱ δὲ τῆς μεταβολῆς ἐφιέμενοι καί πρὸς μόνον ἐκεῖνον ἢ πρῶτον ἀποβλέποντες αὐτῷ μὲν οὐκ ἐτόλμων διαλέγεσθαι, νύκτωρ δὲ κατεπίμπλασαν γραμμάτων τὸ βῆμα καὶ τὸν δίφρον ἐφ᾽ οὗ στρατηγῶν ἐχρημάτιζεν ὧν ἦν τὰ πολλὰ τοιαῦτα· «καθεύδεις, ὦ Βροῦτε», καὶ «οὐκ εἶ Βροῦτος». ὑφ᾽ ὧν ὁ Κάσσιος αἰσθόμενος διακινούμενον ἡσυχῇ τὸ φιλότιμον αὐτοῦ, μᾶλλον ἢ πρότερον ἐνέκειτο καί παρώξυνεν, αὐτὸς ἰδίᾳ τι καί μίσους ἔχων πρὸς τὸν Καίσαρα δι᾽ αἰτίας ἃς ἐν τοῖς περὶ Βρούτου γεγραμμένοις δεδηλώκαμεν. εἶχε μέντοι καί δι᾽ ὑποψίας ὁ Καῖσαρ αὐτὸν, ὥστε καί πρὸς τοὺς φίλους εἰπεῖν ποτε· «τί φαίνεται βουλόμενος ὑμῖν Κάσσιος; ἐμοὶ μὲν γὰρ οὐ λίαν ἀρέσκει λίαν ὠχρὸς ὤν». πάλιν δὲ λέγεται, περὶ Ἀντωνίου καί Δολοβέλλα διαβολῆς πρὸς αὐτὸν, ὡς νεωτερίζοιεν, ἐλθούσης, «οὐ πάνυ», φάναι, «τούτους δέδοικα τοὺς παχεῖς καί κομήτας, μᾶλλον δὲ τοὺς ὠχροὺς καί λεπτοὺς ἐκείνους» Κάσσιον λέγων καί Βροῦτον.
  2. ἀλλ᾽ ἔοικεν οὐχ οὕτως ἀπροσδόκητον ὡς ἀφύλακτον εἶναι τὸ πεπρωμένον, ἐπεὶ καὶ σημεῖα θαυμαστὰ καὶ φάσματα φανῆναι λέγουσι. […] ἔστι δὲ καὶ ταῦτα πολλῶν ἀκοῦσαι διεξιόντων, ὥς τις αὐτῷ μάντις ἡμέρᾳ Μαρτίου μηνὸς, ἣν Εἰδοὺς Ῥωμαῖοι καλοῦσι, προείποι μέγαν φυλάττεσθαι κίνδυνον ἐλθούσης δὲ τῆς ἡμέρας προϊὼν ὁ Καῖσαρ εἰς τὴν σύγκλητον ἀσπασάμενος προσπαίξειε τῷ μάντει φάμενος «αἱ μὲν δὴ Μάρτιαι Εἰδοὶ πάρεισιν» ὁ δὲ ἡσυχῇ πρὸς αὐτόν εἴποι «ναί πάρεισιν, ἀλλ᾽ οὐ παρεληλύθασι». πρὸ μιᾶς δὲ ἡμέρας Μάρκου Λεπίδου δειπνίζοντος αὐτόν ἔτυχε μὲν ἐπιστολαῖς ὑπογράφων, ὥσπερ εἰώθει, κατακείμενος ἐμπεσόντος δὲ λόγου ποῖος ἄρα τῶν θανάτων ἄριστος, ἅπαντας φθάσας ἐξεβόησεν «ὁ ἀπροσδόκητος» μετὰ ταῦτα κοιμώμενος, ὥσπερ εἰώθει, παρὰ τῇ γυναικί, πασῶν ἅμα τῶν θυρῶν τοῦ δωματίου καὶ τῶν θυρίδων ἀναπεταννυμένων, διαταραχθεὶς ἅμα τῷ κτύπῳ καὶ τῷ φωτὶ καταλαμπούσης τῆς σελήνης, ᾔσθετο τὴν Καλπουρνίαν βαθέως μὲν καθεύδουσαν, ἀσαφεῖς δὲ φωνὰς καὶ στεναγμοὺς ἀνάρθρους ἀναπέμπουσαν ἐκ τῶν ὕπνων ἐδόκει δὲ ἄρα κλαίειν ἐκεῖνον ἐπὶ ταῖς ἀγκάλαις ἔχουσα κατεσφαγμένον. οἱ δὲ οὔ φασι τῇ γυναικὶ ταύτην γενέσθαι τὴν ὄψιν ἀλλὰ ἦν γάρ τι τῇ Καίσαρος οἰκίᾳ προσκείμενον οἷόν ἐπὶ κόσμῳ καὶ σεμνότητι τῆς βουλῆς ψηφισαμένης ἀκρωτήριον, ὡς Λίβιος ἱστορεῖ, τοῦτο ὄναρ ἡ Καλπουρνία θεασαμένη καταρρηγνύμενον ἔδοξε ποτνιᾶσθαι καὶ δακρύειν. ἡμέρας δ᾽ οὖν γενομένης ἐδεῖτο τοῦ Καίσαρος, εἰ μὲν οἷόν τε, μὴ προελθεῖν, ἀλλ᾽ ἀναβαλέσθαι τὴν σύγκλητον εἰ δὲ τῶν ἐκείνης ὀνείρων ἐλάχιστα φροντίζει, σκέψασθαι διὰ μαντικῆς ἄλλης καὶ ἱερῶν περὶ τοῦ μέλλοντος, εἶχε δέ τις, ὡς ἔοικε, κἀκεῖνον ὑποψία καὶ φόβος, οὐδένα γὰρ γυναικισμὸν ἐν δεισιδαιμονίᾳ πρότερον κατεγνώκει τῆς Καλπουρνίας, τότε δὲ ἑώρα περιπαθοῦσαν, ὡς δὲ καὶ πολλὰ καταθύσαντες οἱ μάντεις ἔφρασαν αὐτῷ δυσιερεῖν, ἔγνω πέμψας Ἀντώνιον ἀφεῖναι τὴν σύγκλητον.
  3. ἐν δὲ τούτῳ Δέκιμος Βροῦτος ἐπίκλησιν Ἀλβῖνος, πιστευόμενος μὲν ὑπὸ Καίσαρος, ὥστε καὶ δεύτερος ὑπ᾽ αὐτοῦ κληρονόμος γεγράφθαι, τοῖς δὲ περὶ Βροῦτον τὸν ἕτερον καὶ Κάσσιον μετέχων τῆς συνωμοσίας, φοβηθεὶς μὴ τὴν ἡμέραν ἐκείνην διακρουσαμένου τοῦ Καίσαρος ἔκπυστος ἡ πρᾶξις γένηται, τούς τε μάντεις ἐχλεύαζε καὶ καθήπτετο τοῦ Καίσαρος, ὡς αἰτίας καὶ διαβολὰς ἑαυτῷ κτωμένου πρὸς τὴν σύγκλητον ἐντρυφᾶσθαι δοκοῦσαν ἥκειν μὲν γὰρ αὐτὴν κελεύσαντος ἐκείνου, καὶ προθύμους εἶναι ψηφίζεσθαι πάντας ὅπως τῶν ἐκτὸς Ἰταλίας ἐπαρχιῶν βασιλεὺς ἀναγορεύοιτο καὶ φοροίη διάδημα τὴν ἄλλην ἐπιὼν γῆν καὶ θάλασσαν εἰ δὲ φράσει τις αὐτοῖς καθεζομένοις νῦν μὲν ἀπαλλάττεσθαι, παρεῖναι δὲ αὖθις ὅταν ἐντύχῃ βελτίοσιν ὀνείροις Καλπουρνία, τίνας ἔσεσθαι λόγους παρὰ τῶν φθονούντων; ἢ τίνα τῶν φίλων ἀνέξεσθαι διδασκόντων ὡς οὐχὶ δουλεία ταῦτα καὶ τυραννίς ἐστιν; ἀλλ᾽ εἰ δοκεῖ πάντως, ἔφη, τὴν ἡμέραν ἀφοσιώσασθαι, βέλτιον αὐτὸν παρελθόντα καὶ προσαγορεύσαντα τὴν βουλὴν ὑπερθέσθαι. ταῦθ᾽ ἅμα λέγων ὁ Βροῦτος ἦγε τῆς χειρὸς λαβόμενος τὸν Καίσαρα, καὶ μικρὸν μὲν αὐτῷ προελθόντι τῶν θυρῶν οἰκέτης ἀλλότριος ἐντυχεῖν προθυμούμενος, ὡς ἡττᾶτο τοῦ περὶ ἐκεῖνον ὠθισμοῦ καὶ πλήθους, βιασάμενος εἰς τὴν οἰκίαν παρέδωκεν ἑαυτὸν τῇ Καλπουρνίᾳ, φυλάττειν κελεύσας ἄχρι ἂν ἐπανέλθῃ Καῖσαρ, ὡς ἔχων μεγάλα πράγματα κατειπεῖν πρὸς αὐτόν.
  4. Ἀρτεμίδωρος δὲ Κνίδιος τὸ γένος, Ἑλληνικῶν λόγων σοφιστὴς καὶ διὰ τοῦτο γεγονὼς ἐνίοις συνήθης τῶν περὶ Βροῦτον, ὥστε καὶ γνῶναι τὰ πλεῖστα τῶν πραττομένων, ἧκε μὲν ἐν βιβλιδίῳ κομίζων ἅπερ ἔμελλε μηνύειν, ὁρῶν δὲ τὸν Καίσαρα τῶν βιβλιδίων ἕκαστον δεχόμενον καὶ παραδιδόντα τοῖς περὶ αὐτὸν ὑπηρέταις, ἐγγὺς σφόδρα προσελθών, «τοῦτο», ἔφη «Καῖσαρ, ἀνάγνωθι μόνος καὶ ταχέως· γέγραπται γὰρ ὑπὲρ πραγμάτων μεγάλων καὶ σοὶ διαφερόντων». δεξάμενος οὖν ὁ Καῖσαρ ἀναγνῶναι μὲν ὑπὸ πλήθους τῶν ἐντυγχανόντων ἐκωλύθη, καίπερ ὁρμήσας πολλάκις, ἐν δὲ τῇ χειρὶ κατέχων καὶ φυλάττων μόνον ἐκεῖνο παρῆλθεν εἰς τὴν σύγκλητον […]
  5. ἀλλὰ ταῦτα μὲν ἤδη που φέρει καὶ τὸ αὐτόματον· ὁ δὲ δεξάμενος τὸν φόνον ἐκεῖνον καὶ τὸν ἀγῶνα χῶρος, εἰς ὃν ἡ σύγκλητος ἠθροίσθη τότε, Πομπηΐου μὲν εἰκόνα κειμένην ἔχων, Πομπηΐου δὲ ἀνάθημα γεγονὼς τῶν προσκεκοσμημένων τῷ θεάτρῳ, παντάπασιν ἀπέφαινε δαίμονός τινος ὑφηγουμένου καὶ καλοῦντος ἐκεῖ τὴν πρᾶξιν ἔργον γεγονέναι. καὶ γὰρ οὖν καὶ λέγεται Κάσσιος εἰς τὸν ἀνδριάντα τοῦ Πομπηΐου πρὸ τῆς ἐγχειρήσεως ἀποβλέπων ἐπικαλεῖσθαι σιωπῇ, καίπερ οὐκ ἀλλότριος ὢν τῶν Ἐπικούρου λόγων ἀλλ᾽ ὁ καιρὸς, ὡς ἔοικεν, ἤδη τοῦ δεινοῦ παρεστῶτος ἐνθουσιασμὸν ἐνεποίει καὶ πάθος ἀντὶ τῶν προτέρων λογισμῶν. Ἀντώνιον μὲν οὖν πιστὸν ὄντα Καίσαρι καὶ ῥωμαλέον ἔξω παρακατεῖχε Βροῦτος Ἀλβῖνος, ἐμβαλὼν ἐπίτηδες ὁμιλίαν μῆκος ἔχουσαν· εἰσιόντος δὲ Καίσαρος ἡ βουλὴ μὲν ὑπεξανέστη θεραπεύουσα, τῶν δὲ περὶ Βροῦτον οἱ μὲν ἐξόπισθεν τὸν δίφρον αὐτοῦ περιέστησαν, οἱ δὲ ἀπήντησαν, ὡς δὴ Τιλλίῳ Κίμβρῳ περὶ ἀδελφοῦ φυγάδος ἐντυχάνοντι συνδεησόμενοι, καὶ συνεδέοντο μέχρι τοῦ δίφρου παρακολουθοῦντες. ὡς δὲ καθίσας διεκρούετο τὰς δεήσεις καὶ προσκειμένων βιαιότερον ἠγανάκτει πρὸς ἕκαστον, ὁ μὲν Τίλλιος τὴν τήβεννον αὐτοῦ ταῖς χερσὶν ἀμφοτέραις συλλαβὼν ἀπὸ τοῦ τραχήλου κατῆγεν ὅπερ ἦν σύνθημα τῆς ἐπιχειρήσεως, πρῶτος δὲ Κάσκας ξίφει παίει παρὰ τὸν αὐχένα πληγὴν οὐ θανατηφόρον οὐδὲ βαθεῖαν, ἀλλ᾽, ὡς εἰκὸς, ἐν ἀρχῇ τολμήματος μεγάλου ταραχθείς, ὥστε καὶ τὸν Καίσαρα μεταστραφέντα τοῦ ἐγχειριδίου λαβέσθαι καὶ κατασχεῖν. ἅμα δέ πως ἐξεφώνησαν ὁ μὲν πληγεὶς Ῥωμαϊστί «μιαρώτατε Κάσκα, τί ποιεῖς;» ὁ δὲ πλήξας Ἑλληνιστὶ πρὸς τὸν ἀδελφόν «ἀδελφέ, βοήθει». τοιαύτης δὲ τῆς ἀρχῆς γενομένης τοὺς μὲν οὐδὲν συνειδότας ἔκπληξις εἶχε καὶ φρίκη πρὸς τὰ δρώμενα, μήτε φεύγειν μήτε ἀμύνειν, ἀλλὰ μηδὲ φωνὴν ἐκβάλλειν τολμῶντας, τῶν δὲ παρεσκευασμένων ἐπὶ τὸν φόνον ἑκάστου γυμνὸν ἀποδείξαντος τὸ ξίφος, ἐν κύκλῳ περιεχόμενος καὶ πρὸς ὅ τι τρέψειε τὴν ὄψιν πληγαῖς ἀπαντῶν καὶ σιδήρῳ φερομένῳ καὶ κατὰ προσώπου καὶ κατ᾽ ὀφθαλμῶν διελαυνόμενος ὥσπερ θηρίον ἐνειλεῖτο ταῖς πάντων χερσίν ἅπαντας γὰρ ἔδει κατάρξασθαι καὶ γεύσασθαι τοῦ φόνου. διὸ καὶ Βροῦτος αὐτῷ πληγὴν ἐνέβαλε μίαν εἰς τὸν βουβῶνα. λέγεται δὲ ὑπό τινων ὡς ἄρα πρὸς τοὺς ἄλλους ἀπομαχόμενος καὶ διαφέρων δεῦρο κἀκεῖ τὸ σῶμα καὶ κεκραγώς, ὅτε Βροῦτον εἶδεν ἐσπασμένον τὸ ξίφος, ἐφειλκύσατο κατὰ τῆς κεφαλῆς τὸ ἱμάτιον καὶ παρῆκεν ἑαυτόν, εἴτε ἀπὸ τύχης εἴθ᾽ ὑπὸ τῶν κτεινόντων ἀπωσθεὶς, πρὸς τὴν βάσιν ἐφ᾽ ἧς ὁ Πομπηΐου βέβηκεν ἀνδριάς. καὶ πολὺ καθῄμαξεν αὐτὴν ὁ φόνος, ὡς δοκεῖν αὐτὸν ἐφεστάναι τῇ τιμωρίᾳ τοῦ πολεμίου Πομπήϊον ὑπὸ πόδας κεκλιμένου καὶ περισπαίροντος ὑπὸ πλήθους τραυμάτων, εἴκοσι γὰρ καὶ τρία λαβεῖν λέγεται καὶ πολλοὶ κατετρώθησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων, εἰς ἓν ἀπερειδόμενοι σῶμα πληγὰς τοσαύτας.
  6. Κατειργασμένου δὲ τοῦ ἀνδρός ἡ μὲν γερουσία, καίπερ εἰς μέσον ἐλθόντος Βρούτου ὥς τι περὶ τῶν πεπραγμένων ἐροῦντος, οὐκ ἀνασχομένη διὰ θυρῶν ἐξέπιπτε καὶ φεύγουσα κατέπλησε ταραχῆς καὶ δέους ἀπόρου τὸν δῆμον, ὥστε τοὺς μὲν οἰκίας κλείειν, τοὺς δὲ ἀπολείπειν τραπέζας καὶ χρηματιστήρια, δρόμῳ δὲ χωρεῖν τοὺς μὲν ἐπὶ τὸν τόπον ὀψομένους τὸ πάθος, τοὺς δὲ ἐκεῖθεν ἑωρακότας. Ἀντώνιος δὲ καὶ Λέπιδος οἱ μάλιστα φίλοι Καίσαρος ὑπεκδύντες εἰς οἰκίας ἑτέρας κατέφυγον. οἱ δὲ περὶ Βροῦτον, ὥσπερ ἦσαν ἔτι θερμοὶ τῷ φόνῳ, γυμνὰ τὰ ξίφη δεικνύντες, ἅμα πάντες ἀπὸ τοῦ βουλευτηρίου συστραφέντες ἐχώρουν εἰς τὸ Καπιτώλιον, οὐ φεύγουσιν ἐοικότες, ἀλλὰ μάλα φαιδροὶ καὶ θαρραλέοι, παρακαλοῦντες ἐπὶ τὴν ἐλευθερίαν τὸ πλῆθος καὶ προσδεχόμενοι τοὺς ἀρίστους τῶν ἐντυγχανόντων, ἔνιοι δὲ καὶ συνανέβαινον αὐτοῖς καὶ κατεμίγνυσαν ἑαυτούς ὡς μετεσχηκότες τοῦ ἔργου καὶ προσεποιοῦντο τὴν δόξαν, ὧν ἦν καὶ Γάϊος Ὀκτάουϊος καὶ Λέντλος Σπινθήρ. οὗτοι μὲν οὖν τῆς ἀλαζονείας δίκην ἔδωκαν ὕστερον ὑπὸ Ἀντωνίου καὶ τοῦ νέου Καίσαρος ἀναιρεθέντες καὶ μηδὲ τῆς δόξης, δι᾽ ἣν ἀπέθνῃσκον, ἀπολαύσαντες ἀπιστίᾳ τῶν ἄλλων, οὐδὲ γὰρ οἱ κολάζοντες αὐτοὺς τῆς πράξεως, ἀλλὰ τῆς βουλήσεως τὴν δίκην ἔλαβον […].
Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

