La nuova retorica dello spazio nell’elegia erotica ovidiana

di P. Monella, La nuova retorica dello spazio nell’elegia erotica ovidiana, in Amicitiae templa serena. Studi in onore di Giuseppe Aricò, a cura di L. Castagna – C. Riboldi, vol. II, Milano 2008, pp. 1121-1153.

Ovidio e l’urbanitas: alcune premesse

Il presente contributo si propone di mettere in luce come la profonda ‘ristrutturazione’ del genere elegiaco operata da Ovidio – legata soprattutto allo ‘scioglimento’ delle tensioni e delle contraddizioni che avevano caratterizzato in precedenza lo sviluppo dell’elegia – influenzi a più ampio raggio la costruzione simbolica dello spazio in opere come gli Amores, l’Ars amatoria, i Remedia amoris.

Uno studio sullo spazio nelle opere giovanili di Ovidio non può non partire dalla centralità e dagli sviluppi dell’ideologia dell’urbanitas, sulla quale, come è noto, è fiorita una ricca bibliografia[1]. Partendo da tali premesse, si cercherà qui di proporre una riflessione più ampia sul rimaneggiamento da parte di Ovidio delle principali coordinate spaziali elegiache, dalla città, alla campagna, al viaggio, nella chiave di una dialettica di fondo tra spazi interni, coincidenti principalmente con Roma stessa, e spazi esterni.

Nella mia tesi di dottorato, cui si farà più volte riferimento in queste pagine[2], ho  cercato di mostrare come l’universo spaziale properziano si strutturasse in modo assai coerente intorno all’Urbe, e costituisse un riflesso simbolico dell’ideologia dell’eros come esperienza totalizzante. Nella poesia di Properzio la città di Roma aveva rappresentato l’emblema spaziale della scelta biografica e poetica elegiaca, in quanto sede esclusiva della domina e degli amori della coppia. La rappresentazione degli spazi esterni, inclusa ogni forma di allontanamento o di viaggio, ripeteva nel dualismo ‘interno vs. esterno’ la polarità di fondo dell’elegia latina, che vedeva contrapposte una scelta di vita esclusivamente interna all’ethos elegiaco, ed una irriducibilmente esterna ad esso.

Nel corso di queste pagine vedremo nel dettaglio come il venir meno nell’elegia ovidiana di tale tensione irrisolta produca l’effetto di scompaginare la compattezza, e in certo senso la schematicità, dell’uso simbolico dello spazio ‘esterno’.

 

Scena erotica. Mosaico, I sec. d.C. da Centocelle. Berlin, Kunsthistorisches Museum.

L’appropriazione della topografia urbana

Già sul piano della contrapposizione tra lo spazio ‘interno’ della domus e quello costituito dai luoghi urbani della vita galante, un confronto diretto tra due elegie vicine per temi e spunti, quali Prop. 2, 6 e Ov. Am. 3, 4, potrà offrire una prima conferma – ed  esemplificazione sui testi – delle premesse qui esposte.

Come osservavo nella mia te[3], la ricorrenza dei dettagli urbanistici di Roma nelle elegie properziane è molto spesso associata alla prospettiva del tradimento, o comunque ad una disgregazione ‘centrifuga’ della coppia. In questa sede sarà possibile solo ricordare come in un’elegia come Prop. 2, 6 sia ravvisabile la contrapposizione ‘minimale’ tra lo spazio interno al limen, rispettato – anzi, amato – da personaggi come Alcesti e Penelope (insomma dagli exempla della fedeltà femminile: vv. 23-24); e quello esterno, identificato con Roma corrotta, cui invece appartiene Cinzia. Al tema di fondo dell’elegia properziana, ovvero l’inutilità della custodia per le puellae che non siano fedeli di per sé, unita all’identificazione dei mores libertini con lo spazio della città[4], risponde direttamente Ov. Am. 3, 4, riprendendo tra l’altro anche l’exemplum canonico di Penelope, e, ancor più significativamente, il ‘delicato’ riferimento ai miti di fondazione di Roma stessa visti quali radice prima dell’adulterio in città[5]. Ma il punto d’osservazione, dall’elegia properziana a quella ovidiana, è radicalmente mutato: nella prima, era il poeta stesso a paventare il tradimento della donna, e ad esprimere la propria rabbia in tirate moralistiche contro la corruzione dell’Urbe; in Ovidio, al contrario, il poeta veste i panni dell’amante, esortando anzi il vir tradito a rinunciare alla custodia della donna. Possiamo dunque apprezzare al meglio il rovesciamento dell’atteggiamento ovidiano nei confronti della realtà della metropoli ellenizzata: in Prop. 2, 6 il carattere libertino della vita cittadina costituisce una minaccia al foedus elegiaco, al punto da provocare la reazione ‘catoniana’ del poeta. In Ov. Am. 3, 4, invece, esso appare il presupposto su cui si fonda la stessa liaison amorosa: la ‘chiusura’ dell’amata nello spazio domestico non può più diventare, per un amante elegiaco dimentico della frequente condizione di exclusus amator in cui è costretto a versare, garanzia paradossale di fides da parte della donna. La furtiva Venus del poeta non tentenna più nell’identificarsi senza ripensamenti passatisti con lo spazio urbano e la sua vita galante.

 

Scena conviviale. Affresco, I secolo a.C. dalla Casa degli Amanti (IX 12, 6-8), Pompei.

 

Il ‘trionfo’ di questa compiuta appropriazione della dimensione urbana da parte del mondo elegiaco si celebra, come è noto, nel primo libro dell’Ars amatoria, nella sezione dedicata all’inventio della ‘preda’ amorosa (Ars 1, 41-264). La lista dei  ‘luoghi di caccia’, ricca di dettagli topografici, offerta in Ars 1, 67-78 ad uso degli uomini, viene riproposta quasi negli stessi termini, nel terzo libro, al pubblico femminile[6].

Inutile soffermarsi sull’evidente consacrazione di Roma come luogo dell’amore libertino all’interno del poema erotico-didascalico: essa non potrebbe essere più esplicita là dove (Ars 1, 51-52) si raccomanda al giovane in cerca di avventure di non spingersi oltre le mura della città (le uniche eccezioni si rintracceranno, più avanti, a Baia e nel tempio suburbano di Diana)[7], visto che Roma offre già quanto di meglio si potrebbe desiderare (vv. 51-60) – inutile, dunque, intraprendere a tal fine una longa… via (v. 52)[8]. Non sfugga peraltro come la consacrazione forse più incisiva della compenetrazione tra Roma, amore elegiaco e vita galante, che ritorna nell’Ars pochi versi più avanti rispetto a quelli citati (v. 60: mater in Aeneae constitit urbe sui), si ritrovava già nell’elegia degli Amores che meglio di qualunque altra aveva aperto la via all’esperimento letterario dell’Ars, ossia Ov. Am. 1, 8, (vv. 39-42), l’elegia della lena:

 

Forsitan inmundae Tatio regnante Sabinae

noluerint habiles pluribus esse viris;

nunc Mars externis animos exercet in armis,

at Venus Aeneae regnat in urbe sui.

 

Il punto focale di tale immagine, quello su cui inevitabilmente si è appuntato l’interesse degli esegeti, è costituito dal nodo inestricabile con cui l’amore elegiaco è legato a Roma, anzi alla stessa romanità incarnata dalla figura di Enea – con i suoi ovvi ‘risvolti augustei’[9]. Nelle parole della lena si celebra lo scioglimento di un nodo irrisolto dell’elegia tibulliana, ma soprattutto properziana: le remore o, se si preferisce, la diffidenza nei confronti degli aspetti della modernità incarnati nella ‘vita galante’ della metropoli. Il polo  verso il quale la poesia properziana manifestava insieme attrazione e paura – la vita galante cittadina con le sue tentazioni ‘centrifughe’ rispetto alla monogamia elegiaca – viene ora identificata da Ovidio con l’amore elegiaco stesso: la riconciliazione dell’elegia con lo spazio dell’Urbs non potrebbe essere più completa[10].

 

Amore fra un satiro e una ninfa. Affresco pompeiano, dalla Casa di Cecilio Giocondo. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Gli Amores: verso una retorica ‘aperta’ dello spazio

Per compiere un passo in avanti nell’analisi delle strutture spaziali dell’elegia erotica ovidiana, sarà il caso di interrogarsi ora riguardo al trattamento subito dal tema del viaggio a partire dagli Amores, per passare poi all’Ars amatoria, non senza una postilla riguardante i Remedia amoris.

All’interno degli Amores, tra le numerose variazioni sul tema, la più ‘ortodossa’, da molti punti di vista, è costituita dal viaggio di Corinna (Ov. Am. 2, 11)[11]. In primo luogo, l’elegia risponde estensivamente alle forme della ‘generic composition’ individuate da Francis Cairns: si tratta di un προπεμπτικόν (carme di buon viaggio) che include, dal v. 43 in poi, un προπεμπτικόν (componimento per il ritorno di un viaggiatore). Tale inclusione, argomenta Cairns, se pure non normativa per il genre del προπεμπτικόν (non si rinviene, ad es., in Prop. 1, 8), doveva però occorrere abbastanza spesso: almeno un augurio o comunque un’allusione al ritorno doveva essere topica nei componimenti odeporici, e “può dunque essere che l’inclusione di un προπεμπτικόν all’interno di un προπεμπτικόν costituisca, nella formula di quest’ultimo, un’alternativa in sostituzione di una allusione topica al ritorno”[12].

In secondo luogo, ‘ortodosso’ rispetto alle convenzioni elegiache appare il tema del rifiuto del viaggio in quanto motivo di separazione tra gli amanti. Ma in verità a quest’ultimo motivo è ispirato, di fatto, soltanto lo σχετλιασμός iniziale[13], mentre lo sviluppo del componimento dimostra una semplice adesione allo sviluppo canonico del sotto-genere προπεμπτικόν, non esclusi gli auguri di buon viaggio e la prefigurazione della scena del ritorno[14].

Se in 2, 11 Ovidio aveva scelto di ripercorrere i modelli retorici o comunque topici del προπεμπτικόν, tenendosi sostanzialmente vicino ai più tradizionali atteggiamenti elegiaci nei confronti dello spazio ‘esterno’ della navigazione, nell’altra elegia del viaggio all’interno degli Amores, ovvero 2, 16, il gusto della variazione e dell’incrocio tra spunti topici differenti porta ad una rielaborazione delle coordinate spaziali in relazione alla vicenda amorosa a dir poco sorprendente.

La situazione iniziale di Am. 2, 16 ci presenta Ovidio nella città natia, Sulmona, le cui laudes occupano la prima parte del componimento (Ov. Am. 2, 16, 1-10). Il distico rappresentato dai vv. 11-12 introduce ex abrupto in questo luminoso quadro campestre sia l’elemento erotico, sia quello che sarà d’ora in poi il tema dominante dell’elegia – la lontananza tra gli amanti:

 

At meus ignis abest. verbo peccavimus uno!

quae movet ardores est procul; ardor adest.

 

In uno studio dedicato soprattutto alla struttura dell’elegia in suddetta, Lenz ha argomentato che da questo distico di sapore e struttura epigrammatica Am. 2, 16 si sviluppa in due direzioni: senza l’amata, al poeta sarebbe sgradito persino stare in cielo; con lei, sarebbe disposto ad andare dappertutto[15].

Al livello sintagmatico, per quanto riguarda la successione dei temi e la loro simmetrica rispondenza reciproca, l’elegia presenta senz’altro una struttura più complessa[16], tuttavia la lettura di Lenz individuava già con efficacia il nodo centrale intorno a cui essa si dipana: la ‘costruzione’ dello spazio in relazione all’etica amorosa.

A tal fine Ovidio fa confluire nel testo una quantità impressionante di suggestioni  intertestuali, provenienti non solo dall’elegia romana, ottenendo il risultato solo in apparenza paradossale di riscrivere dalle fondamenta, in modo ormai di fatto indipendente dai modi, o dovrei dire dalle ossessioni elegiache, le coordinate spaziali in cui la sua liaison amorosa si iscrive.

Innanzitutto, Sulmona. Qui si colloca l’io poetico mentre l’amata è lontana. Già i versi incipitari, influenzati dalla topica dell’ἐγκώμιον χώρας[17], presentano lo spazio della terra dei Peligni come tutt’altro che periferico o sgradevole: la città di Roma è del tutto assente. L’Abruzzo rappresenta il centro a partire dal quale cui la voce poetica misura, dai vv. 11-12 in poi, la distanza dell’amata, e in cui, nella perorazione finale, il poeta invita la donna a raggiungerlo (Ov. Am. 2, 16, 47-52). Con una prima, evidente, libertà rispetto alle rigide convenzioni elegiache, il centro gravitazionale della vicenda amorosa viene traslato dalla metropoli al luogo natale del poeta[18].

L’affrancarsi di Ovidio dai canoni topici del genere ha stimolato le più diverse interpretazioni biografistiche dell’elegia, secondo il presupposto per cui ciò che non è topico deve avere una peculiare origine nella vita del poeta. Brandt, cogliendo peraltro giustamente il rapporto tematico tra questa elegia e la già discussa Am. 2, 11, immagina che la lontananza di Corinna sia dovuta proprio al viaggio per mare di cui il poeta aveva già cantato in quella elegia, e fa di 2, 16 di fatto un’appendice di 2, 11: al προπεμπτικόν seguirebbe dunque un κλητικὸς ὕμνος, una ulteriore ed accorata richiesta di ritorno[19]. Per parte propria, Della Corte reagisce all’interpretazione di Pöschl, fondata principalmente sull’analisi dei topoi letterari confluiti nell’elegia in esame, proponendo che essa non si rivolga a Corinna, bensì alla prima moglie di Ovidio, la quale, per via della propria infertilità, avrebbe avuto uno screzio col marito mentre i due si trovavano presso i rura paterna del poeta, e per questo si sarebbe ritirata a Roma[20].

Sarà forse più fruttuoso tornare ai motivi letterari e alla loro variazione e combinazione, partendo dalla suddivisione dell’elegia nelle quattro sezioni individuate dal Pöschl:

  1. Assenza dell’amata. La florida Sulmona è una sede insopportabile, ma lo sarebbero anche le sedi degli dèi (vv. 1-16);
  2. Presenza dell’amata. Dummodo cum domina, persino i viaggi più spaventosi sarebbero graditi al poeta (vv. 17-32);
  3. Ancora assenza dell’amata. Senza di lei persino Sulmona somiglia ai luoghi più orridi;
  4. Presenza (prefigurata) dell’amata. Sulmona diverrebbe il luogo del loro amore.

 

La situazione iniziale (il poeta in campagna invita qualcuno a raggiungerlo) è già, come osserva giustamente Pöschl,  un tema oraziano, ma tanto in  Hor. Carm. 1, 7 quanto in 3, 29 l’invito è rivolto ad amici (rispettivamente Munazio Planco e Mecenate), dunque del tutto estraneo ad un contesto erotico. La ricchezza dei riferimenti tematici dell’elegia è scandagliata più compiutamente dal commento di McKeown[21], il quale richiama innanzitutto, giustamente, le ‘elegie della lontananza’ di Tibullo e Properzio (Tib. 1, 3 e Prop. 1, 17). In entrambi i casi, però, ci trovavamo dinanzi allo schema usuale della costruzione elegiaca dello spazio: la sede della domina, e sede degli amori della coppia, rimaneva a Roma, mentre il poeta-amante se ne era colpevolmente allontanato, pagandone il fio. In Ov. Am. 2, 16, invece, è il poeta a trovarsi fuori Roma, eppure in uno spazio perfettamente conciliabile con l’amore elegiaco, mentre è la donna a viaggiare. Né alla condizione di Ovidio si confanno motivi quali quello del rifugio nel rus visto come remedium amoris[22], o come luogo in cui l’amata può almeno stare al riparo dalla corruzione cittadina (vd., ad es., Prop. 2, 19). La memoria letteraria di Ovidio si colloca invece probabilmente all’incrocio fra diverse suggestioni provenienti dal Corpus Tibullianum – tra di loro discordanti –, e tuttavia sembra non identificarsi con nessuna di queste. In primo luogo, lo stesso McKeown richiama le elegie ‘rustiche’ di Tibullo, nelle quali il poeta desidera vivere con la donna in una campagna idillica (ma mai connotata topograficamente), tuttavia in esse la prospettiva dell’unione tra gli amanti nel mondo campestre rimane sempre nell’àmbito del sogno irrealizzato: nella poesia tibulliana l’io poetico non si presenta mai, come in Ov. Am. 2, 16, come effettivamente residente in campagna, e, tanto meno, da lì invita una domina in viaggio a raggiungerlo[23]. Un altro scenario tibulliano confrontabile potrebbe individuarsi in Tib. 2, 3, dove Nemesi risulta quasi reclusa in campagna, ‘strappata’ dalla città e dunque all’amore di Tibullo, o ancora nelle pseudo-tibulliane Ps.-Tib. 3, 14 e 3, 15, in cui l’io poetico di Sulpicia dapprima lamenta di essere costretta a passare il proprio compleanno ad Arezzo, lontana dal suo Cerinto, e poi annuncia di aver ottenuto di rimanere a Roma[24].

Eppure il termine di raffronto più interessante per la nostra elegia ci potrà venire da un altro testo: la decima ecloga di Virgilio, nella quale Gallo, poeta-amante elegiaco, si rifugia nello spazio non-urbano, addolorato per la lontananza dell’amata.  Proprio le profonde differenze che separano Ovidio da quel modello ‘fondante’ per la concezione elegiaca dello spazio ne mostreranno la distanza dall’intera tradizione elegiaca che da quel paradigma, per molti versi, discendeva.

Gallo è stato abbandonato da Licoride, il cui viaggio per terre lontane e inospitali implica la prospettiva del tradimento e del discidium. La ‘fuga’ del poeta nello spazio rarefatto delle selve, gravido di significati metaletterari[25], non costituisce che un tentativo di salvarsi dalla pena amorosa ‘elegiaca’ nel mondo bucolico, e insieme, come abbiamo suggerito in conclusione del capitolo 3, di sfuggire alla propria stessa vita dedita al ‘duro Marte’, alle campagne militari.

