Strane metamorfosi degli uomini (August. de civ. Dei XVIII 17)

di Agostino, La città di Dio, a cura di L. Alici, Milano 2015, pp. 876-877.

 

Hoc Varro ut astruat, commemorat alia non minus incredibilia de illa maga famosissima Circe, quae socios quoque Vlixis mutauit in bestias, et de Arcadibus, qui sorte ducti tranabant quoddam stagnum atque ibi conuertebantur in lupos et cum similibus feris per illius regionis deserta uiuebant. Si autem carne non uescerentur humana, rursus post nouem annos eodem renatato stagno reformabantur in homines. Denique etiam nominatim expressit quendam Demaenetum gustasse de sacrificio, quod Arcades immolato puero deo suo Lycaeo facere solerent, et in lupum fuisse mutatum et anno decimo in figuram propriam restitutum pugilatum sese exercuisse et Olympiaco uicisse certamine. Nec idem propter aliud arbitratur historicus in Arcadia tale nomen adfictum Pani Lycaeo et Ioui Lycaeo nisi propter hanc in lupos hominum mutationem, quod eam nisi ui diuina fieri non putarent. Lupus enim Graece λύκος dicitur, unde Lycaei nomen apparet inflexum. Romanos etiam Lupercos ex illorum mysteriorum ueluti semine dicit exortos.

Sucellos (o Silvanus). Statuetta, bronzo, I-II sec. d.C. ca., da Mours-Saint-Eusèbe. Valence, Musée des Beaux-Arts et d'Archéologie.

Sucellos (o Silvanus). Statuetta, bronzo, I-II sec. d.C. ca., da Mours-Saint-Eusèbe. Valence, Musée des Beaux-Arts et d’Archéologie.

 

A riprova di ciò Varrone ricorda altri fatti non meno incredibili intorno alla famosissima maga Circe, la quale trasformò in bestie anche i compagni di Ulisse, e intorno agli Arcadi che, designati a sorte, attraversavano a nuoto uno stagno dove venivano trasformati in lupi e vivevano nei luoghi solitari di quella regione assieme a quelle belve feroci. Se però non mangiavano carne umana, di nuovo dopo nove anni, riattraversando lo stagno, diventavano uomini. Egli infine ricorda espressamente che un certo Demeneto, dopo aver gustato il sacrificio che di solito gli Arcadi offrivano immolando un fanciullo al loro dio Liceo, fu trasformato in lupo e dopo dieci anni, restituitegli le umane sembianze, si esercitò nel pugilato e vinse i giochi olimpici. Lo stesso storico ritiene che in Arcadia quel nome fu attribuito a Pan Liceo e a Giove Liceo, precisamente per questa trasformazione degli uomini in lupi, che ritennero possibile soltanto grazie ad una forza divina. In greco lupo si dice infatti lykos, da cui sembra essere derivato il nome Liceo. Si dice ancora che i Lupercali romani abbiano tratto origine da quei misteri.

La medicina greca: da superstizione a tecnica

di G. Cambiano, Platone e le tecniche, Torino 1971, pp. 36-43.

 

Medicina e superstizione

 

La medicina greca si era già da tempo allontanata da quel miscuglio di empiria e magia che caratterizzava la medicina religiosa dell’Oriente: Erodoto era ben consapevole della differenza esistente fra la medicina greca e quella babilonese ed egiziana[1]. Ma la decisiva presa di coscienza metodologica della medicina greca dovette aver luogo in concomitanza della peste che invase l’Attica nel 430, con una ripresa nell’inverno 427[2]. Secondo Tucidide, i medici si trovavano disarmati di fronte a questa malattia sconosciuta, che per la prima volta si trovavano a curare; non solo, ma il contatto con i malati faceva sì che essi fossero i più numerosi a morire. Anche celebri medici forestieri, giunti in Attica per esibire la propria abilità, si erano dovuti ritirare impotenti di fronte a questa malattia[3]. Allo stesso modo erano falliti tutti i tentativi di spiegazione teorica del morbo[4]. In questa situazione di impasse totale della medicina era naturale e facilitato il ricorso a pratiche magico-superstiziose, che appellandosi a un intervento salvifico diretto della divinità, tendevano a contrapporsi polemicamente all’inefficienza della medicina[5]. Già l’invasione dell’Attica nel 431 ad opera di Archidamo aveva incrementato il successo della divinazione e il proliferare degli indovini nell’interpretazione dell’esito futuro della guerra[6]. Sono gli anni in cui più acuta è la reazione a Pericle e alla sua politica: gli intellettuali della sua cerchia sono sottoposti a processo e in tal modo tutto l’orientamento razionalistico della ricerca filosofica e scientifica è messo sotto accusa[7]. Nel 420 il dio Asclepio è solennemente introdotto in Atene da Epidauro, ove da tempo aveva un santuario, in cui fioriva una scuola di medicina religiosa[8]. In pochi anni il suo culto, connesso alla pratica di una medicina magica, ebbe un rapidissimo incremento[9]. Per la medicina razionalistica, che intendeva fondarsi su basi scientifiche, l’esigenza di difendersi dall’invadenza polemica di una medicina non scientifica presentava, dunque, in quegli anni una grande urgenza. Ad aggravare questo contesto polemico contribuiva la possibilità di utilizzare le tesi esiziali per la medicina espresse nello scritto di Melisso. Nel 427, cioè proprio quando la peste ebbe una ripresa, Gorgia si recò ad Atene come ambasciatore di Leontini e vi diffuse le sue dottrine, non ultima la sua polemica antieleatica – d’altronde impregnata di eleatismo –, avanzata nel suo scritto Sul non essere o sulla natura, che già nel titolo presentava una netta antitesi con quello dell’opera di Melisso Sull’essere o sulla natura[10]. È significativo, allora, che in questo stesso periodo, storicamente cruciale per la medicina, siano databili gli scritti più antichi del Corpus Hippocraticum a carattere prevalentemente metodologico[11]: l’urgenza della difesa conduceva a un radicale approfondimento dei metodi di ricerca e di cura della medicina.

Bassorilievo votivo dedicato ad Asclepio. Il dio, assistito da Igea, compie una guarigione taumaturgica. Marmo, inizi IV secolo a.C. dal Pireo.

Bassorilievo votivo dedicato ad Asclepio. Il dio, assistito da Igea, compie una guarigione taumaturgica. Marmo, inizi IV secolo a.C. dal Pireo.

Contro la superstizione e la magia si pone decisamente l’autore de La malattia sacra[12]. Attribuire a una malattia, per le caratteristiche che la differenziano dalle altre, una qualità divina equivale a sottrarre tale malattia alle competenze della medicina e, di riflesso, a giustificare un tipo di cura magica. Il criterio di differenziazione fra malattie divine e umane è costituito dall’aspetto meraviglioso (θαυμάσιον) delle prime, cioè dall’incapacità di cogliere le cause reali, approfondendo le ragioni dello stupore che producono. Di tale situazione, secondo il nostro autore, hanno approfittato maghi e ciarlatani per qualificare come sacra questa malattia straordinaria e giustificare, in tal modo, da una parte, la propria attività e, dall’altra, l’incapacità nel trovare rimedi effettivi. La prescrizione di purificazioni e incantamenti, l’ingiunzione di astenersi da bagni, cibi e attività particolari sono garantite dal presunto carattere divino della malattia: se il malato guarisce, il merito è dei maghi, ai quali va fama di abilità; se muore, la responsabilità è attribuita agli dèi[13]. La demistificazione di questo tipo di terapia mette in chiaro la portata per così dire “ideologica” dell’attribuzione dell’aggettivo sacro al morbo in questione. L’impiego di una terapia di tipo magico implica la credenza nel possesso di un potere illimitato nei confronti della malattia e della natura. Dietro il paravento dell’apparente religiosità della tesi del carattere sacro della malattia, si cela in realtà un atteggiamento empio e antireligioso[14]. La conclusione dell’autore è che tutte le malattie hanno la stessa natura (φύσις) e una causa (πρόφασις) specifica e tutte sono ugualmente curabili, se prese in tempo[15]. È chiaro che una tale conclusione è la condizione indispensabile per ogni medicina che intenda costituirsi come tecnica autonoma. Partendo da essa l’autore può procedere a sviluppare un’eziologia della malattia, individuandone la causa fondamentale nel cervello, considerato il centro di ogni attività psichica e mentale, e indicarne le terapie appropriate da applicare nel momento opportuno[16].

 

La medicina e l’eleatismo

 

Parmenide. Testa, marmo, I sec. a.C. da Velia.

Parmenide. Testa, marmo, I sec. a.C. da Velia.

Se sul piano pratico la superstizione e le terapie magiche erano l’ostacolo più forte per l’affermazione della medicina come tecnica di cura, l’avversario più pericoloso per la costruzione di una teoria della medicina come campo di sapere autonomo era rappresentato dall’eleatismo. Contro Melisso e i medici che di fatto implicitamente si mantenevano nell’area dell’eleatismo si colloca esplicitamente l’autore de La natura dell’uomo[17]. Ciò che egli rifiuta e combatte a fondo è la tesi che l’uomo sia un’entità unica. Non importa che tale entità, a livello cosmologico, sia denominata aria o fuoco o acqua o terra o, a livello più specificatamente medico, sangue o bile o flegma[18]; quel che importa è, invece, l’orizzonte categoriale comune a tutte queste posizioni apparentemente distanti. Tale orizzonte è la fondamentale concezione (γνώμη) di Melisso dell’unità rigorosa dell’essere[19]. Per mostrare la contraddittorietà dei medici che, pur volendo mantenersi sul terreno del naturalismo ionico, interpretando l’unità dell’essere come unità di una precisa entità biologica, finiscono per cadere in un’impostazione eleatica, l’autore de La natura dell’uomo ricorre a un’argomentazione, che abbiamo trovata chiaramente espressa da Melisso: l’uomo, se fosse un’entità singola, non proverebbe dolore[20], perché non vi sarebbe nulla a produrgli dolore. La nozione di dolore presuppone quella più ampia di relazione. L’unità, invece, esclude assolutamente la possibilità di qualsiasi relazione. Ammettere una relazione tra fare e subire, cioè il dolore, equivale a negare l’unità-totalità dell’essere. Se la malattia esiste, essa presuppone l’esistenza di una molteplicità articolata. L’alternativa fondamentale, allora, consiste o nel negare l’esistenza delle malattie e, conseguentemente, della medicina, come aveva fatto Melisso, o nell’ammettere che l’uomo sia una molteplicità. I medici, avversari del nostro autore, non hanno colto la portata esiziale delle tesi di Melisso e hanno preteso di conservare una posizione ambigua tra i due corni dell’alternativa, sostenendo contraddittoriamente una teoria monistica della malattia[21]. Ad essi l’autore contrappone una teoria che spiega la formazione delle malattie con una molteplicità di umori interagenti fra loro. In tal modo si può render conto della pluralità dei tipi di malattia e della conseguenza pluralità di cure[22]. Ma l’autore fissa pregiudizialmente il numero dei fattori della malattia, affermando che se venisse a mancare uno solo dei quattro umori costitutivi dell’uomo, l’uomo non potrebbe più vivere[23]. Su questo punto La natura dell’uomo perviene stranamente a incontrarsi con le tesi di Melisso, che già aveva usato la connessione tra un mutamento minimo e l’annullamento di tutto il cosmo nella totalità del tempo per negare la molteplicità. Qui, invece, si tratta di giustificare l’esistenza di una pluralità numericamente ben definita e inalterabile. Ma l’impostazione di fondo rimane comune: la condizione dell’immutabilità riposa sulla necessità che domina l’essere[24], sulla legge che già Parmenide aveva enunciato e alla quale anche Empedocle, con la sua teoria delle quattro “radici”, si era mantenuto fedele. La limitazione numericamente definita dei fattori della malattia e dei costituenti della natura umana aveva certo il vantaggio (apparente) di facilitare la diagnosi e la cura, perché era già esclusa anticipatamente l’esistenza di elementi perturbatori non riconducibili ai quattro umori, ma in realtà non comportava un guadagno in cautela, precisione ed efficacia, perché il mondo dell’esperienza nei suoi molteplici aspetti rimaneva pur sempre inattingibile. La fondazione della medicina doveva prescindere completamente dalle ipoteche eleatiche – anche nelle estreme propaggini del naturalismo di Empedocle – e per far questo doveva chiarire la propria portata di tecnica. Il nucleo centrale del problema consisteva nel reperimento di criteri capaci di fondare l’esistenza della medicina come tecnica e in un preliminare approfondimento metodologico del termine “tecnica”. Solo a questa condizione poteva diventare effettivo lo sganciamento dall’eleatismo.

 

La medicina come «τέχνη»

 

Questo compito è centrale per uno scritto metodologico che compare nella raccolta ippocratica col titolo περὶ τέχνης, il quale, anche se non è attribuibile con sicurezza a Ippocrate stesso o a medici della sua scuola, riflette tuttavia la problematica e l’impostazione metodologica di fondo, che contrassegna, come si vedrà meglio in seguito, la medicina ippocratica[25]. Il suo obiettivo polemico è costituito da coloro che considerano una tecnica la critica demolitrice delle altre tecniche e contestano le scoperte altrui, senza l’apporto di alcuna correzione[26]. La tecnica, invece, secondo il nostro autore, è costituita da scoperte utili. Ma per determinare la condizione d’esistenza della tecnica, egli stabilisce la tesi che gli enti sono sempre visti e conosciuti, mentre i non-enti non sono né visti né conosciuti[27]. Partendo da questo presupposto e passando attraverso un’altra affermazione, cioè che ogni tecnica possiede un εἶδος che la rende visibile e, dunque, conoscibile, può giungere alla conclusione che ogni tecnica è un ente, ossia esiste[28]. Mentre per Gorgia nulla è e, se anche fosse, non sarebbe conoscibile[29], qui l’essere è, ma non è più l’essere eleatico come totalità autosufficiente che non ha bisogno di criteri che ne garantiscano l’esistenza. Qui l’essere è l’essere di un ente fra molti, il quale deve essere qualificato in base alla visibilità dell’εἶδος che lo caratterizza.

Pittore della Clinica. Un medico esamina il paziente. Pittura vascolare su aryballos a figure rosse, V sec. a.C. Musée du Louvre.

Pittore della Clinica. Un medico esamina il paziente. Pittura vascolare su aryballos a figure rosse, V sec. a.C. Musée du Louvre.

La medicina può essere chiarita nel suo significato di tecnica, se si assume per vera la tesi che la guarigione dipenda dal caso. Intanto il fatto che un paziente si affidi a un medico è indice che egli non si accontenta del caso, ma si rivolge alla tecnica ritenendola capace di operare positivamente[30]. Ma a ciò si può anche obiettare che molti sono guariti senza valersi del medico. A questo punto l’autore introduce la caratterizzazione fondamentale di una tecnica, cioè la distinzione (ὅρος) tra corretto (ὀρθόν) e scorretto[31]. Se un malato riesce a guarire da solo, lo deve soltanto al fatto di essersi valso degli stessi rimedi che avrebbe usato un medico: impiegando ciò che è corretto, pur senza sapere che cosa sia corretto, egli si comporta inconsapevolmente come un medico, usando correttamente la tecnica. In ultima analisi, dunque, la guarigione è dovuta soltanto alla medicina. Naturalmente il medico autentico possiede la consapevolezza delle proprie procedure perché, oltre ad avere doti naturali appropriate all’esercizio della medicina, riceve un’educazione approfondita e specifica[32]. Questa gli procura il possesso del διὰ τὶ, cioè di un complesso di ragioni e di eventi osservati che rendono conto del verificarsi di determinati fenomeni[33]; è la base sulla quale il medico può effettuare le distinzioni fra corretto e scorretto. Ogni procedimento adottato dalla medicina è così motivato dal riferimento a fatti e fenomeni osservabili che ne giustificano l’impiego: chiarito il quadro dei sintomi, diventa possibile effettuare previsioni e adeguare la cura[34].

