Alcune testimonianze di Cicerone sulla congiura di Catilina

di L. Storoni Mazzolani (a cura di), Sallustio, La congiura di Catilina, testo latino a fronte, Milano 2013, pp. 56-59.

 

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato; dettaglio. Affresco, 1882-88. Roma, P.zzo Madama.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato; dettaglio. Affresco, 1882-88. Roma, P.zzo Madama.

 

Sulla congiura di Catilina hanno scritto molti storici ma tutti posteriori. Dei testimoni, nessuno certamente fu più informato e più interessato di Cicerone, che era console nel 63 a.C., l’anno della congiura, e pronunciò le celebri quattro orazioni dette le Catilinarie. Ci è parso utile citare altri passi nei quali l’oratore parlò del famoso rivoluzionario: la prima orazione citata, Pro Murena, fu pronunciata nella seconda metà di novembre del 63, cioè quindici giorni dopo le Catilinarie. In quel momento, Catilina aveva lasciato Roma e si trovava con l’esercito a Fiesole. Cicerone lo ricorda candidato al consolato:

 

[49] Catilinam interea alacrem atque laetum, stipatum choro iuventutis, vallatum indicibus atque sicariis, inflatum cum spe militum […], circumfluentem colonorum Arretinorum et Faesulanorum exercitu […]. voltus erat ipsius plenus furoris, oculi sceleris, sermo adrogantiae, sic ut ei iam exploratus et domi conditus consulatus videretur. [50][…] habuisse in contione domestica dicebatur, cum miserorum fidelem defensorem negasset inveniri posse nisi eum qui ipse miser esset; integrorum et fortunatorum promissis saucios et miseros credere non oportere […].

Catilina, tutto vibrante, lieto, circondato da una schiera di giovani, protetto da informatori e da sicarii, esaltato dalla speranza che poneva nei militari… attorniato da una legione di coloni di Arezzo e di Fiesole… il volto acceso, gli occhi da criminale, le parole arroganti, pareva avesse già in pugno il consolato, anzi, che se lo fosse chiuso in casa… dicono che in una riunione in casa sua abbia dichiarato che nessuno poteva farsi campione dei poveri se non era povero anche lui: gli sventurati, i miserabili, diceva, non dovevano fidarsi delle promesse di chi era ricco e protetto dalla sorte…

 

[78] non usque eo L. Catilina rem publicam despexit atque contempsit ut ea copia quam secum eduxit se hanc civitatem oppressurum arbitraretur. Latius patet illius sceleris contagio quam quisquam putat, ad pluris pertinet. intus, intus, inquam, est equus Troianus; a quo numquam me consule dormientes opprimemini. [79] quaeris a me ecquid ego Catilinam metuam. nihil, et curavi ne quis metueret, sed copias illius quas hic video dico esse metuendas; nec tam timendus est nunc exercitus L. Catilinae quam isti qui illum exercitum deseruisse dicuntur. non enim deseruerunt sed ab illo in speculis atque insidiis relicti in capite atque in cervicibus nostris restiterunt.

L. Catilina non disprezza la Repubblica al punto da illudersi di poterla dominare con le forze che ha portato fuori della città con sé; ma l’infezione del suo reo disegno si è estesa più che chiunque possa pensare, ha contagiato molti. Il cavallo di Troia è qui, in città; ma non vi coglierà di sorpresa nel sonno fino a che il console sarò io. Mi chiedete se ho paura di Catilina? Affatto! Anzi, ho fatto sì che non ne abbia paura nessuno; però, lo affermo, c’è da aver paura dei seguaci che ha qui; non è tanto l’esercito di Catilina che è da temere, quanto quelli che ha lasciati qui, dei quali si dice che hanno disertato l’esercito. Non è vero! Non hanno disertato affatto! È lui che li ha lasciati qui a vigilare, a spiare, a tendere insidie; sono rimasti per attentare alle nostre vite.

