Pericle uomo di Stato

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 336-338; 343-353.

Secondo il giudizio di BelochPericle aveva più qualità di “parlamentare” che di “uomo di Stato”[1]. Appare evidente il significato che qui viene ad assumere la figura dell’uomo di Stato: essa è misurata nei termini della politica di potenza. In Beloch operava anche una nozione negativa del parlamentarismo e dell’uomo politico in genere; per questo gli sfuggiva quello che è invece l’apporto specifico e più creativo di Pericle. Si può dare a “Stato” una nozione assai vasta, come comunità fornita di un suo autonomo potere, dotata di un suo territorio, di sue risorse, suoi mezzi di difesa o anche di offesa. Ma si può proporre una nozione più restrittiva ed esigente, in cui la statualità è direttamente proporzionale alla definizione e al consolidamento di un sistema di funzioni e valori pubblici, che si forma, di fatto, proprio attraverso la decantazione del pubblico (che è, evidentemente, al tempo stesso una decantazione del privato). Il separarsi delle due sfere e il consolidarsi di quella pubblica sono da considerare, all’interno della storia politica greca, come il processo e il momento di formazione dello Stato, nel senso più rigoroso del termine. Di questo processo, certamente, nella storia greca, massimo fautore fu Pericle, come vedremo attraverso l’esame delle decisioni e innovazioni politiche più significative.

Pericle. Testa, copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila (429 a.C. ca.), da Lesbo. Berlin, Altes Museum.

Dal punto di vista della politica estera, Pericle appare come un personaggio di più discutibile profilo, perché il suo periodo di governo ingloba il momento della maggiore espansione della Lega delio-attica, ma anche momenti di grave crisi interna, connessi con le ribellioni (451-440) di Mileto, dell’Eubea (Calcide ed Eretria), di Samo, e con l’avvio di un conflitto, la Guerra del Peloponneso, che doveva produrre la scomparsa dell’impero medesimo. La strategia di Pericle, di contenimento e logoramento dell’avversario, ebbe pochissimo tempo per esplicarsi, dato il rapido sopravvenire della morte dell’uomo politico (nel 429), nel corso della peste scoppiata ad Atene nel 430. Poté così restare, consegnato alle parole di Tucidide e alle pagine di altri scrittori, il dubbio circa gli esiti che avrebbe avuto la guerra tra Atene e Sparta, se nel corso degli anni fosse stato semplicemente seguito alla strategia di Pericle. Ma né oggi né ieri la storia, cioè la ricostruzione storica, si è potuta fare con i se; e nella storia resta più la responsabilità di Pericle, di aver voluto o aver fatalisticamente accettato lo scontro globale con Sparta, che non il merito di una conclusione politicamente buona.

La grandezza di Pericle è proprio nella sua politica interna e nell’ideologia che la sorregge. Egli è senz’altro il campione della democrazia. Nella parola democrazia, come in quella di segno opposto, aristocrazia, v’è certo il segno di una forte percezione del ruolo del potere e del dominio, insita nell’uso del verbo krateîn, a cui si accompagna una dicotomia più netta all’interno della cittadinanza, tra ricchi e popolo, in ordine a scelte politiche di fondo[2]. Ma in questo quadro non v’è dubbio da che parte fosse Pericle. Certamente, il quadro che Tucidide ci fornisce di lui nel II libro (cap. 65), al punto in cui le sue Storie raggiungono il momento della morte dello statista, lo rappresentano come il prôtos anr, il “primo cittadino”, che governa invece del dēmos, come il demagogo che sa condurre (ágein) il popolo e non se ne fa condurre; che sa contraddirlo con discorsi impopolari, e che ne regola, con la forza di persuasione della sua razionale eloquenza, l’altalena dei sentimenti e degli stati d’animo. Ma, a completare il quadro, serve la definizione che Tucidide mette in bocca a Pericle del sistema politico e sociale da lui creato.
La rigorosa distinzione e decantazione tra pubblico e privato ci è parsa come il segno più caratteristico e l’aspetto storicamente più produttivo delle qualità di statista di Pericle.

Gli inizi di Pericle

Nasce da Santippo (del demo di Colargo, figlio di Ar[r]ifrone), il vincitore della battaglia di Micale, del 478, e da Agariste, figlia di un fratello del legislatore Clistene. Per parte di madre, la discendente dal ghénos più illustre ad Atene nel VI secolo: alle spalle, una tradizione che sembra incarnare l’intera storia sociale di Atene. La famiglia degli Alcmeonidi era certo la più aristocratica di Atene; aveva d’altra parte stretto fugaci patti con Pisistrato, che dell’Alcmeonide Megacle aveva per qualche tempo avuto sposa la figlia; aveva poi contrastato Pisistrato e i Pisistratidi e dato inizio alla democrazia, con Clistene. Difficile trovare, in un’altra famiglia, la stessa centralità storica che nel VI secolo aveva avuto quella degli Alcmeonidi. Ma il sistema creato da Clistene, se lasciato ai suoi logici sviluppi storici, doveva portare all’emergere di altri gruppi, altri personaggi politici, altri ambienti sociali: conteneva la possibilità del conflitto e della sconfitta per gli Alcmeonidi, benché solo nel lungo periodo.
Apparso sulla scena politica come accusatore di Cimone circa il 463 a.C., Pericle avrà avuto allora intorno ai 30 anni. Una data di nascita intorno al 495-493 a.C. è suggerita dalla notizia fornita da un’iscrizione (SIG3 1078), secondo cui egli sarebbe stato corego nella rappresentazione dei Persiani di Eschilo (472 a.C.), e allora avrà avuto almeno vent’anni. Nel 476 Temistocle era corego delle Fenicie di Frinico, una tragedia di tema analogo. Pericle si segnalava, in questa prima uscita pubblica, legando la sua persona alla celebrazione di un tema largamente sentito, e destinato ad ispirare, in una prima fase (fino agli anni ’60 avanzati), la politica estera della corrente radicale non meno di quella dei conservatori. Tra il 472 e il 463 non pare ci siano eventi di rilievo nella biografia politica di Pericle: la crisi della corrente temistoclea della democrazia ateniese, conseguente all’ostracizzazione di Temistocle; i tempi necessari al gruppo per un recupero d’immagine (i comportamenti di Temistocle, prima dell’ostracismo e dopo, dovevano averla ampiamente compromessa); l’emergere della figura di Efialte, avversario di Cimone come dell’Areopago, costituiscono altrettante ragioni, quali di ordine negativo quali di ordine positivo, perché Pericle restasse ancora nell’ombra. D’altra parte, erano anche gli anni della neótēs, della giovinezza, necessariamente di subordinazione, specie nell’epoca, che è improntata ancora a valori tradizionali, pur nel corso di processi storici che si avvertono. Quando Cimone, dopo la resa di Taso agli Ateniesi (463 a.C.), mancò di trasferire la guerra sul continente contro Alessandro I di Macedonia e di assicurare ad Atene un più esteso dominio nel distretto aurifero del Pangeo, Pericle gli intentò un processo: inutilmente Elpinice, la sorella di Cimone, nota nella tradizione per gli ambigui rapporti col consanguineo, gli offrì i suoi favori; l’accusa rimase, ma il tono di Pericle fu nei fatti estremamente moderato e Cimone fu assolto[3].
Era il primo scossone al prestigio del generale, democratico lealista, ma di spiriti conservatori o addirittura filo-spartani. Il successivo e definitivo colpo non tarderà a venire (per effetto dello smacco inferto dagli Spartani al contingente ateniese inviato in loro aiuto nel 462 a.C., durante la III Guerra messenica). Chiarezza di intenti, gradualità di azione politica, razionalità nella gestione delle possibilità offerte dalla situazione storica caratterizzano già ampiamente questi inizi di Pericle. Ma tutto questo non significa assenza di asprezza nel confronto politico. Al contrario, se è vero che la democrazia ateniese in generale non presenta aspetti di violenza fisica, appare tuttavia come la ribalta storica su cui si sperimenta ogni altra forma di durezza: nel momento in cui s’introduce nella scena politica la contrapposizione frontale, che vale all’interno della democrazia presa nel suo complesso, si avverte, presente e perciò messa a frutto, l’opinione pubblica. E l’opinione pubblica, come insieme delle opinioni individuali, è un personaggio in qualche modo nuovo nella storia, nella misura in cui essa ha trovato canali istituzionali (dall’Assemblea al teatro ai vari contesti politici e militari) in cui esprimersi. Di questo “nuovo personaggio” l’ambiente pericleo certamente tiene conto. Nella misura in cui la tradizione storiografica e quella biografica raccolgono voci diffamatorie su personaggi del campo anti-pericleo (Cimone e la sorella), come, per il passato, su personaggi di campi diversi da quello alcmeonide (l’antenato di Cimone, Ippoclide, o i rivali nella gloria di aver abbattuto la tirannide dei Pisistratidi, i due tirannicidi Armodio e Aristogitone), si valuta con ogni probabilità l’uso deciso, del tutto corrispondente alle possibilità e all’asprezza del confronto politico, dell’arma della diffamazione, del linciaggio morale. La democrazia crea il suo campo di valori, ma anche le proprie durezze e nuove armi di lotta politica.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Fra gli inizi biografici va collocato il primo matrimonio di Pericle. Sposò una donna già imparentata con lui, di cui non ci è tramandato il nome (Plutarco, Pericle 24), dalla quale ebbe comunque due figli, Santippo e Paralo, che morirono durante la stessa epidemia di peste in cui trovò la morte il padre: come il più anziano era già nato probabilmente qualche tempo prima del 450, di tanto sale la data del matrimonio del padre. Intorno al 450 Pericle deve aver iniziato la sua relazione con Aspasia, l’etera di Mileto (l’origine megarese le è attribuita dal noto falsario Eraclide Pontico), da cui ebbe un figlio, di consueto indicato come Pericle “il Giovane”, certamente nato dopo il 451/450, data di promulgazione della legge che «non dovesse aver parte alla città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini»; legge che fu disattesa proprio in favore del figlio dello statista (Pericle “il Giovane”), che sarà fra gli strateghi condannati a morte e giustiziati a seguito del “processo delle Arginuse” nell’autunno del 406.

Pericle e la politica estera degli anni Cinquanta

Il dominio politico di Pericle durò circa quarant’anni, secondo un’indicazione di Plutarco (Vita 16, 3), la quale tuttavia distingue implicitamente tra due fasi diverse: una prima, nella quale Pericle primeggiò «fra gli Efialti, i Leocrati, i Mironidi, i Cimoni, i Tolmidi e i Tucididi», e la seconda, successiva all’abbattimento della posizione e all’ostracismo di Tucidide (il figlio di Melesia) (444/443), in cui egli tenne la strategia per non meno di quindici anni consecutivi e detenne altre strategie (almeno nell’anno 454 e negli anni 448-446). Prima di quella data (444/443 o 443/442) Pericle svolse certamente un ruolo politico di prim’ordine. È tuttavia probabile che si debba distinguere fra il rilievo avuto da Pericle in politica estera, da un lato, e il suo contributo nella politica interna, per il profilo sociale della democrazia. In quest’ultimo campo le innovazioni portano la cifra di Pericle più (o almeno con maggior sicurezza) delle iniziative di politica estera. La fase più dinamica e aggressiva dell’imperialismo ateniese riflette l’opera, ma forse anche l’iniziativa, di personaggi come quelli sopra ricordati: Leocrate, generale nella guerra condotta nel Golfo Saronico contro Egina (tra il 459 e il 457); Mironide, vincitore della battaglia di Enofita, nel 457, contro gli Spartani; Tolmide, protagonista del vittorioso periplo attorno al Peloponneso, concretatosi in numerose incursioni, nel 455. Cimone, ostracizzato nel 461, aveva fino a quella data contribuito al rafforzamento dell’impero navale non meno dei suoi avversari politici (campagne di Tracia, Eurimedonte, Taso, in particolare); questo dimostra che, sul terreno della politica estera, almeno sotto il profilo del rafforzamento dell’impero, non ci fossero veri dissensi nel gruppo dirigente ateniese, per tutti gli anni Sessanta, o almeno per gran parte di essi.