 

  1. Così tutti si volgono a Bruto che sembrava discendere, per parte di padre, dall’antico Bruto e per parte di madre dai Servilii, un’altra casata famosa, ed era genero e nipote di Catone. Ma gli impedivano di prendere l’iniziativa di dissolvere il potere di uno solo, onori e favori che gli erano venuti da parte di Cesare. Non solo infatti egli era stato salvato a Farsalo dopo la fuga di Pompeo, e non solo per sua intercessione erano stati risparmiati molti suoi amici, ma per di più egli godeva di grande fiducia presso Cesare. Così quell’anno, tra coloro che erano praetores, egli ebbe la praetura di maggior prestigio[1], e sarebbe stato console di lì a tre anni, essendo stato preferito al suo concorrente Cassio. Si dice che Cesare avesse affermato che Cassio[2] ragionasse meglio, ma non sarebbe comunque passato davanti a Bruto. Una volta, quando era già in corso la congiura, alcuni denunciarono Bruto a Cesare, ma egli non prestò fede e indicando con la mano se stesso disse agli accusatori: «Bruto aspetterà questo corpo», intendendo dire che egli era degno, per la sua virtù, del potere, ma appunto per la sua virtù non sarebbe stato né irriconoscente né malvagio. Ma coloro che aspiravano al rivolgimento di regime, e guardavano a lui solo, o a lui per primo, non osavano parlargliene direttamente, ma di notte riempivano di scritte la sua tribuna e il seggio sul quale da praetor amministrava la giustizia; la maggior parte di queste scritte diceva: «Tu dormi, o Bruto»; «Tu non sei Bruto». A seguito di tutto ciò, Cassio si accorse che l’ambizione di Bruto andava a poco a poco riscaldandosi, e più di prima insistentemente lo incitava, anche perché egli aveva personalmente qualche motivo d’odio contro Cesare per le ragioni che ho esposto nella biografia di Bruto. Cesare comunque nutriva qualche sospetto su di lui, tanto che una volta disse agli amici: «Che vi pare che mediti Cassio? A me non piace tanto: è troppo pallido». Un’altra volta, a proposito di un’accusa di sedizione rivolta contro Antonio e Dolabella[3], egli disse: «Non ho paura di questi che sono grassi e con i capelli ben curati, bensì di quegli altri, pallidi e magri», intendendo alludere a Bruto e Cassio.
  2. Ma sembra davvero che quel che è fissato non sia tanto inatteso quanto inevitabile, giacché dicono che allora ci furono segni prodigiosi e apparizioni […] Si può anche avere la testimonianza di molti che raccontano che un indovino gli aveva predetto di guardarsi da un gran pericolo in quel giorno del mese di marzo che i Romani chiamano Idi; venuto quel giorno, Cesare entrando in Senato[4] salutò l’indovino e prendendolo in giro disse: «Le Idi di marzo son giunte»; e quello tranquillamente: «Sì, ma non sono ancora passate». Il giorno prima, M. Lepido lo aveva invitato a pranzo: egli, come era solito fare, firmava delle lettere stando disteso a mensa, e caduto il discorso su quale fosse la morte migliore, anticipò l’intervento di tutti esclamando: «Quella inattesa!». Dopo cena si coricò, come era solito, accanto alla moglie; ed ecco che contemporaneamente si spalancarono tutte le porte e le finestre della camera: sconvolto dal rumore e dalla luce della luna che brillava[5], si accorse che Calpurnia dormiva profondamente, ma nel sonno emetteva voci confuse e lamenti inarticolati: le sembrava infatti di piangere il marito tenendolo tra le braccia ucciso. Alcuni, invece, affermano che la donna non ebbe questa visione; le parve invece di lamentarsi e piangere per aver visto crollare un fastigio che stava sulla casa di Cesare[6], aggiuntovi per ornamento ed onore in seguito a una delibera del Senato – come racconta T. Livio. La mattina successiva lei pregò Cesare di non uscire, se era possibile, ma di rimandare la seduta del Senato; se però non faceva alcun conto dei suoi sogni, almeno indagasse il futuro mediante altri sacrifici di divinazione. A quanto sembra un certo sospetto e timore presero anche Cesare: precedentemente, infatti, non aveva notato in Calpurnia alcuna debolezza femminile derivante da scrupoli religiosi, mentre ora la vedeva oltremodo sconvolta. Quando, pur dopo aver compiuto molti sacrifici, gli auguri dissero che i segni non erano per lui propizi, decise di mandare Antonio a sciogliere l’assemblea.
  3. In questo momento, D. Bruto, soprannominato Albino, che godeva della fiducia di Cesare tanto che era stato da lui inserito tra i secondi eredi[7], ma che anche partecipava alla congiura con l’altro Bruto e Cassio, temendo che se Cesare avesse lasciato passare quel giorno la congiura potesse essere svelata, scherniva gli auguri e criticava Cesare dicendo che gli attirava su di sé accuse e calunnie da parte del Senato cui sembrava essere trattato con boria; esso si era riunito per suo ordine ed erano tutti pronti a votare perché egli avesse il cognomen di rex nelle province fuori dall’Italia e portasse la corona regale quando ivi viaggiava per terra e per mare. Se ora qualcuno avesse a dire ai senatori che stavano in seduta di sciogliere la riunione e ritrovarsi poi quando Calpurnia avesse avuto sogni migliori, quali sarebbero stati i discorsi degli invidiosi? O chi avrebbe tollerato gli amici di Cesare se avessero tentato di dire che questa non era la schiavitù degli uni e la tirannia dell’altro? Ma, aggiungeva D. Bruto, se proprio sembrava giusto considerare infausto quel giorno, meglio che si presentasse di persona a parlare in Senato e aggiornasse poi la seduta. Nel dir questo Bruto prese per mano Cesare e lo condusse fuori. Si era di poco allontanato dalla porta ed ecco lo schiavo di un’altra famiglia desiderò parlargli, e siccome ne fu impedito dalla gran calca si aprì la strada a forza verso la casa e si affidò a Calpurnia, pregandola di tenerlo custodito fino al ritorno di Cesare in quanto aveva comunicazioni importanti da fargli.
  4. Artemidoro, originario di Cnido[8], insegnante di lettere greche e per questo familiare di alcuni degli amici di Bruto, tanto che venne a sapere la maggior parte di ciò che si stava tramando, venne con un libello contenente quanto intendeva denunciare. Vedendo però che Cesare riceveva ogni scritto e lo passava ai suoi segretari, gli si avvicinò e disse: «Questo, Cesare, leggilo tu solo e presto! Si tratta di cose grosse, che riguardano te!». Cesare lo prese, ma non poté leggerlo per la massa di chi gli si faceva incontro, anche se spesso si accinse a farlo e così, tenendolo in mano e conservando solo quello, entrò in Senato […]
  5. Ma in un certo senso fatti di questo genere sono governati dal caso; però il luogo[9], che accolse in sé quella lotta e quell’uccisione, luogo nel quale si riunì allora il Senato, e che aveva una statua di Pompeo, ed era un ambiente di quelli aggiunti come ornamento da Pompeo al teatro, dimostrò che il fatto fu opera di un dio che indirizzava e guidava là l’azione. Si dice che Cassio, prima del fatto, volgesse lo sguardo alla statua di Pompeo e lo invocò anche se si dichiarasse seguace delle dottrine di Epicuro; ma evidentemente la situazione particolare, in presenza del pericolo, sostituiva alla razionalità precedente un senso di eccitazione. Dunque Bruto Albino tenne fuori Antonio, che era uomo di fiducia di Cesare e robusto, incominciando con lui a bella posta un lungo discorso; all’entrare di Cesare il Senato si alzò in atto di omaggio, e gli amici di Bruto si disposero in parte dietro il suo seggio, mentre alcuni gli andarono incontro per unire le loro richieste a quelle di Tillio Cimbro, che lo supplicava per il fratello esule, e continuarono le loro suppliche accompagnandolo sino al suo seggio. Sedutosi egli respingeva le richieste, e quando essi insistettero con maggior forza, egli si irritò con ciascuno; allora Tillio gli afferrò con ambedue le mani la toga e gliela tirò giù dal collo: questo era il segnale dell’azione. Per primo Casca[10] lo colpì con il pugnale al collo, con un colpo non profondo né mortale, ma logicamente era turbato al principio di una grande azione, tanto che Cesare si voltò, afferrò il pugnale e lo tenne fermo. E contemporaneamente i due urlarono: il colpito, in latino: «Scelleratissimo Casca, che fai?», e il feritore, in greco, rivolgendosi al fratello: «Fratello, aiutami!»[11]. Iniziò così, e quelli che non ne sapevano niente rimasero sbigottiti e tremanti di fronte a quanto avveniva, e non osavano né fuggire, né difendersi e neppure aprir bocca. Quando ognuno dei congiurati ebbe sguainato il pugnale, Cesare, circondato, e ovunque volgesse lo sguardo incontrando solo colpi e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito come una bestia, venne a trovarsi irretito nelle mani di tutti; era infatti necessario che tutti avessero parte alla strage e gustassero del suo sangue[12]. Perciò anche Bruto gli inferse un colpo all’inguine. Dicono alcuni che mentre si difendeva contro gli altri e urlando si spostava qua e là, quando vide che Bruto aveva estratto il pugnale si tirò la toga sul capo e si lasciò andare, o per caso, o perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui poggiava la statua di Pompeo. Molto sangue bagnò quella statua, tanto che sembrava che Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico che giaceva ai suoi piedi e agonizzava per il gran numero delle ferite. Si dice che ne abbia ricevute ventitré[13], e molti si ferirono tra loro mentre indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo.
  6. Ucciso Cesare, i senatori, benché Bruto si fosse fatto avanti per dire qualcosa sull’accaduto[14], non rimasero sul posto, ma fuggirono tutti fuori dalle porte, e nel fuggire riempirono il popolo di confusione e di panico, tanto che gli uni chiudevano le case, gli altri lasciavano banchi e negozi, alcuni si recavano di corsa sul luogo del delitto per vedere quel che era successo, altri ne venivano via dopo aver visto. Antonio e Lepido, che erano amici intimi di Cesare, fuggirono a rifugiarsi in case non loro[15]. Ma quelli che stavano con Bruto, eccitati come ancora erano per la strage perpetrata, tenendo in evidenza i pugnali sguainati, tutti insieme si riunirono fuori del Senato e mossero verso il Campidoglio[16], non simili a fuggiaschi, ma molto decisi e animosi, invitando alla libertà il popolo e accogliendo tra le loro fila gli optimates nei quali s’imbattevano. Alcuni addirittura si mescolarono a loro e salirono sul Campidoglio, quasi che avessero preso parte a quell’azione, e se ne attribuivano la gloria, come C. Ottavio e Lentulo Spintere. Costoro pagarono più tardi la loro vanteria, quando furono uccisi da Antonio e dal giovane Cesare[17], e non ne ricavarono neppure la fama per la quale morirono, giacché nessuno la credeva autentica. E d’altro canto chi li punì, non li punì per il fatto, ma per l’intenzione […].
Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

