Alceo fr. 332

di F. Ferrari, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2005, pp. 244-245.

 

Pittore di Colmar. Simposiaste e musico. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca., da Vulci. Paris, Musée du Louvre.

 

Mirsilo, l’odiato tiranno succeduto a Melancro, è morto: bisogna «festeggiare» e ubriacarsi («a forza», πρὸς βίαν, aggiunge enfaticamente il poeta). Nel suo candido cinismo il distico (probabilmente iniziale del carme, come suggerisce l’analogo incipit dell’ode composta da Orazio per la morte di Cleopatra: Carmina I 37 nunc est bibendum, nunc pede libero / pulsanda tellus…) documenta la violenza degli odi tra fazioni in lotta per la conquista del potere. Un’esultanza, tra l’altro, che non portò frutti concreti ad Alceo e alla sua eteria, in quanto la comunità di Mitilene (in realtà un patto di tregua tra tutti gli altri gruppi aristocratici) assegnerà a Pittaco poteri illimitati proprio per proteggere la città «contro gli esiliati, di cui erano a capo Antimenida [fratello di Alceo] e il poeta Alceo» (Aristotele, Politica 1285a 33 ss. = Test. 470 Voigt, cfr. fr. 348 τὸν κακοπατρίδα‹ν› / Φίττακον πόλιος τᾶς ἀχόλω καὶ βαρυδαίμονος / ἐστάσαντο τύραννον, μέγ᾽ ἐπαίνεντες ἀόλλεες «Pittaco l’ignobile tutti insieme fra grandi lodi lo facevano tiranno di questa città imbelle, abbandonata alla sventura»).

 

Fonte: Ateneo X, 430 c.

Metro: endecasillabi alcaici (cfr. a fr. 129).

 

Νῦν χρῆ μεθύσθην καί τινα πρὸς βίαν

πώνην, ἐπεὶ δὴ κάτθανε Μύρσιλος.

 

«Ora bisogna ubriacarsi e che ognuno beva a forza, poiché Mirsilo è morto».

 

Alceo fr. 208a

di F. Ferrari, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2005, pp. 240-243.

A Mirsilo, e alla sua cospirazione per affermarsi come «tiranno» di Mitilene si riferisce – come ci informa lo stoico Eraclito – l’allegoria della nave dello Stato, sviluppata anche in un altro carme (fr. 6, 1-4):

 

Τὸ δηὖτε κῦμα τῶ προτέρω ᾽νέμω

στείχει, παρέξει δ᾽ ἄμμι πόνον πόλυν

ἄντλην, ἐπεί κε νᾶος ἔμβαι

νή[ατα .]όμεθ᾽ ἐ[

 

[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .]

[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .]

φαρξώμεθ᾽ ὠς ὤκιστα [

ἐς δ᾽ ἔχυρον λίμενα δρό[μωμεν

 

καὶ μή τιν᾽ ὄκνος μόλθ[ακος ἀμμέων

λάβηι· πρόδηλον γάρ μεγ᾽ [ἀέθλιον

μνάσθητε τῶν πάροιθε μ[οχθων

νῦν τις ἄνηρ δόκιμος γε[νέσθω

 

καὶ μὴ καταισχύνωμεν [ἀνανδρίαι

ἔσλοις τόκηας γᾶς ὔπα κε[ιμένοις

 

«Avanza di nuovo questa ondata prodotta dal vento di prima e ci costerà molta fatica vuotare la sentina quando l’acqua abbia invaso la nave… al più presto fortifichiamo ‹le fiancate›… e corriamo verso un porto sicuro… e nessuno si lasci prendere dalla fiacca esitazione ‹…›: una grande ‹tempesta› è palese; ricordate il ‹…› di prima; ora ogni uomo mostri di saper resistere, e non disonoriamo i nobili genitori che giacciono sotto la terra…».

 

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

 

Già in Archiloco i pericoli della guerra erano assimilati all’approssimarsi di una tempesta sul mare, ma solo con Alceo (e poi con Teognide 671-682) prende forma compiuta l’immagine della nave in mezzo ai flutti come simbolo politico, «manifestazione visibile ed emblematica della discordia civile che travolge la città di Mitilene (…). I venti, le onde, l’acqua della sentina, le sartie, i timoni, le scotte, il carico della nave, sono le immagini sensibili attraverso le quali il poeta comunica all’uditorio l’estrema gravità di una situazione, la furia di uno scontro cui difficilmente si potrà resistere. L’onda metaforizza il movimento e l’urlo dei guerrieri: nell’Iliade (15, 381 ss.) i Troiani che si abbattono sul muro sono come una grossa ondata (μέγα κῦμα) che s’abbatte sulla murata di una nave (νηὸς ὑπὲρ τοίχων); nei Sette a Tebe di Eschilo il nunzio esorta a difendere la città “prima che si scatenino i soffi di Ares, poiché urla l’onda (κῦμα) terrestre dell’esercito”. Con la stessa immagine marinaresca, che sembra questa volta ricalcare proprio quella di Alceo, il coro delle vergini descrive la sciagura della guerra che si abbatte sui Tebani (vv. 758 ss.): “un mare di mali sospinge l’onda (cioè l’onda dei guerrieri), l’una ricade, l’altra solleva la triplice cresta che mugghia intorno alla poppa della città”. L’acqua che penetra nella sentina della nave (ἄντλος) denota anch’essa l’onda degli uomini armati che irrompono nella città: nei Sette a Tebe (vv. 795 s.) il nunzio narra con esultanza al coro che la patria è ormai scampata al giogo, gode la quiete e “sotto i molti colpi delle ondate non accoglie l’acqua della sentina” (ἄντλος), cioè nessuna falla s’aperse all’impeto delle onde e, fuor di metafora, nessuna breccia s’aperse all’assalto dei nemici. I timoni (v. 9 ὀήϊα) e la vela (v. 7 λαῖφος) sono i simboli della nave/città: nei Sette a Tebe (v. 3) il custode della cosa pubblica è colui che governa il timone (οἴακα) sulla poppa della città. La violenza e le rovine della guerra sono espresse nel Reso (v. 232 s.) di Euripide con l’immagine di Ares che soffia impetuoso e lacera le vele della città di Ilio. Anche per la discussa espressione “restino saldi nelle scotte i due piedi (della vela)” (…) è indubbio che il termine “piedi” ha la funzione ambivalente di denotare, nell’ambito dell’allegoria, i due angoli inferiori della vela che vengono tirati o allentati dalle corde e, fuor di metafora, come è stato dimostrato mediante il confronto con Tirteo, i piedi del combattente. Lo stilema tirtaico che raffigura il soldato “ben saldo sulle gambe” che nel combattimento deve resistere (μενέτω) “con entrambi i piedi fissati al suolo”, presenta quella stessa immagine che la metafora alcaica veicola attraverso il nesso concettuale del restar saldo, del resistere (μένειν). I piedi, gli arti inferiori della vela e del combattente, sono gli strumenti tangibili e visivi della resistenza ad oltranza contro la furia dei venti e delle onde e, fuor di metafora, contro il divampare della guerra civile con il ritorno di Mirsilo a Mitilene, in senso più specifico, contro gli assalti della fazione avversa. Ad essi Alceo affida la propria salvezza» (Gentili 1984, 260-262).