Combattimento fra Greci e Persiani.

Le iniziative ateniesi di politica estera, in qualche modo ricollegabili con gli esordi di Pericle, sono da riconoscere nelle alleanze strette con Argo, i Tessali, Megara, dopo lo smacco inferto agli Ateniesi dagli Spartani, con il rinvio del contingente attico, nel corso della guerra «del terremoto» (III Guerra messenica).
Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466) e il 461 a.C., ne sono un interessante riscontro, del quale si è detto. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico. Assai meno coerente, da questo punto di vista, l’alleanza di Atene con le aristocrazie tessaliche e con la dorica Megara: via via che il motivo dell’opposizione all’interno delle singole città greche), questa costellazione si trasforma in un dato storicamente innaturale (i cavalieri tessali tradiscono sul campo di Tanagra, nello scontro tra Ateniesi e Spartani del 457; e nel 446 Megara compie una definitiva ribellione ad Atene)[4].
Non tutte le spedizioni ateniesi in direzione di Cipro significano la potenza e l’iniziativa di Cimone, anche se è vero l’inverso, che cioè Cimone, già dall’epoca della battaglia (o delle battaglie) dell’Eurimedonte (470?) e poi ancora alla fine della sua vita (451-449), mostra interesse a interventi nell’isola in chiara funzione anti-persiana, complessivamente nazionalista, in coerenza con i principi della sua politica estera. La prima spedizione ateniese contro Cipro veniva antedatata da Beloch, convinto che la si dovesse connettere con un’iniziativa di Cimone: ma la meccanicità del criterio, e il silenzio di Tucidide, interessato, per affinità ideale e legami di parentela, alle azioni di Cimone, inducono a rigettare un collegamento di questo con la spedizione ateniese a Cipro e in Egitto degli anni 460/459 e seguenti[5]. Alla spedizione in Egitto si attribuisce di solito una finalità di ordine economico: la conquista di un paese produttore di grano. Non siamo certo di coloro che negano che nella storia il movente economico svolga un ruolo importante; tuttavia, proprio in questo caso sembra diversa la dinamica del conflitto. Inaro, principe dei Libi ai confini con l’Egitto invita a intervenire in Egitto gli Ateniesi, che si accingevano ad attaccare Cipro con 200 navi. In primo luogo, dunque, la spedizione d’Egitto fu determinata da un’occasione presentatasi in un contesto diverso. L’attacco a Cipro rientrava nel quadro di una liberazione del Mediterraneo dai Persiani, e la rivolta dell’Egitto offriva innanzi tutto l’occasione per completare l’opera.

Guerriero barbato. Testa, calcare, inizi V sec. a.C. ca. da Cipro. New York, Metropolitan Museum of Art.

Un’iscrizione del 460/459 o del 459/458 indica i vari teatri di guerra in cui gli Ateniesi hanno subito perdite: Cipro, l’Egitto, la Fenicia e, in Grecia, Halieis (in Argolide), Egina, Megara[6]. Dunque, anche la Fenicia. È evidente il fine fondamentalmente strategico delle operazioni degli Ateniesi in quest’area. Naturalmente la conquista dell’Egitto avrebbe potuto avere conseguenze economiche (benché di tipo “acquisitivo”, con riguardo a un prodotto fondamentale per l’alimentazione degli Ateniesi), e ben presto ad Atene si sarà anche riconosciuta e accarezzata l’idea di un simile vantaggio. Ma la dinamica dell’intervento è, una volta tanto, di tipo diverso: la causa militare qui è davvero determinante; la guerra d’Egitto non nasce come guerra per la conquista del granaio del Mediterraneo o magari di un nuovo mercato.
La cronologia della spedizione d’Egitto (nella rappresentazione tucididea una megálē strateía, un’espressione di megalomania di stampo non molto diverso da quello impresso sulla spedizione siciliana degli anni 415-413) è fissata variamente negli studi: dal 462 al 456, nella cronologia più alta (e Beloch è di questa opinione), dal 460/459 al 454, secondo le cronologie più basse. Filologicamente, il metodo più garantito è quello che parte dalle date conclusive. L’inizio delle liste delle sessagesime dei tributi della Lega delio-attica nel 454/453, il collegamento causale stabilito nella tradizione con lo spostamento del tesoro della Lega da Delo all’acropoli di Atene, la coerenza della determinazione della data di inizio a dopo il 462/461 e di quella finale al 455/454 circa, la durata indicata da Tucidide in sei anni, sommati tutti insieme, inducono a collocare i sei anni della spedizione ateniese tra il 460 e il 454.
Per qualche tempo gli Ateniesi occupano la zona, sembra, del Delta, e Menfi; i Persiani inviano, ma inutilmente, Megabazo con denaro a Sparta, perché intervenga in Attica, e quindi spediscono il generale Megabizo in Egitto, dove gli Ateniesi restano ormai bloccati d’assedio nell’isola di Prosopitide, nel settore occidentale del Delta. Per un anno e mezzo gli Ateniesi resistono all’assedio; poi i Persiani prosciugano le acque intorno all’isola; la guerra navale si trasforma in una guerra terrestre, come accade del resto un po’ in tutte le guerre combattute dai Persiani, conformemente alle qualità e propensioni strategiche del popolo dominatore dell’Impero (le cui guerre navali restano affidate, tranne probabilmente che per i quadri, ai popoli soggetti: Fenici, Ciprioti, Cilici). Seguono ormai la cattura della flotta ateniese e la fuga degli Ateniesi occupanti, attraverso la Libia, verso Cirene, dove giungono solo in pochi. Dei ribelli, il libico Inaro è tradito e consegnato ai Persiani, che lo giustiziano; Amirteo, il «re delle paludi», continua la lotta e riesce a mantenersi indipendente. Intanto una nuova flotta ateniese di 50 navi, sopravvenuta in piena disinformazione del disastro toccato alla prima spedizione, subisce la stessa sorte[7].
Accanto alla megálē strateía (il collegamento è sottolineato nell’iscrizione citata per i caduti della tribù Eretteide del 460/459 o 459/458), Atene combatté altre, più domestiche guerre. Il conflitto in questi anni è in primo luogo con Corinto (che si sente provocata dall’alleanza tra Megara e Atene) e presenta un succedersi di alterne vittorie (dei Corinzi a Halieis nell’Argolide, degli Ateniesi a Cecrifalea). Poi ha inizio il conflitto con Egina, che cederà dopo tre anni di guerra, nel 456.

Atene. Tetradramma, Atene 465-454 a.C. AR 16,95 gr. Rovescio: AΘE, civetta stante con ramo d’ulivo e luna crescente.

È l’inizio di quella che nei manuali viene spesso indicata come Prima Guerra del Peloponneso. L’espressione è impropria e fuorviante, rispetto al vero significato della Guerra del Peloponneso per eccellenza, l’unica guerra nota con questa definizione alla tradizione antica. Il significato di quel complemento di specificazione («del Peloponneso») è che si trattò della guerra portata dai Peloponnesiaci contro Atene: quel genitivo è un genitivo soggettivo (come bene osserva Pausania in un passo, IV 6, 1, che confronta la definizione con altre di tipo oggettivo, quale ad esempio «guerra di Troia», la guerra cioè che ebbe Troia come oggetto e teatro di scontri). Parlare di una Prima Guerra del Peloponneso, per una serie di conflitti tra Atene e Sparta (459-446), che per la massima parte ebbero come teatro il Peloponneso, significa dunque pregiudicare – e in senso improprio – il significato autentico dell’espressione Peloponnēsiakós pólemos. Quest’ultima è definizione, per la guerra scoppiata nel 431 a.C., largamente diffusa nei testi antichi, che trae però la sua origine dall’impostazione stessa di Tucidide: infatti, a parte il complesso problema delle responsabilità ultime, per Tucidide non sussiste dubbio sul fatto che, ad aprire le ostilità nell’immediato, fu appunto la Lega peloponnesiaca, capeggiata da Sparta. La Guerra del Peloponneso è insomma per lui una guerra che viene portata dal Peloponneso contro l’Attica.
Progressivamente (e in contemporanea con la spedizione d’Egitto e il suo stallo) si estende la guerra navale di Atene. Fino al 456 essa si esplica nel Golfo Saronico, tra Attica e Argolide. Nel 455 Tolmide può effettuare incursioni contro Gizio (l’arsenale di Sparta), contro Metone (sulla costa messenica occidentale), in Acaia e Corinzia: un vero periplo, che aggira il Peloponneso in senso orario.
Anche sulla terraferma il conflitto fra Atene e i Peloponnesiaci presenta momenti di scontro territorialmente coerenti fra loro. L’inclusione di Megara nell’alleanza di Atene favorisce anche il controllo ateniese sui porti della città confinante col territorio attico: dapprima Nisea sul Golfo Saronico, poi Page, sul Golfo Corinzio. Navi ateniesi hanno certamente presidiato dapprima Nisea, poi devono aver trovato il modo di appostarsi anche nel porto di Page: è una presenza navale ateniese a nord dell’Istmo che spiega la dinamica della spedizione di Pericle nel 454/453 (non un períplous attorno al Peloponneso, ma un paráploos, una navigazione lungo le coste settentrionali di esso e verso l’Acarnania). Ecco dunque un anno (454/453) di strategia di Pericle, estraneo al quindicennio di strategie continuative (443-429): e non è, dal punto di vista militare, un trionfo (i Sicionii sono sconfitti, ma l’attacco alla città acarnana di Eniade si risolve in un nulla di fatto)[8].
Il duro colpo inferto ad Atene in Egitto viene indicato da Plutarco, che sembra attingere a Teofrasto[9], come causa del trasferimento del tesoro da Delo ad Atene: il motivo addotto fu quello di una minaccia persiana. Che si trattasse in parte di un pretesto, è possibile, o quanto meno non è dimostrabile che gli Ateniesi non cogliessero abilmente un’occasione. Sbagliano tuttavia certamente coloro che ritengono che i Persiani non potessero comunque rappresentare una minaccia, che il timore dei Persiani fosse una mera finzione[10]. Chi consideri la situazione geografica di Delo, si accorge come essa sia assai poco coperta sul versante orientale, da cui poteva provenire la minaccia. Ed è del tutto plausibile che a fare la proposta del trasferimento del tesoro fossero i Samii, phýlakes (sentinelle) dell’Impero su quel fianco. Una concreta minaccia persiana, insomma, non ci fu, ma il timore di essa ci poteva essere e non era del tutto ingiustificato.

