Il castigo dei traditori: Silla e le città d’Asia

di F. Cerato, su ClassiCult.it, 10 ottobre 2018 (ribloggato).

 

Nell’anno 85 a.C. il proconsole romano, L. Cornelio Silla, dopo aver distrutto le poderose armate pontiche di Mitridate VI Eupatore per ben due volte (a Cheronea e ad Orcomeno, in Beozia), costrinse l’irriducibile nemico ad accettare delle condizioni di pace durissime.

 

Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, ritratto come Eracle. Marmo, I secolo d. C., dal Musée du Louvre. Foto Wikipedia User:Sting, CC BY-SA 2.5

 

Il trattato prevedeva la cessione da parte del sovrano pontico di 70 navi da guerra, un corpo di 500 arcieri e 2.000 talenti d’argento di indennizzo, nonché l’abbandono immediato di tutti i territori occupati dopo l’invasione dell’Anatolia occidentale nell’88 a.C. (primo anno di guerra). L’incontro personale tra Silla e Mitridate, descritto principalmente da Plutarco (Sull. 24; Luc. 4, 1) e da Appiano (Mith. 56-57), avvenne a Dardano, nella Troade, dopo la metà di settembre, e, durante il breve colloquio, malgrado le iniziali riserve del sovrano, l’imperator fece intendere perfettamente di avere in pugno la situazione: la conclusione del trattato fu rapida, tanto quanto il rientro delle forze mitridatiche entro i confini patri. Secondo Sherwin-White (1984: 145-148), Silla avrebbe sollecitato il raggiungimento dell’accordo poiché era impaziente di dedicarsi totalmente alla lotta contro i propri avversari politici in Italia; al contrario, Kallet-Marx (1996: 264 n. 13) si è detto non convinto da tale interpretazione.

 

Asia Minore. Opera di Caliniuc, CC BY-SA 4.0

 

Qualsiasi siano state le reali motivazioni del generale vittorioso, il trattato di Dardano permise a Silla di dedicarsi ad una riorganizzazione dell’assetto politico, amministrativo e fiscale di una regione gravemente danneggiata dalla guerra mitridatica e vessata dall’occupazione delle numerose armate pontiche. Innanzitutto, Silla restituì i territori della Bitinia e della Paflagonia a re Nicomede IV e la Cappadocia ad Ariobarzane I, entrambi sovrani legittimati e riconosciuti dal Senato romano[1]; quindi, restaurò la provincia di Asia, suddividendola in 44 distretti amministrativi; abolì il sistema fiscale delle decime sui raccolti, ma introdusse l’imposizione di un tributo a canone fisso a tutte le città della provincia; infine, assegnò l’onere di eseguire il prelievo esattoriale ad alcuni uomini di fiducia, dal momento che i publicani, che normalmente svolgevano tale compito, erano stati letteralmente eliminati dalla popolazione greca nel corso dell’eccidio dell’88 a.C.[2] Il generale romano, inoltre, nella distribuzione di premi e di indennizzi tenne conto della fedeltà alla causa mostrata da alcune comunità della regione (quali Ilio, Rodi, Chio, Magnesia, Smirne) e, in virtù del valore dei loro abitanti, garantì ad esse l’immunitas (una sorta di esenzione fiscale) e lo status di liberae civitates[3].

 

Teatro Efeso

Teatro di Efeso. Foto di Luigi Rosa, CC BY-SA 2.0

 

Diversamente, nei confronti di quelle città che, per loro stessa delibera, si erano colluse con il re nemico («avevano mitridatizzato»), partecipando al massacro degli Italici dell’88, Silla si mostrò particolarmente severo e spietato: emblematico è il caso di Efeso, tra i cui abitanti furono individuati i maggiori responsabili del terribile eccidio contro i mercatores. Un frammento dell’epitome di Granio Liciniano (35. 82, 22), riferibile a quegli eventi, ricorda che i princeps belli (così furono chiamati i mandanti) furono tutti condannati alla pena capitale. Interessante, a questo proposito, è un passo tratto dai Mithridatikà di Appiano, nel quale lo storico, dopo aver spiegato il trattamento riservato ai «fautori dei Cappadoci» (un altro modo per indicare i rei di “mitridatismo”), Silla fece diffondere per tutta la provincia un’ordinanza con la quale convocava a Efeso tutti i maggiorenti delle città. Nel luogo e nella data convenuti, l’imperator tenne il seguente discorso:

 

«Noi giungemmo in Asia con un esercito, per la prima volta, dopo che Antioco, re dei Siriani, ebbe devastato il vostro territorio. Cacciatolo e avendogli imposto quali confini il fiume Halys e la catena del Tauro, noi non diventammo vostri padroni, benché foste passati da lui a noi, ma vi abbiamo lasciato in totale autonomia – tranne quelli di voi che affidammo ai nostri alleati, re Eumene e i Rodii, non perché ne fossero tributari, bensì perché fossero posti sotto la loro protezione. Ne è la prova il fatto che, quando i Licii vennero a lamentarsi per la condotta dei Rodii, noi glieli togliemmo. Così ci siamo comportati nei vostri confronti: voi, invece, quando Attalo Filometore per testamento ci lasciò il proprio regno, per quattro anni voi avete combattuto contro di noi al fianco di Aristonico, finché anche Aristonico fu catturato e la maggior parte di voi si arrese o per costrizione o per paura. Malgrado questa vostra condotta, ugualmente per ventiquattro anni avete raggiunto un alto livello di prosperità e di benessere, sia a livello privato sia a livello pubblico. Ma poi, a causa della pace e del lusso, voi siete diventati di nuovo tracotanti e, approfittando del nostro impegno in Italia, alcuni di voi hanno invocato Mitridate, altri sono passati dalla sua parte dopo il suo arrivo. Ma quello che è più infame è stato il fatto di avergli ubbidito, massacrando in uno stesso giorno tutti gli Italici, con i figli e le madri, e non avete risparmiato nemmeno, grazie ai vostri dèi, quelli che si erano rifugiati nei santuari. Di queste azioni avete pagato il fio allo stesso Mitridate, che si rivelò infido persino nei vostri confronti, seminando presso di voi eccidi e confische, perpetrando ridistribuzioni di terre, cancellazioni di debiti e liberazioni di schiavi, imponendo governi tirannici ad alcune città e compiendo numerosi atti di brigantaggio per terra e per mare, di modo che, immediatamente, voi poteste avere la prova e il confronto di quali patroni vi siete scelti al posti di quali altri. I fautori di tutto questo hanno ricevuto un ben meritato castigo, ma occorre che lo abbiate pure voi che avete commesso simili azioni, e bisognerebbe aspettarsi che tale punizione sia proporzionata al male che avete compiuto. I Romani, tuttavia, non concepirebbero neppure empie stragi o confische sconsiderate o insurrezioni di schiavi o altre amenità degne dei barbari. Ancora per riguardo della vostra stirpe, della vostra grecità e della sua fama in Asia e per il buon nome che è molto caro ai Romani, vi condanno soltanto a pagare immediatamente cinque anni di tributi, nonché tutte le spese di guerra che io stesso ho già sostenuto e quelle che dovrò sobbarcarmi per sistemare le restanti questioni. Dividerò io stesso queste contribuzioni per città e ordinerò le scadenze dei versamenti; a coloro che disubbidiranno impartirò un castigo degno di nemici!»[4].

 

Efeso Biblioteca di Celso

Efeso, la Biblioteca di Celso, realizzata in età traianea. Foto di Paul, CC BY-SA 2.0

 

La risolutezza e la severità di Silla calarono sulle città d’Asia come un fulmine a ciel sereno. Per potersi ingraziare le ricchissime città della regione, infatti, Mitridate le aveva esentate dalla corresponsione di tutti i tributi per almeno un lustro; la vittoria dei Romani, invece, significò un ritorno all’ordine. Stando alla testimonianza di Plutarco (Sull. 25, 4; Luc. 4, 1), l’ammenda imposta da Silla ammontava a 20.000 talenti d’argento (equivalenti a circa 480.000.000 di sesterzi romani). Mastrocinque (1999a: 88-89), sulla base delle fonti epigrafiche, ha mostrato che diverse comunità asiatiche raccolsero una serie di documenti da impugnare di fronte ai vincitori per potersi scagionare dall’accusa di “mitridatismo” e salvarsi dalle dure punizioni[5]. Arrayás-Morales (2013: 517-533) ha messo in luce quanto fosse stato difficile per l’aristocrazia ellenica microasiatica ricucire i vecchi rapporti di mutua stima e fiducia nei confronti di Roma, soprattutto a seguito del terribile massacro dell’88 a.C.

 

Silla moneta

L. Cornelio Silla. Denario, Asia o Grecia, 84-83 a.C. Ar. 3, 55 gr. Recto: un capis e un lituus, paramenti sacri, posti tra due trofei; nella legenda: imper(ator) / iterum. Foto Classical Numismatic Group, Inc., CC BY-SA 3.0

 

D’altra parte, l’imposizione di un forte indennizzo ai traditori serviva, almeno sulla carta, a ripristinare il gettito ordinario delle entrate nella provincia, interrotto, appunto, da cinque anni di “pax Pontica”. La riscossione delle ammende, tuttavia, si svolse in maniera irregolare, poiché – a quanto pare – Silla fu costretto ad affidarla ad emissari senza scrupoli, che espletarono il proprio incarico con metodi estremamente rudi e impietosi. Fra l’altro, da Appiano (Mith. 63, 261) si apprende che quasi tutte le città sottoposte al pagamento dell’indennizzo furono costrette a ipotecare persino gli edifici pubblici (teatri, ginnasi, templi, ecc.), infrastrutture di vario genere (porti, fortificazioni, ecc.) e proprietà fondiarie demaniali per poter sostenere una cifra esorbitante nel più breve tempo possibile; Plutarco (Luc. 20, 4) parla addirittura della crescita esponenziale del debito pubblico per la maggior parte delle comunità. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la scelta del generale di affidare l’esazione ai suoi fosse principalmente dettata da ragioni politiche: i publicani, che avrebbero potuto raggiungere la provincia, essendo per lo più esponenti del ceto equestre, simpatizzavano per gli avversari mariani[6]. Brunt (1956: 17-25), al contrario, ha ritenuto che fosse più logico che Silla impartisse la riscossione del tributo ai propri fiduciari, dal momento che si trovava a corto di liquidità e – tra le altre spese di guerra – doveva pur pagare gli arretrati ai suoi soldati[7].

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Silla

L. Cornelio Silla. Busto, marmo, I sec. d.C. Monaco di Baviera, Glyptothek

 

Note:

[1] Si vd. App. Mith. 60, 249; Gran. Lic. 35. 83, 22 Crin.

[2] Si vd. App. Mith. 61, 250.

[3] Cfr. Kallet-Marx (1996: 264-273, 275-278); Campanile (1996: 158-159), Santangelo (2007: 122), Ñaco del Hoyo et al. (2009: 40), (2011: 298-302).

[4] App. Mith. 62, 253-260. Cfr. Campanile (2003: 271-275).

[5] Cfr. Mastrocinque (1999b: 55 n. 175).

[6] Si vd. Broughton (1938: 518-519, 544-545), Magie (1950: I 250-252, II 1116-1117 n. 46), Hill (1952: 69).

[7] Cfr. anche Nicolet (1966: I, 352-353), Mastrocinque (1999b: 91-94).

 

 

Bibliografia:

Arrayás-Morales (2013) = I. Arrayás-Morales, Élites en conflicto. El impacto de las guerras mitridàticas, Athenaeum 101 (2013), 517-533.

Broughton (1938) = T.R.S. Broughton, Roman Asia Minor, in T. Frank et al. (eds.), An Economic Survey of Ancient Rome, Baltimore 1938, IV, 499-918.

Brunt (1956) = P.A. Brunt, Sulla and the Asian Publicans, Latomus 15 (1956), 17-25.

Campanile (1996) = M.D. Campanile, Città d’Asia Minore tra Mitridate e Roma, in B. Virgilio (ed.), Studi ellenistici VIII, Pisa-Roma 1996, 145-173.

Campanile (2003) = M.D. Campanile, L’infanzia della provincia d’Asia: l’origine dei ‘conventus iuridici’ nella provincia, in C. Bearzot, F. Landucci, G. Zecchini (eds.), Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano 2003, 271-288.

Hill (1952) = H. Hill, The Roman Middle Class in the Republican Period, Oxford 1952.

Magie (1950) = D. Magie, Roman rule in Asia Minor to the end of the third century after Christ, I-II, Princeton 1950.

Mastrocinque (1999a) = A. Mastrocinque, Comperare l’immunitas, MedAnt 2 (1999), 88-89.

Mastrocinque (1999b) = A. Mastrocinque, Studi sulle guerre Mitridatiche, Stuttgart 1999.

Ñaco del Hoyo et al. (2009) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The impact of the Roman Intervention in Greece and Asia Minor upon Civilians (88-63 BC), in B. Antela-Bernárdez, T. Ñaco del Hoyo (eds.), Trasforming Historical Landscapes in the Ancient Empires, Oxford 2009, 33-51.

Ñaco del Hoyo et al. (2011) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The Ultimate Frontier between Rome and Mithridates: War, Terror and the Greek Poleis (88-63 BC), in O. Hekster, T. Kaizet (eds.), The Frontiers of the Roman World, Leiden-Boston 2011, 291-304.

Nicolet (1966) = C. Nicolet, L’ordre équestre à l’époque républicaine (312-43 a.C.), I, Paris 1966.

Santangelo (2007) = F. Santangelo, Sulla, the Elites and the Empire. A Study of Roman Policies in Italy and the Greek East, Leiden-Boston 2007.

Sherwin-White (1984) = A.N. Sherwin-White, Roman foreign policy in the East: 168 B.C. to A.D. 1, London 1984.

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La battaglia di Zela – 2 agosto 47 a.C. (fonti)

 

Plut. Caes. 50 [Plutarco, Vite parallele: Cesare, intr. A. La Penna, tr. D. Magnino, Milano 2009(2), 434-435 (con note)]

 

κἀκεῖθεν ἐπιὼν τὴν Ἀσίαν ἐπυνθάνετο Δομίτιον μὲν ὑπὸ Φαρνάκου τοῦ Μιθριδάτου παιδὸς ἡττημένον ἐκ Πόντου πεφευγέναι σὺν ὀλίγοις, Φαρνάκην δὲ τῇ νίκῃ χρώμενον ἀπλήστως καὶ Βιθυνίαν ἔχοντα καὶ Καππαδοκίαν Ἀρμενίας ἐφίεσθαι τῆς μικρᾶς καλουμένης, καὶ πάντας ἀνιστάναι τοὺς ταύτῃ βασιλεῖς καὶ τετράρχας. [2] εὐθὺς οὖν ἐπὶ τὸν ἄνδρα τρισὶν ἤλαυνε τάγμασι, καὶ περὶ πόλιν Ζῆλαν μάχην μεγάλην συνάψας αὐτὸν μὲν ἐξέβαλε τοῦ Πόντου φεύγοντα, τὴν δὲ στρατιὰν ἄρδην ἀνεῖλε· [3] καὶ τῆς μάχης ταύτης τὴν ὀξύτητα καὶ τὸ τάχος ἀναγγέλλων εἰς Ῥώμην πρός τινα τῶν φίλων Ἀμάντιον ἔγραψε τρεῖς λέξεις· “ἦλθον, εἶδον, ἐνίκησα.” [4] Ῥωμαϊστὶ δὲ αἱ λέξεις εἰς ὅμοιον ἀπολήγουσαι σχῆμα ῥήματος οὐκ ἀπίθανον τὴν βραχυλογίαν ἔχουσιν.

 

Di lì passato in Asia, Cesare venne a sapere che Domizio, sconfitto da Farnace, figlio di Mitridate[1], era fuggito dal Ponto con pochi compagni, mentre Farnace, che già occupava la Bitinia e la Cappadocia, sfruttando la vittoria senza alcun senso della misura, aspirava alla cosiddetta Armenia Minore e ne sobillava tutti i re e tetrarchi. [2] Subito marciò contro di lui con tre legioni e, dopo una gran battaglia presso Zela[2], lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. [3] Nell’annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole: “Venni, vidi, vinsi!”. [4] In latino queste parole, che terminano allo stesso modo, rappresentano un modello di concisione[3].

 

 

[1] Domizio fu sconfitto a Nicopolis nel dicembre del 48 da Farnace, figlio di Mitridate; rimasto neutrale nella guerra tra Cesare e Pompeo ritenne opportuno, dopo la battaglia di Farsalo, recuperare le terre che erano state sottratte al padre da Pompeo, e così invase Cappadocia e piccola Armenia. Domizio gli intimò di lasciare le terre occupate, e quando egli non lasciò l’Armenia gli venne contro; ma fu sconfitto.

[2] Città sul Ponto Polemoniaco ove si combatté la battaglia il 2 agosto del 47.

[3] Svetonio ci dice che il motto fu poi portato nel trionfo che Cesare celebrò per quella vittoria.

 

Farnace II. Statere, Panticapaeum 55-54 a.C. Au. 8, 10 gr. Recto: Busto diademato di Farnace, voltato a destra, con chioma fluente.

 

Suet. Caes. 35; 37 (passim) [Svetonio, Vite dei Cesari, intr. S. Lanciotti, tr. F. Dessù, Milano 2016(20), 80-83].

 

[35] […] Ab Alexandria in Syriam et inde Pontum transiit, urgentibus de Pharnace nuntiis, quem Mithridatis Magni filium ac tunc occasione temporum bellantem iamque multiplici successu praeferocem, intra quintum quam adfuerat diem, quattuor quibus in conspectum uenit horis, una profligauit acie […].

 

[35] […] Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, figlio di Mitridate il Grande, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo, lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore […].

 

[37] […] Pontico triumpho inter pompae fercula trium uerborum praetulit titulum, “ueni, uidi, uici”, non acta belli significantem sicut ceteris, sed celeriter confecti notam.

[37] […] Per il trionfo sul Ponto, in mezzo alle ricchezze portate in mostra, fece esporre su un cartello con sopra scritto: “Venni, vidi, vinsi”, sottolineando così la fulmineità della campagna, invece di dettagliarne le diverse azioni come per le altre.

 

Cesare in battaglia. Illustrazione di G. Rava.