 

*********************

 

Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore scomparso, eletto console nel 65 a.C., fu destituito perché accusato di brogli elettorali; pendeva su di lui un’altra denuncia, di complicità nella Congiura di Catilina. L’orazione in sua difesa fu pronunciata da Cicerone nel 62 a.C., pochi mesi dopo la morte del rivoluzionario. Cicerone lo scagiona dall’accusa («di lui non ebbi mai alcun indizio, né lettere, né sospetti») e descrive la riunione in casa di Marco Leca, precisando che avvenne il 6 novembre, alla vigilia della seduta nella quale egli, pronunciando la I Catilinaria, smascherò Catilina e lo costrinse ad allontanarsi. Sallustio invece pone quella riunione ai primi di ottobre. La descrizione di Catilina giovane  ha forse ispirato quella di Sallustio.

 

[52] quae nox [ad M. Laecam] omnium temporum coniurationis acerrima fuit atque acerbissima. tum Catilinae dies exeundi, tum ceteris manendi condicio, tum discriptio totam per urbem caedis atque incendiorum constituta est; tum tuus pater, Corneli, id quod tandem aliquando confitetur, illam sibi officiosam provinciam depoposcit ut […] me […] trucidaret.

La notte in cui avvenne la riunione in casa di M. Leca fu la più tremenda di tutte le fasi della congiura: quella notte fu fissata la data della partenza di Catilina, affidati i compiti a chi restava, fu divisa la città in sezioni in vista dei massacri e degli incendi; fu quella notte che tuo padre, Cornelio – un giorno dovrà pure confessarlo! – sollecitò per sé l’incarico meritorio di uccidermi […].

 

[70] omnibus in rebus, iudices, quae graviores maioresque sunt, quid quisque voluerit, cogitarit, admiserit, non ex crimine, sed ex moribus eius qui arguitur est ponderandum. neque enim potest quisquam nostrum subito fingi neque cuiusquam repente vita mutari aut natura converti […] Catilina contra rem publicam coniuravit. cuius aures umquam haec respuerunt? conatum esse audacter hominem a pueritia non solum intemperantia et scelere sed etiam consuetudine et studio in omni flagitio, stupro, caede versatum?

In tutte le cose più gravi, di maggior rilievo, o giudici, non si deve basarsi sul delitto ma sui precedenti di colui che è imputato. Poiché nessuno di noi può farsi una personalità di punto in bianco, né mutare all’improvviso da quel che era, o cambiare la propria natura… che Catilina abbia attentato alla sicurezza della Repubblica, chi mai non ha creduto capace d’un piano così criminoso un uomo che sin dall’adolescenza s’era abbandonato non solo all’intemperanza e al delitto, ma anzi s’era abituato a compiere violenze, stupri, assassini e di questi si compiaceva?

 

[76] […] penitus introspicite Catilinae, Autroni, Cethegi, Lentuli ceterorumque mentis; quas vos in his libidines, quae flagitia, quas turpitudines, quantas audacias, quam incredibilis furores, quas notas facinorum, quae indicia parricidiorum, quantos acervos scelerum reperietis! ex magnis et diuturnis et iam desperatis rei publicae morbis ista repente vis erupit, ut ea confecta et eiecta convalescere aliquando et sanari civitas posset […].

Considerate a fondo, giudici, l’animo di Catilina, di Autronio, di Cetego, di Lentulo e degli altri complici; quali libidini vi troverete, quali degenerazioni, quali turpitudini, quali gesti avventati e violenze incredibili, quali sintomi di criminalità, e indizi di odio contro i parenti, quali cumuli di malefatte! Dalle grandi, e ormai annose e irrimediabili sciagure della Repubblica scaturì improvvisamente tale malvagità, sì che, una volta che la si fosse sconfitta ed espulsa, la Repubblica potesse lentamente riaversi e riacquistare le forze […].

 

*********************

 

Celio Rufo aveva subito una denuncia di tentato avvelenamento dalla sua amante, Clodia – la famosa Lesbia amata da Catullo; siamo nel 56 a.C. Che Celio Rufo avesse appartenuto al gruppo dei giovani che seguivano affascinati il rivoluzionario Catilina è ormai un fatto lontano e superato. A distanza di 7 anni, Cicerone, ripensando al suo avversario, all’uomo che tentò di ucciderlo, ne dà un giudizio improntato a equità e giustifica il giovane che credette in lui:

 

[12] […] Habuit enim ille, sicuti meminisse vos arbitror, permulta maximarum non expressa signa sed adumbrata virtutum. utebatur hominibus improbis multis; et quidem optimis se viris deditum esse simulabat. erant apud illum inlecebrae libidinum multae; erant etiam industriae quidam stimuli ac laboris. flagrabant vitia libidinis apud illum; vigebant etiam studia rei militaris. neque ego umquam fuisse tale monstrum in terris ullum puto, tam ex contrariis diversisque ‹atque› inter se pugnantibus naturae studiis cupiditatibusque conflatum […].

