La battaglia di Zela – 2 agosto 47 a.C. (fonti)

 

Plut. Caes. 50 [Plutarco, Vite parallele: Cesare, intr. A. La Penna, tr. D. Magnino, Milano 2009(2), 434-435 (con note)]

 

κἀκεῖθεν ἐπιὼν τὴν Ἀσίαν ἐπυνθάνετο Δομίτιον μὲν ὑπὸ Φαρνάκου τοῦ Μιθριδάτου παιδὸς ἡττημένον ἐκ Πόντου πεφευγέναι σὺν ὀλίγοις, Φαρνάκην δὲ τῇ νίκῃ χρώμενον ἀπλήστως καὶ Βιθυνίαν ἔχοντα καὶ Καππαδοκίαν Ἀρμενίας ἐφίεσθαι τῆς μικρᾶς καλουμένης, καὶ πάντας ἀνιστάναι τοὺς ταύτῃ βασιλεῖς καὶ τετράρχας. [2] εὐθὺς οὖν ἐπὶ τὸν ἄνδρα τρισὶν ἤλαυνε τάγμασι, καὶ περὶ πόλιν Ζῆλαν μάχην μεγάλην συνάψας αὐτὸν μὲν ἐξέβαλε τοῦ Πόντου φεύγοντα, τὴν δὲ στρατιὰν ἄρδην ἀνεῖλε· [3] καὶ τῆς μάχης ταύτης τὴν ὀξύτητα καὶ τὸ τάχος ἀναγγέλλων εἰς Ῥώμην πρός τινα τῶν φίλων Ἀμάντιον ἔγραψε τρεῖς λέξεις· “ἦλθον, εἶδον, ἐνίκησα.” [4] Ῥωμαϊστὶ δὲ αἱ λέξεις εἰς ὅμοιον ἀπολήγουσαι σχῆμα ῥήματος οὐκ ἀπίθανον τὴν βραχυλογίαν ἔχουσιν.

 

Di lì passato in Asia, Cesare venne a sapere che Domizio, sconfitto da Farnace, figlio di Mitridate[1], era fuggito dal Ponto con pochi compagni, mentre Farnace, che già occupava la Bitinia e la Cappadocia, sfruttando la vittoria senza alcun senso della misura, aspirava alla cosiddetta Armenia Minore e ne sobillava tutti i re e tetrarchi. [2] Subito marciò contro di lui con tre legioni e, dopo una gran battaglia presso Zela[2], lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. [3] Nell’annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole: “Venni, vidi, vinsi!”. [4] In latino queste parole, che terminano allo stesso modo, rappresentano un modello di concisione[3].

 

 

[1] Domizio fu sconfitto a Nicopolis nel dicembre del 48 da Farnace, figlio di Mitridate; rimasto neutrale nella guerra tra Cesare e Pompeo ritenne opportuno, dopo la battaglia di Farsalo, recuperare le terre che erano state sottratte al padre da Pompeo, e così invase Cappadocia e piccola Armenia. Domizio gli intimò di lasciare le terre occupate, e quando egli non lasciò l’Armenia gli venne contro; ma fu sconfitto.

[2] Città sul Ponto Polemoniaco ove si combatté la battaglia il 2 agosto del 47.

[3] Svetonio ci dice che il motto fu poi portato nel trionfo che Cesare celebrò per quella vittoria.

 

Farnace II. Statere, Panticapaeum 55-54 a.C. Au. 8, 10 gr. Recto: Busto diademato di Farnace, voltato a destra, con chioma fluente.

 

Suet. Caes. 35; 37 (passim) [Svetonio, Vite dei Cesari, intr. S. Lanciotti, tr. F. Dessù, Milano 2016(20), 80-83].

 

[35] […] Ab Alexandria in Syriam et inde Pontum transiit, urgentibus de Pharnace nuntiis, quem Mithridatis Magni filium ac tunc occasione temporum bellantem iamque multiplici successu praeferocem, intra quintum quam adfuerat diem, quattuor quibus in conspectum uenit horis, una profligauit acie […].

 

[35] […] Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, figlio di Mitridate il Grande, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo, lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore […].

 

[37] […] Pontico triumpho inter pompae fercula trium uerborum praetulit titulum, “ueni, uidi, uici”, non acta belli significantem sicut ceteris, sed celeriter confecti notam.

[37] […] Per il trionfo sul Ponto, in mezzo alle ricchezze portate in mostra, fece esporre su un cartello con sopra scritto: “Venni, vidi, vinsi”, sottolineando così la fulmineità della campagna, invece di dettagliarne le diverse azioni come per le altre.

 

Cesare in battaglia. Illustrazione di G. Rava.

 

App. Mith. 120 [Appiano, Le guerre di Mitridate, a cura di A. Mastrocinque, Milano 1999, 164-167 (con note)]

 

Φαρνάκης δ᾽ ἐπολιόρκει Φαναγορέας καὶ τὰ περίοικα τοῦ Βοσπόρου, μέχρι τῶν Φαναγορέων διὰ λιμὸν ἐς μάχην προελθόντων ἐκράτει τῇ μάχῃ, καὶ βλάψας οὐδέν, ἀλλὰ φίλους ποιησάμενος καὶ λαβὼν ὅμηρα, ἀνεχώρει. μετ᾽ οὐ πολὺ δὲ καὶ Σινώπην εἷλε καὶ Ἀμισὸν ἐνθυμιζόμενος καὶ Καλουίνῳ στρατηγοῦντι ἐπολέμησεν, ᾧ χρόνῳ Πομπήιος καὶ Καῖσαρ ἐς ἀλλήλους ᾖσαν, ἕως αὐτὸν Ἄσανδρος ἐχθρὸς ἴδιος, Ῥωμαίων οὐ σχολαζόντων, ἐξήλασε τῆς Ἀσίας. ἐπολέμησε δὲ καὶ αὐτῷ Καίσαρι καθελόντι Πομπήιον, ἐπανιόντι ἀπ᾽ Αἰγύπτου, περὶ τὸ Σκότιον ὄρος, ἔνθα ὁ πατὴρ αὐτοῦ Ῥωμαίων τῶν ἀμφὶ Τριάριον ἐκεκρατήκει: καὶ ἡττηθεὶς ἔφευγε σὺν χιλίοις ἱππεῦσιν ἐς Σινώπην. Καίσαρος δ᾽ αὐτὸν ὑπ᾽ ἀσχολίας οὐ διώξαντος, ἀλλ᾽ ἐπιπέμψαντος αὐτῷ Δομίτιον, παραδοὺς τὴν Σινώπην Δομιτίῳ ὑπόσπονδος ἀφείθη μετὰ τῶν ἱππέων. καὶ τοὺς ἵππους ἔκτεινε πολλὰ δυσχεραινόντων τῶν ἱππέων, ναυσὶ δ᾽ ἐπιβὰς ἐς τὸν Πόντον ἔφυγε, καὶ Σκυθῶν τινας καὶ Σαυροματῶν συναγαγὼν Θεοδοσίαν καὶ Παντικάπαιον κατέλαβεν. ἐπιθεμένου δ᾽ αὖθις αὐτῷ κατὰ τὸ ἔχθος Ἀσάνδρου, οἱ μὲν ἱππεῖς ἀπορίᾳ τε ἵππων καὶ ἀμαθίᾳ πεζομαχίας ἐνικῶντο, αὐτὸς δὲ ὁ Φαρνάκης μόνος ἠγωνίζετο καλῶς, μέχρι κατατρωθεὶς ἀπέθανε, πεντηκοντούτης ὢν καὶ βασιλεύσας Βοσπόρου πεντεκαίδεκα ἔτεσιν.

 

Farnace assediava Fanagoria e gli abitanti vicini del Bosforo, fino a quando i Fanagorei furono costretti dalla fame a uscire e dare battaglia; egli li vinse, ma non volle far loro del male, bensì li rese suoi amici, prese ostaggi e si allontanò. Poco tempo dopo si impadronì pure di Sinope e contava di prendere anche Amiso; fece guerra con il generale Calvino[1], all’epoca in cui Pompeo e Cesare muovevano l’uno contro l’altro; infine Asandro[2], suo nemico personale, lo cacciò dall’Asia, mentre i Romani erano ancora impegnati. Combatté poi anche con lo stesso Cesare, che aveva eliminato Pompeo e ritornava dall’Egitto, presso il monte Scotios, dove suo padre aveva avuto la meglio sui Romani condotti da Triario[3]. Qui fu sconfitto e fuggì con mille cavalieri verso Sinope. Cesare era troppo impegnato per inseguirlo, ma inviò contro di lui Domizio. Farnace consegnò a Domizio la città di Sinope, e in base a un accordo fu lasciato andare insieme ai suoi cavalieri. Fece uccidere i cavalli, tra il generale dispiacere dei cavalieri, si imbarcò sulle navi e fuggì verso il Ponto, dove radunò alcuni Sciti e Sarmati, con cui prese Teodosia e Panticapeo. Asandro, per inimicizia, lo attaccò nuovamente e i cavalieri di Farnace furono vinti perché non avevano cavalli e non sapevano combattere a piedi. Il solo Farnace combatté con valore finché non fu trafitto e morì, all’età di cinquant’anni, dopo aver regnato sul Bosforo per quindici anni[4].

 

 

[1] In realtà il suo nome era Cneo Domizio Calvino, che era stato incaricato da Cesare di amministrare la Siria e le province limitrofe; cercando di bloccare l’avanzata di Farnace, che aveva riconquistato l’Armenia Minore e la Cappadocia, egli fu sconfitto presso Nicopoli: Cesare, Bellum Alexandrinum 34-41; Cassio Dione, XLII, 46.

[2] Asandro era genero di Farnace, il quale gli aveva affidato il regno del Bosforo nel momento in cui egli aveva intrapreso la riconquista dei territori che un tempo erano appartenuti a Mitridate, ma poi si ribellò a Farnace nella speranza di vedersi attribuire il regno dai Romani: Cassio Dione, XLII, 46, 4.

[3] Cfr. cap. 89; la medesima notazione si trova in Cesare, Bellum Alexandrinum 72-73 e in Cassio Dione, XLII, 48, 2, il quale afferma che Cesare innalzò un trofeo accanto a quello eretto da Mitridate dopo la sua vittoria su Triario. Sulla campagna di Cesare contro Farnace, nel 47 a.C., resa famosa dal messaggio inviato a Roma: “veni, vidi, vici”, dopo la vittoria presso Zela, cfr. Cesare, Bellum Alexandrinum 45-78; Cassio Dione, XLII, 47; Plutarco, Caesar 50.

[4] Il ribelle Asandro, dopo avere ucciso Farnace (cfr. Cassio Dione, XLII, 47, 5), non riuscì a farsi assegnare il regno bosforano da Cesare, che gli preferì Mitridate di Pergamo, rampollo della corte mitridatica che si era dimostrato fedelissimo a Cesare nella guerra alessandrina contro Pompeo e i Pompeiani; tuttavia Mitridate di Pergamo non riuscì a prendere possesso del suo regno, perché fu ucciso da Asandro, che regnò sul Bosforo in quanto marito di Dynamis, figlia di Farnace: Cesare, Bellum Alexandrinum 78; Cassio Dione, XLII, 48.

 

Stele funeraria di Staphilos, da Panticapaeum.

 

Cass. Dio XLII, 45-48 [Cassio Dione, Storia romana, volume secondo (libri XXXIX-XLIII), a cura di G. Norcio, Milano 2016(3), 406-411]

 

