Tabula Clesiana

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 195-200.

 

Tabula Clesiana. Lastra, bronzo, 46 d.C., da Cles (località Campi Neri). Trento, Museo del Castello del Buonconsiglio.

 

Editto dell’imperatore. CIL V 5050 = ILS 206 = Bruns, Fontes7, p. 253 = Riccobono, Leges2, p. 417. Edictum Claudii de civitate Anaunorum, comunemente detto Tabula Clesiana.

 

M. Iunio Silano Q. Sulpicio Camerino co(n)s(ulibus),

idibus Martis, Bais in praetorio, edictum

Ti. Claudi Caesaris Augusti Germanici propositum fuit id

quod infra scriptum est.

Ti. Claudius Caesar Augustus Germanicus, pont(ifex)

maxim(us), trib(unicia) potest(ate) VI, imp(erator) XI, p(ater) p(a-

                                           triae), co(n)s(ul) designatus IIII, dicit:

Cum ex veteribus controversis pe[nd]entibus aliquandiu etiam

temporibus Ti. Caesaris patrui mei, ad quas ordinandas

Pinarium Apollinarem miserat, quae tantum modo

inter Comenses essent, quantum memoria refero, et

Bergaleos, isque primum apsentia pertinaci patrui mei,

deinde etiam Gai principatu, quod ab eo non exigebatur

referre, non stulte quidem, neglexserit; et posteac

detulerit Camurius Statutus ad me, agros plerosque

et saltus mei iuris esse: in rem praesentem misi

Plantam Iulium amicum et comitem meum, qui

cum, adhibitis procuratoribus meis qu[i]que in alia

regione quique in vicinia errant, summa cura inqui-

sierit et cognoverit, cetera quidem, ut mihi demons-

trata commentario facto ab ipso sunt, statuat pronun-

tietque ipsi permitto.

Quod ad condicionem Anaunorum et Tulliassium et Sinduno-

rum pertinent, quorum partem delator adtributam Triden-

tinis, partem ne adtributam quidem arguisse dicitur,

tametsi animadverto non nimium firmam id genus homi-

num habere civitatis Romanae originem, tamen cum longa

usurpatione in possessionem eius fuisse dicatur et ita permix-

tum cum Tridentinis, ut diduci ab is sine gravi splendi[di] municipi

iniuria non possit, patior eos in eo iure, in quo esse se existima-

verunt, permanere beneficio meo, eo quidem libentius, quod

pler[i]que ex eo genere hominum etiam militare in praetorio

meo dicuntur, quidam vero ordines quoque duxisse,

nonnulli [a

]llecti in decurias Romae res iudicare.

Quod beneficium is ita tribuo, ut quaecumque tanquam

cives Romani gesserunt egeruntque aut inter se aut cum

Tridentinis alisve, rat[a

] esse iubea[m], nominaque ea,

quae habuerunt antea tanquam cives Romani, ita habere is permit-

                                                                                                    tam.

 

«Sotto il consolato di M. Giunio Silano e di Q. Sulpicio Camerino (46 d.C.), il 15 marzo, a Baia nella villa imperiale, fu esposto il sotto riferito editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico. Ti. Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, nell’anno VI della tribunizia potestà, all’undicesima salutazione imperatoria, padre della patria, console designato per la quarta volta, dice: circa le vecchie controversie a lungo pendenti già ai tempi di Ti. Cesare, mio zio, che aveva mandato per regolarle, quelle soltanto che v’erano, per quanto me ne ricordo, fra i Comensi e i Bergalei, Pinario Apollinare, poiché costui, dapprima per l’ostinata lontananza da Roma di mio zio, e poi anche sotto l’impero di Caligola, dato che questi non gliene chiedeva conto, trascurò di riferire, non senza accortezza del resto, e poiché in seguito Camurio Statuto mi denunziò che la maggior parte del territorio coltivabile e dell’incolto sono di mio diritto: io ho mandato a compiere un sopralluogo Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, coadiuvato dai miei procuratori di altra regione e delle vicinanze ha compiuto una diligente inchiesta e cognizione; pertanto le altre questioni, come mi sono state esposte nella relazione da lui stesso fatta, do incarico a lui di definirle e dirimerle. Per quanto si riferisce alla condizione degli Anauni, dei Tulliassi e dei Sinduni, una parte dei quali viene riferito che colui che fece la denunzia provò che era attribuita ai Tridentini, e parte non era nemmeno attribuita, sebbene io veda che quella stirpe di uomini non ha una troppo salda radice della sua cittadinanza romana, tuttavia, poiché si dice ch’essa per lungo uso ne sia stata in possesso, e poiché essa è così mescolata con i Tridentini, da non poter essere staccata da loro senza grave danno di quello splendido municipio, permetto ch’essi permangano per mio beneficio in quella condizione giuridica nella quale hanno creduto di essere, e tanto più volentieri, in quanto si dice che molti di quella stirpe militano persino nella mia guardia pretoria, certuni anche come graduati, e alcuni poi, assunti nelle decurie, ricoprono l’ufficio di giurati in Roma. Questo beneficio io lo concedo loro in modo che tutti gli atti che furono da loro compiuti come se fossero cittadini romani, o tra di loro, o con i Tridentini, o con altri, io ordino che siano ratificati, e permetto che conservino, così come sono, quei nomi che ebbero prima come se fossero cittadini romani».

 

La tavola di bronzo, trovata a Cles in Val di Non nel 1869, ebbe nello stesso anno l’onore di un esauriente commento del Mommsen, («Hermes», IV, 1869, pp. 99-131 = Ges. Schr. IV, pp. 291-322), e venne poi studiata e pubblicata varie volte come documento del più alto interesse storico. Il contenuto è abbastanza chiaro, anche se il testo è poco corretto (stranamente, perché i caratteri sono bellissimi, e la copia non venne certo fatta dai montanari dell’Anaunia, ma a Roma o in Campania) e lo stile è nella prima parte alquanto contorto, riflesso senza dubbio delle velleità letterarie di Claudio, il cui spirito si rivela del resto in tutto il documento (aperta critica alla pigrizia dei predecessori, rilevazione fatta con humour del poco saldo fondamento della cittadinanza di quel «genus hominum», ragioni umane della sua benevolenza per gli Anauni).

Si tratta di un episodio sulle contestazioni di possesso di territorio fra lo stato e i comuni, o fra lo stato e i privati, o fra i comuni e i privati, che dovevano essere abbastanza frequenti nei territori alpini ai quali non era ancora stata assegnata una condizione giuridica precisa. In genere le valli alpine, e in particolare delle Alpi centrali (le Alpi occidentali ebbero da Augusto la costituzione provinciale) erano adtributae ai municipi o alle colonie più vicine, ma senza parteciparne il diritto: cioè quando le città della Gallia Cisalpina ebbero con la lex Pompeia dell’89 a.C. il diritto latino, i montanari adtributi rimasero peregrini, e quando con Cesare, nel 49, le stesse città ebbero la piena cittadinanza romana, gli attributi non ebbero nulla, entrando tutt’al più col tempo nella condizione della cittadinanza latina. Ma è chiaro che la consuetudine di rapporti con la città alla quale queste popolazioni erano attribuite, deve averle indotte a poco a poco a credersi nella stessa condizione giuridica, e a compiere quegli atti compiuti anche dagli Anauni nella buona fede di essere cittadini, e ratificati da Claudio, il quale approva anche i nomi di foggia romana (cioè con nome e gentilizio) che quelli abusivamente si erano dati. Questo per l’inquadramento generale, seguendo specialmente la teoria mommseniana dell’adtributio (Röm. Staatsr. III, pp. 765-772; da vedere ora U. Laffi, Adtributio e Contributio, Pisa 1966). Quanto al caso particolare, già sotto Tiberio e Caligola erano giunte al fisco imperiale denunce circa usurpazioni del diritto dello stato in territori di sua competenza e Tiberio aveva mandato un commissario (se Claudio, cioè i suoi segretari, ricordano bene, la controversia era fra i Comensi e i Bergalei, che nulla si oppone a ritenere, nonostante le riserve del Mommsen, le popolazioni della Val Bregaglia, ora divisa fra la provincia di Sondrio e il Canton Grigioni). Ma né Tiberio né Caligola si erano poi più interessati della cosa, sicché il commissario, Pinario Apollinare, non fece mai la sua relazione. Un certo Camurius Statutus fece però presenti a Claudio (di passaggio al suo ritorno dalla Britannia nel 44?), come delator (che non ha il significato deteriore dei nostri tempi), le medesime cose, probabilmente a proposito di un’altra zona però, cioè di quella di Trento, e allora Claudio mandò un commissario di alto rango, probabilmente di ordine senatorio, come appartenente alla cohors amicorum e comes dell’imperatore. Questi, valendosi dei procuratori della zona, cioè ai funzionari finanziari, fece la sua inchiesta e ne riferì all’imperatore, il quale gli diede anche l’incarico di «statuere et pronuntiare» in seguito alle risultanze. Per questo l’iscrizione non ci ragguaglia sulla vera e propria essenza della questione territoriale particolare, in quanto agli interessati premeva solo l’aggiunta riguardante la cittadinanza, sulla quale solo l’imperatore del resto poteva pronunciarsi, e non Giulio Planta.

Quanto alle persone nominate, cioè il «delator» Camurius Statutus, e i due commissari imperiali Pinarius Apollinaris e Iulius Planta, sono altrimenti sconosciuti. Un Pompeius Planta fu prefetto d’Egitto sotto Traiano, ma come tale apparteneva all’ordine equestre (PIR III, p. 70 nr. 483). Quanto alle notizie geografiche che si possono ricavare, la più importante è che, essendo indubitabile l’identificazione del territorio degli Anauni con l’attuale Val di Non (i Tulliasses e i Sinduni non sono collocabili con certezza, ma saranno state popolazioni finitime), ed essendo pure indubitabile e confermata da questa stessa esposizione l’appartenenza di Tridentum alla regione X, cioè all’Italia, il confine settentrionale d’Italia in questo tratto rimane fissato con certezza pressoché assoluta, ciò che non avviene per tante altre zone. Quello che Claudio dice verso la fine, di Anauni pretoriani e addirittura graduati (ordinem ducere = condurre un reparto; ordines sono i gradi inferiori) e «allecti in decurias» (le decurie dei giudici o giurati, che erano 5 al tempo di Claudio: quelle dei senatori, dei cavalieri, degli ex-centurioni, dei ducenarii, e l’ultima aggiunta da Caligola; esse formavano l’albo dei giudici, al quale si era ascritti dall’imperatore; condizione l’essere cittadini romani, e, per buona parte del I sec., italici, v. Diz. Epigr. IV, p. 161 sg.), prova ulteriormente che Tridentum faceva parte dell’Italia, e il grado della confusione di cittadinanza col municipio di queste popolazioni attribuite, che in pratica si ritenevano Tridentinae.

Alterità etnica e conquista: lo straniero nell’arte romana

di S. Rambaldi, Alterità etnica e conquista: lo straniero nell’arte romana, in Griseldaonline 2, 2002.

 

 

 

 

Roma si trovò a confrontarsi con i tanti popoli sparsi nei più lontani territori dell’oikoumene, il mondo abitato che gli antichi conoscevano, a partire dalla seconda metà del III secolo a.C. In seguito alla lotta contro la potenza cartaginese, infatti, la sua supremazia politica e militare cominciò a estendersi anche al di fuori dei confini naturali della penisola italiana, per continuare ad ampliarsi ancora fino al III secolo d.C., quando Settimio Severo e il figlio Caracalla furono gli ultimi imperatori a potersi fregiare del titolo di propagatores imperii[1]. I rapporti intrattenuti con le popolazioni straniere potevano essere, di volta in volta, all’insegna dell’alleanza, dell’integrazione o della sottomissione, ma le fonti che possediamo, comprese quelle greche, sono sempre concordi nel tramandare come, nei confronti delle relazioni internazionali, la posizione romana fosse costantemente improntata a una convinzione di superiorità morale e di irresistibile capacità civilizzatrice[2]. Roma, con le proprie norme e il proprio modus vivendi, finiva per sovrapporsi inevitabilmente agli altri popoli che entravano a far parte del suo immenso impero, i quali potevano in genere conservare le tradizioni e i culti aviti, ma erano comunque costretti ad adeguarsi ufficialmente alla cultura romana, soprattutto in tutti gli aspetti pubblici e sociali in cui si esprimeva il vivere civile.

Il Galata morete. Opera attribuita allo scultore ellenistico Epigono. Copia romana in marmo risalente al 230-220 a.C. ca. Conservata a Roma, Musei Capitolini.

Il Galata morente. Opera attribuita allo scultore ellenistico Epigono. Copia romana in marmo risalente al 230-220 a.C. ca. Conservata a Roma, Musei Capitolini.

Di questo enorme processo di assimilazione l’arte figurativa ci conserva preziose testimonianze, fondamentali per capire a fondo l’atteggiamento della civiltà romana verso i popoli con cui entrava in contatto e ai quali imponeva la propria supremazia. Poiché si tratta di un problema assai complesso, in questa sede dobbiamo limitarci a considerare un numero ristretto di esempi, senza oltrepassare il periodo delle ultime conquiste severiane, soprattutto con lo scopo di enucleare i temi fondamentali attorno ai quali ruotava l’interesse della committenza[3]. Del resto, come si avrà modo di vedere, si possono facilmente isolare alcune costanti che si ritrovano praticamente in tutti i periodi in cui si esercitò l’imperialismo romano: su queste soprattutto cercherò di attirare l’attenzione.

Possiamo prendere le mosse da due testimonianze risalenti agli anni centrali del I secolo a.C., rappresentate da due sculture conservate a Roma, famose quanto significative, i cosiddetti “Galata morente” del Museo Capitolino[4] e il “Galata suicida” della collezione Ludovisi[5], oggi nella nuova sede del Museo Nazionale Romano a Palazzo Altemps. Si tratta di copie marmoree di statue che in origine appartenevano a un unico monumento ellenistico, il donario in bronzo dedicato dal sovrano Attalo I sull’acropoli di Pergamo, precisamente nel santuario di Athena Nikephoros, al fine di celebrare le sue vittorie sui Galati, i Celti che, dopo avere depredato l’Asia Minore, si erano ritirati al suo interno. Secondo l’interpretazione tradizionale[6] questo ex voto, dalla datazione discussa ma comunque collocabile nel terzo quarto del III secolo a.C. o immediatamente dopo, si componeva di un podio circolare, sormontato da sculture. Al centro, fulcro di tutto l’insieme, si trovava l’originale del gruppo Ludovisi, formato da un Galata rappresentato nell’atto di togliersi la vita subito dopo avere ucciso la moglie, che giace morente ai suoi piedi; tutt’intorno vi erano invece le statue di altri quattro guerrieri galati, esanimi o agonizzanti, fra i quali l’originale della statua capitolina, raffigurante un barbaro ferito a morte, che sta per accasciarsi al suolo in mezzo alle sue armi[7]. Tali sculture costituiscono momenti importanti nello sviluppo dell’ellenismo pergameno, con la loro attenzione per momenti di elevata drammaticità, che commuovono fortemente lo spettatore. Le copie romane provengono dagli Horti Sallustiani, che prima di appartenere allo storico erano stati di proprietà di Giulio Cesare[8], il quale aveva probabilmente voluto decorare i suoi giardini urbani con queste opere perché bene si prestavano, per il loro contenuto, a ricordare le sue imprese galliche. Non è chiaro se negli Horti fosse stato ricostruito il donario di Attalo nella sua interezza, oppure se i suoi singoli componenti scultorei fossero stati disseminati in punti diversi del parco. In ogni caso possiamo vedere come, in età tardorepubblicana, una serie di raffigurazioni di stranieri vinti, desunta da un monumento pubblico in origine destinato a immortalare le imprese di un dinasta ellenistico, potesse servire anche per decorare possedimenti privati.

Il Galata suicida (o Galata 'Ludovisi'). Attribuito a Epigono. Statua, copia in marmo, 230-220 a.C. ca. Roma, Museo Archeologico Nazionale di P.zzo Altemps.

Il Galata suicida (o Galata ‘Ludovisi’). Attribuito a Epigono. Statua, copia in marmo, 230-220 a.C. ca. Roma, Museo Archeologico Nazionale di P.zzo Altemps.

Queste statue, in quanto copie di originali dell’Asia Minore, non possono essere considerate propriamente opere di arte romana, ma sono comunque indicative sia del gusto estetico del periodo sia dell’importanza delle esperienze ellenistiche, le quali, in questo come in molti altri casi, hanno determinato l’ingresso in Roma di iconografie in origine elaborate in un contesto differente. Non si tratta però, su suolo italico, della prima attestazione di personaggi di razza celtica nell’arte di età romana: è infatti databile ad un’epoca alquanto anteriore, vale a dire nella prima metà del II secolo a.C., un fregio in terracotta ritrovato a Civitalba, nelle Marche, e conservato in frammenti[9]. Sicuramente apparteneva ad un piccolo tempio, eretto in ricordo della battaglia di Sentino che, non lontano da lì, aveva visto i Romani sconfiggere una coalizione di Sanniti, Umbri, Etruschi e Galli Senoni, al termine della terza guerra sannitica (295 a.C.). Le scene rappresentate sono di difficile lettura, anche per la non sicura ricomposizione che si può ottenere dai frammenti superstiti, ma sembrano comunque relative al saccheggio del santuario di Delfi, dovuto a una scorreria di Galati nota alle testimonianze letterarie[10]. Lo scopo di questa scelta iconografica era naturalmente quello di fornire un prestigioso parallelo storico alle vicende belliche che avevano segnato la zona un secolo prima.

Nei monumenti pubblici del periodo augusteo, i rapporti instaurati da Roma con le popolazioni sottomesse si precisano meglio nella loro complessità, poiché vi si possono evidenziare diversi aspetti, che riflettono i differenti messaggi di volta in volta affidati alle rappresentazioni artistiche. Innanzi tutto si può prendere in esame un monumento particolarmente grandioso, in buona parte conservato, il Trophée des Alpes, elevato fra il 7 e il 6 a.C. a La Turbie, tra l’odierno Principato di Monaco e Nizza. Si tratta di un gigantesco tumulo, circondato, al di sopra di un parallelepipedo di base, da un alto colonnato che racchiudeva una serie di nicchie con i ritratti marmorei dei generali di Augusto, e coronato da una grande statua dello stesso principe, sulla sommità di un tetto conico a gradoni[11]. Alla base della struttura era murata un’epigrafe[12], che ricordava i quarantaquattro popoli alpini sottomessi da Augusto nelle guerre combattute in questa zona, negli anni 25-14 a.C. L’immagine che si offriva agli occhi non solo degli abitanti del territorio, ma anche dei viaggiatori che percorrevano la strada fra l’Italia e la penisola iberica, la via Iulia Augusta presso la quale il monumento era stato costruito, era certo delle più impressionanti: il colossale ritratto di Augusto, idealmente sostenuto da tutti i suoi ufficiali, sembrava schiacciare sotto di sé persino il ricordo delle popolazioni battute, i cui nomi erano riportati con esattezza nella lunga iscrizione dedicatoria. Manca totalmente qualsiasi rappresentazione dei nemici sconfitti, ma una soluzione così potente come quella qui concepita è sufficiente a imporre da sola tutta la terribile invincibilità del princeps. Forse la presenza di figure di nemici avrebbe potuto introdurre un elemento dialettico, capace di attenuare la dirompente valenza dimostrativa del grande trofeo[13].

Il Tropaeum Alpium (fr. Trophée des Alpes), a La Turbie (Alpes-Maritimes, Francia).

Il Tropaeum Alpium (fr. Trophée des Alpes), a La Turbie (Alpes-Maritimes, Francia).

A Susa, non lontanissimo dal Trophée des Alpes, troviamo un monumento ufficiale quasi contemporaneo ma molto diverso, che riflette un atteggiamento differente nei confronti di un popolo vinto, l’Arco di Cozio. Si tratta di un arco onorario, elevato da questo personaggio, che aveva regnato sul locale popolo dei Segusii e ora finiva per riconoscere la supremazia di Roma, accettando di continuare a governare la regione non più come re, ma come praefectus civitatum[14], cioè diventando un magistrato di rango equestre. L’arco è decorato da un fregio, importante per la storia del rilievo a soggetto storico in ambito provinciale, che raffigura cerimonie pubbliche celebrate dallo stesso Cozio, vestito con la toga del cittadino, in compagnia di un generale romano[15].

Le due testimonianze appena considerate ci mostrano perciò le due facce della politica augustea verso i popoli sottomessi: da un lato la supremazia inappellabile, affermata nel Trophée des Alpes col suo formidabile valore di monito, dall’altro l’assimilazione dei vinti a Roma, come si vede sull’arco dell’ex re Cozio, che si piega a diventare un cavaliere e a governare in nome della potenza vincitrice. Le rappresentazioni di nemici sottomessi divengono peraltro uno dei topoi dell’arte ufficiale del periodo, come è attestato da un grande numero di esempi di ogni genere, dalle monete che raffigurano Parti inginocchiati, nell’atto di restituire le insegne perdute da Crasso nella battaglia di Carre[16], ai barbari immortalati nella pietra che decoravano la porticus Cai et Luci, un portico che sorgeva di fronte alla Basilica Emilia nel Foro di Roma[17]. Figure come queste ultime continueranno ad essere impiegate di frequente nei monumenti pubblici, fino all’Arco di Costantino.

In quel medesimo periodo, però, il rapporto con le genti non romane si esplicava anche attraverso un canale molto diverso, che privilegiava i legami ormai saldi degli stranieri col potere centrale, in un’oikoumene unificata dalla Pax Augusta. Di questo differente atteggiamento abbiamo numerose attestazioni, prima di tutto nel campo della letteratura, con le numerose lodi che la poesia augustea tesse della pace universale e della florida prosperità che ad essa consegue, grazie alla supremazia di Roma nel mondo[18], ma anche nuovamente nella documentazione artistica, la cui conoscenza per questo specifico aspetto, peraltro, è per noi più lacunosa e soprattutto più dipendente dalle informazioni che possono essere rintracciate nelle fonti. Sappiamo che Augusto aveva aggiunto un portico al grande complesso realizzato da Pompeo nel Campo Marzio, complesso che comprendeva un teatro, il primo edificio per spettacoli costruito in muratura a Roma (55 a.C.), e ampie aree scoperte, occupate da giardini cinti da portici e decorati da un ricco apparato scultoreo[19]. Si discute sull’interpretazione da dare a questo porticato di età augustea, noto come Porticus ad nationes, al cui interno o nelle cui immediate vicinanze erano collocate quattordici rappresentazioni di etnie straniere, che avrebbero tormentato Nerone in uno dei suoi incubi notturni: secondo il racconto di Svetonio, l’imperatore avrebbe sognato, negli ultimi anni del suo principato, di trovarsi il cammino sbarrato da questi personaggi femminili che lo circondavano, quasi rappresentassero la sua cattiva coscienza verso i territori governati[20].

C. Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Denario, Roma 18 a.C. AR 3, 96 gr. Emissione da parte del triumviro monetale M. Durmio. Verso: Caesar Augustus, sign(is) rece(ptis). Un guerriero partico in ginocchio rivolto a destra, nell'atto di restituire uno stendardo con vessillo iscritto.

C. Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Denarius, Roma 18 a.C. AR 3, 96 gr. Emissione da parte del triumviro monetale M. Durmio. Verso: Caesar Augustus, sign(is) rece(ptis). Un guerriero partico in ginocchio rivolto a destra, nell’atto di restituire uno stendardo con vessillo iscritto.

Una serie di personificazioni doveva essere probabilmente inserita anche nell’apparato decorativo di un altro importante impianto pubblico, il nuovo Foro costruito dallo stesso Augusto accanto a quello realizzato dal padre adottivo Cesare. Le testimonianze archeologiche sono incerte in proposito, ma il ritrovamento di una base iscritta lascia pensare che anche qui le diverse popolazioni dell’impero, se non le province intese come unità amministrative, concorressero a celebrare il buon governo del principe, che aveva riportato la pace nel mondo devastato dalle guerre civili[21].

L’esaltazione dell’impero, inteso come insieme di popoli che in armonia riconoscevano l’autorità romana, è attestata non solo, come è ovvio, nella capitale, ma anche in territori molto lontani, come ad Afrodisia, nella regione microasiatica della Caria. In questa città è stato riportato alla luce un grande complesso pubblico di età giulio-claudia, noto come Sebasteion, costituito da un tempio, dedicato a Venere, al Divo Augusto e alla sua discendenza, e da una grande area scoperta circondata, su ben tre ordini, da portici ornati da bassorilievi nei parapetti degli intercolumni. Non è possibile, qui, presentare una descrizione dettagliata dell’apparato scultoreo che decorava l’impianto, ma vorrei ricordare almeno che, al piano intermedio di uno dei lati lunghi, si sviluppava una serie di personificazioni femminili di ethne, analoghe a quelle già menzionate e giunte a noi solo in parte, identificate per mezzo delle iscrizioni poste sui plinti che le sostenevano. Sul lato opposto vi erano, fra l’altro, rilievi meglio conservati che rappresentavano scene di sottomissione in chiave allegorica, come Augusto dominatore della terra e del mare, Claudio che abbatte la personificazione della Britannia  e Nerone che sconfigge l’Armenia[22].

