Sacri Boschi

di A.M. Cefis, Sacri boschi, su Ad Maiora Vertite, 2 febbraio 2019.

 

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

 

Ricostruzione della palude del Foro Romano (VIII sec. a.C.). Studio Inklink.

 

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

 

Ricostruzione del Campidoglio, con la quercia sacra, il templum e la capanna di Giove Feretrio. Studio Inklink.

 

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

La forma corinzia si diffuse poi nel mondo italico, dando luogo a varianti locali. Altrove, nell’opera di Vitruvio, emerge come l’architettura più che concepire il nuovo sia invece tesa a reinventare la Natura: un esercizio non solo stilistico e dell’utile, ma l’affermazione di un sentire ancora vibrante durante l’Impero. I veterani di Cesare si rifiuteranno di abbattere le asce su un cupo bosco nei pressi di Marsiglia[14], il loro cuore vacillerà di fronte alle sterminate estensioni della Selva Ercinia[15], così come accadrà quattro secoli dopo agli uomini al seguito di Flavio Giuliano[16]; lo stesso imperatore, sconcertato, dichiarerà che nulla di simile esisteva all’interno dei confini di Roma[17]. Diversi autori scriveranno di questa foresta primordiale con meraviglia, descrivendone le enormi volte costituite dalle radici delle sue immani querce e soprattutto la sua antichità, pari a quella del mondo stesso[18]. Ma ai tempi delle guerre sannitiche il cuore dell’Etruria, così come le altre parti d’Italia[19], non aveva nulla da invidiare alle foreste dell’estremo nord: la Silva Cimina era considerata invalicabile, al punto che il Senato arrivò a diffidare il console Quinto Fabio Rulliano dall’inoltrarvisi, cosa che fece comunque gettando il popolo romano nella costernazione e i nemici dell’esultanza, tanto il pericolo era percepito reale; la vittoria militare conseguita sembrò trascurabile, rispetto all’eccezionalità dell’impresa[20].

Tuttavia, gli uomini, perlopiù, avrebbero perso gradualmente la facoltà di udire i saturni versi di Pico, Fauno, Lucina, Canente e degli altri dèi silvani levarsi dal folto della vegetazione, che non sarebbe stato più temuto tanto per i suoi numi selvaggi quanto per la presenza di briganti e fuoriusciti: famosa a questo proposito la Silva Gallinaria vicino Cuma, dove era stanziata la Classis Misenensis (la principale flotta imperiale)[21]. Lo stesso legname servito ad allestire le navi dimostra un rimarchevole mutamento culturale: la montagna, percepita un tempo come luogo altro rispetto all’umano[22], dove normalmente si muovono solo divinità o fiere selvagge, rientrerà anch’essa nella categoria dell’utile; l’ancestrale, reverenziale, timore farà spazio a problematiche logistico-gestionali di un territorio integrato come qualunque altro. Una risorsa produttiva, da sfruttare tramite attività estrattiva o per reperire legna.

Fasti Amiternini (CIL IX, 4192 = Inscr.It. XIII 2, 25). Iscrizione su pietra, 20 d.C.
© Corpus Inscriptionum Latinarum – BBAW

Eppure, la tenace persistenza del sentimento religioso continuerà a dar sfoggio di sé: Plinio il Vecchio, nel XXXIII libro della sua opera, ci lascia infatti una testimonianza che è quanto di più significativo la letteratura classica possa proporre di carattere ecologico[23]. A tutela dell’integrità dei paesaggi, egli mescola considerazioni di tipo naturalistico, moralistico e religioso, esortando ad un’assunzione di responsabilità e a una presa di coscienza del danno causato, non solo a noi stessi ma all’equilibrio naturale nella sua totalità. Teso a scagionare la Natura da accuse che potrebbero esserle rivolte in quanto “matrigna”, egli addossa ogni responsabilità all’empietà degli uomini: smottamenti e inondazioni, ad esempio, non sono i capricci di una divinità, ma il risultato di un dissesto idrogeologico, derivato da diboscamento e da scellerate attività estrattive. Non solo: Plinio il Giovane sottolinea come tutto ciò comporti l’esaurimento di risorse indispensabili all’equilibrio fisico del mondo, risorse non facilmente rinnovabili; duemila anni fa i Romani prefiguravano il tema della sostenibilità ambientale. È questa la voce più illustre a testimoniare il permanere dell’antico spirito, ma non certo l’unica: se la montagna resterà luogo di evasione e raccoglimento[24], che invita ad una più esatta coscienza dei propri limiti, migliaia di dediche votive alle divinità silvane costituiscono altrettante voci. Lo dimostra anche il gran numero di culti, con magistrature e strutture annesse. Non mancano sacerdozi specificamente dedicati ai boschi, quali ad esempio il Flamen Lucularis e il Sacerdos trium lucorum[25], e una generale devozione continuerà a riferirsi anche verso singoli alberi; una parte della dottrina pontificale si estenderà alle diverse tipologie vegetali[26]. Se il Romano, prima di mettere mano all’accetta, deve stornare l’ira del dio sconosciuto a cui il bosco appartiene, offrendo sacrifici espiatori [27], col tempo la realtà boschiva andrà a differenziarsi. Scrive, infatti, Servio: «C’è differenza tra bosco (nemus), foresta (silva) e bosco sacro (lucus). Infatti, lucus definisce uno spazio boschivo cultuale; con il termine nemus si caratterizza uno spazio boschivo regolato, la silva è connotata dal suo essere vegetazione arbustiva estesa e non coltivata»[28]; il bosco espressamente sacro sarebbe dunque solo il lucus.

L’intercambiabilità di questi termini e la confusione che sembrano dimostrare gli autori antichi dimostra però come questa distinzione si ridimensionasse nel concreto. Tuttavia, il lucus è certamente un luogo speciale: la divinità vi si è manifestata con prodigi, per cui è soggetto a molteplici vincoli; ogni attività profana, salvo particolari disposizioni, è negata. Tali vincoli son fissati nelle Leges Lucorum, normative atte a stabilire ciò che è lecito fare e ciò che non lo è, le sanzioni (pecuniarie e religiose, a mezzo di piacolari) previste per le trasgressioni e l’organismo competente a riscuoterle. Queste legislazioni, ravvisabili in diversi documenti nel mondo latino e italico tra il III e il II secolo a.e.v, risalirebbero ancora più indietro nel tempo[29].

Ecco allora che gli elementi fin qui menzionati, lungi dall’essere esaustivi, possono sgombrare il campo dall’assurdità a cui ci si riferiva nella premessa dell’articolo. Del resto, già i Romani stessi, deprecando il lusso[30], si esprimevano con nostalgia in riferimento all’alta castitas dei tempi rustici; eppure, essi appartengono alla medesima matrice indoeuropea dei tanto celebrati Celti, Germani e Greci. Figli delle Primavere Sacre alla stregua degli altri Italici, rinati sotto l’egida di Marte e del lupo sua teofania, perpetueranno il ricordo delle selve ove furono forgiati nei serti di quercia della corona civica[31], anteposti all’oro, nel rituale (presieduto dalla dea Unxia) delle novelle spose, consistente nell’ungere gli stipiti delle nuove dimore col grasso del lupo[32].

Svetterà nei signa alla testa delle sue legioni vittoriose in forma di lupo, aquila o cinghiale e sul capo ferino dei velites, la prima linea dello schieramento romano. Risuonerà negli schiocchi di februa dei Luperci, che ancora ai tempi dell’infame papa Gelasio propagheranno dall’antro della Lupa e dai luoghi fatidici di Roma. Si rifletterà nel cuore di ogni persona che, rifiutando il dio galileo, sempre si affiderà a Marte Silvano per la protezione dei propri confini. Nostrum munus patri Marti.

 

Lex Luci Spoletina (CIL XI 4766=ILS 4911=ILLRP 505). Iscrizione su cippo di pietra, 250-175 a.C. ca. Spoleto, Museo Archeologico Statale.
“Honce loucom / nequs violatod / neque exvehito neque / exferto quod louci / siet neque cedito / nesei quo die res deina / anua fiat eod die / quod rei dinai causa / [f]iat sine dolo cedre / [l]icetod seiquis // violasit Iove bovid / piaclum datod / seiquis scies / violasit dolo malo / Iovei bovid piaclum / datod et a(sses) CCC / moltai suntod / eius piacli / moltaique dicator[e] / exactio est[od]”.

[1] Vitr. II 1, 1: «Anticamente, come animali selvatici, gli uomini nascevano nelle selve, nelle spelonche e nei boschi e trascorrevano la vita cibandosi di frutti raccolti nei campi».

[2] Tac. Ann. IV 65: «Forse non è inopportuno raccontare che quel colle [il Celio] in antico si chiamava Querquetulano, poiché era folto e fecondo di quella specie d’alberi».

[3] Plin. Nat. Hist. XVI 37: «Quel che è sicuro è che si distinguevano le zone con l’indicazione del tipo di bosco: lo dimostrano il tempio di Giove Fagutale, che esiste ancor oggi e sorge dove c’era un bosco di faggi, la porta Quercetulana, il nome del colle su cui si andava a raccogliere vimini e i nomi di tanto boschi sacri, in certi casi due per medesimo luogo Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisione di quella». Varr. L.L. V 8, 49-51: «Alla seconda circoscrizione appartiene l’Esquilino (Esquiliae). Alcuni hanno scritto che questo nome derivi dalle excubiae (posto di guardia) del re, altri dal fatto che la zona era coltivata ad aesculi (querce) dal re Tullio. Con questa etimologia concordano molto meglio le località vicine, perché lì si trovano il lucus Facutalis (il bosco Fagutale), il tempietto dei Lares Querquetulani (i Lari dei querceti) e il bosco consacrato alla dea Mefite e a Giunone Lucina, le cui dimensioni sono ridottissime. Nessuna meraviglia: già da tempo, infatti, da per tutto domina sovrana assoluta l’avidità […] Nel Libro dei Sacrifici degli Argei così si legge scritto: “Colle Oppio: primo sacrario sull’Esquilino, oltre il bosco Fagutale, nella via a sinistra lungo il muro”. “Colle Oppio: terzo sacrario al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, in una baracca”. “Colle Oppio: quarto sacrario, al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, nel mezzo delle botteghe dei vasai”. “Colle Cespio: quinto sacrario, al di qua del bosco Petelio; si trova sull’Esquilino”. “Colle Cespio: sesto sacrario, presso il tempio di Giunone Lucina, adiacente all’abituale dimora del sacrestano”. Alla terza circoscrizione appartengono cinque colli, che prendono il nome dai templi degli dèi che in essi si trovano: due di questi sono famosi. Il colle Viminale è così chiamato da Giove Viminio, perché qui era la sua ara»; ibid. 152; 154: «Lauretum (Loreto) è così chiamato dal fatto che lì fu sepolto il re Tazio, ucciso dai Laurentini, o anche da silva laurea (bosco di allori) perché questo bosco fu tagliato, lì, e vi fu costruito un quartiere; come tra la Via Sacra e l’altura del Macello sorge la zona chiamata Corneta, da cornis (cornioli), che, tagliati, lasciarono il loro nome al luogo; come Esculetum (Querceto), chiamato così da esculus (quercia) e Fagutal, che prende il nome da fagus (faggio), donde anche l’appellativo di “Giove fagutale”, perché nella zona c’è un santuario del dio. […] Il centro del circo si chiama Ad Murciae, secondo quanto afferma Procilio, denominazione che viene da urcei (orci) perché questa era la zona dei vasai. Altri dicono che venga da murtetum (bosco di mirti), perché una volta ve ne sarebbe stato lì uno. Ne rimane ancora qualche traccia, perché lì v’è ancora un santuario dedicato a Venere Murtea». Dion. III 43: «È questo [l’Aventino] un colle non troppo alto, con un perimetro di circa diciotto stadi: l’occupavano allora piante di ogni genere, soprattutto bellissimi lauri, tanto che una parte di esso è chiamata Laureto dai Romani […]».

[4] Ov. Fasti III 295-296: «Ai piedi dell’Aventino c’era un bosco buio, fitto di lecci; solo a vederlo avresti detto: “Qui dimorano delle divinità”».

[5] Verg. Aen. VIII 342-353: «Poi il bosco immenso che Romolo, acuto, ad Asilo ridusse, e sotto la gelida rupe mostra il Lupercale, secondo il costume parrasio dedicato a Pan Liceo. E ancora mostra, sacro, il bosco di Argileto, chiama a testimone il luogo e l’episodio letale spiega del suo ospite Argo. Di qui al sito tarpeo e al Campidoglio lo conduce, tutto oro adesso, un tempo ispido di selvatici cespugli. Già allora di religiosa paura erano atterriti gli abitanti dei campi, orrenda in quel luogo, già allora per la selva e per la rupe tremavano. “Questo bosco – disse – questo vertice frondoso di un colle abita un dio (ma quale dio, è incerto): gli Arcadi riconoscono in lui Giove […]”».

[6] Ibid. VIII 314-318: «Questi boschi erano abitati da Fauni indigeni e Ninfe e da una stirpe di uomini nata dai tronchi di dura quercia, i quali non avevano leggi né religione, non sapevano radunare i raccolti o risparmiare ciò che avevano prodotto, ma gli alberi e la dura caccia li nutrivano».

[7] Su Ceculo, fondatore di Praeneste, ibid. VII 678-684: «nato da Vulcano e re fra il bestiame dei campi, trovato in un focolare, come credettero tutte le età: Ceculo. Lo accompagna per lungo tratto una legione di campagnoli, i guerrieri che l’alta Praeneste e gli arabili campi sacri a Giunone Gabina e il gelido Aniene e le irrorate di torrenti, le rupi erniche popolano». Sui Silvii, ibid. VI 756-759; 763-766: «Orsù dunque, la discendenza dardania e quale gloria l’attenda, quali nipoti ti aspettano dalla stirpe italica, illustri anime destinate a entrare nella nostra eredità, ti svelerò con le mie parole e t’insegnerò i tuoi destini […] Silvio, nome albano, tua ultima figliolanza, che a te annoso, tardi, Lavinia tua sposa partorirà nelle foreste, re e progenitore di re, per cui la nostra stirpe dominerà in Alba Longa». Liv. I 3: «Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest’ultimo vennero fondate alcune colonie che furono chiamate dei Latini Prischi. In seguito, il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa». Vedi anche Dion. I 70 e Fest. 460 7 L.

[8] Isid. Etymol. XVII, VII 15: «Pero è il nome dell’albero, pera del frutto. Ne esistono numerose specie, tra cui la crustumia, di colore in parte rosso, il cui nome deriva da quello della città di Crustumio».

[9] Questo aspetto verrà sviluppato in due successivi articoli, uno dedicato ai boschi e alle foreste del mondo italico e l’altro alle valenze dei singoli alberi.

[10] CIL IX 4192.

[11] Fest. p. 106 [LUCARIA]: «Feste celebrate dai Romani in un grande bosco che si estendeva tra la Via Salaria e il fiume Tevere, in ricordo del fatto che dopo la loro sconfitta da parte dei Galli, in seguito alla loro fuga dal campo di battaglia, avrebbero trovato rifugio in questo bosco».

[12] Varr. L.L. VII 8: «Sulla terra, si chiama templum il luogo delimitato con determinate formule al fine di trarvi i presagi o prendervi gli auspici. Le parole della formula non sono da per tutto le stesse. Quella usata sulla Rocca è la seguente: “Templi e luoghi augurali per me siano quelli dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a sinistra sia per me tempio e luogo augurale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a destra sia per me tempio e luogo augurale. Lo spazio racchiuso fra questi punti ho inteso realmente indicare nel modo rituale per direzione, visione e intuizione della mente”. Nella delimitazione di questo tempio appare chiaro che gli alberi sono costituiti come suoi confini e che dentro i limiti da loro segnati sono chiusi gli spazi in cui gli occhi possono scrutare, vale a dire in cui tueamur (guardiamo), da cui deriva il sostantivo templum e il verbo contemplare».