Pittore Nicostene. Oplita di corsa. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 495 a.C. ca. Walters Art Museum

Un intervento spartano in favore dei Dori della Metropoli contro i Focesi, nel 458/457, blocca tentativi di espansione della presenza politica di Atene (che tradizionalmente sostiene i Focesi) nella Grecia centrale. Tucidide ha narrato con evidenza drammatica le circostanze, gli sbocchi possibili, i gravissimi rischi connessi con la spedizione spartana. Ad Atene, infatti, per la prima volta (e anche l’ultima, prima del 411) si ha un complotto contro la democrazia: c’è chi vuole fermare la costruzione delle Lunghe Mura, che uniscono la città al Pireo, e il connesso processo di sviluppo di una democrazia a base navale (nella potenza militare) e fondata sul sostegno delle masse marinare (sotto il profilo sociale). Ma i conservatori, all’interno della democrazia, restano leali[11]; d’altra parte, gli Spartani rischiano di restare bloccati nella Grecia centrale, per effetto della nuova situazione strategica determinata dalla politica ateniese di alleanze e di espansione, in particolare dal controllo della Megaride; per essi non sembra ci sia via di scampo né per terra né per mare. Tuttavia, con la vittoria conseguita in uno scontro avvenuto in una località tra Tebe e Tanagra (457), gli Spartani si mettono in condizione di forzare il blocco ateniese e rientrare nel Peloponneso passando per i monti della Gerania.
Dopo 61 giorni gli Ateniesi, al comando di Mironide, si prendono una rivincita ad Enofita, sui Beoti, alleati tendenziali degli Spartani. Si profila una costellazione spesso ricorrente nelle vicende della Grecia centro-meridionale. Alla vittoria consegue un periodo di forte ingerenza ateniese negli affari della Beozia: ingerenza, beninteso, non dominio diretto. Viene sciolta la Lega beotica; si procede a una correzione di confini tra Beozia ed Attica; è incerto se anche Tebe cadesse sotto il predominio politico ateniese[12]. La situazione durerà così all’incirca fino al rovescio subito dagli Ateniesi a Coronea (Beozia occ.) nel 447.
Gli anni Cinquanta presentano marcati caratteri di espansionismo esasperato da parte di Atene. Un intervento ateniese in Tessaglia, in favore di Oreste, figlio del tago Echecratida, e contro Farsalo, fatto col sostegno di Beoti e Focesi, resta senza effetto. Secondo una notizia sospetta, Cimone sarebbe rientrato dall’ostracismo solo cinque anni dopo l’espulsione, cioè già nel 456, ed avrebbe anzi procurato una tregua di 5 anni ad Atene, dal 454/453 (secondo Diodoro), ma dal 451, secondo alcuni moderni. Ma la prima nuova impresa che gli si riesce ad attribuire con sicurezza è una spedizione contro Cipro (450/449), nel corso della quale furono compiute imprese notevoli sia per terra (contro i Persiani) sia per mare (contro i Fenici). Forse nell’isola fu conquistata Marion; presso Salamina si svolse, solo dopo la morte di Cimone, una battaglia terrestre ed una navale (la duplicità dell’evento in parte poté rifluire, erroneamente, nella tradizione sulla battaglia dell’Eurimedonte), in cui gli Ateniesi riuscirono vincitori[13].
Più difficile delineare la politica ateniese nelle regioni del Mediterraneo occidentale. I racconti centrati intorno a grandi personalità, anche se inseriti nel contesto di opere di carattere storico e non specificamente biografico, ricevono, dalla stessa cornice in cui si trovano collocati, caratteri di continuità; per i moderni è quindi, tutto sommato, facile raccogliere le spedizioni ateniesi nel Mediterraneo orientale intorno all’iniziativa di un personaggio, visto che la storiografia antica ha già preparato il terreno in questo senso. Per le stesse ragioni, è difficile tracciare una chiara linea di sviluppo della politica e delle imprese di Atene in Occidente. Su questi fatti le fonti sono eterogenee (scarsi cenni letterari, che si presentano come rinvii casuali da fatti successivi) o epigrafi di non facile datazione, o non chiare nella definizione del carattere di novità o di ripetizione dell’alleanza che registrano. Negli anni Cinquanta Atene persegue una politica di intese con gli elementi non greci (anche se grecizzati) della Sicilia occidentale (gli Elimi di Segesta, con cui stipula forse un’alleanza nel 458/457 o 454/453), con città non doriche di Sicilia (Leontini) e d’Italia (Reggio, le cui vicende tradizionalmente si mescolano con quelle delle città di Sicilia)[14]. A questo ambiente si rivolge l’iniziativa dell’invio di una flotta da parte di Atene nel Golfo di Napoli, in data non definibile. Di spiriti diversi sarà l’iniziativa della fondazione della colonia panellenica di Turii nel 444/443. Le imprese degli anni Cinquanta sono dirette anche verso regioni lontane da Atene: Egitto e Sicilia, due sogni grandiosi, che danno la misura di una ricerca del “grande”, nello spazio come nella mole dell’impresa, in piena corrispondenza con quel clima di esaltazione della democrazia ateniese, che si avverte nella politica come nella psicologia di massa (le prospettive di acquisizione di aree granarie restano per ora forse solo all’orizzonte). Nonostante lo scossone, risultante dalla sconfitta in Egitto del 454, i piani grandiosi non vengono ancora meno.
L’impresa di Cimone contro Cipro è la prova di questa perseveranza, oltre che dal fatto che sulla politica d’Impero si poteva, nonostante tutto, trovare ancora una base che unificasse, in aspirazioni e progetti comuni, l’intero popolo ateniese. La politica di Cimone riprende allora quota sul piano strategico, e sua premessa è appunto la stipula della tregua tra Sparta e Atene del 451 (?), destinata a durare cinque anni. In positivo, per quel che Pericle progettò e realizzò in questi anni, così come in negativo, cioè per quel che l’esaurirsi dell’armistizio produsse di rinnovato fermento anti-ateniese, la tregua contò. Favorita o promossa da Cimone, essa provocò per qualche tempo una ripresa dell’orientamento anti-persiano e degli spiriti nazionalistici, in politica estera, non certo un’affermazione, in politica interna, degli orientamenti tradizionalisti o addirittura filo-spartani.

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[1] Beloch, GG2 II 1, pp. 154 sg. (Pericle non ebbe qualità militari, e si può dubitare che possa considerarsi uomo di Stato).

[2] Se la prima attestazione della parola δημοκρατία, attraverso il velo delle accorte allusioni, è nelle Supplici di Eschilo, perciò ad Atene, non va dimenticato che la sostanza etimologica della nuova parola (pur senza quella terminazione astratta in -ία, che fa una vistosa differenza) è proprio – con solo apparente paradosso – nel δάμω κράτος della Grande Ῥήτρα spartana (Plutarco, Licurgo 6, cfr. Diodoro, VII 12, 6). La constatazione serva a mostrare quanto poco di prevaricazione sia avvertito nel verbo κρατεῖν riferito al δῆμος; ma ammonisce anche a distinguere tra il δᾶμος/totalità cittadina di Sparta, e il δῆμος, ora totalità cittadina ora maggioranza di meno abbienti, di Atene.

[3] Plutarco, Pericle 310Cimone 14. Pericle è solo il più attivo di un gruppo di accusatori.

[4] Tucidide, I 102, 4 e 103, 4.

[5] Id., I 104; 109 sg.; 112 (Cimone muore prima della battaglia di Salamina di Cipro); Diodoro, XI 71, 74 sg.; 77; XII 24 (con datazione della morte di Cimone dopo la battaglia di Salamina, a meno che la notizia finale di 4, 6 non sia genericamente collegata con la spedizione).

[6] IG I2 929.

[7] Tucidide, I 109110. Beloch ha sviluppato ampiamente la sua tesi della cronologia alta della spedizione, in GG2 II 2, pp. 79 sgg., pur lasciando aperta la possibilità per cronologie diverse (462/461 e 454/453 sono solo termini estremi possibili, entro cui collocare i 6 anni di cui parla Tucidide, I 110, 1, per la durata dell’impresa).

[8] Tucidide, I 111. Di difficile inquadramento cronologico la spedizione di Pericle nel Ponto Eusino, con deduzione di una colonia ateniese a Sinope, di cui parla Plutarco, Pericle 20 (Beloch, GG2 II 1, p. 199 al 435/4 ca.).

[9] Plutarco, Aristide 25, 3 (da Teofrasto, se il verbo di dire è φησί come al par. 2, e come sembra plausibile visto che il par. 2 ha bisogno di una spiegazione e il par. 3, con il suo καὶ γάρ, gliela dà).

[10] Il timore di un attacco persiano era per sé del tutto logico, data la posizione di Delo; altro problema è se i Persiani fossero allora davvero intenzionati ad attaccare.

[11] Sul lealismo di Cimone, cfr. D. Musti, Il giudizio di Gorgia su Cimone in tema di χρήματα, in «RFIC» 112, 1984, pp. 129 sgg., in part. 140-144.

[12] Tucidide, I 105108.

[13] Beloch, GG2 II 1, p. 175 n. 1; 2, pp. 211 sgg., si pronuncia per la storicità dell’opera di Cimone per la conclusione di una tregua di 5 anni (451-446) tra Atene e Sparta, ma contro l’anticipazione (al 457 ca.) del richiamo di Cimone dall’ostracismo (cfr. Tucidide, I 112; Andocide, Sulla pace 34; Teopompo, FGrHist 115 F 88; Diodoro, XI 86, 1; Cornelio Nepote, Cimone 3). Cfr. A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides I, Oxford 1945, pp. 325 sgg., 409 sgg.

[14] IG I2 19 = IG I3 11 (alla l.3 incerte le lettere finali del nome dell’arconte, forse lo Habron del 458/7, forse lo Ariston del 454/3). Cfr. H. Bengtson, Die Staatsvertäge des Altertums II, München und Berlin 1962, pp. 41 sg. ; D.M. Lewis, IG I3, 1981, 11comm. ad loc., per una data alta.

Legge umana e legge divina

di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca, vol. 2.A – Il teatro, Firenze 2004, pp. 215-219; testo greco di Sophocles, Antigone, in F. Storr (ed.), Sophocles. Vol.1: Oedipus the King. Oedipus at Colonus. Antigone, London-New York 1912.

 

La legge di Creonte (Antigone, vv. 162-210)

Dopo la sconfitta dell’esercito argivo e la morte di entrambi i discendenti maschi di Edipo, lo scettro passa nelle mani di Creonte, fratello di Giocasta. Proclamato signore della città, egli espone immediatamente ai sudditi il suo programma di governo: il suo primo provvedimento si fonderà sul principio che impone di onorare i caduti in difesa della patria, coprendo di infamia coloro che l’hanno tradita. Per questo motivo, Eteocle e Polinice non avranno lo stesso trattamento: il primo otterrà tutti gli onori degni del suo rango e del valore dimostrato nelle difesa di Tebe; il secondo, assalitore della propria città, sarà lasciato insepolto.

 

Testa femminile (forse di sfinge). Terracotta policroma, VI secolo a.C. dal Tempio di Apollo Ismenio di Tebe. Musée du Louvre.

Testa femminile (forse di sfinge). Terracotta policroma, VI secolo a.C. dal Tempio di Apollo Ismenio di Tebe. Musée du Louvre.

ἄνδρες, τὰ μὲν δὴ πόλεος ἀσφαλῶς θεοὶ

πολλῷ σάλῳ σείσαντες ὤρθωσαν πάλιν.

ὑμᾶς δ᾽ ἐγὼ πομποῖσιν ἐκ πάντων δίχα

165 ἔστειλ᾽ ἱκέσθαι τοῦτο μὲν τὰ Λαΐου

σέβοντας εἰδὼς εὖ θρόνων ἀεὶ κράτη,

τοῦτ᾽ αὖθις, ἡνίκ᾽ Οἰδίπους ὤρθου πόλιν,

κἀπεὶ διώλετ᾽, ἀμφὶ τοὺς κείνων ἔτι

παῖδας μένοντας ἐμπέδοις φρονήμασιν.

170 ὅτ᾽ οὖν ἐκεῖνοι πρὸς διπλῆς μοίρας μίαν

καθ᾽ ἡμέραν ὤλοντο παίσαντές τε καὶ

πληγέντες αὐτόχειρι σὺν μιάσματι,

ἐγὼ κράτη δὴ πάντα καὶ θρόνους ἔχω

γένους κατ᾽ ἀγχιστεῖα τῶν ὀλωλότων.