Questa trasfigurazione “mitologica” delle imprese di conquista degli imperatori giulio-claudi non deve sorprendere, dato che la propaganda ufficiale riprese in diverse occasioni miti greci, piegandoli ai propri fini. Basti pensare alla decorazione della corazza di un torso loricato di un principe sconosciuto, ma comunque giulio-claudio, ritrovata ancora a Susa, la città già nominata per l’arco di Cozio. Secondo uno schema molto utilizzato per le statue degli imperatori in abito militare, che trova il suo antecedente nella celeberrima statua di Augusto di Prima Porta[23], sono effigiati in posizione simmetrica due Arimaspi, intenti ad abbeverare due grifi[24]. Il popolo arimaspico è più volte citato nelle fonti, che lo rappresentano solitamente in lotta con questi animali favolosi, allo scopo di depredarli dell’oro che custodiscono[25]. I due barbari non sono particolarmente caratterizzati e non sembrano neppure monoftalmi, a differenza di come vengono descritti nelle testimonianze letterarie; l’abbigliamento, con berretto frigio e anaxyrides (pantaloni lunghi), li qualifica solo genericamente come “orientali”. Non è comunque difficile comprendere la ragione di questa scelta iconografica, che trasporta la politica sul piano del mito: il governo di Augusto e dei suoi immediati successori era riuscito persino a pacificare Arimaspi e grifi, tanto che i primi potevano essere ora rappresentati nell’atto di accudire i secondi.

Tib. Claudio Germanico Augusto. Il principe, raffigurato in nudità eroica, abbatte la personificazione della Britannia. Metopa, marmo, 42-45 d.C. ca. dal Sebasteion di Aphrodisias. Aphrodisias, Archaeological Museum.

L’imperatore Claudio, raffigurato in nudità eroica, abbatte la personificazione della Britannia. Bassorilievo, marmo, I sec. d.C. dal Sebasteion di Aphrodisias. Aphrodisias, Archaeological Museum.

 

Nerone Claudio Augusto. Il principe sconfigge l'Armenia. Rilievo, marmo, I sec. d.C. dal Sebasteion di Aphrodisias

Nerone, raffigurato come eroe vittorioso, sconfigge la personificazione dell’Armenia. Rilievo, marmo, I sec. d.C. dal Sebasteion di Aphrodisias. Aphrodisias Archaeological Museum.

I barbari non ancora assoggettati all’impero continueranno però ad avere un ruolo tutt’altro che marginale nell’arte ufficiale. Nel corso del II secolo d.C. si assiste, infatti, a un ritorno delle immagini belliche sui monumenti pubblici, con scene di battaglie ed episodi cruenti, che erano state abbandonate in età altoimperiale, quando la committenza aveva preferito tralasciare tali schemi iconografici, sempre di matrice ellenistica, in favore di immagini più serene[26] e di modelli appartenenti ad altri momenti della produzione artistica greca, per ragioni che qui non possiamo approfondire.

La Colonna Traiana a Roma rappresenta, lungo le ventitré spire del lungo fregio figurato che l’avvolge, le due guerre che portarono Roma alla conquista della Dacia[27]. La sequenza di immagini concede ampio spazio al nemico: i barbari daci sono rappresentati non solo nell’atto di combattere con i soldati romani nei tanti episodi di battaglia, ma anche in scene di diverso genere e di notevole effetto, come un suicidio di massa all’interno di un villaggio fortificato cinto d’assedio[28]. A proposito di scene come questa si è parlato, in passato, dell’espressione di un rispetto e di una partecipazione umana al dramma del popolo sconfitto che non troverebbero confronti in tutto il panorama dell’arte greco-romana[29]. Oggi però si tende a non sopravvalutare gli indizi che pure sembrano incoraggiare una lettura di questo tipo, forse un po’ troppo modernizzante nel suo applicare a un monumento ufficiale di età romana una sensibilità e un’attenzione per i risvolti sociali delle vicende belliche che il mondo antico non ha certamente mai avuto[30].

Suicidio col veleno dei capi daci (CXX, Cichorius). Rilievo, marmo, 113 d.C. dalla Colonna Traiana.

Suicidio col veleno dei capi daci (CXX, Cichorius). Rilievo, marmo, 113 d.C. dalla Colonna Traiana.

Quello che nelle scene istoriate del monumento poteva sembrare ancora un riflesso della paideia greca, ormai assente, invece, nella posteriore Colonna Aureliana, dove i nemici germanici sconfitti saranno presentati solo come vinti schiacciati e umiliati[31], è forse da interpretare meglio come un preciso intento di porre l’avversario sullo stesso piano umano del vincitore, in modo da accrescere la virtus di quest’ultimo. La storiografia fornisce esempi di un simile atteggiamento: nel resoconto di Plutarco, Lucio Emilio Paolo, dopo la vittoria di Pidna nella terza guerra macedonica (168 a.C.), si mostra infastidito dalla scarsa dignità di cui il re Perseo dà prova quando viene condotto al suo cospetto, tanto che finisce per pregarlo di non svilire in quel modo il suo successo personale, perché un tale comportamento poteva far credere che fosse stato battuto un nemico codardo e spaventato[32]. Un monumento di Delfi, in un primo tempo iniziato da Perseo in previsione di una sua vittoria, ma di cui si era appropriato Emilio Paolo dopo Pidna[33], rivela chiaramente come la volontà di raffigurare i nemici sullo stesso piano, alla pari col vincitore da celebrare, trovava anch’essa i suoi precedenti nell’arte greca. Si tratta d’altronde di un’opera che deve a tutti gli effetti essere considerata greca, dato che fu sicuramente eseguita da artisti locali. Il trofeo, sormontato dalla statua equestre del generale romano, aveva la forma di un pilastro, che alla sommità era decorato da un fregio raffigurante episodi della battaglia, dove i Macedoni appaiono rappresentati in maniera praticamente identica ai Romani, da cui si differenziano solo per taluni particolari dell’armamento, ma non per gli atteggiamenti[34].

L. Emilio Paolo. Scena di battaglia fra Romani e Macedoni. Rilievo, marmo, 167 a.C. dal Monumento di L. Emilio Paolo Macedonico a Delfi. Delfi, Museo Archeologico Nazionale.

L. Emilio Paolo. Scena di battaglia fra Romani e Macedoni. Rilievo, marmo, 167 a.C. dal Monumento di L. Emilio Paolo Macedonico a Delfi. Delfi, Museo Archeologico Nazionale.

Questa diversa interpretazione dei rilievi della Colonna Traiana chiarisce come l’apporto della tradizione formale greca, soprattutto nei suoi sviluppi di età ellenistica, emerga ancora in tutta la sua importanza, anche in uno dei monumenti dell’arte romana che sono sempre apparsi più “originali”. Ciò implica, inoltre, che la visione che i Romani si erano formati delle popolazioni straniere era largamente debitrice delle concezioni maturate dai Greci, i quali erano convinti della propria superiorità morale, soprattutto in rapporto alle genti d’Oriente[35]. La stessa Weltanschauung dimostrata dalla politica romana, in età imperiale ma anche in precedenza, si rivela influenzata dalle opere di alcuni geografi greci, come Posidonio e Strabone, che avevano lavorato per l’aristocrazia di Roma[36]. Anche la descrizione del mondo che Augusto traccia nelle sue Res gestae è, d’altronde, chiaramente permeata di spirito greco[37]. I rilievi della Colonna mostrano dunque un nemico forte e fiero, a maggior gloria dei suoi conquistatori, ma nello stesso tempo lasciano trasparire le profonde differenze di ordine culturale che dividevano i due popoli: i Daci sono presentati talora nell’atto di compiere azioni che alla sensibilità romana non potevano non apparire impiae, come le decapitazioni dei prigionieri[38], per non parlare di una scena raccapricciante, nella quale un gruppo di donne daciche tortura con torce alcuni Romani catturati[39]. Il fregio figurato non nasconde del resto scene dove anche l’esercito romano si abbassa a commettere atti di analoga crudeltà[40], ma si ha l’impressione, almeno sulla base della maniera in cui gli episodi si susseguono, che tali atrocità siano da interpretare come volute risposte ai misfatti dei Daci[41].

L’atteggiamento di Roma nei confronti del nemico straniero, così come si può riconoscere sui suoi monumenti figurativi, non lascia dunque mai spazio a dubbi. Si riconferma sempre, e non potrebbe essere altrimenti in opere ufficiali dello Stato romano, la supremazia del vincitore sugli avversari, i quali potranno, in alcuni casi, essere riconosciuti valorosi in battaglia, però non saranno mai ritenuti capaci di abbattere la potenza inarrestabile della città tiberina, dato che non appaiono in grado di eguagliarne né l’invincibile virtus né la superiore forza spirituale. Le numerose scene in cui i soldati romani non si mostrano impegnati nei combattimenti, ma nell’allestimento di accampamenti, nella costruzione di ponti o nella conduzione di lavori agricoli[42], si spiegano plausibilmente, infatti, con la precisa volontà di mettere nella dovuta evidenza la loro somma sapienza logistica, contrapposta all’istintualità, all’irriflessione anche, dalle quali i Daci, incapaci di “costruire” per la pace, sembrano spesso trascinati[43].

Guerrieri daci. Bassorilievo su metopa, marmo, 109 d.C. dal Tropaeum Traiani di Adamclisi (Romania).

Guerrieri daci. Bassorilievo su metopa, marmo, 109 d.C. dal Tropaeum Traiani di Adamclisi (Romania).

È poi da notare l’attenzione per il particolare dimostrata in questi rilievi, dove i nemici, e i loro alleati, sono di volta in volta presentati con gli attributi che ne caratterizzano inequivocabilmente l’ethnos, a differenza del fregio del pilastro delfico di Emilio Paolo prima ricordato. I Daci, infatti, combattono con la sica, una spada ricurva dal lungo manico[44], indossano un tipico berretto conico e portano i capelli acconciati con una crocchia sulla tempia destra. Questi dettagli si spiegano sicuramente con il desiderio di non lasciare alcun dubbio circa la natura etnica dei nemici[45]. Altrove, però sempre nell’ambito dell’arte ufficiale, gli avversari sono rappresentati in modo molto meno preciso, secondo un modello sommario di “orientale”. Così, ad esempio, nei rilievi che illustrano le campagne mesopotamiche dei Severi sull’Arco di Settimio Severo nel Foro Romano, peraltro di lettura più difficile rispetto alle chiare rappresentazioni della Colonna Traiana, a causa del cattivo stato di conservazione ma anche, indubbiamente, del maggiore affollamento delle scene figurate, che seguono generici schemi di battaglia ancora di derivazione ellenistica[46].

Non erano d’altronde caratterizzate in maniera molto puntuale, dal punto di vista etnico, nemmeno le personificazioni di province che l’arte pubblica aveva continuato a impiegare durante il II secolo d.C., come dimostra un’importante serie di personaggi femminili che appartenevano alla decorazione architettonica dell’Hadrianeum, il tempio che Antonino Pio aveva dedicato, a Roma, al predecessore Adriano divinizzato. In passato si riteneva solitamente che queste figure decorassero i plinti delle colonne interne della cella, inframmezzate a rilievi con trofei di armi negli intercolumni, ma ora sembra abbastanza convincente una diversa interpretazione, secondo la quale esse erano poste in opera all’esterno dell’edificio templare, precisamente nei portici che lo racchiudevano[47]. I personaggi superstiti, come si diceva, non mostrano fra loro profonde diversità, tanto che l’identificazione dei territori simboleggiati è assai controversa, e solo per alcuni di essi può essere abbastanza sicura; in ogni caso, solo gli attributi possono fornire indicazioni, perché qualunque caratterizzazione di tipo strettamente etnico è assente[48]. Del resto non si può nemmeno essere sicuri che siano rappresentate proprio le province, intese come unità amministrative, di cui si componeva l’impero all’epoca di Adriano. Forse si tratta piuttosto delle personificazioni dei diversi ethne che erano compresi nella compagine statuale romana, come le nationes del complesso pompeiano prima ricordato, senza che si debba pensare a uno stretto legame con la divisione provinciale[49]. Qualunque fosse la reale collocazione di queste sculture all’interno del santuario consacrato al Divo Adriano, il valore in esse contenuto è indubbio: il buon governo del principe defunto, alla cui politica Antonino Pio si voleva direttamente richiamare, come dimostrano alcuni atti iniziali del suo regno[50], è causa e nello stesso tempo risultato della floridezza di tutti i territori dell’impero. È interessante rammentare che anche in età moderna la propaganda dinastica non tralascerà rappresentazioni di questo genere, allo scopo di sottolineare la prosperità, reale o presunta, del paese governato. Così, a puro titolo di esempio, nel soffitto della Sala del Trono al primo piano del Palazzo Reale di Napoli, si possono vedere quattordici figure femminili in stucco dorato, che simboleggiano le province in cui si divideva il Regno delle Due Sicilie e che non possono fare a meno di ricordare, pur nella diversa iconografia, le personificazioni antoniniane[51].

Trofeo con armi barbariche posto fra due personificazioni di province romane. Rilievo su plinto, marmo, II sec. d.C. dall'Hadrianeum. Roma, P.zzo dei Conservatori.

Trofeo con armi barbariche (scudi, lance e un’ascia), posto fra le personificazioni di due province romane. Rilievo su plinto, marmo, II sec. d.C. dall’Hadrianeum. Roma, P.zzo dei Conservatori.

 

Tornando alle immagini di stranieri, si potrebbero aggiungere altri esempi, come il frequente schema dei prigionieri incatenati, di cui un rilievo di Magonza offre una testimonianza particolarmente impressionante[52]. Ma, nel complesso, non si apporterebbero molti elementi nuovi rispetto a quelli finora messi in luce. Il dato di certo più evidente, che emerge dall’esame di queste rappresentazioni nell’arte romana, è che esse appaiono di norma finalizzate, in un modo o nell’altro, a esaltare la potenza romana, quasi fosse una necessità voluta dal fato. Nemici sconfitti, personificazioni dei territori conquistati, barbari mitologici: queste diverse raffigurazioni concorrono tutte alla glorificazione del vincitore, perché solo per tale scopo, in ultima analisi, sono utilizzate. Perciò è molto difficile trovare illustrati la vita, i costumi, le abitudini dei popoli stranieri; non compaiono mai soggetti che attestino interessi etnografici, quali invece avevano manifestato molti scrittori greci in monografie, o in digressioni all’interno di opere più vaste, appositamente dedicate non solo alla storia, ma anche agli usi di altri popoli. Dove compaiono, nel panorama della produzione artistica di età romana, scorci di umanità delle popolazioni barbare, questi si possono comunque spiegare sempre nell’ottica della conquista, come le genti deportate che, insieme ai loro animali, si incamminano verso un incerto futuro nell’ultima scena della Colonna Traiana[53].

Tutto questo non si deve pensare che avvenga soltanto nel campo dell’arte ufficiale, la quale è per definizione dipendente da canoni contenutistici e rappresentativi che non possono lasciare dubbi negli osservatori. I medesimi temi, infatti, sono reperibili anche nella sfera individuale dei cittadini che abitavano l’orbe romano, quasi fossero stati “privatizzati”. Così, a impersonare semplici immagini di lutto, si incontrano frequentemente figure di barbari afflitti, secondo uno schema già presente in alcuni monumenti pubblici provinciali, agli angoli dei sarcofagi decorati a rilievo, sempre più diffusi nel corso del II secolo d.C.; di norma il motivo è in relazione con affollate scene di combattimento che si dipanano sulla fronte della cassa, come nel cosiddetto “sarcofago di Portonaccio”, risalente al 190 d.C. circa[54]. Su scala ancora più piccola, schemi iconografici similari si ritrovano, e ciò non può stupire, nella decorazione degli equipaggiamenti dei soldati, come ad esempio una piccola targa in bronzo in origine rivestita di argento, raffigurante un trofeo con armi, ai cui lati si ergono due prigionieri barbari, come nel sarcofago appena citato[55].

Scena di battaglia fra Romani e Germani. Bassorilievo, marmo, II sec. d.C., dal sarcofago di Portonaccio. Roma, Museo di P.zzo Massimo alle Terme

Scena di battaglia fra Romani e Germani. Bassorilievo, marmo, II sec. d.C., dal sarcofago di Portonaccio. Roma, Museo di P.zzo Massimo alle Terme

Dunque non solo nell’ambito pubblico, ma anche in quello privato possiamo riconoscere lo stesso trattamento per i popoli stranieri, relegati in margine all’humanitas e presenti nell’arte solamente se funzionali all’esaltazione della potenza imperialistica di Roma. Certi monumenti funerari diffusi nelle province (ma bene attestati anche nell’Italia settentrionale), ornati da rilievi con episodi dell’esistenza di tutti i giorni, come scene ambientate all’interno di botteghe o nelle campagne, che anticipano le immagini di mestieri diffuse nel Medio Evo, non devono trarre in inganno. La vita quotidiana qui rappresentata non mostra alcun particolare che la possa differenziare da quella che si doveva condurre nel resto dell’impero, Italia compresa. Anzi, queste raffigurazioni erano scelte, di norma, allo scopo di testimoniare per quali mezzi la cittadinanza romana era stata ottenuta dai proprietari delle tombe, i quali rinunciavano così alla propria identità etnica, di fronte a tutti quelli che osservavano i loro monumenti, per dichiararsi anch’essi parte dell’immenso organismo statuale che aveva inglobato il loro paese.

 

**********************************************************************

Note:

 

[1] L’Arco di Settimio Severo nel Foro di Roma, monumento che sarà citato anche in seguito, era stato dedicato dal Senato e dal popolo romano ob rem publicam restitutam imperiumque propagatum, come attesta l’epigrafe dedicatoria (CIL VI, 1033).

[2] È, ad esempio, significativo l’atteggiamento di Sesto Giulio Frontino, che fu curator aquarum, cioè supervisore degli acquedotti, nel 97 d.C., quando scrive che le grandiose opere idrauliche dei Romani erano ben più importanti delle piramidi egiziane e delle opere d’arte dei Greci, celebri ma inutili (De aquae ductu urbis Romae 16).

[3] In generale sull’atteggiamento greco-romano nei confronti delle popolazioni straniere, e sui relativi riflessi nell’arte, sono da tenere presenti: Y.A. Dauge, Le Barbare. Recherches sur la conception romaine de la barbarie et de la civilisation (Collection Latomus 176), Bruxelles 1981; E. Demougeot, L’image officielle du barbare dans l’Empire romain d’Auguste à Théodose, Ktema 9 (1984), pp. 123-143; E. Lévy, Naissance du concept de barbare, ibid., pp. 5-14 (nello stesso numero della rivista sono pubblicati altri lavori interessanti); R.M. Schneider, Bunte Barbaren. Orientalstatuen aus farbigen Marmor in der römischen Repräsentationskunst, Worms 1986 (specifico sulle statue in marmi colorati); J. Ostrowski, Les personnifications des Provinces dans l’Art romain, Varsovie 1990; E. La Rocca, Ferocia barbarica. La rappresentazione dei vinti tra Medio Oriente e Roma, JDAI 109 (1994), pp. 1-40; P. Liverani, “Nationes” e “Civitates” nella propaganda imperiale, MDAI(R) 102 (1995), pp. 219-249 (che analizza molti monumenti); B. Cohen, Not the Classical Ideal. Athens and the Construction of the Other in Greek Art, Leiden-Boston-Köln 2000 (importante per le rappresentazioni di stranieri nell’arte greca, soprattutto pp. 313-479).

[4] Vd. W. Helbig (a cura di), Führer durch die öffentlichen Sammlungen klassischer Altertümer in Rom II, Tübingen 19664, pp. 240-242, n. 1436 (H. von Steuben); M. Mattei, Il galata capitolino, in S. Moscati (a cura di), I Celti (Catalogo della Mostra, Venezia 1991), pp. 70-71; E. Polito, I Galati vinti. Il trionfo sui barbari da Pergamo a Roma, Milano 1999, pp. 72-85.

[5] Vd. W. Helbig (a cura di), Führer durch die öffentlichen Sammlungen klassischer Altertümer in Rom III, Tübingen 19694, pp. 255-256, n. 2337 (W. Fuchs); B. Palma – L. de Lachenal, I Marmi Ludovisi nel Museo Nazionale Romano, in A. Giuliano (a cura di), Museo Nazionale Romano. Le sculture I, 5, Roma 1983, pp. 146-152, n. 64 (B. Palma); E. Polito, cit., pp. 58-71.

[6] Così come fu formulata in A. Schober, Das Gallierdenkmal Attalos I. in Pergamon, MDAI(R) 51 (1936), pp. 104-124.

[7] In generale sul donario pergameno, e per altre ipotesi di ricostruzione, vd. F. Coarelli, Il “grande donario” di Attalo I, in I Galli e l’Italia (Catalogo della Mostra, Roma 1978), Roma 1978, pp. 231-255; R. Özgan, Bemerkungen zum Grossen Gallieranathem, in Archäologischer Anzeiger 1981, pp. 489-510; T. Hölscher, Die Geschlagenen und Ausgelieferten in der Kunst des Hellenismus, AntK 28 (1985), pp. 120-136, specificamente pp. 120-123; H.-J. Schalles, Untersuchungen zur Kulturpolitik der pergamenischen Herrscher im dritten Jahrhundert vor Christus, IstForsch 36 (1985), pp. 68-104; E. Polito, cit., pp. 23-43 (con ulteriore bibliografia).

[8] Vd. G. Cipriani, Horti Sallustiani, Roma 19822; P. Grimal, I giardini di Roma antica, Milano 1990 (ediz. orig. Les jardins romains, Paris 19843), pp. 134-136; Lexicon Topographicum Urbis Romae, a cura di E.M. Steinby, vol. III, Roma 1996, s.v. Horti Sallustiani (P. Innocenti – M.C. Leotta); E. Talamo, Gli horti di Sallustio a Porta Collina, in M. Cima – E. La Rocca, Horti Romani (Atti del Convegno, Roma 1995), BCom 6 (1998), pp. 113-169.

[9] Dopo essere stati esposti al Museo Civico di Bologna, il fregio e il frontone che lo sormontava (raffigurante probabilmente la ierogamia di Dioniso e Arianna) sono stati trasferiti al Museo Nazionale delle Marche di Ancona, dove si trovano tuttora. Vd. M. Zuffa, I frontoni e il fregio di Civitalba nel Museo Civico di Bologna, in Studi in onore di Aristide Calderini e Roberto Paribeni, vol. III, Milano 1957, pp. 267-288; M. Verzár – F.-H. Pairault-Massa, Civitalba, in I Galli e l’Italia, cit., pp. 196-203; M. Landolfi, Il frontone e il fregio di Civitalba, in Marche 1990, pp. 9-13; Id., Le terrecotte architettoniche da Civitalba di Sassoferrato, Ostraka 3 (1994), pp. 73-91, specificamente pp. 81-83.

[10] Cic., De div. I, 37, 81; Liv. XXXVIII, 48. Cfr. anche Pol. II, 20, 6; 35; IV, 46, 1.

[11] Vd. J. Formigé, Le Trophée des Alpes (La Turbie), Paris 1949; G.-Ch. Picard, Les trophées romains. Contribution à l’histoire de la Religion et de l’Art triomphal de Rome, Paris 1957, pp. 291-301; S. De Maria, Segni, cerimonie e monumenti del potere, in S. Settis (a cura di), Civiltà dei Romani. Il potere e l’esercito, Milano 1991, pp. 123-143, specificamente pp. 137-138.

[12] CIL V, 7817. Ne parla anche Plinio il Vecchio, che riporta il testo dell’iscrizione (Nat. hist. III, 136-137).

[13] Il precedente per questa realizzazione era stato un trofeo, probabilmente di forma analoga, innalzato da Pompeo sui Pirenei dopo la vittoria su Sertorio (72 a.C.). Non si conosce con precisione il luogo dove sorgesse e le uniche notizie a disposizione sono le scarne informazioni di Plinio (Nat. hist. III, 18; VII, 96; XXXVII, 15). Un altro notevolissimo monumento appartenente a questa tipologia, in gran parte sopravvissuto fino ad oggi col suo importante corredo scultoreo, è il trofeo eretto da Traiano ad Adamclissi, nell’attuale Romania, per ricordare una sua vittoria durante le guerre daciche, in un sito che aveva già visto una rovinosa sconfitta romana all’epoca di Domiziano. A differenza dei tumuli di Pompeo e di Augusto, non era sormontato da una statua, ma da un grande trofeo in pietra. Oltre alle opere già citate per La Turbie, vd. almeno F.B. Florescu, Monumentul de la Adamclissi. Tropaeum Traiani, Bucureşti 1961; J. Baradez, Le trophée d’Adamclissi témoin de deux politiques et de deux stratégies, Apulum 9 (1971), pp. 505-522; L. Bianchi, Adamclisi. Il programma storico e iconografico del trofeo di Traiano, ScAnt 2 (1988), pp. 427-473.

[14] L’iscrizione dedicatoria riporta la lezione praefectus ceivitatium (CIL V, 7231).