[13] Vitr. IV 1, 8-10: «A quanto si ricorda tale tipo di capitello ha avuto questa origine: una giovane di Corinto si ammalò quand’era già in età da marito e morì. Dopo le esequie la sua nutrice raccolse e mise dentro un cestello gli oggetti che in vita la fanciulla aveva avuti più sacri e portatili sulla tomba li dispose là in cima proteggendoli con una tegola perché potesse durare più a lungo all’aperto. Casualmente questo cesto era stato deposto sopra una radice di acanto che premuta al centro dal peso del cestello fece sbocciare in primavera foglie e teneri steli; questi crescendo ai lati del canestro furono costretti a ripiegarsi in varie volute, una volta raggiunta la sommità, perché gli angoli sporgenti del tetto ne impedivano la crescita. Allora Callimaco […], passando davanti a quella tomba, notò il canestro e le tenere foglie che sbocciavano tutt’intorno. Piacevolmente colpito da quella nuova forma architettonica la riprese nella realizzazione dei capitelli delle colonne a Corinto e ne fissò l’insieme delle proporzioni, stabilendo i canoni per la realizzazione delle opere in stile corinzio».

[14] Lucan. III 426 sgg: «Cesare proprio questo bosco ordina di abbattere a colpi di scure: indenne da guerre precedenti, sorgeva fittissimo vicino alle fortificazioni, tra monti spogli. Ma le mani dei più forti soldati esitarono, intimoriti dalla orrida maestà del luogo, temevano che le scuri sarebbero rimbalzate indietro se avessero profanato i sacri alberi».

[15] Caes. B.G. VI 24–25: «La selva Ercinia, della quale mi risulta abbia sentito parlare Eratostene […]. La selva Ercinia, di cui prima abbiamo parlato, si estende in larghezza per nove giorni di marcia, viaggiando senza le salmerie; non è possibile determinarne l’ampiezza in altro modo, perché i Germani non conoscono le misure per le distanze. Inizia dai territori degli Elvezi, dei Nemeti e dei Rauraci e, seguendo la direzione del fiume Danubio, raggiunge il paese dei Daci e degli Anarti. Di qua volge a sinistra, in regioni lontane dal fiume, toccando per la sua vastità le terre di molti popoli. Non c’è nessuno di questa parte della Germania che affermi di essere giunto agli estremi limiti di questa selva, pur avanzando per sessanta giorni di cammino, o che sappia da dove essa abbia inizio. Si sa che vi nascono molte specie di animali, che non compaiono in altri luoghi.

[16] Amm. Marc. XVII 8–9: «Dopo aver avanzato per circa dieci miglia, giunti ad una selva spaventosa per l’aspetto orrido e tenebroso, il comandante s’arrestò ed a lungo indugiò […]. Tuttavia, tutti i nostri osarono avvicinarsi con grande coraggio, ma trovarono i sentieri bloccati da elci e frassini abbattuti e da grossi tronchi di abeti».

[17] Julian. Frag.: «Ci affrettammo verso la Foresta Ercinia e mi trovai di fronte ad un qualcosa di strano e portentoso. In ogni caso, non esito ad affermare che nulla del genere sia mai stato visto nell’impero romano, almeno per quanto ne sappiamo. Ma se qualcuno ritiene che la Selva Tessalica o le Termopili o il grande e remoto Tauro siano invalicabili, lasciate che gli dica che per difficoltà di approccio son davvero banali rispetto alla Foresta Ercinia».

[18] Plin. Nat. Hist. XVI 6: «Sempre nelle regioni settentrionali la selva Ercinia con le sue querce di enormi dimensioni – lasciate intatte dal trascorrere del tempo e originate insieme col mondo – è di gran lunga, per questa sua condizione quasi immortale, il fenomeno più stupefacente. Per non stare a menzionare altri fatti che non suonerebbero credibili, risulta effettivamente che le radici, arrivando a far forza l’una contro l’altra e spingendosi indietro, sollevano delle colline; oppure se il terreno non le segue spostandosi, si incurvano fino all’altezza dei rami e formano degli archi a contrasto come portali spalancati, tanto da lasciare il passaggio a degli squadroni di cavalleria». Strabo VII 1, 5: «La foresta Ercinia non è solo molto intricata, ma ha anche enormi alberi e comprende un vasto all’interno di regioni fortificate dalla natura».

[19] Flor. V 8: «Allora Fiesole era ciò che, or non è molto era Carre, il bosco di Aricia ciò che è la selva Ercinia, Fregelle Gesoriaco, il Tevere l’Eufrate».

[20] Liv. IX 36–38: «In quel tempo la selva Ciminia era più impervia e spaventosa di quanto non siano di recente sembrate le foreste della Germania, e fino ad allora non l’aveva mai attraversata nessuno, nemmeno dei mercanti. E quasi nessuno, fatta eccezione per il comandante in persona, aveva il coraggio di addentrarvisi […] erano arrivati casualmente cinque delegati e due tribuni della plebe per comunicare a Fabio l’ordine del senato di non attraversare la selva Ciminia […] Alcuni autori sostengono che questa battaglia tanto gloriosa fu combattuta al di là della selva Ciminia nei pressi di Perugia, e che a Roma si stette in grande ansia,  a notizia che Quinto Fabio si era addentrato nella selva Ciminia, così come aveva tenuto Roma in apprensione, allo stesso modo era stata motivo di tripudio per i Sanniti, per i quali era come se l’esercito romano, tagliato fuori dalla patria, si trovasse in stato d’assedio». Flor. XII 17: «La foresta Ciminia in mezzo tra noi e loro, in quel tempo impraticabile quasi come la selva Caledonia o Ercinia, allora incuteva tanto terrore che il senato aveva ordinato al console di non osar affrontare un sì grande pericolo».

[21] Strabo V 4, 4: «All’interno di questo golfo si trova una foresta di arbusti, estesa molti stadi, priva di acqua e sabbiosa, chiamata Selva Gallinaria. Qui si unirono ai pirati gli ammiragli di Sesto Pompeo, quando questi sollevò la Sicilia contro Roma». Iuv. III 306: «Tutte le volte, infatti, che la palude Pontina e la pineta Gallinaria sono presidiate da guardie armate, i briganti si riversano a Roma, come se fosse una riserva». Cic. Ad fam. IX 23: «Ieri giunsi nel Cumano, domani forse giungerò da te; ma, come certamente saprai, ti informerò tra un po’. Del resto, Marco Cepario, poiché mi venne incontro nella selva Gallinaria […]».

[22] Verg. Buc. X 42: «Tu, lontano dalla patria – come vorrei non credere a tanto! – sulle Alpi, ahimè, le nevi e il rigido gelo del Reno senza di me, sola, contempli. Ah, che il gelo non ti nuoccia! Ah, che a te le lame del ghiaccio le tenere piante dei piedi non fendano!». Hymn. ad Pan: «[…] le cime delle impervie rupi, accessibili solo alle capre, invocando Pan, il dio dei pascoli […] che regna su tutte le alture nevose e sulle vette dei monti, e sugli aspri sentieri […] fra rupi inaccessibili […]. Montagna, madre di bestie selvagge».

[23] Plin. Nat. Hist. XXXIII: «[…] per soddisfare una cieca stoltezza, si procurano il ferro, che è anche più apprezzato dell’oro in tempi di guerre e di stragi. Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra e viviamo sopra le cavità che vi abbiamo prodotto, meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi o si metta a tremare come se, in verità, non potesse esprimersi così l’indignazione della nostra sacra genitrice. Penetriamo nelle sue viscere e cerchiamo ricchezze nella sede dei Mani, quasi che fosse poco generosa e feconda là dove la calchiamo sotto i piedi. E fra tutti gli oggetti della nostra ricerca pochissimi sono destinati a produrre rimedi medicinali: quanti sono infatti quelli che scavano avendo come scopo la medicina? Anche questa tuttavia la terra ci fornisce sulla superficie, come ci fornisce i cereali, essa che è generosa e benevola in tutto ciò che ci è di giovamento. Le cose che ci rovinano e ci conducono agli inferi sono quelle che essa ha nascosto nel suo seno, cose che non si generano in un momento: per cui la nostra mente, proiettandosi nel vuoto, considera quando mai si finirà, nel corso dei secoli tutti, di esaurirla, fin dove potrà penetrare la nostra avidità. Quanto innocente, quanto felice, anzi persino raffinata sarebbe la nostra vita, se non altrove volgesse le sue brame, ma solo a ciò che si trova sulla superficie terrestre, solo – in breve – a ciò che le sta accanto!».

[24] Plin. Jr. Panegyr. 81: «Quale altro tipo di distensione tu infatti ti concedi se non battere scoscendimenti boscosi, stanare gli animali selvatici dai loro covili, sorpassare smisurate creste di monti, scalare picchi coperti di ghiaccio senza la collaborazione di una guida che ti porta la mano e ti tracci la via, e nel frattempo andare in devoto pellegrinaggio ai boschi sacri e venerarvi con zelo le divinità?».

[25] Rispettivamente, CIL XI 5215 e CIL XI 1941.

[26] Cat. Agr. 139-140: «Bisogna diradare un bosco sacro, secondo il costume romano, in questo modo: offrirai in espiazione un maiale, e pronuncerai queste parole: “Dio o dea che tu sia, a te cui è sacro questo bosco, poiché è tuo diritto ricevere in espiazione un maiale, perché si fa violenza a questo luogo sacro e per tutte queste cose, sia che io, sia che un altro, su mio comando, compia il sacrificio, perché questo sia giustamente compiuto, per questo motivo, nel presentare a te come offerta espiatoria questo maiale, io ti invoco con giuste invocazioni, perché sia benevolo e propizio a me, alla mia casa, alla mia servitù e ai miei figli: per questo ti sia gradito questo maiale immolato come offerta espiatoria”. Se volessi adibire a coltura il bosco, lo farai con un altro rito espiatorio, allo stesso modo indicato, aggiungendo in più “per poterlo mettere a coltura”. Ciò purché lo lavorerai tutti i giorni, almeno una parte; se lo avrai tralasciato per un giorno o saranno intervenuti giorni festivi pubblici o privati, farai un altro rito espiatorio».

[27] Serv. ad Aen. I 310.

[28] S. Panciera, La Lex Luci Spoletina e la legislazione sui boschi sacri in età romana, in Monteluco e i monti sacri. Atti dell’incontro di studio (Spoleto 1993), Spoleto 1994, pp. 25-46.

[29] Cic. Leg. II 8, 18 sgg: «Vi sono determinate espressioni legali, Quinto, non così antiquate come nelle vecchie XII tavole e nelle leggi sacrate, e pur tuttavia un po’ più arcaicizzanti di questa nostra conversazione, tali da assumere una maggiore autorità […] vi siano boschi sacri nelle campagne e sedi dei Lari».

[30] Liv. III 57: «[…] All’epoca non v’erano grandi ricchezze ed i riti venivano celebrati più con la devozione che non lo sfarzo». Plin. Nat. Hist. II 14: «Pertanto, dal mio punto di vista, è frutto di debolezza umana cercare l’immagine e la forma divina»; XXXIII 4 sgg: «Non era abbastanza, in effetti, aver trovato una sola malattia letale per la vita umana, se non avessero il loro valore anche gli umori purulenti dell’oro. L’avidità umana cercava l’argento; fu soddisfatta di aver scoperto, intanto, il minio, ed escogitò un uso di questa terra rossa. Ahimè, fertilità dei nostri ingegni, in quanti modi abbiamo accresciuto il prezzo delle cose! Vi si è aggiunta l’arte della pittura, e cesellandoli abbiamo reso più cari l’oro e l’argento. L’uomo ha imparato a sfidare la Natura. Gli stimoli dei vizi hanno alimentato anche l’arte». August. Civ. Dei IV 31: «[Varrone] Afferma anche che gli antichi Romani per più di centosettanta anni onorarono gli dèi senza gli idoli. E soggiunge: Se questa usanza fosse rimasta, gli dèi sarebbero considerati in senso più spirituale. A conferma del suo pensiero adduce, fra altre motivazioni, anche il popolo ebreo e non dubita di chiudere il passo in parola col dire che i primi i quali introdussero le statue degli dèi abolirono il timore nella loro città e accrebbero l’errore. Saggiamente pensa che data l’assurdità degli idoli gli dèi si possano facilmente disprezzare». Tac. Germ. 9, 2: «Per il resto reputano non conveniente alla grandezza degli dèi costringerli fra le pareti di un tempio o raffigurarli con fattezze umane: dunque consacrano loro boschi e foreste e chiamano con il nome di dèi quella entità misteriosa che solo la devozione religiosa rende percepibile».

[31] Plin. Nat. Hist. XVI 7: «Con le foglie di queste piante [querce] sono fatte le corone civiche, l’emblema più fulgido del valore militare […] Sono più importanti, queste, delle corone murali e vallari e di quelle d’oro, che pure hanno maggior valore venale; sono superiori anche alle corone rostrate». Verg. Aen. VI 771: «Quale gioventù! Quanta forza ostentano, osserva! Ma già portano sulle tempie ombreggiate la civica quercia». La corona civica era il riconoscimento per aver salvato la vita di un concittadino, mentre la muralis e la vallaris erano rispettivamente destinate al centurione che fosse arrivato per primo sulle mura di una città assediata e a quello che avesse superato le fortificazioni nemiche. La corona aurea fu istituita in età imperiale, mentre quella rostrata costituiva la decorazione per una vittoria navale.

[32] Plin. Nat. Hist. XXVIII 142: «Masurio ha riportato che gli antichi davano il massimo valore al grasso del lupo: e di conseguenza le spose novelle avevano l’usanza di ungere con esso gli stipiti delle porte per impedire l’ingresso a ogni mezzo di maleficio». Arnob. Adv. nat. III 25-26: «Alle unzioni presiede Unxia, allo scioglimento delle cinture Cinxia […] o straordinaria e singolare spiegazione della potenza degli dèi: se le soglie delle dimore maritali non fossero spalmate con grasso dalle spose, se i mariti non sciogliessero le cinture verginali, eccitati e incalzanti». Donat. in Terentii Hecyram I 2, 60: «Il vocabolo uxor deriva dall’ungere le soglie e dall’appendere la lana, perciò deriva dal fatto che le fanciulle quando si sposavano ungevano le soglie della casa del marito ed appendevano la lana». Isid. Orig. IX 7, 12: «Le uxores, ossia le mogli, sono così chiamate quasi a dire unxiores: anticamente, infatti, era costume che le giovani destinate al matrimonio, arrivate alla soglia della casa del futuro marito, prima di entrare, ornassero gli stipiti con bende di lana e li ungessero con olio. Da qui il nome uxores». Serv. in Aen. IV 458: «Apparteneva all’usanza che le fanciulle che si sposavano, non appena erano giunte davanti alla soglia della casa dello sposo, prima di oltrepassarla, come auspicio di castità, le ornavano con fasce di lana, per questo si dice “con bende di lana”, e le ungevano con olio, per questo scopo sono dette uxores, quasi “untrici”. Tuttavia, si dice che coloro che hanno scritto riguardo alle nozze tramandano che, quando una sposa novella è condotta nella casa del marito, è solita spalmare la soglia con grasso di lupo, poiché il grasso di questa fiera e le sue membra sono un rimedio per molte cose». La dea Unxia da esponente degli dii coniugales passò ad essere un semplice indigitamentum di Giunone. Cfr. Mart. Cap. Philol. et Mercur. II 149: «Le fanciulle nel giorno delle nozze devono invocarti [Iuno] come Iterduca e Domiduca, Unxia e Cinxia, perché tu protegga il loro viaggio e le conduca nelle dimore desiderate e, quando ungono gli stipiti, tu vi apponga un presagio favorevole e non le abbandoni quando depongono la cintura nel talamo». Anche il grasso di porco era utilizzato in questo modo, evidentemente con altri intenti; se quello di lupo serve a tenere lontano influenze negative, questo grasso, mutuato dalla grande prolificità del maiale, serve come augurio di fertilità. Cfr. Plin. Nat. Hist. XXVIII 135: «Veramente anche oggi, le spose novelle, al momento di entrare in casa, rispettano l’usanza di toccare con esso gli stipiti delle porte».

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Fascino greco e “attualità” romana: la conquista di una nuova architettura

di A. D’Alessio, in AA.VV., I giorni di Roma. L’età della conquista, Ginevra-Milano 2010, pp. 49-62.