175 ἀμήχανον δὲ παντὸς ἀνδρὸς ἐκμαθεῖν

ψυχήν τε καὶ φρόνημα καὶ γνώμην, πρὶν ἂν

ἀρχαῖς τε καὶ νόμοισιν ἐντριβὴς φανῇ.

ἐμοὶ γὰρ ὅστις πᾶσαν εὐθύνων πόλιν

μὴ τῶν ἀρίστων ἅπτεται βουλευμάτων

180 ἀλλ᾽ ἐκ φόβου του γλῶσσαν ἐγκλῄσας ἔχει

κάκιστος εἶναι νῦν τε καὶ πάλαι δοκεῖ·

καὶ μεῖζον ὅστις ἀντὶ τῆς αὑτοῦ πάτρας

φίλον νομίζει, τοῦτον οὐδαμοῦ λέγω.

ἐγὼ γάρ, ἴστω Ζεὺς ὁ πάνθ᾽ ὁρῶν ἀεί,

185 οὔτ᾽ ἂν σιωπήσαιμι τὴν ἄτην ὁρῶν

στείχουσαν ἀστοῖς ἀντὶ τῆς σωτηρίας,

οὔτ᾽ ἂν φίλον ποτ᾽ ἄνδρα δυσμενῆ χθονὸς

θείμην ἐμαυτῷ, τοῦτο γιγνώσκων ὅτι

ἥδ᾽ ἐστὶν ἡ σῴζουσα καὶ ταύτης ἔπι

190 πλέοντες ὀρθῆς τοὺς φίλους ποιούμεθα.

τοιοῖσδ᾽ ἐγὼ νόμοισι τήνδ᾽ αὔξω πόλιν,

καὶ νῦν ἀδελφὰ τῶνδε κηρύξας ἔχω

ἀστοῖσι παίδων τῶν ἀπ᾽ Οἰδίπου πέρι·

Ἐτεοκλέα μέν, ὃς πόλεως ὑπερμαχῶν

195 ὄλωλε τῆσδε, πάντ᾽ ἀριστεύσας δόρει,

τάφῳ τε κρύψαι καὶ τὰ πάντ᾽ ἀφαγνίσαι

ἃ τοῖς ἀρίστοις ἔρχεται κάτω νεκροῖς.

τὸν δ᾽ αὖ ξύναιμον τοῦδε, Πολυνείκη λέγω,

ὃς γῆν πατρῴαν καὶ θεοὺς τοὺς ἐγγενεῖς

200 φυγὰς κατελθὼν ἠθέλησε μὲν πυρὶ

πρῆσαι κατ᾽ ἄκρας, ἠθέλησε δ᾽ αἵματος

κοινοῦ πάσασθαι, τοὺς δὲ δουλώσας ἄγειν,

τοῦτον πόλει τῇδ᾽ ἐκκεκήρυκται τάφῳ

μήτε κτερίζειν μήτε κωκῦσαί τινα,

205 ἐᾶν δ᾽ ἄθαπτον καὶ πρὸς οἰωνῶν δέμας

καὶ πρὸς κυνῶν ἐδεστὸν αἰκισθέν τ᾽ ἰδεῖν.

τοιόνδ᾽ ἐμὸν φρόνημα, κοὔποτ᾽ ἔκ γ᾽ ἐμοῦ

τιμὴν προέξουσ᾽ οἱ κακοὶ τῶν ἐνδίκων·

ἀλλ᾽ ὅστις εὔνους τῇδε τῇ πόλει, θανὼν

210 καὶ ζῶν ὁμοίως ἐξ ἐμοῦ τιμήσεται.

 

Gli dèi, o Tebani, hanno risollevato la città, dopo averla scossa con violente mareggiate. Ho inviato messaggeri per convocarvi qui, voi soli fra tutti, in primo luogo perché so come avete costantemente onorato l’autorità regale di Laio, e in seguito di Edipo, quando prese il governo della città, e poi, dopo la sua morte, siete rimasti saldamente leali ai loro figli. Ed ora che essi per duplice destino nello stesso giorno sono caduti, uccisori e uccisi con empio fratricidio, sono io che per la stretta parentela con i morti detengo il trono e il potere assoluto. È impossibile penetrare a fondo anima, intelligenza, carattere di un uomo, se costui non ha rivelato se stesso nell’esercizio del potere e delle leggi. Per me chi governa lo Stato senza attenersi alle decisioni più giuste, ma tiene la bocca chiusa per qualche paura, non da ora io lo stimo un essere spregevole; e parimenti non ho nessuna considerazione per chi tiene un amico in maggior conto della propria patria. No, io non potrei tacere – mi sia testimone Zeus che tutto vede – se mi accorgessi che la rovina, e non già la salvezza, attende i cittadini, né potrei considerare amico mio un nemico della patria, perché so bene che proprio ad essa dobbiamo la nostra salvezza e che solo navigando su uno Stato prospero possiamo assicurarci dei veri amici. Sono questi i principi in base ai quali farò grande questa città. In pieno accordo con essi è l’editto che ora ho proclamato per tutti i cittadini riguardo ai figli di Edipo. Eteocle, che è morto combattendo per la nostra città, dopo aver dimostrato con le armi tutto il suo valore, sia calato in un sepolcro e riceva tutti i riti che accompagnano sotto terra gli eroi; quanto a suo fratello, a Polinice, che ritornò dall’esilio per mettere a ferro e fuoco la terra paterna e gli altari degli dèi indigeni, e bramò dissetarsi del sangue fraterno riducendo noi altri in schiavitù, si fa divieto a questa città che alcuno gli tributi esequie o lamenti, ma sia lasciato insepolto e sfigurato, pasto di uccelli e di cani. Questo è il mio pensiero. Mai da me i malvagi riceveranno più onore degli uomini giusti; ma io onorerò chi è devoto a questa città, da vivo e da morto.

(trad. it. di F. Ferrari)

 

Jean-Joseph Benjamin-Constant, Antigone presso il corpo di Polinice. Olio su tela, 1868. Photothèque Musée des Augustins

Jean-Joseph Benjamin-Constant, Antigone presso il corpo di Polinice. Olio su tela, 1868. Photothèque Musée des Augustins

L’appello di Creonte ai cittadini ricorda, nell’esordio, il tono con cui gli oratori politici si rivolgevano al loro pubblico, anche se il contenuto del discorso si discosta poi dall’ideologia democratica dell’Atene del tempo di Sofocle. Nella prima parte, egli enuncia una serie di principi in cui si sottolinea come l’εὐνομία, il «buon governo», punto di riferimento di qualunque sovrano o uomo di Stato, può essere raggiunto solamente a patto di far sempre prevalere l’interesse pubblico su quello privato. Tuttavia, dopo aver enunciato il proposito di voler «rendere grande la città», sulla base di queste norme, la sua prima affermazione di potere si concretizza in un atto moralmente inquietante: il decreto con il quale si vieta la sepoltura di Polinice, motivato come una punizione per il comportamento dell’eroe, equiparato ad un manifesto tradimento. Da un certo punto di vista, la decisione di Creonte è consona alle parole con le quali egli si è appena presentato al popolo, affermando che non potrebbe mai considerare amico un uomo che si fosse dimostrato ostile a Tebe; ma è altrettanto vero che il suo accanirsi contro un morto rimane un comportamento inaccettabile sul piano religioso oltre che su quello umano. Il disagio morale implicito nell’ordine di Creonte è accresciuto dal fatto che nelle sue parole non compare neppure un accenno alla legge che impone l’obbligo di rendere onore ai defunti, mentre si sottolinea che la discriminazione di trattamento fra Eteocle e Polinice è imposta da un suo «bando» (κήρυγμα). Ciò significa che Creonte non si fa scrupolo di anteporre la propria volontà ad una «legge» (νόμος) di origine divina, pretendendo di sostituire un potere individuale a quelli universali dello Stato e della religione, senza tener conto del fatto che egli, che si atteggia a difensore della città, la espone con colpevole pertinacia ad una «contaminazione» (μίασμα) che non mancherà di attirare sui cittadini innocenti la maledizione divina, nella quale anch’egli sarà fatalmente coinvolto.

 

La legge di Zeus (Antigone, vv. 441-460)

Dopo aver emanato un bando in cui si vietano gli onori funebri al corpo di Polinice, per essere sicuro che nessuno osi violarlo, Creonte dispone alcune sentinelle a guardia del cadavere, con l’ordine di arrestare chiunque si avvicini e di condurlo da lui. Una così severa sorveglianza non tarda a dare i suoi frutti; durante un violento temporale, che appare ai soldati come un segno dell’ira divina, essi sorprendono una fanciulla, che, levando acuti lamenti, si è avvicinata ai miseri resti di Polinice, cospargendoli con un pugno di terra e offrendo una triplice libagione in onore del defunto. La ragazza è Antigone, sua sorella, che viene subito arrestata e condotta alla presenza di Creonte, che la interroga, congedando la guardia che l’ha accompagnata.

 

Κρ. – σὲ δή, σὲ τὴν νεύουσαν εἰς πέδον κάρα,

φὴς ἢ καταρνεῖ μὴ δεδρακέναι τάδε;

 

Ἀν. – καὶ φημὶ δρᾶσαι κοὐκ ἀπαρνοῦμαι τὸ μή.

 

Κρ. – σὺ μὲν κομίζοις ἂν σεαυτὸν ᾖ θέλεις

445   ἔξω βαρείας αἰτίας ἐλεύθερον·

σὺ δ᾽ εἰπέ μοι μὴ μῆκος, ἀλλὰ συντόμως,

ᾔδησθα κηρυχθέντα μὴ πράσσειν τάδε;

 

Ἀν. – ᾔδη· τί δ᾽ οὐκ ἔμελλον; ἐμφανῆ γὰρ ἦν.

 

Κρ. – καὶ δῆτ᾽ ἐτόλμας τούσδ᾽ ὑπερβαίνειν νόμους;

 

Ἀν. – οὐ γάρ τί μοι Ζεὺς ἦν ὁ κηρύξας τάδε,

οὐδ᾽ ἡ ξύνοικος τῶν κάτω θεῶν Δίκη

τοιούσδ᾽ ἐν ἀνθρώποισιν ὥρισεν νόμους.

οὐδὲ σθένειν τοσοῦτον ᾠόμην τὰ σὰ

κηρύγμαθ᾽, ὥστ᾽ ἄγραπτα κἀσφαλῆ θεῶν

455   νόμιμα δύνασθαι θνητὸν ὄνθ᾽ ὑπερδραμεῖν.

οὐ γάρ τι νῦν γε κἀχθές, ἀλλ᾽ ἀεί ποτε

ζῇ ταῦτα, κοὐδεὶς οἶδεν ἐξ ὅτου ‘φάνη.

τούτων ἐγὼ οὐκ ἔμελλον, ἀνδρὸς οὐδενὸς

φρόνημα δείσασ᾽, ἐν θεοῖσι τὴν δίκην

460   δώσειν· θανουμένη γὰρ ἐξῄδη, τί δ᾽ οὔ;

 

Cr. – (Ad Antigone.) Dico a te! Sì, dico a te che volgi il capo a terra:

neghi o ammetti di aver compiuto il fatto?

 

An. – Sì, sono stata io, non lo nego.

 

Cr. – (Alla guardia.) Vattene, tu, dove ti pare: ormai sei libero;

sei prosciolto da quella grave imputazione…

(Ad Antigone.) Quanto a te, parlami chiaramente, senza giri di parole:

conoscevi l’editto, che vietava proprio ciò che hai fatto?

 

An. – Sì, lo conoscevo; e come potevo ignorarlo? Era pubblico!

 

Cr. – Eppure hai osato trasgredire questa norma?

 

An. – Sì, perché questo editto non Zeus proclamò per me,

né Dike, che abita con gli dèi sotterranei; essi

non hanno sancito per gli uomini queste leggi.

