Solone e Salamina

di F. Ferrari, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2000, pp. 100-101; testo dall’edizione critica di Gentili B. – Prato C., Poetae elegiaci. Testimonia et fragmenta I, Leipzig 1979, fr. 2 e di West M. L. (ed.), Iambi et elegi Graeci ante Alexandrum cantati2: Callinus. Mimnermus. Semonides. Solon. Tyrtaeus. Minora adespota, Oxford 1972 (rev. ed. 1992), frr. 1-3.

Per l’espansione e la sicurezza commerciale ateniesi era essenziale il possesso di Salamina, l’isola antistante Atene, ma la lunga contesa con Mégara era costata la perdita dell’isola. Il prezzo della guerra era stato tale che, secondo Plutarco, gli Ateniesi decretarono che nessuno osasse più incitare alla riconquista di Salamina. Allora Solone, fingendosi pazzo, si sarebbe precipitato nell’agorà, declamando l’elegia più tardi denominata Σαλαμίς, di cui possediamo alcuni versi (e in particolare, verisimilmente, il distico iniziale e quello conclusivo), citati dallo stesso Plutarco e da Diogene Laerzio. Eccitati dalla recitazione del componimento gli Ateniesi avrebbero abrogato la legge e affidato a Solone la guida della nuova spedizione contro Mégara. L’aneddoto della pazzia suona fantastico, come pure il particolare per cui Solone avrebbe indossato il tipico berretto degli araldi: sarà stato piuttosto l’attacco del componimento (con la metaforica assimilazione a un araldo) a offrire lo spunto al racconto. E a maggior ragione si potrà dubitare che il contesto dell’esecuzione fosse rappresentato dalla piazza pubblica e non già, come di consueto, dal simposio svolto con i compagni di eteria: l’assunzione del ruolo di κῆρυξ ben si inserisce nella prassi di attribuire occasionalmente alla voce che dice «io» il ruolo di un personaggio fittizio, al quale poteva anche appartenere (come nel caso di Archiloco, fr. 109 W. ‹ὦ› λιπερνῆτες πολῖται, τἀμὰ δὴ συνίετε / ῥήματα «o vagabondi concittadini, ascoltate bene le mie / parole», o di Ipponatte, fr. 1  ὦ Κλαζομένοιοι, Βούπαλος κατέκτεινε, «O gente di Clazòmene, Bupalo è l’assassino…») l’ulteriore finzione, o “sceneggiatura”, di ricreare come proprio uditorio la collettività cittadina (cfr. Vetta, XVI-XXI, che tuttavia considera questa elegia come l’unico caso di componimento soloniano «che va collocato fuori dalla norma simposiale»). Analogo doveva essere il caso dell’elegia che, secondo Diogene Laerzio (I 49), Solone avrebbe declamato replicando alle accuse della Bulḗ che, essendo composta da seguaci di Pisistrato, lo aveva accusato di essere pazzo dopo che egli si era precipitato nel mezzo dell’assemblea cittadina armato di lancia e di scudo e aveva attaccato Pisistrato.

«Molto elegantemente composti (χαριέντως πάνυ πεποιημένον)» erano giudicati i versi di questo carme da Plutarco. Nei pochi distici superstiti si riconosce un piglio inventivo e risoluto. L’enfasi sul soggetto (con αὐτὸς iniziale), la drammatizzazione mimetica della figura dell’araldo, l’augurio sarcastico di essere un ignoto isolano, l’inserzione del discorso diretto con il brillante composto Σαλαμιναφέτης, infine l’esortazione conclusiva di tipo tirtaico mostrano una larga varietà di registri e di soluzioni espressive, con un aggancio efficace all’occasione e allo scopo del carme.

 

Fonti: Plut. Sol. 8, 1-3 (= vv. 1-2); Diog. Laert. I 47 (= vv. 3-6; 7-8).

 

Metro: distici elegiaci.

 

αὐτὸς κῆρυξ ἦλθον ἀφ᾽ ἱμερτῆς Σαλαμῖνος,

κόσμον ἐπέων ᾠδὴν ἀντ᾽ ἀγορῆς θέμενος.

…………………………………………….

εἴην δὴ τότ᾽ ἐγὼ Φολεγάνδριος ἢ Σικινήτης

ἀντί γ᾽ Ἀθηναίου, πατρίδ᾽ ἀμειψάμενος·

αἶψα γὰρ ἂν φάτις ἥδε μετ᾽ ἀνθρώποισι γένοιτο·

Ἀττικὸς οὗτος ἀνὴρ τῶν Σαλαμιναφετῶν.

……………………………………………

ἴομεν εἰς Σαλαμῖνα, μαχησόμενοι περὶ νήσου

ἱμερτῆς, χαλεπόν τ᾽ αἶσχος ἀπωσόμενοι.

 

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

 

Proprio io sono venuto come araldo dall’amabile Salamina,

componendo un canto, struttura di parole, invece che un discorso.

***

Che io fossi allora uno di Folegandro o di Sicino,

anziché un Ateniese, cambiandomi la patria;

subito infatti si diffonderebbe fra la gente questa diceria:

“costui è un Attico, di quelli che abbandonarono Salamina”.

***

Su, andiamo a Salamina, a combattere per un’isola

amabile e a scuoterci di dosso la dura onta.

 

 

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Il decreto di Cremonide

Syll.3  434/5 = IG II3 1 912 = IG II² 686-687 = SEG 33, 112 = SEG 41, 52

Attica, Acropoli di Atene, 269/268 a.C. ca.

Riproduzione di un frammento (rr. 58-79) del 'Decreto di Cremonide'. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall'Acropoli di Atene.

Calco cartaceo di un frammento (rr. 58-79) del ‘Decreto di Cremonide‘. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall’Acropoli di Atene.

 

Benché non si tratti del voto di una dichiarazione di guerra, di fatto, questo decreto sancì l’inizio della guerra che prese il nome dal suo proponente: la Guerra Cremonidea (267–261 a.C.). Obiettivo dell’alleanza era contrastare Antigono II Gonata, re di Macedonia, il quale – assimilato qui ai Persiani del v secolo a.C. – fin dalla sua salita al trono nel 277/6 a.C., intendeva estendere la propria influenza e la propria egemonia nei territori ellenici. Colui che promosse vivamente e, forse, istigò la cooperazione militare fra due storiche rivali, quali erano Atene e Sparta, fu certamente Tolomeo II Filadelfo, la cui influenza sui Greci stava scemando in maniera inversamente proporzionale all’aumentare di quella di Antigono. Questa alleanza si rivelò oltremodo disastrosa sia per gli Spartani, che vennero sconfitti e persero il loro re, Areo, in una battaglia campale nei pressi di Corinto, che costò la vita a re Areo, sia per gli Ateniesi se la cavarono bene, che si videro costretti a capitolare dinanzi ad Antigono nel 261/0 a.C., dopo un assedio, che l’ammiraglio egiziano Patroclo non era riuscito a rompere. Tolomeo, addirittura, perse completamente il controllo del Mar Egeo, dopo aver incassato una sconfitta navale ad opera della flotta macedone.

 

  1. fr. a

Θ                           ε                           ο                            [ί].