[1] Nel 44 M. Bruto fu preator urbanus, nonostante avesse maggior diritto a rivestire quella carica Cassio, che fu invece praetor peregrinus.

[2] Dalla tradizione concorde è presentato come l’ispiratore e principale organizzatore della congiura.

[3] Afferma Cicerone (Phil. II 34) che già nell’estate del 45 a.C., nella Gallia Narbonensis, Trebonio aveva cercato di attirare Antonio nel complotto; proprio perché Antonio non aveva rivelato la macchinazione, pur non condividendola, sarebbe poi stato risparmiato alle Idi di marzo.

[4] Diversamente dal solito la riunione non si tenne quel giorno nella Curia, che si trovava nel Foro, ma in una delle esedre della Curia Pompeia, vicina al teatro di Pompeo.

[5] Gli astronomi hanno calcolato che la luna dovesse essere all’ultimo quarto, e che perciò dovette sorgere quella notte parecchio tardi; il fatto sarebbe quindi da collocarsi verso il mattino.

[6] Cesare abitava in quel momento nella dimora ufficiale del pontifex maximus, e cioè nella Regia che si trovava all’estremità orientale del Foro, tra la via Sacra e il tempio di Vesta.

[7] Si definiscono così coloro che in linea successoria subentrano agli eredi diretti in caso di loro premorienza, qualora il testatario non abbia la possibilità di modificare l’espressione delle sue volontà.

[8] Artemidoro, figlio di Teopompo, godeva dell’amicizia di Cesare che proprio in suo onore dichiarò libera la città di Cnido dopo la battaglia di Farsalo.

[9] Curia Pompeia, forse una delle esedre della Porticus Pompeia, vicina al teatro che Pompeo aveva fatto costruire nel 52. Augusto la fece poi dichiarare locus sceleratus.

[10] P. Servilio Casca Longo era stato designato tribunus plebis per il 43. Sembra che rimproverasse a Cesare di averlo lasciato povero, e che per questo avesse preso parte alla congiura.

[11] Sono varie le tradizioni sullo svolgimento dei fatti per quel che riguarda le esclamazioni degli attori. Cassio Dione parla di silenzio; Svetonio di una sola espressione iniziale: «Ma questa è violenza!»; altre fonti coloriscono in vario modo le vicende drammatizzandole. Più verosimile il silenzio, che dà alla scena un che di tragicamente surreale.

[12] I termini greci usati hanno anche una connotazione rituale, e certo la morte di Cesare fu intesa come un rito sacrificale.

[13] La stessa cifra in tutte le fonti, fuorché in Nicolao di Damasco che parla di trentacinque ferite. Secondo il medico Antistio (così ci riferisce Svetonio), una sola fu mortale.

[14] Il tentato intervento di Bruto mirava a provocare, con una pronuncia del Senato, la legalizzazione dell’accaduto; il non averla ottenuta fu la ragione prima del fallimento politico dei propositi che i congiurati intendevano attuare.

[15] Non si sa dove si fosse rifugiato Antonio; Lepido riparò sull’isola Tiberina, ove aveva l’esercito con il quale doveva partire per la Gallia Narbonensis e l’Hispania Citerior. Con quelle truppe egli presiederà nella notte successiva la città e praticamente darà il colpo di grazia alle speranze dei congiurati.

[16] Risulta da altre fonti che questo gruppo sostò nel Foro per sollecitare un consenso che non venne; di conseguenza salirono tutti sul Campidoglio con il pretesto di rendere grazie agli dèi, ma in realtà con l’intenzione di occupare un luogo facilmente difendibile.

[17] Si tratta di Ottaviano, così definito perché divenuto figlio di Cesare per adozione testamentaria.

 

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Cassio Dione, Storia Romana XLIV 9, 1-13,1; 14, 2-22, 2

 

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Testo Greco: E. Cary – H.B. Foster – W. Heinemann (eds.), Dio’s Roman History. Cassius Dio Cocceianus, London-New York 1914. Traduzione italiana: G. Norcio (ed.), Cassio Dione, Storia romana (libri XLIV-XLVII), vol. III, Milano 2000