E non avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza

che un mortale potesse violare le leggi non scritte,

incrollabili, degli dèi, che non da oggi né da ieri,

ma da sempre sono in vita,

né alcuno sa quando vennero alla luce.

Io non potevo, per paura di un uomo arrogante,

attirarmi il castigo degli dèi: sapevo bene

che la morte mi attende – cosa credi?

(tr. it. di F. Ferrari)

 

Il punto di forza del discorso di Antigone è rappresentato dalla frase iniziale della sua risposta:

 

Sì, perché questo editto non Zeus proclamò per me,

né Dike, che abita con gli dèi sotterranei…

 

Statua di Zeus. Bronzo, V secolo a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

Statua di Zeus. Bronzo, V secolo a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

In essa si riepilogano i principi fondamentali della morale religiosa ateniese, poiché la connessione fra Zeus e Dike, la Giustizia, considerata una figlia, è già presente nell’etica arcaica, a partire da Esiodo, per giungere fino a Solone e ad Eschilo, i cui concetti rimangono validi anche per Sofocle. Inoltre, nelle parole di Antigone, Dike è presentata come «coabitante» (ξύνοικος) delle divinità infere; questa convinzione la pone in stretto contatto con le Erinni, le divinità punitrici figlie della Notte, che abitano il mondo sotterraneo (cfr. Eschilo, Eumenidi, v. 511). Queste antichissime dee, appartenenti al mondo religioso primordiale, hanno avuto in sorte il compito di perseguitare non solo quelli che si macchiano di delitti contro gli appartenenti alla stessa stirpe, ma anche chi viola l’αἰδώς, il «rispetto» dovuto a determinate categorie di persone, fra le quali anche i defunti, poiché non hanno più la possibilità di difendersi. Antigone dimostra quindi la sua venerazione per le leggi che esistono «non da oggi né da ieri, ma da sempre», di fronte alle quali l’importanza dei decreti di Creonte appare notevolmente sminuita, tanto che essi sembrano ridursi a una puntigliosa ripicca da parte di chi, insicuro del proprio potere, si ostina a salvaguardarlo con sospettosa gelosia. Né, certo, il timore della morte può intaccare la ferma volontà della fanciulla, che dichiara con tranquilla e consapevole serenità la sua decisione di non violare un principio universale e divino, e di non venir meno agli obblighi religiosi nei confronti del fratello morto, attirandosi la collera degli dèi per timore delle minacce di un tiranno sospettoso e meschino.

L’eroismo di Antigone

di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca, vol. 2.A – Il teatro, Firenze 2004, pp. 193 sg.; testo greco di Sophocles, Antigone, in F. Storr (ed.), Sophocles. Vol.1: Oedipus the King. Oedipus at Colonus. Antigone, London-New York 1912.

Pittore di Achille. Una donna alla tomba. Pittura vascolare da un lḗkythos attico con sfondo bianco, 440-430 a.C. ca., dal Pireo. Musée du Louvre

Una donna alla tomba. Lḗkythos attica a sfondo bianco (opera attribuita al Pittore di Achille), 440-430 a.C. ca., dal Pireo. Musée du Louvre.

Antigone, che ha violato il bando di Creonte rendendo simbolici onori funebri al cadavere del fratello Polinice, viene arrestata e condannata a morte. Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, tenta di dissuadere il padre dal crudele proposito: ma quest’ultimo, timoroso di vedere indebolita la sua autorità agli occhi dei cittadini, fa condurre Antigone a una tomba scavata nella roccia, nella quale dovrà essere sepolta viva. Di fronte all’imminenza della morte, pur convinta di aver agito secondo le norme di una giustizia ben più alta di quella umana, Antigone leva un lamento su se stessa, compiangendo di essere destinata a morire nel fiore degli anni, senza aver conosciuto nessuna gioia dell’esistenza, prima fra tutte quella delle nozze e della maternità.

ὦ τύμβος, ὦ νυμφεῖον, ὦ κατασκαφὴς

οἴκησις ἀείφρουρος, οἷ πορεύομαι

πρὸς τοὺς ἐμαυτῆς, ὧν ἀριθμὸν ἐν νεκροῖς

πλεῖστον δέδεκται Φερσέφασσ᾽ ὀλωλότων·

895   ὧν λοισθία ‘γὼ καὶ κάκιστα δὴ μακρῷ

κάτειμι, πρίν μοι μοῖραν ἐξήκειν βίου.

ἐλθοῦσα μέντοι κάρτ᾽ ἐν ἐλπίσιν τρέφω

φίλη μὲν ἥξειν πατρί, προσφιλὴς δὲ σοί,

μῆτερ, φίλη δὲ σοί, κασίγνητον κάρα·

900   ἐπεὶ θανόντας αὐτόχειρ ὑμᾶς ἐγὼ

ἔλουσα κἀκόσμησα κἀπιτυμβίους

χοὰς ἔδωκα. νῦν δέ Πολύνεικες, τὸ σὸν

δέμας περιστέλλουσα τοιάδ᾽ ἄρνυμαι.

καίτοι σ᾽ ἐγὼ ‘τίμησα τοῖς φρονοῦσιν εὖ.

905   οὐ γάρ ποτ᾽ οὔτ᾽ ἄν, εἰ τέκνων μήτηρ ἔφυν,

οὔτ᾽ εἰ πόσις μοι κατθανὼν ἐτήκετο,

βίᾳ πολιτῶν τόνδ᾽ ἂν ᾐρόμην πόνον.

τίνος νόμου δὴ ταῦτα πρὸς χάριν λέγω;

πόσις μὲν ἄν μοι κατθανόντος ἄλλος ἦν,

910    καὶ παῖς ἀπ᾽ ἄλλου φωτός, εἰ τοῦδ᾽ ἤμπλακον,

μητρὸς δ᾽ ἐν Ἅιδου καὶ πατρὸς κεκευθότοιν

οὐκ ἔστ᾽ ἀδελφὸς ὅστις ἂν βλάστοι ποτέ.

τοιῷδε μέντοι σ᾽ ἐκπροτιμήσασ᾽ ἐγὼ

νόμῳ Κρέοντι ταῦτ᾽ ἔδοξ᾽ ἁμαρτάνειν

915   καὶ δεινὰ τολμᾶν, ὦ κασίγνητον κάρα.

καὶ νῦν ἄγει με διὰ χερῶν οὕτω λαβὼν

ἄλεκτρον, ἀνυμέναιον, οὔτε του γάμου

μέρος λαχοῦσαν οὔτε παιδείου τροφῆς,

ἀλλ᾽ ὧδ᾽ ἔρημος πρὸς φίλων ἡ δύσμορος

920   ζῶσ᾽ εἰς θανόντων ἔρχομαι κατασκαφάς.

ποίαν παρεξελθοῦσα δαιμόνων δίκην;

τί χρή με τὴν δύστηνον ἐς θεοὺς ἔτι

βλέπειν; τίν᾽ αὐδᾶν ξυμμάχων; ἐπεί γε δὴ

τὴν δυσσέβειαν εὐσεβοῦσ᾽, ἐκτησάμην.

925   ἀλλ᾽ εἰ μὲν οὖν τάδ᾽ ἐστὶν ἐν θεοῖς καλά,

παθόντες ἂν ξυγγνοῖμεν ἡμαρτηκότες·

εἰ δ᾽ οἵδ᾽ ἁμαρτάνουσι, μὴ πλείω κακὰ

πάθοιεν ἢ καὶ δρῶσιν ἐκδίκως ἐμέ.

 (Antigone, vv. 891-928)

Frederic Leighton, Antigone.  Olio su tela, 1882.

Frederic Leighton, Antigone.
Olio su tela, 1882.

O tomba, camera nuziale, cella sotterranea, mia perpetua prigione, dove mi avvio per incontrare i miei cari, di cui il più gran numero già fra i defunti Persefone accoglie; e ultima, e di tutti la più infelice, discenderò laggiù, prima di aver raggiunto il termine della mia vita. Questa sola speranza posso ancora nutrire, che il mio arrivo sarà caro a mio padre, e sarà caro a te, madre, e a te, amato fratello: perché, quando moriste, con le mie mani vi lavai e vi adornai, e sulla vostra tomba versai libami. E ora, Polinice, ecco il premio per aver sepolto il tuo cadavere. E tuttavia fu giusto l’onore che ti resi, almeno agli occhi di chi ha mente retta. Certamente non avrei intrapreso questa audacia sfidando il volere della città né per i figli, né se avessi visto putrefarsi il corpo del mio sposo. E dunque in ossequio a quali principi ragiono così? Se avessi perduto il marito, avrei potuto trovarne un altro e avere da lui un altro figlio, se mi fosse morto un figlio; ma ora che mia madre e mio padre giacciono sotto la terra, non potrò più avere un altro fratello. In nome di questo principio ti ho reso onore al di sopra di tutto, fratello carissimo, e per questo a Creonte sono apparsa colpevole di un crimine inaudito. E mi ha afferrata per le mani e ora mi trascina così, senza nozze, senza imenei, senza aver avuto la gioia di un marito, e di nutrire dei figli; e invece così, abbandonata da tutti i miei cari, ancora viva discendo, misera, alle caverne dei morti. Ho forse violato la giustizia divina? Ma perché un’infelice come me dovrebbe rivolgersi ancora agli dèi? E a chi domanderò aiuto, se per la mia pietà mi sono guadagnata il nome di empia? Ebbene, se così par giusto agli dèi, dopo aver sofferto riconoscerò il mio errore; ma sei i colpevoli sono loro, non abbiano a soffrire pene maggiori di quelle che ingiustamente mi infliggono.

(tr.it. F. Ferrari)

Il brano preso in esame offre vari spunti di riflessione. In primo luogo, l’atteggiamento di Antigone ormai prossima a morte sembrò in contraddizione rispetto al suo comportamento così deciso al momento dell’arresto; anzi, il cambiamento evidenziato in questi versi parve così brusco e poco accettabile da farli considerare addirittura interpolati (fra i sostenitori di questa teoria ci fu anche un personaggio insigne come Johann Wolfgang Goethe). Tale tesi, tuttavia, appare da respingere, perché Aristotele (Retorica, 1417-1432) cita questo brano con tale precisione da non lasciare adito a dubbi sulla posizione, il numero e il contenuto dei versi; dovremmo quindi pensare a un’interpolazione molto precoce, cosa assai improbabile. In realtà, la pretesa contraddizione di Antigone non fa che accrescere lo spessore poetico del personaggio, rendendolo più ricco di sfumature e conferendo al suo eroismo un volto più umano. Nel primo colloquio con Creonte, al momento dell’arresto, quando il sovrano aveva affermato che un nemico non può mai divenire un amico, neppure dopo la morte, giustificando così la decisione di lasciare insepolto Polinice, Antigone aveva replicato di essere nata per amare, non per odiare (Antigone, vv. 522 sg.), mettendo in luce un lato del suo carattere, forse troppo spesso trascurato. Antigone è forte, decisa, convinta della validità delle sue azioni al punto da rinunciare per esse alla vita; ma questo non significa che non ami la vita e che doverla abbandonare senza averla gustata non susciti in lei un doloroso senso di frustrazione e di rimpianto; anzi, mai come in questi versi si scorge quanto sia duro e quale spirito di sacrificio richieda impostare la propria esistenza sul rispetto di valori assoluti.

Nikiphoros Lytras, Antigone di fronte al cadavere di Polinice. Olio su tela, 1865. Galleria Nazionale di Atene.

Nikiphoros Lytras, Antigone di fronte al cadavere di Polinice. Olio su tela, 1865. Galleria Nazionale di Atene.