La tecnica medica, dunque, esiste, ma non esiste allo stesso titolo dell’essere eleatico. L’esistenza della tecnica è provata da criteri che ne determinano l’ambito di esistenza in base alle sue possibilità costitutive di intervento efficace, cioè all’interno di un campo in cui i suoi strumenti di diagnosi, di previsione e di cura si mostrino operanti. Si comprende, allora, come sia proprio della medicina non solo l’eliminazione delle malattie, ma anche il non intraprendere tentativi su pazienti ormai vinti dal morbo, quando si sa di non avere la possibilità di guarirli[35]. La medicina non deve curare tutto, non deve pretendere di disporre di possibilità positive nei confronti di ciò che sfugge alla sua portata[36]. L’uomo ha la possibilità di dominare alcune cose con gli strumenti della natura e delle tecniche. Ma se un individuo è in preda a un male che eccede gli strumenti della medicina, non ha alcun significato aspettarsi che esso sia vinto dalla medicina stessa. La medicina ha un campo autonomo all’interno del quale può esplicare la sua δύναμις[37]: osservazioni, esperimenti e analogie sono gli strumenti che le permettono una diagnosi[38]. Ma, estrapolata da tale campo, la medicina perde ogni possibilità ed efficacia. Un mutamento di campo implica un mutamento di strumenti e, quindi, un mutamento di tecnica. Gli esiti negativi, dunque, non devono essere imputati alla medicina, ma devono essere utilizzati per chiarire i difetti e correggerli[39]. In ultima analisi, la correggibilità della tecnica viene a connettersi alla sua capacità costitutiva di operare distinzioni tra corretto e scorretto.

 

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Note:

 

[1] Hdt. I 197; II 77, 84 e la storia di Democede di Crotone (III 129-137). Sullo scarso rigore della medicina egiziana cfr. anche Aristot. Polit. III 15, 1286a.

[2] Thuc. II 47 ss. e III 87. La mortalità fu enorme (cfr. Diod. XII 58, 2). Una rassegna sulle interpretazioni mediche di tale pestilenza in A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides, vol. II, Oxford 1956, pp. 150-153.

[3] Ad esempio, Plin. Nat. Hist. VII 37, 123 afferma che Ippocrate si recò ad Atene per curare la peste. Così avrebbe fatto anche Acrone di Agrigento, che avrebbe tentato la cura con cauterizzazioni (Plut. de Is. et Os. 79, p. 383 = DK 31 A 3; cfr. anche Suid. s.v. Ἄκρων, secondo cui avrebbe scritto un περὶ ἰατρικῆς in dorico). Un fondo di verità in queste notizie non è da escludere. Sulla fama di Ippocrate ad Atene cfr. Plato, Prot. 311bc.

[4] Che tali tentativi fossero avanzati è argomento di A.W. Gomme, op. cit., p. 148, in base a Thuc. II 48, 3, che mostra una certa impazienza contro le spiegazioni proposte.

[5] Thuc. II 47, pur riconoscendo che suppliche nei templi, oracoli e mezzi simili erano anch’essi inefficienti, testimonia che effettivamente si ricorse ad essi. Cfr. anche II 54 a proposito di discussioni sull’interpretazione di un oracolo.

[6] Thuc. II 21. Sulle pratiche superstiziose in questo periodo cfr. R. Pettazzoni, La religione nella Grecia antica fino ad Alessandro, Torino 19542, pp. 198 ss., e P.-M. Schuhl, Essai sur la formation de la pensée grecque. Introduction historique à une étude de la philosophie platonicienne, Paris 19492, pp. 367-68.

[7] Plut. Per. 3132. Sui processi di ἀσέβεια si vd. W. Nestle, Vom Mythos zum Logos: Die Selbstentfaltung Des Griechischen Denkens Von Homer Bis Auf Die Sophistik Und Sokrates, Stuttgart 19422, pp. 479-485. È interessante la notizia (Plut. Per. 34) che Pericle sarebbe stato accusato di aver causato la pestilenza, rinchiudendo i cittadini a sostenere l’assedio. Sulla reazione antirazionalistica degli ultimi decenni del secolo V, si vd. E.R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, (tr. it) Firenze 1959, pp. 227-242.

[8] E. e L. Edelstein, Asclepius. A Collection and Interpretation of the Testimonies, Baltimore 1945, test. 720. Questi autori escludono che l’ingresso in Atene sia dovuto alla protezione del dio durante la pestilenza (II, p. 120, nota 4). Ma favorevoli ad una connessione sono, invece, P.-M. Schuhl, op. cit., p. 365 e E.R. Dodds, op. cit., p. 238.

[9] Aristoph. Plut. 659 ss.

[10] Sull’ambasceria si vd. Thuc. III 86; Diod. XII 53 = DK 82 A 4. Cfr. F. Jacoby, Apollodors Chronik, Berlin 1902, pp. 261-266. Lo scritto di Gorgia è datato nel 444-441 da Olympiod. in Plat. Gorg., p. 112 (= DK 82 A 10), ma è data sospetta. È comunque abbastanza probabile che esso sia anteriore al 427 (cfr. W. Nestle, Die Schrift des Gorgias «Über die Natur oder über das Nichtseiende», Hermes 57 [1922], pp. 551-562 e M. Untersteiner, I Sofisti, Torino 1949, p. 124, nota 26, e pp. 177-178 per la corrispondenza antitetica col titolo dell’opera di Melisso).

[11] Gli scritti del Corpus sono prearistotelici, ma formano quasi sicuramente una raccolta di quanto i filologi alessandrini trovarono nella biblioteca e nell’archivio della scuola di Cos (cfr. C. Fredrich, Hippokratische Untersuchungen, Berlin 1899, p. 80; M. Wellmann, Hippokrates, des Herakleides Sohn, Hermes 64 [1929], pp. 16-21). Ciò spiegherebbe l’appartenenza al Corpus di scritti contenenti dottrine, per esempio, della scuola di Cnido.

[12] Cfr. U. von Wilamowitz-Moellendorff, Die hippokratische Schrift περὶ ἱρῆς νούσου, SBKPrAW 1901, pp. 2-23. Secondo H. Diller, Wanderarzt und Aitiologie. Sudien zur hippokratischen Schrift περὶ ἀέρων ὑδάτων τόπων, Leipzig 1934, pp. 89-114, l’autore di quest’opera, pur scrivendo in epoca anteriore, sarebbe identico a quello dei cc. 1-11 di Le arie, le acque e i luoghi. Al contrario F. Heinimann, Nomos und Physis. Herkunft und Bedeutung einer Antithese im griechischen Denken des 5. Jahrhunderts, Basel 1945, sostiene che è posteriore e di autore diverso. Sulla datazione dell’opera (430-415) cfr. M. Pohlenz, Hippokrates und die Begründung der wissenschaftlichen Medizin, Berlin 1938, p. 45. H. Grensemann, Die hippokratische Schrift «Über die heilige Krankheit», Berlin 1968, ha messo in dubbio che tale scritto appartenga non solo a Ippocrate, ma addirittura alla scuola di Cos, per le sue affinità con la scuola di Cnido. Ma a livello metodologico tali affinità scompaiono, perché la scuola di Cnido non sa oltrepassare lo stadio descrittivo delle malattie per formulare teorie e quadri patologici più generali e, tanto meno, dunque, sa sollevarsi alla discussione dei problemi metodologici della medicina (sulla scuola di Cnido cfr. L. Bourgey, Observation et expérience ches les médicins de la Collection Hippocratique, Paris 1953, pp. 50-56; 145-188).

[13] cc. 1-2 = VI, 352-356 Littré = 1, 1-20 Grensemann.

[14] cc. 3-4 = VI, 358-360 Littré = 1, 24-31 Grensemann.

[15] c. 5 = VI, 364 Littré = 2, 1-3 Grensemann. Cfr. c. 16 = VI, 386 Littré = 13, 13 Grensemann; c. 21 = VI, 394 Littré = 18, 1-2 Grensemann. Cfr. anche Περὶ ἀέρων ὑδάτων τόπων c. 22 = II, 78 Littré.

[16] Sul cervello, c. 6 = VI, 364 Littré = 3, 1 ss. Grensemann; c. 17 = VI, 386-388 Littré = 14, 1-7 Grensemann; c. 19 = VI, 390-392 Littré = 16, 1-6 Grensemann.

[17] Sulle questioni di attribuzione (Ippocrate o suo genero Polibo o altri) cfr. C. Friedrich, op. cit., pp. 13-32; 51-56. È datato generalmente verso il 400 (cfr. K. Deichgräber, Die Epidemien und das Corpus Hippocraticum. Voruntersuchungen zu einer Geschichte der Koischern ärzteschule, Berlin 1933, pp. 105-111; F. Heinimann, op. cit., p. 158), ma non escluderei la possibilità di anticipare la data per la vivacità della polemica contro Melisso e determinati ambienti sofistici. In particolare espressioni come ἀμφί τῶν πρηγμάτων, ἀντιλέγειν o καταβάλλειν (c. 1 = VI 34 Littré) non possono non richiamare Protagora (cfr. DK 80 B 6a, B 9, B 5, B 1, A 19).

[18] cc. 1-2 = VI 32-34 Littré.

[19] c. 1 = VI 34 Littré cita esplicitamente Melisso.

[20] c. 2 = VI 34 Littré (e mettere a confronto con p. 20). Cfr. anche c. 3 = VI 36-36 Littré: l’unità rende impossibile la γένεσις.

[21] Alla base di tale monismo sta la generalizzazione eccessiva di alcuni dati (cfr. c. 6 = VI 44 Littré).

[22] c. 2 = VI 36 Littré.

[23] c. 7 = VI 48-50 Littré. I quattro umori, cioè sangue, flegma, bile gialla e bile nera, non sono una cosa sola per il nostro autore, perché non presentano caratteristiche simili alla vista e al tatto, ma differiscono τὴν ἰδέην τε καὶ τὴν δύναμιν (c. 5 = VI 42 Littré). Sui limiti scientifici di tale teoria cfr. R. Joly, La niveau de la science hippocratique. Contribution à la psychologie de l’histoire des sciences, Paris 1966, pp. 170-179. Un’analoga teoria dei quattro umori si può trovare sostenuta anche dal pitagorico Filolao (DK 44 A 27).

[24] c. 7 = VI 50 Littré: ἀπὸ γὰρ τῆς αὐτέης ἀνάγκης πάντα ξυνέστηκέ τε καὶ τρέφεται ὑπ’ ἀλλήλων. Giustamente M. Vegetti, Ippocrate. Opere, Torino 1965, p. 416, nota 7, parla a proposito di questo scritto di «eleatizzazione del molteplice».

[25] T. Gomperz, Pensatori greci, II, trad. it. Firenze 1933, pp. 230-231 (ma già in Die Apologie der Heilkunst, Leipzig 19102) sostenne che tale scritto non è opera di un medico e credette di poterne ravvisare l’autore in Protagora. Che sia opera di Protagora è tesi ormai generalmente respinta (cfr. M. Untersteiner, op. cit., p. 25, nota 37), né vi sono motivi sufficientemente validi per accettare l’opinione di E. Dupréel, Les Sophistes. Protagoras, Gorgias, Prodicus, Hippias, Neuchâtel 1948 (ma 1949), pp. 242-251, che sia opera di Ippia. Per una collocazione di tale scritto nel contesto storico-culturale, cfr. ora M. Vegetti, Technai e filosofia nel «Perì technes» pseudo-ippocratico, Acc. Scienze Torino. Atti 98 (1964).

[26] c. 1 = VI 2 Littré.

[27] c. 2 = VI 4 Littré.

[28] Ibid.

[29] Cfr. Sext. Emp. adv. math. VII 65 ss. (= DK 82 B 3) e De Melisso Xenophane Gorgia 5.6.979a 11-980b 21. R. Mondolfo, La comprensione del soggetto umano nell’antichità classica, Firenze 1958, coglie esattamente come il nostro scritto si allontani dall’eleatismo ancor più dell’antieleata Gorgia (p. 136), ma sottolinea eccessivamente la preoccupazione gnoseologica.

[30] c. 4 = VI 6 Littré.

[31] c. 5 = VI 8 Littré.

[32] c. 9.

[33] c. 6 = VI 10 Littré. La sostantivazione (τῷ διὰ τὶ) esprime la portata concettuale del διὰ τὶ come strumento della spiegazione causale.

[34] c. 6 = VI 10 Littré.

[35] c. 3 = VI 4-6 Littré.

[36] c. 8 = VI 12-14 Littré.

[37] Cfr. τῆς γε τέχνης τὴν δύναμιν (c. 11 = VI 22 Littré).

[38] Questi tre strumenti sono distinti nel c. 13. Sull’analogia nel Corpus cfr. G.E.R. Lloyd, Polarity and Analogy. Two Types of Argumentation in Early Greek Thought, Cambridge 1966, pp. 345-356.

[39] c. 8 = VI 14 Littré. Qui c’è un chiaro riferimento ad accuse di insuccesso mosse alla medicina: la peste poteva esserne stata l’occasione?

Storiografia greca e imperialismo romano (III-I secolo a.C.)

di E. Gabba, in Rivista Storica Italiana, 86 (1974), pp. 625-642.

Roma domina il mondo politico e culturale greco dalla fine del III secolo a.C. Si può dire che da questo momento ogni manifestazione letteraria greca sia collegata direttamente o indirettamente con quel complesso di eventi e di situazioni che siamo soliti chiamare imperialismo romano[1].

Il Mediterraneo intorno al 217 a.C. ca.

Il Mediterraneo intorno al 218 a.C. ca.

Soprattutto la storiografia è occupata da questo problema. Naturalmente un discorso sulla storiografia greca dell’imperialismo romano non può non cominciare con Polibio: tuttavia è importante indicare come il problema dell’espansione romana sia stato visto anche da altri storici greci, minori rispetto a Polibio ma non meno significativi. Nella lunga galleria dei molti storici greci dal III al I secolo a.C. si potrà per ora fermare l’attenzione soltanto su alcuni: la selezione avrà inevitabilmente carattere personale. Nell’opera storica di Polibio la discussione critica con storici suoi predecessori o suoi contemporanei ha una parte notevole[2].

Questa polemica non ha, però, carattere univoco e può, anzi, essere distinta in almeno quattro tipi fondamentali. Il caso più semplice si ha quando Polibio, consapevole degli strumenti tecnici e delle conoscenze specifiche di cui dispone, può colpire gli errori e l’incompetenza di altri autori. Più complesso è il caso della polemica propriamente politica, anche se questo fondamento è talora mascherato sotto obiezioni sul modo di presentare i fatti storici e sulla finalità stessa della storia. Si pensi ai capitoli del libro II contro Filarco. In altri casi la polemica ha carattere quasi personale. Per esempio Polibio scrive contro Timeo con lo scopo di denigrare un concorrente pericoloso che aveva, come lui ma prima di lui, avvertito il nuovo ruolo di Roma nella storia mondiale. Egli mette in rilievo presunti o veri errori di Timeo, ma al fondo vi è la gelosia di mestiere e la concorrenza.

Polibio (?) raffigurato in un bassorilievo su una lastra di marmo di un monumento perduto. Museo Nazionale della Civiltà Romana, Roma.

Polibio (?) raffigurato in un bassorilievo su una lastra di marmo di un monumento perduto. Museo Nazionale della Civiltà Romana, Roma.

Forse ancora più importante è il quarto tipo di discussione polemica, che è di vero e proprio metodo storico e che è rivolta contro opere in contrasto con l’interpretazione storica polibiana. Polibio ha la precisa volontà, spesso e volentieri ripetuta, di scrivere storia universale. Egli è consapevole di vivere in un momento storico eccezionale, caratterizzato dall’emergere di Roma a potenza egemonica universale. L’egemonia romana rappresentava in un grado mai prima raggiunto, l’unità del mondo conosciuto; essa forniva, al tempo stesso, il centro per una nuova visione unitaria della storia mondiale (I 2, 1). Ma non basta l’unità dell’argomento a dare unitarietà all’opera storiografica: si richiede nello storico unità di pensiero e di idee, capacità di abbracciare con ambio sguardo l’unità del periodo storico soprattutto nella concatenazione delle cause degli avvenimenti (V 32, 4-5). Come si sa il concetto dell’unità, o dell’intreccio (symplokḗ), degli avvenimenti mondiali è legato in Polibio in primo luogo all’esito della guerra annibalica. La battaglia di Zama è vista come la decisione su chi doveva essere il dominatore del mondo (XV 9, 2; V 33, 4; VIII 1, 3). Questo concetto, prima di diventare canone storiografico con Polibio, era stato argomento politico acutamente percepito dall’etolo Agelao già nel 217 a.C. (V 104, 3)[3]. Poco prima della vittoria romana di Cinoscefale l’autore di un oracolo riferito da Plutarco (de Pyth. Orac. 11; Just. XXX 4, 1-4) ripeteva ancora l’idea che la vittoria dei Troiani sui Fenici suonava come l’avviso della guerra contro la Grecia e l’Asia.

