La battaglia di Tanagra (457 a.C.)

A. Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Roma 2005, pp. 170-173.

 

[…] In un biennio erano successe tante cose, tutte piuttosto lesive del prestigio di Sparta. Viceversa, il prestigio di Atene era salito alle stelle: la capitale attica aveva dimostrato di poter agire brillantemente su ben tre fronti, infliggendo uno schiaffo all’Impero persiano, tenendo sotto scacco Egina e trovando perfino il modo di aiutare un alleato in difficoltà. Pericle aveva infine dato corso al sogno di Temistocle di unire Atene al suo porto del Pireo: i sette chilometri che intercorrevano tra la città e la costa erano pertanto divenuti, sulla scorta di quanto era stato fatto a Megara, un enorme cantiere, nel quale era stata inaugurata la costruzione di due file di mura, l’una, più settentrionale, che univa Atene al porto, l’altra, più a sud, dalla città alla baia di Falero; il tutto, a costituire una fortezza triangolare, inespugnabile da terra e rifornibile dal mare.

Oplita spartano. Illustrazione di P. Connolly.

Però, in quell’epoca ebbe anche finalmente termine il decennale assedio al Monte Itome – sebbene i Lacedemoni dovessero accettare di lasciar liberi gli iloti rivoltosi –, e ciò mise finalmente Sparta in condizione di progettare avventure militari più a settentrione. Il primo atto degli efori che, in quel momento, erano i veri detentori del potere, fu di cercare alleati in Beozia, per contrastare l’alleanza tra Ateniesi e Tessali; ma la dissoluzione della Lega beotica, seguita all’invasione persiana, durante la quale Tebe aveva compromesso il proprio prestigio, risultando uno dei più attivi sostenitori di Serse, costrinse gli Spartani a impegnarsi militarmente per ricostruire, prima di ogni altro passo, l’autorità dei Tebani.

L’occasione venne loro offerta da una richiesta di aiuto dalla Doride, alla quale gli Spartani fecero seguire una spedizione con forze ben più consistenti di quelle necessarie a schiacciare l’aggressione dell’alleato, ovvero la Focide. Il nuovo reggente, Nicomede, trasferì per mare oltre il Golfo di Corinto 1.500 opliti spartani e 10.000 peloponnesiaci, e fu uno scherzo non solo sconfiggere i Focesi, ma anche occuparne le sedi.

Non abbiamo modo di sapere se l’incarico del reggente prevedesse anche la prosecuzione della guerra contro Atene; di certo, le mura erano in corso di costruzione e la città era ancora vulnerabile, e inoltre, per tornare nel Peloponneso via terra c’era da attraversare i passi della Megaride, presidiati dalle truppe ateniesi; via mare, poi, le navi di Atene avevano posto un blocco nelle acque del Golfo di Corinto. In ogni caso, poiché le póleis greche non riuscivano mai a essere compatte neanche al loro interno, gli oppositori dei programmi di Pericle invitarono il generale lacedemone a sferrare un attacco alla città, per far cadere il partito democratico e arrestare la dispendiosa costruzione delle mura.

A quel punto, l’invasione dell’Attica da parte degli Spartani sembrava davvero essere la tappa successiva più probabile dell’esercito di Nicomede, sia che questi ne avesse avuto o meno l’intenzione fin dall’inizio della campagna.

Pericle pensò bene di prevenirla, predisponendo una controffensiva in Beozia con un contingente di 13.000 opliti – non si sa bene trovati dove, se gli assedi di Egina e di Menfi erano ancora in corso –, 1.000 argivi e la cavalleria tessala.

L’urto tra i due eserciti avvenne nel maggio o nel giugno del 457 a.C. a Tanagra, in Beozia sull’Asopo, in prossimità del confine con l’Attica. Nulla si sa sullo svolgimento dello scontro, sul quale entrambe le fonti, Tucidide e Diodoro Siculo, sono estremamente laconiche, se non che fu molto cruento e che, forse, vi partecipò anche Pericle, distinguendosi in un ruolo subalterno. Dovette trattarsi della classica battaglia tra opliti, dal corso assai prevedibile, ancor più tipica per via della defezione della cavalleria tessala, che a scontro iniziato abbandonò gli Ateniesi e lasciò il campo alla sola fanteria.

E come ogni scontro oplitico, fu l’oscurità a determinare la fine delle ostilità, con un’appendice che non è chiaro se sia avvenuta contestualmente alle ultime fasi della battaglia, o durante le prime ore della notte. Secondo Diodoro, infatti, i Tessali che avevano defezionato si imbatterono in un convoglio di rifornimenti destinato agli Ateniesi, e lo assalirono approfittando del fatto che la scorta era inconsapevole del loro tradimento; gli Ateniesi gli andarono incontro fiduciosi, solo per essere trucidati uno a uno, sebbene qualcuno riuscisse a salvarsi e ad avvertire i commilitoni al campo. Sul luogo dell’imboscata sopraggiunsero allora altre truppe ateniesi, e poi anche spartane, che si affrontarono in perfetta formazione a falange replicando, in pratica, lo scontro di poco prima, fino a quando non si vide più a un palmo dal naso.

