Alceo fr. 332

di F. Ferrari, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2005, pp. 244-245.

 

Pittore di Colmar. Simposiaste e musico. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca., da Vulci. Paris, Musée du Louvre.

 

Mirsilo, l’odiato tiranno succeduto a Melancro, è morto: bisogna «festeggiare» e ubriacarsi («a forza», πρὸς βίαν, aggiunge enfaticamente il poeta). Nel suo candido cinismo il distico (probabilmente iniziale del carme, come suggerisce l’analogo incipit dell’ode composta da Orazio per la morte di Cleopatra: Carmina I 37 nunc est bibendum, nunc pede libero / pulsanda tellus…) documenta la violenza degli odi tra fazioni in lotta per la conquista del potere. Un’esultanza, tra l’altro, che non portò frutti concreti ad Alceo e alla sua eteria, in quanto la comunità di Mitilene (in realtà un patto di tregua tra tutti gli altri gruppi aristocratici) assegnerà a Pittaco poteri illimitati proprio per proteggere la città «contro gli esiliati, di cui erano a capo Antimenida [fratello di Alceo] e il poeta Alceo» (Aristotele, Politica 1285a 33 ss. = Test. 470 Voigt, cfr. fr. 348 τὸν κακοπατρίδα‹ν› / Φίττακον πόλιος τᾶς ἀχόλω καὶ βαρυδαίμονος / ἐστάσαντο τύραννον, μέγ᾽ ἐπαίνεντες ἀόλλεες «Pittaco l’ignobile tutti insieme fra grandi lodi lo facevano tiranno di questa città imbelle, abbandonata alla sventura»).

 

Fonte: Ateneo X, 430 c.

Metro: endecasillabi alcaici (cfr. a fr. 129).

 

Νῦν χρῆ μεθύσθην καί τινα πρὸς βίαν

πώνην, ἐπεὶ δὴ κάτθανε Μύρσιλος.

 

«Ora bisogna ubriacarsi e che ognuno beva a forza, poiché Mirsilo è morto».

 

Annunci

La battaglia di Tanagra (457 a.C.)

A. Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Roma 2005, pp. 170-173.

 

[…] In un biennio erano successe tante cose, tutte piuttosto lesive del prestigio di Sparta. Viceversa, il prestigio di Atene era salito alle stelle: la capitale attica aveva dimostrato di poter agire brillantemente su ben tre fronti, infliggendo uno schiaffo all’Impero persiano, tenendo sotto scacco Egina e trovando perfino il modo di aiutare un alleato in difficoltà. Pericle aveva infine dato corso al sogno di Temistocle di unire Atene al suo porto del Pireo: i sette chilometri che intercorrevano tra la città e la costa erano pertanto divenuti, sulla scorta di quanto era stato fatto a Megara, un enorme cantiere, nel quale era stata inaugurata la costruzione di due file di mura, l’una, più settentrionale, che univa Atene al porto, l’altra, più a sud, dalla città alla baia di Falero; il tutto, a costituire una fortezza triangolare, inespugnabile da terra e rifornibile dal mare.

Oplita spartano. Illustrazione di P. Connolly.

Però, in quell’epoca ebbe anche finalmente termine il decennale assedio al Monte Itome – sebbene i Lacedemoni dovessero accettare di lasciar liberi gli iloti rivoltosi –, e ciò mise finalmente Sparta in condizione di progettare avventure militari più a settentrione. Il primo atto degli efori che, in quel momento, erano i veri detentori del potere, fu di cercare alleati in Beozia, per contrastare l’alleanza tra Ateniesi e Tessali; ma la dissoluzione della Lega beotica, seguita all’invasione persiana, durante la quale Tebe aveva compromesso il proprio prestigio, risultando uno dei più attivi sostenitori di Serse, costrinse gli Spartani a impegnarsi militarmente per ricostruire, prima di ogni altro passo, l’autorità dei Tebani.

L’occasione venne loro offerta da una richiesta di aiuto dalla Doride, alla quale gli Spartani fecero seguire una spedizione con forze ben più consistenti di quelle necessarie a schiacciare l’aggressione dell’alleato, ovvero la Focide. Il nuovo reggente, Nicomede, trasferì per mare oltre il Golfo di Corinto 1.500 opliti spartani e 10.000 peloponnesiaci, e fu uno scherzo non solo sconfiggere i Focesi, ma anche occuparne le sedi.

Non abbiamo modo di sapere se l’incarico del reggente prevedesse anche la prosecuzione della guerra contro Atene; di certo, le mura erano in corso di costruzione e la città era ancora vulnerabile, e inoltre, per tornare nel Peloponneso via terra c’era da attraversare i passi della Megaride, presidiati dalle truppe ateniesi; via mare, poi, le navi di Atene avevano posto un blocco nelle acque del Golfo di Corinto. In ogni caso, poiché le póleis greche non riuscivano mai a essere compatte neanche al loro interno, gli oppositori dei programmi di Pericle invitarono il generale lacedemone a sferrare un attacco alla città, per far cadere il partito democratico e arrestare la dispendiosa costruzione delle mura.

A quel punto, l’invasione dell’Attica da parte degli Spartani sembrava davvero essere la tappa successiva più probabile dell’esercito di Nicomede, sia che questi ne avesse avuto o meno l’intenzione fin dall’inizio della campagna.

Pericle pensò bene di prevenirla, predisponendo una controffensiva in Beozia con un contingente di 13.000 opliti – non si sa bene trovati dove, se gli assedi di Egina e di Menfi erano ancora in corso –, 1.000 argivi e la cavalleria tessala.

L’urto tra i due eserciti avvenne nel maggio o nel giugno del 457 a.C. a Tanagra, in Beozia sull’Asopo, in prossimità del confine con l’Attica. Nulla si sa sullo svolgimento dello scontro, sul quale entrambe le fonti, Tucidide e Diodoro Siculo, sono estremamente laconiche, se non che fu molto cruento e che, forse, vi partecipò anche Pericle, distinguendosi in un ruolo subalterno. Dovette trattarsi della classica battaglia tra opliti, dal corso assai prevedibile, ancor più tipica per via della defezione della cavalleria tessala, che a scontro iniziato abbandonò gli Ateniesi e lasciò il campo alla sola fanteria.

E come ogni scontro oplitico, fu l’oscurità a determinare la fine delle ostilità, con un’appendice che non è chiaro se sia avvenuta contestualmente alle ultime fasi della battaglia, o durante le prime ore della notte. Secondo Diodoro, infatti, i Tessali che avevano defezionato si imbatterono in un convoglio di rifornimenti destinato agli Ateniesi, e lo assalirono approfittando del fatto che la scorta era inconsapevole del loro tradimento; gli Ateniesi gli andarono incontro fiduciosi, solo per essere trucidati uno a uno, sebbene qualcuno riuscisse a salvarsi e ad avvertire i commilitoni al campo. Sul luogo dell’imboscata sopraggiunsero allora altre truppe ateniesi, e poi anche spartane, che si affrontarono in perfetta formazione a falange replicando, in pratica, lo scontro di poco prima, fino a quando non si vide più a un palmo dal naso.

Sebbene Diodoro, l’unica fonte che si dilunghi un po’ sul combattimento di Tanagra, asserisca che il suo esito fu dubbio, tutte le altre fonti minori, da Plutarco a Giustino, da Platone a Cornelio Nepote, attribuiscono la vittoria agli Spartani, che d’altronde non trovarono più alcuna opposizione lungo i passi della Megaride. Il fatto che, dopo la vittoria, Nicomede non abbia neanche provato a minacciare direttamente Atene, e abbia proseguito alla volta dell’Istmo limitandosi a devastare il territorio di Megara, indica tutto sommato chiaramente che i Lacedemoni non avevano intrapreso la campagna per scontrarsi con gli Ateniesi – perlomeno non allora –, sebbene possa darsi che le perdite fossero state tali da sconsigliare il reggente dall’assumersi ulteriori rischi. Né, d’altronde, gli Ateniesi erano in condizione di opporsi alla ritirata spartana.

Però, furono in condizione di vanificare gli effetti della spedizione spartana in Beozia subito dopo. La ricostruzione della Lega beotica era cosa effimera, poiché il sostegno che i Lacedemoni fornivano a Tebe era controbilanciato dalla tendenza anti-federativa e democratica di tutti gli altri centri, cui Atene aveva tutto l’interesse a fornire il proprio appoggio. Ad appena due mesi dalla sconfitta di Tanagra, Mironide condusse nuovamente un esercito attico in Beozia, e colse una netta vittoria sui Tebani a Enofita; l’impresa permise ad Atene di diventare la forza egemone anche di quella regione, nella quale Tebe si ritrovò, da leader della Lega, isolato avamposto settentrionale degli Spartani e nulla più.

*******************************

Bibliografia:

J. Van Antwerp Fine, The Ancient Greeks: A Critical History, Cambridge-London 1983, p. 354.

Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

Bibliografia:

 

H.C. Avery, The Three Hundred at Thasos, 411 B.C., CPh 74 (1979), pp. 234-242.

G.M. Calhoun, Athenian Clubs in Politics and Litigation, Austin 1913.

V. Costanzi, L’oligarchia dei Quattrocento in Atene (412/411) e la piena rivendicazione dell’autorità di Tucidide, RFIC 29 (1901), pp. 84-108.

G.E.M. de Ste. Croix, The Character of the Athenian Empire, Historia 3 (1954), pp. 1-41.

G. Donini, La posizione di Tucidide verso il governo dei Cinquemila, Torino 1969.

V. Ehrenberg, Die Urkunden von 411, Hermes 57 (1922), pp. 613-620.

D. Flach, Der oligarchische Staatstreich in Athen vom Jahr 411, Chiron 7 (1977), pp. 9-33.

J.M. Hannick, Note sur la graphè paranomôn, AC 50 (1981), pp. 393-397.

E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221-241.

M. Ostwald, Oligarchia. The Development of a Constitutional Form in Ancient Greece, Stuttgart 2000.

P.J. Rhodes, The Five Thousand in the Athenian Revolutions of 411 B.C., JHS 92 (1972), pp. 115-127.

F. Sartori, La crisi del 411 a.C. nella “Athenaion Politeia” di Aristotele, Padova 1951.

Th. Thalheim, Die Aristotelischen Urkunden zur geschichte der Vierhundert in Athen, Hermes 54 (1919), pp. 333-336.

H.D. Westlake, Athens and Amorgos, Phoenix 31 (1977), pp. 319-329.

H.D. Westlake, Ionians in the Ionian War, CQ 29 (1977), pp. 9-44.

H.D. Westlake, Abydos and Byzantium, the Sources for Two Episodes in the Ionian War, MH 42 (1985), pp. 313-327.

H. Wolff, Die Opposition gegen die radikale Demokratie in Athen bis zum Jahr 411 v. Chr., ZPE 36 (1979), pp. 279-302.

 

[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

La pentēkontaetía

da D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 322-334.

1.Tucidide e la storia della pentēkontaetía

 

Per pentēkontaetía i moderni intendono il periodo di circa 50 anni che intercorre tra la fine delle guerre persiane (con la conseguente fondazione della Lega navale delio-attica) e l’inizio della Guerra del Peloponneso. L’espressione non è così antica, come può far intendere il suo aspetto, né di uso così frequente ed univoco nelle fonti antiche come può far credere la sua diffusione nei testi moderni. L’astratto pentēkontaetía («cinquantennio») è anzi di uso rarissimo; nella storiografia di Diodoro Siculo appare l’equivalente concreto «periodo di cinquant’anni»; ma l’idea di considerare unitariamente quegli anni ricchi di eventi diversi e complicati, che investono teatri storici disparati, configurabili in fasi realmente distinte fra loro, è di Tucidide, perciò nel fondo antica e in parte, anche se solo in parte, giustificata. Per Tucidide il periodo è un’ampia premessa alla narrazione della Guerra del Peloponneso, la lunga gestazione dello scontro tra Atene e Sparta. Al di là di aspetti particolari, e diversità d’opinioni possibili solo in questioni specifiche, il modo in cui Tucidide (nel I libro delle Storie) rappresenta le vicende e le responsabilità storiche del cinquantennio di preparazione alla Guerra del Peloponneso è alquanto chiaro. In esso si mescolano (e sarebbe insensato tentare di distinguerle, contrapporle, privilegiare una sull’altra) due nozioni fondamentali. L’una è quella secondo cui gli Stati tendono a crescere (auxánesthai) come esseri organici; se perciò in un determinato spazio storico, geografico, politico coesistono e concrescono due realtà di questo tipo, è anche una sorta di dato naturale, fisiologico, che esse si scontrino; ed è appunto quel che è inevitabile accada fra Sparta e il mondo peloponnesiaco da un lato, e Atene e il suo impero dall’altro. Con questa concezione naturalistica di fondo (di radicale e fatalistico pessimismo) si intreccia una concezione, più critica, delle responsabilità di ciascuna di queste realtà: Sparta è la città che psicologicamente si configura come il mondo della conservazione, dell’avversione al nuovo, del timore di ciò che è diverso, distante, in movimento; Atene è la città del coraggio, dell’audacia, dell’iniziativa, dell’intraprendenza che sconfina nel gusto del rischio, dell’avventura, del nuovo e del grande, spesso troppo grande[1].
Avendo concepito il «cinquantennio» sotto l’aspetto eminente del conflitto interstatale, e avendo conferito a tale rappresentazione un profilo unitario, Tucidide ha anche dato il senso fondamentale dello svolgersi degli eventi di politica interstatale greca, ma da un lato non ha segnato cesure nette che favoriscano una periodizzazione (come quella che amano invece adottare i manuali moderni), pur se non ha mancato di segnare certi cambiamenti (almeno quelli del tono generale) del rapporto tra Atene e gli alleati; dall’altro, egli non ci ha dato una rappresentazione parallela degli svolgimenti politici interni ad Atene, per i quali siamo affidati piuttosto alle tradizioni attidografiche o a traduzioni biografiche più tarde, di complessa genesi e difficile valutazione. Certo, sulla responsabilità di fondo e primaria di Atene, e della sua crescita imperialistica, nello scoppio della Guerra del Peloponneso egli non ha dubbi; ma questo vale appunto per le cause e responsabilità profonde e remote dell’insorgere di quel terribile conflitto che devastò la Grecia per quasi un trentennio; così come egli, operando una distinzione del tutto coerente con le sue chiare impostazioni metodologiche, attribuisce invece la responsabilità immediata, dell’apertura cioè della guerra, ai Peloponnesiaci: la guerra “del Peloponneso” è definibile così perché l’aprirono (nel senso dell’avvio delle ostilità) i Peloponnesiaci, e perché così furono essi a «portare guerra» contro Atene e i suoi alleati[2].
D’altra parte, il fatto che nella rappresentazione tucididea abbia un posto così spiccato il fattore psicologico, non significa di certo, come talora si rischia di intendere, che nella storia siano per lui determinanti e fondamentali le cause psicologiche, con pregiudizio di quelle politiche, sociali, economiche e così via di seguito[3]. La psicologia in Tucidide è un segno, la rappresentazione psicologica quindi un linguaggio storiografico: l’opposizione “paura-coraggio”, che riassume l’opposizione “Sparta-Atene”, è appunto una rappresentazione simbolica, che tutte le altre contiene e riassume, senza che quelle di altro tipo siano negate o perfino manchino talora di emergere in proprio. Dovendo dare un segno complessivo a quegli eventi e a quei comportamenti, Tucidide ricorre a rappresentazioni e motivazioni psicologiche, che sono da prendere per quel che sono, cioè per grandi metafore storiche, che facilitano al lettore il primo approccio alla lettura e alla comprensione complessiva degli eventi, senza esimerlo affatto dal pensare attraverso di esse e oltre di esse.
Il periodo è certo tutto all’insegna di una crescita (aúxēsis) della potenza di Atene. La ricostruzione delle mura cittadine è realizzata da Temistocle a dispetto delle diffidenze di Sparta e dei suoi interessati tentativi di dissuasione. Ma Atene rivendica ormai pienamente a sé la consapevolezza, e perciò la tutela, dei suoi interessi, e così avvia anche la fortificazione del Pireo. Agli anni di Pericle è riservata invece la costruzione delle Lunghe Mura, dalla città al Pireo e al Falero[4].