La concezione universalistica della storia mondiale, centrata su Roma, è strettamente collegata in Polibio all’idea di una precisa volontà imperialistica dei Romani, sia pure in accordo con i piani nascosti della Tyche. Questa volontà finisce per essere il vero elemento unificante della storia dei cinquantatré anni dalla guerra di Annibale a Pidna (I 3, 6; VIII 1, 3). In questo modo Polibio si inserisce consapevolmente nella generale interpretazione della storia greca, intesa come un succedersi di egemonie (I 2, 2-5). Questa concezione si era venuta ampliando, in seguito, su di un piano mondiale: tutta la storia universale si presentava come una successione di grandi imperi egemonici[4].

L’elemento nuovo, offerto dalla supremazia romana, consisteva nell’ampiezza del fenomeno, mai raggiunta prima, e che faceva sì che il fenomeno stesso dovesse essere indagato nelle sue cause. Da questa concezione della storia universale trae origine la polemica polibiana contro le storie parziali, e contro le epitomi che danno una falsa immagine di universalità, solo perché accostano, senza un’idea che li unifichi, fatti della storia dei Greci e dei barbari, come nelle annotazioni cronografiche scritte sui muri per ordine pubblico (V 33, 5 e in generale 1-7)[5].

La polemica contro le storie parziali è quella che a noi interessa. Essa importava molto anche a Polibio, che frequentemente torna a ripetere la sua critica (VIII 1-2; III 32). Nelle storie parziali, dedicate ad un singolo pur grande avvenimento, si perde necessariamente la visione d’insieme e il concatenamento dei fatti. È impossibile osservare la storia mondiale da un punto di vista limitato: soltanto Roma e il suo impianto istituzionale e militare possono rappresentare il centro della storia, qualunque sia il giudizio che si dia su di essi. Fra le storie parziali sono comprese anche le storie locali, come si vede dalla polemica polibiana contro gli storici di Rodi (XVI 14, 1). Tenendo presente questa concezione universalistica della storia con al centro Roma, si comprende bene il ragionamento di Polibio nel libro IX, probabilmente all’inizio (1-2). Qui lo storico in due capitoli sostiene la superiorità della storia pragmatica, in quanto storia contemporanea di fatti politici e militari concernenti popoli, città, re, sopra altri due generi storiografici, quello genealogico-mitico e quello interessato alla storia delle colonie, delle fondazioni, delle parentele (perì tàs apoikías, éti dè syngeneías kaì ktíseis).

La Battaglia di Pidna. Illustrazione di P. Connolly.

La Battaglia di Pidna. Illustrazione di P. Connolly.

Polibio non nega la legittimità di questi altri due generi storiografici, che si rivolgono, fra l’altro, a categorie di lettori diverse dagli uomini politici interessati alla storiografia pragmatica. Tuttavia in essi, pur ampiamente trattati da molti storici, è impossibile dire cose nuove, e si corre anzi il rischio di copiare dai predecessori, che hanno narrato accuratamente i fatti antichi. La storia pragmatica, in quanto storia contemporanea, può offrire una narrazione arricchita dai nuovi dati del progresso tecnico e, quindi, utile ai lettori, che sono messi in grado di poter agire quasi scientificamente secondo le circostanze. La storia non contemporanea, e specialmente quella delle origini, è così svalutata da Polibio in nome della concezione utilitaristica della storia. Di colonie, fondazioni e parentele avevano parlato tanto Eforo quanto Timeo (XII 26 d 2). Tuttavia qui Polibio si riferisce piuttosto ad un genere specifico di storie ben vivo al suo tempo. La sua svalutazione colpisce ancora una volta la storiografia locale, già condannata come storiografia parziale. Eppure è ben possibile dimostrare come anche questa storiografia locale non fosse affatto distaccata dall’attualità dei problemi politici e come, per esempio, l’emergere di Roma condizionasse, e in sensi opposti, anche la sua indagine. È proprio la concezione pragmatica della storia che impedisce a Polibio di comprendere e valutare appieno gli aspetti politici, attuali e impegnati di tipi di storiografie diversi dal suo.

D’altro canto bisogna facilmente ammettere la verità dell’orgogliosa consapevolezza di Polibio per aver trovato nell’emergere di Roma e nel suo dominio il nuovo motivo unificante della storia mondiale. Questa sua concezione deve essere vista nel quadro più generale della storiografia greca dei secoli III e II a.C. Dopo Geronimo di Cardia gli stati monarchici greci non rappresentano più motivi ispiratori per una visione unitaria della storia greca, quale si era avuta nel IV secolo con Eforo e Teopompo. L’equilibrio politico degli Stati ellenistici non assurge a canone interpretativo della storia greca[6].

Spostare il baricentro storico e porre la grecità e i popoli dell’Occidente a nuovo momento centrale della storia, come fece Timeo, era nel III secolo un atto troppo ardito, o troppo intelligente, che doveva trovare la sua verifica soltanto un secolo dopo[7].

La storiografia delle monarchie ellenistiche si indirizza in due direzioni. Si hanno da un lato trattazioni monografiche di storia politica, che hanno il loro centro nei singoli re, e biografie. La fortuna del genere biografico per capi di stato, re e generali in questo periodo è stata ben dimostrata dal Momigliano[8].

Dall’altro lato le nuove entità statali ellenistiche, per legittimare la propria continuità con il passato, hanno interesse a valorizzare le tradizioni pregreche delle regioni ora da poco sottoposte al loro dominio. Manetone e Berosso sono gli esempi più insigni di questa tendenza sostenuta dallo stesso potere statale. Questo interesse si combina con la curiosità per paesi e popoli nuovi suscitata nel mondo greco dalla conquista dell’Oriente. Nasce una nuova fase della ricerca etnografica, che acquistò scientificità dell’apporto della riflessione filosofica ed antropologica. Ecateo di Abdera, Megastene e poi Agatarchide, sul quale ritorneremo, sono fra i nomi più significativi[9].

Le storie dedicate ai singoli Stati greci tradizionali perdono significato. Come già aveva notato acutamente Wilamowitz, l’attidografia finisce alla metà del III secolo a.C. con la fine della libertà politica di Atene dopo la guerra cremonidea[10]. L’opera di Filarco, che concentrava il suo principale interesse su Sparta, era al servizio dell’ideologia licurgica di Cleomene III e non poteva avere svolgimento dopo la fine di quel sogno. Polibio contribuì con la sua critica cattiva a svalutare ingiustamente Filarco, nemico di Arato. È in questo contesto che si nota dal III secolo a.C. un curioso ed imponente risorgere della storiografia locale. Le radici del fenomeno non possono essere trovate soltanto nel prevalere in questa età degli interessi eruditi, antiquari e documentari. Questi interessi forniscono i materiali per la ricerca erudita che caratterizza questa storiografia, anche come conseguenza dell’indirizzo di studi della scuola peripatetica, ma le sue motivazioni sono più complesse. Di nuovo Wilamowitz aveva osservato che dove sopravvive una qualche libertà politica, come a Rodi e ad Eraclea Pontica, la storiografia locale dura sino alla fine dell’età ellenistica, e si collega anche alla grande politica[11].

Busto di stratega greco ignoto. Marmo, copia romana di età adrianea da originale del 400 a.C. ca. Museo Pio Clementino (Musei Vaticani).

Busto di stratega greco ignoto. Marmo, copia romana di età adrianea da originale del 400 a.C. ca. Museo Pio Clementino (Musei Vaticani).

La teoria di Wilamowitz può essere ampliata. La storiografia locale greca del III e II secolo a.C. è in generale caratterizzata da patriottismo locale e l’indagine sul passato, sulle origini mitiche e protostoriche, vuole valorizzare il periodo aureo delle città, quello del loro libero sorgere e della loro autonomia. Per le città d’Asia minore si risale talora anche alla grande età preellenica[12].

Il fondamento di questa ricerca sul passato è semplicemente politico, di contrapposizione al presente. Le póleis, politicamente esautorate e sommerse nell’ambito delle grandi formazioni statali ellenistiche, riaffermano così la loro individualità storica risalendo alle loro origini eroiche e alle fasi della loro vita libera[13]. È dunque basilare anche in questi casi un’esigenza di libertà, idealizzata nel passato, poiché essa è politamente perduta nel presente. È una reazione, ad un tempo, alla storiografia biografica dei sovrani, e alle tendenze culturali cosmopolitiche favorite dai poteri monarchici. Le vere o false parentele delle città con altre città, che tanta parte hanno in questa storiografia locale, non sono altro che un riflesso storiografico di quelle connessioni di consanguineità invocate nelle iscrizioni con tanta frequenza dal III secolo a.C. come argomento e motivazione di atti politici[14].

Esse avranno anche nel nostro caso lo stesso significato: vantare parentela con Atene o con Sparta, con l’ambiente ionico o con quello dorico, ricollegarsi a grandi personaggi mitici significava spesso per le città tentare di sollevarsi dalla compagine etnica e statale nella quale erano immerse. L’artificiosità del procedimento non fa che accrescere il suo valore politico, come è evidentissimo nel caso delle parentele di città greche con Roma. Si ricordi che tale sistema fu adottato dalla storiografia romana fin dal suo inizio con Fabio Pittore. Catone nei libri II e III delle Origines insisteva sulle origini greche di molte città italiche. Varrone collegherà poi la storia arcaica di Roma alla storia greca. Dionigi di Alicarnasso sfrutterà un amplissimo materiale di questo tipo nella sua problematica sulle origini greche di Roma.

Certamente questo carattere politico della storiografia locale poteva difficilmente essere apprezzato da Polibio, attento ai fatti politici e militari contemporanei e orgoglioso della sua visione universalistica. Ma val la pena di mostrare, con esempi tolti proprio da opere storiche locali di età polibiana, quale fosse l’impegno attuale che animava questa storiografia minore.
Il commento di Demetrio di Scepsi al «Catalogo dei Troiani» nell’Iliade (30 libri per soli sessanta versi!) era opera di grande erudizione e di largo impegno. Esso venne scritto nella prima metà del II secolo a.C.; servì da modello al «Catalogo delle navi» di Apollodoro di Atene e fu ampiamente usato da Strabone[15].

Enea fugge da Troia. Rilievo, I sec. d.C., dal Sebasteion di Aphrodisias.

Enea fugge da Troia. Rilievo, marmo locale, I sec. d.C., dal Sebasteion di Afrodisia.

L’opera era resa vivace dalla partecipazione dell’autore, dal suo patriottismo locale, dalla diretta conoscenza dei luoghi. Egli interpretava il testo omerico nel senso di rappresentare il regno di Priamo come un ampio stato territoriale, che si estendeva da Cizico fino al golfo di Adramitto, ed era articolato in otto o nove principati sottoposti alla signoria di Troia. Demetrio, tuttavia, negava che la Ilio dei suoi tempi rappresentasse la continuazione della Ilio di Priamo. Ironizzava sulle ambiziose pretese degli Iliensi e descriveva la loro cittadina come un misero villaggio. Demetrio dichiarava di essere stato ad Ilio al momento dello sbarco dei Romani in Asia nel 190 a.C. e probabilmente sarà stato presente alle solenni cerimonie con le quali il console L. Cornelio Scipione aveva sacrificato al tempio di Atena, mentre Iliensi e Romani riconfermavano la loro parentela (Liv. XXXVII 27, 1-3). Altrettanto significativa era la teoria di Demetrio circa la città di Scepsi. La città era stata la reggia di Enea, il quale non sarebbe sopravvissuto alla guerra di Troia. Discendenti di Ettore e di Enea, Scamandrio e Ascanio, avrebbero regnato, dopo la caduta di Ilio, a Scepsi, spostata però più in basso rispetto alla sede più antica. Una dinastia, dunque, troiana sarebbe sopravvissuta nella Troade, ma non ad Ilio (che era stata distrutta), come avevano pensato Ellanico ed Acusilao. Demetrio polemizzava anche contro le teorie che non fosse perito nella guerra troiana e avesse lasciato la Troade per vagabondare nell’Occidente e arrivare in Italia. Anche Dionigi di Alicarnasso ci ha conservato l’eco di queste discussioni polemiche sul destino di Enea (I 53, 4-5).

La presa di posizione di Demetrio non può essere dovuta solamente a patriottismo locale. Lo stesso contrasto intuito fra Scepsi e la città di Ilio dei suoi tempi va oltre una pur comprensibile polemica campanilistica. Negare l’emigrazione di Enea o dei Troiani in Italia significativa togliere la base alla teoria – già da tempo diffusa e all’inizio del II secolo a.C. ben sfruttata – dell’origine troiana di Roma. Ironizzare sulle pretese di Ilio di rappresentare la continuità con la città di Priamo acquistava significato polemico in un momento in cui i Romani intendevano sfruttare la parentela con Ilio per presentarsi nell’Oriente grecizzato come gli eredi dei Troiani (Just. XXXI 8, 1-4).

L’opera di Demetrio, dunque, non era soltanto di erudizione e di filologia, ma affrontava problemi di storia arcaica ricchi di implicazioni politiche estremamente attuali. La sua trattazione sulla Troade si inseriva direttamente nella problematica dell’espansionismo romano nel mondo greco. La sua teoria su Enea si contrapponeva consapevolmente ad almeno altri tre autori originari della Troade contemporanei di Demetrio: Egesianatte di Alessandria Troade, Polemone di Ilio, Agatocle di Cizico. Egesianatte, uomo politico, «amico» di Antioco III e ambasciatore del re presso Flaminino nel 196 e a Roma nel 193 a.C., aveva scritto dei «Trōikà», che Demetrio conosceva, sotto il nome di Cefalio di Gergizio, «autore molto antico»[16].

Egli probabilmente voleva così acquistare pregio alla sua opera e forse anche ricollegarla alla tradizione della Sibilla di Marpesso nel territorio di Gergizio. Egesianatte faceva morire Enea in Tracia, ma faceva venire in Italia alcuni dei suoi figli. Romolo e Romo avrebbero fondato Capua, il suolo Romo anche Roma. Egli era piuttosto favorevole ai Romani, dei quali riconosceva in questo modo l’origine troiana. La critica di Demetrio alle teorie dell’emigrazione di Enea, ripetuta da Strabone, si rivolgeva molto probabilmente ad Egesianatte ed anche a Polemone di Ilio, il maggior antiquario della Troade, che faceva arrivare Enea in Italia dopo un passaggio in Arcadia[17].

A Egesianatte o a Polemone deve risalire la valorizzazione in senso filo-romano della Sibilla Troiana, o di Marpesso o di Gergizio, e del suo vaticinio per il viaggio di Enea in Occidente. Il collegamento della Sibilla con Enea appartiene allo stesso ambito nel quale si poteva interpretare il famoso verso di Il. XX 307, con la profezia di dominio della Troade assegnato ai discendenti di Enea, come una promessa del dominio universale dei Romani e addirittura modificare il testo omerico con una «congettura politica»: anche di questo parlava Demetrio.

T. Quinzio Flaminino. Testa colossale, marmo, II secolo a.C. ca. Delfi, Museo Archeologico Nazionale.

T. Quinzio Flaminino. Testa colossale, marmo, II secolo a.C. ca. Delfi, Museo Archeologico Nazionale.

Il caso di Agatocle di Cizico è altrettanto indicativo. Questo storico che, seguendo Wilamowitz, Perret e Alföldi, penso sia da datare agli inizi del II secolo a.C., offriva un quadro più complesso[18]. Egli faceva venire Enea in Italia con seguaci Frigi e con una nipote, Rhome, figlia di Ascanio (che invece rimaneva in Asia). Rhome avrebbe consacrato sul Palatium, dove poi sarebbe sorta la città di Roma, un tempio alla Fides. Agatocle doveva trovar modo di parlare di Roma discutendo dell’area cizicena prima della fondazione della colonia milesia. Egli riconduceva la preistoria della sua città all’ambiente troiano; sfruttava i collegamenti, già in Omero, di Enea con la Frigia e identificava senz’altro Frigi e Troiani (un’identificazione che è pure ricordata da Dionig. I 29, 1). Egli faceva infine conquistare il Lazio stesso dai Frigi. Noi sappiamo che i rapporti fra Roma e la Frigia avevano acquistato un nuovo significato dopo il 204 a.C. con l’introduzione del culto della Magna Mater in Roma. Come conclusione finale vi era il collegamento di Roma con Fides. Proprio all’inizio del II secolo a.C. il motivo della Fides giocava un ruolo notevole nella politica estera romana, nel quadro delle teorizzazioni sul bellum iustum e la difesa degli alleati. La Fides è il tema centrale nel peana dei Calcidesi in onore di Flaminino (Plut. Flam. XVI 7)[19].