Sebbene Diodoro, l’unica fonte che si dilunghi un po’ sul combattimento di Tanagra, asserisca che il suo esito fu dubbio, tutte le altre fonti minori, da Plutarco a Giustino, da Platone a Cornelio Nepote, attribuiscono la vittoria agli Spartani, che d’altronde non trovarono più alcuna opposizione lungo i passi della Megaride. Il fatto che, dopo la vittoria, Nicomede non abbia neanche provato a minacciare direttamente Atene, e abbia proseguito alla volta dell’Istmo limitandosi a devastare il territorio di Megara, indica tutto sommato chiaramente che i Lacedemoni non avevano intrapreso la campagna per scontrarsi con gli Ateniesi – perlomeno non allora –, sebbene possa darsi che le perdite fossero state tali da sconsigliare il reggente dall’assumersi ulteriori rischi. Né, d’altronde, gli Ateniesi erano in condizione di opporsi alla ritirata spartana.

Però, furono in condizione di vanificare gli effetti della spedizione spartana in Beozia subito dopo. La ricostruzione della Lega beotica era cosa effimera, poiché il sostegno che i Lacedemoni fornivano a Tebe era controbilanciato dalla tendenza anti-federativa e democratica di tutti gli altri centri, cui Atene aveva tutto l’interesse a fornire il proprio appoggio. Ad appena due mesi dalla sconfitta di Tanagra, Mironide condusse nuovamente un esercito attico in Beozia, e colse una netta vittoria sui Tebani a Enofita; l’impresa permise ad Atene di diventare la forza egemone anche di quella regione, nella quale Tebe si ritrovò, da leader della Lega, isolato avamposto settentrionale degli Spartani e nulla più.

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Bibliografia:

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Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

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[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

La pentēkontaetía

da D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 322-334.

1.Tucidide e la storia della pentēkontaetía

 