Volto femminile. Affresco, ante 79 d.C. dalla casa di Fabio Rufo, Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Viceversa, in Ov. Am. 2, 16 non ricorre alcun elemento direttamente riconducibile ad un viaggio della donna. Il poeta esordisce presentando se stesso a Sulmona, e il me tenet del verso incipitario (ripreso al v. 34, quando la scena ritorna nei rura paterna dell’Abruzzo) indica, se non “un soggiorno forzato”[26], almeno la lontananza dalla dimora usuale – che le convenzioni elegiache, non si dimentichi, volevano collocata a Roma. Lo svolgimento argomentativo dell’elegia mostra una propria coerenza, seppure non particolarmente perspicua, se immaginiamo che l’unico ‘viaggiatore’ cui si faccia riferimento sia Ovidio stesso. Egli è trattenuto nella terra natale, lontano da Roma (v. 1: me tenet); se anche fosse trasportato (v. 13: ponar) tra gli dèi, senza la donna non lo vorrebbe; siano maledetti i costruttori delle longae… viae (che l’hanno portato a Sulmona, v. 17); o almeno fosse stato dato al poeta di percorrere tali strade insieme alla sua donna: in questo caso anche le destinazioni più disagevoli, e persino un naufragio, sarebbero sarebbero stati tollerabili (vv. 18-32; al v. 17 si auspica che le puellae siano iuvenum comites nei viaggi, e non viceversa); ma, avendo il poeta raggiunto Sulmona senza la fanciulla amata, persino il viaggio in un luogo così ameno si trasfigura in un esilio nelle terre più orride (vv. 33-40). Eloquente, in tal senso, lo spergiuro rimproverato alla donna ai vv. 41-46: ella aveva giurato al poeta di essergli sempre comes, termine che, dopo il citato v. 17, ritiene molto della propria connotazione come ‘compagno di viaggio’, e invece l’ha lasciato partire solo – da qui l’invito a raggiungerlo (vv. 47-52).

Se dunque la prima parte della nostra analisi era incentrata sullo statuto di Sulmona intesa come rus, appare adesso più produttiva una chiave di lettura incentrata sul tema del viaggio, della lontananza[27]. Su questo piano le ‘novità’ di Ov. Am. 2, 16 rispetto alla tradizione elegiaca risultano più profonde di quanto non apparisse in precedenza.

Inizieremo col dire che in 2, 16 il poeta-amante viaggia. Nulla di veramente insolito, in ambito elegiaco, se non che sino ad Ovidio l’innamorato che ha intrapreso un viaggio, allontanandosi da Roma e dalla puella, è cosciente di avere così abbandonato lo spazio dell’eros, pagandone lo scotto (vd. Tib. 1, 3 o Prop. 1, 17). Oppure ha deliberatamente abbandonato, con Roma, la propria scelta esistenziale (vd. Prop. 2, 31). Le cose non stanno così per il protagonista di 2, 16. In linea con le convenzioni del genere suona la topica invettiva pronunziata ai vv. 15-16 contro le longae viae (iunctura questa che abbiamo imparato a riconoscere come marca ricorrente di una precisa ossessione elegiaca) e i loro costruttori:

 

Solliciti iaceant terraque premantur iniqua,

in longas orbem qui secuere vias!

 

Molto meno lo è la ‘conciliazione’ con esse proposta ai versi seguenti (vv. 17-18):

 

Aut iuvenum comites iussissent ire puellas,

si fuit in longas terra secanda vias!

 

La prospettiva del viaggio, persino nei suoi aspetti più ‘orridi’, viene recuperata all’orizzonte elegiaco a patto che l’unione tra gli amanti si perpetui anche durante il suo svolgimento[28]. Il che implica la perdita, da parte dello spazio ‘interno’ di Roma, del proprio statuto di dimensione esclusiva dell’esperienza amorosa: a differenza di Tibullo in Feacia, o di Properzio in balia della tempesta in 1, 17, Ovidio non desidera il ritorno; a differenza del Properzio in rotta per Atene, egli non rinuncia all’eros. Semplicemente, pur dopo aver raffigurato il proprio spostamento nei termini di un vero e proprio viaggio – si veda la maledizione alle longae viae, oltre all’intera sezione dedicata a viaggi ben più disagevoli di quello da lui compiuto (vv. 19-32) –, conclude l’elegia prefigurando la ricreazione dell’armonia tra gli amanti in uno spazio diverso da quello canonico della metropoli[29].

Considerato che l’ipotesi più economica per la ‘localizzazione’ della puella in Am. 2, 16 rimane quella di immaginarla ancora a Roma – il testo non offre segnali che vadano in una direzione diversa –, il rimprovero rivolto dal poeta nella conclusione del componimento suona particolarmente paradossale[30]: in ultima analisi, ella è rimbrottata per non aver voluto allontanarsi da Roma. Questo ruolo di ‘accompagnatrice’ era già stato assunto sia da Licoride, sia da Nemesi e Cinzia[31], ma qualcosa di importante è avvenuto: nella tradizione dell’elegia latina l’amante accompagnato in viaggio per horrida castra, o nei rura, o nella gelida Illiria, era il dinamico rivale dell’amante elegiaco, il quale rimaneva invece prigioniero dalla propria desidia.

A venir messo in crisi, dunque, non è solo – e forse non è principalmente – il ruolo centrale della città di Roma nella strutturazione delle coordinate spaziali elegiache, bensì l’intero sistema di opposizioni sulla scala ‘interno vs. esterno’, staticità vs. dinamicità. Nella poesia ovidiana, come ha argomentato nel modo più convincente Labate parlando di ‘retorica della contiguità’ e di ‘riconciliazione’ dell’elegia con la società, si allenta la tensione di fondo del Lebenswahl, la tensione da cui scaturivano e si alimentavano, oltre alle mille contrapposizioni di cui si sostanzia l’‘ideologia elegiaca’, anche tali forme di polarizzazione simbolica dello spazio[32].

L’amante ovidiano, già negli Amores, e in modo ancor più evidente nell’Ars, se da una parte vive oramai la dimensione dell’urbanitas senza più contraddizioni, dall’altra, non più soggetto alla schiavitù della desidia ed alla dimensione totalizzante dell’eros, paradossalmente non avverte più il bisogno di ‘chiudere’ il proprio universo spaziale negli angusti confini dei moenia cittadini.

Donna seduta con kithara. Affresco, 50-40 a.C. ca. dalla Villa di P. Fannius Synistor (Boscoreale).

 

Viene così pienamente recuperato all’elegia erotica un tema sin qui dotato di un perimetro limitato e problematico: l’offerta da parte dell’amante di affrontare qualunque viaggio per raggiungere l’amata o per non lasciarla sola[33]. Le tracce di tale motivo si potrebbero al più ravvisare nel contesto didascalico dell’elegia tibulliana di Priapo (Tib. 1, 4, 41-46: in questo caso si tratta di un puer), nell’elegia properziana del viaggio (e del naufragio) degli amanti (Prop. 2, 26b), o ancora nelle elegie della rusticatio forzata come Tib. 2, 3 o Prop. 2, 19, in cui il poeta è costretto ad un trasferimento cui si mostra, almeno all’inizio, restio. Da qui muove probabilmente Prop. 3, 16, laddove sull’iter notturno per raggiungere Cinzia a Tivoli si addensano foschi presagi di morte. In continuità con tale filone possiamo collocare l’elegia ovidiana del fiume, Ov. Am. 3, 6, la cui singolare combinazione del motivo properziano della ‘convocazione fuori porta’ con quello del παρακλαυσίθυρον merita una particolare attenzione.

Il poeta sta raggiungendo la sua donna in un luogo imprecisato, ma evidentemente fuori dalle mura della città, dato che la sua via è impedita da un torrente in piena. L’occasione viene messa a frutto per rivolgere al rigagnolo una vera e propria supplica, del tipo di quella rivolta allo ianitor in Ov. Am. 1, 6[34]. La peroratio ovidiana si trasforma ben presto in un catalogo mitologico erudito, culminante nella storia di Ilia e del fiume Aniene[35]. È evidente come Ovidio, con l’enfatizzare la tensione ‘dinamica’ e le difficoltà del suo iter anche tramite il ricorso alla memoria mitica di Perseo e dell’infaticabile viaggiatore Trittolemo (Ov. Am. 3, 6, 9-16), ci offra con questa elegia un altro esempio della propria retorica dello spazio, ormai lontanissima dalla staticità elegiaca e dai suoi significati esistenziali. Forse qualche suggestione in più potremmo derivare dalla proprio lettura dell’elegia come estrema variazione del motivo dell’exclusus amator.

Va da sé che tale motivo mantiene la propria salda presenza nell’elegia ovidiana, soprattutto come rimando ad un topos divenuto una vera e propria marca di genere per l’elegia latina[36], mentre le pagine dedicate da Copley ad Am. 1, 6 ne denunciano la mancanza di pathos e la natura “imitativa ed arcaistica”, venata da esagerazioni parodiche[37]. Eppure, come abbiamo avuto occasione di dire, il ruolo-chiave del παρακλαυσίθυρον nella poesia elegiaca inteso come simbolo della condizione esistenziale dell’innamorato consisteva proprio nella sua capacità di simbolizzare lo ‘scacco’ esistenziale subito da quest’ultimo, i vincla che lo tengono legato ad uno spazio, quello dei limina dell’amata, che non è quello del possesso pieno ed appagante, ma da cui tuttavia non può allontanarsi: un simbolo di quell’immobilità proveniente dalla desidia. In un’elegia come Am. 3, 6, al contrario, la supplica dell’innamorato (elemento che rimanda direttamente alla topica della vigilatio ad clausas foras) è giocosamente rivolta ad una sorta di custos inanimato che impedisce il viaggio dell’amante fino alla donna. Ci troviamo di fronte ad una sorta di rovesciamento dei significati simbolici del παρακλαυσίθυρον: non più una tensione ‘centripeta’, destinata a rimanere insoddisfatta e dunque emblema della desidia dell’innamorato, bensì una spinta dinamica, ‘centrifuga’, arrestata solo per il momento da un impedimento fisico contingente[38].

L’elegia degli Amores in cui la rifondazione ovidiana delle categorie fondamentali dell’elegia latina si esprime forse nel modo più compiuto è Am. 1, 9, nella quale “il rovesciamento della tradizione elegiaca è naturalmente operato da Ovidio in piena, esibita consapevolezza: si trattava di contraddirla in un punto fondamentale, l’atteggiarsi a poeta maledetto, prigioniero compiaciuto della nequitia[39]. Non è difficile dimostrare come in un componimento così importante dal punto di vista ideologico la retorica dello spazio giochi un ruolo fondamentale: tutta la sezione centrale del lungo parallelo tra amante e soldato è occupata dall’assimilazione alla nuova etica erotica ovidiana delle categorie spaziali elegiache (Am. 1, 9, 7-20).

Il passaggio si apre e si chiude con due riferimenti al motivo dell’exclusus amator (vv. 7-8 e 19-20), ma resta sostanzialmente incentrato sul tema del viaggio, e più precisamente della longavia (v. 9): quest’ultima conserva i topici connotati negativi che la tradizione elegiaca aveva fissato per lei, ma proprio in virtù di questi si trasforma da simbolo del rifiuto elegiaco dello spazio esterno, e dunque della vita attiva del cittadino-soldato, in emblema di un ethos amoroso fondato sulla dinamicità, divenuto ormai paragonabile alla vita militare anche da questo punto di vista[40]. Come abbiamo notato, in Am. 2, 11 il viaggio di Corinna era dapprima avversato, quindi, senza particolare pathos, accettato in conformità alle regole della topica del προπεμπτικόν; in Am. 2, 16 il trasferimento di Ovidio a Sulmona veniva accettato come evento traumatico, ma ‘rimediabile’ tramite un analogo spostamento dell’amata; e nell’elegia del torrente, Am. 3, 16, l’iter campestre di Ovidio è giustificato dalla necessità di raggiungere l’amata. Quando in Am. 1, 9 il viaggio diviene addirittura marca identificatrice dell’amore elegiaco, siamo ormai solo ad un passo dai precetti di Ars 2,  223-250, in cui la disponibilità a muoversi viene prescritta a chiunque cerchi di realizzare il modello, di ormai lontana origine elegiaca, del perfetto amante[41].

Cupido Tedophoros. Mosaico, fine III sec. d.C. da El-Jem.

Ma, prima di giungere all’approdo didascalico della retorica ovidiana dello spazio, sarà opportuno completare il quadro relativo agli Amores, mostrando come già nella prima silloge poetica ovidiana lo sfaldarsi della compattezza dell’universo spaziale elegiaco – finora saldamente costruito su una raggiera di opposizioni polari aventi come centro la città di Roma in quanto sede dell’amata – riguardi a più livelli la costruzione dello spazio data dal Sulmonese. A partire dalla rimozione della diffidenza nei confronti delle ‘gite fuori porta’: quei viaggi nei sobborghi nelle vicinanze di Roma che in elegie come Prop. 2, 32 o 4, 8 la domina compieva da sola, aprendo con la propria fuga dallo spazio urbano dell’amore elegiaco prospettive (anche assai concrete) di infedeltà, quelle stesse escursioni ora Ovidio le compie con la propria donna, che però è ormai, in Am. 3, 13, la moglie[42].

Anche sul rapporto con l’Egitto ci si potrà soffermare brevemente, pur limitandoci alla poesia elegiaca degli Amores. Inutile ricordare come per la cultura romana del I sec. a.C. esso abbia rappresentato un referente insieme culturale e politico con cui confrontarsi inevitabilmente[43], ed è noto il ruolo che, specialmente dopo Azio, l’Egitto assume nella propaganda augustea. Per questi motivi le lodi di Tibullo al Nilo e al dio egiziano Osiride all’interno dell’elegia per il compleanno di Messalla (Tib. 1, 7, 23-54) hanno sviluppato un vivace dibattito critico, in cui la scelta di ‘lodare’ l’Egitto è stata ricollegata, volta per volta, all’influsso della poesia celebrativa di Callimaco[44]; ad una strategia encomiastica nei confronti di Messalla che passa attraverso un accostamento con il dio Osiride (quasi un’apoteosi poetica)[45]; ad una volontà di rendere omaggio alla politica egiziana di Augusto[46]; o piuttosto ad un atto di libertà del poeta legato al circolo di Messalla Corvino nell’ignorare il ‘tabù politico’ dell’Egitto[47]. Anche l’altra menzione tibulliana dell’oriente egiziano (quella dei riti isiaci in 1, 3, 23-32) ha attratto l’attenzione degli studiosi, in quanto l’invocazione alla dea per la propria salvezza segue immediatamente una dichiarazione di scetticismo sull’efficacia dei rituali di Iside praticati da Delia, ed essa appare in contrasto – forse ironico – con i riferimenti presenti nel testo alla religiosità romana[48], tanto da generare il sospetto che in Tib. 1, 3 si manifesti una vera e propria ostilità nei confronti dei culti orientali così à la page nella Roma contemporanea[49]. Sul versante properziano, chiara risulta l’adesione alla propaganda anti-egiziana augustea nella notissima elegia ‘aziaca’ (vd. Prop. 3, 11, 29-72), ma non si dimentichino le motivazioni tutte ‘personali’ del divertito risentimento del poeta contro il culto egiziano di Io (Prop. 2, 33, 1-22). Qui lo spunto tibulliano (vd. Tib. 1, 3, 25-26) della diffidenza verso culti che prescrivano periodi di castità rituale viene ampliato ed esplicitato, generando una diretta invettiva contro la stessa terra nilotica, che arrivano a toccare il nodo scoperto del contrasto Roma-Egitto (Prop. 2, 33, 20: cum Tiberi Nilo gratia nulla fuit).

Niente dell’ambiguità tibulliana né dell’ostilità properziana sopravvive nelle due menzioni dell’Egitto all’interno degli Amores. Le preghiere rivolte ad Iside in Am. 2, 13 da un Ovidio preoccupato per la salute di Corinna non sembrano velate dallo scetticismo o addirittura dalla celata polemica di Tib. 1, 3: il culto di una delle principali divinità egiziane è adottato senza alcun grado di problematicità, e ad esso non è accostata alcuna divinità quiritaria – come Lucina – bensì la greca Ilizia[50]. Il Nilo citato in Am. 3, 6, 39-42 come nume fluviale innamorato convive a pochi versi di distanza dal ‘romano’ Aniene assai meglio di come come Properzio gli avesse permesso di fare col Tevere in 2, 33, 20. Ed in Am. 2, 2, 25-26 nel tempio di Iside, come nei teatri, si celebrano i riti mondani degli incontri galanti di cui il poeta viveur si compiace, e verso cui invita il custos Bagoo ad essere tollerante. Il culto egiziano alla moda è ridotto a semplice pretesto per convegni furtivi: la poesia ovidiana è lontana abbastanza dal trauma delle guerre civili da poter obliterare tutte le tensioni simboliche ad esso collegate, ed assimilarlo alla propria retorica dell’urbanitas.

 

Scena di processione. Mosaico, I sec. a.C. ca. dal «Mosaico con scena nilotica». Palestrina, Museo Archeologico Nazionale.

 

Anche sul piano dell’uso simbolico della metafora della navigazione il confronto con Properzio mostra la relativizzazione delle simbologie spaziali elegiache. Su tale tema avevamo concluso il nostro capitolo properziano, indicando come il viaggio del poeta verso Atene in Prop. 3, 21 divenisse il suggello dell’allontanamento dallo spazio dell’amore, e dunque del discidium definitivo; e come, su un diverso piano di astrazione, in Prop. 2, 24, 15-18 l’immagine dell’approdo della nave al porto rappresentasse la conclusione simbolica del viaggio del poeta fuori dall’ethos elegiaco, e il suo votarsi alla Bona Mens. Appressandoci alla fine della raccolta ovidiana in tre libri degli Amores, leggendo quella che si presenta come l’elegia ovidiana del discidium, ovvero Am. 3, 11, il testo ci dà l’impressione (surrogata da un preciso rapporto intertestuale) di trovarci di fronte allo stesso ‘viaggio’ metaforico dell’ultima elegia del terzo libro di Properzio (Ov. Am. 3, 11, 29-30)[51]:

 

Iam mea votiva puppis redimita corona

lenta tumescentes aequoris audit aquas.

 

Se non che, già in porto e con la poppa inghirlandata per il festoso ormeggio alle sponde della guarigione dall’amore, la nave di Ovidio subisce solo tre versi dopo un inatteso ‘dirottamento’ (vv. 33-38). L’amante ha cambiato idea, la bellezza della donna lo richiama dalla sua fuga (v. 37: nequitiam fugio – fugientem forma reducit). La nave si diriga ora piuttosto, a vele spiegate, verso l’amore della donna (vv. 51-52):

 

Lintea dem potius ventisque ferentibus utar,

ut, quam, si nolim, cogar amare, velim.

 

Di fronte al repentino mutamento di tono tra le due sezioni dell’elegia, non è mancato chi abbia diviso la tràdita 3, 11 in due elegie distinte (a partire dal v. 33, appunto)[52]. Ma piuttosto che davanti all’errore di un copista ci troveremo più probabilmente davanti alla volontà ovidiana di variare, svuotandola di pathos, l’ultima espressione properziana di quella retorica ‘chiusa’ dello spazio che aveva caratterizzato il genere elegiaco[53].

