La battaglia di Tanagra (457 a.C.)

A. Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Roma 2005, pp. 170-173.

 

[…] In un biennio erano successe tante cose, tutte piuttosto lesive del prestigio di Sparta. Viceversa, il prestigio di Atene era salito alle stelle: la capitale attica aveva dimostrato di poter agire brillantemente su ben tre fronti, infliggendo uno schiaffo all’Impero persiano, tenendo sotto scacco Egina e trovando perfino il modo di aiutare un alleato in difficoltà. Pericle aveva infine dato corso al sogno di Temistocle di unire Atene al suo porto del Pireo: i sette chilometri che intercorrevano tra la città e la costa erano pertanto divenuti, sulla scorta di quanto era stato fatto a Megara, un enorme cantiere, nel quale era stata inaugurata la costruzione di due file di mura, l’una, più settentrionale, che univa Atene al porto, l’altra, più a sud, dalla città alla baia di Falero; il tutto, a costituire una fortezza triangolare, inespugnabile da terra e rifornibile dal mare.

Oplita spartano. Illustrazione di P. Connolly.

Però, in quell’epoca ebbe anche finalmente termine il decennale assedio al Monte Itome – sebbene i Lacedemoni dovessero accettare di lasciar liberi gli iloti rivoltosi –, e ciò mise finalmente Sparta in condizione di progettare avventure militari più a settentrione. Il primo atto degli efori che, in quel momento, erano i veri detentori del potere, fu di cercare alleati in Beozia, per contrastare l’alleanza tra Ateniesi e Tessali; ma la dissoluzione della Lega beotica, seguita all’invasione persiana, durante la quale Tebe aveva compromesso il proprio prestigio, risultando uno dei più attivi sostenitori di Serse, costrinse gli Spartani a impegnarsi militarmente per ricostruire, prima di ogni altro passo, l’autorità dei Tebani.

L’occasione venne loro offerta da una richiesta di aiuto dalla Doride, alla quale gli Spartani fecero seguire una spedizione con forze ben più consistenti di quelle necessarie a schiacciare l’aggressione dell’alleato, ovvero la Focide. Il nuovo reggente, Nicomede, trasferì per mare oltre il Golfo di Corinto 1.500 opliti spartani e 10.000 peloponnesiaci, e fu uno scherzo non solo sconfiggere i Focesi, ma anche occuparne le sedi.

Non abbiamo modo di sapere se l’incarico del reggente prevedesse anche la prosecuzione della guerra contro Atene; di certo, le mura erano in corso di costruzione e la città era ancora vulnerabile, e inoltre, per tornare nel Peloponneso via terra c’era da attraversare i passi della Megaride, presidiati dalle truppe ateniesi; via mare, poi, le navi di Atene avevano posto un blocco nelle acque del Golfo di Corinto. In ogni caso, poiché le póleis greche non riuscivano mai a essere compatte neanche al loro interno, gli oppositori dei programmi di Pericle invitarono il generale lacedemone a sferrare un attacco alla città, per far cadere il partito democratico e arrestare la dispendiosa costruzione delle mura.

A quel punto, l’invasione dell’Attica da parte degli Spartani sembrava davvero essere la tappa successiva più probabile dell’esercito di Nicomede, sia che questi ne avesse avuto o meno l’intenzione fin dall’inizio della campagna.

Pericle pensò bene di prevenirla, predisponendo una controffensiva in Beozia con un contingente di 13.000 opliti – non si sa bene trovati dove, se gli assedi di Egina e di Menfi erano ancora in corso –, 1.000 argivi e la cavalleria tessala.

L’urto tra i due eserciti avvenne nel maggio o nel giugno del 457 a.C. a Tanagra, in Beozia sull’Asopo, in prossimità del confine con l’Attica. Nulla si sa sullo svolgimento dello scontro, sul quale entrambe le fonti, Tucidide e Diodoro Siculo, sono estremamente laconiche, se non che fu molto cruento e che, forse, vi partecipò anche Pericle, distinguendosi in un ruolo subalterno. Dovette trattarsi della classica battaglia tra opliti, dal corso assai prevedibile, ancor più tipica per via della defezione della cavalleria tessala, che a scontro iniziato abbandonò gli Ateniesi e lasciò il campo alla sola fanteria.

E come ogni scontro oplitico, fu l’oscurità a determinare la fine delle ostilità, con un’appendice che non è chiaro se sia avvenuta contestualmente alle ultime fasi della battaglia, o durante le prime ore della notte. Secondo Diodoro, infatti, i Tessali che avevano defezionato si imbatterono in un convoglio di rifornimenti destinato agli Ateniesi, e lo assalirono approfittando del fatto che la scorta era inconsapevole del loro tradimento; gli Ateniesi gli andarono incontro fiduciosi, solo per essere trucidati uno a uno, sebbene qualcuno riuscisse a salvarsi e ad avvertire i commilitoni al campo. Sul luogo dell’imboscata sopraggiunsero allora altre truppe ateniesi, e poi anche spartane, che si affrontarono in perfetta formazione a falange replicando, in pratica, lo scontro di poco prima, fino a quando non si vide più a un palmo dal naso.

Sebbene Diodoro, l’unica fonte che si dilunghi un po’ sul combattimento di Tanagra, asserisca che il suo esito fu dubbio, tutte le altre fonti minori, da Plutarco a Giustino, da Platone a Cornelio Nepote, attribuiscono la vittoria agli Spartani, che d’altronde non trovarono più alcuna opposizione lungo i passi della Megaride. Il fatto che, dopo la vittoria, Nicomede non abbia neanche provato a minacciare direttamente Atene, e abbia proseguito alla volta dell’Istmo limitandosi a devastare il territorio di Megara, indica tutto sommato chiaramente che i Lacedemoni non avevano intrapreso la campagna per scontrarsi con gli Ateniesi – perlomeno non allora –, sebbene possa darsi che le perdite fossero state tali da sconsigliare il reggente dall’assumersi ulteriori rischi. Né, d’altronde, gli Ateniesi erano in condizione di opporsi alla ritirata spartana.

Però, furono in condizione di vanificare gli effetti della spedizione spartana in Beozia subito dopo. La ricostruzione della Lega beotica era cosa effimera, poiché il sostegno che i Lacedemoni fornivano a Tebe era controbilanciato dalla tendenza anti-federativa e democratica di tutti gli altri centri, cui Atene aveva tutto l’interesse a fornire il proprio appoggio. Ad appena due mesi dalla sconfitta di Tanagra, Mironide condusse nuovamente un esercito attico in Beozia, e colse una netta vittoria sui Tebani a Enofita; l’impresa permise ad Atene di diventare la forza egemone anche di quella regione, nella quale Tebe si ritrovò, da leader della Lega, isolato avamposto settentrionale degli Spartani e nulla più.

*******************************

Bibliografia:

J. Van Antwerp Fine, The Ancient Greeks: A Critical History, Cambridge-London 1983, p. 354.

Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

Bibliografia:

 

H.C. Avery, The Three Hundred at Thasos, 411 B.C., CPh 74 (1979), pp. 234-242.

G.M. Calhoun, Athenian Clubs in Politics and Litigation, Austin 1913.

V. Costanzi, L’oligarchia dei Quattrocento in Atene (412/411) e la piena rivendicazione dell’autorità di Tucidide, RFIC 29 (1901), pp. 84-108.

G.E.M. de Ste. Croix, The Character of the Athenian Empire, Historia 3 (1954), pp. 1-41.

G. Donini, La posizione di Tucidide verso il governo dei Cinquemila, Torino 1969.

V. Ehrenberg, Die Urkunden von 411, Hermes 57 (1922), pp. 613-620.

D. Flach, Der oligarchische Staatstreich in Athen vom Jahr 411, Chiron 7 (1977), pp. 9-33.

J.M. Hannick, Note sur la graphè paranomôn, AC 50 (1981), pp. 393-397.

E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221-241.

M. Ostwald, Oligarchia. The Development of a Constitutional Form in Ancient Greece, Stuttgart 2000.

P.J. Rhodes, The Five Thousand in the Athenian Revolutions of 411 B.C., JHS 92 (1972), pp. 115-127.

F. Sartori, La crisi del 411 a.C. nella “Athenaion Politeia” di Aristotele, Padova 1951.

Th. Thalheim, Die Aristotelischen Urkunden zur geschichte der Vierhundert in Athen, Hermes 54 (1919), pp. 333-336.

H.D. Westlake, Athens and Amorgos, Phoenix 31 (1977), pp. 319-329.

H.D. Westlake, Ionians in the Ionian War, CQ 29 (1977), pp. 9-44.

H.D. Westlake, Abydos and Byzantium, the Sources for Two Episodes in the Ionian War, MH 42 (1985), pp. 313-327.

H. Wolff, Die Opposition gegen die radikale Demokratie in Athen bis zum Jahr 411 v. Chr., ZPE 36 (1979), pp. 279-302.

 

[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

La pentēkontaetía

da D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 322-334.

1.Tucidide e la storia della pentēkontaetía

 

Per pentēkontaetía i moderni intendono il periodo di circa 50 anni che intercorre tra la fine delle guerre persiane (con la conseguente fondazione della Lega navale delio-attica) e l’inizio della Guerra del Peloponneso. L’espressione non è così antica, come può far intendere il suo aspetto, né di uso così frequente ed univoco nelle fonti antiche come può far credere la sua diffusione nei testi moderni. L’astratto pentēkontaetía («cinquantennio») è anzi di uso rarissimo; nella storiografia di Diodoro Siculo appare l’equivalente concreto «periodo di cinquant’anni»; ma l’idea di considerare unitariamente quegli anni ricchi di eventi diversi e complicati, che investono teatri storici disparati, configurabili in fasi realmente distinte fra loro, è di Tucidide, perciò nel fondo antica e in parte, anche se solo in parte, giustificata. Per Tucidide il periodo è un’ampia premessa alla narrazione della Guerra del Peloponneso, la lunga gestazione dello scontro tra Atene e Sparta. Al di là di aspetti particolari, e diversità d’opinioni possibili solo in questioni specifiche, il modo in cui Tucidide (nel I libro delle Storie) rappresenta le vicende e le responsabilità storiche del cinquantennio di preparazione alla Guerra del Peloponneso è alquanto chiaro. In esso si mescolano (e sarebbe insensato tentare di distinguerle, contrapporle, privilegiare una sull’altra) due nozioni fondamentali. L’una è quella secondo cui gli Stati tendono a crescere (auxánesthai) come esseri organici; se perciò in un determinato spazio storico, geografico, politico coesistono e concrescono due realtà di questo tipo, è anche una sorta di dato naturale, fisiologico, che esse si scontrino; ed è appunto quel che è inevitabile accada fra Sparta e il mondo peloponnesiaco da un lato, e Atene e il suo impero dall’altro. Con questa concezione naturalistica di fondo (di radicale e fatalistico pessimismo) si intreccia una concezione, più critica, delle responsabilità di ciascuna di queste realtà: Sparta è la città che psicologicamente si configura come il mondo della conservazione, dell’avversione al nuovo, del timore di ciò che è diverso, distante, in movimento; Atene è la città del coraggio, dell’audacia, dell’iniziativa, dell’intraprendenza che sconfina nel gusto del rischio, dell’avventura, del nuovo e del grande, spesso troppo grande[1].
Avendo concepito il «cinquantennio» sotto l’aspetto eminente del conflitto interstatale, e avendo conferito a tale rappresentazione un profilo unitario, Tucidide ha anche dato il senso fondamentale dello svolgersi degli eventi di politica interstatale greca, ma da un lato non ha segnato cesure nette che favoriscano una periodizzazione (come quella che amano invece adottare i manuali moderni), pur se non ha mancato di segnare certi cambiamenti (almeno quelli del tono generale) del rapporto tra Atene e gli alleati; dall’altro, egli non ci ha dato una rappresentazione parallela degli svolgimenti politici interni ad Atene, per i quali siamo affidati piuttosto alle tradizioni attidografiche o a traduzioni biografiche più tarde, di complessa genesi e difficile valutazione. Certo, sulla responsabilità di fondo e primaria di Atene, e della sua crescita imperialistica, nello scoppio della Guerra del Peloponneso egli non ha dubbi; ma questo vale appunto per le cause e responsabilità profonde e remote dell’insorgere di quel terribile conflitto che devastò la Grecia per quasi un trentennio; così come egli, operando una distinzione del tutto coerente con le sue chiare impostazioni metodologiche, attribuisce invece la responsabilità immediata, dell’apertura cioè della guerra, ai Peloponnesiaci: la guerra “del Peloponneso” è definibile così perché l’aprirono (nel senso dell’avvio delle ostilità) i Peloponnesiaci, e perché così furono essi a «portare guerra» contro Atene e i suoi alleati[2].
D’altra parte, il fatto che nella rappresentazione tucididea abbia un posto così spiccato il fattore psicologico, non significa di certo, come talora si rischia di intendere, che nella storia siano per lui determinanti e fondamentali le cause psicologiche, con pregiudizio di quelle politiche, sociali, economiche e così via di seguito[3]. La psicologia in Tucidide è un segno, la rappresentazione psicologica quindi un linguaggio storiografico: l’opposizione “paura-coraggio”, che riassume l’opposizione “Sparta-Atene”, è appunto una rappresentazione simbolica, che tutte le altre contiene e riassume, senza che quelle di altro tipo siano negate o perfino manchino talora di emergere in proprio. Dovendo dare un segno complessivo a quegli eventi e a quei comportamenti, Tucidide ricorre a rappresentazioni e motivazioni psicologiche, che sono da prendere per quel che sono, cioè per grandi metafore storiche, che facilitano al lettore il primo approccio alla lettura e alla comprensione complessiva degli eventi, senza esimerlo affatto dal pensare attraverso di esse e oltre di esse.
Il periodo è certo tutto all’insegna di una crescita (aúxēsis) della potenza di Atene. La ricostruzione delle mura cittadine è realizzata da Temistocle a dispetto delle diffidenze di Sparta e dei suoi interessati tentativi di dissuasione. Ma Atene rivendica ormai pienamente a sé la consapevolezza, e perciò la tutela, dei suoi interessi, e così avvia anche la fortificazione del Pireo. Agli anni di Pericle è riservata invece la costruzione delle Lunghe Mura, dalla città al Pireo e al Falero[4].