Per pentēkontaetía i moderni intendono il periodo di circa 50 anni che intercorre tra la fine delle guerre persiane (con la conseguente fondazione della Lega navale delio-attica) e l’inizio della Guerra del Peloponneso. L’espressione non è così antica, come può far intendere il suo aspetto, né di uso così frequente ed univoco nelle fonti antiche come può far credere la sua diffusione nei testi moderni. L’astratto pentēkontaetía («cinquantennio») è anzi di uso rarissimo; nella storiografia di Diodoro Siculo appare l’equivalente concreto «periodo di cinquant’anni»; ma l’idea di considerare unitariamente quegli anni ricchi di eventi diversi e complicati, che investono teatri storici disparati, configurabili in fasi realmente distinte fra loro, è di Tucidide, perciò nel fondo antica e in parte, anche se solo in parte, giustificata. Per Tucidide il periodo è un’ampia premessa alla narrazione della Guerra del Peloponneso, la lunga gestazione dello scontro tra Atene e Sparta. Al di là di aspetti particolari, e diversità d’opinioni possibili solo in questioni specifiche, il modo in cui Tucidide (nel I libro delle Storie) rappresenta le vicende e le responsabilità storiche del cinquantennio di preparazione alla Guerra del Peloponneso è alquanto chiaro. In esso si mescolano (e sarebbe insensato tentare di distinguerle, contrapporle, privilegiare una sull’altra) due nozioni fondamentali. L’una è quella secondo cui gli Stati tendono a crescere (auxánesthai) come esseri organici; se perciò in un determinato spazio storico, geografico, politico coesistono e concrescono due realtà di questo tipo, è anche una sorta di dato naturale, fisiologico, che esse si scontrino; ed è appunto quel che è inevitabile accada fra Sparta e il mondo peloponnesiaco da un lato, e Atene e il suo impero dall’altro. Con questa concezione naturalistica di fondo (di radicale e fatalistico pessimismo) si intreccia una concezione, più critica, delle responsabilità di ciascuna di queste realtà: Sparta è la città che psicologicamente si configura come il mondo della conservazione, dell’avversione al nuovo, del timore di ciò che è diverso, distante, in movimento; Atene è la città del coraggio, dell’audacia, dell’iniziativa, dell’intraprendenza che sconfina nel gusto del rischio, dell’avventura, del nuovo e del grande, spesso troppo grande[1].
Avendo concepito il «cinquantennio» sotto l’aspetto eminente del conflitto interstatale, e avendo conferito a tale rappresentazione un profilo unitario, Tucidide ha anche dato il senso fondamentale dello svolgersi degli eventi di politica interstatale greca, ma da un lato non ha segnato cesure nette che favoriscano una periodizzazione (come quella che amano invece adottare i manuali moderni), pur se non ha mancato di segnare certi cambiamenti (almeno quelli del tono generale) del rapporto tra Atene e gli alleati; dall’altro, egli non ci ha dato una rappresentazione parallela degli svolgimenti politici interni ad Atene, per i quali siamo affidati piuttosto alle tradizioni attidografiche o a traduzioni biografiche più tarde, di complessa genesi e difficile valutazione. Certo, sulla responsabilità di fondo e primaria di Atene, e della sua crescita imperialistica, nello scoppio della Guerra del Peloponneso egli non ha dubbi; ma questo vale appunto per le cause e responsabilità profonde e remote dell’insorgere di quel terribile conflitto che devastò la Grecia per quasi un trentennio; così come egli, operando una distinzione del tutto coerente con le sue chiare impostazioni metodologiche, attribuisce invece la responsabilità immediata, dell’apertura cioè della guerra, ai Peloponnesiaci: la guerra “del Peloponneso” è definibile così perché l’aprirono (nel senso dell’avvio delle ostilità) i Peloponnesiaci, e perché così furono essi a «portare guerra» contro Atene e i suoi alleati[2].
D’altra parte, il fatto che nella rappresentazione tucididea abbia un posto così spiccato il fattore psicologico, non significa di certo, come talora si rischia di intendere, che nella storia siano per lui determinanti e fondamentali le cause psicologiche, con pregiudizio di quelle politiche, sociali, economiche e così via di seguito[3]. La psicologia in Tucidide è un segno, la rappresentazione psicologica quindi un linguaggio storiografico: l’opposizione “paura-coraggio”, che riassume l’opposizione “Sparta-Atene”, è appunto una rappresentazione simbolica, che tutte le altre contiene e riassume, senza che quelle di altro tipo siano negate o perfino manchino talora di emergere in proprio. Dovendo dare un segno complessivo a quegli eventi e a quei comportamenti, Tucidide ricorre a rappresentazioni e motivazioni psicologiche, che sono da prendere per quel che sono, cioè per grandi metafore storiche, che facilitano al lettore il primo approccio alla lettura e alla comprensione complessiva degli eventi, senza esimerlo affatto dal pensare attraverso di esse e oltre di esse.
Il periodo è certo tutto all’insegna di una crescita (aúxēsis) della potenza di Atene. La ricostruzione delle mura cittadine è realizzata da Temistocle a dispetto delle diffidenze di Sparta e dei suoi interessati tentativi di dissuasione. Ma Atene rivendica ormai pienamente a sé la consapevolezza, e perciò la tutela, dei suoi interessi, e così avvia anche la fortificazione del Pireo. Agli anni di Pericle è riservata invece la costruzione delle Lunghe Mura, dalla città al Pireo e al Falero[4].

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Kylix attica a figure rosse, V sec. a.C., Brussels, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

 

2.Fondazione della Lega delio-attica (477 a.C.)

Ma il momento decisivo della presa di coscienza, da parte di Atene, del nuovo ruolo della città all’interno del mondo greco, è nell’assunzione dell’egemonia della Lega ellenica. Vi contribuiscono al principio fondamentalmente gli Ioni, ma non tutti a condizioni identiche. I più pagheranno un tributo in denaro (phóros), che in totale ammonta a 460 talenti annui; con navi contribuiscono città insulari (Samo, Chio, Lesbo), che hanno funzione di sentinelle sul fianco orientale dell’impero egeo che sta nascendo. Sede del tesoro e delle riunioni del sinedrio federale sarà Delo, l’isola tradizionalmente teatro delle grandi panēgúreis («assemblee») ioniche; una località abbastanza distinta da Atene, perché la scelta non sia sentita come una mortificazione della dignità degli altri Ioni, ma abbastanza vicina e tradizionalmente in stretto rapporto con la città egemone, perché resti soddisfatta l’esistenza di Atene di esplicare il suo ruolo di città-guida[5]. La finalità dichiarata, e di fatto a lungo perseguita, sotto la spinta di Cimone, è quella della continuazione della difesa dai Persiani, e di un regolamento dei rapporti nell’Egeo soddisfacente per i Greci, cioè per la loro sicurezza e per i loro interessi. La cerimonia solenne del giuramento, con il contemporaneo affondamento in mare di barre di ferro (múdroi), sancisce l’impegno di questi Greci di avere sempre «gli stessi amici e gli stessi nemici»: solo uno spezzone di unità nazionale, il quale è anche l’unico fine, in queste condizioni storiche, perseguibile, ed anche l’unico concepito[6].
Su questo programma non si vedono ad Atene vere e proprie contrapposizioni di partiti o gruppi politici: le voci discordi sembrano poche e isolate. Ne conosciamo certamente una, quella di Temistocle, ormai assai meno interessato a un conflitto con la Persia e ben più sensibile al maturare di un conflitto con Sparta; ma egli fu ostracizzato, forse nel 471 a.C., in un momento che appare fermamente incluso in un periodo di predominio politico di uomini come Cimone (sul piano strategico) e come Aristide (sul piano politico e diplomatico), nonché di generale prestigio dell’Areopago, il vecchio consiglio aristocratico formato da ex-arconti, cioè da notabili inclini a una politica di conservazione. Ma in questi anni politica di conservazione non significa ostilità all’impero navale: sulla linea dell’impero la classe politica ateniese sembra fondamentalmente d’accordo, anche se la direzione eminentemente anti-persiana può non essere da tutti ugualmente condivisa.