[15] Il monumento risale agli anni 9-8 a.C. ed è tuttora conservato in ottimo stato. Vd. B.M. Felletti Maj, Il fregio commemorativo dell’arco di Susa, AttiPontAcc 33(1960-1961), pp. 129-153; S. De Maria, Apparato figurativo nell’arco onorario di Susa. Revisione critica del problema, RdA 1 (1977), pp. 44-52; J. Prieur, Les arcs monumentaux dans les Alpes occidentales. Aoste, Suse, Aix-les-Bains, ANRW II.12.1, Berlin 1982, pp. 442-475, specificamente pp. 451-459; L. Mercando, Riflessioni sul linguaggio figurativo, in Ead. (a cura di), Archeologia in Piemonte, II. L’età romana, Torino 1998, pp. 291-358, specificamente pp. 302-309.

[16] Come un denario di Marco Durmio del 19 a.C. Vd. P. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino 1989 (ediz. orig. Augustus und die Macht der Bilder, München 1987), pp. 198-201. La restituzione delle insegne è ricordata da Augusto nelle Res gestae (29, 2) e da Svetonio (Aug., 21).

[17] Vd. R.F. Schneider, cit., pp. 115-125; Lexicon Topographicum Urbis Romae, a cura di E.M. Steinby, vol. I, Roma 1993, s.v. Basilica Paul(l)i, pp. 183-187 (H. Bauer), specificamente p. 185. I precedenti greci per la soluzione qui adottata sono forse da riconoscere nella controversa porticus Persarum di Sparta e nella “Facciata dei Prigionieri” di Corinto, sulle quali vd. R.F. Schneider, cit., rispettivamente pp. 109-114 e 128-130 (per la seconda occorre citare anche l’importante H. von Hesberg, Zur Datierung der Gefangenefassade in Korinth. Eine wiederverwendete Architektur augusteischer Zeit, in MDAI[A] 98 [1983], pp. 215-238).

[18] Cfr. C. Nicolet, L’inventario del mondo. Geografia e politica alle origini dell’impero romano, Roma-Bari 1989 (ediz. orig. L’inventaire du monde. Géographie et politique aux origines de l’Empire romain, 1988), pp. 41 ss.

[19] Vd. in proposito F. Coarelli, Il complesso pompeiano del Campo Marzio e la sua decorazione scultorea, AttiPontAcc 44 (1970-1971), pp. 99-122 (ora in Id., Revixit ars. Arte e ideologia a Roma. Dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana, Roma 1996, pp. 360-381).

[20] Suet., Nero 46, 1. Vd. P. Liverani, cit., pp. 244 ss.

[21] L’unica testimonianza letteraria in proposito è un passo di Velleio Patercolo (II, 39, 2), che parla solo di tituli, fra i quali è sicuramente da porre l’epigrafe rinvenuta. Vd. C. Nicolet, cit., pp. 59-65; P. Liverani, cit., p. 221.

[22] Vd. R.R.R. Smith, The Imperial Reliefs from the Sebasteion at Aphrodisias, JRS 77 (1987), pp. 88-138; Id., Simulacra gentium. The Ethne from the Sebasteion at Aphrodisias, ibid. 78 (1988), pp. 50-77; Id., Myth and allegory in the Sebasteion, in Aphrodisias Papers. Recent work on architecture and sculpture, JRA 1 (1990), pp. 89-100; G. Bejor, Il culto imperiale e i suoi monumenti, in S. Settis (a cura di), Civiltà dei Romani. Il rito e la vita privata, Milano 1992, pp. 51-64, specificamente pp. 57-58; P. Liverani, cit., pp. 227-229.

[23] La corazza raffigura un generale romano che riceve le insegne di Crasso dalle mani del re dei Parti. Basti qui citare l’analisi di P. Zanker, cit., pp. 201-205.

[24] Il pezzo era stato reimpiegato, insieme ad un altro torso pure loricato, ma con la raffigurazione del Palladio troiano fra due danzatrici, in un tratto delle tarde mura urbiche, probabilmente non lontano dal luogo nel quale doveva trovarsi il foro cittadino. Per ragioni stilistiche, entrambe le sculture possono essere datate all’età tiberiana. Vd. L. Mercando, cit., pp. 315-316.

[25] Aesch., Prom. 803-806; Hdt. III, 116; IV, 13; Plin., Nat. hist. VII, 10; Pomp. Mela II, 1-2; Ael., De nat. animal. IV, 27. In generale sull’iconografia del mito vd. Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, Supplementum, Zürich-Düsseldorf 1997, pp. 529-534, s.v. Arimaspoi (X. Gorbounova).

[26] Lo stesso Augusto doveva peraltro ammettere che la pace universale era stata ottenuta per mezzo della guerra: cum per totum imperium populi Romani terra marique esset parta victoriis pax (Res gest. 13).

[27] La bibliografia è molto vasta. Mi limito a segnalare alcuni lavori particolarmente importanti: G. Becatti, La colonna coclide istoriata. Problemi storici, iconografici, stilistici, Roma 1960; W. Gauer, Untersuchungen zur Trajanssäule, I. Darstellungsprogramm und künstlerischen Entwurf, Berlin 1977; G. Becatti, La Colonna Traiana, espressione somma del rilievo storico romano, ANRW II.12.1, Berlin 1982, pp. 536-578; S. Settis – A. La Regina – G. Agosti . V. Farinella, La Colonna Traiana, Torino 1988 (di cui utilizzo la numerazione delle scene, a sua volta ripresa dalla grande opera di C. Cichorius, Die Reliefs der Trajanssäule, Berlin 1896-1900); F. Coarelli et al., La Colonna Traiana, Roma 1999.

[28] I Daci si procurano la morte per mezzo del veleno somministrato da uno di loro, che lo attinge da un recipiente (scena CXX; vd. S. Settis et al., cit., pp. 485-487, tavv. 227-229). Più avanti è mostrato anche il suicidio del re Decebalo, che si taglia la gola poco prima della sua cattura (scena CXLV; vd. S. Settis et al., cit., pp. 525-526, tavv. 267-268).

[29] Cfr. R. Bianchi Bandinelli, Roma. L’arte romana nel centro del potere, Milano 1969 (con numerose ristampe), pp. 242-249; Id., La Colonna Traiana: documento d’arte e documento politico (o Della libertà dell’artista), in Dall’ellenismo al medioevo, Roma 19802, pp. 123-140, soprattutto pp. 136-137.

[30] Cfr. le osservazioni di E. La Rocca, cit., pp. 3 ss., 22 ss. La tendenza a mostrare il nemico abbattuto dall’inclemenza della sorte, in una maniera atta a suscitare compassione e rispetto, trova comunque significativi precedenti nella storiografia di età ellenistica, rappresentata soprattutto da autori come Duride di Samo e Filarco, con la loro predilezione per le vicende biografiche e la psicologia dei personaggi descritti. Per i riflessi di questo atteggiamento nell’arte figurativa, ibid., pp. 28-29, e T. Hölscher, Il linguaggio dell’arte romana, Torino 1993 (ediz. orig. Römische Bildsprache als semantisches System, Heidelberg 1987), pp. 25-34. Un sentimento analogo è del resto espresso da sculture come i due Galati di Roma, citati all’inizio.

[31] Vd. R. Bianchi Bandinelli, Roma…, cit., pp. 242, 310.

[32] Plut., Aemil. 26, 8-12.

[33] Ibid. 28, 4.

[34] Vd. H. Kähler, Der Fries vom Reiterdenkmal des Aemilius Paullus in Delphi, Berlin 1965; F. Coarelli, La cultura figurativa, in Storia di Roma, II. L’impero mediterraneo, 1. La repubblica imperiale, Torino 1990, pp. 631-670, specificamente pp. 653-654; T. Hölscher, cit., p. 25.

[35] Per un’interessante analisi delle fonti che rievocano le reiterate ostilità fra Greci e orientali, dalla spedizione contro Troia alle guerre persiane e oltre, vd. Gh. Ceauşescu, Un topos de la littérature antique: l’éternelle guerre entre l’Europe et l’Asie, Latomus 50 (1991), pp. 327-341.

[36] Vd. C. Nicolet, cit., pp. 79 ss

[37] Aug., Res gest. 25-33. Vd. C. Nicolet, cit., pp. 27-40 e passim.

[38] Scena XXV. Vd. S. Settis et al., cit., p. 290, tav. 32.

[39] Scena XLV. Vd. S. Settis et al., cit., p. 326, tav. 68.

[40] Come dimostrano due teste mozzate e infisse su pali all’entrata di un accampamento romano (scena LVI; vd. S. Settis et al., cit., pp. 342-343, tavv. 84-85).

[41] Per la resa della violenza nelle rappresentazioni artistiche di età romana, vd. il recentissimo P. Zanker, I barbari, l’imperatore e l’arena. Immagini di violenza nell’arte romana, in Id., Un’arte per l’impero. Funzione e intenzione delle immagini nel mondo romano, Milano 2002, pp. 38-62 (ediz. orig. Die Barbaren, der Kaiser und die Arena. Bilder der Gewalt in der römischen Kunst, in R.P. Seiterle – H. Breuninger [a cura di], Kulturen der Gewalt. Ritualisierung und Symbolisierung von Gewalt in der Geschichte, Frankfurt am Main 1998, pp. 53-86). Cfr. anche Id., Le donne e i bambini barbari sui rilievi della Colonna Aureliana, ibid., pp. 63-78 (ediz. orig. Die Frauen und Kinder der Barbaren auf der Markussäule, in J. Scheid – V. Huet [a cura di], La Colonne Aurélienne. Autour de la Colonne Aurélienne. Geste et image sur la Colonne de Marc Aurèle à Rome, Turnhout 2000, pp. 163-174).

[42] Tali scene, coi relativi riferimenti, sono citate in E. La Rocca, cit., p. 31, nota 113.

[43] Benché siano molto più tardi, i famosi versi di Rutilio Namaziano esprimono felicemente la consapevolezza della superiore capacità organizzativa di Roma: Fecisti patriam diversis gentibus unam, | profuit iniustis te dominante capi; | dumque offers victis proprii consortia iuris, | urbem fecisti, quod prius orbis erat (De red. suo I, 63-66).

[44] Le armi sulla Colonna erano perlopiù realizzate in bronzo e inserite nelle mani dei combattenti. Queste appendici metalliche sono tutte perdute.

[45] L’esatta caratterizzazione delle genti vinte ha una lunga tradizione nel mondo antico, a partire dall’arte del vicino Oriente: vd. E. La Rocca, cit., pp. 8 ss.

[46] Vd. R. Brilliant, The Arch of Septimius Severus in the Roman Forum, in Memoirs of the American Academy in Rome 29, 1967; S. De Maria, Gli archi onorari di Roma e dell’Italia romana, Roma 1988, pp. 182-185, 305-307, n. 89; Lexicon Topographicum Urbis Romae, a cura di E.M. Steinby, vol. I, Roma 1993, pp. 103-105, s.v. Arcus: Septimius Severus (Forum) (R. Brilliant).

[47] Rimangono una ventina di figure, cui vanno aggiunte alcune altre, note per via indiretta. Vd. J.M.C. Toynbee, The Hadrianic School. A Chapter in the History of Greek Art, Cambridge 1934, pp. 152-159; M. Cipollone, Le province dell’Hadrianeum. Un tema dell’ideologia imperiale romana, AnnPerugia 16 (1978/1979), pp. 41-47; A.M. Pais, Il “podium” del tempio del Divo Adriano a Piazza di Pietra in Roma, Roma 1979; P. Liverani, cit., pp. 229-233; M. Sapelli, Provinciae fideles. Il fregio del tempio di Adriano in Campo Marzio, Milano 1999.

[48] Sono perciò gli attributi elefantini che permettono di riconoscere genericamente l’Africa in una scultura, proveniente con buone probabilità da questo tempio, che fu reimpiegata in un monumento cinquecentesco a Scipione l’Africano sul Campidoglio, presso il Palazzo Senatorio. Vd. P. Liverani, cit., p. 230, nota 44.

[49] Non va dimenticato l’antico uso di introdurre raffigurazioni delle gentes e delle città sconfitte nei cortei trionfali, secondo la testimonianza delle fonti, le quali possono fare riferimento a riproduzioni probabilmente pittoriche di luoghi reali come Livio (XXXVII, 59; XXXVIII, 43) e Plinio il Vecchio (Nat. hist. V, 36-37), oppure a statue o persone in carne e ossa come Virgilio (VIII, 722-728: è il trionfo di Augusto effigiato sullo scudo di Enea, ma non è escluso che possa esservi un riferimento alle sculture della porticus ad nationes). Cfr. P. Liverani, cit., p. 244 e nota 123.

[50] Si può ricordare, almeno, l’emissione di una serie monetale simile a quella delle province coniata da Adriano. Cfr. M. Cipollone, cit., p. 45, con bibliografia precedente.

[51] Vd. F. De Filippis, Il Palazzo Reale di Napoli, Napoli 1960, p. 67 e figura a p. 49.

[52] Esso, forse di età domizianea, decora una delle facce di un plinto, appartenente a una colonna del praetorium di un grande accampamento lì situato. Vd. E. Demougeot, cit., p. 129 e nota 20; W. Selzer, Römische Steindenkmäler. Mainz in römischer Zeit, Mainz am Rhein 1988, p. 241, n. 263.

[53] Scena CLIV. Vd. S. Settis et al., cit., pp. 543-546, tavv. 285-288.

[54] Vd. B. Andreae, Imitazione ed originalità nei sarcofagi romani, RendPontAcc 41 (1968-1969), pp. 145-166, specificamente pp. 156-158; A. Giuliano (a cura di), Museo Nazionale Romano. Le sculture I, 8, Roma 1985, pp. 177-188, n. IV, 4 (L. Musso), soprattutto pp. 177-179. Sull’utilizzo dei barbari nella sfera funeraria vd. P. Zanker, Immagini come vincolo: il simbolismo politico augusteo nella sfera privata, in Id., Un’arte per l’impero, cit., pp. 79-91, specificamente pp. 85-86 (ediz. orig. Bilderzwang. Augustan political symbolism in the private sphere, in Image and Mystery in the Roman World [Festschrift J. Toynbee], Gloucester 1988, pp. 1-13).

[55] Proviene da una tomba scoperta nel territorio di Cesena e datata fra la metà del II e gli inizi del III secolo d.C. Vd. M. Marini Calvani – R. Curina – E. Lippolis (a cura di), Aemilia. La cultura romana in Emilia Romagna dal III secolo a.C. all’età costantiniana (Catalogo della Mostra, Bologna 2000), Venezia 2000, p. 500, n. 179 (M.G. Maioli), con bibliografia.

Tarquinio e Lucrezia

di Livio, I 58 in R.S. Conway – C.F. Walters (ed.), Titi Livi Ab urbe condita, tomus I, Libri I-V (testo latino); Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II), con un saggio di R. Syme, intr. e note di C. Moreschini, Milano 2013, pp. 360-363 (tr. ital.).

[58] Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Collatino cum comite uno Collatiam uenit. Ubi exceptus benigne ab ignaris consilii cum post cenam in hospitale cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes uidebantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam uenit sinistraque manu mulieris pectore oppresso ‘Tace, Lucretia’ inquit; ‘Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris uocem.’ Cum pauida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem uideret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, uersare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam uidebat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum seruum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum uicisset obstinatam pudicitiam uelut uictrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad uirum mittit, ut cum singulis fidelibus amicis ueniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem incidisse. Sp. Lucretius cum P. Ualerio Uolesi filio, Collatinus cum L. Iunio Bruto uenit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conuentus. Lucretiam sedentem maestam in cubiculo inueniunt. aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique uiro ‘Satin salue?’ ‘Minime’ inquit; ‘quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Vestigia uiri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum uiolatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte ui armatus mihi sibique, si uos uiri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium.’ Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi auertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. ‘Vos’ inquit ‘uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet.’ Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in uolnus moribunda cecidit. Conclamat uir paterque.

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts.

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts.

Pochi giorni dopo Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, ritornò a Collazia con un solo compagno. Qui fu accolto cortesemente da tutti i familiari, che ignoravano il suo proposito, e dopo la cena fu accompagnato alla camera degli ospiti; infiammato d’amore, quando tutto intorno gli parve tranquillo e ognuno addormentato, andò con una spada in pugno da Lucrezia, che era immersa nel sonno, e premendo con la sinistra il petto della donna: “Taci, Lucrezia!”, le disse “sono Sesto Tarquinio; ho una spada in mano: se ti metti ad urlare, sei morta!”. Mentre la donna, svegliatasi di soprassalto, non vedeva alcuna possibilità d’aiuto e sentiva pendere sul suo capo la morte, Tarquinio le confessava il suo amore, la supplicava, alle preghiere univa le minacce, tentava in mille modi l’animo di lei. Quando vide che era irremovibile e che non si lasciava piegare nemmeno dalla paura della morte, aggiunse a questo timore anche quello del disonore: disse che accanto al suo cadavere avrebbe posto uno schiavo nudo, strangolato, perché si pensasse che fosse stata uccisa in un infame adulterio. Dopo che la libidine ebbe con questo terrore riportato quasi a forza una trionfale vittoria sull’indomabile pudicizia, e dopo che Tarquinio se ne fu andato, tutto fiero d’aver espugnato l’onore della donna, Lucrezia, afflitta da un sì grave accaduto, mandò a Roma dal padre e ad Ardea dal marito uno stesso messaggero, per dir loro che venissero accompagnati ciascuno da un amico fidato: bisognava far così, e senza perder tempo; era accaduto un fatto atroce! Spurio Lucrezio venne con Publio Valerio, figlio di Voleso, Collatino con Lucio Giunio Bruto, assieme al quale era stato incontrato per caso, mentre tornava a Roma, dal messaggero della sposa. Essi trovarono Lucrezia che sedeva afflitta nella sua stanza. All’arrivo dei suoi scoppiò in lacrime, e al marito che le chiedeva: “Stai bene?”, rispose: “Per niente: che cosa vi può essere di bene per una donna quando abbia perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo; ma solo il corpo è stato oltraggiato, l’animo è innocente; ne sarà testimone la morte. Ma stringetevi le destre e giurate che l’adulterio non rimarrà impunito! È Sesto Tarquinio, che la scorsa notte, nemico in sembianze d’ospite, con la forza e con le armi s’è preso un piacere funesto a me e a lui, se voi siete veri uomini!”. Tutti promettono, uno dopo l’altro; confortano il suo animo afflitto, riversando la colpa da lei, ch’era stata forzata, sull’autore del delitto. “Vedrete voi – disse lei – quale pena egli meriti; quanto a me, benché io mi assolva dalla colpa, non mi sottraggo al castigo: d’ora in poi nessuna donna, prendendo esempio da Lucrezia, vivrà impudica!”. Ciò detto s’immerse nel cuore un coltello che teneva nascosto sotto la veste, e cadde morta, piegandosi sulla ferita. Il marito e il padre proruppero in alte grida.

****************************************************************************************************

Bibliografia:

I. Donaldson, The Rapes of Lucretia. A Myth and its Transformations, Oxford 1982.

M.Th. Fögen, Römische Rechtsgeschichte. Über Ursprung und Evolution eines sozialen Systems, Göttingen 2002, pp. 21-55.

J. Follak, Coluccio Salutatis „Declamatio Lucretie“ und die Menschenbilder im „exemplum“ der Lucretia von der Antike bis zur Neuzeit, Konstanz 2002.

H. Galinsky, Der Lucretia-Stoff in der Weltliteratur. Breslau 1932.

H.N. Geldner, Lucretia und Verginia. Studien zur Virtus der Frau in der römischen und griechischen Literatur, Mainz 1977.

K. Greschat, Lucretia, in Reallexikon für Antike und Christentum. Band 23, Stuttgart 2010, pp. 596-603

M. Holtermann, Die Faszination der Lucretia-Gestalt. Rezeptionsdokumente und ihre Behandlung im Lateinunterricht, Ianus 26 (2005), pp. 20-30.

M.M. Matthes, The Rape of Lucretia and the Foundation of Republics, University Park 2000.

Farsalo, 9 agosto 48 a.C.

di S. Sheppard, Farsalo, Cesare contro Pompeo, in Roma e Grecia. Le battaglie, gli eserciti, i grandi condottieri, n. 3, RBA Italia, Milano 2010, pp. 54-82.

 

 

 

Piani contrapposti

 

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Ogni giorno, dopo l’arrivo di Pompeo sulla pianura di Farsalo, Cesare schierava il suo esercito e si offriva allo scontro aperto. Ogni volta, però, era ostacolato dai limiti dell’antico modo di combattere: oltre che per un’imboscata (come Roma sperimentò a sue spese nel 217 a.C. sul lago Trasimeno) o per un caso (come sperimentò a suo vantaggio nel 197 a.C. a Cinocefale), una battaglia poteva cominciare solo quando entrambi i contendenti erano convinti di essere in vantaggio sul nemico. Anche Pompeo schierava il suo esercito, ma non avanzava mai oltre il fianco delle colline che circondavano il lato nord della pianura. Non volendo cedere il vantaggio di una posizione più elevata, Pompeo rinunciava ogni volta a dare battaglia.

Cesare aveva previsto la risposta di Pompeo ed era pronto a stare al suo gioco, spostando le truppe ogni giorno un po’ più vicino all’accampamento di Pompeo, in modo da sollevare il morale dei suoi uomini. Poi, una volta palesata la sua strategia, Cesare levò il campo e cominciò a marciare verso nord-est, in direzione di Scotussa. Era convinto che i suoi veterani potessero affrontare la marcia molto meglio dell’esercito di Pompeo, «che non era abituato a duri sforzi», e sperava di poterlo attirare in battaglia alle sue condizioni lungo il cammino.

La mattina del 9 agosto (7 giugno secondo il calendario attuale), le truppe di Cesare smontarono le tende e si disposero in colonna davanti all’entrata dell’accampamento, pronte a iniziare la marcia. In un primo momento non diedero importanza al fatto che Pompeo facesse uscire l’esercito dal suo campo dislocandolo come al solito ai piedi delle colline. Gli osservatori fecero però notare a Cesare che questa volta c’era qualcosa di diverso: Pompeo stava muovendo l’esercito dal fianco delle colline verso la pianura, facendolo precedere a sud-est in senso antiorario, sul terreno tra le alture e il fiume.

Era quello che Cesare stava aspettando. Disse seccamente ai suoi ufficiali: «Non avremo mai un’occasione migliore». Fece arrestare la marcia e dispiegò una bandiera purpurea, il segnale della battaglia. L’accampamento scoppiò in un’attività frenetica, come un alveare; gli uomini si affannarono a disfarsi dei loro carichi e si prepararono a combattere.

La piana di Farsalo oggi.

La piana di Farsalo oggi.

Cesare era così preso dal non farsi sfuggire il momento favorevole che ordinò di spianare i terrapieni, riempiendo i fossati con detriti in modo che le coorti potessero uscire già in formazione. Lasciò nell’accampamento duemila uomini di guardia, scelti tra i più anziani, e guidò le sue legioni verso la pianura. Influenzato dallo stato d’animo del loro comandante e gustando la prospettiva di vendicare la disfatta di Durazzo, il morale delle truppe era alto. Cesare passò a cavallo tra i suoi soldati e osservò che uno dei centurioni della X legione che si era riarruolato, Gaio Crastino, stava incitando gli uomini della sua coorte. Quando Cesare lo chiamò per nome, Crastino gli fece il saluto militare e, secondo Plutarco, gridò a voce alta: «Combatteremo nobilmente, o Cesare! E oggi farò in modo che tu mi ringrazierai, sia che io viva, sia che muoia!».

Perché Pompeo aveva deciso di combattere? Gli storici, sia antichi che moderni, hanno avanzato diverse ipotesi: Pompeo era ansioso di non perdere la fiducia che i suoi uomini avevano acquisito forzando il blocco di Cesare a Durazzo; con l’avanzare della stagione e il grano ormai quasi maturo, le tattiche fabiane non avrebbero avuto un grosso impatto sulle capacità di approvvigionamento di Cesare; la prospettiva di permettere a Cesare di rimanere in Oriente liberamente e indefinitamente era un insulto all’autorità di Pompeo fra i re della regione e una minaccia al suo prestigio a Roma.

Nessuno di questi fattori aveva però maggior peso dei risultati positivi che Pompeo stava assaporando dalla strategia da lui adottata di mantenere Cesare isolato e in marcia. Considerando le risorse a sua disposizione, comparate con le qualità belliche del suo avversario, una guerra di logoramento era senz’altro l’opzione migliore. Come ci riferisce Appiano, Pompeo «pensava che fosse rischioso puntare tutto su un singolo scontro contro uomini disperati e ben addestrati e contro la famosa buona fortuna di Cesare».

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Il problema che aveva assillato Pompeo, sin dallo scoppio della guerra, era che, mentre tutti erano d’accordo sull’assoluta maestria di Cesare nella conduzione dei suoi affari privati, lui, stando ai principi secondo i quali combatteva, non poteva essere altro che il primo tra i pari. La Repubblica, di cui era stato nominato difensore, era molto interessata ai risultati che poteva ottenere e i suoi rappresentanti – senatori, funzionari e aspiranti tali – non gli davano tregua. Uniti solo dall’odio per Cesare, il loro unico contributo allo sforzo bellico era quello di provocare e criticare il campione che avevano eletto. Troppo ansiosi di farla finita con la prepotenza di Cesare e di tornare a Roma per iniziare un’epurazione politica (e finanziaria) dei suoi sostenitori, spronarono Pompeo, dopo Durazzo, a cercare lo scontro finale. Il fatto che Cesare fosse pronto a dar loro battaglia tutte le mattine sin da quando erano arrivati sulla piana di Farsalo, non faceva che infiammare ancora di più i loro animi. Sebbene Pompeo li ammonisse che Cesare era costretto ad agire in quel modo perché i suoi approvvigionamenti cominciavano a scarseggiare e che quindi, proprio per questo, la cosa migliore sarebbe stata non far niente, loro lo accusarono di voler temporeggiare solo per prolungare la sua straordinaria autorità su di loro. Pompeo, il campione della Repubblica, si sentì ridicolizzato sul suo stesso campo: lo chiamavano il re dei re, l’Agamennone, dato che anche lui aveva avuto in battaglia dei re sotto il suo comando.