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Kylix attica a figure rosse, V sec. a.C., Brussels, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

 

2.Fondazione della Lega delio-attica (477 a.C.)

Ma il momento decisivo della presa di coscienza, da parte di Atene, del nuovo ruolo della città all’interno del mondo greco, è nell’assunzione dell’egemonia della Lega ellenica. Vi contribuiscono al principio fondamentalmente gli Ioni, ma non tutti a condizioni identiche. I più pagheranno un tributo in denaro (phóros), che in totale ammonta a 460 talenti annui; con navi contribuiscono città insulari (Samo, Chio, Lesbo), che hanno funzione di sentinelle sul fianco orientale dell’impero egeo che sta nascendo. Sede del tesoro e delle riunioni del sinedrio federale sarà Delo, l’isola tradizionalmente teatro delle grandi panēgúreis («assemblee») ioniche; una località abbastanza distinta da Atene, perché la scelta non sia sentita come una mortificazione della dignità degli altri Ioni, ma abbastanza vicina e tradizionalmente in stretto rapporto con la città egemone, perché resti soddisfatta l’esistenza di Atene di esplicare il suo ruolo di città-guida[5]. La finalità dichiarata, e di fatto a lungo perseguita, sotto la spinta di Cimone, è quella della continuazione della difesa dai Persiani, e di un regolamento dei rapporti nell’Egeo soddisfacente per i Greci, cioè per la loro sicurezza e per i loro interessi. La cerimonia solenne del giuramento, con il contemporaneo affondamento in mare di barre di ferro (múdroi), sancisce l’impegno di questi Greci di avere sempre «gli stessi amici e gli stessi nemici»: solo uno spezzone di unità nazionale, il quale è anche l’unico fine, in queste condizioni storiche, perseguibile, ed anche l’unico concepito[6].
Su questo programma non si vedono ad Atene vere e proprie contrapposizioni di partiti o gruppi politici: le voci discordi sembrano poche e isolate. Ne conosciamo certamente una, quella di Temistocle, ormai assai meno interessato a un conflitto con la Persia e ben più sensibile al maturare di un conflitto con Sparta; ma egli fu ostracizzato, forse nel 471 a.C., in un momento che appare fermamente incluso in un periodo di predominio politico di uomini come Cimone (sul piano strategico) e come Aristide (sul piano politico e diplomatico), nonché di generale prestigio dell’Areopago, il vecchio consiglio aristocratico formato da ex-arconti, cioè da notabili inclini a una politica di conservazione. Ma in questi anni politica di conservazione non significa ostilità all’impero navale: sulla linea dell’impero la classe politica ateniese sembra fondamentalmente d’accordo, anche se la direzione eminentemente anti-persiana può non essere da tutti ugualmente condivisa.

Mappa dell'impero ateniese all'inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

Mappa dell’impero ateniese all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

 

3.Temistocle e Pausania il reggente

L’ostracismo porterà Temistocle dapprima nel Peloponneso, naturalmente in città ostili a Sparta, e poi in Epiro, in Macedonia e finalmente (dopo il 465, anno della morte di Serse), presso il re persiano Artaserse, che gli assegnerà il possesso di Magnesia, Lampsaco e Miunte, nell’Asia minore occidentale, dove l’eroe di Salamina morrà, forse suicida, poco dopo. Non è facile comunque, neanche per Temistocle (in un’epoca in cui le tradizioni biografiche ancora non sono consolidate in forme mature, atte a rendere conto di tutte le vicende e di tutti gli aspetti personali pertinenti a un uomo politico democratico), stabilire le circostanze e i motivi dell’ostracismo, e il tipo di contrapposizione politica che isola quel personaggio dagli altri e che ne fa un perdente. Nella tradizione domina, più accreditato degli altri, il motivo del medismo[7]; un sospetto e un’accusa che gravano anche sull’altro grande protagonista delle guerre persiane, il reggente spartano Pausania. Rientrato, come sembra, con iniziativa personale a Bisanzio, Pausania ne fu sloggiato da Cimone; occupata Colone nella Troade, non potendo consolidare il suo dominio nella regione, finì con il rientrare a Sparta, dove (circa gli anni 471-469) fu inquisito, e accusato di tentare con gli iloti una sovversione contro lo Stato spartano e in particolare contro l’eforato. Pausania si rifugia allora nel tempio di Atena Calcieco («dal tempio [con struttura] in bronzo»: porte, tetto, ecc.), dove viene tenuto chiuso, e da dove è fatto uscire solo all’avvicinarsi della morte, sopravvenuta per inedia. Molte sono invero le incertezze sui particolari delle ultime vicende di Pausania, soprattutto sui suoi soggiorni a Bisanzio (per i quali sussistono difficoltà a distinguerne nettamente due, e permangono persino sospetti di duplicazioni), sul senso del suo medismo (un medismo “comportamentale”, nel senso di attitudini eterodosse, tiranniche, o vere e proprie collusioni con il re?), sui suoi progetti (se veramente ne ebbe) di cambiamenti politici e sociali[8].

Ostrakon risalente alla votazione relativa al caso di Temistocle. 482 a.C. ca. Atene, Stoà di Attalo (Museo dell’Antica Agorà).

Θεμιστοκλής Νεοκλέους (“Temistocle, figlio di Neocle”). Ostrakon, 482 a.C. ca. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

 

4.Democrazia nel Peloponneso

Non meno incerti sono i fondamenti delle affermazioni, che frequentemente si ritrovano negli studi moderni, riguardo all’impegno esplicato da Temistocle nell’alimentare, diffondere e sostenere il cosiddetto “moto democratico” nel Peloponneso, cioè le trasformazioni politiche che nella prima metà del V secolo si possono, e secondo i casi, debbono ammettere in città del Peloponneso diverse da Sparta e magari ad essa ostili: ad Argo, in Elide, in Arcadia. Appare invero molto difficile parlare di una pura e semplice esportazione del regime democratico da Atene in altri Stati. Nello stesso ambito della lega navale il processo non sembra essere stato né così precoce né così automatico (come insegnano i casi di Mileto o di Samo). In alcuni casi poi, come quello dell’Arcadia, che tante volte si cita ad esemplificare un processo di democratizzazione avvenuto sotto l’influsso di Atene e magari in correlazione con la presenza di Temistocle nel Peloponneso, non siamo neanche in grado di affermare che nel V secolo qui vi fosse una forma politica democratica generalizzata (Mantinea sembra rappresentare un esempio di democrazia, comunque moderata, nel 421 a.C.). Per quanto poi riguarda i due casi più evidente, Argo ed Elide, non è facile dare la preminenza all’importazione di un modello, rispetto allo sviluppo, in larga misura autonomo, di condizioni interne[9]. Ad Argo, dopo la sconfitta subita a Sepeia nel 494 ad opera degli Spartani, guidati da Cleomene I, si instaura provvisoriamente un governo di servi; è probabile che l’ammissione di perieci («abitanti intorno») nella cittadinanza, attestata da Aristotele (Politica V 1303 a), sia in qualche relazione di fatto con quel traumatico, anche se transitorio episodio, ed è anche possibile, in assoluto, che nei perieci trasformati in cittadini debbano riconoscersi servi rurali ammessi nella cittadinanza. Si ha quindi ad Argo, dove la monarchia sopravvive fino al V secolo, un’evoluzione della città verso forme democratiche, che si realizza attraverso un assorbimento nelle strutture politiche di quella popolazione rurale, che invece a Sparta – città dorica dallo sviluppo bloccato – permane stabile nella forma e condizione dell’ilota. L’introduzione ad Argo di una quarta tribù, quella degli Hyrnáthioi, accanto alle tre tribù doriche tradizionali (Illei, Dimani, Pànfili), sembra appunto segnare questo particolare sviluppo (la tribù ha certo una sua sottolineata peculiarità: prende nome da una donna, la mitica figlia del mitico eraclide Temeno, collegata nella tradizione con l’entroterra rurale di Argo, o con Epidauro). Le recenti scoperte epigrafiche ad Argo consentono di conoscere anche i nomi della maggior parte di ulteriori suddivisioni di ciascuna delle quattro tribù, suddivisioni equivalenti a 1/12 di ogni phûla (forse fratrie, che in totale dovevano essere quindi 48, distribuite su quattro tribù). Naturalmente a questi sviluppi democratici di Argo si accompagna l’attenzione, la benevolenza e la simpatia di Atene (che sboccherà nel trattato di alleanza del 462 circa); e la stessa letteratura ateniese sembra registrare puntualmente l’evoluzione politica argiva[10].
Nelle Supplici di Eschilo (463-461?), che contengono una precoce attestazione della parola δημοκρατία, anche se in forma di perifrasi, è rappresentata un’assemblea di cittadini ad Argo, presieduta dal re Pelasgo, che decide, all’unanimità, e con alzata di mano (della «dominante mano del popolo», la dmou kratoûsa cheír), di concedere asilo alle Danaidi in fuga. Il poeta evita certo l’anacronismo di usare il termine formale di dēmokratía per epoca mitica, ma indugia con commozione nella rappresentazione della cheirotonía democratica, una procedura così caratteristica per la sua evidente quantificabilità e la valorizzazione del volere dell’uomo comune (una mano vale l’altra). E mentre fa spazio a una procedura tipica della sua città, Eschilo allude anche accortamente, e senza anacronismi troppo marcati, al regime al suo tempo vigente ad Argo (forma democratica, con un vertice monarchico privo di particolari poteri)[11].

Mappa del Peloponneso

Mappa del Peloponneso.

In Elide, poi, gli sviluppi verso la forma democratica, che si compiono nel V secolo, sono il risultato storico, certo anch’esso probabilmente favorito dall’affermazione della democratica Atene, della condizione e organizzazione del territorio: una campagna libera, popolata cioè da centri dotati di una forte autonomia, che tutti insieme producono e promuovono un centro urbano, sede delle decisioni politiche (Elide): in questo particolare rapporto, vigente all’interno del territorio, che corrisponde certo alla locale storia dei rapporti di proprietà, è una delle premesse dello sviluppo della forma democratica nella stessa Atene, e non è da meravigliarsi che la storia politica abbia avuto un tale sbocco in Elide, anche se qui ha prodotto una forma solo moderata di democrazia[12].
Il destino politico e umano di Temistocle e di Pausania conserva dunque parecchi aspetti oscuri; forse l’unico dato veramente evidente è l’isolamento di ciascuno dei due personaggi nelle (e dalle) rispettive póleis: una città di democrazia areopagitica, quale è tra il 478 e il 461 Atene, rifiuta l’innovatore Temistocle, che non si adatta ai vincoli che la pólis costituisce e impone come comunità (e comunità con una sua prevalente unità di intenti, in questa fase); e altrettanto vale, e si verifica in una forma necessariamente più marcata e traumatica, per una città quale Sparta, ormai sotto il forte controllo degli efori, di una magistratura cioè che, dall’eforato di Chilone e poi dal regno di Cleomene I, ha rafforzato il suo potere sia verso i re sia verso la stessa apélla e il corpo civico spartano in generale. Custode delle leggi l’Areopago ad Atene, custodi della costituzione a Sparta gli efori: è contro questo più marcato spirito della pólis che si vanno a scontrare le impazienze e le imprudenze dei vincitori di Salamina e di Platea.

 

5.Cimone o il lealismo dei conservatori

Ad Atene è invece il momento dell’ascesa di Cimone, il figlio di Milziade. È lui il generale delle prime operazioni della Lega navale, o almeno di quelle, fra esse, che Tucidide espressamente gli attribuisce. L’azione militare della Lega comincia in quell’area egea settentrionale, che, per essere meno direttamente a tiro della potenza persiana e del governatore persiano di Sardi, è poi quella in cui tradizionalmente si concentrano gli ultimi tentativi di resistenza alla Persia, o da cui può, con ragionevole speranza di successo, partire il moto di liberazione. Cimone libera perciò dalla residua resistenza persiana Eione, alla foce dello Strimone (476), poi assoggetta Sciro (475). Non è certo se a lui vada attribuita la guerra contro Caristo in Eubea, che si conclude comunque con un accordo; e ancora meno certo è che egli sia il generale che asservì l’alleata Nasso contro tutte le regole vigenti (Tucidide, I 98), circa il 471 a.C. L’asservimento di Nasso è una delle poche cesure marcate da Tucidide all’interno della sua storia e rappresentazione della pentēkontaetía: fu un salto di qualità, in senso deteriore, nel rapporto fra gli Ateniesi e gli alleati, sempre più in balia, questi ultimi, degli umori della città egemone, a sua volta sempre più addestrata e potente sul piano militare. Ma l’acme della carriera di Cimone è senza dubbio nella battaglia dell’Eurimedonte: una duplice battaglia, navale e terrestre, che, a seconda dei casi, le fonti collocano alla foce del fiume della Panfilia, per entrambi i suoi momenti, o invece distinguono in uno scontro navale, svoltosi al largo di Cipro, ed uno terrestre, svoltosi presso la foce dell’Eurimedonte[13].

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. dal monumento omonimo sulla spiaggia di Larnaca (Cipro).

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. da Larnaca (Cipro).