 

L’“età della conquista” – ovvero il progressivo allargamento del dominio di Roma su tutto il bacino del Mediterraneo fra la metà circa del III e il I secolo a.C. – rappresenta come noto una fase storica affatto “rivoluzionaria” anche nel campo dell’architettura antica. Nella fattispecie, un prolungato passaggio epocale denso di sperimentazioni e acquisizioni tecniche, ingegneristiche e ovviamente “tipologiche” e formali, che si riveleranno altamente formative per i progressi e i successivi sviluppi dell’architettura romana e i cui caratteri costitutivi resteranno a fondamento dell’”arte del costruire” presso l’intera civiltà occidentale (e non solo). Il formidabile intensificarsi, specie negli ultimi due secoli a.C., dei contatti e rapporti di osmosi culturale fra i Romani e le altre genti italiche da un lato e il mondo greco e orientale dall’altro, ebbe infatti a giocare un ruolo determinante nel processo di insorgenza della nuova architettura di età ellenistico-romana, laddove il termine “ellenismo” identifica un fenomeno tanto vasto e trasversale da riassumere perfettamente quel concetto di “mescolanza culturale” che sta alla base della celebre formulazione di Droysen, individuando probabilmente il primo anelito nella storia di “globalizzazione” antropologica.

Due milites antesignani contro la cavalleria achea (146 a.C.). Illustrazione di A. McBride.

Due milites antesignani contro la cavalleria achea (146 a.C.). Illustrazione di A. McBride.

 

In tal senso, se acculturazione può voler dire ricezione e accettazione da parte di una civiltà dominante (nel caso specifico quella di Roma) di temi, concetti e cosiddetti modelli culturali che emanano da una civiltà sottoposta a conquista (in altre parole, per quanto qui direttamente interessa, il fascino esercitato dalla Grecia e dal mondo greco-ellenistico nella sua accezione più ampia), ebbene ciò che ne consegue – e che certamente ne conseguì allora –, è graduale, seppur faticoso costituirsi di un pluralismo culturale che alimenta una sorta di “meta-livello” della coscienza e della riflessione culturale medesima, entro e a partire dal quale si assiste alla comparsa di una civiltà “nuova” e che può definirsi intensificata (Gehlen; Assmann). In altre parole, quando due o più gruppi etnici marcatamente diversificati (due o più ethnicities) vengono a scontrarsi/incontrarsi e a fondersi in strutture geo/etnopolitiche immensamente più grandi e complesse di quelle originarie, in seguito a conquiste, migrazioni o sovrapposizioni anche reciproche come quelle ingenerate dall’espansionismo romano, i processi integrativi e acculturativi che inevitabilmente ne derivavano fanno sì che la cultura dominante consegua una propria validità transetnica e s’intensifichi, appunto, in una civiltà di livello “superiore” – nel senso ovviamente di sintesi, storicamente indotta, di preesistenti condizioni date. D’altra parte, ovunque la nascita delle grandi civiltà del passato ha prodotto l’apparire di forme politiche, istituzionali, economiche e socio-culturali precedentemente inedite, cosicché anche le relative manifestazioni linguistico-letterarie, artistiche e dell’architettura vi concorrono alla caratterizzazione di un’accresciuta e più composita dimensione identitaria.

Acculturazione, tuttavia, può significare non soltanto, o non semplicemente, passaggio o scambio osmotico da una cultura all’altra, bensì anche uno «spogliarsi – dal punto di vista della civiltà dominante e d’arrivo di determinati stimoli e apporti – della natura selvaggia per rivestirsi di umanità» (Pfeiffer), in linea con quell’opposizione dei concetti di feritas e humanitas (cfr. Cicerone, De officiis, III 32; De oratore, I 33; De legibus, II 36) che proprio in età romana si afferma come superamento dell’antico contrasto tra grecità e barbarie, denotando qui peraltro una suggestiva assonanza con il celebre adagio oraziano del Graecia capta la quale ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio (Epistole, II 1, 156). Ciononostante, per quanto concerne le espressioni artistiche e soprattutto dell’architettura ellenistico-romana, il discorso è ben più ampio e articolato di quanto non traspaia da un’approssimativa lettura, «in un certo qual modo banalizzante rispetto al processo di ricezione della cultura greca» a Roma (La Rocca), del motto Graecia capta. E ciò – possiamo affermare oggi con certezza dopo le tante riflessioni al riguardo dell’ultimo cinquantennio – in più direzioni di analisi. Non fosse altro per il fatto che la chiara e decisiva presa di coscienza di sé e dell’uomo che la Grecia insegnò a Roma sin dall’età arcaica, di contro alla mitica instabilità (e feritas) dell’inconscio preistorico italico (da cui appunto il dispiegarsi dell’humanitas romana), servì poi a Roma al perseguimento di tendenze e risultati anche molto diversi e persino opposti a quelli greci, fino ad includere nella propria compagine stessa “barbarie” e tutto l’immenso mondo che la Grecia aveva invece sempre e volutamente alienato da sé.

Il cosiddetto «Sarcofago delle Amazzoni», (lato 2). Un guerriero greco soccombe sotto i colpi delle Amazzoni, da Tarquinia. 400-340 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Il cosiddetto «Sarcofago delle Amazzoni», (lato 2). Un guerriero greco soccombe sotto i colpi delle Amazzoni, da Tarquinia. 400-340 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

 

D’altro canto, uno dei condizionamenti che ha più pesato negli studi di antichistica sul mondo romano-italico è stato pur quello di averne considerato troppo a lungo le manifestazioni artistiche e architettoniche del periodo in esame quali «semplici epifenomeni della cultura ellenistica» (Coarelli), visione questa profondamente radicata nella storiografia ottocentesca e dei primi del Novecento. Per contrasto, segnatamente nei decenni a cavallo del secondo conflitto mondiale, si è reagito apertamente a tale assunto, giustamente rivendicando un grado di autonomia del patrimonio e repertorio figurativo e monumentale italico nel panorama della produzione contemporanea, che è andato poi sempre più definendosi e comprendendosi con il prosieguo delle ricerche, ma finendo talora per sovvertire diametralmente quella visione ellenocentrica al punto da sostituirla con un non meno ambiguo e pericoloso esclusivismo autoctonista. Nella sintesi odierna, ovviamente, nessuno penserebbe che possano esistere un’arte e un’architettura romana senza le plurisecolari esperienze della civiltà greca (e di presenza di “modelli” ellenici in Italia, da quello urbano all’architettura templare e domestica, si può parlare già per le fasi che precedono e/o seguono la “colonizzazione” greca arcaica), ma al contempo, anche le troppo abusate categorie dell’influenza, dell’imitazione e dell’importazione sic et simpliciter di cosiddetti prototipi concettuali e formali a Roma e in Italia sembrano ormai destinate a scomparire dal vocabolario delle discipline storico-archeologiche. Ed è in questo senso che pure le tradizionali periodizzazioni in “età medio/tardo-repubblicana” ed “età ellenistica” possono venire in pratica a coincidere, così come le dizioni di “consuetudo italica ellenizzata” o di “ellenizzazione delle forme” invalse per gli studi, specialmente di architettura, ci sembra debbano essere compiutamente riassorbite in quella di “architettura ellenistica romana” e “italica” o, più estesamente, di “ellenismo italico” (come parimenti di “ellenismo greco”, “magnogreco”, “asiatico”, “punico” e così via), alludendo con ciò alle specificità o interpretazioni o declinazioni locali di un fenomeno come detto tanto grande e trasversale quale fu l’ellenismo – glocal si direbbe oggi.

La questione, rilevante e spinosa anche per quel che attiene alla produzione monumentale dell’epoca, continua a vertere dunque sulla necessità di comprendere al meglio natura, modalità e tempi di “contaminazione”, finanche reciproca, tra le architettura di Roma e delle città italiche e i supposti antecedenti o paralleli nel mondo greco (alessandrino, microasiatico e insulare in particolar modo), tematica questa che sta ricevendo oggi una rinnovata attenzione e che s’intreccia indissolubilmente con quella del ruolo di Roma e degli altri centri della penisola nel più ampio e variegato processo di trasmissione e ricezione, ma anche di scambio ed elaborazione “autonoma” dei portati ellenistici e, più in generale, della circolazione delle idee, delle genti e dei “modelli” culturali nel bacino del Mediterraneo fra III e I secolo a.C. Come ben riassunto da F. Coarelli, il problema centrale nello studio del fenomeno di «acculturazione in senso ellenistico» della società romana e italica (la cosiddetta “ellenizzazione” appunto), non è infatti tanto quello dell’inizio del rapporto acculturativo, che è come detto ben più antico, oppure il ravvisavi lo svolgersi di flussi prevalentemente unidirezionali, quanto di riconoscerne e decifrarne correttamente le modalità e i livelli di estrinsecazione proprio all’insegna di quella commistione, fusione e dunque “mescolanza culturale” tra entità diverse che caratterizza l’ellenismo nel suo divenire storico. E soprattutto si tratta di individuare e circoscrivere al meglio tempi, luoghi e stadi di sviluppo del processo acculturativo (dalle fasi di assimilazione più convulsa e impetuosa a quelle di conservativa resistenza e infine di selezione e sintesi degli apporti culturali allogeni nei diversi ambiti di applicazione, come di tenere nel debito conto le scelte e le motivazioni dei soggetti che ne furono artefici e destinatari (in quanto esponenti delle comunità umane che “danno” e di quelle che tali apporti “ricevono”); e ancora di valutare attentamente le circostanze storiche precipue entro cui il processo maturò e venne concretizzandosi (condizioni politico-istituzionali, socio-economiche e finanziarie, ideologiche, di progresso tecnologico, e così via), senza peraltro disconoscere che quella del mondo antico è in ogni caso una realtà composita e ricca di contraddizioni. È evidente infatti che né la grecità nella sua straordinaria articolazione, né la società romana e italica nel suo progressivo stratificarsi e trasformarsi, rappresentavano dei blocchi monolitici, il che ovviamente incise sulle stesse dinamiche e sugli esiti acculturativi, prima, durante e dopo il loro verificarsi.

Glycon di Atene, Ercole Farnese. Copia romana in marmo del III secolo d.C. da un originale greco. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Glycon di Atene, Ercole Farnese. Copia romana in marmo del III secolo d.C. da un originale greco. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

La cultura, d’altra parte, non opera mai solo ed esclusivamente a favore dell’integrazione e unificazione, agendo anzi anche nel senso della distinzione e ripartizione di quanti vi partecipano in strati e “classi”, sovente nei termini di una differenziazione etologica che contrappone schemi e modelli comportamentali dei ceti superiori a quelli della massa. Ed è in questa divaricazione che la cultura, tanto più quella (o quelle) dell’antichità classica, può e finisce per costituire un fenomeno appannaggio dei ceti dominanti, sebbene questi non la concepiscano in assoluto come elitaria e contrapposta ad una popolare (da cui ad esempio il superamento, negli studi sulla civiltà romana, del preteso bipolarismo tra cosiddetta arte “colta” e cosiddetta arte “popolare” o “plebea”), ma come cultura tout court che l’élite avoca a sé e gestisce in vece della massa anche nell’ottica di organizzarne il consenso, laddove i ceti subalterni ne sono resi partecipi in quanto vengono (e vivono) “tematizzati” da essa. Peraltro, l’apparato materiale e simbolico derivato a una civiltà intensificata come fu quella romana già in età ellenistico/repubblicana, non poté più assolvere soltanto ai bisogni e alle funzioni antropologiche “primarie”, bensì dovette precocemente assumere il compito supplementare di stabilizzare di volta in volta – pagando ciò anche a caro prezzo – istanze, rivendicazioni e intenti delle rispettive formazioni politiche, strutture di potere e dell’intero corpo sociale (“classi” dirigenti e fazioni in seno alla nobilitas, plebe e proletariato urbano e rurale, esercito, ecc.) e inoltre di integrare una moltitudine di componenti etniche e socio-culturali più o meno eterogenee (dai socii e poi municipia italici alle popolazioni provinciali; in generale su questi aspetti si rimanda ancora ad Assmann).

È chiaro pertanto come in una civiltà e cultura così intensificata (o intensificatesi), via via ampliata in senso interlocale e transetnico, che si struttura “in alto” e “in basso” e “in centro” e “periferia”, anche l’architettura partecipi attivamente della sua temperie storica, di modo che una panoramica ancorché rapida sulle principali testimonianze monumentali di Roma (e non solo) del II e I secolo a.C. […] non potrà non tener conto del fatto che la sola categoria dello spazio edificato, per quanto di fondamentale importanza ai fini cognitivi, non esaurisce di per sé l’esperienza e conoscenza dell’architettura. È opinione comune, infatti, che l’architettura – possiamo affermare in ogni tempo e luogo – si inserisca entro un sistema sociale e culturale di cui esprime e condivide essa stessa i valori, stabilendo e ridefinendo man mano il suo palinsesto di regole e indirizzi coerentemente con la struttura materiale e di pensiero nella quale si riconosce (Arredi), tanto che il giudizio critico espresso su un dato manufatto o complesso architettonico presuppone sempre che esso sia caratterizzato da una pluralità di aspetti, funzioni e significati che ne dilatano enormemente l’interpretazione storica.

 

M. Cecilio Metello. Denario, Roma 127 a.C. Ar. 3,81 gr. Rovescio: M(arcus) Metellus Q(uincti) f(ilius). Scudo macedone con testa di elefante iscritta nel centro, contornato da una corona d’alloro.

M. Cecilio Metello. Denario, Roma 127 a.C. Ar. 3,81 gr. Rovescio: M(arcus) Metellus Q(uincti) f(ilius). Scudo macedone con testa di elefante iscritta nel centro, contornato da una corona d’alloro.

 

Entrando dunque nel merito della materia con una simile prospettiva, non sarà arduo riconoscere, anche a un lettore non esperto, come i più considerevoli e recenti sull’architettura di Roma e delle città italiche in età ellenistico/repubblicana (a cominciare dai fondamentali lavori di P. Gross) abbiano dovuto necessariamente contemplare tutta una serie di precondizioni essenziali e di fattori condeterminanti per gli sviluppi della produzione monumentale dell’epoca, i quali possono essere sostanzialmente riassunti come segue.

Le conquiste militari e il conseguente assoggettamento politico-istituzionale a Roma degli sterminati territori d’oltremare sia a Occidente (Hispania e Gallia) che nelle regioni già ricadenti sotto i regni ellenistici di Grecia e d’Oriente tra l’ultimo quarto del III e la metà circa del II secolo a.C. (dalle Guerre macedoniche e siriaca alla presa di Corinto), e poi ancora da questa data fin verso la metà del secolo successivo con la susseguente costituzione delle province di Macedonia, di Achaia e d’Africa (147/6 a.C.), e quindi d’Asia (129 a.C.), di Cyrenaica e Creta (75/4 e 66 a.C.), di Bithynia e Pontus (74 e 63 a.C.) e di Syria (62 a.C.), determinano l’afflusso a Roma e in Italia di un’impressionante quantità di ricchezza. Questa profusione si esprime sia in termini di bottini di guerra a immediato appannaggio dei generali romani vittoriosi e dei loro eserciti (ove militano anche gli alleati italici), sia nel drenaggio di risorse e materie prime fino ad allora inaccessibili e/o semisconosciute (si pensi ad esempio alle ricchissime miniere d’oro e d’argento della Macedonia o ai grandi giacimenti di marmo della Grecia continentale, delle isole e d’Asia Minore, oltre che dell’Africa), sia ancora e specialmente nella forma di un incessante arrivo in Italia di schiavi, il quale verrà a fornire una disponibilità di forza-lavoro senza precedenti nel mondo antico e che inciderà peraltro a fondo, a partire dagli anni successivi alla guerra annibalica, nelle radicali trasformazioni dell’assetto economico, produttivo e sociale della penisola e nella connessa organizzazione territoriale e urbana. A tutto ciò si sommano e si collegano strettamente il regime di tassazione supplementare imposto da Roma alle popolazioni sottomesse, e anzitutto la straordinaria apertura dei traffici commerciali e dei mercati in tutto il bacino del Mediterraneo e nell’Egeo in particolar modo, lì dove si riversa una massa crescente di negotiatores e mercatores romani ed italici che hanno come noto a Delo, porto franco sin dal 167 a.C., la principale base operativa.