Orbene, Demetrio respingeva, implicitamente o esplicitamente, tutte queste ricostruzioni storiche interessate e faceva restare Enea in Asia. È bene ricordare che Demetrio conosceva Diocle di Pepareto, lo storico locale che aveva fornito a Fabio Pittore la narrazione sulle origini di Roma. Lo stesso Diocle avrà avuto occasione di toccare l’argomento di Roma in qualche connessione con la storia arcaica della sua isola[20].

Ad ogni modo la polemica di Demetrio doveva aver avuto una notevole efficacia, se, come sembra, Polibio rifiutava l’origine troiana dei Romani, mentre forse ammetteva la venuta in Italia degli Arcadi con Evandro[21].

Il rifiuto delle origini troiane di Roma poteva avere conseguenze gravi: avvalorava la teoria dell’origine barbara di Roma, rendeva problematica la possibilità di indicare una data abbastanza precisa per la stessa fondazione di Roma. Quando Dionigi cita per combatterle le opinioni di autori che facevano dei più antichi Romani una massa di sbandati senza casa, di vagabondi e di barbari (I 4, 2) egli allude a storici anti-romani che indulgevano con compiacimento sulle origini misere ed oscure della città[22]. Noi comprendiamo bene a questo punto quale gravissimo significato polemico avesse il fatto che nei «Chronikà» di Apollodoro (pubblicati nei tre libri verso il 144-143 a.C., cui se ne aggiunse un quarto dopo il 120-119) non fosse indicato l’anno della fondazione di Roma: perché non si può stabilire quando un’accozzaglia di vagabondi si sia riunita e congregata[23].

La fondazione di una città per i Greci era un atto serio, preciso e responsabile. Tali non dovevano essere considerate le origini di Roma. Che l’omissione di una data di fondazione fosse già in Eratostene non diminuisce la gravità della constatazione in un cronografo della fine del II secolo a.C. L’omissione di Apollodoro era senza dubbio intenzionale: egli conosceva bene per esempio Timeo e quindi la sua datazione di Roma. Ma nei «Chronikà» la storia di Roma prima del II secolo a.C. era trascurata e soltanto gli eventi recenti erano ricordati con una certa ampiezza. Quando noi leggiamo in Dionig. I 74-74 una lunga serie di ragionamenti appoggiati alle discrepanti testimonianze di autori greci e latini circa l’anno di fondazione di Roma, non ci deve sfuggire il valore ideologico dello sforzo dello storico che vuol reagire anche con la precisione cronologica ai denigratori della città dominatrice del mondo.
La storiografia locale non era soltanto interessata a problemi di storia delle origini. Le vicende delle città erano narrate, di regola, fino alle età più recenti. Si avevano, quindi, connessioni con problemi di politica più generale. Quando la città aveva conservato una certa importanza, l’interpretazione locale degli eventi politici generali è, malgrado l’opinione contraria di Polibio, di grande interesse. Questo è, per esempio, il caso dell’opera storica di Memnone di Eraclea Pontica, che è l’erede di una catena di notevoli storici locali, Nymphis, Promathidas, Domitius Kallistratos[24].

T. Quinzio Flaminino. Denario, Roma 126 a.C. Ar. 3,85 gr. Dritto: Testa di Roma elmata verso destra.

T. Quinzio Flaminino. Denario, Roma 126 a.C. Ar. 3,85 gr. Dritto: Testa di Roma elmata verso destra.

Il riassunto di Fozio consente di vedere come e quando la storia di Eraclea venisse ad intrecciarsi con quella dell’espansione romana in Asia. Al momento dell’esposizione della guerra contro Antioco lo storico dava un excursus (Jacoby, FGrHist, 434, par. 18) di storia romana, nel quale si trattava anche dell’origine del popolo, del suo insediamento in Italia, della fondazione di Roma. Purtroppo non sappiamo quali fossero le idee dello storico su questi argomenti. Sebbene egli desse rilievo alla conquista della città ad opera dei Galli e all’invio di una corona d’oro ad Alessandro, che aveva scritto ai Romani di prendere il comando, se ne erano capaci, o di cedere ai più forti, il tono generale verso la politica romana in Asia è nel complesso favorevole.

Diverso si presenta il caso dell’opera di Antistene, storico rodio, che Polibio unisce a Zenone nella polemica già accennata, nella quale, tuttavia, di Antistene non si parla se non per dire che anch’egli era troppo disposto a favorire la propria patria. D’altro canto Polibio ha stima grande dei due storici rodii, in quanto anch’essi erano uomini politici dedicatisi alla storiografia per nobili motivi. Il silenzio di Polibio su Antistene è però imbarazzante. Flegonte di Tralles ci ha conservato un grosso frammento attribuito ad un Antistene, filosofo peripatetico, che dallo Zeller in poi è generalmente identificato, e penso a ragione, con lo storico rodio[25].

La narrazione di Antistene è molto strana. Un generale romano, Publio, improvvisamente divenuto pazzo, si mette a pronunciare vaticini ed oracoli ai suoi soldati. Egli profetizza le prossime vittorie romane in Asia su Antioco e i Galati, ma anche una terribile invasione dell’Asia contro l’Europa, l’Italia e Roma, guidata da un re e apportatrice di lutti e distruzione. A conferma di queste sue previsioni il generale romano prevede la propria morte ad opera di una belva. Il che avviene puntualmente: la rossa bestia infernale divora Publio, con l’eccezione della testa che continua a profetizzare sventure.

l-livineio-regolo-aureo-roma-42-a-c-au-8-26-gr-r-lregvlvsiiiivirapf-enea-voltato-a-destra-portante-anchise-sulla-spalla-sinistra

L. Livineio Regolo. Aureo, Roma, 42 a.C. Au 8, 26 gr. R – LREGVLVSIIIIVIRAPF, Enea, voltato a destra, portante Anchise sulla spalla sinistra.

La scena è ambientata nella Locride occidentale, dominata dagli Etoli. La datazione è collocata verso il 190 a.C. Il generale romano è sicuramente Publio Cornelio Scipione Africano. La narrazione è intessuta di oracoli in versi di tipo sibillistico, che devono essere confrontati con i versi anti-romani nel libro III degli Oracula Sibyllina. Il testo si lascia ricondurre ad ambienti oracolari: Publio profetizza, ad un certo punto, seduto su una quercia come avveniva a Dodona. Non mancano connessioni con credenze magiche, come il rosso mostro infernale e la testa che parla, una sopravvivenza nel folklore e nella magia del mito di Orfeo, studiata dal Deonna[26].

Siamo di fronte ad un frammento di propaganda anti-romana di poco posteriore all’età della guerra contro Antioco, quando si poteva sperare in una rivincita dell’Asia contro l’Italia e Roma, forse ad opera di Antioco stesso e di Annibale. L’origine pare sicuramente etolica. Valerio Anziate (in Liv. XXXVII 48) sapeva che gli Etoli avevano messo in circolazione notizie false sulla morte dell’Africano e di suo fratello Lucio e sulla distruzione dell’esercito romano. Il motivo anti-romano sarà stato sfruttato dalla propaganda seleucidica, che noi conosciamo bene per le calunnie divulgate più tarde contro i Giudei.
La diffusione di queste strane profezie è testimoniata dalla loro presenza nell’opera di Antistene. Noi ignoriamo il contesto in cui il brano conservatoci da Flegonte era inserito[27]; ma si può abbastanza facilmente dire che non doveva essere favorevole a Roma. Forse per questo Polibio parla pochissimo di Antistene.

La presenza di questo materiale in un’opera storica locale rodia ci dà un’idea del carattere popolare che tale storiografia poteva talora assumere. Questo materiale profetico-oracolare si inseriva nel contesto della propaganda sibillistica che, come si è già accennato, crebbe di intensità proprio all’inizio del II secolo a.C. e si sviluppò soprattutto in Asia. Agli oracoli preromani attribuiti alla Sibilla Troiana, che vaticinava ai discendenti di Enea il dominio del mondo, si contrappongono quelli anti-romani e filo-asiatici riferiti da Antistene e dagli Oracula Sibyllina (III, spec. 350-362). Il motivo è il contrasto tra l’Europa, ora rappresentata da Roma, e l’Asia. In questo stesso periodo si diffonde la teoria orientale della successione degli imperi che avevano tenuto il dominio del mondo, teoria ora completata con l’aggiunta di Roma. L’opera di Emilio Sura, de annis populi Romani, citata in Velleio I 6, 6, nella quale il motivo era accolto, sembra cronologicamente da collocare poco dopo il 189 a.C. Come è noto il motivo della successione degli imperi poté poi essere sviluppato tanto in senso filo-romano (come in Dionig. I 2, 1-4 ed Appian. praefatio, 32 sgg.) quanto anti-romano.
La complessità dei motivi accolti nella storiografia locale e la sua connessione con la problematica politica del momento si accrescono ancora se consideriamo quale sia la posizione di Cornelio Scipione nel frammento di Antistene. La sua presentazione come profeta di sventure per la sua patria e per se stesso si può facilmente spiegare con la diffusione in ambito greco, ben testimoniata da Polibio, dell’idea dell’Africano come di un personaggio ispirato dalla divinità nelle sue azioni e dotato di qualità profetiche.

Busto ritratto in bronzo di un uomo con testa calva, chiamato ‘Scipione’, che rappresenta molto probabilmente un sacerdote isiaco, da Villa dei Papirii, Ercolano. Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Il cosiddetto “busto di Scipione”. Con ogni probabilità, è il ritratto di un sacerdote del culto isiaco, dalla Villa dei Papirii di Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Dalla tradizione assai ampia sulla cosiddetta «leggenda di Scipione», così bene studiata da ultimo dallo Walbank, mette conto qui, ora, di ricordare solo gli aspetti storiografici[28]. Nella sua fondamentale discussione del problema, a proposito della conquista di Nova Carthago nel 209 a.C., Polibio (X 2-20) ci dice che tale raffigurazione superumana dell’Africano era un’opinione generalmente diffusa ed anche accolta da tutti gli storici del suo tempo. Polibio combatte tale opinione sviluppando una sua interpretazione razionalistica delle azioni di Scipione. Tuttavia la raffigurazione più che umana di Scipione si era presto e ampiamente diffusa: forse intorno al 190 a.C. lo stesso Scipione aveva sentito la necessità di scrivere al suo amico, il re Filippo V di Macedonia, spiegando l’episodio di Nova Carthago e ridimensionando le narrazioni favolose in circolazione. Scipione profeta di sventure nella Locride è forse il pendant orientale della leggenda occidentale di Scipione. Val la pena ancora di notare che la gens Cornelia continuò ad avere nel II e poi nel I secolo a.C. un’ampia parte nella tradizione oracolare sibillistica: basti pensare a Silla e al catilinario Cornelio Lentulo Sura.

La teoria delle doti sovrumane di Scipione e dell’appoggio e favore accordatigli dalla divinità si prestava ad una duplice interpretazione. Da un lato si innalzava a livelli quasi divini la personalità dell’Africano: la poesia di Ennio, specialmente nello Scipio, deve aver avuto la sua parte in questo svolgimento. Dall’altro si poteva accentuare la responsabilità della Fortuna nei successi dei Romani, a scapito del loro merito. Dionigi di Alicarnasso dice che questo appunto era uno dei fondamentali motivi della storiografia anti-romana, che rimproverava alla Fortuna di aver donato, senza alcun merito, ad una città così poco degna una signoria così grande e per tanto tempo (I 5). Il ruolo della Fortuna nell’ascesa di Roma era divenuto presto un tópos storiografico e letterario. Nella complessa concezione della Tyche dello stesso Polibio l’emergere del dominio romano per valore e capacità militare e politica è visto in accordo con i disegni preordinati del Destino. Nell’inno a Roma della poetessa Melinno, databile nella prima metà del II secolo a.C., il dominio di Roma è inteso come indistruttibile proprio perché dato dal Fato[29].

Ma è chiaro che il motivo della Fortuna aveva soprattutto una funzione anti-romana e nel riferimento di Dionigi esso è collegato strettamente con la qualifica di barbari data ai Romani. Sebbene esistessero dal V e IV secolo a.C. accenni ad un’origine greca di Roma, la concezione di Roma come città barbara era dominante fra III e II secolo a.C. Nel già citato discorso dell’etolo Agelao, Romani e Cartaginesi sono considerati entrambi barbari. Questa teoria della barbarie romana, alla quale si contrapponeva un’ideologia panellenica, ebbe un declino piuttosto rapido, ma essa risorgerà nel I secolo a.C. nell’età di Mitridate[30]. Lo stesso Polibio, come ha dimostrato H.H. Schmitt, colloca i Romani in una categoria intermedia tra i Greci e i barbari[31].

È sforzo comune della storiografia romana già al suo inizio il voler grecizzare Roma, reagendo a questa connotazione negativa. Gli stessi sviluppi iniziali della letteratura latina, dovuti ad autori non romani provenienti dall’Italia meridionale, rappresentano non soltanto la recezione a Roma della letteratura e della cultura greche, ma anche l’inserimento più o meno consapevole della città nell’ambito culturale e politico della Magna Grecia. Il motivo di Roma città barbara aveva probabilmente acquistato sviluppo dopo la conquista romana delle città greche della Magna Grecia e della Sicilia. Proprio negli ambienti politico-culturali di Taranto era nato il primo tentativo di ricupero culturale dei Romani nell’ambito greco con la teoria del re legislatore Numa Pompilio seguace di Pitagora[32].

La teoria risale probabilmente ad Aristosseno ed essa cercava di inserire Roma, così come altre popolazioni indigene dell’Italia meridionale, nella sfera di influenza politico-culturale greca. Le stesse teorie dell’origine troiana e della derivazione arcadica di Roma erano state proposte in origine dal mondo greco con lo scopo di immettere anche Roma nel filone tradizionale della storia greca: esse vennero poi a rappresentare una copertura giustificava dall’emergere della potenza romana e del suo predominio. E con lo stesso valore queste teorie furono accolte volentieri in ambito romano. Polibio non era interessato a questa problematica, che è in sostanza quella dell’ellenizzazione di Roma e dell’Italia tanto in età arcaica quanto nell’età a lui contemporanea. Questo problema, anzi, era in contrasto con la sua interpretazione pragmatica dell’emergere della potenza romana, una potenza che fondamentalmente non apparteneva al mondo greco, sebbene non fosse propriamente barbara. D’altro canto la teoria dell’acculturazione pitagorica di Roma era caduta, come canone storiografico, quando se ne dimostrò l’impossibilità cronologica, sebbene continuasse a durare come motivo storico-culturale.

Polibio è consapevole che, nella dinamica della storia, l’egemonia romana, come già quella di Atene e di Sparta, può essere giudicata come volta a trasformarsi in dispotismo (philarchía)[33]. Egli accetta la teoria romana del iustum bellum, per esempio contro Cartagine, e riconosce che i Romani hanno dimostrato saggezza e valore nella conquista dell’impero e che lo hanno accresciuto usando un atteggiamento conciliante e umano verso i vinti. Polibio sa anche che contro i nemici recidivi la guerra romana è spietata e sterminatrice e che la difesa della conquista è spesso necessariamente brutale. Questo vale non soltanto per le guerre finali contro la Macedonia, Cartagine e la Lega Achea, ma già prima per le ultime fasi delle guerre galliche[34]. Proprio perché è la logica interna stessa dell’imperialismo che spinge a desiderare di più e a difendere l’impero con ogni mezzo, Polibio può trascurare motivazioni specifiche per le singole conquiste.

Un altro storico di storia universale contemporaneo di Polibio, Agatarchide di Cnido, era in questo senso più esplicito[35]. Le due sezioni della sua opera, «Sull’Asia» e «Sull’Europa», non si lasciano individuare con chiarezza. La conclusione della sua storia era probabilmente la caduta del Regno di Macedonia. Tuttavia possiamo arguire cosa pensasse dei Romani da un commento inserito nella sua opera etnografica «Sul Mar Rosso», a proposito della popolazione araba dei Sabei: per loro fortuna essi hanno la loro sede lontano da coloro che tendono verso ogni luogo le proprie forze per impossessarsi dei beni altrui[36].