Inoltre, nella parte centrale del brano, la ragazza, nel confermare la validità dei principi in base ai quali ha agito, sembra costruire un preciso schema giustificativo per il suo comportamento. Ella, che non avrebbe compiuto le stesse azioni per un figlio o per uno sposo, ha percepito come dovere irrinunciabile la necessità di compierle per il fratello, in nome di un legame di sangue unico, più forte di qualunque altro.

Il tema non è nuovo. In Erodoto (Historiae, III 119) si legge la storia della moglie di Intaferne, che presenta un analogo schema di ragionamento. Intaferne, un dignitario persiano sospettato di tramare contro Dario, fu arrestato con tutti i suoi figli e parenti. Poiché la moglie, recandosi di continuo alla reggia, manifestava il suo dolore con pianti e con grida, Dario ne ebbe pietà e le concesse di liberare uno solo dei suoi cari imprigionati, pensando che la donna avrebbe sicuramente scelto il marito. Invece, fra lo stupore di tutti, ella chiese che venisse rilasciato il fratello, adducendo come giustificazione che, morti il marito e i figli, ella avrebbe potuto risposarsi e divenire di nuovo madre; ma, defunto il fratello, non avrebbe mai potuto sostituirlo, essendo ormai scomparsi i loro genitori. Il motivo ha probabilmente origine dalla novellistica popolare, come dimostrerebbero situazioni analoghe descritte in racconti indiani e persiani; fra gli autori greci posteriori a Sofocle potremmo ricordare Apollodoro (Biblioteca, II 6, 4) e Luciano (Toxaris, 61; De dea Syria, 18). Quanto all’Antigone, può darsi che vi possiamo cogliere un’eco di Erodoto, amico e contemporaneo di Sofocle, o, più semplicemente, la citazione di un tema ben noto al pubblico e di consolidata tradizione, per giustificare una scelta altrimenti poco comprensibile.

Il dolore di Creonte

di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca, vol. 2.A – Il teatro, Firenze 2004, pp. 193 sg.; testo greco di Sophocles, Antigone, in F. Storr (ed.), Sophocles. Vol.1: Oedipus the King. Oedipus at Colonus. Antigone, London-New York 1912; traduzione it. di F. Ferrari, in G. Paduano (a cura di), Il teatro greco: tragedie, Milano 2006.

 

Antigone, sorpresa dalle guardie di Creonte mentre rende gli onori funebri al corpo di Polinice, viene condannata a essere sepolta viva in una tomba scavata nella roccia. Inutilmente Emone, figlio di Creonte e fidanzato di Antigone, supplica il padre di graziare la ragazza; il sovrano si mostra inflessibile e la sentenza viene eseguita. Tuttavia, poco dopo, si presenta a corte l’indovino Tiresia, predicendo a Creonte le più terribili sventure per il duplice sacrilegio di cui si è macchiato, impedendo che un morto avesse sepoltura e seppellendo invece una creatura viva. Dapprima il sovrano reagisce con durezza, ostinandosi nella sua decisione; in seguito, però, le parole di Tiresia fanno breccia nel suo animo ed egli ordina ai servi di liberare immediatamente Antigone. Ma è ormai troppo tardi: la fanciulla, chiusa nel sepolcro, si è tolta la vita, impiccandosi con la cintura della veste. Emone, visto il cadavere della promessa sposa, non ha resistito al dolore e si è suicidato anch’egli, sotto gli occhi del padre giunto in tempo per assistere all’orribile scena di cui è il diretto responsabile. Ben presto, un altro lutto si abbatte su Creonte: sua moglie Euridice, informata della morte del figlio, si chiude in casa e si uccide. All’infelice sovrano non resta che meditare amaramente sulla sua brama di potere, fonte di tante sventure.

Giuseppe Diotti, Testa di Creonte. Olio su rame, 1839. Musei civici di Arte e Storia di Brescia.

Giuseppe Diotti, Testa di Creonte. Olio su rame, 1839. Musei civici di Arte e Storia di Brescia.

Κρ. = Κρέων; Χο. =  Χορός

 

 

Κρ. – ἰὼ φρενῶν δυσφρόνων ἁμαρτήματα

στερεὰ θανατόεντ᾽,

ὦ κτανόντας τε καὶ

θανόντας βλέποντες ἐμφυλίους.

ὤμοι ἐμῶν ἄνολβα βουλευμάτων.         1265

ἰὼ παῖ, νέος νέῳ ξὺν μόρῳ

αἰαῖ αἰαῖ,

ἔθανες, ἀπελύθης

ἐμαῖς οὐδὲ σαῖς δυσβουλίαις.

 

Χο. – οἴμ᾽ ὡς ἔοικας ὀψὲ τὴν δίκην ἰδεῖν.       1270

 

Κρ. – οἴμοι,

ἔχω μαθὼν δείλαιος· ἐν δ᾽ ἐμῷ κάρᾳ

θεὸς τότ᾽ ἄρα τότε μέγα βάρος μ᾽ ἔχων

ἔπαισεν, ἐν δ᾽ ἔσεισεν ἀγρίαις ὁδοῖς,

οἴμοι, λακπάτητον ἀντρέπων χαράν.      1275

φεῦ φεῦ, ὦ πόνοι βροτῶν δύσπονοι.

 

Cr. – Ah, errori ostinati, errori fatali

della mia mente dissennata!

Guardate! Uccisori

e uccisi dallo stesso sangue.

Ahimè, infausta decisione!

Ah, figlio mio, di morte immatura sei morto:

ahimè, ahimè!

Te ne sei andato, per la mia,

non per la tua, follia.

 

Co. – Ahimè, quanto in ritardo riconosci il giusto!

 

Cr. – Ahimè infelice,

finalmente ho capito: un dio, sì un dio

allora mi percosse sul capo col suo peso enorme,

e su atroci sentieri mi traviò,

ahimè, e col piede calpestò la mia felicità!

Ah, patimenti intollerabili degli uomini!

 

Nel descrivere la disperazione di Creonte, Sofocle affrontò un tema tragico che gli era particolarmente caro: la reazione di un personaggio di fronte alla catastrofe di cui è il solo responsabile. Come accade nell’Aiace, in cui il messaggio di Calcante arriva troppo tardi per salvare l’eroe, così anche qui il ripensamento di Creonte è troppo tardivo per poter incidere significativamente sullo svolgimento dei fatti, mutandone il corso; perciò quando egli è costretto ad affrontare l’irrimediabile, la progressiva acquisizione della consapevolezza di ciò che ha causato, diviene per lui fonte di una disperata autocoscienza.

Degna di nota, in questo passo, l’insistenza del poeta sul tema della follia (δυσβουλία), la colpa di una «mente dissennata» (φρήν δύσφρων). Nel primo dialogo fra Creonte e Antigone, quando la ragazza, sorpresa a rendere onore al corpo del fratello, era stata presa dalle guardie e condotta dinanzi al sovrano, lei non aveva esitato a definire stolto il comportamento del re (vv. 469 sg.):

 

σοὶ δ᾽ εἰ δοκῶ νῦν μῶρα δρῶσα τυγχάνειν,

σχεδόν τι μώρῳ μωρίαν ὀφλισκάνω.

 

E se ti sembra che mi comporto come una pazza,

forse è pazzo chi di pazzia mi accusa.

 

Ma Creonte si era affrettato a ritorcere la stessa accusa contro di lei e la sorella Ismene (vv. 561 sg.):

 

τὼ παῖδε φημὶ τώδε τὴν μὲν ἀρτίως

ἄνουν πεφάνθαι, τὴν δ᾽ ἀφ᾽ οὗ τὰ πρῶτ᾽ ἔφυ.

 

Di queste due ragazze dico che una ha manifestato

ora la sua follia, mentre l’altra è pazza dalla nascita.

 

Anche durante il colloquio con Tiresia, Creonte, irritato dalle sue parole di rimprovero, accusa il vate di follia, ricevendone in cambio una significativa risposta (v. 1052):

 

ταύτης σὺ μέντοι τῆς νόσου πλήρης ἔφυς.

 

Proprio questa è il male di cui sei pieno.

 

Il ravvedimento di Creonte ha inizio proprio per opera di Tiresia, il cieco veggente che riesce a far breccia nell’ottusa cecità del cuore del sovrano con un lugubre vaticinio (vv. 1078-1086):

 

φανεῖ γὰρ οὐ μακροῦ χρόνου τριβὴ

ἀνδρῶν γυναικῶν σοῖς δόμοις κωκύματα.

ἐχθραὶ δὲ πᾶσαι συνταράσσονται πόλεις,      1080

ὅσων σπαράγματ᾽ ἢ κύνες καθήγνισαν

ἢ θῆρες ἤ τις πτηνὸς οἰωνός, φέρων

ἀνόσιον ὀσμὴν ἑστιοῦχον ἐς πόλιν.

τοιαῦτά σου, λυπεῖς γάρ, ὥστε τοξότης

ἀφῆκα θυμῷ, καρδίας τοξεύματα                   1085

βέβαια, τῶν σὺ θάλπος οὐχ ὑπεκδραμεῖ.

 

Non passerà molto tempo e nella tua casa

echeggeranno lamenti di uomini, di donne.

e già un turbine d’odio si leva contro di te da tutte le città,

ora che i resti dei loro uomini sono seppelliti dai cani

e dalle fiere o dagli sparvieri, che trasportano

immondo fetore sino ai focolari delle città.

Poiché sei tu che mi provochi, con tutto il mio odio

scaglio contro di te, come fossi un arciere, questi strali

infallibili, di cui non potrai sfuggire il bruciore!

 

Nella frettolosa concitazione con la quale il signore tenta di annullare i suoi ordini, nell’illusoria speranza di prevenire il male che scaturirà comunque da essi, possiamo scorgere il primo manifestarsi di quella coscienza della propria responsabilità, che si rivela con tutto il suo peso nell’esplosione di angoscia di Creonte, costretto a riconoscere ad un tempo la propria follia, la potenza della divinità e, attraverso le sue personali sventure, l’universale miseria del genere umano.

Il dramma di Antigone

dI. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca, vol. 2.A – Il teatro, Firenze 2004, pp. 22 sg.; testo greco di Sophocles, Antigone, in F. Storr (ed.), Sophocles. Vol.1: Oedipus the King. Oedipus at Colonus. Antigone, London-New York 1912; traduzione it. di F. Ferrari, in G. Paduano (a cura di), Il teatro greco: tragedie, Milano 2006, p. 323.

Nei drammi più antichi di Sofocle, tra i quali l’Antigone, la struttura  e la funzione del prologo non presentano grandi diversità rispetto a Eschilo – nel cui caso, il prologo ha carattere informativo e espositivo – se non per il fatto che il prologo sia maggiormente legato alla parodo, il cui contenuto rappresenta il naturale approfondimento di ciò che è stato appena accennato. Già a partire dal prologo lo spettatore può cogliere i tratti essenziali del carattere dei personaggi che calcano la scena, poiché il poeta li fa interagire sin da subito attraverso una struttura dialogica, con la quale vengono messe a nudo le loro problematiche e le loro scelte. Per questo motivo, si parla di funzione “ethopoietica” del prologo sofocleo.

