La battaglia di Tanagra (457 a.C.)

A. Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Roma 2005, pp. 170-173.

 

[…] In un biennio erano successe tante cose, tutte piuttosto lesive del prestigio di Sparta. Viceversa, il prestigio di Atene era salito alle stelle: la capitale attica aveva dimostrato di poter agire brillantemente su ben tre fronti, infliggendo uno schiaffo all’Impero persiano, tenendo sotto scacco Egina e trovando perfino il modo di aiutare un alleato in difficoltà. Pericle aveva infine dato corso al sogno di Temistocle di unire Atene al suo porto del Pireo: i sette chilometri che intercorrevano tra la città e la costa erano pertanto divenuti, sulla scorta di quanto era stato fatto a Megara, un enorme cantiere, nel quale era stata inaugurata la costruzione di due file di mura, l’una, più settentrionale, che univa Atene al porto, l’altra, più a sud, dalla città alla baia di Falero; il tutto, a costituire una fortezza triangolare, inespugnabile da terra e rifornibile dal mare.

Oplita spartano. Illustrazione di P. Connolly.

Però, in quell’epoca ebbe anche finalmente termine il decennale assedio al Monte Itome – sebbene i Lacedemoni dovessero accettare di lasciar liberi gli iloti rivoltosi –, e ciò mise finalmente Sparta in condizione di progettare avventure militari più a settentrione. Il primo atto degli efori che, in quel momento, erano i veri detentori del potere, fu di cercare alleati in Beozia, per contrastare l’alleanza tra Ateniesi e Tessali; ma la dissoluzione della Lega beotica, seguita all’invasione persiana, durante la quale Tebe aveva compromesso il proprio prestigio, risultando uno dei più attivi sostenitori di Serse, costrinse gli Spartani a impegnarsi militarmente per ricostruire, prima di ogni altro passo, l’autorità dei Tebani.

L’occasione venne loro offerta da una richiesta di aiuto dalla Doride, alla quale gli Spartani fecero seguire una spedizione con forze ben più consistenti di quelle necessarie a schiacciare l’aggressione dell’alleato, ovvero la Focide. Il nuovo reggente, Nicomede, trasferì per mare oltre il Golfo di Corinto 1.500 opliti spartani e 10.000 peloponnesiaci, e fu uno scherzo non solo sconfiggere i Focesi, ma anche occuparne le sedi.

Non abbiamo modo di sapere se l’incarico del reggente prevedesse anche la prosecuzione della guerra contro Atene; di certo, le mura erano in corso di costruzione e la città era ancora vulnerabile, e inoltre, per tornare nel Peloponneso via terra c’era da attraversare i passi della Megaride, presidiati dalle truppe ateniesi; via mare, poi, le navi di Atene avevano posto un blocco nelle acque del Golfo di Corinto. In ogni caso, poiché le póleis greche non riuscivano mai a essere compatte neanche al loro interno, gli oppositori dei programmi di Pericle invitarono il generale lacedemone a sferrare un attacco alla città, per far cadere il partito democratico e arrestare la dispendiosa costruzione delle mura.

A quel punto, l’invasione dell’Attica da parte degli Spartani sembrava davvero essere la tappa successiva più probabile dell’esercito di Nicomede, sia che questi ne avesse avuto o meno l’intenzione fin dall’inizio della campagna.

Pericle pensò bene di prevenirla, predisponendo una controffensiva in Beozia con un contingente di 13.000 opliti – non si sa bene trovati dove, se gli assedi di Egina e di Menfi erano ancora in corso –, 1.000 argivi e la cavalleria tessala.

L’urto tra i due eserciti avvenne nel maggio o nel giugno del 457 a.C. a Tanagra, in Beozia sull’Asopo, in prossimità del confine con l’Attica. Nulla si sa sullo svolgimento dello scontro, sul quale entrambe le fonti, Tucidide e Diodoro Siculo, sono estremamente laconiche, se non che fu molto cruento e che, forse, vi partecipò anche Pericle, distinguendosi in un ruolo subalterno. Dovette trattarsi della classica battaglia tra opliti, dal corso assai prevedibile, ancor più tipica per via della defezione della cavalleria tessala, che a scontro iniziato abbandonò gli Ateniesi e lasciò il campo alla sola fanteria.

E come ogni scontro oplitico, fu l’oscurità a determinare la fine delle ostilità, con un’appendice che non è chiaro se sia avvenuta contestualmente alle ultime fasi della battaglia, o durante le prime ore della notte. Secondo Diodoro, infatti, i Tessali che avevano defezionato si imbatterono in un convoglio di rifornimenti destinato agli Ateniesi, e lo assalirono approfittando del fatto che la scorta era inconsapevole del loro tradimento; gli Ateniesi gli andarono incontro fiduciosi, solo per essere trucidati uno a uno, sebbene qualcuno riuscisse a salvarsi e ad avvertire i commilitoni al campo. Sul luogo dell’imboscata sopraggiunsero allora altre truppe ateniesi, e poi anche spartane, che si affrontarono in perfetta formazione a falange replicando, in pratica, lo scontro di poco prima, fino a quando non si vide più a un palmo dal naso.

Sebbene Diodoro, l’unica fonte che si dilunghi un po’ sul combattimento di Tanagra, asserisca che il suo esito fu dubbio, tutte le altre fonti minori, da Plutarco a Giustino, da Platone a Cornelio Nepote, attribuiscono la vittoria agli Spartani, che d’altronde non trovarono più alcuna opposizione lungo i passi della Megaride. Il fatto che, dopo la vittoria, Nicomede non abbia neanche provato a minacciare direttamente Atene, e abbia proseguito alla volta dell’Istmo limitandosi a devastare il territorio di Megara, indica tutto sommato chiaramente che i Lacedemoni non avevano intrapreso la campagna per scontrarsi con gli Ateniesi – perlomeno non allora –, sebbene possa darsi che le perdite fossero state tali da sconsigliare il reggente dall’assumersi ulteriori rischi. Né, d’altronde, gli Ateniesi erano in condizione di opporsi alla ritirata spartana.

Però, furono in condizione di vanificare gli effetti della spedizione spartana in Beozia subito dopo. La ricostruzione della Lega beotica era cosa effimera, poiché il sostegno che i Lacedemoni fornivano a Tebe era controbilanciato dalla tendenza anti-federativa e democratica di tutti gli altri centri, cui Atene aveva tutto l’interesse a fornire il proprio appoggio. Ad appena due mesi dalla sconfitta di Tanagra, Mironide condusse nuovamente un esercito attico in Beozia, e colse una netta vittoria sui Tebani a Enofita; l’impresa permise ad Atene di diventare la forza egemone anche di quella regione, nella quale Tebe si ritrovò, da leader della Lega, isolato avamposto settentrionale degli Spartani e nulla più.

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Bibliografia:

J. Van Antwerp Fine, The Ancient Greeks: A Critical History, Cambridge-London 1983, p. 354.

Pericle uomo di Stato

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 336-338; 343-353.

Secondo il giudizio di BelochPericle aveva più qualità di “parlamentare” che di “uomo di Stato”[1]. Appare evidente il significato che qui viene ad assumere la figura dell’uomo di Stato: essa è misurata nei termini della politica di potenza. In Beloch operava anche una nozione negativa del parlamentarismo e dell’uomo politico in genere; per questo gli sfuggiva quello che è invece l’apporto specifico e più creativo di Pericle. Si può dare a “Stato” una nozione assai vasta, come comunità fornita di un suo autonomo potere, dotata di un suo territorio, di sue risorse, suoi mezzi di difesa o anche di offesa. Ma si può proporre una nozione più restrittiva ed esigente, in cui la statualità è direttamente proporzionale alla definizione e al consolidamento di un sistema di funzioni e valori pubblici, che si forma, di fatto, proprio attraverso la decantazione del pubblico (che è, evidentemente, al tempo stesso una decantazione del privato). Il separarsi delle due sfere e il consolidarsi di quella pubblica sono da considerare, all’interno della storia politica greca, come il processo e il momento di formazione dello Stato, nel senso più rigoroso del termine. Di questo processo, certamente, nella storia greca, massimo fautore fu Pericle, come vedremo attraverso l’esame delle decisioni e innovazioni politiche più significative.

Pericle. Testa, copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila (429 a.C. ca.), da Lesbo. Berlin, Altes Museum.

Dal punto di vista della politica estera, Pericle appare come un personaggio di più discutibile profilo, perché il suo periodo di governo ingloba il momento della maggiore espansione della Lega delio-attica, ma anche momenti di grave crisi interna, connessi con le ribellioni (451-440) di Mileto, dell’Eubea (Calcide ed Eretria), di Samo, e con l’avvio di un conflitto, la Guerra del Peloponneso, che doveva produrre la scomparsa dell’impero medesimo. La strategia di Pericle, di contenimento e logoramento dell’avversario, ebbe pochissimo tempo per esplicarsi, dato il rapido sopravvenire della morte dell’uomo politico (nel 429), nel corso della peste scoppiata ad Atene nel 430. Poté così restare, consegnato alle parole di Tucidide e alle pagine di altri scrittori, il dubbio circa gli esiti che avrebbe avuto la guerra tra Atene e Sparta, se nel corso degli anni fosse stato semplicemente seguito alla strategia di Pericle. Ma né oggi né ieri la storia, cioè la ricostruzione storica, si è potuta fare con i se; e nella storia resta più la responsabilità di Pericle, di aver voluto o aver fatalisticamente accettato lo scontro globale con Sparta, che non il merito di una conclusione politicamente buona.

La grandezza di Pericle è proprio nella sua politica interna e nell’ideologia che la sorregge. Egli è senz’altro il campione della democrazia. Nella parola democrazia, come in quella di segno opposto, aristocrazia, v’è certo il segno di una forte percezione del ruolo del potere e del dominio, insita nell’uso del verbo krateîn, a cui si accompagna una dicotomia più netta all’interno della cittadinanza, tra ricchi e popolo, in ordine a scelte politiche di fondo[2]. Ma in questo quadro non v’è dubbio da che parte fosse Pericle. Certamente, il quadro che Tucidide ci fornisce di lui nel II libro (cap. 65), al punto in cui le sue Storie raggiungono il momento della morte dello statista, lo rappresentano come il prôtos anr, il “primo cittadino”, che governa invece del dēmos, come il demagogo che sa condurre (ágein) il popolo e non se ne fa condurre; che sa contraddirlo con discorsi impopolari, e che ne regola, con la forza di persuasione della sua razionale eloquenza, l’altalena dei sentimenti e degli stati d’animo. Ma, a completare il quadro, serve la definizione che Tucidide mette in bocca a Pericle del sistema politico e sociale da lui creato.
La rigorosa distinzione e decantazione tra pubblico e privato ci è parsa come il segno più caratteristico e l’aspetto storicamente più produttivo delle qualità di statista di Pericle.