 

App. Mith. 120 [Appiano, Le guerre di Mitridate, a cura di A. Mastrocinque, Milano 1999, 164-167 (con note)]

 

Φαρνάκης δ᾽ ἐπολιόρκει Φαναγορέας καὶ τὰ περίοικα τοῦ Βοσπόρου, μέχρι τῶν Φαναγορέων διὰ λιμὸν ἐς μάχην προελθόντων ἐκράτει τῇ μάχῃ, καὶ βλάψας οὐδέν, ἀλλὰ φίλους ποιησάμενος καὶ λαβὼν ὅμηρα, ἀνεχώρει. μετ᾽ οὐ πολὺ δὲ καὶ Σινώπην εἷλε καὶ Ἀμισὸν ἐνθυμιζόμενος καὶ Καλουίνῳ στρατηγοῦντι ἐπολέμησεν, ᾧ χρόνῳ Πομπήιος καὶ Καῖσαρ ἐς ἀλλήλους ᾖσαν, ἕως αὐτὸν Ἄσανδρος ἐχθρὸς ἴδιος, Ῥωμαίων οὐ σχολαζόντων, ἐξήλασε τῆς Ἀσίας. ἐπολέμησε δὲ καὶ αὐτῷ Καίσαρι καθελόντι Πομπήιον, ἐπανιόντι ἀπ᾽ Αἰγύπτου, περὶ τὸ Σκότιον ὄρος, ἔνθα ὁ πατὴρ αὐτοῦ Ῥωμαίων τῶν ἀμφὶ Τριάριον ἐκεκρατήκει: καὶ ἡττηθεὶς ἔφευγε σὺν χιλίοις ἱππεῦσιν ἐς Σινώπην. Καίσαρος δ᾽ αὐτὸν ὑπ᾽ ἀσχολίας οὐ διώξαντος, ἀλλ᾽ ἐπιπέμψαντος αὐτῷ Δομίτιον, παραδοὺς τὴν Σινώπην Δομιτίῳ ὑπόσπονδος ἀφείθη μετὰ τῶν ἱππέων. καὶ τοὺς ἵππους ἔκτεινε πολλὰ δυσχεραινόντων τῶν ἱππέων, ναυσὶ δ᾽ ἐπιβὰς ἐς τὸν Πόντον ἔφυγε, καὶ Σκυθῶν τινας καὶ Σαυροματῶν συναγαγὼν Θεοδοσίαν καὶ Παντικάπαιον κατέλαβεν. ἐπιθεμένου δ᾽ αὖθις αὐτῷ κατὰ τὸ ἔχθος Ἀσάνδρου, οἱ μὲν ἱππεῖς ἀπορίᾳ τε ἵππων καὶ ἀμαθίᾳ πεζομαχίας ἐνικῶντο, αὐτὸς δὲ ὁ Φαρνάκης μόνος ἠγωνίζετο καλῶς, μέχρι κατατρωθεὶς ἀπέθανε, πεντηκοντούτης ὢν καὶ βασιλεύσας Βοσπόρου πεντεκαίδεκα ἔτεσιν.

 

Farnace assediava Fanagoria e gli abitanti vicini del Bosforo, fino a quando i Fanagorei furono costretti dalla fame a uscire e dare battaglia; egli li vinse, ma non volle far loro del male, bensì li rese suoi amici, prese ostaggi e si allontanò. Poco tempo dopo si impadronì pure di Sinope e contava di prendere anche Amiso; fece guerra con il generale Calvino[1], all’epoca in cui Pompeo e Cesare muovevano l’uno contro l’altro; infine Asandro[2], suo nemico personale, lo cacciò dall’Asia, mentre i Romani erano ancora impegnati. Combatté poi anche con lo stesso Cesare, che aveva eliminato Pompeo e ritornava dall’Egitto, presso il monte Scotios, dove suo padre aveva avuto la meglio sui Romani condotti da Triario[3]. Qui fu sconfitto e fuggì con mille cavalieri verso Sinope. Cesare era troppo impegnato per inseguirlo, ma inviò contro di lui Domizio. Farnace consegnò a Domizio la città di Sinope, e in base a un accordo fu lasciato andare insieme ai suoi cavalieri. Fece uccidere i cavalli, tra il generale dispiacere dei cavalieri, si imbarcò sulle navi e fuggì verso il Ponto, dove radunò alcuni Sciti e Sarmati, con cui prese Teodosia e Panticapeo. Asandro, per inimicizia, lo attaccò nuovamente e i cavalieri di Farnace furono vinti perché non avevano cavalli e non sapevano combattere a piedi. Il solo Farnace combatté con valore finché non fu trafitto e morì, all’età di cinquant’anni, dopo aver regnato sul Bosforo per quindici anni[4].

 

 

[1] In realtà il suo nome era Cneo Domizio Calvino, che era stato incaricato da Cesare di amministrare la Siria e le province limitrofe; cercando di bloccare l’avanzata di Farnace, che aveva riconquistato l’Armenia Minore e la Cappadocia, egli fu sconfitto presso Nicopoli: Cesare, Bellum Alexandrinum 34-41; Cassio Dione, XLII, 46.

[2] Asandro era genero di Farnace, il quale gli aveva affidato il regno del Bosforo nel momento in cui egli aveva intrapreso la riconquista dei territori che un tempo erano appartenuti a Mitridate, ma poi si ribellò a Farnace nella speranza di vedersi attribuire il regno dai Romani: Cassio Dione, XLII, 46, 4.

[3] Cfr. cap. 89; la medesima notazione si trova in Cesare, Bellum Alexandrinum 72-73 e in Cassio Dione, XLII, 48, 2, il quale afferma che Cesare innalzò un trofeo accanto a quello eretto da Mitridate dopo la sua vittoria su Triario. Sulla campagna di Cesare contro Farnace, nel 47 a.C., resa famosa dal messaggio inviato a Roma: “veni, vidi, vici”, dopo la vittoria presso Zela, cfr. Cesare, Bellum Alexandrinum 45-78; Cassio Dione, XLII, 47; Plutarco, Caesar 50.

[4] Il ribelle Asandro, dopo avere ucciso Farnace (cfr. Cassio Dione, XLII, 47, 5), non riuscì a farsi assegnare il regno bosforano da Cesare, che gli preferì Mitridate di Pergamo, rampollo della corte mitridatica che si era dimostrato fedelissimo a Cesare nella guerra alessandrina contro Pompeo e i Pompeiani; tuttavia Mitridate di Pergamo non riuscì a prendere possesso del suo regno, perché fu ucciso da Asandro, che regnò sul Bosforo in quanto marito di Dynamis, figlia di Farnace: Cesare, Bellum Alexandrinum 78; Cassio Dione, XLII, 48.

 

Stele funeraria di Staphilos, da Panticapaeum.

 

Cass. Dio XLII, 45-48 [Cassio Dione, Storia romana, volume secondo (libri XXXIX-XLIII), a cura di G. Norcio, Milano 2016(3), 406-411]

 

[45] καὶ αὐτὸν ἐπὶ πλεῖον ἂν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ κατέσχεν, ἢ καὶ ἐς τὴν Ῥώμην εὐθὺς αὐτῷ συναπῆρεν, | εἰ μήπερ ὁ Φαρνάκης καὶ ἐκεῖθεν πάνυ ἄκοντα τὸν Καίσαρα ἐξήγαγε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν [2] ἐπειχθῆναι ἐκώλυσεν. οὗτος γὰρ παῖς μὲν τοῦ Μιθριδάτου ἦν καὶ τοῦ Βοσπόρου τοῦ Κιμμερίου ἦρχεν, ὥσπερ εἴρηται, ἐπιθυμήσας δὲ πᾶσαν τὴν πατρῴαν βασιλείαν ἀνακτήσασθαι ἐπανέστη κατ᾽ αὐτὴν τήν τε τοῦ Καίσαρος καὶ τὴν τοῦ Πομπηίου στάσιν, καὶ οἷα τῶν Ῥωμαίων τότε μὲν πρὸς ἀλλήλους ἀσχόλων γενομένων, αὖθις δὲ ἐν τῇ [3] Αἰγύπτῳ κατασχεθέντων, τήν τε Κολχίδα ἀκονιτὶ προσηγάγετο καὶ τὴν Ἀρμενίαν ἀπόντος τοῦ Δηιοτάρου πᾶσαν, τῆς τε Καππαδοκίας καὶ τῶν τοῦ Πόντου πόλεών τινας, αἳ τῷ τῆς Βιθυνίας νομῷ [46] προσετετάχατο, κατεστρέψατο. πράσσοντος δὲ αὐτοῦ ταῦτα ὁ Καῖσαρ αὐτὸς μὲν οὐκ ἐκινήθη (οὔτε γὰρ ἡ Αἴγυπτός πω καθειστήκει, καὶ ἐλπίδος τι εἶχε δι᾽ ἑτέρων αὐτὸν χειρώσεσθαἰ), Γναῖον δὲ Δομίτιον Καλουῖνον ἔπεμψε, τήν τε Ἀσίαν οἱ καὶ …… στρατόπεδα προστάξας. [2] καὶ ὃς τὸν Δηιόταρον καὶ τὸν Ἀριοβαρζάνην προσλαβὼν ἤλασεν εὐθὺς ἐπὶ τὸν Φαρνάκην ἐν τῇ Νικοπόλει ὄντα (καὶ γὰρ ταύτην προκατειλήφεἰ), καὶ καταφρονήσας, ἐπειδὴ ἐκεῖνος τὴν παρουσίαν αὐτοῦ φοβηθεὶς ἀνοχὴν ἐπὶ πρεσβεύσει ἑτοίμως ἔσχε ποιήσασθαι, οὔτε ἐσπείσατο αὐτῷ καὶ [3] συμβαλὼν ἡττήθη. καὶ ὁ μὲν ἐκ τούτου ἐς τὴν Ἀσίαν, ἐπειδὴ μήτε ἀξιόμαχός οἱ ἦν καὶ ὁ χειμὼν προσῄει, ἀνεχώρησεν· Φαρνάκης δὲ μεγάλα δὴ φρονῶν τά τε ἄλλα τὰ ἐν τῷ Πόντῳ προσκατεκτήσατο, καὶ Ἀμισὸν καίπερ ἐπὶ πλεῖον ἀντισχοῦσαν εἷλέ τε καὶ διήρπασε, τούς τε ἡβῶντας ἐν αὐτῇ πάντας ἀπέκτεινε, καὶ ἐς τὴν Βιθυνίαν τήν τε Ἀσίαν ἐπὶ ταῖς αὐταῖς τῷ πατρὶ ἐλπίσιν ἠπείγετο. [4] κἀν τούτῳ μαθὼν τὸν Ἄσανδρον, ὃν ἐπίτροπον τοῦ Βοσπόρου κατελελοίπει, νενεοχμωκότα, οὐκέτι περαιτέρω προεχώρησεν· ἐκεῖνος γάρ, ἐπειδὴ τάχιστα πόρρω τε ὁ Φαρνάκης ἀπ᾽ αὐτοῦ προϊὼν ἠγγέλθη, καὶ ἐδόκει, εἰ καὶ τὰ μάλιστα ἔν γε τῷ παρόντι ἀνθοῖ, ἀλλ᾽ οὔτι γε καὶ ἔπειτα καλῶς ἀπαλλάξειν, ἐπανέστη αὐτῷ ὡς καὶ τοῖς Ῥωμαίοις τι χαριούμενος τήν τε δυναστείαν τοῦ Βοσπόρου παρ᾽ αὐτῶν ληψόμενος. [47] τοῦτ᾽ οὖν ὁ Φαρνάκης ἀκούσας ὥρμησεν ἐπ᾽ αὐτὸν μάτην· τὸν γὰρ Καίσαρα ἐν τῇ ὁδῷ εἶναι καὶ ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἐπείγεσθαι πυθόμενος ἀνέστρεψε, κἀνταῦθα αὐτῷ περὶ Ζέλαν συνέτυχεν. ὁ γὰρ Καῖσαρ τοῦ τε Πτολεμαίου τελευτήσαντος καὶ τοῦ Δομιτίου νικηθέντος οὔτε εὐπρεπῆ οὔτε λυσιτελῆ οἱ τὴν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ διατριβὴν ἐνόμισεν εἶναι, ἀλλὰ ἀφωρμήθη, καὶ τάχει πολλῷ χρησάμενος ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἀφίκετο. [2] ἐκπλαγεὶς οὖν ὁ βάρβαρος, καὶ πολὺ μᾶλλον τὴν ὁρμὴν ἢ τὸν στρατὸν αὐτοῦ καταδείσας, προσέπεμψεν αὐτῷ πρὶν πλησιάσαι πολλάκις προκηρυκευόμενος, εἴ πως τὸ παρὸν ἐφ᾽ ὁτῳδὴ συνθέμενος ἐκφύγοι. [3] προΐσχετο δὲ ἄλλα τε καὶ ἐν τοῖς μάλιστα ὅτι οὐ συνήρατο τῷ Πομπηίῳ· καὶ ἤλπιζεν ὑπάξεσθαί τε αὐτὸν ἐς σπονδὰς ἅτε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν τήν τε Ἀφρικὴν ἐπειγόμενον, καὶ ἀπελθόντος αὐτοῦ ῥᾳδίως αὖθις πολεμήσειν. [4] ὑποπτεύσας οὖν τοῦτο ὁ Καῖσαρ τοὺς μὲν πρώτους καὶ τοὺς δευτέρους πρέσβεις ἐφιλοφρονήσατο, ὅπως ὅτι μάλιστα ἀπροσδοκήτῳ οἱ τῇ τῆς εἰρήνης ἐλπίδι προσπέσῃ, τῶν δὲ τρίτων ἐλθόντων τά τε ἄλλα ἐπεκάλεσεν αὐτῷ καὶ ὅτι τὸν Πομπήιον τὸν εὐεργέτην ἐγκατέλιπεν. [5] καὶ οὐκ ἀνεβάλετο, ἀλλ᾽ εὐθὺς αὐθημερόν, ὥσπερ εἶχεν ἐκ τῆς ὁδοῦ, συνέμιξε, καί τινα χρόνον ὑπό τε τῆς ἵππου καὶ ὑπὸ τῶν δρεπανηφόρων ἐκταραχθεὶς ἔπειτα τοῖς ὁπλίταις ἐκράτησε. καὶ ἐκεῖνον μὲν ἐκφυγόντα ἐπὶ τὴν θάλασσαν, καὶ ἐς τὸν Βόσπορον μετὰ τοῦτο ἐσβιαζόμενον, ὁ Ἄσανδρος εἶρξέ τε καὶ [48] ἀπέκτεινε· Καῖσαρ δὲ ἐπὶ τῇ νίκῃ, καίπερ οὐ πάνυ διαπρεπεῖ γενομένῃ, πολὺ καὶ ὅσον ἐπ᾽ οὐδεμιᾷ ἄλλῃ ἐφρόνησεν, ὅτι ἔν τε τῇ αὐτῇ ἡμέρᾳ καὶ ἐν τῇ αὐτῇ ὥρᾳ καὶ ἦλθε πρὸς τὸν πολέμιον καὶ εἶδεν αὐτὸν καὶ ἐνίκησε. [2] καὶ τά τε λάφυρα πάντα, καίτοι πλεῖστα γενόμενα, τοῖς στρατιώταις ἐδωρήσατο, καὶ τρόπαιον, ἐπειδήπερ ὁ Μιθριδάτης ἀπὸ τοῦ Τριαρίου ἐνταῦθά που ἐγηγέρκει, ἀντανέστησε· καθελεῖν μὲν γὰρ τὸ τοῦ βαρβάρου οὐκ ἐτόλμησεν ὡς καὶ τοῖς ἐμπολεμίοις θεοῖς ἱερωμένον, τῇ δὲ δὴ τοῦ ἰδίου παραστάσει καὶ ἐκεῖνο συνεσκίασε καὶ τρόπον τινὰ καὶ κατέστρεψε. [3] καὶ μετὰ τοῦτο τὴν χώραν ὅσην τῶν τε Ῥωμαίων καὶ τῶν ἐνόρκων σφίσιν ἀποτετμημένος ὁ Φαρνάκης ἦν ἐκομίσατο, καὶ αὐτὴν πᾶσαν ὡς ἑκάστοις τοῖς ἀπολέσασιν ἔδωκε, πλὴν μέρους τινὸς τῆς Ἀρμενίας, ὃ τῷ Ἀριοβαρζάνει ἐχαρίσατο. [4] τούς τε Ἀμισηνοὺς ἐλευθερίᾳ ἠμείψατο, καὶ τῷ Μιθριδάτῃ τῷ Περγαμηνῷ τετραρχίαν τε ἐν Γαλατίᾳ καὶ βασιλείας ὄνομα ἔδωκε, πρός τε τὸν Ἄσανδρον πολεμῆσαι ἐπέτρεψεν, ὅπως καὶ τὸν Βόσπορον κρατήσας αὐτοῦ λάβῃ, ὅτι πονηρὸς ἐς τὸν φίλον ἐγένετο.