 

Pesca degli amorini. Mosaico, III-IV sec. d.C. Piazza Armerina, Villa del Casale.

 

L’Ars amatoria: una grammatica dell’eros ‘dinamico’

Il naturale approdo della presente analisi è costituito dall’Ars amatoria, laddove, come già anticipato, è possibile vedere la nuova retorica ovidiana degli spazi ‘esterni’ farsi una grammatica, divenire prescrittiva.

Come ribadito più volte dalla letteratura critica, il discrimine di fondo tra l’innamorato elegiaco e il suo doppio didascalico consiste nel ribaltamento dell’atteggiamento passivo dell’amante elegiaco in quello attivo del doctus amator: il primo è preda della propria passione, è ostaggio della propria stessa desidia, irrimediabilmente (quanto orgogliosamente) non integrato con il modello di la vita attiva del cittadino romano; il secondo mira  a reggere le fila del gioco amoroso, ad acquisire i mezzi per poter gestire la storia d’amore[54].

Al giovane del bel mondo romano che intenda fare esperienza dell’amore ‘elegiaco’ si richiede in primo luogo di andarsi a cercare l’oggetto del proprio desiderio. L’intera sezione dell’inventio nel primo libro costituisce un invito all’attivismo, e si apre proprio sulla necessità della mobilità anche solo per individuare preliminarmente l’oggetto della ‘caccia’ amorosa (Ars 1, 45-48)[55].

In questo stadio, l’àmbito delle peregrinazioni del giovane in cerca di amori è esplicitamente limitato all’Urbs ed alle sue dirette dipendenze: non è necessario intraprendere una longa via per trovare quanto a Roma è presente in abbondanza  (Ars 1, 51-60). Ma ciò non toglie che la metafora della mobilità, anzi, propriamente, del viaggiare, impronti di sé ad un livello profondo e pervasivo l’intero poema, giacché questo è attraversato sin dal proprio incipit dall’immagine ricorrente e, direi, unificante dell’amore come viaggio, ovvero navigazione o corsa di un carro. Per i molti esempi ravvisabili, basti qui richiamare solo il notissimo incipit dell’opera (Ars 1, 1-8)[56].

Anzi, la stessa poesia del διδάσκαλος amoroso è continuamente messa in relazione al medesimo campo metaforico, con un effetto di evidente analogia nei confronti dell’oggetto della didassi stessa[57].

Nonostante il secondo libro dell’Ars riguardi le tecniche per mantenere l’amore della donna già conquistata, proprio in esso troviamo, all’interno della sezione dedicata all’obsequium, un passaggio che rappresenta, in rapporto diretto con Amores 1, 9, la più compiuta enunciazione della risemantizzazione ovidiana delle categorie spaziali elegiache[58] – si tratta di Ars 2, 223-250. Su di esso mi sono soffermato in un recente articolo, le cui conclusioni mi limiterò qui a riassumere brevemente[59].

Nei passaggio citato dell’Ars il διδάσκαλος raccomanda al proprio discepolo di mostrare la propria sollecitudine verso l’amata mostrandosi pronto ad affrontare qualunque tipo di viaggio o di spostamento per raggiungerla o per accompagnarla. Ma da un’analisi più dettagliata del passaggio emerge come gli itinera prescritti da Ovidio rimandino direttamente ed esclusivamente – attraverso precise dinamiche intertestuali – alle non molte forme di mobilità di cui l’amante desidiosus aveva fatto esperienza nella produzione elegiaca precedente.

Ciascuno degli elementi che costituiscono il brano didascalico, non esclusa la figura del miles amoris, affonda le proprie radici nella tradizione letteraria elegiaca, eppure la strategia testuale messa in atto mira, tramite un’accorta collezione dei τόποι che già in quella tradizione costituivano isolate aperture verso una concezione più dinamica dello spazio, a sovvertire – proprio per mezzo dell’alfabeto della topica elegiaca – il principio di ‘chiusura’ che aveva caratterizzato la costruzione simbolica elegiaca dello spazio prima degli Amores di Ovidio[60].

 

Lotta fra due amorini gladiatori. Mosaico, II-III sec. d.C. villa di Bignor.

 

Postilla: i Remedia amoris, ovvero l’ultimo rovesciamento

Soffermandoci sull’Ars amatoria, abbiamo individuato il compimento di un processo i cui prodromi avevamo individuato negli Amores: esaurita ormai la tensione ideale che scaturiva dalla retorica elegiaca dell’esclusione, il poeta-amante degli Amores si ritrova libero dai vincoli che lo tenevano imprigionato a categorie spaziali anch’esse ‘esclusive’, chiuse, statiche. Per il doctus amator dell’Ars, poi, divenuto pienamente protagonista della propria vita sentimentale, l’orizzonte spaziale ‘aperto’ del viaggio diviene non solo una possibilità, ma una prescrizione identitaria: l’amante, per essere tale, deve essere sempre disposto a muoversi. La conquista dello spazio esterno è il presupposto per garantire successo alla conquista della puella.

Se non che, nell’ulteriore ‘postilla’ che Ovidio ha voluto aggiungere alla propria produzione elegiaca in diretta continuità (ed opposizione) con l’Ars amatoria, ovvero nei Remedia amoris, quella che abbiamo definito la nuova retorica ovidiana dello spazio elegiaco viene completamente messa da parte; l’intero processo di rielaborazione delle categorie spaziali elegiache, le cui forme anche complesse abbiamo seguito nelle pagine precedenti, ignorato – in favore di un vero e proprio ritorno alle più ‘ortodosse’ simbologie spaziali elegiache.

Ai vv. 135 ss. dei Remedia, come è noto, si sviluppa la trattazione dell’otium desidiosum (Rem. 149-150):

 

Desidiam puer ille sequi solet, odit agentes:

da vacuae menti, quo teneatur, opus.

 

In scoperta contrapposizione alla γνώμη esposta nel passaggio sopra discusso dell’Ars amatoria sull’amante ‘dinamico’ (Ars 2, 229: Amor odit inertes), viene restaurata la polarità tra amore e desidia da una parte, bona mens ed attivismo dall’altra. La riattivazione, nella rappresentazione dell’amore elegiaco, della tensione antinomica di fondo propria della ‘retorica dell’esclusione’ ricostruisce l’intero sistema di opposizioni ideologiche ad essa collegato, e tramite questo la strutturazione polarizzata dello spazio. Il Foro, così ‘problematicamente’ recuperato all’ethos elegiaco nell’Ars amatoria torna luogo anti-elegiaco per eccellenza – ad esso spetta l’onore della prima menzione tra gli spazi che possono esorcizzare lo spettro dell’amore (Rem. 151-152), seguito dallo spazio esterno delle campagne militari (vv. 153-154): la trasformazione di Egisto in adulter è stata dovuta proprio all’impraticabilità di questi due spazi (vv. 163-168).

Anche i rura riguadagnano la loro valenza ‘anti-erotica’, tornando a rappresentare, mercé uno stretto contatto (intertestuale, oltre che ideologico) con il mondo georgico virgiliano, il contraltare delle deliciae cittadine (vv. 169-198), e con essi le silvae, il luogo della caccia (Rem. 199-208)[61]. Ma il culmine della sezione dei Remedia dedicata all’uso dello spazio è rappresentato, com’è ovvio, dalle longae… viae (vv. 213-248), dai viaggi nei quali non bisogna neanche voltarsi a guardare Roma, la sede perniciosa dell’amore elegiaco, dietro le proprie spalle (v. 223).

Il senso di tale ulteriore ribaltamento delle strutture simboliche dello spazio non può essere compreso se non leggendolo nel quadro più ampio dei rapporti tra i Remedia amoris e il suo precedente diretto, l’Ars amatoria[62]. Il poemetto sui rimedi all’amore, in diretta e dichiarata opposizione alla precedente didascalica erotica ovidiana, assume l’amore – l’amore elegiaco – come idolum negativo. La sua strategia retorica è dunque inversa rispetto a quella dell’Ars. Mentre quest’ultima proponeva, sulla scia degli Amores, una conciliazione, e addirittura una prospettiva di commensurabilità tra eros elegiaco e morale comune, i Remedia, al contrario, devono tornare ad una ‘retorica della separazione’ – se è vero che, anche al livello delle strategie retoriche, il primo passo per combattere un nemico è la sua ‘costruzione’ simbolica, e quest’ultima passa attraverso la definizione dell’identità reciproca attraverso un sistema di opposizioni. In questo quadro non desta stupore che vengano recuperate anche dal punto di vista delle simbologie spaziali le categorie elegiache che tra gli Amores e l’Ars amatoria erano state così abilmente svuotate di tensione e significato, e poi persino mutate di segno: nella poesia di Tibullo o di Properzio, e poi ancora nella peculiare strategia simbolica dei Remedia amoris, tali categorie si presentavano come proiezione spaziale perfettamente coerente di un universo poetico, come è quello elegiaco prima della profonda revisione ovidiana, che si sostanzia a livello ideologico di tensioni ed antinomie laceranti.

 

 

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[1]     L’intero saggio di Labate 1984 andrà tenuto costantemente presente, e in modo particolare i primi due capitoli (Poetica ovidiana dell’elegia: la retorica della città e Amore e società: la riconciliazione dell’elegia). Sul ‘gusto modernizzante’ ovidiano e sulla sua adesione finalmente piena al mondo dell’urbanitas, simboleggiata dall’ideale del cultus, imprescindibili rimangono le pagine di Zinn 1968, 3-16, di La Penna 1979, 181-205 e, per l’Ars amatoria, di Scivoletto 1976, 57-88. Griffin 1976, 87-105 offre una discussione stimolante e non banale sulla concretezza della “life of luxury” in età augustea e sulla sua rappresentazione letteraria, mentre Holzberg 1992, 69-79 ha scritto pagine lucide e centrate sulla ‘riscrittura’ dell’ethos dell’amore elegiaco in Ovidio. Sull’importanza della separazione tra i dominî dell’eros e del mos maiorum, si vedano ancora La Penna 1979, 202-205 e Pianezzola 1999 (c), 157-159. Quest’ultimo pone l’accento sulla “doppia morale” e sull’“autolimitazione” dello spazio di validità dell’etica erotica nell’Ars amatoria di Ovidio. Altrove, Pianezzola 1999 (a), 9-42, pur riconoscendo l’esistenza di “tendenze anticonformistiche” nell’Ars, conclude escludendo da parte di Ovidio una consapevole e coerente opposizione al regime augusteo (vd. in particolare a 26). Infine, lo studio di Viarre 1988, 89-105 risulta ricco di suggestioni ma focalizzato sulle Heroides, le Metamorfosi e le opere dell’esilio.

[2]     Longa via. Rappresentazioni delle simbologie spaziali nell’elegia augustea, Dottorato di ricerca in Filologia e Cultura Greco-latina, XVII ciclo, Università di Palermo. Vd. in particolare il capitolo 4, intitolato Properzio: Roma, l’amore, il viaggio.

[3]     Si veda in particolare il paragrafo 4.2.3, intitolato I luoghi della città come spazio ‘esterno’ all’ethos elegiaco.

[4]     Sui punti di contatto tra le due elegie, vd. il commento di Brandt 1911, 152-154.

[5]     Si confronti la menzione del ratto delle Sabine in Prop. 2, 6, 19-22 con quella del crimen (l’unione tra Marte e Rea Silvia) da cui è nata la stirpe dei Romani in Ov. Am. 3, 4, 39-40.

[6]     Vd. Ars 3, 385-396. Sulle connessioni con il regime augusteo di alcuni dei monumenti citati, vd. il commento di Hollis 1977 43-48 ad Ov. Ars 1, 67-262, oltre che Labate 1984, 81-85 (con particolare attenzione all’evergetismo dell’intera famiglia del principe) e Wildberger 1998, 39-42. Assai diversa dalla lettura di Labate appare poi quella di Klodt 2001, 33 n. 80, la quale parla, per le rassegne topografiche dell’Ars ovidiana, di una ‘degradazione’ dei centri monumentali augustei al rango di “punti di incontro tra i sessi”, riconducendo l’operazione ad un’estraneità del poeta agli “obiettivi politico-morali di Augusto”.

[7]     Vd. Ars 1, 255-262.

[8]     Il viaggio, fin qui, rimane escluso dall’ottica dell’eros, ma solo in virtù della αὐτάρκεια della città in fatto di bellezze femminili. Su questa peculiare declinazione del concetto di autosufficienza, e in generale sulle laudes Romae ovidiane, in relazione ai precedenti greci (le lodi dell’Attica) e romani, e in particolare in rapporto alle laudes Italiae di Prop. 3, 22, rimando alla dettagliata analisi di Labate 1984, 51-54, nonché al commento di Hollis 1977, 42. Negli Amores e nell’Ars anche l’insistenza sull’immagine della folla, evidenziata da Viarre 1976, 11-13, costituisce un aspetto della presenza della vita metropolitana nella poesia del Sulmonese, così come il fascino avvertito dal poeta dinanzi al fasto della Roma ‘aurea’ di Augusto (vd. Bonjour 1980, 221-230). Poco aggiungono in materia le pagine di Paratore 1967, 31-34.

[9]     Piuttosto che leggere dietro l’arguzia ovidiana un atteggiamento irriguardoso verso la propaganda ufficiale e il militarismo augusteo, come suggeriscono La Penna 1979, 189 (il quale parla di “elegante parodia”) e McKeown 1989, 222 ad Ov. Am. 1, 8, 41-42, oppure con Hollis 1977, 43 ad Ov. Ars 1, 60 la prospettiva di “accostamenti irriguardosi” tra il principe e Cupido (possibilità sfruttata, ad esempio in Ov. Am. 1, 2, 51), preferisco aderire all’impostazione di Labate 1984, 51-52, secondo la quale l’adesione entusiastica di Ovidio alla Roma augustea, seppure connotata da toni ‘frivoli’, mondani, convive, secondo la logica della ‘retorica della contiguità’, con i temi dell’ideologia augustea, costituendone anzi un originale, ma sostanzialmente non dissonante, controcanto: “La lode frivola di un poeta d’amore e la lode solenne di un poeta civile non devono contrapporsi, l’una non nega l’altra nella figura dell’ironia: sono invece due modi, letterariamente e culturalmente diversi, di tradurre lo stesso consenso, la stessa adesione ad presente”.

[10]   Sull’elegia della lena e sul ruolo di quest’ultima nell’ideologia elegiaca ‘riformata’ di Ovidio si vedano Labate 1977, 285 e Id. 1984, 89 e n. 53. Per una trattazione più ampia della figura della ruffiana in relazione soprattutto ai modelli greci e del teatro latino, si vedano Sabot 1976, 199-209 (più centrato su Ov. Am. 1, 8 e l’intratestualità ovidiana), Fedeli 1995, 307-317; Id. 1999, 32-40, oltre ai commenti di Brandt 1911, 60-61 e soprattutto di McKeown 1989, 198-201. Andrà ancora ricordato il finissimo saggio di Romano 1980, 269-292, incentrato sui rapporti tra Am. 1, 8 e l’‘elegia didattica’ dell’Ars amatoria.

[11]   Qui e nel prosieguo della trattazione la numerazione delle elegie del secondo libro degli Amores ovidiani dalla nona in poi sarà quella dei manoscritti (per cui l’elegia il cui incipit è Tu mihi, tu certe, memini, Graecine, negabas rappresenta la decima elegia del libro).

[12]   Cfr. Cairns 1972, 160. L’elegia è analizzata, per la topicità di molti suoi singoli aspetti, in più punti del saggio di Cairns sulla Generic composition: vd. Id. 1972, 53; 57; 121-122; 159-162. Ulteriore discussione sull’elegia nel quadro del genere del προπεμπτικόν nell’introduzione all’elegia di McKeown 1998, 222-224, con rimandi  bibliografici ed una rassegna di testi poetici e retorici di riferimento.

[13]   Beninteso, anche la rappresentazione a tinte fosche del viaggio per mare nella parte iniziale del componimento (vv. 1-32) svela ad un’analisi più ravvicinata la propria natura topica, a partire dall’incipit sull’impresa degli Argonauti, gravido di una memoria intertestuale che trova nel carme 64 di Catullo lo snodo verso memorie precedenti greche e latine (vd. McKeown 1998, 224-228).

[14]   Ciascuno di tali elementi, peraltro, ricorreva nella tradizione elegiaca più influenzata dal genre del προπεμπτικόν: gli auguri di buon viaggio successivi allo σχετλιασμός compaiono in Prop. 1, 8, 17-20 dopo le maledizioni del poeta dirette al viaggio dell’amata, mentre la fantasia del ritorno (ma a ruoli rovesciati, con l’innamorato colpevolmente in viaggio) occupa i versi finali (vv. 89-94) anche di Tib. 1, 3: si noti in particolare la consonanza tra Tib. 1, 3, 93-94 e Ov. Am. 2, 11, 55-56, non sfuggita ai commentatori (vd., e. g., Brandt 1911, 118 e McKeown 1998, 261-262).

[15]   Vd. Lenz 1959, 59-68. In séguito lo stesso studioso (in Id. 1962, 150-153) ha risposto all’analisi contraria di  Pöschl 1979, 257-267 (apparso originariamente nel 1959), aggiungendo precisazioni sulla simmetria aritmetica delle sezioni di versi individuabili nel componimento.

[16]   Cfr. la più articolata lettura di Pöschl 1979, 257-267.

[17]   Per cui McKeown 1998, 330 rinvia a Menandro Retore 3, 387, 10 ss.

[18]   Neanche la Sirmione o la Verona di Catullo avevano goduto di tale privilegio: in Cat. 68, 27-40 viene anzi marcata nel modo più amaro l’estraneità di Verona tanto alla vita della poesia quanto alla liaison con Lesbia.

[19]   Vd. Brandt 1911, 23-24. Sull’elegia come κλητικὸς ὕμνος, vd. anche McKeown 1998, 329.

[20]   Cfr. Della Corte 1985, 367-371 (e Pöschl 1979, 257-267).

[21]   Vd. McKeown 1998, 328-366. Una valutazione equilibrata dell’importanza delle singole fonti per questo componimento, e insieme dell’originalità ovidiana, offre Scivoletto 1976, 25-27.

[22]   Anche questo riferimento, come il precedente alle elegie del distacco in Tibullo e Properzio, è in McKeown 1998, 328. Per quanto riguarda il remedium amoris in campagna o nell’attività venatoria, il commentatore richiama naturalmente Verg. Buc. 10, 50 ss., oltre a Prop. 1, 18 e Ov. Rem. am. 169-212.

[23]   Per una più ampia discussione di tali affermazioni non posso che rimandare ancora alla mia tesi di dottorato, già citata (vd. supra, n. 2), e in particolare al paragrafo 3.2.1 La natura irreale del sogno georgico-bucolico.