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Kylix attica a figure rosse, V sec. a.C., Brussels, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

 

2.Fondazione della Lega delio-attica (477 a.C.)

Ma il momento decisivo della presa di coscienza, da parte di Atene, del nuovo ruolo della città all’interno del mondo greco, è nell’assunzione dell’egemonia della Lega ellenica. Vi contribuiscono al principio fondamentalmente gli Ioni, ma non tutti a condizioni identiche. I più pagheranno un tributo in denaro (phóros), che in totale ammonta a 460 talenti annui; con navi contribuiscono città insulari (Samo, Chio, Lesbo), che hanno funzione di sentinelle sul fianco orientale dell’impero egeo che sta nascendo. Sede del tesoro e delle riunioni del sinedrio federale sarà Delo, l’isola tradizionalmente teatro delle grandi panēgúreis («assemblee») ioniche; una località abbastanza distinta da Atene, perché la scelta non sia sentita come una mortificazione della dignità degli altri Ioni, ma abbastanza vicina e tradizionalmente in stretto rapporto con la città egemone, perché resti soddisfatta l’esistenza di Atene di esplicare il suo ruolo di città-guida[5]. La finalità dichiarata, e di fatto a lungo perseguita, sotto la spinta di Cimone, è quella della continuazione della difesa dai Persiani, e di un regolamento dei rapporti nell’Egeo soddisfacente per i Greci, cioè per la loro sicurezza e per i loro interessi. La cerimonia solenne del giuramento, con il contemporaneo affondamento in mare di barre di ferro (múdroi), sancisce l’impegno di questi Greci di avere sempre «gli stessi amici e gli stessi nemici»: solo uno spezzone di unità nazionale, il quale è anche l’unico fine, in queste condizioni storiche, perseguibile, ed anche l’unico concepito[6].
Su questo programma non si vedono ad Atene vere e proprie contrapposizioni di partiti o gruppi politici: le voci discordi sembrano poche e isolate. Ne conosciamo certamente una, quella di Temistocle, ormai assai meno interessato a un conflitto con la Persia e ben più sensibile al maturare di un conflitto con Sparta; ma egli fu ostracizzato, forse nel 471 a.C., in un momento che appare fermamente incluso in un periodo di predominio politico di uomini come Cimone (sul piano strategico) e come Aristide (sul piano politico e diplomatico), nonché di generale prestigio dell’Areopago, il vecchio consiglio aristocratico formato da ex-arconti, cioè da notabili inclini a una politica di conservazione. Ma in questi anni politica di conservazione non significa ostilità all’impero navale: sulla linea dell’impero la classe politica ateniese sembra fondamentalmente d’accordo, anche se la direzione eminentemente anti-persiana può non essere da tutti ugualmente condivisa.

Mappa dell'impero ateniese all'inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

Mappa dell’impero ateniese all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

 

3.Temistocle e Pausania il reggente

L’ostracismo porterà Temistocle dapprima nel Peloponneso, naturalmente in città ostili a Sparta, e poi in Epiro, in Macedonia e finalmente (dopo il 465, anno della morte di Serse), presso il re persiano Artaserse, che gli assegnerà il possesso di Magnesia, Lampsaco e Miunte, nell’Asia minore occidentale, dove l’eroe di Salamina morrà, forse suicida, poco dopo. Non è facile comunque, neanche per Temistocle (in un’epoca in cui le tradizioni biografiche ancora non sono consolidate in forme mature, atte a rendere conto di tutte le vicende e di tutti gli aspetti personali pertinenti a un uomo politico democratico), stabilire le circostanze e i motivi dell’ostracismo, e il tipo di contrapposizione politica che isola quel personaggio dagli altri e che ne fa un perdente. Nella tradizione domina, più accreditato degli altri, il motivo del medismo[7]; un sospetto e un’accusa che gravano anche sull’altro grande protagonista delle guerre persiane, il reggente spartano Pausania. Rientrato, come sembra, con iniziativa personale a Bisanzio, Pausania ne fu sloggiato da Cimone; occupata Colone nella Troade, non potendo consolidare il suo dominio nella regione, finì con il rientrare a Sparta, dove (circa gli anni 471-469) fu inquisito, e accusato di tentare con gli iloti una sovversione contro lo Stato spartano e in particolare contro l’eforato. Pausania si rifugia allora nel tempio di Atena Calcieco («dal tempio [con struttura] in bronzo»: porte, tetto, ecc.), dove viene tenuto chiuso, e da dove è fatto uscire solo all’avvicinarsi della morte, sopravvenuta per inedia. Molte sono invero le incertezze sui particolari delle ultime vicende di Pausania, soprattutto sui suoi soggiorni a Bisanzio (per i quali sussistono difficoltà a distinguerne nettamente due, e permangono persino sospetti di duplicazioni), sul senso del suo medismo (un medismo “comportamentale”, nel senso di attitudini eterodosse, tiranniche, o vere e proprie collusioni con il re?), sui suoi progetti (se veramente ne ebbe) di cambiamenti politici e sociali[8].

Ostrakon risalente alla votazione relativa al caso di Temistocle. 482 a.C. ca. Atene, Stoà di Attalo (Museo dell’Antica Agorà).

Θεμιστοκλής Νεοκλέους (“Temistocle, figlio di Neocle”). Ostrakon, 482 a.C. ca. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

 

4.Democrazia nel Peloponneso

Non meno incerti sono i fondamenti delle affermazioni, che frequentemente si ritrovano negli studi moderni, riguardo all’impegno esplicato da Temistocle nell’alimentare, diffondere e sostenere il cosiddetto “moto democratico” nel Peloponneso, cioè le trasformazioni politiche che nella prima metà del V secolo si possono, e secondo i casi, debbono ammettere in città del Peloponneso diverse da Sparta e magari ad essa ostili: ad Argo, in Elide, in Arcadia. Appare invero molto difficile parlare di una pura e semplice esportazione del regime democratico da Atene in altri Stati. Nello stesso ambito della lega navale il processo non sembra essere stato né così precoce né così automatico (come insegnano i casi di Mileto o di Samo). In alcuni casi poi, come quello dell’Arcadia, che tante volte si cita ad esemplificare un processo di democratizzazione avvenuto sotto l’influsso di Atene e magari in correlazione con la presenza di Temistocle nel Peloponneso, non siamo neanche in grado di affermare che nel V secolo qui vi fosse una forma politica democratica generalizzata (Mantinea sembra rappresentare un esempio di democrazia, comunque moderata, nel 421 a.C.). Per quanto poi riguarda i due casi più evidente, Argo ed Elide, non è facile dare la preminenza all’importazione di un modello, rispetto allo sviluppo, in larga misura autonomo, di condizioni interne[9]. Ad Argo, dopo la sconfitta subita a Sepeia nel 494 ad opera degli Spartani, guidati da Cleomene I, si instaura provvisoriamente un governo di servi; è probabile che l’ammissione di perieci («abitanti intorno») nella cittadinanza, attestata da Aristotele (Politica V 1303 a), sia in qualche relazione di fatto con quel traumatico, anche se transitorio episodio, ed è anche possibile, in assoluto, che nei perieci trasformati in cittadini debbano riconoscersi servi rurali ammessi nella cittadinanza. Si ha quindi ad Argo, dove la monarchia sopravvive fino al V secolo, un’evoluzione della città verso forme democratiche, che si realizza attraverso un assorbimento nelle strutture politiche di quella popolazione rurale, che invece a Sparta – città dorica dallo sviluppo bloccato – permane stabile nella forma e condizione dell’ilota. L’introduzione ad Argo di una quarta tribù, quella degli Hyrnáthioi, accanto alle tre tribù doriche tradizionali (Illei, Dimani, Pànfili), sembra appunto segnare questo particolare sviluppo (la tribù ha certo una sua sottolineata peculiarità: prende nome da una donna, la mitica figlia del mitico eraclide Temeno, collegata nella tradizione con l’entroterra rurale di Argo, o con Epidauro). Le recenti scoperte epigrafiche ad Argo consentono di conoscere anche i nomi della maggior parte di ulteriori suddivisioni di ciascuna delle quattro tribù, suddivisioni equivalenti a 1/12 di ogni phûla (forse fratrie, che in totale dovevano essere quindi 48, distribuite su quattro tribù). Naturalmente a questi sviluppi democratici di Argo si accompagna l’attenzione, la benevolenza e la simpatia di Atene (che sboccherà nel trattato di alleanza del 462 circa); e la stessa letteratura ateniese sembra registrare puntualmente l’evoluzione politica argiva[10].
Nelle Supplici di Eschilo (463-461?), che contengono una precoce attestazione della parola δημοκρατία, anche se in forma di perifrasi, è rappresentata un’assemblea di cittadini ad Argo, presieduta dal re Pelasgo, che decide, all’unanimità, e con alzata di mano (della «dominante mano del popolo», la dmou kratoûsa cheír), di concedere asilo alle Danaidi in fuga. Il poeta evita certo l’anacronismo di usare il termine formale di dēmokratía per epoca mitica, ma indugia con commozione nella rappresentazione della cheirotonía democratica, una procedura così caratteristica per la sua evidente quantificabilità e la valorizzazione del volere dell’uomo comune (una mano vale l’altra). E mentre fa spazio a una procedura tipica della sua città, Eschilo allude anche accortamente, e senza anacronismi troppo marcati, al regime al suo tempo vigente ad Argo (forma democratica, con un vertice monarchico privo di particolari poteri)[11].

Mappa del Peloponneso

Mappa del Peloponneso.

In Elide, poi, gli sviluppi verso la forma democratica, che si compiono nel V secolo, sono il risultato storico, certo anch’esso probabilmente favorito dall’affermazione della democratica Atene, della condizione e organizzazione del territorio: una campagna libera, popolata cioè da centri dotati di una forte autonomia, che tutti insieme producono e promuovono un centro urbano, sede delle decisioni politiche (Elide): in questo particolare rapporto, vigente all’interno del territorio, che corrisponde certo alla locale storia dei rapporti di proprietà, è una delle premesse dello sviluppo della forma democratica nella stessa Atene, e non è da meravigliarsi che la storia politica abbia avuto un tale sbocco in Elide, anche se qui ha prodotto una forma solo moderata di democrazia[12].
Il destino politico e umano di Temistocle e di Pausania conserva dunque parecchi aspetti oscuri; forse l’unico dato veramente evidente è l’isolamento di ciascuno dei due personaggi nelle (e dalle) rispettive póleis: una città di democrazia areopagitica, quale è tra il 478 e il 461 Atene, rifiuta l’innovatore Temistocle, che non si adatta ai vincoli che la pólis costituisce e impone come comunità (e comunità con una sua prevalente unità di intenti, in questa fase); e altrettanto vale, e si verifica in una forma necessariamente più marcata e traumatica, per una città quale Sparta, ormai sotto il forte controllo degli efori, di una magistratura cioè che, dall’eforato di Chilone e poi dal regno di Cleomene I, ha rafforzato il suo potere sia verso i re sia verso la stessa apélla e il corpo civico spartano in generale. Custode delle leggi l’Areopago ad Atene, custodi della costituzione a Sparta gli efori: è contro questo più marcato spirito della pólis che si vanno a scontrare le impazienze e le imprudenze dei vincitori di Salamina e di Platea.

 

5.Cimone o il lealismo dei conservatori

Ad Atene è invece il momento dell’ascesa di Cimone, il figlio di Milziade. È lui il generale delle prime operazioni della Lega navale, o almeno di quelle, fra esse, che Tucidide espressamente gli attribuisce. L’azione militare della Lega comincia in quell’area egea settentrionale, che, per essere meno direttamente a tiro della potenza persiana e del governatore persiano di Sardi, è poi quella in cui tradizionalmente si concentrano gli ultimi tentativi di resistenza alla Persia, o da cui può, con ragionevole speranza di successo, partire il moto di liberazione. Cimone libera perciò dalla residua resistenza persiana Eione, alla foce dello Strimone (476), poi assoggetta Sciro (475). Non è certo se a lui vada attribuita la guerra contro Caristo in Eubea, che si conclude comunque con un accordo; e ancora meno certo è che egli sia il generale che asservì l’alleata Nasso contro tutte le regole vigenti (Tucidide, I 98), circa il 471 a.C. L’asservimento di Nasso è una delle poche cesure marcate da Tucidide all’interno della sua storia e rappresentazione della pentēkontaetía: fu un salto di qualità, in senso deteriore, nel rapporto fra gli Ateniesi e gli alleati, sempre più in balia, questi ultimi, degli umori della città egemone, a sua volta sempre più addestrata e potente sul piano militare. Ma l’acme della carriera di Cimone è senza dubbio nella battaglia dell’Eurimedonte: una duplice battaglia, navale e terrestre, che, a seconda dei casi, le fonti collocano alla foce del fiume della Panfilia, per entrambi i suoi momenti, o invece distinguono in uno scontro navale, svoltosi al largo di Cipro, ed uno terrestre, svoltosi presso la foce dell’Eurimedonte[13].

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. dal monumento omonimo sulla spiaggia di Larnaca (Cipro).

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. da Larnaca (Cipro).