  1. ἐνταῦθα οὖν αὐτοῦ ὄντος οὐδὲν ἔτι ἐνδοιαστῶς οἱ ἐπιβουλεύοντές οἱ ἔπραττον, ἀλλ᾽ ὅπως δὴ καὶ τοῖς πάνυ φίλοις ἐν μίσει γένηται, ἄλλα τε ἐπὶ διαβολῇ αὐτοῦ ἐποίουν καὶ τέλος βασιλέα αὐτὸν προσηγόρευον, καὶ πολὺ τοῦτο τοὔνομα [2] καὶ κατὰ σφᾶς διεθρύλουν. ἐπειδή τε ἐξίστατο μὲν αὐτὸ καὶ ἐπετίμα πῃ τοῖς οὕτως αὐτὸν ἐπικαλοῦσιν, οὐ μέντοι καὶ ἔπραξέ τι δι᾽ οὗ ἂν ἄχθεσθαι τῷ προσρήματι ὡς ἀληθῶς ἐπιστεύθη, τὴν εἰκόνα αὐτοῦ τὴν ἐπὶ τοῦ βήματος [3] ἑστῶσαν διαδήματι λάθρᾳ ἀνέδησαν. καὶ αὐτὸ Γαΐου τε Ἐπιδίου Μαρύλλου καὶ Λουκίου Καισητίου Φλάουου δημάρχων καθελόντων ἰσχυρῶς ἐχαλέπηνε, καίτοι μήτε τι ὑβριστικὸν αὐτῶν εἰπόντων, καὶ προσέτι καὶ ἐπαινεσάντων αὐτὸν ἐν τῷ πλήθει ὡς μηδενὸς τοιούτου δεόμενον. καὶ τότε μὲν καίπερ ἀσχάλλων ἡσύχασεν· 10. ὡς μέντοι μετὰ τοῦτο ἐσιππεύοντα αὐτὸν ἀπὸ τοῦ Ἀλβανοῦ βασιλέα αὖθίς τινες ὠνόμασαν, καὶ αὐτὸς μὲν οὐκ ἔφη βασιλεὺς ἀλλὰ Καῖσαρ καλεῖσθαι, οἱ δὲ δὴ δήμαρχοι ἐκεῖνοι καὶ δίκην τῷ πρώτῳ αὐτὸν εἰπόντι ἔλαχον, οὐκέτι τὴν ὀργὴν κατέσχεν, ἀλλ᾽ ὡς καὶ ὑπ᾽ αὐτῶν ἐκείνων προσστασιαζόμενος ὑπερηγανάκτησε. [2] καὶ ἐν μὲν τῷ παρόντι οὐδὲν δεινὸν αὐτοὺς ἔδρασεν, ὕστερον δέ σφων προγραφὴν ἐκθέντων ὡς οὔτε ἐλευθέραν οὔτ᾽ ἀσφαλῆ τὴν ὑπὲρ τοῦ κοινοῦ παρρησίαν ἐχόντων περιοργὴς ἐγένετο, καὶ παραγαγών σφας ἐς τὸ βουλευτήριον κατηγορίαν τε αὐτῶν ἐποιήσατο καὶ ψῆφον ἐπήγαγε. [3] καὶ οὐκ ἀπέκτεινε μὲν αὐτούς, καίτοι καὶ τούτου τινῶν τιμησάντων σφίσι, προαπαλλάξας δὲ ἐκ τῆς δημαρχίας διὰ Ἑλουίου Κίννου συνάρχοντος αὐτῶν ἀπήλειψεν ἐκ τοῦ συνεδρίου. καὶ οἱ μὲν ἔχαιρόν τε ἐπὶ τούτῳ, ἢ καὶ ἐπλάττοντο, ὡς οὐδεμίαν ἀνάγκην ἕξοντες παρρησιαζόμενοι κινδυνεῦσαι, καὶ ἔξω τῶν πραγμάτων ὄντες τὰ [4] γιγνόμενα ὥσπερ ἀπὸ σκοπιᾶς καθεώρων· ὁ δὲ δὴ Καῖσαρ καὶ ἐκ τούτου διεβλήθη, ὅτι δέον αὐτὸν τοὺς τὸ ὄνομά οἱ τὸ βασιλέως προστιθέντας μισεῖν, ὁ δὲ ἐκείνους ἀφεὶς τοῖς δημάρχοις ἀντ᾽ αὐτῶν ἐνεκάλει. 11. τούτων δ᾽ οὖν οὕτω γενομένων τοιόνδε τι ἕτερον, οὐκ ἐς μακρὰν συνενεχθέν, ἐπὶ πλέον ἐξήλεγξεν ὅτι λόγῳ μὲν διεκρούετο τὴν ἐπίκλησιν, [2] ἔργῳ δὲ λαβεῖν ἐπεθύμει. ἐπειδὴ γὰρ ἐν τῇ τῶν Λυκαίων γυμνοπαιδίᾳ ἔς τε τὴν ἀγορὰν ἐσῆλθε καὶ ἐπὶ τοῦ βήματος τῇ τε ἐσθῆτι τῇ βασιλικῇ κεκοσμημένος καὶ τῷ στεφάνῳ τῷ διαχρύσῳ λαμπρυνόμενος ἐς τὸν δίφρον τὸν κεχρυσωμένον ἐκαθίζετο, καὶ αὐτὸν ὁ Ἀντώνιος βασιλέα τε μετὰ τῶν συνιερέων προσηγόρευσε καὶ διαδήματι ἀνέδησεν, εἰπὼν ὅτι ‘τοῦτό σοι ὁ [3] δῆμος δι᾽ ἐμοῦ δίδωσιν,’ ἀπεκρίνατο μὲν ὅτι ‘Ζεὺς μόνος τῶν Ῥωμαίων βασιλεὺς εἴη,’ καὶ τὸ διάδημα αὐτῷ ἐς τὸ Καπιτώλιον ἔπεμψεν, οὐ μέντοι καὶ ὀργὴν ἔσχεν, ἀλλὰ καὶ ἐς τὰ ὑπομνήματα ἐγγραφῆναι ἐποίησεν ὅτι τὴν βασιλείαν παρὰ τοῦ δήμου διὰ τοῦ ὑπάτου διδομένην οἱ οὐκ ἐδέξατο. ὑπωπτεύθη τε οὖν ἐκ συγκειμένου τινος αὐτὸ πεποιηκέναι, καὶ ἐφίεσθαι μὲν τοῦ ὀνόματος, βούλεσθαι δὲ ἐκβιασθῆναί πως λαβεῖν αὐτό, [4] καὶ δεινῶς ἐμισήθη. κἀκ τούτου τούς τε δημάρχους ἐκείνους ὑπάτους τινὲς ἐν ταῖς ἀρχαιρεσίαις προεβάλοντο, καὶ τὸν Βροῦτον τὸν Μᾶρκον τούς τε ἄλλους τοὺς φρονηματώδεις ἰδίᾳ τε προσιόντες ἀνέπειθον καὶ δημοσίᾳ προσπαρωξυνον. 12. γράμματά τε γάρ, τῇ ὁμωνυμίᾳ αὐτοῦ τῇ πρὸς τὸν πάνυ Βροῦτον τὸν τοὺς Ταρκυνίους καταλύσαντα καταχρώμενοι, πολλὰ ἐξετίθεσαν, φημίζοντες αὐτὸν ψευδῶς ἀπόγονον ἐκείνου εἶναι· ἀμφοτέρους γὰρ τοὺς παῖδας, τοὺς μόνους οἱ γενομένους, μειράκια ἔτι ὄντας ἀπέκτεινε, καὶ [2] οὐδὲ ἔγγονον ὑπελίπετο. οὐ μὴν ἀλλὰ τοῦτό τε οἱ πολλοί, ὅπως ὡς καὶ γένει προσήκων αὐτῷ ἐς ὁμοιότροπα ἔργα προαχθείη, ἐπλάττοντο, καὶ συνεχῶς ἀνεκάλουν αὐτόν, ‘ὦ Βροῦτε Βροῦτε’ ἐκβοῶντες, καὶ προσεπιλέγοντες ὅτι ‘Βρούτου [3] χρῄζομεν.’ καὶ τέλος τῇ τε τοῦ παλαιοῦ Βρούτου εἰκόνι ἐπέγραψαν ‘εἴθε ἔζης,’ καὶ τῷ τούτου βήματι ῾ἐστρατήγει γὰρ καὶ βῆμα καὶ τὸ τοιοῦτο ὀνομάζεται ἐφ᾽ οὗ τις ἱζόμενος δικάζεἰ ὅτι ‘καθεύδεις, ὦ Βροῦτε’ καὶ ‘Βροῦτος οὐκ εἶ.’ 13. ταῦτά τε οὖν αὐτόν, ἄλλως τε καὶ ἀπ᾽ ἀρχῆς ἀντιπολεμήσαντα τῷ Καίσαρι, ἀνέπεισεν ἐπιθέσθαι οἱ καίπερ εὐεργέτῃ μετὰ τοῦτο γενομένῳ […] καὶ μετὰ τοῦτο τὸν Κάσσιον τὸν Γάϊον, σωθέντα μὲν καὶ αὐτὸν ὑπὸ τοῦ Καίσαρος καὶ προσέτι καὶ στρατηγίᾳ τιμηθέντα, τῆς δὲ ἀδελφῆς ἄνδρα ὄντα, προσέλαβε. κἀκ τούτου καὶ τοὺς ἄλλους τοὺς τὰ αὐτά σφισι βουλομένους [3] ἤθροιζον. καὶ ἐγένοντο μὲν οὐκ ὀλίγοι· ἐγὼ δὲ τὰ μὲν τῶν ἄλλων ὀνόματα οὐδὲν δέομαι καταλέγειν, ἵνα μὴ καὶ δι᾽ ὄχλου γένωμαι, τὸν δὲ δὴ Τρεβώνιον τόν τε Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὃν καὶ Ἰούνιον Ἀλβῖνόν τε ἐπεκάλουν, οὐ δύναμαι [4] παραλιπεῖν. πλεῖστα γὰρ καὶ οὗτοι εὐεργετηθέντες ὑπὸ τοῦ Καίσαρος, καὶ ὅ γε Δέκιμος καὶ ὕπατος ἐς τὸ δεύτερον ἔτος ἀποδεδειγμένος καὶ τῇ Γαλατίᾳ τῇ πλησιοχώρῳ προστεταγμένος, ἐπεβούλευσαν αὐτῷ. 15. καὶ ὀλίγου γε ἐφωράθησαν ὑπό τε τοῦ πλήθους τῶν συνειδότων, καίτοι τοῦ Καίσαρος μήτε λόγον τινὰ περὶ τοιούτου τινὸς προσδεχομένου καὶ πάνυ ἰσχυρῶς τοὺς ἐσαγγέλλοντάς τι τοιουτότροπον [2] κολάζοντος, καὶ ὑπὸ τοῦ διαμέλλειν. αἰδῶ τε γὰρ αὐτοῦ καὶ ὣς ἔχοντες, καὶ φοβούμενοι, καίπερ μηδεμιᾷ ἔτι φρουρᾷ χρωμένου, μὴ καὶ ὑπὸ τῶν ἄλλων τῶν περὶ αὐτὸν ἀεί ποτε ὄντων φθαρῶσι, διῆγον, ὥστε καὶ κινδυνεῦσαι ἐλεγχθέντες [3] ἀπολέσθαι. καὶ ἔπαθον ἂν τοῦτο, εἰ μὴ συνταχῦναι τὸ ἐπιβούλευμα καὶ ἄκοντες ἠναγκάσθησαν. λόγου γάρ τινος, εἴτ᾽ οὖν ἀληθοῦς εἴτε καὶ ψευδοῦς, οἷά που φιλεῖ λογοποιεῖσθαι, διελθόντος ὡς τῶν ἱερέων τῶν πεντεκαίδεκα καλουμένων διαθροούντων ὅτι ἡ Σίβυλλα εἰρηκυῖα εἴη μήποτ᾽ ἂν τοὺς Πάρθους ἄλλως πως [4] πλὴν ὑπὸ βασιλέως ἁλῶναι, καὶ μελλόντων διὰ τοῦτο αὐτῶν τὴν ἐπίκλησιν ταύτην τῷ Καίσαρι δοθῆναι ἐσηγήσεσθαι, τοῦτό τε πιστεύσαντες ἀληθὲς εἶναι, καὶ ὅτι καὶ τοῖς ἄρχουσιν, ὧνπερ καὶ ὁ Βροῦτος καὶ ὁ Κάσσιος ἦν, ἡ ψῆφος ἅτε καὶ ὑπὲρ τηλικούτου βουλεύματος ἐπαχθήσοιτο, καὶ οὔτ᾽ ἀντειπεῖν τολμῶντες οὔτε σιωπῆσαι ὑπομένοντες, ἐπέσπευσαν τὴν ἐπιβουλὴν πρὶν καὶ ὁτιοῦν περὶ αὐτοῦ χρηματισθῆναι. 