Ma Catilina, credo che lo ricorderete, aveva in sé non pochi germi di virtù, non manifesti ma potenziali. Sì, era legato a molti degenerati, ma fingeva d’esser amico dei migliori; istigava molti al vizio ma sapeva anche stimolare qualcuno al lavoro; divampavano in lui i vizi del piacere, ma aveva un vivo interesse per le armi. No, non credo sia esistito mai al mondo un essere più singolare, che riuniva in sé doti diverse e contraddittorie e opposte inclinazioni e desiderii […].

 

[13] quis clarioribus viris quodam tempore1 iucundior, quis turpioribus2 coniunctior? quis civis meliorum partium aliquando, quis taetrior hostis huic civitati? quis in voluptatibus inquinatior, quis in laboribus patientior? quis in rapacitate avarior, quis in largitione effusior? illa vero, iudices, in illo homine admirabilia fuerunt, comprehendere multos amicitia, tueri obsequio, cum omnibus communicare quod habebat, servire temporibus suorum omnium pecunia, gratia, labore corporis, scelere etiam, si opus esset, et audacia, versare suam naturam et regere ad tempus atque huc et illuc torquere ac flectere, cum tristibus severe, cum remissis iucunde, cum senibus graviter, cum iuventute comiter, cum facinerosis audaciter, cum libidinosis luxuriose vivere. [14] hac ille tam varia multiplicique natura cum omnis omnibus ex terris homines improbos audacisque conlegerat, tum etiam multos fortis viros et bonos specie quadam virtutis adsimulatae tenebat. neque umquam ex illo delendi huius imperi tam consceleratus impetus exstitisset, nisi tot vitiorum tanta immanitas quibusdam facilitatis et patientiae radicibus niteretur. […] me ipsum, me, inquam, quondam paene ille decepit, cum et civis mihi bonus et optimi cuiusque cupidus et firmus amicus ac fidelis videretur; cuius ego facinora oculis prius quam opinione, manibus ante quam suspicione deprendi […].

Chi, in un determinato momento, fu più benvisto dalle personalità eminenti e chi più intimo dei malfattori? Chi più di lui parteggiò a volte per la parte degli onesti e fu al tempo stesso più nefasto a questa città? Chi immerso in piaceri più turpi e più resistente alla fatica? Chi di lui più rapace e al tempo stesso più generoso? Queste, o giudici, furono veramente doti eccezionali di quell’uomo, la capacità di legarsi in amicizia con tante persone, di conservarla con la deferenza, e far parte a tutti di ciò che possedeva, prestar servizio ai bisogni di tutti i suoi con il denaro, con le aderenze, con le più faticose prestazioni, e, se era necessario, persino con il delitto, con l’ardire; e saper dominare la propria natura e piegarla per ogni verso e comportarsi austeramente con le persone serie e allegramente con i gaudenti, grave con gli uomini d’età, gioviale con i giovani, temerario con i facinorosi, scostumato con i lascivi. Appunto per questa sua natura varia e molteplice aveva adunato attorno a sé da tutti i paesi uomini malvagi e capaci di tutto e, con l’apparenza della virtù, dominava anche persone di salda onestà: ché mai avrebbe potuto crearsi una simile unione di scellerati animati dall’intento di distruggere questo impero, e mai avrebbe acquistato una simile forza nel male se non avesse affondato le radici nella simpatia umana, nella tolleranza […] Io stesso, io, dico, fui una volta quasi preso nell’inganno; persino a me fece l’impressione d’un cittadino esemplare, desideroso del bene altrui e amico fidato: i suoi delitti dovetti constatarli con i miei occhi prima di sospettarli, e li toccai con mano, prima di potervi credere […].

 

La nascita della storiografia latina

Denario di Q. Fabio Pittore (126 a.C.). Recto - Testa paludata di Roma. Verso - Q. Fabio Pittore in veste di Flamen Quirinalis.