Che Pompeo stesso offrendo a Cesare lo scontro campale che voleva, non per volontà propria, è ricordato anche dall’esortazione, non certo entusiastica, fatta da Pompeo la mattina della battaglia e riportata da Appiano: «Io voglio ancora abbattere Cesare, ma siete stati voi a volere questo confronto!» disse ai suoi uomini. «Avanzate dunque, come state chiedendo da tempo!».

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. D - VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. (Dritto) VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Che Pompeo avesse forti timori sulla qualità delle forze al suo comando, è evidenziato chiaramente dalle disposizioni tattiche che rivelò al consiglio di guerra convocato alla vigilia della battaglia. Con stupore dei suoi subordinati, sostenne che l’esercito di Cesare poteva essere sconfitto prima ancora che le linee di combattimento entrassero in contatto. Si trattava solo di disporre la superiore cavalleria repubblicana aggirando Cesare sul fianco e attaccandolo da dietro. La fanteria sarebbe servita da incudine e la cavalleria da martello gigante; l’esercito di Cesare sarebbe rimasto schiacciato tra le due forze. In questo piano magistrale era implicito, anche se non dichiarato, che le legioni repubblicane avrebbero dovuto sopportare lunghe prove di forza contro i loro avversari, cosa che Pompeo aveva insistentemente cercato di evitare.

Labieno approvò entusiasticamente il piano d’attacco proposto da Pompeo, in buona parte perché, come capo della cavalleria repubblicana, il merito della sconfitta di Cesare sarebbe stato in buona parte suo. Assicurò al consiglio che l’esercito di Cesare era solo la brutta copia di quello che aveva conquistato la Gallia e giurò che sarebbe tornato vincitore dal campo di battaglia. Pompeo elogiò il suo zelo e fece lo stesso giuramento, seguito dalla maggior parte dei suoi. Nonostante i dubbi del comandante, il consiglio si separò con il morale molto alto e con grandi speranze.

 

Eserciti contrapposti

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Quando la mattina del 9 agosto, Pompeo uscì allo scoperto, lasciò sette coorti di legionari e traci e altri ausiliari alleati a custodire l’accampamento e i forti limitrofi. Lasciò il campo con le rimanenti 11 legioni, o 110 coorti, 47.000 uomini in totale, con la classica formazione a triplex acies divisa verticalmente al comando di tre subordinati. Sulle ali e al centro stazionavano quelle legioni su cui Pompeo riponeva maggiore fiducia. Afranio comandava l’ala destra, che includeva la legione cilicia e le coorti che era riuscito a salvare in Spagna. Il centro era occupato da Scipione con le legioni siriane, veterane della debacle di Carre. L’ala sinistra, sotto Enobarbo, includeva due legioni, ribattezzate I e III, che Cesare aveva consegnato al Senato per la campagna di Partia prima dello scoppio della guerra civile. Le reclute riempivano gli spazi tra queste unità esperte. Per precauzione, Pompeo aveva disseminato tra le sue fila circa duemila evocati, veterani di campagne precedenti arruolati di nuovo, con l’idea di stabilizzarle e, se possibile, incoraggiarle. Pompeo si posizionò dietro l’ala sinistra per supervisionare lo svolgimento della battaglia.

Per tenergli testa, Cesare dispose una formazione identica a quella di Pompeo, anche se con meno uomini. Collocò le sue nove legioni – ottanta coorti, circa 22.000 uomini – in triplex acies, disposte anch’esse verticalmente e al comando di tre subordinati. Nell’ala sinistra, cioè il fianco che si appoggiava sul fiume, collocò la legione IX insieme alla VIII, legione notevolmente ridotta dopo Durazzo, per, secondo le parole dello stesso Cesare, «fare di due una sola legione». Quest’ala era sotto il comando di Antonio. Calvino, invece, comandava il centro, riprendendo la sua disputa con Scipione. L’ala destra era il fianco dove la migliore legione di Cesare, la X, occupava il posto d’onore; questa era agli ordini di Silla, anche se Cesare stesso monitorava le operazioni, situato dietro di essa, opposto al suo rivale.

Le coorti di Pompeo comprendevano circa 420 uomini ciascuna, con un fronte di 42 uomini. Siccome ogni legionario romano occupava uno spazio di 1,8 metri, ogni coorte ne occupava 75. Secondo lo schieramento standard in una legione in triplex acies, con quattro coorti nella prima linea, tre nella seconda e altre tre nella terza, le 11 legioni di Pompeo – 110 coorti – avrebbero avuto un fronte di 44 coorti (4 × 11) e avrebbero occupato uno spazio di 3,3 chilometri (44 × 75).

Non sappiamo quanto in profondità fosse schierata la cavalleria di Pompeo e non possiamo quindi precisare la lunghezza esatta della sua linea di battaglia, però deve essere astata almeno di 4 chilometri, orientata a sud-est, tra gli attuali villaggi di Krini, ai piedi delle colline, e Bitsiler, sul fiume.

Per affrontare lo scontro, Cesare fu costretto a restringere le proprie fila. Le sue coorti erano composte da appena 275 uomini, poco più della metà del normale (480), e la profondità dello spiegamento era di circa sei linee. Se avesse confidato maggiormente nelle sue legioni, Pompeo avrebbe potuto aspettare l’occasione di sferrare l’attacco in un terreno più aperto, dove, oltre a dare alla propria cavalleria maggior spazio di manovra, sarebbe stato nella posizione di distendere e allungare le linee della sua fanteria, obbligando Cesare a compensare, estendendo a sua volta le proprie linee, forse al punto di rottura. Considerando la superiorità qualitativa degli uomini di Cesare, Pompeo avrebbe potuto trarre vantaggio dallo spazio ristretto che il campo di Farsalo gli offriva: il fiume lo proteggeva sul fianco destro, e la profondità considerevole delle sue legioni gli avrebbe permesso di assorbire l’effetto sorpresa dell’attacco di Cesare, dando tempo alla cavalleria di assolvere il compito assegnatole, di circondare cioè l’esercito cesariano e di colpire la sua retroguardia.

Non c’è ragione di mettere in dubbio l’affermazione di Appiano: «Mai prima di allora un così gran numero di forze militari italiche si era scontrato su un unico campo di battaglia». Grazie però al caratteristico sciovinismo romano, è difficile risalire al numero totale di uomini coinvolti. Come fa notare Appiano, le autorità romane che fornivano le cifre più plausibili sulle truppe coinvolte «non diedero l’elenco delle forze alleate, né riportarono i loro nomi in quanto, trattandosi di stranieri, il loro contributo alla battaglia era insignificante, solo un supporto alle forze in campo».

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall'Egitto

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall’Egitto

Qualsiasi fossero le cifre, avrebbero solo incrementato lo svantaggio di Cesare. Dal momento che, nel corso della campagna, aveva potuto racimolare al massimo poche migliaia di fanti leggeri greci dalla Dolopia, dall’Acarnania e dall’Etolia, Pompeo aveva a sua disposizione tutte le popolazioni poliglotte orientali: spartani e altri peloponnesiaci, beoti, ateniesi e macedoni dalla Grecia; traci, bitinici, frigi e ioni; lidi, panfilici, pisidi e paflagoni; cilici, siriani, fenici, giudei, arabi, ciprioti, frombolieri di Creta e molti altri isolani. Molte di queste unità nazionali sottostavano ai loro despoti, i quali scelsero di mostrare la loro fedeltà a Pompeo, recandosi di persona sul campo di battaglia. erano presenti Deiotaro, tetrarca della Galazia orientale, e Ariarate, re di Cappadocia, come pure due distinti contingenti armeni, uno proveniente dalla zona al di qua dell’Eufrate, guidato da Taxiles, e l’altro dalla zona al di là del fiume, sotto la guida di Megabate che faceva le veci del re Artavaside.

Appiano descrive gli alleati schierati «come per una parata». Sebbene dovessero essere uno spettacolo favoloso, scintillanti al sole del mattino con i loro innumerevoli stendardi e bandiere, la loro utilità era alquanto limitata.

Sempre secondo Appiano, Pompeo disseminò i migliori contingenti alleati – i macedoni, i peloponnesiaci, i beoti e gli ateniesi – a coprire gli spazi rimasti vuoti tra le coorti, «in quanto era convinto della loro tranquillità e disciplina». Molti degli alleati, però, erano dislocati deliberatamente in una zona sicura. Appiano poneva l’accento sulla scarsa considerazione che Cesare aveva di loro; ai suoi uomini li descriveva come soldati sempre pronti a fuggire e a farsi catturare come schiavi: «In breve – diceva Cesare – non c’è bisogno che combattiate contro di loro […] Vi chiedo di impegnarvi solo contro le truppe italiche, anche se gli alleati si attaccano alle vostre calcagna e vi vengono dietro come una muta di cani».

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D - Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D – Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

La vera disparità tra i due eserciti era evidente soprattutto nella cavalleria. È improbabile che cittadini romani combattessero a cavallo, né per uno schieramento, né per l’altro. L’intera cavalleria di Cesare consisteva di circa mille galli e germani, reclutati lontano dalla loro patria. Pompeo aveva invece a disposizione 6700 cavalieri, tra cui 600 galati, 500 traci, 200 macedoni, 500 galli e germani da Alessandria, 500 dalla Cappadocia, 200 siriani, per lo più arcieri, e 800 dallo stesso casato di Pompeo; i rimanenti erano dardani, bessi, tessali e uomini provenienti da altre nazioni.

Sul fianco destro Pompeo stazionò i fanti leggeri della Cappadocia e 600 cavalieri greci del Ponto, in modo che, una volta iniziata la battaglia, non ci fossero sorprese dalle lontane sponde dell’Enipeo. La maggior parte delle truppe di lanciatori alleate e della cavalleria si concentrava sul fianco destro della linea repubblicana, opposta alla cavalleria cesariana.

Adottando questa strategia tattica, Pompeo rinunciava alla possibilità di circondare contemporaneamente, con la cavalleria, i due fianchi dell’esercito cesariano, così come aveva fatto Annibale contro le legioni di Roma a Canne nel 216 a.C. Forse pensava che il fiume fosse già sufficiente a immobilizzare il fianco sinistro di Cesare. In ogni caso, l’esito della battaglia dipendeva ora dalla capacità della cavalleria repubblicana di sopraffare la controparte cesariana e di riversarsi contro il fianco destro e la retroguardia di Cesare, prima che le linee di Pompeo cedessero alla pressione delle legioni cesariane. Pompeo aveva buoni motivi per essere fiducioso: nell’imminente prova di resistenza, la forza di attacco della sua cavalleria, che già aveva un vantaggio numerico di 6 a 1 rispetto a quella di Cesare, sarebbe stata rafforzata da distaccamenti di arcieri e frombolieri.

Cesare dovette essersi reso conto delle intenzioni di Pompeo, vedendo la sua cavalleria concentrarsi sul fianco sinistro. Cosciente della propria inferiorità numerica, aveva fatto considerevoli passi in avanti per rinforzare l’evidente vulnerabilità della propria cavalleria. Cesare aveva fatto prove di operazioni di armi combinante, scegliendo cioè tra le truppe di prima linea gli uomini più giovani e adatti, equipaggiandoli e riqualificandoli per combattere come fanteria leggera, o antesignani, inframezzati con la cavalleria. Questa iniziativa, che aveva avuto un certo successo sulle schermaglie prima della battaglia, poteva far guadagnare del tempo a Cesare. Rinforzare la cavalleria in questo modo, però, avrebbe solo ritardato la sua sconfitta finale, inevitabile, data la superiorità delle forze di Pompeo.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Per risolvere questo problema, Cesare distaccò sei coorti, circa duemila uomini, dalla terza linea delle sue legioni e formò con esse una quarta linea sulla destra, disposta però in obliquo rispetto al resto dell’esercito, in modo da essere nascosta dietro la cavalleria, ma comunque pronta a entrare in azione non appena la cavalleria di Pompeo avesse invaso quel settore.

È possibile che Cesare sia stato influenzato dalla saggezza del generale greco Senofonte, che molto tempo prima aveva scritto nel suo Manuale del comandante di cavalleria che, siccome gli uomini a cavallo erano in una posizione più alta rispetto a quelli a pieni, era possibile nascondere la fanteria dietro la cavalleria, e se poi improvvisamente la fanteria «fosse uscita allo scoperto per affrontare il nemico […], avrebbe potuto costituire un fattore importante per una vittoria decisiva». In ogni caso, Cesare s’incaricò di far sì che questi uomini capissero l’importanza del ruolo affidato loro in un momento preciso della battaglia. Plutarco racconta che Cesare li esortava a non lanciare da lontano i loro pila, ma a «scagliarli verso l’alto, verso gli occhi e il viso del nemico; dicendo loro che quei bei giovani ballerini non avrebbero sopportato il luccichio dell’acciaio davanti ai loro occhi, ma sarebbero fuggiti per salvare le loro belle facce». Siccome la rivalità tra gli eserciti è una tradizione millenaria, Cesare può aver usato tale linguaggio, sicuro di toccare una corda sensibile dei suoi veterani incalliti e di far loro comprendere la sua idea.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

Il punto di forza del giavellotto consisteva, oltre che nel suo potere di penetrazione, nel fatto di deformarsi dopo essersi conficcato nello scudo del nemico. Questo fattore, così significativo nell’ostacolare l’avanzata della fanteria avversaria, non aveva la stessa efficacia sulla cavalleria; i cavalieri potevano infatti ricevere i giavellotti sui loro scudi e continuare ad avanzare verso i legionari, ora privi della loro principale arma di difesa. Cesare sapeva inoltre che la cavalleria di Pompeo non avrebbe avuto l’impeto di passare attraverso un muro di scudi che avanzano improvvisamente verso di lei, spalla a spalla, pieno di punte di pila. Prima che la cavalleria abbia la capacità di perforare la fanteria in uno scenario simile, bisogna aspettare molti secoli, con l’invenzione delle staffe e la nascita di una nuova era bellica.

Le ultime istruzioni di Cesare ai suoi ufficiali della terza e quarta linea consistettero nel ricordare loro di non intervenire, fin quando lui non avesse dato loro il segnale con la bandiera.

Con i loro eserciti schierati, Cesare e Pompeo, entrambi a cavallo e ben visibili con i loro paludamenta, i mantelli rossi dei comandanti in capo, presero posizione ciascuno dietro le sue linee. Avendo entrambe le parti già pronunciato le rispettive parole d’ordine – per Cesare Venus venetrix (Venere, portatrice di vittoria), per Pompeo Hercules invictus (Ercole l’invincibile) – il tempo dei preparativi era scaduto ed era arrivato il momento della verità.

 

Il fragore delle armi

 

Ironicamente, dato l’ardore con cui entrambe le parti aveva desiderato lo scontro, ci fu un momento d’incertezza quando i due eserciti si ritrovarono uno di fronte all’altro nella pianura. Dione parla di un silenzio penetrante e di un senso di soggezione: «Non vennero subito alle armi. Provenienti dallo stesso paese e dalla stessa terra, con armi identiche e formazioni militari simili, nessuno dei due schieramenti se la sentiva di iniziare la battaglia».

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Passarono i minuti e le truppe italiche aspettarono in silenzio nelle loro rispettive posizioni. Fu solo quando Pompeo vide che, a causa del ritardo, i suoi contingenti alleati cominciavano a disperdersi, e temette che ci potesse essere un collasso generale prima dell’inizio dello scontro, dette il segnale di attaccare. La cavalleria repubblicana iniziò a caricare lungo il fianco sinistro e in un istante la pianura tremò sotto il peso di 6000 cavalli al galoppo. Subito la cavalleria di Cesare rispose unendosi al fragore, mentre le prime due linee della fanteria cominciarono il loro macchinoso avvicinamento alle legioni pompeiane. Dione segnala che «quando le truppe alleate si lanciarono nella battaglia, gli altri si unirono a loro». La poca disciplina delle fila repubblicane, però, era un presagio di ciò che sarebbe successo in seguito.

Prima che le linee di Cesare si spingessero troppo in avanti, si percepì che qualcosa di molto particolare stava accadendo sul campo di battaglia. sfidando le tradizioni militari delle centurie romane, le legioni di Pompeo non si erano mosse di un passo dalle loro postazioni. Era una prova ulteriore della mancanza di fiducia nelle qualità belliche degli uomini sotto il suo comando. Piuttosto che rischiare un avanzamento, con il pericolo che le reclute potessero perdere il contatto con i veterani, facendo così aprire dei varchi nelle linee, che avrebbero consentito l’ingresso delle truppe cesariane, Pompeo aveva ordinato alle sue linee di rimanere ferme e di assorbire l’urto dell’assalto di Cesare direttamente dalla loro posizione iniziale.

Cesare criticò severamente tale decisione che, asserì, negò alle legioni repubblicane «l’innato eccitamento e l’ardore dell’animo che si accendono con il desiderio di combattere», e che arrivano al culmine dell’impeto della carica con le grida e lo squillare delle trombe: «Questo dovrebbe essere incoraggiato e non represso da un generale degno di tale nome».

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Musée du Louvre.

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

Pompeo, comunque, deve aver calcolato che, tutto sommato, era più importante quello che avrebbe guadagnato dal mantenere ferme le sue linee al momento dello scontro tra le due parti, di quello che avrebbe potuto perdere se i suoi uomini non avessero avuto un afflusso di adrenalina al momento dello slancio in avanti. Oltre a questo, poteva aver considerato due cose: prima di tutto, portare l’esercito di Cesare all’interno del suo avrebbe ridotto la distanza e quindi l’arco di tempo necessario alla cavalleria per circondare la retroguardia di Cesare; in questo modo i cesariani sarebbero finiti nella tana del lupo. Secondariamente, dovendo coprire a passo di carica l’intera distanza tra i due schieramenti, invece di scontrarsi col nemico a metà strada, le legioni di Cesare, una volta di fronte ai loro avversari, sarebbero state ormai affaticate e disorganizzate e avrebbero perso parte del mordente iniziale.

Contro un esercito inferiore, questo atteggiamento difensivo di Pompeo, che Cesare non aveva previsto, avrebbe potuto avere successo. In quel momento le legioni di Cesare si mostrarono degne del loro comandante. Quando fu evidente che l’esercito di Pompeo non intendeva muoversi, le coorti di Cesare si arrestarono spontaneamente a metà del percorso, ripresero fiato e ricompattarono le loro linee prima di proseguire. Alla distanza giusta, lanciarono i loro pila, sguainarono le spade e si avventarono con impeto sul nemico.

Cesare dovette sentirsi gratificato per tale dimostrazione di disciplina che gli anni trascorsi sotto il suo comando avevano inculcato nei suoi uomini. «Non che i pompeiani non fossero all’altezza del loro compito», fu costretto ad ammettere. Ricevettero la pioggia di pila sui loro scudi, in silenzio nelle loro fila, e ne lanciarono altrettanti prima dell’impatto con le legioni di Cesare. Ora era Pompeo a sentirsi gratificato; i suoi uomini avevano mantenuto le posizioni e, ancora più importante, la loro calma. Conservando la coesione, diedero il meglio di loro stessi combattendo corpo a corpo; Dione ricorda come questi combattimenti risultavano particolarmente crudi per la naturalezza fratricida della guerra civile: ci si poteva scontrare con un antico vicino, un amico o anche un familiare, «molti mandarono messaggi a casa attraverso il loro assassino». A Cesare era stato negato il rapido sfondamento che lui aveva previsto e che Pompeo più di tutto aveva temuto.

A questo punto, comunque, è da sottolineare come solo due delle tre linee di Cesare fossero impegnate in battaglia. Cesare stava infatti risparmiando la terza linea per due ragioni principali: primo, perché questa sarebbe stata utilizzata al momento opportuno per l’assalto finale; secondo, perché usando tutte e tre le linee contemporaneamente, la linea di riserva sarebbe rimasta isolata in mezzo al campo e la cavalleria repubblicana avrebbe potuto evitarla, portandosi ai fianchi e dietro le legioni impegnate in battaglia.

D’altra parte, sebbene le fonti non dicano niente in proposito, alla luce degli avvenimenti che seguirono, sembra verosimile che Pompeo abbia ordinato a tutte e tre le sue linee di stringersi immediatamente non appena fossero entrate in contatto col nemico. Senza dubbio quest’ordine ottenne l’effetto desiderato di sostenere le fila repubblicane, ma lasciò Pompeo senza coorti di riserva da utilizzare in caso di necessità contingenti.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó' Brógáin.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó’ Brógáin.

Con l’incudine (la fanteria) che tratteneva bene l’urto, l’attenzione di Pompeo deve essersi spostata velocemente ai progressi del suo martello, cioè la cavalleria sul fianco sinistro. A prima vista, tutto stava andando secondo i piani. La cavalleria di Cesare, numericamente inferiore, anche tenendo conto delle truppe leggere che si muovevano tra le zampe dei cavalli nemici, non avrebbero sopportato la pressione. Non c’è dubbio che sarebbe stata sopraffatta; il problema era se Cesare le avrebbe permesso di essere superata sistematicamente o se avrebbe dato istruzioni di interrompere deliberatamente il combattimento al momento critico, in modo da conservare la cavalleria come forza bellica vitale. Cesare stesso fa notare che «non potendo resistere all’attacco, la nostra cavalleria non conservò la posizione ma arretrò un poco»: nel resto del suo resoconto della battaglia non menziona più i suoi cavalieri.

Era necessario sacrificare interamente l’arma di cavalleria per portare a termine i propri obiettivi? Se così fosse, perché preoccuparsi di rinforzarla con truppe leggere specializzate? Plutarco ci dà la conferma che ci serve per concludere che quella ritirata fu premeditata; egli racconta che Cesare «diede il segnale e la sua cavalleria arretrò un poco, dando via libera a quelle sei coorti sussidiarie che erano state disposte in fondo, come riserva per coprire il fianco».

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Si stava avvicinando il momento critico della battaglia. La cavalleria repubblicana, che godeva di libertà nella vasta pianura, iniziò a dividersi in squadroni individuali per circondare le linee di Cesare sul fianco destro, ora aperto. Non si sa se questa suddivisione fosse contenuta in un piano stabilito da Pompeo, se fu un’idea di Labieno eseguita man mano che si presentavano nuovi obiettivi, o semplicemente se le unità nazionali, mai pienamente integrate in una struttura di comando coesiva, iniziarono a decidere personalmente dove e quando attaccare. In qualunque caso, la già manifesta minaccia alla posizione di Cesare fu esacerbata dallo spettro degli arcieri e dai frombolieri che seguivano la poderosa cavalleria repubblicana. In pochi secondi sarebbero stati una posizione tale da poter scagliare una pioggia di frecce sull’ala destra della X legione di Cesare. Non ci sono dubbi che fu Pompeo stesso a scegliere quell’ala per concentrare il suo attacco sul fianco: il fante romano utilizzava il braccio per impugnare la spada e gli uomini della X legione non avrebbero potuto utilizzare al meglio i loro scudi per difendersi.

Fu in quel momento che la cavalleria pompeiana, perso il suo impulso iniziale, diventò più vulnerabile. Si era frammentata in numerose unità e, galoppando su e giù, si preparava al grande accerchiamento delle linee nemiche. A quel punto Cesare ordinò di alzare il vexillum come segnale di attacco per la sua quarta linea di riserva.

Per far sì che questa mossa audace avesse l’effetto voluto, la sorpresa doveva essere assoluta. La quarta linea di Cesare, quando sarebbe iniziata la carica, non poteva quindi trovarsi a più di 100 metri dal fianco della cavalleria di Pompeo; era l’unico modo per far sì che la fanteria pesante si scagliasse contro la cavalleria. Il bello è che non furono scoperti e presi in considerazione dalle forze d’assalto repubblicane fino a quando non uscirono dal fianco di Cesare. Le fonti storiche parlano di legionari della quarta linea che, all’inizio dell’attacco, improvvisamente «balzarono in piedi», il che significa che fino ad allora erano rimasti inginocchiati e con gli stendardi abbassati; in uno spazio aperto questo non sarebbe però bastato a nasconderli. Si può solo desumere che la cavalleria di Cesare angolò la sua linea di ritirata in modo tale da nascondere l’avanzata  della quarta linea per alcuni preziosi istanti, sufficienti però a permettere loro di riversarsi sul nemico, concentrato sul suo obiettivo: le retroguardie della triplex acies di Cesare.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La quarta linea di Cesare effettuò la carica più decisiva che la fanteria abbia mai eseguito contro la cavalleria. Questa totale inversione dei principi del combattimento deve aver pietrificato i cavalieri repubblicani; quando si riebbero dallo shock era ormai troppo tardi; i legionari piombarono su di loro come un’onda, infastidendo i cavalli con urla di guerra e conficcando i loro pila nei volti dei cavalieri, come erano stati addestrati a fare.