[45] καὶ αὐτὸν ἐπὶ πλεῖον ἂν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ κατέσχεν, ἢ καὶ ἐς τὴν Ῥώμην εὐθὺς αὐτῷ συναπῆρεν, | εἰ μήπερ ὁ Φαρνάκης καὶ ἐκεῖθεν πάνυ ἄκοντα τὸν Καίσαρα ἐξήγαγε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν [2] ἐπειχθῆναι ἐκώλυσεν. οὗτος γὰρ παῖς μὲν τοῦ Μιθριδάτου ἦν καὶ τοῦ Βοσπόρου τοῦ Κιμμερίου ἦρχεν, ὥσπερ εἴρηται, ἐπιθυμήσας δὲ πᾶσαν τὴν πατρῴαν βασιλείαν ἀνακτήσασθαι ἐπανέστη κατ᾽ αὐτὴν τήν τε τοῦ Καίσαρος καὶ τὴν τοῦ Πομπηίου στάσιν, καὶ οἷα τῶν Ῥωμαίων τότε μὲν πρὸς ἀλλήλους ἀσχόλων γενομένων, αὖθις δὲ ἐν τῇ [3] Αἰγύπτῳ κατασχεθέντων, τήν τε Κολχίδα ἀκονιτὶ προσηγάγετο καὶ τὴν Ἀρμενίαν ἀπόντος τοῦ Δηιοτάρου πᾶσαν, τῆς τε Καππαδοκίας καὶ τῶν τοῦ Πόντου πόλεών τινας, αἳ τῷ τῆς Βιθυνίας νομῷ [46] προσετετάχατο, κατεστρέψατο. πράσσοντος δὲ αὐτοῦ ταῦτα ὁ Καῖσαρ αὐτὸς μὲν οὐκ ἐκινήθη (οὔτε γὰρ ἡ Αἴγυπτός πω καθειστήκει, καὶ ἐλπίδος τι εἶχε δι᾽ ἑτέρων αὐτὸν χειρώσεσθαἰ), Γναῖον δὲ Δομίτιον Καλουῖνον ἔπεμψε, τήν τε Ἀσίαν οἱ καὶ …… στρατόπεδα προστάξας. [2] καὶ ὃς τὸν Δηιόταρον καὶ τὸν Ἀριοβαρζάνην προσλαβὼν ἤλασεν εὐθὺς ἐπὶ τὸν Φαρνάκην ἐν τῇ Νικοπόλει ὄντα (καὶ γὰρ ταύτην προκατειλήφεἰ), καὶ καταφρονήσας, ἐπειδὴ ἐκεῖνος τὴν παρουσίαν αὐτοῦ φοβηθεὶς ἀνοχὴν ἐπὶ πρεσβεύσει ἑτοίμως ἔσχε ποιήσασθαι, οὔτε ἐσπείσατο αὐτῷ καὶ [3] συμβαλὼν ἡττήθη. καὶ ὁ μὲν ἐκ τούτου ἐς τὴν Ἀσίαν, ἐπειδὴ μήτε ἀξιόμαχός οἱ ἦν καὶ ὁ χειμὼν προσῄει, ἀνεχώρησεν· Φαρνάκης δὲ μεγάλα δὴ φρονῶν τά τε ἄλλα τὰ ἐν τῷ Πόντῳ προσκατεκτήσατο, καὶ Ἀμισὸν καίπερ ἐπὶ πλεῖον ἀντισχοῦσαν εἷλέ τε καὶ διήρπασε, τούς τε ἡβῶντας ἐν αὐτῇ πάντας ἀπέκτεινε, καὶ ἐς τὴν Βιθυνίαν τήν τε Ἀσίαν ἐπὶ ταῖς αὐταῖς τῷ πατρὶ ἐλπίσιν ἠπείγετο. [4] κἀν τούτῳ μαθὼν τὸν Ἄσανδρον, ὃν ἐπίτροπον τοῦ Βοσπόρου κατελελοίπει, νενεοχμωκότα, οὐκέτι περαιτέρω προεχώρησεν· ἐκεῖνος γάρ, ἐπειδὴ τάχιστα πόρρω τε ὁ Φαρνάκης ἀπ᾽ αὐτοῦ προϊὼν ἠγγέλθη, καὶ ἐδόκει, εἰ καὶ τὰ μάλιστα ἔν γε τῷ παρόντι ἀνθοῖ, ἀλλ᾽ οὔτι γε καὶ ἔπειτα καλῶς ἀπαλλάξειν, ἐπανέστη αὐτῷ ὡς καὶ τοῖς Ῥωμαίοις τι χαριούμενος τήν τε δυναστείαν τοῦ Βοσπόρου παρ᾽ αὐτῶν ληψόμενος. [47] τοῦτ᾽ οὖν ὁ Φαρνάκης ἀκούσας ὥρμησεν ἐπ᾽ αὐτὸν μάτην· τὸν γὰρ Καίσαρα ἐν τῇ ὁδῷ εἶναι καὶ ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἐπείγεσθαι πυθόμενος ἀνέστρεψε, κἀνταῦθα αὐτῷ περὶ Ζέλαν συνέτυχεν. ὁ γὰρ Καῖσαρ τοῦ τε Πτολεμαίου τελευτήσαντος καὶ τοῦ Δομιτίου νικηθέντος οὔτε εὐπρεπῆ οὔτε λυσιτελῆ οἱ τὴν ἐν τῇ Αἰγύπτῳ διατριβὴν ἐνόμισεν εἶναι, ἀλλὰ ἀφωρμήθη, καὶ τάχει πολλῷ χρησάμενος ἐς τὴν Ἀρμενίαν ἀφίκετο. [2] ἐκπλαγεὶς οὖν ὁ βάρβαρος, καὶ πολὺ μᾶλλον τὴν ὁρμὴν ἢ τὸν στρατὸν αὐτοῦ καταδείσας, προσέπεμψεν αὐτῷ πρὶν πλησιάσαι πολλάκις προκηρυκευόμενος, εἴ πως τὸ παρὸν ἐφ᾽ ὁτῳδὴ συνθέμενος ἐκφύγοι. [3] προΐσχετο δὲ ἄλλα τε καὶ ἐν τοῖς μάλιστα ὅτι οὐ συνήρατο τῷ Πομπηίῳ· καὶ ἤλπιζεν ὑπάξεσθαί τε αὐτὸν ἐς σπονδὰς ἅτε καὶ ἐς τὴν Ἰταλίαν τήν τε Ἀφρικὴν ἐπειγόμενον, καὶ ἀπελθόντος αὐτοῦ ῥᾳδίως αὖθις πολεμήσειν. [4] ὑποπτεύσας οὖν τοῦτο ὁ Καῖσαρ τοὺς μὲν πρώτους καὶ τοὺς δευτέρους πρέσβεις ἐφιλοφρονήσατο, ὅπως ὅτι μάλιστα ἀπροσδοκήτῳ οἱ τῇ τῆς εἰρήνης ἐλπίδι προσπέσῃ, τῶν δὲ τρίτων ἐλθόντων τά τε ἄλλα ἐπεκάλεσεν αὐτῷ καὶ ὅτι τὸν Πομπήιον τὸν εὐεργέτην ἐγκατέλιπεν. [5] καὶ οὐκ ἀνεβάλετο, ἀλλ᾽ εὐθὺς αὐθημερόν, ὥσπερ εἶχεν ἐκ τῆς ὁδοῦ, συνέμιξε, καί τινα χρόνον ὑπό τε τῆς ἵππου καὶ ὑπὸ τῶν δρεπανηφόρων ἐκταραχθεὶς ἔπειτα τοῖς ὁπλίταις ἐκράτησε. καὶ ἐκεῖνον μὲν ἐκφυγόντα ἐπὶ τὴν θάλασσαν, καὶ ἐς τὸν Βόσπορον μετὰ τοῦτο ἐσβιαζόμενον, ὁ Ἄσανδρος εἶρξέ τε καὶ [48] ἀπέκτεινε· Καῖσαρ δὲ ἐπὶ τῇ νίκῃ, καίπερ οὐ πάνυ διαπρεπεῖ γενομένῃ, πολὺ καὶ ὅσον ἐπ᾽ οὐδεμιᾷ ἄλλῃ ἐφρόνησεν, ὅτι ἔν τε τῇ αὐτῇ ἡμέρᾳ καὶ ἐν τῇ αὐτῇ ὥρᾳ καὶ ἦλθε πρὸς τὸν πολέμιον καὶ εἶδεν αὐτὸν καὶ ἐνίκησε. [2] καὶ τά τε λάφυρα πάντα, καίτοι πλεῖστα γενόμενα, τοῖς στρατιώταις ἐδωρήσατο, καὶ τρόπαιον, ἐπειδήπερ ὁ Μιθριδάτης ἀπὸ τοῦ Τριαρίου ἐνταῦθά που ἐγηγέρκει, ἀντανέστησε· καθελεῖν μὲν γὰρ τὸ τοῦ βαρβάρου οὐκ ἐτόλμησεν ὡς καὶ τοῖς ἐμπολεμίοις θεοῖς ἱερωμένον, τῇ δὲ δὴ τοῦ ἰδίου παραστάσει καὶ ἐκεῖνο συνεσκίασε καὶ τρόπον τινὰ καὶ κατέστρεψε. [3] καὶ μετὰ τοῦτο τὴν χώραν ὅσην τῶν τε Ῥωμαίων καὶ τῶν ἐνόρκων σφίσιν ἀποτετμημένος ὁ Φαρνάκης ἦν ἐκομίσατο, καὶ αὐτὴν πᾶσαν ὡς ἑκάστοις τοῖς ἀπολέσασιν ἔδωκε, πλὴν μέρους τινὸς τῆς Ἀρμενίας, ὃ τῷ Ἀριοβαρζάνει ἐχαρίσατο. [4] τούς τε Ἀμισηνοὺς ἐλευθερίᾳ ἠμείψατο, καὶ τῷ Μιθριδάτῃ τῷ Περγαμηνῷ τετραρχίαν τε ἐν Γαλατίᾳ καὶ βασιλείας ὄνομα ἔδωκε, πρός τε τὸν Ἄσανδρον πολεμῆσαι ἐπέτρεψεν, ὅπως καὶ τὸν Βόσπορον κρατήσας αὐτοῦ λάβῃ, ὅτι πονηρὸς ἐς τὸν φίλον ἐγένετο.

 

 

[45] E [Cleopatra] l’avrebbe trattenuto in Egitto più a lungo, o sarebbe partita immediatamente per Roma insieme a lui [= Cesare], se Farnace non l’avesse strappato di là contro voglia e non gli avesse impedito di venire in Italia. [2] Costui era figlio di Mitridate e governava, come ho già detto, sul Bosforo Cimmerio. Desideroso di recuperare tutto il dominio paterno, prese le armi proprio durante la contesa tra Cesare e Pompeo. Mentre i Romani erano dapprima fortemente impegnati in una guerra fratricida e poi trattenuti in Egitto, [3] conquistò facilmente la Colchide, e durante l’assenza di Deiotaro tutta l’Armenia e alcune città della Cappadocia e del Ponto, che facevano parte della provincia di Bitinia. [46] Mentre Farnace faceva tali conquiste, Cesare non si mosse dall’Egitto, perché il paese non era ancora tranquillo, e d’altra parte sperava di poter vincere Farnace per mezzo dei suoi luogotenenti. Gli mandò contro Gneo Domizio Calvino, affidandogli il comando dell’Asia e di …… legioni. [2] Calvino unì a sé gli eserciti di Deiotaro e di Ariobarzane e marciò subito contro Farnace, che si trovava nella città di Nicopoli, da lui già conquistata. Farnace, atterrito dall’arrivo di Calvino, gli mandò messi, dichiarandosi pronto a intavolare trattative di pace; ma Calvino, credendosi superiore in forze, non accettò e lo assalì. [3] Sconfitto, si ritirò in Asia, perché non si riteneva capace di fronteggiarlo e anche perché l’inverno era vicino. Intanto Farnace, inorgoglito, conquistò le altre regioni del Ponto e anche la città di Amiso, benché resistesse a lungo. Dopo la conquista, saccheggiò la città, uccise tutti gli uomini atti alle armi che in essa si trovavano, e si affrettò verso la Bitinia e l’Asia, animato dalle stesse speranze che aveva avuto suo padre. [4] Avendo saputo che Asandro, a cui aveva affidato il governo del Bosforo, macchinava novità, non avanzò oltre: Asandro, infatti, appena fu informato che Farnace era partito per un luogo lontano da lui, pensando che un eventuale successo di questo re non sarebbe stato duraturo, insorse, convinto di fare cosa gradita ai Romani e che avrebbe ricevuto da loro il governo del Bosforo. [47] Saputo ciò, Farnace marciò contro Asandro, ma la spedizione fu inutile: informato che Cesare era in marcia e che si affrettava verso l’Armenia, tornò indietro e lo incontrò presso Zela. Dopo la morte di Tolemeo e la sconfitta di Domizio, Cesare aveva capito che non era né lodevole né utile per lui un ulteriore soggiorno in Egitto: perciò era partito, e con una veloce marcia era giunto in Armenia. [2] Il barbaro fu spaventato e, temendo molto più la sua rapidità che il suo esercito, gli inviò parecchi messaggi prima che si avvicinasse, desiderando intavolare trattative di pace allo scopo di evitare in un modo o nell’altro il presente pericolo. [3] Gli disse varie cose, e gli ricordò soprattutto che non aveva aiutato Pompeo. Sperava di persuaderlo a fare la pace, convinto che Cesare aveva fretta di tornare in Africa e in Italia: dopo la sua partenza, egli avrebbe facilmente ripreso la guerra. [4] Cesare, che aveva sospettato proprio questo, accolse benevolmente la prima e la seconda ambasceria, per poter assalire Farnace mentre era lontanissimo dal pensare a un attacco a causa delle trattative di pace in corso. Ma quando giunse la terza ambasceria, mosse veri rimproveri a Farnace, tra cui il non aver aiutato Pompeo, che lo aveva beneficato. Così non perse tempo e subito, lo stesso giorno in cui era arrivato, proprio appena giunse, lo attaccò. [5] Per un momento ebbe qualche difficoltà a causa della cavalleria e dei carri falcati del nemico; ma poi con la sua fanteria armata pesantemente ebbe la meglio. Farnace fuggì verso il mare e poi tentò di entrare nel Bosforo; ma Asandro lo bloccò e lo uccise. [48] Cesare fu assai orgoglioso di questa vittoria, più di ogni altra, quantunque non fosse stata molto brillante, perché nello stesso giorno e nella stessa ora in cui era venuto in contatto col nemico l’aveva visto e sconfitto. Di tutte le spoglie, benché fossero di grandissimo valore, fece dono ai soldati, [2] e poiché Mitridate aveva un giorno eretto qui un trofeo per la vittoria su Triario, fece innalzare accanto ad esso un altro trofeo. Non osò distruggere quello del barbaro, perché era stato consacrato agli dèi della guerra; però, mettendogli vicino il proprio, annullava l’importanza del trofeo nemico e in un certo modo lo distruggeva. [3] Riconquistati i territori di Roma e degli alleati, che erano stati occupati da Farnace, li distribuì tutti ai singoli sovrani che li avevano perduti, eccettuata una piccola parte dell’Armenia, di cui fece dono ad Ariobarzane. [4] Agli abitanti di Amiso concesse la libertà; a Mitridate, detto il Pergameno, diede la tetrarchia in Galazia e il titolo di re, e gli permise di fare la guerra contro Asandro, affinché, dopo aver vinto costui che aveva tradito l’amico, potesse ottenere la signoria sul Bosforo.

 

 

 

Bibliografia di approfondimento:

 

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La battaglia dei Campi Raudii – 30 luglio 101 a.C. (Plut. Mar. 25, 4-27)

in Plutarco, Vita di Mario (ed. Marasco G., Torino, 1994, pp. 486-493).

 

[25, 4] Βοιῶριξ δὲ ὁ τῶν Κίμβρων βασιλεὺς ὀλιγοστὸς προσιππεύσας τῷ στρατοπέδῳ προὐκαλεῖτο τὸν Μάριον, ἡμέραν ὁρίσαντα καὶ τόπον, προελθεῖν καὶ διαγωνίσασθαι περὶ τῆς χώρας. [5] τοῦ δὲ Μαρίου φήσαντος οὐδέποτε Ῥωμαίους συμβούλοις κεχρῆσθαι περὶ μάχης τοῖς πολεμίοις, οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ χαριεῖσθαι τοῦτο Κίμβροις, ἡ μέραν μὲν ἔθεντο τὴν ἀπ᾽· ἐκείνης τρίτην, χώραν δὲ τὸ πεδίον τὸ περὶ Βερκέλλας, Ῥωμαίοις μὲν ἐπιτήδειον ἐνιππάσασθαι, τῶν δὲ ἀνάχυσιν τῷ πλήθει παρασχεῖν. [6] τηρήσαντες οὖν τὸν ὡρισμένον χρόνον ἀντιπαρετάσσοντο, Κάτλος μὲν ἔχων δισμυρίους καὶ τριακοσίους στρατιώτας, οἱ δὲ Μαρίου δισχίλιοι μὲν ἐπὶ τρισμυρίοις ἐγένοντο, περιέσχον δὲ τὸν Κάτλον ἐν μέσῳ νεμηθέντες εἰς ἑκάτερον κέρας, ὡς Σύλλας, ἠγωνισμένος ἐκείνην τὴν μάχην, γέγραφε. [7] καί φησι τὸν Μάριον ἐλπίσαντα τοῖς ἄκροις μάλιστα καὶ κατὰ κέρας συμπεσεῖν τὰς φάλαγγας, ὅπως ἴδιος ἡ νίκη τῶν ἐκείνου στρατιωτῶν γένοιτο καὶ μὴ μετάσχοι τοῦ ἀγῶνος ὁ Κάτλος μηδὲ προσμίξειε τοῖς πολεμίοις, κόλπωμα τῶν μέσων, ὥσπερ εἴωθεν ἐν μεγάλοις μετώποις, λαμβανόντων, οὕτω διαστῆσαι τὰς δυνάμεις· [8] ὅμοια δὲ καὶ τὸν Κάτλον αὐτὸν ἀπολογεῖσθαι περὶ τούτων ἱστοροῦσι, πολλὴν κατηγοροῦντα τοῦ Μαρίου κακοήθειαν πρὸς αὐτόν. [9] τοῖς δὲ Κίμβροις τὸ μὲν πεζὸνἐκ τῶν ἐρυμάτων καθ᾽ ἡσυχίαν προῄει, βάθος ἴσον τῷ μετώπῳ ποιούμενον. ἑκάστη γὰρ ἐπέσχε πλευρὰ σταδίους τριάκοντα τῆς παρατάξεως· [10] οἱ δὲ ἱππεῖς μύριοι καὶ πεντακισχίλιοι τὸ πλῆθος ὄντες ἐξήλασαν λαμπροί, κράνη μὲν εἰκασμένα θηρίων φοβερῶν χάσμασι καὶ προτομαῖς ἰδιομόρφοις ἔχοντες, ἃς ἐπαιρόμενοι λόφοις πτερωτοῖς εἰς ὕψος ἐφαίνοντο μείζους, θώραξι δὲ κεκοσμημένοι σιδηροῖς, θυρεοῖς δὲ λευκοῖς στίλβοντες. [11] ἀκόντισμα δὲ ἦν ἑκάστῳ διβολία· συμπεσόντες δὲ μεγάλαις ἐχρῶντο καὶ βαρείαις μαχαίραις.