Mappa dell'impero ateniese all'inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

Mappa dell’impero ateniese all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

 

3.Temistocle e Pausania il reggente

L’ostracismo porterà Temistocle dapprima nel Peloponneso, naturalmente in città ostili a Sparta, e poi in Epiro, in Macedonia e finalmente (dopo il 465, anno della morte di Serse), presso il re persiano Artaserse, che gli assegnerà il possesso di Magnesia, Lampsaco e Miunte, nell’Asia minore occidentale, dove l’eroe di Salamina morrà, forse suicida, poco dopo. Non è facile comunque, neanche per Temistocle (in un’epoca in cui le tradizioni biografiche ancora non sono consolidate in forme mature, atte a rendere conto di tutte le vicende e di tutti gli aspetti personali pertinenti a un uomo politico democratico), stabilire le circostanze e i motivi dell’ostracismo, e il tipo di contrapposizione politica che isola quel personaggio dagli altri e che ne fa un perdente. Nella tradizione domina, più accreditato degli altri, il motivo del medismo[7]; un sospetto e un’accusa che gravano anche sull’altro grande protagonista delle guerre persiane, il reggente spartano Pausania. Rientrato, come sembra, con iniziativa personale a Bisanzio, Pausania ne fu sloggiato da Cimone; occupata Colone nella Troade, non potendo consolidare il suo dominio nella regione, finì con il rientrare a Sparta, dove (circa gli anni 471-469) fu inquisito, e accusato di tentare con gli iloti una sovversione contro lo Stato spartano e in particolare contro l’eforato. Pausania si rifugia allora nel tempio di Atena Calcieco («dal tempio [con struttura] in bronzo»: porte, tetto, ecc.), dove viene tenuto chiuso, e da dove è fatto uscire solo all’avvicinarsi della morte, sopravvenuta per inedia. Molte sono invero le incertezze sui particolari delle ultime vicende di Pausania, soprattutto sui suoi soggiorni a Bisanzio (per i quali sussistono difficoltà a distinguerne nettamente due, e permangono persino sospetti di duplicazioni), sul senso del suo medismo (un medismo “comportamentale”, nel senso di attitudini eterodosse, tiranniche, o vere e proprie collusioni con il re?), sui suoi progetti (se veramente ne ebbe) di cambiamenti politici e sociali[8].

Ostrakon risalente alla votazione relativa al caso di Temistocle. 482 a.C. ca. Atene, Stoà di Attalo (Museo dell’Antica Agorà).

Θεμιστοκλής Νεοκλέους (“Temistocle, figlio di Neocle”). Ostrakon, 482 a.C. ca. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

 