Larga e duratura la fortuna del carme alcaico: oltre a Teognide (vv. 671-682) e ai Sette contro Tebe eschilei (in particolare vv. 62 ss., 208 ss., 795 ss.), vanno ricordati almeno Polibio (VI 44, 3-7), Orazio (Carmina I 37), Dione Cassio (LII 16, 3-4).

 

Fonte: Eraclito, Allegorie omeriche 5 (vv. 1-9); Cocondrio, Περὶ τρόπων 9 (Rhetores Graeci 3, 234 s. Spengel) (vv. 1-5); P. Oxy. 2297, frr. a b c (vv. 8-19), etc.

Metro: strofi alcaiche.

 

ἀσυν‹ν›έτημμι τὼν ἀνέμων στάσιν·

τὸ μὲν γὰρ ἔνθεν κῦμα κυλίνδεται,

τὸ δ’ ἔνθεν, ἄμμες δ’ ὂν τὸ μέσσον

νᾶϊ φορήμμεθα σὺν μελαίναι

 

χείμωνι μόχθεντες μεγάλωι μάλα·

πὲρ μὲν γὰρ ἄντλος ἰστοπέδαν ἔχει,

λαῖφος δὲ πὰν ζάδηλον ἤδη

καὶ λάκιδες μέγαλαι κὰτ αὖτο·

 

χάλαισι δ’ ἄγκυρραι, ‹ τὰ δ᾽ ὀήϊα ›

[                                                   ]

. [. . .] .[

-τοι πόδες ἀμφότεροι μένο[ισιν

 

ἐ‹ν› βιμβλίδεσσι· τοῦτό με καὶ σ[άοι

μόνον· τὰ δ᾽ ἄχματ᾽ ἐκπεπ[α]λάχμενα

τὰ] μεν φ[ό]ρηντ᾽ ἔπερθα, τῶν [. . .].

. . . .]ενοισ.[. . . . . . . . . . . . . .

 

«Non intendo questa posizione dei venti: infatti un’onda rotola di qua e di là un’altra, e noi siamo trascinati in mezzo al mare con la nera nave, molto tribolando per la grande tempesta; infatti l’acqua della stiva supera la base dell’albero e la vela (è) ormai tutta lacera e grandi brandelli ne pendono, e si allentano le ancore, e i timoni… ambedue le scotte restino salde nei canapi: questo possa salvare almeno me; e le merci le une (ormai) sfracellate, sono trascinate in alto…».

Letteratura e filologia ellenistica

di L.D. Reynolds – N.G. Wilson, Copisti e filologi. La tradizione dei classici dall’antichità ai tempi moderni, Padova 19873, pp. 1-18.

 

  1. I libri antichi.

 

Per illustrare le vie lungo le quali la letteratura classica è pervenuta dal mondo antico ad oggi conviene cominciare dalla storia del commercio librario, come è nato e come si è sviluppato. Nella Grecia antichissima la letteratura precedette la scrittura. Il nucleo dei poemi omerici fu tramandato oralmente per parecchi secoli, quando ancora non si usava la scrittura; e quando l’alfabeto fenicio venne adattato al greco, nella seconda metà dell’VIII secolo, la consuetudine del componimento letterario recitato era ancora viva, con la conseguenza che non si ritenne subito necessario affidare Omero alla scrittura. Secondo una tradizione spesso ripetuta nell’Antichità, il primo testo scritto delle due epopee fu preparato ad Atene per ordine di Pisistrato: la notizia è plausibile, anche se non esente da sospetto; ma non ne consegue che cominciassero a diffondersi in numero considerevole volumi di Omero, dato che con tutta probabilità lo scopo di Pisistrato era di assicurare l’esistenza di una copia ufficiale dei poemi da recitarsi nelle feste Panatenaiche. L’abitudine di leggere la poesia epica invece di ascoltarla declamare non nacque da un giorno all’altro, e i libri rimasero press’a poco una rarità fino al quinto secolo avanzato. D’altra parte lo sviluppo di forme letterarie non dipendenti dalla recitazione creò per gli autori, dall’VIII secolo in poi, la necessità di mettere per iscritto le loro opere, anche se ne veniva apprestato un solo esemplare a scopo di consultazione: così si dice che Eraclito abbia depositato il suo famoso trattato in un tempio, e forse per questa ragione esso sopravviveva a metà del IV secolo quando lo lesse Aristotele (Diog. Laert. 9, 6). Le copie si moltiplicarono e si diffusero probabilmente in modo molto limitato: si può congetturare che le prime opere a raggiungere un pubblico sia pure modesto siano state quelle dei filosofi e degli storiografi ionici o quelle dei sofisti; una certa richiesta di copie si estendeva pure ai poeti che erano alla base dell’istruzione scolastica. Tuttavia solo dalla metà del V secolo o poco dopo si può dire che in Grecia sia esistito un commercio di libri, poiché si trovano riferimenti a una parte del mercato di Atene dove se ne potevano acquistare (Eupolis fr. 304K), e Platone fa dire a Socrate nella sua Apologia (26) che chiunque può comperare per una dramma nell’orchestra le opere di Anassagora. Però i particolari in proposito restano sconosciuti.