[24]   Vd. ancora McKeown 1998, 328-329. Né va dimenticato come l’orgoglio della propria terra natale, in sé, costituisse un elemento non estraneo alla poesia properziana (vd. in particolare Prop. 1, 22, 12-13; 4, 1, 66-67 e 124-129).

[25]   Si veda l’interpretazione dell’ecloga in chiave metaletteraria proposta da Conte 1980, 11-43.

[26]   Così McKeown 1998, 331, citando una nota di Booth. Peraltro, lo stesso McKeown aggiunge che “tuttavia tale implicazione non diventerà evidente fino al v. 11”.

[27]   Giusta, in questo senso, l’osservazione di McKeown 1998, 223 e 329-330, secondo cui “quest’elegia (scil. Am. 2, 16) è da leggere in stretta relazione a 2, 11” (così a 329).

[28]   Un importante precedente elegiaco dell’idea di un viaggio congiunto degli amanti è rappresentato da Prop. 2, 26, 29-58, con cui l’elegia ovidiana condivide i toni cupi  nella rappresentazione del viaggio e del naufragio. Un punto di divergenza non secondario però è rappresentato dal fatto che nell’elegia properziana il poeta-amante seguiva una donna decisa a partire, come ultima risorsa per poterle rimanere accanto, mentre l’amante ovidiano, tanto in relazione al viaggio a Sulmona, quanto nelle fantasie di viaggi in compagnia dell’amata, prende egli stesso l’iniziativa, e richiede la compagnia della donna come semplice comes (sulla connotazione vagamente degradante della locuzione comes ire al v. 17 – ma si veda anche il ricorrere di comes al v. 43 – cfr. McKeown 1998, 342-343). L’immagine della donna ‘accompagnatrice’ di un uomo impegnato nella carriera militare era comparsa invece, in Properzio, nell’epistola poetica di Aretusa a Licota (Prop. 4,  3, 45-46).

[29]   Anche in elegie come Tib. 2, 3; Prop. 2, 19 o 3, 19, in cui l’innamorato si spostava in campagna per cercarvi l’unione con l’amata, egli era costretto a farlo in séguito alla ‘fuga’ della donna dalla città (Tib. 2, 3 e Prop. 2, 19) o ad un invito di lei (3, 19). Inoltre determinati aspetti di ciascuno di questi testi inducono a relativizzare la loro incidenza sul quadro complessivo delle categorie spaziali elegiache. Per quanto riguarda Tib. 2, 3, essa va comunque letta in considerazione del carattere umoristico e parodico che caratterizza l’improbabile figura dell’amante urbano improvvisatosi contadino; in Prop. 2, 19 non è prefigurata alcuna prospettiva di unione tra gli amanti nei rura o nei boschi; mentre in Prop. 3, 19 la ‘convocazione’ a Tivoli mostra un carattere episodico, e sembra più che altro finalizzata a dare la stura alle più cupe fantasie di pericoli notturni, oltre ad illustrare il tema della invulnerabilità degli amanti.

[30]   McKeown 1998, 342, riferendo un’opinione di Booth, ritiene che anche Corinna in 2, 11 sia partita al séguito di un dives amator, ma non credo che l’osservazione volesse essere estesa a 2, 16. Il commentatore, a 338, definisce l’elegia un προπεμπτικόν rivolto a Corinna, ma anche qui ritengo si riferisca al viaggio che il poeta la invita a compiere per raggiungerlo. Di opinione diversa, come sopra accennato, Brandt 1911, 23-24, il quale ritiene che la lontananza della donna in 2, 16 sia dovuta al prolungarsi dello stesso viaggio cui fa riferimento l’elegia precedente. Contro l’ipotesi di un viaggio di Corinna in terre lontane credo deponga il fatto che la sua lontananza è presentata in più punti come tale da poter essere ‘risolta’ velocemente, e per via terrestre: al v. 16 si parla di viae che solcano la terra, ma soprattutto nel finale dell’elegia (vv. 47-52) Ovidio invita la donna a raggiungerlo tramite un piccolo carro. Così McKeown 1998, 364-365: “L’essedum era un carro celtico a due ruote, con cui i Romani fecero la loro prima conoscenza in guerra, ma di cui presto si appropriarono ed adattarono come veicolo alla moda. […] Suggerendo questo mezzo di trasporto, Ovidio non solo lusinga la sua donna così attenta alla moda, ma implica anche che il viaggio sarà facile”. Vd. anche Brandt 1911, 129, che definisce il cocchio in questione “un grazioso veicolo di lusso, in particolare per viaggiatrici di sesso femminile”. Non deve infatti sfuggire che la domina è invitata a reggere ella stessa le redini del piccolo veicolo (v. 50).

[31]   Vd. McKeown 1998, 342 ad Ov. Am. 2, 16, 17-18: “Il desiderio di Ovidio è paradossale, in quanto ‘ciò che egli vuole era, in un certo senso, già una pratica comune; in quanto le puellae della poesia di fatto seguivano regolarmente gli iuvenes nei lunghi viaggi… il problema era che questi iuvenes non erano mai i loro devoti poetae (vd. Booth sui vv. 15-18, il quale cita Licoride in Verg. Ecl. 10, Cinzia in Prop. 1.8 e, per inferenza, la stessa Corinna in 2,11)”. Che la situazione di Corinna in Am. 2, 11 sia la stessa, non è dimostrabile se non, appunto, per inferenza, nondimeno alla lista di Booth credo si possa aggiungere la Nemesi di Tib. 2, 3, la quale ha seguito un ricco spasimante nella campagna tanto invisa al poeta-amante cittadino.

[32]   In Prop. 1, 8 leggiamo un distico che riassume quanto più efficacemente il nucleo centrale della visione elegiaca dello spazio: illi carus ego et per me carissima Roma / dicitur, et sine me dulcia regna negat. Si può dire che il concetto della presenza dell’amata come dos loci (vd. Ov. Her. 15, 146) sia stato sostanzialmente ereditato da Ovidio, il quale però, applicandolo in modo non pregiudiziale a qualunque luogo in cui i due amanti si trovino insieme, di fatto lo usa per argomentare contro uno dei capisaldi dell’organizzazione simbolica dello spazio nei testi degli altri elegiaci.

[33]   Il motivo rientra fra quelli che non sono passati dal liber catulliano al più selettivo universo tematico elegiaco (vd. Cat. 11, 1-14, dove però era riferito a Furio e Aurelio, amici del poeta). Per un più completo catalogo di ricorrenze, vd. McKeown 1998, 343-344. Il mito che diventa l’emblema di tale forma di dedizione è sin d’ora quello di Ero e Leandro (Ov. Am. 2, 16, 31-32): ritroveremo lo stesso riferimento mitologico anche in Ars 2, 252-253, oltre che, naturalmente, nelle Heroides.

[34]   La quale a sua volta costituiva, secondo Copley 1956, 125-127, una variazione un po’ stanca del motivo prettamente romano della supplica alla porta personificata. Sulla vicinanza della perorazione ovidiana in Ov. Am. 3, 6 a quella usuale dell’exclusus amator, vd. Donini 1969, 210 e Scivoletto 1976, 24.

[35]   Donini 1969, 210-222 offre una minuta analisi dell’elegia 3, 6 dal punto di vista stilistico e dei referenti intertestuali (per i quali vd. anche Brandt 1911, 156-161). Particolarmente centrata sull’‘epillio’ di Ilia è la trattazione di Sabot 1976, 482-491.

[36]   Per i soli Amores si potrebbero annoverare tra gli accenni diretti Ov. Am. 1, 4, 61-62; 1, 8, 77-78 (nell’elegia ‘normativa’ della lena; vd. poi i precetti dell’Ars amatoria); 1, 9 15-16; 19-20; 27-28 (all’interno della ‘ridefinizione’ dell’amore elegiaco nell’elegia della militia); 2, 1, 17-18 (in cui la chiusura della porta da parte dell’amata ha il potere di far tornare alla poesia elegiaca il poeta con velleità epiche); 2, 13, 3-4 (l’‘assedio’ alla porta, qui come in 1, 9, è paragonato al proprio corrispettivo militare); 3, 8, 23-24; 3, 11, 9-16. Sul tema della inutilità della custodia alla donna, e su quello opposto della sua indispensabilità per conferire allure alla conquista del poeta, Ovidio esperisce le proprie abilità argomentative rispettivamente in Am. 3, 4 e 2, 19, mentre la stessa Am. 2, 2 (la supplica al custos Bagoo, seguita dall’invettiva di 2, 3) costituisce un esempio dello sviluppo del motivo in senso retorico di cui si compiace Ovidio (per quanto il custos non coincida necessariamente con lo ianitor: cfr. Copley 1956, 168 n. 2). Forse più interessante ancora sarebbe vedere come la ‘piccola’ porta dell’amata divenga il simbolo spaziale della stessa elegia in opposizione alla grandiosa reggia della tragedia in Am. 3, 1, 39-40 e nei versi seguenti. Come era lecito aspettarsi, un così importante aspetto dell’amore elegiaco trova compiuta codifica nell’Ars amatoria (vd. 2, 523-528, dal punto di vista degli uomini; 3, 579-588 e 611-658 da quello delle donne), e ritorna nei Remedia amoris (vv. 31-32 e 35-36). Le occorrenze marginali del tema sono raccolte da Sabot 1976, 513-516 (la quale si occupa poi di Am. 1, 6 a 517-520), mentre Copley 1956, 125-131 rivolge la propria attenzione soltanto ad Am. 1, 6, e alla supplica di Ifi ad Anassarete in Met. 14, 698-758. Sul tema vd. ancora Scivoletto 1976, 23-25.

[37]   Cfr. Copley 1959, 125-134, in particolare a 125. Dello stesso parere Sabot 1976, 517: “Ovidio sfrutta qui il motivo per se stesso e non per illustrare altre idee. Egli lo spoglia di tutti i conflitti morali, psicologici e personali, e gioca con il tema cercando di renderlo divertente. In lui, né dolore né delusione. Nessuna disputa contro un codice morale. L’originalità non risiede nel contenuto, ma nell’impiego dei diversi elementi”.

[38]   La spinta dinamica, ‘centrifuga’ dell’attivismo erotico ovidiano trova una singolare affermazione simbolica in un’elegia di cui si è occupato in modo illuminante Labate 1984, 69-78: Ov. Am. 2, 9. Come ha mostrato lo studioso, qui (come anche in Am. 1, 12) il comportamento dello stesso dio Amore, e poi i rapporti tra il dio e l’amante suo suddito, sono descritti in relazione alle categorie mentali e tramite un vocabolario propri della sfera del pubblico a Roma, e anzi propriamente dell’imperialismo romano. Tale rapporto, sostiene ancora Labate, viene esplicitato in Am. 2, 9, 17-18 (Roma, nisi inmensum vires promosset in orbem, / stramineis esset nunc quoque tecta casis). A Cupido l’amante ha rimproverato di infierire su coloro che sono già sotto il suo potere, e adesso addita l’esempio di Roma, che ha sempre rivolto la propria energia conquistatrice verso l’esterno, senza accontentarsi dei territori già ottenuti.

[39]   Così Labate 1984, 94. La bibliografia fondamentale sulla militia amoris, in cui un posto fondamentale è sempre accordato all’elegia ovidiana in esame, comprende la dissertazione di Spies 1930; Thomas 1964, 151-165; Murgatroyd 1975, 59-79; Sabot 1976, 491-502; Labate 1984, 90-97; Conte 1991, 53-57; Lucifora 1996, 153-167 . Specificamente su Ov. Am. 1, 9 si vedano il commento all’elegia di Barsby 1973, 106-114 e Pianezzola 1999 (b), 135-142 (dedicato, quest’ultimo, esclusivamente ad Ov. Am. 1, 9).

[40]   Per il nostro discorso, il punto di riferimento bibliografico più importante resta l’acuta lettura dell’elegia di Labate 1984, 90-97 sulla perdita del carattere ‘antifrastico’ della metafora del miles amoris nel segno della ‘retorica congiuntiva’ ovidiana, mirante a rendere il mondo dell’elegia latina compatibile, e dunque commensurabile, con le categorie mentali romane. Sarebbe impossibile soffermarsi ulteriormente sulla pregnanza simbolica della stessa iunctura qui scelta da Ovidio (longa via), e soprattutto sui significati che essa veicola, aspetti entrambi per cui sono costretto a rinviare ancora alla mia tesi di dottorato (vd. supra, n. 2). Dal commento di McKeown è possibile trarre una dettagliata informazione sui luoghi paralleli riguardanti: l’idea di un innamorato ‘attivo’ (si tratta di passaggi tratti esclusivamente dall’ambito greco: vd. McKeown 1989, 257-258); i disagevoli viaggi militari e il tema del viaggio degli amanti (a 264); le avverse condizioni atmosferiche per soldati ed amanti (a 266).

[41]   Di fronte all’assimilazione del tema del viaggio all’universo elegiaco operata in componimenti così pregnanti all’interno della raccolta degli Amores, la tirata contro la brama dei viaggi all’interno del noto brano relativo all’età di Saturno in Ov. Am. 3, 8, 43-44 e 49-52 evidenzia una contraddizione difficilmente sanabile, così come l’intera tirata diatribica che Labate 1984, 116 definisce “piuttosto imbarazzante” per l’interprete. A proposito dell’intera elegia, lo studioso conclude: “Chissà che qualche volta non sia consentito davvero al filologo di cavarsela con la storia dell’ingombrante ricordo di scuola” – ma per quanto riguarda in particolare l’aspetto del rifiuto della navigazione, all’influenza di una diatriba da suasoriae andrà aggiunta almeno la volontà di adeguarsi, almeno per una volta, alle più ‘ortodosse’ convenzioni elegiache. Sull’elegia si confronti anche La Penna 1979, 200. Gli spunti di polemica diatribica non sono frequenti negli Amores ovidiani: si potrebbe citare al più Ov. Am. 2, 11, 33-34, contro l’avidità degli avidi naviganti (cfr. Prop. 3, 7, l’elegia sulla morte di Peto).

[42]   Il collegamento con un aspetto preciso della realtà della vita romana accomuna la gita a Lanuvio di Cinzia in Prop. 4, 8 e quella a Faleri della moglie di Ovidio in Am. 3, 13: il motivo (o, per l’amica di Properzio, forse il pretesto) è rappresentato da un rito in onore di Giunone. Si tratta del culto di Iuno Sospita a Lanuvio (cfr. Fedeli 1965, 206 ad Prop. 4, 8, 3, ed anche Enk 1962, 406 ad Prop. 2, 32, 6); di Iuno Curitis a Faleri (cfr. Brandt 1911, 186 ad Ov. Am. 3, 13, 1). Tra l’altro, anche il rito di Giunone a Faleri sembra avere la connotazione di un rito di fertilità, di natura ierogamica (vd. ancora Brandt 1911, 186, con ulteriore bibliografia).

[43]   Come è noto, non solo l’Egitto rappresentava in questa età il vero centro culturale ed economico dell’ellenismo, ma rimase l’ultimo regno ellenistico a mantenere la propria identità e la propria autonomia, fino a divenire, nello scontro culminante della lunga stagione delle guerre civili, addirittura la controparte ‘orientale’ del blocco sociale e militare italico-occidentale aggregatosi intorno ad Ottaviano. Né si dimentichi che anche dopo l’assoggettamento del regno tolemaico Augusto si era preoccupato di riservargli uno statuto amministrativo speciale, mantenendolo sotto la propria diretta dipendenza – segno dell’importanza strategica dell’Egitto, e della particolare delicatezza delle problematiche legate alla sua gestione.

[44]   Così ad esempio Della Corte, 1966, 332.

[45]   Vd. Gaisser 1971, 221-229; Bright 1975, 31-46 e Id. 1978, 60. Sulla figura divina di Osiride nell’elegia (visto come dio di tutta la vegetazione, e non solo come corrispondente di Bacco), cfr. ancora Alfonsi 1968, 475-476, con ulteriori rimandi bibliografici.

[46]   Tale la tesi, nel complesso poco convincente, di Riposati 19672, 173-174.

[47]   Cfr. ancora Della Corte, 1966, 332-333 e poi Id. 1989, 198 e 202.

[48]   Vd. Hanslik 1970, 142, il quale scorge spunti di ironia verso i culti ‘esotici’, e ricorda la menzione di divinità fortemente connotate come romane, quali Saturno, i Lari, i Penati, seguìto in questo da Mills 1974, 228.

[49]   Il più convinto nello scorgere i contorni un’ostilità tibulliana verso i culti non quiritari, a partire da quello egiziano di Iside, è Morelli 1991, 181-183 e n. 30, il quale cita a raffronto anche il cenno sprezzante ai riti di Opi/Cibele in Tib. 1, 4, 67-70. Sull’ipotesi, cfr. ancora Bright 1978, 52-63 e Della Corte 1986, 7-8.

[50]   Vd. McKeown 1998, 280-281: “Specialmente date le ripercussioni della lotta contro Antonio e Cleopatra (la νέα Ἶσις di Plut. Ant. 54.9; cfr. il commento di Pelling), Iside e il suo séguito subirono una disapprovazione ufficiale, di cui troviamo un riflesso in Verg. Aen. 8.696 ss. e Prop. 3.11.39 ss. Eppure la diffusione del culto isiaco aveva raggiunto un tale séguito in questo periodo che sarebbe affrettato rinvenire in questi versi un vero e proprio affronto al regime. Per la distinzione tra i pronunciamenti ufficiali di Augusto contro i culti egiziani e le sue vedute più tolleranti sulle cerimonie private, si veda Takács (1995), specialmente a 75 ss.” [=  Takács, S.A., Isis and Sarapis in the Roman world, Leiden 1995]. Su Ilizia, basti rimandare a McKeown 1998, 288. La menzione della Gallica turma al v. 28 potrebbe rinviare ad una terza divinità, Cibele (così commenta Brandt 1911, 121 e 217-218, sostenendo che Iside e Cibele venivano spesso scambiate), ma l’oscuro riferimento a questa forma di culto costituisce un problema esegetico più complesso, che McKeown 1998, 287-288 inquadra dal punto di vista storico-religioso e della stessa costituzione del testo senza ricorrere all’ipotesi di una confusione tra Iside e Cibele.

[51]   Si confrontino i versi di Prop. 2, 24, 15-18: ecce coronatae portum tetigere carinae, / traiectae Syrtes, ancora iacta mihist. / nunc demum vasto fessi resipiscimus aestu, / vulneraque ad sanum nunc coiere mea. Vd. Brandt 1911, 180, il quale, per l’immagine del ritorno in porto della nave, cita anche Verg. Georg. 1, 303-304.