 

 

[45] E [Cleopatra] l’avrebbe trattenuto in Egitto più a lungo, o sarebbe partita immediatamente per Roma insieme a lui [= Cesare], se Farnace non l’avesse strappato di là contro voglia e non gli avesse impedito di venire in Italia. [2] Costui era figlio di Mitridate e governava, come ho già detto, sul Bosforo Cimmerio. Desideroso di recuperare tutto il dominio paterno, prese le armi proprio durante la contesa tra Cesare e Pompeo. Mentre i Romani erano dapprima fortemente impegnati in una guerra fratricida e poi trattenuti in Egitto, [3] conquistò facilmente la Colchide, e durante l’assenza di Deiotaro tutta l’Armenia e alcune città della Cappadocia e del Ponto, che facevano parte della provincia di Bitinia. [46] Mentre Farnace faceva tali conquiste, Cesare non si mosse dall’Egitto, perché il paese non era ancora tranquillo, e d’altra parte sperava di poter vincere Farnace per mezzo dei suoi luogotenenti. Gli mandò contro Gneo Domizio Calvino, affidandogli il comando dell’Asia e di …… legioni. [2] Calvino unì a sé gli eserciti di Deiotaro e di Ariobarzane e marciò subito contro Farnace, che si trovava nella città di Nicopoli, da lui già conquistata. Farnace, atterrito dall’arrivo di Calvino, gli mandò messi, dichiarandosi pronto a intavolare trattative di pace; ma Calvino, credendosi superiore in forze, non accettò e lo assalì. [3] Sconfitto, si ritirò in Asia, perché non si riteneva capace di fronteggiarlo e anche perché l’inverno era vicino. Intanto Farnace, inorgoglito, conquistò le altre regioni del Ponto e anche la città di Amiso, benché resistesse a lungo. Dopo la conquista, saccheggiò la città, uccise tutti gli uomini atti alle armi che in essa si trovavano, e si affrettò verso la Bitinia e l’Asia, animato dalle stesse speranze che aveva avuto suo padre. [4] Avendo saputo che Asandro, a cui aveva affidato il governo del Bosforo, macchinava novità, non avanzò oltre: Asandro, infatti, appena fu informato che Farnace era partito per un luogo lontano da lui, pensando che un eventuale successo di questo re non sarebbe stato duraturo, insorse, convinto di fare cosa gradita ai Romani e che avrebbe ricevuto da loro il governo del Bosforo. [47] Saputo ciò, Farnace marciò contro Asandro, ma la spedizione fu inutile: informato che Cesare era in marcia e che si affrettava verso l’Armenia, tornò indietro e lo incontrò presso Zela. Dopo la morte di Tolemeo e la sconfitta di Domizio, Cesare aveva capito che non era né lodevole né utile per lui un ulteriore soggiorno in Egitto: perciò era partito, e con una veloce marcia era giunto in Armenia. [2] Il barbaro fu spaventato e, temendo molto più la sua rapidità che il suo esercito, gli inviò parecchi messaggi prima che si avvicinasse, desiderando intavolare trattative di pace allo scopo di evitare in un modo o nell’altro il presente pericolo. [3] Gli disse varie cose, e gli ricordò soprattutto che non aveva aiutato Pompeo. Sperava di persuaderlo a fare la pace, convinto che Cesare aveva fretta di tornare in Africa e in Italia: dopo la sua partenza, egli avrebbe facilmente ripreso la guerra. [4] Cesare, che aveva sospettato proprio questo, accolse benevolmente la prima e la seconda ambasceria, per poter assalire Farnace mentre era lontanissimo dal pensare a un attacco a causa delle trattative di pace in corso. Ma quando giunse la terza ambasceria, mosse veri rimproveri a Farnace, tra cui il non aver aiutato Pompeo, che lo aveva beneficato. Così non perse tempo e subito, lo stesso giorno in cui era arrivato, proprio appena giunse, lo attaccò. [5] Per un momento ebbe qualche difficoltà a causa della cavalleria e dei carri falcati del nemico; ma poi con la sua fanteria armata pesantemente ebbe la meglio. Farnace fuggì verso il mare e poi tentò di entrare nel Bosforo; ma Asandro lo bloccò e lo uccise. [48] Cesare fu assai orgoglioso di questa vittoria, più di ogni altra, quantunque non fosse stata molto brillante, perché nello stesso giorno e nella stessa ora in cui era venuto in contatto col nemico l’aveva visto e sconfitto. Di tutte le spoglie, benché fossero di grandissimo valore, fece dono ai soldati, [2] e poiché Mitridate aveva un giorno eretto qui un trofeo per la vittoria su Triario, fece innalzare accanto ad esso un altro trofeo. Non osò distruggere quello del barbaro, perché era stato consacrato agli dèi della guerra; però, mettendogli vicino il proprio, annullava l’importanza del trofeo nemico e in un certo modo lo distruggeva. [3] Riconquistati i territori di Roma e degli alleati, che erano stati occupati da Farnace, li distribuì tutti ai singoli sovrani che li avevano perduti, eccettuata una piccola parte dell’Armenia, di cui fece dono ad Ariobarzane. [4] Agli abitanti di Amiso concesse la libertà; a Mitridate, detto il Pergameno, diede la tetrarchia in Galazia e il titolo di re, e gli permise di fare la guerra contro Asandro, affinché, dopo aver vinto costui che aveva tradito l’amico, potesse ottenere la signoria sul Bosforo.

 

 

 

Bibliografia di approfondimento:

 

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La battaglia di Canne – 2 agosto 216 a.C. (Liv. XXII, 42-49)

di Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. V (libri XXI-XXIII), note di M. Scàndola, Milano 1991(3), pp. 316-337.

Scena dello scontro, di I. Dzis.

 

[42] Ubi inluxit, subductae primo stationes, deinde propius adeuntibus insolitum silentium admirationem fecit. Tum satis comperta solitudine in castris concursus fit ad praetoria consulum nuntiantium fugam hostium adeo trepidam ut tabernaculis stantibus castra reliquerint, quoque fuga obscurior esset, crebros etiam relictos ignes. Clamor inde ortus ut signa proferri iuberent ducerentque ad persequendos hostes ac protinus castra diripienda et consul alter uelut unus turbae militaris erat: Paulus etiam atque etiam dicere prouidendum praecauendumque esse; postremo, cum aliter neque seditionem neque ducem seditionis sustinere posset, Marium Statilium praefectum cum turma Lucana exploratum mittit. Qui ubi adequitauit portis, subsistere extra munimenta ceteris iussis ipse cum duobus equitibus uallum intrauit speculatusque omnia cum cura renuntiat insidias profecto esse: ignes in parte castrorum quae uergat in hostem relictos; tabernacula aperta et omnia cara in promptu relicta; argentum quibusdam locis temere per uias uel[ut] obiectum ad praedam uidisse. Quae ad deterrendos a cupiditate animos nuntiata erant, ea accenderunt, et clamore orto a militibus, ni signum detur, sine ducibus ituros, haudquaquam dux defuit; nam extemplo Varro signum dedit proficiscendi. Paulus, cum ei sua sponte cunctanti pulli quoque auspicio non addixissent, nuntiari iam efferenti porta signa collegae iussit. Quod quamquam Varro aegre est passus, Flamini tamen recens casus Claudique consulis primo Punico bello memorata naualis clades religionem animo incussit. Di prope ipsi eo die magis distulere quam prohibuere imminentem pestem Romanis; nam forte ita euenit ut, cum referri signa in castra iubenti consuli milites non parerent, serui duo Formiani unus, alter Sidicini equitis, qui Seruilio atque Atilio consulibus inter pabulatores excepti a Numidis fuerant, profugerent eo die ad dominos; deductique ad consules nuntiant omnem exercitum Hannibalis trans proximos montes sedere in insidiis. Horum opportunus aduentus consules imperii potentes fecit, cum ambitio alterius suam primum apud eos praua indulgentia maiestatem soluisset.

 

 

[42] Quando spuntò il giorno destarono meraviglia due fatti, primo il ritiro dei posti di guardia, poi l’insolito silenzio che colpì coloro che più dappresso si erano accostati. Come ormai si ebbe la certezza che il campo di Annibale era deserto, vi fu un accorrere alle tende dei consoli da parte di coloro i quali portavano la notizia che Annibale era fuggito con tanta rapidità che il campo era stato abbandonato senza che nemmeno si fossero levate le tende; perché poi la fuga fosse tenuta più nascosta si erano anche lasciati parecchi fuochi. Sorsero, quindi, alte grida poiché i soldati chiedevano a gran voce che i consoli comandassero di avanzare e li conducessero all’inseguimento del nemico e subito dopo al saccheggio dell’accampamento. Mentre l’uno dei consoli si comportava come se appartenesse alla folla dei soldati, Paolo continuava a dire che si doveva essere prudenti e cauti; alla fine, non potendo più tendere a freno né la ribellione dei soldati, né il capo di questa ribellione, mandò in ricognizione il prefetto Mario Statilio con uno squadrone di cavalieri lucani. Appena Statilio ebbe cavalcato presso le porte, avendo ordinato agli altri di fermarsi fuori delle fortificazioni, egli stesso entrò nella trincea con due cavalieri e, dopo aver accuratamente esaminato tutto all’intorno, tornò indietro a riferire che in quella situazione si dovevano certamente nascondere delle insidie. Erano stati, infatti, lasciati dei fuochi in quella parte del campo che era rivolta in direzione del nemico; le tende erano aperte e tutti gli oggetti di valore erano stati lasciati a portata di mano. Egli aveva, inoltre, visto in alcuni luoghi l’argento quasi gettato a caso per le vie dell’accampamento, come offerto al saccheggio. Proprio quelle notizie che erano state date per trattenere gli animi dalla cupidigia, al contrario l’eccitarono; quando sorse un clamore fra i soldati che gridavano che sarebbero andati avanti senza comandanti anche se non fosse stato dato alcun segnale, allora il comandante non si sottrasse di certo, poiché Varrone diede subito il segnale della partenza. Paolo, non avendo i polli dato buon presagio a lui che già per istinto voleva sospendere l’impresa, ordinò di avvertire di questo fatto il collega che già stava per uscire con le insegne. Benché Varrone mal sopportasse ciò, tuttavia, l’episodio recente di Flaminio e la famosa sconfitta navale riportata dal console Claudio nella prima guerra punica, determinarono nel suo animo un certo timore superstizioso. Gli stessi dèi, starei per dire, differirono soltanto più che impedire la sciagura che in quel giorno sovrastava i Romani. Infatti, avvenne per caso che, mentre i soldati non volevano ubbidire al console che ordinava di riportare le insegne al campo, due schiavi, l’uno di un cavaliere formiano, l’altro di un cavaliere sidicino, che durante il consolato di Servilio ed Atilio erano stati fatti prigionieri dai Numidi mentre foraggiavano, riuscirono quel giorno a fuggire e a ritornare ai loro padroni. Condotti dinanzi al console, lo informarono che tutto l’esercito di Annibale stava al di là dei monti vicini, pronto all’agguato. Il provvidenziale arrivo di costoro ridiede autorità al comando dei consoli, poiché il desiderio di popolarità di uno di loro aveva con la sua colpevole indulgenza per prima cosa annullato la sua stessa autorità presso i soldati.

 

Cavaliere (dettaglio). Rilievo, marmo, II sec. d.C. ca. dal pannello del Sarcofago di Sidamara, da Ambararasi (Konya). Istanbul, Museo Archeologico.

 

***

 

[43] Hannibal postquam motos magis inconsulte Romanos quam ad ultimum temere euectos uidit, nequiquam detecta fraude in castra rediit. Ibi plures dies propter inopiam frumenti manere nequit, nouaque consilia in dies non apud milites solum mixtos ex conluuione omnium gentium sed etiam apud ducem ipsum oriebantur. Nam cum initio fremitus, deinde aperta uociferatio fuisset exposcentium stipendium debitum querentiumque annonam primo, postremo famem, et mercennarios milites, maxime Hispani generis, de transitione cepisse consilium fama esset, ipse etiam interdum Hannibal de fuga in Galliam dicitur agitasse ita ut relicto peditatu omni cum equitibus se proriperet. Cum haec consilia atque hic habitus animorum esset in castris, mouere inde statuit in calidiora atque eo maturiora messibus Apuliae loca, simul ut, quo longius ab hoste recessisset, eo transfugia impeditiora leuibus ingeniis essent. Profectus est nocte ignibus similiter factis tabernaculisque paucis in speciem relictis, ut insidiarum par priori metus contineret Romanos. Sed per eundem Lucanum Statilium omnibus ultra castra transque montes exploratis, cum relatum esset uisum procul hostium agmen, tum de insequendo eo consilia agitari coepta. Cum utriusque consulis eadem quae ante semper fuisset sententia, ceterum Varroni fere omnes, Paulo nemo praeter Seruilium, prioris anni consulem, adsentiretur, [ex] maioris partis sententia ad nobilitandas clade Romana Cannas urgente fato profecti sunt. Prope eum uicum Hannibal castra posuerat auersa a Volturno uento, qui campis torridis siccitate nubes pulueris uehit. Id cum ipsis castris percommodum fuit, tum salutare praecipue futurum erat cum aciem dirigerent, ipsi auersi terga tantum adflante uento in occaecatum puluere offuso hostem pugnaturi.

 

[43] Annibale, dopo che vide che i Romani avevano compiuto soltanto dei movimenti inconsulti e non erano ancora stati trascinati dalla loro avventatezza alle estreme conseguenze, ritornò negli accampamenti senza aver raggiunto il proprio intento, in quanto l’inganno era stato scoperto. Qui non poté trattenersi più giorni a causa della mancanza di frumento; nel frattempo, ogni giorno si escogitava un nuovo piano, non solo da parte dei soldati, che erano un’accozzaglia di popoli di ogni specie, ma anche da parte dello stesso comandante. Infatti, se da principio nacque solo un mormorio, poi si ebbero addirittura aperte grida di coloro che reclamavano lo stipendio dovuto e di quelli che protestavano prima per la scarsezza del cibo, poi per la fame, mentre si diceva che i soldati mercenari, soprattutto quelli di nazionalità spagnola, avevano deliberato di disertare. Allora si racconta che lo stesso Annibale abbia più volte pensato a riparare in Gallia, coll’idea di darsi alla fuga con tutta la cavalleria, abbandonando la fanteria. Questi erano i piani e questo era lo stato d’animo negli accampamenti, quando Annibale stabilì di muovere verso località dell’Apulia più calde e perciò più favorevoli ad una più ampia maturazione delle messi; nello stesso tempo pensava che quanto più lontano egli si fosse ritirato dal nemico, tanto più difficili sarebbero state le diserzioni per uomini di carattere così volubile. Partì nottetempo lasciando, come aveva già fatto, alcuni fuochi accesi e poche tende in piedi per mostra, perché una paura degli agguati simile alla precedente riuscisse a trattenere i Romani. Tuttavia, quando lo stesso lucano Statilio, che aveva fatto un’accurata ricognizione oltre gli alloggiamenti e al di là dei monti, riferì che si vedeva da lontano l’esercito nemico in marcia, allora ricominciarono a diffondersi progetti di inseguimento. Poiché ciascuno dei due consoli persisteva nell’opinione che aveva sempre avuto, quasi tutti erano del parere di Varrone, mentre nessuno seguiva Paolo, eccetto Servilio, console dell’anno precedente. Così per decisione della maggioranza i consoli e gli eserciti si avviarono per rendere famosa, sotto l’imperversare del destino, la disfatta dei Romani a Canne. Nei pressi di questo villaggio, Annibale aveva posto gli accampamenti in una posizione contraria al soffiare del vento scirocco, che sollevava nubi di polvere dai campi torridi per la siccità. Questa circostanza gli tornò molto favorevole allora e soprattutto in futuro, quando si dovette ordinare lo schieramento per la battaglia; i Cartaginesi avrebbero perciò combattuto in posizione contraria al vento, che avrebbe soffiato soltanto alle loro spalle, mentre il nemico sarebbe stato accecato dal polverone che si levava tutto intorno.

Annibale Barca. Busto, marmo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

***

 

[44] Consules satis exploratis itineribus sequentes Poenum, ut uentum ad Cannas est et in conspectu Poenum habebant, bina castra communiunt, eodem ferme interuallo quo ad Gereonium sicut ante copiis diuisis. Aufidus amnis, utrisque castris adfluens, aditum aquatoribus ex sua cuiusque opportunitate haud sine certamine dabat; ex minoribus tamen castris, quae posita trans Aufidum erant, liberius aquabantur Romani, quia ripa ulterior nullum habebat hostium praesidium. Hannibal spem nanctus locis natis ad equestrem pugnam, qua parte uirium inuictus erat, facturos copiam pugnandi consules, dirigit aciem lacessitque Numidarum procursatione hostes. Inde rursus sollicitari seditione militari ac discordia consulum Romana castra, cum Paulus Sempronique et Flamini temeritatem Varroni Varro speciosum timidis ac segnibus ducibus exemplum Fabium obiceret testareturque deos hominesque hic nullam penes se culpam esse, quod Hannibal iam uel[ut] usu cepisset Italiam; se constrictum a collega teneri; ferrum atque arma iratis et pugnare cupientibus adimi militibus; ille, si quid proiectis ac proditis ad inconsultam atque improuidam pugnam legionibus accideret, se omnis culpae exsortem, omnis euentus participem fore diceret; uideret ut quibus lingua prompta ac temeraria, aeque in pugna uigerent manus.

 

[44] I consoli, sorvegliando bene le strade mentre inseguivano Annibale, come giunsero a Canne di fronte a lui, fortificarono i due accampamenti che distavano l’uno dall’altro lo stesso spazio come a Gereonio, prima che le milizie si dividessero. Il fiume Aufido che scorreva vicino ad ambedue i campi, lasciava libero accesso a coloro che andavano ad attingere acqua secondo le necessità di ciascuno, senza, pertanto, che non avvenissero piccoli scontri; tuttavia, i Romani preferivano attingere acqua movendo dall’accampamento minore, che era posto al di là dell’Aufido, perché la riva sinistra del fiume non aveva alcun presidio nemico. Annibale, nutrendo la speranza che i consoli gli avrebbero offerto l’opportunità di combattere in quei luoghi fatti per uno scontro di cavalleria, arma nella quale egli si sentiva invincibile, dispose le schiere a battaglia e ordinò ai Numidi di provocare con scaramucce i nemici. In conseguenza di ciò, negli accampamenti romani si accendevano di nuovo e le ribellioni dei soldati e le discordie fra i due consoli, quando Paolo rinfacciava a Varrone l’avventatezza di Sempronio e di Flaminio, mentre Varrone opponeva Fabio come esempio ben noto a comandanti pigri e codardi. Chiamava poi a testimoni gli dèi e gli uomini che egli non aveva nessuna colpa se Annibale aveva occupato l’Italia come una terra propria; egli, al contrario, era costretto e trattenuto dal collega, mentre si portavano via le armi e gli strumenti di guerra ai soldati che, pieni di sdegno contro il nemico, bramavano di combattere. Paolo Emilio, al contrario, affermava di ritenere sé esente da ogni colpa qualora accadesse qualche triste evento alle legioni abbandonate e gettate in preda ad una sconsiderata ed incauta battaglia; nonostante ciò, egli prometteva che avrebbe condiviso la responsabilità di qualsiasi sorte. Provvedesse Varrone a far sì che coloro che avevano la lingua lunga ed avventata fossero altrettanto forti e pronti di mano.

 

Soldati cartaginesi. Illustrazione di R. Hook.

 

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[45] Dum altercationibus magis quam consiliis tempus teritur, Hannibal ex acie, quam ad multum diei tenuerat instructam, cum in castra ceteras reciperet copias, Numidas ad inuadendos ex minoribus castris Romanorum aquatores trans flumen mittit. Quam inconditam turbam cum uixdum in ripam egressi clamore ac tumultu fugassent, in stationem quoque pro uallo locatam atque ipsas prope portas euecti sunt. Id uero indignum uisum ab tumultuario auxilio iam etiam castra Romana terreri, ut ea modo una causa ne extemplo transirent flumen dirigerentque aciem tenuerit Romanos quod summa imperii eo die penes Paulum fuerit. Itaque postero die Varro, cui sors eius diei imperii erat, nihil consulto collega signum proposuit instructasque copias flumen traduxit, sequente Paulo quia magis non probare quam non adiuuare consilium poterat. Transgressi flumen eas quoque quas in castris minoribus habuerant copias suis adiungunt atque ita instructa acie in dextro cornu—id erat flumini propius—Romanos equites locant, deinde pedites: laeuum cornu extremi equites sociorum, intra pedites, ad medium iuncti legionibus Romanis, tenuerunt: iaculatores ex ceteris leuium armorum auxiliis prima acies facta. Consules cornua tenuerunt, Terentius laeuum, Aemilius dextrum: Gemino Seruilio media pugna tuenda data.