Diodoro data la battaglia al 470/469. Recenti tentativi di abbassarne la data al 466/465 appaiono poco giustificati, e comunque non più giustificati di quelli che fanno conto su un’assoluta contiguità tra la vittoria all’Eurimedonte e l’acclamazione degli strateghi, incluso Cimone, a giudici del concorso tragico delle Dionisie del 468 (il concorso che diede la vittoria a Sofocle contro il vecchio Eschilo). Se l’episodio è vero, esso non impone affatto che il trionfo di Cimone fosse del 469: infatti, alla designazione degli strateghi come giudici, si arrivò solo a seguito di una non prevista rissa fra spettatori nel teatro. L’acclamazione a giudice attesta certo l’alto prestigio di Cimone; ma poiché non si tratta di un’acclamazione pacifica, non è da concepire necessariamente come la prima celebrazione del reduce o di un trionfatore di recentissima data[14].
Se c’è incertezza sulla paternità cimoniana dell’ingloriosa spedizione contro Nasso (del 471 circa), è invece ben noto il ruolo di Cimone nella spedizione ateniese contro Taso, l’isola prospiciente le coste della Tracia e l’area mineraria del Pangeo: qui Taso possedeva e sfruttava miniere d’oro (a Skaptè Hyle), non meno redditizie di quelle di cui disponeva nell’isola stessa (e che sono state messe in luce), e aveva allestito degli empori. Nel 465 Taso defeziona, e dal quell’anno al 463 si svolge il lungo assedio dell’isola, di cui con fatica si doma la ribellione. La miniera di Skaptè Hyle e i possessi del continente passano nelle mani degli Ateniesi, che nel frattempo (465) avevano anche tentato di colonizzare Ennéa Hodoì (Nove Strade), sul sito della futura Anfipoli (che sarà fondata nel 437/6 da Agnone, il padre di Teramene), sul corso dello Strimone, poco più a monte di Eione. Addentratisi nella regione, avevano però subito ad opera dei Traci Edoni la dura sconfitta di Drabesco, che doveva ritardare di decenni il progetto di impianto coloniario.
La guerra di Taso rappresenta, in maniera e con dimensioni ancor più evidenti dell’episodio di Nasso, un salto di qualità nella politica ateniese verso gli alleati: è chiaro, almeno a giudicare dalle conseguenze della guerra, che ormai Atene interferisce nello stesso assetto economico delle città alleate. Può sembrare strano che a guidare l’impresa sia stato proprio Cimone, che, più di tutti gli altri politici ateniesi, sembra voler conferire alla Lega la funzione di uno strumento per la guerra contro i barbari e attenersi ai principi di equità verso gli alleati. Si può pensare, in effetti, che ormai egli si adatti a fare una politica non sua, ad essere, in un certo senso, il braccio esecutore della politica “democratica”, che va assumendo aspetti imperialistici sempre più marcati, con una potenzialità di sviluppi interni, che gli anni prossimi metteranno pienamente in luce.
È probabile che si debba riconoscere un errore politico nell’assunzione di questa responsabilità da parte di Cimone. Va tenuta comunque presente, a integrazione di queste riflessioni, una serie di fatti: l’intervento ateniese a Taso faceva seguito a una rivolta, e comunque questa dell’Egeo settentrionale è un’area in cui l’interesse di Cimone è in qualche modo sostenuto da una tradizione familiare di presenze nel Chersoneso Tracio e a Lemno e forse nella stessa area del Pangeo (dove del resto sappiamo che lo storico Tucidide, parente di Cimone, aveva possedimenti familiari). Il processo che, a vittoria conseguita, i gruppi democratici radicali ormai emergenti ed attivi intentarono a Cimone, benché rimasto senza seguito di condanna, era inteso a colpire un uomo che ormai aveva imboccato la curva discendente della sua parabola politica. Lontano dai fulgori dell’Eurimedonte, esecutore di una politica solo parzialmente sua, Cimone poté essere denunciato per il sospetto che fosse stato corrotto da Alessandro I il Macedone, al fine di evitare una spedizione ateniese, che avrebbe dovuto punire Alessandro per aver aizzato i Tasi alla ribellione e mostrato un troppo vivo interesse a quell’area mineraria del Pangeo a cui ora rivolgeva le sue mire Atene.
Ma Cimone doveva ancora commettere il suo maggiore errore politico. Ciò accadde nel 462, quando egli impegnò Atene in una misura imprudentemente eccessiva al fianco degli Spartani, che avevano richiesto l’aiuto di Atene e di altre città nella guerra che conducevano contro i Messeni e iloti ribelli, la III Guerra messenica, detta anche «del terremoto» (464-455 a.C. ca.). Il terremoto che distrusse Sparta, e produsse molte vittime fra gli Spartani, avvenne durante la guerra di Taso. Infatti, gli abitanti dell’isola avevano preso contatto con gli Spartani durante l’assedio, ottenendone promessa d’aiuto, quando sopraggiunse la catastrofe, durante la quale furono divelte alcune cime del Taigeto. E dovette trattarsi di una lunga sequenza di eventi sismici, che fu lì per mettere in ginocchio Sparta: ne approfittarono, per ribellarsi, dapprima gli iloti della Laconia e soprattutto della Messenia (i Messeni asserviti) e un paio di comunità perieciche dell’area del Taigeto (Turia e Aithaia). Presto ne nacque una guerra di rivolta e di resistenza (per così dire, “nazionale”) dei Messeni, arroccatisi sull’Itome, nella parte orientale della Messenia (circa 800 m). L’intervento ateniese, voluto da Cimone, non risultò efficace come sperato; viceversa, esso alimentò negli Spartani il timore di collusioni con gli insorti derivanti da una qualche solidarietà ideologica anti-aristocratica. Di qui la brusca decisione di rinvio a casa del contingente ateniese; lo smacco, oltre che una svolta in senso apertamente anti-spartano della politica estera ateniese (alleanze con Argo, con i Tessali, e anche con Megara, in funzione anti-corinzia, perciò anti-peloponnesiaca in genere), segnò anche un crollo del prestigio e della credibilità politica di Cimone, che dell’intervento era stato fervido fautore[15]. Ne seguì l’ostracismo dell’uomo politico (circa 461 a.C.), che certamente dovette essere motivato con l’aver fatto Cimone pericolosamente prevalere una sua convinzione personale sull’interesse dello Stato; ma l’arma veniva ormai chiaramente usata non con un fine corrispondente al senso originario dell’istituto, bensì allo scopo di regolare i conti col partito avverso, nel clima di frontale contrapposizione politica che si va ormai determinando all’interno della democrazia ateniese[16].

 

[1] Tucidide, I 89117, in part. 97 e 118, 2; Diodoro, XI 41 sgg.; XII 1-34. Sul tema del coraggio (o audacia) ateniese e della paura spartana, cfr. Tucidide, I 95, 7; 102, 34.

[2] Tucidide, I 118, 2: non c’è dubbio che per lui sono gli Spartani a iniziare materialmente la guerra. Sul significato dell’aggettivo Πελοποννησιακός o Πελοποννήσιος denotante il πόλεμος, cfr. Pausania, IV 6, 1.

[3] A. Momigliano, Some Observations on Causes of War in Ancient Historiography (1958), ora in Secondo contributo alla storia degli studi classici, Roma 1960, pp. 13-27.

[4] Tucidide, I 93 (sulla ricostruzione delle mura della città e sul completamento di quelle del Pireo, sotto l’impulso di Temistocle); 107 (sull’inizio delle Lunghe Mura, verso il Falero e verso il Pireo, circa il periodo della nuova guerra contro Egina).

[5] Inno omerico III (Ad Apollo), 146 ss. Cfr. Delo e l’Italia, F. Coarelli – D. Musti – H. Solin (cur.), Roma 1983, p. 150.

[6] Tucidide, I 9597; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 23, 5; Plutarco, Aristide 25, 1 (μύδροι).

[7] Sulla data dell’ostracismo (verosimilmente 471, per alcuni già 474) e dell’εἰσαγγελία, e sulla data di morte (459 o 440), cfr. R.J. Lenardon, The Chronology of Themistokles: Ostracism and Exile, Historia 8 (1959), pp. 23-48; P.J. Rhodes, Thucydides on Pausanias and Themistocles, Historia 19 (1970), pp. 387-400; L. Piccirilli, Temistocle, Aristide, Cimone, Tucidide di Melesia, Genova 1987, pp. 31-49. Il passaggio di Temistocle al largo di Nasso o di Taso assediata dagli Ateniesi – nel viaggio dalla Macedonia all’Asia – dipende anche dalla cronologia delle due imprese ateniesi (per Taso, Plutarco, Temistocle, 25, 2, tradizione S; per Nasso, Tucidide, I 137, 2, e Plutarco, l.c., tradizione Γ). La cronologia da noi proposta favorisce Taso.

[8] Tucidide, I 128 ss.; Diodoro, XI 44 ss.; Giustino, IX 1, 3; Cornelio Nepote, Pausania 23. Cfr. Beloch, GG2 II 2, pp. 154-159.

[9] Così Beloch, GG2 II 1, pp. 122 sgg., e G. De Sanctis, Storia dei Greci II, pp. 51 sgg.; L. Moretti, Problemi di storia tarantina, in Atti X Convegno Taranto 1970, Napoli 1971, pp. 40 sg., con qualche riserva sul rapporto Atene-Taranto.

[10] R.A. Tomlinson, Argos and the Argolid. From the End of the Bronze Age to the Roman Occupation, London 1972, pp. 189 sgg.; D. Musti ne Le origini dei Greci cit., pp. 45 sg e 390 sg.; Id, in Pausania. Guida della Grecia II, Milano 1986 (in collab. Con M. Torelli), comm. Cap. 28, pp. 306 sg.; Ch.B. Kritzas, Κατάλογος πεσόντων από το Άργος, in ΣΤΗΛΗ, Athenai 1980, pp. 487 sgg.; M. Piérart, Le origini dei Greci cit., pp. 277 sgg.

[11] Cfr. l’intero passo delle Supplici 600-624; cfr. anche nel coro, a v. 699, τὸ δάμιον, τὸ πτόλιν κρατύνει: il gioco di parole continua; interessante l’insistenza sull’unanimità del voto dato dagli Argivi in favore delle donne supplici (ai vv. 605 e 607).

[12] Vd. G. Pochettino – F. Olmi, Storia e civiltà dei Greci 6, Milano 1979, pp. 559 sg.

[13] Tucidide, I 98100.

[14] Diodoro, XI 6062 (sotto il 470/69 tutto, con tipico accentramento biografico, dalla presa di Eione fino alla battaglia dell’Eurimedonte). Si può accettare o respingere il racconto di Diodoro, ma è chiaro che esso corrisponde a una scelta precisa e coerente, nei fatti, nei nomi dei generali persiani, Titrauste e Ferendate, nella dinamica, tutti improntati all’idea di separazione dei luoghi della battaglia navale e di quella terrestre. Cfr., per l’episodio dell’acclamazione degli strateghi come giurati, Plutarco, Cimone, 79. Date più basse per tutti gli eventi, da Nasso a Taso, in R. Meiggs, The Athenian Empire, Oxford 1972.

[15] Cfr. Tucidide, I 100103; Diodoro, XI 6364; Plutarco, Cimone 1417; sul numero di 4000 opliti ateniesi, Aristofane, Lisistrata 1143; Beloch, GG2 II 1, pp. 151-154.

[16] Plutarco, Pericle 11, 3: il conflitto tra Pericle e Tucidide di Melesia (ostracizzato nel 443) aprì nella città una βαθυτάτη τομή (un taglio profondissimo), in luogo della precedente nascosta venatura (διπλόη ὕπουλος: διπλόη Ruhnken).

La falange: tattiche e armamento degli opliti greci

di A. Frediani, Le grandi battaglie dell’Antica Grecia, Roma 2005, pp. 37-59.

 

Risulta difficile individuare il momento in cui gli atti di eroismo individuale e i duelli «a singolar tenzone» iniziarono ad essere visti non più come l’obiettivo primario di un’azione militare sul campo di battaglia, bensì come ciò che lo comprometteva, ovvero la potenza scaturita da un assalto compatto e coeso di ampie unità tattiche. Il poeta spartano Tirteo afferma che ai suoi tempi, nel VII secolo a.C., si era compiuto il processo in base al quale ogni guerriero era tenuto a combattere spalla a spalla con il proprio commilitone e ad evitare qualunque gesto, per quanto valoroso, che potesse compromettere la coesione della formazione. Ed è a questo concetto che dobbiamo legare l’inizio dell’arte occidentale della guerra, con tutte le sue implicazioni etiche, politiche e sociali. L’invenzione, d’altronde, fu così devastante da suscitare l’interesse dei governi dell’intero bacino mediterraneo, che diedero allora avvio alla pratica, assai diffusa nei secoli successivi, di valersi di guerrieri greci come mercenari: «uomini di bronzo che provenivano dal mare», ad esempio, prestarono servizio sotto il faraone Psammetico I, nel corso del suo lungo regno, nella seconda metà del VII secolo a.C.

Doveva essersi trattato di un processo piuttosto lungo. Non bastava, infatti, che un clan agrario prima, una città-stato (pólis) poi, orientassero la loro tattica sul campo di battaglia verso azioni più coordinate tra uomini e tra unità, imbrigliando l’aggressività di guerrieri solitamente portati a partire all’attacco da soli o a piccoli gruppi; era anche necessario concepire delle formazioni che obbligassero i combattenti a contare l’uno sull’altro, ed equipaggiarli con armi diverse da quelle di cui avevano fruito fino ad allora, più maneggevoli e compatte. Possiamo asserire, pertanto, che la tattica precedette le nuove tecnologie, piuttosto che il contrario, e che le nuove armi resero più efficace e portarono a un maggior grado di evoluzione un consolidato modo di combattere. Probabilmente nel corso dell’VIII secolo a.C., dunque, fu istituzionalizzata la pratica di schierare le truppe in file; grazie ad essa, ciascun armato poteva prendere prontamente il posto di chi lo precedeva quando questi cadeva, o creare dei ranghi serrati con l’avanzamento negli interstizi tra i commilitoni schierati nella fila precedente, per imprimere una potente forza d’impatto nel momento dell’attacco e contenere qualsiasi spinta in difesa. Per ottenere la coesione auspicata, ci volevano uno scudo più maneggevole e nello stesso tempo sufficientemente grande da coprire il lato scoperto dell’uomo al proprio fianco sinistro, e una lancia con cui affondare i colpi al momento dell’impatto stesso, in luogo del leggero giavellotto da lanciare prima del cozzare degli schieramenti.

 

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi»: due falangi oplitiche che si affrontano (particolare). Pittura vascolare tardo-corinzia a figure nere e policrome, 630 a.C. ca., da Veio. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

 

Nasceva così l’«oplita» (ὁπλίτης), ovvero l’«uomo corazzato» anche grazie alla collaborazione dei suoi commilitoni, tutti componenti di una formazione che doveva agire sempre all’unisono e combattere come una singola unità: la «falange» (φάλαγξ), ovvero, nel significato attribuitole dai Greci antichi, la «formazione da battaglia», anche se noi moderni tendiamo a riferirla solo alle formazioni di fanteria pesante. L’invenzione avrebbe profondamente influenzato l’arte della guerra nei secoli a venire, se si eccettua l’evoluzione manipolare e coortale delle legioni romane e l’avanzamento in ordine sparso delle orde barbariche all’alba del Medioevo: secoli e secoli dopo l’epoca della Grecia classica, i picchieri delle armate europee dal XIII ad almeno il XVII secolo avrebbero seguito i canoni adottati dagli antichi opliti.