Se avesse avuto un comandante ispirato, la cavalleria repubblicana avrebbe fatto il necessario per risolvere un imprevisto del genere: avrebbe cioè usato la sua maggiore velocità per ricompattarsi e attaccare la fanteria cesariana, preferibilmente sui fianchi e sulla retroguardia. Ma in totale assenza di un comandante del genere, la cavalleria optò per sfruttare la sua maggiore velocità con un unico scopo: salvarsi la pelle. Cesare racconta che nemmeno uno di loro si fermò per combattere. È improbabile che i suoi uomini arrivassero a impegnare più delle prime due file di cavalieri; questi fecero gruppo e iniziarono a correre, trascinandosi gli altri come una valanga. Fuggirono verso la sicurezza delle colline che delimitavano a nord la pianura e molti di loro non si fermarono finché non raggiunsero le falde della collina 325, il punto più alto alla destra di Cesare.

Il martello di Pompeo era stato eliminato dalla battaglia. La colpa può essere attribuita a Labieno, il quale, deciso a concentrare la potenza dell’impatto dei suoi cavalieri, li aveva ammassati in un’unica grande orda e li aveva lanciati da un fronte stretto verso il nemico, invece di mantenere squadroni distinti, con giusti intervalli tra loro, in modo da permettere un’effettiva risposta delle linee successive in un attacco contro le linee frontali. Di fatto il loro fallimento fu talmente precipitoso che probabilmente causò danni collaterali agli arcieri e frombolieri che li seguivano. Lucano dovette basarsi su testimonianze antiche quando scrisse della cavalleria che «dopo aver fatto dietrofront tirando le briglie, caricò a capofitto le sue stesse truppe».

Questo sconvolgimento delle linee, per non parlare del panico crescente che deve averli colti dopo aver assistito alla totale sconfitta della cavalleria e aver realizzato di essere ora isolati ed esposti all’ira di Cesare, rese facili prede gli arcieri e i frombolieri. Questo non spiega però, come diceva Cesare, perché furono massacrati dai legionari della quarta linea; per definizione, le truppe leggere di lanciatori potevano facilmente evitare il combattimento ravvicinato contro la fanteria pesante, specialmente coloro che avevano già completato la carica eroica in campo aperto contro la cavalleria. Si può desumere che qui riapparisse in scena la cavalleria cesariana, in quanto si trattava di una missione fatta apposta per loro.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l'assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l’assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

Dal momento in cui la sua cavalleria scomparve dalla sua vista, mentre stava aggirando il fianco di Cesare, Pompeo poté solo fare congetture su quanto stava accadendo, basandosi sulle nubi di polvere sollevate dietro le linee cesariane. Dovette però rendersi subito conto della terribile realtà, quando vide i suoi arcieri e frombolieri sparpagliarsi per la pianura nel vano tentativo di fuggire dal pericolo di essere inseguiti ed eliminati uno a uno dalla cavalleria di Cesare. Fu allora che la quarta linea di Cesare emerse dalla nebbia della battaglia, si diresse contro l’ala sinistra di Pompeo, ora del tutto scoperta, e piombò sul fianco delle legioni I e III.

Con le sue truppe impegnate contro l’assalto frontale di Cesare e i suoi alleati che probabilmente si stavano già defilando, Pompeo non aveva più riserve per contrastare questa nuova minaccia. Cesare, che aveva riservato la sua terza linea proprio per trarre vantaggio da questo momento, ordinò alle sue fresche coorti di entrare in battaglia.

Le legioni di Pompeo avevano già iniziato a vacillare quando, con rumori e notizie che arrivavano alle orecchie dei suoi soldati, furono coscienti della minaccia che gravava sopra la loro ala sinistra: a causa di questa ulteriore pressione, iniziarono a cedere.

Non fu un collasso repentino; anche nel fianco sinistro sfaldato, i legionari si ritirarono gradualmente, ancora bloccati nella battaglia. Gli alleati fuggirono a gambe levate, senza opporre nessuna resistenza, in cerca della sicurezza momentanea dell’accampamento. Una volta lì, si misero a saccheggiare le tende dei propri compagni, «come se fossero state quelle del nemico», racconta Appiano, portando via tutto il possibile.

A questo punto le restanti legioni di Pompeo, testimoni del cambiamento della fortuna repubblicana in questa parte del campo di battaglia, iniziarono gradualmente a ritirarsi. All’inizio mantennero la formazione e si difesero il più possibile, anche se, soggetti all’assalto incessante di un nemico infuocato dalla prospettiva di ottenere una vittoria totale, decisero di fuggire.

Il loro comandante aveva già abbandonato il campo di battaglia. si era ritirato nell’accampamento, come dice Plutarco, «distratto e assente, come se non fosse Pompeo Magno». Si fermò solo per ordinare alle coorti di guardia di mantenere le posizioni, poi si ritirò nella sua tenda, completamente alienato dalla realtà. La sconfitta, un’esperienza nuova per lui, lo aveva travolto.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Il suo rivale, invece, conosceva l’importanza di sfruttare pienamente una vittoria. Molti degli uomini di Cesare erano feriti e coloro che non lo erano, essendo fuggiti sotto il sole di mezzogiorno ed esausti dopo le attività della mattina, non desideravano nient’altro che acqua e ombra. Cesare, però, passeggiando freneticamente tra di loro, li incoraggiava a un ultimo sforzo, dicendo loro che se avessero permesso al nemico di ristabilirsi, sarebbero stati i vincitori di un giorno, ma se avessero conquistato l’accampamento repubblicano, avrebbero potuto decidere le sorti della campagna in un colpo solo.

Cesare in persona condusse i suoi uomini contro le fortificazioni di Pompeo, difese strenuamente dalle coorti lì stazionate e ancora con maggiore tenacia dai traci e da altre truppe ausiliarie che combattevano con loro. Queste forze repubblicane, decise a resistere, furono spazzate via dalla palizzata da una pioggia di frecce e gli uomini di Cesare poterono quindi forzare le porte; una volta dentro, ebbe inizio il massacro.

A quel punto Pompeo tornò in sé, esclamando, secondo Plutarco: «Che? Nell’accampamento?». Indossando la tenuta di un soldato semplice al posto del suo paludamentum, abbandonò l’accampamento per una via sicura in sella a un cavallo e, insieme ai suoi colleghi di alto rango, si diresse verso Larissa, che raggiunse prima del calar della notte.

Quando Cesare entrò nell’accampamento nemico, si stupì dell’opulenza che trovò: pergolati artificiali, tende adornate con piante verdi, altre con edera e mirto, con tende e tappeti ricamati e una gran quantità di posate d’argento. «È facile dedurre, vedendo la ricerca di piaceri non necessari, che l’altra fazione non aveva dubbi su come finire la giornata» notò sarcasticamente. Può forse aver riflettuto un attimo sulla gradevole ironia di trovare del mirto lì, nel rifugio del suo nemico, il mirto sacro alla dea Venere, da cui discendeva la sua famiglia.

Gli avvenimenti del giorno appena trascorso richiedevano ancora la sua attenzione. L’esercito di Pompeo era in fuga; prima che calasse la notte doveva essere sotto il suo controllo. Prova ulteriore del rispetto di cui godeva tra i suoi uomini fu che riuscì a riunirli ancora una volta e a mandarli all’inseguimento; il soldato romano viveva di bottino e i tesori dell’accampamento di Pompeo offrivano opportunità senza precedenti.

C. Giulio Cesare. Africa, Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. D – Testa di Venere diademata, verso destra.

C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. (Dritto) Testa di Venere diademata, verso destra.

Mentre le legioni di Cesare entravano nell’accampamento, i superstiti dell’esercito repubblicano, circa 20.000 uomini, ne uscirono a frotte, rifugiandosi sulle vicine alture di Kaloyiros. Quando Cesare fece circondare queste colline con un fossato e un terrapieno, gli uomini di Pompeo, consci del fatto che non avrebbero potuto sopportare un assedio senza poter accedere all’acqua, si ritirarono verso nord lungo il crinale adiacente. Stettero attenti a procedere sul terreno accidentato, dato che ora la cavalleria di Cesare si era accampata lungo la pianura. Il loro trofeo del giorno fu Enobarbo, il quale, crollato per sfinimento, fu circondato e ucciso.

La fuga tra le colline diede ai repubblicani protezione contro la minaccia imminente, ma rallentò la loro marcia e ciò diede a Cesare l’opportunità di sorpassarli. Dopo aver ordinato che il resto dell’esercito rimanesse nell’accampamento di Pompeo, Cesare uscì con quattro legioni verso nord-est, raggiunse la via principale per Larissa e tagliò così la strada ai fuggitivi repubblicani.

Quando i repubblicani si avvicinarono all’ultima altura del terreno collinare, prima che si aprisse alla pianura tessalica, devono aver visto alla loro destra le truppe cesariane, schierate in formazione da combattimento lungo la via che correva parallela alla loro linea di marcia. Affrettando il passo, si sarebbero inerpicati fino alla cima della collina; c’era una pianura, che si estendeva dalla base della collina (dove oggi c’è il villaggio di Kiparissos) fino a perdita d’occhio, e la strada per la salvezza era molto vicina. In fondo alla valle, però, c’erano molti legionari di Cesare. Non c’era via di scampo.

Anche se stava calando la notte e i suoi uomini erano stati portati al limite della resistenza umana, Cesare ordinò loro di costruire un fossato e un terrapieno lungo la base orientale della collina, negando ai repubblicani l’accesso a un piccolo ruscello che scorreva da sud a nord parallelo alla strada.

Intrappolati senz’acqua, alcuni senatori e altri dignitari abbandonarono le fila repubblicane e si allontanarono furtivamente approfittando dell’oscurità. Quella stessa notte iniziarono i negoziati tra Cesare e il suo nemico demoralizzato che, abbandonato dai suoi capi, era comandato da tribuni e centurioni. Dopo aver affidato le loro vite alla sua clementia, la mattina seguente il resto dell’esercito di Pompeo scese fino alla pianura e gettò le armi ai piedi di Cesare; nove aquilae e altre 180 unità standard erano incluse nei trofei di guerra. Quello stesso giorno, Silla accettò la resa delle guarnigioni repubblicane periferiche. Le legioni sconfitte furono incorporate nell’esercito cesariano; tali erano le fortune della guerra civile.

La vittoria di Cesare fu totale, ma il bilancio finale della battaglia varia a seconda degli autori. Cesare parla di 15.000 repubblicani morti e di 24.000 prigionieri, rispetto a una perdita tra i suoi di trenta centurioni e duecento soldati. Mentre la suddetta cifra di prigionieri può essere precisa, secondo Gaio Asinio Pollione, uno degli ufficiali subordinati di Cesare in battaglia, furono 6000 i repubblicani morti sul campo e le perdite di Cesare ammontarono a 1200 legionari. Questa disparità può derivare dal numero di morti tra i contingenti alleati di Pompeo dato che, come ricorda Appiano, «gli alleati non si contarono perché erano molti e per la poca considerazione di cui godevano». Quel che restava della mitica orda di Pompeo era stato disperso ai quattro venti. Anche se tra le vittime di Cesare ci furono dieci senatori e una quarantina di membri dell’ordine equestre, e se Cesare accettò la resa di alcuni nemici di alto rango, come Varrone e Marco Bruto, molti altri riuscirono a scappare, inclusi Pompeo, Scipione, Afranio, Petreio e Labieno. I rimanenti leader degli optimates fuggirono in direzione opposta a quella del loro comandante, non a est verso Larissa, ma a ovest verso Durazzo, che Catone difendeva ancora con quindici coorti. Da lì s’imbarcarono per l’Africa, dove ancora perdurava la causa repubblicana. Il mare però si rivoltò contro di loro. Una fonte riporta che, quando Cicerone e gli altri passeggeri altolocati salparono da Durazzo con le galee, videro tutte le loro navi da carico in fiamme, incendiate dai loro soldati che non intendevano partire con loro.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Uno dei fedeli servitori di Cesare, il centurione Crastino, non prese parte alla spartizione del bottino. Uomo di parola, aveva combattuto in prima fila contro le legioni di Pompeo. Predicando con l’esempio, lottando lui per primo, morì quando gli conficcarono una spada in bocca con talmente tanta violenza che gli trapassò il cranio e uscì dal collo. Secondo Appiano, Cesare si sentì «molto in debito con Crastino», al punto che fece costruire una tomba per dare sepoltura al suo leale servitore. Se fu davvero così, fu un onore unico, poiché il resto delle vittime furono bruciate nel campo di battaglia, in una pira tanto grande quanto impersonale.

La «religio» a Roma nel I secolo a.C.

di G. Sfameni Gasparro, Introduzione alla storia delle religioni, Roma-Bari 2011, pp. 28-45.

 

[…] Quando Lattanzio nelle Divinae institutiones, con esplicita intenzione polemica oppone all’etimologia ciceroniana del termine religio da relegere quella che invece lo fa derivare da religare non si apre certo un dibattito su un problema filologico quanto piuttosto un confronto/scontro su due diverse maniere di porsi dinnanzi a quel livello «altro» dell’uomo che – dati i contesti culturali che utilizzano il termine deus/dii per designare le «potenze» efficaci che popolano il livello in questione – legittimamente definiremo del «divino». Cicerone (106-43 a.C.) infatti, in un famoso passo di quel trattato – De natura deorum, composto nel 45 a.C. – in cui si affrontano e si misurano criticamente alcune fra le più autorevoli espressioni del pensiero filosofico del tempo interessato al tema enunciato, aveva definito i religiosi ex relegendo, essendo costoro qui autem omnia, quae ad cultum deorum pertinerent, diligenter retractarent et tamquam relegerent («coloro che riconsideravano con cura e, per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dèi furono detti religiosi da relegere», De nat. deor. II 28, 72). In conformità ai numerosi luoghi dell’opera in cui, secondo un uso ampiamente attestato nelle fonti anteriori e contemporanee, religio interviene quale termine alternativo di cultus deorum (cfr. De nat. deor. I 41, 11542, 118; II 2, 5 e II 3, 8: […] religione id est cultu deorum) e, spesso nella forma del plurale ([…] caerimonias religionesque publicas sanctissime tuendas arbitror, «ritengo che si debbano osservare scrupolosamente le cerimonie e il culto pubblico», I 22, 61), designa le varie pratiche rituali che scandivano la vita della comunità cittadina nella Roma repubblicana, Cicerone spiega l’attributo di religiosus in rapporto all’individuo che assuma un atteggiamento di accurato esame di tutto quel complesso di azioni umane che hanno come oggetto quegli esseri sovrumani, dotati di potenza e di capacità di intervento nel mondo, che nel suo ambiente culturale sono gli dèi. La derivazione proposta dal verbo relegere dell’aggettivo religiosus e, indirettamente, dell’etimo religio illumina pertanto l’aspetto preminente e qualificante dell’orizzonte religioso dell’antica Roma, ossia quello delle osservanze rituali che l’articolazione annuale del calendario festivo rende chiaramente manifesto.

Scena di sacrificio durante un censimento. Particolare di una sezione dell’Altare di Domizio Enobarbo, detta ‘Fregio del Censo’. II secolo a.C., dal Campo Marzio, Roma. Parigi, Musée du Louvre.

Scena di sacrificio. Particolare del bassorilievo dell’Altare di Domizio Enobabo (detto ‘Fregio del censo’, marmo, II sec. a.C., dal Campo Marzio (Roma). Paris, Musée du Louvre.

Nel passo citato del De natura deorum (II 28, 72) si propone anche l’opposizione tra superstitiosus e religiosus, quindi la contrapposizione tra le nozioni di superstitio e di religio alle quali i due aggettivi rimandano. Esso si situa in un’ampia argomentazione elaborata dallo stoico Balbo a illustrazione e difesa delle posizioni della propria scuola, tra cui fondamentale quella efficacemente sintetizzata nella formula secondo cui «il mondo è dio e tutta la massa del mondo è preservata dalla natura divina» ([…] deum esse mundum omnemque vim mundi natura divina contineri, II 11, 30), ossia la nozione del cosmo come totalità dell’essere, insieme razionale («il principio guida che i Greci chiamano hegemonikón», II 11, 30) e materiale, e dell’universale Provvidenza divina come principio di preservazione dell’ordine cosmico. Se dunque per lo stoico Balbo l’assunto razionalmente fondato è quello che ammette la divinità del mondo, al cui riconoscimento l’uomo perviene attraverso la contemplazione dei moti celesti, egli non manca di giustificare anche le tradizioni religiose del proprio ambiente culturale, ricorrendo a varie teorie interpretative correnti all’epoca, come quella della «divinizzazione» degli elementi naturali in quanto apportatori di benefici benefattori dell’umanità (II 23, 60). Segue quindi l’enumerazione di alcune fra le grandi divinità del pantheon romano, quali Cerere e Libero, come esempi di questo processo di identificazione fra elementi benefici della natura (le messi, il vino) e i personaggi oggetto del culto tradizionale romano. Un’altra categoria di divinità appare poi quella che, secondo i presupposti della teoria elaborata da Evemero di Messina nel III secolo a.C. – definita appunto evemerismo –, sarebbe derivata dalla «divinizzazione» di antichi uomini, autori di invenzioni benefiche per la vita umana (II 24, 62). Se, tuttavia, il personaggio mostra di ritenere giustificate e accettabili queste forme di «creazione» che sono alla base della tradizione religiosa pubblica di Roma, assai duro è il suo giudizio su una terza forma di «invenzione» che, pur fondata su un’interpretazione di carattere fisico, ossia pertinente a fenomeni naturali, è tuttavia caratterizzata da un incontrollato sviluppo mitico, opera delle fabulae dei poeti. «Da un’altra teoria, di carattere fisico, derivò una grande moltitudine di dèi; essi, rivestiti di sembianze e forme umane, fornirono materia alle leggende dei poeti, ma hanno riempito la vita umana di ogni forma di superstizione» (II 24, 63). La superstitio, dunque, si propone come conseguenza di un’errata concezione del divino, in questo caso connessa con una falsa interpretazione della natura e attività di quegli elementi cosmici che pure sono espressione, funzionalmente determinata, della divinità del grande Tutto. «Vedete dunque – conclude Balbo dopo un’ampia esemplificazione del tema – come da fenomeni naturali scoperti felicemente e utilmente si sia pervenuti a dèi immaginari e falsi. E questo ha generato false credenze ed errori, causa di confusione e superstizione degne quasi delle vecchiette (…superstitiones paene aniles)» (II 28, 70).

Triade Capitolina (Minerva - Giove - Giunone). Palestrina, Museo Archeologico Nazionale.

Triade Capitolina (Minerva – Giove – Giunone). Palestrina, Museo Archeologico Nazionale.

Da questa netta condanna degli dèi commentici e ficti creati dalla fantasia dei poeti, peraltro, non si deduce un rifiuto della tradizionale impalcatura del mondo divino oggetto della pratica religiosa romana. Al contrario, essa è salvaguardata proprio dall’eliminazione dell’apparato mitico e restituita alla sua integrità e al suo corretto significato, con la conseguente riaffermazione dell’obbligo, per il cittadino romano, dell’osservanza corretta di tale pratica, secondo la tradizione fissata dagli antenati: «Una volta disprezzate e rifiutate queste leggende – dichiara Balbo –, si potranno comprendere l’individualità, la natura e il nome tradizionale degli dèi che pervadono ciascun elemento: Cerere la terra, Nettuno il mare, altri dèi altri elementi. Questi sono gli dèi che dobbiamo venerare e onorare». E conclude: «Ma il culto migliore degli dèi e anche il più casto, il più santo, il più devoto, consiste nel venerare sempre gli dèi con mente e con voce pure, integre e incorrotte. Non solo i filosofi ma anche i nostri antenati hanno distinto la superstizione dalla religione. Quelli che tutti i giorni pregavano gli dèi e facevano sacrifici perché i loro figli sopravvivessero a loro stessi, furono chiamati superstiziosi, parola che in seguito assunse un significato più ampio; invece coloro che riconsideravano con cura e, per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dèi furono detti religiosi da relegere, come elegante deriva da eligere (scegliere), diligente da diligere (prendersi cura di), intelligente da intellegere (comprendere); in tutti questi termini c’è lo stesso senso di legere che è in religiosus. Così superstizioso e religioso diventarono rispettivamente titolo di biasimo e di lode» (II 28, 7172).

Scena di sacrificio. Bassorilievo, ante 79 d.C., dal Vespasianeum di Pompei.

Scena di sacrificio. Bassorilievo, marmo, ante 79 d.C., dal Vespasianeum di Pompei.

I superstiziosi sono definiti tali in quanto caratterizzati dall’atteggiamento tipico di coloro che non fanno altro che immolare vittime agli dèi e sacrificare per aver garantita la sopravvivenza dei propri figli. Il termine superstitiosus è dunque connesso etimologicamente con superstes (plur. superstites) e definirebbe quanti sono continuamente assillati dallo scrupolo religioso, quindi dalla superstitio, e si affannano a pregare gli dèi e a compiere continui sacrifici perché temono per la salvezza dei figli. È sottolineato dunque in primo luogo il timore che è alla base di questo atteggiamento: non il corretto culto degli dèi ispira questi individui ma il timore di ricevere dei danni. Al contrario i religiosi sono detti tali dal verbo relegere, qui inteso nel senso di «riconsiderare», «considerare attentamente», ritornare con cura su quanto già si è osservato (legere): essi sono pertanto coloro che praticano in maniera diligente a accurata tutti gli atti che riguardano il culto degli dèi. Ne risulta che religio è in primo luogo un dato soggettivo, nel senso che esprime un atteggiamento dell’uomo, che da numerose attestazioni risulta essere quello della reverenza, del rispetto nei confronti delle potenze divine, e talora anche dello «scrupolo» ovvero del timore.

Scena di sacrificio. Illustrazione di G. Rava.

Scena di sacrificio. Illustrazione di G. Rava.

Di fatto lo stesso termine religio presenta un’intrinseca ambivalenza, soprattutto nelle fasi più antiche del suo uso, di cui si dimostra consapevole, ad esempio, un autore romano del II secolo d.C., Aulo Gellio (ca. 130-158 d.C.). Nell’opera miscellanea dal titolo Le notti attiche, l’autore registra l’accezione derogatoria del termine religiosus quale sarebbe stato usato in un verso di Nigidio Figulo, esponente dei circoli colti romani del I secolo a.C. e amico di Cicerone. L’autore, definito da Aulo Gellio «fra i più dotti accanto a Marco Varrone», nell’opera Commenti grammaticali aveva citato un verso ex antiquo carmine («da un antico poema»), che recitava: religentem esse oportet, religiosus ne fuas («devi essere accurato osservante, per non essere bigotto»). A commento Nigidio Figulo avrebbe affermato: «Il suffisso –osus in tal genere di vocaboli, come vinosus, mulierosus, religiosus, sta a significare una smodata abbondanza della qualità di cui si tratta. Perciò religiosus veniva detto chi professava una religiosità eccessiva e superstiziosa (qui nimia et superstitiosa religione sese alligauerat), ed era insisto nel vocabolo un concetto di disapprovazione» (IV 9).

Orante con offerte. Bronzetto etrusco, 480 a.C., dalla stipe votiva di Monte Acuto. Museo Civico Archeologico di Bologna.

Orante con offerte. Bronzetto etrusco, 480 a.C., dalla stipe votiva di Monte Acuto. Museo Civico Archeologico di Bologna.

Ne risulta che le due nozioni di superstitio e religio potevano addirittura convergere a definire l’atteggiamento dell’uomo che eccede nella pratica e nel sentimento del rapporto con il divino. Si configura quello che agli occhi dell’osservatore moderno appare come un ossimoro, ovvero la possibilità di una superstitiosa religio. Tuttavia, la «contraddizione in termini» non sussiste nella prospettiva storica in questione, in cui religiosus presenta una complessa e ambivalente accezione. Di fatto Aulo Gellio oppone al discorso di Nigidio «un diverso significato di religiosus: irreprensibile e rispettoso e che regola la propria condotta su leggi e scopi ben definiti». Sottolinea peraltro l’ambivalenza dell’aggettivo, adducendo l’opposto significato che esso assume nella designazione di religiosus dies e religiosa delubra e afferma: «Si dicono infatti dies religiosi i giorni che un triste presagio rende di mala fama o di vietato impiego, nei quali non si possono offrire sacrifici o iniziare nuovi affari». Aggiunge subito che «lo stesso Marco Tullio [Cicerone] nell’orazione Sulla scelta dell’accusatore parla di religiosa delubra (santuari sacri), non intendendo templi tristi per cattivo presagio, ma che ispirano rispetto per la loro maestà e santità». Quindi appella all’autorità di Masurio Sabino, famoso giurista di età augustea, per ribadire la valenza positiva dell’aggettivo: «Religiosus è qualcosa che per suo carattere sacro è lontano e separato da noi, e il vocabolo deriva da relinquo (separare) così come caerimonia (venerazione) da careo, astenersi».