Sull’aspetto dei libri che venivano prodotti nella Grecia classica non si può dire molto con certezza, perché, interi o frammentari, del IV secolo sono rimasti in numero così esiguo che non sarebbe ragionevole considerarli come un campione rappresentativo: le affermazioni generali che seguono si basano perciò soprattutto su materiale ellenistico, ma si può arguire con una certa attendibilità che valgano anche per il periodo classico. Si cercherà di mostrare come le materiali differenze tra libri antichi e moderni abbiano influenzato il lettore nella sua relazione con i testi letterari.

P. Oxy. 5 843 (150 – 199 d.C. ca.),col. xxxi; Platone, Simposio, 223c-d. Cairo, Egyptian Museum.

La forma normale era quella di rotolo, che recava su una faccia la scrittura in una serie di colonne. Chi leggeva lo doveva svolgere gradualmente, usando una mano per tenere la parte che aveva già visto, la quale veniva arrotolata; alla fine però la spirale risultava capovolta, cosicché andava srotolata di nuovo prima che il successivo lettore potesse servirsene. La scomodità di questa forma è evidente, specialmente quando si ricordi che alcuni rotoli erano di lunghezza considerevole: uno dei più lunghi fra quelli sopravvissuti (P. Oxy. 843) conteneva, quando era completo, l’intero Simposio di Platone e doveva misurare circa sei metri e settanta centimetri. Un altro inconveniente era rappresentato dal materiale poco resistente e dai guasti che facilmente ne seguivano. Non è difficile immaginare che un antico lettore, di fronte alla necessità di verificare una citazione o di controllare un riferimento, si sarebbe affidato il più possibile alla memoria piuttosto che sobbarcarsi la fatica di svolgere il rotolo e quindi forse di accelerare il processo di logoramento. Questo spiega perché, quando un antico autore ne cita un altro, c’è tanto spesso una differenza notevole tra le due versioni.

Il materiale scrittorio abituale era il papiro, preparato tagliando sottili strisce dal midollo fibroso di una canna che cresceva spontaneamente nel delta del Nilo: nel I secolo d.C. c’erano anche centri minori di produzione in Siria e vicino a Babilonia; due strati di queste strisce, l’uno sovrapposto all’altro ad angolo retto, venivano compressi insieme per formare i fogli (Plin., N. H. 13, 68 ss.), che potevano poi essere incollati insieme in una lunga fila per formare un rotolo. Si facevano fogli di diverse misure, ma in media un libro accoglieva una colonna di testo alta fra i venti e i venticinque centimetri, con un numero di linee di scrittura variabile tra venticinque e quarantacinque. Poiché esisteva una sola ampia sorgente di rifornimento, si può supporre che il commercio dei libri fosse esposto alle oscillazioni generate dalla guerra o dal desiderio dei produttori di sfruttare il loro effettivo monopolio. Difficoltà di questo genere si deducono da Erodoto (5, 58), il quale dice che, quando il materiale scrittorio scarseggiò, gli Ioni avevano adoperato per sostituirlo pelle di pecora e di capra: nel ricorrere a questo espediente sembra che abbiano seguito l’uso dei loro vicini orientali. Il cuoio, però, come materiale scrittorio non poteva reggere il confronto con il papiro e senza dubbio era usato solo in caso di emergenza. Nel periodo ellenistico, se si può prestar fede a Varrone (cfr. Plin., N. H. 13, 70), il governo egiziano pose un divieto all’esportazione del papiro, e sembra che questo abbia stimolato la ricerca di un’alternativa accettabile. A Pergamo fu inventato un trattamento per le pelli d’animale allo scopo di dare una superficie per la scrittura migliore di quella del cuoio: e ne risultò ciò che oggi è chiamata appunto pergamena. Ma anche se questa tradizione è vera, l’esperimento ebbe da principio vita breve e si deve ritenere che il divieto egiziano sia stato presto abolito, perché fino ai primi secoli dell’era cristiana la pergamena non diventò di uso comune per i libri; i primi esempi sono frammenti dei Cretesi di Euripide (P. Berol. 13217) e Sulla falsa ambasceria di Demostene (British Museum, Add. 34473 = P. Lit. Lond. 127).