Il prologo dell’Antigone (vv. 1-38) si apre con il dialogo fra la protagonista e sua sorella Ismene. La spedizione organizzata da Adrasto, re di Argo, non è riuscita a restituire il trono all’esule Polinice e si è conclusa con la morte dei sette campioni dell’esercito argivo; al termine del conflitto, Eteocle e Polinice si sono uccisi reciprocamente in un feroce duello. In mancanza di eredi maschi, il trono di Tebe è stato occupato da Creonte, zio e cognato di Edipo: il suo primo atto di potere è stato il divieto di seppellire il corpo di Polinice, colpevole di aver assalito in  armi la propria patria. quando la notizia del bando giunge alle orecchie di Antigone, ultima discendente della stirpe dei Labdacidi insieme con Ismene, la fanciulla, decisa a non permettere un tale sacrilegio, informa del proprio piano la sorella e ne sollecita l’aiuto.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiálē in atto di libare. Da una lḗkythos attica a figure rosse, 480-460 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Ἀντιγόνη – ὦ κοινὸν αὐτάδελφον Ἰσμήνης κάρα,

ἆρ᾽ οἶσθ᾽ ὅ τι Ζεὺς τῶν ἀπ᾽ Οἰδίπου κακῶν

ὁποῖον οὐχὶ νῷν ἔτι ζώσαιν τελεῖ;

οὐδὲν γὰρ οὔτ᾽ ἀλγεινὸν οὔτ᾽ ἄτης ἄτερ

οὔτ᾽ αἰσχρὸν οὔτ᾽ ἄτιμόν ἐσθ᾽, ὁποῖον οὐ

τῶν σῶν τε κἀμῶν οὐκ ὄπωπ᾽ ἐγὼ κακῶν.

καὶ νῦν τί τοῦτ᾽ αὖ φασι πανδήμῳ πόλει

κήρυγμα θεῖναι τὸν στρατηγὸν ἀρτίως;

ἔχεις τι κεἰσήκουσας; ἤ σε λανθάνει

πρὸς τοὺς φίλους στείχοντα τῶν ἐχθρῶν κακά;

Ἰσμήνη – ἐμοὶ μὲν οὐδεὶς μῦθος, Ἀντιγόνη φίλων

οὔθ᾽ ἡδὺς οὔτ᾽ ἀλγεινὸς ἵκετ᾽ ἐξ ὅτου

δυοῖν ἀδελφοῖν ἐστερήθημεν δύο,

μιᾷ θανόντοιν ἡμέρᾳ διπλῇ χερί·

ἐπεὶ δὲ φροῦδός ἐστιν Ἀργείων στρατὸς

ἐν νυκτὶ τῇ νῦν, οὐδὲν οἶδ᾽ ὑπέρτερον,

οὔτ᾽ εὐτυχοῦσα μᾶλλον οὔτ᾽ ἀτωμένη.

Ἀντιγόνη – ᾔδη καλῶς, καί σ᾽ ἐκτὸς αὐλείων πυλῶν

τοῦδ᾽ οὕνεκ᾽ ἐξέπεμπον, ὡς μόνη κλύοις.

Ἰσμήνη – τί δ᾽ ἔστι; δηλοῖς γάρ τι καλχαίνουσ᾽ ἔπος.

Ἀντιγόνη – οὐ γὰρ τάφου νῷν τὼ κασιγνήτω Κρέων

τὸν μὲν προτίσας, τὸν δ᾽ ἀτιμάσας ἔχει;

Ἐτεοκλέα μέν, ὡς λέγουσι, σὺν δίκης

χρήσει δικαίᾳ καὶ νόμου κατὰ χθονὸς

ἔκρυψε τοῖς ἔνερθεν ἔντιμον νεκροῖς·

τὸν δ᾽ ἀθλίως θανόντα Πολυνείκους νέκυν

ἀστοῖσί φασιν ἐκκεκηρῦχθαι τὸ μὴ

τάφῳ καλύψαι μηδὲ κωκῦσαί τινα,

ἐᾶν δ᾽ ἄκλαυτον, ἄταφον, οἰωνοῖς γλυκὺν

θησαυρὸν εἰσορῶσι πρὸς χάριν βορᾶς.

τοιαῦτά φασι τὸν ἀγαθὸν Κρέοντα σοὶ

κἀμοί, λέγω γὰρ κἀμέ, κηρύξαντ᾽ ἔχειν,

καὶ δεῦρο νεῖσθαι ταῦτα τοῖσι μὴ εἰδόσιν

σαφῆ προκηρύξοντα, καὶ τὸ πρᾶγμ᾽ ἄγειν

οὐχ ὡς παρ᾽ οὐδέν, ἀλλ᾽ ὃς ἂν τούτων τι δρᾷ,

φόνον προκεῖσθαι δημόλευστον ἐν πόλει.

οὕτως ἔχει σοι ταῦτα, καὶ δείξεις τάχα

εἴτ᾽εὐγενὴς πέφυκας εἴτ᾽ ἐσθλῶν κακή.

Pittore di Achille. Una donna in corsa. Pittura vascolare dalla cosiddetta 'Nolan Amphora', vaso attico a figure rosse, 450 a.C. ca. Walters Art Museum.

Pittore di Achille. Una donna in corsa. Particolare da un’anfora attica a figure rosse, 450 a.C. ca, da Nola. Walters Art Museum.

Antigone – Sorella, consanguinea, Ismene carissima,

conosci sventura, fra quante hanno origine da Edipo,

che a noi due sopravvissute Zeus risparmierà?

No, non c’è dolore o rovina,

non c’è vergogna o disonore che io non

abbia riconosciuto nei miei, nei tuoi mali.

E ora cos’è mai questo editto, che il generale,

a quanto dicono, ha proclamato or ora per tutta la città?

Ne sei al corrente? Hai udito qualcosa?

O ignori le insidie che i nostri nemici tramano contro chi ci è caro?

Ismene – Nessuna notizia mi è giunta, Antigone, dei nostri cari,

né lieta né triste, da quando noi due

abbiamo perduto i nostri due fratelli,

caduti nello stesso giorno l’uno per mano dell’altro.

Nient’altro so, che mi rallegri o mi rattristi,

dopo che l’armata argiva, nel corso di questa notte, è fuggita.

Antigone – Lo prevedevo; e perciò ti ho fatto chiamare fuori dal palazzo,

perché tu sola mi udissi.

Ismene – Di che si tratta? Un pensiero, evidentemente, ti turba.

Antigone – Sì, è così. Dei nostri due fratelli, Creonte non ha forse deciso di concedere

all’uno onorata sepoltura e di lasciare l’altro indegnamente insepolto?

Eteocle, dicono, ritenendo giusto

di trattarlo secondo le norme rituali, lo ha fatto seppellire,

perché avesse onore fra i morti sotterranei;

ma il cadavere del misero Polinice ha ordinato,

si dice, che nessun cittadino lo seppellisca

e lo pianga, bensì che sia lasciato illacrimato,

insepolto, tesoro agognato per soddisfare

la fame degli uccelli all’erta nel cielo.

Tale, dicono, è l’editto che il buon Creonte ha proclamato per te

e per me – per me, dico! E sta per venire egli stesso ad annunciare

apertamente il suo divieto a chi ancora lo ignora.

Non prende la cosa alla leggera: a danno dei trasgressori

è prevista la morte per pubblica lapidazione.

Questi sono i fatti: e ora mostrerai

se sei nata nobile o non sei altro che la figlia

degenere di nobili genitori.

Il prologo rivela l’intento di Sofocle di mettere in luce l’eroismo di Antigone attraverso il confronto con la sorella Ismene, che incarna una femminilità più fragile, debole, sottomessa, conforme alla tradizione. Sofocle delinea l’inflessibile personalità di Antigone evidenziandone in ogni modo la superiorità: mentre Ismene ignora o vuole ignorare il bando di Creonte, perché non ha in sé la forza per opporsi, la reazione di Antigone rivela un’immediata e irremovibile volontà di trasgressione, che annulla ogni pensiero, tranne quello della sacrilega ingiustizia di cui è oggetto Polinice. La certezza che Ismene non troverà mai il coraggio per aiutarla, induce Antigone, fin dall’inizio del dramma, a staccarsi sdegnosamente dalla sorella, considerandola una traditrice; anche nel «buon Creonte», suo futuro suocero (Antigone è promessa sposa di Emone, figlio del sovrano), ella scorge soltanto un empio tiranno, capace di negare a un morto il più sacro degli onori. In contrasto con l’obbediente sottomissione della sorella e dei concittadini, la solitaria diversità di Antigone si delinea agli occhi del pubblico con prepotente risalto, unica nel considerare l’editto un’inaccettabile manifestazione di empietà, mentre l’atto di pietà verso il defunto le appare un dovere irrinunciabile anche a costo della vita. Ismene dovrebbe avvertire lo stesso obbligo, ma vi si sottrae per paura della morte; l’intera città di Tebe dovrebbe sapere che le esequie negate attireranno la collera divina e che tutta la comunità sarà contaminata dal sacrilegio, ma il senso del dovere individuale e collettivo è annullato completamente dalla paura, che cancella la pietà, la giustizia, la nobiltà in tutti tranne che in Antigone. Nel momento stesso in cui la fanciulla espone le parole del bando di Creonte, è già chiaro che il naturale attaccamento alla vita è meno forte in lei della volontà di non permettere che il fratello sia vittima di un’empia vendetta postuma.

Atena istituisce l’Areopago

di M.P. Pattoni (cur.), Eschilo, Eumenidi, in V. Di Benedetto, Eschilo, Orestea, Milano 2010, pp. 526-529. Introd. di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca. 2a. Il Teatro, Firenze 2004, p. 119 sgg.

Statua della cosiddetta «Atena Farnese». Copia romana dall’originale di Pirro, della scuola fidiaca, V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Statua della cosiddetta «Atena Farnese». Copia romana dall’originale di Pirro, della scuola fidiaca, V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Dopo che Oreste, compiuto il matricidio, si è recato presso il tempio di Delfi a implorare la protezione di Apollo contro la persecuzione delle Erinni, il dio, riconoscendosi in parte responsabile del comportamento del giovane, lo invia ad Atene, garantendogli che Pallade Atena, patrona della città, farà in modo che egli sia definitivamente assolto dalla sua colpa e liberato per sempre dalla persecuzione delle Erinni. Atena accoglie benevolmente il supplice e, dopo aver ascoltato le giustificazioni di Oreste e le rabbiose accuse delle Erinni che temono di vedersi sfuggire colui che considerano una vittima a loro consacrata, la figlia di Zeus decide di istituire un nuovo organo giudiziario super partes, l’Areopago, al quale spetterà anche in futuro il compito di giudicare i casi di omicidio fra consanguinei.

(Eschilo, Eumenidi, 681-710)

 

       κλύοιτ᾽ ἂν ἤδη θεσμόν, Ἀττικὸς λεώς,

πρώτας δίκας κρίνοντες αἵματος χυτοῦ.

ἔσται δὲ καὶ τὸ λοιπὸν Αἰγέως στρατῷ

αἰεὶ δικαστῶν τοῦτο βουλευτήριον.

685 πάγον δ᾽ Ἄρειον τόνδ᾽, Ἀμαζόνων ἕδραν

σκηνάς θ᾽, ὅτ᾽ ἦλθον Θησέως κατὰ φθόνον

στρατηλατοῦσαι, καὶ πόλιν νεόπτολιν

τήνδ᾽ ὑψίπυργον ἀντεπύργωσαν τότε,

Ἄρει δ᾽ ἔθυον, ἔνθεν ἔστ᾽ ἐπώνυμος

690 πέτρα, πάγος τ᾽ Ἄρειος· ἐν δὲ τῷ σέβας

ἀστῶν φόβος τε ξυγγενὴς τὸ μὴ ἀδικεῖν

σχήσει τό τ᾽ ἦμαρ καὶ κατ᾽ εὐφρόνην ὁμῶς,

αὐτῶν πολιτῶν μὴ ‘πιχραινόντων νόμους

κακαῖς ἐπιρροαῖσι· βορβόρῳ δ᾽ ὕδωρ

695 λαμπρὸν μιαίνων οὔποθ᾽ εὑρήσεις ποτόν.

τὸ μήτ᾽ ἄναρχον μήτε δεσποτούμενον

ἀστοῖς περιστέλλουσι βουλεύω σέβειν,

καὶ μὴ τὸ δεινὸν πᾶν πόλεως ἔξω βαλεῖν.