 

l. emilio paolo. denario, roma 146 a.c. r – trofeo con armi macedoni e prigionieri.

L. Emilio Lepido Paolo. Denario, Roma 62 a.C. Ar. 3,90 gr. Rovescio: Trofeo con armi macedoni e prigionieri. In exergo: Paullus.

 

Del controllo e della gestione di questo immenso surplus economico e finanziario si appropriano in massima parte, com’era del resto scontato, la “classe” dirigente e affaristico-imprenditoriale di Roma sotto forma di negotium privato e nello svolgimento delle funzioni di Stato (la nobilitas nella sua articolata composizione) e, quantunque in misura sensibilmente inferiore a quella, le aristocrazie e i ricchi possidenti e mercatores delle città alleate, il che condurrà a un’evidentissima ricaduta anche nel campo della produzione edilizia e monumentale dell’epoca: denaro e forza-lavoro “a costo-zero” (manodopera servile) rappresentano infatti i presupposti strutturali imprescindibili per l’insorgenza della nuova architettura ellenistico-romana. A contrappunto si pongono d’altro canto le imminenti necessità (alimentari e per così dire “di sede” e “di rappresentanza”) di una popolazione, quella di Roma in primis, che vede nel corso del II secolo e ancor più nel I un vertiginoso aumento demografico, di pari passo al processo di urbanizzazione che interessa tanto la capitale che i maggiori centri italici. Basti pensare a questo proposito al versamento nelle casse dell’erario effettuato nel 168 a.C. da L. Emilio Paolo, il vincitore di Perseo a Pidna, di ben trecento milioni di sesterzi prelevati dal bottino di guerra, a seguito del quale il popolo non fu più tenuto a pagare il tributum individuale per le spese belliche; oppure, per quanto concerne il finanziamento pubblico all’edilizia, alla somma accordata già ai censori del 179 a.C. per i cinque anni di carica quasi pari alle entrate dello Stato di un anno (Livio, XL 46, 16; 51, 2-7), mentre nel 169, quando l’introito complessivo era enormemente aumentato, i nuovi censori ne ebbero a disposizione circa la metà (Livio, XLIV 16, 9-11), in una crescita costante dell’allocazione di risorse nella relativa voce di spesa che prosegue per tutto il II secolo e agli inizi del successivo.

Statua romana detta ‘Atena Mattei’, copia romana da un originale di Cefisodoto del IV secolo a.C. in bronzo. Marmo, 230 cm, I secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi.

Statua romana detta ‘Atena Mattei’, copia romana da un originale di Cefisodoto del IV secolo a.C. in bronzo. Marmo, 230 cm, I secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi.

 

Tra i presupposti per così dire concettuali e formali (o sovrastrutturali) del fenomeno si deve invece annoverare, senza chiaramente sganciarne i riferimenti al quadro storico sopra indicato, la conoscenza sempre più vasta che i Romani e i socii italici vennero maturando del mondo altro di cui prendevano via via possesso. Una conoscenza che appare precocemente esprimersi nel senso della “ricezione”, o meglio della selezione, dell’assorbimento e della rielaborazione di un ampio ventaglio di temi e “modelli” comportamentali, intellettuali, estetici, stilistici e formali appunto – in una parola culturali –, i quali saranno di volta in volta prescelti e “funzionalmente” adattati alle particolari esigenze o rivendicazioni di quanti intesero fruirne (basti qui citare la figura di T. Quinzio Flaminino o il ruolo svolto dal circolo degli Scipioni agli esordi del II secolo e, successivamente, quello esercitato da altri personaggi colti e filelleni, seppur con diverse posizioni e sfumature di significato: da L. Emilio Paolo ancora a L. Mummio, da Scipione Emiliano a Q. Lutazio Catulo e a Pompeo, solo per ricordarne alcuni celebri). Non senza incorrere tuttavia in fasi di riflusso o di aperto contrasto e reazione anche violenta a un impatto della cultura ellenistica sulla società romana che taluni consideravano eversivo, in un bipolare e altalenante atteggiamento ravvisabile finanche in Catone (“italico” ed “ellenizzato” al tempo stesso), così come nell’“invenzione” dei prisci mores o nella costante riaffermazione del concetto di utilitas romano in contrapposizione alla luxuria asiatica.

Fra quei “modelli”, accanto alle maggiori correnti di pensiero (filosofiche e “scientifiche”) sorte in seno alla speculazione greca di età tardo-classica ed ellenistica, eppur guardate a Roma con notevole diffidenza, rientra come noto la ripresa e in un certo modo l’emulazione di comportamenti e schemi avvicinabili tanto alla manifestazione del potere presso le corti e nelle città dei regni ellenistici (la cultura asiatica in senso lato, di cui l’adeguamento del ritratto romano ai moduli dinastici dell’Oriente greco è solo un esempio), quanto e principalmente alle più alte espressioni culturali della vecchia Grecia, Atene in testa (la cultura neoattica), tutte componenti destinate a incidere marcatamente sull’immaginario e l’universo simbolico dei Romani. Così come l’assimilazione, concreta o virtuale, di uno straordinario patrimonio e repertorio sia letterario sia propriamente artistico (e dunque iconografico, stilistico e semantico), e ancora l’adozione, per quanto qui direttamente interessa, di “tipologie” e soluzioni architettoniche e urbanistiche cui si avrà modo di accennare in seguito, ma che possiamo subito dire concorrono, nell’originale interpretazione locale, allo stupefacente rinnovamento del volto di Roma e di tante città italiche.

Tutto ciò venne comunque a innestarsi su di un sostrato materiale e culturale squisitamente “autoctono”, cioè sopra una tradizione o struttura connettiva che sebbene avesse già attinto, come si è ricordato prima, a certe esperienze e conquiste della civiltà ellenica nei secoli precedenti (come pure dell’Etruria, del Lazio e della Magna Grecia), conservava in ogni caso intatte le proprie fondamenta di appartenenza e identità schiettamente romane: quelle cioè che consentivano al singolo – allora come sempre – di dire “noi”, in quanto tutto ciò che in ogni cultura lega gli individui al gruppo è appunto la struttura connettiva di un sentire, di un sapere e di un’immagine o rappresentazione di sé comuni.

Tempio di Vesta, a Roma.

Tempio di Vesta, a Roma.

 

Senza entrare nel merito di un discorso sì complesso, ma calandone piuttosto il senso nell’argomento in oggetto, basterà sottolineare ad esempio come nel campo dell’architettura sacra di Roma (e non solo), il tempio di tradizione etrusco-italica costituisse, e continuò praticamente sempre a costituire (almeno fino all’età alto-imperiale), la struttura formale privilegiata dell’edificio di culto. Nella sua rigida concezione di spazio “inaugurato” (templum), consacrato e organizzato in una pars antica occupata dal pronao e in una postica occupata dalla o dalle celle (con o senza alae), al cui interno alloggia la divinità (aedes), accessibile da un unico ingresso frontale e assiale e ancora elevato su alto podio (il tipico tempio prostilo), esso è infatti intimamente legato all’idea stessa che i Latini e altri popoli italici avevano dello spazio celeste, del mondo iperuranio e della sua proiezione in terra; e dunque alle attente prescrizioni in materia della normativa giuridico-religiosa e ai condizionamenti imposti dalle specifiche funzioni cultuali. Così, seppure non è da escludere che la medesima comparsa in area tirrenica del tempio italico in età tardo-arcaica derivasse dal contatto, pure di tipo acculturativo, con la Grecia – come dimostrerebbe il fatto che alcuni fra i più antichi edifici noti (tempio “B” di Pyrgi e tempio di Satricum nella sua seconda fase, entrambi con peristasi completa) paiono rappresentare una diretta filiazione del periptero greco (Coarelli) – , ebbene questa “assimilazione” assunse quasi subito o ben presto i caratteri della rielaborazione autonoma e dell’adattamento al sistema culturale locale, del tutto estraneo alla nozione di ambulatio intorno alla cella in quanto priva di fondamento rituale, tanto che già il tempio della triade capitolina a Roma (a meno che non fosse anch’esso un periptero, come è stato recentemente proposto da A. Sommella Mura) presentava sì colonnati lungo i fianchi, ma il lato posteriore chiuso, anticipando in tal modo l’altra categoria, pure tipicamente romana, del tempio peripteros sine postico che tanta fortuna avrà nei secoli a venire. E nel medesimo solco si pone anche l’elaborazione tra il II e il I secolo a.C., tramite l’applicazione di colonne incassate o semicolonne alle pareti della cella di un “normale” tempio prostilo, dello “pseudoperiptero” (si veda il tempio rettangolare sull’acropoli di Tivoli, il tempio sul Foro di Terracina, il tempio di Portuno nel Foro Boario a Roma), ulteriore soluzione localistica, composita e di “compromesso” con il periptero greco, ma di maggiore compiutezza e organicità formale rispetto al sine postico. Tutta latina è invece la creazione, ancora tra la metà del II e gli inizi del I secolo e dovuta a particolari vincoli di ordine spaziale e topografico nel contesto urbano, ma crediamo anche a motivazioni di natura cultuale di cui non si ha oggi percezione, del tempio “a cella trasversa”, cioè con il lato maggiore disposto trasversalmente al pronao, il quale assume di conseguenza l’aspetto di una sorta di vestibolo colonnato aggettante (tempio di Esculapio a Fregellae e di Diana a Nemi stando a Vitruvio, IV 8, 4, che allude tuttavia a un’improbabile derivazione del tipo dall’Eretteo e dall’Athenaion di Capo Sunio; templi tardo-repubblicani di Veiove sul Campidoglio, dei Castori in Circo, di Venere Vincitrice sul teatro di Pompeo, e ancora della Concordia al Foro Romano nella ricostruzione tiberiana).

Ricostruzione assiometrica del tempio di Concordia, Roma.

Ricostruzione assiometrica del tempio di Concordia, Roma.

 

 

Ora, questa persistenza e resistenza dei caratteri precipui dell’architettura sacra romana farà si che anche in età tardo-repubblicana il ricorso a planimetrie templari dichiaratamente greche o a esse allusive (indiscutibilmente nel tempio di Giove Statore nella porticus Metelli, nel tempio rotondo del Foro Boario, e si presume in quello di Marte in Circo nella seconda metà del II secolo; ipoteticamente invece in quelli più antichi di Venere Ericina del 181, di Hercules Musarum del 179 e della Fortuna Equestre del 173 a.C.; o ancora nelle formule “miste” del tempio dei Castori al Foro Romano del 117, dei templi “B” e “A” nell’area sacra di largo Argentina, di Iuno Sospita e di Spes al Foro Olitorio agli inizi del I secolo a.C., tutti su podio) stenti ad affermarsi con continuità, divenendo peraltro terreno di distinzione, contrapposizione e scontro in seno alla stessa nobilitas. Una resistenza e una contrapposizione che si estrinsecano parallelamente anche in altri requisiti degli edifici di culto, reciprocamente correlati e quasi mai scindibili dalle soluzioni planimetriche sopra indicate: dalle proporzioni date agli ordini (si veda il rapporto tra il diametro delle colonne e la larghezza degli intercolumni, sempre piuttosto ampia nella tradizione italica dei colonnati diastili o aerostili, a fronte delle più ristrette soluzioni sistile e picnostile in templi maggiormente aderenti ai modelli greci, o ancora il rapporto tra l’altezza delle colonne e degli architravi, generalmente più schiacciati rispetto ai “canoni” dello ionismo ellenistico ecc.), fino all’aspetto dei frontoni (che resteranno a lungo aperti e gremiti di fictiles deliciae) e specialmente nei materiali da costruzione, laddove il tufo in blocchi nelle strutture di fondazione e portanti (le trabeazioni in pietra entrano infatti in uso relativamente tardi, nel corso del II secolo), il legno nei sostegni e nella carpenteria, lo stucco e la terracotta nelle finiture architettoniche e decorazioni figurate determinavano la resa strutturale e materica consueta dell’architettura templare italica. Di contro, l’impiego del marmo “greco”, volutamente indice e sinonimo anch’esso di conquista e appropriazione (preda bellica) delle altrui risorse (si pensi alle tegole marmoree trafugate da Q. Fulvio Flacco dal tempio di Era Lacinia presso Crotone per la copertura del citato tempio della Fortuna Equestre, prima attestazione dell’uso del materiale a Roma), non sarà tuttavia mai preponderante prima dell’età imperiale – se è vero che Augusto potrà enfaticamente vantarsi di aver trovato una città fatta di mattoni e di averla lasciata, lui sì, di marmo.

Tempio di Ercole nel Foro Boario, a Roma.

Tempio di Ercole nel Foro Boario, a Roma.

 

Ovviamente, in questa notevole viscosità evolutiva dell’edilizia sacra (e non solo) di Roma pensavano anche e non poco la formazione e le attitudini dei progettisti e specie delle maestranze locali, inizialmente incapaci o comunque poco inclini a recepire forme e principi dell’architettura greca. Ma la straordinaria apertura di orizzonti nella mens romana, con le susseguenti scelte operate dai diversi committenti e l’afflusso sempre più massiccio di artigiani e maestranze d’origine greca dalla metà del II secolo in poi, favorirono una lenta ed inesorabile trasformazione delle decorazioni e dei partiti architettonici in senso ellenistico, come è dato osservare nell’introduzione dell’ordine corinzio e nella sua interpretazione corinzio-italica di ascendenza siceliota e magno-greca, nonostante gli esiti morfologici e stilistici che ne derivavano fossero ancora molto condizionati dall’uso delle pietre locali quali il tufo o il travertino.

L’utilizzo ricorrente e privilegiato dei materiali da costruzione “tradizionali” e il savoir-faire consolidato dei costruttori romani e italici – la cosiddetta consuetudo italica –, consentono di accennare d’altro canto a quella che fu in quest’epoca la vera “rivoluzione” tecnologica e concettuale dell’architettura romana, tale da fornire i presupposti teorici e spaziali al suo strabiliante sviluppo sia nel campo dell’edilizia monumentale pubblica che in quella privata (domus, villae, monumenti funerari, ecc.). Ci si riferisce chiaramente all’“invenzione”, maturata fra il tardo III e il II secolo a.C., del calcestruzzo (opus caementicium) e, più in particolare, alla sua diretta applicazione al sistema spingente (arco e volta) il quale si afferma parallelamente in tutto il suo potenziale tettonico; ovvero alle premesse tecniche, ingegneristiche (di “scienza delle costruzioni” diremmo) e quindi progettuali, di un balzo di progresso che riveste in generale nella storia dell’architettura un’importanza di proporzioni paragonabili solo a quelle del cemento armato o all’impiego dei materiali “di nuova generazione” in età moderna e contemporanea. Né si potrà ignorare come tali acquisizioni abbiano trovato origine e siano incorse in un prolifico impulso e grado di perfettibilità non solo (e anzi inizialmente nemmeno tanto) a Roma e nelle aree immediatamente circostanti, quanto nelle città e nei territori compresi tra il Lazio centro-meridionale e la Campania, dalla dorsale appenninica alla fascia costiera, lì dove un’inveterata sapienza costruttiva si coniugava perfettamente all’ampia disponibilità delle materie prime indispensabili alla preparazione della malta idraulica, quali il pulvis puteolanus (pozzolana dalla zona flegrea) e il calcare per la fabbricazione della calce (ad esempio i saxa calci coquendae aptissima di Terracina di cui si ha notizia in Pomponio Porfirione, Commentarii ai Sermoni di Orazio, I 5, 26), o ancora il tufo e di nuovo il calcare per ricavare i caementa (inerti). Dal che pure si evince il ruolo assolutamente centrale che queste aree geografiche, non di rado collegate ai più potenti gruppi dirigenti e imprenditoriali di Roma, ebbero a svolgere non solamente in ordine al contributo di ferro e sangue versato alla causa dell’espansionismo, ma nel processo stesso di rinnovamento della cultura artistica e dell’architettura del tempo, grazie appunto alla sperimentazione e all’affinamento delle nuove potenzialità tecniche ed espressive date dal calcestruzzo e dalla volta (quali consentiranno ad esempio la realizzazione dei celebri santuari terrazzati e sostruiti italici, con perfetto equilibrio tra le esigenze e categorie di spazio, funzione e integrazione paesaggistica), come all’adozione di “tipi” monumentali o di specifici elementi compositivi mutuati dai diversi ambiti del mondo greco-ellenistico (teatri, odeía, portici e quadriportici, peristili, macella, ecc.), accanto all’autonoma ideazione di edifici come gli anfiteatri o le terme (per le basiliche il discorso è più complesso) di cui pure si dotano, tra la metà circa del II e il I secolo a.C., le ricche città del Lazio e particolarmente della Campania come Capua, Pompei, Ercolano, Paestum, ecc.