[52]   Così, ad esempio, il commento di Brandt 1911 oppure l’edizione critica di  Showerman-Goold 1977. L’ipotesi di una divisione dell’elegia viene rigettata con argomenti convincenti da Franzoi 1993, 31-40.

[53]   Per un’operazione letteraria come quella compiuta in Ov. Am. 3, 11 trovo che il quadro ermeneutico più adatto sia quello dell’‘ironia’ nel senso precisato da Conte 1991, 63-70, ovvero come ‘dialettica riflessiva’, auto-consapevolezza delle regole del genere che costituisce il presupposto fondamentale per la loro riscrittura ma insieme ne permette ancora la sopravvivenza.

[54]   Sul piano della strenuitas, seppure rivolta ad un obiettivo non contemplato tra quelli della morale tradizionale (l’amore della puella), l’etica erotica diviene dunque commensurabile a quella comune: vd. il fondamentale saggio di Labate 1984 già più volte citato, passim. Sulla novità profonda dell’Ars amatoria, al di là del suo cercato rispecchiamento della topica erotica soprattutto elegiaca, cfr. ancora  Wildberger 1998, 214-242; Conte 1991, 53-94 e 72-76 o Pianezzola 1999 (c), 143-159.

[55]   Si vedano in particolare le raccomandazioni ai giovani (Ars 1, 487-494) sull’audacia e l’intraprendenza anche ‘fisica’ degli approcci – particolarmente vivace il quadretto del corteggiatore che cerca di accostare la donna sulla lettiga o a passeggio tra i portici – o gli speculari ammonimenti alle fanciulle (3, 383-394) sull’opportunità del ‘presenzialismo’ nei luoghi d’incontro della capitale.

[56]   Sui versi incipitari, così Hollis 1977, 34: “Gli epiteti applicati alle navi ed ai carri, citae e leves, assumono particolare pregnanza poiché mobilità e volubilità sono note qualità dell’amore che Ovidio deve controllare”. Per quanto riguarda il campo metaforico della navigazione, sulle cui ascendenze omeriche cfr. Citroni 1984, 157-167 (ripreso in  Pianezzola 1991, 186), è ancora possibile citare Ov. 1, 367-368 (‘vela’ e ‘remi’ nella persuasione della fanciulla da parte dell’ancella); 399-404 (i tempora adatti per prendere il mare); 2, 9-10 (la nave dell’amante è ancora in alto mare); 337-338 (i migliori venti da usare per calibrare l’andatura); 671-672 (navigazione, agricoltura e guerra sono accostate all’attività amorosa; cfr. Labate 1984, 98-103); 275-278 (calibrare l’uso delle vele per giungere insieme alla donna alla meta dell’orgasmo); 3, 259-360 (la donna priva di bellezza è come un marinaio nella tempesta). Variazioni sul tema sono costituite da Ars 1, 381-382 (Ovidio non consiglia all’amante di camminare per vette aguzze, rischiose) e 3, 555-558 (la donna deve regere l’amante, come si fa coi cavalli, con accortezza).

[57]   In questo caso appare prevalente il Leitmotiv dell’equitazione: sempre partendo dal proemio, il primo rimando è ad Ars 1, 39-40 (hic modus, haec nostro signabitur area curru: / haec erit admissa meta terenda rota). Ad esso può essere accostato 2, 525-428, in cui pure alla metafora è attribuito un valore ‘strutturale’ nella dispositio dei temi (il poeta rinuncia ad invadere il campo delle arti magiche, e ritorna nell’ambito della didascalica propriamente erotico-libertina). In quest’ultimo passaggio la metaforica del movimento è piegata in pochi versi a tre diversi campi d’applicazione, tra i quali non si potrà negare una forma di rispecchiamento: ai vv. 525-428, il paragone con la nave riguarda, come abbiamo visto, alla poesia di Ovidio; in 429-432 la stessa immagine è riferita alla levitas degli innamorati, simile ad un’imbarcazione spinta da venti diversi; infine, ai vv. 433-434, la metafora del cocchio (più adatta a significare anche il concetto di abilità, tanto del poeta quanto dell’amante accorto) rinvia all’arte di gestire abilmente la gelosia dell’amata. Coerente con l’immagine della gara tra carri potrebbe essere Ars 2, 733-744, laddove giunto al finale del secondo il poeta richiede la palma della vittoria (tra i referenti mitici di eroi vittoriosi non manca al v. 738, subito prima della menzione di Ovidio stesso, Automedonte, campione nella corsa dei cocchi), e potremmo citare ancora Ars 3, 467-468 (dove ritorna ancora una volta il valore ‘strutturale’ dell’immagine; vd. Janka 1997, 502-503), ma soprattuto andrà tenuta presente la conclusione dell’intero poema, in cui Ovidio, terminato il lusus, dice essere tempo di discendere da un carro che scopriamo essere stato condotto dai cigni (Ars 3, 809-810). Sull’intero campo metaforico, un commento di portata generale è in Janka 1997, 324-325. Quanto alla metafora della traversata per mare, la ritroviamo in posizione ‘forte’ nella chiusa del primo libro (Ars 1, 771-772; vd. Hollis 1977, 149), e ancora in 3, 25-26; 3, 99-100; 3, 747-748 (vd. Gibson 2003, 3-5).

[58]   Andrà anche annotato come il libro si apra proprio sul motivo della congenita mobilità di Amor, fanciullo alato (Ars 2, 17-20). Nel proemio del libro, però, l’obiettivo dell’innamorato che ha ormai conquistato la propria preda è proprio di inibire questa caratteristica dell’amore – solo nella propria partner, s’intende.

[59]   Vd. Monella 2005, 125-139, cui rimando per una trattazione più dettagliata.

[60]   Sul peculiare rapporto tra l’Ars amatoria e l’elegia d’amore vd. Conte 1991, 71: nel poema didascalico “attori e comportamenti sono quelli dell’elegia ma non rispondono più a quella retorica fatta di prospettive ‘limitate’ e parziali”.

[61]   Sui rapporti tra il passaggio relativo ai rura nei Remedia amoris e le Georgiche virgiliane vd. Giordano 1992, 89-95, il quale conclude come segue: “una operazione di questo tipo, mirante ad assegnare al modello agricolo un significato alternativo rispetto a quello che esso aveva nelle Georgiche, per la riduzione di una ideologia sociale, quale era quella dell’opera virgiliana, ad un àmbito individuale, ‘privato’, quale è quello della sfera amorosa, finiva per risultare implicitamente antiaugustea” (così a 95). Mi pare che tale conclusione si possa agevolmente ribaltare, affermando che il recupero dell’ideologia romana della terra proprio in funzione ‘anti-elegiaca’, e in stretta relazione con l’intertesto virgiliano, costituisca anzi un uso per nulla dissacratorio di essa (semmai solo scopertamente strumentale). Tale ideologia infatti, oltre a riguardare la dimensione collettiva dello Stato romano per via della restaurazione dei valori quiritari propugnata da Augusto, aveva da sempre riguardato anche la sfera privata. Conte 1991, 82, per parte sua, annota che “l’agricoltura, l’attività economica tradizionale del signore romano […] è raccomandata come modello di vita in cui i tratti dell’utile quasi cedono di fronte alle preponderanti attrattive estetiche che può offrire una tenuta di campagna”. Anche la fuga nei luoghi selvaggi della caccia vanta una propria tradizione all’interno del genere elegiaco, almeno se nell’ambito della riflessione intorno alle dinamiche di tale genere riconosciamo un ruolo alla decima ecloga virgiliana, e all’immagine di Gallo che, di fronte all’abbandono di Licoride, cerca un’impossibile medicina furoris nella caccia tra i Parthenii saltus (Verg. Buc. 10,  55-60). Né si dimenticherà l’avversione di Sulpicia per l’attività venatoria cui si dedica Cerinto in Ps.-Tib. 3, 9 (vd. la topica opposizione tra Diana e Venere, che ritroviamo in Ov. Rem. 199-200, cfr. Ps.-Tib. 3, 9, 19-20). Sulle molteplici ascendenze letterarie dell’intero passaggio, cfr. Pinotti 1988, 156-157 e le singole note di commento nelle pagine seguenti.

[62]   Sui rapporti tra Ars amatoria e Remedia amoris vd. almeno Hollis 1973, 84-115; Küppers 1981, 2507-2551 e Conte 1991, 53-94.

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Orazio, Carm. I 37: Cleopatra, simbolo di ‘libido’ orientale e di virtù romana

di F. Piazzi – A. Giordano Rampioni, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 2. Augusto e la prima Età imperiale, Bologna 2004, pp. 224-227; trad. it. di E. Mandruzzato.

 

Giuseppe Amisani, Cleopatra lussuriosa. Olio su tela, 1900.

 

L’ode fu composta nell’agosto del 30 a.C., dopo l’annunzio della presa d’Alessandria e del suicidio di Cleopatra, seguito a quello d’Antonio. L’attacco impetuoso cita l’incipit dell’ode alcaica in morte del tiranno (fr. 332 L.P.: «Ora bisogna ubriacarsi e bere a forza, perché Mirsilo è morto») e risponde alla domanda dell’epodo IX (Quando repositum Caecubum… bibam?), scritto l’anno prima per la vittoria di Azio: una vittoria che non consentiva festeggiamenti, perché lasciava l’Oriente in mano ad Antonio. L’ansia dei Romani, accresciuta da una libellistica oracolare che adombrava la fine del potere di Roma e la riscossa dell’Oriente, si dissolse all’annuncio della morte della regina, portato a Roma da Marco Tullio Cicerone, figlio dell’oratore.

Al modello alcaico si aggiunge quello pindarico, alto e solenne, come il più adatto all’intento di celebrare l’eroe che libera l’umanità da un fatale monstrum. Di qui il tono magniloquente, la connessione logica resa «ardua» (anche se non oscura) dalla sintassi densa di subordinate, dall’accumulo di periodi ampi arditamente agganciati mediante un dimostrativo, un participio, un relativo. Di qui le contorsioni di un’eloquenza a larghe vedute, la tendenza alla megaloprépeia (la magnificenza), «il male più funesto della lirica civile di Orazio» (La Penna).

Sebbene questa sintassi poetica, complicata ulteriormente dal gioco degli enjambements, non agevoli il riconoscimento della struttura, Elisa Romano individua una tripartizione del contenuto secondo le tematiche: ubriachezza (1-12), follia (12-21), coraggio (21-32). Ottaviano è al centro dell’ode tra due blocchi dedicati alla regina, che dall’uno all’altro muta da femmina corrotta e folle (immagine conforme al cliché della propaganda augustea) a donna fiera e coraggiosa.

Malgrado la centralità di Ottaviano, l’ode non è un panegirico del princeps. Vera protagonista è la regina, nella cui caratterizzazione confluiscono «il modello catoniano del suicidio stoico… il tema, archilocheo e oraziano, della virile accettazione della sorte… l’atteggiamento tipicamente romano del rispetto dei vinti» (Romano).

Certo l’intento encomiastico obbliga Orazio all’interpretazione «ufficiale» degli eventi, quella conforme alla propaganda, che vede nella battaglia lo scontro tra Oriente corrotto e autocratico e Occidente libero e romano, tacendo la realtà della guerra civile. L’intonazione epico-celebrativa impone una velocizzazione degli eventi che esalta la virtus dell’eroe con scarso rispetto della realtà storica. Tuttavia, nella seconda parte dell’ode la propaganda tace, anzi, se mai è rovesciata: «La nobile e fiera figura della regina che vultu sereno va incontro alla morte sovrasta su tutti e su tutto e cancella il vittorioso protagonista. Una personalità più forte ha preso il sopravvento e funge, per così dire, da correttivo allo zelo encomiastico della prima parte» (V. Cremona). Il cambiamento di genere grammaticale (fatale monstrum: quae…) sottolinea il trapasso fulmineo: da simbolo del furor e della libido orientali a simbolo del pati fortia e della virtù romana.

Rispetto a Virgilio che ritrae la sposa egizia di Antonio (nefas!) in pavida fuga (inter caedes pallentem morte futura, Aen. VII 675 ss.), rispetto a Properzio che con compiaciuta misoginia immagina «qual splendido trionfo sarebbe stato quello in cui una sola donna fosse trascinata per le vie attraverso le quali era stato condotto l’africano Giugurta» (IV 6), Orazio rivela autonomia di giudizio e assenza di cortigianeria. Egli è disposto a riconoscere nobiltà e grandezza tragica alla regina avversaria di Roma, sulla scia di Sallustio, autore di ritratti di nemici di Roma romanticamente, come Cleopatra, «ricchi di vizi e di virtù» (si pensi al ritratto di Giugurta o di Catilina).

 

Nunc est bibendum, nunc pede libero

pulsanda tellus; nunc Saliaribus

ornare puluinar deorum

tempus erat dapibus, sodales.

antehac nefas depromere Caecubum

cellis auitis, dum Capitolio

regina dementis ruinas,

funus et imperio parabat

 

contaminato cum grege turpium

morbo uirorum quidlibet inpotens

sperare fortunaque dulci

ebria. sed minuit furorem

 

uix una sospes nauis ab ignibus

mentemque lymphatam Mareotico

redegit in ueros timores

Caesar ab Italia uolantem

 

remis adurgens, accipiter uelut

mollis columbas aut leporem citus

uenator in campis niualis

Haemoniae, daret ut catenis

 

fatale monstrum. quae generosius

perire quaerens nec muliebriter

expauit ensem nec latentis

classe cita reparauit oras.

 

ausa et iacentem uisere regiam

uoltu sereno, fortis et asperas

tractare serpentes, ut atrum

corpore conbiberet uenenum,

 

deliberata morte ferocior;

saeuis Liburnis scilicet inuidens

priuata deduci superbo,

non humilis mulier, triumpho.

 

Questa è l’ora di bere,

battere il suolo senza ceppi al piede,

fratelli; d’onorare nel triclinio

gli Dèi con le vivande più sontuose:

prima, versare il cecubo degli avi

fu sacrilegio mentre la Regina

tramava al Campidoglio distruzioni

di brutto sogno e la morte all’Impero,

 

con una mandra contagiata d’uomini

impuri: smisurati

piani, nella lusinga della sorte,

nella follia. Ma spense la demenza

 

l’unica nave salva tra gl’incendi.

E il Cesare portò nella mente ebra

di vino mareotico realtà

e terrore, spiccandosi d’Italia

 

ad inseguire il volo dei remeggi,

sparviero dietro morbide colombe,

cacciatore sui campi e sulle nevi

di Tessaglia, per mettere in catene

 

il prodigio del Fato. E lei cercò

una morte più nobile. Non fu

donna. La spada non la spaventò.

Non riparò con la veloce flotta

 

tra rive ignote. Osò guardare

serena in viso la reggia abbattuta,

senza timore maneggiò atroci

serpenti, per intridersi di neri

 

veleni. Scelta la morte, divenne

più fiera. E si rubò alle crudeli

liburne, al più superbo dei trionfi:

non più regina, donna nella gloria.

Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Liv. V 35, 4-38, in Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione. III (libri V-VII), traduzione di M. Scàndola, note di C. Moreschini, Milano 201011, pp. 90-99.

 

35

[…]

 

(4) Clusini nouo bello exterriti cum multitudinem, cum formas hominum inuisitatas cernerent et genus armorum audirentque saepe ab iis cis Padum ultraque legiones Etruscorum fusas, quamquam aduersus Romanos nullum eis ius societatis amicitiaeue erat, nisi quod Ueientes consanguineos aduersus populum Romanum non defendissent, legatos Romam, qui auxilium ab senatu peterent, misere. (5) de auxilio nihil impetratum; legati tres M. Fabi Ambusti filii missi, qui senatus populique Romani nomine agerent cum Gallis, ne, a quibus nullam iniuriam accepissent, socios populi Romani atque amicos oppugnarent. (6) Romanis eos bello quoque, si res cogat, tuendos esse; sed melius uisum bellum ipsum amoueri, si posset, et Gallos, nouam gentem, pace potius cognosci quam armis.

 

I Chiusini, atterriti dall’insolita guerra, considerando il gran numero, l’aspetto insolito di quella gente, il loro armamento, e sentendo ch’essi avevano più volte sbaragliato le legioni degli Etruschi di qua e di là dal Po, sebbene non avessero coi Romani alcun vincolo d’alleanza o d’amicizia, a parte il fatto ch’essi non avevano difeso i Veienti loro consanguinei contro il popolo romano, mandarono ambasciatori a Roma a chiedere aiuto al Senato. In quanto ad aiuti non ne ottennero alcuno; furono solo inviati come ambasciatori i tre figli di Marco Fabio Ambusto a trattare coi Galli, a nome del Senato e del popolo romano, perché non assalissero gli alleati ed amici del popolo romano, dai quali non avevano ricevuto alcun torto: i Romani avrebbero dovuto difenderli anche con la guerra se le circostanze lo richiedevano; ma pareva più opportuno che la guerra si evitasse, possibilmente, e che si facesse la conoscenza dei Galli, nuovo popolo, in pace piuttosto che in armi.

 

36

 

(1) Mitis legatio, ni praeferoces legatos Gallisque magis quam Romanis similes habuisset. quibus, postquam mandata ediderunt in concilio Gallorum, datur responsum, (2) etsi nouum nomen audiant Romanorum, tamen credere uiros fortes esse, quorum auxilium a Clusinis in re trepida sit inploratum; (3) et quoniam legatione aduersus se maluerint quam armis tueri socios, ne se quidem pacem, quam illi adferant, aspernari, si Gallis egentibus agro, quem latius possideant quam colant Clusini, partem finium concedant; aliter pacem impetrari non posse. (4) et responsum coram Romanis accipere uelle et, si negetur ager, coram iisdem Romanis dimicaturos, ut nuntiare domum possent, quantum Galli uirtute ceteros mortales praestarent. (5) quodnam id ius esset, agrum a possessoribus petere aut minari arma, Romanis quaerentibus, et quid in Etruria rei Gallis esset, cum illi se in armis ius ferre et omnia fortium uirorum esse ferociter dicerent, accensis utrimque animis ad arma discurritur et proelium conseritur. (6) ibi iam urgentibus Romanam urbem fatis legati contra ius gentium arma capiunt. nec id clam esse potuit, cum ante signa Etruscorum tres nobilissimi fortissimique Romanae iuuentutis pugnarent; tantum eminebat peregrina uirtus. (7) quin etiam Q. Fabius euectus extra aciem equo ducem Gallorum ferociter in ipsa signa Etruscorum incursantem per latus transfixum hasta occidit; spoliaque eius legentem Galli agnouere, perque totam aciem Romanum legatum esse signum datum est. (8) omissa inde in Clusinos ira receptui canunt minantes Romanis. erant, qui extemplo Romam eundum censerent; uicere seniores, ut legati prius mitterentur questum iniurias postulatumque, ut pro iure gentium uiolato Fabii dederentur. (9) legati Gallorum cum ea, sicut erant mandata, exposuissent, senatui nec factum placebat Fabiorum, et ius postulare barbari uidebantur; sed ne id, quod placebat, decerneret in tantae nobilitatis uiris, ambitio obstabat. (10) itaque ne penes ipsos culpa esset, si clades forent Gallico bello acceptae, cognitionem de postulatis Gallorum ad populum reiciunt; ubi tanto plus gratia atque opes ualuere, ut, quorum de poena agebatur, tribuni militum consulari potestate in insequentem annum crearentur. (11) quo facto haud secus, quam dignum erat, infensi Galli bellum propalam minantes ad suos redeunt. tribuni militum cum tribus Fabiis creati Q. Sulpicius Longus, Q. Seruilius quartum, P. Cornelius Maluginensis.