Non doveva esistere nulla di più solido, compatto e omogeneo della falange; ciascun combattente era consapevole dell’enorme danno che avrebbe provocato un suo cedimento nel muro di scudi che era tenuto a mantenere in battaglia con i propri commilitoni. Senofonte paragonava l’allestimento di una linea della falange alla costruzione di una casa nella quale i materiali più solidi, come la pietra e le tegole, sono per le fondazioni e il tetto, mentre mattoni di fango e travi sono puri riempitivi da porre nel mezzo. Allo stesso modo, nella falange, gli uomini migliori dovevano essere posti in prima e in ultima linea, per mantenere la coesione della formazione, e ciascuno avrebbe dovuto scegliersi l’uomo che gli stava dietro, per sentirsi più sicuro al momento dello scontro.

È lecito ritenere che siano stati gli Spartani a inventare la falange, anche se l’unico vero tratto che distingueva gli opliti lacedemoni da quelli delle altre póleis rimase il loro distintivo mantello rosso (τρίβων), che si avvolgevano completamente intorno al corpo, sia d’estate sia d’inverno, senza mai lavarlo, ma che d’altronde non usavano in battaglia: le fonti tramandano che fosse stato Licurgo a stabilire per i Lacedemoni indumenti rossi, perché essi non tolleravano la minima somiglianza con l’abbigliamento femminile.

Siamo portati a pensare che siano stati gli Spartani a inventare la falange anche perché all’epoca in cui ne abbiamo una descrizione accurata, ai tempi di Senofonte, agli inizi del IV secolo a.C., la loro è di gran lunga più evoluta, nei singoli reparti come nei comandanti subalterni, di qualsiasi altra pólis, e della stessa Atene; inoltre, è plausibile aspettarsi da una società guerriera come quella spartana innovazioni di carattere militare di portata rivoluzionaria; infine, la falange appare come la logica trasposizione, sul campo di battaglia, di quello stretto cameratismo che veniva inculcato negli Spartiati e della loro società di «eguali» (ὅμοιοι).

L’unità della falange spartana era l’ἐνωμοτία, originariamente composta da ventitré opliti, disposti in tre file da otto elementi, e due ufficiali: l’ἐνωμοτάρχης, che si posizionava davanti alla prima linea, e l’οὐραγός, che occupava uno dei posti dell’ultima fila e aveva la responsabilità del mantenimento della coesione della formazione; quest’ultimo, era l’unico ufficiale che non si posizionasse davanti alla prima linea o in testa alla fila di destra. Due ἐνωμοτίαι formavano una πεντηκοστή, ciascuna comandata da un πεντηκόνταρχος, e quattro l’unità principale della falange, il λόχος, che quindi, nei tempi più antichi, era costituito da un centinaio di uomini (al comando di un λοχαγός).

Tutte le póleis, almeno fino all’epoca delle Guerre persiane, avevano adottato uno standard di profondità basato su otto linee. Tuttavia il λόχος descritto da Senofonte a proposito della falange spartana al termine della Guerra del Peloponneso, è di centoquarantaquattro elementi, stante la tendenza ad aumentare la profondità delle file di ciascuna ἐνωμοτία, formata da trentasei opliti disposti su tre file da dodici di profondità, oppure su sei file da sei di profondità. A Sparta, ai tempi di Senofonte quattro λόχοι formavano una «divisione», ovvero una μόρα, sei delle quali, comandate ciascuno da un πολέμαρχος, costituivano l’intero esercito lacedemone; in tempi anteriori, la denominazione di λόχος poteva essere attribuita anche ad unità più consistenti, anche perché la parola μόρα in Erodoto è del tutto assente.

 

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

 

Mόρα era anche la denominazione dell’unità di cavalleria aggregata alla «divisione», che non doveva annoverare più di sessanta elementi, e che iniziò a comparire nell’armata spartana solo nel corso della Guerra del Peloponneso, precisamente nel 424 a.C.; la comandava un ἱππαρμοστής. In seguito passò a cento effettivi, divisi in due οὐλαμοί da cinquanta cavalieri ciascuno, che si piazzavano ai fianchi degli opliti, in dieci file da cinque elementi ciascuna, denominate πεμπάς (guidate dai rispettivi πεμπάδαρχοι).

L’élite della falange spartana era costituita dagli hippeís che, a dispetto del nome, non erano però «cavalieri». Si trattava, infatti, di trecento opliti aggregati alla prima μόρα e solitamente disposti all’ala destra, che costituivano anche la guardia del corpo reale. Erano prescelti ogni anno, tra gli Spartiati nel fiore degli anni, da tre ἱππαγρέται nominati a tal fine dagli efori, ciascuno dei quali aveva la responsabilità di selezionarne cento.

I movimenti di una falange erano estremamente complessi, ed era necessario un severo addestramento perché tutto filasse liscio e la compattezza, presupposto essenziale della formazione, fosse mantenuta costante nelle varie fasi che portavano dall’ordine di marcia a quello di battaglia. Certamente, gli Spartiati erano avvantaggiati dall’abitudine a concetti e movimenti con i quali erano cresciuti fin da bambini, ma questi straordinari soldati combattevano fianco a fianco con i perieci e con quanti, col tempo, fu necessario integrare nei ranghi dell’esercito per compensare la carenza di effettivi. Va ricordato, infatti, che ai tempi di Senofonte l’intero esercito spartano vantava solo quattromila effettivi – meno della metà rispetto a tre secoli prima – con un fabbisogno di circa cento nuove immissioni l’anno, stante la conclusione del quarantennale servizio di ciascun combattente e le perdite per cause varie.

Le reclute, richiamate per classi annuali, venivano collocate in un’apposita ἐνωμοτία, i cui vecchi componenti erano distribuiti nelle altre unità, a parte gli ufficiali che, invece, rimanevano a comandare i nuovi venuti; questi ultimi erano posizionati, nello schieramento, all’estrema sinistra della μόρα, nella collocazione meno prestigiosa.

Le reclute che componevano un’ἐνωμοτία erano addestrate a marciare in un’unica fila. Quando la tromba suonava l’ordine di schierarsi, il comandante, in testa alla fila, manteneva i suoi uomini fino al dodicesimo nella stessa posizione, mentre i seguenti dodici, guidati dal tredicesimo, si ponevano al fianco sinistro dei primi e i successivi, a loro volta, al fianco sinistro dei secondi. Tra le file, disposte così in ordine aperto, veniva lasciato sufficiente spazio, almeno due passi, per la successiva disposizione a ranghi serrati – oppure, prima di una battaglia, per il ripiegamento della fanteria leggera –, nella quale le seconde metà di ciascuna fila passavano al fianco della rispettiva prima metà, formando un blocco di sei per sei elementi, con un passo di distanza tra un oplita e il commilitone al suo fianco.

Statuetta di oplita, figura di coronamento di una cista, dal Tempio di Zeus a Dodona, ultimo quarto del VI secolo a.C., Antikensammlung, Staatliche Museen zu Berlin.

Oplita. Statuetta, bronzo, ultimo quarto del VI sec. a.C. ca. da una cista (?) presso il tempio di Zeus a Dodona (Epiro). Berlin, Antikensammlung.

 

La vera difficoltà, per il leader di ciascun plotoncino, era quello del corretto e uniforme conteggio dei passi, e l’attenzione che doveva porre nel disporsi alla stessa altezza dell’ἐνωμοτάρχης. Quando nella manovra erano coinvolti i quattro λόχοι di una μόρα, ogni successiva unità passava sul fianco sinistro di quella che la precedeva nell’ordine di marcia, formando una falange con una fronte e una profondità di dodici opliti. Volendo, si potevano ottenere ranghi serrati, se si erano mantenuti i due passi tra una fila e l’altra, costituendo così una falange con una fronte da ventiquattro e una profondità di sei. In caso di ritirata, era l’οὐραγός a prendere l’iniziativa e a condurre la marcia indietro.

Su scala ancora più ampia, relativamente a un’intera μόρα, la trasformazione di un ordine di marcia in una falange non era affare da poco: ogni divisione in ordine aperto aveva una fronte di quarantotto opliti, ciascuno dei quali in testa a una fila di dodici elementi. Il λοχαγός doveva quindi calcolare uno spostamento generale a sinistra, per affiancare il λόχος che lo precedeva, di settanta passi, che sommati ai ventiquattro della prima unità davano una fronte totale di novantaquattro passi, entro i quali si potevano anche serrare i ranghi.

Una volta schierata al completo la falange, era prevista, anche se scarsamente applicata, la manovra avvolgente da parte delle ali. Al suono della tromba, i due fianchi, il destro e il sinistro, marciavano verso l’esterno in colonna, fino a un determinato punto, in cui riprendevano a marciare in avanti, assecondati dal centro: farraginoso – a dir poco – tanto da spingere i grandi teorici della guerra del IV secolo, da Epaminonda a Filippo II, a escogitare altri sistemi per aggirare il nemico.

Tutti questi concetti, comunque, trovavano un’applicazione pratica al momento dell’entrata in guerra di una pólis. A Sparta erano gli efori, in tale circostanza, ad annunciare le classi annuali richiamate alle armi. Una volta radunata l’armata, il re traeva auspici con un sacrificio e, se questi erano favorevoli, un tedoforo prendeva il fuoco dall’altare sul quale era stata celebrata la cerimonia e lo portava fino ai confini della Laconia. L’esercito lo seguiva fin lì, quando il sovrano si fermava per celebrare un nuovo sacrificio e, in caso di esito favorevole, l’armata poteva avanzare, sempre accompagnata dal fuoco che non doveva spegnersi, mai.

Ciascun combattente si faceva accompagnare da un ilota, perciò la razione di cibo – fiocchi d’avena e orzo, principalmente; ma anche formaggio, cipolle e carne salata – che era tenuto a portarsi dietro doveva comprendere anche la quantità prevista per quest’ultimo, per un massimo di venti giorni, nel caso in cui la durata del conflitto fosse stimata superiore alle due settimane; si diceva che lo zaino dell’oplita puzzasse di cipolla. Il cibo e le razioni erano uguali per tutti, dal re al soldato semplice, e pare che in un’occasione il sovrano, vistosi offrire da un alleato un ricco menù in onore dell’armata spartana, abbia fatto dare tutto agli iloti.

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Pittura su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C. ca. Bruxelles, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

Anche l’oplita ateniese si faceva accompagnare da un attendente, spesso un schiavo – chiamato σκηνοφόρος, «portatore di bagagli» – oppure da un parente più giovane cui far fare esperienza; questi marciava accanto al soldato, per spostarsi nelle retrovie in vista della battaglia, e quando il pericolo non era imminente, gli portava lo scudo, oltre a tutto il resto. Durante la marcia, l’aiutante portava sulle spalle il letto arrotolato – una sorta di sacco a pelo, detto στρώματα –, quando questo non era attaccato allo scudo dell’oplita.

La dieta del soldato ateniese era leggermente diversa da quella dello Spartiata, e consisteva in sale, talvolta aromatizzato con del timo, cipolle, pesce salato avvolto in foglie di fico, il tutto conservato in un paniere di vimini (γύλιος); egli disponeva anche di uno spiedo di ferro per cucinare la carne fresca che avrebbe acquistato nel corso della campagna, dal 462 a.C. con la paga corrisposta dalla pólis.

Tornando agli Spartani: l’occorrente per dormire veniva portato legato allo scudo, insieme ai vari cambi di vestiario; ma nulla, nell’equipaggiamento, riguardava il riparo per la notte, che consisteva in bivacchi in estate e capanne improvvisate con quanto si trovava sul posto nella stagione meno calda. Nei convogli di bagagli, la cui composizione e il numero erano anch’essi regolati dagli efori, i carri trasportavano pale e picconi, e gli animali da soma asce e falcetti, materiali usati dalla fanteria leggera per aprire la strada al convoglio; in generale, le salmerie erano costituite anche dagli strumenti utilizzati dai non combattenti come i medici, i fabbri e i carpentieri richiamati dagli efori.

Il primo giorno, la marcia procedeva lentamente, perché fosse consentito a chi avesse dimenticato qualcosa a casa di tornare a prenderla. La marcia, scandita dal corno e non dalla tromba, era preceduta dagli σκιρῖται, i montanari della Laconia settentrionale armati alla leggera, che costituivano lo schermo avanzato della colonna in cammino; con il tempo, vennero affiancati nei loro compiti dalla cavalleria di cui, durante le Guerre persiane, i Greci erano ancora molto carenti.

Solitamente, in campo aperto l’esercito spartano procedeva in quadrato, con il lato anteriore e quello posteriore schierati a falange, quelli laterali in colonna, e le salmerie, la fanteria leggera e i non combattenti nel mezzo. Nelle strettoie, dove era lecito temere qualche imboscata, la fanteria si divideva in due colonne che procedevano parallele, divise dalle salmerie, o con i λόχοι disposti su quattro file e perfino meno. In linea di massima, ogni móra teneva a portata di mano il rispettivo convoglio, per aver tutto a disposizione al momento della sosta.

I Greci non conoscevano nulla di simile alle zelanti regole romane sulla costruzione di un campo fortificato. Anche in situazioni di pericolo, era estremamente improbabile che costruissero un accampamento con palizzata e fossato, come erano tenuti a fare ogni sera i legionari di ogni epoca. L’unica precauzione era costituita dall’appostamento degli σκιρῖται e poi dei cavalieri in siti sopraelevati, da cui costoro potevano avvistare e prevenire i movimenti del nemico. Gli Spartani, piuttosto, ponevano molta più attenzione alla custodia delle armi per la notte, cui facevano una custodia serrata per scongiurare qualsiasi tentativo di impadronirsene da parte degli iloti.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno). 560 a.C. ca. Staatliche Antikensammlungen di Monaco.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno), 560 a.C. ca. München, Staatliche Antikensammlungen.

 

Per certi aspetti, erano più severe le restrizioni tra settori dell’esercito che tra il perimetro dell’accampamento e il territorio circostante; ogni μόρα era tenuta a occupare uno spazio determinato, dal quale i suoi compagni non potevano uscire nemmeno in occasione dei consueti esercizi ginnici cui si dedicavano ogni giorno prima di colazione e prima di cena. Il centro del campo era comunque occupato dal padiglione del re, attorniato dal suo stato maggiore e dai suoi attendenti, tre spartiati incaricati di vegliare su di lui, e poi i medici, gli indovini, i πολέμαρχοι, due Πυθόι, con il compito di andare a consultare l’oracolo di Delfi in particolari circostanze, i suonatori di flauto incaricati della “colonna sonora” durante le cerimonie sacrificali (e del ritmo di marcia in battaglia), gli araldi per comunicare gli ordini ai subalterni, e con ogni probabilità la guardia del corpo dei Trecento.