16. ἐδέδοκτο δὲ αὐτοῖς ἐν τῷ συνεδρίῳ τὴν ἐπιχείρησιν ποιήσασθαι. τόν τε γὰρ Καίσαρα ἥκιστα ἐνταῦθα ὑποτοποῦντά τι πείσεσθαι εὐαλωτότερον ἔσεσθαι, καὶ σφίσιν εὐπορίαν ἀσφαλῆ ξιφῶν ἐν κιβωτίοις ἀντὶ γραμματείων τινῶν ἐσκομισθέντων ὑπάρξειν, τοῦς τε ἄλλους οὐ δυνήσεσθαι, οἷά [2] που καὶ ἀόπλους ὄντας, ἀμῦναι προσεδόκων· εἰ δ᾽ οὖν τις καὶ τολμήσειέ που, ἀλλὰ τοὺς γε μονομάχους, οὓς πολλοὺς ἐν τῷ Πομπηίου θεάτρῳ, πρόφασιν ὡς καὶ ὁπλομαχήσοντας, προπαρεσκευάσαντο, βοηθήσειν σφίσιν ἤλπιζον· ἐκεῖ γάρ που ἐν οἰκήματί τινι τοῦ περιστῴου συνεδρεύειν ἔμελλον. καὶ οἱ μέν, ἐπειδὴ ἡ κυρία ἧκεν, ἔς τε τὸ βουλευτήριον ἅμα ἕῳ συνελέγησαν καὶ τὸν 17. Καίσαρα παρεκάλουν· ἐκείνῳ δὲ προέλεγον μὲν καὶ μάντεις τὴν ἐπιβουλήν, προέλεγε δὲ καὶ ὀνείρατα. ἐν γὰρ τῇ νυκτὶ ἐν ᾗ ἐσφάγη ἥ τε γυνὴ αὐτοῦ τήν τε οἰκίαν σφῶν συμπεπτωκέναι καὶ τὸν ἄνδρα συντετρῶσθαί τε ὑπό τινων καὶ ἐς τὸν κόλπον αὐτῆς καταφυγεῖν ἔδοξε, καὶ ὁ Καῖσαρ ἐπί τε τῶν νεφῶν μετέωρος αἰωρεῖσθαι καὶ τῆς [2] τοῦ Διὸς χειρὸς ἅπτεσθαι. πρὸς δ᾽ ἔτι καὶ σημεῖα οὔτ᾽ ὀλίγα οὔτ᾽ ἀσθενῆ αὐτῷ ἐγένετο· τά τε γὰρ ὅπλα τὰ Ἄρεια παρ᾽ αὐτῷ τότε ὡς καὶ παρὰ ἀρχιερεῖ κατά τι πάτριον κείμενα ψόφον τῆς νυκτὸς πολὺν ἐποίησε, καὶ αἱ θύραι τοῦ δωματίου ἐν ᾧ ἐκάθευδεν αὐτόμαται ἀνεῴχθησαν. [3] τά τε ἱερὰ ἃ ἐπ᾽ αὐτοῖς ἐθύσατο οὐδὲν αἴσιον ὑπέφηνε, καὶ οἱ ὄρνιθες δι᾽ ὧν ἐμαντεύετο οὐκ ἐπέτρεπον αὐτῷ ἐκ τῆς οἰκίας ἐξελθεῖν. ἤδη δέ τισι καὶ τὸ τοῦ δίφρου τοῦ ἐπιχρύσου ἐνθύμιον μετά γε τὴν σφαγὴν αὐτοῦ ἐγένετο, ὅτι αὐτὸν ὁ ὑπηρέτης βραδύνοντος τοῦ Καίσαρος ἐξεκόμισεν ἐκ τοῦ συνεδρίου, νομίσας μηκέτ᾽ αὐτοῦ χρείαν ἔσεσθαι. 18. χρονίζοντος δ᾽ οὖν διὰ ταῦτα τοῦ Καίσαρος, δείσαντες οἱ συνωμόται μὴ ἀναβολῆς γενομένης ῾θροῦς γάρ τις διῆλθεν ὅτι οἴκοι τὴν ἡμέραν ἐκείνην μενεἶ τό τε ἐπιβούλευμά σφισι διαπέσῃ καὶ αὐτοὶ φωραθῶσι, πέμπουσι τὸν Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὅπως ὡς καὶ πάνυ φίλος αὐτῷ δοκῶν εἶναι ποιήσῃ [2] αὐτὸν ἀφικέσθαι. καὶ ὃς τά τε προταθέντα ὑπ᾽ αὐτοῦ φαυλίσας, καὶ τὴν γερουσίαν σφόδρα ἐπιθυμεῖν ἰδεῖν αὐτὸν εἰπών, ἔπεισε προελθεῖν. κἀν τούτῳ εἰκών τις αὐτοῦ, ἣν ἐν τοῖς προθύροις ἀνακειμένην εἶχε, κατέπεσεν ἀπὸ ταὐτομάτου καὶ [3] συνεθραύσθη. ἀλλ᾽ ἔδει γὰρ αὐτὸν τότε μεταλλάξαι, οὐδὲν οὔτε τούτου ἐφρόντισε οὔτε τινὸς τὴν ἐπιβουλήν οἱ μηνύοντος ἤκουσε. καὶ βιβλίον τι παρ᾽ αὐτοῦ λαβών, ἐν ᾧ πάντα τὰ πρὸς τὴν ἐπίθεσιν παρεσκευασμένα ἀκριβῶς ἐνεγέγραπτο, οὐκ ἀνέγνω, νομίσας ἄλλο τι αὐτὸ τῶν οὐκ ἐπειγόντων [4] ἔχειν. τό τε σύμπαν οὕτως ἐθάρσει ὥστε καὶ πρὸς τὸν μάντιν τὸν τὴν ἡμέραν ἐκείνην φυλάσσεσθαί ποτε αὐτῷ προαγορεύσαντα εἰπεῖν ἐπισκώπτων ‘ποῦ δῆτά σου τὰ μαντεύματα; ἢ οὐχ ὁρᾷς ὅτι τε ἡ ἡμέρα ἣν ἐδεδίεις πάρεστι, καὶ ἐγὼ ζῶ;’ καὶ ἐκεῖνος τοσοῦτον, ὥς φασι, μόνον ἀπεκρίνατο, ὅτι ‘ναὶ πάρεστιν, οὐδέπω δὲ παρελήλυθεν.’ 19. ὡς δ᾽ οὖν ἀφίκετό ποτε πρὸς τὸ συνέδριον, Τρεβώνιος μὲν Ἀντώνιον ἔξω που ἀποδιέτριψεν. ἐβουλεύσαντο μὲν γὰρ καὶ τοῦτον τόν τε Λέπιδον [2] ἀποκτεῖναι· φοβηθέντες δὲ μὴ καὶ ἐκ τοῦ πλήθους τῶν ἀπολομένων διαβληθῶσιν ὡς καὶ ἐπὶ δυναστείᾳ ἀλλ᾽ οὐκ ἐπ᾽ ἐλευθερώσει τῆς πόλεως, ἣν προεβάλλοντο, τὸν Καίσαρα πεφονευκότες, οὐδὲ παρεῖναι τὸν Ἀντώνιον τῇ σφαγῇ αὐτοῦ ἠθέλησαν, ἐπεὶ ὅ γε Λέπιδος ἐξεστράτευτο καὶ ἐν τῷ [3] προαστείῳ ἦν. ἐκείνῳ μὲν δὴ Τρεβώνιος διελέγετο· οἱ δὲ δὴ ἄλλοι τὸν Καίσαρα ἐν τούτῳ ἀθρόοι περιστάντες ῾εὐπρόσοδός τε γὰρ καὶ φιλοπροσήγορος ἐν τοῖς μάλιστα ἦν᾽ οἱ μὲν ἐμυθολόγουν, οἱ δὲ ἱκέτευον δῆθεν αὐτόν, ὅπως ἥκιστά τι ὑποπτεύσῃ. [4] ἐπεί τε ὁ καιρὸς ἐλάμβανε, προσῆλθέ τις αὐτῷ ὡς καὶ χάριν τινὰ γιγνώσκων, καὶ τὸ ἱμάτιον αὐτοῦ ἀπὸ τοῦ ὤμου καθείλκυσε, σημεῖόν τι τοῦτο κατὰ τὸ συγκείμενον τοῖς συνωμόταις αἴρων· κἀκ τούτου προσπεσόντες αὐτῷ ἐκεῖνοι [5] πολλαχόθεν ἅμα κατέτρωσαν αὐτόν, ὥσθ᾽ ὑπὸ τοῦ πλήθους αὐτῶν μήτ᾽ εἰπεῖν μήτε πρᾶξαί τι τὸν Καίσαρα δυνηθῆναι, ἀλλὰ συγκαλυψάμενον σφαγῆναι πολλοῖς τραύμασι. ταῦτα μὲν τἀληθέστατα· ἤδη δέ τινες καὶ ἐκεῖνο εἶπον, ὅτι πρὸς τὸν Βροῦτον ἰσχυρῶς πατάξαντα ἔφη ‘καὶ σύ, τέκνον;’ 20. θορύβου δ᾽ οὖν πολλοῦ παρὰ τῶν ἄλλων τῶν τε ἔνδον ὄντων καὶ τῶν ἔξωθεν προσεστηκότων πρός τε τὸ αἰφνίδιον τοῦ πάθους, καὶ ὅτι ἠγνόουν τούς τε σφαγέας καὶ τὸ πλῆθος τήν τε διάνοιαν αὐτῶν, γενομένου πάντες ὡς καὶ κινδυνεύσοντες [2] ἐταράσσοντο, καὶ αὐτοί τε ἐς φυγὴν ὥρμησαν ᾗ ἕκαστος ἐδύνατο, καὶ τοὺς προστυγχάνοντάς σφισιν ἐξέπλησσον, σαφὲς μὲν οὐδὲν λέγοντες, αὐτὰ δὲ ταῦτα μόνον βοῶντες, ‘φεῦγε, κλεῖε, [3] κλεῖε.’ καὶ αὐτὰ καὶ οἱ λοιποὶ παραλαμβάνοντες παρ᾽ ἀλλήλων ὡς ἕκαστος διεβόων, καὶ τήν τε πόλιν θρήνων ἐπλήρουν, καὶ αὐτοὶ ἔς τε τὰ ἐργαστήρια καὶ ἐς τὰς οἰκίας ἐσπίπτοντες ἀπεκρύπτοντο, καίτοι τῶν σφαγέων ἔς τε τὴν ἀγορὰν ὥσπερ εἶχον ὁρμησάντων, καὶ τοῖς τε σχήμασιν ἐνδεικνυμένων καὶ προσεκβοώντων μὴ φοβεῖσθαι. [4] ἐκεῖνοι μὲν γὰρ τοῦτό τε ἅμα ἔλεγον καὶ τὸν Κικέρωνα συνεχῶς ἀνεκάλουν, ὁ δὲ ὅμιλος οὔτ᾽ ἄλλως ἐπίστευέ σφισιν ἀληθεύειν οὔτε ῥᾳδίως καθίστατο· ὀψὲ δ᾽ οὖν ποτε καὶ μόλις, ὡς οὔτε τις ἐφονεύετο οὔτε συνελαμβάνετο, θαρσήσαντες 21. ἡσύχασαν. καὶ συνελθόντων αὐτῶν ἐς ἐκκλησίαν πολλὰ μὲν κατὰ τοῦ Καίσαρος πολλὰ δὲ καὶ ὑπὲρ τῆς δημοκρατίας οἱ σφαγεῖς εἶπον, θαρσεῖν τέ σφας καὶ μηδὲν δεινὸν προσδέχεσθαι ἐκέλευον· οὔτε γὰρ ἐπὶ δυναστείᾳ οὔτ᾽ ἐπ᾽ ἄλλῃ πλεονεξίᾳ οὐδεμιᾷ ἀπεκτονέναι αὐτὸν ἔφασαν, ἀλλ᾽ ἵν᾽ ἐλεύθεροί τε καὶ αὐτόνομοι ὄντες ὀρθῶς πολιτεύωνται. [2] τοιαῦτα ἄττα εἰπόντες τοὺς μὲν πολλοὺς κατέστησαν, καὶ μάλισθ᾽ ὅτι οὐδένα ἠδίκουν· αὐτοὶ δὲ δὴ φοβούμενοι καὶ ὣς μή τις σφίσιν ἀντεπιβουλεύσῃ, ἀνῆλθον ἐς τὸ Καπιτώλιον ὡς καὶ τοῖς θεοῖς προσευξόμενοι, καὶ ἐκεῖ τήν τε ἡμέραν καὶ [3] τὴν νύκτα ἐνδιέτριψαν. καὶ αὐτοῖς καὶ ἄλλοι τινὲς τῶν πρώτων ἀφ᾽ ἑσπέρας, τῆς μὲν ἐπιβουλῆς οὐ συμμετασχόντες, τῆς δὲ ἀπ᾽ αὐτῆς δόξης, ὡς καὶ ἐπαινουμένους σφᾶς ἑώρων, καὶ τῶν ἄθλων ἃ [4] προσεδέχοντο μεταποιησόμενοι, συνεγένοντο. καὶ συνέβη γε αὐτοῖς ἐς τοὐναντίον τὸ πρᾶγμα δικαιότατα περιστῆναι· οὔτε γὰρ τὸ ὄνομα τοῦ ἔργου ἅτε μηδὲν αὐτοῦ προσκοινωνήσαντες ἔλαβον, καὶ τοῦ κινδύνου τοῦ τοῖς δράσασιν αὐτὸ συμβάντος ὡς καὶ συνεπιβουλεύσαντές σφισι μετέσχον. 22. ἰδὼν δὲ ταῦτα ὁ Δολοβέλλας οὐδ᾽ αὐτὸς ἠξίου τὴν ἡσυχίαν ἄγειν, ἀλλ᾽ ἔς τε τὴν ὕπατον ἀρχὴν καίπερ μηδέπω οἱ προσήκουσαν ἐσῆλθε, καὶ δημηγορήσας τι περὶ τῶν παρόντων ἐς τὸ [2] Καπιτώλιον ἀνέβη. τούτων δὲ ἐνταῦθα ὄντων, ὁ Λέπιδος μαθὼν τὰ γεγενημένα τήν τε ἀγορὰν μετὰ τῶν στρατιωτῶν τῆς νυκτὸς κατέλαβε, καὶ κατὰ τῶν σφαγέων ἅμα ἕῳ ἐδημηγόρει.