Antefissa in terracotta policroma. Testa di Juno Sospita. 500 a.C. ca. Altes Museum di Berlino.

Antefissa in terracotta policroma. Testa di Juno Sospita. 500 a.C. ca. Altes Museum di Berlino.

 

Vi è tuttavia di più. L’“invenzione” dell’opera cementizia, e il suo utilizzo sempre più diffuso a partire dai decenni centrali del II secolo nelle strutture di fondazione, di elevato e in specie di copertura delle nuove costruzioni romane ed italiche, dovette altresì innescare una concatenazione di effetti la cui straordinaria portata non tarderà a palesarsi. Da un lato le formidabili possibilità offerte dalla nuova tecnica dei caementa in termini di semplificazione, replicabilità e celerità struttiva, ben sostenute altresì dal volano del modo di produzione schiavistico, inducono una vertiginosa contrazione dei tempi di realizzazione delle opere (si pensi qui solo alla relativa rapidità con cui furono portate a compimento l’integrale ristrutturazione del santuario della Magna Mater a Roma tra il 106 e il 100,  l’edificazione del Tabularium tra gli anni ottanta e settanta del I secolo, la costruzione del teatro e del quadriportico di Pompeo dal 61 al 55 a.C., o ancora alla realizzazione dei grandi santuari della Fortuna Primigenia a Palestrina, del Monte Sant’Angelo a Terracina e di Ercole Vincitore a Tivoli tra l’ultimo quarto del II e il I secolo a.C.). Contestualmente, si assiste a una progressiva “standardizzazione” del lavoro in ogni sua fase (dal reperimento alla trasformazione dei materiali da costruzione, dall’organizzazione dei cantieri al collaudo delle opere) che si ripercuote tanto nella moltiplicazione ed “economicità” di esecuzione delle imprese edilizie, quanto nell’affinamento e nello sviluppo di ulteriori procedimenti e tecniche di cui il “passaggio” dall’opera incerta all’opera reticolata nella finitura dei paramenti a fine II-inizi I secolo rappresenta forse l’aggiornamento più significativo.

E d’altra parte – esito questo sì assolutamente rivoluzionario – la capacità ora acquisita grazie all’impiego e all’associazione del calcestruzzo ai sistemi voltati per le coperture e/o il sostegno (sostruzione cava) degli edifici, di estendere, dilatare, plasmare, in poche parole di organizzare lo spazio architettonico, di appropriarsene a tutti gli effetti realizzandolo e funzionalizzandolo come mai era stato possibile prima di allora, individua il vero presupposto fondante per il costituirsi di un linguaggio architettonico inedito e che segna uno scarto decisivo rispetto alle pur imprescindibili conquiste dell’architettura greca. Anzi è la nuova architettura che si fa carico ora di amplificare e portare semmai alle estreme conseguenze quanto era in quella in nuce. L’adozione di schemi costruttivi non rettilinei, quali erano invece propri della Grecia classica ed ellenistica, ma appunto curvilinei (pur quando dissimulati dal sistema trilitico degli ordini), rivela infatti un primum, un senso della forma, che consente di mettere in valore la tecnica stessa del cementizio e identifica in sostanza la peculiare volontà romana di espressione e totalità spaziale. Ed è questa che denota il significato propriamente architettonico delle costruzioni romane, laddove l’accento è posto ora non sull’elemento, alla maniera greca (uso di grandi blocchi autoreggentisi, nelle murature come negli ordini), bensì sul legamento e nesso sintattico tra le parti, cioè su un’unità complessiva della fabbrica che soggiace ai concetti stessi vitruviani di firmitas e utilitas, come a quelli di venustas e concinnitas (bellezza ed eleganza) in quanto rispondenti a un principio estetico di symmetria che interessa «la reciproca relazione tra le membra e la consonanza tra le parti e il tutto» (Panofsky).

 

Ricostruzione del santuario di Satricum alla fine del VI secolo a.C.

Ricostruzione del santuario di Satricum alla fine del VI secolo a.C.

 

Di qui non stupisce dunque come il progresso tecnologico rappresentato dall’opus caementicium e dalla volta abbia rapidamente influito sulla moltiplicazione e sui requisiti medesimi delle opere monumentali e delle infrastrutture che già dai decenni iniziali del II secolo vanno popolando Roma e gli altri centri italici, in termini di celerità di costruzione come detto, ma anche di solidità, funzionalità e ancora di accrescimento del valore qualitativo dello scenario urbano. Le esigenze dettate dal forte incremento demografico (in primis alimentari e dunque annonarie) e l’opportunità di conferire all’Urbe un aspetto maggiormente consono al nuovo status di città-capitale ellenistica, determinano così un incremento notevolissimo della produzione edilizia in ogni suo ambito. Non soltanto l’architettura templare ne è investita (nonostante una scarsa permeabilità ai cambiamenti, come visto, che non impedisce tuttavia che almeno i podi, le strutture di sostegno e altri annessi dei templi vengano ora realizzati in calcestruzzo), ma specialmente quella civile e delle infrastrutture quali gli impianti portuali e i ponti, gli acquedotti (aqua Marcia del 144-142 e aqua Tepula del 125), gli horrea e magazzini (horrea Galbana della fine del II e Lolliana della metà circa del I secolo) ecc., in un exploit del fenomeno che coinvolge anche la sistemazione delle reti stradali e viarie (viadotti, viae tectae e fornices-ambulacri) e che ha forse in quest’epoca, prima ancora che nel Tabularium, la più tangibile testimonianza nel grande edificio in opera cementizia e incerta del Testaccio, immensa costruzione di 487×60 metri (pari a una superficie di quasi 30.000 m2) costituita da una lunghissima schiera composta da cinquanta file di vani paralleli voltati a botte e disposti su quattro livelli decrescenti in direzione del Tevere: già identificati con la porticus Aemilia del 174 a.C., i suoi resti sono da attribuire invece a un impianto utilitario della (seconda) metà del II secolo o poco oltre (forse i Navalia?).

 

Ricostruzione grafica del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, II secolo a.C.

Ricostruzione grafica del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, II secolo a.C.

 

Fuori Roma la tecnica dei caementa e il connesso impiego della sostruzione cava producono del resto esiti forse ancor più monumentali, quali si ravvisano di nuovo nell’allestimento dei grandi complessi santuariali e civici del Lazio, della Campania o del Sannio, in linea con il processo di rinnovamento edilizio e urbano che interessa tanti centri nei decenni precedenti e successivi alla guerra sociale e che prende frequentemente le mosse proprio dalla rivisitazione della sfera del sacro: santuari della Fortuna Primigenia a Palestrina, di Ercole Vincitore a Tivoli, di Diana a Nemi, di Iuno Sospita a Lanuvio, del Monte Sant’Angelo a Terracina, di Apollo ad clivum Fundanum, di Venere a Pompei, di Ercole Curino a Sulmona ecc.; e ancora, avancorpo e cosiddetto Mercato dell’acropoli di Ferentino, sostruzioni forensi, periforensi o genericamente urbane ad Anagni, a Cori, di nuovo a Palestrina, a Tivoli e a Terracina, a Segni, a Sezze, a Sessa Aurunca, a Teano, a Pozzuoli e a Pompei, solo per citare i casi più noti. Lo stesso può dirsi per la costruzione, sempre in questo periodo, degli edifici per spettacolo come gli anfiteatri (a Capua, Cales, Cuma, Literno, Pozzuoli, Pompei, Telesia), gli odeía (a Pompei) e i teatri (a Teano, Pompei, Capua, Cales, ecc.), quando invece a Roma, a causa delle forti resistenze “moralistiche” del Senato e di una nobilitas forse preoccupata dal possibile insorgere di sedizioni popolari in questi luoghi, le rappresentazioni sceniche, che fossero connesse alla celebrazione dei culti come nel caso dei ludi Megalenses per la Magna Mater, o direttamente ascrivibili alla drammaturgia di Plauto, Terenzio o Pacuvio, continuarono per molto tempo a svolgersi in strutture provvisorie in legno. Tanto che si dovrà attendere l’edificazione di quello di Pompeo in Campo Marzio, con il millantato escamotage della cavea che fungeva da gradinata al tempio di Venere Vincitrice posto alla sommità, per ammirare il primo teatro stabile dell’Urbe: primo (e unico) esempio di complesso teatro-tempio sul genere di quelli allestiti nei santuari di Gabii, Palestrina, Tivoli, Pietrabbondante o Teano, a ulteriore dimostrazione della reinterpretazione italica degli apparati ellenistici (si vedano al riguardo i noti casi di Stratonicea e Delo). In termini generali, il pattern teatro-tempio costituisce infatti una significativa commistione di presupposti formali e funzionali squisitamente autoctoni, quali si osservano ad esempio nelle strutture comiziali di Roma e di altri centri della penisola (Cosa, Paestum), con altri di più chiara derivazione greco-orientale, finendo per dar vita a una sorta di pietrificazione degli originari luoghi di culto e incontro delle comunità italiche attorno all’area sacra (spazio effatum e consacrato).

 

Tempio 'B' identificato con l'Aedes Fortunae Huiusce Diei, dedicato da Q. Lutazio Catulo nel 101 a.C. per la sua vittoria contro i Cimbri ai Campi Raudii (Vercelli). Largo di Torre Argentina, Roma.

Tempio ‘B’ identificato con l’Aedes Fortunae Huiusce Diei, dedicato da Q. Lutazio Catulo nel 101 a.C. per la sua vittoria contro i Cimbri ai Campi Raudii (Vercelli). Largo di Torre Argentina, Roma.

 

Un ultimo tassello resta da aggiungere al discorso, forse il più eloquente fra i fattori congiunturali e condeterminanti l’insorgere della nuova architettura ellenistico/romano-italica, e che in un certo senso li attraversa e riassume tutti storicizzandoli. Quanto si è fin qui evidenziato non sarebbe infatti compiutamente decifrabile se non si focalizzasse ancora l’attenzione sull’identità e la funzione esercitata dalle committenze nella produzione artistica e monumentale dell’epoca – a cominciare certamente da quelle di Roma nel loro veicolare interessi e rivendicazioni di blocco socio-economico e di potere. Edili, censori, pontefici, consoli, viri triumphales e quanti si trovavano in qualche misura a svolgere un compito decisionale in materia di edilizia pubblica, altri non erano che gli esponenti di una “classe” politica e dirigente del tutto incardinata nella struttura gentilizia della società romana, quella stessa nobilitas cioè (patrizia e poi anche plebea) che manteneva il controllo e l’indirizzo della res publica in Senato e tramite l’assunzione delle diverse cariche magistratuali e religiose. Conseguentemente, l’architettura nella Roma del tempo quale si esprimeva nelle forme del voto, della costruzione o ricostruzione e della dedica degli edifici (specialmente di culto) o di interi complessi monumentali, nell’allestimento delle infrastrutture di pubblica utilità, fino all’attuazione di programmi edilizi e urbani di ampio respiro, offriva alle élite dominanti uno straordinario terreno e strumento di autoaffermazione, catalizzando in sé temi e contenuti dello scontro tra factiones e favorendo la costruzione del consenso presso una popolazione enormemente cresciuta, come già detto, e percorsa da tensioni sociali che si faranno sempre più forti durante il I secolo. Attraverso l’architettura, singoli personaggi e gruppi di potere celebravano così la loro stirpe attualizzandone il passato glorioso (il potere, da sempre, si legittima retrospettivamente) ed esaltavano le loro gesta eternandone il ricordo (il potere si immortala prospettivamente), si narravano nello spazio e nel tempo e rivendicavano in definitiva un protagonismo sulla scena politica, culturale e della storia di Roma.

Resti del colonnato del Tempio di Spes, incastonati nella parete esterna della Basilica di San Nicola in Carcere, Roma.

Resti del colonnato del Tempio di Spes, incastonati nella parete esterna della Basilica di San Nicola in Carcere, Roma.

Una storia che nella prima metà del II secolo è largamente dominata dalla stella dei Cornelii Scipiones in un primo breve momento, e poi soprattutto da quella degli Aemilii, che con gli Scipiones finiranno del resto con l’imparentarsi. Dopo la presa di Siracusa nel 212 a.C. da parte di M. Claudio Marcello e la caduta di Taranto nel 209 per mano di Q. Fabio Massimo, eventi cui seguì un immediato e cospicuo afflusso a Roma di opere d’arte e altre “meraviglie” greche (tanto che Catone, strenuo difensore dei costumi aviti, poteva imputarne l’inizio della decadenza proprio alla conquista della città siceliota), toccò a personaggi, quali T. Quinzio Flaminino, M. Cecilio Metello, Scipione Africano appunto e altri, di farsi interpreti di un atteggiamento filellenico i cui riflessi non tarderanno a manifestarsi anche in architettura. Conclusa la guerra annibalica e inaugurata a tutti gli effetti la stagione di conquista del Mediterraneo orientale (una chiara eco se ne ha nell’accoglienza, in un’ottica di rivendicazione delle origini troiane di Roma, del culto della Magna Mater con la costruzione del tempio sul Palatino tra il 204 e il 191), la città si trova peraltro nell’impellente necessità di dotarsi di spazi e strutture oltre che di apparati monumentali e del decoro appropriati a una nuova veste imperialista. A tutto ciò pongono mano in rapida successione quanti si avvicendano nell’assunzione delle cariche dell’edilità e della censura, fra i quali gli Aemilii e i gruppi gentilizi a essi collegati, o finanche “antagonisti” come Catone o i Fulvii, rivestono una posizione di assoluto rilievo.

A partire dall’insignis aedilitas di M. Emilio Lepido e L. Emilio Paolo nel 193 a.C. prende così avvio una programmatica attività di potenziamento infrastrutturale e di radicale trasformazione della città e del gusto architettonico che si materializza in una serie di interventi di portata senza precedenti nell’Urbe, in una «progettualità globale che incide in modo profondo su tutte le forme, antiche o nuove, dell’architettura pubblica del tempo: templare […], forense […], annonaria e commerciale» (Zevi). È la Roma dei «resplendent Aemilii» (Syme, Wiseman), ma in cui trovano posto anche le notevoli imprese di altri illustri rappresentanti e interpreti dell’ideologia senatoria: dalle susseguenti sistemazioni dell’area capitolina (dove il fastigio del tempio di Giove fu decorato con dodici scudi dorati dagli stessi edili del 193 e ulteriormente abbellito poi da quadrighe, mentre nel 179 il censore Emilio Lepido procedette sia al restauro delle sue colonne e pareti che alla rimozione della zona circostante delle statue onorarie che l’affollavano, evidentemente con l’intento di trasformarla in luogo di glorificazione del suo lignaggio e di quelli alleati), all’avvio e prosecuzione degli imponenti lavori all’Emporio e al portus Tiberinus (in diretto collegamento con la creazione del porto di Pozzuoli) tra il 193, il 179 e la metà circa del secolo (cordonate di accesso al fiume, porticus extra portam Trigeminam, grande edificio in opera incerta del Testaccio e portici a porta Fontinali ad Martis aram, post Navalia et ad fanum Herculis e post Spei ad Tiberim); e ancora, dalla costruzione del tempio dei Lares Permarini in campo (votato nel 190 da L. Emilio Regillo, praetor navalis vincitore a Myonnesos durante la guerra contro Antioco III di Siria, e dedicato nel 179 dallo stesso Emilio Lepido insieme a quelli di Diana e di Giunone Regina, in una triplice esaltazione delle imprese della gens), all’allestimento della basilica forense sul lato nord-est della piazza da parte di M. Fulvio Nobiliore sempre nel 179 (la basilica Fulvia appunto, detta poi anch’essa Aemilia), mentre è possibile che Lepido o più tardi L. Emilio Paolo (nel 164) ne impiantasse un’altra sul lato sud-est, parallelamente ai lavori condotti al lacus Curtius e al lacus Iuturnae con la dedica del gruppo dei Dioscuri. Si trattava sicuramente di un edificio più grande e sontuoso della basilica Porcia, la prima costruita a Roma da M. Porcio Catone presso la Curia (dal 184) e che traeva già il nome e la funzione dalle attività giudiziarie e finanziarie precedentemente svolte negli atria posti lungo il Foro, e più in particolare dall’atrium Regium arcaico, mentre la forma (il tipo edilizio) derivava da una rielaborazione romana di modelli ellenistico-alessandrini. Appena dieci anni più tardi, inoltre, nel 169, una terza basilica (la Sempronia, poi sostituita dalla Iulia) fu costruita sul lato sud-ovest della piazza da Ti. Sempronio Gracco, padre di Tiberio e Gaio, sul sito della casa del suocero Scipione Africano. E ancora agli Aemilii può ascriversi la ricostruzione in pietra del pons Aemilius nel 142 a cura di P. Cornelio Scipione Emiliano, il quale avrebbe offerto anche un tempio a Hercules Victor al Foro Boario, votato forse durante l’assedio di Cartagine nel 147, e uno di Virtus dopo la conquista di Numanzia del 133, mentre il suo collega alla censura, il grande L. Mummio, si dedicava alla doratura dei soffitti del tempio di Giove.

tempio di portuno, foro boario, roma.