 

[45] Mentre i Romani passavano il tempo a fare vivaci discussioni più che piani concreti, Annibale, che aveva raccolto nell’accampamento anche le altre milizie, da quella schiera che fino a giorno tardo aveva mantenuto in ordine di battaglia, staccò i Numidi e li mandò ad assalire di sorpresa quelli dei Romani che uscivano dall’accampamento minore per provvedere acqua al di là del fiume. I Numidi, appena balzati sulla riva, essendo riusciti con grande clamore e confusione a mettere in fuga quella schiera disordinata, avanzarono ad un posto di guardia collocato dinanzi alla trincea e quasi fino alle porte stesse del campo. In realtà parve cosa tanto vergognosa che accampamenti romani fossero presi da terrore perfino dinanzi ad un corpo di soldati irregolari, che la sola ragione per la quale i Romani si trattennero dal passare subito il fiume e disporre le schiere a battaglia, fu il fatto che in quel giorno il comando era nelle mani di Paolo. Pertanto, il giorno dopo Varrone, a cui toccava per turno il comando, senza avere affatto consultato il collega, fece dare il segnale della battaglia e trasferì l’esercito oltre il fiume, mentre Paolo lo seguiva, perché, se da un lato poteva disapprovare quella decisione, non poteva d’altra parte rifiutare il suo aiuto. Passato il fiume, i consoli unirono alle loro forze anche quelle truppe che stavano nell’accampamento minore e disposero così l’esercito in ordine di battaglia: sul fianco destro, che era più vicino al fiume, collocarono i cavalieri romani e poi i fanti; sul fianco sinistro la parte estrema dell’ala era occupata dai cavalieri alleati; nella parte interna stavano invece i fanti che si erano congiunti con le legioni romane. La prima schiera era composta dai frombolieri con altre milizie ausiliarie armate alla leggera. I consoli comandavano le due ali, Terenzio la sinistra, Emilio la destra; a Gemino Servilio fu affidata la difesa della parte centrale dello schieramento.

 

Ufficiali romani. Illustrazione di G. Rava.

 

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[46] Hannibal luce prima Baliaribus leuique alia armatura praemissa transgressus flumen, ut quosque traduxerat, ita in acie locabat, Gallos Hispanosque equites prope ripam laeuo in cornu aduersus Romanum equitatum; dextrum cornu Numidis equitibus datum media acie peditibus firmata ita ut Afrorum utraque cornua essent, interponerentur his medii Galli atque Hispani. Afros Romanam [magna ex parte] crederes aciem; ita armati erant armis et ad Trebiam ceterum magna ex parte ad Trasumennum captis. Gallis Hispanisque scuta eiusdem formae fere erant, dispares ac dissimiles gladii, Gallis praelongi ac sine mucronibus, Hispano, punctim magis quam caesim adsueto petere hostem, breuitate habiles et cum mucronibus. Ante alios habitus gentium harum cum magnitudine corporum, tum specie terribilis erat: Galli super umbilicum erant nudi: Hispani linteis praetextis purpura tunicis, candore miro fulgentibus, constiterant. Numerus omnium peditum qui tum stetere in acie milium fuit quadraginta, decem equitum. Duces cornibus praeerant sinistro Hasdrubal, dextro Maharbal; mediam aciem Hannibal ipse cum fratre Magone tenuit. Sol seu de industria ita locatis seu quod forte ita stetere peropportune utrique parti obliquus erat Romanis in meridiem, Poenis in septentrionem uersis; uentus—Volturnum regionis incolae uocant—aduersus Romanis coortus multo puluere in ipsa ora uoluendo prospectum ademit.

 

[46] All’alba Annibale, mandati avanti i soldati delle Baleari ed altre milizie dotate di armi leggere, passato il fiume così come l’aveva fatto passare a ciascun reparto, dispose in tal modo l’esercito in ordine di combattimento: collocò i Galli e gli Spagnoli accanto alla riva del fiume sul fianco sinistro contro la cavalleria romana; il fianco destro fu affidato ai cavalieri numidi, il centro fu rafforzato con la fanteria in modo che ambedue le ali fossero tenute dagli Africani; al centro si trovavano interposti Galli e Spagnoli. Si sarebbe potuto credere che in gran parte quegli Africani fossero una schiera di Romani; essi erano, infatti, armati con le armi catturate nella battaglia del Trebbia, ma, soprattutto, in gran parte nella battaglia del Trasimeno. Gli scudi dei Galli e degli Spagnoli erano pressoché uguali; le spade, invece, diverse per forma e per lunghezza, quelle dei Galli lunghissime e senza punta; quelle degli Spagnoli, al contrario, erano fatte per assalire il nemico più che di punta che di taglio, corte e maneggevoli e munite di cuspidi. Anche la vista di questa gente, fra tutte le altre incuteva un particolare terrore e per la grandezza del corpo e per l’aspetto; i Galli erano nudi dall’ombelico in su; gli Spagnoli si erano disposti in ordine rivestiti di tuniche di lino orlate di porpora, scintillanti di un mirabile candore. Il numero di tutti i fanti che si schierarono allora in campo fu di quarantamila, diecimila furono i cavalieri. I generali comandavano le ali; alla sinistra Asdrubale, alla destra Maarbale; lo stesso Annibale con il fratello Magone occupò il centro. Il sole, sia che gli eserciti si fossero così disposti per calcolo, sia che lo avessero fatto a caso, brillava assai opportunamente sul fianco dell’una e dell’altra parte, i Romani l’avevano alla sinistra, i Cartaginesi alla destra. Purtroppo il vento, che gli abitanti della regione chiamavano Volturno, essendosi levato in direzione contraria ai Romani, sollevando un gran polverone proprio contro i loro visi, tolse ad essi la possibilità di vedere.

 

Fanti iberici. Illustrazione di G. Rava.

 

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[47] Clamore sublato procursum ab auxiliis et pugna leuibus primum armis commissa; deinde equitum Gallorum Hispanorumque laeuum cornu cum dextro Romano concurrit, minime equestris more pugnae; frontibus enim aduersis concurrendum erat, quia nullo circa ad euagandum relicto spatio hinc amnis, hinc peditum acies claudebant. In derectum utrimque nitentes, stantibus ac confertis postremo turba equis uir uirum amplexus detrahebat equo. Pedestre magna iam ex parte certamen factum erat; acrius tamen quam diutius pugnatum est pulsique Romani equites terga uertunt. Sub equestris finem certaminis coorta est peditum pugna, primo et uiribus et animis par dum constabant ordines Gallis Hispanisque; tandem Romani, diu ac saepe conisi, aequa fronte acieque densa impulere hostium cuneum nimis tenuem eoque parum ualidum, a cetera prominentem acie. Impulsis deinde ac trepide referentibus pedem institere ac tenore uno per praeceps pauore fugientium agmen in mediam primum aciem inlati, postremo nullo resistente ad subsidia Afrorum peruenerunt, qui utrimque reductis alis constiterant media, qua Galli Hispanique steterant, aliquantum prominente acie. Qui cuneus ut pulsus aequauit frontem primum, deinde cedendo etiam sinum in medio dedit, Afri circa iam cornua fecerant inruentibusque incaute in medium Romanis circumdedere alas; mox cornua extendendo clausere et ab tergo hostes. Hinc Romani, defuncti nequiquam [de] proelio uno, omissis Gallis Hispanisque, quorum terga ceciderant, [et] aduersus Afros integram pugnam ineunt, non tantum [in] eo iniquam quod inclusi aduersus circumfusos sed etiam quod fessi cum recentibus ac uegetis pugnabant.

 

[47] Levatosi un grido, gli ausiliari irruppero e la battaglia si accese subito con i reparti di leggera armatura; poi l’ala sinistra della cavalleria gallica e spagnola si urtò contro l’ala destra romana, senza rispettare minimamente la tattica della battaglia equestre; infatti, non potevano fare altro che scontrarsi di fronte, poiché intorno non era rimasto spazio alcuno per fare delle evoluzioni, in quanto da un lato lo spazio era chiuso dal fiume, dall’altro dallo schieramento di fanteria. Di fronte, poiché da ambedue le parti i cavalieri si sforzavano invano nell’assalto, alla fine la turba dei cavalieri si trovò serrata senza possibilità di muoversi; ogni soldato allora, afferrandosi al collo del nemico, cercava di trascinarlo giù da cavallo. In gran parte del fronte si combatteva ormai una battaglia a piedi: più accanito che lungo fu il combattimento; i cavalieri romani respinti si diedero alla fuga. Sul finire della battaglia equestre entrò in campo la fanteria con una lotta dapprima eguale di forze e di animi, mentre rimanevano non interrotte le file dei Galli e degli Spagnoli; alla fine i Romani, pur avendo a lungo ed insistentemente tentato di aprirsi un varco, riuscirono con una colonna egualmente compatta a ricacciare indietro un cuneo nemico troppo esiguo e perciò poco solido, che sporgeva dal resto dello schieramento. Respinti di poi i nemici, mentre questi si ritiravano precipitosamente, i Romani si diedero ad incalzarli. Allora tutti insieme, passando in mezzo alla schiera di coloro che per paura fuggivano a precipizio, furono trascinati prima in mezzo alla parte centrale dello schieramento nemico, in seguito, poiché non v’era resistenza alcuna, giunsero fino alle truppe di riserva degli Africani. Costoro si erano fermati dopo il ripiegamento di ambedue le ali, mentre la parte centrale nella quale si erano schierati i Galli e gli Spagnoli si era alquanto spostata in avanti. Quando questo cuneo fu ricacciato indietro, la fronte apparve dapprima rettilinea, poi, continuando i soldati ad indietreggiare, si formò nel mezzo una rientranza, mentre gli Africani ai lati avevano già disposto le ali, in modo da prendere in mezzo i Romani che imprudentemente avevano fatto irruzione al centro. I Romani, allora, terminato inutilmente il primo combattimento, lasciati da parte Galli e Spagnoli che avevano preso alle spalle, cominciarono un nuovo combattimento contro gli Africani con esito sfavorevole, non solo perché dovevano combattere contro coloro che li incalzavano tutto intorno, ma anche perché si battevano stanchi contro soldati freschi e vigorosi.

 

Battaglia equestre. Illustrazione di A. Todaro.

 

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[48] Iam et sinistro cornu Romanis, ubi sociorum equites aduersus Numidas steterant, consertum proelium erat, segne primo et a Punica coeptum fraude. Quingenti ferme Numidae, praeter solita arma telaque gladios occultos sub loricis habentes, specie transfugarum cum ab suis parmas post terga habentes adequitassent, repente ex equis desiliunt parmisque et iaculis ante pedes hostium proiectis in mediam aciem accepti ductique ad ultimos considere ab tergo iubentur. Ac dum proelium ab omni parte conseritur, quieti manserunt; postquam omnium animos oculosque occupauerat certamen, tum arreptis scutis, quae passim inter aceruos caesorum corporum strata erant, auersam adoriuntur Romanam aciem, tergaque ferientes ac poplites caedentes stragem ingentem ac maiorem aliquanto pauorem ac tumultum fecerunt. Cum alibi terror ac fuga, alibi pertinax in mala iam spe proelium esset, Hasdrubal qui ea parte praeerat, subductos ex media acie Numidas, quia segnis eorum cum aduersis pugna erat, ad persequendos passim fugientes mittit, Hispanos et Gallos pedites Afris prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit.

 

[48] Anche nell’ala sinistra i Romani avevano impegnato una battaglia, là dove contro i Numidi si era collocata la cavalleria alleata; il combattimento ebbe un inizio fiacco e segnato da un atto di frode tipica dei Cartaginesi. Quasi cinquecento Numidi che, oltre le solite armi offensive, avevano nascosto delle spade sotto le corazze, si misero a cavalcare tenendo dei piccoli scudi dietro la schiena, allontanandosi dai loro compagni come fossero dei disertori. All’improvviso balzarono da cavallo, e, gettati ai piedi dei Romani gli scudi e i dardi, vennero accolti in mezzo alle loro file; condotti dietro la linea di combattimento, ebbero l’ordine di prendere quel posto. I Numidi se ne stettero tranquilli, mentre da ogni parte si accendeva la battaglia; dopo che gli animi e gli occhi di tutti furono attratti verso il combattimento allora i Numidi, afferrati gli scudi, che erano stati gettati qua e là fra i mucchi di cadaveri, aggredirono alle spalle la schiera dei Romani e, ferendoli al dorso e tagliando i garretti dei cavalieri, provocarono grandissima strage e più ancora spavento e tumulto. Poiché nell’ala destra romana vi erano terrore e fuga, mentre al centro la fanteria, stanca della lunga battaglia, aveva ormai perduto ogni speranza di successo, Asdrubale che comandava in questa zona le truppe cartaginesi richiamò dal mezzo della battaglia i Numidi poiché il combattimento illanguidiva e li mandò ad inseguire qua e là i fuggitivi. Aggregò i cavalieri galli e spagnoli alla fanteria africana, ormai quasi più stanca per la strage compiuta che per la fatica del combattere.

 

Cavaliere numida. Illustrazione di P. Connolly.

 

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[49] Parte altera pugnae Paulus, quamquam primo statim proelio funda grauiter ictus fuerat, tamen et occurrit saepe cum confertis Hannibali et aliquot locis proelium restituit, protegentibus eum equitibus Romanis, omissis postremo equis, quia consulem et ad regendum equum uires deficiebant. Tum denuntianti cuidam iussisse consulem ad pedes descendere equites dixisse Hannibalem ferunt: “quam mallem, uinctos mihi traderet”. Equitum pedestre proelium, quale iam haud dubia hostium uictoria, fuit, cum uicti mori in uestigio mallent quam fugere, uictores morantibus uictoriam irati trucidarent quos pellere non poterant. Pepulerunt tamen iam paucos superantes et labore ac uolneribus fessos. Inde dissipati omnes sunt, equosque ad fugam qui poterant repetebant. Cn. Lentulus tribunus militum cum praeteruehens equo sedentem in saxo cruore oppletum consulem uidisset, “L. Aemili” inquit, “quem unum insontem culpae cladis hodiernae dei respicere debent, cape hunc equum, dum et tibi uirium aliquid superest [et] comes ego te tollere possum ac protegere. Ne funestam hanc pugnam morte consulis feceris; etiam sine hoc lacrimarum satis luctusque est”. Ad ea consul: “tu quidem, Cn. Corneli, macte uirtute esto; sed caue, frustra miserando exiguum tempus e manibus hostium euadendi absumas. Abi, nuntia publice patribus urbem Romanam muniant ac priusquam uictor hostis adueniat praesidiis firment; priuatim Q. Fabio L. Aemilium praeceptorum eius memorem et uixisse [et] adhuc et mori. Me in hac strage militum meorum patere exspirare, ne aut reus iterum e consulatu sim [aut] accusator collegae exsistam ut alieno crimine innocentiam meam protegam.” Haec eos agentes prius turba fugientium ciuium, deinde hostes oppressere; consulem ignorantes quis esset obruere telis, Lentulum in tumultu abripuit equus. Tum undique effuse fugiunt. Septem milia hominum in minora castra, decem in maiora, duo ferme in uicum ipsum Cannas perfugerunt, qui extemplo a Carthalone atque equitibus nullo munimento tegente uicum circumuenti sunt. Consul alter, seu forte seu consilio nulli fugientium insertus agmini, cum quinquaginta fere equitibus Venusiam perfugit. Quadraginta quinque milia quingenti pedites, duo milia septingenti equites, et tantadem prope ciuium sociorumque pars, caesi dicuntur; in his ambo consulum quaestores, L. Atilius et L. Furius Bibaculus, et undetriginta tribuni militum, consulares quidam praetoriique et aedilicii—inter eos Cn. Seruilium Geminum et M. Minucium numerant, qui magister equitum priore anno, [consul] aliquot annis ante fuerat—octoginta praeterea aut senatores aut qui eos magistratus gessissent unde in senatum legi deberent cum sua uoluntate milites in legionibus facti essent. Capta eo proelio tria milia peditum et equites mille et quingenti dicuntur.