 

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

  1. Questa dunque era la situazione di Cesare. I congiurati ruppero gli indugi, e per renderlo odioso anche ai suoi più fedeli amici sparsero molte calunnie nei suoi riguardi, e alla fine lo salutarono rex, usando spesso tale nome anche quando parlavano tra di loro. [2] E poiché egli respinse il titolo di rex e rimproverò coloro che usavano tale termine parlando con lui, senza però compiere un atto che potesse apertamente dimostrare che si sdegnava veramente per questo titolo, posero di nascosto un diadema sul capo della sua statua che stava sui Rostra. [3] I tribuni della plebe C. Epidio Marullo e L. Cesezio Flavo la tolsero ed egli si adirò molto, benché essi non avessero pronunziato alcuna frase offensiva, anzi lo avessero lodato dinanzi al popolo come un uomo per nulla desideroso di tale onore. In quell’occasione, seppur adirato, seppe frenarsi. 10. In seguito però, avendolo di nuovo alcuni chiamato re mentre tornava a cavallo dal Monte Albano (ed egli aveva risposto loro che il suo nome era Cesare e non rex) e poiché i tribuni avevano intentato un processo a colui che per primo lo aveva chiamato così, non seppe più trattenere l’ira, ma andò su tutte le furie, come se essi avessero voluto in tal modo provocare disordini. [2] Sul momento non prese alcun provvedimento contro di loro; ma poi, avendo i tribuni dichiarato in un pubblico avviso che non avevano più sicurezza né libertà di parola riguardo agli affari della res publica, si adirò fortemente, li mise in stato di accusa davanti al Senato e chiese una votazione. [3] Non li condannò a morte, benché alcuni senatori fossero favorevoli alla condanna, ma li destituì dalla carica, su proposta del tribuno Elvio Cinna[1], e li espulse dal Senato. I senatori si rallegrarono per questo provvedimento – o finsero di rallegrarsi – pensando che non avevano nessun bisogno di esporre liberamente la propria opinione e affrontare dei rischi: non essendo immischiati nella faccenda, guardavano all’episodio come da una vedetta; [4] Cesare però fu biasimato per quest’avvenimento, perché avendo il dovere di punire quelli che l’avevano chiamato rex, li mandò assolti, punendo invece i tribuni della plebe. 11. Oltre a questi fatti ne accadde poco dopo un altro che dimostrava ancor meglio che Cesare respingeva a parole il titolo di rex, mentre in realtà lo desiderava ardentemente. [2] Durante la festa dei Lupercalia[2] egli era entrato nella Regia e si era seduto in tribuna sul suo scranno dorato, tutto splendente nell’abito regale e con la rilucente corona d’oro sul capo; Antonio insieme ai suoi colleghi sacerdoti[3] lo salutò rex e gli pose in capo il diadema, dicendo: «È il popolo che ti da questo per mio mezzo». [3] E Cesare rispose: «Giove soltanto è il rex dei Romani!», e mandò il diadema al dio sul Campidoglio. Non si adirò, ma volle che nel verbale della seduta si scrivesse che egli aveva rifiutato il titolo di rex offertogli dal popolo attraverso il console. Si ebbe perciò il sospetto che avesse preparato l’avvenimento d’accordo con altri, che desiderasse ardentemente quel titolo e che volesse essere costretto ad accettarlo: il che gli procurò un forte odio. [4] Per questo alcuni proposero nelle elezioni che quei tribuni di cui ho parlato fossero nominati consoli, e avvicinando in privato M. Bruto[4] e gli altri spiriti audaci, li spingevano ad agire e li esortavano pubblicamente. 12. Sfruttando l’omonimia di questo Bruto con il famoso Bruto che aveva cacciato i Tarquini, misero in giro molte scritte dove dicevano che lui non era affatto un discendente di quel Bruto: infatti, quell’uomo uccise i suoi due unici figli, quando erano ancora bambini, e non lasciò eredi. [2] Tuttavia la maggior parte dei Romani fingeva di ammettere la discendenza, affinché questo Bruto fosse spinto a compiere un’impresa simile a causa della parentela con quello. E continuamente lo chiamavano gridando: «Bruto! Bruto!», e aggiungendo: «Abbiamo bisogno di un Bruto!». [3] Alla fine posero un’iscrizione sulla statua dell’antico Bruto, che diceva: «O se tu fossi vivo!», e un’altra sulla tribuna di questo Bruto – egli era allora praetor urbanus e il luogo in cui siede e giudica si chiama appunto “tribuna”), che diceva: «Tu dormi, o Bruto» e «Tu non sei un Bruto». 13. Queste circostanze indussero Bruto a ordire la congiura contro Cesare, di cui era stato sempre nemico, quantunque in seguito avesse da lui ricevuto dei benefici […] Aggiunse a sé C. Cassio[5], marito di sua sorella, anche lui perdonato da Cesare e per di più onorato con la praetura. In seguito si unirono a loro altri Romani, che nutrivano i medesimi sentimenti, [3] e non pochi per numero. Io non voglio ricordarli tutti per nome, per non tediare il lettore, ma non posso passare sotto silenzio Trebonio e D. Bruto[6], che era chiamato anche Giunio e Albino. [4] Anche costoro avevano ricevuto molti benefici da Cesare; anzi a D. Bruto, designato console per l’anno seguente, era stato affidato il governo della Gallia Cisalpina: eppure aderirono alla congiura. 15. Mancò poco che la congiura venisse scoperta per il gran numero degli aderenti e per la loro esitazione, benché Cesare non accettasse nessuna denuncia di un simile fatto e rimproverasse duramente quanti gli riferivano qualche particolare di questo genere. [2] I congiurati avevano una certa soggezione di Cesare e temevano, benché egli non avesse più una scorta, di essere uccisi da quelli che gli stavano sempre intorno. Perciò rimandavano l’impresa, tanto da correre il pericolo di essere scoperti e uccisi. [3] E avrebbero realmente subito quella sorte, se non fossero stati costretti a realizzare al più presto il loro piano anche contro voglia. Si era sparsa la voce – non sappiamo se vera o falsa, come suole accadere in simili casi – che i cosiddetti quindecemviri sacris faciundis avessero riferito il seguente responso della Sibilla: «I Parti non potranno essere vinti se non da un rex», [4] e che per questo motivo essi fossero sul punto di proporre che venisse dato a Cesare quel titolo. I congiurati credettero a questa voce, e siccome, trattandosi di un provvedimento di una certa importanza, sarebbero stati chiamati a votare anche Bruto e Cassio in quanto magistrati e non avrebbero osato opporsi, né sopportato di tacere, si affrettarono a portare a compimento la congiura prima che si discutesse in qualche modo su quella proposta. 16. Avevano deciso di eseguire l’attentato in Senato, dove sarebbe stato facile colpire Cesare, in quanto non poteva affatto sospettare di subire un danno in quel luogo. Avrebbero avuto il vantaggio delle spade, che sarebbero state portate dentro casse al posto dei documenti, mentre gli altri non avrebbero potuto reagire perché inermi. [2] Se poi qualcuno avesse osato opporsi, potevano contare sull’aiuto dei gladiatori che avevano radunato in gran numero nel teatro di Pompeo, con il pretesto che avrebbero dovuto combattere: essi, infatti, avevano ricevuto l’ordine di restare fermi in quel luogo nel peristilio. I congiurati, dunque, quando arrivò il giorno stabilito, si radunarono all’alba nel Senato e mandarono a chiamare Cesare. 17. Il dittatore era stato avvertito della congiura sia dagli indovini sia dai sogni. Infatti, nella notte precedente il giorno in cui fu ucciso, la moglie[7] aveva sognato che la casa era crollata, che il marito veniva ferito da alcuni uomini e si rifugiava nel suo grembo; anche Cesare aveva sognato di essere portato in cielo sulle nubi e di toccare la mano di Giove. [2] Accaddero per lui altri segni numerosi e ben chiari: le armi di Marte che stavano, secondo la tradizione, in casa sua in quanto pontifex maximus fecero in quella notte un gran rumore, e le porte della camera dove dormiva si spalancarono spontaneamente. [3] Inoltre i sacrifici che furono fatti per questi portenti diedero segni sfavorevoli, e gli uccelli, di cui ci si serviva per i vaticini, gli vietavano di uscir di casa. E alcuni dopo l’uccisione videro un chiaro segno anche in ciò che accadde al seggio dorato: lo schiavo, a causa del ritardo di Cesare, lo aveva portato via dal Senato, nella convinzione che non ce ne fosse più bisogno. 18. Poiché Cesare dunque, per questi motivi, tardava ad arrivare, i congiurati temettero che ci potesse essere un rinvio della seduta – corse, infatti, la voce che Cesare volesse rimanere a casa quel giorno – e che la congiura fosse stata scoperta, trascinandoli in una sicura rovina. Perciò mandarono D. Bruto, all’apparenza un suo carissimo amico, perché lo convincesse a venire. [2] Costui disperse i motivi addotti da Cesare e gli disse che i senatori desideravano ardentemente vederlo: così lo persuase. In quel momento una statua del dittatore, che si trovava nel vestibolo, cadde spontaneamente e andò in mille pezzi. [3] Ma Cesare – era proprio destino che egli perisse in quel giorno – non badò a questo portento, né diede ascolto ad un indovino che gli svelava la congiura. Prendendo da lui il libello sul quale erano esposti accuratamente tutti i preparativi della congiura, non lo lesse, pensando si trattasse di qualche supplica per nulla urgente. [4] Nel complesso era talmente fiducioso da dire, scherzando, all’indovino che gli raccomandava di star bene attento a quel giorno: «Dove sono andate a finire le tue profezie? Non vedi che il giorno che temevi è giunto, e io sono ancora vivo?». E si dice che l’indovino gli abbia risposto: «Sì, è arrivato, ma non è ancora passato». 19. Quando Cesare entrò in Senato, Trebonio trattenne fuori Antonio. Veramente avevano progettato di eliminare anche lui e Lepido; [2] temendo però, se avessero accresciuto il numero delle vittime, di essere accusati di aver ucciso Cesare per brama di potere e non per la liberazione di Roma – come si vantavano – e, pertanto, non vollero che Antonio fosse presente alla strage (quanto a Lepido, si trovava nel suburbio, perché si accingeva a partire per una spedizione militare). [3] Mentre dunque Trebonio s’intratteneva con Antonio, gli altri congiurati si accalcarono intorno a Cesare (era infatti di facile accesso e cordialissimo), o per conversare o per presentargli una supplica, affinché non avesse il minimo sospetto. [4] Quando giunse il momento, uno di essi[8], avvicinandosi a lui come per ringraziarlo di un favore ricevuto, gli tirò giù dalla spalla la toga, dando così ai congiurati il segnale convenuto. Subito essi gli piombarono addosso da ogni lato e lo colpirono. [5] Cesare, per il gran numero dei congiurati non potendo parlare, né difendersi, si coperse con il mantello e cadde trafitto da molte ferite. Questa è la verità; alcuni, però, hanno affermato che Cesare abbia detto a Bruto, mentre lo colpiva spietatamente: «Anche tu, figlio mio?». 20. Nacque un gran scompiglio fra i senatori, sia quelli che stavano in aula sia quelli che si trovavano fuori, per una disgrazia così improvvisa e anche perché non sapevano chi fossero gli assassini, né il loro numero e nemmeno le loro reali intenzioni. [2] Atterriti dal pericolo, fuggirono dove ciascuno poté, spaventando nello stesso tempo quelli che incontravano. Non dicevano nulla di chiaro, ma gridavano soltanto: «Scappa! Chiudi, chiudi!». [3] Tutti si passavano queste parole l’un con l’altro e gridavano, riempiendo la città di gemiti. Correvano dentro le botteghe e dentro le case, e lì si nascondevano, benché gli uccisori, precipitandosi così come si trovavano nel Foro, raccomandassero con i gesti e con le parole di non aver paura. [4] E mentre dicevano questo, invocavano senza interruzione il nome di Cicerone[9]. Ma la folla non credeva ai loro discorsi e tardava a calmarsi. Finalmente, con fatica, poiché vedevano che nessuno veniva ucciso né arrestato, ripresero fiducia e si calmarono. 21. Quando il Senato si fu radunato, gli uccisori parlarono a lungo contro Cesare e in difesa della democrazia, esortando i senatori ad avere fiducia e a non temere nessun male. Dicevano che avevano eliminato Cesare non per brama di potere, né per procurarsi dei guadagni, ma affinché i Romani fossero rettamente governati come cittadini liberi e indipendenti. [2] Queste parole, e soprattutto il fatto che nessuno veniva offeso, tranquillizzarono i più. Tuttavia i congiurati, temendo che qualcuno potesse tendere qualche rappresaglia, salirono sul Campidoglio, facendo credere di voler pregare gli dèi, e lì passarono il giorno e la notte. [3] Sul far della sera si unirono a loro alcuni ragguardevoli cittadini, che non avevano preso parte diretta alla congiura, ma speravano di partecipare alla gloria da essa derivante (vedevano, infatti, che i Cesaricidi venivano esaltati) e ai vantaggi che ne sarebbero scaturiti. [4] Accadde però a loro – e molto giustamente – tutto il contrario di ciò che si aspettavano: non ebbero la gloria del fatto, in quanto non vi avevano in alcun modo partecipato, e incapparono invece nei pericoli che minacciavano i veri congiurati, come se avessero davvero preso parte all’azione. 22. Visto ciò, anche P. Dolabella decise di agire: assunse il consolato, benché ancora non gli spettasse, e dopo aver tenuto un discorso davanti al popolo riguardo alla situazione che si era venuta a creare, salì sul Campidoglio. [2] Stando così le cose, Lepido, venuto a sapere di ciò che era accaduto, occupò il Foro di notte con i suoi soldati e all’alba parlò al popolo contro gli assassini.
M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

[1] Colui che nella confusione seguita all’assassinio di Cesare in Senato verrà ucciso dalla folla inferocita, perché scambiato con il praetor omonimo Cornelio Cinna, uno dei congiurati (cfr. Dion., XLIV 50, 4).

[2] La festa dei Lupercalia si celebrava ogni anno a febbraio in onore di Lupercus (gr. Πάν Λυκαῖος). Lo scrittore usa qui il termine greco γυμνοπαιδίαι: le «gimnopedie» erano una festa in onore di Apollo e Artemide, che si celebrava a Sparta; in essa giovinetti scelti danzavano nudi ed eseguivano esercizi ginnici.

[3] Antonio era stato eletto flamen Dialis, ossia addetto al culto di Giove.

[4] M. Giunio Bruto (da non confondere con D. Bruto) fu figura di primo piano nella società del tempo di Cesare. Era figlio di M. Giunio Bruto, tribuno della plebe nell’83 a.C., ma fu adottato dallo zio Q. Servilio Cepione. Nacque verso l’85 a.C.; fu quaestor di Ap. Claudio in Cilicia nel 53, e sostenitore di Pompeo nella guerra civile contro Cesare. Perdonato da quest’ultimo dopo Farsalo, nel 46 ebbe il governo della Gallia Cisalpina nel 44 fu praetor urbanus. Nel 46 divorziò dalla moglie Claudia e sposò Porcia, figlia di M. Porcio Catone Uticense. Dopo la morte di Cesare fu, insieme a Cassio, il capo della guerra contro Antonio e Ottaviano, e morì a Filippi nel 42. Fu amico di Cicerone, che lo ebbe molto caro e gli dedicò tre opere (De finibus bonorum et malorum; Orator; un gruppo di Epistolae). Alla fine del Brutus il grande oratore fa un lunghissimo ed entusiastico elogio di questo suo giovane amico: Sed in te intuens, Brute, doleo, cuius in adulescentiam per medias laudes quasi quadrigis vehentem transversa incurrit misera fortuna rei publicae

[5] C. Cassio Longino fu quaestor di Crassso nella spedizione contro i Parti del 53 a.C. Dopo la sconfitta ebbe l’incarico di difendere la Syria. Fu tribunus plebis nel 49 a.C., e nella guerra civile tra Cesare e Pompeo parteggiò per quest’ultimo. Perdonato da Cesare dopo Farsalo, fu l’animatore della congiura, ma con minore autorità di Bruto. Era cognato di questi, di cui aveva sposato la sorella Giunia Terza.

[6] Era figlio di D. Bruto, console nel 77 a.C., ma fu adottato da Postumio Albino. Partecipò attivamente alla guerra gallica di Cesare, di cui godé l’affetto e la stima, e fu il principale artefice della vittoria sulla tribù gallica dei Veneti. Dopo l’assassinio di Cesare fu uno dei più accaniti nemici di Antonio. Dopo la guerra di Modena passò nella Gallia Comata, dove sperava di ricevere aiuti dal goernatore Planco: ma fu pienamente deluso. Dalla Gallia cercò di raggiungere la Macedonia, per ricongiungersi con M. Bruto, ma fu catturato e ucciso per ordine di Antonio.

[7] Calpurnia. Era la figlia di L. Calpurnio Pisone Cesonino (sposata nel 59 a.C.). Era la sua terza moglie: la prima era stata Cornelia, figlia di P. Cornelio Cinna (sposata nell’84 e morta nel 68); la seconda era stata Pompea, figlia di Q. Pomponio Rufo (sposata nel 67 e ripudiata nel 61, perché coinvolta nello scandalo del famigerato tribuno P. Clodio). Dalla prima moglie Cornelia, Cesare aveva avuto la figlia Giulia.

[8] Secondo Svet., Caes. 82, il primo a colpire Cesare sarebbe stato P. Servilio Casca. Qualche istante prima Tillio Cimbro si era avvicinato al dittatore come per chiedergli un favore. Ma egli si era rifiutato di ascoltarlo, facendo chiaramente capire che intendeva rimandare la questione ad un altro momento.

[9] La notizia accolta qui da Cassio Dione fu diffusa da Antonio subito dopo l’uccisione di Cesare. Ma era una notizia falsa: in realtà i congiurati si erano ben guardati dal comunicare il loro progetto a Cicerone, perché non si fidavano della sua capacità di segretezza (cfr. Plut., Brut. 12, 1).

Posidonio, Marcello e la Sicilia

di E. Gabba, in «ΑΠΑΡΧΑI». Nuove ricerche e studi sulla Magna Grecia e la Sicilia Antica in onore di Paolo Enrico Arias, II, Pisa 1982, pp. 611-614.

Grandi personalità come Scipione Africano, Flaminino, L. Emilio Paolo e Scipione Emiliano hanno trovato nella storiografia greca del II sec. a.C. raffigurazioni esemplari. I giudizi e le valutazioni che leggiamo in Polibio e nelle biografie di Plutarco, che ampiamente ne deriva, sono il riflesso in campo storiografico di atteggiamenti diffusi nel mondo greco. I motivi ellenistici della raffigurazione del sovrano come emanazione della divinità si combinano con teorie evemeristiche e con le credenze popolari nei poteri superumani dei grandi capi. Polibio cercò di razionalizzare la «leggenda» di Scipione Africano[1].

P. Cornelio Lentulo Marcellino. Roma, 50-49 a.C. Denario, 3, 93gr. D – MARCELLINVS. Testa nuda di M. Claudio Marcello, verso destra, con un triskele affiancato.

P. Cornelio Lentulo Marcellino. Roma, 50-49 a.C. Denario, 3, 93gr. (Dritto) MARCELLINVS: Testa nuda di M. Claudio Marcello, verso destra, con un triskele (simbolo della Sicilia) affiancato.

È difficile sottovalutare l’influenza che devono avere avuto sopra i membri ella classe dirigente romana gli onori quasi divini che tante personalità politiche romane ricevevano in Grecia già agli inizi del II sec. a.C. e più in seguito. Gli intellettuali greci, sempre più di frequente a fianco dei politici romani, avranno, volontariamente o meno, favorito in questi il sorgere di un senso di superiorità e soprattutto la consapevolezza del valore culturale e civile della missione di Roma.

Nella valorizzazione dei grandi personaggi politici romani e nella idealizzazione delle loro virtù civili ed umane gli intellettuali trovavano la legittimazione culturale del diritto di Roma al dominio del mondo. Il loro contributo alla creazione di una coscienza imperiale, cioè del diritto al dominio, nella classe dirigente romana deve essere stato decisivo. Questa stessa coscienza, a sua volta, la classe oligarchica cercò di trasmettere in vari modi a tutte le altre componenti del corpo sociale[2].