4.Democrazia nel Peloponneso

Non meno incerti sono i fondamenti delle affermazioni, che frequentemente si ritrovano negli studi moderni, riguardo all’impegno esplicato da Temistocle nell’alimentare, diffondere e sostenere il cosiddetto “moto democratico” nel Peloponneso, cioè le trasformazioni politiche che nella prima metà del V secolo si possono, e secondo i casi, debbono ammettere in città del Peloponneso diverse da Sparta e magari ad essa ostili: ad Argo, in Elide, in Arcadia. Appare invero molto difficile parlare di una pura e semplice esportazione del regime democratico da Atene in altri Stati. Nello stesso ambito della lega navale il processo non sembra essere stato né così precoce né così automatico (come insegnano i casi di Mileto o di Samo). In alcuni casi poi, come quello dell’Arcadia, che tante volte si cita ad esemplificare un processo di democratizzazione avvenuto sotto l’influsso di Atene e magari in correlazione con la presenza di Temistocle nel Peloponneso, non siamo neanche in grado di affermare che nel V secolo qui vi fosse una forma politica democratica generalizzata (Mantinea sembra rappresentare un esempio di democrazia, comunque moderata, nel 421 a.C.). Per quanto poi riguarda i due casi più evidente, Argo ed Elide, non è facile dare la preminenza all’importazione di un modello, rispetto allo sviluppo, in larga misura autonomo, di condizioni interne[9]. Ad Argo, dopo la sconfitta subita a Sepeia nel 494 ad opera degli Spartani, guidati da Cleomene I, si instaura provvisoriamente un governo di servi; è probabile che l’ammissione di perieci («abitanti intorno») nella cittadinanza, attestata da Aristotele (Politica V 1303 a), sia in qualche relazione di fatto con quel traumatico, anche se transitorio episodio, ed è anche possibile, in assoluto, che nei perieci trasformati in cittadini debbano riconoscersi servi rurali ammessi nella cittadinanza. Si ha quindi ad Argo, dove la monarchia sopravvive fino al V secolo, un’evoluzione della città verso forme democratiche, che si realizza attraverso un assorbimento nelle strutture politiche di quella popolazione rurale, che invece a Sparta – città dorica dallo sviluppo bloccato – permane stabile nella forma e condizione dell’ilota. L’introduzione ad Argo di una quarta tribù, quella degli Hyrnáthioi, accanto alle tre tribù doriche tradizionali (Illei, Dimani, Pànfili), sembra appunto segnare questo particolare sviluppo (la tribù ha certo una sua sottolineata peculiarità: prende nome da una donna, la mitica figlia del mitico eraclide Temeno, collegata nella tradizione con l’entroterra rurale di Argo, o con Epidauro). Le recenti scoperte epigrafiche ad Argo consentono di conoscere anche i nomi della maggior parte di ulteriori suddivisioni di ciascuna delle quattro tribù, suddivisioni equivalenti a 1/12 di ogni phûla (forse fratrie, che in totale dovevano essere quindi 48, distribuite su quattro tribù). Naturalmente a questi sviluppi democratici di Argo si accompagna l’attenzione, la benevolenza e la simpatia di Atene (che sboccherà nel trattato di alleanza del 462 circa); e la stessa letteratura ateniese sembra registrare puntualmente l’evoluzione politica argiva[10].
Nelle Supplici di Eschilo (463-461?), che contengono una precoce attestazione della parola δημοκρατία, anche se in forma di perifrasi, è rappresentata un’assemblea di cittadini ad Argo, presieduta dal re Pelasgo, che decide, all’unanimità, e con alzata di mano (della «dominante mano del popolo», la dmou kratoûsa cheír), di concedere asilo alle Danaidi in fuga. Il poeta evita certo l’anacronismo di usare il termine formale di dēmokratía per epoca mitica, ma indugia con commozione nella rappresentazione della cheirotonía democratica, una procedura così caratteristica per la sua evidente quantificabilità e la valorizzazione del volere dell’uomo comune (una mano vale l’altra). E mentre fa spazio a una procedura tipica della sua città, Eschilo allude anche accortamente, e senza anacronismi troppo marcati, al regime al suo tempo vigente ad Argo (forma democratica, con un vertice monarchico privo di particolari poteri)[11].

Mappa del Peloponneso

Mappa del Peloponneso.

In Elide, poi, gli sviluppi verso la forma democratica, che si compiono nel V secolo, sono il risultato storico, certo anch’esso probabilmente favorito dall’affermazione della democratica Atene, della condizione e organizzazione del territorio: una campagna libera, popolata cioè da centri dotati di una forte autonomia, che tutti insieme producono e promuovono un centro urbano, sede delle decisioni politiche (Elide): in questo particolare rapporto, vigente all’interno del territorio, che corrisponde certo alla locale storia dei rapporti di proprietà, è una delle premesse dello sviluppo della forma democratica nella stessa Atene, e non è da meravigliarsi che la storia politica abbia avuto un tale sbocco in Elide, anche se qui ha prodotto una forma solo moderata di democrazia[12].
Il destino politico e umano di Temistocle e di Pausania conserva dunque parecchi aspetti oscuri; forse l’unico dato veramente evidente è l’isolamento di ciascuno dei due personaggi nelle (e dalle) rispettive póleis: una città di democrazia areopagitica, quale è tra il 478 e il 461 Atene, rifiuta l’innovatore Temistocle, che non si adatta ai vincoli che la pólis costituisce e impone come comunità (e comunità con una sua prevalente unità di intenti, in questa fase); e altrettanto vale, e si verifica in una forma necessariamente più marcata e traumatica, per una città quale Sparta, ormai sotto il forte controllo degli efori, di una magistratura cioè che, dall’eforato di Chilone e poi dal regno di Cleomene I, ha rafforzato il suo potere sia verso i re sia verso la stessa apélla e il corpo civico spartano in generale. Custode delle leggi l’Areopago ad Atene, custodi della costituzione a Sparta gli efori: è contro questo più marcato spirito della pólis che si vanno a scontrare le impazienze e le imprudenze dei vincitori di Salamina e di Platea.