ἐπὶ Πειθιδήμου ἄρχοντος ἐπὶ τῆς Ἐρεχθεῖδος δευτέρας π-

[ρ]υτανείας·

Μεταγειτνιῶνος ἐνάτει ἱσταμένου, ἐνάτει τῆς πρυτανεί-

ας· ἐκκλησία κυρία· τῶν προέδρων ἐπεψήφιζεν Σώστρατος Κ-

αλλιστράτου Ἐρχιεὺς καὶ συμπρόεδροι· vvv ἔδοξεν τῶι δή-

μωι· vvv Χρεμωνίδης  Ἐτεοκλέους Αἰθαλίδης εἶπεν· ἐπειδὴ

πρότερον μὲν Ἀθηναῖοι καὶ Λακεδαιμόνιοι καὶ οἱ σύμμαχ-

οι οἱ ἑκατέρων φιλίαν καὶ συμμαχίαν κοινὴν ποιησάμενο-

ι πρὸς ἑαυτοὺς πολλοὺς καὶ καλοὺς ἀγῶνας ἠγωνίσαντο με-

τ’ ἀλλήλων πρὸς τοὺς καταδουλοῦσθαι τὰς πόλεις ἐπιχειρ-

οῦντας, ἐξ ὧν ἑαυτοῖς τε δόξαν ἐκτήσαντο καὶ τοῖς ἄλλ[ο]ις

Ἕλλησιν παρεσκεύασαν τὴν ἐλευθερίαν· καὶ νῦν δὲ κ[α]ιρῶν

καθειληφότων ὁμοίων τὴν Ἑλλάδα πᾶσαν διὰ το[ὺς κ]αταλύε-

ιν ἐπιχειροῦντας τούς τε νόμους καὶ τὰς πατρίους ἑκάστ-

οις πολιτείας ὅ τε βασιλεὺς Πτολεμαῖος ἀκολούθως τεῖ τ-

ῶν προγόνων καὶ τεῖ τῆς ἀδελφῆς προ[α]ιρέσει φανερός ἐστ-

ιν σπουδάζων ὑπὲρ τῆς κοινῆς τ[ῶν] Ἑλλήνων ἐλευθερίας· κ̣α̣ὶ

ὁ δῆμος ὁ Ἀθηναίων συμμαχίαν ποιησάμενος πρὸς αὐτὸν καὶ

τοὺς λοιποὺς Ἕλληνας ἐψήφισται παρακαλεῖν ἐπὶ τὴν αὐτὴ-

ν προαίρεσιν· ὡσαύτως δὲ καὶ Λακεδαιμόνιοι φίλοι καὶ σύμ-

μαχοι τοῦ βασιλέως ὄντες Πτολεμαίου καὶ πρὸς τὸν δῆμον τ-

ὸν Ἀθηναίων εἰσὶν ἐψηφισμένοι συμμαχίαν μετά τε Ἠλείων

καὶ Ἀχαιῶν καὶ Τεγεατῶν καὶ Μαντινέων καὶ Ὀρχομενίων κα-

ὶ Φια[λέων] καὶ Καφυέων καὶ Κρηταέων ὅσοι εἰσὶν ἐν τεῖ συμμ-

[αχίαι τ]εῖ Λακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχω-

[ν καὶ] πρέσβεις ἀπὸ τῶν συνέδρων ἀπεστάλκασιν πρὸς τὸν δῆ-

[μον] καὶ οἱ παραγεγονότες παρ’ αὐτῶν ἐμφανίζουσιν τήν τε Λ-

ακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχων φιλοτιμί-

αν, ἣν ἔχουσιν πρὸς τὸν δῆμον, καὶ τὴν περὶ τῆς συμμαχίας ὁμολ-

ογίαν ἥκουσι κομίζοντες· ὅπως ἂν οὖν κοινῆς ὁμονοίας γενομ-

ένης τοῖς Ἕλλησι πρός τε τοὺς νῦν ἠδικηκότας καὶ παρεσπον-

δηκότας τὰς πόλεις πρόθυμοι μετὰ τοῦ βασιλέως Πτολεμαίου

καὶ μετ’ ἀλλήλων ὑπάρχωσιν ἀγωνισταὶ καὶ τὸ λοιπὸν μεθ’ ὁμον-

οίας σώιζωσιν τὰς πόλεις· vvvv ἀγαθῆι τύχει δεδόχθαι τῶ[ι δ]-

ήμωι τὴμ μὲν φιλίαν καὶ τὴν συμμαχίαν εἶναι Ἀθηναίοις κ[αὶ]

Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς βασιλεῦσιν τοῖς Λακεδαιμον[ίων]

καὶ Ἠλείοις καὶ Ἀχαιοῖς καὶ Τεγεάταις καὶ Μαντινεῦσ[ιν κα]-

ὶ Ὀρχομενίοις καὶ Φιαλεῦσιν καὶ Καφυεῦσιν καὶ Κρητ[αεῦσι]-

ν ὅσοι ἐν τεῖ συμμαχίαι εἰσὶν τεῖ Λακεδαιμονίων κα[ὶ Ἀρέως]

καὶ τοῖς ἄλλοις συμμάχοις κυρίαν εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον, ἣν]

ἥκουσι κομίζοντες οἱ πρέσβεις· καὶ ἀναγράψα[ι αὐτὴν τὸν γρ]-

αμματέα τὸν κατὰ πρυτανείαν ἐν στήληι χαλκ[ῆι καὶ στῆσαι ἐ]-

ν ἀκροπόλει παρὰ τὸν νεὼ τῆς Ἀθηνᾶς τῆς Πο[λιάδος. ὀμόσαι δὲ]

[τὰ] ἀρχεῖα τοῖς πρέσβεσιν τοῖς παραγεγο[νόσιν παρ’ αὐτῶν τὸ]-

[ν ὅρκον τὸ]ν περὶ τῆς συμμαχίας κατὰ τὰ [πάτρια· v τοὺς δὲ κεχε]-

[ιρο]τον[ομένους] ὑπὸ τοῦ δήμου πρ[έσβ]ε[ις ἀποπέμψαι οἵτινες το]-

[ὺς ὅ]ρκους ἀπολ[ήψονται παρὰ] τ̣ῶ̣[ν λοιπῶν Ἑλλήνων vvv χειροτο]-

[ν]ῆσαι δὲ καὶ συνέδρους [δύο τὸν δῆμον αὐτίκα μάλα ἐξ Ἀθηναίω]-

ν ἁπάντων οἵτινες μετά τε Ἀρέω[ς καὶ τῶν ἀπὸ τῶν συμμάχων ἀ]-

[π]οστελλομένων συνέδρων βουλεύσοντ̣[αι περὶ τῶν κοινῆι συ]-

μφερόντων· μερίζειν δὲ τοῖς αἱρεθεῖσ[ιν τοὺς ἐπὶ τῆι διοικ]-

ήσει εἰς ἐφόδια οὗ ἂν χρόνου ἀποδημῶ[σιν ὅ τι ἂν διαχειροτο]-

νοῦντι δόξει τῶι δήμωι· ἐπαινέσαι δ[ὲ τοὺς ἐφόρους Λακεδαι]-

μονίων καὶ Ἀρέα καὶ τοὺς συμμάχους [καὶ στεφανῶσαι αὐτοὺς]

χρυσῶι στεφάνωι κατὰ τὸν νόμον· v ἐπ[αινέσαι δὲ καὶ τοὺς πρέσ]-

βεις τοὺς ἥκοντας παρ’ αὐτῶν v Θεομ[— — — — — Λακεδα]-

ιμόνιον vv Ἀργεῖον Κλεινίου Ἠλεῖο[ν v καὶ στεφανῶσαι ἑκάτ]-

ερον αὐτῶν χρυσῶι στεφάνωι κατὰ [τὸν νόμον φιλοτιμίας ἕνε]-

κα καὶ εὐνοίας ἧς ἔχουσιν περ[ί τε τοὺς ἄλλους συμμάχους κα]-

ὶ τὸν δῆμον τὸν Ἀθηναίων· εἶνα[ι δὲ ἑκατέρωι αὐτῶν καὶ ἄλλο ἀγ]-

αθὸν εὑρέσθαι παρὰ τῆς βουλ[ῆς καὶ τοῦ δήμου ἐάν του δοκῶσιν]

ἄξιοι εἶναι. καλέσαι δὲ αὐτ[οὺς ἐπὶ ξένια εἰς τὸ πρυτανεῖ]-

ον εἰς αὔριον. ἀναγράψαι δὲ [καὶ τόδε τὸ ψήφισμα τὸν γραμματέ]-

α τὸν κατὰ πρυτανείαν εἰστ[ήλην λιθίνην καὶ τὴν συνθήκην κα]-

ὶ στῆσαι ἐν ἀκροπόλει, εἰς [δὲ τὴν ἀναγραφὴν καὶ ἀνάθεσιν τ]-

ῆς στήλης μερίσαι τοὺς ἐπ[ὶ τῆι διοικήσει τὸ ἀνάλωμα ὃ ἂν γέν]-

ηται. vvv σύνεδροι οἵδε κ[εχειροτόνηνται]·

            vvvv Κάλλιππος Ἐλευσίν[ιος — — — — — — — — — — —]

vacat spatium unius versus

σπονδαὶ καὶ συμμαχία [Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς συμμάχοις το]-

ῖς Λακεδαιμονίων πρὸς [Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

αίων εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον. ἔχειν ἑκατέρους τὴν ἑαυτῶν ἐλευθέρ]-

ους ὄντας καὶ αὐτο[νόμους, πολιτείαν πολιτευομένους κατὰ]

τὰ πάτρια· ἐὰν δέ τ̣[ις ἴει ἐπὶ πολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Ἀθην]-

αίων ἢ τοὺς νόμο[υς καταλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμά]-

χους τοὺς Ἀθην[αίων, βοηθεῖν Λακεδαιμονίους καὶ τοὺς συμμάχ]-

[ο]υς τοὺς Λ[ακεδαιμονίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· ἐὰν δέ τ]-

ις ἴει ἐπὶ π[ολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Λακεδαιμονίων ἢ τοὺς]

νόμους κατ[αλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Λ]-

ακεδαιμ[ονίων, βοηθεῖν Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

[αίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· — — — — — — — — — — — — —]

lacuna

 

       2. fr. b-c.

․․․․․․․․․․․․26․․․․․․․․․․․․ηδ․․․․․․․․․20․․․․․․․․․

[․․․․․12․․․․․ Λακεδαιμονίου]ς καὶ τοὺς συμμάχους Ἀθηνα[ί]-

[οις καὶ τοῖς συμμάχοις· vv ὀμό]σαι δὲ Ἀθηναίους μὲν Λακεδαι-

[μονίοις καὶ τοῖς ἀπὸ ἑκάστης] πόλεως τοὺς στρατηγοὺς καὶ τ-

[ὴν βουλὴν τοὺς ΄Ν καὶ τοὺς ἄρ]χοντας καὶ φυλάρχους καὶ ταξι-

[άρχους καὶ ἱππάρχους· vv ὀμ]νύω Δία Γ[ῆ]ν Ἥλιον Ἄρη Ἀθηνὰν Ἀρε-

[ίαν Ποσειδῶ Δήμητραν· vv ἐ]μ[μ]ενεῖν ἐν τεῖ συμμαχίαι τεῖ γεγ-

[ενημένηι· εὐορκοῦσιν μὲν] πολλ[ὰ κἀ]γαθά, ἐπιορκοῦσι δὲ τἀνα-

[ντία· vv Λακεδαιμονίων δὲ] Ἀθη[να]ίοις ὀμόσαι κατὰ ταὐτὰ τοὺ-

[ς βασιλεῖς καὶ τοὺς ἐφόρο]υς [καὶ] τοὺς γέροντας· κατὰ ταὐτὰ δ-

[ὲ ὀμόσαι καὶ κατὰ τὰς ἄλλας] πόλεις τοὺς ἄρχοντας. vv ἐὰν δ-

[ὲ δοκῆι Λακεδαιμονίοις καὶ τ]οῖς συμμάχοις καὶ Ἀθηναίοις

[ἄμεινον εἶναι προσθεῖναί τι] καὶ ἀφελεῖν περὶ τῆς συμμαχί-

[ας ὃ ἂν δοκῆι ἀμφοτέροις, εὔο]ρκον εἶναι. ἀναγράψαι δὲ τὴν συ-

[νθήκην τὰς πόλεις ἐν στήλαι]ς καὶ στῆσαι ἐν ἱερῶι ὅπου ἂν βού-

[λωνται]·

 

Agli dèi. Sotto l’arcontato di Pitidemo, durante la seconda pritanìa della tribù di Eretteo. Nono giorno di Metagitnione, nono giorno della pritanìa. Al cospetto dell’Ecclesia sovrana, in seduta plenaria. Il presidente Sostrato, figlio di Callistrato, del demo di Erchia, e i colleghi pritani hanno messo ai voti (la mozione). Il Popolo ha votato a favore. Cremonide, figlio di Eteocle, del demo di Etalia ha proposto (il seguente decreto).