Denario di Q. Fabio Pittore (126 a.C.). Recto – Testa paludata di Roma. Verso – Q. Fabio Pittore in veste di Flamen Quirinalis.

di A. La Penna, La cultura letteraria a Roma, Bari-Roma 1986.

La storiografia in prosa nacque probabilmente dopo l’epos storico: infatti, è probabile che Fabio Pittore scrivesse dopo il Bellum Poenicum di Nevio (anche se la questione è discussa). Prima di Nevio, però, esisteva, come s’è già detto, la cronaca annuale in prosa dei pontefici; non è arrischiato supporre che il pontefice massimo, oltre la cronaca che scriveva sulla tabula dealbata, tenesse nel suo archivio dei commentarii (o qualche cosa di simile), documenti raccolti e una cronaca più dettagliata, su cui si sarebbe poi fondata, nel II secolo a.C., la compilazione degli Annales maximi. È difficile che esistesse una vera narrazione, con valutazione più o meno esplicita di fatti e persone. È credibile che Fabio Pittore dalla cronaca pontificale ereditasse l’impostazione annalistica e ne attingesse materiale; ma la rottura, il salto erano resi più evidenti dall’uso del greco. A spiegare la scelta di questa lingua non si può addurre a una ragione certa: può aver giocato la mancanza di una prosa letteraria latina, ma è meno improbabile la ragione più spesso addotta: l’opera, in polemica con storici greci favorevoli a Cartagine, si rivolgeva anche a un pubblico non latino, che conosceva la lingua greca. Naturalmente si rivolgeva anche al pubblico colto romano (poco più esteso, come s’è già detto, dell’élite politica), poiché già nella seconda metà del III secolo a.C. l’insegnamento successivo a quello elementare (e poi anche quello elementare) incomincia dal greco. D’altra parte è una novità rilevante, quasi sorprendente, che uno scrittore latino si rivolga a un pubblico di ambito mediterraneo.
Mentre la poesia è prodotta da liberti o clienti che provenivano da altri paesi, la storiografia è prodotta da uomini della nobilitas: l’uomo politico si occupa di diritto, cerca di essere un buon oratore oltre che un buon capo militare, e da ora in poi non disdegna di scrivere storia. Nella storiografia l’ispirazione (o il veleno) proveniente dall’impegno politico è più immediata e forte che in altri generi di letteratura. Fabio si rifà alle origini di Roma, ma dedica una parte, forse rilevante, dell’opera alla seconda guerra punica, alla quale ha partecipato lui stesso; probabilmente ha introdotto nell’opera anche qualche elemento autobiografico: non senza ragione si ritiene che Livio (Ab Urbe condita, XXII 57,5; XXIII 11,1 sgg.) attinga da Fabio quando riferisce con dettagli la missione dello stesso Fabio presso l’oracolo di Delfi durante la seconda guerra punica. Sotto questo aspetto egli avrà accentuato una libertà che era già nell’epos storico: per es., Nevio nel Bellum Poenicum aveva ricordato la sua milizia nella prima guerra punica; Ennio negli Annales menzionò il suo accesso alla cittadinanza romana.
Anche se Fabio polemizzava contro storici greci, teneva d’occhio innanzi tutto i problemi interni dello Stato romano. Come generalmente l’élite politica contemporanea, egli riteneva che alla potenza di Roma verso i nemici esterni contribuisse in misura decisiva la conservazione scrupolosa dell’antico patrimonio di culti religiosi, istituzioni politiche e giuridiche, costumi: Fabio ne ricercava le origini e talvolta li descriveva minutamente. Senza escludere che la storiografia greca stimolasse la sua curiosità, la spinta più importante era nel rispetto e nell’amore per il patrimonio religioso e morale della civitas. Quest’interesse di Fabio si ritroverà abbastanza vivo nella storiografia arcaica latina. D’altra parete l’amore per il prestigio della res publica non escludeva affatto l’amore per il prestigio della gens o della famiglia. Rintracciare in Livio le deformazioni operate dalle sue fonti per accrescere la gloria di questa o quella delle grandi famiglie è compito dai risultati necessariamente incerti, ma tutt’altro che futile. Anche sotto questo aspetto l’epos storico avrà presentato analogie: se non abbiamo indizi in Nevio, ne abbiamo in Ennio, benché resti difficile approdare a conclusioni sicure. E questo proposito va ricordato quanto materiale utile alla storiografia offrivano gli archivi delle grandi famiglie.
La storiografia in latino fu iniziata in vecchiaia da Catone, che irrideva Aulo Postumio Albino, autore di annali in greco; egli non avrebbe mai riconosciuto che senza Fabio Pittore e gli altri annalisti in greco difficilmente la storiografia in latino sarebbe nata già adulta, come si dimostra nelle Origines. La storia viene ancora scritta dall’élite politica, e questa volta da un uomo politico di primo piano, il che non trova vere analogie nello sviluppo futuro (parlo della storia in senso stretto, come l’intendevano gli antichi, non dei commentari). Naturalmente Catone è ben lontano dal porre il compito della storiografia come il più importante della sua vita. Non per caso vi si dedicò solo da vecchio: prima era occupato a far politica, e questo era il compito veramente importante per un romano della nobilitas. Scrivere storia, però, è già per Catone un compito rispettabile per l’uomo politico, un modo degno di occupare l’otium dopo i negotia: giacché l’homo clarus atque magnus deve render conto, oltre che dei suoi negotia, anche del suo otium: questo era l’argomento che nel proemio dell’opera (fr.2 Peter = 2 Schröder) egli usava per giustificare il suo impegno di storico. L’argomento si inserisce in una riflessione della cultura latina sull’uso dell’otium incominciata almeno da Scipione l’Africano. L’otium è concepito o come relaxatio dell’animo necessaria a ritemprare le energie per i negotia o come meditazione o attività letteraria riguardante pur sempre i negotia: in ogni caso si tratta di un otium integrato nella vita politica, privo di valori autonomi. È opportuno rilevare fin da ora che il dibattito si prolungherà per secoli, che sarà vivo fino a Seneca: non è illegittimo prenderlo come un punto di riferimento non secondario nella storia della cultura latina.