 

5.Cimone o il lealismo dei conservatori

Ad Atene è invece il momento dell’ascesa di Cimone, il figlio di Milziade. È lui il generale delle prime operazioni della Lega navale, o almeno di quelle, fra esse, che Tucidide espressamente gli attribuisce. L’azione militare della Lega comincia in quell’area egea settentrionale, che, per essere meno direttamente a tiro della potenza persiana e del governatore persiano di Sardi, è poi quella in cui tradizionalmente si concentrano gli ultimi tentativi di resistenza alla Persia, o da cui può, con ragionevole speranza di successo, partire il moto di liberazione. Cimone libera perciò dalla residua resistenza persiana Eione, alla foce dello Strimone (476), poi assoggetta Sciro (475). Non è certo se a lui vada attribuita la guerra contro Caristo in Eubea, che si conclude comunque con un accordo; e ancora meno certo è che egli sia il generale che asservì l’alleata Nasso contro tutte le regole vigenti (Tucidide, I 98), circa il 471 a.C. L’asservimento di Nasso è una delle poche cesure marcate da Tucidide all’interno della sua storia e rappresentazione della pentēkontaetía: fu un salto di qualità, in senso deteriore, nel rapporto fra gli Ateniesi e gli alleati, sempre più in balia, questi ultimi, degli umori della città egemone, a sua volta sempre più addestrata e potente sul piano militare. Ma l’acme della carriera di Cimone è senza dubbio nella battaglia dell’Eurimedonte: una duplice battaglia, navale e terrestre, che, a seconda dei casi, le fonti collocano alla foce del fiume della Panfilia, per entrambi i suoi momenti, o invece distinguono in uno scontro navale, svoltosi al largo di Cipro, ed uno terrestre, svoltosi presso la foce dell’Eurimedonte[13].

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. dal monumento omonimo sulla spiaggia di Larnaca (Cipro).

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. da Larnaca (Cipro).