 

[25, 4] Beorice, re dei Cimbri[1], si avvicinò a cavallo all’accampamento con una piccola scorta e sfidò Mario a fissare il giorno e il luogo per scendere in campo e combattere per il possesso del paese. [5] Mario rispose che i Romani non prendevano mai consiglio dai nemici per dar battaglia, ma che tuttavia avrebbe accordato quel favore ai Cimbri; convennero che la battaglia avrebbe avuto luogo due giorni dopo[2] nella pianura dei Vercelli[3], che era adatta alle manovre della cavalleria romana come allo spiegamento della massa dei barbari. [6] Nel giorno stabilito gli eserciti si schierarono l’uno di fronte all’altro. Catulo aveva ventimilatrecento soldati; quelli di Mario, che erano trentaduemila, divisi fra le due ali, racchiudevano quelli di Catulo, disposti al centro, come ha scritto Silla[4], che prese parte a quella battaglia. [7] Silla afferma anche che Mario sperava che i due eserciti si sarebbero scontrati soprattutto alle estremità e sulle ali, in modo che tutto il merito della vittoria spettasse ai propri soldati e Catulo non partecipasse allo scontro e non venisse a contatto con il nemico, poiché in genere, su fronti estesi, il centro rimane indietro rispetto alle ali; per questo motivo Mario avrebbe disposto così l’esercito. [8] Si narra anche che Catulo[5] riferisca a propria difesa un’analoga versione dei fatti ed accusi Mario di grande malignità nei suoi confronti. [9] La fanteria dei Cimbri uscì tranquillamente dalle difese e si dispose in una formazione di profondità uguale alla fronte: ciascun lato dello schieramento misurava trenta stadi[6]. [10] I cavalieri avanzavano, in numero di quindicimila, splendidi, con elmi raffiguranti fauci spalancate e musi strani di belve spaventose, sormontati da pennacchi piumati che li facevano apparire più alti; erano equipaggiati con corazze di ferro e bianchi scudi rilucenti. [11] Ciascuno aveva un giavellotto a due punte, ma nella mischia si servivano di spade lunghe e pesanti.

 

La battaglia dei Campi Raudii (I. Dzis).

 

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[26, 1] τότε δὲ οὐχὶ κατὰ στόμα προσεφέροντο τοῖς Ῥωμαίοις, ἀλλ᾽ ἐκκλίνοντες ἐπὶ δεξιὰ ὑπῆγον αὑτοὺς κατὰ μικρόν, ἐμβάλλοντες εἰς τὸ μέσον αὐτῶν τε καὶ τῶν πεζῶν ἐξ ἀριστερᾶς παρατεταγμένων. [2] καὶ συνεῖδον μὲν οἱ τῶν Ῥωμαίων στρατηγοὶ τὸν δόλον, ἐπισχεῖν δὲ τοὺς στρατιώτας οὐκ ἔφθησαν, ἀλλ᾽ ἑνὸς ἐκβοήσαντος ὅτι φεύγουσιν οἱ πολέμιοι, πάντες ὥρμησαν διώκειν. καὶ τὸ πεζὸν ἐν τούτῳ τῶν βαρβάρων ἐπῄει καθάπερ πέλαγος ἀχανὲς κινούμενον. [3] ἐνταῦθα νιψάμενος ὁ Μάριος τὰς χεῖρας καὶ πρὸς τὸν οὐρανὸν ἀνασχὼν εὔξατο τοῖς θεοῖς κατὰ ἑκατόμβης, εὔξατο δὲ καὶ Κάτλος ὁμοίως ἀνασχὼν τὰς χεῖρας καθιερώσειν τὴν τύχην τῆς ἡμέρας ἐκείνης. [4] τὸν δὲ Μάριον καὶ θύσαντα λέγεται τῶν ἱερῶν αὐτῷ δειχθέντων μέγα φθεγξάμενον εἰπεῖν “ἐμὴ ‹ἡ› νίκη.” [5] γενομένης δὲ τῆς ἐφόδου πρᾶγμα νεμεσητὸν παθεῖν τὸν Μάριον οἱ περὶ Σύλλαν ἱστοροῦσι. κονιορτοῦ γὰρ ἀρθέντος, οἷον εἰκός, ἀπλέτου καὶ τῶν στρατοπέδων ἀποκεκρυμμένων, ἐκεῖνον μέν, ὡς τὸ πρῶτον ὥρμησε πρὸς τὴν δίωξιν, ἐπισπασάμενον τὴν δύναμιν ἀστοχῆσαι τῶν πολεμίων καὶ παρενεχθέντα τῆς φάλαγγος ἐν τῷ πεδίῳ διαφέρεσθαι πολὺν χρόνον· [6] τῷ δὲ Κάτλῳ τοὺς βαρβάρους ἀπὸ τύχης συρραγῆναι, καὶ γενέσθαι τὸν ἀγῶνα κατ᾽ ἐκεῖνον καὶ τοὺς ἐκείνου μάλιστα στρατιώτας, ἐν οἷς αὐτὸς ὁ Σύλλας τετάχθαι φησί· [7] συναγωνίσασθαι δὲ τοῖς Ῥωμαίοις τὸ καῦμα καὶ τὸν ἥλιον ἀντιλάμποντα τοῖς Κίμβροις. [8] δεινοὶ γὰρ ὄντες ὑπομεῖναι κρύη, καὶ τόποις ἐντεθραμμένοι σκιεροῖς, ὡς λέλεκται, καὶ ψυχροῖς, ἀνετρέποντο πρὸς τὸ θάλπος, ἱδρῶτά τε μετὰ ἄσθματος πολὺν ἐκ τῶν σωμάτων ἀφιέντες καὶ τοὺς θυρεοὺς προβαλλόμενοι πρὸ τῶν προσώπων, ἅτε δὴ καὶ μετὰ τροπὰς θέρους τῆς μάχης γενομένης, ἃς ἄγουσι Ῥωμαῖοι πρὸ τριῶν ἡμερῶν τῆς νουμηνίας τοῦ νῦν μὲν Αὐγούστου, τότε δὲ Σεξτιλίου μηνός, [9] ὤνησε δὲ καὶ πρὸς τὸ θαρρεῖν ὁ κονιορτὸς ἀποκρύψας τοὺς πολεμίους, οὐ γάρ κατεῖδον ἐκ πολλοῦ τὸ πλῆθος, ἀλλὰ δρόμῳ τοῖς κατ᾽ αὑτοὺς ἕκαστοι προσμείξαντες ἐν χερσὶν ἦσαν, ὑπὸ τῆς ὄψεως μὴ προεκφοβηθέντες. [10] οὕτω δ̓ ἦσαν διάπονοι τὰ σώματα καὶ κατηθληκότες ὡς μήτε ἱδροῦντά τινα μήτε ἀσθμαίνοντα Ῥωμαίων ὀφθῆναι διὰ πνίγους τοσούτου καὶ μετὰ δρόμου τῆς συρράξεως γενομένης, ὡς τὸν Κάτλον αὐτὸν ἱστορεῖν λέγουσι μεγαλύνοντα τοὺς στρατιώτας.

 

[26, 1] In quell’occasione, i cavalieri non attaccarono frontalmente i Romani, ma, piegando verso destra, cercarono di attirarli a poco a poco e di trascinarli fra se stessi e la loro fanteria, che era schierata sulla sinistra. [2] I generali romani compresero l’insidia, ma non fecero in tempo a trattenere i soldati, poiché uno di essi gridò che i nemici fuggivano e tutti si gettarono all’inseguimento. In quel momento la fanteria dei barbari avanzò come un immenso mare in movimento. [3] Allora Mario si lavò le mani e, alzandole al cielo, fece voto di offrire agli dèi un’ecatombe; anche Catulo, levate le mani allo stesso modo, promise di consacrare un tempio alla Fortuna di quel giorno[7]. [4] Si dice anche che Mario offrì un sacrificio e, quando gli furono mostrate le viscere delle vittime, gridò forte· «La vittoria è mia!». [5] Quando avvenne l’attacco, Mario subì un castigo dovuto alla vendetta divina, a quanto racconta Silla[8]· levatasi infatti, com’è naturale, un’immensa nube di polvere, i due eserciti rimasero nascosti l’uno all’altro e Mario, che si era lanciato per primo all’inseguimento, trascinando con sé le sue truppe, non incontrò i nemici, e, passando a lato della loro fanteria, errò a lungo nella pianura. [6] Il caso volle poi che i barbari si scontrassero con Catulo e che la battaglia si sviluppasse principalmente contro lui e i suoi soldati, fra i quali Silla dice di essersi trovato anch’egli. [7] I Romani, a quanto afferma Silla, ebbero come alleati la calura ed il sole, che dardeggiava negli occhi dei Cimbri[9]. [8] Infatti i barbari, avvezzi a sopportare il gelo e cresciuti, come ho detto[10], in regioni piene d’ombra e di freddo, erano sconvolti dal calore; ansanti e coperti di abbondante sudore, si proteggevano tenendo gli scudi davanti al viso, dal momento che la battaglia ebbe luogo proprio dopo il solstizio d’estate, che cade per i Romani tre giorni prima della luna nuova del mese che ora è detto Augustus, ma a quell’epoca era chiamato Sextilis[11]. [9] A dar coraggio ai Romani contribuì anche la nube di polvere che nascose i nemici, poiché non poterono distinguere da lontano la moltitudine e, lanciandosi ciascuno di corsa contro quelli che aveva davanti, ingaggiarono la mischia prima d’essere impauriti dalla vista dei barbari. [10] Erano così resistenti alla fatica ed allenati, che non si vide nessun romano sudare o ansimare, nonostante facesse un gran caldo e fossero andati all’assalto di corsa; così dicono che abbia scritto Catulo stesso[12], esaltando i suoi soldati.

 

Giovanni Battista Tiepolo, Battaglia di Vercelli. Olio su tela, 1725-29. New York, Metropolitan Museum of Art.

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[27, 1] τὸ μὲν οὖν πλεῖστον μέρος καὶ μαχιμώτατον τῶν πολεμίων αὐτοῦ κατεκόπη· καὶ γὰρ ἦσαν ὑπὲρ τοῦ μὴ διασπᾶσθαι τὴν τάξιν οἱ πρόμαχοι μακραῖς ἁλύσεσι πρὸς ἀλλήλους συνεχόμενοι διὰ τῶν ζωστήρων ἀναδεδεμέναις· [2] τοὺς δὲ φεύγοντας ὤσαντες πρὸς τὸ χαράκωμα τραγικωτάτοις ἐνετύγχανον πάθεσιν. αἱ γὰρ γυναῖκες ἐπὶ τῶν ἁμαξῶν μελανείμονες ἐφεστῶσαι τούς τε φεύγοντας ἔκτεινον, αἱ μὲν ἄνδρας, αἱ δὲ ἀδελφούς, αἱ δὲ πατέρας, καὶ τὰ νήπια τῶν τέκνων ἀπάγχουσαι ταῖς χερσὶν ἐρρίπτουν ὑπὸ τοὺς τροχοὺς καὶ τοὺς πόδας τῶν ὑποζυγίων, αὑτὰς δὲ ἀπέσφαττον. [3] μίαν δέ φασιν ἓξ ἄκρου ῥυμοῦ κρεμαμένην τὰ παιδία τῶν αὑτῆς σφυρῶν ἀφημμένα βρόχοις ἐκατέρωθεν ἠρτῆσθαι· [4] τοὺς δὲ ἄνδρας ἀπορίᾳ δένδρων τοῖς κέρασι τῶν βοῶν, τοὺς δὲ τοῖς σκέλεσι προσδεῖν τοὺς αὑτῶν τραχήλους, εἶτα κέντρα προσφέροντας ἐξαλλομένων τῶν βοῶν ἐφελκομένους καὶ πατουμένους ἀπόλλυσθαι. [5] πλὴν καίπερ οὕτως αὑτῶν διαφθαρέντων, ἑάλωσαν ὑπὲρ ἓξ μυριάδας· αἱ δὲ τῶν πεσόντων ἐλέγοντο δὶς τοσαῦται γενέσθαι.