In passato, Ateniesi e Spartani e i loro rispettivi alleati, dopo aver concluso un’amicizia e un’alleanza comuni gli uni con gli altri, sostennero insieme numerose e nobili battaglie contro coloro che tentavano di sottomettere le città, battaglie dalle quali trassero per loro stessi fama (imperitura) e procurarono per gli altri Greci la libertà. Anche ora, dal momento che circostanze simili si sono impadronite di tutta la Grecia, a causa di quelli che intendono abrogare le leggi e le patrie istituzioni di ciascuna comunità, il re Tolemeo II, in conformità con la politica estera dei suoi antenati e di sua sorella (Arsinoe II), sostiene apertamente la comune libertà dei Greci. Il Popolo di Atene, per stipulare un’alleanza con lui, ha deciso di sollecitare gli altri Greci a perseguire la medesima politica. Allo stesso modo, anche gli Spartani, essendo amici e alleati di re Tolemeo, hanno votato la stipula di un’alleanza con il popolo di Atene, insieme con gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei, i Cretesi, e quanti sono nella lega degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, e hanno inviato degli ambasciatori dai rispettivi consigli al Popolo ateniese; e quelli presenti da parte loro hanno mostrato la stima che gli Spartani, Areo e gli alleati nutrono nei confronti del Popolo e hanno notificato che i Lacedemoni sono d’accordo a concludere un’alleanza. Affinché dunque ci sia una comunanza di pensiero fra i Greci contro quanti hanno offeso e tradito le città, violandone i patti, sono disposti ad essere, insieme a Tolemeo e agli altri, strenui combattenti che, in futuro, proteggeranno le città, grazie alla concordia. Pertanto, con buona sorte, è stato deliberato dal Popolo di Atene che l’amicizia e l’alleanza degli Ateniesi con gli Spartani, i loro re, gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei e i Cretesi, quanti sono nell’alleanza degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, siano valevoli per il tempo a venire – amicizia e alleanza che i loro ambasciatori hanno recato al Popolo. È stato decretato che il segretario della pritania faccia incidere questa disposizione su una stele di bronzo da apporre presso il tempio di Atena Poliade sull’Acropoli.

Si è deliberato poi che tutte le magistrature pronuncino un giuramento di fronte agli ambasciatori presenti secondo le tradizioni patrie, che quelli che saranno scelti ambasciatori vengano inviati per ricevere i giuramenti delle altre comunità elleniche. È stata votata l’immediata istruzione di due commissioni, composte da tutti gli Ateniesi, le quali, insieme ad Areo e ai commissari inviati dagli alleati, si consulti circa le questioni di comune vantaggio. Si è deciso che i deputati alla pubblica amministrazione assegnino ai commissari delle provvigioni congrue al periodo in cui saranno all’estero, nelle modalità e nei tempi stabiliti dal Popolo al momento della loro elezione. È stato deliberato di far pubblico elogio degli efori spartani, di Areo e degli alleati e di incoronarli con diademi d’oro, secondo la legge, e, inoltre, di tributare onore agli ambasciatori, che sono giunti, Teom(?) di Sparta […], Argeo, figlio di Clinia, da Elea […], e di conferire a ciascuno di loro una corona d’oro per la reverenza e la benevolenza dimostrata nei confronti degli altri alleati e del Popolo ateniese. Si è deciso, inoltre, di accordare a ciascuno di loro anche un altro beneficio, da parte della Bulé e dell’Ecclesia, ogni volta che li riterranno meritevoli, e che vengano invitati come ospiti al Pritaneo l’indomani. Si è stabilito che il segretario della pritanìa faccia incidere su una stele di pietra questo decreto e il trattato d’alleanza e lo faccia collocare sull’Acropoli; per l’iscrizione e l’erezione della stele gli amministratori finanziari distribuiranno le spese necessarie.

I commissari eletti con votazione: […] Callippo da Eleusi […].

[…]

Il trattato e l’alleanza tra gli Spartani e i loro alleati con gli Ateniesi e il loro alleati per il tempo a venire (prevedono) che ciascuno di loro, essendo libero e autonomo, possieda la propria costituzione, governandosi secondo le tradizioni patrie. Qualora mai qualcuno invadesse il territorio degli Ateniesi o tentasse di abolirne le leggi, o muovesse guerra ai loro alleati, gli Spartani e i loro alleati verranno in loro soccorso con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile. Qualora mai qualcuno entrasse con fare ostile nel territorio degli Spartani o cercasse di invalidarne le leggi, o facesse guerra ai loro alleati, gli Ateniesi e i loro alleati verranno in loro aiuto con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile […]. […] gli Spartani e gli alleati agli Ateniesi e agli alleati. (Il trattato e l’alleanza stabiliscono) che gli strateghi, i membri della Bulé dei 500, gli arconti, i filarchi, i tassiarchi e gli ipparchi di Atene pronuncino il seguente giuramento agli Spartani e ai rappresentanti di ogni città: «Io giuro in nome di Zeus, Gea, Helios, Ares, Atena Areia, Poseidone e Demetra […] che resterò fedele alla presente alleanza. A coloro che giurano con animo sincero sia abbondanza di beni, mentre a coloro che giurano falsamente, siano gravi rovine». (È previsto) che giurino secondo la medesima formula i re, gli efori e i geronti degli Spartani nei confronti degli Ateniesi e gli arconti delle altre città […]. Qualora agli Spartani e agli alleati e agli Ateniesi appaia bene aggiungere o togliere qualcosa riguardante il trattato di alleanza, e che sembri bene a entrambi, sia ciò conforme al giuramento. (È stato deciso) che le città facciano incidere il trattato su steli e lo espongano nel santuario da loro scelto.

 

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Tarn W.W., The New Dating of the Chremonidean War, JHS 54 (1934), pp. 26-39.

Will É., Histoire politique du monde hellénistique 323-30 av. J.-C., Paris 2003, pp. 196-200.

 

“Cose che avvengono e avverranno sempre finché la natura umana sarà la stessa”

Tucidide, Le Storie, I, a cura di G. Donini, Torino 2005(2).

Pittore di Cleofrade. Scena di Ilioupérsis, sviluppo figurato sulla spalla. Pittura vascolare da una hydría (hydría Vivenzo) attica a figure rosse, inizi V sec. a.C., da Nola. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Pittore di Cleofrade. Scena di Ilioupérsis, sviluppo figurato sulla spalla. Pittura vascolare da una hydría (hydría Vivenzo) attica a figure rosse, inizi V sec. a.C., da Nola. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