È impossibile dire entro quali limiti il rifornimento e il prezzo del papiro ne abbia ostacolato o incoraggiato l’uso in Grecia: ma, quando era impiegato per un libro, quasi invariabilmente veniva coperto di scrittura su un lato soltanto, come la forma stessa rendeva necessario, poiché un testo scritto sul retro di un rotolo si sarebbe cancellato molto facilmente; forse anche la superficie del papiro contribuì a formare questa regola, dato che gli amanuensi preferirono sempre usare per prima la faccia sulla quale le fibre correvano orizzontalmente. In rare occasioni abbiamo notizia di volumina scritti su tutti e due i lati (Iuven 1, 6; Plin., Epist. 3, 5, 17), ma simili casi erano eccezionali, anche se la carenza di materiale scrittorio talvolta fece utilizzare per un testo letterario il rovescio, trasversalmente alle fibre: un esempio famoso è il manoscritto dell’Hypsipyle di Euripide (P. Oxy. 852). A questo proposito occorre ricordare che la lunghezza del testo contenuto da un libro antico era modesta: la copia del Simposio di Platone menzionata sopra, benché superasse di molto le misure allora normali, accoglieva l’equivalente di non più di una settantina di pagine a stampa.

P. Oxy. 6 852 (fine II-inizi III sec. d.C. ca.). Frammento dell’Hypsipyle di Euripide. Cairo, Egyptian Museum.

Infine bisogna notare che il testo, com’era sistemato sul papiro, era per il lettore molto più difficile da interpretare che in qualunque libro moderno: infatti la punteggiatura non era mai più che rudimentale, mancava la divisione delle parole, e fino al medioevo nessuno sforzo fu fatto per cambiare tale consuetudine, sia in greco che in latino. Il sistema di accentazione, che in greco avrebbe potuto compensare questa difficoltà, non fu inventato fino al periodo ellenistico, e anche in seguito per molto tempo non divenne di uso comune, anzi fino all’inizio del medioevo gli accenti non furono abitualmente apposti. Durante tutta l’antichità l’alternarsi degli interlocutori nei testi drammatici non era indicato con la precisione ora ritenuta necessaria, ma si riteneva sufficiente segnare una lineetta orizzontale all’inizio di un verso, o due punti uno sopra l’altro, come i moderni due punti, per cambi anche all’interno di esso; inoltre i nomi dei personaggi spesso erano omessi. L’inesattezza di questo metodo, e lo stato di confusione al quale presto ridusse i testi, si può vedere dalle condizioni dei papiri che contengono il Dyscolus e il Sicyonius di Menandro. Anche nei dialoghi in prosa non venivano indicati i nomi degli interlocutori. Un’altra e forse anche più strana caratteristica dei libri nel periodo pre-ellenistico è che i versi lirici erano scritti come se si fosse trattato di prosa: ne è esempio il papiro di Timoteo del IV secolo (P. Berol. 9875), ma anche senza questo prezioso documento il fatto si sarebbe potuto dedurre dalla notizia che fu Aristofane di Bisanzio (ca. 257-180 a.C.) ad inventare la tradizionale colometria, a quale rende chiare le unità metriche della poesia (Dion. Halic., De comp. verb. 156, 221). Le stesse difficoltà che si opponevano al lettore di un libro antico si presentavano, bisogna notarlo, ugualmente spinose a chi desiderasse trascrivere una propria copia; non va sottovalutato il rischio, a quest’epoca, di interpretare erroneamente il testo e quindi di corromperlo: certo ad allora risalgono in buona parte le gravi corruttele nei classici già largamente diffuse nei testi che infine entrarono nella biblioteca del Museo di Alessandria.

 

P. Berol. 9875 col. v; Timoteo, Persae. Segno di coronide.

 

  1. La biblioteca del Museo e la filologia ellenistica.

 

Lo sviluppo del commercio librario permise pure ai privati di formarsi una biblioteca. Anche se non merita credito la tradizione che tiranni come Pisistrato e Policrate di Samo nel sesto secolo abbiano posseduto ampie collezioni di libri (Athen. 1, 3a), è certo invece che alla fine del V secolo esistevano biblioteche private; Aristofane mette in ridicolo Euripide perché nel comporre le sue tragedie attinge pesantemente a fonti letterarie (Ranae 943), ma la sua stessa opera, piena com’è di parodie e di allusioni, entro certi limiti deve essere dipesa da una raccolta personale di manoscritti.

Non c’è traccia ad Atene di biblioteche generali mantenute a pubbliche spese, ma è verosimile che copie ufficiali delle opere messe in scena nelle feste più importanti, come le Dionisie, fossero conservate negli archivi di stato. Lo pseudo-Plutarco (Vitae decem oratorum 841f) attribuisce all’oratore Licurgo la proposta di conservare in questo modo copie ufficiali, ma probabilmente la necessità era sentita già prima. Sappiamo che di tanto in tanto dei drammi venivano riesumati anche dopo la rappresentazione originale e gli attori avevano naturalmente bisogno di nuove copie: se fossero stati costretti a procurarsele trascrivendole da quelle private, sarebbe straordinaria la sopravvivenza in età ellenistica di una così completa serie di opere.

Talia, musa del teatro (dettaglio). Rilievo, marmo, II sec. d.C. ca. da un sarcofago romano con le Muse. Paris, Musée du Louvre.

Con il progresso della cultura e della scienza nel quarto secolo la fondazione di istituti accademici con proprie biblioteche divenne questione di tempo. Non sorprende trovare in Strabone (13, 1, 54) la notizia che Aristotele radunò un gran numero di libri, i quali senza dubbio rappresentavano la vastità di interessi del Liceo. Questa collezione e quella dell’Accademia furono i modelli imitati poco dopo dal re d’Egitto, quando fondò la famosa biblioteca di Alessandria (Diog. Laert. 4, 1; 5, 51). Le principali materie di studio nel Liceo erano scientifiche e filosofiche, ma non si trascuravano quelle letterarie: così lo stesso Aristotele scrisse su problemi di interpretazione di Omero, accanto alle sue ben note Poetica e Retorica; in relazione con la seconda esistono alcune prove che egli e i suoi successori si occuparono delle orazioni di Demostene.