Tempio di Portuno, Foro Boario, Roma.

Il ruolo importantissimo giocato dagli Aemilii, accanto ai Fulvii, ai Metelli e a quanti altri (ad esempio Cornelio Cetego, Lucio Sternino o Acilio Glabrione) detengono il primato politico in quest’epoca, nel processo di trasformazione della città è insomma del tutto evidente. Erano pur sempre questi personaggi, d’altra parte, singole figure e/o interi lignaggi di più o meno antica tradizione come visto, a poter contare su una disponibilità fondiaria e finanziaria tale che si rivelava non solo nella proprietà dei terreni su cui sovente edificavano, ma anche nel possesso e nell’organizzazione delle cave estrattive di materiali da costruzione, del loro trasporto e smistamento, e specie nel controllo di vere e proprie squadre di redemptores operis, progettisti e maestranze che agivano al loro servizio, ovunque operando con il loro bagaglio di conoscenze e competenze tecniche.

Un bagaglio che risulterà via via più consistente e qualitativo di pari passo allo svolgersi delle campagne militari in Oriente, quando con i generali romani vittoriosi (imperatores e triumphatores) arriveranno a Roma non solo le enormi quantità di ricchezza derivate dai bottini di guerra e ampiamente reinvestite nell’ambito dell’edilizia (manubiae), ma anche un buon novero di intellettuali (si pensi a Polibio), di artisti e di artigiani (si veda Policle e la sua bottega) e di architetti greci: le cosiddette «premières générations d’architects hellénistiques à Rome». Fra questi ultimi, l’unico di cui ci sia stato tramandato il ricordo (da Cicerone e da Vitruvio) è certamente quell’Ermodoro di Salamina, cipriota già formatosi all’insegna delle innovative esperienze dell’architettura ionico-asiatica compiute da Ermogene di Alabanda a Magnesia (Artemision) e a Teos (tempio di Dioniso), giunto a Roma al seguito di Q. Cecilio Metello Macedonico e responsabile, a partire dalla metà del II secolo, della realizzazione della porticus Metelli appunto (146-143 a.C.) con il tempio di Giove Statore (un periptero o periptero sine postico di 6×11 colonne, il primo a Roma interamente in marmo), del tempio di Marte in Circo dedicato da D. Giunio Bruto Callaico nel 131 (pure in marmo pentelico, ionico e presumibilmente periptero di 6×9 colonne su crepidoma), e forse ancora dei Navalia (arsenale militare sul Tevere) e del tempio rotondo al Foro Boario (thólos su crepidine a venti colonne corinzie di marmo pentelico con basi attiche). È una svolta: si tratta infatti di edifici direttamente ispirati alle più aggiornate tendenze dell’epoca, tanto nell’adozione di “tipologie” planimetriche inedite nell’architettura templare di Roma, quanto nella relativa organizzazione formale e spaziale (si consideri che nel tempio di Giove Statore l’ampiezza degli intercolumni sui fianchi era secondo Vitruvio pari alla loro distanza dalla cella, in linea con le soluzioni elaborate da Ermogene), e i quali contribuiscono a far dell’Urbe in questo periodo (quello del revixit ars pliniano) «il più importante centro creativo dello ionismo ellenistico» (Gros). Edifici, inoltre, di aspetto e resa materica mai visti a Roma prima di allora e che rispecchiano la personalità e il gusto di committenti interessati a nuove e più incisive modalità di propaganda della loro immagine.

ricostruzione planimetrica della porticus metelli, con i templi di giove statore e di giunone regina (di pierre gros).

Ricostruzione planimetrica della Porticus Metelli, con i templi di Giove Statore e di Giunone Regina (di Pierre Gros).

 

La porticus Metelli ad esempio, nella sua rigida impostazione di spazio chiuso e recinto dall’enorme quadriportico a due navate (sorta di témenos), al centro del quale svettavano il magnifico tempio di Giove accanto a quello preesistente (del 179) e ora rifatto di Giunone Regina, oltre a costituire uno dei primi allestimenti del genere a Roma (dopo l’illustre precedente della porticus Octavia), offriva al contempo al Macedonico l’opportunità di procedere a un’immediata esposizione di opere d’arte e altre prede belliche (fra cui come noto la celebre turma lisippea raffigurante Alessandro Magno e i suoi compagni caduti al Granico), sul modello delle analoghe sistemazioni monumentali di ambiente ionico-asiatico (si veda ad esempio quella di Athena Nikephoros a Pergamo) e in funzione prettamente autocelebrativa e di propaganda elettorale, quella stessa che doveva portarlo al conseguimento del consolato nel 143. E fu forse questa impazienza di mostrare al pubblico i migliori pezzi del bottino della Macedonia a far sì che il portico venisse realizzato in peperino stuccato anziché in marmo come il tempio di Giove Statore, la costruzione del quale richiese infatti ancora alcuni anni (l’edificio fu dedicato solo nel 131, anno della censura di Metello). Il contrasto che ne risultò, se per un Greco poteva apparire oltremodo incongruo e inaccettabile, illustra in ogni caso bene la dimensione sincretistica, “ibrida” e di libera interpretazione, si può dire, che inizia a caratterizzare l’architettura romana. Un sincretismo e una commistione che si osservano anche in altri aspetti e dettagli degli edifici innalzati nell’area, ancora relativamente libera, del Campo Marzio meridionale (Circo Flaminio), lì dove il percorso seguito dai trionfi veniva ad essere ora scenograficamente scandito dalla presenza dei nuovi apparati monumentali: è infatti questo il momento in cui compaiono modi di realizzazione e trattamento degli ordini e delle decorazioni architettoniche diversi rispetto a quanto precedentemente in uso. In tal senso, la porticus Octavia qui allestita tra il 167 e il 165 a.C. dal praetor navalis e poi console Gn. Ottavio, personaggio di cultura profondamente ellenizzata, per celebrare la sua vittoria su Perseo di Macedonia, aveva aperto la strada: duplex e Corinthia a detta di Plinio (Naturalis Historia, XXXIV 13), quasi un sinonimo di luxuria, essa era dotata di capitelli rivestiti in bronzo e corinzi, forse già del tipo “normale”, con ogni probabilità prodotti in Grecia e trasportati a Roma. Questa prima apparizione dell’ordine, sebbene stenti a dar subito luogo a una prolifica continuità d’impiego, troverà in ogni caso conferma nel successivo tempio rotondo del Foro Boario (ultimo quarto del II secolo), che documenta il primo esempio conservato a Roma di uso di capitelli corinzi in marmo, pure questi d’importazione, di tipo appunto “normale” e la cui ortodossia di ispirazione orientale ben si coglie nelle proporzioni del calato molto slanciato e nelle foglie d’acanto rigogliose e morbide al tempo stesso, con nervature scanalate e lobi profondamente incavati. Qui inoltre, dov’è riconoscibile anche il lavoro di maestranze locali, ricorre forse la più antica attestazione di basi attiche, mentre nel tempio sotto San Salvatore in Campo, quello cioè di Marte in Circo, si osserva la presenza di basi lesbie (cosiddette Wulstbasen) che rappresentano un autentico unicum a Roma.

porticus aemilia, testaccio (roma).

Resti della Porticus Aemilia, sul Testaccio a Roma.

 

Siamo insomma di fronte a costruzioni dai tratti fortemente distintivi e innovativi, in certo qual modo “dirompenti” rispetto ai “canoni” della tradizione italica, e che seppur non produssero un’immediata e solida eredità formale (peripteri saranno comunque il tempio ionico di Iuno Sospita e quello dorico di Spes al Foro Olitorio dopo il rifacimento del 90 a.C., mentre quello adiacente e pure ionico di Giano assumerà l’aspetto del sine postico), lasciarono in ogni caso una profonda traccia sull’immaginario e il gusto dei Romani. Nonostante la “reazione” di stampo oligarchico e conservatore che ne seguì, particolarmente acuta negli anni successivi alla crisi graccana e riscontrabile a vari livelli della società romana (per quanto concerne la produzione monumentale si ricorda tra gli altri il nuovo tempio della Concordia eretto ai piedi del Campidoglio da L. Opimio nel 121 a.C., insieme alla costruzione di una nuova basilica nel Foro, tempio probabilmente prostilo, su alto podio e caratterizzato dal ricorso ai materiali “tradizionali” quali il tufo stuccato, il legno e la terracotta), l’attività di Ermodoro e delle maestranze greche che avevano operato a Roma avrebbe infatti lasciato il segno. Ovviamente non nell’ordine di una drastica cesura rispetto ai dettami della tradizione stessa – che come già detto era fisiologicamente incompatibile in quest’epoca –, quanto in termini di conoscenza e sperimentazione delle proposte e “tipologie” architettoniche di matrice greco-orientale e nel relativo innesto sui caratteri e nel repertorio della consuetudo romano-italica, con risultanze ibride ed eclettiche in grado poi di riemergere a seconda dei tempi e delle circostanze storiche precipue entro cui si troveranno ad agire i committenti. Fra questi, sono ancora i Cecilii Metelli e i loro alleati a tenere la scena tra la fine del II e gli inizi del I secolo, con un atteggiamento certo prudente, ma che non poteva ormai prescindere del tutto da quanto saggiato nei decenni precedenti: con la ricostruzione del tempio dei Castori al Foro da parte di Metello Dalmatico nel 117 a.C. ad esempio, edificio ottastilo e probabilmente periptero sine postico; con i contestuali interventi al lacus Iuturnae (dove è attestato il primo pioneristico impiego dell’opera reticolata); e ancora con il rifacimento del santuario del Palatino a opera del Numidico dopo l’incendio del 111 (tempio di Cibele esastilo corinzio e forse pseudoperiptero, e tempio esastilo sine postico della Vittoria), santuario la cui riorganizzazione appare ispirata da un orientamento progettuale decisamente innovativo, quale si riconosce sin nella disposizione della platea antistante i templi su sostruzione cava, in perfetta sintonia con le soluzioni adottate nei grandi santuari terrazzati italici.

ricostruzione della basilica aemilia (di christian hülsen).

Ricostruzione della Basilica Aemilia (di Christian Hülsen).

 

La fin de siècle segna in breve la compiuta accettazione del compromesso fra tradizione romana e apporto greco, come ben traspare dalla nota formulazione vitruviana (IV 8, 5) della Tuscanicorum et Graecorum operum communis ratiocinatio («sistema misto che dipende da tradizioni etrusche e greche») e di cui sono fulgida testimonianza adesso il tempio “B” nell’area sacra di largo Argentina da un lato, thólos periptera di diciotto colone su podio dedicata alla Fortuna huiusce diei (personificazione affine al Kairòs greco) dall’ottimate Q. Lutazio Catulo per esaudire il voto fatto prima della battaglia di Vercelli contro i Cimbri nel 101 a.C., e, dall’altro, il perduto tempio di Honos et Virtus votato nel corso della stessa guerra dall’antagonista di Catulo, l’homo novus C. Mario e innalzato sulla Velia. Nel primo edificio, componenti sincretistiche si ravvisano senza dubbio nell’adattamento del modello greco della thólos ai principi etrusco-italici dell’alto podio e dell’assialità, mentre per quanto riguarda i materiali impiegati, il tufo stuccato nei fusti ionici e il travertino nelle basi e nei capitelli corinzi si combinano con il marmo pentelico del fregio ionico a girali, che nella resa stilistica del cespo d’acanto denuncia inoltre una certa affinità con quella delle foglie nei capitelli stessi (Caprioli), dove il raddoppiamento dei caulicoli individua l’esito di una ricerca decorativa già avviata in Asia Minore fra III e II secolo (Gros).

Quanto sappiamo invece del tempio mariano di Honos et Virtus si deve essenzialmente alla descrizione datane da Vitruvio (III 2, 5 e VII praef., 17), che lo magnifica quale superba testimonianza della rigorosa applicazione dei principi dell’architettura ionica microasiatica al tradizionale schema italico, nonostante il ricorso esclusivo a materiali come il tufo. L’edificio, con ogni probabilità un periptero sine postico, perfetto nelle proporzioni e nell’elegante simmetria dei principali elementi costituivi (cella, colonne, architravi), fu realizzato dall’architetto Gaio Mucio, un Romano dunque, ma di formazione profondamente intrisa di cultura e prassi greca: a meno che non si debba pensare che fosse egli stesso un Greco, eventualmente giunto in Italia al seguito di un membro della familia dei Mucii Scaevola che aveva tenuto il governo d’Asia, dal quale avrebbe di conseguenza ottenuto la cittadinanza romana e il nomen. Un parziale riscontro a quest’ipotesi potrebbe venire dal recente rinvenimento a Segni (quindi in un contesto non urbano) di un ninfeo dove compare un’iscrizione in greco con la firma dell’architetto che lo costruì, un Quinto Mucio, consanguineo e forse fratello del progettista di Roma, la cui opera è stata suggestivamente adombrata anche in rapporto al santuario della Fortuna a Palestrina. Ora, l’emergere di questa dimensione schiettamente laziale e italica si sposa a perfezione con la figura di Mario e il suo tempio di Honos et Virtus. Onore e Virtù erano infatti le qualità personali e ideologiche orgogliosamente rivendicate dall’homo novus arpinate davanti agli ottimati, virtutes che ne apparentavano inoltre l’azione politica a quella dello schieramento “democratico” post-graccano e alle richieste sempre più pressanti degli equites da una parte (in materia di controllo delle corti de repetundis ad esempio, o di riscossione delle decime nella provincia d’Asia) e a quelle dell’esercito e dei socii italici dall’altra, fedeli alleati e compartecipi da decenni alle campagne di conquista, ma ancora esclusi dalla cittadinanza romana. Ed è esattamente in questa temperie storica, idealmente risalente fin quasi alla metà del II secolo, che si colloca quel rigoglioso «fiorire delle forme architettoniche nuove e monumentali» in area centro-italica (a partire dalla costruzione di molti dei grandi santuari sopra citati) che ricade oggi per l’appunto sotto la definizione di «architettura mariana» (Zevi), annoverando fra le sue molteplici concause la comprovata saldatura fra gli interessi e le istanze dei ceti dirigenti nelle città italiche e quella parte di nobilitas romana facente capo a vario titolo a personaggi o gentes quali gli Herennii, gli stessi Mucii Scaevola e altri, trovando infine il principale referente proprio in Mario. La sua sconfitta, pertanto, con le inevitabili conseguenze che essa ingenerò nel panorama politico e istituzionale della Repubblica, segnò così anche la disfatta di quegli stessi ceti e gruppi dirigenti e affaristici che nell’azione mariana e nell’ottenimento della civitas avevano sperato di conseguire vantaggi e concreti miglioramenti alla loro condizione di subalternità a Roma. Nonostante la concessione della cittadinanza e dello status di municipia ai centri italici dopo la guerra sociale, un intero segmento della società dell’epoca incontrava invece nelle confische e nelle repressioni ordinate da Silla in tante città leali a Mario il definitivo abbattimento delle sue aspirazioni libertarie.