τίς γὰρ δεδοικὼς μηδὲν ἔνδικος βροτῶν;

700 τοιόνδε τοι ταρβοῦντες ἐνδίκως σέβας

ἔρυμά τε χώρας καὶ πόλεως σωτήριον

ἔχοιτ᾽ ἄν, οἷον οὔτις ἀνθρώπων ἔχει,

οὔτ᾽ ἐν Σκύθῃσιν οὔτε Πέλοπος ἐν τόποις.

κερδῶν ἄθικτον τοῦτο βουλευτήριον,

705 αἰδοῖον, ὀξύθυμον, εὑδόντων ὕπερ

ἐγρηγορὸς φρούρημα γῆς καθίσταμαι.

ταύτην μὲν ἐξέτειν᾽ ἐμοῖς παραίνεσιν

ἀστοῖσιν εἰς τὸ λοιπόν: ὀρθοῦσθαι δὲ χρὴ

καὶ ψῆφον αἴρειν καὶ διαγνῶναι δίκην

710 αἰδουμένους τὸν ὅρκον. εἴρηται λόγος.

Udite ora questo mio decreto, o popolo dell’Attica,

nel momento in cui emettete la prima sentenza

per il sangue versato. Anche negli anni a venire resterà

per sempre al popolo di Egeo questo consesso di giudici.

685 E questo colle di Ares[1], sede e campo

delle Amazzoni, quando giunsero armate per odio

contro Teseo, e in quel tempo contrapposero

alla cittadella[2] questa nuova cittadella munita di

alte torri, e facevano sacrifici ad Ares, donde ha ricevuto

690 il proprio nome questa rupe e colle di Ares[3] – in esso

la reverenza dei cittadini e la paura, sua consanguinea,

li tratterranno, di giorno e di notte in egual modo,

dal commettere ingiustizia, purché gli stessi cittadini

non innovino le leggi: se contamini dell’acqua limpida

695 con torbide correnti e fango, non la troverai mai

più bevibile. Ciò che non è né privo di comando

né sottoposto a dispotismo questo io consiglio

ai cittadini di curare e riverire, e di non espellere

dalla città tutto ciò che è pauroso: chi degli uomini infatti

700 è giusto se nulla teme? Se voi rispetterete

secondo giustizia questo venerando istituto, disporrete

di un baluardo che salva il territorio e la città,

quale nessuna gente umana possiede, né tra gli Sciti

né nelle terre di Pelope[4]. Incorruttibile al lucro, degno di

705 reverenza, inflessibile d’animo, vigile scolta del paese

a difesa di chi dorma: questo è il consesso che

io istituisco. Tale lunga parentesi ho pronunciato

ai miei cittadini per l’avvenire. Ma ora

è necessario alzarsi a deporre il voto e definire questa

710 causa, rispettando il giuramento. E quanto ho detto basti.

 

Nella prima parte del brano, Eschilo fornisce l’etimologia del nome del più rispettato e temuto organo giudiziario ateniese, emblema dell’antica aristocrazia di sangue: secondo il poeta, esso derivava dalla collina (págos) sacra ad Ares, sulla quale i membri dell’antico tribunale, formato dagli arconti usciti di carica, si radunavano in occasione dei processi. In epoche precedenti, quando il legame della stirpe rappresentava l’ordinamento di base della società arcaica, l’omicidio era considerato un’offesa la cui vendetta spettava ai congiunti della vittima; ma in questo modo, poiché ogni delitto era necessariamente seguito da una vendetta, secondo la legge del «sangue chiama sangue», si dava l’avvio ad un processo inarrestabile, destinato a concludersi, in casi estremi, con l’annullamento della stirpe stessa, secondo la possibilità che Eschilo stesso aveva considerato nei Sette contro Tebe. Grazie all’istituzione dell’Areopago, il criterio della giustizia si sostituì a quello della vendetta e l’omicidio fu considerato una trasgressione delle leggi cittadine; in questo modo, la catena dei delitti poteva essere interrotta e l’omicida, una volta giudicato dal tribunale dell’Areopago, poteva essere condannato a morte o assolto in via definitiva. In quest’ultimo caso, egli veniva reinserito nel contesto sociale secondo le prescrizioni di una casta sacerdotale aristocratica, gli exēgétai, scelti fra gli Eupatridi e posti sotto la protezione di Apollo. Quanto alle Erinni, furono identificate con le Semnaí, in nome delle quali si giurava prima del giudizio, conciliando in questo modo il nuovo ordine con il vecchio e garantendo all’ordinamento civico una connotazione religiosa, oltre che una durevole stabilità.

Autore ignoto. Statua della cosiddetta «Atena di Mirone» (dettaglio del busto). Copia romana in marmo da un originale greco in bronzo, 450 a.C. ca. Liebieghaus, Frankfurt am Main.

Autore ignoto. Statua della cosiddetta «Atena di Mirone» (dettaglio del busto). Copia romana in marmo da un originale greco in bronzo, 450 a.C. ca. Liebieghaus, Frankfurt am Main.

Oltre a fornirci notizie sull’origine dell’Areopago, il brano preso in esame dimostra in modo assai significativo l’importanza del tema politico nella tragedia greca e particolarmente in quella eschilea, sempre fortemente collegata alla realtà storica di Atene. L’Orestea fu composta e rappresentata da Eschilo nel 459/58 a.C., un periodo in cui Atene dovette affrontare gravi tensioni, sia nella politica interna che in quella estera. Erano gli anni in cui si veniva delineando in maniera sempre più netta il contrasto con Sparta, accompagnato da dimostrazioni di simpatia verso Argo, ben nota per il suo atteggiamento anti-lacedemone. Eschilo mostrò di condividerlo, tanto che spostò perfino la residenza di Agamennone e del suo génos da Micene, tradizionale sede della stirpe dei Tantalidi, alla capitale dell’Argolide (Agamennone, 810). Contemporaneamente, all’interno di Atene, la nuova distribuzione del potere fra le classi sociali dette luogo a una serie di riforme, la più significativa delle quali fu quella di Efialte (462/61 a.C.), rivolta appunto contro l’Areopago, organo di formazione esclusivamente aristocratica, che fu privato di molte delle sue antiche prerogative[5], suddivise poi fra la boulḗ dei Cinquecento, l’ecclēsía e il tribunale dell’Eliea, strutture statali di impronta fortemente democratica. Le reazioni degli oligarchi non si fecero attendere e il partito conservatore, che aveva il suo massimo esponente in Cimone, nel 461 a.C. reagì con la violenza; come racconta Plutarco (Vita di Pericle, 10), Efialte fu assassinato e Atene giunse sull’orlo di una guerra civile[6]. Per parte sua, Eschilo non rimase insensibile all’inquietudine politica della città e non mancò di trasmettere al pubblico un messaggio moderato e pacificatore, sostenuto come sempre da un profondo sentimento religioso. Le sue intenzioni traspaiono dalle parole di Atena, la protettrice per eccellenza della città e del popolo ateniese, pronunciate nel momento in cui la dea trasforma l’Areopago da tribunale di dèi (il primo processo giudicato da questo tribunale era stato intentato da Poseidone contro Ares, colpevole di aver ucciso Alirrotio, figlio del dio del mare) in un consesso di cittadini ateniesi phónōn dikastaí, «giudici di omicidi», senza fare accenno ad altri eventuali poteri, politici o di diversa natura. Sappiamo infatti che Efialte aveva lasciato all’Areopago quest’unica funzione, sufficiente tuttavia, agli occhi di Eschilo, a conservare pienamente la dignità dell’antico tribunale; anzi, il poeta intese, con i suoi versi, farlo oggetto di una specie di investitura divina, che ne confermava la veneranda origine e il rispetto che gli era dovuto. A questo proposito, Eschilo non mancò di sottolineare, attraverso la divina autorità dei consigli di Atena, la sua ottica politica di democratico moderato: anche in uno Stato in rapida evoluzione, il poeta avvertì la necessità che permanesse nel cuore dei cittadini la fedeltà alle leggi, che non dovevano essere sconsideratamente mutate (vv. 690-695), accompagnata da un salutare «timore» (phóbos), in assenza del quale egli temeva che il lato trasgressivo della natura umana potesse prendere il sopravvento e provocare la rovina dello Stato, distruggendo con la guerra civile ogni possibilità di quella pacifica vita associata, che egli considerava il più armonioso esempio di equilibrio fra anarchia e dispotismo (v. 696).

Fermamente persuaso che l’uomo potesse essere indotto alla saggezza ed alla disciplina solo attraverso la costrizione, il poeta si augurava che l’aggressività dei suoi concittadini non trovasse sfogo nella distruttiva guerra civile, ma in un conflitto contro nemici esterni, dal quale la città potesse uscire più forte e più gloriosa, come aveva fatto al tempo delle guerre persiane, e come stava facendo proprio in quegli anni, per la conquista delle miniere aurifere del Pangeo, in Tracia. Se Atene avesse fatto suo questo «ricco parto della terra», la città avrebbe avuto a disposizione una nuova fonte di prosperità e il benessere dei cittadini sarebbe aumentato, a vantaggio soprattutto dei meno abbienti, che era così facile spingere alla rivolta, facendo leva sulla loro miseria. Tuttavia, in queste parole appare evidente anche il limite del pensiero politico di Eschilo; il poeta infatti esprimeva ancora gli ideali politici e civili della classe dirigente che era stata al potere durante le guerre persiane, nel periodo della sua giovinezza. Giunto ad un’età più matura e consapevole di vivere in un’età di crisi, egli volle consigliare ai suoi concittadini il mezzo per superarla, ma lo fece ispirandosi a un grande passato, piuttosto che a un futuro che lo lasciava perplesso.


[1] Probabilmente il testo del v. 685 è corretto (a differenza di quanto crede Page), con l’”etimologizzazione” del termine «Areopago» (= «colle di Ares»). Si ha pertanto un anacoluto, agevolato dal fatto che il discorso dei versi seguenti si sviluppa sino alla menzione di nuovo – al v. 690 – del «colle di Ares».

[2] Al v. 687 in luogo del tràdito pólin, accolto da Page, leggo pólei (Orelli).

[3] Le Amazzoni, indignate per il rapimento della loro regina (Antiope o Ippolita) ad opera di Teseo, re di Atene, attaccarono la città, accampandosi di fronte all’acropoli, sul colle di Ares, ma ne furono poi scacciate. Cfr. Erodoto, IX 27, 4 e Diodoro, IV 28, 1.

[4] Tanto gli Sciti (cfr. Eschilo, fr. 198 R.) quanto gli Spartani (Erodoto, I 65-66; Tucidide, I 18, 1; Senofonte, Costituzione di Sparta, passim) erano celebri per la loro eunomía. Pelope, figlio di Tantalo e antenato degli Atridi, è l’eroe eponimo del Peloponneso.

[5] La riforma sottrasse all’Areopago tutte quelle competenze «aggiunte» (epítheta) che il consesso aveva accumulato nel tempo in materia di controllo della vita politica e costituzionale e che gli consentivano di essere, come riporta Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25 2), «guardiano della cittadinanza» (politeías phylakḗ).

[6] Sul suo assassinio circolano le più diverse versioni, compresa quella che sarebbe stato fatto uccidere da Pericle; Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25 5) attribuisce l’assassinio a un tale Aristodico di Tanagra; con ogni probabilità, si trattava di una congiura ordita dagli oligarchici, o comunque da suoi avversari politici – la stessa cui allude Tucidide (I 107, 4; 6) all’epoca della battaglia di Tanagra. In ogni caso, l’eliminazione di Efialte non poté arrestare il processo di evoluzione democratica innescato dalla riforma.