In un’epoca in cui l’arte ossidionale era ancora ad uno stato molto primitivo, le città costituivano un baluardo insormontabile per qualsiasi esercito e la più efficace delle difese per coloro che si vedevano invadere il proprio territorio. Nella migliore delle ipotesi, pur disponendo di un qualche ariete, ancora privo di copertura e di sofisticati mezzi di bilanciamento introdotti dagli ingegneri di Filippo II e Alessandro Magno, di scale d’assalto e della possibilità di porre un blocco alla cinta muraria, gli eserciti poliadi non erano in grado di prolungare la campagna per il tempo necessario ad attendere la caduta del caposaldo. I cittadini, tutti artigiani o agricoltori, non potevano far altro che tornare alle proprie attività dopo un limitato periodo di tempo, né la pólis era in grado di assumersi l’onere di compensarli per la perdita dei loro raccolti o per il prolungato arresto delle loro attività. Per questo motivo, si tendeva a votare stanziamenti per campagne brevi e gli strateghi si ponevano obiettivi a breve termine. Tutt’altro discorso per gli Spartani, che disponevano di un vero e proprio “esercito di Stato”, i cui componenti erano stati messi in condizione di non far altro che la guerra. Ma anch’essi necessitavano di attendenti, servitori e personale ausiliario la cui prolungata assenza dalla madrepatria avrebbe inciso in qualche modo sull’economia della pólis.

Lo scopo di una campagna militare, pertanto, era d’indurre quanto prima il nemico alla battaglia campale decisiva, e la strategia più diffusa per riuscirvi, nel caso frequente in cui questi si asserragliava all’interno delle proprie roccaforti, consisteva nella devastazione sistematica quanto più possibilmente capillare di tutte le sue fonti di approvvigionamento (in primis, le campagne). Non a caso, si preferiva avviare le ostilità nella stagione del raccolto, quando le messi erano ancora nei campi, per provocare i danni maggiori; sotto quest’aspetto, durante la Guerra del Peloponneso, Sparta era avvantaggiata nei confronti di Atene, poiché trovandosi più a sud il suo grano maturava prima, permettendo ai suoi uomini di raccoglierlo e poi di invadere l’Attica prima che gli Ateniesi raccogliessero il proprio. Ma spesso anche questa si rivelava una strategia a lungo termine, perché non era affatto detto che i nemici si lasciassero indurre a scendere in campo aperto per fermare lo scempio, ed era necessario fare terra bruciata per anni, prima che gli avversari considerassero la loro economia talmente danneggiata da non aver nulla da perdere ad affrontare gli invasori, o a chiedere la pace.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Palermo, Museo Archeologico Regionale.

Ogni mattina il sovrano spartano, in guerra, compiva un sacrificio, alla presenza dei suoi subalterni, dei comandanti dei contingenti stranieri e dei responsabili delle salmerie. Proprio in vista di uno scontro, si sviluppava un’accurata e complessa ritualità, dalla quale nessun comandante in capo osava prescindere. L’oggetto del sacrificio era solitamente una capra, che il re immolava dopo essersi cinto il capo con una ghirlanda (parimenti facevano tutti gli astanti). Se gli auspici erano dunque favorevoli – e talvolta si faceva in modo che lo fossero – , gli opliti facevano il primo di due pasti giornalieri, detto ἄριστον, che si consumava a metà mattinata accompagnato da copioso vino, per favorire un moderato stato di ebbrezza; quindi, senza togliersi la ghirlanda, i guerrieri prendevano posto nella falange in attesa di ordini, poggiando lo scudo lungo le ginocchia e la parte posteriore della lancia a terra. La sera precedente avevano lucidato i loro scudi e pettinato i loro lunghi capelli, usanza dalla quale non prescindevano quando mettevano a rischio la propria vita: Licurgo, il semi-leggendario legislatore, riteneva infatti che i capelli lunghi rendessero più gradevole un bell’uomo e più terrificante uno brutto!

Quindi, i comandanti subalterni che avevano partecipato al consiglio di guerra – πολέμαρχοι e λοχαγοί – si avvicinavano ai ranghi schierati e prendevano posizione, passando gli ordini definitivi ai propri subordinati, che a loro volta li trasmettevano agli ἐνωμοτάρχοι; in breve, tutti i soldati, passandosi la parola, ne erano informati. Una volta schierati anche gli ufficiali, arrivava al re, che trasmetteva la parola d’ordine alla prima linea i cui componenti la ripetevano a quanti li seguivano, fino a che essa non ritornava al sovrano dopo essere stata ripetuta da tutti due volte, sia la domanda che la risposta. L’artificio era essenziale per poter distinguere i compagni nella confusa mischia che sarebbe nata di lì a poco, tra opliti appartenenti a eserciti nemici ma spesso equipaggiati allo stesso modo, ragion per cui la parola d’ordine veniva stabilita e comunicata solo pochi minuti prima della battaglia.

A quel punto, supportato dai flautisti (αὐληταί), il re intonava il peana di guerra (παιάν) e subito dopo si dava fiato alle trombe, il cui suono dava inizio all’avanzata della falange, senza che il suono dei flauti e il canto del re, progressivamente accompagnato dal resto dell’armata, si interrompessero. Probabilmente gli Spartiati erano i soli, tra i Greci, in grado di mantenere la compattezza della falange in fase di avanzata; le fonti riportano che erano sufficienti un leggero avvallamento, un modesto corso d’acqua, un’altura appena abbozzata – ma anche una marcata differenza d’età tra i combattenti, che si rifletteva sul loro ritmo di corsa –, perché la formazione perdesse in coesione e le linee divenissero dei segmenti ondulati e frammentati. In alcuni casi, addirittura, la falange si dissolveva prima di arrivare a contatto con il nemico, e lo scontro non aveva luogo.

La musica si fermava solo quando l’armata giungeva a ridosso del nemico, per lasciar posto alle esortazioni degli ufficiali, cui gli stessi soldati rispondevano incoraggiandoli a condurli con ardimento. Un nuovo segnale di tromba, dato a meno di duecento metri di distanza dall’esercito nemico, dava inizio all’assalto vero e proprio (ἐπίδρομος), durante il quale gli ufficiali continuavano a incitare i propri commilitoni con frasi del tipo: «Chi seguirà? Chi si dimostrerà coraggioso? Chi sarà il primo ad abbattere il nemico?», che i soldati ripetevano fino a quando non giungevano a contatto con gli avversari. Gli opliti procedevano ora di corsa – al ritmo di otto chilometri l’ora – dopo aver posizionato lo scudo, fino ad allora portato di fianco, in modo da coprire la maggior parte del corpo, e la lancia in posizione d’attacco, che non si sa se fosse sopra o sotto la spalla, poiché le raffigurazioni la rappresentano in entrambi i modi.

Tempio di Afaia ad Egina, guerriero troiano, detto 'Priamo', frontone occidentale, 485-480 a.C. Glyptothek, Monaco.

Guerriero troiano, detto ‘Priamo’. Statua, marmo, 485-480 a.C. ca., dal frontone occidentale del tempio di Afaia (Egina). München, Glyptothek.

In linea di massima, un generale cercava di far scattare l’attacco prima degli avversari, per valersi dell’abbrivio, ma doveva prestare attenzione a non farlo partire troppo presto, per non far stancare i propri uomini, che avevano bisogno di tutte le loro energie per il corpo a corpo. Il momento dell’impatto tra le due schiere era sancito dal rombo assordante degli scudi che cozzavano l’un contro l’altro e, subito dopo, dalle urla degli opliti delle file successive, che incitavano i commilitoni impegnati nello scontro e cercavano di fare la loro parte, spingendoli contro il muro avversario per scompaginarne la coesione, o sostituendo i caduti. La saldezza degli uomini schierati nelle linee posteriori era fondamentale per mantenere la coesione della falange e la pressione sullo schieramento nemico.

Non meno decisiva era la volontà di ciascun oplita di prevalere sull’avversario diretto e su quelli vicini, per assicurarsi la sopravvivenza di chi combatteva immediatamente al suo fianco e che, spesso, era un suo vicino parente: ad Atene e in molte altre póleis greche i λόχοι, infatti, erano costituiti su base distrettuale, e vi prestavano servizio più membri di una stessa famiglia. Infine, altro fattore in grado di influenzare il risultato era la tendenza di ciascun oplita a cercare la protezione dello scudo del compagno sulla destra, con il conseguente spostamento dell’intero schieramento verso quella direzione e una forza d’impatto generale che poteva risultare meno efficace.

Tra un oplita e l’altro si svolgeva un combattimento quasi di scherma con le lance, nel quale ciascuno dei contendenti affondava la propria arma nel tentativo di colpire l’avversario sopra e sotto lo scudo, in particolar modo alla gola, all’inguine e alle cosce. Accadeva però spesso che la lancia si spezzasse, costringendo il soldato a proseguire con la spada.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche. 475-425 a.C. ca. Cabinet des médailles.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche, 475-425 a.C. ca. Paris, Cabinet des médailles.

Lo scontro conservava una certa staticità fino a quando in uno dei due schieramenti si aprivano dei varchi, dovuti ai caduti e a quanti non erano in grado di conservare lo scudo al braccio. Era come se qualche mattone venisse sottratto a un muro, provocandone la caduta: i nemici si affrettavano a penetrare in quei buchi e diventava molto più facile, per loro, infliggere colpi mortali agli avversari.

Non è detto che la battagli finisse con la rotta degli sconfitti e l’inseguimento da parte dei vincitori. I comandanti potevano anche sancire la conclusione dello scontro facendo squillare le trombe per la ritirata quando si rendevano conto che la propria compagine stava prevalendo, né si curavano di darsi all’inseguimento dei nemici, poiché la carenza di effettivi di cavalleria, d’altronde, l’avrebbe reso inefficace. In linea di massima, se lo sconfitto mandava un araldo a negoziare una tregua per portare via i morti dal campo di battaglia, ciò implicava l’ammissione della sconfitta.

Prima della rimozione dei caduti, tuttavia, i vincitori si sentivano in diritto di spogliare i cadaveri dei nemici, cui sottraevano le armature, oltre agli eventuali effetti personali che si portavano addosso. L’intero bottino veniva diviso tra i soldati, salvo un decimo che era dedicato alle divinità cui il comandante aveva consacrato l’eventuale vittoria, oppure affidato a dei banditori che lo mettevano all’asta perché la pólis vittoriosa ne percepisse il ricavato. Le armi andavano a costituire un trofeo (τροφεῖον) eretto sul punto in cui lo scontro era stato decisivo.

L’ὁπλίτης greco aveva fama di fante pesante per eccellenza sebbene, ad esempio in Beozia, dove si praticava un vero e proprio culto del corpo attraverso la ginnastica costante, fosse molto diffusa l’abitudine di combattere pressoché nudi; il paradosso era che i Beoti adottavano degli stivaletti, in contrasto con gran parte degli opliti delle altre regioni, che avevano l’abitudine di combattere a piedi nudi.

In effetti fra i Greci, sempre attenti a non rendere il combattimento troppo impacciato, non si dotavano di un equipaggiamento particolarmente “pesante”, accettando il rischio che le proprie armi di difesa fossero trapassate, a vantaggio di una maggiore mobilità e fluidità delle manovre. Si trattava di una panoplia piuttosto costosa, che si preferiva trasmettere di padre in figlio, anche perché il suo acquisto corrispondeva alla paga mensile di un artigiano, e solo alla fine del periodo classico lo Stato avrebbe tolto ai cittadini l’onere di provvedervi. In ogni caso, pare che ancora agli inizi della Guerra del Peloponneso non ci fosse una piena uniformità di equipaggiamento nell’ambito di una stessa pólis, e che solo a partire dalla fine del medesimo conflitto il concetto si sia esteso fino a prevedere delle vere e proprie “uniformi”.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. da Delfi. Museo Archeologico di Delfi.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. dal santuario di Apollo Pitico. Delfi, Museo Archeologico.

Lo scudo (ἀσπίς) doveva essere maneggevole e allo stesso tempo coprire la maggior parte possibile del corpo. Quello che si utilizzò nel corso dell’età classica era frutto di una secolare evoluzione, inaugurata ancora in età micenea da un’arma “a forma di otto” con le rientranze mediane tagliate in dentro; prese la sua forma definitiva nel corso dell’VIII secolo a.C., con il modello argivo detto ὅπλον (da cui derivò il nome di chi lo portava). Si trattava di uno scudo più convesso dei precedenti e con la novità che il bordo era rinforzato per conferire all’attrezzo una rigidità sufficiente a impedirgli di curvarsi sotto i colpi subiti in battaglia. Rotondo e molto ampio, tanto da coprire il corpo del combattente dal mento al ginocchio – ma anche la parte scoperta del commilitone sulla sinistra –, aveva un diametro di un metro o poco meno e pesava poco più di sette/otto chilogrammi, il che vuol dire che era piuttosto sottile, tanto da essere sufficiente contro gli affondi di lance e spade, ma di scarsa efficacia contro giavellotti e frecce.

Lo scudo, trasportato dall’attendente dell’oplita fino a pochi istanti prima dello scontro, era saldamente ancorato al braccio dell’oplita mediante un bracciale di bronzo (πόρπαξ) saldato all’interno mediante due piastre; il soldato vi passava l’avanbraccio attraverso e poi afferrava con la mano una cordicella che correva lungo l’intera circonferenza del bordo, ancorata allo scudo mediante rovelli disposti con cadenza regolare e ricoperti sul lato esterno dal rivestimento. Il πόρπαξ era talmente decisivo ai fini dell’utilizzo dello scudo che l’oplita spartano – in particolare –, al termine di una campagna, lo staccava e lo conservava altrove, per evitare che gli iloti utilizzassero l’arma in caso di ribellione.

La base era di legno, probabilmente di noce, e solo in Età classica si trovò il modo di rivestirla di una sottile lamina di bronzo pressato – in alternativa alla pelle di bue, che continuò comunque a essere usata –, che nel periodo arcaico era limitato ai bordi e all’umbone centrale (quest’ultimo, poi, scomparso in epoca classica). Anche con il rivestimento in metallo, comunque, gli emblemi continuarono a essere dipinti, con colori convenzionali che nelle pitture sui vasi corrispondono al rosso su sfondo nero. A seguito dei primi contatti bellici con i Persiani, comparve anche una sorta di “grembiule” in cuoio che pendeva lungo il bordo inferiore, come ulteriore difesa contro i proietti dei tiratori nemici.