Le sorti di Roma e della penisola, come quelle dell’architettura, restavano saldamente nelle mani di Silla e dell’oligarchia senatoria. Ai fedelissimi del grande dittatore spettò così l’assumersi l’onere, anche dopo la sua morte, dei nuovi interventi in campo edilizio ed urbanistico. Mentre nei municipia di recente istituzione si procedeva all’ammodernamento e alla dotazione funzionale e infrastrutturale delle sedi urbane, oltre che all’ampliamento o alla costruzione ex novo di vari complessi santuariali, a Roma si segnalano in particolare i grandi lavori condotti nel Foro (ripavimentazione della piazza, costruzione della nuova Curia e del nuovo tribunal pretorio da parte di C. Aurelio Cotta, riduzione del vecchio Comizio, ricostruzione della basilica Aemilia a cura di M. Emilio Lepido, ecc.), insieme alla ricostruzione del tempio di Giove Capitolino bruciato nell’incendio dell’83 e ridedicato nel 69 da Q. Lutazio Catulo, e la già menzionata realizzazione del Tabularium (archivio di Stato) con la sottostante substructio ai piedi del Campidoglio. Responsabile ne è lo stesso Lutazio Catulo, figlio del console del 101, già luogotenente di Silla e console a sua volta nel 78 a.C., mentre architetto è L. Cornelio, probabilmente ostiense e suo praefectus fabrum. Si tratta senza dubbio di una delle più impressionanti architetture dell’epoca, come risulta sin dall’intenzione, perfettamente riuscita, di unificare in un medesimo complesso monumentale le due cime retrostanti del Campidoglio e creare così un imponente prospetto sul Foro, dietro i templi di Saturno e della Concordia. La costruzione è interamente eseguita in pietra gabina e tufo dell’Aniene (di rivestimento all’opera cementizia) e consta della substructio (la sola conservata) di un gigantesco basamento lungo oltre settanta metri e internamente percorribile, al di sopra del quale si imposta un’enorme galleria voltata e aperta in facciata con una serie di arcate inquadrate da semicolonne doriche con capitelli e architrave in travertino: è la superba affermazione, per la prima volta a Roma (ma già presente altrove in Italia: si vedano santuari di Palestrina e Tivoli), del cosiddetto Theatermotiv, cioè appunto della soluzione dell’arco inquadrato dall’ordine che tanta fortuna avrà nell’architettura romana dei secoli a venire (basti pensare ai teatri appunto e agli anfiteatri). Di per sé già noto in ambiente greco-ellenistico, ma in applicazioni di secondaria importanza (per esempio nella facciata interna della corte della fonte Peirene a Corinto), il motivo viene invece subito adottato a Roma in un importantissimo edificio pubblico proprio per risolvere la tematica generale dell’inserimento dei sistemi voltati con proiezione esterna ad arco nell’ambito formale e prettamente decorativo del sistema trilitico degli ordini, episodio che segna l’esordio di una prassi destinata come detto a qualificare gran parte della successiva produzione romana e, di riflesso, quella che dal Rinascimento in poi vi farà a lungo riferimento (V. Franchetti Pardo).

Resti della parete del Tabularium, con sovrapposto il Palazzo dei Senatori.

Resti della parete del Tabularium, con sovrapposto il Palazzo dei Senatori.

Con il Tabularium, la sua perfezione tecnica e ingegneristica, il gigantismo della sua mole e il sistematico impiego del Theatermotiv, siamo dunque a una svolta ulteriore, quella stessa che consentirà di fissare e sintetizzare in forme e scale ormai decisamente monumentali le stesse esperienze di conciliazione tra apporto greco e tradizione italica che si andavano compiendo da più di un secolo. Dopo, sarà ancora la costruzione dell’enorme complesso pompeiano del Campo Marzio, con il teatro-tempio di Venere Vincitrice e il grande quadriportico retrostante, a riprendere e rilanciare il tema della porticus come spazio chiuso e dalle connotazioni fortemente autocelebrative già affaciatosi nell’architettura romana al tempo di Cn. Ottavio e Metello Macedonico, venendo di lì in avanti a offrire un modello di riferimento obbligato sia per il nuovo Foro di Cesare con il tempio di Venere Genitrice (mitica capostipite della gens Iulia), sia per gli immensi e splendidi fori innalzati dagli imperatori nei futuri giorni di Roma.

Brixia. Storia della città romana

di A. Valvo, Santa Giulia, Museo della città. L’età romana. La città – le iscrizioni, Milano 1998, pp. 11-14.

Statua della Vittoria Alata (particolare). Bronzo, I secolo. Brescia, Museo di Santa Giulia.

Statua della Vittoria Alata (particolare). Bronzo, I secolo. Brescia, Museo di Santa Giulia.

Tito Livio menziona Brescia e Verona come i principali insediamenti della popolazione dei Cenomàni, di origine celtica; Plinio il Vecchio aggiunge alle prime due anche Cremona; per il geografo Tolomeo il dominio dei Cenomàni si estendeva fino a Bergamo, Mantova e Trento. Il nome di Brescia (lat. Brixia) deriva da *brig-(e)s-ia (dalla radice, probabilmente ligure, bric-, «montagna tagliata a picco»). Altri nomi di centri della Gallia Cisalpina hanno la stessa etimologia: ad esempio, Brixellum (Brescello). Brescia è nota alle fonti letterarie, a partire dal I secolo a.C., come caput Cenomanorum («capitale dei Cenomàni»), sorta nelle vicinanze del fiume Mella; per Catullo essa è la «città madre» di Verona. È molto probabile che l’insediamento cenomàno fosse situato in posizione elevata (sul colle Cidneo) ma non si può escludere che si estendesse anche nel piano, come lasciano immaginare materiali di scavo di età preromana rinvenuti nell’area del foro, allora forse adibita a mercato. Prima che i Bresciani ricevessero, nell’89 a.C., il diritto latino e lo statuto di colonia, venendo così assimilati alle popolazioni latine e instaurando rapporti privilegiati con Roma (come si dirà più avanti), la storia di Brescia coincide sostanzialmente con la storia dei Cenomàni. Successivamente, la rapida e intensa romanizzazione della Cisalpina favorì la completa integrazione delle popolazioni di origine celtica e dei tanti immigrati di origine romana e italica che si erano insediati sul territorio padano. L’appartenenza originaria alla stirpe celtica rimase ancora evidente nell’onomastica degli indigeni e nei culti religiosi, sebbene le divinità celtiche subissero anch’esse un processo di romanizzazione attraverso l’attribuzione di caratteristiche proprie di divinità romane (la cosiddetta interpretatio romana).

 

I primi rapporti fra Romani e Cenomàni.

Lo storico Polibio racconta che nel 225 a.C. Veneti e Cenomàni accolsero di buon grado l’alleanza che veniva offerta loro dai Romani, prossimi a impegnarsi nella guerra contro le popolazioni galliche dell’Italia settentrionale. Questa alleanza, conclusa da parte romana per motivi strategici e dai Cenomàni nella speranza di estendere il loro dominio fino all’Adda a danno degli Insubri, stanziati più a occidente, costituisce il più antico rapporto di collaborazione fra Celti e Romani di cui si abbia notizia sicura. La successiva vittoria romana consentì ai Cenomàni di conseguire i vantaggi sperati: l’ampliamento del loro territorio e l’accrescimento del loro prestigio presso le popolazioni della Cisalpina e delle valli alpine. Per consolidare la conquista territoriale nel territorio gallico i Romani dedussero, nel 218 a.C., le colonie di Piacenza e di Cremona, una al di qua l’altra al di là del Po, entrambe di diritto latino (i coloni che ne facevano parte assumevano tutti lo status giuridico dei Latini). Questa decisione di stanziare dei coloni – sostanzialmente dei soldati, secondo la concezione che avevano i Romani di colonia – provocò reazioni negative presso le popolazioni della Cisalpina e anche presso i Cenomàni, nonostante i buoni rapporti che intercorrevano con Roma.

Alimentarono il malcontento delle popolazioni della Cisalpina emissari del cartaginese Annibale, che si preparava a portare la guerra in Italia e che sperava di ottenerne l’appoggio. I Cenomàni inizialmente rimasero fedeli a Roma, poi si staccarono da essa, senza tuttavia ribellarsi apertamente.

 

L’alleanza con Roma.

Dracma cenomane. Ar. 3,01 gr. (inizio II secolo a.C.). D. Testa femminile verso destra (forse una dea?). Conio di influenza massiliense.

Dracma cenomane. Ar. 3,01 gr. (inizio II secolo a.C.). D. Testa femminile verso destra (forse una dea?). Conio di influenza massiliense.

Fu alla fine della guerra annibalica, nel 201 a.C., che i Cenomàni, unite le loro forze a quelle degli altri popoli della Cisalpina, assalirono Piacenza, che fu conquistata, e Cremona, che invece resistette. Le operazioni militari condotte dai Romani in Cisalpina si conclusero con la vittoria definitiva su Insubri e Cenomàni nel 197. Questa data segna l’inizio di una stretta e leale collaborazione dei Cenomàni (e degli Insubri) con Roma, avviata e facilitata dalle miti condizioni di pace applicate dai vincitori. I Romani, contrariamente al loro costume, lasciavano integro il territorio delle popolazioni vinte, ne rispettavano la costituzione interna di carattere tribale e territoriale, consentivano di avere proprie forze armate e non imponevano alcun tributo. A cambiare in maniera definitiva le prospettive dei rapporti fra Roma e i Cenomàni fu, però, il formale trattato di alleanza (foedus) che i Romani conclusero con loro dopo il 194, facendoli passare allo stato di alleati (socii foederati). Si trattava degli alleati più settentrionali di Roma, ai quali era delegato il compito, assai delicato e strategicamente della massima importanza, di controllare ed eventualmente di affrontare le popolazioni settentrionali, sia quelle delle valli alpine, ancora primitive e dedite alla rapina, sia quelle che avrebbero potuto attraversare i valichi alpini e penetrare in Italia. Stava qui, probabilmente, la ragione di tanta benevolenza romana nei loro confronti.

 

La romanizzazione del territorio e la concessione del diritto latino (89 a.C.).

Ricostruire le vicende storiche dei Galli della Cisalpina (quindi dei Cenomàni e di Brescia, in particolare) è reso molto difficile dal completo silenzio delle fonti, soprattutto letterarie, intorno agli avvenimenti di quasi un secolo: fra il 187 e l’89 a.C. Il processo di romanizzazione, al quale le popolazioni della Cisalpina aderirono senza resistenze, maturò nel corso del II secolo a.C., favorito da scambi commerciali sempre più intensi, resi più facili dalle vie di comunicazione fluviali e lacuali e dalla costruzione di strade che univano Roma al settentrione della penisola (via Aemilia) e il mar Tirreno con l’Adriatico (via Postumia). Lungo queste vie di comunicazione transitavano eserciti in marcia ma anche mercanti di provenienza per lo più romana e italica; la vivacità dell’artigianato locale, la fertilità della terra e la bellezza naturale del territorio attiravano nuove presenze, soprattutto dall’Italia centrale e meridionale, e incoraggiavano l’impiego di capitali in attività agricole e commerciali. In questo modo, non appena si fu consolidata la presenza romana sul territorio, singoli o piccole comunità vi si stabilirono in forma definitiva. Il processo di romanizzazione ricevette ulteriore impulso nell’89 a.C. con la concessione del diritto latino (ius Latii) alle comunità italiche alleate – quindi anche ai Cenomàni – rimaste fedeli a Roma durante la guerra sociale (91-89 a.C.). Il diritto latino avvicinava alla cittadinanza romana e comportava dei vantaggi, consistenti soprattutto in alcuni diritti, come quello di trasferirsi a Roma e di diventarne cittadini col permesso dei censori.

Brixia ricevette anche lo statuto di colonia latina, sebbene non venisse effettuata alcuna deduzione di coloni: si trattava, nella realtà, di una finzione giuridica che conseguiva lo scopo di rendere capillare la romanizzazione del territorio italico. Allo statuto di colonia latina dovette seguire la centuriazione del territorio, cioè la suddivisione in lotti. Essi erano delimitati da linee ortogonali tra loro e seguivano un orientamento predeterminato (aderente all’orografia e all’idrografia del territorio). La suddivisione del terreno che risultava, dal caratteristico aspetto a reticolo, era regolare e veniva registrata in un catasto (forma). La centuriazione comportava opere di bonifica e diboscamento e conferiva al paesaggio un aspetto nuovo e ordinato che, per il territorio degli Insubri e dei Cenomàni (e, in generale, per la Gallia Cisalpina), è sostanzialmente quello attuale (nonostante le profonde alterazioni subite, soprattutto negli ultimi cinquant’anni). Essa portava con sé un incremento della produzione agricola e perciò del benessere economico.

Sul territorio bresciano vennero operate ben tre centuriazioni, in tempi successivi: l’ultima quando Brixia divenne colonia civica Augusta (prima dell’8 a.C.). Risale certamente al tempo dell’acquisizione del diritto latino l’organizzazione del diritto latino l’organizzazione urbana della città secondo un impianto costruttivo tipicamente romano, riconoscibile ancor oggi. Anche il santuario tardorepubblicano, del quale rimangono importanti resti sotto il capitolium di età flavia che domina l’area del foro, risale alla prima metà del I secolo a.C. (ma scavi recentissimi hanno accertato l’esistenza di un precedente edificio santuariale risalente al II secolo a.C.) ed è probabile che al I secolo a.C. risalga anche la prima cinta muraria edificata a difesa della città.

 

Dal diritto latino al conseguimento della cittadinanza romana (49 a.C.).

Al tempo della guerra civile tra Mario e Silla (88-82 a.C.) anche alla Gallia Cisalpina non furono risparmiati saccheggi e rovine. Dall’82-81, quando divenne provincia (Gallia Cisalpina), e fino al 42 a.C., quando il governo provinciale venne abolito da Ottaviano ed essa entrò a far parte del territorio italico, la Cisalpina fu governata militarmente da un magistrato romano, con grave limitazione dell’autonomia amministrativa della quale aveva goduto ampiamente fino a quel momento.

Nel 49 a.C., per la lex Roscia, tutti i Traspadani erano diventati cittadini romani. Promotore della concessione della cittadinanza fu Gaio Giulio Cesare. Egli aveva stabilito un rapporto di stretta collaborazione e di piena intesa con le élites della Transpadana, dalle quali aveva ottenuto l’appoggio necessario per continuare con successo la conquista gallica. Il legame con Cesare, nipote di Gaio Mario, e la presenza nella Transpadana di esuli mariani provenienti dall’Italia centrale, soprattutto dall’Etruria, alimentarono i sentimenti filo-cesariani, divenuti filo-ottavianei al tempo della guerra civile seguita all’uccisione di Cesare. È significativo che, ricevuta la cittadinanza, i Bresciani fossero ascritti alla tribus Fabia, a quanto pare la stessa del dittatore. Ai centri urbani della Transpadana, ora abituati da cittadini romani, venne dato lo statuto municipale (i cittadini erano detti municipes, perché si accollavano i munera, cioè i doveri propri dei cittadini). Le comunità locali conservavano la loro autonomia amministrativa ma si assumevano gli oneri dei cittadini romani (tra i quali il servizio legionario). Il governo municipale era tenuto da due quattuorviri iure dicundo (massime autorità locali, con potestà di amministrare la giustizia civile) coadiuvati da due quattuorviri aedilicia potestate (che curavano l’ordine pubblico, il mercato, la condizione delle strade eccetera). Quanto l’Italia settentrionale si fosse ormai integrata culturalmente nell’Italia romana lo testimoniano a sufficienza i personaggi di primo piano, protagonisti della vita letteraria (poesia, storia, biografia, eloquenza, filosofia) del I secolo a.C. provenienti dall’Italia settentrionale: Emilio Macro, Gaio Cassio Parmense, Gaio Cornelio Gallo, Marco Furio Bibaculo, Gaio Elvio Cinna, Publio Quintilio Varo, Gaio Valerio Catullo, Publio Virgilio Marone, Cornelio Nepote, Tito Livio e numerosi altri. Tra il 27 (anno in cui ricevette il titolo di “Augusto”) e l’anno 8 a.C. (termine cronologico fissato in base all’epigrafia) l’imperatore Augusto conferì a Brescia lo statuto ordinario di colonia civica Augusta cioè «colonia di cittadini (romani) fondata da Augusto».