Diodoro data la battaglia al 470/469. Recenti tentativi di abbassarne la data al 466/465 appaiono poco giustificati, e comunque non più giustificati di quelli che fanno conto su un’assoluta contiguità tra la vittoria all’Eurimedonte e l’acclamazione degli strateghi, incluso Cimone, a giudici del concorso tragico delle Dionisie del 468 (il concorso che diede la vittoria a Sofocle contro il vecchio Eschilo). Se l’episodio è vero, esso non impone affatto che il trionfo di Cimone fosse del 469: infatti, alla designazione degli strateghi come giudici, si arrivò solo a seguito di una non prevista rissa fra spettatori nel teatro. L’acclamazione a giudice attesta certo l’alto prestigio di Cimone; ma poiché non si tratta di un’acclamazione pacifica, non è da concepire necessariamente come la prima celebrazione del reduce o di un trionfatore di recentissima data[14].
Se c’è incertezza sulla paternità cimoniana dell’ingloriosa spedizione contro Nasso (del 471 circa), è invece ben noto il ruolo di Cimone nella spedizione ateniese contro Taso, l’isola prospiciente le coste della Tracia e l’area mineraria del Pangeo: qui Taso possedeva e sfruttava miniere d’oro (a Skaptè Hyle), non meno redditizie di quelle di cui disponeva nell’isola stessa (e che sono state messe in luce), e aveva allestito degli empori. Nel 465 Taso defeziona, e dal quell’anno al 463 si svolge il lungo assedio dell’isola, di cui con fatica si doma la ribellione. La miniera di Skaptè Hyle e i possessi del continente passano nelle mani degli Ateniesi, che nel frattempo (465) avevano anche tentato di colonizzare Ennéa Hodoì (Nove Strade), sul sito della futura Anfipoli (che sarà fondata nel 437/6 da Agnone, il padre di Teramene), sul corso dello Strimone, poco più a monte di Eione. Addentratisi nella regione, avevano però subito ad opera dei Traci Edoni la dura sconfitta di Drabesco, che doveva ritardare di decenni il progetto di impianto coloniario.
La guerra di Taso rappresenta, in maniera e con dimensioni ancor più evidenti dell’episodio di Nasso, un salto di qualità nella politica ateniese verso gli alleati: è chiaro, almeno a giudicare dalle conseguenze della guerra, che ormai Atene interferisce nello stesso assetto economico delle città alleate. Può sembrare strano che a guidare l’impresa sia stato proprio Cimone, che, più di tutti gli altri politici ateniesi, sembra voler conferire alla Lega la funzione di uno strumento per la guerra contro i barbari e attenersi ai principi di equità verso gli alleati. Si può pensare, in effetti, che ormai egli si adatti a fare una politica non sua, ad essere, in un certo senso, il braccio esecutore della politica “democratica”, che va assumendo aspetti imperialistici sempre più marcati, con una potenzialità di sviluppi interni, che gli anni prossimi metteranno pienamente in luce.
È probabile che si debba riconoscere un errore politico nell’assunzione di questa responsabilità da parte di Cimone. Va tenuta comunque presente, a integrazione di queste riflessioni, una serie di fatti: l’intervento ateniese a Taso faceva seguito a una rivolta, e comunque questa dell’Egeo settentrionale è un’area in cui l’interesse di Cimone è in qualche modo sostenuto da una tradizione familiare di presenze nel Chersoneso Tracio e a Lemno e forse nella stessa area del Pangeo (dove del resto sappiamo che lo storico Tucidide, parente di Cimone, aveva possedimenti familiari). Il processo che, a vittoria conseguita, i gruppi democratici radicali ormai emergenti ed attivi intentarono a Cimone, benché rimasto senza seguito di condanna, era inteso a colpire un uomo che ormai aveva imboccato la curva discendente della sua parabola politica. Lontano dai fulgori dell’Eurimedonte, esecutore di una politica solo parzialmente sua, Cimone poté essere denunciato per il sospetto che fosse stato corrotto da Alessandro I il Macedone, al fine di evitare una spedizione ateniese, che avrebbe dovuto punire Alessandro per aver aizzato i Tasi alla ribellione e mostrato un troppo vivo interesse a quell’area mineraria del Pangeo a cui ora rivolgeva le sue mire Atene.
Ma Cimone doveva ancora commettere il suo maggiore errore politico. Ciò accadde nel 462, quando egli impegnò Atene in una misura imprudentemente eccessiva al fianco degli Spartani, che avevano richiesto l’aiuto di Atene e di altre città nella guerra che conducevano contro i Messeni e iloti ribelli, la III Guerra messenica, detta anche «del terremoto» (464-455 a.C. ca.). Il terremoto che distrusse Sparta, e produsse molte vittime fra gli Spartani, avvenne durante la guerra di Taso. Infatti, gli abitanti dell’isola avevano preso contatto con gli Spartani durante l’assedio, ottenendone promessa d’aiuto, quando sopraggiunse la catastrofe, durante la quale furono divelte alcune cime del Taigeto. E dovette trattarsi di una lunga sequenza di eventi sismici, che fu lì per mettere in ginocchio Sparta: ne approfittarono, per ribellarsi, dapprima gli iloti della Laconia e soprattutto della Messenia (i Messeni asserviti) e un paio di comunità perieciche dell’area del Taigeto (Turia e Aithaia). Presto ne nacque una guerra di rivolta e di resistenza (per così dire, “nazionale”) dei Messeni, arroccatisi sull’Itome, nella parte orientale della Messenia (circa 800 m). L’intervento ateniese, voluto da Cimone, non risultò efficace come sperato; viceversa, esso alimentò negli Spartani il timore di collusioni con gli insorti derivanti da una qualche solidarietà ideologica anti-aristocratica. Di qui la brusca decisione di rinvio a casa del contingente ateniese; lo smacco, oltre che una svolta in senso apertamente anti-spartano della politica estera ateniese (alleanze con Argo, con i Tessali, e anche con Megara, in funzione anti-corinzia, perciò anti-peloponnesiaca in genere), segnò anche un crollo del prestigio e della credibilità politica di Cimone, che dell’intervento era stato fervido fautore[15]. Ne seguì l’ostracismo dell’uomo politico (circa 461 a.C.), che certamente dovette essere motivato con l’aver fatto Cimone pericolosamente prevalere una sua convinzione personale sull’interesse dello Stato; ma l’arma veniva ormai chiaramente usata non con un fine corrispondente al senso originario dell’istituto, bensì allo scopo di regolare i conti col partito avverso, nel clima di frontale contrapposizione politica che si va ormai determinando all’interno della democrazia ateniese[16].

 

[1] Tucidide, I 89117, in part. 97 e 118, 2; Diodoro, XI 41 sgg.; XII 1-34. Sul tema del coraggio (o audacia) ateniese e della paura spartana, cfr. Tucidide, I 95, 7; 102, 34.

[2] Tucidide, I 118, 2: non c’è dubbio che per lui sono gli Spartani a iniziare materialmente la guerra. Sul significato dell’aggettivo Πελοποννησιακός o Πελοποννήσιος denotante il πόλεμος, cfr. Pausania, IV 6, 1.

[3] A. Momigliano, Some Observations on Causes of War in Ancient Historiography (1958), ora in Secondo contributo alla storia degli studi classici, Roma 1960, pp. 13-27.

[4] Tucidide, I 93 (sulla ricostruzione delle mura della città e sul completamento di quelle del Pireo, sotto l’impulso di Temistocle); 107 (sull’inizio delle Lunghe Mura, verso il Falero e verso il Pireo, circa il periodo della nuova guerra contro Egina).

[5] Inno omerico III (Ad Apollo), 146 ss. Cfr. Delo e l’Italia, F. Coarelli – D. Musti – H. Solin (cur.), Roma 1983, p. 150.

[6] Tucidide, I 9597; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 23, 5; Plutarco, Aristide 25, 1 (μύδροι).

[7] Sulla data dell’ostracismo (verosimilmente 471, per alcuni già 474) e dell’εἰσαγγελία, e sulla data di morte (459 o 440), cfr. R.J. Lenardon, The Chronology of Themistokles: Ostracism and Exile, Historia 8 (1959), pp. 23-48; P.J. Rhodes, Thucydides on Pausanias and Themistocles, Historia 19 (1970), pp. 387-400; L. Piccirilli, Temistocle, Aristide, Cimone, Tucidide di Melesia, Genova 1987, pp. 31-49. Il passaggio di Temistocle al largo di Nasso o di Taso assediata dagli Ateniesi – nel viaggio dalla Macedonia all’Asia – dipende anche dalla cronologia delle due imprese ateniesi (per Taso, Plutarco, Temistocle, 25, 2, tradizione S; per Nasso, Tucidide, I 137, 2, e Plutarco, l.c., tradizione Γ). La cronologia da noi proposta favorisce Taso.

[8] Tucidide, I 128 ss.; Diodoro, XI 44 ss.; Giustino, IX 1, 3; Cornelio Nepote, Pausania 23. Cfr. Beloch, GG2 II 2, pp. 154-159.

[9] Così Beloch, GG2 II 1, pp. 122 sgg., e G. De Sanctis, Storia dei Greci II, pp. 51 sgg.; L. Moretti, Problemi di storia tarantina, in Atti X Convegno Taranto 1970, Napoli 1971, pp. 40 sg., con qualche riserva sul rapporto Atene-Taranto.

[10] R.A. Tomlinson, Argos and the Argolid. From the End of the Bronze Age to the Roman Occupation, London 1972, pp. 189 sgg.; D. Musti ne Le origini dei Greci cit., pp. 45 sg e 390 sg.; Id, in Pausania. Guida della Grecia II, Milano 1986 (in collab. Con M. Torelli), comm. Cap. 28, pp. 306 sg.; Ch.B. Kritzas, Κατάλογος πεσόντων από το Άργος, in ΣΤΗΛΗ, Athenai 1980, pp. 487 sgg.; M. Piérart, Le origini dei Greci cit., pp. 277 sgg.

[11] Cfr. l’intero passo delle Supplici 600-624; cfr. anche nel coro, a v. 699, τὸ δάμιον, τὸ πτόλιν κρατύνει: il gioco di parole continua; interessante l’insistenza sull’unanimità del voto dato dagli Argivi in favore delle donne supplici (ai vv. 605 e 607).

[12] Vd. G. Pochettino – F. Olmi, Storia e civiltà dei Greci 6, Milano 1979, pp. 559 sg.

[13] Tucidide, I 98100.

[14] Diodoro, XI 6062 (sotto il 470/69 tutto, con tipico accentramento biografico, dalla presa di Eione fino alla battaglia dell’Eurimedonte). Si può accettare o respingere il racconto di Diodoro, ma è chiaro che esso corrisponde a una scelta precisa e coerente, nei fatti, nei nomi dei generali persiani, Titrauste e Ferendate, nella dinamica, tutti improntati all’idea di separazione dei luoghi della battaglia navale e di quella terrestre. Cfr., per l’episodio dell’acclamazione degli strateghi come giurati, Plutarco, Cimone, 79. Date più basse per tutti gli eventi, da Nasso a Taso, in R. Meiggs, The Athenian Empire, Oxford 1972.

[15] Cfr. Tucidide, I 100103; Diodoro, XI 6364; Plutarco, Cimone 1417; sul numero di 4000 opliti ateniesi, Aristofane, Lisistrata 1143; Beloch, GG2 II 1, pp. 151-154.

[16] Plutarco, Pericle 11, 3: il conflitto tra Pericle e Tucidide di Melesia (ostracizzato nel 443) aprì nella città una βαθυτάτη τομή (un taglio profondissimo), in luogo della precedente nascosta venatura (διπλόη ὕπουλος: διπλόη Ruhnken).

La falange: tattiche e armamento degli opliti greci

di A. Frediani, Le grandi battaglie dell’Antica Grecia, Roma 2005, pp. 37-59.

 

Risulta difficile individuare il momento in cui gli atti di eroismo individuale e i duelli «a singolar tenzone» iniziarono ad essere visti non più come l’obiettivo primario di un’azione militare sul campo di battaglia, bensì come ciò che lo comprometteva, ovvero la potenza scaturita da un assalto compatto e coeso di ampie unità tattiche. Il poeta spartano Tirteo afferma che ai suoi tempi, nel VII secolo a.C., si era compiuto il processo in base al quale ogni guerriero era tenuto a combattere spalla a spalla con il proprio commilitone e ad evitare qualunque gesto, per quanto valoroso, che potesse compromettere la coesione della formazione. Ed è a questo concetto che dobbiamo legare l’inizio dell’arte occidentale della guerra, con tutte le sue implicazioni etiche, politiche e sociali. L’invenzione, d’altronde, fu così devastante da suscitare l’interesse dei governi dell’intero bacino mediterraneo, che diedero allora avvio alla pratica, assai diffusa nei secoli successivi, di valersi di guerrieri greci come mercenari: «uomini di bronzo che provenivano dal mare», ad esempio, prestarono servizio sotto il faraone Psammetico I, nel corso del suo lungo regno, nella seconda metà del VII secolo a.C.

Doveva essersi trattato di un processo piuttosto lungo. Non bastava, infatti, che un clan agrario prima, una città-stato (pólis) poi, orientassero la loro tattica sul campo di battaglia verso azioni più coordinate tra uomini e tra unità, imbrigliando l’aggressività di guerrieri solitamente portati a partire all’attacco da soli o a piccoli gruppi; era anche necessario concepire delle formazioni che obbligassero i combattenti a contare l’uno sull’altro, ed equipaggiarli con armi diverse da quelle di cui avevano fruito fino ad allora, più maneggevoli e compatte. Possiamo asserire, pertanto, che la tattica precedette le nuove tecnologie, piuttosto che il contrario, e che le nuove armi resero più efficace e portarono a un maggior grado di evoluzione un consolidato modo di combattere. Probabilmente nel corso dell’VIII secolo a.C., dunque, fu istituzionalizzata la pratica di schierare le truppe in file; grazie ad essa, ciascun armato poteva prendere prontamente il posto di chi lo precedeva quando questi cadeva, o creare dei ranghi serrati con l’avanzamento negli interstizi tra i commilitoni schierati nella fila precedente, per imprimere una potente forza d’impatto nel momento dell’attacco e contenere qualsiasi spinta in difesa. Per ottenere la coesione auspicata, ci volevano uno scudo più maneggevole e nello stesso tempo sufficientemente grande da coprire il lato scoperto dell’uomo al proprio fianco sinistro, e una lancia con cui affondare i colpi al momento dell’impatto stesso, in luogo del leggero giavellotto da lanciare prima del cozzare degli schieramenti.