[82] Οὕτως ὠμὴ ‹ἡ› στάσις προυχώρησε, καὶ ἔδοξε μᾶλλον, διότι ἐν τοῖς πρώτη ἐγένετο, ἐπεὶ ὕστερόν γε καὶ πᾶν ὡς εἰπεῖν τὸ Ἑλληνικὸν ἐκινήθη, διαφορῶν οὐσῶν ἑκασταχοῦ τοῖς τε τῶν δήμων προστάταις τοὺς Ἀθηναίους ἐπάγεσθαι καὶ τοῖς ὀλίγοις τοὺς Λακεδαιμονίους. καὶ ἐν μὲν εἰρήνῃ οὐκ ἂν ἐχόντων πρόφασιν οὐδ᾽ ἑτοίμων παρακαλεῖν αὐτούς, πολεμουμένων δὲ καὶ ξυμμαχίας ἅμα ἑκατέροις τῇ τῶν ἐναντίων κακώσει καὶ σφίσιν αὐτοῖς ἐκ τοῦ αὐτοῦ προσποιήσει ῥᾳδίως αἱ ἐπαγωγαὶ τοῖς νεωτερίζειν τι βουλομένοις ἐπορίζοντο. καὶ ἐπέπεσε πολλὰ καὶ χαλεπὰ κατὰ στάσιν ταῖς πόλεσι, γιγνόμενα μὲν καὶ αἰεὶ ἐσόμενα, ἕως ἂν ἡ αὐτὴ φύσις ἀνθρώπων ᾖ, μᾶλλον δὲ καὶ ἡσυχαίτερα καὶ τοῖς εἴδεσι διηλλαγμένα, ὡς ἂν ἕκασται αἱ μεταβολαὶ τῶν ξυντυχιῶν ἐφιστῶνται. ἐν μὲν γὰρ εἰρήνῃ καὶ ἀγαθοῖς πράγμασιν αἵ τε πόλεις καὶ οἱ ἰδιῶται ἀμείνους τὰς γνώμας ἔχουσι διὰ τὸ μὴ ἐς ἀκουσίους ἀνάγκας πίπτειν· ὁ δὲ πόλεμος ὑφελὼν τὴν εὐπορίαν τοῦ καθ᾽ ἡμέραν βίαιος διδάσκαλος καὶ πρὸς τὰ παρόντα τὰς ὀργὰς τῶν πολλῶν ὁμοιοῖ. ἐστασίαζέ τε οὖν τὰ τῶν πόλεων, καὶ τὰ ἐφυστερίζοντά που πύστει τῶν προγενομένων πολὺ ἐπέφερε τὴν ὑπερβολὴν τοῦ καινοῦσθαι τὰς διανοίας τῶν τ᾽ ἐπιχειρήσεων περιτεχνήσει καὶ τῶν τιμωριῶν ἀτοπίᾳ. καὶ τὴν εἰωθυῖαν ἀξίωσιν τῶν ὀνομάτων ἐς τὰ ἔργα ἀντήλλαξαν τῇ δικαιώσει. τόλμα μὲν γὰρ ἀλόγιστος ἀνδρεία φιλέταιρος ἐνομίσθη, μέλλησις δὲ προμηθὴς δειλία εὐπρεπής, τὸ δὲ σῶφρον τοῦ ἀνάνδρου πρόσχημα, καὶ τὸ πρὸς ἅπαν ξυνετὸν ἐπὶ πᾶν ἀργόν· τὸ δ᾽ ἐμπλήκτως ὀξὺ ἀνδρὸς μοίρᾳ προσετέθη, ἀσφαλείᾳ δὲ τὸ ἐπιβουλεύσασθαι ἀποτροπῆς πρόφασις εὔλογος. καὶ ὁ μὲν χαλεπαίνων πιστὸς αἰεί, ὁ δ᾽ ἀντιλέγων αὐτῷ ὕποπτος. ἐπιβουλεύσας δέ τις τυχὼν ξυνετὸς καὶ ὑπονοήσας ἔτι δεινότερος· προβουλεύσας δὲ ὅπως μηδὲν αὐτῶν δεήσει, τῆς τε ἑταιρίας διαλυτὴς καὶ τοὺς ἐναντίους ἐκπεπληγμένος. ἁπλῶς δὲ ὁ φθάσας τὸν μέλλοντα κακόν τι δρᾶν ἐπῃνεῖτο, καὶ ὁ ἐπικελεύσας τὸν μὴ διανοούμενον. καὶ μὴν καὶ τὸ ξυγγενὲς τοῦ ἑταιρικοῦ ἀλλοτριώτερον ἐγένετο διὰ τὸ ἑτοιμότερον εἶναι ἀπροφασίστως τολμᾶν· οὐ γὰρ μετὰ τῶν κειμένων νόμων ὠφελίας αἱ τοιαῦται ξύνοδοι, ἀλλὰ παρὰ τοὺς καθεστῶτας πλεονεξίᾳ. καὶ τὰς ἐς σφᾶς αὐτοὺς πίστεις οὐ τῷ θείῳ νόμῳ μᾶλλον ἐκρατύνοντο ἢ τῷ κοινῇ τι παρανομῆσαι. τά τε ἀπὸ τῶν ἐναντίων καλῶς λεγόμενα ἐνεδέχοντο ἔργων φυλακῇ, εἰ προύχοιεν, καὶ οὐ γενναιότητι. ἀντιτιμωρήσασθαί τέ τινα περὶ πλείονος ἦν ἢ αὐτὸν μὴ προπαθεῖν. καὶ ὅρκοι εἴ που ἄρα γένοιντο ξυναλλαγῆς, ἐν τῷ αὐτίκα πρὸς τὸ ἄπορον ἑκατέρῳ διδόμενοι ἴσχυον οὐκ ἐχόντων ἄλλοθεν δύναμιν· ἐν δὲ τῷ παρατυχόντι ὁ φθάσας θαρσῆσαι, εἰ ἴδοι ἄφαρκτον, ἥδιον διὰ τὴν πίστιν ἐτιμωρεῖτο ἢ ἀπὸ τοῦ προφανοῦς, καὶ τό τε ἀσφαλὲς ἐλογίζετο καὶ ὅτι ἀπάτῃ περιγενόμενος ξυνέσεως ἀγώνισμα προσελάμβανεν. ῥᾷον δ᾽ οἱ πολλοὶ κακοῦργοι ὄντες δεξιοὶ κέκληνται ἢ ἀμαθεῖς ἀγαθοί, καὶ τῷ μὲν αἰσχύνονται, ἐπὶ δὲ τῷ ἀγάλλονται. πάντων δ᾽ αὐτῶν αἴτιον ἀρχὴ ἡ διὰ πλεονεξίαν καὶ φιλοτιμίαν· ἐκ δ᾽ αὐτῶν καὶ ἐς τὸ φιλονικεῖν καθισταμένων τὸ πρόθυμον. οἱ γὰρ ἐν ταῖς πόλεσι προστάντες μετὰ ὀνόματος ἑκάτεροι εὐπρεποῦς, πλήθους τε ἰσονομίας πολιτικῆς καὶ ἀριστοκρατίας σώφρονος προτιμήσει, τὰ μὲν κοινὰ λόγῳ θεραπεύοντες ἆθλα ἐποιοῦντο, παντὶ δὲ τρόπῳ ἀγωνιζόμενοι ἀλλήλων περιγίγνεσθαι ἐτόλμησάν τε τὰ δεινότατα ἐπεξῇσάν τε τὰς τιμωρίας ἔτι μείζους, οὐ μέχρι τοῦ δικαίου καὶ τῇ πόλει ξυμφόρου προτιθέντες, ἐς δὲ τὸ ἑκατέροις που αἰεὶ ἡδονὴν ἔχον ὁρίζοντες, καὶ ἢ μετὰ ψήφου ἀδίκου καταγνώσεως ἢ χειρὶ κτώμενοι τὸ κρατεῖν ἑτοῖμοι ἦσαν τὴν αὐτίκα φιλονικίαν ἐκπιμπλάναι. ὥστε εὐσεβείᾳ μὲν οὐδέτεροι ἐνόμιζον, εὐπρεπείᾳ δὲ λόγου οἷς ξυμβαίη ἐπιφθόνως τι διαπράξασθαι, ἄμεινον ἤκουον. τὰ δὲ μέσα τῶν πολιτῶν ὑπ᾽ ἀμφοτέρων ἢ ὅτι οὐ ξυνηγωνίζοντο ἢ φθόνῳ τοῦ περιεῖναι διεφθείροντο.

[83] Οὕτω πᾶσα ἰδέα κατέστη κακοτροπίας διὰ τὰς στάσεις τῷ Ἑλληνικῷ, καὶ τὸ εὔηθες, οὗ τὸ γενναῖον πλεῖστον μετέχει, καταγελασθὲν ἠφανίσθη, τὸ δὲ ἀντιτετάχθαι ἀλλήλοις τῇ γνώμῃ ἀπίστως ἐπὶ πολὺ διήνεγκεν· οὐ γὰρ ἦν ὁ διαλύσων οὔτε λόγος ἐχυρὸς οὔτε ὅρκος φοβερός, κρείσσους δὲ ὄντες ἅπαντες λογισμῷ ἐς τὸ ἀνέλπιστον τοῦ βεβαίου μὴ παθεῖν μᾶλλον προυσκόπουν ἢ πιστεῦσαι ἐδύναντο. καὶ οἱ φαυλότεροι γνώμην ὡς τὰ πλείω περιεγίγνοντο· τῷ γὰρ δεδιέναι τό τε αὑτῶν ἐνδεὲς καὶ τὸ τῶν ἐναντίων ξυνετόν, μὴ λόγοις τε ἥσσους ὦσι καὶ ἐκ τοῦ πολυτρόπου αὐτῶν τῆς γνώμης φθάσωσι προεπιβουλευόμενοι, τολμηρῶς πρὸς τὰ ἔργα ἐχώρουν. οἱ δὲ καταφρονοῦντες κἂν προαισθέσθαι καὶ ἔργῳ οὐδὲν σφᾶς δεῖν λαμβάνειν ἃ γνώμῃ ἔξεστιν, ἄφαρκτοι μᾶλλον διεφθείροντο.

 

Pittore Eufronio. Achille uccide Troilo. Pitture vascolari su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C.

Pittore Eufronio. Achille uccide Troilo. Pitture vascolari su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C.

 