Gli inizi di Pericle

Nasce da Santippo (del demo di Colargo, figlio di Ar[r]ifrone), il vincitore della battaglia di Micale, del 478, e da Agariste, figlia di un fratello del legislatore Clistene. Per parte di madre, la discendente dal ghénos più illustre ad Atene nel VI secolo: alle spalle, una tradizione che sembra incarnare l’intera storia sociale di Atene. La famiglia degli Alcmeonidi era certo la più aristocratica di Atene; aveva d’altra parte stretto fugaci patti con Pisistrato, che dell’Alcmeonide Megacle aveva per qualche tempo avuto sposa la figlia; aveva poi contrastato Pisistrato e i Pisistratidi e dato inizio alla democrazia, con Clistene. Difficile trovare, in un’altra famiglia, la stessa centralità storica che nel VI secolo aveva avuto quella degli Alcmeonidi. Ma il sistema creato da Clistene, se lasciato ai suoi logici sviluppi storici, doveva portare all’emergere di altri gruppi, altri personaggi politici, altri ambienti sociali: conteneva la possibilità del conflitto e della sconfitta per gli Alcmeonidi, benché solo nel lungo periodo.
Apparso sulla scena politica come accusatore di Cimone circa il 463 a.C., Pericle avrà avuto allora intorno ai 30 anni. Una data di nascita intorno al 495-493 a.C. è suggerita dalla notizia fornita da un’iscrizione (SIG3 1078), secondo cui egli sarebbe stato corego nella rappresentazione dei Persiani di Eschilo (472 a.C.), e allora avrà avuto almeno vent’anni. Nel 476 Temistocle era corego delle Fenicie di Frinico, una tragedia di tema analogo. Pericle si segnalava, in questa prima uscita pubblica, legando la sua persona alla celebrazione di un tema largamente sentito, e destinato ad ispirare, in una prima fase (fino agli anni ’60 avanzati), la politica estera della corrente radicale non meno di quella dei conservatori. Tra il 472 e il 463 non pare ci siano eventi di rilievo nella biografia politica di Pericle: la crisi della corrente temistoclea della democrazia ateniese, conseguente all’ostracizzazione di Temistocle; i tempi necessari al gruppo per un recupero d’immagine (i comportamenti di Temistocle, prima dell’ostracismo e dopo, dovevano averla ampiamente compromessa); l’emergere della figura di Efialte, avversario di Cimone come dell’Areopago, costituiscono altrettante ragioni, quali di ordine negativo quali di ordine positivo, perché Pericle restasse ancora nell’ombra. D’altra parte, erano anche gli anni della neótēs, della giovinezza, necessariamente di subordinazione, specie nell’epoca, che è improntata ancora a valori tradizionali, pur nel corso di processi storici che si avvertono. Quando Cimone, dopo la resa di Taso agli Ateniesi (463 a.C.), mancò di trasferire la guerra sul continente contro Alessandro I di Macedonia e di assicurare ad Atene un più esteso dominio nel distretto aurifero del Pangeo, Pericle gli intentò un processo: inutilmente Elpinice, la sorella di Cimone, nota nella tradizione per gli ambigui rapporti col consanguineo, gli offrì i suoi favori; l’accusa rimase, ma il tono di Pericle fu nei fatti estremamente moderato e Cimone fu assolto[3].
Era il primo scossone al prestigio del generale, democratico lealista, ma di spiriti conservatori o addirittura filo-spartani. Il successivo e definitivo colpo non tarderà a venire (per effetto dello smacco inferto dagli Spartani al contingente ateniese inviato in loro aiuto nel 462 a.C., durante la III Guerra messenica). Chiarezza di intenti, gradualità di azione politica, razionalità nella gestione delle possibilità offerte dalla situazione storica caratterizzano già ampiamente questi inizi di Pericle. Ma tutto questo non significa assenza di asprezza nel confronto politico. Al contrario, se è vero che la democrazia ateniese in generale non presenta aspetti di violenza fisica, appare tuttavia come la ribalta storica su cui si sperimenta ogni altra forma di durezza: nel momento in cui s’introduce nella scena politica la contrapposizione frontale, che vale all’interno della democrazia presa nel suo complesso, si avverte, presente e perciò messa a frutto, l’opinione pubblica. E l’opinione pubblica, come insieme delle opinioni individuali, è un personaggio in qualche modo nuovo nella storia, nella misura in cui essa ha trovato canali istituzionali (dall’Assemblea al teatro ai vari contesti politici e militari) in cui esprimersi. Di questo “nuovo personaggio” l’ambiente pericleo certamente tiene conto. Nella misura in cui la tradizione storiografica e quella biografica raccolgono voci diffamatorie su personaggi del campo anti-pericleo (Cimone e la sorella), come, per il passato, su personaggi di campi diversi da quello alcmeonide (l’antenato di Cimone, Ippoclide, o i rivali nella gloria di aver abbattuto la tirannide dei Pisistratidi, i due tirannicidi Armodio e Aristogitone), si valuta con ogni probabilità l’uso deciso, del tutto corrispondente alle possibilità e all’asprezza del confronto politico, dell’arma della diffamazione, del linciaggio morale. La democrazia crea il suo campo di valori, ma anche le proprie durezze e nuove armi di lotta politica.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Fra gli inizi biografici va collocato il primo matrimonio di Pericle. Sposò una donna già imparentata con lui, di cui non ci è tramandato il nome (Plutarco, Pericle 24), dalla quale ebbe comunque due figli, Santippo e Paralo, che morirono durante la stessa epidemia di peste in cui trovò la morte il padre: come il più anziano era già nato probabilmente qualche tempo prima del 450, di tanto sale la data del matrimonio del padre. Intorno al 450 Pericle deve aver iniziato la sua relazione con Aspasia, l’etera di Mileto (l’origine megarese le è attribuita dal noto falsario Eraclide Pontico), da cui ebbe un figlio, di consueto indicato come Pericle “il Giovane”, certamente nato dopo il 451/450, data di promulgazione della legge che «non dovesse aver parte alla città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini»; legge che fu disattesa proprio in favore del figlio dello statista (Pericle “il Giovane”), che sarà fra gli strateghi condannati a morte e giustiziati a seguito del “processo delle Arginuse” nell’autunno del 406.

Pericle e la politica estera degli anni Cinquanta

Il dominio politico di Pericle durò circa quarant’anni, secondo un’indicazione di Plutarco (Vita 16, 3), la quale tuttavia distingue implicitamente tra due fasi diverse: una prima, nella quale Pericle primeggiò «fra gli Efialti, i Leocrati, i Mironidi, i Cimoni, i Tolmidi e i Tucididi», e la seconda, successiva all’abbattimento della posizione e all’ostracismo di Tucidide (il figlio di Melesia) (444/443), in cui egli tenne la strategia per non meno di quindici anni consecutivi e detenne altre strategie (almeno nell’anno 454 e negli anni 448-446). Prima di quella data (444/443 o 443/442) Pericle svolse certamente un ruolo politico di prim’ordine. È tuttavia probabile che si debba distinguere fra il rilievo avuto da Pericle in politica estera, da un lato, e il suo contributo nella politica interna, per il profilo sociale della democrazia. In quest’ultimo campo le innovazioni portano la cifra di Pericle più (o almeno con maggior sicurezza) delle iniziative di politica estera. La fase più dinamica e aggressiva dell’imperialismo ateniese riflette l’opera, ma forse anche l’iniziativa, di personaggi come quelli sopra ricordati: Leocrate, generale nella guerra condotta nel Golfo Saronico contro Egina (tra il 459 e il 457); Mironide, vincitore della battaglia di Enofita, nel 457, contro gli Spartani; Tolmide, protagonista del vittorioso periplo attorno al Peloponneso, concretatosi in numerose incursioni, nel 455. Cimone, ostracizzato nel 461, aveva fino a quella data contribuito al rafforzamento dell’impero navale non meno dei suoi avversari politici (campagne di Tracia, Eurimedonte, Taso, in particolare); questo dimostra che, sul terreno della politica estera, almeno sotto il profilo del rafforzamento dell’impero, non ci fossero veri dissensi nel gruppo dirigente ateniese, per tutti gli anni Sessanta, o almeno per gran parte di essi.

Combattimento fra Greci e Persiani.

Le iniziative ateniesi di politica estera, in qualche modo ricollegabili con gli esordi di Pericle, sono da riconoscere nelle alleanze strette con Argo, i Tessali, Megara, dopo lo smacco inferto agli Ateniesi dagli Spartani, con il rinvio del contingente attico, nel corso della guerra «del terremoto» (III Guerra messenica).
Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466) e il 461 a.C., ne sono un interessante riscontro, del quale si è detto. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico. Assai meno coerente, da questo punto di vista, l’alleanza di Atene con le aristocrazie tessaliche e con la dorica Megara: via via che il motivo dell’opposizione all’interno delle singole città greche), questa costellazione si trasforma in un dato storicamente innaturale (i cavalieri tessali tradiscono sul campo di Tanagra, nello scontro tra Ateniesi e Spartani del 457; e nel 446 Megara compie una definitiva ribellione ad Atene)[4].
Non tutte le spedizioni ateniesi in direzione di Cipro significano la potenza e l’iniziativa di Cimone, anche se è vero l’inverso, che cioè Cimone, già dall’epoca della battaglia (o delle battaglie) dell’Eurimedonte (470?) e poi ancora alla fine della sua vita (451-449), mostra interesse a interventi nell’isola in chiara funzione anti-persiana, complessivamente nazionalista, in coerenza con i principi della sua politica estera. La prima spedizione ateniese contro Cipro veniva antedatata da Beloch, convinto che la si dovesse connettere con un’iniziativa di Cimone: ma la meccanicità del criterio, e il silenzio di Tucidide, interessato, per affinità ideale e legami di parentela, alle azioni di Cimone, inducono a rigettare un collegamento di questo con la spedizione ateniese a Cipro e in Egitto degli anni 460/459 e seguenti[5]. Alla spedizione in Egitto si attribuisce di solito una finalità di ordine economico: la conquista di un paese produttore di grano. Non siamo certo di coloro che negano che nella storia il movente economico svolga un ruolo importante; tuttavia, proprio in questo caso sembra diversa la dinamica del conflitto. Inaro, principe dei Libi ai confini con l’Egitto invita a intervenire in Egitto gli Ateniesi, che si accingevano ad attaccare Cipro con 200 navi. In primo luogo, dunque, la spedizione d’Egitto fu determinata da un’occasione presentatasi in un contesto diverso. L’attacco a Cipro rientrava nel quadro di una liberazione del Mediterraneo dai Persiani, e la rivolta dell’Egitto offriva innanzi tutto l’occasione per completare l’opera.

Guerriero barbato. Testa, calcare, inizi V sec. a.C. ca. da Cipro. New York, Metropolitan Museum of Art.