 

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi»: due falangi oplitiche che si affrontano (particolare). Pittura vascolare tardo-corinzia a figure nere e policrome, 630 a.C. ca., da Veio. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

 

Nasceva così l’«oplita» (ὁπλίτης), ovvero l’«uomo corazzato» anche grazie alla collaborazione dei suoi commilitoni, tutti componenti di una formazione che doveva agire sempre all’unisono e combattere come una singola unità: la «falange» (φάλαγξ), ovvero, nel significato attribuitole dai Greci antichi, la «formazione da battaglia», anche se noi moderni tendiamo a riferirla solo alle formazioni di fanteria pesante. L’invenzione avrebbe profondamente influenzato l’arte della guerra nei secoli a venire, se si eccettua l’evoluzione manipolare e coortale delle legioni romane e l’avanzamento in ordine sparso delle orde barbariche all’alba del Medioevo: secoli e secoli dopo l’epoca della Grecia classica, i picchieri delle armate europee dal XIII ad almeno il XVII secolo avrebbero seguito i canoni adottati dagli antichi opliti.

Non doveva esistere nulla di più solido, compatto e omogeneo della falange; ciascun combattente era consapevole dell’enorme danno che avrebbe provocato un suo cedimento nel muro di scudi che era tenuto a mantenere in battaglia con i propri commilitoni. Senofonte paragonava l’allestimento di una linea della falange alla costruzione di una casa nella quale i materiali più solidi, come la pietra e le tegole, sono per le fondazioni e il tetto, mentre mattoni di fango e travi sono puri riempitivi da porre nel mezzo. Allo stesso modo, nella falange, gli uomini migliori dovevano essere posti in prima e in ultima linea, per mantenere la coesione della formazione, e ciascuno avrebbe dovuto scegliersi l’uomo che gli stava dietro, per sentirsi più sicuro al momento dello scontro.

È lecito ritenere che siano stati gli Spartani a inventare la falange, anche se l’unico vero tratto che distingueva gli opliti lacedemoni da quelli delle altre póleis rimase il loro distintivo mantello rosso (τρίβων), che si avvolgevano completamente intorno al corpo, sia d’estate sia d’inverno, senza mai lavarlo, ma che d’altronde non usavano in battaglia: le fonti tramandano che fosse stato Licurgo a stabilire per i Lacedemoni indumenti rossi, perché essi non tolleravano la minima somiglianza con l’abbigliamento femminile.

Siamo portati a pensare che siano stati gli Spartani a inventare la falange anche perché all’epoca in cui ne abbiamo una descrizione accurata, ai tempi di Senofonte, agli inizi del IV secolo a.C., la loro è di gran lunga più evoluta, nei singoli reparti come nei comandanti subalterni, di qualsiasi altra pólis, e della stessa Atene; inoltre, è plausibile aspettarsi da una società guerriera come quella spartana innovazioni di carattere militare di portata rivoluzionaria; infine, la falange appare come la logica trasposizione, sul campo di battaglia, di quello stretto cameratismo che veniva inculcato negli Spartiati e della loro società di «eguali» (ὅμοιοι).

L’unità della falange spartana era l’ἐνωμοτία, originariamente composta da ventitré opliti, disposti in tre file da otto elementi, e due ufficiali: l’ἐνωμοτάρχης, che si posizionava davanti alla prima linea, e l’οὐραγός, che occupava uno dei posti dell’ultima fila e aveva la responsabilità del mantenimento della coesione della formazione; quest’ultimo, era l’unico ufficiale che non si posizionasse davanti alla prima linea o in testa alla fila di destra. Due ἐνωμοτίαι formavano una πεντηκοστή, ciascuna comandata da un πεντηκόνταρχος, e quattro l’unità principale della falange, il λόχος, che quindi, nei tempi più antichi, era costituito da un centinaio di uomini (al comando di un λοχαγός).

Tutte le póleis, almeno fino all’epoca delle Guerre persiane, avevano adottato uno standard di profondità basato su otto linee. Tuttavia il λόχος descritto da Senofonte a proposito della falange spartana al termine della Guerra del Peloponneso, è di centoquarantaquattro elementi, stante la tendenza ad aumentare la profondità delle file di ciascuna ἐνωμοτία, formata da trentasei opliti disposti su tre file da dodici di profondità, oppure su sei file da sei di profondità. A Sparta, ai tempi di Senofonte quattro λόχοι formavano una «divisione», ovvero una μόρα, sei delle quali, comandate ciascuno da un πολέμαρχος, costituivano l’intero esercito lacedemone; in tempi anteriori, la denominazione di λόχος poteva essere attribuita anche ad unità più consistenti, anche perché la parola μόρα in Erodoto è del tutto assente.

 

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

 

Mόρα era anche la denominazione dell’unità di cavalleria aggregata alla «divisione», che non doveva annoverare più di sessanta elementi, e che iniziò a comparire nell’armata spartana solo nel corso della Guerra del Peloponneso, precisamente nel 424 a.C.; la comandava un ἱππαρμοστής. In seguito passò a cento effettivi, divisi in due οὐλαμοί da cinquanta cavalieri ciascuno, che si piazzavano ai fianchi degli opliti, in dieci file da cinque elementi ciascuna, denominate πεμπάς (guidate dai rispettivi πεμπάδαρχοι).

L’élite della falange spartana era costituita dagli hippeís che, a dispetto del nome, non erano però «cavalieri». Si trattava, infatti, di trecento opliti aggregati alla prima μόρα e solitamente disposti all’ala destra, che costituivano anche la guardia del corpo reale. Erano prescelti ogni anno, tra gli Spartiati nel fiore degli anni, da tre ἱππαγρέται nominati a tal fine dagli efori, ciascuno dei quali aveva la responsabilità di selezionarne cento.

I movimenti di una falange erano estremamente complessi, ed era necessario un severo addestramento perché tutto filasse liscio e la compattezza, presupposto essenziale della formazione, fosse mantenuta costante nelle varie fasi che portavano dall’ordine di marcia a quello di battaglia. Certamente, gli Spartiati erano avvantaggiati dall’abitudine a concetti e movimenti con i quali erano cresciuti fin da bambini, ma questi straordinari soldati combattevano fianco a fianco con i perieci e con quanti, col tempo, fu necessario integrare nei ranghi dell’esercito per compensare la carenza di effettivi. Va ricordato, infatti, che ai tempi di Senofonte l’intero esercito spartano vantava solo quattromila effettivi – meno della metà rispetto a tre secoli prima – con un fabbisogno di circa cento nuove immissioni l’anno, stante la conclusione del quarantennale servizio di ciascun combattente e le perdite per cause varie.

Le reclute, richiamate per classi annuali, venivano collocate in un’apposita ἐνωμοτία, i cui vecchi componenti erano distribuiti nelle altre unità, a parte gli ufficiali che, invece, rimanevano a comandare i nuovi venuti; questi ultimi erano posizionati, nello schieramento, all’estrema sinistra della μόρα, nella collocazione meno prestigiosa.

Le reclute che componevano un’ἐνωμοτία erano addestrate a marciare in un’unica fila. Quando la tromba suonava l’ordine di schierarsi, il comandante, in testa alla fila, manteneva i suoi uomini fino al dodicesimo nella stessa posizione, mentre i seguenti dodici, guidati dal tredicesimo, si ponevano al fianco sinistro dei primi e i successivi, a loro volta, al fianco sinistro dei secondi. Tra le file, disposte così in ordine aperto, veniva lasciato sufficiente spazio, almeno due passi, per la successiva disposizione a ranghi serrati – oppure, prima di una battaglia, per il ripiegamento della fanteria leggera –, nella quale le seconde metà di ciascuna fila passavano al fianco della rispettiva prima metà, formando un blocco di sei per sei elementi, con un passo di distanza tra un oplita e il commilitone al suo fianco.

Statuetta di oplita, figura di coronamento di una cista, dal Tempio di Zeus a Dodona, ultimo quarto del VI secolo a.C., Antikensammlung, Staatliche Museen zu Berlin.

Oplita. Statuetta, bronzo, ultimo quarto del VI sec. a.C. ca. da una cista (?) presso il tempio di Zeus a Dodona (Epiro). Berlin, Antikensammlung.

 

La vera difficoltà, per il leader di ciascun plotoncino, era quello del corretto e uniforme conteggio dei passi, e l’attenzione che doveva porre nel disporsi alla stessa altezza dell’ἐνωμοτάρχης. Quando nella manovra erano coinvolti i quattro λόχοι di una μόρα, ogni successiva unità passava sul fianco sinistro di quella che la precedeva nell’ordine di marcia, formando una falange con una fronte e una profondità di dodici opliti. Volendo, si potevano ottenere ranghi serrati, se si erano mantenuti i due passi tra una fila e l’altra, costituendo così una falange con una fronte da ventiquattro e una profondità di sei. In caso di ritirata, era l’οὐραγός a prendere l’iniziativa e a condurre la marcia indietro.

Su scala ancora più ampia, relativamente a un’intera μόρα, la trasformazione di un ordine di marcia in una falange non era affare da poco: ogni divisione in ordine aperto aveva una fronte di quarantotto opliti, ciascuno dei quali in testa a una fila di dodici elementi. Il λοχαγός doveva quindi calcolare uno spostamento generale a sinistra, per affiancare il λόχος che lo precedeva, di settanta passi, che sommati ai ventiquattro della prima unità davano una fronte totale di novantaquattro passi, entro i quali si potevano anche serrare i ranghi.

Una volta schierata al completo la falange, era prevista, anche se scarsamente applicata, la manovra avvolgente da parte delle ali. Al suono della tromba, i due fianchi, il destro e il sinistro, marciavano verso l’esterno in colonna, fino a un determinato punto, in cui riprendevano a marciare in avanti, assecondati dal centro: farraginoso – a dir poco – tanto da spingere i grandi teorici della guerra del IV secolo, da Epaminonda a Filippo II, a escogitare altri sistemi per aggirare il nemico.

Tutti questi concetti, comunque, trovavano un’applicazione pratica al momento dell’entrata in guerra di una pólis. A Sparta erano gli efori, in tale circostanza, ad annunciare le classi annuali richiamate alle armi. Una volta radunata l’armata, il re traeva auspici con un sacrificio e, se questi erano favorevoli, un tedoforo prendeva il fuoco dall’altare sul quale era stata celebrata la cerimonia e lo portava fino ai confini della Laconia. L’esercito lo seguiva fin lì, quando il sovrano si fermava per celebrare un nuovo sacrificio e, in caso di esito favorevole, l’armata poteva avanzare, sempre accompagnata dal fuoco che non doveva spegnersi, mai.

Ciascun combattente si faceva accompagnare da un ilota, perciò la razione di cibo – fiocchi d’avena e orzo, principalmente; ma anche formaggio, cipolle e carne salata – che era tenuto a portarsi dietro doveva comprendere anche la quantità prevista per quest’ultimo, per un massimo di venti giorni, nel caso in cui la durata del conflitto fosse stimata superiore alle due settimane; si diceva che lo zaino dell’oplita puzzasse di cipolla. Il cibo e le razioni erano uguali per tutti, dal re al soldato semplice, e pare che in un’occasione il sovrano, vistosi offrire da un alleato un ricco menù in onore dell’armata spartana, abbia fatto dare tutto agli iloti.

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Pittura su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C. ca. Bruxelles, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

Anche l’oplita ateniese si faceva accompagnare da un attendente, spesso un schiavo – chiamato σκηνοφόρος, «portatore di bagagli» – oppure da un parente più giovane cui far fare esperienza; questi marciava accanto al soldato, per spostarsi nelle retrovie in vista della battaglia, e quando il pericolo non era imminente, gli portava lo scudo, oltre a tutto il resto. Durante la marcia, l’aiutante portava sulle spalle il letto arrotolato – una sorta di sacco a pelo, detto στρώματα –, quando questo non era attaccato allo scudo dell’oplita.

La dieta del soldato ateniese era leggermente diversa da quella dello Spartiata, e consisteva in sale, talvolta aromatizzato con del timo, cipolle, pesce salato avvolto in foglie di fico, il tutto conservato in un paniere di vimini (γύλιος); egli disponeva anche di uno spiedo di ferro per cucinare la carne fresca che avrebbe acquistato nel corso della campagna, dal 462 a.C. con la paga corrisposta dalla pólis.

Tornando agli Spartani: l’occorrente per dormire veniva portato legato allo scudo, insieme ai vari cambi di vestiario; ma nulla, nell’equipaggiamento, riguardava il riparo per la notte, che consisteva in bivacchi in estate e capanne improvvisate con quanto si trovava sul posto nella stagione meno calda. Nei convogli di bagagli, la cui composizione e il numero erano anch’essi regolati dagli efori, i carri trasportavano pale e picconi, e gli animali da soma asce e falcetti, materiali usati dalla fanteria leggera per aprire la strada al convoglio; in generale, le salmerie erano costituite anche dagli strumenti utilizzati dai non combattenti come i medici, i fabbri e i carpentieri richiamati dagli efori.

Il primo giorno, la marcia procedeva lentamente, perché fosse consentito a chi avesse dimenticato qualcosa a casa di tornare a prenderla. La marcia, scandita dal corno e non dalla tromba, era preceduta dagli σκιρῖται, i montanari della Laconia settentrionale armati alla leggera, che costituivano lo schermo avanzato della colonna in cammino; con il tempo, vennero affiancati nei loro compiti dalla cavalleria di cui, durante le Guerre persiane, i Greci erano ancora molto carenti.

Solitamente, in campo aperto l’esercito spartano procedeva in quadrato, con il lato anteriore e quello posteriore schierati a falange, quelli laterali in colonna, e le salmerie, la fanteria leggera e i non combattenti nel mezzo. Nelle strettoie, dove era lecito temere qualche imboscata, la fanteria si divideva in due colonne che procedevano parallele, divise dalle salmerie, o con i λόχοι disposti su quattro file e perfino meno. In linea di massima, ogni móra teneva a portata di mano il rispettivo convoglio, per aver tutto a disposizione al momento della sosta.

I Greci non conoscevano nulla di simile alle zelanti regole romane sulla costruzione di un campo fortificato. Anche in situazioni di pericolo, era estremamente improbabile che costruissero un accampamento con palizzata e fossato, come erano tenuti a fare ogni sera i legionari di ogni epoca. L’unica precauzione era costituita dall’appostamento degli σκιρῖται e poi dei cavalieri in siti sopraelevati, da cui costoro potevano avvistare e prevenire i movimenti del nemico. Gli Spartani, piuttosto, ponevano molta più attenzione alla custodia delle armi per la notte, cui facevano una custodia serrata per scongiurare qualsiasi tentativo di impadronirsene da parte degli iloti.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno). 560 a.C. ca. Staatliche Antikensammlungen di Monaco.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno), 560 a.C. ca. München, Staatliche Antikensammlungen.