[82] Così selvaggia diventò la lotta civile, e sembrò esserlo ancor di più, poiché fu una delle prime: più tardi infatti tutto il mondo greco, per così dire, fu sconvolto, e quando vi erano delle discordie, ogni volta era possibile ai capi dei democratici chiamare gli Ateniesi, e agli oligarchi i Lacedemoni. In tempo di pace non avrebbero avuto il pretesto, e non avrebbero osato chiamarli, ma quando le due parti erano in guerra e ciascuna aveva a sua disposizione un’alleanza per danneggiare gli avversari e per aumentare nello stesso tempo la propria forza, facilmente si otteneva che fossero inviate truppe in aiuto di coloro che volevano creare qualche rivolgimento politico. E molte calamità dolorose afflissero le città a causa della lotta civile, cose che avvengono e avverranno sempre finché la natura degli uomini sarà la stessa, ma più atroci o più miti, e diverse nelle loro manifestazioni, secondo ogni cambiamento delle circostanze che si presenta. In tempo di pace e nella prosperità le città e gli individui hanno sentimenti migliori, perché non incorrono in costrizioni che avvengono contro la libera volontà: ma la guerra, togliendo le comodità della vita quotidiana, è un maestro che ama la violenza, e rende gli umori della maggior parte degli uomini conformi alle circostanze. Dunque le città erano divise dalle fazioni, e quelle città che nei vari luoghi giunsero più tardi a tale stadio, grazie alle notizie che avevano ricevuto sulle lotte già avvenute si spingevano molto più avanti nell’originalità dei piani, con la scaltrezza degli attacchi e la spietatezza ricercata delle rappresaglie. E gli uomini cambiarono il significato abituale delle parole in rapporto ai fatti secondo il modo in cui ritenevano d’interpretarle. L’audacia irragionevole fu ritenuta coraggio pieno di fedeltà verso i compagni politici, l’esitazione prudente divenne viltà con una bella apparenza, la moderazione, il manto che copriva la codardia, e l’intelligenza in ogni cosa, ignavia sistematica, l’ardore folle fu aggiunto alle caratteristiche virili, e il riflettere attentamente ai fini della sicurezza fu considerato un pretesto ragionevole per rifiutarsi di agire. Chi era adirato godeva sempre di fiducia, e chi lo contraddiceva era sospettato. Se uno preparava insidie e aveva successo era intelligente, e se lo sospettava era ancor più abile, ma se prendeva prima delle misure perché non vi fosse bisogno di tali trame, era un distruttore della sua fazione politica e uno che si lasciava spaventare dai nemici. In poche parole, colui che preveniva chi stava per far del male era lodato, come lo era colui che incoraggiava a far del male chi non ne aveva l’intenzione. Invero, il legame di parentela divenne più estraneo di quello di un’associazione politica, per il fatto che chi vi apparteneva era più pronto ad esser audace senza impacci. Tali associazioni infatti non venivano costituite in conformità con le leggi stabilite e avendo come scopo l’utilità, ma in violazione di quelle che esistevano e per cupidigia. E si confermavano le reciproche garanzie non tanto con la legge divina quanto con la complicità nelle trasgressioni. Quanto alle proposte espresse onestamente con le parole dagli avversari, venivano accettate con precauzioni fondate sui fatti, se si era superiori, e non per nobiltà d’animo. E vendicarsi su qualcuno era più importante che non subire per primo un’offesa. Se mai si facevano giuramenti per sancire una riconciliazione, questi, prestati da ciascuna delle due parti per far fronte a una situazione difficile, al momento avevano validità, perché non c’era nessun’altra forza a disposizione degli uni e degli altri: ma quando si presentava l’occasione, il primo a prendere coraggio, se vedeva il nemico indifeso, provava maggior piacere a vendicarsi, per via dell’assicurazione fornita dal giuramento, che se lo avesse fatto apertamente: calcolava sia la sicurezza, sia il fatto che, avendo la meglio grazie all’inganno, acquistava anche in premio la fama d’intelligenza. Gli uomini per la maggiore si lasciano più facilmente chiamare abili se sono mascalzoni che stupidi se sono onesti, e di questo si vergognano, mentre di quello si vantano. La causa di tutto ciò era il potere perseguito da cupidigia e ambizione: da queste veniva anche l’ardore quando tra le parti scoppiava la rivalità. Infatti quelli che nelle città capeggiavano le fazioni, ciascuno servendosi di nomi di apparenza onesta, dicendo di preferire l’eguaglianza di diritti politici per il popolo o l’aristocrazia piena di moderazione, benché a parole curassero gli interessi delle comunità, li consideravano il premio delle loro contese; e lottando in tutti i modi per sopraffarsi a vicenda osarono commettere le più grandi atrocità e spinsero le loro vendette fino a una crudeltà ancor maggiore: non le infliggevano restando nei limiti della giustizia o dell’interesse della città, ma le decidevano in conformità con ciò che di volta in volta faceva piacere a ciascuna delle due parti; e con una condanna espressa attraverso un voto ingiusto, o cercando di impadronirsi del potere con la forza erano pronti a soddisfare la loro brama immediata di superare i nemici. Così nessuna delle due parti si comportava secondo principi morali, ma con la bella apparenza dei motivi addotti coloro che riuscivano a compiere qualche misfatto odioso godevano di fama migliore. I cittadini che stavano in una posizione intermedia venivano messi a morte dalle due parti, o perché non le aiutavano nella loro lotta, o per invidia della loro sopravvivenza.

[83] Così nel mondo greco si affermò ogni forma di perversità per via delle lotte civili, e la semplicità, che consiste soprattutto nella nobiltà d’animo, fu derisa fino a sparire, mentre lo schierarsi gli uni contro gli altri con animo diffidente prevalse di gran lunga. Non esistevano infatti per riconciliarli né parole che dessero sufficiente affidamento, né giuramenti abbastanza temibili: invece tutti, quando erano i più forti, calcolando che non vi era speranza di garanzie sicure, tendevano a prendere misure contro possibili attacchi più che a trovare il modo di fidarsi. Quelli che erano d’ingegno mediocre per lo più avevano la meglio: per paura delle proprie deficienze e dell’intelligenza degli avversari, temendo di esser vinti nei dibattiti e di esporsi per primi a un attacco per la mente astuta dei nemici, passavano audacemente all’azione. Quelli, invece, che disprezzando gli avversari pensavano che si sarebbero accorti in tempo del loro attacco, e che non ci fosse nessun bisogno di procurarsi con l’azione ciò che era possibile ottenere con l’ingegno, erano indifesi e venivano soppressi più facilmente.

Thuc. III 82-83

Crizia, Teramene e il regime dei Trenta Tiranni

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 471 sgg.

Busto di Platone. Marmo, copia romana da un originale greco dell'ultimo quarto del IV secolo a.C. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Crizia, procugino di Platone, capo dei trenta costituenti, che vanno sotto il nome di Trenta Tiranni, è una figura di politico intellettuale. Come intellettuale, egli appartiene a tutti gli effetti alla storia della letteratura greca: è autore di poesie esametriche ed elegiache, di tragedie, di costituzioni (politeîai), queste ultime in versi e in prosa. È un personaggio, anche, di diversi dialoghi platonici. È ovvio che la testimonianza platonica va presa cum grano salis, perché contiene una libera rielaborazione delle situazioni. In ogni caso, le tematiche che Platone ricollega con personaggi storici che rende protagonisti, hanno caratteristiche che vanno tenute presenti in sede storica almeno nei loro termini generali. Non sarà forse tutto Crizia, ciò che Platone gli ascrive nei dialoghi, ma in qualche modo si respira il campo di interessi, lo stile, l’orientamento di Crizia. Sulla ricostruzione del personaggio grava un enigma di fondo: la famosa accusa sul tentativo che egli avrebbe compiuto di instaurare la democrazia in Tessaglia, armando i penesti[1]. Ed è l’unico tratto che sembra configurare una posizione democratica estrema del personaggio; ma i suoi inizi lo avvicinano ad Alcibiade, in una familiarità molto stretta. Ed in ogni caso va tenuta presente la realtà ateniese da cui proviene. Certamente nell’ultima fase, nel periodo dei Trenta, Crizia matura una posizione filo-laconica al cento per cento, fino ad ipotizzare una riduzione di Atene nei termini politici di Sparta. Alcuni elementi mostrano però la complessità del personaggio. La realtà ateniese era così nuova, così grande, che anche gli avversari della democrazia, per filo-spartani che fossero, ne erano fortemente condizionati. Cimone aveva forte ammirazione per Sparta, eppure rimase nella democrazia. Via via, questa ammirazione per Sparta condusse personaggi di questo stampo fino a una rottura con la tradizione: ed è il caso di Crizia.

La sua prima elegia parla, secondo un’ottica tipicamente greca, dei luoghi dove sono nate certe invenzioni; le città vengono caratterizzate dal punto di vista storico-culturale. E allora è richiamato il gioco del còttabo, siciliano; i bei sedili sono invenzioni dei Tessali; famosi i letti di Mileto e di Chio; famose le coppe dorate e i bronzi dei Tirreni; famosi i Fenici per l’invenzione dell’alfabeto, Tebe per il carro; i Cari hanno inventato le navi da carico; infine, Atene ha creato il tornio, è dunque la città della ceramica. L’elemento artigianale è perciò quello per cui si caratterizza Atene, e le parole di Crizia suonano ossequio a una civiltà di tipo artigianale-urbano; non alla democrazia, ma certo a una città in cui la forma politica democratica è maturata proprio a ridosso del grande sviluppo delle attività artigianali.

Ci sono insomma in Crizia elementi della cultura dell’ambiente ateniese, che finiscono per condizionare anche chi, nell’esito storico finale, agisce come nemico di quella democrazia. Un’elegia è dedicata ad Alcibiade, quanto basta per indicare la familiarità dei rapporti tra i due. Forti erano dunque i nessi tra i due allievi di Socrate; e sulla condanna del filosofo pesò notoriamente il fatto che dalla sua scuola fossero usciti personaggi come Alcibiade e Crizia. Un frammento delle Costituzioni in versi riguarda Sparta e il modo di bere a Sparta: qui il simposio è contenuto in forme di gioia temperata, senza eccessi. Ma è soltanto uno dei casi in cui Crizia si trova ad elogiare Sparta. Le Costituzioni, che gli vengono attribuite, riguardano Atene e la Tessaglia, oltre che Sparta stessa. Egli elogia il comportamento severo e guardingo degli Spartani verso gli iloti[2]. Nel discorso che egli tiene alla boulḗ contro Teramene, la costituzione degli Spartani è definita come kallístē politeía, «la più bella delle costituzioni»; a Sparta c’è un’assoluta compattezza di comportamento all’interno del governo: quel che è approvato dalla maggioranza degli efori, è eseguito anche dalla minoranza (una regola che, ad Atene, Teramene finirà con il violare, ricorrendo a strumenti che nella democrazia sono consentiti, cioè il biasimare e l’opporsi)[3].

Teramene, che aveva contribuito all’instaurazione del nuovo regime prima e dopo la sconfitta, ne divenne presto vittima, non volendo avallarne tutti gli eccessi. Spogliato dei diritti politici e sottoposto a processo di fronte alla boulḗ, fece un’autodifesa tanto appassionata quanto inutile […]. Nella sua apologia, Teramene definisce in termini negativi la sua posizione come contraria agli estremismi nei confronti dei quali si colloca al centro: «Non sono mai stato con i dēmotikoí, o con i tyrannikoí, non sono mai stato contro i kaloí kaì agathoí (i galantuomini)»[4]. La rappresentazione che Aristotele dà della situazione politica ateniese al cap. 34 della Costituzione degli Ateniesi, quando parla di tre partiti, se pur non rende completa giustizia alle posizioni particolari, è perciò grande intuizione storica. Non c’è più la rigidità dei fronti, non c’è più il bipartitismo del pieno V secolo. Prima i contrasti (Plutarco, Pericle 11, 3) erano «venature del metallo», poi con Pericle erano divenuti «tagli profondissimi» all’interno di Atene; ora invece non c’è più l’opposizione frontale, il che cambia qualitativamente tutte le posizioni politiche. Teramene giustifica la sua posizione politica nelle vicende del 411, quando, come abbiamo visto, si era guadagnato il soprannome di «coturno». La costituzione dei Quattrocento Teramene l’aveva certo promossa, ma egli dice che l’aveva voluta proprio il popolo, per accattivarsi gli Spartani, meglio disposti a far pace con un governo oligarchico; e per questo Teramene non se ne fa carico. Nel 404 Teramene era stato il protagonista delle trattative di pace tra Atene e Sparta, ed anche allora con comportamenti che avevano avuto sempre qualcosa di ambiguo: raggiunti gli Spartani, restò presso di loro per tre mesi, pur senza avere la posizione di ambasciatore plenipotenziario; riuscì ad ottenerla dopo, quando trattò la pace, approvata dagli Ateniesi in un clima di paura e sfiducia. Poco dopo lo troviamo con i Trenta; impressionante il suo dibattito con Crizia, e il tentativo di rifugiarsi presso la eschára del bouleutḗrion (l’altare centrale della sede del consiglio), per sottrarsi alla condanna. Ma, nonostante il suo discorso faccia un’impressione positiva sui buleuti, nessuno muove un dito per lui, e soprattutto Crizia conta sull’effetto intimidatorio dei giovani che assistono con i pugnali sotto le ascelle; sembra una scena d’epoca repubblicana romana e dà invece solo l’idea del turbamento politico in corso ad Atene.