Un’iscrizione del 460/459 o del 459/458 indica i vari teatri di guerra in cui gli Ateniesi hanno subito perdite: Cipro, l’Egitto, la Fenicia e, in Grecia, Halieis (in Argolide), Egina, Megara[6]. Dunque, anche la Fenicia. È evidente il fine fondamentalmente strategico delle operazioni degli Ateniesi in quest’area. Naturalmente la conquista dell’Egitto avrebbe potuto avere conseguenze economiche (benché di tipo “acquisitivo”, con riguardo a un prodotto fondamentale per l’alimentazione degli Ateniesi), e ben presto ad Atene si sarà anche riconosciuta e accarezzata l’idea di un simile vantaggio. Ma la dinamica dell’intervento è, una volta tanto, di tipo diverso: la causa militare qui è davvero determinante; la guerra d’Egitto non nasce come guerra per la conquista del granaio del Mediterraneo o magari di un nuovo mercato.
La cronologia della spedizione d’Egitto (nella rappresentazione tucididea una megálē strateía, un’espressione di megalomania di stampo non molto diverso da quello impresso sulla spedizione siciliana degli anni 415-413) è fissata variamente negli studi: dal 462 al 456, nella cronologia più alta (e Beloch è di questa opinione), dal 460/459 al 454, secondo le cronologie più basse. Filologicamente, il metodo più garantito è quello che parte dalle date conclusive. L’inizio delle liste delle sessagesime dei tributi della Lega delio-attica nel 454/453, il collegamento causale stabilito nella tradizione con lo spostamento del tesoro della Lega da Delo all’acropoli di Atene, la coerenza della determinazione della data di inizio a dopo il 462/461 e di quella finale al 455/454 circa, la durata indicata da Tucidide in sei anni, sommati tutti insieme, inducono a collocare i sei anni della spedizione ateniese tra il 460 e il 454.
Per qualche tempo gli Ateniesi occupano la zona, sembra, del Delta, e Menfi; i Persiani inviano, ma inutilmente, Megabazo con denaro a Sparta, perché intervenga in Attica, e quindi spediscono il generale Megabizo in Egitto, dove gli Ateniesi restano ormai bloccati d’assedio nell’isola di Prosopitide, nel settore occidentale del Delta. Per un anno e mezzo gli Ateniesi resistono all’assedio; poi i Persiani prosciugano le acque intorno all’isola; la guerra navale si trasforma in una guerra terrestre, come accade del resto un po’ in tutte le guerre combattute dai Persiani, conformemente alle qualità e propensioni strategiche del popolo dominatore dell’Impero (le cui guerre navali restano affidate, tranne probabilmente che per i quadri, ai popoli soggetti: Fenici, Ciprioti, Cilici). Seguono ormai la cattura della flotta ateniese e la fuga degli Ateniesi occupanti, attraverso la Libia, verso Cirene, dove giungono solo in pochi. Dei ribelli, il libico Inaro è tradito e consegnato ai Persiani, che lo giustiziano; Amirteo, il «re delle paludi», continua la lotta e riesce a mantenersi indipendente. Intanto una nuova flotta ateniese di 50 navi, sopravvenuta in piena disinformazione del disastro toccato alla prima spedizione, subisce la stessa sorte[7].
Accanto alla megálē strateía (il collegamento è sottolineato nell’iscrizione citata per i caduti della tribù Eretteide del 460/459 o 459/458), Atene combatté altre, più domestiche guerre. Il conflitto in questi anni è in primo luogo con Corinto (che si sente provocata dall’alleanza tra Megara e Atene) e presenta un succedersi di alterne vittorie (dei Corinzi a Halieis nell’Argolide, degli Ateniesi a Cecrifalea). Poi ha inizio il conflitto con Egina, che cederà dopo tre anni di guerra, nel 456.

Atene. Tetradramma, Atene 465-454 a.C. AR 16,95 gr. Rovescio: AΘE, civetta stante con ramo d’ulivo e luna crescente.

È l’inizio di quella che nei manuali viene spesso indicata come Prima Guerra del Peloponneso. L’espressione è impropria e fuorviante, rispetto al vero significato della Guerra del Peloponneso per eccellenza, l’unica guerra nota con questa definizione alla tradizione antica. Il significato di quel complemento di specificazione («del Peloponneso») è che si trattò della guerra portata dai Peloponnesiaci contro Atene: quel genitivo è un genitivo soggettivo (come bene osserva Pausania in un passo, IV 6, 1, che confronta la definizione con altre di tipo oggettivo, quale ad esempio «guerra di Troia», la guerra cioè che ebbe Troia come oggetto e teatro di scontri). Parlare di una Prima Guerra del Peloponneso, per una serie di conflitti tra Atene e Sparta (459-446), che per la massima parte ebbero come teatro il Peloponneso, significa dunque pregiudicare – e in senso improprio – il significato autentico dell’espressione Peloponnēsiakós pólemos. Quest’ultima è definizione, per la guerra scoppiata nel 431 a.C., largamente diffusa nei testi antichi, che trae però la sua origine dall’impostazione stessa di Tucidide: infatti, a parte il complesso problema delle responsabilità ultime, per Tucidide non sussiste dubbio sul fatto che, ad aprire le ostilità nell’immediato, fu appunto la Lega peloponnesiaca, capeggiata da Sparta. La Guerra del Peloponneso è insomma per lui una guerra che viene portata dal Peloponneso contro l’Attica.
Progressivamente (e in contemporanea con la spedizione d’Egitto e il suo stallo) si estende la guerra navale di Atene. Fino al 456 essa si esplica nel Golfo Saronico, tra Attica e Argolide. Nel 455 Tolmide può effettuare incursioni contro Gizio (l’arsenale di Sparta), contro Metone (sulla costa messenica occidentale), in Acaia e Corinzia: un vero periplo, che aggira il Peloponneso in senso orario.
Anche sulla terraferma il conflitto fra Atene e i Peloponnesiaci presenta momenti di scontro territorialmente coerenti fra loro. L’inclusione di Megara nell’alleanza di Atene favorisce anche il controllo ateniese sui porti della città confinante col territorio attico: dapprima Nisea sul Golfo Saronico, poi Page, sul Golfo Corinzio. Navi ateniesi hanno certamente presidiato dapprima Nisea, poi devono aver trovato il modo di appostarsi anche nel porto di Page: è una presenza navale ateniese a nord dell’Istmo che spiega la dinamica della spedizione di Pericle nel 454/453 (non un períplous attorno al Peloponneso, ma un paráploos, una navigazione lungo le coste settentrionali di esso e verso l’Acarnania). Ecco dunque un anno (454/453) di strategia di Pericle, estraneo al quindicennio di strategie continuative (443-429): e non è, dal punto di vista militare, un trionfo (i Sicionii sono sconfitti, ma l’attacco alla città acarnana di Eniade si risolve in un nulla di fatto)[8].
Il duro colpo inferto ad Atene in Egitto viene indicato da Plutarco, che sembra attingere a Teofrasto[9], come causa del trasferimento del tesoro da Delo ad Atene: il motivo addotto fu quello di una minaccia persiana. Che si trattasse in parte di un pretesto, è possibile, o quanto meno non è dimostrabile che gli Ateniesi non cogliessero abilmente un’occasione. Sbagliano tuttavia certamente coloro che ritengono che i Persiani non potessero comunque rappresentare una minaccia, che il timore dei Persiani fosse una mera finzione[10]. Chi consideri la situazione geografica di Delo, si accorge come essa sia assai poco coperta sul versante orientale, da cui poteva provenire la minaccia. Ed è del tutto plausibile che a fare la proposta del trasferimento del tesoro fossero i Samii, phýlakes (sentinelle) dell’Impero su quel fianco. Una concreta minaccia persiana, insomma, non ci fu, ma il timore di essa ci poteva essere e non era del tutto ingiustificato.

Pittore Nicostene. Oplita di corsa. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 495 a.C. ca. Walters Art Museum

Un intervento spartano in favore dei Dori della Metropoli contro i Focesi, nel 458/457, blocca tentativi di espansione della presenza politica di Atene (che tradizionalmente sostiene i Focesi) nella Grecia centrale. Tucidide ha narrato con evidenza drammatica le circostanze, gli sbocchi possibili, i gravissimi rischi connessi con la spedizione spartana. Ad Atene, infatti, per la prima volta (e anche l’ultima, prima del 411) si ha un complotto contro la democrazia: c’è chi vuole fermare la costruzione delle Lunghe Mura, che uniscono la città al Pireo, e il connesso processo di sviluppo di una democrazia a base navale (nella potenza militare) e fondata sul sostegno delle masse marinare (sotto il profilo sociale). Ma i conservatori, all’interno della democrazia, restano leali[11]; d’altra parte, gli Spartani rischiano di restare bloccati nella Grecia centrale, per effetto della nuova situazione strategica determinata dalla politica ateniese di alleanze e di espansione, in particolare dal controllo della Megaride; per essi non sembra ci sia via di scampo né per terra né per mare. Tuttavia, con la vittoria conseguita in uno scontro avvenuto in una località tra Tebe e Tanagra (457), gli Spartani si mettono in condizione di forzare il blocco ateniese e rientrare nel Peloponneso passando per i monti della Gerania.
Dopo 61 giorni gli Ateniesi, al comando di Mironide, si prendono una rivincita ad Enofita, sui Beoti, alleati tendenziali degli Spartani. Si profila una costellazione spesso ricorrente nelle vicende della Grecia centro-meridionale. Alla vittoria consegue un periodo di forte ingerenza ateniese negli affari della Beozia: ingerenza, beninteso, non dominio diretto. Viene sciolta la Lega beotica; si procede a una correzione di confini tra Beozia ed Attica; è incerto se anche Tebe cadesse sotto il predominio politico ateniese[12]. La situazione durerà così all’incirca fino al rovescio subito dagli Ateniesi a Coronea (Beozia occ.) nel 447.
Gli anni Cinquanta presentano marcati caratteri di espansionismo esasperato da parte di Atene. Un intervento ateniese in Tessaglia, in favore di Oreste, figlio del tago Echecratida, e contro Farsalo, fatto col sostegno di Beoti e Focesi, resta senza effetto. Secondo una notizia sospetta, Cimone sarebbe rientrato dall’ostracismo solo cinque anni dopo l’espulsione, cioè già nel 456, ed avrebbe anzi procurato una tregua di 5 anni ad Atene, dal 454/453 (secondo Diodoro), ma dal 451, secondo alcuni moderni. Ma la prima nuova impresa che gli si riesce ad attribuire con sicurezza è una spedizione contro Cipro (450/449), nel corso della quale furono compiute imprese notevoli sia per terra (contro i Persiani) sia per mare (contro i Fenici). Forse nell’isola fu conquistata Marion; presso Salamina si svolse, solo dopo la morte di Cimone, una battaglia terrestre ed una navale (la duplicità dell’evento in parte poté rifluire, erroneamente, nella tradizione sulla battaglia dell’Eurimedonte), in cui gli Ateniesi riuscirono vincitori[13].
Più difficile delineare la politica ateniese nelle regioni del Mediterraneo occidentale. I racconti centrati intorno a grandi personalità, anche se inseriti nel contesto di opere di carattere storico e non specificamente biografico, ricevono, dalla stessa cornice in cui si trovano collocati, caratteri di continuità; per i moderni è quindi, tutto sommato, facile raccogliere le spedizioni ateniesi nel Mediterraneo orientale intorno all’iniziativa di un personaggio, visto che la storiografia antica ha già preparato il terreno in questo senso. Per le stesse ragioni, è difficile tracciare una chiara linea di sviluppo della politica e delle imprese di Atene in Occidente. Su questi fatti le fonti sono eterogenee (scarsi cenni letterari, che si presentano come rinvii casuali da fatti successivi) o epigrafi di non facile datazione, o non chiare nella definizione del carattere di novità o di ripetizione dell’alleanza che registrano. Negli anni Cinquanta Atene persegue una politica di intese con gli elementi non greci (anche se grecizzati) della Sicilia occidentale (gli Elimi di Segesta, con cui stipula forse un’alleanza nel 458/457 o 454/453), con città non doriche di Sicilia (Leontini) e d’Italia (Reggio, le cui vicende tradizionalmente si mescolano con quelle delle città di Sicilia)[14]. A questo ambiente si rivolge l’iniziativa dell’invio di una flotta da parte di Atene nel Golfo di Napoli, in data non definibile. Di spiriti diversi sarà l’iniziativa della fondazione della colonia panellenica di Turii nel 444/443. Le imprese degli anni Cinquanta sono dirette anche verso regioni lontane da Atene: Egitto e Sicilia, due sogni grandiosi, che danno la misura di una ricerca del “grande”, nello spazio come nella mole dell’impresa, in piena corrispondenza con quel clima di esaltazione della democrazia ateniese, che si avverte nella politica come nella psicologia di massa (le prospettive di acquisizione di aree granarie restano per ora forse solo all’orizzonte). Nonostante lo scossone, risultante dalla sconfitta in Egitto del 454, i piani grandiosi non vengono ancora meno.
L’impresa di Cimone contro Cipro è la prova di questa perseveranza, oltre che dal fatto che sulla politica d’Impero si poteva, nonostante tutto, trovare ancora una base che unificasse, in aspirazioni e progetti comuni, l’intero popolo ateniese. La politica di Cimone riprende allora quota sul piano strategico, e sua premessa è appunto la stipula della tregua tra Sparta e Atene del 451 (?), destinata a durare cinque anni. In positivo, per quel che Pericle progettò e realizzò in questi anni, così come in negativo, cioè per quel che l’esaurirsi dell’armistizio produsse di rinnovato fermento anti-ateniese, la tregua contò. Favorita o promossa da Cimone, essa provocò per qualche tempo una ripresa dell’orientamento anti-persiano e degli spiriti nazionalistici, in politica estera, non certo un’affermazione, in politica interna, degli orientamenti tradizionalisti o addirittura filo-spartani.