[6] τὰ μὲν οὖν χρήματα διήρπασαν οἱ Μαρίου στρατιῶται, τὰ δὲ λάφυρα καὶ τὰς σημαίας καὶ τὰς σάλπιγγας εἰς τὸ Κάτλου στρατόπεδον ἀνενεχθῆναι λέγουσιν· ᾧ καὶ μάλιστα τεκμηρίῳ χρῆσθαι τὸν Κάτλον ὡς κατ᾽ αὐτὸν ἡ νίκη γένοιτο. [7] καὶ μέντοι καὶ τοῖς στρατιώταις, ὡς ἔοικεν, ἐμπεσούσης ἔριδος, ᾑρέθησαν οἷον διαιτηταὶ πρέσβεις Παρμητῶν παρόντες, οὓς οἱ Κάτλου διὰ τῶν πολεμίων νεκρῶν ἄγοντες ἐπεδείκνυντο τοῖς ἑαυτῶν ὑσσοῖς διαπεπαρμένους· γνώριμοι δ̓ ἦσαν ὑπὸ γραμμάτων, τοὔνομα τοῦ Κάτλου παρὰ τὸ ξύλον αὑτῶν ἐγχαραξάντων. [8] οὐ μὴν ἀλλὰ τῷ Μαρίῳ προσετίθετο σύμπαν τὸ ἔργον ἥ τε προτέρα νίκη καὶ τὸ πρόσχημα τῆς ἀρχῆς. [9] μάλιστα δὲ οἱ πολλοὶ κτίστην τε Ῥώμης τρίτον ἐκεῖνον ἀνηγόρευον, ὡς οὐχ ἥττονα τοῦ Κελτικοῦ τοῦτον ἀπεωσμένον τὸν κίνδυνον, εὐθυμούμενοί τε μετὰ παίδων καὶ γυναικῶν ἕκαστοι κατ᾽ οἶκον ἅμα τοῖς θεοῖς καὶ Μαρίῳ δείπνου καὶ λοιβῆς ἀπήρχοντο, καὶ θριαμβεύειν μόνον ἠξίουν ἀμφοτέρους τοὺς θριάμβους. [10] οὐ μὴν ἐθριάμβευσεν οὕτως, ἀλλὰ μετὰ τοῦ Κάτλου, μέτριον ἐπὶ τηλικαύταις εὐτυχίαις βουλόμενος παρέχειν ἑαυτόν· ἔστι δὲ ὅ τι καὶ τοὺς στρατιώτας φοβηθείς παρατεταγμένους, εἰ Κάτλος ἀπείργοιτο τῆς τιμῆς, μηδὲ ἐκεῖνον ἐᾶν θριαμβεύειν.

 

[27, 1] La parte maggiore e più battagliera dei nemici fu dunque fatta a pezzi sul posto, poiché i combattenti della prima fila, per evitare che il loro allineamento venisse spezzato, si erano legati gli uni agli altri mediante lunghe catene attaccate alle loro cinture. [2] Quando i Romani ebbero respinto i fuggitivi fino alle loro difese, assistettero alle scene più tragiche· le donne, vestite di nero, ritte sui carri, uccidevano i mariti, i fratelli e i padri che fuggivano, poi, strangolando con le proprie mani i figli più piccoli, li gettavano sotto le ruote dei carri e sotto le zampe delle bestie e infine si sgozzavano. [3] Dicono che una di esse pendeva impiccata all’estremità di un timone, con i figli appesi a ciascuna delle sue caviglie[13], [4] e che gli uomini, in mancanza d’alberi, si legavano per la gola alle corna o alle gambe dei buoi, che poi facevano impennare stimolandoli con pungoli, sicché morivano trascinati e calpestati dalle bestie[14]. [5] Tuttavia, nonostante questi suicidi, i prigionieri furono più di sessantamila; si narra inoltre che i caduti furono due volte tanti[15].

[6] I soldati di Mario depredarono gli averi dei barbari, ma si dice che le spoglie, le insegne e le trombe furono portate nell’accampamento di Catulo[16] e che questo fu il principale argomento di cui si avvalse Catulo per dimostrare che la vittoria spettava a lui. [7] Sorta, a quanto pare, una contesa fra i soldati, furono scelti come arbitri alcuni ambasciatori di Parma che si trovavano sul posto; i soldati di Catulo li portarono fra i cadaveri dei nemici e mostrarono che i corpi erano trafitti dai loro giavellotti, riconoscibili dal nome di Catulo che vi avevano inciso sul legno. [8] Tuttavia, l’intero merito del successo fu attribuito a Mario, in considerazione sia della sua prima vittoria, sia della superiorità della sua carica. [9] Soprattutto il popolo lo salutava come terzo fondatore di Roma, perché aveva scongiurato un pericolo non minore di quello dei Celti[17]; ciascuno, in festa con i figli e la moglie, offriva nella propria casa le primizie del pasto e faceva libagioni agli dèi e a Mario[18], e si riteneva che egli dovesse celebrare da solo entrambi i trionfi[19]. [10] Ma egli non fece così e celebrò il trionfo insieme a Catulo, volendo mostrare la propria moderazione dopo così grandi successi e forse anche per timore dei soldati, disposti, se Catulo fosse stato privato di quell’onore, a impedire anche il trionfo di Mario.

 

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C. Mario. Testa, calcare compatto, metà I sec. a.C. Ravenna, Museo Nazionale.

 

Bibliografia di approfondimento:

CERETTO CASTIGLIANO L., 101 a.C.: l’esercito sconfigge i Cimbri alle porte di Vercelli, “La Gazzetta”, 3 marzo 2014.

MATTHEW C., The Battle of Vercellae and the Alteration of the Heavy Javelin (Pilum) by Gaius Marius, “Antichthon” 44 (2010).

RICHARD J.-CL., La victoire de Marius, MEFRA 77 (1965), 69-86.

SOMMO G., Campi Raudii. I segni di una battaglia. Annotazioni bibliografiche, Vercelli 2015.

 

 

Note:

 

[1] Il suo nome è confermato da Floro (I, 38, 18) e da Orosio (V, 16, 20), che ne attestano la morte nella battaglia.

[2] Cfr. Floro, I, 38, 14, secondo cui la battaglia sarebbe stata stabilita per il dies proximus. Lo scontro ebbe luogo il 30 luglio 101.

[3] Le fonti latine (Velleio Patercolo, II, 12, 5; Floro, loc. cit.; De viris illustribus, 67, 2) localizzano lo scontro ai Campi Raudii. Il problema è stato ampiamente discusso e si è spesso ritenuto che lo scontro abbia avuto luogo nella zona di Vercelli, in Piemonte, dove i Cimbri si sarebbero diretti per ricongiungersi ai Teutoni. Tuttavia, J. Zennari (I vercelli dei Celti nella valle Padana e l’invasione cimbrica della Venezia, «Annali della Biblioteca Governativa e Libreria civica di Cremona», IV, 1951, fasc. 3, pp. 1-78) ha sostenuto, sulla base di un’ampia documentazione letteraria ed epigrafica, che il termine Βερκέλλαι non dev’essere inteso come nome proprio di città, ma è un nome comune di origine celtica, diffuso particolarmente nella Gallia Cisalpina per designare zone di estrazione dei metalli; lo stesso valore avrebbe pure il termine latino Campi Raudii. Lo Zennari (cfr. anche La battaglia dei vercelli o dei Campi Raudii (101 a.C.), «Annali della Biblioteca… di Cremona», XI, 1958, fasc. 2) localizza quindi lo scontro fra Mario e i Cimbri nella zona fra Rovigo e Ferrara. Per l’attendibilità di questa ipotesi cfr. in particolare E. Badian (From Gracchi to Sulla, «Historia», XI, 1962, p. 217), che vi ricollega la testimonianza plutarchea (Marius, 2, 1) sull’esistenza di una statua di Mario nella vicina Ravenna.

[4] Fragm. 5, HRR, vol. I2, p. 196. Silla, in cattivi rapport con Mario, si era unito a Catulo e partecipò con lui allo scontro (cfr. Plutarco, Sulla, 4, 3).

[5] Fragm. 1, HRR, vol. I2, p. 191.

[6] Un po’ più di cinque chilometri.

[7] Il tempio fu costruito dopo la vittoria (cfr. Plinio, Naturalis Historia, XXXIV, 19, 54).

[8] Fragm. 6, HRR, vol. I2, p. 197.

[9] Cfr. Orosio, V, 16, 15. Floro (I, 38, 15) afferma invece che i barbari furono accecati dal riverbero del sole sugli elmi dei Romani, il che comporterebbe uno scambio delle posizioni dei due eserciti, ma potrebbe anche essere spiegato con la durata della battaglia, per cui le testimonianze si riferirebbero a momenti diversi (cfr. Calabi, I Commentarii di Silla come fonte storica, «Memorie dell’Accademia Naz. dei Lincei», Classe di Sc. mor., stor. e filol., Ser. VIII, 1950, p. 265 seg.).

[10] Cfr. cap. 11, 9.

[11] La battaglia ebbe luogo il 30 luglio del 101. La νουμηνία indica il primo giorno del mese lunare, corrispondente per i Romani alle calende. Sextilis, il sesto mese dell’anno romano, che cominciava a marzo, fu ribattezzato Augustus nell’8 a.C., in onore dell’imperatore Augusto.

[12] Fragm. 2, HRR, vol. I2, p. 191.

[13] Cfr. Orosio, V, 16, 19; Floro, I, 38, 17.

[14] Cfr. Orosio, V, 16, 18; Floro, loc. cit., che però riferiscono anche questo particolare alle donne.

[15] La cifra è vicina a quella di 60.000 prigionieri e 140.000 morti in Livio, Periochae, 68; Orosio, V, 16, 16; Eutropio, V, 2.

[16] Secondo Eutropio (loc. cit.), due insegne furono prese dai soldati di Mario, trentuno da quelli di Catulo.

[17] Per il quale Camillo era stato proclamato secondo fondatore di Roma (cfr. Plutarco, Camillus, 1, 1).

[18] Cfr. Valerio Massimo, VIII, 15, 7: …postquam enim Cimbros ab eo deletos initio mortis nuntius peruenit, nemo fuit, qui non illi tamquam dis immortalibus apud sacra mensae suae libauerit.

[19] Quello sui Cimbri e quello sui Teutoni, che aveva in precedenza rifiutato di celebrare prima che la guerra fosse conclusa (cfr. cap. 24, 1).

L’azione educatrice di Alessandro

di Plutarch, De Alexandri Magni fortuna aut virtute, in F. Cole Babbitt (ed.), Plutarch, Moralia, Cambridge-London, HUP, 1936, pp. 393-397.

 

Lisimaco di Tracia. Tetradramma, Magnesia al Menandro 305-281 a.C. ca. Ar. 17, 19 gr. Recto: testa diademata di Alessandro divinizzato, con le corna di Ammone.

 

Plut. De Alex. I 5, 328 b – 329 a

 

[b] καὶ πρῶτον τὸ παραδοξότατον, εἰ βούλει, σκόπει, τοὺς Ἀλεξάνδρου μαθητὰς τοῖς Πλάτωνος, τοῖς Σωκράτους ἀντιπαραβάλλων. εὐφυεῖς οὗτοι καὶ ὁμογλώσσους ἐπαίδευον, εἰ μηδὲν ἄλλο, φωνῆς [c] Ἑλληνίδος συνιέντας· καὶ πολλοὺς οὐκ ἔπεισαν· ἀλλὰ Κριτίαι καὶ Ἀλκιβιάδαι καὶ Κλειτοφῶντες, ὥσπερ χαλινὸν τὸν λόγον ἐκπτύσαντες, ἄλλῃ πη παρετράπησαν. τὴν δ᾽ Ἀλεξάνδρου παιδείαν ἂν ἐπιβλέπῃς, Ὑρκανοὺς γαμεῖν ἐπαίδευσε καὶ γεωργεῖν ἐδίδαξεν Ἀραχωσίους, καὶ Σογδιανοὺς ἔπεισε πατέρας τρέφειν καὶ μὴ φονεύειν, καὶ Πέρσας σέβεσθαι μητέρας ἀλλὰ μὴ γαμεῖν. ὢ θαυμαστῆς φιλοσοφίας, δι᾽ ἣν Ἰνδοὶ θεοὺς Ἑλληνικοὺς προσκυνοῦσι, Σκύθαι θάπτουσι τοὺς ἀποθανόντας οὐ κατεσθίουσι. Θαυμάζομεν [d] τὴν Καρνεάδου δύναμιν, εἰ Κλειτόμαχον, Ἀσδρούβαν καλούμενον πρότερον καὶ Καρχηδόνιον τὸ γένος, ἑλληνίζειν ἐποίησε· θαυμάζομεν τὴν διάθεσιν Ζήνωνος, εἰ Διογένη τὸν Βαβυλώνιον ἔπεισε φιλοσοφεῖν. ἀλλ᾽ Ἀλεξάνδρου τὴν Ἀσίαν ἐξημεροῦντος Ὅμηρος ἦν ἀνάγνωσμα, καὶ Περσῶν καὶ Σουσιανῶν καὶ Γεδρωσίων παῖδες τὰς Εὐριπίδου καὶ Σοφοκλέους τραγῳδίας ᾖδον. καὶ Σωκράτης ὡς μὲν ξένα παρεισάγων δαιμόνια δίκην τοῖς Ἀθήνησιν ὠφλίσκανε συκοφάνταις· διὰ δ᾽ Ἀλέξανδρον τοὺς Ἑλλήνων θεοὺς Βάκτρα καὶ Καύκασος προσεκύνησε. Πλάτων μὲν γὰρ μίαν [e] γράψας πολιτείαν οὐδένα πέπεικεν αὐτῇ χρῆσθαι διὰ τὸ αὐστηρόν· Ἀλέξανδρος δ᾽ ὑπὲρ ἑβδομήκοντα πόλεις βαρβάροις ἔθνεσιν ἐγκτίσας καὶ κατασπείρας τὴν Ἀσίαν Ἑλληνικοῖς τέλεσι, τῆς ἀνημέρου καὶ θηριώδους ἐκράτησε διαίτης. καὶ τοὺς μὲν Πλάτωνος ὀλίγοι νόμους ἀναγιγνώσκομεν, τοῖς δ᾽ Ἀλεξάνδρου μυριάδες ἀνθρώπων ἐχρήσαντο καὶ χρῶνται· μακαριώτεροι τῶν διαφυγόντων Ἀλέξανδρον οἱ κρατηθέντες γενόμενοι· τοὺς μὲν γὰρ οὐδεὶς ἔπαυσεν ἀθλίως ζῶντας, τοὺς δ᾽ ἠνάγκασεν εὐδαιμονεῖν ὁ νικήσας. ὥσθ᾽ ὅπερ εἶπε Θεμιστοκλῆς, ὁπηνίκα φυγὼν ἔτυχε δωρεῶν μεγάλων παρὰ [f] βασιλέως καὶ τρεῖς πόλεις ὑποφόρους ἔλαβε, τὴν μὲν εἰς σῖτον τὴν δ᾽ εἰς οἶνον τὴν δ᾽ εἰς ὄψον, ‘ὦ παῖδες ἀπωλόμεθ᾽ ἂν εἰ μὴ ἀπωλόμεθα’ τοῦτο περὶ τῶν ἁλόντων ὑπ᾽ Ἀλεξάνδρου δικαιότερόν ἐστιν εἰπεῖν. ‘οὐκ ἂν ἡμερώθησαν, εἰ μὴ ἐκρατήθησαν·’ οὐκ ἂν εἶχεν Ἀλεξάνδρειαν Αἴγυπτος, οὐδὲ Μεσοποταμία Σελεύκειαν οὐδὲ Προφθασίαν Σογδιανὴ οὐδ᾽ Ἰνδία Βουκεφαλίαν, οὐδὲ πόλιν Ἑλλάδα [329a] Καύκασος παροικοῦσαν, οἷς ἐμπολισθεῖσιν ἐσβέσθη τὸ ἄγριον καὶ μετέβαλε τὸ χεῖρον ὑπὸ τοῦ κρείττονος ἐθιζόμενον. εἰ τοίνυν μέγιστον μὲν οἱ φιλόσοφοι φρονοῦσιν ἐπὶ τῷ τὰ σκληρὰ καὶ ἀπαίδευτα τῶν ἠθῶν ἐξημεροῦν καὶ μεθαρμόζειν, μυρία δὲ φαίνεται γένη καὶ φύσεις θηριώδεις μεταβαλὼν Ἀλέξανδρος, εἰκότως ἂν φιλοσοφώτατος νομίζοιτο.