Diodoro (XIV 5) fa intervenire in suo aiuto Socrate, di cui – egli dice – Teramene era discepolo. Nelle genealogie culturali, non c’è limite alla fantasia degli antichi: Teramene sarebbe stato anche il maestro di Isocrate[5]. Si creerebbe così una linea genealogica Socrate-Teramene-Isocrate, interessante per ciò che ciascuno rappresenta in filosofia, politica, retorica; interessante anche per le assimilazioni che questa ideale genealogia istituisce, in primo luogo per il problema di Socrate e la posizione mediana, centrista, che a conti fatti si individua in lui. Del resto, per Isocrate e la sua scuola, democrazia e pátrios politeía finiscono con l’identificarsi. Quelle che erano le tre posizioni politiche vigenti ad Atene dal 404, secondo lo schema aristotelico, finiscono col dar luogo a una sostanziale ricomposizione; sicché, nel corso del IV secolo, si ha una convergenza di fatto delle posizioni che si riconducono all’idea di pátrios politeía, e persino certe istanze di parte oligarchica possono figurare sotto il connotato della democrazia. La pátrios politeía non riuscirà a diventare il nuovo modello politico; formalmente sarà la democrazia, infatti, a vincere, ma essa si adatterà (e qui si completa il processo di ricomposizione) ad assorbire tante istanze della pátrios politeía, e in tanto essa non sarà contrastata, in quanto sarà trasformata. Il processo, anche sul piano lessicale, è chiaro, se seguiamo con attenzione la storia della parola dēmokratía, che nel IV secolo si avvia a significare di nuovo «forma libera, repubblicana», a recuperare cioè quel significato generico di opposizione alla tirannide e alla monarchia, che però non oblitera mai in assoluto la possibilità di un significato più specifico[6].

Trasibulo, che nel 403 restaura la democrazia ad Atene, ha parecchi punti di merito verso il regime democratico: lo troviamo nel 411 a Samo, fra i protagonisti di quello scisma democratico, che ha avuto forti conseguenze, mentre Teramene regge, fino a un certo punto, il gioco dei Quattrocento. Nel 404 Trasibulo è esule; è fra i “grandi esuli”, che Teramene ricorda nel suo discorso di replica a Crizia, quando dice ai Trenta: «I veri traditori sono coloro che hanno fatto in modo che lasciassero la città personaggi come Trasibulo, Anito e Alcibiade[7]». Alcibiade viene ricordato una volta sola: la seconda volta Teramene parla soltanto di Trasibulo e di Anito; è possibile che questo significhi che, nel momento in cui Teramene fa il suo discorso, Alcibiade fosse già stato ucciso. La carriera di Teramene presenta mutamenti e ambiguità, che sono in molti personaggi dell’epoca. È soprattutto in ambienti oligarchici che insorge l’immagine del traditore, del «coturno», della banderuola; all’interno di quel gruppo, egli non ha rispettato le regole della solidarietà; ha consentito sempre e solo fino a un punto e, quando ha dissentito, lo ha fatto con cambiamenti di rotta, che hanno lasciato del tutto scoperti i suoi malaugurati compagni di viaggio. Bisogna riconoscergli, però, sul piano teorico, una fondamentale coerenza: ed è nel senso della pátrios politeía.

All’epoca corrono del resto diversi progetti di riforma del corpo civico. Uno è appunto quello di Teramene, che accetta, nel 411, il numero orientativo di 5000 cittadini, ma in realtà inclina verso una costituzione “oplitica”, cioè una costituzione in cui i pieni diritti siano nelle mani degli opliti (e cavalieri): restano esclusi i teti, quelli della cosiddetta democrazia marinara: teti nella funzione sociale, marinai nella funzione militare[8]. È una fortissima limitazione, anche se non persegue il numerus clausus come condizione; infatti, è solo un criterio orientativo. La posizione di Crizia può definirsi oplitica in senso stretto, anzi strettissimo, tanto è vero che neanche comprende tutti gli opliti; un grosso ruolo qui sembrano averlo i cavalieri, che si aggirano attorno ai 1000[9]. È una posizione estrema: 300, forse 4000, che sono meno dei 9000 che, largheggiando, costituiscono il corpo degli opliti di Teramene. Formisio è uno degli esuli rientrati dal Pireo. Anch’egli è un riformatore, in senso riduttivo, del corpo civico: la cittadinanza non spetta a tutti, bensì solo a coloro che posseggono terra in Attica[10]. Se fosse stato approvato il suo decreto, ben 5000 degli Ateniesi sarebbero stati privati dei diritti politici, forse su 30000 (alcuni studiosi sospettano dati più bassi, tenuto conto delle perdite di guerra). Il criterio di Formisio è diverso da quello di Teramene e di Crizia, è dichiaratamente economico, sembra più largo di quello puramente oplitico, e comporta un’esclusione abbastanza limitata.

Neanche questo progetto passerà. Di fatto, la democrazia restaurata di Trasibulo, da Archino, da Anito, si presenta formalmente come un ritorno alla vecchia costituzione. In realtà molte cose cambiano. Ci sono modifiche nei meccanismi legislativi di controllo, oltre che cambiamenti nella distribuzione della ricchezza, che finiscono con l’assorbire le istanze di cui si erano fatti portatori altri gruppi politici. Ma i progetti pullulano, ed è un brulichio di posizioni, da Formisio ad Anito, a Clitofonte, a Teramene, personaggi tutti di quel gruppo che viene ricordato da Aristotele come il campo dei fautori della pátrios politeía. Si vede come ciò che dice Aristotele sia vero in senso lato e non vero per quanto riguarda le differenze. È un raggruppamento politico, con molte sfumature al suo interno. Clitofonte è un personaggio poco noto, però personaggio di dialoghi platonici (ce n’è uno intitolato a lui; egli compare anche nella Repubblica in connessione con il sofista Trasimaco). Clitofonte è, nel 411, l’autore di un emendamento famoso al decreto di Pitodoro, che nel 411 istituiva una commissione di 30 probuli (completando così la vecchia commissione di 10), sopra i quarant’anni, che dovevano redigere una costituzione. Sono trenta costituenti per la salvezza della città. Veniva consentito, a chiunque lo volesse, proporre integrazioni, perché da tutto si scegliesse il “meglio” politico. Clitofonte fa un emendamento, nella forma tipica per i decreti conservati in epigrafi: «Il resto, come lo ha detto Pitodoro; poi bisogna in aggiunta cercare delle leggi patrie, che Clistene pose quando istituì la democrazia, perché sentite queste decidessero per il meglio, in quanto la costituzione di Clistene non era popolare, ma vicina a quella di Solone». Opera, in sostanza, l’idea di una cernita all’interno dei nómoi; bisognava scegliere quelli che, fra i più recenti, somigliavano maggiormente alla legislazione di Solone. La ricerca delle tradizioni ha dunque questo senso: ricercare e valorizzare le norme tradizionali che si sono conservate fino a un certo periodo (a esclusione della democrazia radicale di Efialte e di Pericle). Non si esclude tutta la vicenda della democrazia, ma solo una parte di essa, operando una cernita all’interno delle strutture costituzionali e legislative, in quanto le leggi sono concepite come un fascio che si è troppo ingrossato, e di cui solo il filo risalente alle fasi più lontane viene conservato (cfr. Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29, 3).

Nell’emendamento di Clitofonte si parla di pátrioi nómoi, cioè di «leggi patrie»; nel 404 si parlerà con certezza di pátrios politeía. C’è differenza? Alla lettera una gran differenza non c’è. Finley considera alcuni momenti della storia politica anglo-sassone e americana e il senso che ha in essa il richiamo alla “costituzione degli antenati”, cioè al valore costitutivo passato; la trasformazione politica non si può proporre, se non operando su modelli[11]. Qualcosa di più e di diverso bisogna dire però sul mondo greco. Certo, pátrioi nómoi non significa «leggi specifiche», di contro a una pátrios politeía che indicherebbe le «leggi di livello costituzionale». Per questo aspetto non si può distinguere; ma è tutto il contesto delle due esposizioni che va rimeditato. Noi vediamo che i pátrioi nómoi, nell’emendamento di Clitofonte, appaiono come un correttivo, un elemento accessorio, della proposta di Pitodoro di riformare la costituzione «per la salvezza» di Atene; di fronte a un’idea generale ancora indefinita, c’è la ricerca del “meglio” politico. In concreto, per Clitofonte si tratta di recuperare le leggi poste da Clistene quando istituì la democrazia, in quanto la sua costituzione viene sentita in ambienti oligarchici come non troppo popolare, ma alquanto vicina alla costituzione di Solone. Così si pensa di garantirsi nei confronti degli affezionati alla democrazia: si tutelano quelle leggi di origine lontana, che sono state accolte, fra altre, nel fascio delle leggi della democrazia.