 

Per certi aspetti, erano più severe le restrizioni tra settori dell’esercito che tra il perimetro dell’accampamento e il territorio circostante; ogni μόρα era tenuta a occupare uno spazio determinato, dal quale i suoi compagni non potevano uscire nemmeno in occasione dei consueti esercizi ginnici cui si dedicavano ogni giorno prima di colazione e prima di cena. Il centro del campo era comunque occupato dal padiglione del re, attorniato dal suo stato maggiore e dai suoi attendenti, tre spartiati incaricati di vegliare su di lui, e poi i medici, gli indovini, i πολέμαρχοι, due Πυθόι, con il compito di andare a consultare l’oracolo di Delfi in particolari circostanze, i suonatori di flauto incaricati della “colonna sonora” durante le cerimonie sacrificali (e del ritmo di marcia in battaglia), gli araldi per comunicare gli ordini ai subalterni, e con ogni probabilità la guardia del corpo dei Trecento.

In un’epoca in cui l’arte ossidionale era ancora ad uno stato molto primitivo, le città costituivano un baluardo insormontabile per qualsiasi esercito e la più efficace delle difese per coloro che si vedevano invadere il proprio territorio. Nella migliore delle ipotesi, pur disponendo di un qualche ariete, ancora privo di copertura e di sofisticati mezzi di bilanciamento introdotti dagli ingegneri di Filippo II e Alessandro Magno, di scale d’assalto e della possibilità di porre un blocco alla cinta muraria, gli eserciti poliadi non erano in grado di prolungare la campagna per il tempo necessario ad attendere la caduta del caposaldo. I cittadini, tutti artigiani o agricoltori, non potevano far altro che tornare alle proprie attività dopo un limitato periodo di tempo, né la pólis era in grado di assumersi l’onere di compensarli per la perdita dei loro raccolti o per il prolungato arresto delle loro attività. Per questo motivo, si tendeva a votare stanziamenti per campagne brevi e gli strateghi si ponevano obiettivi a breve termine. Tutt’altro discorso per gli Spartani, che disponevano di un vero e proprio “esercito di Stato”, i cui componenti erano stati messi in condizione di non far altro che la guerra. Ma anch’essi necessitavano di attendenti, servitori e personale ausiliario la cui prolungata assenza dalla madrepatria avrebbe inciso in qualche modo sull’economia della pólis.

Lo scopo di una campagna militare, pertanto, era d’indurre quanto prima il nemico alla battaglia campale decisiva, e la strategia più diffusa per riuscirvi, nel caso frequente in cui questi si asserragliava all’interno delle proprie roccaforti, consisteva nella devastazione sistematica quanto più possibilmente capillare di tutte le sue fonti di approvvigionamento (in primis, le campagne). Non a caso, si preferiva avviare le ostilità nella stagione del raccolto, quando le messi erano ancora nei campi, per provocare i danni maggiori; sotto quest’aspetto, durante la Guerra del Peloponneso, Sparta era avvantaggiata nei confronti di Atene, poiché trovandosi più a sud il suo grano maturava prima, permettendo ai suoi uomini di raccoglierlo e poi di invadere l’Attica prima che gli Ateniesi raccogliessero il proprio. Ma spesso anche questa si rivelava una strategia a lungo termine, perché non era affatto detto che i nemici si lasciassero indurre a scendere in campo aperto per fermare lo scempio, ed era necessario fare terra bruciata per anni, prima che gli avversari considerassero la loro economia talmente danneggiata da non aver nulla da perdere ad affrontare gli invasori, o a chiedere la pace.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Palermo, Museo Archeologico Regionale.

Ogni mattina il sovrano spartano, in guerra, compiva un sacrificio, alla presenza dei suoi subalterni, dei comandanti dei contingenti stranieri e dei responsabili delle salmerie. Proprio in vista di uno scontro, si sviluppava un’accurata e complessa ritualità, dalla quale nessun comandante in capo osava prescindere. L’oggetto del sacrificio era solitamente una capra, che il re immolava dopo essersi cinto il capo con una ghirlanda (parimenti facevano tutti gli astanti). Se gli auspici erano dunque favorevoli – e talvolta si faceva in modo che lo fossero – , gli opliti facevano il primo di due pasti giornalieri, detto ἄριστον, che si consumava a metà mattinata accompagnato da copioso vino, per favorire un moderato stato di ebbrezza; quindi, senza togliersi la ghirlanda, i guerrieri prendevano posto nella falange in attesa di ordini, poggiando lo scudo lungo le ginocchia e la parte posteriore della lancia a terra. La sera precedente avevano lucidato i loro scudi e pettinato i loro lunghi capelli, usanza dalla quale non prescindevano quando mettevano a rischio la propria vita: Licurgo, il semi-leggendario legislatore, riteneva infatti che i capelli lunghi rendessero più gradevole un bell’uomo e più terrificante uno brutto!

Quindi, i comandanti subalterni che avevano partecipato al consiglio di guerra – πολέμαρχοι e λοχαγοί – si avvicinavano ai ranghi schierati e prendevano posizione, passando gli ordini definitivi ai propri subordinati, che a loro volta li trasmettevano agli ἐνωμοτάρχοι; in breve, tutti i soldati, passandosi la parola, ne erano informati. Una volta schierati anche gli ufficiali, arrivava al re, che trasmetteva la parola d’ordine alla prima linea i cui componenti la ripetevano a quanti li seguivano, fino a che essa non ritornava al sovrano dopo essere stata ripetuta da tutti due volte, sia la domanda che la risposta. L’artificio era essenziale per poter distinguere i compagni nella confusa mischia che sarebbe nata di lì a poco, tra opliti appartenenti a eserciti nemici ma spesso equipaggiati allo stesso modo, ragion per cui la parola d’ordine veniva stabilita e comunicata solo pochi minuti prima della battaglia.

A quel punto, supportato dai flautisti (αὐληταί), il re intonava il peana di guerra (παιάν) e subito dopo si dava fiato alle trombe, il cui suono dava inizio all’avanzata della falange, senza che il suono dei flauti e il canto del re, progressivamente accompagnato dal resto dell’armata, si interrompessero. Probabilmente gli Spartiati erano i soli, tra i Greci, in grado di mantenere la compattezza della falange in fase di avanzata; le fonti riportano che erano sufficienti un leggero avvallamento, un modesto corso d’acqua, un’altura appena abbozzata – ma anche una marcata differenza d’età tra i combattenti, che si rifletteva sul loro ritmo di corsa –, perché la formazione perdesse in coesione e le linee divenissero dei segmenti ondulati e frammentati. In alcuni casi, addirittura, la falange si dissolveva prima di arrivare a contatto con il nemico, e lo scontro non aveva luogo.

La musica si fermava solo quando l’armata giungeva a ridosso del nemico, per lasciar posto alle esortazioni degli ufficiali, cui gli stessi soldati rispondevano incoraggiandoli a condurli con ardimento. Un nuovo segnale di tromba, dato a meno di duecento metri di distanza dall’esercito nemico, dava inizio all’assalto vero e proprio (ἐπίδρομος), durante il quale gli ufficiali continuavano a incitare i propri commilitoni con frasi del tipo: «Chi seguirà? Chi si dimostrerà coraggioso? Chi sarà il primo ad abbattere il nemico?», che i soldati ripetevano fino a quando non giungevano a contatto con gli avversari. Gli opliti procedevano ora di corsa – al ritmo di otto chilometri l’ora – dopo aver posizionato lo scudo, fino ad allora portato di fianco, in modo da coprire la maggior parte del corpo, e la lancia in posizione d’attacco, che non si sa se fosse sopra o sotto la spalla, poiché le raffigurazioni la rappresentano in entrambi i modi.

Tempio di Afaia ad Egina, guerriero troiano, detto 'Priamo', frontone occidentale, 485-480 a.C. Glyptothek, Monaco.

Guerriero troiano, detto ‘Priamo’. Statua, marmo, 485-480 a.C. ca., dal frontone occidentale del tempio di Afaia (Egina). München, Glyptothek.

In linea di massima, un generale cercava di far scattare l’attacco prima degli avversari, per valersi dell’abbrivio, ma doveva prestare attenzione a non farlo partire troppo presto, per non far stancare i propri uomini, che avevano bisogno di tutte le loro energie per il corpo a corpo. Il momento dell’impatto tra le due schiere era sancito dal rombo assordante degli scudi che cozzavano l’un contro l’altro e, subito dopo, dalle urla degli opliti delle file successive, che incitavano i commilitoni impegnati nello scontro e cercavano di fare la loro parte, spingendoli contro il muro avversario per scompaginarne la coesione, o sostituendo i caduti. La saldezza degli uomini schierati nelle linee posteriori era fondamentale per mantenere la coesione della falange e la pressione sullo schieramento nemico.

Non meno decisiva era la volontà di ciascun oplita di prevalere sull’avversario diretto e su quelli vicini, per assicurarsi la sopravvivenza di chi combatteva immediatamente al suo fianco e che, spesso, era un suo vicino parente: ad Atene e in molte altre póleis greche i λόχοι, infatti, erano costituiti su base distrettuale, e vi prestavano servizio più membri di una stessa famiglia. Infine, altro fattore in grado di influenzare il risultato era la tendenza di ciascun oplita a cercare la protezione dello scudo del compagno sulla destra, con il conseguente spostamento dell’intero schieramento verso quella direzione e una forza d’impatto generale che poteva risultare meno efficace.

Tra un oplita e l’altro si svolgeva un combattimento quasi di scherma con le lance, nel quale ciascuno dei contendenti affondava la propria arma nel tentativo di colpire l’avversario sopra e sotto lo scudo, in particolar modo alla gola, all’inguine e alle cosce. Accadeva però spesso che la lancia si spezzasse, costringendo il soldato a proseguire con la spada.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche. 475-425 a.C. ca. Cabinet des médailles.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche, 475-425 a.C. ca. Paris, Cabinet des médailles.

Lo scontro conservava una certa staticità fino a quando in uno dei due schieramenti si aprivano dei varchi, dovuti ai caduti e a quanti non erano in grado di conservare lo scudo al braccio. Era come se qualche mattone venisse sottratto a un muro, provocandone la caduta: i nemici si affrettavano a penetrare in quei buchi e diventava molto più facile, per loro, infliggere colpi mortali agli avversari.

Non è detto che la battagli finisse con la rotta degli sconfitti e l’inseguimento da parte dei vincitori. I comandanti potevano anche sancire la conclusione dello scontro facendo squillare le trombe per la ritirata quando si rendevano conto che la propria compagine stava prevalendo, né si curavano di darsi all’inseguimento dei nemici, poiché la carenza di effettivi di cavalleria, d’altronde, l’avrebbe reso inefficace. In linea di massima, se lo sconfitto mandava un araldo a negoziare una tregua per portare via i morti dal campo di battaglia, ciò implicava l’ammissione della sconfitta.

Prima della rimozione dei caduti, tuttavia, i vincitori si sentivano in diritto di spogliare i cadaveri dei nemici, cui sottraevano le armature, oltre agli eventuali effetti personali che si portavano addosso. L’intero bottino veniva diviso tra i soldati, salvo un decimo che era dedicato alle divinità cui il comandante aveva consacrato l’eventuale vittoria, oppure affidato a dei banditori che lo mettevano all’asta perché la pólis vittoriosa ne percepisse il ricavato. Le armi andavano a costituire un trofeo (τροφεῖον) eretto sul punto in cui lo scontro era stato decisivo.

L’ὁπλίτης greco aveva fama di fante pesante per eccellenza sebbene, ad esempio in Beozia, dove si praticava un vero e proprio culto del corpo attraverso la ginnastica costante, fosse molto diffusa l’abitudine di combattere pressoché nudi; il paradosso era che i Beoti adottavano degli stivaletti, in contrasto con gran parte degli opliti delle altre regioni, che avevano l’abitudine di combattere a piedi nudi.

In effetti fra i Greci, sempre attenti a non rendere il combattimento troppo impacciato, non si dotavano di un equipaggiamento particolarmente “pesante”, accettando il rischio che le proprie armi di difesa fossero trapassate, a vantaggio di una maggiore mobilità e fluidità delle manovre. Si trattava di una panoplia piuttosto costosa, che si preferiva trasmettere di padre in figlio, anche perché il suo acquisto corrispondeva alla paga mensile di un artigiano, e solo alla fine del periodo classico lo Stato avrebbe tolto ai cittadini l’onere di provvedervi. In ogni caso, pare che ancora agli inizi della Guerra del Peloponneso non ci fosse una piena uniformità di equipaggiamento nell’ambito di una stessa pólis, e che solo a partire dalla fine del medesimo conflitto il concetto si sia esteso fino a prevedere delle vere e proprie “uniformi”.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. da Delfi. Museo Archeologico di Delfi.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. dal santuario di Apollo Pitico. Delfi, Museo Archeologico.

Lo scudo (ἀσπίς) doveva essere maneggevole e allo stesso tempo coprire la maggior parte possibile del corpo. Quello che si utilizzò nel corso dell’età classica era frutto di una secolare evoluzione, inaugurata ancora in età micenea da un’arma “a forma di otto” con le rientranze mediane tagliate in dentro; prese la sua forma definitiva nel corso dell’VIII secolo a.C., con il modello argivo detto ὅπλον (da cui derivò il nome di chi lo portava). Si trattava di uno scudo più convesso dei precedenti e con la novità che il bordo era rinforzato per conferire all’attrezzo una rigidità sufficiente a impedirgli di curvarsi sotto i colpi subiti in battaglia. Rotondo e molto ampio, tanto da coprire il corpo del combattente dal mento al ginocchio – ma anche la parte scoperta del commilitone sulla sinistra –, aveva un diametro di un metro o poco meno e pesava poco più di sette/otto chilogrammi, il che vuol dire che era piuttosto sottile, tanto da essere sufficiente contro gli affondi di lance e spade, ma di scarsa efficacia contro giavellotti e frecce.