 

[49] Nel settore opposto della battaglia, Paolo, per quanto subito al primo scontro fosse stato ferito da un giavellotto, tuttavia, con una forte schiera di armati si era ripetutamente lanciato contro Annibale ed aveva potuto in alcuni punti riaccendere la lotta, protetto dai cavalieri romani, che alla fine erano stati fatti appiedare perché al console mancavano ormai anche le forze per reggere il cavallo. Allora a un tale che gli annunciava che il console aveva ordinato ai cavalieri di smontare da cavallo, si racconta che Annibale abbia risposto: “Oh come avrei preferito che me li consegnasse già legati!”. Il combattimento dei cavalieri appiedati fu quale comportava la certezza della vittoria nemica, quando essi, già vinti, preferirono morire fermi al loro posto, piuttosto che darsi alla fuga, mentre i vincitori trucidavano quelli che non potevano respingere, inferociti contro coloro che ritardavano così la loro vittoria. Riuscirono, tuttavia, a ricacciare ormai solo i pochi cavalieri rimasti, spossati dalla fatica e dalle ferite. Tutti quanti furono sbaragliati; quelli che potevano cercavano di riprendere il cavallo per fuggire. Il tribuno dei soldati Cn. Lentulo passando a cavallo scorse seduto sopra un sasso il console Paolo Emilio ricoperto di sangue: “O Lucio Emilio – disse – tu che gli dèi devono considerare il solo che non ha colpa della catastrofe di oggi, prendi questo cavallo! Mentre ancora ti restano un po’ di forze, io ti posso prendere su con me e difendere. Non rendere funesta questa battaglia con la morte del console; anche senza di ciò ce n’è abbastanza di lacrime e di lutti”. A lui rispose il console: “Tu, o Cn. Cornelio, fai bene a darti coraggio; ma guardati dallo sciupare in vane commiserazioni il pochissimo tempo che ti rimane per fuggire dalle mani del nemico. Vattene ed avverti pubblicamente il Senato che fortifichi la città di Roma, e, prima che giunga il nemico vincitore, la rinforzi con dei presidi; privatamente dì poi a Fabio che Emilio è vissuto fino ad oggi memore dei suoi precetti. Quanto a me, lascia che io muoia in mezzo a questa strage dei miei soldati, perché al termine del mio consolato io non sia per la seconda volta accusato, o perché non divenga io stesso accusatore di un collega per difendere la mia innocenza con la colpa di un altro”. Mentre essi così parlavano, furono prima travolti dalla massa dei concittadini che fuggivano, poi dai nemici; questi seppellirono sotto i dardi il console, ignorando chi fosse; Lentulo, invece, in mezzo al tumulto fu portato in salvo dal cavallo. Allora da ogni parte cominciò una fuga disordinata. Settemila uomini si rifugiarono nell’accampamento minore, diecimila nel maggiore, quasi duemila nello stesso villaggio di Canne; questi ultimi furono subito circondati da Cartalone e dai suoi cavalieri, poiché nessuna fortificazione proteggeva il borgo. L’altro console, Varrone, che, sia per caso, sia per prudenza non si era mescolato ad alcuna folla di fuggitivi, si rifugiò a Venosa con circa cinquanta cavalieri. Si dice che siano stati trucidati quarantacinquemilacinquecento soldati di fanteria, duemilasettecento cavalieri ed una quantità quasi eguale di Romani e di alleati; fra questi ambedue i questori dei consoli, L. Atilio e L. Furio Bibaculo; inoltre ventinove tribuni dei soldati, alcuni consolari e già pretori ed edili, tra i quali si annoveravano Cn. Servilio e M. Minucio che, maestro della cavalleria nell’anno precedente, era stato alcuni anni prima console. Caddero, inoltre, ottanta senatori o coloro che avevano esercitato quelle magistrature, in virtù delle quali avevano diritto di essere prescelti per il Senato e che erano divenuti per loro volontà semplici soldati nelle legioni. Si dice che in quella battaglia furono fatti prigionieri tremila soldati di fanteria e millecinquecento cavalieri.

 

La vittoria di Annibale. Illustrazione di A. Yezhov.

 

 

Bibliografia di approfondimento:

DALY G., Cannae. The Experience of Battle in the Second Punic War, London 2002.

GOLDSWORTHY A., Cannae: Hannibal’s Greatest Victory, London 2001.

JACQUES C.J., ARDANT DU PICG, Analysis of the Battle of Cannae, in Battle Studies, Kansas City 2017, 15-23.

JUDEICH W., Cannae, HistZeit 136 (1927), 1-24.

KUSSMAUL P., Der Halbmond von Cannae, MH 35 (1978), 249-257.

RIDLEY R.T., Was Scipio Africanus at Cannae?, Latomus 34 (1975), 161-165.

SAMUELS M., The reality of Cannae, MM 47 (1990), 7-31.

SCULLARD H.H., Cannae: Battle-field and Burial Ground, Historia 4 (1955), 474-475.

SHEAN J.F., Hannibal’s Mules: The Logistical Limitations of Hannibal’s Army and the Battle of Cannae, 216 B.C., Historia 45 (1996), 159-187.

Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Liv. V 35, 4-38, in Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione. III (libri V-VII), traduzione di M. Scàndola, note di C. Moreschini, Milano 201011, pp. 90-99.

 

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[…]

 

(4) Clusini nouo bello exterriti cum multitudinem, cum formas hominum inuisitatas cernerent et genus armorum audirentque saepe ab iis cis Padum ultraque legiones Etruscorum fusas, quamquam aduersus Romanos nullum eis ius societatis amicitiaeue erat, nisi quod Ueientes consanguineos aduersus populum Romanum non defendissent, legatos Romam, qui auxilium ab senatu peterent, misere. (5) de auxilio nihil impetratum; legati tres M. Fabi Ambusti filii missi, qui senatus populique Romani nomine agerent cum Gallis, ne, a quibus nullam iniuriam accepissent, socios populi Romani atque amicos oppugnarent. (6) Romanis eos bello quoque, si res cogat, tuendos esse; sed melius uisum bellum ipsum amoueri, si posset, et Gallos, nouam gentem, pace potius cognosci quam armis.

 

I Chiusini, atterriti dall’insolita guerra, considerando il gran numero, l’aspetto insolito di quella gente, il loro armamento, e sentendo ch’essi avevano più volte sbaragliato le legioni degli Etruschi di qua e di là dal Po, sebbene non avessero coi Romani alcun vincolo d’alleanza o d’amicizia, a parte il fatto ch’essi non avevano difeso i Veienti loro consanguinei contro il popolo romano, mandarono ambasciatori a Roma a chiedere aiuto al Senato. In quanto ad aiuti non ne ottennero alcuno; furono solo inviati come ambasciatori i tre figli di Marco Fabio Ambusto a trattare coi Galli, a nome del Senato e del popolo romano, perché non assalissero gli alleati ed amici del popolo romano, dai quali non avevano ricevuto alcun torto: i Romani avrebbero dovuto difenderli anche con la guerra se le circostanze lo richiedevano; ma pareva più opportuno che la guerra si evitasse, possibilmente, e che si facesse la conoscenza dei Galli, nuovo popolo, in pace piuttosto che in armi.

 

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(1) Mitis legatio, ni praeferoces legatos Gallisque magis quam Romanis similes habuisset. quibus, postquam mandata ediderunt in concilio Gallorum, datur responsum, (2) etsi nouum nomen audiant Romanorum, tamen credere uiros fortes esse, quorum auxilium a Clusinis in re trepida sit inploratum; (3) et quoniam legatione aduersus se maluerint quam armis tueri socios, ne se quidem pacem, quam illi adferant, aspernari, si Gallis egentibus agro, quem latius possideant quam colant Clusini, partem finium concedant; aliter pacem impetrari non posse. (4) et responsum coram Romanis accipere uelle et, si negetur ager, coram iisdem Romanis dimicaturos, ut nuntiare domum possent, quantum Galli uirtute ceteros mortales praestarent. (5) quodnam id ius esset, agrum a possessoribus petere aut minari arma, Romanis quaerentibus, et quid in Etruria rei Gallis esset, cum illi se in armis ius ferre et omnia fortium uirorum esse ferociter dicerent, accensis utrimque animis ad arma discurritur et proelium conseritur. (6) ibi iam urgentibus Romanam urbem fatis legati contra ius gentium arma capiunt. nec id clam esse potuit, cum ante signa Etruscorum tres nobilissimi fortissimique Romanae iuuentutis pugnarent; tantum eminebat peregrina uirtus. (7) quin etiam Q. Fabius euectus extra aciem equo ducem Gallorum ferociter in ipsa signa Etruscorum incursantem per latus transfixum hasta occidit; spoliaque eius legentem Galli agnouere, perque totam aciem Romanum legatum esse signum datum est. (8) omissa inde in Clusinos ira receptui canunt minantes Romanis. erant, qui extemplo Romam eundum censerent; uicere seniores, ut legati prius mitterentur questum iniurias postulatumque, ut pro iure gentium uiolato Fabii dederentur. (9) legati Gallorum cum ea, sicut erant mandata, exposuissent, senatui nec factum placebat Fabiorum, et ius postulare barbari uidebantur; sed ne id, quod placebat, decerneret in tantae nobilitatis uiris, ambitio obstabat. (10) itaque ne penes ipsos culpa esset, si clades forent Gallico bello acceptae, cognitionem de postulatis Gallorum ad populum reiciunt; ubi tanto plus gratia atque opes ualuere, ut, quorum de poena agebatur, tribuni militum consulari potestate in insequentem annum crearentur. (11) quo facto haud secus, quam dignum erat, infensi Galli bellum propalam minantes ad suos redeunt. tribuni militum cum tribus Fabiis creati Q. Sulpicius Longus, Q. Seruilius quartum, P. Cornelius Maluginensis.

 

Sarebbe stata una missione conciliante, se gli ambasciatori non fossero stati troppo impetuosi, più simili ai Galli che ai Romani[1]. Ad essi, dopo che ebbero esposto nell’adunanza gli incarichi ricevuti, fu risposto che, sebbene udissero per la prima volta il nome dei Romani, credevano tuttavia che fossero uomini coraggiosi, se i Chiusini avevano invocato il loro aiuto in un momento così critico; e poiché avevano preferito difendere gli alleati contro di loro piuttosto con le trattative che con le armi, neppure rifiutavano la pace ch’essi offrivano, purché i Chiusini, che possedevano una terra più vasta di quella che coltivavano, cedessero ai Galli, che ne avevano bisogno, una parte del loro territorio: altrimenti la pace non si sarebbe potuta ottenere[2]. La risposta volevano riceverla alla presenza dei Romani, e, se la terra fosse stata loro rifiutata, alla presenza degli stessi Romani avrebbero combattuto, perché potessero riferire in patria di quanto i Galli superassero in valore tutti gli altri uomini. Ai Romani, i quali chiedevano qual sorta di diritto fosse quello di pretendere terre da coloro che ne erano i proprietari o di minacciare la guerra, e che cosa avessero a che fare i Galli con l’Etruria, quelli risposero arrogantemente che il diritto lo portavano nelle armi, e che ogni cosa era di proprietà degli uomini coraggiosi; accesisi perciò gli animi da entrambe le parti, si corse alle armi e si attaccò battaglia. Allora, mentre ormai i fati incalzavano la città di Roma, gli ambasciatori, contro il diritto delle genti, impugnarono le armi. Né questo fatto poté restare nascosto, perché quei tre nobilissimi e coraggiosissimi rappresentanti della gioventù romana combattevano davanti alle insegne degli Etruschi: tanto chiaramente risaltava il valore di quei forestieri. Ché anzi Quinto Fabio[3], spintosi col suo cavallo fuori delle file, uccise, trapassandolo in un fianco con l’asta, il comandante dei Galli che si lanciava arditamente contro le insegne stesse degli Etruschi; e, mentre ne raccoglieva le spoglie, i Galli lo riconobbero, e per tutto l’esercito fu dato l’avviso ch’era l’ambasciatore romano. Deposta quindi l’ira contro i Chiusini, suonarono la ritirata, scagliando minacce contro i Romani. V’erano di quelli che pensavano che si dovesse immediatamente marciare contro Roma; ma prevalsero i più anziani, i quali ottennero che si mandassero prima ambasciatori a protestare per il torto ricevuto e a chiedere la consegna dei Fabi in seguito alla violazione del diritto delle genti. Gli ambasciatori dei Galli esposero i fatti secondo le istruzioni ricevute; ma, mentre il Senato disapprovava la condotta dei Fabi e giudicava legittima la richiesta dei barbari, d’altro canto gli intrighi impedivano che si prendessero opportuni provvedimenti, trattandosi di persone di sì alta nobiltà[4]. Pertanto, affinché non ricadesse su di loro la responsabilità di un’eventuale sconfitta in una guerra contro i Galli, rimisero al popolo l’esame delle loro richieste[5]; e su di esso tanto prevalsero il favore e le influenze, che coloro dei quali si reclamava la punizione furono eletti tribuni militari con potestà consolare per l’anno seguente. Irritati per questo fatto, com’era più che giusto, i Galli se ne tornarono dai loro minacciando apertamente la guerra. Insieme coi tre Fabi furono eletti tribuni militari Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio per la quarta volta, Publio Cornelio Maluginense.

 

Guerrieri senoni (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

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(1) Cum tanta moles mali instaret – adeo obcaecat animos fortuna, ubi uim suam ingruentem refringi non uult –, ciuitas, quae aduersus Fidenatem ac Ueientem hostem aliosque finitimos populos ultima experiens auxilia dictatorem multis tempestatibus dixisset, (2) ea tunc inuisitato atque inaudito hoste ab Oceano terrarumque ultimis oris bellum ciente nihil extraordinarii imperii aut auxilii quaesiuit. (3) tribuni, quorum temeritate bellum contractum erat, summae rerum praeerant dilectumque nihilo accuratiorem, quam ad media bella haberi solitus erat, extenuantes etiam famam belli habebant. (4) interim Galli, postquam accepere ultro honorem habitum uiolatoribus iuris humani elusamque legationem suam esse, flagrantes ira, cuius inpotens est gens, confestim signis conuulsis citato agmine iter ingrediuntur. (5)  ad quorum praetereuntium raptim tumultum cum exterritae urbes ad arma concurrerent fugaque agrestium fieret, Romam se ire magno clamore significabant, quacumque ibant, equis uirisque longe ac late fuso agmine inmensum obtinentes loci. (6) sed antecedente fama nuntiisque Clusinorum, deinceps inde aliorum populorum, plurimum terroris Romam celeritas hostium tulit, (7) quippe quibus uelut tumultuario exercitu raptim ducto aegre ad undecimum lapidem occursum est, qua flumen Alia Crustuminis montibus praealto defluens alueo haud multum infra uiam Tiberino amni miscetur. (8) iam omnia contra circaque hostium plena erant, et nata in uanos tumultus gens truci cantu clamoribusque uariis horrendo cuncta conpleuerant sono.

 

Sebbene sovrastasse così immensa sventura, la città che contro i Fidenati, i Veienti e gli altri popoli confinanti era ricorsa all’estremo rimedio, nominando in molte circostanze un dittatore, in quell’occasione – a tal punto il destino accieca gli animi, quando non vuole che si annulli la sua incombente violenza – non cercò, contro un nemico mai visto e mai sentito nominare, che portava la guerra dall’Oceano e dagli estremi confini della terra[6], nessuna autorità, nessun aiuto straordinario. Il supremo comando era nelle mani di quei tribuni per la cui temerarietà ci si era tirati addosso la guerra, ed essi facevano una leva per nulla più accurata di quella che si era soliti fare per guerre ordinarie, sminuendo anzi l’importanza che a questa attribuiva la pubblica opinione. Frattanto i Galli, quando seppero che ai violatori del diritto umano si era perfino reso onore, e che ci si era fatti giuoco della loro ambasceria, ardenti d’ira, incapace com’è quel popolo di frenarla, immediatamente, levate le insegne, si misero in cammino a marce forzate. E mentre al tumulto destato dalla loro precipitosa avanzata le città atterrite correvano alle armi, e i contadini si davano alla fuga, essi, dovunque passavano, gridavano a squarciagola ch’erano diretti a Roma, occupando coi cavalli e con gli uomini, che avanzavano spiegati in lungo e in largo, uno spazio immenso. La rapida marcia dei nemici, benché fosse stata preceduta dalla fama e dai messi inviati dai Chiusini e poi via via da altri popoli, destò a Roma grandissimo terrore, poiché a stento si poté andar loro incontro, con un esercito quasi improvvisato e raccolto in fretta e furia, a undici miglia dall’Urbe, là dove il fiume Allia, scendendo con un letto assai profondo dai monti Crustumini, confluisce nel Tevere non molto al di sotto della strada[7]. Già ogni luogo, di fronte e all’intorno, era pieno di nemici, e quella gente, portata per natura agli inutili schiamazzi, aveva fatto echeggiare ovunque l’orrendo frastuono dei suoi selvaggi canti e dalle grida di varia natura.

I guerrieri senoni inseguono alcuni fanti romani in rotta. Illustrazione di A. McBride.

 

38

 

(1) Ibi tribuni militum non loco castris ante capto, non praemunito vallo, quo receptus esset, non deorum saltem, si non hominum, memores nec auspicato nec litato instruunt aciem diductam in cornua, ne circumveniri multitudine hostium possent; (2) nec tamen aequari frontes poterant, cum extenuando infirmam et vix cohaerentem mediam aciem haberent. paulum erat ab dextera editi loci, quem subsidiariis repleri placuit; eaque res ut initium pavoris ac fugae, sic una salus fugientibus fuit. (3) nam Brennus, regulus Gallorum, in paucitate hostium artem maxime timens, ratus ad id captum superiorem locum, ut, ubi Galli cum acie legionum recta fronte concurrissent, subsidia in aversos transversosque impetum darent, ad subsidiarios signa convertit, (4) si eos loco depulisset, haud dubius facilem in aequo campi tantum superanti multitudine victoriam fore; adeo non fortuna modo, sed ratio etiam cum barbaris stabat. (5) in altera acie nihil simile Romanis, non apud duces, non apud milites erat. pavor fugaque occupaverat animos et tanta omnium oblivio, ut multo maior pars Veios, in hostium urbem, cum Tiberis arceret, quam recto itinere Romam ad coniuges ac liberos fugerent. (6) parumper subsidiarios tutatus est locus; in reliqua acie simul est clamor proximis ab latere, ultimis ab tergo auditus, ignotum hostem prius paene quam viderent, non modo non temptato certamine, sed ne clamore quidem reddito integri intactique fugerunt; (7) nec ulla caedes pugnantium fuit; terga caesa suomet ipsorum certamine in turba inpedientium fugam. (8) circa ripam Tiberis, quo armis abiectis totum sinistrum cornu refugit, magna strages facta est, multosque inperitos nandi aut invalidos, graves loricis aliisque tegminibus, hausere gurgites; (9) maxima tamen pars incolumis Veios perfugit, unde non modo praesidii quicquam, sed ne nuntius quidem cladis Romam est missus. (10)  ab dextro cornu, quod procul a flumine et magis sub monte steterat, Romam omnes petiere et ne clausis quidem portis urbis in arcem confugerunt.