Famiglia Porcia, M. Porcius Cato. Quinario, 101 a.C.

Famiglia Porcia, M. Porcius Cato. Quinario, 101 a.C.

Nelle Origines impegno politico e aggressività erano probabilmente più forti che in Fabio; certamente più forte era il peso che Catone dava all’autobiografia; anzi una parte dell’opera era un’apologia o una celebrazione di sé. La notevole presenza dell’autobiografia convergeva con la forte tendenza a privilegiare la storia contemporanea, che nell’opera aveva un posto molto ampio (le erano dedicati tre dei sette libri). Il caso, ben lungi dall’essere eccezionale, si inserisce in una tendenza generale della storiografia antica, che i Latini non hanno ricalcata, bensì sviluppata per proprie naturali esigenze. Livio (præf. 4) sa che il pubblico aspetta con interesse molto più vivo le parti dell’opera in cui narrerà la storia recente. Non l’interesse intellettuale per il passato, ma il bisogno appassionato di conoscere il proprio tempo è la prima molla della storiografia antica, anche se si può sostenere giustamente che solo raffrenando quel primo impulso la storia diventa vera conoscenza intellettuale.
L’esperienza politica fu un ricco nutrimento per l’opera storica di Catone. Impegnatissimo e combattivo nelle lotte che ardevano all’interno della città, egli aveva, però, larghi orizzonti. Forse anche perché di origine extraurbana (proveniva da Tuscolo), egli rivolse la sua attenzione anche alla storia dei popoli italici, alle cui origines dedicò il II e il III libro dell’opera. Nel Libro V inserì il suo discorso pro Rhodiensibus: ciò serviva all’apologia di se stesso, ma metteva anche in rilievo i problemi di politica internazionale. Prima della terza guerra punica una parte dell’élite politica pensò a una specie di equilibrio fra le potenze ancora autonome nell’ambito del Mediterraneo, e anche Catone per qualche tempo dovette ritenere che quella soluzione fosse possibile e vantaggiosa.

Patrizio Torlonia (testa 535), copia del I secolo d.C. da una originale dell'80-75 a.C., Roma, Collezione Torlonia.