Agatarchide scriveva questa sua operetta dopo il 146 a.C., forse verso il 132 a.C., quando anche il Regno di Pergamo era stato già assorbito dai Romani. Sebbene vissuto nell’ambiente egiziano, presso personaggi politicamente influenti, in un periodo storico nel quale il regno tolemaico doveva a Roma la sua stessa sopravvivenza, Agatarchide dava una valutazione assolutamente negativa dell’espansione romana, riportata al puro spirito di conquista. Su per giù nei medesimi anni anche l’elogio dei Romani contenuto nel primo libro dei Maccabei (I 8, 1-16) dava come motivazione per la conquista romana della Spagna le miniere d’oro e d’argento. Polibio e Agatarchide concordavano nell’intendere l’espansionismo romano come cosciente volontà di potenza, ma differivano nella valutazione dello stesso, sebbene, com’è noto, Polibio rinviasse ai posteri il giudizio morale sull’impero romano.

L. Emilio Paolo. Denario, Roma 146 a.C. D – Testa di Concordia con diadema e velo, verso destra.

L. Emilio Paolo. Denario, Roma 146 a.C. D – Testa di Concordia con diadema e velo, verso destra.

Quando si riconosce la brutalità della condotta romana di guerra, è difficile parlare di umanità in relazione alla politica romana e al popolo romano in generale. Si può esaltare qualche personalità dominante e caratterizzarla come figura di alto livello morale. Scipione Africano, L. Emilio Paolo, Scipione Emiliano sono personaggi già idealizzati in Polibio e scelti a rappresentare la philanthrōpía, la moderazione nella vittoria, la magnitudo animi. Essi riscattano con le loro virtù gli aspetti odiosi dell’imperialismo e finiscono per impersonare la stessa Roma. La giustizia dell’impero romano sta nella virtù di alcuni grandi capi. Lo stesso Ennio negli Annales aveva tessuto l’elogio della sapientia politica romana al di sopra del puro valore militare[37].

La raffigurazione di questi grandi personaggi rappresenta anche il momento di passaggio ad una nuova fase storiografica, intesa a giustificare il dominio romano da un punto di vista dottrinario. Queste giustificazioni erano divenute assolutamente necessarie dopo le distruzioni di Cartagine e di Corinto e le gravi reazioni dell’opinione pubblica greca. Le sole teorie giustificative romane, riflesse nei loro documenti ufficiali inviati alle città greche, e presenti nella prima annalistica con l’articolata concezione del iustum bellum, non bastavano più[38].

Lo stesso motivo, romano e polibiano, che la guerra contro i nemici recidivi (superbi) è di necessità una guerra di sterminio, si arricchisce del corollario che la distruzione di Cartagine è un beneficio per l’umanità tutta, perché i Cartaginesi rappresentavano la parte ferina del genere umano. Troviamo questo concetto in un frammento di Diodoro (XXVII 13-18) relativo alla discussione in Senato sulle condizioni di pace da dare a Cartagine dopo la guerra annibalica[39]. Si tratta di discorsi nei quali si intrecciano riflessioni teoriche greche e aspetti pratici della politica romana: esse sembrano presupporre la terza guerra punica. Da un lato si insiste sulla moderazione e sulla clemenza da usare nella vittoria e sui mutamenti di fortuna cui sono soggette le vicende umane. Dall’altro si mette in chiaro l’impossibilità per i Cartaginesi di pretendere clemenza. Il paragone di Cartagine con la bestia feroce la cui distruzione è utile per tutti non sembra polibiano; esso presuppone forse il famoso contrasto del 150 a.C. fra Catone e Scipione Nasica sulla legittimità e l’opportunità della terza guerra punica. Lo svolgimento delle idee presenti in questi passi condurrà anche al virgiliano parcere subiectis et debellare superbos.

La difesa ideologica dell’imperialismo romano e della sua fondamentale giustizia fu assunta, come sembra probabile, dal filosofo stoico Panezio[40]. Egli reagiva anche contro le teorie che erano state espresse nella stessa Roma da Carneade nel 155 a.C. e che condannavano l’impero romano da un punto di vista morale. Sostanzialmente risale a Panezio la concezione dell’utilità per i sottoposti che il dominio e il potere siano nelle mani dei migliori e non dei più forti. Orbene, si potevano rappresentare i Romani come i migliori e i più degni soltanto a patto di guardare a taluni grandi personaggi, la cui preparazione culturale e le cui alte idealità morali valevano a giustificare un’egemonia di Roma sui Greci. La figura di Scipione Emiliano è stata certamente idealizzata da Cicerone, ma non è dubbio che la missione culturale di Panezio sia consistita appunto nella cosciente preparazione morale e culturale di un élite nell’ambito della classe dirigente romana[41].

Posidonio di Apamea. Busto, marmo, Inizi I secolo a.C.. dalla Collezione Farnese. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Posidonio di Apamea. Busto, marmo, inizi I sec. a.C.. dalla Collezione Farnese. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

La consapevolezza di Panezio in questo senso era certamente molto superiore a quella degli altri Greci venuti a Roma nella prima metà del II secolo a.C. e dello stesso Polibio. Non si trattata più soltanto di introdurre a Roma elementi della cultura e dell’educazione greca, ma di dimostrare con un’azione pratica la validità di una teoria, elaborata inizialmente come esigenza greca per offrire, di nuovo, ai dominatori romani una copertura ideologica.

Fondamentalmente questa teoria ha rappresentato la base per la successiva interpretazione dell’impero romano offerta da Posidonio[42]. Questo storico, continuatore dell’opera di Polibio, non discute le basi della legittimità del dominio romano, ma cerca invece di spiegare le cause della decadenza morale e politica della classe dirigente e dell’intera compagine sociale. Questa decadenza è vista come la conseguenza della cupidigia e dell’avidità, che avevano condotto alla distruzione di Cartagine; nonché della prepotenza, dell’arroganza del potere, che deriva dalla ricchezza eccessiva e dalla mancanza di freni esterni. Lotte civili e malgoverno dei sudditi ne sono le conseguenze ulteriori e dirette. La sensibilità storica consente a Posidonio di superare il semplice ragionamento moralistico e di inserire nel quadro suggerito dall’argomentazione teorico-filosofica i dati concreti della realtà storica. Insurrezioni servili e proletarie, comportamenti arroganti verso gli alleati, depravazione morale della gioventù, lo sfruttamento delle province ad opera del ceto equestre e di governatori corrotti, il dissidio fra Senato e cavalieri sono altrettanti aspetti della crisi dello Stato romano. Tuttavia anche in questa ricostruzione storica non sembrano mancare elementi positivi: talune personalità esemplari e lo stesso Senato depositario nel complesso di una saggia tradizione politica consentono di immaginare nuovamente un impero giusto e fondato sul consenso dei sudditi. L’impero universale romano consentì, ad ogni modo, a Posidonio una maggior apertura etnografica e geografica specialmente sull’Occidente.

Polibio e Posidonio scrivevano di storia contemporanea. Entrambi conoscevano bene i problemi della loro età e pur nella diversità dei contesti storici in cui vivevano la loro adesione alla potenza romana era sincera. Essi erano consapevoli dell’esistenza di posizioni storiografiche anti-romane e le loro opere rappresentavano nel complesso una reazione critica a favore di Roma. La guerra mitridatica, l’ultimo tentativo della libertà greca, rimise in circolazione i motivi della pubblicistica anti-romana. Lo storico mitridatico Metrodoro di Scepsi trovava modo, non si sa come, di rinfacciare a Roma ancora il saccheggio della città etrusca di Volsinii nel 265-264 a.C. e il bottino delle duemila statue[43].

Le argomentazioni più viete sulla Roma delle origini erano riesumate con intenzioni ostili. La reazione di Dionigi di Alicarnasso ha consapevolmente un fondamento politico. Far conoscere ai Greci la storia arcaica di Roma vuol dire per lui respingere le dicerie false e incontrollate messe in circolazione sulle origini delle città, dimostrare che la sua ascesa a potenza dominante non è frutto del caso, ma la conclusione di un processo storico caratterizzato dal rispetto degli dèi, dalla giustizia e da molte altre virtù. La teoria della grecità dei Romani sostenuta da Dionigi nella temperie augustea non era nuova; aveva, anzi, dietro di sé una tradizione assai antica nella storiografia greca e romana. Elevata a motivo conduttore della ricerca storica in Dionigi, essa appariva la conclusione di svariati filoni storiografici. Inseriva la storia di Roma nello svolgimento della storia greca; poneva l’impero romano come momento ultimo e stabile nella successione degli imperi mondiali; superava la polemica sulla barbarie di Roma e sulla indegnità al dominio del mondo; valorizzava la grande capacità di assimilazione del popolo romano e offriva così un contesto storico rinnovato alla teoria di Panezio sul diritto dei migliori al comando.

Il libro I di Dionigi, dedicato all’etnografia italica e alla dimostrazione del carattere greco di Roma, rivaluta per un’ampia finalità politica i complessi motivi della storiografia locale greca e dell’antiquaria romana del II e I secolo a.C. I problemi di genealogia, colonizzazione, fondazione e parentela, che Polibio aveva lasciato da parte, dimostrano di poter essere trattati con spirito d’indipendenza, capacità critica, novità di risultati. Dionigi riconferma quello che è stato detto a proposito di storici locali del II secolo a.C. e cioè che anche la storiografia antiquaria locale può avere un preciso fondamento politico e una sua attualità. La fusione in Dionigi di temi di storiografia generale – l’emergere di Roma a potenza dominante in Italia prima della guerra contro Pirro – e di motivi della ricerca antiquaria rappresenta il risultato più notevole della sua opera. Quest’opera va intesa sullo sfondo della Roma augustea e della letteratura greca contemporanea. Il problema storico dell’impero romano e della collaborazione del mondo politico e culturale greco con esso assumeva aspetti nuovi. L’opera storica di Dionigi indicava, pur nella trattazione delle fasi arcaiche di Roma, la via per il superamento dei contrasti presenti in Polibio e Posidonio e può quindi essere considerata, emblematicamente, come la conclusione della polemica storiografica greca sull’imperialismo romano e come la base per la nuova coesistenza del mondo greco e del mondo romano entro l’impero ecumenico.

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Note:

[1] In generale si vd. S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 3, II 1, Bari 1972, pp. 53 sgg.

[2] F.W. Walbank, Polemic in Polybius, JRS 52 (1962), pp 1-12; Id., Polibius, Berkeley 1972, pp. 48 sgg.; P. Pédech, La culture de Polybe et la science de son temps, in Polybe, Entretiens sur l’Antiquité Classique, XX, Genève 1974, pp. 42-46.

[3] J. Deininger, Der politische Widerstand gegen Rom in Griechenland 217-86 v. Chr., Berlin 1971, pp. 25-29.

[4] La teoria sembra essere stata elaborata in ambiti orientali, originariamente con funzione anti-greca; subì poi svariati adattamenti nella sibillistica giudica e nella storiografia greca, anche in relazione e in conseguenza dell’emergere di Roma: così D. Flusser, The Four Empires in the Fourth Sibyl and in the Book of Daniel, IOS 2 (1972), pp. 148-175, ma A. Momigliano, Daniele e la teoria greca della successione degli imperi (1980), ora in Settimo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma 1984, pp. 297-304 sostiene l’origine greca.

[5] Il passo è di interpretazione controversa: F.W. Walbank, A Historical Commentary on Polybius, I, Oxford 1957, p. 563.

[6] H.H. Schmitt, Polybios und das Gleichgewicht der Mächte, in Polybe…, cit., pp. 67-93.

[7] A. Momigliano, Atene nel III secolo a.C. e la scoperta di Roma nelle Storie di Timeo di Tauromenio (1959), ora in Terzo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma 1966, I, pp. 23-53.

[8] A. Momigliano, Lo sviluppo della biografia greca, Torino 1974, pp. 85 sgg.

[9] A. Dihle, Zur hellenistischen Ethnographie, in Grecs et Barbares, Entretiens sur l’Antiquité Classique, VIII, Genève 1962, pp. 207-232.

[10] U. v. Wilamowitz-Moellendorff, Greek Historical Writings and Apollo, Oxford 1908, p.13 (testo tedesco della prima conferenza con lievi varianti in Reden und Vorträge4, Berlin, p. 216 sgg.).

[11] Oltre allo scritto citato alla nota precedente cfr. Id., Die griechische Literatur del Altertums, in Die Kultur der Gegenwart, I, 8, Leipzig-Berlin 1905, pp. 109-112, ed anche Id., Hellenistische Dichtung in der Zeit des Kallimachos 2, Berlin 1962, pp. 44-50.

[12] Naturalmente la storiografia locale del III-I secolo a.C. ha una premessa lontana nella letteratura degli Oroi: F. Jacoby, Die Entwicklung der griechischen Historiographie (1909), ora in Abhandlungen zur griechischen Geschichtsschreibung, Leiden 1956, pp. 49-50, 61. Inoltre nel IV secolo a fianco della storiografia delle Elleniche si era avuta una storiografia pur sempre politica ma con un punto di osservazione più ristretto, perché cittadino o regionale (L. Canfora, in RIL 107 (1973), pp. 1151-1153). Essa reagiva, in certo modo, alla monopolizzazione storiografica delle grandi città egemoniche. Per la Messenia: C. Pearson, The Pseudo-History of Messenia and its Authors, Historia 11 (1962), pp. 397-426.

[13] P. Zancan, Il monarcato ellenistico nei suoi elementi federativi, Padova 1934; V. Ehrenberg, Lo Stato dei Greci, Firenze 1967, p. 279.

[14] Il problema è toccato di frequente nella ricerca storico-epigrafica di L. Robert. Cfr. anche D. Musti, Sull’idea di συγγένεια in iscrizioni greche, ASNSP 32 (1963), pp. 225-239.

[15] G. Raede, Demetrii Scepsii quae supersunt. Diss. Phil., Gryphiswaldiae 1880; E. Schwartz, Griechische Geschichtsschreiber, Leipzig 1957, pp. 106-114.

[16] Testimonianze e frammenti in Jacoby, FGrHist 45.

[17] L. Preller, Polemonis Periegetae fragmenta, Lipsiae 1838, fr. XXXVIII, p. 69; C. Müller, Frag. Hist. Gr., III, fr. 37.

[18] Testimonianze e frammenti in Jacoby, FGrHist 472. U.v. Wilamowitz-Moellendorff, Antigonos von Karistos, Phil. Unters., IV, Berlin 1881, p. 176; A. Alföldi, Die trojanischen Urahnen der Römer, Basel 1957, pp. 11-12; J. Perret, Les origins de la légende troyenne de Rome (281-31), Paris 1942, pp. 380-386. Datazione alla prima metà del III secolo a.C. in Jacoby, FGrHist IIIb (Texte), pp. 372-374, (Noten) pp. 219-220.

[19] Importanti i vari saggi di P. Boyancé, ora riuniti in Études sur la religion romaine, Roma, École Fr. de Rome, 1972, pp. 91-152.

[20] Jacoby, FGrHist 820 T 1. Secondo Jacoby l’opera di Diocle sarebbe stata una “Fondazione di Roma”.

[21] E. Bickermann, Origines gentium, CPh 47 (1952), p. 67; E. Gabba, in Miscellanea di studi alessandrini in memoria di A. Rostagni, Torino 1963, p. 192, n. 21.

[22] H. Fuchs, Der geistige Widerstand gegen Rom in der antiken Welt, Berlin 1938, pp. 14 sgg., 40 sgg.

[23] F. Jacoby, Apollodors Chronik, Phil. Unters., XVI, Berlin 1902, pp. 26-28; FGrHist, II B, p. 723. Di opposto parere S. Mazzarino, op. cit., pp. 354-355.

[24] P. Desideri, Studi di storiografia eracleota. I. Promathidas e Nymphis, SCO 16 (1967), pp. 366-416; II. La guerra con Antioco il Grandeibid., 19-20 (1970-71), pp. 487-537.

[25] Jacoby, FGrHist 257 F 36, cap. III = A. Giannini, Paradoxographorum graecorum reliquiae, Milano, s.a., pp. 184-196. Per l’identificazione: E. Zeller, Über Antisthenes aus Rhodos, «SB Berlin», 1883, pp. 1067-1083. In generale A. Momigliano, Polibio, Posidonio e l’imperialismo romano, Acc. Scienze Torino. Atti 107 (1972-73), pp. 703-704.

[26] W. Deonna, Orphée et l’oracle de la tête coupée, REG 38 (1925), pp. 44-69.

[27] S. Mazzarino, op. cit., II 1, pp. 155-161.

[28] F.W. Walbank, The Scipionic Legend, PCPS 193 (1967), pp. 54-69.

[29] C.M. Bowra, Melinno’s Hymn to Rome, JRS 47 (1957), pp. 21-28; H. Bengtson, Das Imperium Romanum in griechischer Sicht, Gymnasium 71 (1964), pp. 153-154 e ora in Kl. Schriften zur Alten Geschichte, München 1974, pp. 552-554. Datazione al III secolo a.C. in S. Mazzarino, op. cit., II 1, p. 506, n. 370.