 

E per prima cosa considera, se vuoi, un fatto incredibile, confrontando i discepoli di Alessandro con quelli di Platone e di Socrate. Costoro insegnarono a discepoli felicemente dotati di talento per natura e che parlavano la stessa lingua o che, almeno, erano in grado di comprendere il greco; eppure molti non si lasciarono convincere, ma allievi come Crizia, Alcibiade e Clitofonte si volsero in altra direzione, rifiutando il loro insegnamento come se fosse un morso. Se osservi l’azione educatrice di Alessandro, invece, vedi che egli indusse gli Ircani alla pratica del matrimonio, insegnò agli Aracosi a coltivare i campi, convinse i Sogdiani a nutrire i loro padri anziché ucciderli, i Persiani a rispettare le proprie madri e a non prenderle in moglie. O straordinario potere della filosofia, grazie alla quale gli Indi si inchinano davanti agli dèi dei Greci, gli Sciti seppelliscono i loro morti e non li mangiano! Noi ammiriamo l’ascendente di Carneade perché ha fatto di Clitomaco un greco, lui che si chiamava prima Asdrubale ed era cartaginese di nascita; ammiriamo anche il genio di Zenone, perché ha convinto Diogene di Babilonia a dedicarsi alla filosofia; ma quando Alessandro civilizzava l’Asia, Omero divenne lettura comune e i figli dei Persiani, dei Susiani, dei Gedrosi declamavano le tragedie di Euripide e di Sofocle. Socrate fu accusato dai sicofanti di introdurre divinità straniere; grazie ad Alessandro la Battriana e il Caucaso si inginocchiarono davanti agli dèi dei Greci. Platone scrisse un progetto di costituzione, ma non convinse nessuno ad applicarlo, tanto era rigido. Alessandro, invece, dopo aver fondato più di settanta città tra i popoli barbari ed aver diffuso in tutta l’Asia le istituzioni greche, riuscì a vincere e ad imporsi su costumi rozzi e selvaggi. E, mentre siamo in pochi a leggere le leggi di Platone, miriadi di uomini hanno usato ed usano le leggi di Alessandro, dato che i vinti sono stati più felici di quelli che si sono sottratti alla sua conquista; questi ultimi, infatti, nessuno li salvò da una vita miserabile, mentre i primi condussero una vita felice grazie al vincitore. È vero quanto disse Temistocle, quando in esilio ottenne grandi doni dal Re persiano ed ebbe i tributi di tre città, (una forniva pane, una vino e l’altra il companatico): “Figli miei, se non fossimo periti, periremmo”. Questo sarebbe più giusto dirlo nel caso dei popoli che furono conquistati da Alessandro: “Non avrebbero conosciuto la civilizzazione se non avessero conosciuto la sconfitta”. L’Egitto non avrebbe Alessandria, né la Mesopotamia Seleucia, né la Sogdiana Proftasia, né l’India Bucefalia, né il Caucaso una città greca. Grazie alla fondazione di queste città, la barbarie ebbe fine e il peggio cambiò sotto la progressiva influenza del meglio. Se è vero che i filosofi si vantano prima di ogni altra cosa di ingentilire e di disciplinare i costumi rozzi e grossolani e se è vero che Alessandro ha chiaramente cambiato la natura selvaggia di innumerevoli popolazioni, a buon diritto egli dovrebbe essere ritenuto il più grande dei filosofi.

(trad. it. E. Lelli, G. Pisani)

Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

 

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

 

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

 

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

 

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma su spolia opima, incoronata da Vittoria (Pr.[L] – VP.F; Sex. Noni, in exergo).

Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d’alloro

 

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

 

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Virtus stante verso destra, con lancia e scudo; in leggenda: Virtu-s Aug(usti).

M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante verso sinistra con due labari; in leggenda: Fides militum; in exergo, la sigla KAE.

 

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

 

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria issata sulla prora di una nave. L’immagine è iscritta in una leggenda, che recita: Concordia exercituum.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda Fisci Iudaici – calumnia sublata; nel campo sinistro S(enatus) e in quello destro C(onsulto).

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

 

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano. Intorno, la leggenda: Tr(ibunicia) Pot(estas) – Co(n)s(ul) III.

 

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa.

 

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso: Sol, radiato, stante, verso sinistra; regge nella mano sinistra un globo e la destra è alzata sopra un prigioniero ai suoi piedi; in leggenda: Oriens Aug(usti).

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

 

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: Divi Caesar(is) Mater.

 

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: Divus Caesar imp(eratoris) Domitiani f(ilius).

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

Sui questori

di G. Urso, Cassio Dione e i magistrati. Le origini della repubblica nei frammenti della Storia romana, Milano 2005, pp. 37-43.

 

 

M. Giunio Bruto (oppure C. Sosio?). Obolo, Provincia di Syria, I sec. a.C. AE 18, 04 gr. Verso: tre attributi del magistrato – l’hasta, la sella quaestoria e il fiscus. In exergo: Q(uaestor).

 

Dopo i “consoli” (ἄρχοντες, στρατηγοί, ὕπατοι), i primi magistrati menzionati da Dione sono i questori, di cui la nostra fonte parla subito dopo l’accenno all’esilio di Tarquinio il Superbo a Cuma. Dal contesto del racconto di Zonara (VII 13) sembra che la notizia spetti al 509 vulg. (o comunque ai primissimi anni della repubblica):

 

καὶ τὴν τῶν χρημάτων διοίκησιν ἄλλοις ἀπένειμεν [scil. Ποπλικόλας], ἵνα μὴ τούτῶν ἐγκρατεῖς ὄντες οἱ ὑπατεύοντες μέγα δύνωνται. ὅτε πρῶτον οἱ ταμίαι γίνεσθαι ἤρξαντο· κοιαίστωρας δ’ ἐκάλουν αὐτούς. οἲ πρῶτον μὲν τὰς θανασίμους δίκας ἐδίκαζον, ὅθεν καὶ τὴν προσηγορίαυ ταύτην διὰ τὰς ἀνακρίσεις ἐσχήκασι καὶ διὰ τὴν τῆς ἀληθείας ἐκ τῶν ἀνακρίσεων ζήτησιν· ὕστερον δὲ καὶ τὴν τῶν κοινόν χρημάτων διοίκησιν ἔλαχον, καὶ ταμίαι προσωνομάσθησαν. μετὰ ταῦτα δ’ ἑτέροις μὲν ἐπετράπη τὰ δικαστήρια, ἐκεῖνοι δὲ τῶν χρημάτων ἤσαν διοικηταί.

 

«E Publicola destinò l’amministrazione del tesoro ad altri, affinché quelli che detenevano il consolato non acquisissero troppo potere, essendone responsabili. Allora per la prima volta cominciarono ad esserci i tesorieri. Li chiamavano “questori”. Essi in un primo tempo giudicavano nei processi capitali, da cui hanno ricevuto anche la loro denominazione, perché interrogavano [quaerere] e perché cercavano la verità per mezzo delle loro domande. In seguito ottennero anche l’amministrazione del tesoro pubblico e furono chiamati tesorieri. Più tardi i giudizi vennero riservati ad altri ed essi rimasero i responsabili del tesoro».

 

Dione si riferisce dunque ad una doppia funzione di questi magistrati, quella giudiziaria e quella amministrativa, che rimase più tardi l’unico compito dei questori. La funzione giudiziaria è evidentemente quella attribuita ai cosiddetti quaestores parricidii[1], da cui si distinguono i quaestores (aerarii) propriamente detti.

A questa doppia funzione dei questori sembra riferirsi una breve allusione di Varrone (ling. V 81), riguardante l’etimologia del nome: quaestores a quaerendo, qui conquirerent publicas pecunias et maleficia, quae triumviri capitales nunc conquirunt. Ma Dione non si limita ad affermare che i questori potevano svolgere funzioni diverse; egli, più esattamente, distingue tre fasi nell’evoluzione della magistratura: una prima fase (πρῶτον), in cui le competenze dei questori sono soltanto di natura giudiziaria; una seconda fase (ὕστερον), in cui vi si aggiungono le competenze amministrative; e infine una terza (μετὰ ταῦτα), in cui solo queste ultime sopravvivono[2]. Qui ci troviamo, evidentemente, nella seconda fase: lo si ricava dal confronto fra ὅτε πρῶτον οἱ ταμίαι γίνεσθαι ἤρξαντο e il successivo καὶ ταμίαι προσωνομάσθησαν: è chiaro dunque che per Dione i questori esistevano già nell’epoca dei re[3].

Questa ricostruzione inserisce la nostra fonte in una tradizione abbastanza ben attestata, a livello giuridico e antiquario. Infatti, diverse altre fonti (Giunio Graccano, citato nel De officio quaestoris di Ulpiano, Tacito ed Ulpiano stesso) pongono i questori già in età monarchica, anche se le loro opinioni divergono riguardo al meccanismo della nomina di questi magistrati: da parte del popolo già sotto i re secondo Graccano; prima da parte dei re, poi dei “consoli”, infine del popolo secondo Tacito (Ulpiano non fornisce indicazioni al riguardo):

 

Tacito ann. XI 22, 4: sed quaestores regibus etiam tum imperantibus insituti sunt, quod lex curiata ostendit a L. Bruto repetita. Mansitque consulibus potestas deligendi, donec eum quoque honorem populus mandaret. Creatique primum Valerius Potitus et Aemilius Mamercus sexagesimo tertio anno post Tarquinios exactos [secondo la cronologia tradizionale, nel 446], ut rem militarem comitarentur[4].

 

Ulpiano D. 1.13.1.pr. -1: origo quaestoribus creandis antiquissima est et paene ante omnes magistratus. Gracchanus denique Iunius libro septimo de potestatibus etiam ipsum Romulum et Numam Pompilium binos quaestores habuisse, qui non sua voce, sed populi suffragio crearent, refert. Sed sicuti dubium est, an Romulo et Numa regnantibus quaestor fuerit, ita Tullo Hostilio rege quaestores fuisse certum est: et sane crebrior apud veteres opinio est Hostilium primum in rem publicam induxisse quaestores. Et a genere quaerendi quaestores initio dictos et Iunius et Trebatius et Fenestella dicunt[5].

 

 

Aesillas, questore. Tetradramma, Provincia di Macedonia, 85-70 a.C. Ar 16, 37 gr. Verso: cassa monetale, clava e sella quaestoria all’interno di una corona di quercia.

 

In Zonara, l’uso del verbo γίνεσθαι non permette di comprendere se qui Dione pensasse ad una nomina da parte dei “consoli” o ad una elezione[6].

Mentre Graccano, Tacito ed Ulpiano sono concordi nell’attribuire a questa magistratura un’origine risalente all’epoca monarchica, pur divergendo nei particolari, diversa è invece la tradizione attestata nell’Enchiridion di Pomponio (D. 1.2.2.22-23):

 

deinde cum aerarium populi auctius esse coepisset, ut essent qui illi praeessent, constituti sunt quaestores dicti ab eo quod inquirendae et conservandae pecuniae causa creati erant. Et quia, ut diximus, de capite civis Romani iniussu populi non erat lege permissum consulibus ius dicere, propterea quaestores constituebantur a populo, qui capitalibus rebus praeessent: hi appellabantur quaestores parricidii, quorum etiam meminit lex duodecim tabularum.

 

Pomponio pone l’origine dei questori nella prima metà del V secolo, dopo i tribuni della plebe e gli edili (di cui parla subito prima) e prima dei decemviri[7]. La tradizione da cui il giurista dipende faceva a quanto sembra coincidere la nascita dei quaestores aerarii e quella dei quaestores parricidii[8], a differenza di Dione che come si è detto conosce una scansione cronologica più articolata. Anzi, l’etimologia del nome viene fatta risalire da Pomponio proprio alle competenze finanziarie dei questori, non a quelle in materia giudiziaria, come invece troviamo in Dione e in Festo[9].

 

***

C’è infine la testimonianza di Plutarco (Publ. 12, 34), che presenta diversi punti di contatto con Dione e su cui dobbiamo soffermarci maggiormente, anche perché, come si è detto, è l’altra fonte di cui Zonara si serve per questa sezione:

 

ἐπῃνέθη δὲ καὶ διὰ τὸν ταμιευτικὸν νόμον [scil. Ποπλικόλας]. ἐπεὶ γὰρ ἔδει χρήματα πρὸς τὸν πόλεμον εἰσενεγκεῖν ἀπὸ τῶν οὐσιῶν τοὺς πολίτας, οὔτ᾽ αὐτὸς ἅψασθαι τῆς οἰκονομίας οὔτε τοὺς φίλους ἐᾶσαι βουλόμενος οὔθ᾽ ὅλως εἰς οἶκον ἰδιώτου παρελθεῖν δημόσια χρήματα, ταμιεῖον μὲν ἀπέδειξε τὸν τοῦ Κρόνου ναόν, ᾧ μέχρι νῦν χρώμενοι διατελοῦσι, ταμίας δὲ τῷ δήμῳ δύο τῶν νέων ἔδωκεν ἀποδεῖξαι καὶ ἀπεδείχθησαν οἱ πρῶτοι Πούπλιος Οὐετούριος καὶ Μινούκιος Μᾶρκος καὶ χρήματα συνήχθη πολλά, τρισκαίδεκα γὰρ ἀπεγράψαντο μυριάδες, ὀρφανοῖς παισὶ καὶ χήραις γυναιξὶν ἀνεθείσης τῆς εἰσφορᾶς.

 

«Publicola fu lodato anche per la legge finanziaria. Poiché infatti bisognava che i cittadini contribuissero con le loro sostanze alle spese di guerra e non volendo egli amministrare quelle entrate né lasciare che lo facessero i suoi amici, né che, in genere, il pubblico denaro andasse a finire in casa di un cittadino privato, fissò come pubblico erario il tempio di Saturno, di cui fino a oggi continuano a servirsi, e dette al popolo la facoltà di eleggere due uomini nuovi come questori [ταμίας]. Furono eletti per primi a questa carica Publio Veturio e Marco Minucio, e furono raccolti ingenti somme; i censiti furono 130.000, essendo stati esentati dal tributo gli orfani e le vedove»[10].