Le pitture sui vasi consentono l’individuazione di alcuni motivi costanti raffigurati sugli scudi, che dovevano rappresentare l’unico modo per distinguere un oplita dall’altro, poiché il viso era interamente celato dall’elmo. Gli Argivi erano famosi per i propri scudi bianchi, di cui parla anche Eschilo, forse con l’aggiunta di un’idra. In generale, si trattava in gran parte di motivi geometrici, di oggetti e di animali, anche se, con il tempo, vennero introdotti specifici simboli per contrassegnare l’appartenenza a una pólis, come la lámbda per Sparta o la clava per Tebe.

Elmo in bronzo greco-cretese, fine VII secolo a.C., London British Museum.

Elmo in bronzo greco-cretese. Bronzo, fine VII sec. a.C. ca. London British Museum.

Anche l’elmo non era particolarmente rigido, e non sempre resistente al fendente di una spada; in compenso, la sua flessibilità consentiva di metterlo e toglierlo con una certa facilità, o di tenerlo sollevato all’altezza della fronte.

Oltretutto, mancava delle cinghie per fissarlo al mento, e l’oplita correva il rischio di perderlo, durante i movimenti convulsi che era costretto a compiere durante uno scontro. Il tipo più diffuso era quello detto “corinzio”, evolutosi a partire dall’VIII secolo attraverso forme sempre più sofisticate, ma mantenendo sempre la sua caratteristica di coprire tutto il viso tranne gli occhi, il naso e la bocca. Il suo vero problema era che copriva le orecchie, impedendo a chi lo indossava di recepire bene gli ordini del proprio comandante, tanto che si tendeva a tenerlo sollevato fino agli attimi precedenti lo scontro; nel corso del V secolo, pertanto, venne modificato e si sviluppò in almeno tre nuovi modelli: uno, detto “calcidico”, con le aperture per le orecchie, e con paragnatidi fissi o rimovibili, un altro, quello “attico”, con paragnatidi rimovibili e senza guardianaso, e infine un terzo, detto “tracico”, col bordo rialzato a protezione di occhi e orecchie, paragnatidi molto lunghi fino a chiudersi sulla bocca e una leggera cresta sulla sommità.

Parallelamente si sviluppò e si diffuse anche il tipo “beotico”, molto più aperto, derivante dal copricapo di feltro che, secondo Demostene, i contingenti di Platea indossavano ancora durante la prima invasione persiana. Tutto ciò che il soldato aveva sul viso, oltre alla calotta, era un’ampia visiera che aggettava su tutta la circonferenza dell’elmo, risultando più pronunciata sulla fronte.

L’interno degli elmi era rivestito di stoffa, ma qualcuno usava indossare sotto l’elmo un copricapo di tessuto, per attutire l’impatto dei colpi ricevuti. La cresta di cavallo che troneggiava sulla sommità svolgeva la precisa funzione di far apparire più alto e imponente l’oplita anche se, nel corso del tempo, con una maggiore definizione dei gradi e delle rispettive uniformi, divenne piuttosto un segno del rango. Il guerriero la conservava separata dall’elmo, in una scatola, perché i colori non si sciupassero, e l’attaccava al copricapo mediante due distinti sistemi, ovvero una o più forcelle disposte lungo la sommità, oppure un perno leggermente incurvato alla sommità, che staccava notevolmente la cresta dall’elmo.

Come i centurioni romani, gli ufficiali spartani solevano portare la cresta trasversale, mentre si ha notizia di creste multiple o di elmi piumati con piume di ostrica per ταξίαρχοι e στρατηγοί. Un altre segno distintivo era il βακτήριον, il «bastone», che poteva essere completamente dritto o ricurvo a un’estremità, che si usava porre sotto l’ascella sinistra per appoggiarvi il peso del corpo.

Statua di oplita con elmo (forse Leonida I), da Sparta. V secolo a.C. ca. Museo Archeologico di Sparta.

Oplita con elmo crestato (forse re Leonida?). Statua, marmo locale, inizi V sec. a.C. ca. Sparta, Museo Archeologico.

In Età arcaica la corazza degli opliti più importanti sembrava una sorta di campana, con delle piastre di bronzo a forma di anello orizzontale la cui struttura si allargava in vita. Questo ingombrante modello, che possiamo figurarci indosso agli eroi omerici, si affinò col tempo fino a divenire, in Età classica, la cosiddetta corazza “anatomica”, modellata secondo le forme del busto e chiusa in vita, dalla quale pendevano strisce di cuoio indurito, dette pterugi, disposte in due strati, il secondo dei quali andava a coprire gli intervalli lasciati dal primo. Fondamentalmente si trattava di due piastre di bronzo modellato, tenute insieme da tre cerniere per lato, una su ciascuna spalla e due lungo i fianchi, di cui si usava aprire e chiudere quelle sul lato destro, per fissarle inserendovi degli spilli. In alcuni modelli si usava anche assicurare la coesione dei due pezzi con delle cinghie sotto l’ascella, che si dipartivano da due anelli posti a ridosso della giunzione.

Ma era diffuso anche un altro tipo di corazza, detta “composita”, perché il bronzo era rivestito da lino o cuoio per prevenirne l’ossidazione; altre erano costruite soltanto da più strati sovrapposti di cuoio indurito o di lino pressato (λινοθώραξ); in quest’ultimo caso, preferito per la sua maggiore flessibilità, leggerezza e soprattutto per i suoi bassi costi, si raggiungeva uno spessore di mezzo centimetro. La giunzione era posta solitamente sul fianco sinistro. Un altro pezzo a forma di “U” si dipartiva dal centro della schiena per coprire le spalle, con le due estremità fissate sul petto.

Va da sé che qualsiasi corazza poggiava su un qualche indumento di stoffa, che fino alla metà del V secolo a.C. fu il caratteristico χιτών. Solitamente di lino o di lana, esso era costituito da un rettangolo di stoffa che rivestiva sia gli uomini sia le donne, e che si usava avvolgere e drappeggiare intorno al corpo, ripiegandolo lungo il bordo superiore affinché il risvolto arrivasse alla vita, che veniva stretta da una cintura. In seguito, questo capo d’abbigliamento fu affiancato e pressoché sostituito dall’ἐξωμίς, una tunica corta di lino senza maniche e stretta alla vita da una cintura, ricavata dall’unione di due rettangoli di stoffa cuciti insieme a mo’ di cilindro, lungo i quali venivano lasciate delle aperture per le braccia e il collo.

L’elenco delle armi difensive si conclude con i gambali (o schinieri), introdotti a partire dal VII secolo a.C., che grazie alla naturale elasticità del bronzo si stringevano intorno al polpaccio adattandosi alla sua muscolatura, senza bisogno di stringhe per tenerli fermi. Inizialmente coprivano la gamba dalla caviglia fin sotto il ginocchio, ma col tempo anche quest’ultimo, che in battaglia si dimostrava assai vulnerabile. In certi periodi, si usava metterci sotto qualcosa, forse delle “calze”, per evitare lo sfregamento del bronzo sulla pelle.

 

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum.

 

Tra le armi offensive la lancia (δόρυ), rivestiva, e di gran lunga, un ruolo più importante della spada. I Greci la preferivano con un fusto di frassino, un legno che offriva il giusto bilanciamento tra le esigenze di resistenza e di leggerezza, e che si poteva trovare in abbondanza nelle frequenti zone montane della penisola ellenica, sebbene alcune póleis preferissero importarlo da altri paesi più a nord. Pare fosse lunga poco meno di due metri e mezzo, sebbene le esigenze artistiche dei vasi la raffigurassero più corta, e pesasse circa un chilogrammo.

La lavorazione era piuttosto complessa. Si prendevano dei ciocchi di legno e si dividevano in lunghezza con mazzuoli e cunei di legno. Una volta stagionati, i pezzi venivano ulteriormente tagliati per eliminare tutte le parti “deboli”, e il lavoro proseguiva fino a quando non rimaneva un’asta grezza per circa due pollici di diametro. Un piccolo coltello ricurvo, detto (ξυήλη), in mano a un δορυξόος («raschiatore di lance»), si assumeva il compito di dare una forma a quel palo, che grazie al lavoro finale di una raspa diveniva perfettamente tondo e liscio.

Poi, l’attrezzo passava in mano ad altri artigiani, che lo dotavano delle parti in metallo – in ferro ma anche in bronzo – , valendosi della resina ma, in alcuni casi, anche di anelli di ferro, per le giunzioni. All’estremità più affilata veniva posta la punta vera e propria, a forma di “foglia”, a quella più grossa il puntale posteriore, detto στύραξ («uccisore di lucertole»), perché si usava soprattutto per conficcare l’attrezzo nel terreno durante il riposo dell’oplita. Lo stadio finale della lavorazione dell’arma consisteva nell’avvolgere un quadrato di stoffa al centro dell’asta, e poi cucirlo, per consentire al guerriero una salda presa.

Quanto alle spade, di bronzo, ve ne erano di diversi tipi, che l’oplita usava tenere in un fodero appeso a tracolla, di legno rivestito di cuoio. La più diffusa, della ξύφος, aveva un’elsa cruciforme e una lama dritta, a doppio taglio e a forma di “foglia” più larga verso l’impugnatura, per una lunghezza della lama di circa settantacinque centimetri. Ma a partire dal VI secolo a.C. si diffusero anche spade di probabile influenza orientale, a un taglio, l’una a mo’ di scimitarra, con il dorso dritto o appena concavo, e l’altra a forma di sciabola ricurva, denominate rispettivamente κοπίς e μάχαιρα, lunghe circa sessanta/sessantacinque centimetri, con l’elsa spesso a forma di uccello o comunque a testa di animale, e con un’accentuata uncinatura per la protezione delle nocche.

*****************************************************************************************************

Bibliografia (aggiornata) di approfondimento:

 

E. Anson, The General’s Pre-Battle Exhortation in Graeco-Roman Warfare, G&R 57 (2010), pp. 304-318.

B. Bertosa, The Supply of Hoplite Equipment by the Athenian State down to the Lamian War, JMH 67 (2003), pp. 361-379.

P. Cartledge, Hoplites and Heroes: Sparta’s Contribution to the Technique of Ancient Warfare, JHS 97 (1977), pp. 11-27.

M.R. Christ, Conscription of Hoplites in Classical Athens, CQ 51 (2001), pp. 398-422.

F. Echeverría, Hoplite and Phalanx in Archaic and Classical Greece: A Reassessment, ClPh 107 (2012), pp. 291-318.

A. French, Solon’s Hoplite Assessment, Historia 10 (1961), pp. 510-512.

A.W. Gomme, The Athenian Hoplite Force in 431 B.C., CQ 21 (1927), pp. 142-150.

C.R. Hallpike – W.G. Runciman, Greek Hoplites, JRAI 5 (1999), pp. 627-629.

A.H. Jackson, An Early Corinthian Helmet in the Manchester Museum, ABSA 99 (2004), pp. 273-282.

D. Kagan – G.F. Viggiano, Men of Bronze: Hoplite Warfare in Ancient Greece, Princeton 2013.

P. Krentz, The Nature of Hoplite Battle, ClAnt. 4 (1985), pp. 50-61.

Id., Fighting by the Rules: The Invention of the Hoplite Agôn, JASCSA 71 (2002), pp. 23-39.

J.F. Lazenby – D. Whitehead, The Myth of the Hoplite’s Hoplon, CQ 46 (1996), pp. 27-33.

J.E. Lendon, Soldiers and Ghosts: A History of Battle in Classical Antiquity, Yale 2005.

L. Rawlings, The Ancient Greeks at War, Manchester 2007.

R.T. Ridley, The Hoplite as Citizen: Athenian Military Institutions in Their Social Context, AntCl 48 (1979), pp. 508-548.

W. Rieß – G.G. Fagan, The Topography of Violence in the Greco-Roman World, Ann Arbor 2016, pp. 162-194.

W.G. Runciman, Greek Hoplites, Warrior Culture, and Indirect Bias, JRAI 4 (1998), pp. 731-751.

J. Salmon, Political Hoplites?, JHS 97 (1977), pp. 84-101.

A.M. Snodgrass, The Hoplite Reform and History, JHS 85 (1965), pp. 110-122.

Id., Archaeology and the Emergence of Greece, Edinburgh 2006, pp. 309-330; pp. 344-360.

W. E. Thompson, Three Thousand Acharnian Hoplites, Historia 13 (1964), pp. 400-413.

H. Van Wees, The Homeric Way of War: The ‘Iliad’ and the Hoplite Phalanx (I), G&R 41 (1994), pp. 1-18; 131-155.

J.R. Zorn, A Note on the Depiction of a Hoplite on a Sherd from Ashkelon, BASOR 372 (2014), pp. 35-38.

Salamina – 23 settembre 480 a.C.

di P. de Souza, The Greek and Persian Wars 499-386 BC, Osprey Pub. 2002, pp. 58-66.

 

Sul mare i Greci avevano acquisito sicurezza, visti i loro successi e la loro buona sorte, ma il terzo giorno le cose cambiarono. I nemici erano di nuovo riusciti a circondarli e nel successivo scontro entrambe le parti subirono numerose perdite, che i Greci non si potevano permettere.
Dopo aver ricevuto la cattiva notizia delle Termopili, la flotta greca si diresse verso l’isola di Salamina, al largo di Atene. Erano stati gli stessi abitanti di Atene a sollecitare la flotta. La popolazione della città doveva essere evacuata a Trezene, nel Peloponneso orientale, e nelle isole di Salamina ed Egina, per metterla in salvo dai Persiani. La decisione di abbandonare Atene e l’Attica ai Persiani ed evacuare la popolazione via mare fu coraggiosa e venne votata dall’Assemblea cittadina (ekklēsía), e rappresenta un autentico esempio del funzionamento della democrazia ateniese. L’opinione della maggioranza prevalse dopo un lungo dibattito, condotto sotto la minaccia dell’invasione persiana.

Trireme greca.

Trireme greca.

Mentre i Persiani avanzavano nel Nord della Grecia, gli Ateniesi mandarono una delegazione all’Oracolo di Delfi per chiedere un consiglio divino. Quando si consultava l’Oracolo, la normale procedura prevedeva che la sacerdotessa di Apollo, chiamata Pizia, proferisse le parole del dio – di solito una serie di frasi incomprensibili – rivolgendosi ai suoi sacerdoti, che dovevano poi interpretarle per i consultanti. Ma in questa occasione, gli inviati avevano fatto appena in tempo a prendere posto nella camera sacra della Pizia che le gridò rivolta direttamente a loro:

«Sciagurati! Perché vi sedete? Lasciate le vostre case e la vostra cittadella rocciosa e scappate ai confini della terra!».