Ricostruzione della Grande Biblioteca di Alessandria.

Di importanza molto maggiore furono gli studi intrapresi al Museo di Alessandria: formalmente, come dice il nome, era un tempio in onore delle Muse, presieduto da un sacerdote. In realtà si trattava del centro di una comunità letteraria e scientifica, ed è essenziale non sottovalutarne quest’ultimo aspetto: il bibliotecario Eratostene (ca. 295-ca. 214 a.C.), benché letterato, era anche un uomo di scienza, divenuto famoso per i suoi tentativi di misurare la circonferenza della terra, ed è probabile che altri illustri scienziati alessandrini ne facessero parte. Il Museo era mantenuto a spese del re; i membri avevano stanze di studio e una sala ove pranzavano insieme, inoltre ricevevano uno stipendio dal tesoro reale. È stata osservata una superficiale rassomiglianza fra questa istituzione e i collegi di Oxford o di Cambridge, ma l’analogia è falsa in un aspetto importante: non c’è nessuna prova che gli studiosi del Museo tenessero regolari corsi per gli studenti. La comunità fu fondata probabilmente da Tolemeo Filadelfo circa il 280 a.C., e guadagnò presto fama, forse generando gelosie per la prodigalità dei suoi ordinamenti: infatti troviamo il poeta satirico Timone di Fliunte che scrisse di essa circa nel 230 a.C.: «Nel popoloso Egitto pascolano molti pedanti chiusi tra i libri che litigano continuamente nella gabbia delle Muse» (Athen. 1, 22d).

Una parte essenziale di questa fondazione, situata nello stesso complesso di edifici o nelle immediate vicinanze, era la famosa biblioteca. Sembra che qualche passo verso la sua creazione fosse già stato compiuto nel regno precedente del primo Tolemeo, che invitò appositamente ad Alessandria Demetrio di Falero, l’eminente allievo di Teofrasto, circa nel 295 a.C. La biblioteca crebbe rapidamente: il numero dei manoscritti è valutato in modo vario dalle fonti antiche, e, data l’inesattezza con cui sono state trasmesse tutte le grosse cifre date dagli autori classici, è difficile calcolare quella reale. Se accettiamo per vera la tradizione che nel terzo secolo v’erano contenuti 200.000 o 490.000 volumi (Euseb., Prep. Evang. 350b; Tzetzes, Prologomena de comoedia), bisogna tener conto del fatto che un singolo rotolo non conteneva più di un dialogo platonico di moderata lunghezza o di un dramma attico; inoltre non abbiamo modo di sapere fino a che punto i bibliotecari seguissero il sistema di procurarsi copie doppie. Nonostante queste incertezze è fuori dubbio che si compirono grandi sforzi per radunare una collezione completa della letteratura greca, e ci sono aneddoti che gettano luce sullo spirito con cui erano condotti gli affari della biblioteca. Si dice che il re avesse deciso di ottenere un testo preciso delle tragedie attiche e avesse persuaso gli Ateniesi a prestargli la copia ufficiale degli archivi di stato, per la quale venne chiesto un deposito di quindici talenti come garanzia; ma, dopo averla ottenuta, le autorità egiziane decisero di trattenerla e di perdere il loro deposito (Galen. 17 (1), 607). Sappiamo pure da Galeno che nella loro ansia di completare la propria raccolta i bibliotecari si facevano spesso ingannare comperando falsificazioni di opere rare (15, 105).

Il lavoro occorrente ad ordinare la massa di libri che confluiva nel Museo era enorme. Non sono note le norme secondo cui fu sistemata, anche se sappiamo che per altri scopi Callimaco e Zenodoto si servivano dell’ordine alfabetico: ma un’indicazione delle grosse fatiche che comportava è data da Callimaco, il quale, pur non essendo capo bibliotecario, compilò una sorta di guida bibliografica a tutti i rami della letteratura greca, che occupava centoventi libri (i Pinakes, fragm. 429-53). Dato il sistema di produzione dei libri antichi, i bibliotecari si trovavano di fronte a problemi che non turbano i loro moderni successori. I testi copiati a mano sono facilmente soggetti a corruttele, perché eseguire una copia esatta di un’opera anche breve è più difficile di quanto in genere pensi chi non ha mai dovuto farlo; inoltre i libri pre-ellenistici non aiutavano il lettore in nessuna difficoltà: di conseguenza in molti passi non si riusciva più a discernere il senso voluto dall’autore, mentre in molti altri le varie copie che raggiungevano il Museo mostravano serie divergenze. L’incentivo che ne derivava a sistemare il testo condusse ad un grande progresso nella cultura e nei metodi filologici. Non per coincidenza cinque dei primi sei bibliotecari (Zenodoto, Apollonio Rodio, Eratostene, Aristofane ed Aristarco) furono tra i più famosi letterati del loro tempo: in non piccola misura dipende dal successo dei loro metodi se i classici greci ci sono giunti in uno stato abbastanza libero da corruttele.