Nel 411, quasi ad eliminare delle degenerazioni, venivano abrogati due istituti: la graphḗ paranómōn, e i misthoí, tranne poche eccezioni. La graphḗ paranómōn è la denuncia scritta di proposte che vanno contro le leggi. I misthoí, cioè le indennità, rappresentano l’apporto della democrazia periclea[12].

Nella storia dell’idea di pátrios politeía va comunque definita la funzione di Trasimaco. Clitofonte è collegato con il sofista Trasimaco, dei cui scritti possediamo solo frammenti. Nel primo di essi – un’orazione riportata nel commendo di Dionisio a Demostene per ragioni stilistiche – Trasimaco tra l’altro afferma: «Basta per noi il tempo trascorso, e il doverci trovare in guerra, invece che in pace». Noi non sappiamo esattamente che cosa sia questa guerra. Non è del tutto chiaro che sia un pólemos esterno (in tal caso dovrebbe essere la guerra del Peloponneso, perciò il testo andrebbe datato prima del 404); poco dopo si fa riferimento a ostilità reciproche e a conflitti (tarachaí), a cui si è arrivati, invece che alla concordia (homónoia). Il frammento di Trasimaco si potrà pur collocare nel 411, con il suo riferimento a un dibattito in corso sull’idea di pátrios politeía; ma è escluso che l’espressione sia testimonianza di un dibattito in corso del 404[13]. Ma perché costituzione “patria”? Dei “padri”, nel senso della generazione precedente? O dei “padri” intesi in generale, come antenati? Se pensiamo che la linea divisoria della storia della democrazia è il 461, ebbene, nel 411, o nel 404/3, si poteva realmente usare l’espressione “costituzione patria”, per risalire al di là del periodo efialteo-pericleo, e pur tuttavia riferirsi ai propri genitori. Un uomo di cinquant’anni, nato circa il 461 o il 454, può riferirsi effettivamente ai suoi “genitori”, quando ha in mente l’epoca anteriore alla riforma di Efialte.

Nel 404 l’idea aveva la funzione di mettere un freno al popolo. Il quadro aristotelico (Costituzione degli Ateniesi, 34, 3) è più articolato, nel distinguere tra un’oligarchia estrema, rappresentata dalle eterie, una democrazia tradizionale, che è quella di Trasibulo (e che poi si affermerà), e la posizione mediana di coloro che ricercano la pátrios politeía. Questo dibattito è storicamente comprensibile, se si tiene presente che, a conti fatti, le posizioni contrapposte si scioglieranno nella democrazia del IV secolo; e la democrazia greca deve passare attraverso questa fase per diventare, nella concezione di un conservatore come Polibio, nel II secolo a.C., la forma positiva del regime popolare, a cui egli contrappone, come forma negativa, l’ochlokratía (dominio della massa)[14].

Teramene vuole un oplitismo costituzionalmente definito; e lo dice con chiarezza quando afferma: «Io non sono dell’avviso che sia una buona democrazia quella in cui non abbiano parte al potere gli schiavi e quelli che venderebbero la città per una dracma, e che non sia una buona oligarchia quella in cui la città non sia tiranneggiata da pochi. Sempre ho ritenuto come forma migliore quella basata su coloro che possono sostenere la città con i cavalli e con gli scudi: e non cambio idea»[15]


[1] Senofonte, Elleniche II 3, 36 (sull’attività di Crizia in Tessaglia nel discorso di Teramene). Forse è il personaggio che compare nel Crizia e nel Timeo di Platone (altri vi vede il nonno); è comunque evocato nel Carmide 161b.

[2] Con le altre politeîai in prosa (Sparta, Atene, Tessaglia, ecc.) gli è attribuita la paternità del Perì politeías che va sotto il nome di Erode Attico, importante per la descrizione della situazione delle città di Tessaglia al tempo di Archelao re di Macedonia (413-399 a.C.). L’autore del discorso esorta i Larissei, come sembra, all’alleanza con gli Spartani e alla resistenza alla Macedonia. Obiezioni sull’attribuzione alla fine del V sec. a.C. in [Erode Attico], Perì politeías, a c. di U. Albini, Firenze 1968.

[3] Sul valore decisivo del criterio della maggioranza nelle decisioni degli efori di Sparta, cfr. Senofonte, Elleniche II 3, 34 (dal discorso di Crizia contro Teramene).

[4] Senofonte, Elleniche II 3, 4749.

[5] Per la tradizione che fa di Teramene un maestro di Isocrate, cfr. Münscher, in RE IX 2, 1916, col. 2153.

[8] Vd. avanti, n. 15.

[9] Cfr. P. Cloché, La restauration démocratique à Athènes en 403 av. J.C., Paris 1915, pp. 7 sgg. (i cavalieri sono cittadini, compresi nei 3000), con argomenti non decisivi.

[10] Cfr. Dionisio d’Alicarnasso, De Lysia 32. Sulla cifra di 9000 a cui di fatto si arrivò, cfr. Lisia, XX 13 (Per Polistrato).

[13] Cfr. Sofisti. Testimonianze e frammenti III, a cura di M. Untersteiner, Firenze 1954, pp. 3 sgg., in part. fr. 1 (Perì politeías).

[14] Polibio, VI 4, 6; 57, 9 (a 9, 7 cheirokratía, dominio delle mani, probabilmente).

Atena istituisce l’Areopago

di M.P. Pattoni (cur.), Eschilo, Eumenidi, in V. Di Benedetto, Eschilo, Orestea, Milano 2010, pp. 526-529. Introd. di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca. 2a. Il Teatro, Firenze 2004, p. 119 sgg.

Statua della cosiddetta «Atena Farnese». Copia romana dall’originale di Pirro, della scuola fidiaca, V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Statua della cosiddetta «Atena Farnese». Copia romana dall’originale di Pirro, della scuola fidiaca, V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Dopo che Oreste, compiuto il matricidio, si è recato presso il tempio di Delfi a implorare la protezione di Apollo contro la persecuzione delle Erinni, il dio, riconoscendosi in parte responsabile del comportamento del giovane, lo invia ad Atene, garantendogli che Pallade Atena, patrona della città, farà in modo che egli sia definitivamente assolto dalla sua colpa e liberato per sempre dalla persecuzione delle Erinni. Atena accoglie benevolmente il supplice e, dopo aver ascoltato le giustificazioni di Oreste e le rabbiose accuse delle Erinni che temono di vedersi sfuggire colui che considerano una vittima a loro consacrata, la figlia di Zeus decide di istituire un nuovo organo giudiziario super partes, l’Areopago, al quale spetterà anche in futuro il compito di giudicare i casi di omicidio fra consanguinei.

(Eschilo, Eumenidi, 681-710)

 

       κλύοιτ᾽ ἂν ἤδη θεσμόν, Ἀττικὸς λεώς,

πρώτας δίκας κρίνοντες αἵματος χυτοῦ.

ἔσται δὲ καὶ τὸ λοιπὸν Αἰγέως στρατῷ

αἰεὶ δικαστῶν τοῦτο βουλευτήριον.

685 πάγον δ᾽ Ἄρειον τόνδ᾽, Ἀμαζόνων ἕδραν

σκηνάς θ᾽, ὅτ᾽ ἦλθον Θησέως κατὰ φθόνον

στρατηλατοῦσαι, καὶ πόλιν νεόπτολιν

τήνδ᾽ ὑψίπυργον ἀντεπύργωσαν τότε,

Ἄρει δ᾽ ἔθυον, ἔνθεν ἔστ᾽ ἐπώνυμος

690 πέτρα, πάγος τ᾽ Ἄρειος· ἐν δὲ τῷ σέβας

ἀστῶν φόβος τε ξυγγενὴς τὸ μὴ ἀδικεῖν

σχήσει τό τ᾽ ἦμαρ καὶ κατ᾽ εὐφρόνην ὁμῶς,

αὐτῶν πολιτῶν μὴ ‘πιχραινόντων νόμους

κακαῖς ἐπιρροαῖσι· βορβόρῳ δ᾽ ὕδωρ

695 λαμπρὸν μιαίνων οὔποθ᾽ εὑρήσεις ποτόν.

τὸ μήτ᾽ ἄναρχον μήτε δεσποτούμενον

ἀστοῖς περιστέλλουσι βουλεύω σέβειν,

καὶ μὴ τὸ δεινὸν πᾶν πόλεως ἔξω βαλεῖν.

τίς γὰρ δεδοικὼς μηδὲν ἔνδικος βροτῶν;

700 τοιόνδε τοι ταρβοῦντες ἐνδίκως σέβας

ἔρυμά τε χώρας καὶ πόλεως σωτήριον

ἔχοιτ᾽ ἄν, οἷον οὔτις ἀνθρώπων ἔχει,

οὔτ᾽ ἐν Σκύθῃσιν οὔτε Πέλοπος ἐν τόποις.

κερδῶν ἄθικτον τοῦτο βουλευτήριον,

705 αἰδοῖον, ὀξύθυμον, εὑδόντων ὕπερ

ἐγρηγορὸς φρούρημα γῆς καθίσταμαι.

ταύτην μὲν ἐξέτειν᾽ ἐμοῖς παραίνεσιν

ἀστοῖσιν εἰς τὸ λοιπόν: ὀρθοῦσθαι δὲ χρὴ

καὶ ψῆφον αἴρειν καὶ διαγνῶναι δίκην

710 αἰδουμένους τὸν ὅρκον. εἴρηται λόγος.

Udite ora questo mio decreto, o popolo dell’Attica,

nel momento in cui emettete la prima sentenza

per il sangue versato. Anche negli anni a venire resterà

per sempre al popolo di Egeo questo consesso di giudici.