 

Colonne del tempio di Saturno. Roma, fori imperiali.

 

I punti di contatto con Dione/Zonara sono due: anzitutto la data, coincidente col primo anno della repubblica[11]; e poi, la premessa, che è simile, anche se non identica: Publicola non vuole amministrare le entrate dello stato, né vuole che lo facciano i suoi amici (Zonara dice che Publicola non vuole che lo facciano gli ἄρχοντες). Altri particolari in Zonara mancano (la precisazione sulla elezione da parte del popolo, il nome dei primi questori, l’accenno all’aerarium Saturni, che parrebbe anacronistico[12]); in Plutarco invece manca l’excursus sulla “doppia funzione” dei questori e l’etimologia del nome.

All’origine delle due notizie di Plutarco e di Dione sembra esserci una tradizione comune (che collocava i primi ταμίαι all’inizio della repubblica) diversamente confluita nei due autori, che a mio avviso attingono a fonti diverse. Mentre a Plutarco interessa più da vicino il ruolo di Publicola nella creazione di questi nuovi magistrati, Dione nega che la magistratura sia nata con Publicola (cfr. l’accenno, assente in Plutarco, ai quaestores parricidii di età monarchica) ed è più attento ai risvolti storico-costituzionali della notizia.

Mi sembra significativo il fatto che per Dione la questura (i quaestores aerarii) nasca come una prima limitazione dei poteri esercitati dai “consoli” (καὶ τὴν τῶν χρημάτων διοίκησιν ἄλλοις ἀπένειμεν, ἵνα μὴ τούτῶν ἐγκρατεῖς ὄντες οἱ ὑπατεύοντες μέγα δύνωνται), a loro volta diretta derivazione dei poteri dei re. Emerge dunque nuovamente che per Dione la nascita delle magistrature repubblicane, al di là dell’occasione materiale che la determina (la rivolta contro i Tarquini), non costituisce, sotto il profilo giuridico, un fatto rivoluzionario. Su questo tema l’orientamento della nostra fonte sembra molto netto e preciso e le sue affermazioni del tutto coerenti[13].

Vale infine la pena di notare che Dione non dipende certamente né da Dionigi né da Livio, che non accennano alla costituzione della magistratura. Tuttavia Dionigi ammette implicitamente, come Dione, l’origine proto-repubblicana dei questores aerarii (di cui parla subito dopo la partenza di Porsenna da Roma)[14], mentre Livio ammette per lo meno l’esistenza, a quest’epoca, dei questores parricidii (di cui parla in relazione all’uccisione di Spurio Cassio, del 485)[15]. Inoltre, tra tutte le fonti che ci parlano della questura, Dione è l’unico ad individuare tre fasi evolutive di questa magistratura. A prescindere dalla sua attendibilità, il forte interesse della fonte di Dione e di Dione stesso per la storia costituzionale arcaica sembra chiaramente confermato.

C. Publilio. Obolo, Provincia di Macedonia, 168-167 a.C. AE 11, 89 gr. Verso: la leggenda “ΜΑΚΕΔΟΝΩΝ ΤΑΜΙΟΥ ΓΑΙΟΥ ΠΟΠΛΙΛΙΟΥ” iscritta su tre linee all’interno di una corona di quercia.

 

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[1] Fest. 221M (247L): parricidii quaestores appellabantur qui solebant creari causa rerum capitalium quaerendarum.

[2] Il problema dell’originaria identità, oppure della reciproca indipendenza, dei quaestores parricidii e dei quaestores aerarii è variamente risolto dai moderni. A favore dell’originaria unicità della magistratura, E. Herzog, Geschichte und System der römischen Staatsverfassung, I, Leipzig 1884, p. 816; O. Karlowa, Römische Rechtsgeschichte, I, Lepizig 1885, p. 257; T. Mommsen, Römische Forschungen, II, Hildesheim 1962 (= Berlin 1879), p. 538; E.S. Staveley, Provocatio during the fifth and fourth centuries B.C., Historia 3 (1954-1955), p. 425; G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Firenze 19562, pp. 404-405 (nota che l’identità dei quaestores parricidii ed aerarii è affermata esplicitamente da Varrone e da Dione, ma implicitamente da tutta la tradizione tranne Pomponio, su cui però cfr. infra pp. 39-41); B. Santalucia, Diritto e processo penale nell’antica Roma, Milano 1989, p. 33. Contra, K. Latte, The origin of the Roman quaestorship, TAPhA 67 (1936), pp. 24-33 (che però non tiene conto né di Dione, né di Varrone); J. Bleicken, Das Volkstribunat der klassischen Republik. Studien zu seiner Entwicklung zwischen 287 und 133 v.Chr., München 1955, p. 112 (che cita tutte le fonti tranne proprio Dione); W. Kunkel, Untersuchungen zur Entwicklung des römischen Kriminalverfahrens in vorsullanischer Zeit, München 1962, pp. 37-45 (a p. 44 rovescia, in un certo senso, le affermazioni di De Sanctis: solo Dione attesta esplicitamente l’originaria identità; e il passo di Varrone, tutto incentrato sull’etimologia del nome, è troppo breve per consentire conclusioni sicure); Staatsordnung und Staatspraxis der römischen Republik, II, München 1995, pp. 510-512; M. Kaser, Römische Rechtsgeschichte, Göttingen 19672, p. 46 («Mit den schon der Frühzeit angehörigen quaestores parricidii… haben sie offenbar [sic!] nichts zu tun»); A Drummond, Rome in the fifth century. II. The citizen community, in AA.VV., Cambridge ancient history, VII.2, edd. F.W. Walbank – A.E. Astin – M.W. Frederiksen – R.M. Ogilvie, Cambridge (ecc.) 19892, p. 196.

[3] Cfr. J.D. Cloud, Parricidium: from the lex Numae to the lex Pompeia de parricidiis, ZRG 88 (1971), p. 4.

[4] Secondo S. Mazzarino (Intorno all’origine della repubblica romana e delle magistrature, ANRW 1.1 [1972], p. 459) l’indicazione temporale post Tarquinios exactos «è sicura indicazione che ci troviamo dinanzi a un filone di pensiero giuridico che poi, per varie connessioni, arriverà a Ioannes Lydus» e segnale quindi l’impiego di una fonte antiquaria-giuridica («recht glaubwürdig» secondo G. Wesener, Questor, in RE XXIV, 1963, cc. 811-812).

[5] Da questo passo deriva, con ogni evidenza, Giovanni Lido (mag. I 24), che pure afferma di utilizzare direttamente Graccano, ma corrisponde ad Ulpiano anche nella menzione di Graccano, Trebazio e Fenestella (Ἰούνιος καὶ Τρεβάτιος καὶ Φενεστέλλας εἶπον) e comunque cita Ulpiano subito dopo (ταῦτα μὲν ὁ Ἰούνιος, ὁ νομικὸς δὲ Οὐλπιανὸς ἐν τῷ De Officio Quaestoris, … περὶ κυαὶστωρος ἀποχρώντως διαλέγεται). È invece più complesso il problema relativo alla fonte di un successivo passo di Lido riguardante, di nuovo, i questori (mag. I 26; cfr. infra n. 8). Su Graccano, Trebazio e Fenestella, cfr. infra pp. 183-185; 188-189.

[6] A. Lintott (The constitution of the Roman republic, Oxford 1999, p. 134), citando anche Zonara (ma trascurando Plutarco), parla senz’altro di “elezione”: ma il nostro testo non consente di accettare senza riserve questa lettura.

[7] Non proprio quindi nel periodo «immediately following the expulsion of Tarquinius Superbus», come scrive Cloud, Parricidium…, p. 4.

[8] Dalla descrizione di Pomponio sembrerebbe trattarsi di due magistrature distinte fin dall’inizio (così Wesener, Quaestor, c. 811; De Sanctis, Storia…, I, pp. 404-405; cfr. anche M. D’Orta, Trebazio Testa e la questura, SDHI 59 [1993], p. 280), non di un’unica magistratura con più funzioni (come afferma Dione): tuttavia è per lo meno singolare che Pomponio ponga la nascita delle “due” magistrature nello stesso periodo, perché ciò suggerisce implicitamente un legame. A questo passo sembra da collegarsi una notizia di Giovanni Lido (mag. I 26) in cui l’autore ritorna sulla nascita dei quaestores aerarii, aggiungendo però una notizia sui quaestores parricidii: «ὡς δὲ τὸ γαζοφυλάκιον τοῦ δήμου εἰς ἐπίδοσιν ἦλθεν, προεχειρίσθησαν κυαίστωρες ὑπὲρ τῆς αὐτοῦ φροντίδος ἀπὸ τῆς περιποιήσεως καὶ φυλακῆς τῶν χρημάτων οὕτως ὀνομασθέντες. ἐπειδὴ δὲ περὶ κεφαλικῆς τιμωρίας οὐκ ἐξῆν τοῖς ἄρχουσι κατὰ Ῥωμαίου πολίτου ψηφίσασθαι, προεβλήθησαν κυαίστωρες παρρικιδίου, ὡς ἂν εἰ κριταὶ καὶ δικασταὶ τῶν πολίτας ἀνελόντων («quando il tesoro del popolo venne a crescere, elessero dei questori che se ne occupassero, avendoli chiamati così perché raccoglievano e conservavano le ricchezze. E poiché nei processi capitali non era consentito ai magistrati votare contro un cittadino romano, furono costituiti i questori parricidii, affinché fossero arbitri e giudici di chi avesse ucciso dei cittadini»). Lido cita espressamente la sua fonte: si tratterebbe del commentario di Gaio alle Dodici tavole, che egli dice di aver citato alla lettera (Γάϊος τοίνυν ὁ νομικὸς ἐν τῷ ἐπιγραφομένῳ παρ’ αὐτοῦ Ad Legem XII Tabularum – οἷον Εἰς τὸν Νόμον τοῦ ∆υοκαιδεκαδέλτου – αὐτοῖς ῥήμασι πρὸς ἑρμηνείαν ταῦτά φησιν, «il giurista Gaio nel suo commento alle Dodici tavole fornisce questa spiegazione, con queste precise parole…»). Gli editori hanno in genere rilevato come il passo presenti notevoli somiglianze con il testo di Pomponio citato sopra (anzi la prima parte è del tutto identica a D. 1.2.2.22), concludendo che qui in realtà Lido sbaglia a citare la sua fonte, che sarebbe appunto Pomponio, non Gaio. All’origine dell’errore ci sarebbe il fatto che il testo di Pomponio fa parte del secondo, lungo frammento del titolo De origine iuris et omnium magistratuum et successione prudentium del Digesto (D. 1.2.2), mentre il primo frammento (1.2.1) è proprio derivato dal primo libro di Gaio ad legem duodecim tabularum, Lido non si sarebbe accorto del cambio di fonte tra primo e secondo frammento e da qui sarebbe derivata la citazione erronea di Gaio al posto di Pomponio. Cloud (Parricidium…, pp. 18-26) ritiene invece che la citazione di Lido sia attendibile e che quindi la sua fonte sia proprio Gaio, mettendo in evidenza alcune differenze tra i due testi che, in effetti, riguardano la parte relativa ai quaestores parricidii (una in particolare ha un certo rilievo per noi: dove in Pomponio leggiamo consules, nella citazione gaiana di Lido troviamo ἄρχουσι): secondo Cloud, Gaio utilizzava Pomponio, modificandolo dove lo riteneva necessario, oppure utilizzava la stessa fonte di Pomponio. È evidente in ogni caso che questa notizia appartiene, se non altro per la differente cronologia, ad una tradizione diversa rispetto a quella confluita in Dione e poi in Zonara.

[9] In Varrone troviamo invece una sintesi delle due posizioni. Che Dione faccia risalire il termine alle competenze giudiziarie dei questori è coerente con la sua ricostruzione secondo cui appunto questa funzione era originariamente la sola da essi ricoperta.

[10] Traduzione di A. Traglia (Torino 1992). La notizia relativa al censimento pare un po’ strana in questo contesto, dato che la nostra fonte non sta parlando dei censori e che comunque prima della loro istituzione i loro compiti erano svolti dai consoli (cfr. infra n. 13). È interessante osservare qui che per Pomponio i primi magistrati creati dopo i consoli furono proprio i censori (D. 1.2.2.17: post deinde cum census iam maiori tempore agendus esset et consules non sufficerent huic quoque officio, censores constituti sunt). Mi chiedo se non ci sia un legame tra questa notizia (dopo i consoli vengono creati i censori) e quella di Plutarco (dopo i consoli vengono creati i questori, che procedono al censimento): si noti che la notizia di questo censimento si trova anche in Dionigi (V 75, 3), senza però riferimenti ai questori (la cifra dei censiti è ritenuta attendibile da T. Frank, Roman census statistic from 508 to 225 b.C., AJPh 51 [1930], pp. 313-316).

[11] Secondo F. De Martino (Storia della costituzione romana, I, Napoli 1958, p. 231) sarebbe questa l’unica notizia che ponga l’origine della questura nel primo anno della repubblica. Questa era in realtà anche la cronologia di Dione, almeno per quanto riguarda i quaestores aerarii.

[12] L’accenno all’aerarium si trova anche in Pomponio, dove però non si forniscono date assolute. La data della dedica dell’aedes Saturni, sede dell’aerarium, è controversa nelle nostre fonti (Cn. Gell., fr. 24; Varro, in Macr. Sat. 1 8, 1; Liv. II 21, 2; e soprattutto Dion. Hal. VI 1, 4 che menziona esplicitamente differenti versioni a lui note): la datazione più alta è comunque quella proposta da Varrone, sotto la dittatura di Larcio (quindi, come vedremo, nel 501 o nel 498 vulg.). Per un’analisi critica di queste notizie, cfr. W. Kunkel, Staatsordnung und Staatspraxis der römischen Republik, II, München 1995, pp. 510-512.

[13] Sulle nuove magistrature repubblicane concepite come definizione e limitazione progressiva dei poteri dei “consoli”, Dione tornerà, e in modo esplicito, quando parlerà della creazione dei censori, decisa perché i consoli non erano più in grado di adempiere le funzioni legati al censimento dei cittadini (Zon. VII 19: χειροτόνηντο δὲ ὅτι οἱ ὕπατοι ἀδύνατοι ἐπὶ πάντας διὰ τὸ πλῆθος ἐξαρκεῖν ἦσαν. τὰ γὰρ τοῖς τιμηταῖς ἀπονεμηθέντα προνόμια ἐκεῖνοι μέχρι τότε ἐποίουν, «furono eletti perché i consoli non erano in grado di adempiere tutti i loro compiti, dato il gran numero di questi. Fino ad allora infatti erano stati i consoli a svolgere i compiti attribuiti ai censori»; abbiamo visto già in Pomponio un’affermazione analoga, cfr. supra n. 10). Sui primi censimenti, cfr. A. Giovannini, Il passaggio dalle istituzioni monarchiche alle istituzioni repubblicane, in AA. VV., Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica. In memoria di Ferdinando Castagnoli (Roma, 3-4 giugno 1991), Roma 1993, p. 92: «Non sappiamo chi fosse stato, nell’età regia, responsabile del censimento; ma c’è poco dubbio che agli inizi della repubblica furono proprio i praetores a farlo e a prendere il giuramento d’ubbidienza che integrava […] i cittadini nel corpo civico con i doveri e i diritti corrispondenti»: in effetti, questa ipotesi è sostenibile anche sulla base della nostra fonte. Sui censori in Dione cfr. infra. pp. 136-155.