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[1] Beloch, GG2 II 1, pp. 154 sg. (Pericle non ebbe qualità militari, e si può dubitare che possa considerarsi uomo di Stato).

[2] Se la prima attestazione della parola δημοκρατία, attraverso il velo delle accorte allusioni, è nelle Supplici di Eschilo, perciò ad Atene, non va dimenticato che la sostanza etimologica della nuova parola (pur senza quella terminazione astratta in -ία, che fa una vistosa differenza) è proprio – con solo apparente paradosso – nel δάμω κράτος della Grande Ῥήτρα spartana (Plutarco, Licurgo 6, cfr. Diodoro, VII 12, 6). La constatazione serva a mostrare quanto poco di prevaricazione sia avvertito nel verbo κρατεῖν riferito al δῆμος; ma ammonisce anche a distinguere tra il δᾶμος/totalità cittadina di Sparta, e il δῆμος, ora totalità cittadina ora maggioranza di meno abbienti, di Atene.

[3] Plutarco, Pericle 310Cimone 14. Pericle è solo il più attivo di un gruppo di accusatori.

[4] Tucidide, I 102, 4 e 103, 4.

[5] Id., I 104; 109 sg.; 112 (Cimone muore prima della battaglia di Salamina di Cipro); Diodoro, XI 71, 74 sg.; 77; XII 24 (con datazione della morte di Cimone dopo la battaglia di Salamina, a meno che la notizia finale di 4, 6 non sia genericamente collegata con la spedizione).

[6] IG I2 929.

[7] Tucidide, I 109110. Beloch ha sviluppato ampiamente la sua tesi della cronologia alta della spedizione, in GG2 II 2, pp. 79 sgg., pur lasciando aperta la possibilità per cronologie diverse (462/461 e 454/453 sono solo termini estremi possibili, entro cui collocare i 6 anni di cui parla Tucidide, I 110, 1, per la durata dell’impresa).

[8] Tucidide, I 111. Di difficile inquadramento cronologico la spedizione di Pericle nel Ponto Eusino, con deduzione di una colonia ateniese a Sinope, di cui parla Plutarco, Pericle 20 (Beloch, GG2 II 1, p. 199 al 435/4 ca.).

[9] Plutarco, Aristide 25, 3 (da Teofrasto, se il verbo di dire è φησί come al par. 2, e come sembra plausibile visto che il par. 2 ha bisogno di una spiegazione e il par. 3, con il suo καὶ γάρ, gliela dà).

[10] Il timore di un attacco persiano era per sé del tutto logico, data la posizione di Delo; altro problema è se i Persiani fossero allora davvero intenzionati ad attaccare.

[11] Sul lealismo di Cimone, cfr. D. Musti, Il giudizio di Gorgia su Cimone in tema di χρήματα, in «RFIC» 112, 1984, pp. 129 sgg., in part. 140-144.

[12] Tucidide, I 105108.

[13] Beloch, GG2 II 1, p. 175 n. 1; 2, pp. 211 sgg., si pronuncia per la storicità dell’opera di Cimone per la conclusione di una tregua di 5 anni (451-446) tra Atene e Sparta, ma contro l’anticipazione (al 457 ca.) del richiamo di Cimone dall’ostracismo (cfr. Tucidide, I 112; Andocide, Sulla pace 34; Teopompo, FGrHist 115 F 88; Diodoro, XI 86, 1; Cornelio Nepote, Cimone 3). Cfr. A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides I, Oxford 1945, pp. 325 sgg., 409 sgg.

[14] IG I2 19 = IG I3 11 (alla l.3 incerte le lettere finali del nome dell’arconte, forse lo Habron del 458/7, forse lo Ariston del 454/3). Cfr. H. Bengtson, Die Staatsvertäge des Altertums II, München und Berlin 1962, pp. 41 sg. ; D.M. Lewis, IG I3, 1981, 11comm. ad loc., per una data alta.

Il Pericle di Plutarco

di C. Mossé, Pericle. L’inventore della democrazia, trad. di B. Gregori, Roma-Bari 2006, pp. 195 sgg.

Cresila, Busto di Pericle. Marmo, copia romana da un originale greco del 430 a.C. ca. Musei Vaticani

Cresila, Busto di Pericle. Marmo, copia romana da un originale greco del 430 a.C. ca. Roma, Musei Vaticani.

La Vita di Pericle di Plutarco è un testo particolarmente interessante per chi cerchi di ricostruire la personalità dell’uomo che agli occhi dei posteri avrebbe incarnato la grandezza di Atene. Plutarco, infatti, raccolse tutto un complesso di tradizioni e aneddoti, attingendo sia dai contemporanei di Pericle, i poeti comici in particolare, sia da autori le cui opere non ci sono pervenute ma ai quali egli fa specifico riferimento: tra questi ultimi ricordiamo il poeta Ione di Chio, che trascorse gran parte delle sua vita ad Atene nel V secolo; Stesimbroto di Taso, autore, negli ultimi anni del secolo, di un’opera su Temistocle, Tucidide e Pericle; Teofrasto, che fu il successore di Aristotele alla guida del Liceo e della cui opera ci è pervenuta solo una piccola parte; il suo allievo Duride di Samo; Idomeneo di Lampsaco, contemporaneo di Epicuro (fine del IV-inizi del III secolo a.C.), autore di un Perì dēmagogōn. I primi due avevano conosciuto l’Atene della Guerra del Peloponneso. Gli altri appartenevano a quegli ambienti intellettuali degli ultimi decenni del IV secolo – ricordiamo particolarmente la scuola peripatetica – che s’interrogavano sull’esperienza politica ateniese in un’epoca in cui la città, sconfitta dopo un ultimo sussulto all’annuncio della morte di Alessandro, aveva rinunciato a ricoprire un ruolo di primo piano negli affari greci.

Nella prefazione alla Vita di Alessandro, Plutarco precisa in che cosa la biografia si distingua dalla storia: non si tratta di raccontare i grandi eventi o le imprese belliche, cosa che è competenza dello storico, ma di cercare di mettere in luce, indipendentemente da quelle imprese, il carattere (éthos) dei suoi eroi:

Io non scrivo un’opera di storia, ma delle vite; ora, noi ritroviamo una manifestazione delle virtù e dei vizi degli uomini non soltanto nelle loro azioni più appariscenti; spesso un breve fatto, una frase, uno scherzo, rivelano il carattere di un individuo più di quanto non facciano battaglie ove caddero diecimila morti, i più grandi schieramenti di eserciti e assedi. Insomma, come i pittori colgono la somiglianza di un soggetto nel volto e nell’espressione degli occhi, poiché lì si manifesta il suo carattere, e si preoccupano meno delle altre parti del corpo; così anche a me deve essere concesso di addentrarmi maggiormente in quei fatti o in quegli aspetti di ognuno, ove si rivela il suo animo, e attraverso di essi rappresentarne la vita, lasciando ad altri di raccontare le grandi lotte[1].

Plutarco applica questi principi anche alla sua biografia di Pericle. Fin dall’inizio del racconto, per giustificare il parallelo con il romano Fabio Massimo, egli indica le qualità dominanti della personalità di Pericle: la dolcezza (praótēs) e il senso della giustizia (dikaiosýnē). Queste qualità derivavano anzitutto dalle sue origini. Per parte di madre, egli discendeva da quel Clistene «che con tanta abilità cacciò da Atene i Pisistratidi, abbatté la tirannide, stabilì nuove leggi e diede alla città una costituzione ottimamente equilibrata per garantire concordia e sicurezza»[2]. Equilibrio e concordia completavano in modo evidente la dolcezza e il senso della giustizia.

Ma la loro presenza nel carattere di Pericle era anche il risultato dell’educazione, e in particolare dell’insegnamento di Anassagora di Clazomene: «Chi visse in maggior con contatto con Pericle e contribuì a drappeggiarlo in un contegno solenne, a dotarlo di una mentalità più nobile di quella dei comuni capi-popolo, chi, in una parola, sollevò a pure altezze la maestà del suo carattere, fu Anassagora di Clazomene»[3]. Plutarco precisa quindi:

Pericle apprese da quest’uomo, che ammirava straordinariamente, la scienza delle cose celesti e le speculazioni più alte; acquistò non soltanto, a quanto sembra, una forma di pensiero elevato e un modo di esprimersi sublime e immune da scurrilità bassa e plebea, ma pure la fermezza dei lineamenti, mai allenati al sorriso, la grazia del portamento, un modo di panneggiare la veste che non si scomponeva, per quanto potesse commuoversi parlando, una tonalità di voce inalterabile e altri simili atteggiamenti, che riempivano di stupore chiunque lo avvicinava[4].

Quel senso della misura, quella moderazione, contrappongono implicitamente Pericle ai politici che erano venuti dopo di lui, sia il volgare Cleone sia il troppo seducente Alcibiade.