[30] Deininger, op. cit., pp. 34-37.

[31] H.H. Schmitt, Hellenen Römer und Barbaren. Eine Studie zu Polybios. Wiss. Beilage zum Jahresbericht 1957-58 d. Hum. Gymnasium Aschaffenburg.

[32] E. Gabba, in Les origines de la république romaine, Entretiens sur l’Antiquité Classique, XIII, Genève 1967, pp. 154-164.

[33] Tale giudizio è in una delle interpretazioni della pubblica opinione greca a proposito della terza guerra contro Cartagine: Polyb. XXXVI 9, 5-8.

[34] Diod. XXXII 2 e 4. La derivazione del passo da Polibio sembra sicura: M. Gelzer, Kleine Schriften, II, Wiesbaden 1963, pp. 64-66; F.W. Walbank, Polybius, cit., pp. 178-181; Polyb. II 19, 11; 21, 9.

[35] Testimonianze e frammenti in Jacoby, FGrHist 86. Il commento in II C, pp. 150-154. Inoltre, H. Strasburger, Die Wesensbestimmung der Geschichte durch die antike Geschichtsschreibung, Wiesbaden 1966, p. 88 sgg.; P. Fraser, Ptolemaic Alexandria, Oxford 1972, I, pp. 516, 544 sgg.

[36] P. Fraser, The Alexandrian view of Rome, BSAA 42 (1967), pp. 7-8. Il passo in C. Müller, Geographi Graeci minores, I, Paris 1855, p. 189 sgg., par. 102.

[37] S. Mariotti, Lezioni su Ennio 2, Torino 1966, pp. 111-114.

[38] H. Drexler, Bellum iustum, RhM 102 (1959), pp. 97-140.

[39] H. Volkmann, Griechische Rhetorik oder römische Politik? Bemerkungen zum römischen «Imperialismus», Hermes 82 (1954), pp. 465-476; F.R. Walton, Diodoros of Sicily, Loeb Classical Library, London- Cambridge Mass., 1957, p. 219, n. 1.

[40] In generale per quanto è detto più sotto: A. Garbarino, Roma e la filosofia greca dalle origini alla fine del II secolo a.C., Torino 1973, I, p. 37 sgg.; II, p. 380 sgg.

[41] K. Abel, Die kulturelle Mission des Panaitios,  Antike und Abendland 17 (1971), pp. 119-143.

[42] H. Strasburger, Posidonios on Problems of the Roman Empire, JRS 55 (1965), pp. 40-53; P. Desideri, L’interpretazione dell’impero romano in Posidonio, RIL 106 (1972), pp. 481-493; A. Momigliano, Polibio…, cit., pp. 693-707.

[43] Jacoby, FGrHist 184 F 12.

Caere: una potente alleata

di F.Chiesa – G.M. Facchetti, s.v. Caere, in Guida insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi, Bergamo 2011, pp. 81-90.

Il geografo greco Strabone (5.2.23; 8) attribuiva la nascita di Cere ai mitici Pelasgi, i quali avrebbero fondato altre città su suolo italico proprio lungo la fascia costiera etrusca e nell’immediato entroterra tirrenico. Il nome etrusco originario della città era Kaiseri- (neoetr. Caisri-, Ceisri-), trascritto anche sulla lamina aurea in punico di Pyrgi come K(a)jš(e)rj; in latino avvenne il passaggio Kaiseri>*Cairere>Caere (indeclinabile), da cui l’attuale denominazione di Cere o Cerveteri (Caere Vetus). Le fonti greche (già Erodoto) designavano Cere col nome di Àgylla, che ritenevano la denominazione primitiva, “pelasgica”.

Strabone (5.2.3) esplicita: «Prima, infatti, Cere era chiamata “Agylla” e si dice fosse fondazione dei Pelasgi venuti dalla Tessaglia; quando i Lidi, che poi furono chiamati “Tirreni”, attaccarono gli Agillei, si dice che un tale, giunto alle mura, chiedesse il nome della città. Una delle sentinelle tessale, invece di rispondere alla domanda lo salutò dicendo “chaìre!” e, avendo accolto ciò come presagio, i Tirreni cambiarono così il nome della città conquistata». Questa breve leggenda cercava ingenuamente di dar conto dal latino Caere. Esiste anche un gentilizio etrusco, Che(i)ritna, che sembra formato sull’etnico latino Caerit– «abitante di Caere»; in questo caso l’etrusco Che(i)ri– riprodurrebbe la forma latina con una ch– (χ-) aspirata iniziale, derivante forse dalla grecizzazione del nome sulla base della leggendaria associazione con il gr. χαῖρε.

È da reputare molto verosimilmente che il cognomen Caesar” sia stato tratto dal nome etrusco di Cere. La città sorgeva su un pianoro tufaceo di natura erosiva a circa sei chilometri dal litorale marino, laddove confluiscono i corsi d’acqua del Manganello e della Mola. Nei periodi di apogeo, la città crebbe a tal punto in floridezza culturale e potenza che il suo territorio stesso era notevolmente esteso, considerando che gravitava su Cere una serie di centri minori distribuiti lungo la fascia costiera, la quale oltrepassava il confine settentrionale di Civitavecchia: esso difatti si estendeva dalla foce del Mignone (l’antico Minio) sino a quella dell’Arrone, lambendo verso l’interno da un lato la valle tiberina, sul versante meridionale, dall’altro il lago di Bracciano su quello settentrionale, ivi compresi i Monti della Tolfa con i ricchi giacimenti metalliferi. Fu l’unica città etrusca a possedere un thesaurós («piccolo sacello») nel santuario greco a Delfi dedicato ad Apollo, a ratificare la sua potenza e lo stretto legame con il mondo ellenico che la città istituì, abbondantemente testimoniato dalle numerosissime importazioni greche di materiali e suppellettili ceramiche.

Virgilio fornisce velati riferimenti al periodo regio di Cere, proiettando la figura di un feroce re Mezenzio addirittura fino ai tempi del presunto arrivo di Enea (inizio del XII secolo a.C.). In effetti, le notizie semi-leggendarie dell’Eneide sulla rivolta dei Ceriti contro il crudele Mezenzio, che fu deposto e costretto all’esilio, potrebbero celare un nucleo di verità (anche se la cronologia degli avvenimenti andrebbe drasticamente abbassata, forse al VII secolo a.C.), dato che recentemente su un vaso ceretano del 700-650 a.C. si è riusciti a leggere l’epigrafe mi Laucies Mezenties («io di Laucie Mezenties»).

 

Iscrizione da un vaso ceretano del 700-650 a.C. mi Laucies Mezenties.

Iscrizione da un vaso ceretano del 700-650 a.C.: mi Laucies Mezenties.

 

Ciò dimostra, come minimo, l’esistenza di un’importante gens Mezenties (lat. Mezentius) a Cere in pieno VII secolo a.C. Dalle lamine di Pyrgi sappiamo che verso il 500 a.C. Cere era retta da Thefarie Velianas, che, nonostante sia titolato «re di Cere» nella traduzione fenicia, doveva probabilmente ricoprire una magistratura suprema più simile a una dittatura, che a una monarchia.

Lo stesso riferimento nel testo etrusco, zilacseleita-, è per varie ragioni plausibilmente avvicinabile al praetor maximus romano dei primi decenni della Repubblica. A Roma il rapporto tra praetor maximus e praetor minor (in seguito la praetura maxima fu raddoppiata e i titolari furono chiamati consules, mentre il praetor minor fu detto semplicemente praetor) era direttamente proporzionale a quello intercorrente tra le cariche militari del dictator e del magister equitum. Dunque sembra che il magistrato supremo municipale di Cere dell’età romana (i dati ci provengono dall’epigrafia), nella sua unicità e nella sua titolatura (dictator, appunto), possa aver in qualche misura riprodotto l’antico ordinamento istituzionale repubblicano etrusco. D’altronde sappiamo che il periodo repubblicano a Cere fu interrotto almeno dal “regno” di Orgolnius Velthurne[nsis], che fu cacciato dall’intervento di Aulo Spurinna, zilath di Tarquinia e probabile comandante dell’esercito tarquiniese durante la guerra con Roma del 358-351 a.C. Si può arguire che dal re Orgolino (etr. *Urχlnie– o simili) di Cere sia discesa la nobile famiglia etrusca cui appartenne quell’Urgulania, che Tacito ricorda come legata da strettissima amicizia con Livia Augusta. Plautia Urgulanilla, una nipote di Urgulania, fu terza moglie dell’imperatore “etruscologo” Claudio.

La grandezza di Cere trova peraltro ampio riscontro negli scritti degli antichi storici, dal momento che essa viene più volte nominata in merito alle vicende che fra il periodo arcaico e la romanizzazione interessarono lo scenario storico, politico e culturale del Mediterraneo. Si può a tal proposito ricordare che nel 540 a.C. gli Etruschi di Cere alleati dei Cartaginesi sconfissero i Greci di Focea nella battaglia di Alalia (Aleria, Corsica), a essi sostituendosi nell’occupazione commerciale dell’isola. Le fonti non mancano di accennare alla metropoli tirrenica anche nella più tarda fase della conquista romana, quando Cere, a differenza delle altre città etrusche, sembrò a tratta palesare un atteggiamento più consenziente nei confronti della nuova potenza.

Lastra fittile in terracotta, raffigurante un oplita cerite, da Cerveteri. Museo Archeologico Nazionale di Cerveteri.

Oplita etrusco. Lastra fittile dipinta, IV-III sec. a.C. ca. Cerveteri, Museo Archeologico Nazionale.

Neppure la guerra fra Roma e Veio, conclusasi nel 396 a.C. con la sconfitta di quest’ultima, non parve nell’immediato guastare i rapporti amichevoli che intercorrevano tra Cere e Roma, tanto che, quando nel 390 a.C. irruppero i Galli, i Romani scelsero di riparare le loro sacre reliquie proprio nella metropoli etrusca. In quell’occasione le fu conferita la civitas sine suffragio, ossia la cittadinanza romana senza diritto di voto. Ma un nuovo episodio era in procinto di minacciare la potenza cerite: nel 384 a.C. Dionigi di Siracusa guidò un’incursione devastante ai danni dei porti della città, perpetrando il saccheggio del santuario di Pyrgi. Nel 352 a.C., tuttavia, i rapporti con Roma subirono un’incrinatura, in seguito al favore accordato dai Ceriti a Tarquiniesi e Falisci nella guerra contro Roma. In nome delle antiche alleanze lo scontro fu scongiurato e la potenza egemone accettò di garantire una tregua di cent’anni, secondo quanto raccontato dagli storici Tito Livio e Cassio Dione, forse in cambio di una porzione cospicua del suo vasto territorio. Nel 273, infatti, Roma si arrogò il diritto di fondare a scopo strategico una serie di colonie sul litorale ceretano (Pyrgi dopo il 264 a.C., Castrum Novum, nel 264 a.C. e Alsium nel 247 a.C.). Assorbita nell’orbita romana, con la creazione della colonia nel 264 a.C. Cere perse ogni velleità di autonomia. Cere possedeva tre porti sul mar Tirreno: Pyrgi (Santa Severa), Alsium (Palo: poche tombe etrusche ne indiziano il minor portato insediamentale rispetto a Pyrgi) e Punicum (Santa Marinella).

All’abitato antico, che copriva un’area di circa centocinquanta ettari, si è parzialmente sovrapposta la città moderna. Le ricerche condotte negli ultimi decenni a Vigna Parrocchiale hanno permesso di meglio delineare le fasi di occupazione dell’abitato, per le quali i materiali raccolti sul pianoro sembrerebbero indicare la prima Età del Ferro. Sarà tuttavia nel pieno arcaismo (VI secolo a.C.) che la zona conoscerà una vera monumentalizzazione, con una serie di edifici decorati gravitanti intorno a uno spazio triangolare, nel quale è forse da riconoscere un quartiere residenziale riservato a rappresentanti di un’alta classe sociale. Sul finire del VI secolo a.C. o al principio del successivo, l’intera zona appare rasa al suolo e i materiali relativi agli alzati degli edifici scaricati entro una cavità. In luogo delle strutture arcaiche fu costruito un tempio tripartito, arricchito di un sistema di copertura con terrecotte architettoniche, destinato a godere di un lungo periodo di vita. Un’area sacra sorgeva anche in località Sant’Antonio e comprendeva due templi a pianta rettangolare di tipo “tuscanico”, racchiusi da un recinto (témenos) e affacciati su una sorta di terrazza, alla base della quale si sviluppava una via cava che conduceva in città. Il santuario, che fu frequentato soprattutto in epoca arcaica, doveva essere titolato a Hercle (Eracle) e forse a una divinità femminile (Menerva/Minerva). Esso insisteva su un’area che, al pari di Vigna Parrocchiale, fu frequenta sin dalla prima Età del Ferro, come documentano i resti di capanne ovali individuate nel piazzale antistante ai templi stessi. In precedenza erano già stati rinvenuti i resti di almeno otto edifici templari con relativa decorazione in terracotta, ivi compresa un’importante stipe votiva del tempio del Manganello, ubicato nell’area meridionale della città.

Planimetria dell'antica area urbana di Caere (Cerveteri).

Planimetria dell’antica area urbana di Caere (Cerveteri).

Le necropoli, distribuite ad anello tutt’intorno al centro antico, coprono un arco cronologico assai vasto: le più antiche, con tombe a incinerazione in pozzetto e inumazioni in fossa, si trovano in località Cava della Pozzolana e al Sorbo, a sud-ovest della città, tra i fossi della Mola e del Manganello, e appartengono alla prima Età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.). L’area cimiteriale del Sorbo consta soprattutto di tombe a tumulo riferibili alla piena epoca Orientalizzante (VII secolo a.C.), fra le quali si annovera la celebre Tomba Regolini-Galassi, che ha restituito un sontuoso corredo di vasellame e suppellettili, conservato al Museo Gregoriano Etrusco in Vaticano. Particolarmente suggestiva appare anche la necropoli nord-occidentale della Banditaccia, costituita da numerose e grandi tombe a tumulo con basamento a tamburo tufaceo talora di cospicue dimensioni, come pure quelle di Monte Abatone, con un minor numero di tombe visibili ma egualmente importanti, e della Bufolareccia. In tempi recenti due tombe a tumulo orientalizzanti (intorno alla metà del VII secolo a.C.), simili per struttura alla Regolini-Galassi e ricche di ceramiche d’importazione greca, sono venute in luce lungo la via di percorrenza che collegava la città di Cere al suo porto di Alsium. I corredi delle necropoli ceretane, al pari delle decorazioni fittili e delle terrecotte dipinte dai templi, sono per la maggior parte conservate al Museo di Villa Giulia, mentre singoli nuclei di materiali si trovano al Museo Gregoriano Etrusco in Vaticano, al Museo dei Conservatori, al Louvre e al British Museum. E a Cerveteri presso il Palazzo Ruspoli, dove nel 1967 è stata allestita un’altra raccolta archeologica.

Urna funeraria in terracotta policroma, detta «Sarcofago degli Sposi», dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). Tardo VI secolo a.C. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Urna funeraria in terracotta policroma, detta «Sarcofago degli Sposi», dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). Tardo VI secolo a.C. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Le più antiche tombe a tumulo dai caratteri monumentali (con diametro pari ad almeno trenta metri) risalgono alla prima fase del periodo Orientalizzante (inizi del VII secolo a.C.) e si trovano nella necropoli della Banditaccia. Si tratta del Tumulo del Colonnello (tomba 1) e della cosiddetta Tomba della Capanna, nel Tumulo II. La riproduzione dell’architettura domestica interessa soprattutto l’andamento interno delle pareti della camera, che aggettano direttamente da terra o dai bassissimi muri laterali, come falde di un tetto che si congiungono alla sommità. Lungo le pareti, in corrispondenza della porzione di pavimento che in epoca successiva sarà destinata a essere occupata dalle banchine in pietra sulle quali venivano adagiati i defunti, corre a ferro di cavallo una striscia di ciottoli di fiume. Le camere sono preferibilmente situate a nord-ovest, che nella mappa celeste degli Etruschi era la zona riservata agli dèi Inferi.