 

Sarebbe stata una missione conciliante, se gli ambasciatori non fossero stati troppo impetuosi, più simili ai Galli che ai Romani[1]. Ad essi, dopo che ebbero esposto nell’adunanza gli incarichi ricevuti, fu risposto che, sebbene udissero per la prima volta il nome dei Romani, credevano tuttavia che fossero uomini coraggiosi, se i Chiusini avevano invocato il loro aiuto in un momento così critico; e poiché avevano preferito difendere gli alleati contro di loro piuttosto con le trattative che con le armi, neppure rifiutavano la pace ch’essi offrivano, purché i Chiusini, che possedevano una terra più vasta di quella che coltivavano, cedessero ai Galli, che ne avevano bisogno, una parte del loro territorio: altrimenti la pace non si sarebbe potuta ottenere[2]. La risposta volevano riceverla alla presenza dei Romani, e, se la terra fosse stata loro rifiutata, alla presenza degli stessi Romani avrebbero combattuto, perché potessero riferire in patria di quanto i Galli superassero in valore tutti gli altri uomini. Ai Romani, i quali chiedevano qual sorta di diritto fosse quello di pretendere terre da coloro che ne erano i proprietari o di minacciare la guerra, e che cosa avessero a che fare i Galli con l’Etruria, quelli risposero arrogantemente che il diritto lo portavano nelle armi, e che ogni cosa era di proprietà degli uomini coraggiosi; accesisi perciò gli animi da entrambe le parti, si corse alle armi e si attaccò battaglia. Allora, mentre ormai i fati incalzavano la città di Roma, gli ambasciatori, contro il diritto delle genti, impugnarono le armi. Né questo fatto poté restare nascosto, perché quei tre nobilissimi e coraggiosissimi rappresentanti della gioventù romana combattevano davanti alle insegne degli Etruschi: tanto chiaramente risaltava il valore di quei forestieri. Ché anzi Quinto Fabio[3], spintosi col suo cavallo fuori delle file, uccise, trapassandolo in un fianco con l’asta, il comandante dei Galli che si lanciava arditamente contro le insegne stesse degli Etruschi; e, mentre ne raccoglieva le spoglie, i Galli lo riconobbero, e per tutto l’esercito fu dato l’avviso ch’era l’ambasciatore romano. Deposta quindi l’ira contro i Chiusini, suonarono la ritirata, scagliando minacce contro i Romani. V’erano di quelli che pensavano che si dovesse immediatamente marciare contro Roma; ma prevalsero i più anziani, i quali ottennero che si mandassero prima ambasciatori a protestare per il torto ricevuto e a chiedere la consegna dei Fabi in seguito alla violazione del diritto delle genti. Gli ambasciatori dei Galli esposero i fatti secondo le istruzioni ricevute; ma, mentre il Senato disapprovava la condotta dei Fabi e giudicava legittima la richiesta dei barbari, d’altro canto gli intrighi impedivano che si prendessero opportuni provvedimenti, trattandosi di persone di sì alta nobiltà[4]. Pertanto, affinché non ricadesse su di loro la responsabilità di un’eventuale sconfitta in una guerra contro i Galli, rimisero al popolo l’esame delle loro richieste[5]; e su di esso tanto prevalsero il favore e le influenze, che coloro dei quali si reclamava la punizione furono eletti tribuni militari con potestà consolare per l’anno seguente. Irritati per questo fatto, com’era più che giusto, i Galli se ne tornarono dai loro minacciando apertamente la guerra. Insieme coi tre Fabi furono eletti tribuni militari Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio per la quarta volta, Publio Cornelio Maluginense.

Guerrieri senoni (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

37

 

(1) Cum tanta moles mali instaret – adeo obcaecat animos fortuna, ubi uim suam ingruentem refringi non uult –, ciuitas, quae aduersus Fidenatem ac Ueientem hostem aliosque finitimos populos ultima experiens auxilia dictatorem multis tempestatibus dixisset, (2) ea tunc inuisitato atque inaudito hoste ab Oceano terrarumque ultimis oris bellum ciente nihil extraordinarii imperii aut auxilii quaesiuit. (3) tribuni, quorum temeritate bellum contractum erat, summae rerum praeerant dilectumque nihilo accuratiorem, quam ad media bella haberi solitus erat, extenuantes etiam famam belli habebant. (4) interim Galli, postquam accepere ultro honorem habitum uiolatoribus iuris humani elusamque legationem suam esse, flagrantes ira, cuius inpotens est gens, confestim signis conuulsis citato agmine iter ingrediuntur. (5)  ad quorum praetereuntium raptim tumultum cum exterritae urbes ad arma concurrerent fugaque agrestium fieret, Romam se ire magno clamore significabant, quacumque ibant, equis uirisque longe ac late fuso agmine inmensum obtinentes loci. (6) sed antecedente fama nuntiisque Clusinorum, deinceps inde aliorum populorum, plurimum terroris Romam celeritas hostium tulit, (7) quippe quibus uelut tumultuario exercitu raptim ducto aegre ad undecimum lapidem occursum est, qua flumen Alia Crustuminis montibus praealto defluens alueo haud multum infra uiam Tiberino amni miscetur. (8) iam omnia contra circaque hostium plena erant, et nata in uanos tumultus gens truci cantu clamoribusque uariis horrendo cuncta conpleuerant sono.

 

Sebbene sovrastasse così immensa sventura, la città che contro i Fidenati, i Veienti e gli altri popoli confinanti era ricorsa all’estremo rimedio, nominando in molte circostanze un dittatore, in quell’occasione – a tal punto il destino accieca gli animi, quando non vuole che si annulli la sua incombente violenza – non cercò, contro un nemico mai visto e mai sentito nominare, che portava la guerra dall’Oceano e dagli estremi confini della terra[6], nessuna autorità, nessun aiuto straordinario. Il supremo comando era nelle mani di quei tribuni per la cui temerarietà ci si era tirati addosso la guerra, ed essi facevano una leva per nulla più accurata di quella che si era soliti fare per guerre ordinarie, sminuendo anzi l’importanza che a questa attribuiva la pubblica opinione. Frattanto i Galli, quando seppero che ai violatori del diritto umano si era perfino reso onore, e che ci si era fatti giuoco della loro ambasceria, ardenti d’ira, incapace com’è quel popolo di frenarla, immediatamente, levate le insegne, si misero in cammino a marce forzate. E mentre al tumulto destato dalla loro precipitosa avanzata le città atterrite correvano alle armi, e i contadini si davano alla fuga, essi, dovunque passavano, gridavano a squarciagola ch’erano diretti a Roma, occupando coi cavalli e con gli uomini, che avanzavano spiegati in lungo e in largo, uno spazio immenso. La rapida marcia dei nemici, benché fosse stata preceduta dalla fama e dai messi inviati dai Chiusini e poi via via da altri popoli, destò a Roma grandissimo terrore, poiché a stento si poté andar loro incontro, con un esercito quasi improvvisato e raccolto in fretta e furia, a undici miglia dall’Urbe, là dove il fiume Allia, scendendo con un letto assai profondo dai monti Crustumini, confluisce nel Tevere non molto al di sotto della strada[7]. Già ogni luogo, di fronte e all’intorno, era pieno di nemici, e quella gente, portata per natura agli inutili schiamazzi, aveva fatto echeggiare ovunque l’orrendo frastuono dei suoi selvaggi canti e dalle grida di varia natura.

 

Battaglia dell’Allia. Illustrazione di Alchetron.

 

38

 

(1) Ibi tribuni militum non loco castris ante capto, non praemunito vallo, quo receptus esset, non deorum saltem, si non hominum, memores nec auspicato nec litato instruunt aciem diductam in cornua, ne circumveniri multitudine hostium possent; (2) nec tamen aequari frontes poterant, cum extenuando infirmam et vix cohaerentem mediam aciem haberent. paulum erat ab dextera editi loci, quem subsidiariis repleri placuit; eaque res ut initium pavoris ac fugae, sic una salus fugientibus fuit. (3) nam Brennus, regulus Gallorum, in paucitate hostium artem maxime timens, ratus ad id captum superiorem locum, ut, ubi Galli cum acie legionum recta fronte concurrissent, subsidia in aversos transversosque impetum darent, ad subsidiarios signa convertit, (4) si eos loco depulisset, haud dubius facilem in aequo campi tantum superanti multitudine victoriam fore; adeo non fortuna modo, sed ratio etiam cum barbaris stabat. (5) in altera acie nihil simile Romanis, non apud duces, non apud milites erat. pavor fugaque occupaverat animos et tanta omnium oblivio, ut multo maior pars Veios, in hostium urbem, cum Tiberis arceret, quam recto itinere Romam ad coniuges ac liberos fugerent. (6) parumper subsidiarios tutatus est locus; in reliqua acie simul est clamor proximis ab latere, ultimis ab tergo auditus, ignotum hostem prius paene quam viderent, non modo non temptato certamine, sed ne clamore quidem reddito integri intactique fugerunt; (7) nec ulla caedes pugnantium fuit; terga caesa suomet ipsorum certamine in turba inpedientium fugam. (8) circa ripam Tiberis, quo armis abiectis totum sinistrum cornu refugit, magna strages facta est, multosque inperitos nandi aut invalidos, graves loricis aliisque tegminibus, hausere gurgites; (9) maxima tamen pars incolumis Veios perfugit, unde non modo praesidii quicquam, sed ne nuntius quidem cladis Romam est missus. (10)  ab dextro cornu, quod procul a flumine et magis sub monte steterat, Romam omnes petiere et ne clausis quidem portis urbis in arcem confugerunt.

 

Allora i tribuni militari, senza aver prima scelto una posizione adatta per l’accampamento, senza essersi assicurata la protezione d’una trincea dove potersi rifugiare, senza ricordarsi almeno degli dèi se non degli uomini, senza aver preso gli auspici e senza aver fatto i sacrifici propiziatori, schierarono l’esercito, distendendolo alle ali per evitare di essere circondati dal gran numero dei nemici: ciò nonostante non potevano opporre un fronte uguale al loro, mentre assottigliando il centro, lo rendevano debole e quasi disunito. Sulla destra v’era una piccola altura, che si decise di far occupare dalle truppe di riserva, e questa mossa, come segnò l’inizio del panico e della fuga, così rappresentò l’unica via di salvezza per i fuggitivi. Infatti Brenno, principe dei Galli, temendo soprattutto, data la scarsezza dei nemici, uno stratagemma, convinto che l’altura fosse stata occupata con lo scopo di permettere ai rincalzi di assalirli alle spalle e di fianco non appena i Galli avessero sferrato un attacco frontale contro il grosso delle nostre legioni, operò una conversione e marciò contro le truppe di riserva, non dubitando che, se le avesse sloggiate da quella posizione, nella pianura la vittoria sarebbe poi stata facile per i suoi ch’erano tanto superiore di numero: a tal punto, non solo la fortuna, ma anche la tattica stava dalla parte dei barbari. Dall’altra non v’era nulla che desse l’idea d’un esercito romano, né presso i comandanti, né presso i soldati. La paura e il desiderio di fuggire, insieme con l’oblio d’ogni dovere, avevano talmente invaso gli animi, che furono assai più quelli che preferirono rifugiarsi a Veio, nella città dei nemici, nonostante l’ostacolo del Tevere, anziché direttamente a Roma, presso le spose e i figli. La posizione protesse per poco tempo le riserve; nel resto dell’esercito, appena fu inteso il grido di guerra, di fianco dai più vicini, alle spalle dai più lontani, quasi ancor prima d’aver visto il nemico sconosciuto, senza avere, non solo tentato il combattimento, ma neppure levato il grido di guerra, freschi ed illesi com’erano, si diedero alla fuga; nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettate le armi, fu fatta una gran carneficina, e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio, donde non soltanto non fu mandato a Roma alcun aiuto, ma neppure la notizia della disfatta. Quelli dell’ala destra, ch’erano rimasti lontano dal fiume e più sotto il monto, si diressero tutti a Roma, e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca.

Illustrazione ricostruttiva della fuga degli opliti romani dalla battaglia, inseguiti da due guerrieri celti (Richard Hook)

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Note:

 

[1] Si presenta qui una tipologia della popolazione gallica ampiamente diffusa tra gli scrittori latini. Si sottolineano la ferocia e gli istinti bellicosi, ai quali si accompagnano, però, come aspetto negativo (e tale aspetto è assente nel guerriero romano), la scarsa resistenza alle difficoltà. Queste caratteristiche, si quelle positive sia quelle negative, si possono riscontrare in tutta la vicenda dell’invasione gallica.

[2] Gli abitanti di Chiusi sembrano essere dei grandi proprietari terrieri.

[3] Questo Quinto Fabio, il maggiore dei tre fratelli, era probabilmente quello che era stato console nel 412 a.C. (cfr. IV 52).

[4] La colpa, dunque, è del Senato e della nobile famiglia dei Fabii.

[5] Mentre il Senato avrebbe potuto benissimo decidere da solo.

[6] Un’affermazione che non risponde alla esatta realtà, ma deve essere considerata un’amplificazione retorica.

[7] Era la via Salaria.

Il grande incendio di Roma (18 luglio 64 d.C.)

Tacito, Annales XV 38-41 (trad. it. B. Ceva)

 

Hubert Robert, L’incendio di Roma. Olio su tela, 1785.

 

Sequitur clades, forte an dolo principis incertum (nam utrumque auctores prodidere), sed omnibus quae huic urbi per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior. initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit. neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. impetu peruagatum incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus inferiora populando, antiit remedia uelocitate mali et obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. ad hoc lamenta pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae aetas, quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. et saepe dum in tergum respectant lateribus aut fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in eodem casu reperiebant. postremo, quid uitarent quid peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam amissis omnibus fortunis, diurni quoque uictus, alii caritate suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio interiere. nec quisquam defendere audebat, crebris multorum minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces iaciebant atque esse sibi auctore‹m› uociferabantur, siue ut raptus licentius exercerent seu iussu.

 

Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia del principe, poiché gli storici interpretarono la cosa nell’un modo e nell’altro. È certo però che questo incendio per la sua violenza ebbe effetti più terribili e spaventosi di tutti gli incendi precedenti. Cominciò in quella parte del circo, che è contigua ai colli del Palatino e del Celio, dove il fuoco, appena scoppiato nelle botteghe in cui si trovavano merci infiammabili, subito divampò violento alimentato dal vento ed avvolse il circo per tutta la sua lunghezza, poiché non vi erano palazzi con recinti o templi circondati da mura o qualunque altra difesa che potesse arrestare la marcia delle fiamme. Spinto dalla violenza l’incendio si diffuse dapprima nei luoghi piani, poi salì ai colli e poi di nuovo invase devastando i luoghi bassi e con la sua rapidità prevenne ogni possibilità di rimedio, poiché il fuoco si appiccava con estrema facilità alle vie strette e tortuose e agli immensi agglomerati di case della vecchia Roma. A tutto ciò s’aggiungevano le grida lamentose delle donne atterrite e l’impaccio dei vecchi malfermi e dei bambini e coloro che cercavano di salvare sé e quelli che cercavano invece di aiutare altri, o trascinando i malati, o fermandosi ad aspettarli; chi s’indugiava, chi si precipitava, tutto era causa d’ingombro e d’impedimento. Avveniva spesso che qualcuno, mentre si sorvegliava le spalle, si trovava circondato dalle fiamme ai fianchi e di fronte; altri, poi, che erano fuggiti nelle vicinanze le trovavano già invase dall’incendio, e quelle località che avevano creduto immuni dal fuoco per la loro lontananza, vedevano, invece, avvolte nella medesima rovina. Alla fine, non sapendo più da quali luoghi fuggire ed in quali trovar riparo, si riversarono nelle vie e si buttarono prostrati nei campi; alcuni, per aver perduto ogni possibilità finanziaria anche per la vita di tutti i giorni, altri, invece, per la disperazione di non aver potuto salvare i propri cari, si abbandonarono inerti alla morte, pur avendo una possibilità di salvarsi. Nessuno poi aveva il coraggio di tentare qualche cosa contro l’incendio, di fronte alle frequenti minacce di coloro che ne impedivano l’estinzione ed alla vista di quelli che scagliavano torce ardenti e che dichiaravano a gran voce che avevano ricevuto un ordine, sia che facessero ciò per rapinare in piena libertà, sia che in realtà eseguissero un comando.

 

Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis hortos continuauerat, ignis propinquaret. neque tamen sisti potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum haurirentur. sed solacium populo exturbato ac profugo campum Martis ac monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab Ostia et propinquis municipiis pretiumque frumenti minutum usque ad ternos nummos. quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis cladibus adsimulantem.

 

In quel momento Nerone era ad Anzio, e non ritornò a Roma finché le fiamme non s’avvicinarono a quella casa che egli aveva edificato per congiungere il palazzo coi giardini di Mecenate. Non si poté, tuttavia, impedire al fuoco di avvolgere e distruggere il palazzo, la casa e tutti i luoghi circostanti. Per confortare il popolo vagante qua e là senza dimora, aperse il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, dove fece innalzare delle costruzioni improvvisate per offrire un rifugio alla moltitudine in miseria. Da Ostia e dai vicini municipi fece venire oggetti di prima necessità, fece ridurre il prezzo del grano a tre nummi per moggio. Tutti questi provvedimenti, per quanto di carattere popolare, non ebbero eco nel favore del popolo, perché si era diffusa la voce che nello stesso momento in cui la città era preda delle fiamme egli fosse salito sul palcoscenico del palazzo, ed avesse cantato l’incendio di Troia, raffigurando in quell’antica rovina la presente sventura.

 

Edicola. Cotto e marmo. Caserma della VII Cohors Vigilum, Trastevere (Roma).