Le varie manifestazioni del comportamento di Pericle derivavano dall’educazione ricevuta. Discepolo di Anassagora, egli dava prova di quello spirito «scientifico», che si sarebbe manifestato più tardi quando, alla vigilia della partenza di una spedizione, un’eclisse di sole sconvolse il pilota della sua nave:

Pericle, al vedere il suo pilota atterrito e incerto sul da farsi, gli tese davanti agli occhi il mantello fino a coprirli; quindi gli chiese se lo riteneva un fatto pericoloso o un segno di pericolo. Il pilota rispose di no. «Ebbene, che differenza c’è tra il mio gesto e l’eclisse, se non che l’oggetto che ha provocato l’oscuramento è più grande del mantello?»[5].

Sempre dall’insegnamento impartitogli dal suo maestro derivava la scelta di uno stile di vita esemplare. Infatti, dopo la morte di Aristide e l’esilio di Temistocle, avendo deciso di prendere le parti del dēmos, cioè di quelli che erano al tempo stesso i più numerosi e i più poveri, egli rinunciò all’abitudine che più di ogni altra caratterizzava lo stile di vita dell’aristocrazia, le riunioni del sympósion, vale a dire i banchetti: «Non lo si vide più in girò per la città, se non lungo la strada che conduceva all’Agorà e al bouleutḗrion; declinò inviti a banchetti, si ritirò interamente dalla vita di società»[6].

Evitando di mettersi troppo in mostra e lasciando agire più spesso i suoi amici, seppe anche «ottenere uno stile oratorio, che, come uno strumento musicale, s’armonizzasse con l’impostazione data alla sua vita e alla grandezza del suo sentire. In ciò si valse dell’aiuto di Anassagora, colorando, quasi, la propria retorica della scienza fisica del filosofo»[7].

Questa eloquenza misurata riuscì a renderlo ben accetto al popolo. Dopo l’ostracismo di Tucidide di Alopece, la città era ridivenuta armoniosa e unita. Pericle trasformò allora la democrazia «in un regime aristocratico e monarchico, che esercitò con dirittura, senza deviazioni sulla strada del progresso, guidando il popolo che quasi in tutto lo seguì volentieri, con la persuasione e l’ammonizione. Se qualche volta recalcitrò un poco, egli lo costrinse, con un tratto di redini, a proseguire verso la meta del suo stesso interesse»[8].

Ma Pericle non doveva la sua autorità sul popolo soltanto alla potenza della parola, al suo dominio dell’arte della persuasione, ovvero delle sue qualità di retore. La doveva anche «alla stima che si aveva per la sua vita, e alla fiducia che personalmente ispirava, poiché era notoriamente incorruttibile e superiore al denaro»[9]. Plutarco precisa che egli non aumentò di una sola dracma la fortuna ereditata dal padre. Di questa incorruttibilità il biografo fornisce numerosi esempi, ritornando su di essa in continuazione, fino all’ultimo. Egli insiste, in particolare, sul modo in cui Pericle gestì la sua fortuna:

Al patrimonio legalmente suo, trasmessogli dagli avi, diede l’assetto economico che ritenne più semplice e sicuro affinché non si volatilizzasse, se trascurato, ma che pure non gli procurasse fastidi e perdite di tempo in mezzo a tante altre preoccupazioni. Cioè vendeva annualmente tutti insieme i prodotti dei suoi campi, e poi comprava di mano in mano dal mercato quanto gli occorreva per vivere[10].

Ciò gli avrebbe suscitato il malcontento dei figli e delle donne della sua casa:

Si lamentavano di quel modo di vivere alla giornata e delle spese ridotte all’osso, sì che in una casa grande come quella e dove le risorse certo non mancavano, nulla mai avanzava, ed ogni uscita, come ogni entrata, avveniva attraverso minuziosi conteggi[11].

Plutarco, come si è già detto, attribuisce una grande importanza al carattere incorruttibile e disinteressato di Pericle. Per esempio, al momento dell’affare di Samo, egli rifiutò il denaro offertogli dai notabili sami da lui presi in ostaggio. Erano cinquanta, e ciascuno di essi aveva offerto un talento per riscattare la propria libertà. Allo stesso modo, rifiutò i diecimila stateri d’oro che gli aveva inviato il satrapo di Sardi, Pissutne, per indurlo a cedere ai Sami[12].

Infine, un esempio ancora più eloquente di questa incorruttibilità: la dichiarazione pubblica fatta da Pericle, nel momento in cui il re spartano Archidamo si apprestava a invadere l’Attica, che se i suoi beni fossero stati risparmiati in virtù dei legami di ospitalità che lo univano agli Spartani, egli li avrebbe regalati alla città[13].

Nel confronto finale con Fabio Massimo, Plutarco ritorna ancora su questa incorruttibilità e sul «nobile disprezzo delle ricchezze», tipico di Pericle: «Non è facile dire quante occasioni il potere gli offerse di arricchire e di farsi corteggiare da confederati e da re; ciononostante si serbò incorrotto e puro quanto nessun altro uomo di governo»[14].

Il motivo dell’insistenza di Plutarco su questo aspetto della personalità di Pericle è chiarissimo: il suo personaggio è il capo del partito popolare, l’oratore che ha il sostegno del dēmos. Parlare invece dell’incorruttibilità di un Cimone, capo dell’aristocrazia, non è necessario. Plutarco contrappone il comportamento di Pericle all’immagine, veicolata dalla tradizione, del demagogo quale oratore popolare, facilmente corruttibile. Ma questa probità s’inserisce armonicamente nel ritratto, proposto fin dall’inizio del racconto, di un uomo che si rivelò superiore per senso della giustizia e moderazione.

Ritroviamo queste virtù anche dove meno ce le aspetteremmo: nelle relazioni di Pericle con gli uomini che egli fu chiamato a comandare in quanto stratego rieletto quindici volte consecutive. Plutarco ritorna a più riprese su quest’aspetto. «Come stratego godeva di buona reputazione, specialmente perché era prudente. Di sua iniziativa non attaccò mai battaglia, se si presentava molto incerta e rischiosa»[15]. Pericle cercava di frenare l’ardore di coloro che erano pronti a coinvolgere Atene in spedizioni pericolose, e preferiva consolidare i vantaggi acquisiti, distinguendosi in ciò dai leader che sarebbero venuti dopo di lui e che avrebbero trascinato Atene nella catastrofe siciliana. «Preferì – scrive ancora Plutarco – vincere e conquistare la città [Samo] col tempo e col denaro, piuttosto che esponendo i suoi concittadini a ferite e pericoli»[16]. Più avanti, Plutarco si compiace nel riferire una frase di Pericle al momento dell’invasione dell’Attica, quando alcuni premevano per ingaggiare battaglia contro i Lacedemoni sulla terraferma: «Quando si tagliano e si abbattono gli alberi – diceva loro –, essi crescono in fretta. Ma gli uomini, una volta uccisi, non si può rimpiazzarli facilmente»[17]. Non meno significative le ultime parole attribuite al suo protagonista: «Nessun Ateniese, per colpa mia, indossò un mantello nero»[18]. Era un’estrema testimonianza di quella moderazione e di quella dolcezza che Plutarco considerava le qualità più importanti del suo eroe, di cui egli aveva dato prova nei confronti degli alleati di Atene come dei suoi nemici.

Non sorprende dunque che la conclusione della biografia cominci con questa affermazione:

Dunque Pericle fu un uomo ammirevole non soltanto per la dolcezza e la bontà che conservò sempre, anche tra vicende diverse e odi profondi, ma pure per l’altezza dello spirito, se delle sue glorie stimò più fulgida quella di non aver mai ceduto d’un palmo, anche quand’era potentissimo, né all’avidità né alla passione, e di non aver mai considerato insanabile nessuna inimicizia[19].

Tuttavia Plutarco, più di una volta, cede alla tentazione di dar voce alle critiche che gettavano ombre su quell’immagine luminosa del «primo degli Ateniesi». Fin dall’inizio del racconto, parlando dell’istruzione ricevuta da Pericle, il biografo ricorda i nomi di due uomini che, a differenza di Anassagora, avevano una cattiva reputazione. Il primo era Damone, il maestro di musica, che in realtà era un sofista. Con il pretesto di insegnare la musica, afferma Plutarco, egli operava per il ripristino della tirannide. Per questa ragione sarebbe stato ostracizzato, come sembra confermare un óstrakon che reca il suo nome. Si ritiene generalmente che questo Damone sia lo stesso personaggio chiamato altrove[20] Damonide, il quale avrebbe suggerito a Pericle la creazione della misthophoría per rivaleggiare con Cimone. Plutarco trovò questa informazione nella Costituzione degli Ateniesi attribuita ad Aristotele[21], dove è appunto citato questo Damonide. Ebbene, sull’óstrakon Damone è detto figlio di Damonide, il che può spiegare la confusione dei due nomi. Comunque stiano le cose, Damone o Damonide, sofista, fautore della tirannide, iniziatore della misthophoría che avrebbe avuto conseguenze nefaste sul comportamento del dēmos, è evidentemente agli occhi di Plutarco un cattivo maestro. Ed è un cattivo maestro anche Zenone di Elea, altro temibile sofista, al quale un poeta del III secolo affibbierà il soprannome di «lingua doppia» (amphoteróglōssos): […] egli era considerato l’inventore della dialettica. Ma se Plutarco cita questo giudizio di Timone di Fliunte su Zenone, lo fa perché vuole insistere sul pericolo rappresentato dalla padronanza di quel doppio linguaggio, particolarmente utile a chi volesse percorrere una carriera politica.

Pericle ambiva a quella carriera politica ma temeva, se avesse preso troppo ardentemente le parti del popolo, di passare per un aspirante alla tirannide. Era un timore fondato, perché egli assomigliava stranamente a Pisistrato. «Gli Ateniesi più anziani, davanti alla dolcezza della sua voce, la facilità e la rapidità della sua parola nella discussione, erano colpiti da quella somiglianza»[22]. Così, il pronipote di Clistene, di colui che aveva contribuito alla caduta dei Pisistratidi, poteva apparire come la reincarnazione di Pisistrato! C’è di che sorprendersi. Ma Plutarco non appare imbarazzato da una simile contraddizione, tanto più che essa sembrava trovare fondamento in una doppia realtà: da una parte, la paura, ancora molto viva, di una restaurazione della tirannide, attestata dai numerosi ostracismi del periodo precedente all’ingresso in politica di Pericle, tra i quali quello di suo padre Santippo; dall’altra, l’appartenenza a una grande famiglia dove era normale nutrire ambizioni del genere.

Dunque la scelta di Pericle di trovare appoggio tra i più numerosi (hoi polloí), vale a dire i più poveri (hoi penétēs), poteva apparire anche come un modo di procedere tipico di un aspirante alla tirannide. Plutarco, non bisogna dimenticarlo, è un filosofo influenzato profondamente dall’insegnamento platonico, e Platone, nella Repubblica, lega l’avvento del tiranno alla lotta che divide la città democratica tra poveri e ricchi, con il tiranno che scegli di ergersi a difensore dei poveri.

C’era infine un altro comportamento, che non deponeva a favore del giovane Pericle ai suoi esordi nella vita politica:

Pericle, ad evitare di stuccare il popolo standogli continuamente innanzi, si presentava a lui ad intervalli, non parlava su ogni argomento, né partecipava ad ogni adunanza, ma si teneva di riserva… per le grandi necessità, e provvedeva alle altre tramite alcuni amici e oratori diversi. Uno di questi dicono fosse Efialte[23].