L’apparizione improvvisa di queste grandi espressioni dell’architettura funeraria nella prima metà del VII secolo a.C. dopo il periodo villanoviano è da intendersi come legata a un fenomeno storico di più complessa e articolata portata: soluzione architettonica ignota al suolo italico e greco, essa trova convincenti paralleli in una precisa area dell’Asia Minore (Lidia), con il suo retroterra assiro e ittita, cui rimandano le modanature del tamburo, e nella vicina ed eclettica Cipro, in quest’epoca sottoposta a particolari legami con quella regione.

La componente orientale microasiatica, del resto, appartiene già all’immagine dell’origine degli Etruschi, che lo storico greco Erodoto (I, 94) tramandava fossero giunti da una regione dell’Asia Minore guidati dal loro re Tirreno, figlio di Ati, sovrano della Lidia.

La cura rivolta dagli architetti ceretani all’allestimento interno di queste dimore funebri escavate nel tufo, che riproducono l’ambiente domestico e le sue partizioni, si avverte in una serie di tumuli assai caratteristici specialmente per il rilievo conferito alla carpenteria del tetto: gli esempi più notevoli e particolari sono per quest’epoca rappresentati dalla camera laterale sinistra della Tomba della Nave e della Tomba dei Leoni Dipinti, il cui soffitto termina nella falda anteriore con una sorta di ventaglio, ossia in una raggiera dei travetti (cantherii, templa) che si dipartono dalla terminazione a disco della trave portante del tetto (columen).

Patera fenicia in argento dorato, decorato a sbalzo, dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

Patera fenicia in argento dorato, decorato a sbalzo, dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

In questi monumenti il legame con le abitazioni protostoriche, che conosciamo anche attraverso il modello delle urne cinerarie a capanna, è ancora piuttosto evidente. In altre tombe compaiono invece soluzioni più semplici, salvo i casi, come nella Tomba delle Cinque Sedie, nei quali il significato dello spazio funebre è affidato anche agli arredi interni: fra questi spiccano i cinque seggi collocati all’ingresso del sepolcro su cui erano in origine adagiate cinque statuine di terracotta, sia maschili sia femminili, che molto probabilmente rappresentavano gli antenati dei proprietari del sepolcro, cui era dovuto una sorta di culto domestico in qualità di capostipiti della famiglia. Con la fase più recente del periodo Orientalizzante (ultimo trentennio del VII secolo a.C.- inizi del VI) le tombe assumono una pianta più articolata rispetto ai decenni precedenti: nasce il tipo cosiddetto “a vestibolo”, ovvero un ambiente che si distende in larghezza rispetto all’entrata e sulla cui parete di fondo sono state ricavate tre porte che immettono in altrettanti piccoli ambiti tra loro allineati e talora provvisti di finestre.

A Cere splendidi esempi sono costituiti dalle Tombe dei Capitelli, della Cornice e Giuseppe Moretti, con possenti colonne divisorie, mentre la solida influenza emanata dalla metropoli costiera sul versante delle originali innovazioni architettoniche trova ampia ricezione, seppur con ritardo, anche nell’entroterra viterbese in varie località, fra le quali San Giuliano, Castel d’Asso e Tuscania. Nella seconda metà del VII secolo a.C. Cerveteri esperisce inoltre la megalografia tombale, attraverso le pur poche tombe con ornati pittorici: nella necropoli della Banditaccia spiccano la Tomba degli Animali Dipinti, con bestie in movimento o colte in scene di lotta, la già ricordata Tomba dei Leoni Dipinti, con un personaggio maschile tra leoni bianchi e rossi, entrambe influenzate dai bestiari della ceramica greca di Corinto esportata in Etruria; e la Tomba della Nave, a cinque camere, con insolita scena di naviglio e anch’essa con sarcofago come quella degli Animali Dipinti. In questo periodo il colore viene ancora steso direttamente sulle pareti rocciose.

Iscrizione dalla patera fenicia, dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

Iscrizione dalla patera fenicia, dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

Tuttavia nella prima metà del VI secolo a.C. la secolare tradizione che aveva visto il tumulo protagonista del paesaggio ceretano, specie nelle necropoli del Sorbo e della Banditaccia, si viene progressivamente rompendo: la necessità di regimentare gli spazi all’interno delle aree cimiteriali richiede una pianificazione degli stessi secondo regole simili a quelle dell’urbanistica vera e propria, contro di cui cozzano l’inconfondibile sagoma tondeggiante e il corridoio d’accesso esterno (dromos). Dalla metà del secolo le necropoli della Banditaccia e del Sorbo sono solcate da vie sepolcrali sulle quali affacciano i nuovi dadi costruiti, con porte corniciate a contrasto cromatico facendo ricorso alla pietra locale (peperino o macco).

La pianta interna che in precedenza vedeva la suddivisione spaziale in due corpi (uno anteriore e uno posteriore ripartito in tre celle) sembra ora semplificarsi, come pure i letti funebri scolpiti e decorati della fase precedente vengono sostituiti da analoghi ma più disadorni giacigli che preludono alle semplici banchine. In alcuni casi le pareti potevano essere ornate da lastre di terracotta dipinte, anche con soggetto figurato, giustapposte a formare un fregio continuo (le cosiddette «lastre Boccanera» e «lastre Campana», con sfingi affrontate, soggetti mitologici, processione di personaggi e scene di sacrificio ecc.

Lastre di terracotta dipinte, dette «Lastre Boccanera», raffiguranti «Il Giudizio di Paride», dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). 560-550 a.C. British Museum di Londra.

Lastre di terracotta dipinte, dette «Lastre Boccanera», raffiguranti «Il Giudizio di Paride», dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). 560-550 a.C. British Museum di Londra.

Il nome deriva rispettivamente dai fratelli Boccanera, i quali nel 1873 circa intrapresero ricerche alla Banditaccia e dal marchese Campana, che intorno al 1845 fu autore d’importanti scoperte nella stessa necropoli). Analoghi esemplari sono stati rinvenuti anche nell’area urbana. Appartiene a quest’epoca il celeberrimo Sarcofago degli Sposi, in terracotta, che riproduce la coppia di coniugi a banchetto sdraiati sulla klinḗ secondo il costume etrusco. Con l’epoca tardo-arcaica si preferisce scavare una sola camera, via via più grande, talora con pilastro centrale: rientra in questa categoria la Tomba delle Colonne Doriche, con una coppia di colonne a fusto scanalato e capitello riportato (verso il 500 a.C.). In questo periodo subisce invece una brusca contrazione il numero di camere funerarie dipinte: un raro caso è rappresentato dalla Tomba dell’Argilla, nella necropoli della Banditaccia, con danzatori, musici, cavalli e centauri. In epoca ellenistico-romana (IV-III secolo a.C.), infine, l’evoluzione sembra indirizzata a maggiorare le dimensioni degli ambienti funerari, forniti di banchina continua o comunque sui tre lati ove adagiare i defunti, come mostrano le cosiddette tombe del Comune alla Banditaccia: a ciò si vanno aggiungendo nel tempo i loculi ricavati nelle pareti. Ancora in epoca tarda a Cerveteri, benché in misura decisamente minore rispetto a Tarquinia, non si è perduto l’uso di affrescare le camere funerarie, anche solo con apporti pittorici che ne sottolineano le componenti architettoniche: proprio nella zona delle Tombe del Comune sorge la Tomba delle Iscrizioni, detta anche Tomba dei Tarquini, dal nome dei titolari del grandioso ipogeo, la famiglia Tarchnas, rami della quale sono documentati in altre importanti zone dell’Etruria meridionale e centrale. Nella stessa area era anche la Tomba del Triclinio, della fine del IV secolo, caratteristica per il ciclo pittorico con banchettanti, che ricorda altri celebri ipogei di Tarquinia (Tomba degli Scudi) e Orvieto (Tomba Golini).

Lastra di terracotta dipinta (tipo «Lastre Boccanera»), raffigurante due uomini seduti, dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). Metà del VI secolo a.C. Musée du Louvre di Parigi.

Lastra di terracotta dipinta (tipo «Lastre Boccanera»), raffigurante due uomini seduti, dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). Metà del VI secolo a.C. Musée du Louvre di Parigi.

Tuttavia l’esempio più originale e maestoso, nel quale pittura e bassorilievo si fondono mirabilmente, è però costituito dalla celebre Tomba dei Rilievi, che apparteneva alla gens dei Matunas. Sul fondo è stata ricavata l’alcova con letto dai piedi sagomati e doppi cuscini (klinḗ) fra colonne eoliche. La straordinaria unicità dell’ambiente deriva soprattutto dalla gran copia di oggetti disposti a bassorilievo sui muri e lungo il fusto stesso delle colonne, come fossero appesi, in origine valorizzati dal colore. L’alto tenore sociale dei proprietari di questi ipogei ellenistici è confermato anche dalla vicina Tomba dei Sarcofagi, della famiglia Apucus, ornata da un fregio di animali in lotta d’ispirazione magno-greca (in particolare tarentina) e così detta per la presenza di sarcofagi in calcare. Anche un altro complesso funerario scoperto in tempi relativamente recenti in località Greppe Sant’Angelo accoglie nella peculiare struttura architettonica echi dalla Grecia ellenistica: su una corte si affaccia in posizione dominante un doppio monumento tombale, il cui prospetto era in origine decorato con sculture (Charun/Caronte). La soluzione prescelta per il soffitto della tomba di sinistra – la volta a botte – destinata a fecondi sviluppi nell’Etruria centro-settentrionale, è facilmente riconducibile ai modelli allora in voga in Macedonia, patria di Filippo e di Alessandro il Grande e sede della dinastia regale.

Lastra di terracotta dipinta, detta «Lastre Boccanera», raffigurante una sfinge, dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). 560-550 a.C. British Museum di Londra.

Lastra di terracotta dipinta, detta «Lastre Boccanera», raffigurante una sfinge, dalla Necropoli della Banditaccia (Cerveteri). 560-550 a.C. British Museum di Londra.

Il 1836 fu un anno particolarmente fecondo per la ricerca archeologica in Etruria poiché, nella necropoli del Sorbo, venne in luce uno dei complessi più fastosi del periodo Orientalizzante, peculiare dal punto di vista dell’architettura e opulentissimo per quel che concerne qualità e assortimento del corredo funebre, recuperato ancora intatto. Il tumulo, esplorato congiuntamente dall’arciprete Regolini e dal generale Galassi, nascondeva una curiosa tomba in parte scavata e in parte dispendiosamente costruita in grossi blocchi di tufo, composta di uno stretto corridoio a volta ogivale ai lati del quale si aprivano due piccole celle di sagoma grossomodo ovale, l’una di fronte all’altra, in origine destinate ad accogliere ciascuna una sepoltura. La struttura interna con camera e corridoio è simile a quella di un altro celebre tumulo, quello che sorge a Montetosto, sulla via che da Cere conduceva al porto di Pyrgi. La descrizione tracciata al momento della scoperta fu di grande aiuto quando si trattò di ricostruire l’esatta posizione dei ricchi materiali di accompagnamento, soprattutto in relazione agli occupanti della camera. Oltre a una cremazione deposta in una delle due nicchie, la tomba accoglieva, infatti, due inumati eccellenti, un uomo e una donna, cui sono da connettersi in massima parte gli arredi rinvenuti. La sepoltura femminile era sistemata nell’ambiente al fondo del corridoio, mentre l’individuo di sesso maschile, probabilmente l’ultimo in ordine di tempo a esservi stato collocato, aveva trovato posto nel tratto verso l’ingresso. Alla donna, raffinatamente abbigliata con vesti sulle quali erano appuntate lamine, pettorali e collane d’oro, era stato affiancato pregevole vasellame da tavola in metallo prezioso, oltre a una coppia di calderoni di bronzo, nonché un vasetto con iscrizione di dono, dove anche la scrittura che in questi complessi appare precocemente s’inserisce tra i segni di distinzione sociale. Alcuni oggetti del corredo della donna recano iscrizioni marcanti l’appartenenza (larθia, «di Larth», e mi larθia, «io di Larth»); in passato si è creduto erroneamente che nelle epigrafi fosse riscontrabile un prenome femminile Larthia, ma, data l’epoca (VII secolo a.C.), non c’è il minimo dubbio che larθ-ia rappresenti il genitivo arcaico del diffuso prenome maschile Larth. La possibilità di un riferimento a doni nuziali è solo una delle diverse ipotesi formulabili. L’uomo, per contro, era stato adagiato su di un letto funebre pure in bronzo e alla dimora tombale era giunto trasportato da un carro di bronzo e legno; accanto, sulle pareti, erano stati appesi alcuni scudi bronzei, per caratterizzare enfaticamente lo status sociale dell’inumato.

Pettorale in oro, dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

Pettorale in oro, dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

La Regolini-Galassi resta uno dei capisaldi per lo studio del fenomeno culturale dell’Orientalizzazione in Etruria, qui esemplificato nella sua fase matura (secondo venticinquennio del VII secolo a.C.): essa s’inserisce a pieno diritto nel novero delle cosiddette «tombe principesche», nelle quali confluirono gli esiti più alti, preziosi ed esclusivi, talora addirittura proto-tipici, dell’ormai avviata circolazione di materie prime, materiali, modelli e ideologie che aveva posto in risalto il legame tra le due sponde del Mediterraneo, quella occidentale tirrenica e quella che dall’isola di Cipro volgeva verso gli antichi regni della prospiciente fascia costiera e dell’entroterra che alle sue spalle si distendeva. Lo indicano forma e stile delle suppellettili dei due aristocratici: le brocchette del servizio da vino in argento e in oro, che rimandano alla zona settentrionale della Siria, le coppe auree istoriate suggestivamente con motivi egizi o tratti dal

Brattea aurea con testa hathorica tra «cup-spirals», dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

Brattea aurea con testa hathorica tra «cup-spirals», dalla Tomba Regolini-Galassi, Necropoli del Sorbo (Cerveteri). Metà del VII secolo a.C. ca. Museo Gregoriano Etrusco in Città del Vaticano.

repertorio fenicio e assiro (nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. il re assiro Sargon II aveva assoggettato Siria e Fenicia), le quali si sposano con tipi della tradizione più propriamente etrusca, cui sono senz’altro da riferire le oreficerie sbalzate a figure animali o cariche di minuti granuli aurei fittamente accostati a formare disegni finissimi (granulazione). Questi straordinari corredi sono attualmente conservati presso il Museo Gregoriano Etrusco, istituzione annessa ai Musei Vaticani e fondata nel 1937, durante il pontificato di Gregorio XVI, mentre la tomba è stata purtroppo coperta da un edificio moderno.

Diana e Virbio

J.G. Frazer, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione. Introduzione di Alfonso M. Di Nola. Newton&Compton editori, 4^ ediz. 2010.

J. M. William Turner, The Golden Bough. Olio su tela, 1834. Tate Collection, Museum of Art, Cincinnati.

J. M. William Turner, The Golden Bough. Olio su tela, 1834. Tate Collection, Museum of Art, Cincinnati.

Chi non conosce il famoso quadro di Turner, Il Ramo d’oro? La scena, soffusa da quell’aura, sognante luminosità con cui il genio divino di Turner impregnava, trasfigurandolo, anche il più splendido paesaggio della natura, ci offre una visione onirica del minuscolo lago di Nemi, in mezzo ai boschi – Specchio di Diana, lo chiamavano gli antichi. Chi ha visto quelle acque tranquille, incastonate nella verde conca dei colli Albani, non potrà mai dimenticarle. I due tipici paesini italiani che sonnecchiano sulle sponde, e il palazzo, anch’esso tipicamente italiano, con i suoi giardini degradanti che scendono a picco fino al lago. non disturbano il fascino immoto, addirittura desolato, del panorama. la stessa Diana potrebbe ancora indugiare su quel lido deserto, e vagare ancora per quei boschi selvaggi.

In tempi remoti, questo paesaggio agreste era teatro di una misteriosa e ricorrente tragedia. Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto i dirupi scoscesi ai quali si aggrappa la Nemi odierna, sorgevano il bosco sacro e il santuario della Diana Nemorensis, la Diana dei Boschi. Sia il lago che il boschetto erano talvolta chiamati lago e boschetto di Aricia. Ma la cittadina di Aricia (la moderna Ariccia) si trovava in realtà a circa tre miglia di distanza, ai piedi del Monte Albano, e uno scosceso pendio la separava dal lago adagiato sul fondo di un piccolo cratere, sul fianco della montagna. In quel sacro bosco cresceva un albero particolare intorno al quale, a tutte le ore del giorno e forse anche a notte inoltrata, era possibile vedere aggirarsi una truce figura. La spada sguainata nella mano destra, si guardava intorno sospettosa, come temendo che un nemico l’aggredisse da un momento all’altro. Quella figura era un sacerdote, e un omicida; destinato a cadere, prima o poi, sotto i colpi del nemico da cui si guardava e che gli sarebbe succeduto nell’autorità sacerdotale. Un candidato al sacerdozio poteva ottenere l’incarico solo uccidendo il suo predecessore e occupandone il posto fino a quando non fosse stato a sua volta ucciso da un altro aspirante, più forte o più astuto di lui.