P. Oxy. XI, 1362 – Una pagina degli Aitia di Callimaco (fr.178 Pf.) – II sec. d.C.

In un caso possiamo vedere con chiarezza l’influenza che gli studiosi del Museo esercitarono sulla forma dei testi abitualmente circolanti. Fra i molti frammenti di antiche copie di Omero, una modesta porzione risale al III secolo a.C. In questi papiri il testo è alquanto diverso da quello ora normalmente stampato e molti versi sono aggiunti o omessi: ma in un breve lasso di tempo tali recensioni scomparvero dalla circolazione. Ciò fa pensare che gli studiosi non solo abbiano determinato come doveva essere il testo di Omero, ma siano riusciti ad imporlo come norma, sia permettendo di copiarlo da un esemplare lasciato a disposizione del pubblico, sia impiegando un certo numero di amanuensi di professione per apprestare copie da mettere in commercio. Probabilmente meno gravi erano le discrepanze negli altri autori, ma non ci sono rimasti papiri antichi in quantità sufficiente per dare un giudizio; è ragionevole supporre che gli Alessandrini abbiano fatto quanto occorreva per preparare un testo modello di tutti gli altri autori comunemente letti dal pubblico colto.

Oltre a questo, un altro aspetto della filologia alessandrina che merita attenzione è aver promosso un sistema per aiutare i lettori. Il primo passo fu quello di assicurare i libri del V secolo provenienti dall’Attica, alcuni dei quali dovevano essere scritti nell’antico alfabeto, venissero tutti traslitterati nella normale ortografia ionica. Fino al 403 a.C. Atene aveva ufficialmente usato la vecchia scrittura nella quale la lettera ε rappresentava le vocali ε, ει ed η; ugualmente ο era impiegato per ο, ου e ω. Non occorre indicare gli inconvenienti di questo sistema; già prima della fine del V secolo le forme ioniche, più precise, venivano impiegate per alcune iscrizioni ateniesi su pietra; e probabilmente lo stesso accadeva per i libri. Tuttavia alcuni dei testi che raggiungevano la biblioteca di Alessandria erano in antica scrittura, poiché troviamo che Aristarco spiega una difficoltà in Pindaro come dovuta a una mala interpretazione proprio di quella: dice infatti che nelle Nemee 1, 24 un aggettivo, che appare al nominativo singolare (ἐσλός), è scorretto per ragioni metriche e va inteso come accusativo plurale (ἐσλούς) (cfr. schol. ad loc.). Un altro punto ove i critici mostrano consapevolezza di questo fatto fu Aristofane, Uccelli 66. È importante notare che l’alfabeto ionico per gli antichi testi attici fu adottato di norma fin dal periodo alessandrino: in contrasto con il sistema usato per le edizioni in tutte le altre lingue, non si tentò mai di restaurare integralmente l’ortografia originale degli autori.

Pure un sussidio per i lettori fu il miglioramento nel metodo di punteggiatura e l’invenzione del sistema degli accenti, che di solito vengono attribuiti ad Aristofane di Bisanzio. In un testo privo di divisione delle parole, alcuni accenti davano al lettore un aiuto sensibile, ed è anzi piuttosto strano che non siano stati subito considerati indispensabili. Benché fossero talvolta segnati su parole altrimenti difficili o ambigue, in genere è arduo capire quale principio determini la loro presenza nei libri antichi; fino all’inizio del X secolo non furono apposti regolarmente.

Questi miglioramenti nell’aspetto esterno dei testi letterari diedero risultati significativi e duraturi, eppure ebbero molto meno importanza dei progressi compiuti dai membri del Museo nel metodo filologico. La necessità di stabilire il testo di Omero e degli altri autori classici spinse gli studiosi a definire e ad applicare i principi della filologia letteraria in modo sistematico, superando i precedenti tentativi. La discussione dei passi spinosi non portò semplicemente a preparare testi attendibili, ma a formare commenti nei quali si affrontavano le difficoltà e si offrivano interpretazioni. C’erano già state alcune opere isolate dedicate ad Omero; Aristotele aveva scritto su problemi testuali, e molto prima Teagene di Reggio (ca. 525 a.C.), forse spronato dagli attacchi di Senofane all’immoralità degli dèi omerici, aveva tentato di togliere dai poemi questa imbarazzante debolezza ricorrendo all’allegoria. Però ora per la prima volta si produceva una quantità di letteratura critica, una parte della quale altamente specializzata: per esempio Zenodoto sembra abbia scritto una vita di Omero e un trattato sullo spazio di tempo necessario allo svolgersi dei fatti narrati nell’Iliade; Aristofane scrisse sulla regolarità della grammatica (περὶ ἀναλογίας) e compilò correzioni e supplementi della guida bibliografica alla letteratura greca composta da Callimaco. Opere di questo tipo non erano limitate ad Omero; sappiamo di monografie sui personaggi della commedia di Ipsicrate e sui miti della tragedia di Tersagora (P. Oxy. 2192). Tali lavori esegetici costituivano sempre libri a sé, indipendenti dall’opera che illustravano; eccetto note brevi e rudimentali, a quell’epoca i commentari su di un autore non venivano aggiunti in margine al testo, ma occupavano un altro volume. Per Omero in particolare, e meno di frequente nella poesia lirica, drammatica, in Demostene e Platone si apponevano marginalmente dei segni convenzionali ad indicare che il passo era in qualche modo interessante, per esempio corrotto o spurio, e che il lettore avrebbe trovato una nota in proposito nella monografia esplicativa. Di questo genere letterario sopravvive molto poco in forma originale, ma ne esiste un esempio famoso nel papiro con un brano di un’opera riguardante Demostene (P. Berol. 9780) del tardo studioso Didimo (sec. I a.C.). In generale però la nostra conoscenza di questi lavori viene dai frammenti di essi che sono stati incorporati nella posteriore forma di commento, nota come scolii, di norma trasmessi nei margini dei manoscritti medievali: della storia di questi si parlerà più avanti (§).