 

Sexto demum die apud imas Esquilias finis incendio factus, prorutis per immensum aedificiis ut continuae violentiae campus et velut vacuum caelum occurreret. necdum pos‹i›t‹us› metus aut redierat plebi ‹spes›: rursum grassatus ignis patulis magis urbis locis; eoque strages hominum minor, delubra deum et porticus amoenitati dicatae latius procidere. plusque infamiae id incendium habuit quia praediis Tigellini Aemilianis proruperat videbaturque Nero condendae urbis novae et cognomento suo appellandae gloriam quaerere. quippe in regiones quattuordecim Roma dividitur, quarum quattuor integrae manebant, tres solo tenus deiectae: septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semusta.

 

Alla fine, sei giorni dopo, l’incendio cominciò a languire alle pendici dell’Esquilino, dopo che per larghissimo spazio erano stati abbattuti degli edifici, per lasciare all’incessante imperversare delle fiamme uno spazio vuoto e quasi il vuoto cielo. Lo spavento, tuttavia, non era ancora cessato né il popolo si era riavuto alla speranza, quando di nuovo il fuoco infuriò in località della città più aperte, per cui fu minore la strage di uomini; fu, pertanto, più ampia la distruzione di templi dedicati al culto degli dèi e portici destinati ai passeggi pubblici. Questo secondo incendio suscitò maggiore sdegno, perché era scoppiato nei Giardini Emiliani, uno dei possedimenti di Tigellino, per cui sembrava che Nerone volesse per sé la gloria di fondare una nuova città e di chiamarla col suo nome. Roma, infatti, era divisa in quattordici quartieri, dei quali quattro rimanevano intatti, tre abbattuti al suolo, degli altri sette rimanevano solo pochi ruderi rovinati ed abbruciacchiati.

 

Domuum et insularum et templorum quae amissa sunt numerum inire haud promptum fuerit: sed uetustissima religione, quod Seruius Tullius Lunae et magna ara fanumque quae praesenti Herculi Arcas Euander sacrauerat, aedesque Statoris Iouis uota Romulo Numaeque regia et delubrum Uestae cum Penatibus populi Romani exusta; iam opes tot uictoriis quaesitae et Graecarum artium decora, exim monumenta ingeniorum antiqua et incorrupta, ‹ut› quamuis in tanta resurgentis urbis pulchritudine multa seniores meminerint quae reparari nequibant. fuere qui adnotarent XIIII Kal. Sextilis principium incendii huius ortum, et quo Senones captam urbem inflammauerint. alii eo usque cura progressi sunt ut totidem annos mensisque et dies inter utraque incendia numerent.

Non è facile dare il numero delle case, degli isolati, e dei templi che andarono perduti. Fra questi vi furono quelli di più antico culto che Servio Tullio aveva dedicato alla Luna, la grande ara e il tempietto che l’Arcade Evandro aveva consacrato al nume presente di Ercole; furono inoltre arsi il tempio votato a Giove Statore da Romolo e la reggia di Numa e il santuario di Vesta con i penati del popolo romano. Furono così perduti ricchezze conquistate in tante vittorie e capolavori dell’arte greca, e con essi gli antichi e originali documenti degli uomini di genio, tanto che, per quanto Roma fosse risolta splendida, molte cose i vecchi ricordavano che non avrebbero più potuto essere rifatte. Vi furono coloro che notarono che l’incendio era scoppiato quattordici giorni avanti le calende di Agosto, lo stesso giorno in cui i Galli Senoni, presa Roma, l’avevano incendiata. Altri andarono più in là nel calcolo, in modo da stabilire che tra i due incendi era intercorso lo stesso numero di anni e di mesi e di giorni.

 

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Suet. Nero 38 (trad. it. F. Dessì)

 

Karl Theodor von Piloty, Nerone osserva l’incendio di Roma. Olio su tela, 1861.

 

Sed nec populo aut moenibus patriae pepercit. dicente quodam in sermone communi:

 

ἐμοῦ θανόντος γαῖα μειχθήτω πυρί,

 

«immo», inquit, «ἐμοῦ ζῶντος», planeque ita fecit. nam quasi offensus deformitate ueterum aedificiorum et angustiis flexurisque uicorum, incendit urbem tam palam, ut plerique consulares cubicularios eius cum stuppa taedaque in praediis suis deprehensos non attigerint, et quaedam horrea circa domum Auream, quorum spatium maxime desiderabat, [ut] bellicis machinis labefacta atque inflammata sint, quod saxeo muro constructa erant. per sex dies septemque noctes ea clade saeuitum est ad monumentorum bustorumque deuersoria plebe compulsa. tunc praeter immensum numerum insularum domus priscorum ducum arserunt hostilibus adhuc spoliis adornatae deorumque aedes ab regibus ac deinde Punicis et Gallicis bellis uotae dedicataeque, et quidquid uisendum atque memorabile ex antiquitate durauerat. hoc incendium e turre Maecenatiana prospectans laetusque «flammae», ut aiebat, «pulchritudine», Halosin Ilii in illo suo scaenico habitu decantauit. ac ne non hinc quoque quantum posset praedae et manubiarum inuaderet, pollicitus cadauerum et ruderum gratuitam egestionem nemini ad reliquias rerum suarum adire permisit; conlationibusque non receptis modo uerum et efflagitatis prouincias priuatorumque census prope exhausit.

 

Ma non risparmiò nemmeno il popolo né le mura della sua patria. Quando un tale, durante una conversazione, citò il verso greco:

 

Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco,

 

Nerone disse: «Anzi, che scompaia mentre sono vivo!», e realizzò completamente questo suo desiderio. Infatti, come se si sentisse ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalla strettezza delle strade sinuose, incendiò Roma in modo così sfacciatamente palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro proprietà i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini di grano, vicini alla Domus Aurea e di cui Nerone desiderava occupare l’area, vennero demoliti con macchine da guerra e incendiati, perché erano costruiti in pietra. Quel flagello incrudelì per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero infinito di case popolari, furono divorate dall’incendio anche le case degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dèi, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di esser visto o ricordato fin dall’antichità.

Nerone, mentre contemplava l’incendio dalla torre di Mecenate, «allietato – sono le sue parole – dalla bellezza delle fiamme», cantò La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena. E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantità possibile di preda e di spoglie, promise di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, vietando a chiunque di avvicinarsi ai resti dei propri averi. Non soltanto accettò dei contributi, ma ne richiese in tale misura che rovinò le province e i privati.

 

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CIL VI 826 = ILS 4914

Ara dell’incendio neroniano. Altare, travertino e marmo, post 81 d.C. ca. Roma, P.zzo Sant’Andrea.

 

Haec area intra hanc / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / [[[Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto)]]] / [[[Germanico]]] ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre // Haec area intra hancce / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto) / Germanico ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / nego<t=C>iari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit sacrum faciat / aliusue quis magistratus / Uolcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robeo / et uerre <f=R>ac(tis) precationibus / infra script<is=AM> aedi[‒ ‒ ‒] K(alendas) Sept(embres) / ianist[‒ ‒ ‒] / [‒ ‒ ‒] dari [‒ ‒ ‒]quaes[‒ ‒ ‒] / quod imp(erator) Caesar Domitianus / Aug(ustus) Germanicus pont(ifex) max(imus) / constituit Q[‒ ‒ ‒] / fieri // ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre.

La satira contro i Greci (Juv. III 35-113)

di F. Piazzi – A. Giordano Rampioni, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 3. L’Alto e il Basso Impero, Bologna 2004, pp. 393-394.

testo latino: G.G. Ramsay (ed.), Juvenal and Persius, London-New York 1918.

traduzione italiana: E. Barelli.

 

Assai forte è l’astio che Giovenale nutre verso i Greci e gli Orientali che affollano le vie della Roma cosmopolita del suo tempo, ormai divenuta una città greca e per questo insopportabile: non possum ferre Graecam urbem, scrive il poeta riferendosi alla capitale. Nella III satira egli denuncia l’invasione di questi stranieri, che hanno fatto i soldi, perciò ottengono tutto (omnia Romae cum pretio, «A Roma tutto si compra»). Adulatori e intriganti, i Graeculi – il diminutivo è dispregiativo – con la loro intraprendenza, quando giungono a ottenere l’amicizia di qualche potente, se lo accaparrano tutto per loro. Ai cittadini romani, di fronte al trionfo della menzogna e dell’ipocrisia, non rimane che abbandonare la capitale. È il caso del poeta Umbricio di questa satira, il quale, non sapendo mentire né ammazzare né fare l’astrologo, decide di ritirarsi a Cuma.

 

Hermes che allaccia il sandalo, detto anche «Cincinnato». Statua, marmo pentelico, copia romana di II sec. d.C. da originale greco di Lisippo. Paris, Musée du Louvre.

 

Quondam hi cornicines et municipalis harenae

35   perpetui comites notaeque per oppida buccae

munera nunc edunt et, uerso pollice uulgus

cum iubet, occidunt populariter; inde reuersi

conducunt foricas, et cur non omnia, cum sint

quales ex humili magna ad fastigia rerum

40   extollit quotiens uoluit Fortuna iocari?

Quid Romae faciam? mentiri nescio: librum,

si malus est, nequeo laudare et poscere; motus

astrorum ignoro; funus promittere patris

nec uolo nec possum; ranarum uiscera numquam

45   inspexi; ferre ad nuptam quae mittit adulter,

quae mandat, norunt alii; me nemo ministro

fur erit, atque ideo nulli comes exeo tamquam

mancus et extinctae corpus non utile dextrae,

quis nunc diligitur nisi conscius et cui feruens

50   aestuat occultis animus semperque tacendis?

nil tibi se debere putat, nil conferet umquam,

participem qui te secreti fecit honesti:

carus erit Verri qui Verrem tempore quo uult

accusare potest, tanti tibi non sit opaci

55   omnis harena Tagi quodque in mare uoluitur aurum,

ut somno careas ponendaque praemia sumas

tristis, et a magno semper timearis amico.

Quae nunc diuitibus gens acceptissima nostris

et quos praecipue fugiam, properabo fateri,

60   nec pudor opstabit. non possum ferre, Quirites,

Graecam urbem; quamuis quota portio faecis Achaei?

iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,

et linguam et mores et cum tibicine chordas

obliquas nec non gentilia tympana secum

65   uexit et ad circum iussas prostare puellas.

ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra!

rusticus ille tuus sumit trechedipna, Quirine,

et ceromatico fert niceteria collo,

hic alta Sicyone, ast hic Amydone relicta,

70   hic Andro, ille Samo, hic Trallibus aut Alabandis

Esquilias dictumque petunt a uimine collem,

uiscera magnarum domuum dominique futuri,

ingenium uelox, audacia perdita, sermo

promptus et Isaeo torrentior: ede quid illum

75   esse putes? quemuis hominem secum attulit ad nos:

grammaticus rhetor geometres pictor aliptes

augur schoenobates medicus magus: omnia nouit

Graeculus esuriens; in caelum iusseris ibit.

in summa non Maurus erat neque Sarmata nec Thrax

80   qui sumpsit pinnas, mediis sed natus Athenis.

Horum ego non fugiam conchylia? me prior ille

signabit fultusque toro meliore recumbet,

aduectus Romam quo pruna et cottona uento?

usque adeo nihil est, quod nostra infantia caelum

85   hausit Auentini baca nutrita Sabina?

Quid quod adulandi gens prudentissima laudat

sermonem indocti, faciem deformis amici,

et longum inualidi collum ceruicibus aequat

Herculis Antaeum procul a tellure tenentis,

90   miratur uocem angustam, qua deterius nec

ille sonat quo mordetur gallina marito?

haec eadem licet et nobis laudare, sed illis

creditur, an melior, cum Thaida sustinet aut cum

uxorem comoedus agit uel Dorida nullo

95   cultam palliolo? mulier nempe ipsa uidetur,

non persona, loqui; uacua et plana omnia dicas

infra uentriculum et tenui distantia rima.

nec tamen Antiochus nec erit mirabilis illic

aut Stratocles aut cum molli Demetrius Haemo:

100 natio comoeda est. rides, maiore caehinno

concutitur; flet, si lacrimas conspexit amici,

nec dolet; igniculum brumae si tempore poscas,

accipit endromidem; si dixeris “aestuo,” sudat.

non sumus ergo pares: melior, qui semper et omni

105 nocte dieque potest aliena sumere uultum

a facie, iactare manus, laudare paratus,

si bene ructauit, si rectum minxit amicus,

si trulla inuerso crepitum dedit aurea fundo.

Praeterea sanctum nihil est neque4 ab inguine tutum,

110 non matrona Laris, non filia uirgo, neque ipse

sponsus leuis adhuc, non filius ante pudicus;

horum si nihil est, auiam resupinat amici,

scire uolunt secreta domus atque inde timeri.

 

Statuetta di attore comico. Bronzo, I sec. d.C. Baltimora, Walters Art Museum.

 

«Suonavano il corno, una volta, sempre presenti nelle arene municipali; bocche note per tutti i villaggi: adesso si permettono il lusso di offrire spettacoli di gladiatori, e per farsi belli, quando il popolaccio lo vuole, col pollice verso, decidono morte; quindi tornano a casa ed appaltano latrine. E perché non dovrebbero farlo? Non son forse di quelli che la Fortuna, ogni volta che vuole scherzare, innalza dal niente ai fastigi più alti?

Io invece a Roma che ci faccio? Non so mentire; un libro, se è cattivo, non so né lodarlo né chiederlo in prestito; ignoro i movimenti degli astri; promettere il funerale d’un padre non voglio e non posso; non ho mai studiato le viscere d’una rana; passare ad una maritata le commissioni e i messaggi dell’amante lo san fare gli altri, non io; non terrò mai mano a un ladro, per cui non c’è nessuno con me quand’esco di casa, come se io fossi un monco, come avessi il braccio paralizzato, come fossi un buono a nulla. Chi può aver amici, oggi, se non colui che sa esser complice di qualcuno ed è capace di avere un cuore ribollente di mille segreti che non potranno mai dirsi?

Chi t’ha fatto partecipe d’un onesto segreto, è perfettamente convinto di non doverti proprio nulla e non ti darà mai un soldo. A Verre sarà caro soltanto colui che possa denunciarlo ogni momento. Ma tutto l’oro che la sabbia del fangoso Tago rotola in mare, non sia mai per te così importante da farti perdere il sonno, da farti accettare quei doni che tristemente dovrai un giorno lasciare, da farti vivere nella continua diffidenza d’un amico potente!

Quale sia la gente più accetta ai nostri ricchi e chi soprattutto io fugga, faccio presto a dirtelo e con tutta chiarezza. Io non posso, o Quiriti, sopportare una Roma greca! E poi, quanti sono i veri Achei in tutta questa feccia? È un pezzo che l’Oronte di Siria è venuto a sfociare nel Tevere, portando con sé lingua, costumi, flautisti e corde oblique, tamburi esotici e ragazze costrette a prostituirsi nel circo. Andate da loro, voi che trovate di vostro gusto queste barbare lupe dalla mitra dipinta! Il tuo amico villano, o Quirino, ora indossa vestaglie trasparenti e intorno al collo impomatato porta medaglie d’atleta. Costui dall’alta Sicione, quest’altro da Amidone o da Andro, quello da Samo, questo ancora da Tralli o da Alabanda, vengono tutti all’assalto dell’Esquilino o dell’altro colle che dal vimine ha nome, prima a conquistarsi l’anima delle grandi case e poi a diventarne padroni. Eccoli qui: mente sveglia, audacia sfrontata, lingua pronta, più micidiale di quella d’Iseo. Che credi che siano? Ciascuno di loro ha dentro di sé un uomo tutto fare: grammatico, retore, geometra, pittore, massaggiatore, augure, funambulo, medico, mago: tutto sa fare, questo Greconzolo affamato; digli di volare in cielo e lui volerà. Insomma, era forse Mauro, o Sarmata, o Trace, quel tale che s’applicò le penne? Era Ateniese d’Atene!

E io non dovrei fuggire tutta la loro porpora? Dovrei sopportare che firmi prima di me nei contratti, o a tavola occupi il posto migliore, uno di costoro, portato a Roma dallo stesso vento con le prune e coi fichi? Non conta proprio più nulla che la nostra infanzia abbia respirato l’aria dell’Aventino e si sia nutrita di olive sabine? Formidabili adulatori, son pronti a lodare il discorso del primo imbecille, e a dire bello l’amico deforme, a paragonare un collo allampanato a quello d’Ercole mentre solleva da terra Anteo, a far meraviglie per la più meschina vocetta, straziante non di meno di quella del gallo quando becca la gallina. Anche noi siamo capaci di simili piaggerie; ma a loro la gente crede. E chi meglio di loro sa sostenere in teatro la parte di Taide, o quella d’una moglie o quella d’una Doride scamiciata? Sembra proprio che sia una donna a parlare, non un attore; giureresti che dallo stomaco in giù sia vuoto e piatto, con la sua stretta fessura. Nemmeno Antioco riuscirà ad essere così bravo, nemmeno Stratocle, o Demetrio con quello smidollato di Emo: è proprio una nazione di commedianti.

Se ridi, eccoti il Greco squassato da una risata più grande; se lacrima un amico, giù a piangere, anche se dentro non gliene importa proprio nulla; se ai primi freddi tu chiedi un po’ di fuoco, egli indossa il mantello; se gli dici: – Ho caldo, – egli già suda. Insomma, non siamo alla pari: ha troppo vantaggio chi di giorno o di notte è capace di cambiar la faccia secondo quella degli altri, sempre pronto a sventolare le mani per la gioia, o alzar grida di lode, se l’amico ha fatto un bel rutto o una vigorosa pisciata, oppure è riuscito a far rimbombare dal fondo la sua padella d’oro.

Per di più, per costoro, non c’è nulla di sacro né che possa dirsi al sicuro dalla loro libidine; non la padrona di casa, non la figliola ancora vergine, non il fidanzato imberbe, non il fanciullo ancora ingenuo; e se mancano questi, rovesciano sul letto la nonna dell’amico. Per farsi temere, nessun segreto della casa gli sfugge».

 

 

L’infelice storia di Eco (Ovid. Met. III 356-401)

di G.B. Conte – E. Pianezzola, Lezioni di letteratura latina, corso integrato. 2. L’età augustea, Milano 2010, pp. 423-424.

Eco è una ninfa che, per punizione di Giunone, non può parlare ma solo ripetere parole altrui, e che si innamora, non ricambiata di Narciso. La storia, che perseguirà i suoi scopi eziologici spiegando l’origine dell’eco, si inserisce “a cornice” nella narrazione del più ampio mito di Narciso (il bellissimo giovane invaghitosi della propria immagine riflessa), del quale è parte integrante, pur essendo dotata di una sua autonomia narrativa. La combinazione delle due storie, con l’amore non corrisposto di Eco per Narciso, non è attestata nelle fonti precedenti e sembra essere invenzione di Ovidio: il poeta ha dunque intrecciato le due vicende, sfruttandone e sottolineandone le analogie (entrambe sono infatti incentrate sul tema dell’illusione e del riflesso, acustico per Eco, ottico per Narciso).