Jules Joseph Lefebvre, Diana. Olio su tela, 1879. Dahesh Museum of Art.

Jules Joseph Lefebvre, Diana. Olio su tela, 1879. Dahesh Museum of Art.

La carica affidatagli comportava il titolo di sovrano; ma certo mai testa coronata dovette, più della sua, sentirsi a disagio o venir visitata dai più funesti sogni. Anno dopo anno, d’estate e d’inverno, col sole o con la pioggia, mai poteva interrompere la sua solitaria vigilanza, e ogniqualvolta rubava un’ora di sonno agitato, lo faceva a rischio della vita. Un minimo allentamento nella sorveglianza, un minimo calo nella vigorìa delle sue membra o nella sua abilità di usar la spada, lo mettevano in pericolo; una chioma ingrigita poteva essere sufficiente a decretarne la morte. Agli occhi dei miti e devoti pellegrini che si recavano al santuario, la sua presenza poteva forse apparire come un’ombra che oscurasse quel limpido paesaggio ridente, come una nuvola che, in una chiara giornata, oscura d’improvviso il sole. L’azzurro evanescente del cielo italico, l’ombra variegata dei boschi in estate, lo scintillio delle acque sotto il sole, certo mal si accordavano con quell’austera e sinistra figura. Immaginiamoci piuttosto la scena quale poteva apparire al viandante sorpreso dalla notte – una di quelle sconsolate notti d’autunno, quando le foglie morte cadono fitte e il vento sembra intonare il lamento funebre per l’anno che muore. Un’immagine cupa, accompagnata da una musica triste – lo sfondo dei boschi neri e frastagliati contro un cielo incombente e tempestoso, il sospiro del vento fra i rami, il fruscio delle foglie appassite sotto i piedi, lo sciabordio dell’acqua gelida sulla riva e, in primo piano, ora illuminata dal crepuscolo ora inghiottita dall’ombra, una figura scura che cammina avanti e indietro, con un luccichio d’acciaio sulle spalle ogni volta che una pallida luna, sbucando da uno squarcio nelle nubi addensate, lo sbircia attraverso l’intrico dei rami.

La strana regola di quel sacerdozio non ha riscontro né spiegazione nell’antichità classica. Si deve risalire ben più lontano. Nessuno vorrà negare che tale costume abbia un sapore di “era barbarica” e che, sopravvissuto in epoca imperiale, esso costituisca un fenomeno isolato e discordante nella raffinata società italica di quel periodo, come una rupe primordiale in un prato ben rasato. […]

Il sacrificio di Ifigenia, affresco parietale, Pompei, Casa del Poeta Tragico, I secolo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il sacrificio di Ifigenia, affresco parietale, Pompei, Casa del Poeta Tragico, I secolo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Cominciamo con l’esporre fatti e leggende tramandatici sull’argomento. Si narra che il culto di Diana a Nemi fosse stato istituito da Oreste il quale, dopo aver ucciso Toante, re del Chersoneso Taurico (la Crimea), si rifugiò in Italia con sua sorella, portando con sé il simulacro della Diana Taurica nascosto in una fascina di legna. Quando Oreste morì, le sue ossa furono trasportate da Aricia a Roma e sepolte davanti al tempio di Saturno, sul colle Capitolino, accanto al tempio della Concordia. Il cruento rituale che la leggenda attribuiva alla Diana Taurica è ben noto a chiunque legga i classici; si dice che ogni straniero che approdasse a quelle sponde venisse immolato sull’altare della dea. Ma, trasportato in Italia, il rito assunse una forma meno sanguinaria. All’interno del santuario di Nemi cresceva un albero di cui era proibito spezzare i rami. Solo a uno schiavo fuggitivo era concesso di cogliere una delle sue fronde. Se riusciva nell’impresa, acquistava il diritto di battersi con il sacerdote e, se lo uccideva, di regnare in sua vece col titolo di “re del bosco” (Rex Nemorensis).

Stando a quanto dicevano gli antichi, la fronda fatale era quel “Ramo d’Oro” che, per ordine della Sibilla, Enea colse prima di affrontare il periglioso viaggio nel mondo dei morti. La fuga dello schiavo doveva rappresentare la fuga di Oreste; il suo combattimento con il sacerdote adombrava il ricordo dei sacrifici umani offerti alla Diana Taurica. La norma che prescriveva di ottenere la successione con la spada rimase in vigore fino all’età imperiale; fra le altre sue stramberie, infatti, Caligola, ritenendo che il sacerdote di Nemi fosse rimasto troppo a lungo in carica, assoldò uno sgherro gagliardo e risoluto per ucciderlo; e un viaggiatore greco che visitò l’Italia al tempo degli Antonini, riferisce che il sacerdozio veniva ancora come premio al vincitore di un duello.

Testa di Artemide. Marmo, 350-300 a.C. ca. da Brauron. Museo Archeologico di Brauron.

Testa di Artemide. Marmo, 350-300 a.C. ca. da Brauron. Museo Archeologico di Brauron.

E’ ancora possibile ricostruire alcuni degli aspetti principali del culto della Diana Nemorense. Dalle offerte votive ritrovate in loco, è apparso chiaro che la dea era vista essenzialmente come cacciatrice ma anche come divinità che concedeva la prole agli esseri umani e un parto facile alle madri. Sembra anche che il fuoco fosse elemento preponderante del suo rito. Infatti, durante la festa annuale che si celebrava il 13 di agosto, nel periodo più caldo dell’anno, il boschetto era illuminato da una miriade di torce il cui bagliore si rifletteva nelle acque del lago; e in tutto il territorio italico ogni famiglia celebrava quel rito sacro. Statuette bronzee ritrovate nel recinto, raffigurano la dea che regge una torcia nella mano destra alzata; e le donne le cui preghiere erano state esaudite, si recavano inghirlandate, e con una torcia accesa, al santuario per sciogliere il voto. Uno sconosciuto dedicò una lampada perenne in un piccolo santuario di Nemi per la salute dell’imperatore Claudio e della sua famiglia. Le lampade di terracotta scoperte nel boschetto erano forse state offerte allo stesso scopo, per gente più umile. Se così fosse, sarebbe evidente l’analogia con l’usanza cattolica di accendere le candele benedette in chiesa. Inoltre, l’appellativo di “Vesta” conferito alla Diana di Nemi, indica chiaramente l’esistenza di un fuoco perennemente acceso nel santuario. All’angolo nord-orientale del tempio, un ampio basamento circolare appoggiato su tre gradini e recante ancora tracce di un pavimento a mosaico, probabilmente sorreggeva un tempio, anch’esso circolare, dedicato a Diana nella sua accezione di Vesta, del tutto simile al tempio circolare di Vesta nel Foro Romano. Sembra che anche qui il fuoco sacro fosse custodito da vergini vestali; sul luogo, infatti, è stata ritrovata la testa in terracotta di una vestale e pare che, dai tempi più antichi fino ai più recenti, il culto di un fuoco perenne accudito da fanciulle sacre fosse diffuso in tutto il Lazio. Inoltre, durante la festa annuale della dea,i cani da caccia venivano inghirlandati e non si molestavano gli animali selvatici; in suo onore, i giovani celebravano una cerimonia purificatrice; si recava il vino e il banchetto festivo consisteva in carne di capretto, dolciumi bollenti serviti su foglie di vite, e mele ancora attaccate in grappoli al loro ramo.

Ninfeo di Egeria. Parco della Caffarella, Roma.

Ninfeo di Egeria. Parco della Caffarella, Roma.

Ma Diana non regnava da sola nel suo boschetto di Nemi. Il santuario era condiviso da altre due divinità minori. Una era Egeria, la ninfa della limpida acqua che, sgorgando spumeggiante dalla roccia basaltica, ricadeva nel lago in graziose cascate, in una località chiamata “Le Mole”, poiché qui vennero situati i mulini della Nemi moderna. Del mormorio del ruscello sui ciottoli parla Ovidio, il quale ci dice di aver bevuto spesso quell’acqua. Le donne incinte usavano sacrificare a Egeria perché si riteneva che, al pari di Diana, potesse concedere un parto facile. Narra la tradizione che la ninfa era stata la sposa, o l’amante, del saggio re Numa e che egli si congiungesse con lei nel segreto del bosco sacro; e che proprio la sua intimità con la dea gli avesse inspirato le leggi che diede a Roma. Plutarco confronta questa leggenda con altri racconti sugli amori di dee con uomini mortali, quali l’amore di Cibele e della Luna per i bellissimi Atti ed Endimione. Secondo alcuni, il luogo di convegno degli amanti non erano i boschi di Nemi, bensì un boschetto fuori dalla stillante Porta Capena, a Roma, dove un’altra fonte sacra a Egeria sgorgava da un’oscura grotta. Ogni giorno, le vergini vestali attingevano acqua a quella fonte per lavare il tempio di Vesta, trasportandola in brocche di terracotta tenute in bilico sul capo. Ai tempi di Giovenale, la roccia naturale era stata rivestita di marmo e il luogo sacro veniva profanato da frotte di poveri Ebrei che si tollerava bivaccassero nel bosco, come zingari. Possiamo supporre che la sorgente le cui acque ricadevano nel lago di Nemi fosse la vera Fons Egeria originale e che, quando i primi coloni scesero dai colli Albani sulle sponde del Tevere, essi portarono con sé la ninfa, trovandole una nuova collocazione in un boschetto fuori dalle mura della città. I ruderi di terme scoperti all’interno del recinto sacro e le numerose terrecotte riproducenti varie parti del corpo umano, suggeriscono che l’aqua Egeria servisse a guarire gli infermi i quali, a testimonianza delle loro speranze o per esprimere la propria gratitudine, dedicassero alla divinità raffigurazioni delle membra malate […].

Ulpiano Checa, La ninfa Egeria detta a Numa le leggi di Roma. Olio su tela, 1886.

Ulpiano Checa, La ninfa Egeria detta a Numa le leggi di Roma. Olio su tela, 1886.

L’altra divinità minore di Nemi era Virbio. Narra la leggenda che Virbio era Ippolito, il giovane eroe greco, casto e bello, il quale aveva appreso l’arte venatoria dal centauro Chirone e trascorreva la vita nei boschi a caccia di belve, avendo come unica compagna la vergine cacciatrice Artemide (l’equivalente greco di Diana). Fiero di quella divina compagna, egli disdegnava le donne e questa fu la sua rovina. Afrodite, offesa dalla sua indifferenza, fece innamorare di lui la matrigna Fedra; e quando Ippolito respinse le turpi offerte della donna, lei lo accusò falsamente presso suo padre Teseo, il quale credette alle menzogne di Fedra. Teseo si rivolse allora al proprio padre Poseidone perché vendicasse l’immaginario affronto. Mentre Ippolito guidava il suo carro lungo le rive del golfo Saronico, il dio del mare gli mandò contro un feroce toro scaturito dalle onde. I cavalli, terrorizzati, si impennarono scaraventando Ippolito giù dal carro, e lo trascinarono nel loro galoppo uccidendolo. Ma Diana, che amava Ippolito, convinse il medico Esculapio a riportare in vita con le sue erbe medicamentose il giovane cacciatore. Giove, sdegnato perché un mortale era tornato indietro dal regno dei morti, scaraventò l’incauto medico nell’Ade. Diana nascose però il suo amato in una densa nube sottraendolo all’ira del dio, ne camuffò i lineamenti facendolo apparire più vecchio, poi lo portò lontano, nelle valli di Nemi, affidandolo alla ninfa Egeria perché lì vivesse, sconosciuto e solitario, sotto il nome di Virbio, nel cuore della foresta italica. E colà egli regnò come sovrano e dedicò un sacro recinto a Diana. Ebbe un figlio leggiadro, anche lui chiamato Virbio, il quale, per nulla intimorito dalla sorte paterna, alla guida di un tiro di focosi destrieri combatté a fianco dei Latini nella guerra contro Enea e i Troiani. Virbio era venerato come un dio non solamente a Nemi; si hanno infatti notizie che in Campania esisteva un sacerdote speciale, dedicato al suo servizio. Dal bosco e dal santuario di Nemi vennero banditi i cavalli, poiché dei cavalli avevano ucciso Ippolito. Non era permesso toccare la sua immagine. Alcuni ritengono che egli fosse il Sole. “Ma in realtà – scrive Servio – egli è una divinità associata con Diana, come Atti è associato alla madre degli dèi, Ectonio lo è con Minerva, e Adone con Venere”. Fra poco, vedremo di quale associazione si trattasse. A questo punto, val la pena di sottolineare come, nella sua lunga e movimentata esistenza, questo mitico personaggio dimostrasse una notevole tenacia nel voler sopravvivere. Non vi è dubbio, infatti, che il S. Ippolito del calendario romano, trascinato a morte dai cavalli il 13 agosto, giorno dedicato a Diana, altri non sia che l’eroe greco suo omonimo che, morto due volte come peccatore pagano, fu felicemente resuscitato come santo cristiano.

Non c’è bisogno di complicate prove per convincerci che le storie raccontate per spiegare il culto di Diana a Nemi siano prive di fondamento storico. Esse appartengono evidentemente a quella vasta categoria di miti elaborati per spiegare le origini di un rituale religioso e che altro fondamento non hanno se non le analogie, reali o immaginarie, che si possono trovare fra quel rituale e qualche altro rito straniero. L’incongruità di miti nemorensi è trasparente, dato che l’istituzione del culto è attribuita ora a Oreste ora a Ippolito, a seconda di quale particolare aspetto del rituale si voglia spiegare. Il valore effettivo di questi racconti è che essi servono ad illustrare la natura del culto, fornendo un modello con cui confrontarlo; e che, indirettamente, ci danno testimonianza della sua venerabile antichità, dimostrando che la vera origine si perde nella brumosa notte dei tempi. Sotto questo aspetto, sulle leggende di Nemi, si può forse fare più affidamento che non sulla tradizione, apparentemente storica, sostenuta da Catone il Vecchio, secondo cui il bosco sacro sarebbe stato dedicato a Diana da un certo Egerio Bebio o Levio, di Tuscolo, dittatore latino, per incarico degli abitanti di Tuscolo, Aricia, Lanuvio, Laurento, Corti, Tivoli, Pomezia e Ardea. Questa tradizione indica come il santuario sia antichissimo, poiché ne farebbe risalire la fondazione a una data anteriore al 495 a.C., anno in cui Pomezia fu messa a ferro e fuoco dai Romani e scomparve dalla storia. Ma è impossibile supporre che una norma così barbara come quella del sacerdozio di Aricia sia stata deliberatamente emanata da una lega di comunità civili, come senza dubbio erano le città latine. Doveva sicuramente trattarsi di una regola tramandata di generazione in generazione, da un’epoca anteriore alla memoria umana, quando l’Italia era ancora in uno stato ben più primitivo di qualsiasi altro da noi conosciuto in tempi storici. L’attendibilità di questa tradizione è inficiata, più che confermata, da un’altra storia che attribuisce la costruzione del santuario a un certo Manio Egerio – da qui il detto “Vi sono molti Manii ad Aricia“, che alcuni spiegano affermando che Manio Egerio fu progenitore di una lunga e illustre schiatta; mentre altri ritengono che il detto popolare si riferisse alla presenza in Aricia di molta gente brutta e deforme, facendo derivare il nome Manius da Mania, lo “spauracchio”, il “baubau” che spaventa i bambini. Un autore satirico romano chiama Manio il mendicante che sosta sulle pendici di Aricia in attesa dei pellegrini. Queste varie interpretazioni, che vengono ad aggiungersi alla discrepanza fra il Manio Egerio di Aricia e l’Egerio Levio di Tuscolo, nonché alla somiglianza dei due nomi con quello della mitica Egeria, suscitano sospetto. Comunque, la tradizione, riportata da Catone appare troppo circostanziata, e il suo sostenitore troppo rispettabile perché la si possa accantonare come pura e semplice invenzione. E’ più verosimile supporre che essa si riferisca ad un antico restauro, o a una ricostruzione, del santuario, eseguito dagli stati confederati. Ad ogni modo, essa attesta la credenza che, fin da tempi remoti, il bosco sia stato luogo di culto per molte delle città più antiche del territorio, se non per tutta la confederazione latina.