[14] Dion. Hal. V 34, 4: οὐ μικρὰν τῇ πόλει χαρισάμενος εἰς χρημάτων λόγον δωρεάν. ἐδήλωσε δ᾽ ἡ πράσις, ἣν ἐποιήσαντο μετὰ τὴν ἀπαλλαγὴν τοῦ βασιλέως οἱ ταμίαι («egli [scil. Porsenna] offrì quindi alla città un dono di valore non certo scarso: lo dimostrò, in seguito, la vendita effettuata dai questori dopo la partenza del re»). Qui e infra la traduzione è di F. Cantarelli (Milano 1984).

[15] Liv. II 41, 11: invenio apud quosdam, idque propius fidem est, a quaestoribus Caesone Fabio et L. Valerio diem dictam perduellonis, damnatum populi iudicio, dirutas publice aedes (una versione che, secondo H.S. Jones – H. Last, La prima repubblica, in AA.VV., Le monarchie ellenistiche e l’ascesa di Roma (= Cambridge Ancient History VII1), edd. S.A. Cook – F.E. Adcock – M.P. Charlesworth, trad. it., Milano 1974, p. 538, «possiamo tranquillamente trascurare»). Sotto il 421 Livio registrerà una proposta di allargamento del collegio (IV 43, 4): in urbe ex tranquillo necopinata moles discordiarum inter plebem ac patres exorta est, coepta ab duplicando quaestorum numero. Quam rem, praeter duos urbanosut alii crearentur quaestores duo, qui consulibus ad ministeria belli praesto essent, a consulibus relatam cum et patres summa ope adprobassent, tribuni plebi certamen intulerunt ut pars quaestorum – nam ad id tempus patricii creati erant – ex plebe fieret…

Le riforme di Efialte e la conclusione della III Guerra messenica

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 335-336.

 

Κίμων Μιλτιάδο[υ] (“Cimone, figlio di Milziade”). Ostrakon, 486-461 a.C. ca. dalla Stoà di Attalo. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Liquidato Cimone, dovette essere ormai facile condurre in porto le riforme costituzionali di Efialte e di Pericle: abolizione dei poteri politici dell’Areopago (la nomophylakía, cioè la sorveglianza sulla costituzione e forse anche la custodia dei testi delle leggi) e riduzione dei poteri di quel consiglio alla sfera giurisdizionale dei delitti di sangue (omicidi volontari). È questo anche il clima in cui, probabilmente, maturano i progetti di creazione di una sorta di stato assistenziale, che si doveva realizzare attraverso la remunerazione dei magistrati, dei buleuti e soprattutto degli eliasti, cioè dei giudici delle giurie popolari. Non dovevano servire allo scopo molto più di 100 talenti annui, se il misthós era ancora di 2 oboli, e se nel 422 a.C., con un’indennità portata a 3 oboli, bastavano 150 talenti[1]; ed è facile immaginare che le nuove entrate, connesse con l’acquisizione dei possedimenti continentali di Taso in Tracia (peraía), potessero al tempo stesso fornire i mezzi e l’idea in quel torno di tempo.
La ribellione messenica era destinata a durare circa dieci anni, periodo del tutto concepibile, se si pensa che dopo i primi tempi, e prima degli ultimi assalti, la guerra si sarà diluita in una serie di scaramucce e di piccoli scontri senza effetto. Non c’è dunque affatto da dubitare del testo tucidideo (I 103, 1) sulla durata decennale, confermata da Diodoro (XI 64, 4). Alla fine un buon numero di Messeni lasciò il Peloponneso, a patto di non tornarvi più, e fu aiutato dagli Ateniesi a raggiungere e colonizzare Naupatto, sul golfo di Corinto, al confine della Locride Ozolia verso l’Etolia.
Nessuna difficoltà fa la struttura del testo tucidideo (I 102103) ad ammettere che la guerra del terremoto sia durata dal 464 al 455 o 454. In un inciso (I 103, 1-3), Tucidide dà, in una specie di parentesi, uno sguardo ad eventi avanzati nel tempo. Né c’è bisogno di far rimontare il terremoto al 469; Diodoro, che lo pone sotto quella data, è infatti lo stesso autore che assegna alla rivolta una durata decennale e che data il trasferimento a Naupatto al 456/455 (XI 63 e 84). Non c’è neanche bisogno di pensare a un primo terremoto del 469, distinto da un secondo nel 464; i terremoti, di cui parla la tradizione, sono una sequenza di eventi sismici coerenti. Proprio Diodoro avrebbe avuto l’interesse, con la sua cronologia, a distinguere fra due terremoti, e non lo fa. ma egli ha una cronologia erronea del regno di Archidamo II (il re che, subito dopo il terremoto, diede l’allerta agli Spartani contro le minacce degli iloti); tale cronologia risulta infatti anticipata di 4-5 anni, per quanto riguarda la sua data di morte: Diodoro lo fa infatti morire nel 432, prima dell’inizio stesso della Guerra archidamica (XII 35, 4), mentre Archidamo muore nella realtà nel 427 a.C. Probabilmente, datando l’inizio della guerra del terremoto sotto il 469, invece che sotto il 464, Diodoro teneva conto del dato (di tradizione spartana), che il terremoto fosse avvenuto nel quarto anno di Archidamo (così, Plutarco, Cimone 16, 4), ma faceva slittare di alcuni anni verso l’alto l’episodio, come l’intero arco del regno di Archidamo[2].

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Note:

[1] Cfr. Aristofane, Vespe 655-663, che calcola 2000 talenti di entrate annue, di cui solo 150 destinati al pagamento di 3 oboli (=1/2 dracma) 300 giorni all’anno (= 150 dracme) per 6000 giurati (= 150 talenti, essendo 1 talento= 6000 dracme).

[2] Diversamente M. Buonocore in Ottava Miscellanea greca e romana, Roma 1982, pp. 57 sgg., 73 sgg., 97 sgg. (cfr. D. Musti, Città di Magna Grecia, II. L’idea di μεγάλη ῾Ελλάς, RFIC 114 [1986], p. 295, n.1). Nello stesso Diodoro, XII 42 e 47, Archidamo è vivo tra il 431 e il 429.

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Bibliografia:

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Battaglia di Porta Collina (1-2 novembre 82 a.C.)

di Plutarco, Lisandro e Silla, intr. L. Canfora e A. Keaveney, trad. e note di F.M. Muccioli e L. Ghilli, Milano 2000, pp. 452-463; testo greco dell’ed. K. Ziegler, Plutarchi Vitae parallelae, III.2, Stuttgart-Leipzig 1973(2).

 

Plut. Sull. 2930, 5

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

[29, 1] Tὸν μέντοι τελευταῖον ἀγῶνα καθάπερ ἔφεδρος ἀθλητῇ καταπόνῳ προσενεχθεὶς ὁ Σαυνίτης Τελεσῖνος ἐγγὺς ἦλθε τοῦ σφῆλαι καὶ καταβαλεῖν ἐπὶ θύραις τῆς Ῥώμης. [2] ἔσπευδε μὲν γὰρ ἅμα Λαμπωνίῳ τῷ Λευκανῷ χεῖρα πολλὴν ἀθροίσας ἐπὶ Πραινεστὸν, ὡς ἐξαρπασόμενος τῆς πολιορκίας τὸν Μάριον· [3] ἐπεὶ δὲ ᾔσθετο Σύλλαν μὲν κατὰ στόμα, Πομπήϊον δὲ κατ᾽ οὐρὰν βοηδρομοῦντας ἐπ᾽ αὐτόν, εἰργόμενος τοῦ πρόσω καὶ ὀπίσω, πολεμιστὴς ἀνὴρ καὶ μεγάλων ἀγώνων ἔμπειρος, ἄρας νυκτὸς ἐπ᾽ αὐτὴν ἐχώρει παντὶ τῷ στρατοπέδῳ τὴν Ῥώμην. [4] καὶ μικροῦ μὲν ἐδέησεν ἐμπεσεῖν εἰς ἀφύλακτον· ἀποσχὼν δὲ τῆς Κολλίνης πύλης δέκα σταδίους ἐπηυλίσατο τῇ πόλει, μεγαλοφρονῶν καὶ ταῖς ἐλπίσιν ἐπηρμένος, ὡς τοσούτους ἡγεμόνας καὶ τηλικούτους κατεστρατηγηκώς. [5] ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τῶν λαμπροτάτων νέων ἐξιππασαμένων ἐπ᾽ αὐτὸν, ἄλλους τε πολλοὺς καὶ Κλαύδιον Ἄππιον εὐγενῆ καὶ ἀγαθὸν ἄνδρα κατέβαλε. [6] θορύβου δ᾽ οἷον εἰκός ὄντος ἐν τῇ πόλει, καὶ βοῆς γυναικείας καὶ διαδρομῶν ὡς ἁλισκομένων κατὰ κράτος, πρῶτος ὤφθη Βάλβος ἀπὸ Σύλλα προσελαύνων ἀνὰ κράτος ἱππεῦσιν ἑπτακοσίοις. [7] διαλιπὼν δὲ ὅσον ἀναψῦξαι τὸν ἱδρῶτα τῶν ἵππων, εἴτ᾽ αὖθις ἐγχαλινώσας, διὰ ταχέων ἐξήπτετο τῶν πολεμίων· ἐν τούτῳ δὲ καὶ Σύλλας ἐφαίνετο, καὶ τοὺς πρώτους εὐθὺς ἀριστᾶν κελεύων εἰς τάξιν καθίστη. [8] πολλὰ δὲ Δολοβέλλα καὶ Τουρκουάτου δεομένων ἐπισχεῖν καὶ μὴ κατακόπους ἔχοντα τοὺς ἄνδρας ἀποκινδυνεῦσαι περὶ τῶν ἐσχάτων, (οὐ γὰρ Κάρβωνα καὶ Μάριον, ἀλλὰ Σαυνίτας καὶ Λευκανούς, τὰ ἔχθιστα τῇ Ῥώμῃ καὶ [τὰ] πολεμικώτατα φῦλα συμφέρεσθαι), παρωσάμενος αὐτοὺς ἐκέλευσε σημαίνειν τὰς σάλπιγγας ἀρχὴν ἐφόδου, σχεδὸν εἰς ὥραν δεκάτην ἤδη τῆς ἡμέρας καταστρεφούσης. [9] γενομένου δὲ ἀγῶνος οἷος οὐχ ἕτερος, τὸ μὲν δεξιόν ἐν ᾧ Κράσσος ἐτέτακτο λαμπρῶς ἐνίκα. τῷ δὲ εὐωνύμῳ πονοῦντι καὶ κακῶς ἔχοντι Σύλλας παρεβοήθει, λευκὸν ἵππον ἔχων θυμοειδῆ καὶ ποδωκέστατον. [10] ἀφ᾽ οὗ γνωρίσαντες αὐτὸν δύο τῶν πολεμίων διετείνοντο τὰς λόγχας ὡς ἀφήσοντες· αὐτὸς μὲν οὖν οὐ προενόησε, τοῦ δ᾽ ἱπποκόμου μαστίξαντος τὸν ἵππον, ἔφθη παρενεχθεὶς τοσοῦτον, ὅσον περὶ τὴν οὐρὰν τοῦ ἵππου τὰς αἰχμὰς συμπεσούσας εἰς τὴν γῆν παγῆναι. [11] λέγεται δὲ ἔχων τι χρυσοῦν Ἀπόλλωνος ἀγαλμάτιον ἐκ Δελφῶν, ἀεὶ μὲν αὐτὸ κατὰ τὰς μάχας περιφέρειν ἐν τῷ κόλπῳ, ἀλλὰ καὶ τότε τοῦτο καταφιλεῖν, οὕτω δὴ λέγων· [12] «ὦ Πύθιε Ἄπολλον, τὸν Eὐτυχῆ Σύλλαν Κορνήλιον ἐν τοσούτοις ἀγῶσιν ἄρας λαμπρὸν καὶ μέγαν, ἐνταῦθα ῥίψεις ἐπὶ θύραις τῆς πατρίδος ἀγαγών, αἴσχιστα τοῖς ἑαυτοῦ συναπολούμενον πολίταις;». [13] τοιαῦτά φασι τὸν Σύλλαν θεοκλυτοῦντα τοὺς μὲν ἀντιβολεῖν, τοῖς δὲ ἀπειλεῖν, τῶν δὲ ἐπιλαμβάνεσθαι· [14] τέλος δὲ τοῦ εὐωνύμου συντριβέντος, ἀναμιχθέντα τοῖς φεύγουσιν εἰς τὸ στρατόπεδον καταφυγεῖν, πολλοὺς ἀποβαλόντα τῶν ἑταίρων καὶ γνωρίμων. [15] οὐκ ὀλίγοι δὲ καὶ τῶν ἐκ τῆς πόλεως ἐπὶ θέαν προελθόντες ἀπώλοντο καὶ κατεπατήθησαν, ὥστε τὴν μὲν πόλιν οἴεσθαι διαπεπρᾶχθαι, παρ᾽ ὀλίγον δὲ καὶ τὴν Μαρίου πολιορκίαν λυθῆναι, πολλῶν ἐκ τῆς τροπῆς ὠσαμένων ἐκεῖ καὶ τὸν ἐπὶ τῇ πολιορκίᾳ τεταγμένον Ὀφέλλαν Λουκρήτιον ἀναζευγνύναι κατὰ τάχος κελευόντων, ὡς ἀπολωλότος τοῦ Σύλλα καὶ τῆς Ῥώμης ἐχομένης ὑπὸ τῶν πολεμίων.