P. Oxy. 18 2192 (II sec. d.C.). Ipsicrate, FGrHist 190 F 12 (Add. p. 743).

Veniamo ora a un breve discorso sui segni critici e sui commenti. Il primo e più importante era l’obelos (ὀβελός), una lineetta orizzontale posta in margine sulla sinistra di un verso ( – ): usato già da Zenodoto, indicava che il verso era spurio. Sembra che Aristofane abbia inventato alcuni altri segni di minore importanza e frequenza. L’assetto finale del sistema, come fu applicato ad Omero, è opera di Aristarco, che curò un’edizione completa tanto dell’Iliade quanto dell’Odissea. Usò sei segni: oltre l’obelos troviamo la diplé (διπλῆ) >, che indicava un passo notevole per lingua o per contenuto; la diplé puntata (περιεστιγμένη) ⸖ notava un verso in cui Aristarco differiva nel suo testo da Zenodoto; l’asteriskos (ἀστερίσκος) ※ contrassegnava un verso erroneamente ripetuto in un altro luogo; l’asteriskos unito all’obelos (※−) segnava versi interpolati da un altro passo; l’infine l’antisigma ⸧ segnava punti nei quali l’ordine delle righe era stato disturbato.

Naturalmente un sistema così complicato, con l’inconveniente di dover consultare un altro libro, se si volevano scoprire i motivi per cui uno studioso aveva posto un segno in un dato luogo, poteva incontrare il favore solo di lettori eruditi. E infatti appena una piccola percentuale dei papiri sopravvissuti, una quindicina su più di seicento, è corredata di segni, mentre nei manoscritti medievali del secolo X e successivi di solito sono omessi: c’è però una famosa ed importante eccezione a questa regola, il codice veneto dell’Iliade, del X secolo (Marc. gr. 454), che conserva una vasta raccolta di scolii marginali. Poiché a quest’epoca il commento ad un autore si scriveva nei margini e non in un libro separato, ne risultava forse un minore incentivo a trascrivere i segni; fortunatamente però l’amanuense del codice di Venezia si propose di copiare senza omissioni ciò che trovava nel suo esemplare: vi compaiono quindi moltissimi segni convenzionali, che lo rendono così la fonte di gran lunga più completa ed attendibile per le nostre conoscenze di questo particolare lavoro compiuto dagli Alessandrini. Tuttavia, nei punti dove può essere confrontato con i papiri, non sempre si accorda con essi nell’uso dei segni, i quali alcune volte non sono poi collegati ad una corrispondente nota negli scolii.

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 454, f 27 r (X sec.). Iliade II, 136-142 con scolii a margine.

I saggi ed i commenti ad Omero di Aristarco e dei suoi colleghi sono andati perduti, ma dagli scolii che rimangono, più copiosi che per ogni altro autore greco, possiamo ricostruirli a sufficienza per formarci un giudizio esatto sui metodi di studio del tempo. Risulta che molte copie del testo omerico raggiunsero il Museo da fonti quanto mai disparate: gli scolii alludono a libri, provenienti da luoghi come Marsiglia, Sinope ed Argo, che venivano poi vagliati e valutati dagli studiosi, ma non è chiaro quale testo si scegliesse come più autorevole, se pur uno veniva scelto. La caratteristica, per cui gli Alessandrini erano famosi, era la loro prontezza a rigettare versi come spuri (ἀθετεῖν, ἀθέτησις). Le ragioni di questo loro comportamento, benché dotate di una certa logica speciosa, in genere non riescono a convincere il lettore moderno. Un argomento spesso addotto era il linguaggio o il comportamento indecoroso (ἀπρέπεια): il primo passo dell’Iliade così condannato potrà servire d’esempio. All’inizio del libro I (29-31) Agamennone, rifiutando di rilasciare Criseide, dice al padre di lei, il sacerdote: «Io non la manderò libera; prima la vecchiaia la raggiungerà nel mio palazzo di Argo, lontana dalla sua casa, dove lavorerà al telaio e servirà al mio letto». I versi sono segnati con l’obelo nel codice di Venezia e nell’antico commento si legge così: «I versi sono espunti perché indeboliscono la forza del significato e il tono minaccioso …; inoltre è sconveniente per Agamennone fare simili osservazioni». Un altro tipico esempio ricorre nell’Iliade III 423-26, dove Zenodoto rigetta i versi basandosi sul fatto che è disdicevole per la dea Afrodite portare una sedia ad Elena. Naturalmente tutti i passi, che tendevano a mostrare gli dèi in una luce poco lusinghiera, erano facile bersaglio di critici con simile disposizione d’animo: per questo alcuni espunsero le relazioni fra Ares e Afrodite nell’Odissea VIII.

Studiosi capaci di trattare le opere letterarie in modo così drastico, specialmente nel loro desiderio di condannare dei versi come spuri per ragioni inadeguate, avrebbero potuto danneggiarle in modo grave. Ma, fortunatamente per le successive generazioni di lettori, gli Alessandrini non caddero nella tentazione di incorporare nel testo tutti i cambiamenti che suggerivano, accontentandosi invece di annotarli nei loro commenti; se non fosse esistito questo ritegno, Omero ci sarebbe pervenuto profondamente sfigurato. È interessante rilevare che la maggior parte delle loro ipotesi non riscossero l’approvazione dei lettori dell’epoca tanto da entrare nel testo corrente, anche se questo non va di certo preso come una prova di alta capacità di discernimento nel pubblico dei lettori antichi, che possono a stento aver dedicato qualche attenzione a simili cose. Un calcolo degli emendamenti fatti dagli Alessandrini ha mostrato che di 413 alterazioni proposte da Zenodoto solo 6 si trovano come lezione in tutti i nostri papiri e manoscritti, solo altre 34 nella maggioranza di essi, mentre 240 non ricorrono mai. Degli 83 emendamenti che si possono ascrivere ad Aristofane solo uno incontrò approvazione universale, altri 6 compaiono nella maggior parte delle testimonianze, mentre 42 non sono mai accolti. Aristarco esercitò un’influenza più sentita, ma anche i suoi suggerimenti non furono facilmente accettati: su 874 lezioni 80 si trovano dappertutto, 160 ricorrono il più delle volte e 132 solo negli scolii.