Si conferma come già nell’antico contesto romano si proponevano delle etimologie di religio/religiosus in funzione dell’una o dell’altra accezione del termine che si intendeva spiegare. Lo stesso Aulo Gellio procede in questa direzione concludendo: «Secondo questa interpretazione di Sabino, i templi e i santuari sono chiamati religiosa perché ad essi si accede non come folla indifferente e distratta, ma dopo una purificazione e nella dovuta forma, e devono essere più riveriti e temuti (et reverenda et reformidanda) che non aperti al volgo». Si ripropongono pertanto i due convergenti aspetti del rispetto e del timore peculiari della nozione in discussione, entrambi qui assunti in accezione positiva.

Giovane in atteggiamento votivo. Bronzetto, 400-350 a.C. London, British Museum.

Giovane in atteggiamento votivo. Bronzetto, 400-350 a.C. London, British Museum.

Anche nel passo ciceroniano in esame essi appaiono valutati nel loro significato positivo, in quanto mantenuti entro i limiti di un equilibrato rapporto fra l’uomo e la divinità. Infatti si pone una stretta connessione tra l’atteggiamento dell’uomo religiosus e l’osservanza di atti rituali che hanno come oggetto gli dèi, figure di un livello «altro», superiore rispetto all’uomo, gravido di potenza. In conformità con la prospettiva romana di tipo politeistico, sono evocati molti dèi, sicché si parla di un cultus deorum, ossia di un’osservanza che si manifesta nella prassi rituale diligentemente osservata, ma senza quell’eccesso di scrupolo timoroso che invece caratterizza il superstizioso e che lo porta a invocare gli dèi e a sacrificare loro quotidianamente, in deroga della tradizione. Infatti a Roma sia le pratiche del culto privato, familiare, sia quelle del culto pubblico non si compiono per iniziativa e scelta dei singoli, ma secondo un preciso ordine calendariale stabilito e sorvegliato dallo Stato.

Per meglio chiarire tale accezione della religio romana, è opportuno illustrare il contesto generale in cui si situa una netta affermazione di Cotta relativa alla sua posizione nel dibattito filosofico in quanto pontefice. Egli infatti era stato chiamato a fare da arbitro tra le opposte teorie, stoica ed epicurea, che sostanzialmente divergevano sul tema della provvidenza divina, tema di rilevanza fondamentale per la pratica religiosa. Se infatti sotto il profilo ideologico le due posizioni erano componibili, in quanto anche gli epicurei ammettevano l’esistenza degli dèi come gli stoici, rimaneva una differenza sostanziale tra i postulati delle due scuole filosofiche, poiché la dottrina epicurea negava che gli dèi si preoccupino delle cose umane e intervengano dunque nella vita del cosmo e dell’umanità. La posizione epicurea, pertanto, rendeva vana la dimensione che per l’uomo romano era fondamentale, ossia la pratica cultuale, intesa a mettere in comunicazione uomini e dèi, rendendo omaggio a questi ultimi nell’attesa dei loro benefici. Per gli stoici, invece, gli dèi sono inseriti in un ordine universale, retto dalla legge della ragione (lógos/ratio) e dalla provvidenza (pronoia/providentia). Sebbene gli dèi delle tradizioni politeistiche comuni risultassero in qualche modo superati nella generale prospettiva provvidenzialistica postulata dagli stoici, e quindi a livello filosofico potessero essere considerati scarsamente rilevanti, nella vita pratica essi mantenevano un ruolo importante. Gli stoici infatti – come si è visto – ammettevano la legittimità, anzi l’opportunità del mantenimento delle pratiche cultuali tradizionali di diversi popoli.

Filosofo. Affresco, I sec. d.C., dalle Terme dei Sette Sapienti (Ostia).

Filosofo. Affresco, I sec. d.C., dalle Terme dei Sette Sapienti (Ostia).

L’importanza di questo tema nella visione di Cicerone è chiaramente sottolineata ad apertura dell’opera, risultando anzi la motivazione fondamentale della sua composizione, presentata come fedele riproduzione della «discussione assai accurata e approfondita sugli dèi immortali» (De nat. deor. I 6, 15) che l’autore dichiara svoltasi nella casa di Cotta, appunto tra quest’ultimo, il senatore Caio Velleio e Quinto Lucilio Balbo, discussione cui egli stesso avrebbe assistito in un periodo non precisato, ma che sembra situabile nel 76 a.C. È chiaro comunque che, al di là di un eventuale riferimento a una circostanza storica, Cicerone intende esemplificare, con la messa in scena di tre autorevoli protagonisti della vita politica e culturale di Roma, il dibattito sulla natura del divino in corso nei circoli colti cittadini. Infatti l’autore, preso atto della grande differenza di opinioni dei filosofi sul tema teologico, nota l’importanza decisiva in tale dibattito del riconoscimento o meno della capacità di intervento degli dèi nella vita cosmica e umana. Se è esatta l’opinione di coloro che, come gli epicurei, negano la provvidenza, si chiede Cicerone, «quale devozione può esistere, quale rispetto [per il culto], quale religione?» (Quae potest esse pietas quae sanctitas quae religio?, I 2, 3).

Pietas, sanctitas e religio sono dunque i tre fondamentali atteggiamenti umani che caratterizzano la comunicazione con il livello divino, ritenuta possibile solo quando da parte di quest’ultimo sia dato «rispondere» efficacemente all’interlocutore umano. «Tutti questi sono tributi – dichiara egli infatti – che dobbiamo rendere alla maestà degli dèi in purezza e castità, solo se essi sono avvertiti dagli dèi e se vi è qualcosa che gli dèi hanno accordato al genere umano; se, al contrario, gli dèi non possono né vogliono aiutarci, se non si curano affatto di noi né badano alle nostre azioni e non vi è nulla che possa giungere alla vita umana da loro, per quale ragione dovremmo venerare, onorare, pregare gli dèi immortali?». Il discorso si collega direttamente alla domanda iniziale, definendo natura e significato delle qualità umane sopra evocate: «La pietà, d’altra parte, come le altre virtù, non può esistere sotto l’apparenza di una falsa simulazione; e assieme alla pietà inevitabilmente scompaiono la riverenza e la religione; una volta eliminati questi valori, si verificano uno sconvolgimento della vita e una grande confusione; e sono propenso a credere – conclude – che, una volta eliminata la pietà verso gli dèi, vengano soppressi anche la lealtà e i rapporti sociali del genere umano e la giustizia, la virtù per eccellenza» (I 2, 34).

Pietas, sanctitas e religio, tipiche virtutes che definiscono il rapporto uomini-dèi, risultano essere anche i fondamenti imprescindibili dell’intera vita sociale: la loro eliminazione, infatti, si traduce agli occhi di un Romano nell’eliminazione della fides e della iustitia che sono alla base dell’ordinata convivenza umana. Ciò accade quando, negata la provvidenza divina, si rende inutile praticare quella via di comunicazione con gli dèi che è rappresentata dalla concreta attività cultuale: cultus, honores, preces sono infatti i termini essenziali in cui si realizzano pietas, sanctitas e religio, quali attributi dell’uomo in quanto cittadino, membro di una comunità socialmente organizzata.

Sacerdote di Saturno. Statua, III sec. d.C. ca., da Thugga (Dougga). Tunis, Musée National du Bardo.

Sacerdote di Saturno. Statua, III sec. d.C. ca., da Thugga (Dougga). Tunis, Musée National du Bardo.

Tenuto conto di questa sorta di «manifesto» iniziale delle intenzioni di Cicerone e della sua profonda convinzione del carattere civico del complesso dei comportamenti e delle credenze dell’uomo religiosus, appare perfettamente coerente con tale visione l’argomentazione che il pontefice Cotta premette a quella che sarà l’enunciazione dei suoi convincimenti filosofici. Egli, chiamato a prendere posizione nel dibattito, è invitato da Lucilio Balbo in maniera decisa a tenere in considerazione il fatto di essere «un cittadino autorevole e un pontefice» (II 67, 168). Egli non si sottrae a questo invito e dichiara: «Ma prima di trattare l’argomento, premetterò poche riflessioni su di me. Sono non poco influenzato dalla tua autorevolezza, Balbo, e dal tuo discorso che nella conclusione mi esortava a ricordare che sono Cotta e un pontefice: il che penso volesse dire che io devo difendere le credenze sugli dèi immortali che ci sono state tramandate dagli antenati, i riti, le cerimonie, le pratiche religiose (religiones)» (III 2, 5).

Dunque Cotta entra nel suo ruolo di rappresentante autorevole dello Stato. Se nel dibattito filosofico tra le varie scuole egli è intervenuto manifestando delle notevoli riserve su alcuni aspetti delle credenze tradizionali, ad esempio proprio nei confronti della validità delle pratiche divinatorie, quando si tratta di esprimere la propria opzione in quanto esponente ufficiale del culto di Stato, non può sottrarsi agli obblighi inerenti alla propria funzione. Come pontefice, quindi, egli deve prendere posizione netta nei confronti delle credenze tradizionali (opiniones, quas a maioribus accepimus de dis immortalibus) e soprattutto difendere la pratica del culto (sacra, caerimoniae, religiones).

Appare il plurale (religiones) secondo un uso molto frequente per indicare, all’interno della stessa tradizione romana, il complesso dei sacri riti compiuti secondo le norme stabilite dai maiores. Nel linguaggio romano il plurale religiones non si oppone al singolare religio, nel senso moderno di una molteplicità e diversità di complessi autonomi e autosufficienti, di credenze e di pratiche religiose. Infatti, il termine religio non indicava ciò che comunemente si intende oggi nella tradizione occidentale di matrice cristiana, ossia un complesso autonomo e articolato in cui rientri un elemento di «credenza» e un elemento di «culto», ovvero una dimensione pratico-operativa. Come già constatato, religio è un atteggiamento interiore e un’osservanza religiosa, quindi sostanzialmente attiene alla pratica cultuale. Sebbene religio sia spesso connessa con le nozioni di pietas e di iustitia (cfr. De nat. deor. I 2, 34; I 41, 116), oltre che con una certa opinione o sapienza sugli dèi, non si identifica con nessuna di queste prerogative né le ingloba in sé. La circostanza stessa che nel linguaggio ciceroniano, sia nel De natura deorum sia nel De divinatione e in altre opere, sia stabilito un rapporto, spesso molto stretto, tra religio e pietas, tra religio e iustitia e si parli anche di opiniones, ossia di una certa maniera di considerare gli dèi, ovvero di una saggezza in riferimento alla religio, conferma che tali nozioni, pur connesse, non sono inglobate nella nozione di religio.

Statua di Augusto in veste di Pontifex Maximus (detta 'l'Augusto di Via Labicana'). Marmo greco e italico, 90-100 d.C. Roma, Museo Nazionale di P.zzo Massimo alle Terme.

Statua di Augusto in veste di Pontifex Maximus (detta ‘l’Augusto di Via Labicana’). Marmo greco e italico, 90-100 d.C. Roma, Museo Nazionale di P.zzo Massimo alle Terme.

Anticipando la conclusione del nostro discorso, diremo che religio ha una connessione primaria e qualificata con la pratica religiosa, cioè con il culto, indicando per i Romani sostanzialmente la trama articolata di rapporti fra l’uomo e gli dèi quale si realizza nella pratica rituale. In altri termini, la religio non era una questione di «fede», non implicava da parte dell’uomo l’accettazione di un corpus di dottrine in cui credere. L’individuo poteva avere opinioni anche diverse sul tema della natura degli dèi e delle loro funzioni, ma per essere homo religiosus e civis Romanus a tutti gli effetti doveva compiere certi riti, quelli appunto prescritti dalle usanze tradizionali della città. Ciò che definisce il religiosus è la pratica di quanto attiene al culto degli dèi: egli deve considerare con estrema attenzione, con diligenza, e ovviamente poi praticare, il complesso dei riti comunitari. L’homo religiosus romano, dunque, non è colui che «crede», ma colui che celebra, nelle forme dovute, i riti tradizionali. Su questa nozione si rivelerà netta la differenza con la posizione cristiana, quale risulterà espressa in Lattanzio e in Agostino.

Tornando al testo ciceroniano vediamo come Cotta prosegua la sua argomentazione sulle religiones, ovvero le «pratiche religiose» tradizionali affermando: «Io le difenderò sempre e sempre le ho difese e il discorso di nessuno, sia egli colto o ignorante, mi smuoverà dalle credenze sul culto degli dèi immortali che ho ricevuto dai nostri antenati. Ma quando si tratta di religio io seguo i pontefici massimi Tiberio Coruncanio, Publio Scipione, Publio Scevola, non Zenone o Cleante o Crisippo, ed ho Gaio Lelio, augure e per di più sapiente, da ascoltare quando parla della religione (…dicentem de religione) nel suo famoso discorso piuttosto che qualunque caposcuola dello stoicismo. Tutta la religione del popolo romano (omnis populi Romani religio) è divisa in riti e auspici, a cui è aggiunta una terza suddivisione: le predizioni degli interpreti della Sibilla e degli aruspici, basate sui portenti e sui prodigi: io non ho mai pensato che si dovesse trascurare alcuna di queste pratiche religiose (…harum … religionum) e mi sono persuaso che Romolo con gli auspici, Numa con l’istituzione del rituale abbiano gettato le fondamenta della nostra città, che certamente non avrebbe mai potuto essere così grande se gli dèi immortali non fossero stati sommamente propizi. Ecco, Balbo, l’opinione di Cotta in quanto pontefice. Ora fammi capire la tua; da te che sei un filosofo devo ricevere una giustificazione razionale della religione, mentre devo credere ai nostri antenati anche senza nessuna prova (…a te enim philosopho rationem accipere debeo religionis, maioribus autem nostris etiam nulla ratione reddita credere)» (III 2, 56).

Questo passo ciceroniano chiarisce quanto altri mai l’accezione che la nozione di religio ha nell’ambito della cultura romana. Omnis populi Romani religio è un complesso di pratiche tradizionali, tramandate nei secoli attraverso le successive generazioni, in cui gli elementi fondamentali sono i riti e gli auspici, cioè la prassi sacrificale, consistente soprattutto nel sacrificio cruento, e l’osservazione dei segni attraverso i quali si manifestava la volontà degli dèi affinché, correttamente interpretati da un collegio sacerdotale a ciò preposto – quello degli augures di cui lo stesso Cicerone fece parte dal 53 a.C. –, guidassero il comportamento degli uomini a livello sociale, ovvero regolassero l’azione dello Stato e non del singolo individuo nei confronti dei propri dèi.

Statua di un giovane orante, realizzata da maestranza rodia. Bronzo, 300 a.C. ca. Berlin, Altes Museum.

Statua di un giovane orante, realizzata da maestranza rodia. Bronzo, 300 a.C. ca. Berlin, Altes Museum.

L’autore che in più luoghi, e soprattutto nel De divinatione, si fa portavoce di un atteggiamento di critica e rifiuto nei confronti della divinazione privata, era rappresentante ufficiale della divinazione pubblica e quindi affermava con decisione, per il tramite del pontefice Cotta, la necessità del corretto mantenimento della pratica degli auspicia: solo interpretando correttamente i segni della volontà divina, attraverso i suoi qualificati rappresentanti, la comunità può agire in conformità a tale volontà, da cui dipende la propria sussistenza. Le forme di auspicio pubblico romano, infatti, non implicavano previsione degli eventi futuri bensì la conoscenza della volontà divina già stabilita: l’uomo deve inserirsi in un piano già definito, mentre un’iniziativa autonoma sarebbe disastrosa per il destino della comunità. L’auspicium era pertanto un elemento essenziale della vita cittadina sicché non si intraprendeva alcuna impresa di rilevanza sociale e militare se prima gli auguri non avessero interpretato, attraverso i segni relativi, la volontà divina per sapere se la divinità approvava o meno quella iniziativa. Si trattava in concreto di decidere se in quel particolare momento bisognava compiere una certa impresa perché gli dèi erano favorevoli o meno. La pratica augurale è dunque un elemento essenziale della religio romana in conformità alla tipica accezione pratico-rituale di tale nozione.

Il sacrificio è l’atto di omaggio che l’uomo compie nei confronti della divinità per riconoscerne il potere, per magnificarlo, cioè per rinsaldarlo e renderlo ancora più forte; l’auspicio è la tecnica che permette all’uomo membro di una comunità di inserirsi nel piano divino preordinato, che deve conoscere per mantenere integro quel rapporto armonico tra i due livelli che si definisce pax deorum.

Il terzo elemento evocato nel discorso di Cotta è anch’esso molto importante nell’ambito della tradizione romana, ossia le predizioni degli interpreti della Sibilla e degli aruspici. La scienza dell’aruspicina era la scienza divinatoria tipicamente etrusca assunta dai Romani e i Libri Sibyllini erano quel complesso di scritti, custoditi prima nel Campidoglio e più tardi trasferiti da Augusto nel tempio di Apollo, contenenti gli oracoli divini che solo i magistrati a ciò deputati, i Decemviri (divenuti poi Quindecemviri), potevano interpretare. Si trattava dunque di un corpo di testi attinenti alla pratica rituale pubblica, ufficiale, sulla base dei quali – nei momenti di crisi della vita cittadina – si cercava di comprendere e di interpretare la volontà degli dèi ai fini di una corretta conduzione della vita intera della società.

Cotta chiede al filosofo una spiegazione razionale della religio, ossia una dimostrazione logica dell’esistenza e natura degli dèi, mentre alle tradizioni dei padri non richiede alcuna spiegazione; ad esse egli dà un pieno assenso, espresso nella pratica, conforme a queste tradizioni, di tutto il complesso rituale. È qui illustrata la posizione tipica dell’intellettuale romano nel I secolo a.C., cioè di un individuo che può cercare la verità, la risposta a certe domande essenziali sui principi della realtà, nei vari sistemi filosofici di origine greca ma ormai solidamente impiantati nel suo ambiente culturale, lasciandosi convincere da quello fra tutti che metta in opera gli strumenti razionali più adatti a tale scopo. Per tale via egli sa crearsi una certa immagine dell’universo conforme a specifiche premesse razionali, in base ai postulati filosofici dell’una o dell’altra scuola contemporanea. Dunque sarà lo stoicismo, l’epicureismo o il platonismo la filosofia che potrà dare all’uomo colto del tempo una risposta razionale alle sue esigenze intellettuali, ma il civis Romanus in tanto sarà religiosus in quanto osserverà le norme sopra enunciate. La religio dunque è una realtà che ingloba in sé tutto un patrimonio tradizionale di culti e delle connesse credenze. Esso comunque non parrebbe risultare dalle affermazioni finali del discorso di Cotta. Tra le posizioni dell’homo religiosus e del filosofo sussiste di fatto una certa armonia, una possibilità di conciliazione, almeno nei circoli colti romani del I secolo a.C., quali si riflettono nel trattato ciceroniano, in quanto proprio in questo contesto fu tentata un’interpretazione di tipo filosofico delle tradizioni ancestrali. Una tale interpretazione è proposta in un passo del De divinatione, trattato composto successivamente al De natura deorum, nell’anno 44 a.C., e dedicato al problema della possibilità o meno di conoscere la volontà divina attraverso vari segni, a loro volta interpretati in base alla scienza augurale o ad altre tecniche divinatorie. In questo testo si propone un’opposizione tra una forma inaccettabile di divinatio, identificata con la superstitio, e la religio. A differenza del passo del De natura deorum già esaminato, è stabilita un’opposizione diretta non più tra gli aggettivi che qualificano le contrapposte posizioni dell’uomo, rispettivamente il superstitiosus e il religiosus, ma tra le due realtà della superstitio e della religio. La definizione qui proposta  di religio è estremamente interessante per comprendere sia la mentalità di Cicerone sia quella del suo ambiente. L’autore sta discutendo di varie pratiche divinatorie come espressione di superstitio, ossia di quell’eccessivo timore da parte dell’uomo che lo induce a stabilire dei rapporti non corretti con il livello divino. In questo contesto, infatti, anche la superstitio riguarda il mondo divino, come del resto lo riguardano le pratiche divinatorie.

Altare votivo in onore dei Lares. Marmo, 7 a.C. ca., da Roma. Frankfurt am Main Liebieghaus.

Altare votivo in onore dei Lares Augusti. Marmo, 7 a.C. ca., da Roma. Frankfurt am Main Liebieghaus.

Poiché tali pratiche sono caricate di connotazioni piuttosto negative, l’accezione peggiorativa del termine superstitiosus deriva in primo luogo dal suo riferirsi ad un individuo che ricorre a profeti e a indovini per sollecitare una risposta degli dèi su attività e comportamenti personali. In particolare, una critica serrata è mossa alle varie tecniche di interpretazione dei sogni, ritenuti in tutto l’ambiente contemporaneo, sulla base di una lunga tradizione di cui partecipavano in varia misura tutte le popolazioni di ambito mediterraneo, come una delle più importanti forme di comunicazione con il mondo divino, poiché capace di mettere in diretto rapporto l’uomo con la divinità. Cicerone quindi, in risposta al fratello Quinto che, sulle orme degli stoici, era un convinto assertore della validità di tutte le tecniche divinatorie e quindi anche dell’importanza dei sogni e della loro interpretazione, conclude la propria requisitoria esclamando: «Si cacci via anche la divinazione basata sui sogni, al pari delle altre. Ché, per parlare veracemente, la superstizione, diffusa tra gli uomini, ha oppresso gli animi di quasi tutti e ha tratto profitto dalla debolezza umana» (De div. II 148).

Ne risulta pertanto una connessione dialettica tra credenza e pratica della divinatio somniorum e più ampiamente di tutte le forme di consultazione privata di indovini, oracoli e profeti, e la superstitio configurata come una forma universalmente diffusa di mistificazione, fondata su quell’insopprimibile desiderio umano di rassicurazione e di conoscenza del proprio futuro che più tardi Luciano condannerà altrettanto decisamente nel trattato diretto contro Alessandro, il falso profeta.

L’autore romano rimanda al proprio trattato Sulla natura degli dèi, in cui ha pure affrontato il tema della certezza – sottolinea – «che avrei arrecato grande giovamento a me stesso e ai miei concittadini se avessi distrutto dalle fondamenta la superstizione». E prosegue affermando: «Né, d’altra parte (questo voglio che sia compreso e ben ponderato), con l’eliminare la superstizione si elimina la religione. Innanzitutto è doveroso per chiunque sia saggio difendere le istituzioni dei nostri antenati mantenendo in vigore i riti e le cerimonie; inoltre, la bellezza dell’universo e la regolarità dei fenomeni celesti ci obbliga a riconoscere che vi è una possente ed eterna natura, e che il genere umano deve alzare a essa lo sguardo con venerazione e ammirazione» (II 148).

Il discorso ciceroniano sottolinea dunque con forza che eliminare la superstitio non significa distruggere la religio, poiché è espressione di saggezza custodire le istituzioni degli antenati mantenendo in vita i riti sacri e le cerimonie tradizionali. È poi evocato un altro elemento del quadro: la bellezza del mondo, l’ordine dei corpi celesti costringe quasi a riconoscere (confiteri) che esiste una qualche natura preminente ed eterna, e che questa natura deve essere ricercata e fatta oggetto di rispetto e ammirazione da parte dell’uomo. In queste espressioni si riflette tutta una facies religiosa che nel I secolo a.C. ha già una lunga storia dietro di sé e che caratterizza proprio gli ultimi secoli dell’ellenismo e i primi secoli dell’impero. Si tratta della «religione cosmica», implicante un atteggiamento di religiosa ammirazione della natura, scaturente dalla contemplazione dell’ordine cosmico, atteggiamento già presente in Platone: la regolarità dei movimenti dei corpi celesti induce l’uomo ad ammirare il grande Tutto e a venerare la potenza divina che in esso si manifesta. Tale religiosità impregna di sé tutta la tradizione stoica in cui, a differenza del platonismo che implica la trascendenza del mondo delle idee rispetto al mondo materiale, si afferma la nozione dell’immanenza del Lógos divino del cosmo. Sotto il profilo di quello che è stato chiamato il «misticismo cosmico», peraltro, le due tendenze, quella platonica e quella stoica, convergono. Del resto è ben noto il fenomeno, che ha in Posidonio di Apamea (135-51 a.C. circa) uno dei suoi maggiori rappresentanti, dell’assunzione nello stoicismo di numerosi e importanti elementi platonici. Lo stoicismo dell’epoca di Cicerone è di fatto profondamente imbevuto di platonismo, mentre a sua volta il platonismo ha recepito anche molti elementi stoici. Comunque un tratto significativo della religiosità del periodo ellenistico, sia nei circoli colti sia anche in ampi strati delle masse popolari, è dato dal sentimento profondo della bellezza del cosmo, la cui contemplazione si rivela tramite di conoscenza della divinità. Cicerone afferma appunto che l’ordine che regola gli elementi cosmici induce l’uomo ad ammettere l’esistenza di una natura superiore, potente, nei confronti della quale è preso da ammirazione. Egli deve ricercare questa natura divina che è al di là dello stesso ordine cosmico: si manifesta nel cosmo ma in qualche modo lo trascende. Si percepiscono così nette le radici platoniche del pensiero ciceroniano, nell’ammissione della trascendenza del divino rispetto alla realtà visibile: l’ordine cosmico induce l’uomo a ricercare, e quindi ad ammirare, quella superiore natura che in tale ordine si riflette.

Augure. Statuetta, bronzo, 500-480 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

Augure. Statuetta, bronzo, 500-480 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

L’augure Cicerone, tuttavia, coniuga questa nozione di ascendenza filosofica con la nozione tradizionale di religio, consistente nel custodire accuratamente gli instituta maiorum, nella corretta osservanza dei sacra e delle caerimoniae. Egli pertanto ribadisce che «come bisogna addirittura adoprarsi per diffondere la religione che è connessa con la conoscenza della natura, così bisogna svellere tutte le radici della superstizione» (II 149).