Diodoro data la battaglia al 470/469. Recenti tentativi di abbassarne la data al 466/465 appaiono poco giustificati, e comunque non più giustificati di quelli che fanno conto su un’assoluta contiguità tra la vittoria all’Eurimedonte e l’acclamazione degli strateghi, incluso Cimone, a giudici del concorso tragico delle Dionisie del 468 (il concorso che diede la vittoria a Sofocle contro il vecchio Eschilo). Se l’episodio è vero, esso non impone affatto che il trionfo di Cimone fosse del 469: infatti, alla designazione degli strateghi come giudici, si arrivò solo a seguito di una non prevista rissa fra spettatori nel teatro. L’acclamazione a giudice attesta certo l’alto prestigio di Cimone; ma poiché non si tratta di un’acclamazione pacifica, non è da concepire necessariamente come la prima celebrazione del reduce o di un trionfatore di recentissima data[14].
Se c’è incertezza sulla paternità cimoniana dell’ingloriosa spedizione contro Nasso (del 471 circa), è invece ben noto il ruolo di Cimone nella spedizione ateniese contro Taso, l’isola prospiciente le coste della Tracia e l’area mineraria del Pangeo: qui Taso possedeva e sfruttava miniere d’oro (a Skaptè Hyle), non meno redditizie di quelle di cui disponeva nell’isola stessa (e che sono state messe in luce), e aveva allestito degli empori. Nel 465 Taso defeziona, e dal quell’anno al 463 si svolge il lungo assedio dell’isola, di cui con fatica si doma la ribellione. La miniera di Skaptè Hyle e i possessi del continente passano nelle mani degli Ateniesi, che nel frattempo (465) avevano anche tentato di colonizzare Ennéa Hodoì (Nove Strade), sul sito della futura Anfipoli (che sarà fondata nel 437/6 da Agnone, il padre di Teramene), sul corso dello Strimone, poco più a monte di Eione. Addentratisi nella regione, avevano però subito ad opera dei Traci Edoni la dura sconfitta di Drabesco, che doveva ritardare di decenni il progetto di impianto coloniario.
La guerra di Taso rappresenta, in maniera e con dimensioni ancor più evidenti dell’episodio di Nasso, un salto di qualità nella politica ateniese verso gli alleati: è chiaro, almeno a giudicare dalle conseguenze della guerra, che ormai Atene interferisce nello stesso assetto economico delle città alleate. Può sembrare strano che a guidare l’impresa sia stato proprio Cimone, che, più di tutti gli altri politici ateniesi, sembra voler conferire alla Lega la funzione di uno strumento per la guerra contro i barbari e attenersi ai principi di equità verso gli alleati. Si può pensare, in effetti, che ormai egli si adatti a fare una politica non sua, ad essere, in un certo senso, il braccio esecutore della politica “democratica”, che va assumendo aspetti imperialistici sempre più marcati, con una potenzialità di sviluppi interni, che gli anni prossimi metteranno pienamente in luce.
È probabile che si debba riconoscere un errore politico nell’assunzione di questa responsabilità da parte di Cimone. Va tenuta comunque presente, a integrazione di queste riflessioni, una serie di fatti: l’intervento ateniese a Taso faceva seguito a una rivolta, e comunque questa dell’Egeo settentrionale è un’area in cui l’interesse di Cimone è in qualche modo sostenuto da una tradizione familiare di presenze nel Chersoneso Tracio e a Lemno e forse nella stessa area del Pangeo (dove del resto sappiamo che lo storico Tucidide, parente di Cimone, aveva possedimenti familiari). Il processo che, a vittoria conseguita, i gruppi democratici radicali ormai emergenti ed attivi intentarono a Cimone, benché rimasto senza seguito di condanna, era inteso a colpire un uomo che ormai aveva imboccato la curva discendente della sua parabola politica. Lontano dai fulgori dell’Eurimedonte, esecutore di una politica solo parzialmente sua, Cimone poté essere denunciato per il sospetto che fosse stato corrotto da Alessandro I il Macedone, al fine di evitare una spedizione ateniese, che avrebbe dovuto punire Alessandro per aver aizzato i Tasi alla ribellione e mostrato un troppo vivo interesse a quell’area mineraria del Pangeo a cui ora rivolgeva le sue mire Atene.
Ma Cimone doveva ancora commettere il suo maggiore errore politico. Ciò accadde nel 462, quando egli impegnò Atene in una misura imprudentemente eccessiva al fianco degli Spartani, che avevano richiesto l’aiuto di Atene e di altre città nella guerra che conducevano contro i Messeni e iloti ribelli, la III Guerra messenica, detta anche «del terremoto» (464-455 a.C. ca.). Il terremoto che distrusse Sparta, e produsse molte vittime fra gli Spartani, avvenne durante la guerra di Taso. Infatti, gli abitanti dell’isola avevano preso contatto con gli Spartani durante l’assedio, ottenendone promessa d’aiuto, quando sopraggiunse la catastrofe, durante la quale furono divelte alcune cime del Taigeto. E dovette trattarsi di una lunga sequenza di eventi sismici, che fu lì per mettere in ginocchio Sparta: ne approfittarono, per ribellarsi, dapprima gli iloti della Laconia e soprattutto della Messenia (i Messeni asserviti) e un paio di comunità perieciche dell’area del Taigeto (Turia e Aithaia). Presto ne nacque una guerra di rivolta e di resistenza (per così dire, “nazionale”) dei Messeni, arroccatisi sull’Itome, nella parte orientale della Messenia (circa 800 m). L’intervento ateniese, voluto da Cimone, non risultò efficace come sperato; viceversa, esso alimentò negli Spartani il timore di collusioni con gli insorti derivanti da una qualche solidarietà ideologica anti-aristocratica. Di qui la brusca decisione di rinvio a casa del contingente ateniese; lo smacco, oltre che una svolta in senso apertamente anti-spartano della politica estera ateniese (alleanze con Argo, con i Tessali, e anche con Megara, in funzione anti-corinzia, perciò anti-peloponnesiaca in genere), segnò anche un crollo del prestigio e della credibilità politica di Cimone, che dell’intervento era stato fervido fautore[15]. Ne seguì l’ostracismo dell’uomo politico (circa 461 a.C.), che certamente dovette essere motivato con l’aver fatto Cimone pericolosamente prevalere una sua convinzione personale sull’interesse dello Stato; ma l’arma veniva ormai chiaramente usata non con un fine corrispondente al senso originario dell’istituto, bensì allo scopo di regolare i conti col partito avverso, nel clima di frontale contrapposizione politica che si va ormai determinando all’interno della democrazia ateniese[16].

 

[1] Tucidide, I 89117, in part. 97 e 118, 2; Diodoro, XI 41 sgg.; XII 1-34. Sul tema del coraggio (o audacia) ateniese e della paura spartana, cfr. Tucidide, I 95, 7; 102, 34.

[2] Tucidide, I 118, 2: non c’è dubbio che per lui sono gli Spartani a iniziare materialmente la guerra. Sul significato dell’aggettivo Πελοποννησιακός o Πελοποννήσιος denotante il πόλεμος, cfr. Pausania, IV 6, 1.