Così, l’autore della riforma ritenuta la più importante della prima metà del V secolo, cioè l’abrogazione di gran parte dei poteri dell’Areopago, viene ridotto a un ruolo secondario, quasi di semplice portavoce di Pericle. Ciò evita a Pericle di essere accusato dagli avversari della riforma. Plutarco aggiunge un argomento supplementare a favore di questa interpretazione quando presenta la riduzione dei poteri dell’Areopago come la conseguenza del rammarico di Pericle per non avervi mai preso parte, dal momento che il sorteggio non l’aveva mai designato come arconte: «Come si sentì forte dell’appoggio popolare, Pericle si oppose al Consiglio. Ottenne, grazie a Efialte, che esso fosse privato della maggior parte dei suoi poteri»[24]. Efialte compare un’ultima volta nel racconto di Plutarco a proposito dell’accusa, formulata da Idomeneo di Lampsaco nei confronti di Pericle, di aver fatto assassinare Efialte. Plutarco reagisce con indignazione, ma sottolinea che Pericle «forse non fu irresponsabile in tutte le sue azioni»[25].

Non è un caso che questa allusione all’assassinio di Efialte cada dopo un’esposizione dei rapporti tra Cimone e Pericle. Plutarco non nasconde le sue preferenze per il figlio di Milziade, e nella contrapposizione fra i due uomini mette in risalto gli aspetti negativi del comportamento di Pericle. Si tratta in primo luogo della conseguenza più nefasta di quella rivalità, cioè l’istituzione dei misthoí, i salari pubblici: «Fu grazie a Pericle che il popolo ebbe diritto per la prima volta alle cleruchie, alle indennità per le rappresentazioni teatrali e a differenti retribuzioni, contraendo così abitudini perniciose: mentre in passato era stato saggio e industrioso, con queste misure divenne spendaccione e indisciplinato»[26].

La spiegazione della creazione della misthophoría in chiave di rivalità fra Cimone e Pericle era già nella Costituzione degli Ateniesi, ma quest’ultima si riferiva essenzialmente alla retribuzione dei giudici. Plutarco, invece, inserisce nello stesso argomento anche l’indennità degli spettacoli (theōrikón) e la fondazione delle cleruchie, le colonie militari istituite sul territorio di alcune città alleate che si erano ribellate. Ma le conseguenze restavano sempre quelle già deplorate dagli scrittori del IV secolo: le cattive abitudini acquisite dal dēmos.

Ostrakon risalente alla votazione relativa al caso di Cimone. 486-461 a.C. ca. Atene, Stoà di Attalo (Museo dell’Antica Agorà).

Κίμων Μιλτιάδο[υ] (“Cimone, figlio di Milziade”). Ostrakon, 486-461 a.C. ca. dalla Stoà di Attalo. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

L’attenzione di Plutarco si concentra ancor più sulla responsabilità di Pericle nell’ostracismo di Cimone e del suo allontanamento dalla città. L’ostracismo di Cimone ebbe luogo nel 461, quando gli Spartani fecero allontanare il corpo di spedizione ateniese giunto in loro aiuto per sedare la rivolta degli iloti: gli Spartani avevano implicitamente accusato gli opliti ateniesi di fraternizzare con i rivoltosi[27]. Il comando della spedizione era stato affidato a Cimone, ed è verosimile che l’amarezza degli Ateniesi in seguito a quell’allontanamento, che segnò l’inizio della rottura tra le due città, sia stata all’origine del suo ostracismo. Plutarco insiste soprattutto sul rifiuto frapposto dagli amici di Pericle, che agivano evidentemente in accordo con lui, di permettere a Cimone di tornare a combattere a fianco dei suoi concittadini, quando i Lacedemoni scatenarono le ostilità. Non soltanto gli fu negato questo, ma Plutarco aggiunge: «tutti gli amici di Cimone, che Pericle aveva accusato di sostenere Sparta, furono uccisi senza eccezione»[28]. A questo punto il biografo fa riferimento alla battaglia di Tanagra del 457, quattro anni dopo l’ostracismo di Cimone, nel corso della quale si ebbe, secondo la testimonianza di Tucidide[29], «una grande carneficina da entrambe le parti». Gli Ateniesi furono sconfitti, ma poco dopo riportarono una vittoria sui Beoti, alleati degli Spartani, a Enofita. Non si sa esattamente quando ebbe termine l’esilio di Cimone. Plutarco menziona un decreto di cui Pericle sarebbe stato l’autore, che egli ebbe forse l’occasione di leggere direttamente. Comunque, dopo la conclusione di una pace quinquennale con gli Spartani, quando gli Ateniesi decisero di inviare una spedizione a Cipro, fu Cimone a guidarla, e fu proprio nel corso di questa spedizione che egli trovò la morte[30]. Secondo Plutarco, sia il decreto di richiamo sia il comando affidato a Cimone furono l’esito di colloqui segreti fra i due uomini, avvenuti grazie alla mediazione di Elpinice, sorella di Cimone, che avrebbero portato a una sorta di spartizione del potere, in cui Pericle avrebbe avuto il comando in città, mentre Cimone lo avrebbe esercitato sul mare[31]. È una spiegazione poco credibile, anche se Pericle, in questo modo, avrebbe effettivamente potuto allontanare Cimone dai luoghi in cui si decideva la politica ateniese. Quanto al modo poco cavalleresco con cui egli avrebbe trattato Elpinice, ricordandole in maniera inelegante che era troppo vecchia per ambire a immischiarsi negli affari della città, esso illustra bene l’immagine a luci e ombre che Plutarco offre di Pericle.

Del resto, già all’inizio del suo racconto Plutarco aveva riferito la testimonianza del poeta Ione di Chio, secondo la quale «le maniere di Pericle erano altezzose e orgogliose, e che a quelle grandi arie si univano molta boria e disprezzo per gli altri»; emergeva così il contrasto con le maniere di Cimone, apprezzate per tatto e delicatezza[32].

Sbarazzatosi di Cimone, Pericle dovette fronteggiare Tucidide di Alopece, meno dotato di Cimone per la guerra, ma «più abile di lui nell’agorà e nei dibattiti politici»[33]. Fu allora che Pericle «lasciò andare completamente le briglie sul collo del popolo e assunse delle misure volte a ottenerne il favore»[34]. In questa nuova prospettiva della sua politica Pericle non è più l’allievo virtuoso, influenzato dall’insegnamento di Anassagora, ma il demagogo preoccupato di procacciarsi i suffragi popolari. Tra queste nuove misure ci fu la moltiplicazione delle feste religiose, che erano un’occasione per offrire al dēmos indennità e banchetti pubblici; furono anche moltiplicate le cleruchie e fondata la colonia di Turi: «In tal modo alleggerì Atene di una turba oziosa, e, a causa dell’ozio, facinorosa; pose rimedio alle difficoltà economiche del popolo e stabilì nei fianchi degli alleati delle terribili guarnigioni, che toglievano loro la voglia di ribellarsi»[35].

Furono inoltre intrapresi, come sappiamo bene, grandi lavori. […] L’interpretazione plutarchea dello scopo di questa politica è la seguente: dare lavoro agli artigiani e assicurare così la loro sussistenza, come del resto accadeva già con i marinai della flotta e con gli opliti, che ricevevano tutti un salario dalla città. Una simile motivazione, come si è visto, era estranea alle preoccupazioni degli Ateniesi del V secolo.

Questo aspetto della politica periclea non è affatto giudicato negativamente, poiché, agli occhi dei contemporanei di Plutarco, esso testimoniava anzi «l’antico splendore della Grecia». Ma la giustificazione fornita da Pericle sull’impiego del tributo versato dagli alleati per finanziare il grande programma di edilizia pubblica permette a Plutarco di ricordare le accuse formulate dai suoi avversari, che ritenevano la Grecia «vittima di una terribile ingiustizia e di una tirannide evidente»[36].

L’accusa di tirannide non riguardava soltanto il dominio esercitato da Atene sugli alleati, ma anche il potere esercitato da Pericle sulla città, in particolare dopo l’ostracismo di Tucidide di Alopece, quando ormai egli non aveva più rivali. Certo, Plutarco constata che le divisioni cessarono e che la città conobbe un’«armonia» degna di ammirazione; ma constata anche che allora Pericle ebbe «il controllo totale di Atene e di tutto ciò che dipendeva dagli Ateniesi»[37]. Pericle finì per esercitare un potere superiore a quello di tanti re e tiranni. E se Plutarco rinvia al giudizio di Tucidide sul carattere «regale» di questa autorità, non manca tuttavia di menzionare il sarcasmo che essa suscitava nei poeti comici: «Chiamano “dei nuovi Pisistratidi” la sua hetaireía, o lo sollecitano a giurare che non fonderà una tirannide, quasi che la sua preminenza fosse eccessiva e troppo gravosa per una città democratica»[38].

Proprio questa autorità esclusiva lo avrebbe condotto a coinvolgere Atene in una guerra che le sarebbe stata fatale. Ebbene, su questo punto, e senza peraltro negare, come si è visto, le qualità di Pericle come stratego e uomo di guerra, Plutarco non esita a dare eco alle maldicenze che spiegavano certi aspetti della sua politica con le esigenze della sua vita privata.

Su questo piano, infatti, l’immagine di Pericle offerta da Plutarco presenta il maggior numero di ombre e di connotazioni negative, legate essenzialmente alla sua sessualità e al suo bisogno eccessivo di donne. Così, Fidia è sospettato di procurargli delle «donne libere» che Pericle incontrava in casa dello scultore[39]. A queste donne egli offriva forse i pavoni allevati dall’uccellatore Pirilampo, uno dei suoi hetaîroi, i compagni appartenenti a quelle associazioni aristocratiche (hetairíai) che, qualche anno dopo, avrebbero organizzato il rovesciamento della democrazia. Lo si sospettava anche di avere come amante la moglie di un certo Menippo, «che era suo amico e comandava ai suoi ordini». Peggio ancora, a detta di Stesimbroto di Taso, egli avrebbe avuto rapporti peccaminosi con la moglie di suo figlio Santippo[40], il quale a sua volta avrebbe messo in giro questa voce per meglio screditare l’immagine del padre[41].

Lawrence Alma-Tadema, Fidia mostra i fregi del Partenone a Pericle, Aspasia, Alcibiade e altri amici, 1868. Birmingham Museum & Art Gallery.

Lawrence Alma-Tadema, Fidia mostra i fregi del Partenone a Pericle, Aspasia, Alcibiade e altri amici, 1868. Birmingham Museum & Art Gallery.

E poi, ovviamente, c’era Aspasia. La donna compare nel racconto di Plutarco a proposito dell’affare di Samo, con riferimento al vero motivo della decisione di Pericle di sostenere le pretese dei Milesi contro i Sami: «Siccome è opinione comune ch’egli abbia affrontato l’impresa di Samo per far piacere ad Aspasia, questo potrebbe essere il luogo più adatto per sollevare l’imbarazzante discussione della grande arte e del potere con cui questa donna dominò gli uomini politici più eminenti del suo tempo e offrì ai filosofi materia per elevate ed ampie discussioni»[42].