Lo scudo, trasportato dall’attendente dell’oplita fino a pochi istanti prima dello scontro, era saldamente ancorato al braccio dell’oplita mediante un bracciale di bronzo (πόρπαξ) saldato all’interno mediante due piastre; il soldato vi passava l’avanbraccio attraverso e poi afferrava con la mano una cordicella che correva lungo l’intera circonferenza del bordo, ancorata allo scudo mediante rovelli disposti con cadenza regolare e ricoperti sul lato esterno dal rivestimento. Il πόρπαξ era talmente decisivo ai fini dell’utilizzo dello scudo che l’oplita spartano – in particolare –, al termine di una campagna, lo staccava e lo conservava altrove, per evitare che gli iloti utilizzassero l’arma in caso di ribellione.

La base era di legno, probabilmente di noce, e solo in Età classica si trovò il modo di rivestirla di una sottile lamina di bronzo pressato – in alternativa alla pelle di bue, che continuò comunque a essere usata –, che nel periodo arcaico era limitato ai bordi e all’umbone centrale (quest’ultimo, poi, scomparso in epoca classica). Anche con il rivestimento in metallo, comunque, gli emblemi continuarono a essere dipinti, con colori convenzionali che nelle pitture sui vasi corrispondono al rosso su sfondo nero. A seguito dei primi contatti bellici con i Persiani, comparve anche una sorta di “grembiule” in cuoio che pendeva lungo il bordo inferiore, come ulteriore difesa contro i proietti dei tiratori nemici.

Le pitture sui vasi consentono l’individuazione di alcuni motivi costanti raffigurati sugli scudi, che dovevano rappresentare l’unico modo per distinguere un oplita dall’altro, poiché il viso era interamente celato dall’elmo. Gli Argivi erano famosi per i propri scudi bianchi, di cui parla anche Eschilo, forse con l’aggiunta di un’idra. In generale, si trattava in gran parte di motivi geometrici, di oggetti e di animali, anche se, con il tempo, vennero introdotti specifici simboli per contrassegnare l’appartenenza a una pólis, come la lámbda per Sparta o la clava per Tebe.

Elmo in bronzo greco-cretese, fine VII secolo a.C., London British Museum.

Elmo in bronzo greco-cretese. Bronzo, fine VII sec. a.C. ca. London British Museum.

Anche l’elmo non era particolarmente rigido, e non sempre resistente al fendente di una spada; in compenso, la sua flessibilità consentiva di metterlo e toglierlo con una certa facilità, o di tenerlo sollevato all’altezza della fronte.

Oltretutto, mancava delle cinghie per fissarlo al mento, e l’oplita correva il rischio di perderlo, durante i movimenti convulsi che era costretto a compiere durante uno scontro. Il tipo più diffuso era quello detto “corinzio”, evolutosi a partire dall’VIII secolo attraverso forme sempre più sofisticate, ma mantenendo sempre la sua caratteristica di coprire tutto il viso tranne gli occhi, il naso e la bocca. Il suo vero problema era che copriva le orecchie, impedendo a chi lo indossava di recepire bene gli ordini del proprio comandante, tanto che si tendeva a tenerlo sollevato fino agli attimi precedenti lo scontro; nel corso del V secolo, pertanto, venne modificato e si sviluppò in almeno tre nuovi modelli: uno, detto “calcidico”, con le aperture per le orecchie, e con paragnatidi fissi o rimovibili, un altro, quello “attico”, con paragnatidi rimovibili e senza guardianaso, e infine un terzo, detto “tracico”, col bordo rialzato a protezione di occhi e orecchie, paragnatidi molto lunghi fino a chiudersi sulla bocca e una leggera cresta sulla sommità.

Parallelamente si sviluppò e si diffuse anche il tipo “beotico”, molto più aperto, derivante dal copricapo di feltro che, secondo Demostene, i contingenti di Platea indossavano ancora durante la prima invasione persiana. Tutto ciò che il soldato aveva sul viso, oltre alla calotta, era un’ampia visiera che aggettava su tutta la circonferenza dell’elmo, risultando più pronunciata sulla fronte.

L’interno degli elmi era rivestito di stoffa, ma qualcuno usava indossare sotto l’elmo un copricapo di tessuto, per attutire l’impatto dei colpi ricevuti. La cresta di cavallo che troneggiava sulla sommità svolgeva la precisa funzione di far apparire più alto e imponente l’oplita anche se, nel corso del tempo, con una maggiore definizione dei gradi e delle rispettive uniformi, divenne piuttosto un segno del rango. Il guerriero la conservava separata dall’elmo, in una scatola, perché i colori non si sciupassero, e l’attaccava al copricapo mediante due distinti sistemi, ovvero una o più forcelle disposte lungo la sommità, oppure un perno leggermente incurvato alla sommità, che staccava notevolmente la cresta dall’elmo.

Come i centurioni romani, gli ufficiali spartani solevano portare la cresta trasversale, mentre si ha notizia di creste multiple o di elmi piumati con piume di ostrica per ταξίαρχοι e στρατηγοί. Un altre segno distintivo era il βακτήριον, il «bastone», che poteva essere completamente dritto o ricurvo a un’estremità, che si usava porre sotto l’ascella sinistra per appoggiarvi il peso del corpo.

Statua di oplita con elmo (forse Leonida I), da Sparta. V secolo a.C. ca. Museo Archeologico di Sparta.

Oplita con elmo crestato (forse re Leonida?). Statua, marmo locale, inizi V sec. a.C. ca. Sparta, Museo Archeologico.

In Età arcaica la corazza degli opliti più importanti sembrava una sorta di campana, con delle piastre di bronzo a forma di anello orizzontale la cui struttura si allargava in vita. Questo ingombrante modello, che possiamo figurarci indosso agli eroi omerici, si affinò col tempo fino a divenire, in Età classica, la cosiddetta corazza “anatomica”, modellata secondo le forme del busto e chiusa in vita, dalla quale pendevano strisce di cuoio indurito, dette pterugi, disposte in due strati, il secondo dei quali andava a coprire gli intervalli lasciati dal primo. Fondamentalmente si trattava di due piastre di bronzo modellato, tenute insieme da tre cerniere per lato, una su ciascuna spalla e due lungo i fianchi, di cui si usava aprire e chiudere quelle sul lato destro, per fissarle inserendovi degli spilli. In alcuni modelli si usava anche assicurare la coesione dei due pezzi con delle cinghie sotto l’ascella, che si dipartivano da due anelli posti a ridosso della giunzione.

Ma era diffuso anche un altro tipo di corazza, detta “composita”, perché il bronzo era rivestito da lino o cuoio per prevenirne l’ossidazione; altre erano costruite soltanto da più strati sovrapposti di cuoio indurito o di lino pressato (λινοθώραξ); in quest’ultimo caso, preferito per la sua maggiore flessibilità, leggerezza e soprattutto per i suoi bassi costi, si raggiungeva uno spessore di mezzo centimetro. La giunzione era posta solitamente sul fianco sinistro. Un altro pezzo a forma di “U” si dipartiva dal centro della schiena per coprire le spalle, con le due estremità fissate sul petto.

Va da sé che qualsiasi corazza poggiava su un qualche indumento di stoffa, che fino alla metà del V secolo a.C. fu il caratteristico χιτών. Solitamente di lino o di lana, esso era costituito da un rettangolo di stoffa che rivestiva sia gli uomini sia le donne, e che si usava avvolgere e drappeggiare intorno al corpo, ripiegandolo lungo il bordo superiore affinché il risvolto arrivasse alla vita, che veniva stretta da una cintura. In seguito, questo capo d’abbigliamento fu affiancato e pressoché sostituito dall’ἐξωμίς, una tunica corta di lino senza maniche e stretta alla vita da una cintura, ricavata dall’unione di due rettangoli di stoffa cuciti insieme a mo’ di cilindro, lungo i quali venivano lasciate delle aperture per le braccia e il collo.

L’elenco delle armi difensive si conclude con i gambali (o schinieri), introdotti a partire dal VII secolo a.C., che grazie alla naturale elasticità del bronzo si stringevano intorno al polpaccio adattandosi alla sua muscolatura, senza bisogno di stringhe per tenerli fermi. Inizialmente coprivano la gamba dalla caviglia fin sotto il ginocchio, ma col tempo anche quest’ultimo, che in battaglia si dimostrava assai vulnerabile. In certi periodi, si usava metterci sotto qualcosa, forse delle “calze”, per evitare lo sfregamento del bronzo sulla pelle.

 

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum.

 

Tra le armi offensive la lancia (δόρυ), rivestiva, e di gran lunga, un ruolo più importante della spada. I Greci la preferivano con un fusto di frassino, un legno che offriva il giusto bilanciamento tra le esigenze di resistenza e di leggerezza, e che si poteva trovare in abbondanza nelle frequenti zone montane della penisola ellenica, sebbene alcune póleis preferissero importarlo da altri paesi più a nord. Pare fosse lunga poco meno di due metri e mezzo, sebbene le esigenze artistiche dei vasi la raffigurassero più corta, e pesasse circa un chilogrammo.

La lavorazione era piuttosto complessa. Si prendevano dei ciocchi di legno e si dividevano in lunghezza con mazzuoli e cunei di legno. Una volta stagionati, i pezzi venivano ulteriormente tagliati per eliminare tutte le parti “deboli”, e il lavoro proseguiva fino a quando non rimaneva un’asta grezza per circa due pollici di diametro. Un piccolo coltello ricurvo, detto (ξυήλη), in mano a un δορυξόος («raschiatore di lance»), si assumeva il compito di dare una forma a quel palo, che grazie al lavoro finale di una raspa diveniva perfettamente tondo e liscio.

Poi, l’attrezzo passava in mano ad altri artigiani, che lo dotavano delle parti in metallo – in ferro ma anche in bronzo – , valendosi della resina ma, in alcuni casi, anche di anelli di ferro, per le giunzioni. All’estremità più affilata veniva posta la punta vera e propria, a forma di “foglia”, a quella più grossa il puntale posteriore, detto στύραξ («uccisore di lucertole»), perché si usava soprattutto per conficcare l’attrezzo nel terreno durante il riposo dell’oplita. Lo stadio finale della lavorazione dell’arma consisteva nell’avvolgere un quadrato di stoffa al centro dell’asta, e poi cucirlo, per consentire al guerriero una salda presa.

Quanto alle spade, di bronzo, ve ne erano di diversi tipi, che l’oplita usava tenere in un fodero appeso a tracolla, di legno rivestito di cuoio. La più diffusa, della ξύφος, aveva un’elsa cruciforme e una lama dritta, a doppio taglio e a forma di “foglia” più larga verso l’impugnatura, per una lunghezza della lama di circa settantacinque centimetri. Ma a partire dal VI secolo a.C. si diffusero anche spade di probabile influenza orientale, a un taglio, l’una a mo’ di scimitarra, con il dorso dritto o appena concavo, e l’altra a forma di sciabola ricurva, denominate rispettivamente κοπίς e μάχαιρα, lunghe circa sessanta/sessantacinque centimetri, con l’elsa spesso a forma di uccello o comunque a testa di animale, e con un’accentuata uncinatura per la protezione delle nocche.

*****************************************************************************************************

Bibliografia (aggiornata) di approfondimento:

 

E. Anson, The General’s Pre-Battle Exhortation in Graeco-Roman Warfare, G&R 57 (2010), pp. 304-318.

B. Bertosa, The Supply of Hoplite Equipment by the Athenian State down to the Lamian War, JMH 67 (2003), pp. 361-379.

P. Cartledge, Hoplites and Heroes: Sparta’s Contribution to the Technique of Ancient Warfare, JHS 97 (1977), pp. 11-27.

M.R. Christ, Conscription of Hoplites in Classical Athens, CQ 51 (2001), pp. 398-422.

F. Echeverría, Hoplite and Phalanx in Archaic and Classical Greece: A Reassessment, ClPh 107 (2012), pp. 291-318.

A. French, Solon’s Hoplite Assessment, Historia 10 (1961), pp. 510-512.

A.W. Gomme, The Athenian Hoplite Force in 431 B.C., CQ 21 (1927), pp. 142-150.

C.R. Hallpike – W.G. Runciman, Greek Hoplites, JRAI 5 (1999), pp. 627-629.

A.H. Jackson, An Early Corinthian Helmet in the Manchester Museum, ABSA 99 (2004), pp. 273-282.

D. Kagan – G.F. Viggiano, Men of Bronze: Hoplite Warfare in Ancient Greece, Princeton 2013.

P. Krentz, The Nature of Hoplite Battle, ClAnt. 4 (1985), pp. 50-61.

Id., Fighting by the Rules: The Invention of the Hoplite Agôn, JASCSA 71 (2002), pp. 23-39.

J.F. Lazenby – D. Whitehead, The Myth of the Hoplite’s Hoplon, CQ 46 (1996), pp. 27-33.

J.E. Lendon, Soldiers and Ghosts: A History of Battle in Classical Antiquity, Yale 2005.

L. Rawlings, The Ancient Greeks at War, Manchester 2007.

R.T. Ridley, The Hoplite as Citizen: Athenian Military Institutions in Their Social Context, AntCl 48 (1979), pp. 508-548.

W. Rieß – G.G. Fagan, The Topography of Violence in the Greco-Roman World, Ann Arbor 2016, pp. 162-194.

W.G. Runciman, Greek Hoplites, Warrior Culture, and Indirect Bias, JRAI 4 (1998), pp. 731-751.

J. Salmon, Political Hoplites?, JHS 97 (1977), pp. 84-101.

A.M. Snodgrass, The Hoplite Reform and History, JHS 85 (1965), pp. 110-122.

Id., Archaeology and the Emergence of Greece, Edinburgh 2006, pp. 309-330; pp. 344-360.

W. E. Thompson, Three Thousand Acharnian Hoplites, Historia 13 (1964), pp. 400-413.

H. Van Wees, The Homeric Way of War: The ‘Iliad’ and the Hoplite Phalanx (I), G&R 41 (1994), pp. 1-18; 131-155.

J.R. Zorn, A Note on the Depiction of a Hoplite on a Sherd from Ashkelon, BASOR 372 (2014), pp. 35-38.