 

Allora i tribuni militari, senza aver prima scelto una posizione adatta per l’accampamento, senza essersi assicurata la protezione d’una trincea dove potersi rifugiare, senza ricordarsi almeno degli dèi se non degli uomini, senza aver preso gli auspici e senza aver fatto i sacrifici propiziatori, schierarono l’esercito, distendendolo alle ali per evitare di essere circondati dal gran numero dei nemici: ciò nonostante non potevano opporre un fronte uguale al loro, mentre assottigliando il centro, lo rendevano debole e quasi disunito. Sulla destra v’era una piccola altura, che si decise di far occupare dalle truppe di riserva, e questa mossa, come segnò l’inizio del panico e della fuga, così rappresentò l’unica via di salvezza per i fuggitivi. Infatti Brenno, principe dei Galli, temendo soprattutto, data la scarsezza dei nemici, uno stratagemma, convinto che l’altura fosse stata occupata con lo scopo di permettere ai rincalzi di assalirli alle spalle e di fianco non appena i Galli avessero sferrato un attacco frontale contro il grosso delle nostre legioni, operò una conversione e marciò contro le truppe di riserva, non dubitando che, se le avesse sloggiate da quella posizione, nella pianura la vittoria sarebbe poi stata facile per i suoi ch’erano tanto superiore di numero: a tal punto, non solo la fortuna, ma anche la tattica stava dalla parte dei barbari. Dall’altra non v’era nulla che desse l’idea d’un esercito romano, né presso i comandanti, né presso i soldati. La paura e il desiderio di fuggire, insieme con l’oblio d’ogni dovere, avevano talmente invaso gli animi, che furono assai più quelli che preferirono rifugiarsi a Veio, nella città dei nemici, nonostante l’ostacolo del Tevere, anziché direttamente a Roma, presso le spose e i figli. La posizione protesse per poco tempo le riserve; nel resto dell’esercito, appena fu inteso il grido di guerra, di fianco dai più vicini, alle spalle dai più lontani, quasi ancor prima d’aver visto il nemico sconosciuto, senza avere, non solo tentato il combattimento, ma neppure levato il grido di guerra, freschi ed illesi com’erano, si diedero alla fuga; nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettate le armi, fu fatta una gran carneficina, e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio, donde non soltanto non fu mandato a Roma alcun aiuto, ma neppure la notizia della disfatta. Quelli dell’ala destra, ch’erano rimasti lontano dal fiume e più sotto il monto, si diressero tutti a Roma, e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca.

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Note:

 

[1] Si presenta qui una tipologia della popolazione gallica ampiamente diffusa tra gli scrittori latini. Si sottolineano la ferocia e gli istinti bellicosi, ai quali si accompagnano, però, come aspetto negativo (e tale aspetto è assente nel guerriero romano), la scarsa resistenza alle difficoltà. Queste caratteristiche, si quelle positive sia quelle negative, si possono riscontrare in tutta la vicenda dell’invasione gallica.

[2] Gli abitanti di Chiusi sembrano essere dei grandi proprietari terrieri.

[3] Questo Quinto Fabio, il maggiore dei tre fratelli, era probabilmente quello che era stato console nel 412 a.C. (cfr. IV 52).

[4] La colpa, dunque, è del Senato e della nobile famiglia dei Fabii.

[5] Mentre il Senato avrebbe potuto benissimo decidere da solo.

[6] Un’affermazione che non risponde alla esatta realtà, ma deve essere considerata un’amplificazione retorica.

[7] Era la via Salaria.

Il grande incendio di Roma (18 luglio 64 d.C.)

Tac., Ann. XV 38-41 (trad. it. B. Ceva)

 

Hubert Robert, L’Incendie de Rome. Olio su tela, 1771. Le Havre, Musée d’art moderne André-Malraux.

 

Sequitur clades, forte an dolo principis incertum (nam utrumque auctores prodidere), sed omnibus quae huic urbi per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior. initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit. neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. impetu peruagatum incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus inferiora populando, antiit remedia uelocitate mali et obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. ad hoc lamenta pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae aetas, quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. et saepe dum in tergum respectant lateribus aut fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in eodem casu reperiebant. postremo, quid uitarent quid peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam amissis omnibus fortunis, diurni quoque uictus, alii caritate suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio interiere. nec quisquam defendere audebat, crebris multorum minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces iaciebant atque esse sibi auctore‹m› uociferabantur, siue ut raptus licentius exercerent seu iussu.

 

Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia del principe, poiché gli storici interpretarono la cosa nell’un modo e nell’altro. È certo però che questo incendio per la sua violenza ebbe effetti più terribili e spaventosi di tutti gli incendi precedenti. Cominciò in quella parte del circo, che è contigua ai colli del Palatino e del Celio, dove il fuoco, appena scoppiato nelle botteghe in cui si trovavano merci infiammabili, subito divampò violento alimentato dal vento ed avvolse il circo per tutta la sua lunghezza, poiché non vi erano palazzi con recinti o templi circondati da mura o qualunque altra difesa che potesse arrestare la marcia delle fiamme. Spinto dalla violenza l’incendio si diffuse dapprima nei luoghi piani, poi salì ai colli e poi di nuovo invase devastando i luoghi bassi e con la sua rapidità prevenne ogni possibilità di rimedio, poiché il fuoco si appiccava con estrema facilità alle vie strette e tortuose e agli immensi agglomerati di case della vecchia Roma. A tutto ciò s’aggiungevano le grida lamentose delle donne atterrite e l’impaccio dei vecchi malfermi e dei bambini e coloro che cercavano di salvare sé e quelli che cercavano invece di aiutare altri, o trascinando i malati, o fermandosi ad aspettarli; chi s’indugiava, chi si precipitava, tutto era causa d’ingombro e d’impedimento. Avveniva spesso che qualcuno, mentre si sorvegliava le spalle, si trovava circondato dalle fiamme ai fianchi e di fronte; altri, poi, che erano fuggiti nelle vicinanze le trovavano già invase dall’incendio, e quelle località che avevano creduto immuni dal fuoco per la loro lontananza, vedevano, invece, avvolte nella medesima rovina. Alla fine, non sapendo più da quali luoghi fuggire ed in quali trovar riparo, si riversarono nelle vie e si buttarono prostrati nei campi; alcuni, per aver perduto ogni possibilità finanziaria anche per la vita di tutti i giorni, altri, invece, per la disperazione di non aver potuto salvare i propri cari, si abbandonarono inerti alla morte, pur avendo una possibilità di salvarsi. Nessuno poi aveva il coraggio di tentare qualche cosa contro l’incendio, di fronte alle frequenti minacce di coloro che ne impedivano l’estinzione ed alla vista di quelli che scagliavano torce ardenti e che dichiaravano a gran voce che avevano ricevuto un ordine, sia che facessero ciò per rapinare in piena libertà, sia che in realtà eseguissero un comando.

 

Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis hortos continuauerat, ignis propinquaret. neque tamen sisti potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum haurirentur. sed solacium populo exturbato ac profugo campum Martis ac monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab Ostia et propinquis municipiis pretiumque frumenti minutum usque ad ternos nummos. quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis cladibus adsimulantem.

 

In quel momento Nerone era ad Anzio, e non ritornò a Roma finché le fiamme non s’avvicinarono a quella casa che egli aveva edificato per congiungere il palazzo coi giardini di Mecenate. Non si poté, tuttavia, impedire al fuoco di avvolgere e distruggere il palazzo, la casa e tutti i luoghi circostanti. Per confortare il popolo vagante qua e là senza dimora, aperse il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, dove fece innalzare delle costruzioni improvvisate per offrire un rifugio alla moltitudine in miseria. Da Ostia e dai vicini municipi fece venire oggetti di prima necessità, fece ridurre il prezzo del grano a tre nummi per moggio. Tutti questi provvedimenti, per quanto di carattere popolare, non ebbero eco nel favore del popolo, perché si era diffusa la voce che nello stesso momento in cui la città era preda delle fiamme egli fosse salito sul palcoscenico del palazzo, ed avesse cantato l’incendio di Troia, raffigurando in quell’antica rovina la presente sventura.

 

Edicola. Cotto e marmo. Caserma della VII Cohors Vigilum, Trastevere (Roma).

 

Sexto demum die apud imas Esquilias finis incendio factus, prorutis per immensum aedificiis ut continuae violentiae campus et velut vacuum caelum occurreret. necdum pos‹i›t‹us› metus aut redierat plebi ‹spes›: rursum grassatus ignis patulis magis urbis locis; eoque strages hominum minor, delubra deum et porticus amoenitati dicatae latius procidere. plusque infamiae id incendium habuit quia praediis Tigellini Aemilianis proruperat videbaturque Nero condendae urbis novae et cognomento suo appellandae gloriam quaerere. quippe in regiones quattuordecim Roma dividitur, quarum quattuor integrae manebant, tres solo tenus deiectae: septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semusta.

 

Alla fine, sei giorni dopo, l’incendio cominciò a languire alle pendici dell’Esquilino, dopo che per larghissimo spazio erano stati abbattuti degli edifici, per lasciare all’incessante imperversare delle fiamme uno spazio vuoto e quasi il vuoto cielo. Lo spavento, tuttavia, non era ancora cessato né il popolo si era riavuto alla speranza, quando di nuovo il fuoco infuriò in località della città più aperte, per cui fu minore la strage di uomini; fu, pertanto, più ampia la distruzione di templi dedicati al culto degli dèi e portici destinati ai passeggi pubblici. Questo secondo incendio suscitò maggiore sdegno, perché era scoppiato nei Giardini Emiliani, uno dei possedimenti di Tigellino, per cui sembrava che Nerone volesse per sé la gloria di fondare una nuova città e di chiamarla col suo nome. Roma, infatti, era divisa in quattordici quartieri, dei quali quattro rimanevano intatti, tre abbattuti al suolo, degli altri sette rimanevano solo pochi ruderi rovinati ed abbruciacchiati.

 

Domuum et insularum et templorum quae amissa sunt numerum inire haud promptum fuerit: sed uetustissima religione, quod Seruius Tullius Lunae et magna ara fanumque quae praesenti Herculi Arcas Euander sacrauerat, aedesque Statoris Iouis uota Romulo Numaeque regia et delubrum Uestae cum Penatibus populi Romani exusta; iam opes tot uictoriis quaesitae et Graecarum artium decora, exim monumenta ingeniorum antiqua et incorrupta, ‹ut› quamuis in tanta resurgentis urbis pulchritudine multa seniores meminerint quae reparari nequibant. fuere qui adnotarent XIIII Kal. Sextilis principium incendii huius ortum, et quo Senones captam urbem inflammauerint. alii eo usque cura progressi sunt ut totidem annos mensisque et dies inter utraque incendia numerent.

 

Non è facile dare il numero delle case, degli isolati, e dei templi che andarono perduti. Fra questi vi furono quelli di più antico culto che Servio Tullio aveva dedicato alla Luna, la grande ara e il tempietto che l’Arcade Evandro aveva consacrato al nume presente di Ercole; furono inoltre arsi il tempio votato a Giove Statore da Romolo e la reggia di Numa e il santuario di Vesta con i penati del popolo romano. Furono così perduti ricchezze conquistate in tante vittorie e capolavori dell’arte greca, e con essi gli antichi e originali documenti degli uomini di genio, tanto che, per quanto Roma fosse risolta splendida, molte cose i vecchi ricordavano che non avrebbero più potuto essere rifatte. Vi furono coloro che notarono che l’incendio era scoppiato quattordici giorni avanti le calende di Agosto, lo stesso giorno in cui i Galli Senoni, presa Roma, l’avevano incendiata. Altri andarono più in là nel calcolo, in modo da stabilire che tra i due incendi era intercorso lo stesso numero di anni e di mesi e di giorni.

 

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Suet. Nero 38 (trad. it. F. Dessì)

 

Karl Theodor von Piloty, Nero nach dem Brande Roms. Olio su tela, 1860. Budapest und München.

 

Sed nec populo aut moenibus patriae pepercit. dicente quodam in sermone communi:

 

ἐμοῦ θανόντος γαῖα μειχθήτω πυρί,

 

«immo», inquit, «ἐμοῦ ζῶντος», planeque ita fecit. nam quasi offensus deformitate ueterum aedificiorum et angustiis flexurisque uicorum, incendit urbem tam palam, ut plerique consulares cubicularios eius cum stuppa taedaque in praediis suis deprehensos non attigerint, et quaedam horrea circa domum Auream, quorum spatium maxime desiderabat, [ut] bellicis machinis labefacta atque inflammata sint, quod saxeo muro constructa erant. per sex dies septemque noctes ea clade saeuitum est ad monumentorum bustorumque deuersoria plebe compulsa. tunc praeter immensum numerum insularum domus priscorum ducum arserunt hostilibus adhuc spoliis adornatae deorumque aedes ab regibus ac deinde Punicis et Gallicis bellis uotae dedicataeque, et quidquid uisendum atque memorabile ex antiquitate durauerat. hoc incendium e turre Maecenatiana prospectans laetusque «flammae», ut aiebat, «pulchritudine», Halosin Ilii in illo suo scaenico habitu decantauit. ac ne non hinc quoque quantum posset praedae et manubiarum inuaderet, pollicitus cadauerum et ruderum gratuitam egestionem nemini ad reliquias rerum suarum adire permisit; conlationibusque non receptis modo uerum et efflagitatis prouincias priuatorumque census prope exhausit.

 

Ma non risparmiò nemmeno il popolo né le mura della sua patria. Quando un tale, durante una conversazione, citò il verso greco:

 

Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco,

 

Nerone disse: «Anzi, che scompaia mentre sono vivo!», e realizzò completamente questo suo desiderio. Infatti, come se si sentisse ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalla strettezza delle strade sinuose, incendiò Roma in modo così sfacciatamente palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro proprietà i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini di grano, vicini alla Domus Aurea e di cui Nerone desiderava occupare l’area, vennero demoliti con macchine da guerra e incendiati, perché erano costruiti in pietra. Quel flagello incrudelì per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero infinito di case popolari, furono divorate dall’incendio anche le case degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dèi, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di esser visto o ricordato fin dall’antichità.

Nerone, mentre contemplava l’incendio dalla torre di Mecenate, «allietato – sono le sue parole – dalla bellezza delle fiamme», cantò La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena. E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantità possibile di preda e di spoglie, promise di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, vietando a chiunque di avvicinarsi ai resti dei propri averi. Non soltanto accettò dei contributi, ma ne richiese in tale misura che rovinò le province e i privati.

 

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CIL VI 826 = ILS 4914

 

Ara dell’incendio neroniano. Altare, travertino e marmo, post 81 d.C. ca. Roma, P.zzo Sant’Andrea.

 

Haec area intra hanc / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / [[[Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto)]]] / [[[Germanico]]] ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre // Haec area intra hancce / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto) / Germanico ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / nego<t=C>iari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit sacrum faciat / aliusue quis magistratus / Uolcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robeo / et uerre <f=R>ac(tis) precationibus / infra script<is=AM> aedi[‒ ‒ ‒] K(alendas) Sept(embres) / ianist[‒ ‒ ‒] / [‒ ‒ ‒] dari [‒ ‒ ‒]quaes[‒ ‒ ‒] / quod imp(erator) Caesar Domitianus / Aug(ustus) Germanicus pont(ifex) max(imus) / constituit Q[‒ ‒ ‒] / fieri // ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre.

Sui questori

di G. Urso, Cassio Dione e i magistrati. Le origini della repubblica nei frammenti della Storia romana, Milano 2005, pp. 37-43.

 

 

M. Giunio Bruto (oppure C. Sosio?). Obolo, Provincia di Syria, I sec. a.C. AE 18, 04 gr. Verso: tre attributi del magistrato – l’hasta, la sella quaestoria e il fiscus. In exergo: Q(uaestor).

 

Dopo i “consoli” (ἄρχοντες, στρατηγοί, ὕπατοι), i primi magistrati menzionati da Dione sono i questori, di cui la nostra fonte parla subito dopo l’accenno all’esilio di Tarquinio il Superbo a Cuma. Dal contesto del racconto di Zonara (VII 13) sembra che la notizia spetti al 509 vulg. (o comunque ai primissimi anni della repubblica):

 

καὶ τὴν τῶν χρημάτων διοίκησιν ἄλλοις ἀπένειμεν [scil. Ποπλικόλας], ἵνα μὴ τούτῶν ἐγκρατεῖς ὄντες οἱ ὑπατεύοντες μέγα δύνωνται. ὅτε πρῶτον οἱ ταμίαι γίνεσθαι ἤρξαντο· κοιαίστωρας δ’ ἐκάλουν αὐτούς. οἲ πρῶτον μὲν τὰς θανασίμους δίκας ἐδίκαζον, ὅθεν καὶ τὴν προσηγορίαυ ταύτην διὰ τὰς ἀνακρίσεις ἐσχήκασι καὶ διὰ τὴν τῆς ἀληθείας ἐκ τῶν ἀνακρίσεων ζήτησιν· ὕστερον δὲ καὶ τὴν τῶν κοινόν χρημάτων διοίκησιν ἔλαχον, καὶ ταμίαι προσωνομάσθησαν. μετὰ ταῦτα δ’ ἑτέροις μὲν ἐπετράπη τὰ δικαστήρια, ἐκεῖνοι δὲ τῶν χρημάτων ἤσαν διοικηταί.

 

«E Publicola destinò l’amministrazione del tesoro ad altri, affinché quelli che detenevano il consolato non acquisissero troppo potere, essendone responsabili. Allora per la prima volta cominciarono ad esserci i tesorieri. Li chiamavano “questori”. Essi in un primo tempo giudicavano nei processi capitali, da cui hanno ricevuto anche la loro denominazione, perché interrogavano [quaerere] e perché cercavano la verità per mezzo delle loro domande. In seguito ottennero anche l’amministrazione del tesoro pubblico e furono chiamati tesorieri. Più tardi i giudizi vennero riservati ad altri ed essi rimasero i responsabili del tesoro».

 

Dione si riferisce dunque ad una doppia funzione di questi magistrati, quella giudiziaria e quella amministrativa, che rimase più tardi l’unico compito dei questori. La funzione giudiziaria è evidentemente quella attribuita ai cosiddetti quaestores parricidii[1], da cui si distinguono i quaestores (aerarii) propriamente detti.

A questa doppia funzione dei questori sembra riferirsi una breve allusione di Varrone (ling. V 81), riguardante l’etimologia del nome: quaestores a quaerendo, qui conquirerent publicas pecunias et maleficia, quae triumviri capitales nunc conquirunt. Ma Dione non si limita ad affermare che i questori potevano svolgere funzioni diverse; egli, più esattamente, distingue tre fasi nell’evoluzione della magistratura: una prima fase (πρῶτον), in cui le competenze dei questori sono soltanto di natura giudiziaria; una seconda fase (ὕστερον), in cui vi si aggiungono le competenze amministrative; e infine una terza (μετὰ ταῦτα), in cui solo queste ultime sopravvivono[2]. Qui ci troviamo, evidentemente, nella seconda fase: lo si ricava dal confronto fra ὅτε πρῶτον οἱ ταμίαι γίνεσθαι ἤρξαντο e il successivo καὶ ταμίαι προσωνομάσθησαν: è chiaro dunque che per Dione i questori esistevano già nell’epoca dei re[3].