 

Alexandre Cabanel, Eco. Olio su tela, 1874. New York, Metropolitan Museum of Art.

 

Adspicit hunc trepidos agitantem in retia ceruos
uocalis nymphe, quae nec reticere loquenti,
nec prior ipsa loqui didicit, resonabilis Echo.
corpus adhuc Echo, non uox erat; et tamen usum
garrula non alium, quam nunc habet, oris habebat,
reddere de multis ut uerba nouissima posset.
fecerat hoc Iuno, quia, cum deprendere posset
cum Ioue saepe suo nymphas in monte iacentes,
illa deam longo prudens sermone tenebat,
dum fugerent nymphae. Postquam Saturnia sensit
«huius» ait «linguae, qua sum delusa, potestas
parua tibi dabitur uocisque breuissimus usus»:
reque minas firmat. tamen haec in fine loquendi
ingeminat uoces auditaque uerba reportat.
ergo ubi Narcissum per deuia rura uagantem
uidit et incaluit, sequitur uestigia furtim,
quoque magis sequitur, flamma propiore calescit,
non aliter, quam cum summis circumlita taedis
admotas rapiunt uiuacia sulphura flammas.
o quotiens uoluit blandis accedere dictis
et molles adhibere preces: natura repugnat
nec sinit incipiat. sed, quod sinit, illa parata est
exspectare sonos, ad quos sua uerba remittat.
forte puer comitum seductus ab agmine fido,
dixerat «ecquis adest?» et «adest!» responderat Echo.
hic stupet, utque aciem partes dimittit in omnes,
uoce «ueni!» magna clamat: uocat illa uocantem.
respicit et rursus nullo ueniente «quid» inquit
«me fugis?» et totidem, quot dixit, uerba recepit.
perstat et, alternae deceptus imagine uocis,
«huc coeamus!» ait: nullique libentius umquam
responsura sono «coeamus» rettulit Echo,
et uerbis fauet ipsa suis egressaque silua
ibat, ut iniceret sperato bracchia collo.
ille fugit fugiensque «manus complexibus aufer:
ante» ait «emoriar, quam sit tibi copia nostri».
rettulit illa nihil nisi «sit tibi copia nostri».
spreta latet siluis pudibundaque frondibus ora
protegit et solis ex illo uiuit in antris.
sed tamen haeret amor crescitque dolore repulsae.
extenuant uigiles corpus miserabile curae,
adducitque cutem macies et in aera sucus
corporis omnis abit. uox tantum atque ossa supersunt:
uox manet; ossa ferunt lapidis traxisse figuram.
inde latet siluis nulloque in monte uidetur;
omnibus auditur: sonus est, qui uiuit in illa.

Ovid. Metamorphoses, Volume I: Books 1-8,  F.J. Miller – G. P. Goold (eds.), Cambridge 1916.

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Lo vide intento a spingere i trepidi cervi verso le reti

la ninfa dalla voce sonora, che non sapeva tacere a chi le parla

né lei stessa parlare per prima, Eco che ripete i suoni.

Fino ad allora Eco era una persona, non mera voce; pur tuttavia

la loquace possedeva una capacità di parlare non differente

da quella che ha ora, cioè di poter ripetere fra le molte le ultimissime parole.

Aveva provocato ciò Giunone, poiché, avendo potuto sorprendere

le ninfe che spesso giacevano sui monti sotto il suo Giove,

quella, sagace, intratteneva la dea con lunghi discorsi,

finché le ninfe fuggissero. Dopo che la Saturnia si rese conto di ciò,

decretò: «Di questa lingua, dalla quale sono stata ingannata, ti sarà data

una capacità limitata e un ancor più limitato uso della voce!»,

e confermò le minacce coi fatti; eppure questa alla fine del discorso

raddoppia le voci e ripete le parole ascoltate.

Ebbene, quand’ella vide Narciso che vagava per i campi fuori mano

e s’infiammò di desiderio, furtivamente ne seguì le orme,

e quanto più lo inseguiva, tanto più s’infiammava d’un fuoco più intenso,

non diversamente da quando lo zolfo vivo, spalmato sulla punta delle torce,

attira a sé le fiamme che gli vengono accostate.

Oh quante volte avrebbe voluto abbordarlo con dolci parole

e rivolgergli umili suppliche! Ma la natura si oppose

e non le permise di iniziare a parlare; ma, come la natura le accordò, ella fu pronta

ad attendere i suoni, ai quali rimandare le parole come fossero sue.

Il giovane, separatosi per caso dalla fidata schiera dei compagni,

aveva detto: «Qualcuno c’è?», e «C’è» aveva risposto Eco.

Egli rimase stupito, e quando egli volse lo sguardo in ogni dove,

esclamò a gran voce:  «Vieni!»: e quella chiamò colui che chiamava.

Egli si guardò attorno e, dato che nessuno si faceva avanti, di nuovo domandò:

«Perché mi eviti?» e quante parole pronunciò, altrettante ne ricevette in risposta.

Insistette e, tratto in inganno dall’eco della voce che ritorna,

propose: «Qui incontriamoci!», ed Eco, che a nessun altro invito 

avrebbe risposto più volentieri, «incontriamoci», replicò,

e lei stessa assecondò le proprie parole e, uscita dal bosco,

correva a gettargli le braccia attorno al collo desiderato.

Quello fuggì e, fuggendo, strillò:  «Toglimi le mani di dosso!

Che io muoia prima che tu possa avermi!».

Ella non rispose altro se non: «che tu possa avermi».

Rifiutata, si nascose nelle selve e si coprì di fronde il vergognoso

volto e da quel momento in poi visse in antri solitari;

ma, tuttavia, l’amore le restò incollato e crebbe per il dolore del rifiuto:

e gli affanni che tolgono il sonno le assottigliarono il corpo miserabile,

la magrezza le raggrinzì la pelle, e ogni umore corporeo nell’aria

si sperse; rimasero soltanto la voce e le ossa:

la voce persiste, mentre dicono che le ossa abbiano preso l’aspetto di pietra.

Da allora ella resta nascosta nelle selve e non è veduta in alcun monte,

ma da tutti è sentita: è il suono che sopravvive in lei.

 

 

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in G. Rosati, Narciso o l’illusione dissolta (Ovidio, Metam. III 339-510), Maia 28 (1976), pp. 83-108.

Saggio giustamente celebre del virtuosismo linguistico ovidiano, l’episodio del dialogo-monologo di Eco e Narciso, questa singolare «tragicommedia degli errori» (Fraenkel), ci introduce in un campo di multiformi e ambigue rispondenze sonore. Con regolare alternanza, il motivo del suono riflesso funge da principale modulo espressivo nella descrizione dei vani tentativi di Eco di sedurre il solitario Narciso:

 

dixerat «ecquis adest?» et «adest!» responderat Echo (v. 380)

…………

«huc coeamus!» ait: nullique libentius umquam

responsura sono «coeamus» rettulit Echo (vv. 386-387)

…………

ante» ait «emoriar, quam sit tibi copia nostri».

rettulit illa nihil nisi «sit tibi copia nostri» (vv. 391-392)

 

per ritornare, a chiusura della perfetta Ring-komposition (composizione ad anello), a far risuonare i lamenti del giovane morente:

… quotiensque puer misirabilis «Eheu!»

dixerat, haec resonis iterabat uocibus «Eheu!» (vv. 495-496)

…………

dictoque uale «uale!» inquit et Echo (v. 501).

 

Da un uso sapientissimo della tecnica dell’eco Ovidio sa estrarre gli effetti più raffinati (a nessuno sfugge il giocoso stravolgimento di senso nelle risposte di Eco a Narciso), ma, non pago di ciò, ricorre ad altri mezzi. Stabilisce allora una singolare corrispondenza tra oggetto e modo della narrazione, tra elemento tematico ed elemento formale, affidando la descrizione dei vari fenomeni di riflesso (sia acustico che ottico) a uno stilema (lo chiameremo «motivo del riflesso») che li riproduce con perfetta fedeltà mimetica. Introdotto come si è detto, dai vv. 353 e 355, questo modulo espressivo fa da tema conduttore dell’intera narrazione: una lunga serie di ripetizioni di parole abilmente variate [loquenti… loqui (vv. 357-358), habet… habebat (v. 360), posset…posset (vv. 361-362), sequitur… sequitur (vv. 371-372), sinit…sinit (v. 377), uoce…uocat…uocantem (v. 382), ueni…ueniente (vv. 382-383), fugit fugiensque (v. 390)] tesse una trama di risonanze (anche a più ampia «lunghezza d’onda»: cfr. per es. latet siluis… latet siluis ai vv. 393 e 400) che accompagna la vicenda di Eco, invano intenta ad attrarre Narciso nella rete delle sue malie, e si smorza lentamente [corpus… corporis (vv. 396, 398), uox…ossa…uox…ossa (vv. 398-399)] con la scomparsa della garrula ninfa. Non si tratta quindi di una ripetizione di parole immotivate, ma con una loro funzione fondamentale, quella di condurre a tutti i livelli della narrazione questo gioco di specchi sonori, di adeguare fin nei minimi dettagli la forma alla vicenda raccontata, in una esasperata ricerca di mimesi totale. E non è forse un caso che il nome della ninfa sia sempre, fuorché al v. 359 dove è in fine di emistichio e fa rima interna col verso precedente, in posizione finale di verso (vv. 358, 380, 387, 501, 507), come a significare l’impossibilità di Eco di reticere loquenti, come a dire che l’ultima parola è sempre «la sua».

Esaurita, con la sua scomparsa nelle selve, la narrazione di Eco respinta, si interrompe anche quel gioco di riflessi sonori che avevano irretito Narciso. L’illusione in cui egli era caduto si è dissolta, il corretto rapporto con la realtà si è ristabilito, la narrazione torna a farsi «lineare».

 

Eco e Narciso, Affresco, IV stile pompeiano, ante 79 d.C. da Pompei (VI, 7, 20, tablinum 7). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

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di F. Piazzi – A. Giordano Rampioni, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina, 2. Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 361-362.

 

Poiché il mito è sempre una figura, rappresentativa dei valori di una data cultura, ci chiediamo quali valori sottenda la spiegazione mitica del fenomeno naturale dell’eco data da Ovidio. In un saggio lungo e complesso, che qui riassumiamo, Alberto Borghini si chiede quale sia la diatesi verbale dell’illusione e risponde: «quella passiva, perché il passivo, come l’illusione, si genera da un attivo, è il riflesso (imago) di un’azione»[1]. E suppone che il carattere illusorio e la passività costituiscano la connessione profonda tra il racconto di Eco e quello di Narciso. Infatti «Eco è la voce riflessa, passiva e illusoria, proprio come Narciso è l’immagine riflessa, passiva e illusoria». Le espressioni parallele imago vocis (III 358) e imago formae (III 416), riferite rispettivamente alla voce della ninfa e all’immagine specchiata del giovinetto, confermano l’omologia. «Le categorie di attivo e passivo si configurano come modelli interpretativi forniti di senso e in grado di inquadrare le esperienze mitico-culturali di Eco e di Narciso, riportandole al loro comune denominatore: la passività illusoria, considerata nella sfera della voce e in quella della vista».

In un primo tempo la ninfa ha corpo e voce autonomi, anzi la loquacità è il suo tratto distintivo (garrula, v. 360). Parlando molto (longo … sermone tenebat, v. 364) può ingannare Giunone, finché questa se ne accorge e la condanna a un breuissimus usus della voce.

L’opposizione tra «grande quantità di voce» e «piccola quantità di voce» sembrerebbe omologa a quella tra possesso e mancanza di eloquenza. Ad Eco punita con la perdita dell’autonomia della voce resta una competenza linguistica passiva, una voce mutilata e riflessa con cui può soltanto ripetere le ultime parole di un discorso altrui. Così «chi ha autonomia di voce è prudens

(v. 364) e può ingannare perché possiede eloquenza, mentre chi ha voce riflessa resterà vittima di un processo auto-illusivo perché non sarà in grado di esprimersi». La deprivazione linguistica comporta l’incomunicabilità (come accade nella «tragicommedia degli errori» dei vv. 380-392) e l’emarginazione sociale rappresentata dalla vita isolata nelle selve.

La vicenda di Eco passa per due fasi: la prima (vv. 362-369) è quella dell’«acquisizione della passività» (o perdita della voce attiva); la seconda (vv. 370 ss.) è la fase dell’«acquisizione dell’isolamento» (o perdita della comunicabilità), seguita dalla metamorfosi.

Dunque «il racconto mitico procede per sottrazione di competenze sociologiche (voce attiva e comunicabilità); ma la seconda di queste sottrazioni è solo la conseguenza della prima. Tutta la vicenda di Eco è dunque considerata da un preciso punto di vista: quello linguistico o (che fa lo stesso) della voce attiva e passiva».

Così la molteplicità dei fatti di questa vicenda mitica è ridotta ai termini di un’opposizione fondamentale della lingua e della cultura latina: voce attiva (= possesso dell’eloquenza) / voce passiva (= incapacità di esprimersi, emarginazione, illusorietà).

 

[1] A. Borghini, Categorie linguistiche e categorie antropologiche: il mito di Eco come passività della voce (Ovidio, Met. III, 356-401), Lingua e stile 3 (1978), pp. 489-500.

Tarquinio e Lucrezia

di Livio, I 58 in R.S. Conway – C.F. Walters (ed.), Titi Livi Ab urbe condita, tomus I, Libri I-V (testo latino); Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II), con un saggio di R. Syme, intr. e note di C. Moreschini, Milano 2013, pp. 360-363 (tr. ital.).

[58] Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Collatino cum comite uno Collatiam uenit. Ubi exceptus benigne ab ignaris consilii cum post cenam in hospitale cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes uidebantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam uenit sinistraque manu mulieris pectore oppresso ‘Tace, Lucretia’ inquit; ‘Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris uocem.’ Cum pauida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem uideret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, uersare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam uidebat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum seruum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum uicisset obstinatam pudicitiam uelut uictrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad uirum mittit, ut cum singulis fidelibus amicis ueniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem incidisse. Sp. Lucretius cum P. Ualerio Uolesi filio, Collatinus cum L. Iunio Bruto uenit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conuentus. Lucretiam sedentem maestam in cubiculo inueniunt. aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique uiro ‘Satin salue?’ ‘Minime’ inquit; ‘quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Vestigia uiri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum uiolatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte ui armatus mihi sibique, si uos uiri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium.’ Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi auertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. ‘Vos’ inquit ‘uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet.’ Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in uolnus moribunda cecidit. Conclamat uir paterque.

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts.

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts.

Pochi giorni dopo Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, ritornò a Collazia con un solo compagno. Qui fu accolto cortesemente da tutti i familiari, che ignoravano il suo proposito, e dopo la cena fu accompagnato alla camera degli ospiti; infiammato d’amore, quando tutto intorno gli parve tranquillo e ognuno addormentato, andò con una spada in pugno da Lucrezia, che era immersa nel sonno, e premendo con la sinistra il petto della donna: “Taci, Lucrezia!”, le disse “sono Sesto Tarquinio; ho una spada in mano: se ti metti ad urlare, sei morta!”. Mentre la donna, svegliatasi di soprassalto, non vedeva alcuna possibilità d’aiuto e sentiva pendere sul suo capo la morte, Tarquinio le confessava il suo amore, la supplicava, alle preghiere univa le minacce, tentava in mille modi l’animo di lei. Quando vide che era irremovibile e che non si lasciava piegare nemmeno dalla paura della morte, aggiunse a questo timore anche quello del disonore: disse che accanto al suo cadavere avrebbe posto uno schiavo nudo, strangolato, perché si pensasse che fosse stata uccisa in un infame adulterio. Dopo che la libidine ebbe con questo terrore riportato quasi a forza una trionfale vittoria sull’indomabile pudicizia, e dopo che Tarquinio se ne fu andato, tutto fiero d’aver espugnato l’onore della donna, Lucrezia, afflitta da un sì grave accaduto, mandò a Roma dal padre e ad Ardea dal marito uno stesso messaggero, per dir loro che venissero accompagnati ciascuno da un amico fidato: bisognava far così, e senza perder tempo; era accaduto un fatto atroce! Spurio Lucrezio venne con Publio Valerio, figlio di Voleso, Collatino con Lucio Giunio Bruto, assieme al quale era stato incontrato per caso, mentre tornava a Roma, dal messaggero della sposa. Essi trovarono Lucrezia che sedeva afflitta nella sua stanza. All’arrivo dei suoi scoppiò in lacrime, e al marito che le chiedeva: “Stai bene?”, rispose: “Per niente: che cosa vi può essere di bene per una donna quando abbia perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo; ma solo il corpo è stato oltraggiato, l’animo è innocente; ne sarà testimone la morte. Ma stringetevi le destre e giurate che l’adulterio non rimarrà impunito! È Sesto Tarquinio, che la scorsa notte, nemico in sembianze d’ospite, con la forza e con le armi s’è preso un piacere funesto a me e a lui, se voi siete veri uomini!”. Tutti promettono, uno dopo l’altro; confortano il suo animo afflitto, riversando la colpa da lei, ch’era stata forzata, sull’autore del delitto. “Vedrete voi – disse lei – quale pena egli meriti; quanto a me, benché io mi assolva dalla colpa, non mi sottraggo al castigo: d’ora in poi nessuna donna, prendendo esempio da Lucrezia, vivrà impudica!”. Ciò detto s’immerse nel cuore un coltello che teneva nascosto sotto la veste, e cadde morta, piegandosi sulla ferita. Il marito e il padre proruppero in alte grida.

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Bibliografia:

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M.Th. Fögen, Römische Rechtsgeschichte. Über Ursprung und Evolution eines sozialen Systems, Göttingen 2002, pp. 21-55.

J. Follak, Coluccio Salutatis „Declamatio Lucretie“ und die Menschenbilder im „exemplum“ der Lucretia von der Antike bis zur Neuzeit, Konstanz 2002.

H. Galinsky, Der Lucretia-Stoff in der Weltliteratur. Breslau 1932.

H.N. Geldner, Lucretia und Verginia. Studien zur Virtus der Frau in der römischen und griechischen Literatur, Mainz 1977.

K. Greschat, Lucretia, in Reallexikon für Antike und Christentum. Band 23, Stuttgart 2010, pp. 596-603

M. Holtermann, Die Faszination der Lucretia-Gestalt. Rezeptionsdokumente und ihre Behandlung im Lateinunterricht, Ianus 26 (2005), pp. 20-30.

M.M. Matthes, The Rape of Lucretia and the Foundation of Republics, University Park 2000.