685 E questo colle di Ares[1], sede e campo

delle Amazzoni, quando giunsero armate per odio

contro Teseo, e in quel tempo contrapposero

alla cittadella[2] questa nuova cittadella munita di

alte torri, e facevano sacrifici ad Ares, donde ha ricevuto

690 il proprio nome questa rupe e colle di Ares[3] – in esso

la reverenza dei cittadini e la paura, sua consanguinea,

li tratterranno, di giorno e di notte in egual modo,

dal commettere ingiustizia, purché gli stessi cittadini

non innovino le leggi: se contamini dell’acqua limpida

695 con torbide correnti e fango, non la troverai mai

più bevibile. Ciò che non è né privo di comando

né sottoposto a dispotismo questo io consiglio

ai cittadini di curare e riverire, e di non espellere

dalla città tutto ciò che è pauroso: chi degli uomini infatti

700 è giusto se nulla teme? Se voi rispetterete

secondo giustizia questo venerando istituto, disporrete

di un baluardo che salva il territorio e la città,

quale nessuna gente umana possiede, né tra gli Sciti

né nelle terre di Pelope[4]. Incorruttibile al lucro, degno di

705 reverenza, inflessibile d’animo, vigile scolta del paese

a difesa di chi dorma: questo è il consesso che

io istituisco. Tale lunga parentesi ho pronunciato

ai miei cittadini per l’avvenire. Ma ora

è necessario alzarsi a deporre il voto e definire questa

710 causa, rispettando il giuramento. E quanto ho detto basti.

 

Nella prima parte del brano, Eschilo fornisce l’etimologia del nome del più rispettato e temuto organo giudiziario ateniese, emblema dell’antica aristocrazia di sangue: secondo il poeta, esso derivava dalla collina (págos) sacra ad Ares, sulla quale i membri dell’antico tribunale, formato dagli arconti usciti di carica, si radunavano in occasione dei processi. In epoche precedenti, quando il legame della stirpe rappresentava l’ordinamento di base della società arcaica, l’omicidio era considerato un’offesa la cui vendetta spettava ai congiunti della vittima; ma in questo modo, poiché ogni delitto era necessariamente seguito da una vendetta, secondo la legge del «sangue chiama sangue», si dava l’avvio ad un processo inarrestabile, destinato a concludersi, in casi estremi, con l’annullamento della stirpe stessa, secondo la possibilità che Eschilo stesso aveva considerato nei Sette contro Tebe. Grazie all’istituzione dell’Areopago, il criterio della giustizia si sostituì a quello della vendetta e l’omicidio fu considerato una trasgressione delle leggi cittadine; in questo modo, la catena dei delitti poteva essere interrotta e l’omicida, una volta giudicato dal tribunale dell’Areopago, poteva essere condannato a morte o assolto in via definitiva. In quest’ultimo caso, egli veniva reinserito nel contesto sociale secondo le prescrizioni di una casta sacerdotale aristocratica, gli exēgétai, scelti fra gli Eupatridi e posti sotto la protezione di Apollo. Quanto alle Erinni, furono identificate con le Semnaí, in nome delle quali si giurava prima del giudizio, conciliando in questo modo il nuovo ordine con il vecchio e garantendo all’ordinamento civico una connotazione religiosa, oltre che una durevole stabilità.

Autore ignoto. Statua della cosiddetta «Atena di Mirone» (dettaglio del busto). Copia romana in marmo da un originale greco in bronzo, 450 a.C. ca. Liebieghaus, Frankfurt am Main.

Autore ignoto. Statua della cosiddetta «Atena di Mirone» (dettaglio del busto). Copia romana in marmo da un originale greco in bronzo, 450 a.C. ca. Liebieghaus, Frankfurt am Main.

Oltre a fornirci notizie sull’origine dell’Areopago, il brano preso in esame dimostra in modo assai significativo l’importanza del tema politico nella tragedia greca e particolarmente in quella eschilea, sempre fortemente collegata alla realtà storica di Atene. L’Orestea fu composta e rappresentata da Eschilo nel 459/58 a.C., un periodo in cui Atene dovette affrontare gravi tensioni, sia nella politica interna che in quella estera. Erano gli anni in cui si veniva delineando in maniera sempre più netta il contrasto con Sparta, accompagnato da dimostrazioni di simpatia verso Argo, ben nota per il suo atteggiamento anti-lacedemone. Eschilo mostrò di condividerlo, tanto che spostò perfino la residenza di Agamennone e del suo génos da Micene, tradizionale sede della stirpe dei Tantalidi, alla capitale dell’Argolide (Agamennone, 810). Contemporaneamente, all’interno di Atene, la nuova distribuzione del potere fra le classi sociali dette luogo a una serie di riforme, la più significativa delle quali fu quella di Efialte (462/61 a.C.), rivolta appunto contro l’Areopago, organo di formazione esclusivamente aristocratica, che fu privato di molte delle sue antiche prerogative[5], suddivise poi fra la boulḗ dei Cinquecento, l’ecclēsía e il tribunale dell’Eliea, strutture statali di impronta fortemente democratica. Le reazioni degli oligarchi non si fecero attendere e il partito conservatore, che aveva il suo massimo esponente in Cimone, nel 461 a.C. reagì con la violenza; come racconta Plutarco (Vita di Pericle, 10), Efialte fu assassinato e Atene giunse sull’orlo di una guerra civile[6]. Per parte sua, Eschilo non rimase insensibile all’inquietudine politica della città e non mancò di trasmettere al pubblico un messaggio moderato e pacificatore, sostenuto come sempre da un profondo sentimento religioso. Le sue intenzioni traspaiono dalle parole di Atena, la protettrice per eccellenza della città e del popolo ateniese, pronunciate nel momento in cui la dea trasforma l’Areopago da tribunale di dèi (il primo processo giudicato da questo tribunale era stato intentato da Poseidone contro Ares, colpevole di aver ucciso Alirrotio, figlio del dio del mare) in un consesso di cittadini ateniesi phónōn dikastaí, «giudici di omicidi», senza fare accenno ad altri eventuali poteri, politici o di diversa natura. Sappiamo infatti che Efialte aveva lasciato all’Areopago quest’unica funzione, sufficiente tuttavia, agli occhi di Eschilo, a conservare pienamente la dignità dell’antico tribunale; anzi, il poeta intese, con i suoi versi, farlo oggetto di una specie di investitura divina, che ne confermava la veneranda origine e il rispetto che gli era dovuto. A questo proposito, Eschilo non mancò di sottolineare, attraverso la divina autorità dei consigli di Atena, la sua ottica politica di democratico moderato: anche in uno Stato in rapida evoluzione, il poeta avvertì la necessità che permanesse nel cuore dei cittadini la fedeltà alle leggi, che non dovevano essere sconsideratamente mutate (vv. 690-695), accompagnata da un salutare «timore» (phóbos), in assenza del quale egli temeva che il lato trasgressivo della natura umana potesse prendere il sopravvento e provocare la rovina dello Stato, distruggendo con la guerra civile ogni possibilità di quella pacifica vita associata, che egli considerava il più armonioso esempio di equilibrio fra anarchia e dispotismo (v. 696).

Fermamente persuaso che l’uomo potesse essere indotto alla saggezza ed alla disciplina solo attraverso la costrizione, il poeta si augurava che l’aggressività dei suoi concittadini non trovasse sfogo nella distruttiva guerra civile, ma in un conflitto contro nemici esterni, dal quale la città potesse uscire più forte e più gloriosa, come aveva fatto al tempo delle guerre persiane, e come stava facendo proprio in quegli anni, per la conquista delle miniere aurifere del Pangeo, in Tracia. Se Atene avesse fatto suo questo «ricco parto della terra», la città avrebbe avuto a disposizione una nuova fonte di prosperità e il benessere dei cittadini sarebbe aumentato, a vantaggio soprattutto dei meno abbienti, che era così facile spingere alla rivolta, facendo leva sulla loro miseria. Tuttavia, in queste parole appare evidente anche il limite del pensiero politico di Eschilo; il poeta infatti esprimeva ancora gli ideali politici e civili della classe dirigente che era stata al potere durante le guerre persiane, nel periodo della sua giovinezza. Giunto ad un’età più matura e consapevole di vivere in un’età di crisi, egli volle consigliare ai suoi concittadini il mezzo per superarla, ma lo fece ispirandosi a un grande passato, piuttosto che a un futuro che lo lasciava perplesso.


[1] Probabilmente il testo del v. 685 è corretto (a differenza di quanto crede Page), con l’”etimologizzazione” del termine «Areopago» (= «colle di Ares»). Si ha pertanto un anacoluto, agevolato dal fatto che il discorso dei versi seguenti si sviluppa sino alla menzione di nuovo – al v. 690 – del «colle di Ares».

[2] Al v. 687 in luogo del tràdito pólin, accolto da Page, leggo pólei (Orelli).

[3] Le Amazzoni, indignate per il rapimento della loro regina (Antiope o Ippolita) ad opera di Teseo, re di Atene, attaccarono la città, accampandosi di fronte all’acropoli, sul colle di Ares, ma ne furono poi scacciate. Cfr. Erodoto, IX 27, 4 e Diodoro, IV 28, 1.

[4] Tanto gli Sciti (cfr. Eschilo, fr. 198 R.) quanto gli Spartani (Erodoto, I 65-66; Tucidide, I 18, 1; Senofonte, Costituzione di Sparta, passim) erano celebri per la loro eunomía. Pelope, figlio di Tantalo e antenato degli Atridi, è l’eroe eponimo del Peloponneso.

[5] La riforma sottrasse all’Areopago tutte quelle competenze «aggiunte» (epítheta) che il consesso aveva accumulato nel tempo in materia di controllo della vita politica e costituzionale e che gli consentivano di essere, come riporta Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25 2), «guardiano della cittadinanza» (politeías phylakḗ).

[6] Sul suo assassinio circolano le più diverse versioni, compresa quella che sarebbe stato fatto uccidere da Pericle; Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25 5) attribuisce l’assassinio a un tale Aristodico di Tanagra; con ogni probabilità, si trattava di una congiura ordita dagli oligarchici, o comunque da suoi avversari politici – la stessa cui allude Tucidide (I 107, 4; 6) all’epoca della battaglia di Tanagra. In ogni caso, l’eliminazione di Efialte non poté arrestare il processo di evoluzione democratica innescato dalla riforma.