Questa ricostruzione inserisce la nostra fonte in una tradizione abbastanza ben attestata, a livello giuridico e antiquario. Infatti, diverse altre fonti (Giunio Graccano, citato nel De officio quaestoris di Ulpiano, Tacito ed Ulpiano stesso) pongono i questori già in età monarchica, anche se le loro opinioni divergono riguardo al meccanismo della nomina di questi magistrati: da parte del popolo già sotto i re secondo Graccano; prima da parte dei re, poi dei “consoli”, infine del popolo secondo Tacito (Ulpiano non fornisce indicazioni al riguardo):

 

Tacito ann. XI 22, 4: sed quaestores regibus etiam tum imperantibus insituti sunt, quod lex curiata ostendit a L. Bruto repetita. Mansitque consulibus potestas deligendi, donec eum quoque honorem populus mandaret. Creatique primum Valerius Potitus et Aemilius Mamercus sexagesimo tertio anno post Tarquinios exactos [secondo la cronologia tradizionale, nel 446], ut rem militarem comitarentur[4].

 

Ulpiano D. 1.13.1.pr. -1: origo quaestoribus creandis antiquissima est et paene ante omnes magistratus. Gracchanus denique Iunius libro septimo de potestatibus etiam ipsum Romulum et Numam Pompilium binos quaestores habuisse, qui non sua voce, sed populi suffragio crearent, refert. Sed sicuti dubium est, an Romulo et Numa regnantibus quaestor fuerit, ita Tullo Hostilio rege quaestores fuisse certum est: et sane crebrior apud veteres opinio est Hostilium primum in rem publicam induxisse quaestores. Et a genere quaerendi quaestores initio dictos et Iunius et Trebatius et Fenestella dicunt[5].

 

 

Aesillas, questore. Tetradramma, Provincia di Macedonia, 85-70 a.C. Ar 16, 37 gr. Verso: cassa monetale, clava e sella quaestoria all’interno di una corona di quercia.

 

In Zonara, l’uso del verbo γίνεσθαι non permette di comprendere se qui Dione pensasse ad una nomina da parte dei “consoli” o ad una elezione[6].

Mentre Graccano, Tacito ed Ulpiano sono concordi nell’attribuire a questa magistratura un’origine risalente all’epoca monarchica, pur divergendo nei particolari, diversa è invece la tradizione attestata nell’Enchiridion di Pomponio (D. 1.2.2.22-23):

 

deinde cum aerarium populi auctius esse coepisset, ut essent qui illi praeessent, constituti sunt quaestores dicti ab eo quod inquirendae et conservandae pecuniae causa creati erant. Et quia, ut diximus, de capite civis Romani iniussu populi non erat lege permissum consulibus ius dicere, propterea quaestores constituebantur a populo, qui capitalibus rebus praeessent: hi appellabantur quaestores parricidii, quorum etiam meminit lex duodecim tabularum.

 

Pomponio pone l’origine dei questori nella prima metà del V secolo, dopo i tribuni della plebe e gli edili (di cui parla subito prima) e prima dei decemviri[7]. La tradizione da cui il giurista dipende faceva a quanto sembra coincidere la nascita dei quaestores aerarii e quella dei quaestores parricidii[8], a differenza di Dione che come si è detto conosce una scansione cronologica più articolata. Anzi, l’etimologia del nome viene fatta risalire da Pomponio proprio alle competenze finanziarie dei questori, non a quelle in materia giudiziaria, come invece troviamo in Dione e in Festo[9].

 

***

C’è infine la testimonianza di Plutarco (Publ. 12, 34), che presenta diversi punti di contatto con Dione e su cui dobbiamo soffermarci maggiormente, anche perché, come si è detto, è l’altra fonte di cui Zonara si serve per questa sezione:

 

ἐπῃνέθη δὲ καὶ διὰ τὸν ταμιευτικὸν νόμον [scil. Ποπλικόλας]. ἐπεὶ γὰρ ἔδει χρήματα πρὸς τὸν πόλεμον εἰσενεγκεῖν ἀπὸ τῶν οὐσιῶν τοὺς πολίτας, οὔτ᾽ αὐτὸς ἅψασθαι τῆς οἰκονομίας οὔτε τοὺς φίλους ἐᾶσαι βουλόμενος οὔθ᾽ ὅλως εἰς οἶκον ἰδιώτου παρελθεῖν δημόσια χρήματα, ταμιεῖον μὲν ἀπέδειξε τὸν τοῦ Κρόνου ναόν, ᾧ μέχρι νῦν χρώμενοι διατελοῦσι, ταμίας δὲ τῷ δήμῳ δύο τῶν νέων ἔδωκεν ἀποδεῖξαι καὶ ἀπεδείχθησαν οἱ πρῶτοι Πούπλιος Οὐετούριος καὶ Μινούκιος Μᾶρκος καὶ χρήματα συνήχθη πολλά, τρισκαίδεκα γὰρ ἀπεγράψαντο μυριάδες, ὀρφανοῖς παισὶ καὶ χήραις γυναιξὶν ἀνεθείσης τῆς εἰσφορᾶς.

 

«Publicola fu lodato anche per la legge finanziaria. Poiché infatti bisognava che i cittadini contribuissero con le loro sostanze alle spese di guerra e non volendo egli amministrare quelle entrate né lasciare che lo facessero i suoi amici, né che, in genere, il pubblico denaro andasse a finire in casa di un cittadino privato, fissò come pubblico erario il tempio di Saturno, di cui fino a oggi continuano a servirsi, e dette al popolo la facoltà di eleggere due uomini nuovi come questori [ταμίας]. Furono eletti per primi a questa carica Publio Veturio e Marco Minucio, e furono raccolti ingenti somme; i censiti furono 130.000, essendo stati esentati dal tributo gli orfani e le vedove»[10].

 

Colonne del tempio di Saturno. Roma, fori imperiali.

 

I punti di contatto con Dione/Zonara sono due: anzitutto la data, coincidente col primo anno della repubblica[11]; e poi, la premessa, che è simile, anche se non identica: Publicola non vuole amministrare le entrate dello stato, né vuole che lo facciano i suoi amici (Zonara dice che Publicola non vuole che lo facciano gli ἄρχοντες). Altri particolari in Zonara mancano (la precisazione sulla elezione da parte del popolo, il nome dei primi questori, l’accenno all’aerarium Saturni, che parrebbe anacronistico[12]); in Plutarco invece manca l’excursus sulla “doppia funzione” dei questori e l’etimologia del nome.

All’origine delle due notizie di Plutarco e di Dione sembra esserci una tradizione comune (che collocava i primi ταμίαι all’inizio della repubblica) diversamente confluita nei due autori, che a mio avviso attingono a fonti diverse. Mentre a Plutarco interessa più da vicino il ruolo di Publicola nella creazione di questi nuovi magistrati, Dione nega che la magistratura sia nata con Publicola (cfr. l’accenno, assente in Plutarco, ai quaestores parricidii di età monarchica) ed è più attento ai risvolti storico-costituzionali della notizia.

Mi sembra significativo il fatto che per Dione la questura (i quaestores aerarii) nasca come una prima limitazione dei poteri esercitati dai “consoli” (καὶ τὴν τῶν χρημάτων διοίκησιν ἄλλοις ἀπένειμεν, ἵνα μὴ τούτῶν ἐγκρατεῖς ὄντες οἱ ὑπατεύοντες μέγα δύνωνται), a loro volta diretta derivazione dei poteri dei re. Emerge dunque nuovamente che per Dione la nascita delle magistrature repubblicane, al di là dell’occasione materiale che la determina (la rivolta contro i Tarquini), non costituisce, sotto il profilo giuridico, un fatto rivoluzionario. Su questo tema l’orientamento della nostra fonte sembra molto netto e preciso e le sue affermazioni del tutto coerenti[13].

Vale infine la pena di notare che Dione non dipende certamente né da Dionigi né da Livio, che non accennano alla costituzione della magistratura. Tuttavia Dionigi ammette implicitamente, come Dione, l’origine proto-repubblicana dei questores aerarii (di cui parla subito dopo la partenza di Porsenna da Roma)[14], mentre Livio ammette per lo meno l’esistenza, a quest’epoca, dei questores parricidii (di cui parla in relazione all’uccisione di Spurio Cassio, del 485)[15]. Inoltre, tra tutte le fonti che ci parlano della questura, Dione è l’unico ad individuare tre fasi evolutive di questa magistratura. A prescindere dalla sua attendibilità, il forte interesse della fonte di Dione e di Dione stesso per la storia costituzionale arcaica sembra chiaramente confermato.

C. Publilio. Obolo, Provincia di Macedonia, 168-167 a.C. AE 11, 89 gr. Verso: la leggenda “ΜΑΚΕΔΟΝΩΝ ΤΑΜΙΟΥ ΓΑΙΟΥ ΠΟΠΛΙΛΙΟΥ” iscritta su tre linee all’interno di una corona di quercia.

 

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[1] Fest. 221M (247L): parricidii quaestores appellabantur qui solebant creari causa rerum capitalium quaerendarum.

[2] Il problema dell’originaria identità, oppure della reciproca indipendenza, dei quaestores parricidii e dei quaestores aerarii è variamente risolto dai moderni. A favore dell’originaria unicità della magistratura, E. Herzog, Geschichte und System der römischen Staatsverfassung, I, Leipzig 1884, p. 816; O. Karlowa, Römische Rechtsgeschichte, I, Lepizig 1885, p. 257; T. Mommsen, Römische Forschungen, II, Hildesheim 1962 (= Berlin 1879), p. 538; E.S. Staveley, Provocatio during the fifth and fourth centuries B.C., Historia 3 (1954-1955), p. 425; G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Firenze 19562, pp. 404-405 (nota che l’identità dei quaestores parricidii ed aerarii è affermata esplicitamente da Varrone e da Dione, ma implicitamente da tutta la tradizione tranne Pomponio, su cui però cfr. infra pp. 39-41); B. Santalucia, Diritto e processo penale nell’antica Roma, Milano 1989, p. 33. Contra, K. Latte, The origin of the Roman quaestorship, TAPhA 67 (1936), pp. 24-33 (che però non tiene conto né di Dione, né di Varrone); J. Bleicken, Das Volkstribunat der klassischen Republik. Studien zu seiner Entwicklung zwischen 287 und 133 v.Chr., München 1955, p. 112 (che cita tutte le fonti tranne proprio Dione); W. Kunkel, Untersuchungen zur Entwicklung des römischen Kriminalverfahrens in vorsullanischer Zeit, München 1962, pp. 37-45 (a p. 44 rovescia, in un certo senso, le affermazioni di De Sanctis: solo Dione attesta esplicitamente l’originaria identità; e il passo di Varrone, tutto incentrato sull’etimologia del nome, è troppo breve per consentire conclusioni sicure); Staatsordnung und Staatspraxis der römischen Republik, II, München 1995, pp. 510-512; M. Kaser, Römische Rechtsgeschichte, Göttingen 19672, p. 46 («Mit den schon der Frühzeit angehörigen quaestores parricidii… haben sie offenbar [sic!] nichts zu tun»); A Drummond, Rome in the fifth century. II. The citizen community, in AA.VV., Cambridge ancient history, VII.2, edd. F.W. Walbank – A.E. Astin – M.W. Frederiksen – R.M. Ogilvie, Cambridge (ecc.) 19892, p. 196.

[3] Cfr. J.D. Cloud, Parricidium: from the lex Numae to the lex Pompeia de parricidiis, ZRG 88 (1971), p. 4.

[4] Secondo S. Mazzarino (Intorno all’origine della repubblica romana e delle magistrature, ANRW 1.1 [1972], p. 459) l’indicazione temporale post Tarquinios exactos «è sicura indicazione che ci troviamo dinanzi a un filone di pensiero giuridico che poi, per varie connessioni, arriverà a Ioannes Lydus» e segnale quindi l’impiego di una fonte antiquaria-giuridica («recht glaubwürdig» secondo G. Wesener, Questor, in RE XXIV, 1963, cc. 811-812).

[5] Da questo passo deriva, con ogni evidenza, Giovanni Lido (mag. I 24), che pure afferma di utilizzare direttamente Graccano, ma corrisponde ad Ulpiano anche nella menzione di Graccano, Trebazio e Fenestella (Ἰούνιος καὶ Τρεβάτιος καὶ Φενεστέλλας εἶπον) e comunque cita Ulpiano subito dopo (ταῦτα μὲν ὁ Ἰούνιος, ὁ νομικὸς δὲ Οὐλπιανὸς ἐν τῷ De Officio Quaestoris, … περὶ κυαὶστωρος ἀποχρώντως διαλέγεται). È invece più complesso il problema relativo alla fonte di un successivo passo di Lido riguardante, di nuovo, i questori (mag. I 26; cfr. infra n. 8). Su Graccano, Trebazio e Fenestella, cfr. infra pp. 183-185; 188-189.

[6] A. Lintott (The constitution of the Roman republic, Oxford 1999, p. 134), citando anche Zonara (ma trascurando Plutarco), parla senz’altro di “elezione”: ma il nostro testo non consente di accettare senza riserve questa lettura.

[7] Non proprio quindi nel periodo «immediately following the expulsion of Tarquinius Superbus», come scrive Cloud, Parricidium…, p. 4.

[8] Dalla descrizione di Pomponio sembrerebbe trattarsi di due magistrature distinte fin dall’inizio (così Wesener, Quaestor, c. 811; De Sanctis, Storia…, I, pp. 404-405; cfr. anche M. D’Orta, Trebazio Testa e la questura, SDHI 59 [1993], p. 280), non di un’unica magistratura con più funzioni (come afferma Dione): tuttavia è per lo meno singolare che Pomponio ponga la nascita delle “due” magistrature nello stesso periodo, perché ciò suggerisce implicitamente un legame. A questo passo sembra da collegarsi una notizia di Giovanni Lido (mag. I 26) in cui l’autore ritorna sulla nascita dei quaestores aerarii, aggiungendo però una notizia sui quaestores parricidii: «ὡς δὲ τὸ γαζοφυλάκιον τοῦ δήμου εἰς ἐπίδοσιν ἦλθεν, προεχειρίσθησαν κυαίστωρες ὑπὲρ τῆς αὐτοῦ φροντίδος ἀπὸ τῆς περιποιήσεως καὶ φυλακῆς τῶν χρημάτων οὕτως ὀνομασθέντες. ἐπειδὴ δὲ περὶ κεφαλικῆς τιμωρίας οὐκ ἐξῆν τοῖς ἄρχουσι κατὰ Ῥωμαίου πολίτου ψηφίσασθαι, προεβλήθησαν κυαίστωρες παρρικιδίου, ὡς ἂν εἰ κριταὶ καὶ δικασταὶ τῶν πολίτας ἀνελόντων («quando il tesoro del popolo venne a crescere, elessero dei questori che se ne occupassero, avendoli chiamati così perché raccoglievano e conservavano le ricchezze. E poiché nei processi capitali non era consentito ai magistrati votare contro un cittadino romano, furono costituiti i questori parricidii, affinché fossero arbitri e giudici di chi avesse ucciso dei cittadini»). Lido cita espressamente la sua fonte: si tratterebbe del commentario di Gaio alle Dodici tavole, che egli dice di aver citato alla lettera (Γάϊος τοίνυν ὁ νομικὸς ἐν τῷ ἐπιγραφομένῳ παρ’ αὐτοῦ Ad Legem XII Tabularum – οἷον Εἰς τὸν Νόμον τοῦ ∆υοκαιδεκαδέλτου – αὐτοῖς ῥήμασι πρὸς ἑρμηνείαν ταῦτά φησιν, «il giurista Gaio nel suo commento alle Dodici tavole fornisce questa spiegazione, con queste precise parole…»). Gli editori hanno in genere rilevato come il passo presenti notevoli somiglianze con il testo di Pomponio citato sopra (anzi la prima parte è del tutto identica a D. 1.2.2.22), concludendo che qui in realtà Lido sbaglia a citare la sua fonte, che sarebbe appunto Pomponio, non Gaio. All’origine dell’errore ci sarebbe il fatto che il testo di Pomponio fa parte del secondo, lungo frammento del titolo De origine iuris et omnium magistratuum et successione prudentium del Digesto (D. 1.2.2), mentre il primo frammento (1.2.1) è proprio derivato dal primo libro di Gaio ad legem duodecim tabularum, Lido non si sarebbe accorto del cambio di fonte tra primo e secondo frammento e da qui sarebbe derivata la citazione erronea di Gaio al posto di Pomponio. Cloud (Parricidium…, pp. 18-26) ritiene invece che la citazione di Lido sia attendibile e che quindi la sua fonte sia proprio Gaio, mettendo in evidenza alcune differenze tra i due testi che, in effetti, riguardano la parte relativa ai quaestores parricidii (una in particolare ha un certo rilievo per noi: dove in Pomponio leggiamo consules, nella citazione gaiana di Lido troviamo ἄρχουσι): secondo Cloud, Gaio utilizzava Pomponio, modificandolo dove lo riteneva necessario, oppure utilizzava la stessa fonte di Pomponio. È evidente in ogni caso che questa notizia appartiene, se non altro per la differente cronologia, ad una tradizione diversa rispetto a quella confluita in Dione e poi in Zonara.

[9] In Varrone troviamo invece una sintesi delle due posizioni. Che Dione faccia risalire il termine alle competenze giudiziarie dei questori è coerente con la sua ricostruzione secondo cui appunto questa funzione era originariamente la sola da essi ricoperta.

[10] Traduzione di A. Traglia (Torino 1992). La notizia relativa al censimento pare un po’ strana in questo contesto, dato che la nostra fonte non sta parlando dei censori e che comunque prima della loro istituzione i loro compiti erano svolti dai consoli (cfr. infra n. 13). È interessante osservare qui che per Pomponio i primi magistrati creati dopo i consoli furono proprio i censori (D. 1.2.2.17: post deinde cum census iam maiori tempore agendus esset et consules non sufficerent huic quoque officio, censores constituti sunt). Mi chiedo se non ci sia un legame tra questa notizia (dopo i consoli vengono creati i censori) e quella di Plutarco (dopo i consoli vengono creati i questori, che procedono al censimento): si noti che la notizia di questo censimento si trova anche in Dionigi (V 75, 3), senza però riferimenti ai questori (la cifra dei censiti è ritenuta attendibile da T. Frank, Roman census statistic from 508 to 225 b.C., AJPh 51 [1930], pp. 313-316).

[11] Secondo F. De Martino (Storia della costituzione romana, I, Napoli 1958, p. 231) sarebbe questa l’unica notizia che ponga l’origine della questura nel primo anno della repubblica. Questa era in realtà anche la cronologia di Dione, almeno per quanto riguarda i quaestores aerarii.