Patrizio Torlonia (testa 535), copia del I secolo d.C. da una originale dell’80-75 a.C., Roma, Collezione Torlonia.

Anche nell’opera della vecchiaia resta in primo piano il problema dell’integrità della società romana: come tener saldo l’assetto dello stato aristocratico, quale deve essere l’etica e la cultura della città, come eliminare le forze centrifughe. Homo novus, entrato nella nobilitas dopo che questa era stata in parte distrutta nella seconda guerra punica, ne aveva fatti propri gli interessi: egli elabora un’ideologia dell’uomo che s’innalza grazie alla sua virtù, soprattutto restando attaccato al modello agrario di parsimonia, laboriosità, energia, ma non contesta affatto il diritto e il dovere della nobilitas a governare; anzi mira a ridarle quella morale e quell’energia che la rendano degna e capace del ruolo che le spetta. L’origine extraurbana, la tradizione sabina, l’esperienza della campagna sono da lui valorizzate in contrasto con la debolezza della città di fronte alla corruzione, senza però creare una frattura fra città e retroterra. Nessuno più impegnativamente e coscientemente di lui ha raccolto e rafforzato il bisogno di mantenere l’equilibrio e la coesione della nobilitas, contrastando le personalità politiche di prestigio eccezionale, come Scipione l’Africano. Egli cercò, non senza successo, di soffocare sul nascere il culto carismatico delle grandi personalità. Una concezione “eroica” della storia stava già penetrando nella cultura romana e trovava qualche spazio negli Annales di Ennio; Catone elaborò, specialmente nell’opera storica, una concezione “storicistica”, che metteva l’accento, nella storia romana, sul lento formarsi, attraverso generazioni e attraverso secoli, dello Stato e delle istituzioni, sulla partecipazione collettiva alla costruzione dell’organismo pubblico (anche se la collettività era, in definitiva, l’élite politica), sulla continuità, la mancanza di rotture che garantiva la stabilità.

Testa di Ennio, III-II secolo a.c. (dalla Tomba degli Scipioni). Roma, Musei Vaticani.

Testa di Ennio, III-II secolo a.c. (dalla Tomba degli Scipioni). Roma, Musei Vaticani.

L’opera storica chiudeva con grande coerenza un compito politico e culturale che Catone aveva assolto per tutta la vita come oratore e come autore di vari trattati (tra i quali si conserva quello De agricultura). Per lo più egli è stato visto come un difensore della tradizione romana contro l’ellenizzazione, del passato contro il presente. L’interpretazione non manca di ragioni valide. La lotta contro la penetrazione della cultura greca per molte vie, che andavano dal lusso della tavola alla letteratura, dai divertimenti alla religione, fu costante e accanita. Egli conquistò un largo consenso; nel 186 a.C. ci fu la pesante repressione dei culti bacchici, nel 173 l’espulsione dei filosofi epicurei Alceo e Filisco, nel 161 l’espulsione di filosofi e retori, nel 155 il rapido rinvio dei filosofi greci mandati come ambasciatori; forse nel 154 fu impedita la costruzione di un teatro in pietra (Livio, Ad Urbe condita XLVIII; Valerio Massimo, II 4,2). Può darsi, però, che nel rifiuto della cultura greca altri andassero più in là di Catone. Egli non era affatto chiuso all’influenza intellettuale greca: nelle Origines è stata avvertita l’influenza del Timeo; persino nel De agricultura si rintracciano elementi di scienza greca. Questo trattato dimostra bene come Catone sapesse capire le esigenze nuove: è noto che il suo modello di “azienda agricola”, di notevoli dimensioni, è aggiornato ai mutamenti dell’economia. Al centro del suo compito intellettuale è la fondazione di una cultura radicata nella tradizione, ma non vecchia, viva e non irrigidita, che costituisse la base dell’educazione morale e politica. ispirazione e organismo dovevano essere romani, non greci, ma gli apporti greci erano accolti, se non proclamati. In una certa misura, che non va forzata, il suo compito è analogo a quello che, con altra apertura verso la cultura greca, si proporrà Cicerone. Già Catone affronta il compito come rimedio a un processo di decadenza della società di cui ha preso coscienza e che interpreta soprattutto come una crisi morale. Anche in questa interpretazione della crisi ci sono convergenze con la cultura greca e suggerimenti da essa provenienti. La coscienza inquieta della decadenza diventa da ora in poi una costante della cultura latina.