Aspasia era originaria di Mileto e figlia di un certo Assioco. Ignoriamo per quale motivo e in che modo Assioco era venuto a stabilirsi ad Atene. Forse si trattava di un meteco. Plutarco non si sofferma su questo punto e fa subito di Aspasia l’emula di una certa Targelia, anche lei di origine ionica e celebre cortigiana alla corte del Gran Re, che avrebbe sfruttato questa posizione per guadagnare alla causa dei Persiani numerosi Greci influenti e altolocati. Allo stesso modo, Aspasia amava intrattenersi con gli uomini più importanti[43] e Plutarco precisa che il suo mestiere consisteva nel «formare piccole etere»[44]. Successivamente, i poeti comici accusarono Pericle di aver fatto votare il famoso decreto di Megara perché i Megaresi avevano rapito due cortigiane appartenenti ad Aspasia[45].

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Aspasia è dunque presentata come una cortigiana, come una donna libera che riceveva a casa sua le visite di Socrate e dei suoi discepoli, e di uomini influenti che vi conducevano le proprie mogli «per far loro ascoltare la sua conversazione»[46]. Pericle, dunque, sarebbe stato soprattutto uno di coloro che subivano il fascino della sua intelligenza e del suo senso politico. A sostegno delle sue affermazioni, sorprendenti già a priori, Plutarco cita il Menesseno di Platone: «seppure la prima parte del dialogo sia scritta con l’intonazione del divertimento, si trova perlomeno un’informazione storica: si riteneva che molti Ateniesi frequentassero Aspasia per imparare da lei la retorica»[47]. L’ingenuità di Plutarco fa sorridere, poiché il Menesseno è, dalla prima all’ultima parola, una parodia. Restano comunque innegabili i legami di Aspasia con Socrate e con i suoi allievi: infatti due di loro, Antistene ed Eschine Socratico, le dedicarono un dialogo ciascuno.

Una donna eccezionale, dunque, ma la cui relazione con Pericle fu diversa dai rapporti che legavano abitualmente una cortigiana agli uomini che frequentavano la sua casa. In effetti, «l’attaccamento di Pericle per Aspasia era, evidentemente, determinato dall’amore»[48]. Prova ne era il fatto che Pericle, per vivere con lei, ripudiò la moglie, madre dei suoi figli, e, agendo come un «tutore» (kýrios), la diede in sposa a uno dei suoi amici. Introdusse dunque Aspasia a casa propria, e l’amò con una tenerezza eccezionale: «Ogni giorno, q quanto dicono, uscendo di casa e rientrandovi venendo dall’agorà, la prendeva fra le braccia coprendola di baci»[49]. Plutarco ricorda anche il figlio che la donna ebbe da Pericle, ovviamente un nóthos (bastardo), perché la madre era una straniera e i genitori non erano uniti da un matrimonio legittimo. Tuttavia, Pericle lo riconobbe dopo la morte dei suoi figli legittimi. Pericle il Giovane intraprese la carriera politica, fu stratego nella battaglia delle Arginuse del 406 e il suo nome compariva che furono illegalmente condannati a morte dall’Assemblea[50]. Plutarco non manca di citare, a proposito di questo figlio bastardo, il sarcasmo di Cratino e di Eupoli.

Plutarco torna a menzionare Aspasia verso la fine del suo racconto, a proposito del processo per empietà che le sarebbe stato intentato dal poeta comico Ermippo. Il processo si collocherebbe in un momento in cui gli avversari di Pericle si scatenarono contro di lui e contro alcune delle persone a lui più vicine, tra le quali Fidia e Anassagora. Aspasia sarebbe stata prosciolta grazie all’intervento del suo amante, che «ottenne la sua grazia a forza di versar lacrime per lei e supplicando i giudici per tutta la durata del processo»[51].

In tutte queste vicende ritorna l’immagine ambigua di Pericle. L’aristocratico, progenie di due grandi famiglie ateniesi, non esita a ripudiare la sposa legittima, madre dei suoi due figli, per introdurre in casa una donna che secondo l’opinione comune ateniese era una cortigiana. Ma quella donna era, al tempo stesso, un’amica dei filosofi, dotata di un’intelligenza eccezionale, e anche se influenzò in modo riprovevole alcune decisioni del suo amante (affare di Samo, decreto di Megara), l’influenza da lei esercitata risultò felice per l’uomo politico. La relazione sessuale, inoltre, non era tutto perché Pericle l’amava profondamente. Fu questo amore a spingerlo a intervenire in un processo versando lacrime, e a violare la legge, da lui stesso fatta approvare, per riconoscere il figlio illegittimo, al fine di assicurarsi una discendenza dopo la morte dei suoi due figli.

Busto di Aspasia. Marmo, copia romana da un originale ellenistico. Da Torre della Chiarrucia (Castrum Novum), presso Civitavecchia. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Busto di Aspasia. Marmo, copia romana da un originale ellenistico. Da Torre della Chiarrucia (Castrum Novum), presso Civitavecchia. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Anche i rapporti di Pericle con questi due figli sono ambigui. Abbiamo già ricordato le dicerie che circolavano sui rapporti di Pericle con la moglie di Santippo. Nell’ultima parte della biografia Plutarco ritorna nuovamente sulle discordie esistenti in famiglia, e a proposito dello stesso Santippo ricorda una vicenda alquanto sordida:

Il maggiore dei suoi figli legittimi, Santippo, che era uno spendaccione per natura e aveva una giovane moglie cui piaceva il lusso, figlia di Tisandro figlio di Epilico, mal sopportava l’oculata amministrazione di suo padre, che gli passava magre entrate e gliele distribuiva in piccole quantità. Si rivolse dunque a un amico di Pericle che gli diede del denaro, credendo che fosse suo padre a chiederlo. Quando quest’uomo lo richiese indietro, Pericle gli intentò un processo. Allora il giovane Santippo, indignato da questo comportamento, si mise a diffamare suo padre[52].

Lo accusava, in particolare, di discutere con i sofisti di argomenti ridicoli, come quello di sapere se il responsabile della morte di un certo Epitimo di Farsalo era stato il giavellotto o colui che l’aveva lanciato. Sarebbe stato inoltre lo stesso Santippo, come si è già accennato, a diffondere la voce secondo la quale Pericle aveva una relazione con la sua giovane moglie. La lite tra padre e figlio non si concluse che con la morte di quest’ultimo, vittima della peste. In compenso, i rapporti di Pericle con il secondo figlio sembrano molto diversi, e quando quest’ultimo fu a sua volta vittima dell’epidemia, Pericle, che fino ad allora aveva sopportato con coraggio la morte dei suoi cari, fu vinto dalla sofferenza e si sciolse in lacrime sul cadavere del figlio.

Al termine della narrazione Plutarco ricorda come Pericle, ritornato a capo della città dopo esserne stato allontanato, non esitasse a violare una legge da lui stesso voluta per permettere al figlio avuto da Aspasia di essere iscritto nella sua fratria e di portare il suo nome. Plutarco menziona al riguardo le ragioni per le quali gli Ateniesi si lasciarono convincere e accettarono di contravvenire alla legge: furono sensibili alle disgrazie che avevano colpito la casa di Pericle con la morte di entrambi i figli. Ma al tempo stesso, sottolinea Plutarco non senza una certa perfidia, quelle disgrazie erano, secondo loro, «il castigo per il suo orgoglio e la sua arroganza»[53].

Passiamo a un’altra malignità. Plutarco attribuisce a Teofrasto un esempio del modo in cui le sofferenze del corpo possono alterare il carattere e allontanarlo dalla virtù: «Egli racconta che, durante la sua malattia, Pericle mostrò a uno dei suoi amici venuto a fargli visita un amuleto che le donne gli avevano appeso al collo. Teofrasto vede in questo il segno che egli doveva stare molto male, se si prestava a simili sciocchezze»[54].

Così l’allievo di Anassagora, l’uomo che si lasciava guidare soltanto dalla ragione, nel momento finale si rivelava un essere senza difese, pronto ad accettare le superstizioni femminili, lui che era stato il compagno di una donna eccezionale e amica dei filosofi.

Tuttavia […] la biografia di Pericle si conclude con un elogio:

Dunque Pericle fu un uomo ammirevole, non soltanto per la dolcezza e la bontà che conservò sempre, anche tra vicende diverse e odi profondi, ma pure per l’altezza dello spirito, se delle glorie stimò più fulgida quella di aver mai ceduto d’un palmo, anche quand’era potentissimo, né all’invidia né alla passione, e di non avere mai considerato insanabile nessuna inimicizia[55].

Plutarco ricorda inoltre i sentimenti degli Ateniesi di fronte agli avvenimenti che seguirono la sua morte e la mediocrità di coloro che presero il suo posto alla guida della città:

Riconobbero che non esisteva un carattere più di lui umile nella grandezza e augusto nell’affabilità. Quella sua forza tanto odiata e chiamata, un tempo, monarchia e tirannide, ora si rivelò un baluardo che aveva salvato la città[56].

È questa l’immagine trasmessa ai posteri.


[1] Plut., Alex., 1, 2-3.

[2] Plut., Per., 3, 1.

[3] Plut., Per., 4, 4.

[4] Plut., Per., 5, 1.

[5] Plut., Per., 35, 2.

[6] Plut., Per., 7, 4.

[7] Plut., Per., 8, 1.

[8] Plut., Per., 15, 2.

[9] Plut., Per., 15, 3.

[10] Plut., Per., 16, 3-4.

[11] Plut., Per., 16, 4-5.

[12] Plut., Per., 25, 2-3.

[13] Plut., Per., 33, 3.

[14] Plut., Compar. Per. Fab., 3, 6.

[15] Plut., Per., 18, 1.

[16] Plut., Per., 27, 1.

[17] Plut., Per., 33, 5.

[18] Plut., Per., 38, 4.

[19] Plut., Per., 39, 1.

[20] Plut., Per., 9, 2.

[21] Plut., Per., 17, 3.

[22] Plut., Per., 7, 1.

[23] Plut., Per., 7, 7-8.

[24] Plut., Per., 9, 5.

[25] Plut., Per., 10, 7.

[26] Plut., Per., 9, 1.

[27] Thuc., I 34.

[28] Plut., Per., 10, 3.

[29] Thuc., I 108, 1.

[30] Plut., Per., 10, 8; Thuc., I 112, 2-4.

[31] Plut., Per., 10, 5.

[32] Plut., Per., 5, 3.

[33] Plut., Per., 11, 1.

[34] Plut., Per., 11, 4.

[35] Plut., Per., 11, 6.

[36] Plut., Per., 12, 2.

[37] Plut., Per., 15, 1.

[38] Plut., Per., 16, 1.

[39] Plut., Per., 13, 15.

[40] Plut., Per., 13, 16.

[41] Plut., Per., 36, 6.

[42] Plut., Per., 24, 2.

[43] Plut., Per., 24, 3.

[44] Plut., Per., 24, 5.

[45] Plut., Per., 30, 4.; Aristof., Acarn., 524-527.

[46] Plut., Per., 24, 5.

[47] Plut., Per., 24, 7.

[48] Ibid.

[49] Plut., Per., 24, 8-9.

[50] Plut., Per., 37, 5-6; Xen., Ell., I 7.

[51] Plut., Per., 32, 5.