[3] A. Momigliano, Some Observations on Causes of War in Ancient Historiography (1958), ora in Secondo contributo alla storia degli studi classici, Roma 1960, pp. 13-27.

[4] Tucidide, I 93 (sulla ricostruzione delle mura della città e sul completamento di quelle del Pireo, sotto l’impulso di Temistocle); 107 (sull’inizio delle Lunghe Mura, verso il Falero e verso il Pireo, circa il periodo della nuova guerra contro Egina).

[5] Inno omerico III (Ad Apollo), 146 ss. Cfr. Delo e l’Italia, F. Coarelli – D. Musti – H. Solin (cur.), Roma 1983, p. 150.

[6] Tucidide, I 9597; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 23, 5; Plutarco, Aristide 25, 1 (μύδροι).

[7] Sulla data dell’ostracismo (verosimilmente 471, per alcuni già 474) e dell’εἰσαγγελία, e sulla data di morte (459 o 440), cfr. R.J. Lenardon, The Chronology of Themistokles: Ostracism and Exile, Historia 8 (1959), pp. 23-48; P.J. Rhodes, Thucydides on Pausanias and Themistocles, Historia 19 (1970), pp. 387-400; L. Piccirilli, Temistocle, Aristide, Cimone, Tucidide di Melesia, Genova 1987, pp. 31-49. Il passaggio di Temistocle al largo di Nasso o di Taso assediata dagli Ateniesi – nel viaggio dalla Macedonia all’Asia – dipende anche dalla cronologia delle due imprese ateniesi (per Taso, Plutarco, Temistocle, 25, 2, tradizione S; per Nasso, Tucidide, I 137, 2, e Plutarco, l.c., tradizione Γ). La cronologia da noi proposta favorisce Taso.

[8] Tucidide, I 128 ss.; Diodoro, XI 44 ss.; Giustino, IX 1, 3; Cornelio Nepote, Pausania 23. Cfr. Beloch, GG2 II 2, pp. 154-159.

[9] Così Beloch, GG2 II 1, pp. 122 sgg., e G. De Sanctis, Storia dei Greci II, pp. 51 sgg.; L. Moretti, Problemi di storia tarantina, in Atti X Convegno Taranto 1970, Napoli 1971, pp. 40 sg., con qualche riserva sul rapporto Atene-Taranto.

[10] R.A. Tomlinson, Argos and the Argolid. From the End of the Bronze Age to the Roman Occupation, London 1972, pp. 189 sgg.; D. Musti ne Le origini dei Greci cit., pp. 45 sg e 390 sg.; Id, in Pausania. Guida della Grecia II, Milano 1986 (in collab. Con M. Torelli), comm. Cap. 28, pp. 306 sg.; Ch.B. Kritzas, Κατάλογος πεσόντων από το Άργος, in ΣΤΗΛΗ, Athenai 1980, pp. 487 sgg.; M. Piérart, Le origini dei Greci cit., pp. 277 sgg.

[11] Cfr. l’intero passo delle Supplici 600-624; cfr. anche nel coro, a v. 699, τὸ δάμιον, τὸ πτόλιν κρατύνει: il gioco di parole continua; interessante l’insistenza sull’unanimità del voto dato dagli Argivi in favore delle donne supplici (ai vv. 605 e 607).

[12] Vd. G. Pochettino – F. Olmi, Storia e civiltà dei Greci 6, Milano 1979, pp. 559 sg.

[13] Tucidide, I 98100.

[14] Diodoro, XI 6062 (sotto il 470/69 tutto, con tipico accentramento biografico, dalla presa di Eione fino alla battaglia dell’Eurimedonte). Si può accettare o respingere il racconto di Diodoro, ma è chiaro che esso corrisponde a una scelta precisa e coerente, nei fatti, nei nomi dei generali persiani, Titrauste e Ferendate, nella dinamica, tutti improntati all’idea di separazione dei luoghi della battaglia navale e di quella terrestre. Cfr., per l’episodio dell’acclamazione degli strateghi come giurati, Plutarco, Cimone, 79. Date più basse per tutti gli eventi, da Nasso a Taso, in R. Meiggs, The Athenian Empire, Oxford 1972.

[15] Cfr. Tucidide, I 100103; Diodoro, XI 6364; Plutarco, Cimone 1417; sul numero di 4000 opliti ateniesi, Aristofane, Lisistrata 1143; Beloch, GG2 II 1, pp. 151-154.

[16] Plutarco, Pericle 11, 3: il conflitto tra Pericle e Tucidide di Melesia (ostracizzato nel 443) aprì nella città una βαθυτάτη τομή (un taglio profondissimo), in luogo della precedente nascosta venatura (διπλόη ὕπουλος: διπλόη Ruhnken).