Bibliografia:

W. Soltau, Die Anfänge der römischen Geschichtsschreibung, Leipzig 1909; H. Peter, Wahrheit und Kunst, Leipzig 1913; S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II, 1, Bari 1966; Römische Geschichtsschreibung, a cura di V. Pöschl, Darmstadt 1969; W.D. Lebek, Verba prisca. Die Anfänge des Archaismus in der lateinischen Beredsamkeit und Geschichtsschreibung, Gottingen 1970; A. La Penna, Storiografia di senatori e storiografia di letterati, in Id., Aspetti del pensiero storico latino, Torino 19832, pp. 43-104; Id., La storiografia, in La prosa latina, a cura di F. Montanari, Roma 1991, pp. 13-93 (con ampia bibliografia); D. Flach, Einführung in die römische Geschichtsschreibung, Darmstadt 19922; V.E. Marmorale, Cato maior, Bari 19492; D. Kienast, Cato der Zensor, Heidelberg 1954; H. Haffter, Römische Politik und römische Politiker, Heidelberg 1967; F. Della Corte, Catone Censore. La vita e la fortuna, Firenze 19692; A.E Astin, Cato the Censor, Oxford 1978; R. Till, La lingua di Catone, trad. it. con note supplementari di C. de Meo, Roma 1968; S. Boscherini, Lingua e scienza nel “De agri cultura” di Catone, Roma 1970; W. Richter, Gegenstandliches Denken, archaisches Ordnen. Untersuchungen zur Anlage von Cato “De agri cultura”, Heidelberg 1978; M. Martina, Ennio “poeta cliens”, QFC 2 (1979), pp. 13-74.

Che cos’è la virtù

(Lucilio, Satire, vv. 1326-1338 Marx =1140-1152 Terzaghi – I. Mariotti)

È il frammento più lungo e più celebre di Lucilio, costituito da una serie di definizioni della virtus (la qualità dell’uomo, ciò che lo caratterizza: virtus è un derivato di vir): si avverte la difficoltà di costringere in un’unica formula la complessità degli atteggiamenti e dei comportamenti dell’uomo nella società. Orazio (Satire 2,1,70) definirà Lucilio «benevolo soltanto alla virtù e a quelli che le sono amici».

personificazione-della-virtus-statua-marmo-ii-sec-d-c-ca-dalla-biblioteca-di-celso-efeso

Personificazione della Virtus. Statua, marmo, II sec. d.C. ca. dalla Biblioteca di Celso, Efeso.

metro: esametri

Virtus, Albine, est pretium persolvere verum
quis in versamur, quis vivimus rebus potesse,
virtus est homini scire id quod quæque habeat res,
virtus scire homini rectum, utile quid sit, honestum,
quæ bona, quæ mala item, quid inutile, turpe, inhonestum;
virtus quærendæ finem re scire modumque,
virtus divitiis pretium persolvere posse,
virtus id dare quod re ipsa debetur honori:
hostem esse atque inimicum hominum morumque malorum,
contra defensorem hominum morumque bonorum,
hos magni facere, his bene velle, his vivere amicum;
commoda præterea patriai prima putare,
deinde parentum, tertia iam postremaque nostra
.

Virtù, Albino, è poter assegnare il giusto prezzo
alle cose fra cui ci troviamo e fra cui viviamo,
virtù è sapere che cosa valga ciascuna cosa per l’uomo,
virtù sapere che cosa per l’uomo è retto, utile, onesto,
e poi quali cose son buone, quali cattive, che cos’è inutile, turpe, disonesto;
virtù è saper mettere un termine, un limite al guadagno,
virtù poter assegnare il suo vero valore alla ricchezza,
virtù dare agli onori quel che veramente gli si deve:
esser nemico e avversario degli uomini e dei costumi cattivi,
difensore invece degli uomini e dei costumi buoni,
questi stimare, a questi voler bene, a questi vivere amico;
mettere inoltre al primo posto il bene della patria,
poi quello dei genitori, al terzo e ultimo il nostro.

(trad. di I. Mariotti – A. Cavazza Pasini)