 

La Gallia Cisalpina all'epoca di Augusto.

La Gallia Cisalpina all’epoca di Augusto.

 

Brescia, colonia civica Augusta.

Nell’età augustea Brescia colse nuove opportunità di crescita economica e culturale, come è attestato in maniera esauriente dal ricco materiale archeologico ed epigrafico, tra i più vasti ed interessanti dell’Italia settentrionale; quello epigrafico esteso cronologicamente soprattutto tra I e III secolo. Brescia, come si è detto, aveva assunto un importante ruolo strategico sia dal punto di vista economico e commerciale (vie di comunicazione, artigianato ed economia agricola) che politico e militare (avamposto verso le popolazioni e i valichi alpini, amministrazione delle comunità limitrofe e periferiche). La definitiva strutturazione urbana di Brescia risale all’età augustea e sarà ultimata al tempo di Tiberio (14-37 d.C.). Essa, oltre a dare la definitiva impronta di città romana, quale ancor oggi è dato di vedere, fornì alla popolazione bresciana i servizi indispensabili, data l’importanza assunta dalla sua vita associata e il suo sviluppo, organizzandone gli spazi urbani. Testimonianze epigrafiche e archeologiche attestano che il rifornimento idrico necessario era assicurato da un acquedotto che collegava Brescia alla val Trompia; l’acqua rappresentava, naturalmente, la prima esigenza per una città; l’abbondanza di essa consentiva di costruire fontane pubbliche e terme, oltre a garantire una migliore igiene. Forse è da attribuire ad Augusto anche la costruzione della definitiva cinta muraria della colonia, che si sarebbe resa indispensabile per difenderla dalle azioni di brigantaggio e dalle razzie compiute dalle popolazioni delle valli alpine prima di venire sottomesse. Le mura tornarono d’attualità al tempo della successione imperiale dell’anno 69. Plinio il Vecchio attesta esplicitamente l’inserimento di Brixia e del suo territorio (ager Brixianus) nella regio X augustea, allorché Augusto ripartì amministrativamente tutto il territorio dell’Italia in undici regiones.

 

Ricostruzione della battaglia di Bedriacum (Calvatone), 69 d.C., fra Flaviani e Vitelliani. Illustrazione di S. Ó’Brógáin.

Ricostruzione della battaglia di Bedriacum (Calvatone), 69 d.C., fra Flaviani e Vitelliani. Illustrazione di S. Ó’Brógáin.

Brescia e la società bresciana in età imperiale.

Le lotte sanguinose per la successione imperiale seguite alla morte di Nerone coinvolsero soprattutto la città di Cremona, che «per tre giorni bastò a tutto», racconta Tacito, ma anche Brescia subì di riflesso la sua parte di danni. Dopo la vittoria, Vespasiano incoraggiò la ricostruzione di tutti i centri dell’Italia settentrionale che avevano subito danni e perciò anche Brescia. Le circostanze favorirono una nuova sistemazione urbanistica del foro e degli edifici adiacenti e soprattutto l’edificazione del capitolium, simbolo della grandezza di Roma, dedicato nel 73, sotto il regno di Vespasiano, come ricorda la dedica monumentale, frammentaria. Accanto alle provvidenze imperiali svolse un ruolo importante per la ricostruzione monumentale della città la munificenza dei cittadini bresciani. In età flavia, o poco tempo dopo, ai Camunni venne riconosciuto uno statuto autonomo: essi, infatti, dopo aver costituito la civitas Camunnorum sotto Tiberio ebbero una res publica loro e propri magistrati, e vennero ascritti a una tribù diversa da quella dei Bresciani (la Quirina invece della Fabia).

Fra il II e il V secolo la città e il territorio vennero coinvolti in vicende belliche, ora legate alla successione imperiale ora alle incursioni di popoli barbari: i Marcomanni, ricacciati a fatica da Marco Aurelio e Lucio Vero dopo che ebbero devastato l’Italia settentrionale (166-168); gli Alamanni, sconfitti da Gallieno, Claudio II il Gotico e Aureliano verso la fine del III secolo; gli Unni, che occuparono una dopo l’altra Aquileia, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano e Pavia, nel 452. Nei primi secoli dell’Impero (I-III) i Bresciani consolidarono il prestigio che si erano costruiti sia in Italia sia all’estero. Le attività commerciali dei suoi cittadini, il formarsi di una nobiltà municipale attiva e competente, la fama di onestà e di probità che circondava i suoi abitanti, come attesta Plinio il Giovane, misero Brescia in particolare evidenza fra le città dell’Impero. Prova di questo è l’ascesa alle più alte cariche dello Stato, attraverso la carriera senatoria, e alle più elevate responsabilità nell’amministrazione dell’impero, attraverso la carriera equestre – soprattutto fra II e III secolo – di esponenti di potenti famiglie bresciane.

L’ampia documentazione epigrafica in nostro possesso ci consente di conoscere la presenza e l’attività dei numerosi collegia attivi a Brixia (sodalizi di spiccato carattere religioso, che offrivano un ambito di amicizia fraterna e provvedevano al funerale degli aderenti). Tra questi, le attestazioni più numerose riguardano il collegium dei fabrii (per lo più tignuarii, cioè «carpentieri»), che provvedevano allo spegnimento degli incendi; compito analogo avevano i dendrophori, il cui carattere religioso (culto di Attis e Cibele) risulta particolarmente accentuato; c’erano poi i centonarii («cenciaioli»), i pharmacopolae publici («farmacisti e speziali»), gli iumentarii («conduttori di bestie da soma»), i praecones («araldi e banditori»). Il culto dell’imperatore era affidato ai seviri Augustales: si trattava, per lo più, di liberti (ex servi) che, disponendo di un discreto patrimonio, si assumevano il compito sentito come il più onorevole. Numerosi anche i culti religiosi praticati nella colonia. Accanto alle divinità tradizionali romane erano venerate divinità di origine celtica già in parte romanizzate, come le Matronae e le Iunones, e altre che conservavano il loro carattere originario, come Bergimus.

 

Gruppo statuario delle cosiddette «Matres de Vertault». Terracotta, I-II secolo d.C. da Vertault. Musée de la civilisation celtique.

Gruppo statuario delle cosiddette «Matres de Vertault». Terracotta, I-II secolo d.C. da Vertault. Musée de la civilisation celtique.

Gli inizi del Cristianesimo.

L’affermazione del Cristianesimo a Brescia fu sicuramente precoce se la Chiesa era già organizzata tra la fine del II e l’inizio del III secolo, ma il primo vescovo storicamente certo fu Clateo, che risale agli inizi del IV. A quest’epoca risalgono anche le prime testimonianze epigrafiche cristiane della città. La penetrazione del Cristianesimo nel territorio bresciano avvenne invece più tardi, al principio del V secolo, in concomitanza con le invasioni barbariche e con il cedimento dell’organizzazione amministrativa romana (come nel resto della Lombardia e, in generale, dell’Italia settentrionale). Questo favorì la maggiore attrazione esercitata dalla città di Brescia sul territorio circostante, anche sul piano religioso. La Chiesa bresciana venera i martiri Faustino e Giovita fin dal tempo antico (al più tardi dall’VIII secolo) e sopra l’area occupata dalla chiesa di San Faustino ad sanguinem venne costruita la chiesa di Sant’Afra; il luogo è ricordato anche da San Gregorio Magno ma il culto dei due martiri potrebbero risalire al tempo del vescovo Gaudenzio (397-400 circa). Tra la fine del V e l’inizio del VI secolo vennero costruite le chiese di Santa Maria Maggiore, sull’attuale occupata dal Duomo Vecchio, e San Pietro de Dom, affiancata alla prima, che occupava l’area  dove oggi sorge la nuova cattedrale.

Brescia: una vita nuova per il Capitolium

F. Morandini, in Archeologia Viva – Bimestrale, Anno XXXII – n.160 – Luglio/Agosto 2013, pp. 68-71.

Brescia romana: ricostruzione dell'area del Foro, comprendente il Capitolium, la Basilica e il Teatro.

Brescia romana: ricostruzione dell’area del Foro, comprendente il Capitolium, la Basilica e il Teatro.

Non capita spesso di entrare all’interno di un Capitolium del I secolo d.C., ammirarne i policromi pavimenti in opus sectile, con parte degli arredi originali, statue di culto comprese. Accade a Brescia, in un’area, in pieno centro storico, che ancora conserva una sequenza ininterrotta di edifici di culto a partire dal II secolo a.C., a pochi metri di distanza dal complesso monumentale di Santa Giulia, sede del Museo della Città. Un luogo già iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale. Grazie a una particolare situazione conservativa e a efficaci interventi di valorizzazione, questo è diventato possibile a partire dalla scorsa primavera.

Facciata del Capitolium. Il frontone, ricostruito tra il 1940 e il 1941, reca l'epigrafe con la dedica a Vespasiano.

Facciata del Capitolium. Il frontone, ricostruito tra il 1940 e il 1941, reca l’epigrafe con la dedica a Vespasiano.

In età romana Brixia era una delle città più importanti dell’Italia settentrionale, lungo la cosiddetta via Gallica (arteria che collegava alcuni tra i più significativi centri d’origine celtica a nord del Po), allo sbocco di vallate alpine di antico insediamento (la valle Camonica e la valle Trompia), tra il lago d’Iseo e il lago di Garda, e immediatamente a nord di una fertile ed estesa area di pianura, valorizzata a partire dal I secolo a.C. con imponenti lavori di organizzazione agraria (centuriazioni). Dal 1998, nell’area archeologica ai piedi del colle Cidneo (l’altura storica della città), Comune di Brescia e Soprintendenza per i Beni archeologici della Lombardia hanno avviato un progetto di recupero (a cura di F. Rossi, F. Morandini, P. Faroni) per la completa e definitiva apertura del sito del Capitolium. Proprio intorno al Capitolium ha avuto inizio la storia dell’archeologia bresciana, esattamente nel 1822, quando, a seguito di un invito ufficiale da parte della Congregazione Municipale, l’Ateneo di Scienze Lettere e Arti si fece promotore della riscoperta della città romana. Scavando intorno a un capitello di pietra bianca che emergeva dal giardino di un palazzo, progressivamente vennero in luce i resti dell’antico tempio della Triade Capitolina (Giove, Giunone, Minerva) e numerosi reperti appartenenti allo stesso edificio di culto e alle epoche successive al suo abbandono. Gli scavi culminarono nel luglio del 1826 con la scoperta, del tutto inattesa, di un deposito di grandi bronzi di cui faceva parte anche la celebre vittoria alata (metà I sec. d.C.) ora esposta al Museo della Città e divenuta simbolo dell’opulenza della Brixia antica.

Vista l’importanza di quanto era emerso dalla felicissima campagna d’indagini, i membri dell’Ateneo e l’Amministrazione comunale decisero di allestire nelle celle del tempio, appositamente restaurate e integrate soprattutto negli alzati, il Museo Patrio, primo museo cittadino, inaugurato nel 1830. Inoltre, durante il Ventennio fascista, in risposta alle sollecitazioni che arrivavano da Roma per le celebrazioni augustee (nel 1937 ricorrevano duemila anni dalla nascita del primo imperatore), venne parzialmente ricostruito il pronao del Capitolium, innalzando le colonne con i frammenti superstiti e ricollocando una porzione del frontone con l’iscrizione che menziona l’imperatore Vespasiano. Nel 1998, con l’apertura del Museo della Città all’interno dell’ex monastero benedettino di Santa Giulia, e il trasferimento della maggior parte dei reperti nei percorsi di visita lì realizzati, intorno al Capitolium è iniziata una nuova stagione di studi e di scoperte.

Ora l’antico edificio, per la prima volta dalla sua scoperta, non si presenta come un museo, ma ha finalmente recuperato la sua identità primigenia di luogo di culto. L’atmosfera sacrale delle tre ampie aule del Capitolium è stata recuperata grazie a un intervento architettonico che ha introdotto tre monumentali portali di bronzo, necessari anche per ragioni conservative, e una suggestiva illuminazione. Una narrazione immersiva, a cura di StudioAzzurro, costituita da voci, immagini e suoni, accoglie i visitatori nell’aula orientale e li accompagna in un emozionante viaggio nel tempo; un plastico modellato da disegni, iconografia storica, ricostruzioni, mappe, cambia aspetto e segue il racconto mentre una suggestiva atmosfera notturna favorisce la messa in scena di un rituale di culto alla divinità, momento chiave per comprendere le funzioni antiche del tempio.

L'aula centrale del Capitolium di Brescia, dedicata a Giove, con iscrizioni risalenti al periodo fra il I e il IV sec. d.C.

L’aula centrale del Capitolium di Brescia, dedicata a Giove, con iscrizioni risalenti al periodo fra il I e il IV sec. d.C.

Nell’aula centrale, quella che era dedicata a Giove, è visibile il podio della grande statua oggetto dell’antica devozione, che doveva essere alta circa quattro metri e settanta. Sui pavimenti in marmi policromi sapientemente disposti a formare ricercati motivi geometrici, ancora in buona parte originali e risalenti al I sec. d.C., risaltano tre altari in pietra di Botticino (le cave sono vicine a Brescia) scolpiti a rilievo con la riproduzione di ghirlande vegetali e prezioso vasellame utilizzato da sacerdoti e fedeli. Le pareti, ricostruite nell’Ottocento per ospitare il Museo Patrio, ospitano il racconto della storia di Brescia romana, affidato alla “voce” delle epigrafi monumentali, distinte in categorie, perché i visitatori possano leggerle e conoscere i loro predecessori. Le epigrafi forniscono uno spaccato delle divinità venerate a Brixia e nel suo territorio (quali Minerva, Mercurio, Giove, Giunone, Ercole, Apollo e Vittoria, affiancati da altri dèi di origine celtica, a testimonianza del lontano passato gallico della città), degli imperatori menzionati in dediche e monumenti, come Druso, Germanico, Claudio, Antonino Pio, Marco Aurelio, Aureliano, Settimio Severo e Vespasiano (un’iscrizione ricorda la costruzione dell’acquedotto a opera di Tiberio e Germanico), e, infine, della stessa società bresciana, attraverso le epigrafi sui monumenti funerari. Nell’aula occidentale, sede in antico della statua di culto di Giunone o di Minerva, che con Giove costituivano la Triade Capitolina, apice del pantheon romano, sono proposte le teste di tre sculture raffiguranti divinità, in origine presenti nel tempio: due di Minerva e una del dio silvestre Sileno. I marmi policromi del pavimento, disposti a scalare con effetto di grande resa, sono pressoché integri e costituiscono una delle superfici in opus sectile meglio conservate.

La Vittoria alata di Brescia (conservata al Museo della Città, a Santa Giulia). Giosuè Carducci la canta in una delle sue "Odi barbare" (Alla Vittoria): « Lieta del fato Brescia raccolsemi,/Brescia la forte, Brescia la ferrea,/Brescia lëonessa d'Italia/beverata nel sangue nemico ».

La Vittoria alata di Brescia (conservata al Museo della Città, a Santa Giulia).
Giosuè Carducci la canta in una delle sue “Odi barbare” (Alla Vittoria):
« Lieta del fato Brescia raccolsemi,/Brescia la forte, Brescia la ferrea,/Brescia lëonessa d’Italia/beverata nel sangue nemico ».

L’apertura del Capitolium dell’antica Brixia è il primo “assaggio” di quello che sarà un percorso più ampio. La sistemazione dello scavo ancora aperto nell’area antistante la scalinata del tempio costituirà la seconda tappa di questo affascinante percorso, per poi proseguire con l’edificio più straordinario di tutta l’area: il santuario di età repubblicana (secondo quarto I sec. a.C.). è un monumento conservato in modo sorprendente nel quale sopravvivono gli affreschi delle pareti, i pavimenti a mosaico e alcuni arredi cultuali, caso unico in tutta l’Italia settentrionale.