[12] L’accenno all’aerarium si trova anche in Pomponio, dove però non si forniscono date assolute. La data della dedica dell’aedes Saturni, sede dell’aerarium, è controversa nelle nostre fonti (Cn. Gell., fr. 24; Varro, in Macr. Sat. 1 8, 1; Liv. II 21, 2; e soprattutto Dion. Hal. VI 1, 4 che menziona esplicitamente differenti versioni a lui note): la datazione più alta è comunque quella proposta da Varrone, sotto la dittatura di Larcio (quindi, come vedremo, nel 501 o nel 498 vulg.). Per un’analisi critica di queste notizie, cfr. W. Kunkel, Staatsordnung und Staatspraxis der römischen Republik, II, München 1995, pp. 510-512.

[13] Sulle nuove magistrature repubblicane concepite come definizione e limitazione progressiva dei poteri dei “consoli”, Dione tornerà, e in modo esplicito, quando parlerà della creazione dei censori, decisa perché i consoli non erano più in grado di adempiere le funzioni legati al censimento dei cittadini (Zon. VII 19: χειροτόνηντο δὲ ὅτι οἱ ὕπατοι ἀδύνατοι ἐπὶ πάντας διὰ τὸ πλῆθος ἐξαρκεῖν ἦσαν. τὰ γὰρ τοῖς τιμηταῖς ἀπονεμηθέντα προνόμια ἐκεῖνοι μέχρι τότε ἐποίουν, «furono eletti perché i consoli non erano in grado di adempiere tutti i loro compiti, dato il gran numero di questi. Fino ad allora infatti erano stati i consoli a svolgere i compiti attribuiti ai censori»; abbiamo visto già in Pomponio un’affermazione analoga, cfr. supra n. 10). Sui primi censimenti, cfr. A. Giovannini, Il passaggio dalle istituzioni monarchiche alle istituzioni repubblicane, in AA. VV., Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica. In memoria di Ferdinando Castagnoli (Roma, 3-4 giugno 1991), Roma 1993, p. 92: «Non sappiamo chi fosse stato, nell’età regia, responsabile del censimento; ma c’è poco dubbio che agli inizi della repubblica furono proprio i praetores a farlo e a prendere il giuramento d’ubbidienza che integrava […] i cittadini nel corpo civico con i doveri e i diritti corrispondenti»: in effetti, questa ipotesi è sostenibile anche sulla base della nostra fonte. Sui censori in Dione cfr. infra. pp. 136-155.

[14] Dion. Hal. V 34, 4: οὐ μικρὰν τῇ πόλει χαρισάμενος εἰς χρημάτων λόγον δωρεάν. ἐδήλωσε δ᾽ ἡ πράσις, ἣν ἐποιήσαντο μετὰ τὴν ἀπαλλαγὴν τοῦ βασιλέως οἱ ταμίαι («egli [scil. Porsenna] offrì quindi alla città un dono di valore non certo scarso: lo dimostrò, in seguito, la vendita effettuata dai questori dopo la partenza del re»). Qui e infra la traduzione è di F. Cantarelli (Milano 1984).

[15] Liv. II 41, 11: invenio apud quosdam, idque propius fidem est, a quaestoribus Caesone Fabio et L. Valerio diem dictam perduellonis, damnatum populi iudicio, dirutas publice aedes (una versione che, secondo H.S. Jones – H. Last, La prima repubblica, in AA.VV., Le monarchie ellenistiche e l’ascesa di Roma (= Cambridge Ancient History VII1), edd. S.A. Cook – F.E. Adcock – M.P. Charlesworth, trad. it., Milano 1974, p. 538, «possiamo tranquillamente trascurare»). Sotto il 421 Livio registrerà una proposta di allargamento del collegio (IV 43, 4): in urbe ex tranquillo necopinata moles discordiarum inter plebem ac patres exorta est, coepta ab duplicando quaestorum numero. Quam rem, praeter duos urbanosut alii crearentur quaestores duo, qui consulibus ad ministeria belli praesto essent, a consulibus relatam cum et patres summa ope adprobassent, tribuni plebi certamen intulerunt ut pars quaestorum – nam ad id tempus patricii creati erant – ex plebe fieret…

Il trionfo come spettacolo

di G. Amiotti, in M. Sordi (a c. di ), Guerra e diritto nel mondo greco e romano, CISA 28, Milano 2002, pp. 201-206.

L’intima connessione fra la guerra e il trionfo, nel mondo romano, traspare chiaramente dalla notizia di Plinio (N. H. XXXV 10), secondo cui Augusto superando tutti espose nella parte più rinomata del suo foro due quadri che riproducevano la guerra e il trionfo:

Super omnes divus Augustus in foro suo celeberrimo in parte posuit tabulas duas, quae Belli faciem pictam habent et triumphum.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall'Arco di Tito.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall’Arco di Tito.

Purtroppo di queste due raffigurazioni ci è rimasta solo la sintetica notizia pliniana, da cui, comunque, affiora l’esplicito messaggio, comunicato attraverso l’immediatezza della rappresentazione visiva, secondo cui per il popolo romano alla guerra segue, come fatale conclusione, il trionfo, simbolo di vittoria.

Nel contesto dell’ideologia augustea che traduce in immagini il concetto del mondo ormai sottomesso a Roma, il trionfo appare, quindi, prevalentemente come celebrazione, solenne e insieme festosa, della vittoria: questo, però, come è stato messo in luce dagli studiosi moderni[1], non era il significato originario del trionfo, che probabilmente era connesso, piuttosto ad un’idea di espiazione per il sangue versato e di conseguenza affondava le sue radici in un contesto fortemente ispirato da sentimenti religiosi.

Il significato d’espiazione alla base del trionfo romano risulta per il Versnel dalla presenza, nel corte trionfale, dell’arcus e della porta triumphalis[2]. Nel passaggio “sotto” l’arco e la porta si compirebbe un rituale di espiazione e quindi di purificazione da una condizione precedente di impurità: di questo rituale di espiazione esemplificato da “un passar sotto” abbiamo testimonianza nell’episodio narrato da Liv. I, 26 a proposito del tigillum sororium, che però non riguarda il trionfo[3].

Arco dei Gavi. Verona.

Arco dei Gavi. Verona.

Allude, invece, esplicitamente al significato espiatorio del trionfo una interessante testimonianza di Masurio[4], riferita, dubitativamente, da Plinio (XV 40), che sta celebrando l’alloro, perché, brandito anche dai nemici armati, è simbolo di pace:

Ipsa (laurus) pacifera, ut quam praetendi etiam inter armatos hostes quietis sit iudicium. Romanis praecipue laetitiae victoriarumque nuntia additur litteris et militum lanceis pilisque, fasces imperatorum decorat.

L’alloro, inoltre, continua Plinio è deposto sulle ginocchia di Giove Ottimo Massimo, ogni volta che una nuova vittoria ha apportato gioia:

In gremio Iovis Optimi Maximi (laurus) deponitur, quotiens laetitiam nova victoria adtulit.

All’alloro, secondo Plinio, toccò l’onore dei trionfi, perché sacro ad Apollo a cui anche i primi re di Roma avevano l’abitudine di inviare doni (grata Apollini visa, adsuetis eo dona mittere, oracula inde repetere iam et regibus Romanis). Anche il fatto che l’alloro, unico tra tutti gli alberi non viene colpito dal fulmine, potrebbe essere, secondo Plinio, un’ulteriore prova del perché sia stato scelto per adornare i trionfi.

Certamente queste due motivazioni, legate l’una alla storia arcaica di Roma, l’altra di tipo naturalistico connessa con credenze popolari, sono preferite da Plinio alla spiegazione fornita da Masurio, un giurista dell’epoca di Tiberio, che, invece, come emerge dal frammento, conservato da Plinio (N. H. XV 40) mette in relazione l’alloro con pratiche espiatorie[5]:

Ob has causas equidem crediderim honorem ei habitum in triumphis potius quam quia suffimentum sit caedis hostium et purgatio, ut tradit Masurius.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall'Egitto. Walters Art Museum.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall’Egitto. Walters Art Museum.

Nella rappresentazione pliniana del trionfo, che pure non trascura per completezza di documentazione il significato di purificazione, prevale l’immagine gioiosa della celebrazione della vittoria: questa, probabilmente, doveva essere ormai la percezione prevalente dei suoi contemporanei alla vista del corteo trionfale. La compartecipazione festosa alla processione non ne eliminò mai, comunque, il carattere di solennità religiosa che era traccia indelebile del suo significato originario e si riassumeva nel triumphator, che ornato degli ornamenti di Giove[6] (Liv. 10, 7: quis Iovis optimi maximi ornatu decoratus curru aureato per urbem vectus in Capitolium ascenderit), era quasi l’ipostasi del dio. Un segno della identificazione triumphator-Giove era, forse, anche il colore porpora con cui il triumphator si tingeva il volto[7]: la tinta purpurea, messa da alcuni storici delle religioni in rapporto con il sangue dei nemici[8], quindi con la natura espiatoria del trionfo originario costituiva, a mio parere, un attributo divino, come dimostrano a Corinto le statue con il viso dipinto di rosso di Dioniso[9], divinità, che, come ho cercato di dimostrare in un articolo precedente[10], non era estranea alla genesi del trionfo romano. Il triumphator, che avanzava maestoso nei suoi paramenti su una quadriga trainata da nivei destrieri[11] sul cui predellino erano aggrappati figli e parenti, contribuiva, però, indubbiamente, anche, all’aspetto scenico della πομπή trionfale.

La dimensione “spettacolare” del trionfo è tratteggiata, fra gli altri, da Plutarco nella vita di Emilio Paolo, al cap. 32. Nell’accingersi a descrivere il trionfo, egli ricostruisce l’animata atmosfera del popolo che si era costruito dei palchi sia negli ippodromi, sia attorno al foro ed aveva occupato le restanti parti delle città, per quanto ciascuna era in grado di offrire la possibilità di vista (ὡς ἕκαστα παρεῖχε τῆς πομπῆς ἔποψιν).

Il carattere di spettacolo che connota il trionfo romano nell’età fra la repubblica e il principato è confermato dalla preziosa testimonianza oculare di uno spettatore contemporaneo d’eccezione: il poeta Properzio, che (IV, III) immagina, il passaggio, fra la folla plaudente sulla via Sacra, del corteo trionfale, mentre egli, con atteggiamento distaccato, leggerà appoggiato sul seno della sua fanciulla i nomi delle città conquistate scritte sulle tavolette (ante meos obitus sit, precor, illa dies, qua videam spoliis oneratus Caesaris axes, ad vulgi plausus saepe resistere equos, inque sinu carae nixus spectare puellae incipiam et titulis oppida capta legam).

L’uso di far sfilare tavole non solo con i nomi ma anche con le rappresentazioni delle città conquistate e le fasi salienti della guerra divenne canonico nel trionfo, come attesta App. Lyb. 66, quando descrivendo la forma del trionfo di Scipione nel 201 a.C., in cui appunto c’erano tavole di quel tipo, sottolinea che lo σχῆμα rimase invariato.

Un altro esempio è attestato da Livio a proposito del trionfo di Ti. Sempronio Gracco nel 176 a.C. sulla Sardegna, quando fu fatta sfilare la tavola con la riproduzione dell’isola. Analogamente, durante l’impero, Tacito (Ann., II 41) ricorda il trionfo di Germanico sui Cheruschi e i Catti e gli Agrivari e su tutte le altre genti fino all’Elba e menziona simulacra montium, fluminum, proeliorum.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVSCAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVS.CAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

Questa pratica aveva l’intento di coinvolgere con la forza immediata della trasmissione visiva gli spettatori, trasportandoli idealmente nei territori teatro delle operazioni militari e della vittori, svolgendo, ovviamente, quindi, anche una funzione didascalica di conoscenze geografiche.

Accanto a questi pannelli, analoghi all’orbis pictus di Agrippa[12], le prede di guerra, oggetti e prigionieri rappresentarono gli altri aspetti “spettacolari” del trionfo.

Non è possibile naturalmente soffermarci sui singoli trionfi romani e, perciò, sceglieremo alcuni momenti, a nostro avviso, paradigmatici.

Per quanto riguarda le spoglie di guerra, mi pare particolarmente interessante il dibattito che si scatenò a Roma alla vigilia del ritorno dalla Sicilia di Marcello nel 211 a.C. Ne abbiamo testimonianza in Polibio (IX 10) e in Plutarco (Marcello 21).

Polibio, commentando la decisione di trasferire a Roma le opere d’arte della Sicilia, nota amaramente che una città non è adornata da splendori esterni, ma dalla virtù dei suoi abitanti. Aggiunge, segnalando il dibattito sorto a Roma in seguito al trafugamento delle opere d’arte, che: «per lo più si ritiene che Marcello ed i suoi non si comportarono in modo conveniente. Aumentando il loro progresso determinarono, però anche l’abbandono di quello stile semplice di vita che li aveva condotti a superare popolazioni dal tenore di vita più raffinato del loro».

La polemica sull’opportunità di trasferire a Roma le opere d’arte greche con il rischio di snaturare l’austero stile di vita romano è attestata in modo dettagliato e marcato anche nel racconto di Plutarco, Marcello 21, in linea con l’impostazione polibiana, ma che aggiunge qualche particolare interessante per il nostro tema sul trionfo.

Plutarco, infatti, testimonia che Marcello prese con sé le più belle opere d’arte di Siracusa con l’intenzione di farne mostra nel suo trionfo (ὡς αὐτῷ τε πρὸς τὸν θρίαμβον ὄψις εἴη) e di abbellire la città. L’iniziativa di Marcello sembra segnare una svolta perché Plutarco aggiunge che fino ad allora Roma non possedeva né conoscenza nulla di così raffinato e squisito né in essa c’era amore per questa leggiadria e delicatezza, al contrario, «piena di armi barbare e di spoglie insanguinate, adorna di monumenti trionfali e trofei non era uno spettacolo né gaio, né rassicurante né adatto a spettatori ignavi e delicati» (ὅπλων δὲ βαρβαρικῶν καὶ λαφύρων ἐναίμων ἀνάπλεως οὖσα καὶ περιεστεφανωμένη θριάμβων ὑπομνήμασι καὶ τροπαίοις οὐχ ἱλαρὸν οὐδ᾽ ἄφοβον οὐδὲ δειλῶν ἦν θέαμα καὶ τρυφώντων θεατῶν).

Si profila chiaramente la tendenza ad esorcizzare l’aspetto cruento che i trofei ricordano, privilegiando la dimensione dello θέαμα del trionfo (oppure dell’ὄψις) che ha il suo corrispondente latino in spectaculum.

Uno dei trionfi che raggiunse il vertice dello spectaculum fu il trionfo celebrato nel 61 a.C. da Pompeo, vittorioso su Mitridate vi e del quale abbiamo una lunga e dettagliata testimonianza di Plinio, che non nasconde la sua ironia su alcuni eccessi, come il ritratto di Pompeo, composto di perle:

Erat et imago Cn. Pompei e margaritis, illa reclino honore grata, illius probi oris venerandique per cunctas gentes, illa ex margaritis, illa severitate victa et veriore luxuriae triumpho! Numquam profecto inter illos viros durasset cognomen Magni, si prima victoria sic triumphasset! E margaritis, Magne, tam prodiga re et feminis reperta, quas gerere te fas non sit, fieri tuos voltus? Sic te pretiosum videri?

Iscrizione riportante i 'Fasti triumphales' (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Iscrizione riportante i ‘Fasti triumphales‘ (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Infine c’era l’aspetto più patetico dello spettacolo trionfale, rappresentato dai prigionieri di guerra, uomini comuni e sovrani con i loro familiari ed amici, che sarebbero stati gettati in prigione o addirittura uccisi, secondo un crudele rituale, non appena la quadriga del triumphator avesse deviato verso il Campidoglio, come ci attesta, tra gli altri[13], Cicerone (in Verrem ii 5, 30):

At etiam qui triumphant eoque diutius vivos hostium duces reservant, ut his per triumphum ductis pulcherrimum spectaculum victoriae populus Romanus percipere possit, tamen cum de foro in Capitolium currus flectere incipiunt illos duci in carcerem iubent, idemque dies et victoribus imperi et victis vitae finem facit.

Moltissimi sovrani si sottrassero con il suicidio alla prospettiva di un’infamante sfilata nel corteo trionfale: questo destino, come è noto, scelse anche Cleopatra, con disappunto, secondo Plutarco (Antonio 86, 5), di Ottaviano che non rinunciò, però a far sfilare nel trionfo un’effigie della regina, mentre si faceva mordere dall’aspide: Καῖσαρ ἐν γὰρ τῷ θριάμβῳ τῆς Κλεοπάτρας αὐτῆς εἴδωλον ἐκομίζετο καὶ τῆς ἀσπίδος ἐμπεφυκυίας.

Suicidio ritenuto «provvidenziale» con caustico criticismo da Properzio (III 6) per il quale sarebbe stato indecoroso far sfilare Cleopatra nelle stesse vie percorse, a suo tempo, da Giugurta: Illa petit Nilum / male nixa fugaci / hoc unum, iussa non moritura die. / Di melius: quantus mulier foret una triumphus / ductus erat per quas ante Iugurtha vias.

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[1] Cfr. bibliografia in VERSNEL H.S., Triumphus, Leiden 1970, p. 137, n. 1.

[2] Ibi, pp. 132-163.

[3] Si tratta di una vicenda i espiazione ambientata al tempo della sfida fra Orazi e Curiazi: cfr.VERSNEL, Triumphus, pp. 146-151.

[4] Fr. 19 Huschke apud Plin. xv 40.

[5] Cfr. Paul. Fest., p. 117: laureati milites sequebantur currum triumphantis, ut quasi purgati a caede humana intrarent in urbem.

[6] Cfr. Iuv. Sat. 10, 36 ss.; Svet. Aug. 94; Tertull. Coron. 13, 1; Servius ad Verg. Ecl. 10, 27; Plin., N. H. 33, 111; Isid. Orig. 18, 2, 6.

[7] Plin. N. H. III 7.

[8] Cfr. VERSNEL, Triumphus, pp. 59 ss.

[9] Paus. II 2, 6-7.

[10] AMIOTTI G., Nome ed origine del trionfo romano, in Il pensiero sulla guerra nel mondo antico, a c. di M. Sordi, CISA 27, Milano 2001, pp. 101-108.

[11] Sul carro trionfale e sui problemi suscitati dai cavalli bianchi di Camillo, in particolare cfr., in questo stesso volume, DOGNINI C., I cavalli bianchi di Camillo.

[12] Plin. N. H. III 6-8.

[13] Cfr. Liv. 26, 12 e Dio 40, 41.