L’oblio nella città

Cassandra denudata e rannicchiata ai piedi del “Palladio”; Aiace l’afferra per i capelli per portala via. Particolare – Hydria attica a figure rosse, 480-475 a.C. ca. Opera attribuita al pittore Cleofrade. Conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, N° Inv. 2422.

Pittore Cleofrade. Cassandra denudata e rannicchiata ai piedi del “Palladio”; Aiace l’afferra per i capelli per portala via (dettaglio). Pittura vascolare su hydria attica a figure rosse, 480-475 a.C. ca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

di N. Loraux, La città divisa, Neri Pozza Editore, Vicenza 2006, pp. 61-77

Il punto di partenza è dato da un progetto: comprendere che cosa avesse spinto gli Ateniesi nel 403 a prestare giuramento di «non rievocare i mali del passato». Un evento politico, dunque. Il punto d’arrivo, benché del tutto provvisorio, consiste in un testo tratto dalla parte finale dell’Orestea: alcuni versi di Eschilo, quindi un registro completamente diverso, un pensiero più vecchio di cinquant’anni (ma mezzo secolo conta molto nella breve storia dell’Atene classica). Lungo il cammino, le domande e le preoccupazioni di una ricerca che muoveva i primi passi.
In principio, si diceva, il progetto di comprendere un momento chiave della storia politica di Atene: dopo la sconfitta definitiva nella guerra del Peloponneso, dopo il colpo di stato oligarchico dei Trenta “tiranni” e le loro estorsioni, il ritorno vittorioso dei resistenti democratici, che si ritrovano con i propri concittadini, gli avversari del giorno prima, per giurare insieme a loro di dimenticare il passato attraverso il consenso. Gli storici moderni della Grecia dicono che si tratta del primo esempio, straordinario e familiare al tempo stesso, di un’amnistia. Per i manuali (ma già negli scritti e nei discorsi dopo il 400) è questa la svolta con cui Atene si congeda dal secolo di Pericle per entrare nella cosiddetta “crisi del IV secolo”. Perché scegliere di attenersi a un evento, per giunta proprio a questo? Forse per sfuggire agli schemi atemporali della storia lunga. Ma anche per il diletto e –speriamo – l’utile atteso dall’esercizio che consiste nello strappare un evento tanto alla storia-racconto quanto alla storiografia commemorativa, al fine di metterlo in relazione con questioni greche molto antiche. 403: un anno di notevole importanza nella storia della città modello, perché proprio allora essa “inventa” l’amnistia. E lo fa con gli strumenti concettuali di una lunga tradizione, che è indissolubilmente politica e religiosa. La città – quella degli storici – prende delle decisioni, ma anche la pόlis, figura cara agli antropologi della Grecia, si scontra con la propria divisione, nel tempo degli uomini e in quello degli dèi. In breve, tenteremo di comprendere la città a partire dalla pόlis.
Si potrà ritenere che tale modo di procedere vada da sé. Ma le cose non sono così semplici. Si immagini uno storico interessato al politico e intento a cercarlo in Grecia: una Grecia non idealizzata, beninteso, che egli pensa di trovare rivolgendosi agli antropologi. Qui cominciano le difficoltà, perché, in quanto luogo del politico, l’oggetto pόlis è, per storici e antropologi, la posta in gioco di una versione inedita della parabola delle due città. Ci sia permessa a questo punto un’incursione nel cuore delle perplessità del nostro studioso dilettante di politica.

Le due città

Nel diciottesimo canto dell’Iliade, sullo scudo di Achille Efesto raffigura due città umane, entrambe “belle”, come precisa il poeta: l’una indaffarata nelle attività tipiche del tempo di pace (matrimoni e giustizia), l’altra pronta a fronteggiare la guerra che tuona alle sue porte. Su quale blasone raffigureremo le due città di cui i moderni ricercatori, storici e antropologi della Grecia, fra loro in competizione e come dandosi le spalle, si dilettano a disegnare i contorni?
Prendiamo la città classica, città dei classicisti. Nettamente separata dai suoi margini e in buona misura dalle sue radici sociali – come pure, per l’essenziale, da quelle religiose – , la città è un gruppo di uomini (per essere precisi, di maschi; i Greci dicono: ándres) associati tra loro da una costituzione (politeía), che può essere democratica o oligarchica (a questo livello di generalità il tiranno non trova posto, giacché, a dire dei Greci stessi, è fuori città; al massimo si vede in lui un momento sempre superato dall’irresistibile evoluzione della storia costituzionale delle città greche). La vita della città è politica e militare, poiché gli ándres fanno la guerra e, riuniti in assemblea, prendono decisioni a maggioranza. La città ha una storia che è stata già scritta dagli storici greci, a tutto vantaggio dei loro “colleghi” moderni. Questa storia parla di costituzioni e di guerre, e non sa che cosa farsene della vita silenziosa di donne, stranieri e schiavi. La città racconta i suoi érga (le sue “gesta”, nello specifico importanti fatti militari). La città si racconta.
La città degli antropologi, invece, non agisce nel tempo dell’evento, ma in quello ripetitivo di pratiche sociali – il matrimonio, il sacrificio – , in cui fare è ancora un modo di pensare. Di pensare se stessi assegnando (tentando di assegnare) un posto all’altro, a tutti gli altri e, di conseguenza, al medesimo: ricollegando i margini al centro, e quegli ándres che sono la città ma hanno bisogno, per esempio, delle donne per costituirla veramente. Così il matrimonio fonda la città assicurandone la riproduzione. Dopodiché, una volta costituitasi la pólis in società umana, la si può situare in rapporto a un altrove. O meglio: di questo altrove, tempo degli dèi, mondo selvaggio delle bestie, la città proclama la distanza per meglio farlo proprio, mettendolo al posto opportuno. La città ha assorbito il suo fuori, e il sacrificio fonda la pólis: lontani dagli dèi, ma dotati della cultura, gli uomini sacrificano loro un animale, e questo gesto distribuisce il sistema di esclusioni e integrazioni intorno al nucleo degli ándres. Dal taglio sacrificale e dalla sua interpretazione in atto nascerebbe a ogni cerimonia il politico: ugualitario come la condivisione, isomorfo… Diremo anche neutralizzato? Il politico come circolazione immobile, o la città a riposo.
Città degli storici e città degli antropologi. Ma dal momento che a proposito della Grecia antica non vi è nulla che i Greci non abbiano pensato prima di noi, queste due città sono anzitutto greche. Quella che delibera, combatte, stipula la pace e la rompe è oggetto degli scritti detti “ellenici”: proprio ciò che noi siamo soliti chiamare “la Storia”. L’altra, che ribadisce la sua identità attraverso la ripetizione di gesti ritualizzati, costituisce, al di là della differenza tra generi letterari, una sorta di modello comune di intellegibilità: un discorso sull’umano i cui principi fondamentali, continuamente riproposti, servono a selezionare il conforme e l’estraneo, o si prestano a equivoci e distorsioni che danno da pensare.
L’esperienza irrimediabilmente perduta dell’uomo greco non prevedeva che si scegliesse tra queste due concezioni della “città”. Resta il fatto che la necessità della scelta non abbandona mai l’orizzonte del discorso greco. Ciò è attestato per esempio dall’opera di un Erodoto, dominata dal modello antropologico della pólis fintanto ch’essa si configura come viaggio nel paese dei barbari, ma nella quale si riafferma inequivocabilmente la città in movimento degli ándres non appena, con l’avanzata delle truppe persiane, la scena si sposta in Grecia. Alla fine Erodoto sceglie, e anche i moderni scelgono tra le due definizioni della città e ciò che esse sono diventate storicamente per noi. Non vi è dubbio che questa scelta si iscriva nella battaglia, sempre aperta in seno agli studi greci, tra la conformità e la pretesa eterodossia nell’università. Per fedeltà a Tucidide si adotta la storia-racconto, oppure, rifiutando la tradizione, si ricercano nel discorso greco argomenti per “raffreddare” l’oggetto denominato città greca.
Ma ogni scelta comporta un’esclusione. La “storia” esclude dal politico tutto ciò che, nella vita della città, non è evento, ma anche ogni evento di cui non si riesce a rendere conto appellandosi alla “ragione” greca. Ci si sbarazza volentieri in un capitolo, in poche pagine, persino in una frase, del tempo della religione, del lento lavorio del mito, dicendo che si trattava di dimensioni molto importanti della vita cittadina. Si procede come quando, studiando gli eventi del 404/403, capita di imbattersi nel discorso in cui il capo dei resistenti democratici dice che gli dèi combattono in tutta evidenza dalla parte delle sue truppe, per le quali fanno il buono e il cattivo tempo. Come la mettiamo con questa considerazione? C’è poco da fare, se non ritenere che essa sia malauguratamente passata attraverso il filtro imperfetto del racconto, giudicato troppo poco selettivo, di uno storico di cui comunque già si diffidava. Lo storico dell’Antichità preferirebbe non avere nulla a che fare con la familiarità tra i democratici e gli dèi, e vorrebbe poter tracciare una netta distinzione.
Dalla parte degli antropologi, al contrario, la causa del “politico-religioso” non necessita più di venire perorata: un incontestabile guadagno per chi, come il nostro dilettante di politica, non si trova a suo agio nel laicizzare fin da subito la città. Tuttavia il politico così concepito presenta forti somiglianze con il mito del politico, in quanto è posto sotto il segno del sacrificio e rinasce continuamente nei gesti rallentati del rito. La città sarebbe un ambiente omogeneo caratterizzato da un funzionamento ugualitario. O meglio, questa è l’idea della città. Nella realtà quotidiana delle vita cittadina, infatti, non vi è dubbio che la situazione più diffusa fosse quella della disuguaglianza tra i cittadini e che la questione della quantità di uguaglianza venisse continuamente a incrinare il consenso. Inutile scomodare Tucidide e Senofonte per accertarsene: è sufficiente leggere Aristotele come un “antropologo”. I pensatori del politico isomorfo hanno letto Tucidide e Senofonte, Aristotele e molti altri, e sanno che la città è attraversata da movimenti irriducibili a quello, regolare e ripetitivo, della rotazione delle cariche come redistribuzione annuale del politico in cui si concretizza la condivisione ugualitaria. Ma il problema rimane: come far sorgere in modo plausibile la violenza dall’omogeneo, se non invocando la regressione dell’uomo “inselvatichito” al di qua dei limiti dell’umano, o ricorrendo alla figura del tiranno, uomo-lupo, bestia o dio che si esclude dalla città a furia di gravare troppo su di essa?
Si consideri per esempio l’omicidio di Efialte, capo democratico e guida politica di Pericle, ucciso nel 461/460 per aver osato limitare le vastissime prerogative dell’Areopago, il consiglio aristocratico avvolto da un’aura di sacro terrore. Omicidio di stampo evidentemente politico, che a questo titolo viene ricordato dalla storia-racconto senza tanti commenti, come spetta a un evento di primaria importanza. Certo, gli studiosi del politico-religioso vorrebbero sapere qualcosa di più a proposito del rovesciamento che portò il riformatore a essere vittima di uno “scaltro omicidio” (dolophonētheís) dopo aver tolto all’antico Consiglio la facoltà di sentenziare intorno nei processi per omicidio (phónou díkai). Ma nel contesto generale del politico vi è poco da dire su questa morte – come, a quanto pare, nel discorso degli stessi Ateniesi, che su questo punto della loro storia brillano per discrezione…
Ci si trova a compiere una scelta, dunque: si possono privilegiare le mere decisioni staccate dal pensiero che fa loro da sfondo, oppure questo stesso pensiero, che se ne sta molto lontano sullo sfondo di ogni atto. Ciò significa che per studiare il politico nella Grecia antica bisogna prima decidere che cosa in esso si vuole espungere?
In base alla nostra schietta finzione il dilettante di politica intende giustamente rifiutare tale alternativa. Perciò, rivolgendosi all’idea che, da moderno, si è fatto della pólis greca come origine del politico, egli farà ritorno alla città per cercarvi quel “gesto inaugurale” del politico che è il “riconoscimento del conflitto nella società”. Per cercarvi soprattutto quel funzionamento della parola che è facile perdere di vista concentrando l’attenzione sugli antefatti o sulle conseguenze del politico: il nostro storico non accetterà né di soffermarsi, insieme all’antropologo, sul sacrificio che apre l’assemblea popolare, né di cominciare con il decreto che chiude le sedute dell’ekklēsía e introduce al discorso. Perché nello spazio tra l’inizio e la fine va situata l’invenzione greca del dibattito contraddittorio seguito da un voto.
Un voto: la vittoria di un lógos su un altro. Níkē, dicono in effetti i Greci, prendendo questa parola dal linguaggio della guerra e della competizione. Continuando a rifiutare di schierarsi nella competizione tra le due idee di città, lo storico del politico preferisce concentrarsi sulla competizione immanente alla città – un modo per non dimenticare che gli eventi della fine del V secolo ad Atene possono fornirci un valido punto di partenza.