Sulla scia dei molti intellettuali greci attivi a Roma, e soprattutto di Polibio, deve essere intesa la «missione» di Panezio. Egli svolse con piena consapevolezza il compito di fornire una preparazione culturale all’élite di governo, unica e fondamentale garanzia perché, come già si augurava Polibio, la gestione del potere da parte di Roma avvenisse in modo degno, e accettabile da parte dei sudditi. Più tardi Posidonio mostrerà acutamente la decadenza e la corruzione del potere romano soprattutto nell’amministrazione provinciale e nello sfruttamento delle classi inferiori, e le responsabilità in tutto ciò del ceto equestre. Tuttavia egli indicherà altrettanto chiaramente di conservare fiducia nelle capacità di rigenerazione e di ripresa della classe dirigente senatoriale, che gli appariva sempre depositaria di una grande tradizione di virtù civili, rinnovate dall’apporto culturale greco, e di sapienza politica[3].

Anche la personalità di Marcello ha conosciuto una trasfigurazione idealizzata, per la quale il vincitore di Siracusa viene presentato nella biografia plutarchea come esempio di umanità e di mitezza, come un modello di eroe stoico. Anzi un passo estremamente significativo di Plutarco, Marc., 20, 1-2, afferma che, mentre i Romani erano sempre apparsi agli stranieri, cioè ai Greci, terribili in guerra e temibili nei combattimenti e non avevano mai fornito esempi di comprensione e di umanità e di virtù politiche, proprio Marcello per primo mostrò ai Greci che i Romani sapevano essere più giusti: benefattore di privati e di città in Sicilia, se Enna, Megara e Siracusa ebbero a subire condizioni non benevole, la responsabilità ricade piuttosto sulle vittime che non su coloro che agirono in quel modo verso di esse. Il pianto di Marcello al momento della caduta di Siracusa (19, 2), il vano tentativo di evitare il saccheggio (19, 4-6), il dolore per l’uccisione di Archimede (19, 8-12) sono altrettante prove del suo animo sensibile e moderato. D’altro canto il trasporto a Roma del bottino artistico siracusano, oggetto di vivissima critica da parte di Polibio (IX 10: Walbank, Hist. Comm. II 134-136), nonché dei tradizionalisti (Liv. XXV 40, 2; Catone, XXXIV 4, 4), si configura per il biografo, che ripete compiaciuto un’affermazione attribuita allo stesso Marcello, come un mezzo per ingentilire e istruire i Romani (21).

Mosaico con la morte di Archimede. Copia cinquecentesca. Städelsches Kunstinstitut, Frankfurt a.M.

La morte di Archimede. Copia del XVI sec. di un mosaico romano. Frankfurt a.M., Städelsches Kunstinstitut. «E in particolare la sciagura di Archimede addolorò Marcello. Accadde infatti che egli stesse esaminando qualcosa tra sé su un disegno e, avendo dedicato alla ricerca della soluzione contemporaneamente sia la concentrazione che lo sguardo, non si accorse in tempo dell’accorrere dei Romani né della presa della città; e quando improvvisamente gli si presentò un soldato e gli ordinò di seguirlo da Marcello, non voleva prima di concludere il problema e di condurlo alla dimostrazione; e quello, adiratosi e avendo estratto la spada, lo uccise». (Plut., Marc. 19, 4)

La priorità vantata da Plutarco pone, allora, Marcello al primo posto in quell’elenco di illustri Romani ricordati più sopra, che la storiografia greca presentava come esemplari del mondo romano, e quasi come garanzia di legittimità per l’egemonia di Roma.

Di quali materiali sia, in ultima analisi, contesta la biografia plutarchea di Marcello non è facile dire: elementi polibiani e annalistici sono presenti, variamente mescolati a notizie di differente provenienza: il tutto probabilmente inserito su di uno schema biografico precedente e con personali apporti di Plutarco[4]. Il quale cita quattro volte Posidonio (1, 1; 9, 7; 20, 11; 30, 8 = Jacoby, FGrHist F 41-42-43-44; commento a IIC, pp. 189-190). Mentre il De Sanctis riteneva molto circoscritta l’utilizzazione di questo storico, un allievo di F. Jacoby, M. Mühl, in un’ampia ricerca apposita, sostenne la teoria, basata su di un’interpretazione unitaria della biografia, che la personalità di Marcello aveva formato l’oggetto di un’opera particolare di Posidonio, seguita da Plutarco[5]. In quest’opera lo storico di Apamea aveva voluto raffigurare il generale romano come modello di uomo politico, educato dal pensiero stoico, esempio di umanità e di clemenza, aperto consapevolmente all’influenza della cultura greca. L’operetta sarebbe stata offerta da Posidonio ad un discendente di Marcello, e precisamente al console del 51 a.C. F. Münzer in una recensione della ricerca di Mühl, mentre riconosceva la validità dell’interpretazione idealizzata in senso stoico di Marcello nella biografia plutarchea, respingeva l’ipotesi di uno scritto speciale e sosteneva l’idea di un excursus biografico nelle Storie posidoniane, secondo ben noti esempi della storiografia greca classica[6]. I rapporti di Posidonio con il Marcello edile nel 91 a.C., padre del console del 51, spiegherebbero l’origine di questa digressione in onore dell’antenato. Il Münzer, tuttavia, avanzava dubbi (e probabilmente a ragione: contra Jacoby, IIC, p. 190) sull’appartenenza a questo excursus di tutti e quattro i rinvii posidoniani della biografia.

Anche il Jacoby, pur non escludendo la possibilità di uno scritto biografico particolare, preferiva pensare ad un excursus delle Storie. Poiché il F 51 (=Strab. 3.4.13: introduzione alla guerra contro Viriato) ricorda il Macello console nel 152, egli pensava di collocare a quel punto l’excursus stesso, sempre spiegato con le personali relazioni di Posidonio con la famiglia dei Marcelli.

La biografia plutarchea presenta indubbiamente un’interpretazione di Marcello coerente e unitaria. Il fulcro di questa interpretazione, al di là del tono generale naturalmente elogiativo, è rappresentato dall’atteggiamento umano di Marcello a Siracusa nel cap. 19; dal brano, riferito esplicitamente a Posidonio, nel cap. 20 sul comportamento di Marcello verso i vinti siciliani; e dall’interpretazione favorevole a Roma, e in netta posizione polemica con Polibio, del bottino siracusano. Non vi è alcun motivo per attribuire a Posidonio altro materiale della biografia, né il tono generale della stessa, che sarà capace rielaborazione e inquadramento plutarcheo del materiale disparato. Le altre tre citazioni di Posidonio (oltre a quella del cap. 20) sono marginali. Münzer era portato a ritenere che le prime due (1, 1: sul significato del cognomen Marcellus; 9, 7: Marcello spada, Fabio Massimo scudo di Roma, ricorrente anche in Fab. Max. 19, 1-4) non appartenessero all’excursus. La quarta (30, 8) ricorda un’offerta di Marcello dal bottino siracusano al tempio di Atena a Lindo con la relativa iscrizione: essa si riconnette alla tematica del cap. 20. La mia conclusione è, dunque, che non vi è alcun motivo per ritenere con il Mühl che l’excursus di Posidonio contenesse una vera e propria, se pur breve, biografia del personaggio. Ritengo più probabile, valorizzando la tematica della citazione al cap. 20, che le notizie su Marcello, con un’idealizzazione in senso stoico, avessero un ambito più limitato e, al tempo stesso, più pertinente al contesto delle Storie nel quale erano inserite. Naturalmente questo mio ragionamento non respinge la spiegazione, avanzata sia dal Mühl che dal Münzer e dal Jacoby, che i rapporti dello storico di Apamea con qualche membro della famiglia dei Marcelli possono in qualche modo aver influenzato la sua interpretazione del grande antenato (sebbene questa teoria non abbia più gran valore). Se consideriamo allora, che il frammento di Posidonio al cap. 20 si riferisce specificamente all’atteggiamento umano di Marcello in Sicilia, ritengo probabile che le notizie su Marcello (l’excursus) si trovassero per l’appunto in un contesto di storia siciliana. Non è difficile indicare dove: nella premessa alla narrazione della prima guerra servile.

È un dato oramai generalmente accettato che la narrazione posidoniana delle guerre servili in Sicilia (dal libro VIII in avanti delle Storie) si ritrova nei frammenti dei libri XXXIV/XXXV di Diodoro. La narrazione diodorea è per noi ricostruibile dal riassunto di Fozio e dai vari escerti costantiniani. I rapporti fra questi due gruppi di notizie sono certamente complessi e sono stati anche di recente rimessi in discussione[7]: esistono evidenti parallelismi, ma anche passi non facilmente riconducibili ad un’esposizione già all’origine unitaria (nel Jacoby F 108 le varie narrazioni sono giustapposte). Certamente bisogna considerare con attenzione e cautela i differenti intendimenti e le diverse «lavorazioni» del testo «posidoniano» di Diodoro nel riassunto di Fozio e negli excerpta.

Ad ogni modo, soprattutto dall’inizio del riassunto di Fozio appare chiaro che la narrazione posidoniana della prima guerra servile era introdotta da un’esposizione della storia della provincia romana nei sessant’anni della sua istituzione, vale a dire dalla fine della seconda guerra punica. La notazione cronologica con cui si apre il testo di Fozio, appartiene certamente a Posidonio così come la nota, per nulla banale, che quel periodo era stato in tutti i suoi aspetti felice per la provincia. L’intendimento dello storico era, evidentemente, di contrapporre la buona amministrazione e la prosperità di quegli anni al successivo periodo con il grave peggioramento e deterioramento della situazione dovuti in larga misura agli equites. Le cause di questa nuova situazione sono individuate dallo storico nel modificarsi delle condizioni economiche e sociali dell’isola con i gravissimi riflessi anche nel campo politico-amministrativo per il coinvolgimento dei governatori stessi, e il loro atteggiamento verso i provinciali. Questo quadro introduttivo travalicava, forse, i limiti del periodo anteriore alla prima guerra servile e forniva le motivazioni di fondo di tutta la situazione della provincia di Sicilia: si potrebbe spiegare, così, l’accenno, anacronistico avanti il 122 a.C., agli equites che giudicavano i governatori provinciali nella quaestio de repetundis. I cavalieri erano notoriamente la bestia nera di Posidonio.

Penso che proprio all’inizio di questa introduzione storica sulla provincia di Sicilia, e in piena consonanza con essa, anni felici per la Sicilia, si collocassero le notizie su Marcello e sul suo comportamento umano e clemente verso le città siciliane: quasi a mostrare quali erano state fin dal principio la politica romana nell’isola e la bontà dell’amministrazione, che, poi, dopo circa sessant’anni, avevano assunto modi tutt’affatto diversi. Quanto Posidonio tenesse a mettere in evidenza i meriti dei governatori provinciali romani che avevano amministrato saggiamente le province loro affidate, è ben noto. Ma val la pena di ricordare l’alto elogio che egli tesseva di un governatore della Sicilia, probabilmente L. Sempronio Asellio, dopo la seconda guerra servile, e della sua opera illuminata per restaurare il benessere della provincia (Diod. XXXVII 8).

M. Claudio Marcello. Statua, marmo. Roma, Musei Capitolini.

M. Claudio Marcello. Statua, marmo. Roma, Musei Capitolini.

È in questa prospettiva che, a mio credere, si collocano assai bene le lodi per Marcello e per il suo comportamento in Sicilia al momento della conquista: un rovesciamento profondo nella valutazione del responsabile della distruzione di Siracusa e della morte di Archimede, fatti che avevano colpito in modo assai grave la coscienza civile e la sensibilità politica e culturale greca[8].

Certamente per Posidonio uomini come Marcello avevano legittimato l’egemonia romana fin dal suo nascere e da loro dovevano venire l’esempio e la garanzia per la rigenerazione della classe di governo romana. Alla valutazione realisticamente negativa di Polibio e alla critica del moralismo tradizionalista riflessa poi in Livio, Posidonio contrapponeva il valore culturale del trasporto a Roma del bottino artistico da Siracusa. Per questa via Marcello diventava consapevolmente anche uno dei tramiti, e cronologicamente anzi il primo, del processo di introduzione della cultura greca a Roma; un problema storico che, da un punto di vista specificamente culturale, non aveva che scarsamente interessato Polibio, ma che era invece capitale nelle riflessioni politico-filosofiche e storiografiche di Panezio e di Posidonio.

 

 

 

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Note:

[1] E. Gabba, P. Cornelio Scipione Africano e la leggenda, Atheneum 53 (1975), pp. 3-17.

[2] E. Gabba, Storiografia greca e imperialismo romano, RSI 86 (1974), pp. 638-640.

[3] Cfr. spec. P. Desideri, L’interpretazione dell’impero romano in Posidonio, RIL 106 (1972), pp. 481-493; inoltre H. Strasburger, Poseidonios on Problems of the Roman Empire, JRS 55 (1965), pp. 40-53; P. Treves, La filosofia greca e il diritto romano, I, Acc. Naz. Lincei, Problemi di attualità di Scienza e di Cultura, n. 221, Roma 1976, pp. 27-65.

[4] G. De Sanctis, Storia dei Romani 2, III 2, pp. 366-373; R. Flacelière – E. Chambry, Plutarque, Vies, IV, Paris 1966, pp. 179-191.

[5] M. Mühl, Posidonios un der plutarchische Macellus. Untersuchungen zur Geschichtsschreibung des Posidionios von Apameia (Klassïsche-Philologische Studien, 4), Berlin 1925. 