[30, 1] Ἤδη δὲ νυκτὸς οὔσης βαθείας, ἧκον εἰς τὸ τοῦ Σύλλα στρατόπεδον παρὰ τοῦ Κράσσου, δεῖπνον αὐτῷ καὶ τοῖς στρατιώταις μετιόντες· ὡς γὰρ ἐνίκησε τοὺς πολεμίους, εἰς Ἄντεμναν καταδιώξαντες ἐκεῖ κατεστρατοπέδευσαν. [2] ταῦτ᾽ οὖν πυθόμενος ὁ Σύλλας καὶ ὅτι τῶν πολεμίων οἱ πλεῖστοι διολώλασιν, ἧκεν εἰς Ἄντεμναν ἅμ᾽ ἡμέρᾳ· καὶ τρισχιλίων ἐπικηρυκευσαμένων πρὸς αὐτὸν, ὑπέσχετο δώσειν τὴν ἀσφάλειαν, εἰ κακόν τι τοὺς ἄλλους ἐργασάμενοι πολεμίους ἔλθοιεν πρὸς αὐτόν. [3] οἱ δὲ πιστεύσαντες ἐπέθεντο τοῖς λοιποῖς, καὶ πολλοὶ κατεκόπησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων· οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τούτους καὶ τῶν ἄλλων τοὺς περιγενομένους εἰς ἑξακισχιλίους ἀθροίσας παρὰ τὸν ἱππόδρομον, ἐκάλει τὴν σύγκλητον εἰς τὸ τῆς Ἐνυοῦς ἱερόν. [4] ἅμα δ᾽ αὐτός τε λέγειν ἐνήρχετο καὶ κατέκοπτον οἱ τεταγμένοι τοὺς ἑξακισχιλίους· κραυγῆς δέ, ὡς εἰκός, ἐν χωρίῳ μικρῷ τοσούτων σφαττομένων φερομένης καὶ τῶν συγκλητικῶν ἐκπλαγέντων, ὥσπερ ἐτύγχανε λέγων ἀτρέπτῳ καὶ καθεστηκότι τῷ προσώπῳ προσέχειν ἐκέλευσεν αὐτοὺς τῷ λόγῳ, τὰ δ᾽ ἔξω γινόμενα μὴ πολυπραγμονεῖν· νουθετεῖσθαι γὰρ αὐτοῦ κελεύσαντος ἐνίους τῶν πονηρῶν.

[5] Tοῦτο καὶ τῷ βραδυτάτῳ Ῥωμαίων νοῆσαι παρέστησεν, ὡς ἀλλαγὴ τὸ χρῆμα τυραννίδος, οὐκ ἀπαλλαγὴ γέγονε. […].

 

[29] Tuttavia, nell’ultima lotta il sannita Telesino, come un atleta di riserva messo a combattere con il lottatore stanco, per poco non lo atterrò e lo abbatté alle porte di Roma. Aveva raccolto una folta schiera e, insieme a Lamponio il Lucano, si dirigeva veloce verso Preneste per liberare Mario dall’assedio; ma quando venne a sapere che Silla e Pompeo gli correvano contro, uno di fronte e uno alle spalle, vedendosi bloccato davanti e di dietro, da uomo di guerra esperto di grandi battaglie, partì di notte e si mise in marcia verso Roma con tutto l’esercito. E poco mancò che piombasse sulla città mentre era incustodita; si fermò a dieci stadi dalla Porta Collina, accampandosi presso la città, pieno di orgoglio e di superbe speranze per aver gabbato generali tanto numerosi e abili. All’alba, quando i più illustri giovani uscirono a cavallo contro di lui, ne uccise molti, tra cui anche Appio Claudio, uomo nobile e valoroso. Com’è naturale, in città ci fu confusione, con grida di donne e fuggi-fuggi, come per un violento assalto; per primo videro arrivare Balbo, che, inviato da Silla, avanzava a briglia sciolta con settecento cavalieri. Si fermò quanto bastava per far asciugare il sudore dei cavalli, e di nuovo li fece imbrigliare, per poi lanciarsi rapidamente contro i nemici. Nel frattempo appariva anche Silla; fece subito mangiare i primi arrivati e li schierò in ordine di battaglia. Dolabella e Torquato lo pregavano con insistenza di aspettare e di non giocarsi il risultato finale, ora che i suoi uomini eran stanchi (sì, perché non si trattava più di combattere con Carbone o con Mario, ma con i Sanniti e i Lucani, i peggiori nemici di Roma, le genti più bellicose); egli li mandò via e ordinò che le trombe suonassero il segnale d’inizio dell’assalto, anche se il giorno volgeva ormai all’ora decima. Ci fu un combattimento quale non mai e l’ala destra di Crasso vinse brillantemente. All’ala sinistra, affaticata e nei guai, Silla corse in aiuto su un cavallo bianco impetuoso e velocissimo. E due nemici, che lo riconobbero da questo, si prepararono a scagliargli contro le loro lance; egli non se ne accorse, ma lo scudiero frustò il suo cavallo e li prevenne, facendolo passare più in là di quanto bastò perché le punte cadessero vicino alla coda del cavallo e si conficcassero al suolo. Si dice che avesse con sé una statuetta d’oro di Apollo presa a Delfi; la portava sul petto a ogni battaglia, ma questa volta la baciò addirittura e le disse così: «O Apollo Pizio, che in tante lotte hai innalzato a gloria e grandezza il Fortunato Cornelio Silla, lo abbandonerai proprio ora che lo hai fatto giungere alle porte della patria e lo farai morire con i suoi concittadini nel modo più turpe?». Si narra che, dopo aver così invocato il dio, si rivolse ai suoi soldati, in parte con suppliche e in parte con minacce, e ad alcuni mise le mani addosso; ma, alla fine, persa l’ala sinistra, cercò riparo nell’accampamento insieme ai fuggitivi. Era stato privato di molti compagni e molti conoscenti; morirono calpestati anche tanti di quelli che erano usciti dalla città per andare a vedere la battaglia. Così si pensava che la città fosse perduta e per poco Mario non fu liberato dall’assedio: molti, che dopo la ritirata si erano spinti fin là, chiedevano a Lucrezio Ofella, preposto all’assedio, di togliere il campo velocemente, perché Silla era morto e Roma era nelle mani dei nemici.

[30] Era ormai notte fonda quando all’accampamento di Silla giunsero dei messaggeri di Crasso e gli chiesero cibo per lui e per i suoi soldati; avevano vinto i nemici e li avevano inseguiti fino ad Antemne, dove si erano accampati. Con questo aveva saputo anche che i nemici erano stati uccisi quasi tutti; sul far del giorno era ad Antemne e, a tremila nemici, che gli mandarono dei legati, promise che, se fossero venuti da lui dopo aver compiuto qualche azione a danno degli altri suoi nemici, avrebbe loro concesso l’incolumità. Confidando nella sua parola, essi attaccarono gli altri e ci fu una grande strage da ambedue le parti. Nonostante ciò, Silla radunò nell’ippodromo loro e quanti degli altri erano sopravvissuti, circa seimila uomini, e convocò il Senato nel tempio di Bellona. Nel momento esatto in cui iniziava a parlare, i suoi incaricati uccidevano i seimila; come è naturale, tanti uomini massacrati in uno spazio stretto lanciarono un grido che sconvolse anche i senatori. Silla, con la stessa calma e la stessa espressione tranquilla con cui aveva iniziato a parlare, li pregò di stare attenti al discorso e non a quello che accadeva fuori, perché si trattava di qualche delinquente che veniva ammonito per suo stesso ordine.

Questo fece pensare anche al più tardo dei Romani che il fatto rappresentava un cambiamento di tirannide, non una liberazione.

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in Le Storie di C. Velleio Patercolo, L. Agnes (cur.) – Epitome e Frammenti di L. Anneo Floro, J. Giacone Deangeli (cur.), Torino 1977, pp. 124-127.

 

Vell. II 27

 

[27, 1] At Pontius Telesinus, dux Samnitium, vir domi bellique fortissimus penitusque Romano nomini infestissimus, contractis circiter quadraginta milibus fortissimae pertinacissimaeque in retinendis armis iuventutis, Carbone ac Mario consulibus abhinc annos centum et novem Kal. Novembribus ita ad portam Collinam cum Sulla dimicavit, ut ad summum discrimen et eum et rem publicam perduceret, [2] quae non maius periculum adiit Hannibalis intra tertium miliarium castra conspicata, quam eo die, quo circumvolans ordines exercitus sui Telesinus dictitansque adesse Romanis ultimum diem vociferabatur eruendam delendamque urbem, adiiciens numquam defuturos raptores Italicae libertatis lupos, nisi silva, in quam refugere solerent, esset excisa. [3] Post primam demum horam noctis et Romana acies respiravit et hostium cessit. Telesinus postera die semianimis repertus est, victoris magis quam morientis vultum praeferens, cuius abscisum caput ferro figi gestarigue circa Praeneste Sulla iussit.
[4] Tum demum desperatis rebus suis C. Marius adulescens per cuniculos, qui miro opere fabricati in diversas agrorum partis ferebant, conatus erumpere, cum foramine e terra emersisset, a dispositis in id ipsum interemptus est. [5] Sunt qui sua manu, sunt qui concurrentem mutuis ictibus cum minore fratre Telesini una, obsesso et erumpente occubuisse prodiderint. Utcumque cecidit, hodieque tanta patris imagine non obscuratur eius memoria. De quo iuvene quid existimaverit Sulla, in promptu est; occiso enim demum eo Felicis nomen adsumpsit, quod quidem usurpasset iustissime, si eundem et vincendi et vivendi finem habuisset.
[6] Oppugnationi autem Praenestis ac Marii praefuerat Ofella Lucretius, qui cum ante Marianarum fuisset partium praetor, ad Sullam transfugerat. Felicitatem diei, quo Samnitiurn Telesinique pulsus est exercitus, Sulla perpetua ludorum circensium honoravit memoria, qui sub eius nomine Sullanae Victoriae celebrantur.

 

Tomba di Nola. Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

[27, 1] Ponzio Telesino capo dei Sanniti, valente in pace e in guerra e profondamente ostile a Roma, messi insieme circa quarantamila giovani valorosissimi e ostinati a non deporre le armi, circa centonove anni fa sotto il consolato di Carbone e Mario si scontrò con Silla presso la porta Collina, mettendo a rischio mortale e il generale e la Repubblica, [2] la quale quando aveva visto Annibale accampato a meno di tre miglia dalla città non aveva corso maggior pericolo di quel giorno in cui Telesino, trascorrendo da una all’altra schiera, andava dicendo che era giunto per i Romani l’ultimo giorno, e gridava a gran voce che la città doveva essere diroccata e distrutta. E aggiungeva che sarebbero sempre esistiti i lupi rapaci dell’italica libertà, se non si fosse abbattuta la selva loro abituale rifugio. [3] Solo dopo la prima ora di notte l’esercito romano poté riaversi, mentre il nemico indietreggiava. All’indomani Telesino fu trovato semivivo, con sul volto l’espressione da vincitore piuttosto che da morente; e Silla dispose che il suo capo mozzato fosse infisso su una lancia e portato intorno a Preneste.
[4] Allora finalmente il giovane Gaio Mario, disperando della situazione, mentre tentava di porsi in salvo passando per certe gallerie che, predisposte con ammirevole maestria, immettevano in diverse parti della campagna, proprio mentre riemergeva da uno sbocco fuori terra venne ucciso da soldati appostati per sorprenderlo. [5] Altri tramandano che si sia ucciso di sua mano, altri ancora che sia caduto duellando con il fratello minore di Telesino, suo compagno nell’assedio e nella fuga. Comunque sia caduto, la sua memoria non è stata ancora oscurata da quella pur grande del padre. È facile sapere, del resto, che concetto di questo giovane avesse Silla, che assunse il titolo di Felice solo dopo l’uccisione di quello: titolo che gli sarebbe spettato a buon diritto, se con la sua guerra vittoriosa fosse finita anche la sua vita.
[6] L’assedio contro Mario in Preneste era stato diretto da Lucrezio Ofella, passato agli ordini di Silla dopo essere stato pretore nel partito mariano. Volle Silla che il fausto giorno della cacciata dei Sanniti e di Telesino fosse ricordato da ininterrotta tradizione di ludi del circo, che infatti ancor oggi si celebrano sotto il nome di Vittoria Sillana.

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in Storie: libri XLIV-XLV e frammenti di Tito Livio, G. Pascucci (cur.), VII, Torino 1971, pp. 692-695; testo latino da W. Weissenborn – M. Müller (Hgr.), Titi Livi ab Urbe condita libri, Pars IV, libri XLI-CXLII, Fragmenta – Index, Leipzig 1911.

 

Liv. Per. LXXXVIII

 

Sylla Carbonem, eius exercitu ad Clusium ad Fauentiam Fidentiamque caeso, Italia expulit, cum Samnitibus, qui soli ex Italicis populis nondum arma posuerant, iuxta urbem Romanam ante portam Collinam debellauit, reciperataque re p. pulcherrimam uictoriam crudelitate quanta in nullo hominum fuit, inquinauit. VIII milia dediticiorum in uilla publica trucidauit, tabulam proscriptionis posuit, urbem ac totam Italiam caedibus repleuit inter quas omnes Praenestinos inermes concidi iussit, Marium, senatorii ordinis uirum, cruribus bracchiisque fractis, auribus praesectis et oculis effossis necauit. C. Marius Praeneste obsessus a Lucretio Ofella, Syllanarum partium uiro, cum per cuniculum captaret euadere saeptum exercitu, mortem consciuit. [Id est, in ipso cuniculo, cum sentiret se euadere non posse, cum Telesino, fugae comite, stricto utrimque gladio concurrit; quem cum occidisset, ipse saucius impetrauit a seruo ut se occideret].

 

L. Cornelio Silla e L. Manlio Torquato. Denario, Roma, 82 a.C. AR 3, 93 gr. Recto: L. Manli(us) pro q(uaestor). Testa elmata di Roma voltata a destra

 

Silla ricacciò dall’Italia Carbone, dopo averne sconfitto l’esercito presso Chiusi, Faenza e Fidenza; pose fine alla guerra con i Sanniti, che unici fra gli Italici non avevano deposto ancora le armi, attaccandoli nei pressi della città di Roma, dinanzi alla porta Collina e riconquistando la Repubblica macchiò la splendida vittoria con atti di crudeltà, quanti non si erano mai visti compiere da alcuno. Ottomila che si erano arresi massacrò nella villa pubblica, affisse la tavola della proscrizione, riempì di stragi la città e tutta l’Italia; fra l’altro ordinò di passar per le armi tutti gli inermi cittadini di Preneste, fece uccidere Mario, uomo di rango senatorio, dopo avergli fatto spezzare gambe e braccia, tagliare le orecchie e cavare gli occhi. C. Mario assediato a Preneste da Lucrezio Ofella, seguace di Silla, mentre tentava di uscire per un cunicolo sbarrato dall’esercito si dette la morte [cioè, proprio dentro il cunicolo, accortosi di non essere in grado di uscire, con uno di Telese, suo compagno di fuga, impugnata entrambi la spada, duellò; e avendolo ucciso, mentre egli era rimasto soltanto ferito, ottenne che uno schiavo gli vibrasse l’ultimo colpo].

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Bibliografia di approfondimento

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