Quest’ordine fu seguito da terribili avvertimenti sull’imminente rovina non solo di Atene, ma di molte altre città nelle mani dei Persiani. Anche se vi furono colti di sorpresa da questo sfogo, i due inviati ateniesi dovevano concludere la loro missione: quindi ascoltarono il consiglio di uno dei principali funzionari delfici e fecero un’altra più umile supplica per avere il consiglio di Apollo.
Il loro secondo tentativo ottenne una risposta più incoraggiante. Come al solito, l’Oracolo fu proferito agli Ateniesi in forma poetica:

«Non è nei poteri di Pallade Atena placare Zeus Olimpio,
anche se ve lo supplica con molte parole e sagace astuzia,
ma vi darò una seconda risposta, inflessibile come acciaio:
quando saranno tutte le terre di Cecrope e boschi segreti
del Citerone, divino, conquistate, allora
Zeus celeste concederà ai figli di Tritone un ligneo muro,
unico inespugnabile baluardo,
che sarà salvezza per voi e i vostri figli.
Non aspettate l’arrivo della cavalleria e della fanteria
dal continente, ma ritiratevi, volgetegli le spalle.
Li affronterete un’altra volta. Ah, divina Salamina!
Tu distruggerai i frutti delle donne,
quando Demetra si sparge o quando si raccoglie!».

Temistocle di Neocle (530/20-459 a.C.)

Temistocle di Neocle (530/20-459 a.C.)

Come spesso accadeva quando le póleis ricevevano un responso dall’Oracolo di Delfi, ad Atene si aprì un dibattito sul significato di queste parole. I riferimenti ad Atena incapace di placare Zeus, alla conquista delle terre dentro i confini di Cecrope (uno dei mitici re di Atene) e ai boschi del monte Citerone (al confine della Beozia) indicavano che l’intera Attica sarebbe stata invasa dai Persiani. Secondo qualcuno, il riferimento al muro di legno che sarebbe rimasto intatto significava che era necessario difendere una zona, che logicamente doveva essere l’Acropoli, con una palizzata di legno, ma Temistocle e i suoi sostenitori propendevano per un’altra interpretazione. Essi sottolineavano l’accenno a Salamina, un’isola del golfo Saronico a ovest di Atene, e a un esercito in arrivo dal continente, interpretando l’oracolo come un ordine di abbandonare il territorio invaso dell’Attica e ritirarsi a Salamina. Nella loro ipotesi il muro di legno era una metafora e si riferiva agli scafi della nuova flotta da guerra ateniese. Il riferimento a Demetra, dea delle messi, indicava addirittura il periodo dell’anno in cui sarebbe avvenuta la vittoria promessa. Alla fine prevalse la loro interpretazione, e l’Assemblea ordinò con un decreto di evacuare la città e allestire una flotta.
Una versione rivista del decreto fu conservata a Trezene. Da lì è preso il seguente frammento:

«La boulḗ e l’ekklēsía hanno deciso. Temistocle di Neocle, del demo di Freari propose: si affidi la città di Atena, patrona della città, e a tutti gli altri dèi perché la proteggano e tengano lontani i barbari. Tutti gli Ateniesi e gli stranieri che risiedono in città mettano in salvo i figli e le donne a Trezene… i vecchi e i beni mobili, poi, li portino al sicuro a Salamina… tutti gli altri, Ateniesi e stranieri nel vigore degli anni, si imbarchino nella flotta e combattano i barbari in difesa della loro libertà e di quella degli altri Greci…».

Il decreto fu approvato nell’estate del 480 a.C., prima della battaglia di Salamina. Gli Ateniesi avevano deciso di resistere ai Persiani, riponendo fiducia nella cooperazione degli altri Greci. Un decreto precedente aveva richiamato tutti i cittadini ateniesi che erano stati ostracizzati, tra cui molti avversari politici di Temistocle, a cui venne ordinato di recarsi a Salamina.
Alla fine poche persone rimasero in città, in particolare i tesorieri dei templi e le sacerdotesse dei culti dell’Acropoli, che non potevano essere completamente abbandonati al nemico. Alcuni degli Ateniesi più poveri erano ancora convinti che un vero muro di legno avrebbe fermato i barbari e si barricarono all’interno dell’Acropoli dietro una palizzata di legno. I Persiani occuparono l’attica all’inizio del settembre dello stesso anno e saccheggiarono Atene. Presero posizione sulla collina dell’Areopago, di fronte all’ingresso dell’Acropoli e scagliarono frecce incendiarie all’interno della palizzata. Alcuni Ateniesi discendenti dalla famiglia di Pisistrato, che erano dalla parte dei Persiani, cercarono di convincere i difensori alla resa, ma alla fine i Persiani dovettero prendere d’assalto la cittadella. Uccisero tutti quelli che erano rimasti e saccheggiarono e dettero alle fiamme i templi.
Inoltre, Serse spedì un parte della sua armata a Focea, per devastare le campagne e depredare la città. I Focesi scapparono verso ovest, seguiti anche da molti cittadini di Delfi, ma il santuario di Apollo scampò al saccheggio. Il resoconto di Erodoto narra che quanto scrive a proposito gli fu riferito dai sacerdoti del tempio: mentre un distaccamento dell’esercito del Grande Re si stava avvicinando, i sacerdoti rimasti chiesero al dio che cosa dovessero fare ed egli rispose che li avrebbe protetti; quando i soldati persiani s’incamminarono sullo stretto pendio dei monti in direzione del tempio, ci fu un tremendo tuono e due fulmini colpirono una parete rocciosa sopra le loro teste; caddero due enormi macigni che uccisero alcuni, mettendo gli altri in fuga. Una spiegazione alternativa è che Serse era ben disposto nei confronti dei sacerdoti delfici, che avevano fatto del loro meglio per convincere i Greci dell’inutilità di resistergli, e quindi avrebbe deciso di non mettere al sacco il santuario. Nelle satrapie dell’Impero non era insolito riservare un trattamento di riguardo ai principali centri religiosi.

Re Serse fra i suoi dignitari. Interpretazione grafica di S. Chew.

Re Serse fra i suoi dignitari. Interpretazione grafica di S. Chew.

Le flotte si preparano alla battaglia.

Dopo aver coperto l’evacuazione degli Ateniesi a Salamina, la flotta greca restò in attesa in una baia della costa orientale dell’isola, mentre i comandanti discutevano se ritirarsi nell’Istmo di Corinto, dove c’erano maggiori possibilità di difesa. Molti stati del Peloponneso avevano già deciso che su quella stretta striscia di terra sarebbe stato più facile resistere all’avanzata persiana. Quando la notizia della sconfitta delle Termopili li raggiunse, gli Spartani e gli altri abitanti del Peloponneso, che avevano appena finito di celebrare le festività delle Carnee, si riunirono immediatamente nell’Istmo e cominciarono a costruire un muro fortificato nel suo punto più stretto.
Quando i Persiani entrarono in Attica, i comandanti della flotta cominciarono a discutere sul da farsi. Dopo un giorno di litigi inconcludenti, si interruppero per la notte. Il giorno seguente la flotta persiana arrivò e si posizionò nelle acque oltre la baia del Falero, a est di Salamina. Le navi erano state decimate dalle tempeste e dalla battaglia ma se ne erano aggiunte altre perché alcuni Greci erano stati costretti a combattere dalla loro parte, quindi la forza complessiva probabilmente superava le 700 navi. La lega delle póleis, che avevano solo poco più di 300 navi, non si mossero, ma continuarono le loro discussioni fino a quando non vennero interrotti dalla notizia che i barbari avevano preso l’Acropoli. Inoltre, un grosso contingente dell’esercito persiano cominciò ad avanzare verso l’Istmo di Corinto. Queste manovre convinsero la maggior parte dei comandanti ad abbandonare Salamina prima che la flotta persiana li circondasse. Temistocle e gli Ateniesi supplicarono Euribiade, lo spartano che era ancora a capo della flotta, ma egli era convinto che l’opzione dell’Istmo fosse la migliore. Ordinò ai trierarchi di prepararsi alla partenza con il favore dell’oscurità. Ma nel corso della notte Euribiade cambiò idea e il mattino seguente la flotta greca era tutta ancora a Salamina, pronta ad affrontare il nemico. […]
Le due flotte erano a conoscenza delle rispettive posizioni, anche se nessuna delle due poteva vedere direttamente i propri avversari ed entrambe avrebbero potuto condurre molte manovre senza essere scoperte. I comandanti dovevano ottenere delle informazioni sul nemico per decidere la mossa successiva. Per i Persiani la cosa più importante da sapere era se i Greci sarebbero stati fermi a Salamina, o se invece si sarebbero ritirati verso ovest attraverso lo stretto di Megara. In parte avrebbero potuto prevederlo, osservando la posizione dei nemici dalla terraferma di fronte all’isola, sebbene una piccola isola (oggi chiamata Agios Georgios) li impedisse la visuale completa; pertanto, era naturale che i Greci avrebbero potuto allontanarsi durante la notte. Per quanto riguarda i Greci, la questione era capire se ci fosse una via di fuga praticabile. L’esercito nemico stava muovendo lungo la costa della baia di Eleusi e presto avrebbe occupato la zona immediatamente a nord di Salamina, nei pressi dello stretto di Megara. Se un’unità della flotta persiana avesse navigato a sud dell’isola e avesse attraversato lo stretto da ovest, mentre la flotta principale rimaneva a est, avrebbero completamente tagliato fuori i Greci dal resto del Peloponneso. Una simile manovra era già stata tentata dai comandanti persiani quando i Greci avevano fatto base all’Artemision. Se non fosse stato per la tempesta sarebbero riusciti a intrappolarli in quell’occasione.
Erodoto narra che fu esattamente ciò che fecero i Persiani: Temistocle li spinse all’iniziativa, inviando a Serse stesso un servo fidato, di nome Sicino, con un messaggio segreto, che annunciava l’imminente partenza dei Greci e gli consigliava di non perdere l’ultima occasione di attaccarli prima che fuggissero. Il messaggio riferiva che, se avesse attaccato, il Re li avrebbe colti impreparati e disuniti e avrebbe ottenuto facilmente la vittoria. Ma è vero che Temistocle mandò un messaggio al nemico e che i Persiani lo abbiano preso sul serio? Un motivo per dubitare di questo aneddoto è che in seguito lo stesso ammiraglio venne esiliato dagli Ateniesi e chiese asilo ai Persiani stessi. È probabile che i suoi avversari politici abbiano inventato l’episodio del messaggio per rovinarne la reputazione. Comunque siano andate le cose, non si sa se il messaggio avrebbe cambiato il corso degli eventi. Quello che è certo è che quella sera i Persiani cominciarono a schierare le navi in posizione da battaglia, ma è ancora tutto da chiarire se lo abbiano fatto dopo aver ricevuto il fantomatico messaggio o perché il sovrano avesse deciso indipendentemente di prendere l’iniziativa proprio quella notte. Serse ordinò che una squadra composta da duecento navi egiziane si dirigesse verso la costa orientale di Salamina per bloccare la strada che portava all’Istmo passando per l’angusto stretto di Megara. Un’altra squadriglia venne inviata con l’ordine di presidiare gli ingressi meridionale e orientale all’isola, mentre il resto della flotta si spinse nello stretto tra Salamina stessa e la terraferma, verso la flotta greca. Una piccola forza d’élite della fanteria persiana era intanto sbarcata nella piccola isola di Psitallia per occuparla in previsione del fatto che durante il combattimento alcune navi vi si sarebbero potute arenare. Le navi persiane avrebbero impiegato parecchio tempo a spostarsi dal Falero all’imbocco dello stretto, nonostante cominciassero a muoversi al crepuscolo; verso la mezzanotte alcune di esse dovevano ancora prendere posizione. Molti comandanti non conoscevano le acque intorno all’isola e Erodoto aggiunge che queste manovre che venivano eseguite «in silenzio», affinché i Greci non se ne accorgessero. È ragionevole supporre che i Persiani sperassero di stanare il nemico dagli stretti canali attorno alla costa orientale dell’isola nelle acque più aperte della baia di Eleusi. Non si aspettavano che i Greci potessero tentare di sconfiggere la grande potenza navale di Serse, ma credevano che sarebbero scappati verso ovest per cercare di aprirsi la strada oltre il più piccolo distaccamento egizio. I comandanti persiani posizionarono le loro navi in mare sul far dell’alba, a prescindere dal messaggio di Temistocle, perché la trappola doveva scattare prima che scendesse l’oscurità e i Greci potessero scappare più facilmente. Quindi, non è detto che sia stato il messaggio di Sicino a spingere Serse ad agire. I Persiani avrebbero seguito il piano prestabilito anche senza quel messaggio, perché né gli osservatori sulla terraferma, né le navi da esplorazione sul mare potevano vedere i Greci, qualora avessero deciso di scappare nascosti dall’oscurità, o persino al crepuscolo. Bloccando l’unica via di fuga possibile al calar della notte, i barbari avrebbero evitato la fuga dei nemici.
I Greci ricevettero due rapporti delle manovre dei Persiani: il primo lo fece l’equipaggio di un’altra nave greca proveniente dall’isola di Tinos che aveva abbandonato i Persiani per passare dall’altra parte; essi rivelarono il piano persiano a Euribiade e ai suoi comandanti, ma l’attendibilità dell’informazione fu posta in dubbio; più tardi, quella sera stessa, Aristide, uno degli Ateniesi richiamati dall’esilio, tornò da un giro di ricognizione con la notizia che i Persiani stavano circondando la postazione greca e non era più possibile ritirarsi verso l’Istmo senza combattere. Temistocle continuava a sottolineare la necessità di affrontare la flotta persiana, affermando che era meglio condurre la battaglia sugli stretti nella parte orientale di Salamina che nella baia di Eleusi o nelle acque più aperte intorno all’Istmo. La situazione cambiò quando Temistocle e i suoi concittadini minacciarono di abbandonare completamente il resto dei Greci e di andarsene in Italia con le loro famiglie. Le navi ateniesi costituivano il contingente maggiore della flotta greca lì radunata, e di conseguenza la loro presenza in uno scontro navale era più che essenziale. In queste circostanze non c’è da meravigliarsi che Euribiade cambiasse idea e guidasse la flotta greca in battaglia. ogni speranza di sgattaiolare via nascosti dall’oscurità era stata vanificata dal dispiegamento delle navi persiane. L’unica possibilità rimasta era uscire allo scoperto e dar battaglia, con la speranza che combattendo in acque relativamente strette la flotta nemica non sarebbe stata in grado di sfruttare la propria superiorità numerica.

La mappa della battaglia.

La mappa della battaglia.

La battaglia.