[52] Plut., Per., 36, 3-4.

[53] Plut., Per., 37, 5.

[54] Plut., Per., 38, 2.

[55] Plut., Per., 39, 1.

[56] Plut., Per., 39, 3-4.

Pubblico e privato nella democrazia periclea

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 338-342.

Per brevità, possiamo dire che il rapporto tra pubblico e privato, come visto da Pericle, si coglie, meglio che altrove, nell’Epitaffio per i caduti ateniesi del primo anno di guerra del Peloponneso, messo da Tucidide sulle sue labbra, in II 35-46. Qui il discorso pericleo è fortemente costruito sulla distinzione tra privato e pubblico, distinzione che però Pericle presenta in chiave di un equilibrio, che, va notato, è un equilibrio non statico, ma carico di tensione; e lo si intende sia dall’analisi particolare in cui si esemplificano, rispettivamente, i diritti del privato e quelli del pubblico, sia – che è anche più importante – dallo sviluppo storico che è alle spalle delle due categorie e della loro stessa combinazione. Il rapporto che ne risulta è quello di un equilibrio carico di tensione, che Pericle, cioè lo Stato democratico pericleo, si incarica di comporre. Non si possono qui discutere, per ragioni di spazio, tutti i particolari. Ma mi pare significativo che, ad esempio nel fondamentale capitolo II 37, nella definizione che Pericle dà alla parola dēmokratía, si faccia valere, da parte dell’uomo politico, innanzitutto una garanzia per l’àmbito delle divergenze private (ídia diáphora), che saranno risolte secondo un’isonomía, che assegna, con trasparente significato di «tutela dello status quo» (e per ciò anche del privilegio), a ciascuno il suo; nel pubblico però vale il diritto a partecipare, se capaci, all’esercizio della cosa pubblica: diritto dei ricchi come dei poveri, cioè degli assistiti della politica periclea delle indennità.
Non si può davvero affermare che quest’equilibrio si realizzato attraverso una totale subordinazione del privato e del privilegio al pubblico: questa compiuta omogeneità sociale e politica non è infatti l’apporto e la caratteristica della democrazia, nel grado di sviluppo che essa conosce nell’Atene classica. In più luoghi del discorso pericleo si legge invero lo sforzo di garantire il privilegio, al riparo dalla contestazione e dal conflitto sociale. E in che senso sarebbe meramente subordinato all’interesse pubblico il godimento delle ídiai kataskeuaí euprepeîs, delle «belle costruzioni private», delle case, insomma (un aspetto così significativo dal punto di vista delle condizioni economiche reali, come dello status sociale dei suoi simili), che Pericle lascia sussistere, secondo l’affermazione fatta al cap. 38? Il privato, l’economico, che già a metà del V secolo ha una sua storia e una sua forza produttrice di tensioni e di eterogeneità sociali (certamente almeno ad Atene), si presenta insomma, nella costruzione del compromesso pericleo, più bilanciato e coordinato al pubblico che non ad esso vincolato e subordinato. Non è affatto vero che Pericle rappresenti le due sfere come autentiche, e conciliabili solo se l’una è subordinata all’altra, come pure talora si afferma[1]. È anche vero però, se si vuole rendere giustizia alla storia delle forme politiche in Grecia, che, pur con tutti questi “limiti”, la democrazia periclea rappresenta, nel campo delle forme politiche come stabilmente realizzate nella storia dei Greci, una delle esperienze più avanzate di quelle condizioni: tant’è vero che nemmeno la successiva democrazia radicale dei dirigenti politici di estrazione non aristocratica rappresentò qualcosa di radicalmente nuovo sul terreno sociale (Cleone e i suoi non chiesero né una ridistribuzione delle terre né un’abolizione dei debiti, tanto per fare degli esempi).
E tuttavia va detto qualcosa di più sul problema del predominio del politico, poiché questo c’è sì, nella pólis del V secolo (come anche del IV), ma solo a livello ideologico. Infatti, l’àmbito del privato si configura come il regno dell’individuale (o familiare) e del diverso, e anche della divergenza; così come il pubblico si presenta come il regno dell’uguaglianza e dell’omologia. Due cose distinte e diverse, dunque, in prima istanza; eppure due cose che debbono essere messe in rapporto e d’accordo, fra loro, nella visione periclea. Ed è qui, solo qui, solo a questo punto che appare il famoso (ma bisognoso di corretta definizione) «predominio del politico». Infatti, il problema storico che si pone per Pericle è quello di conciliare, di raccordare, di armonizzare; ma poiché il luogo privilegiato dell’accordo, della concordia, dell’omologia è per definizione (per definizione di Pericle, in primo luogo) quello del politico, per questo il risultato complessivo (ma storico e mediato) porterà il segno del politico. Lo Stato pericleo si incaricherà quindi, in quanto realtà politica, di realizzare l’accordo e l’armonia (il consenso dunque) tra il mondo del diverso e del conflitto, che è quello del privato e dell’economia, e quello dell’accordo e dell’intesa, a cui corrisponde la sfera dei diritti politici generalizzati, la sfera del pubblico. In parole povere, e riducendo all’essenziale: le leggi, nello Stato pericleo, consentono di essere ricchi (e di arricchirsi); ma sono appunto le leggi che lo consentono.
Tuttavia, poiché siamo su un terreno di sviluppo storico, che la ricerca degli elementi sistematici non dovrebbe mai farci dimenticare, bisogna attenuare l’impressione che il valore del pubblico proprio della democrazia periclea sia storicamente qualcosa di radicalmente nuovo: lo è, in quanto a sua volta “liberato” dal sociale, cioè dalle vecchie distinzioni aristocratiche secondo connessioni familiari e rango economico, e in quanto definito in nuove istituzioni; ma è anche vecchio, perché esso è anche l’estensione e lo sviluppo ( in altro àmbito e in diversa misura e con diversa qualità) del vecchio valore ugualitario dell’isótēs, e di valori omogenei, prodotti dalle precedenti comunità aristocratiche. Direi però che questo è l’aspetto più noto dei nostri studi di storia greca. È più stimolante invece considerare l’aspetto correlato: il privato della democrazia greca è sì in gran parte il privato tradizionale, quello della proprietà e del privilegio, che Pericle lascia di fatto in vita, ma è anche (segno dei tempi nuovi, del clima culturale nuovo che alla democrazia periclea si accompagna) un privato di tipo molto individuale, quello dei nuovi bisogni, di un’educazione più ricca e di un uso libero della mente come del corpo: sì, anche del corpo, quale Pericle rivendica (diciamolo a scanso d’equivoci modernizzanti) in antitesi all’educazione militaristica spartana, che vincola il corpo al di là di quel che gli Ateniesi ammettono per sé. Questi, secondo ciò che dice Pericle, sanno goderne liberamente, e senza inutili costrizioni, e però sanno anche, al momento opportuno, combattere e morire per la propria città. Il valore politico appare qui ancora una volta come una sorta di terminale ideologico, che alle spalle si lascia però, nella realtà conosciuta e accettata, un forte spazio disponibile.
Si afferma talora che non fu formulata in Grecia una teoria democratica della democrazia[2]; e certo va riconosciuto che le condizioni politiche e culturali generali furono piuttosto favorevoli alla formazione e formulazione del punto di vista della parte avversa. Ma è chiaro che, se mai ci fu in Grecia una teoria democratica della democrazia, essa dovette essere fondata proprio sul binomio ídion-dēmósion, che qui abbiamo analizzato, e che ne rappresenta la quintessenza.
E la tradizione storiografica, attidografica, biografica, ha nettamente distinto tra la munificenza di tipo aristocratico di un Cimone e la politica assistenziale di Pericle: la munificenza di Cimone ha dell’improvvisazione e del cuore, ma si realizza in termini che ricordano quelli del rapporto clientelare (salvo le dimensioni di questa generosità, che sanno l’epoca della democrazia) e comunque nella logica del nesso beneficio-gratitudine, beneficio-prestigio; la politica assistenziale periclea si attua invece col denaro pubblico e si presenta non come beneficio-favore a livello privato, ma come remunerazione destinata al cittadino per l’esercizio di una funzione civica[3].
Il passaggio poi alla sfera della psicologia, al capitolo delle forme mentali, è consentito l’esame della tradizione riguardante il rapporto che sussiste tra momento intellettuale e momento affettivo, emozionale, nella comunicazione di Pericle con il dēmos. L’aspetto intellettuale nell’eloquenza pubblica di Pericle emerge, come dato specifico e distinto, sia da quel che egli dice (come risulta dai discorsi attribuitigli da Tucidide e dalla caratterizzazione, in Thuc. II 65, del personaggio) sia da come egli lo dice, cioè dalla gestualità che, almeno secondo la tradizione attidografica e biografica, lo accompagna ( e che si addice appunto al senso generale della caratterizzazione tucididea). Egli che, rispetto al dēmos, si colloca come in un atteggiamento antagonistico (una sorta di antagonistica altalena), piega il popolo al timore, quando questo si esalta parà kairón («inopportunamente», «contro l’opportunità delle circostanze»). Esaltarsi parà kairón e temere alógōs: stati d’animo, e sentimenti, che sono l’opposto della razionalità del comportamento adeguato alle circostanze (per ciò che è nell’agire pratico) e della valutazione razionale (per ciò che è della sfera intellettuale). Pericle agisce invece nella sfera razionale: il suo rapporto con il dēmos è tutto mediato da un filtro intellettuale. Eppure il sentimento qui è solo distinto, non assente: perché è poi sulla sfera dei sentimenti, degli affetti, degli stati d’animo che Pericle agisce, determinando un’acconcia altalena attraverso la distinta leva della persuasione razionale. Intelletto e sentimento, dunque, compresenti e distinti, ma bilanciati fra loro. Culturalmente, il dato nuovo, quello che avanza, appare essere quello intellettuale, che dà il tono all’insieme (senza però che gli Ateniesi ne risultino trasformati in uomini di fredda razionalità). A questo assetto complessivo della forma mentale periclea corrisponde del resto una gestualità oratoria composta, che taglia fuori le frange estreme del ridere e del piangere, del gélōs e del páthos, del gridare e dello sbracciarsi, cioè la gestualità incomposta e passionale (nel segno appunto della promiscuità) che sarà invece quella del demagogo Cleone (e non a caso, in quel IV secolo a.C. che per molti aspetti è l’epoca della ricomposizione a livello ideologico, la gestualità periclea tornerà ad essere quella propria dell’oratore Focione)[4].

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Note:

[1] Così in D. Lanza – M. Vegetti – G. Caiani – F. Sircana, L’ideologia della città, Napoli 1977, p. 87.

[2] M.I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni (trad. it.), Roma-Bari 1972, p. 28.

[3] P. Veyne, Le pain et le cirque. Sociologie historique d’un pluralisme politique, Paris 1976, in part. pp. 189 sg.

[4] D. Musti, Pubblico e privato nella democrazia periclea, QUCC  20 (1985), pp. 7-17.

Busto di Pericle con elmo corinzio. Marmo, copia romana da originale greco. Museo Chiaramonti (Musei Vaticani)

Busto di Pericle con elmo corinzio. Marmo, copia romana da originale greco. Roma, Musei Vaticani

Bibliografia:

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