[6] F. Münzer (rev.), Poseidonios und der plutarchische Marcellus by Max Mühl, Gnomon 2 (1925), pp. 96-100.

[7] ] F.P. Rizzo, Posidonio nei frammenti diodorei sulla prima guerra servile in Sicilia, in Studi di Storia Antica offerti dagli allievi a E. Manni, Roma 1976, pp. 259-293. Cfr. anche G.P. Verbrugghe, Narrative Pattern in Posidonius’ History, Historia 24 (1975), pp. 189-204 e Id., Sicily 210-70 B.C.: Livy, Cicero and Diodorus, TAPhA 103 (1972), pp. 535-559. Per Diodoro mi riferisco all’edizione di F.R. Walton, Diodorus of Sicily, XII, London-Cambridge 1967, p. 56 sgg. (Loeb Classical Library).

[8] Un cenno all’ipotesi qui prospettata è già in A. Klotz, Die Quellen der Plutarchischen Lebensbeschreibung des Marcellus, RhM 83 (1934), p. 294.

La nascita della storiografia latina

Denario di Q. Fabio Pittore (126 a.C.). Recto - Testa paludata di Roma. Verso - Q. Fabio Pittore in veste di Flamen Quirinalis.

Denario di Q. Fabio Pittore (126 a.C.). Recto – Testa paludata di Roma. Verso – Q. Fabio Pittore in veste di Flamen Quirinalis.

di A. La Penna, La cultura letteraria a Roma, Bari-Roma 1986.

La storiografia in prosa nacque probabilmente dopo l’epos storico: infatti, è probabile che Fabio Pittore scrivesse dopo il Bellum Poenicum di Nevio (anche se la questione è discussa). Prima di Nevio, però, esisteva, come s’è già detto, la cronaca annuale in prosa dei pontefici; non è arrischiato supporre che il pontefice massimo, oltre la cronaca che scriveva sulla tabula dealbata, tenesse nel suo archivio dei commentarii (o qualche cosa di simile), documenti raccolti e una cronaca più dettagliata, su cui si sarebbe poi fondata, nel II secolo a.C., la compilazione degli Annales maximi. È difficile che esistesse una vera narrazione, con valutazione più o meno esplicita di fatti e persone. È credibile che Fabio Pittore dalla cronaca pontificale ereditasse l’impostazione annalistica e ne attingesse materiale; ma la rottura, il salto erano resi più evidenti dall’uso del greco. A spiegare la scelta di questa lingua non si può addurre a una ragione certa: può aver giocato la mancanza di una prosa letteraria latina, ma è meno improbabile la ragione più spesso addotta: l’opera, in polemica con storici greci favorevoli a Cartagine, si rivolgeva anche a un pubblico non latino, che conosceva la lingua greca. Naturalmente si rivolgeva anche al pubblico colto romano (poco più esteso, come s’è già detto, dell’élite politica), poiché già nella seconda metà del III secolo a.C. l’insegnamento successivo a quello elementare (e poi anche quello elementare) incomincia dal greco. D’altra parte è una novità rilevante, quasi sorprendente, che uno scrittore latino si rivolga a un pubblico di ambito mediterraneo.
Mentre la poesia è prodotta da liberti o clienti che provenivano da altri paesi, la storiografia è prodotta da uomini della nobilitas: l’uomo politico si occupa di diritto, cerca di essere un buon oratore oltre che un buon capo militare, e da ora in poi non disdegna di scrivere storia. Nella storiografia l’ispirazione (o il veleno) proveniente dall’impegno politico è più immediata e forte che in altri generi di letteratura. Fabio si rifà alle origini di Roma, ma dedica una parte, forse rilevante, dell’opera alla seconda guerra punica, alla quale ha partecipato lui stesso; probabilmente ha introdotto nell’opera anche qualche elemento autobiografico: non senza ragione si ritiene che Livio (Ab Urbe condita, XXII 57,5; XXIII 11,1 sgg.) attinga da Fabio quando riferisce con dettagli la missione dello stesso Fabio presso l’oracolo di Delfi durante la seconda guerra punica. Sotto questo aspetto egli avrà accentuato una libertà che era già nell’epos storico: per es., Nevio nel Bellum Poenicum aveva ricordato la sua milizia nella prima guerra punica; Ennio negli Annales menzionò il suo accesso alla cittadinanza romana.
Anche se Fabio polemizzava contro storici greci, teneva d’occhio innanzi tutto i problemi interni dello Stato romano. Come generalmente l’élite politica contemporanea, egli riteneva che alla potenza di Roma verso i nemici esterni contribuisse in misura decisiva la conservazione scrupolosa dell’antico patrimonio di culti religiosi, istituzioni politiche e giuridiche, costumi: Fabio ne ricercava le origini e talvolta li descriveva minutamente. Senza escludere che la storiografia greca stimolasse la sua curiosità, la spinta più importante era nel rispetto e nell’amore per il patrimonio religioso e morale della civitas. Quest’interesse di Fabio si ritroverà abbastanza vivo nella storiografia arcaica latina. D’altra parete l’amore per il prestigio della res publica non escludeva affatto l’amore per il prestigio della gens o della famiglia. Rintracciare in Livio le deformazioni operate dalle sue fonti per accrescere la gloria di questa o quella delle grandi famiglie è compito dai risultati necessariamente incerti, ma tutt’altro che futile. Anche sotto questo aspetto l’epos storico avrà presentato analogie: se non abbiamo indizi in Nevio, ne abbiamo in Ennio, benché resti difficile approdare a conclusioni sicure. E questo proposito va ricordato quanto materiale utile alla storiografia offrivano gli archivi delle grandi famiglie.
La storiografia in latino fu iniziata in vecchiaia da Catone, che irrideva Aulo Postumio Albino, autore di annali in greco; egli non avrebbe mai riconosciuto che senza Fabio Pittore e gli altri annalisti in greco difficilmente la storiografia in latino sarebbe nata già adulta, come si dimostra nelle Origines. La storia viene ancora scritta dall’élite politica, e questa volta da un uomo politico di primo piano, il che non trova vere analogie nello sviluppo futuro (parlo della storia in senso stretto, come l’intendevano gli antichi, non dei commentari). Naturalmente Catone è ben lontano dal porre il compito della storiografia come il più importante della sua vita. Non per caso vi si dedicò solo da vecchio: prima era occupato a far politica, e questo era il compito veramente importante per un romano della nobilitas. Scrivere storia, però, è già per Catone un compito rispettabile per l’uomo politico, un modo degno di occupare l’otium dopo i negotia: giacché l’homo clarus atque magnus deve render conto, oltre che dei suoi negotia, anche del suo otium: questo era l’argomento che nel proemio dell’opera (fr.2 Peter = 2 Schröder) egli usava per giustificare il suo impegno di storico. L’argomento si inserisce in una riflessione della cultura latina sull’uso dell’otium incominciata almeno da Scipione l’Africano. L’otium è concepito o come relaxatio dell’animo necessaria a ritemprare le energie per i negotia o come meditazione o attività letteraria riguardante pur sempre i negotia: in ogni caso si tratta di un otium integrato nella vita politica, privo di valori autonomi. È opportuno rilevare fin da ora che il dibattito si prolungherà per secoli, che sarà vivo fino a Seneca: non è illegittimo prenderlo come un punto di riferimento non secondario nella storia della cultura latina.

Famiglia Porcia, M. Porcius Cato. Quinario, 101 a.C.

Famiglia Porcia, M. Porcius Cato. Quinario, 101 a.C.

Nelle Origines impegno politico e aggressività erano probabilmente più forti che in Fabio; certamente più forte era il peso che Catone dava all’autobiografia; anzi una parte dell’opera era un’apologia o una celebrazione di sé. La notevole presenza dell’autobiografia convergeva con la forte tendenza a privilegiare la storia contemporanea, che nell’opera aveva un posto molto ampio (le erano dedicati tre dei sette libri). Il caso, ben lungi dall’essere eccezionale, si inserisce in una tendenza generale della storiografia antica, che i Latini non hanno ricalcata, bensì sviluppata per proprie naturali esigenze. Livio (præf. 4) sa che il pubblico aspetta con interesse molto più vivo le parti dell’opera in cui narrerà la storia recente. Non l’interesse intellettuale per il passato, ma il bisogno appassionato di conoscere il proprio tempo è la prima molla della storiografia antica, anche se si può sostenere giustamente che solo raffrenando quel primo impulso la storia diventa vera conoscenza intellettuale.
L’esperienza politica fu un ricco nutrimento per l’opera storica di Catone. Impegnatissimo e combattivo nelle lotte che ardevano all’interno della città, egli aveva, però, larghi orizzonti. Forse anche perché di origine extraurbana (proveniva da Tuscolo), egli rivolse la sua attenzione anche alla storia dei popoli italici, alle cui origines dedicò il II e il III libro dell’opera. Nel Libro V inserì il suo discorso pro Rhodiensibus: ciò serviva all’apologia di se stesso, ma metteva anche in rilievo i problemi di politica internazionale. Prima della terza guerra punica una parte dell’élite politica pensò a una specie di equilibrio fra le potenze ancora autonome nell’ambito del Mediterraneo, e anche Catone per qualche tempo dovette ritenere che quella soluzione fosse possibile e vantaggiosa.

Patrizio Torlonia (testa 535), copia del I secolo d.C. da una originale dell'80-75 a.C., Roma, Collezione Torlonia.

Patrizio Torlonia (testa 535), copia del I secolo d.C. da una originale dell’80-75 a.C., Roma, Collezione Torlonia.

Anche nell’opera della vecchiaia resta in primo piano il problema dell’integrità della società romana: come tener saldo l’assetto dello stato aristocratico, quale deve essere l’etica e la cultura della città, come eliminare le forze centrifughe. Homo novus, entrato nella nobilitas dopo che questa era stata in parte distrutta nella seconda guerra punica, ne aveva fatti propri gli interessi: egli elabora un’ideologia dell’uomo che s’innalza grazie alla sua virtù, soprattutto restando attaccato al modello agrario di parsimonia, laboriosità, energia, ma non contesta affatto il diritto e il dovere della nobilitas a governare; anzi mira a ridarle quella morale e quell’energia che la rendano degna e capace del ruolo che le spetta. L’origine extraurbana, la tradizione sabina, l’esperienza della campagna sono da lui valorizzate in contrasto con la debolezza della città di fronte alla corruzione, senza però creare una frattura fra città e retroterra. Nessuno più impegnativamente e coscientemente di lui ha raccolto e rafforzato il bisogno di mantenere l’equilibrio e la coesione della nobilitas, contrastando le personalità politiche di prestigio eccezionale, come Scipione l’Africano. Egli cercò, non senza successo, di soffocare sul nascere il culto carismatico delle grandi personalità. Una concezione “eroica” della storia stava già penetrando nella cultura romana e trovava qualche spazio negli Annales di Ennio; Catone elaborò, specialmente nell’opera storica, una concezione “storicistica”, che metteva l’accento, nella storia romana, sul lento formarsi, attraverso generazioni e attraverso secoli, dello Stato e delle istituzioni, sulla partecipazione collettiva alla costruzione dell’organismo pubblico (anche se la collettività era, in definitiva, l’élite politica), sulla continuità, la mancanza di rotture che garantiva la stabilità.

Testa di Ennio, III-II secolo a.c. (dalla Tomba degli Scipioni). Roma, Musei Vaticani.

Testa di Ennio, III-II secolo a.c. (dalla Tomba degli Scipioni). Roma, Musei Vaticani.

L’opera storica chiudeva con grande coerenza un compito politico e culturale che Catone aveva assolto per tutta la vita come oratore e come autore di vari trattati (tra i quali si conserva quello De agricultura). Per lo più egli è stato visto come un difensore della tradizione romana contro l’ellenizzazione, del passato contro il presente. L’interpretazione non manca di ragioni valide. La lotta contro la penetrazione della cultura greca per molte vie, che andavano dal lusso della tavola alla letteratura, dai divertimenti alla religione, fu costante e accanita. Egli conquistò un largo consenso; nel 186 a.C. ci fu la pesante repressione dei culti bacchici, nel 173 l’espulsione dei filosofi epicurei Alceo e Filisco, nel 161 l’espulsione di filosofi e retori, nel 155 il rapido rinvio dei filosofi greci mandati come ambasciatori; forse nel 154 fu impedita la costruzione di un teatro in pietra (Livio, Ad Urbe condita XLVIII; Valerio Massimo, II 4,2). Può darsi, però, che nel rifiuto della cultura greca altri andassero più in là di Catone. Egli non era affatto chiuso all’influenza intellettuale greca: nelle Origines è stata avvertita l’influenza del Timeo; persino nel De agricultura si rintracciano elementi di scienza greca. Questo trattato dimostra bene come Catone sapesse capire le esigenze nuove: è noto che il suo modello di “azienda agricola”, di notevoli dimensioni, è aggiornato ai mutamenti dell’economia. Al centro del suo compito intellettuale è la fondazione di una cultura radicata nella tradizione, ma non vecchia, viva e non irrigidita, che costituisse la base dell’educazione morale e politica. ispirazione e organismo dovevano essere romani, non greci, ma gli apporti greci erano accolti, se non proclamati. In una certa misura, che non va forzata, il suo compito è analogo a quello che, con altra apertura verso la cultura greca, si proporrà Cicerone. Già Catone affronta il compito come rimedio a un processo di decadenza della società di cui ha preso coscienza e che interpreta soprattutto come una crisi morale. Anche in questa interpretazione della crisi ci sono convergenze con la cultura greca e suggerimenti da essa provenienti. La coscienza inquieta della decadenza diventa da ora in poi una costante della cultura latina.

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