Si constata pertanto nel I secolo a.C. un’articolazione e trasformazione della prospettiva tradizionale romana all’interno dei circoli filosofici, in cui per un verso si mantiene tutta l’autorità della religione tradizionale, affermandosi il prevalente contenuto pratico-rituale della religio; ma in essa cominciano ad emergere altre valenze. La prospettiva si allarga. Il mos maiorum, l’osservanza dei sacra e delle cerimonie rimane in primo piano, anzi è indicata come ciò che distingue la religio dalla superstitio sicché la religio conserva il suo carattere ufficiale, tradizionale. Tuttavia questa nozione, oltre ad accompagnarsi a quelle di pietas e di iustitia, sottolineate in tanti altri contesti ciceroniani, acquista una maggiore pregnanza, collegandosi con la nozione di «credenza» in una o più potenze superiori.

Nel testo esaminato si parla di una praestans aliqua aeterna natura, ma sappiamo bene come per un Romano dell’epoca di Cicerone questa «natura» eterna e preminente si manifesti in una molteplicità di potenze divine. Non c’è infatti qui alcuna tensione di tipo monoteistico; piuttosto si tratta di un linguaggio a carattere filosofico che con la nozione di natura praestans allude al fondamento stesso di tutte le personalità divine, una sorta di qualitas di cui partecipano gli dèi tradizionali, secondo quanto era stato affermato dallo stoico Balbo nel De natura deorum. Solitamente questa concezione si esprime in una visione del mondo di tipo «piramidale», ossia implicante un sommo principio divino e una gerarchia graduata di potenze inferiori, tra cui si situano i molti dèi dei politeismi tradizionali. Questi dèi, oggetto della religio in quanto destinatari del culto che la religio primariamente esprime, sono così inseriti in una prospettiva cosmica che non appella più soltanto ed esclusivamente alla tradizione degli antenati, alla tradizione romana in quanto tale, differenziata dalle tradizioni nazionali degli altri popoli, ma assume un carattere più ampio proprio perché si tratta della natura divina universale che si manifesta nell’ordine del grande Tutto.

In questa prospettiva più vasta, universalistica o meglio cosmosofica, vengono inglobate le numerose divinità dei politeismi tradizionali secondo un processo in cui profonda è stata l’azione esercitata dall’esegesi allegorica dei miti e delle figure divine dei vari popoli proposta dagli stoici. Le divinità dei diversi contesti non vengono negate ma piuttosto recuperate in una visione di ampio respiro universalistico a fondamento cosmico. Anche le diversità tra le tradizioni dei vari popoli sono in qualche modo superate, non nel senso che sono rinnegate ma piuttosto assorbite in questa forma di religiosità cosmica. Ai nostri fini interessa sottolineare come la nozione di religio di Cicerone poteva inglobare anche una componente a carattere «intellettualistico-concettuale», sicché in questo periodo e in questo contesto tale nozione non appare limitata solo all’aspetto rituale, pur essendo questo aspetto preminente e tipico della tradizione romana.

Giudice e indovino (dettaglio). Affresco etrusco, 540-530 a.C. ca., dalla Tomba degli Auguri (parete destra, Necropoli di Monterozzi, Tarquinia).

Giudice e indovino (dettaglio). Affresco etrusco, 540-530 a.C. ca., dalla Tomba degli Auguri (parete destra, Necropoli di Monterozzi, Tarquinia).

Altri passi dell’opera di Cicerone illustrano ulteriormente la prospettiva, confermando come la nozione di religio nel I secolo a.C. mantenesse quello che è uno dei suoi significati essenziale, cioè il senso di osservanza, culto prestato agli dèi, ma nello stesso tempo si arricchisce di più ampi significati accogliendo in una certa misura anche una concezione cosmica del divino e degli dèi tradizionali. La salda convinzione che la dottrina epicurea di fatto distrugga omnem funditus religionem, come nell’argomentazione elaborata da Cicerone ad apertura del trattato, è da Cotta espressa in una serie di interrogazioni retoriche rivolte allo stesso Epicuro, in cui si ribadisce come la religio presuppone la possibilità di un rapporto tra potenze divine capaci di intervenire nella vita cosmica e umana e l’uomo che, riconoscendo la loro superiore natura e la benevolenza nei propri confronti, presta ad essi riverenza e omaggi cultuali.

Dopo una serie di affermazioni che offrono anche delle precise definizioni di ciò che per un Romano erano due elementi peculiari della sfera pertinente al divino, quali la pietas («giustizia nei confronti degli dèi»: est enim pietas iustitia adversum deos) e la sanctitas («scienza del culto degli dèi»: sanctitas autem est scientia colendorum deorum), Cicerone per bocca di Cotta ritorna sulla contrapposizione fra superstitio e religio, proponendo una definizione significativa delle rispettive nozioni: «È facile liberare dalla superstizione (merito di cui voi vi vantate) – dichiara rivolto agli Epicurei – se si è eliminata la potenza degli dèi. A meno che per caso tu ritenga che Diagora o Teodoro, che negavano del tutto l’esistenza degli dèi, potessero essere superstiziosi; io non affermerei questo neanche di Protagora, che era incerto se gli dèi esistessero o no. La dottrina di tutti costoro elimina non solo la superstizione, che comporta un vano timore degli dèi, ma anche la religione, che consiste in una pia venerazione degli dèi (non modo superstitionem tollunt, in qua inest timor inanis deorum, sed etiam religionem, quae deorum cultu pio continetur)» (De nat. deor. I 41, 11442, 117). Le opinioni degli epicurei, eliminando la nozione dell’intervento divino negli affari umani, aboliscono non soltanto la superstitio, ma anche la religio, consistente proprio nel rapporto rituale ispirato dalla pietas che sancisce la differenza dei piani, umano e divino, ma anche la vitale comunicazione fra di essi.

Epicuro. Busto, bronzo, copia da originale greco del 250 a.C., dalla Villa dei Papiri (Ercolano). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Epicuro. Busto, bronzo, copia da originale greco del 250 a.C., dalla Villa dei Papiri (Ercolano). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La nozione della potenza divina che regola e governa la vita cosmica e umana, e quindi richiede all’uomo le regolari manifestazioni di culto, è riaffermata in un altro contesto ciceroniano del De haruspicum responsis, trattato composto nel 56 a.C. per affermare con forza la necessità della corretta osservanza delle prescrizioni degli aruspici, al fine di garantire il benessere dello Stato fondato sul rispetto della volontà degli dèi. Il trattato, composto in un momento di grave crisi politica determinata dai contrasti tra le fazioni che facevano capo a Cesare e a Pompeo, è diretto contro l’avversario di Cicerone, Clodio, accusato di gravi trasgressioni religiose, quali la profanazione dei riti segreti della Bona Dea, riservati alle donne. Ma la colpa più grave del personaggio, agli occhi di Cicerone, è quella di aver trascurato le prescrizioni degli aruspici che, dall’osservazione dei prodigi verificatisi nel corso dell’anno, avevano indicato la necessità di compiere le necessarie «espiazioni», ossia i riti tradizionali intesi a placare l’ira divina e rendersi propizi di dèi, pena la rovina stessa della repubblica.

Cicerone innanzitutto dichiara di essere stato fortemente turbato da «la grandezza del prodigio, la solennità della risposta, la parola una e immutabile degli aruspici». Quindi, in piena coerenza con le parole poste in bocca a Cotta, continua: «E, se pure sembra che io mi sia dedicato più di altri che pure sono occupati come me, allo studio delle lettere, non sono uomo tale da apprezzare o a praticare quelle lettere che allontanano o distolgono i nostri animi dalla religione. Io invero considero innanzitutto i nostri antenati come gli ispiratori e i maestri nell’esercizio del culto» (De har. resp. IX 18). Si afferma pertanto la necessità, da parte del cittadino romano, anche il più esperto di studi letterari e filosofici, di rifiutare quelle posizioni che possano allontanarlo dalla religio tradizionale, nella certezza irremovibile che solo i propri maiores sono auctores ac magistri religionum colendarum, ossia delle osservanze cultuali. Queste sono subito definite in relazione ai quattro pilastri della religio dei Romani, ossia le caerimoniae celebrate dai pontefici, le prescrizioni del comportamento pubblico fornite dagli auguri, le prescrizioni dei Libri Sibyllini e le espiazioni dei prodigi effettuate secondo la Etrusca disciplina, ossia appunto i rituali prescritti dagli aruspici.

Ribadita la propria conoscenza di «numerosi scritti sulla potenza degli dèi immortali» redatti da uomini «istruiti e sapienti», ancora una volta esprime la professione di lealismo civico dichiarando: «E sebbene io veda in queste opere un’ispirazione divina, esse mi sembrano tuttavia tali da fare credere che i nostri antenati sono stati i maestri e non i discepoli di questi autori. Infatti, chi è tanto sprovvisto di ragione, dopo aver contemplato il cielo, da non sentire che esistono degli dèi e da attribuire al caso quanto risulta da un’intelligenza tale che si fa fatica a trovare il modo di seguire l’ordine e la necessità delle cose, ovvero, quando ha compreso che esistono gli dèi, da non comprendere che la loro potenza ha causato la nascita, lo sviluppo e la conservazione di un impero tanto grande come il nostro? Possiamo bene, o padri coscritti, compiacerci a nostro piacere di noi stessi, tuttavia non è per il numero che abbiamo superato gli Spagnoli, né per la forza i Galli, né per l’abilità i Cartaginesi, né per le arti i Greci, né infine per quel buon senso naturale e innato proprio a questa stirpe e a questa terra gli Italici stessi e i Latini; ma è proprio per la pietà e la religione, e anche per questa eccezionale saggezza che ci ha fatto comprendere che la potenza degli dèi regola e governa tutte le cose che abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni (… sed pietate ac religione atque hac una sapientia, quod deorum numine omnia regi gubernarique perspeximus, omnes gentes nationesque superavimus)» (IX 19). Pietas, religio e sapientia sono quindi le prerogative peculiari dei Romani, che fondano la loro superiorità su tutti gli altri popoli e, garantendo loro la speciale protezione degli dèi, costituiscono la motivazione e il fondamento stessi dell’imperium che essi esercitano sulle altre nazioni.

Altare votivo dedicato ai Lares Augusti, con l’immagine centrale di Augusto. Rilievo, marmo, I sec. d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Altare votivo dedicato ai Lares Augusti, con l’immagine centrale di Augusto. Rilievo, marmo, I sec. d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Un passo parallelo del De natura deorum conferma questa nozione ciceroniana, quando Balbo dichiara che «se vogliamo confrontare la nostra cultura con quella delle popolazioni straniere, risulterà che siamo uguali o anche inferiori sotto ogni altro aspetto, ma che siamo molto superiori per quello che concerne la religione, cioè il culto degli dèi» (II 3, 8). Se in questo luogo la religio si definisce come cultus deorum secondo la fondamentale accezione del termine nella prospettiva romana, la sua associazione frequente, ribadita nel contesto esaminato del De haruspicum responsis, con pietas e sapientia conferma la ricchezza di valenze che si aggregano alla nozione di osservanza rituale che essa esprime. Ne risulta confermata soprattutto la disponibilità del termine, già manifestata al tempo di Cicerone, ad allargare il proprio campo semantico in direzione di un valore comprensivo dell’ampio ventaglio di nozioni ad essa aggregate, fino a designare l’intero spettro delle credenze e delle pratiche del popolo romano pertinenti al livello divino. Questo «valore comprensivo» emerge in qualche misura dalle parole conclusive dell’autore quando dichiara: Sed haec oratio omnis fuit non auctoritati meae, sed publicae religionis («Ma tutto questo discorso non si fonda sulla mia autorità bensì sulla religione dello Stato», XXVIII 61), una volta che la religio publica si pone come l’ambito conchiuso in cui rientrano, con la pietas e la sapientia che hanno fatto grande l’imperium dei Romani, tutte le pratiche rituali che ne scandiscono la vita quotidiana.

Drammaticità del terrore nelle Catilinarie

di Grilli A., Drammaticità del terrore nelle Catilinarie, in Terror et pavor. Violenza, intimidazione, clandestinità nel mondo antico (Atti del convegno internazionale, Cividale del Friuli, 22-24 settembre 2005), pp. 223-230.

fd9e30e3dc426d22c734581da836d8bbRendersi conto di qual è la reazione di una collettività di fronte a un episodio che susciti (o possa suscitare) terrore o paura è difficile, tanto più quanto più ci si allontana indietro nel tempo. A parte il fatto che nemmeno la reazione odierna è identica in ognuno di noi, differenze da popolo a popolo, differenze di situazioni contingenti alterano le forme e l’intensità di una reazione in età antica. Ci può essere di aiuto a una corretta valutazione il prendere in considerazione come si sono espresse concretamente le fonti contemporanee all’avvenimento, specie se più d’una; benché anche così occorra esaminare con ogni cura quali possano essere stati gl’intendimenti della nostra fonte, tuttavia ci troviamo davanti a molto minori stratificazioni, almeno temporali.

Negli anni della vita di Cicerone il popolo romano avrebbe avuto più di un’occasione di panico collettivo. Ricordo solo la calata di Cimbri e Teutoni negli anni 105-102 a.C. o la strage di cittadini romani e italici nell’89 a.C., in ossequio a Mitridate. Non cito le proscrizioni sillane, perché non toccarono il popolo, rivolte come erano ai grandi nobiles, senatori o cavalieri, nemici di Silla[1]. Solo per i Cimbri abbiamo tracce di terrore dopo la sconfitta di Cepione, che causò la morte di 120.000 uomini. Nella scarsità di fonti conservate, dobbiamo arrivare a un misero cenno di Eutropio (5, 1), che sicuramente riflette Livio:

Timor Romae grandis fuit, quantus vix Hannibalis tempore Punico bello, ne iterum Galli Romam redirent.

«Ci fu a Roma un timore davvero grande, paragonabile appena a quello per Annibale ai tempi delle guerre puniche, d’un ritorno dei Galli a Roma».

Timor non è termine che segnali uno sconvolgimento interiore, è termine molto scolastico, se Cicerone lo definisce metum mali appropinquantis (Tusc. IV 8,19). È più che probabile che realmente il terror sia esistito, ma certo i colores sono ormai puramente letterari, col doppio riferimento ad Annibale e all’invasione gallica.

Il primo avvenimento, registrato nella letteratura, che dovremmo trovare accompagnato da terrore dovrebbe essere la congiura di Catilina: ce ne restano due resoconti, uno assolutamente contemporaneo attraverso le Catilinarie di Cicerone, uno di ben poco posteriore nell’opusculo sallustiano.

Senza dubbi, avvenimenti nel lontano passato c’erano stati, come il tumultus Gallicus o la vicenda dei Baccanali. Ma nel primo abbiamo solo qualche cosa che è tra leggenda e fantasia; della seconda la descrizione che c’è rimasta è di Livio – quindi posteriore a Cicerone e Sallustio su Catilina, anche se poggia su fonti annalistiche – e per giunta i colori sono molto stemperati e letterari, tanto più che si tratta d’episodio fin dall’origine manipolato per motivi politici, visto che investe l’ambito religioso. Non si può infatti capire tutto lo svolgimento della vicenda, se non si ha presente che la religione romana è religione di Stato: come tale è inaccettabile che possa essere incrinata dal di fuori[2].

Ma prendere in esame la congiura di Catilina, che a noi pare clamoroso tentativo di sovvertire l’ordine politico costituito nella res publica Romanorum, è estremamente problematico. Dire quale sia stata la reazione del popolo a Roma alla rivelazione del complotto è difficile, dato che non ebbe particolare evidenza. È difficile anche mettere Sallustio d’accordo con se stesso nella sua Coniuratio Catilinae; per lo storico, se c’è un momento di panico, non è quando Cicerone rivela al popolo il complotto, ma abbastanza in precedenza, al comparire delle prime misure di sicurezza (31, 1-3):

 

Quibus rebus permota civitas atque inmutata urbis facies erat. Ex summa laetitia atque lascivia quae diuturna quies pepererat repente omnis tristitia invasit: festinare trepidare neque loco neque homini quoiquam satis credere neque bellum gerere neque pacem habere, suo quisque metu pericula metiri. Ad hoc mulieres, quibus rei publicae magnitudine belli timor insolitus incesserat, adflictare sese, manus supplices ad caelum tendere, miserari parvos liberos, rogitare omnia, pavere, , superbia atque deliciis omissis, sibi patriaeque diffidere.

«Da queste misure era stata profondamente scossa la cittadinanza e disastrosamente cambiato l’aspetto della città. Da uno stato di somma gioiosità, generato dal lungo periodo di quiete, d’un tratto furono presi tutti dallo sconforto: correvano qua e là, non conoscevano requie, non si sentivano sicuri né dei luoghi né delle persone, non erano in guerra, ma neanche in pace, ciascuno misurava i rischi in base ai suoi timori. In più le donne, in cui era entrato il timore d’una guerra (a cui non avevano mai pensato, vista la grandezza dello stato romano), continuavano a battersi il petto, levavano le braccia al cielo, commiseravano i loro bambini, continuavano a far domande su tutto, a ogni notizia erano terrorizzate, s’aggrappavano a tutto, lasciato perdere fasto e raffinatezze, non confidavano né in sé né nella patria».

Il quadro, molto felice formalmente, è abbastanza convenzionale, salvo la considerazione della causa del repentino capovolgimento; tradizionale è anche che il metus sia degli uomini, il pavor delle donne; c’è un’attenta gradazione nell’uso dei termini: nell’ordine metus, terror, pavor. Sallustio parla di civitas, “cittadinanza”, e di omnis, senza far distinzioni.

Ma pochi capitoli più avanti (37, 5) una netta distinzione c’è:

 

Sed urbana plebes, ea vero praeceps erat de multis causis. Primum omnium qui ubique probro atque petulantia maxume praestabant, item alii per dedecora patrimoniis amissis, postremo omnes quos flagitium aut facinus domo expulerat ii Romam sicut in sentinam confluxerant.

«Ma la plebe urbana, quella sì si buttava a ogni disordine per molti motivi. Prima di tutto quelli che si distinguevano dovunque al massimo grado per infamia e sfrontatezza, ancora altri grazie ad attività disonorevoli per la perdita del patrimonio, infine tutti quelli che un’azione infamante o delittuosa aveva cacciato dalla loro terra erano confluiti a Roma come in una sentina».

M. Tullio Cicerone. Statua, marmo, I sec. a.C. ca. Oxford, Ashmolean Museum.

M. Tullio Cicerone. Statua, marmo, I sec. a.C. ca. Oxford, Ashmolean Museum.

Dobbiamo pensare quindi che la plebs urbana non faceva parte della civitas e che cittadini erano solo i benpensanti? Ciò che però ci lascia ancor più sorpresi è che quando leggiamo che Cicerone denuncia davanti al popolo la congiura, tutta quella paura non c’è, anzi la plebe, che – come abbiamo appena visto – era stata fino ad allora ben disposta verso i rumori che le giungevano sulle intenzioni dei congiurati, passò dall’altra parte:

 

Interea plebs coniuratione patefacta, quae primo cupida rerum novarum nimis bello favebat, mutata mente Catilinae consilia exsecrari, Ciceronem ad caelum tollere, veluti ex servitute erepta gaudium atque laetitiam agitabat: namque alia belli facinora praedae magis quam detrimento fore, incendium vero crudelem inmoderatum ac sibi maxume calamitosum putabant, quippe quoi omnes copiae in usu cottidiano et cultu corporis erant.

«Nel frattempo, una volta che la congiura era stata resa pubblica, la plebe urbana, proprio quella che in un primo momento, avida di mutamenti, era del tutto propensa alla guerra, cambiato modo di pensare, prese a maledire i piani di Catilina, a portare alle stelle Cicerone; come se fosse stata strappata alla schiavitù, si dava alla pazza gioia: pensava che altre vicende di guerra procurassero piuttosto preda che non danno, che poi l’incendio della città fosse un atto di ferocia, eccessivo ed estremamente disastroso per loro, dato che tutte le loro risorse stavano nella roba d’uso e nel vestiario» (48, 1-2).

Può essere che Sallustio, convinto sostenitore di Cesare, avesse un suo interesse a sminuire gli aspetti ‘terribili’ della congiura: il discorso di Cesare in Senato (cap. 51) è duro, ma assolutamente privo di drammaticità: ancor meno lo è nel resoconto che Cicerone ne dà nella III Catilinaria (4, 75, 10). Si può obiettare che si tratta di una proposta avanzata in senato, cioè davanti a un corpo deliberante particolarmente catafratto di fronte a ogni carica passionale del complotto.

Quello però che non posso dimenticare è che la stessa mancanza di passionalità troviamo nelle orazioni di Cicerone, che si sente ben responsabile di fronte al Senato e al popolo della sicurezza dello Stato. Questa asetticità può avere una spiegazione nella prima orazione, tenuta in senato davanti a Catilina, anzi rivolgendosi a Catilina stesso; cito il momento più concitato:

Etenim quid est, Catilina, quod iam amplius exspectes, si neque nox tenebris oscurare coetus nefarios nec privata domus parietibus continere voces coniurationis tuae potest, si inlustrantur, si erumpunt omnia? Muta iam istam mentem, mihi crede, obliviscere caedis atque incendiorum.

«Infatti, Catilina, che aspetti più, se la notte con le sue tenebre non riesce a nascondere le riunioni nefande del tuo complotto e una casa privata a trattenere entro i suoi muri i vostri discorsi, se tutto viene alla luce, se tutto erompe? Cambia le tue intenzioni, dammi retta, dimenticati di strage e incendi» (I 3, 6).

Le parole sono grosse, sopra tutto l’accenno a strage e incendi, messo in rilievo in fine del periodo, che è destinato a essere l’elemento battuto e ribattuto anche nelle successive orazioni, a sottolineare l’atrocità verso le persone e le cose; ma il tono è dato da quel freddo e pesante etenim che introduce questa prima conclusione. Un discorso freddamente politico; proprio – mi si può dire – perché siamo in senato. È giusto dire che nella II Catilinaria, tenuta davanti al popolo, per dar notizia della congiura, i toni sono un po’ più pieni; ma non troppo.

Quod si iam sint id quod summo furore cupiunt adepti, num illi in cinere urbis et in sanguine civium, quae mente conscelerata ac nefaria concupiverunt, consules se aut dictatores aut etiam reges sperant futuros?

«Nel caso poi abbiano ottenuto ciò che desiderano come colmo della loro follia, nella città ridotta in cenere e nel sangue dei cittadini, sperano ciò che hanno sognato nella scelleratezza collettiva dei loro infami progetti, cioè di essere consoli o dittatori o addirittura re?» (II 9, 19).

 

Tornano l’incendio di Roma e le uccisioni di cittadini, retoricamente rilevate dal rovesciamento delle immagini (si veda – in latino – non ‘la città in cenere’, ma ‘la cenere della città’); come mozione degli affetti si veda la veemenza nel capitolo iniziale:

Quod vero non cruentum mucronem, ut voluit, extulit, quod vivis nobis egressus est, quod ei ferrum e manibus extorsimus, quod incolumis civis, quod stantem urbem reliquit quanto tandem illum maerore esse adflictum et profligatum putatis?

«Ecco, non ha estratto – come avrebbe voluto – una lama assetata di sangue, è uscito da Roma me vivo, gli abbiamo strappato dalle mani le sue armi, ha lasciato noi cittadini incolumi e la città in piedi; alla fin fine per tutto ciò da quanto grande dolore pensate che sia stato abbattuto e annientato?» (II 1, 2).

C’è una virulenza nella descrizione delle nefandezze progettate da Catilina, che culmina con l’allitterazione coperta dei due verbi finali e manca quando Cicerone presenta la congiura.

Non è che sia molto diverso nella III Catilinaria: di nuovo davanti al popolo; c’è anzi un tono di soddisfatta esaltazione per aver salvato tutti ex flamma atque ferro (III 1, 1). Soddisfazione che si dispiega subito dopo:

Nam toti urbi templis, delubris, tectis ac moenibus subiectos prope iam ignis circumdatosque restinximus, idemque gladios in rem publicam destrictos rettudimus mucronesque eorum a iugulis vestris deiecimus.

«Io ho estinto i focolai già quasi pronti tutt’attorno sotto alla città intera, ai suoi templi, ai sacrari, alle case e alle mura, sempre io ho spuntato le spade già snudate contro lo stato e gettato a terra le loro lame puntate alla vostra gola» (III 1, 2).

Paul Joseph Jamin, Brenno e il suo bottino. Olio su tela, 1893.

Paul Joseph Jamin, Brenno e il suo bottino. Olio su tela, 1893.

Qui i particolari s’addensano; ancor più nella confessione di Volturcio: nella lettera di Lentulo a Catilina si sarebbe detto che si doveva preparare tutto ut, cum urbem ex omnibus partibus quem ad modum descriptum distributumque erat incendissent caedemque infinitam civium fecissent, praesto esset ille qui et fugientis exciperet et se cum his urbanis ducibus coniungeret. «perché, quando avessero messo a fuoco la città da tutti i punti come era stato determinato e come era stato assegnato a ciascuno e avessero fatto strage senza fine di cittadini…» (III 4, 8).