Uno si divide in due

Inutile illudersi, anche solo per un attimo, di poter accedere immediatamente alla realtà del dibattito contraddittorio e al conflitto nelle sue modalità. Lo storico della Grecia classica sa di non disporre di alcun documento che gli permetta di assistere di persona alla seduta di un’assemblea o fornisca informazioni precise sullo svolgimento di una lotta politica. senza archivi, senza alcuna raffigurazione plausibile, in parole o immagini, di una votazione, egli è costretto ancora una volta ad attenersi al discorso. Discorso è il racconto storico-grafico che ha già sempre compiuto una cernita nella realtà: per esempio, senza la scoperta, in occasione degli scavi sull’agorà, di innumerevoli tessere per l’ostracismo con il nome di un certo Kallixenos, questo personaggio, seppur tanto importante che molti Ateniesi ne temevano l’influenza, sarebbe rimasto uno sconosciuto nella storia politica di Atene, e in effetti, in mancanza di racconti storici sul suo conto, tale è rimasto. Discorsi e discorsi a posteriori sono i decreti che, anziché rendere conto dello svolgimento effettivo di un’assemblea, costruiscono e limitano il ricordo che è opportuno conservarne.
Discorso per discorso, tanto vale fare un passo indietro e tentare di mettere in luce quello che un po’ dappertutto i Greci dicono di una vittoria in assemblea, giacché sono stati loro ad inventare il politico secondo la modalità della vittoria.
Ora, dall’Odissea alla Guerra del Peloponneso, i Greci dicono continuamente: “la tesi peggiore ha la meglio…”; “avrebbe avuto la meglio se…”; “rischia di avere la meglio…”; “ha già avuto la meglio…”. Può succedere senz’altro che si prenda una buona decisione, capace di far dimenticare la minaccia o, per un pelo, di annullare gli effetti perniciosi di una votazione precedente. Curiosamente, però, per annunciare questa buona novella spesso i testi rinunciano al lessico della vittoria. Come se il fatto stesso della vittoria fosse tendenzialmente un male. Vi sono idee indubbiamente più rassicuranti, come la legge della maggioranza che presiede a tutte le votazioni e dovrebbe essere una garanzia. Quando però la maggioranza ha la meglio “per il bene”, sembra sempre che il voto sia stato raggiunto per un pelo, e l’ideale resta quello delle decisioni prese all’unanimità, come se, nel proclamare a gran voce l’unità di quel tutto che è la pólis, fosse fatto di dimenticare che, per un momento – quello del dibattito, cioè dell’assemblea – , la città necessariamente si divide. Dimenticare la divisione, dimenticare il dibattito… La pólis greca, è stato detto, «non si conosce se non mascherata». Si aggiunga a tale constatazione un’ipotesi: che sia così perché essa maschera a se stessa, con encomiabile costanza, l’effettiva realtà del suo funzionamento.
Interessarsi alla legittimità del conflitto, dunque, significa ben presto tentare di comprendere ciò che i Greci hanno detto intorno alla sua illegittimità. Significa riflettere sullo sforzo, in certo modo costitutivo, dell’unità della concezione politica dei Greci, volto a neutralizzare l’esistenza del politico come níkē e come krátos: come vittoria e superiorità di un partito sull’altro. Alla città alle prese con la guerra, l’Iliade contrappone la città in pace, quella del matrimonio e dell’amministrazione della giustizia. Ora, in seno alla pace, ecco che la giustizia è conflitto (neíkos) – il che non dovrebbe sorprendere troppo in Grecia, dove ogni processo è una battaglia, nel caso specifico una battaglia seria, in cui ne va della vita di un uomo. Ecco che, in questa bella città, «la gente grida in favore dell’uno o dell’altro e, per sostenerlo, finisce col formare due partiti». Riconoscimento sereno della legittimità del conflitto? Si obietterà che la decisione non spetta ad alcuno dei due gruppi, ma a una procedura complessa che mette in gioco un histōr e il consiglio degli Anziani – in questa città in cui la Città non è ancora nata, si può forse immaginare una divisione del tutto provvisoria, e che non coinvolga il destino della collettività perché nulla deve sancirla? A ogni modo questa faccenda si conclude con un concorso di sentenze che, come la parola del buon re di Esiodo, sanno rovesciare una situazione «dolcemente». Pare davvero che nulla debba minacciare dall’interno la bella città omerica. In compenso il poeta dell’Iliade non esita ad assegnare un nome e un posto ben precisi al male assoluto: il nome Erís, “lotta”, o Kēr oloē, “trapasso funesto”, il cui posto non sta entro le mura, ma alle porte della città assediata dall’esercito degli assalitori. Alcuni secoli più tardi la redistribuzione di questi dati è cosa fatta e, alla fine delle Eumenidi, Eschilo oppone la guerra straniera, che conferisce fama ed è l’unica buona perché è l’unica in grado di procurare gloria alla pólis, a quel flagello che è la guerra intestina. S’intende che solo la città caratterizzata da una situazione di pace interna potrà – come è suo dovere e destino – condurre la guerra al di fuori, e a questa guerra non presiede il trapasso funesto, ma la “bella morte” dei cittadini per la patria. le due città omeriche, quella che celebra matrimoni e quella che combatte, ne formano una sola, figura della città buona, mentre la divisione, divenuta minaccia assoluta, si insedia nella città malata, lacerata dallo scontro dei cittadini fra di loro.
Vi è una bella differenza tra la divisione delle opinioni e lo scontro sanguinario. Tuttavia, nel fare questo passo, stiamo solo imitando i Greci, i quali lo fanno di continuo – questa almeno la nostra ipotesi.
La guerra civile: per un Greco l’abominio della desolazione. Invece di indugiare sul carattere “naturale” di tale condanna (quale potrà mai essere per uno storico lo statuto della natura?), bisogna interessarsi al nome che i Greci danno a questo scontro: stásis. Stásis, come ha notato lucidamente Moses I. Finley, designa etimologicamente null’altro che una posizione: che poi la posizione sia divenuta partito, che il partito sia sempre necessariamente costituito ai fini della sedizione, che una fazione ne convochi un’altra, sempre, e che quindi esploda la guerra civile, tutto ciò rinvia a un’evoluzione semantica la cui interpretazione non andrebbe cercata «nella filosofia, ma nella società greca stessa». E nella concezione greca della città, aggiungiamo noi, dove la stessa condanna viene alla luce, da Esiodo che stabilisce un’equivalenza tra agorà e neíkos – tra il luogo della parola scambiata e i conflitti, spiacevole incarnazione della Cattiva Lotta – alla città ateniese del 403, che non sa bene come classificare gli uomini che sono «insorti per la democrazia», passando per Eschilo e l’auspicio espresso da Atena nelle Eumenidi di una «vittoria che non sia cattiva» – s’intenda: che non sia vittoria di una parte della città sull’altra. Stásis, o la divisione divenuta lacerazione. Stásis: da Solone a Eschilo, una piaga profonda nel fianco della città.
Nella città degli ándres cara agli storici greci, con la stásis fa irruzione il disordine: ecco che in Tucidide, quando narra gli eventi del 427 a Corcira, nella falla così aperta si insinuano i dimenticati dal racconto: le donne e gli schiavi, gli uni e le altre che combattono a fianco del partito popolare. Ecco che la battaglia imperversa all’interno della pólis, una battaglia senza grandi imprese, senza trofei, ma non senza vittoria, una battaglia che imita e svia quella che è lecito sferrare contro il nemico esterno. Ecco che, in uno spostamento mostruoso del sacrificio, lo sgozzamento (sphagē) si abbatte sugli stessi cittadini; ecco che le donne, di solito costrette a rimanere in pianta stabile all’interno della casa, salgono sui tetti, e gli schiavi diventano compagni di battaglia.
La stásis mette in crisi i modelli e le loro certezze rassicuranti. Gli storici moderni dell’Antichità le hanno riservato un trattamento particolare. Tradotta con l’espressione “guerra civile”, essa viene concepita come un evento la cui ripetizione costituisce, per esempio in Glotz – ma già in Fustel de Coulanges – la trama della “storia della Grecia” (e tuttavia, secondo le categorie dello stesso Glotz, la guerra civile è ciò che l’invenzione del politico avrebbe dovuto scongiurare, giacché la città avrebbe instaurato il voto come “rimedio preventivo” alla divisione sanguinaria: in principio, dunque, ma anche nel mezzo e alla fine, la guerra civile, inevitabile ricorrenza di un male fondatore della città?). Quando la chiamano col suo nome greco, gli storici solitamente la riconducono alla competizione, a quello spirito agonistico in cui, da Jacob Burckhardt in poi, si ravvisa l’impulso greco alla vita in città. Va osservato inoltre – benché spesso lo si dimentichi – che, se le cose stanno così, allorché condanna la stásis, come fa regolarmente, la concezione greca della città è costretta a cancellarne a ogni costo l’origine politica, per esempio assimilandola a una malattia, nósos, caduta sinistramente dall’alto del cielo, allo scopo di preservare l’immagine consensuale del politico. Ma in occasione di questa operazione di salvataggio che assomiglia a un diniego, che cosa ne è della coscienza greca del politico?
Bisogna insistere su questa operazione di pensiero. Per comprendere la stásis e poterci accostare adeguatamente equipaggiati all’Atene del 403, città convalescente che rifiuta anche la memoria della divisione. Per tentare inoltre, forse, di assegnare uno statuto al consenso ugualitario della pólis, mettendolo in rapporto con la lacerazione effettiva a essa immanente.
È questo il nostro progetto, per il momento appena abbozzato. È questo l’obiettivo della ricerca in cui stiamo per addentrarci, con ogni probabilità per lungo tempo. Prendiamo congedo finalmente dalla finzione dello storico dilettante di politica: l’incontro con il tema stásis non è affatto sopraggiunto come risultato di un percorso teorico unitario, come quello che abbiamo tentato di ricostruire finora. Né improvviso né veramente padroneggiato, l’incontro con un tema è il prodotto delle tortuosità di una ricerca, e spesso ha luogo ben prima di rendersene conto, nel corso di un cammino, in buona parte inconsapevole, attraverso investimenti teorici che coesistono a lungo prima di incrociarsi.

Nel punto di intersezione, “stásis

Col senno di poi, una volta avvenuto l’incontro, le cose sembrano chiare. Si può ricostruire un percorso dicendo per esempio che una ricerca sulla stásis si situa nel punto di intersezione tra due ricerche già avviate indipendentemente, che verranno poi sviluppate secondo un movimento unitario. Potremmo esprimerci in questo modo. Preferiamo tuttavia resistere alla tentazione della trasparenza. In realtà si avanza a tastoni, e qualche volta capita di trovare qualcosa. Nel caso specifico, a uno studio centrato sull’idea di città ha fatto seguito un percorso nell’immaginario ateniese dell’autoctonia, per arrivare a constatare un bel giorno che, grazie a uno di quei movimenti di bilanciare che, in una ricerca, sembrano a posteriori annullare gli scarti, ci si ritrova ancora una volta dal lato dell’idea di città – questa volta, però, della città nel suo rapporto con la divisione, con la sua divisione.
Come chiunque, con approvazione o fastidio, può constatare, per una lunga tradizione della storiografia greca la città per eccellenza è Atene. Non si potrebbe, tuttavia, procedere impunemente a tale identificazione, se non fosse già stata elaborata dagli Ateniesi stessi con una certa insistenza, se Atene cioè non si fosse pensata e non fosse riuscita a imporsi come la Città. Studiando l’orazione funebre ateniese, pensavamo di potere indicare uno dei luoghi in cui tale operazione è stata effettuata. Centrale, nell’orazione funebre in onore dei cittadini ateniesi caduti in battaglia, è il modello della “bella morte”, quella del combattente che assurge a eterna gloria avendo conquistato il valor militare. Muoiono gli uomini, la città rimane, onnipotente, indivisibile come l’idea di unità; morti sono i cittadini allorché l’oratore si fa avanti per esaltare Atene attraverso gli Ateniesi: su questi morti astratti la città costituisce la propria idealità. Grazie a questo trasferimento di gloria Atene si colloca in una nobiltà senza tempo, e la democrazia, di cui gli oratori tessono a profusione l’elogio, trova il proprio fondamento nell’aretē, nella qualità eminentemente aristocratica del valore. L’aspetto essenziale sta appunto nell’impossibilità, caratteristica della democrazia greca come regime modello, di inventare una lingua democratica per dire se stessa. In verità ciò ha inizio già col termine dēmokratía, che evoca la vittoria o la superiorità (krátos) del popolo, e che perciò viene pronunciato accompagnato da numerose precauzioni retoriche. La democrazia: una vittoria che sarebbe pericolosa al punto da non potere essere assunta se non sul registro, a un tempo nobile e guerresco, dell’aretē? La paura della stásis è sempre vicina, e in effetti, lavorando sull’orazione funebre, ci eravamo già imbattuti in questa domanda; non era però ancora venuto il momento di interrogarsi sulla concezione civica della divisione: nel campo del valore tutto si riassorbe in seno all’unità della città, una come dev’esserlo il luogo geometrico dei simili. Quel che catturava l’attenzione nel discorso della democrazia sul proprio valore era il processo in virtù del quale l’orazione funziona per noi come ideologia e per gli Ateniesi come una delle voci privilegiate dell’immaginario cittadino.
Stabilire la collocazione e il ruolo svolto dal mito nel gioco mutevole di questo immaginario: tale era allora la nostra preoccupazione. L’esempio scelto, quello del mito ateniese dell’autoctonia, proveniva dall’orazione funebre, dalla quale tuttavia ci si era allontanati per tentare di contestualizzare il mito nella città, nello spessore composito dei suoi “strati”, nella cartografia dei suoi luoghi e dei suoi molteplici discorsi. Presentati come autoctoni nell’orazione funebre, in realtà gli Ateniesi lo sono per derivazione, nel cerimoniale sull’Acropoli come sulla scena tragica, in quanto eredi dell’infante Erittonio, autoctono primordiale nato dalla terra cittadina. Dalla riflessione ateniese sulla cittadinanza, che trova la propria fondazione mitica nella nascita di Erittonio, scaturiscono due questioni, appena dissimulate nei discorsi e nell’immaginario: quella della posizione delle donne – e della divisione dei sessi – e quella della parentela all’interno della città. Autoctoni sono gli ándres di contro alle donne, questi parenti acquisiti o che si vorrebbero tali. Gli ándres inoltre, in quanto autoctoni, stabiliscono tra loro, lontano dalle donne, un luogo per pensarsi, un luogo in cui la città si dà come unitaria e costituita da identici: la parentela originaria di coloro che hanno ciascuno individualmente un padre, e tutti collettivamente la stessa madre. Al tentativo di comprendere come venisse pensato ad Atene il nome di questa madre (, la Terra? oppure la vergine Atena?) ci eravamo dedicati allora e, di conseguenza, all’individuazione del posto delle donne nella concezione ateniese della cittadinanza. La parentela sarebbe venuta in seguito, con la città in preda alla stásis… Ma non andiamo troppo in fretta, e soprattutto non cediamo alla tentazione di ricostruire uno sviluppo trasparente: a posteriori, solo a posteriori, ci siamo accorti che allo studio della città unica ha fatto seguito la riflessione sulla divisione dei sessi, e che la divisione dei sessi ha portato surrettiziamente alla città come famiglia divisa.