Ansioso di assistere a una schiacciante vittoria, Serse si era fatto costruire un punto d’osservazione dal quale poteva guardare la battaglia. Si trovava di fronte alla città di Salamina, con una buona vista su Psitallia, l’isola su cui durante la notte erano scese le sue truppe d’élite. Ma invece di assistere al trionfo definitivo della sua flotta sui Greci, egli vide svolgersi davanti ai propri occhi una tremenda disfatta navale.
I vari contingenti della flotta persiana divisi per etnia erano allineati su diverse file, poste l’una dietro all’altra lungo lo stretto canale. I Fenici erano posizionati sull’ala destra, vicino al punto in cui si trovava Serse, mentre gli Ioni erano a sinistra, più vicini a Salamina. Man mano che avanzavano all’interno del canale, le navi persiane cominciarono a premere le une sulle altre a causa della ristrettezza degli spazi e non riuscirono più a mantenere la formazione. Gli equipaggi non avevano riposato durante la notte ed erano spossati. A peggiorare la situazione, il mare cominciò ad agitarsi, rendendo ancor più difficile l’avanzata dei vascelli. Temistocle, che conosceva bene le condizioni del mare locali, aveva previsto l’arrivo delle onde e aveva convinto gli altri comandanti greci ad aspettare che le navi avversarie rompessero le fila prima di attaccarle. Questo spiegherebbe l’apparente ritirata greca che, secondo Erodoto, precedette il primo scontro, e che può essere interpretata come il passaggio da una formazione passiva ad una più attiva.
Le navi ateniesi ed eginetiche si posizionarono sulle due ali e guidarono la carica per sfondare le linee nemiche, speronando le singole navi che cercavano di fare manovra. Ai Persiani sembrò che le navi greche si stessero girando dall’altra parte e ovviamente pensarono che intendessero ritirarsi.
Eschilo, nella tragedia I Persiani, parla di un segnale di tromba rivolto alla flotta greca, che poteva essere stato predisposto per avvisare i capitani del momento giusto per farsi avanti ed attaccare. Segnali di questo tipo erano stati utilizzati per coordinare le azioni della flotta greca all’Artemision. Sembra dunque che entrambe le parti avessero in una certa misura stabilito in anticipo lo svolgimento della battaglia. Ma, come in tutti gli scontri, una volta cominciata l’azione, era impossibile attenersi a un piano specifico, anche se ce n’era uno, e spettava ai comandanti delle singole navi prendere decisioni al momento. Di fronte all’attacco greco, la prima decisione di molti comandanti delle prime linee della flotta persiana fu quella di girarsi, aumentando ancor di più la confusione, perché si scontrarono con le linee successive.
I trierarchi greci approfittarono di quel caos e spronarono i propri equipaggi – più freschi e riposati – a incalzare i nemici, con un grande successo.
Nel suo resoconto della battaglia, Erodoto si concentra soprattutto su una serie di aneddoti delle imprese di vari individui o gruppi. Questi aneddoti, come molte delle storie riportate nella sua opera, sono versioni degli eventi raccontati da gruppi o individui particolari e quindi sono spesso parziali e non danno il quadro completo della battaglia.
Erodoto, VIII 94, 1: «Gli Ateniesi racconto che Adimanto, comandante corinzio, subito, al primo inizio, non appena le flotte presero contatto fra loro, sbigottito e oltremodo spaventato, issate le vele si diede alla fuga e i Corinzi, al veder ritirarsi la nave ammiraglia, fecero altrettanto». È probabile però che questa ritirata verso nord, che Erodoto presenta come un atto di codardia, sia stata in realtà una manovra deliberata per affrontare l’unità egizia e impedirle di attaccare i Greci alle spalle. Infatti, lo storico stesso prosegue: «Tuttavia, i Corinzi, essi almeno, non accettano questa versione dei fatti; anzi, ritengono di essersi distinti fra i primi durante il combattimento, e a loro favore c’è anche la testimonianza del resto della Grecia».
Uno degli aneddoti più coloriti riguarda Artemisia, regina di Alicarnasso, la città natale di Erodoto, che era sotto il dominio persiano. Ella si trovava al comando della propria nave in prima linea; quando una trireme ateniese si avventò sulla su di essa, ella cercò la fuga, ma il passaggio era bloccato dalle altre navi; «si decise in una mossa tattica che, quando l’ebbe compiuta, fu coronata da successo: poiché, incalzata dalla nave ateniese, si slanciò d’impeto sulla trireme licia, guidata da Damasitimo, re di Calinda […]. Non appena l’ebbe speronata e affondata, favorita dalla fortuna, ne ricavò due vantaggi: infatti, il comandante attico, come la vide dar di sprone contro una nave persiana, pensando che la nave di Artemisia […] avesse disertato dal Grande Re, cambiata direzione, si mise a inseguire delle altre […]; oltre a ciò, la fortuna volle che, pur avendo combinato un danno, si guadagnasse per questo stesso fatto la massima stima da parte di Serse. Si racconta, infatti, che il re – che stava osservando la battaglia – notò quella nave che ne speronava un’altra e fu allora che uno dei presenti esclamò: “Vedi, maestà, con quale valore combatte Artemisia, la quale ha da poco affondato una nave avversaria?”; egli chiese se quell’impresa era proprio della regina e gli fu risposto di sì, perché riconoscevano distintamente l’insegna sulla nave e credevano che quella affondata appartenesse ai nemici. In effetti, tra le altre fortune che, come s’è detto, le toccarono, le andò bene anche questo: che dell’equipaggio di quella nave di Calinda, nessuno si salvò e nessuno poté, di conseguenza, accusarla. Si vuole che Serse, a quanto gli riferirono, abbia esclamato: “Al mio servizio gli uomini sono diventati donne, e le donne uomini!” […]» (Erodoto, VIII 87-88).
Un’altra storia riguarda i soldati persiani sull’isola di Psitallia. Essi dovevano presidiare l’isola in previsione che il grosso della flotta greca sarebbe stato condotto lontano, verso nord-ovest. Invece, si trovarono isolati rispetto alle loro navi ed esposti agli attacchi dalla vicina costa di Salamina. Aristide, che dopo essere tornato dall’esilio era stato nominato stratego, comandava alcune piccole unità e guidò un gruppo di opliti attici sull’isola. Le truppe persiane d’élite vennero massacrate sotto gli occhi del Re. Tra loro si trovavano anche suoi tre nipoti. Lungo le coste di Salamina vennero catturati o uccisi altri Persiani mentre cercavano un approdo di fortuna dalle navi che stavano naufragando.
Alcune delle navi fenicie, che si trovavano più vicine alla posizione del Re, incontrarono meno problemi e riuscirono ad avanzare verso i Greci e a entrare in battaglia prima degli Ioni che si trovavano sull’altra ala. I loro avversari diretti erano gli Ateniesi, che li sbaragliarono e costrinsero molti membri degli equipaggi fenici a sbarcare, proprio nel punto in cui Serse stava osservano la battaglia. i Fenici si presentarono dal Re e cercarono di giustificare il proprio fallimento accusando gli Ioni di tradimento e di aver precipitato la flotta nel caos. Sfortunatamente per loro, mentre si trovavano al cospetto del sovrano, una delle navi ionie, proveniente da Samotracia, speronò una nave ateniese e venne a sua volta speronata da una eginetica. I marinai della nave ionica assaltarono immediatamente quella nemica, e se ne impossessarono, dimostrando a Serse la loro fedeltà e il loro valore. Il Re era così furioso per l’andamento della battaglia che ordinò che i Fenici fossero decapitati.
Verso sera la flotta persiana si ritirò caoticamente verso la baia del Falero, dopo aver perso più di duecento navi e senza essere riuscita a cacciare i Greci da Salamina. I Greci persero solo una quarantina di vascelli e riuscirono a rispedire il nemico alla base. Molti interpretarono questa come una vittoria inaspettata come un atto di potere divino, un segno che l’oracolo delfico annunciato agli Ateniesi un anno prima si era avverato. Presto cominciarono a circolare delle storie di apparizioni divine durante la battaglia, di un misterioso lampo di luce proveniente dal santuario di Demetra a Eleusi e del suono di un coro celestiale che cantava inni. Queste storie sostenevano anche che Serse avesse immediatamente abbandonato il suo esercito e fosse scappato in Asia.
[…]

Busto di Temistocle. Ostia, Museo Ostiense.

Busto di Temistocle. Ostia, Museo Ostiense.

Fonti e bibliografia:

Arborio Mella F.A., L’impero persiano, Milano 1970.
Brosius M., I Persiani. L’impero mondiale del Medio Oriente (a cura di E. Rovida), Genova 2009.
Burn A.R., Persia and the Greeks. The Defence of the West c. 546-478 BC, Palo Alto 1984.
Erodoto, Le Storie, VIII 59-100, 1 (ed. L. Valla), Milano 1956.
Eschilo, I Persiani (a cura di E. Mandruzzato), Roma 2004.
Hignett C., Xerxes’ Invasion of Greece, Oxford 1963.
Lazenby J.F., The Defence of Greece 490-479 BC, Warminster 1993.
Lenardon R.J., The Saga of Themistocles, London 1978.
Plutarco, Vita di Temistocle (a cura di C. Carena, M. Manfredini e L. Piccirilli), Milano 1996.
Podlecki A.J., The Life of Themistocles, Montreal-London 1975.
Strauss B., La forza e l’astuzia. I Greci, i Persiani, la battaglia di Salamina, Roma-Bari 2005.

Policrate tiranno di Samo

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 249-251.

Kouros. Testa, marmo, VI sec. a.C. ca. da Samo. Istanbul, Arkeoloji Muzesi.

Kouros. Testa, marmo, VI sec. a.C. ca. da Samo. Istanbul, Arkeoloji Muzesi.

La tirannide di Policrate a Samo appartiene a quel tipo di tirannidi di fase arcaica avanzata, che più rapidamente sboccano in un conflitto con l’aristocrazia locale, e che giungono, per vie traverse, a porre le premesse per l’instaurazione della democrazia. Non è un caso che qui, dopo la morte di Policrate, il suo ex-segretario Meandrio potesse instaurare un regime isonomico, che, se avesse avuto stabilità e durata, sarebbe stato un antecedente per la stessa democrazia di Atene. Tuttavia, anche nel caso di Policrate il cliché della genesi delle tirannidi arcaiche è ampiamente rappresentato. 1) Egli è di origine aristocratica, figlio del nobile Eace, ed è uno dei tre fratelli (gli altri sono Pantagnoto e Silosonte), che sin dall’inizio si considerano destinati a detenere il potere a Samo e che con lui lo dividono per qualche anno. 2) Che egli sia venuto in conflitto con l’aristocrazia cittadina è fuori di dubbio: lo dice la durezza dell’opposizione che gli si solleva contro, opposizione che finirà col provocare nel 524 a.C. l’intervento di Sparta; lo dice la figura e l’orientamento del suo più celebre antagonista, Pitagora, e lo stesso nome della colonia fondata in Italia da esuli samii (Dicearchia, «dominio del giusto» = oggi, Pozzuoli). Ma è con quindici opliti che, come attesta Erodoto (III 120), egli conquista il potere: gli inizi “oplitici” sono dunque attestati anche per lui. Egli sembra d’altronde, come Pisistrato, aver disarmato, cioè, di fatto, “disoplitizzato”, i concittadini (se è attendibile Polieno, I 23, 2), e governa perciò con l’aiuto di mercenari. 3) È possibile che fra i suoi avversari ci fosse anche il proletariato dei pescatori di Samo (i mythiētai di cui parla Anacreonte). Non è invero chiaro il peso di questo strato sociale nell’opposizione a Policrate, la quale aveva probabilmente altra struttura; Policrate non appare, in ogni caso, come il capo di un’alleanza tra ceti medi e proletariato[1].

Viceversa, la tirannide samia si segnala per caratteristiche che sono dell’ambiente e dell’epoca: essa si lega con ambizioni talassocratiche, che si esplicano, in particolare, in una temibile attività piratesca; è connotata dall’esistenza di una corte e di poeti di corte (Anacreonte, presente a Samo come poi anche ad Atene; Ibico); scatena, come si è detto, una dura reazione negli ambienti cittadini, che è accompagnata dal favore dell’opinione greca (come non risulta essere accaduto per tutte le opposizioni alle tirannidi), tanto che nel 524 ha luogo una spedizione di Spartani e Corinzi contro Samo, che però, dopo quaranta giorni d’assedio, si conclude con un nulla di fatto. D’altra parte, la tirannide samia appartiene inizialmente a quel tipo di tirannidi, proprie della Ionia, che costituiscono altrettanti regni fiduciari della Persia: il tiranno è in questi casi l’agente del Grande Re[2].

Ai Samii le liste canoniche della talassocrazia assegnano quindici anni. Le circostanze e la data della morte di Policrate sono ben note. La sua politica era troppo autonoma nei confronti del re di Persia e dei suoi satrapi, per non suscitare il sospetto e la gelosia; per conseguenza, il satrapo di Lidia, Orete, lo attirò con l’inganno a Magnesia sul Meandro, lo fece giustiziare come traditore del sovrano e ne crocifisse il cadavere, poco prima della morte di Cambise, perciò nel 522 a.C. Con riferimento ai quindici anni di talassocrazia samia, si fissa l’inizio della tirannide di Policrate ca. il 537 a.C., ma questo presuppone un’immediata coincidenza di tirannide e talassocrazia che, pur se probabile, non è del tutto sicura (un inizio della tirannide tra il 546 e il 540 non è insomma da escludere)[3].

Sul piano economico, nella tirannide di Policrate coesistono diversi aspetti che segnano altrettanti momenti di sviluppo: intensi rapporti internazionali (per esempio con il re d’Egitto, Amasi, finché in Egitto non si sovrapporrà il dominio persiano); sviluppo dell’industria della lana (con importazione di capre da Nasso e di pecore da Mileto); grandi opere portuali, costruzione di gallerie, acquedotti, nuovo tempio di Era: è la stessa situazione insulare a determinare qui il tipo di sviluppo economico.

Statua di marmo detta 'Ornithe', forse parte di un gruppo scultoreo, posto nell'antico Heraion di Samo (560-550 a.C. ca.), attribuita a Geneleo. Berlin, Pergamon Museum

Statua di marmo detta Ornithe, forse parte di un gruppo scultoreo, posto nell’antico Heraion di Samo (560-550 a.C. ca.), attribuita a Geneleo. Berlin, Pergamon Museum.

 

************************

Bibliografia:

E. Cavallini (cur.), Samo. Storia, letteratura, scienza (Atti delle giornate di studio, Ravenna, 14-16 novembre 2002), Pisa-Roma 2004 (vd. in partic. D. Musti, Policrate e Pisistrato: un confronto, ibid., pp. 97-116.

V. La Bua, Il papiro Heidelberg 1740 ed altre tradizioni su Policrate, MGR, Roma 1975, pp. 1-40.

************************

Note:

[1] Per l’interpretazione dei mythiētai come proletariato rivoluzionario di pescatori, cfr. S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, I, Bari 1965, pp. 99, 155 sg., 220 (sul fr. 21 Gentili di Anacreonte).

[2] S. Mazzarino, Fra Oriente e Occidente. Ricerche di storia greca arcaica, Milano 19892, pp. 233-252.

[3] Cfr. M. Miller, The Thalassocracies. Studies in Chronography, II, Albany 1968, pp. 5-37; 72-76, passim.