Qui siamo in un netto crescendo: per l’incendio si precisa che doveva essere appiccato con un gran numero di focolai e per la strage compare il terribile aggettivo infinitam.

È chiaro che Cicerone vuol fare più impressione sui suoi ascoltatori non dando queste atrocità come fantasie sue, ma rendendole credibili, in quanto dichiarate da uno dei congiurati; ma è anche chiaro che né negli ordini né nella lettera era detto niente del genere, dato che si trattava di azioni già sancite fin dal momento in cui il complotto aveva deciso di mettersi in moto.

Di questa montatura, che chiamerei ‘scenografica’, troviamo conferma quando più oltre Cicerone fa motivare la supplicatio agli dèi con le parole quod urbem incendiis, caede civis, Italiam bello liberassem (III 6, 15). Anche qui l’attendibilità del tutto è raggiunta attraverso l’autorevolezza del Senato.

Ancora in questa orazione lo stesso gioco si rivela – ma qui con una forma evidente di autoincensazione – quando l’oratore si presenta come l’esecutore prescelto dagli dei, il salvatore di Roma:

Quo etiam maiore sunt isti odio supplicioque digni qui non solum vestris domiciliis atque tectis sed etiam deorum templis atque delubris sunt funestos ac nefarios ignis inferre conati.

«Perciò di tanto maggior detestazione e condanna sono degni costoro che hanno avuto l’intenzione di metter a fuoco le vostre abitazioni e le vostre case, ma anche i templi e i santuari degli dei con fiamme luttuose e delittuose» (III 9, 22).

Qui, com’è ovvio, gli ammazzamenti non compaiono, perché in questa unità tra dèi salvatori e Romani salvati gli dèi potevano avere i templi incendiati, ma non potevano essere accoppati.

È naturale che il vertice di questa scenografia compaia nell’ultima Catilinaria, in Senato; la celebrazione di se stesso è condotta da Cicerone con mossa estremamente abile, fin dall’inizio:

 

Nunc si hunc exitum consulatus mei di immortales esse voluerunt ut vos populumque Romanum ex caede miserrima, coniuges liberosque vestros virginesque Vestalis ex acerbissima vexatione, templa atque delubra, hanc pulcherrimam patriam omnium nostrum ex foedissima flamma, totam Italiam ex bello et vastitate eriperem, quaecumque mihi uni proponetur fortuna subeatur.

«Ora, se gli dei immortali hanno voluto che questa fosse la conclusione del mio consolato, che io strappassi voi e il Popolo Romano[3] a una sventuratissima strage, le vostre mogli e i vostri figli, le vergini Vestali a una dolorosissima persecuzione, i templi e i santuari, questa stupenda patria di noi tutti a un’atrocissima vampa, l’Italia tutta a una guerra e a una devastazione, qualunque sarà il mio destino, di me solo, sono pronto ad affrontarlo» (IV 1, 2).

È la descrizione più meticolosa delle minacce, ormai eluse, del complotto; ma non è certo per suscitare o spavento o timore come reazione per una congiura che non esiste più. Il ‘clou’ di tutte le quattro orazioni, in particolare della IV, è però nel VI capitolo, un quadro veramente passionale:

 

Videor enim mihi videre hanc urbem, lucem orbis terrarum atque arcem omnium gentium, subito uno incendio concidentem. Cerno animo sepulta in patria miseros atque insepultos acervos civium, versatur mihi ante oculos aspectus Cethegi et furor in vestra caede bacchantis. Cum vero mihi proposui … tum lamentationem matrum familias, tum fugam virginum atque puerorum ac vexationem virginum Vestalium perhorresco et, quia mihi vehementer haec videntur misera atque miseranda, idcirco in eos qui ea perficere voluerunt me severum vehementemque praebebo.

«A me pare di vedere questa nostra città, faro del mondo e roccaforte di tutte le genti, d’un tratto crollare in un unico incendio. Scorgo col pensiero infelici e insepolti cumuli di cittadini nella nostra patria sepolta sotto le macerie. M’appare davanti agli occhi il fantasma di Cetego e la furia di lui che smania delirando in mezzo alla vostra strage. Ma quando mi vedo davanti agli occhi il pianto disperato delle madri, la fuga delle ragazze e dei ragazzi, la persecuzione delle vergini Vestali, sono sconvolto dall’orrore e siccome questi fatti mi appaiono infelici e miserevoli, è per questo che mi mostrerò rigoroso e determinato nei riguardi di coloro che ebbero ferma intenzione di compierli» (IV 6, 11).

Un quadro a tinte fosche, come d’una città conquistata da un nemico in armi; si staglia sullo sfondo lo spettro

Joseph-Marie Vien, La congiura di Catilina.

Joseph-Marie Vien, La congiura di Catilina.

dell’incendio gallico: l’unico flagello che conveniva mettere a confronto con la rivoluzione minacciata da Catilina; in giusto risalto è posto il bacchantis, che suscita un altro spettro, quello dei Baccanali. È anche l’unica volta in cui compare l’horror, un termine che comporta con sé, immediata, un’immagine visiva. Ma ci sono anche altri segnali, che non erano comparsi nelle precedenti orazioni; ad esempio qui compaiono due allitterazioni iniziali, per giunta ravvicinate e con la seconda quasi in paronomasia: vehementer … videntur e misera … miseranda; ‘coperta’ ma fortissima, compare una terza allitterazione nel primo periodo: sepulta… in-sepultos. Occorre tener presente che la figura è arcaica e peculiare del teatro tragico; se ci rivolgiamo al teatro, allora più particolari acquistano significato, a cominciare da cerno. Cerno è verbo vivissimo in poesia e Cicerone vi ha aggiunto animo, perché la sua non è una vera visione da invasato, ma una fantasia della mente; sepulta patria è un traslato forte, che Cicerone non ama[4], ma evidente, così com’è evidente l’antitesi tra la patria sepulta sotto le sue fumanti rovine e i cittadini insepultos; poetico è anche insepultos acervos civium, sia per l’immagine, sia per l’uso di acervos[5], sia per l’enallage.

In più da cerno a civium c’è un netto andamento giambico, che ovviamente non dà un verso perfetto (il che in buona prosa non sarebbe stato consentito), ma che serve a risvegliare attenzione e reminiscenze negli ascoltatori. I poeti che avevano legato, secondo una tradizione già greca, le origini di Roma alla caduta di Troia, avevano reso famigliare ai Romani un altro incendio, quello appunto di Ilio. A Cicerone Roma, minacciata dagli incendi dei Catilinari, appare come la novella Troia che entro le sue stesse mura ha il fatale cavallo da cui le doveva venire la distruzione improvvisa e totale. Un’allusione molto chiara e imponente, che non doveva sfuggire ai qualificati ascoltatori di Cicerone.

Questo è tanto più vero, se è valida l’ipotesi che ho avanzato tanti anni fa[6] e di cui sono ancora convinto, cioè che l’origine di questa quasi citazione poetica va vista nel canticum di Cassandra nell’Alexander di Ennio; un canticum che per la sua passionalità commuoveva Cicerone[7] ed era opera del suo poeta preferito, Ennio.

Ma è ora di tornare al nostro tema e vedere quali conclusioni si possono avanzare. Premetto che le quattro orazioni sono state pronunciate quando ormai Cicerone era riuscito a smascherare il giuoco del complotto, non però i pericoli che comportava. È per questo che avevo preso prima in esame Sallustio; anche in Sallustio, ad ogni modo, l’unico accenno a un trambusto terrorizzato è al momento in cui ancora il popolo nulla sa della congiura, ma è spaventato alla vista di misure di sicurezza del tutto insolite.

Da tutto l’insieme, a me pare inevitabile trarre almeno una conclusione: nel 63 a.C. i cittadini romani non avevano esperienza di che cosa volesse dire realmente un terrore politico o militare; tanto che neanche l’oratoria politica aveva elaborato un linguaggio ‘ad hoc’.

La miglior prova è data dall’ultima Catilinaria: per concretizzare le minacce dei Catilinari, Cicerone non ha di meglio che rifarsi al linguaggio della poesia teatrale e agitare davanti al senato i fantasmi dell’incendio, dei massacri dell’antica Troia.

Tutto questo mondo che non conosceva l’esperienza vissuta del terrore doveva tramontare, travolto da eventi come i tumulti di Clodio (e di Milone), la guerra tra Cesare e Pompeo, ancor più quella tra i secondi triumviri e i Cesaricidi.

 

 

 

*************************************************************

[1] Nella perorazione della pro Sexto Roscio Amerino Cicerone dichiarava: «Nessuno c’è di voi che non comprenda come il Popolo Romano, ritenuto una volta mitissimo verso i nemici, sia ai giorni nostri malato d’una crudeltà quasi domestica. Questa, o giudici, espellete dalla società, questa non lasciate che più imperversi nel nostro stato: perché non solo ha in sé ciò di male, d’aver tolto di mezzo nel modo più atroce tanti cittadini, ma anche d’aver soppresso nel cuore dei più miti la misericordia per via dell’abitudine alle violenze. Infatti, quando a tutte le ore noi vediamo o sentiamo avvenire qualche cosa d’atroce, anche se di natura mitissimi, per la frequenza dei misfatti, dall’animo nostro perdiamo ogni senso d’umanità» (53, 154; trad. A. Rostagni). Non era facile dirlo in quei momenti, ma non compare neanche una sfumatura del terrore, solo la crudeltà.

[2] Liv. XXXIX 17, 4: Contione dimissa [quella convocata dai consoli per comunicare al popolo la scoperta della coniuratio] magnus terror urbe tota fuit nec moenibus se tantum urbis aut finibus Romanis continuit, sed passim per totam Italiam … trepidari coeptum est. Piuttosto colpisce il termine usato per il Senato: patres pauor ingens cepit cum publico nomine, ne quid eae coniurationes coetusque nocturni fraudis aut periculi importarent, tum priuatim suorum cuiusque uicem, ne quis adfinis ei noxae esset (14, 4). Pauor è termine usato normalmente a indicare una paura irrazionale e mutevole, che di solito è caratteristica delle donne; non è improbabile che Livio l’abbia scelto per sottolineare lo sgomento di chi non riesce a misurare l’entità del pericolo. Sull’episodio dei Baccanali si veda il contributo di A. Luisi, in questi atti.

[3] Formula ufficiale: Senatus populusque Romanus.

[4] Gli usi di sepelio in traslato sono assai rari e hanno sempre un voluto rilievo, cf. per es. Tusc. II 13, 32.

[5] Se ne veda un bell’esempio in Accio, Epinausimache 322-323 R.2:

Scamandriam undam salso sanctam obtexi sanguine

atque acervos alta in amni corpore explevi hostico.

[6] GRILLI A., Miscellanea latina, RIL 97 (1963), pp. 94-96.

[7] Cfr. Cic. div. I 31, 66.

Il trionfo come spettacolo

di G. Amiotti, in M. Sordi (a c. di ), Guerra e diritto nel mondo greco e romano, CISA 28, Milano 2002, pp. 201-206.

L’intima connessione fra la guerra e il trionfo, nel mondo romano, traspare chiaramente dalla notizia di Plinio (N. H. XXXV 10), secondo cui Augusto superando tutti espose nella parte più rinomata del suo foro due quadri che riproducevano la guerra e il trionfo:

Super omnes divus Augustus in foro suo celeberrimo in parte posuit tabulas duas, quae Belli faciem pictam habent et triumphum.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall'Arco di Tito.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall’Arco di Tito.

Purtroppo di queste due raffigurazioni ci è rimasta solo la sintetica notizia pliniana, da cui, comunque, affiora l’esplicito messaggio, comunicato attraverso l’immediatezza della rappresentazione visiva, secondo cui per il popolo romano alla guerra segue, come fatale conclusione, il trionfo, simbolo di vittoria.

Nel contesto dell’ideologia augustea che traduce in immagini il concetto del mondo ormai sottomesso a Roma, il trionfo appare, quindi, prevalentemente come celebrazione, solenne e insieme festosa, della vittoria: questo, però, come è stato messo in luce dagli studiosi moderni[1], non era il significato originario del trionfo, che probabilmente era connesso, piuttosto ad un’idea di espiazione per il sangue versato e di conseguenza affondava le sue radici in un contesto fortemente ispirato da sentimenti religiosi.

Il significato d’espiazione alla base del trionfo romano risulta per il Versnel dalla presenza, nel corte trionfale, dell’arcus e della porta triumphalis[2]. Nel passaggio “sotto” l’arco e la porta si compirebbe un rituale di espiazione e quindi di purificazione da una condizione precedente di impurità: di questo rituale di espiazione esemplificato da “un passar sotto” abbiamo testimonianza nell’episodio narrato da Liv. I, 26 a proposito del tigillum sororium, che però non riguarda il trionfo[3].

Arco dei Gavi. Verona.

Arco dei Gavi. Verona.

Allude, invece, esplicitamente al significato espiatorio del trionfo una interessante testimonianza di Masurio[4], riferita, dubitativamente, da Plinio (XV 40), che sta celebrando l’alloro, perché, brandito anche dai nemici armati, è simbolo di pace:

Ipsa (laurus) pacifera, ut quam praetendi etiam inter armatos hostes quietis sit iudicium. Romanis praecipue laetitiae victoriarumque nuntia additur litteris et militum lanceis pilisque, fasces imperatorum decorat.

L’alloro, inoltre, continua Plinio è deposto sulle ginocchia di Giove Ottimo Massimo, ogni volta che una nuova vittoria ha apportato gioia:

In gremio Iovis Optimi Maximi (laurus) deponitur, quotiens laetitiam nova victoria adtulit.

All’alloro, secondo Plinio, toccò l’onore dei trionfi, perché sacro ad Apollo a cui anche i primi re di Roma avevano l’abitudine di inviare doni (grata Apollini visa, adsuetis eo dona mittere, oracula inde repetere iam et regibus Romanis). Anche il fatto che l’alloro, unico tra tutti gli alberi non viene colpito dal fulmine, potrebbe essere, secondo Plinio, un’ulteriore prova del perché sia stato scelto per adornare i trionfi.

Certamente queste due motivazioni, legate l’una alla storia arcaica di Roma, l’altra di tipo naturalistico connessa con credenze popolari, sono preferite da Plinio alla spiegazione fornita da Masurio, un giurista dell’epoca di Tiberio, che, invece, come emerge dal frammento, conservato da Plinio (N. H. XV 40) mette in relazione l’alloro con pratiche espiatorie[5]:

Ob has causas equidem crediderim honorem ei habitum in triumphis potius quam quia suffimentum sit caedis hostium et purgatio, ut tradit Masurius.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall'Egitto. Walters Art Museum.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall’Egitto. Walters Art Museum.

Nella rappresentazione pliniana del trionfo, che pure non trascura per completezza di documentazione il significato di purificazione, prevale l’immagine gioiosa della celebrazione della vittoria: questa, probabilmente, doveva essere ormai la percezione prevalente dei suoi contemporanei alla vista del corteo trionfale. La compartecipazione festosa alla processione non ne eliminò mai, comunque, il carattere di solennità religiosa che era traccia indelebile del suo significato originario e si riassumeva nel triumphator, che ornato degli ornamenti di Giove[6] (Liv. 10, 7: quis Iovis optimi maximi ornatu decoratus curru aureato per urbem vectus in Capitolium ascenderit), era quasi l’ipostasi del dio. Un segno della identificazione triumphator-Giove era, forse, anche il colore porpora con cui il triumphator si tingeva il volto[7]: la tinta purpurea, messa da alcuni storici delle religioni in rapporto con il sangue dei nemici[8], quindi con la natura espiatoria del trionfo originario costituiva, a mio parere, un attributo divino, come dimostrano a Corinto le statue con il viso dipinto di rosso di Dioniso[9], divinità, che, come ho cercato di dimostrare in un articolo precedente[10], non era estranea alla genesi del trionfo romano. Il triumphator, che avanzava maestoso nei suoi paramenti su una quadriga trainata da nivei destrieri[11] sul cui predellino erano aggrappati figli e parenti, contribuiva, però, indubbiamente, anche, all’aspetto scenico della πομπή trionfale.

La dimensione “spettacolare” del trionfo è tratteggiata, fra gli altri, da Plutarco nella vita di Emilio Paolo, al cap. 32. Nell’accingersi a descrivere il trionfo, egli ricostruisce l’animata atmosfera del popolo che si era costruito dei palchi sia negli ippodromi, sia attorno al foro ed aveva occupato le restanti parti delle città, per quanto ciascuna era in grado di offrire la possibilità di vista (ὡς ἕκαστα παρεῖχε τῆς πομπῆς ἔποψιν).

Il carattere di spettacolo che connota il trionfo romano nell’età fra la repubblica e il principato è confermato dalla preziosa testimonianza oculare di uno spettatore contemporaneo d’eccezione: il poeta Properzio, che (IV, III) immagina, il passaggio, fra la folla plaudente sulla via Sacra, del corteo trionfale, mentre egli, con atteggiamento distaccato, leggerà appoggiato sul seno della sua fanciulla i nomi delle città conquistate scritte sulle tavolette (ante meos obitus sit, precor, illa dies, qua videam spoliis oneratus Caesaris axes, ad vulgi plausus saepe resistere equos, inque sinu carae nixus spectare puellae incipiam et titulis oppida capta legam).

L’uso di far sfilare tavole non solo con i nomi ma anche con le rappresentazioni delle città conquistate e le fasi salienti della guerra divenne canonico nel trionfo, come attesta App. Lyb. 66, quando descrivendo la forma del trionfo di Scipione nel 201 a.C., in cui appunto c’erano tavole di quel tipo, sottolinea che lo σχῆμα rimase invariato.

Un altro esempio è attestato da Livio a proposito del trionfo di Ti. Sempronio Gracco nel 176 a.C. sulla Sardegna, quando fu fatta sfilare la tavola con la riproduzione dell’isola. Analogamente, durante l’impero, Tacito (Ann., II 41) ricorda il trionfo di Germanico sui Cheruschi e i Catti e gli Agrivari e su tutte le altre genti fino all’Elba e menziona simulacra montium, fluminum, proeliorum.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVSCAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVS.CAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

Questa pratica aveva l’intento di coinvolgere con la forza immediata della trasmissione visiva gli spettatori, trasportandoli idealmente nei territori teatro delle operazioni militari e della vittori, svolgendo, ovviamente, quindi, anche una funzione didascalica di conoscenze geografiche.

Accanto a questi pannelli, analoghi all’orbis pictus di Agrippa[12], le prede di guerra, oggetti e prigionieri rappresentarono gli altri aspetti “spettacolari” del trionfo.

Non è possibile naturalmente soffermarci sui singoli trionfi romani e, perciò, sceglieremo alcuni momenti, a nostro avviso, paradigmatici.

Per quanto riguarda le spoglie di guerra, mi pare particolarmente interessante il dibattito che si scatenò a Roma alla vigilia del ritorno dalla Sicilia di Marcello nel 211 a.C. Ne abbiamo testimonianza in Polibio (IX 10) e in Plutarco (Marcello 21).

Polibio, commentando la decisione di trasferire a Roma le opere d’arte della Sicilia, nota amaramente che una città non è adornata da splendori esterni, ma dalla virtù dei suoi abitanti. Aggiunge, segnalando il dibattito sorto a Roma in seguito al trafugamento delle opere d’arte, che: «per lo più si ritiene che Marcello ed i suoi non si comportarono in modo conveniente. Aumentando il loro progresso determinarono, però anche l’abbandono di quello stile semplice di vita che li aveva condotti a superare popolazioni dal tenore di vita più raffinato del loro».

La polemica sull’opportunità di trasferire a Roma le opere d’arte greche con il rischio di snaturare l’austero stile di vita romano è attestata in modo dettagliato e marcato anche nel racconto di Plutarco, Marcello 21, in linea con l’impostazione polibiana, ma che aggiunge qualche particolare interessante per il nostro tema sul trionfo.

Plutarco, infatti, testimonia che Marcello prese con sé le più belle opere d’arte di Siracusa con l’intenzione di farne mostra nel suo trionfo (ὡς αὐτῷ τε πρὸς τὸν θρίαμβον ὄψις εἴη) e di abbellire la città. L’iniziativa di Marcello sembra segnare una svolta perché Plutarco aggiunge che fino ad allora Roma non possedeva né conoscenza nulla di così raffinato e squisito né in essa c’era amore per questa leggiadria e delicatezza, al contrario, «piena di armi barbare e di spoglie insanguinate, adorna di monumenti trionfali e trofei non era uno spettacolo né gaio, né rassicurante né adatto a spettatori ignavi e delicati» (ὅπλων δὲ βαρβαρικῶν καὶ λαφύρων ἐναίμων ἀνάπλεως οὖσα καὶ περιεστεφανωμένη θριάμβων ὑπομνήμασι καὶ τροπαίοις οὐχ ἱλαρὸν οὐδ᾽ ἄφοβον οὐδὲ δειλῶν ἦν θέαμα καὶ τρυφώντων θεατῶν).

Si profila chiaramente la tendenza ad esorcizzare l’aspetto cruento che i trofei ricordano, privilegiando la dimensione dello θέαμα del trionfo (oppure dell’ὄψις) che ha il suo corrispondente latino in spectaculum.

Uno dei trionfi che raggiunse il vertice dello spectaculum fu il trionfo celebrato nel 61 a.C. da Pompeo, vittorioso su Mitridate vi e del quale abbiamo una lunga e dettagliata testimonianza di Plinio, che non nasconde la sua ironia su alcuni eccessi, come il ritratto di Pompeo, composto di perle:

Erat et imago Cn. Pompei e margaritis, illa reclino honore grata, illius probi oris venerandique per cunctas gentes, illa ex margaritis, illa severitate victa et veriore luxuriae triumpho! Numquam profecto inter illos viros durasset cognomen Magni, si prima victoria sic triumphasset! E margaritis, Magne, tam prodiga re et feminis reperta, quas gerere te fas non sit, fieri tuos voltus? Sic te pretiosum videri?

Iscrizione riportante i 'Fasti triumphales' (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Iscrizione riportante i ‘Fasti triumphales‘ (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Infine c’era l’aspetto più patetico dello spettacolo trionfale, rappresentato dai prigionieri di guerra, uomini comuni e sovrani con i loro familiari ed amici, che sarebbero stati gettati in prigione o addirittura uccisi, secondo un crudele rituale, non appena la quadriga del triumphator avesse deviato verso il Campidoglio, come ci attesta, tra gli altri[13], Cicerone (in Verrem ii 5, 30):

At etiam qui triumphant eoque diutius vivos hostium duces reservant, ut his per triumphum ductis pulcherrimum spectaculum victoriae populus Romanus percipere possit, tamen cum de foro in Capitolium currus flectere incipiunt illos duci in carcerem iubent, idemque dies et victoribus imperi et victis vitae finem facit.

Moltissimi sovrani si sottrassero con il suicidio alla prospettiva di un’infamante sfilata nel corteo trionfale: questo destino, come è noto, scelse anche Cleopatra, con disappunto, secondo Plutarco (Antonio 86, 5), di Ottaviano che non rinunciò, però a far sfilare nel trionfo un’effigie della regina, mentre si faceva mordere dall’aspide: Καῖσαρ ἐν γὰρ τῷ θριάμβῳ τῆς Κλεοπάτρας αὐτῆς εἴδωλον ἐκομίζετο καὶ τῆς ἀσπίδος ἐμπεφυκυίας.

Suicidio ritenuto «provvidenziale» con caustico criticismo da Properzio (III 6) per il quale sarebbe stato indecoroso far sfilare Cleopatra nelle stesse vie percorse, a suo tempo, da Giugurta: Illa petit Nilum / male nixa fugaci / hoc unum, iussa non moritura die. / Di melius: quantus mulier foret una triumphus / ductus erat per quas ante Iugurtha vias.

***************************************************

[1] Cfr. bibliografia in VERSNEL H.S., Triumphus, Leiden 1970, p. 137, n. 1.

[2] Ibi, pp. 132-163.

[3] Si tratta di una vicenda i espiazione ambientata al tempo della sfida fra Orazi e Curiazi: cfr.VERSNEL, Triumphus, pp. 146-151.

[4] Fr. 19 Huschke apud Plin. xv 40.

[5] Cfr. Paul. Fest., p. 117: laureati milites sequebantur currum triumphantis, ut quasi purgati a caede humana intrarent in urbem.

[6] Cfr. Iuv. Sat. 10, 36 ss.; Svet. Aug. 94; Tertull. Coron. 13, 1; Servius ad Verg. Ecl. 10, 27; Plin., N. H. 33, 111; Isid. Orig. 18, 2, 6.

[7] Plin. N. H. III 7.

[8] Cfr. VERSNEL, Triumphus, pp. 59 ss.

[9] Paus. II 2, 6-7.

[10] AMIOTTI G., Nome ed origine del trionfo romano, in Il pensiero sulla guerra nel mondo antico, a c. di M. Sordi, CISA 27, Milano 2001, pp. 101-108.

[11] Sul carro trionfale e sui problemi suscitati dai cavalli bianchi di Camillo, in particolare cfr., in questo stesso volume, DOGNINI C., I cavalli bianchi di Camillo.

[12] Plin. N. H. III 6-8.

[13] Cfr. Liv. 26, 12 e Dio 40, 41.