Oxford, Bodleian Library, gr. class. a. I (P). Sec. II d.C. Iliade Hawara.

Sarebbe ingiusto terminare questo resoconto sulla critica degli Alessandrini senza menzionarne qualche saggio più positivo. Taluni lati di essa erano ad un livello abbastanza alto da conquistare validità permanente, ed anche i tentativi di identificare versi o passi di dubbia autenticità non sempre erano basati su ragioni deboli. Sospettavano dell’Iliade X, la storia di Dolone, di cui avevano senza dubbio avvertito lo stile diverso del resto dell’Iliade e la scarsa connessione con il filo del racconto. Nella discesa di Odisseo agli Inferi, nell’Odissea XI, Aristarco rilevò che i vv. 568-626 non appartenevano al filo principale della storia. L’osservazione di Aristarco e di Aristofane che l’Odissea doveva terminare al v. XXIII 296 è forse la più interessante: gli studiosi moderni preferiscono evitare una condanna di questi passi come spuri e li considerano invece prodotti di uno stadio di composizione più tardo rispetto alla parte principale del testo, ma questo non toglie niente al valore delle osservazioni.

Un altro motivo per cui gli antichi, specialmente Aristarco, meritano ancora lode è lo sviluppo del principio critico che la miglior guida all’uso di un autore è il corpus dei suoi stessi scritti e perciò, dov’è possibile, le difficoltà si dovrebbero spiegare con riferimenti ad altri passi dello stesso autore (Ὅμηρον ἐξ Ὁμήρου σαφηνίζειν). Questa nozione è alla base di molte note negli scolii, dove si afferma che una data parola o espressione è più tipicamente omerica di ogni altra possibile lezione alternativa. Come troppo spesso accadde, nelle mani di un critico di mediocre intelligenza il principio era soggetto all’abuso; infatti se ne può ricavare che, se un testo letterario contiene un’espressione insieme unica e difficile, deve venire modificato per accordarlo alla consuetudine dell’autore. Una simile estrema interpretazione della regola avrebbe potuto condurre a risultati disastrosi: perciò bisogna rendere merito ad Aristarco per avere formulato un principio complementare, cioè che molte parole in Omero ricorrono una volta sola, ma debbono essere accettate come genuine e mantenute nel testo (cfr. schol. A all’Il. III 54). Problemi che richiedono la corretta applicazione di queste norme causano ancora gravi difficoltà ai filologi moderni.

Infine va sottolineato che, benché i critici si interessassero soprattutto a note di carattere linguistico ed antiquario, non erano ciechi ai pregi letterari della poesia, e talvolta offrirono un commento adeguato ad un bel passo. Si può prendere un esempio dal famoso episodio dell’Iliade VI, dove Ettore si congeda da Andromaca e Astianatte ed il poeta descrive come il fanciullo sia spaventato alla vista del pennacchio sul cimiero del padre. I critici commentarono: «Questi versi sono così pieni di potere descrittivo che il lettore non solo ne sente il suono, ma vede il quadro davanti a sé; il poeta ha preso questa scena dalla vita di tutti i giorni e l’ha copiata con supremo successo». Poco dopo viene il commento: «Pur rappresentando la vita quotidiana con tanto successo, il poeta non distrugge minimamente il tono maestoso che si addice all’epica» (cfr. schol. T all’Il. VI, 467, 474, dal British Museum, Burn. 86).

La maggior parte di questo profilo della filologia alessandrina riguarda Omero per l’abbondanza del materiale disponibile, ma senza dubbio il lavoro degli Alessandrini su altri autori fu pure di grande importanza. Alcuni fatti si possono brevemente enumerare: si stabilì il testo della tragedia, probabilmente rifacendosi alla copia ufficiale di Atene, come s’è detto sopra. Aristofane di Bisanzio inventò la colometria dei brani lirici, in modo che non si scrissero più a guisa di prosa. Fiorì la produzione di trattati sui vari aspetti del teatro; e ad Aristofane sono attribuiti gli ‘argomenti’ con il sunto della trama messi all’inizio delle opere, anche se concordemente si ritiene che quelli che rimangono ora o non siano suoi, oppure siano stati molto alterati col passare del tempo. I segni marginali per guidare il lettore furono usati con molto più risparmio che nelle edizioni di Omero: forse il più comune, per indicare un punto interessante, press’a poco come la diplé nel testo omerico, era la lettera χ, che è ricordata negli scolii e talvolta si trova nei manoscritti medievali. Una caratteristica in particolar modo interessante dell’attività esercitata dagli Alessandrini sulla tragedia è la scoperta dei versi mutati o aggiunti dagli autori, in genere nelle opere di Euripide, che era più popolare degli altri poeti drammatici. Queste interpolazioni sono probabilmente piuttosto numerose, ma non è facile essere del tutto sicuri che il verso o i versi in questione nei singoli casi non siano originali; e quando sono con certezza aggiunti è dubbio se vadano attribuiti ad autori ellenistici, più precisamente ad impresari, o a tardi interpolatori: però gli scolii, che dipendono in definitiva da lavori alessandrini, designano alcuni versi come interpolazioni degli attori. Nella Medea 85-88 lo scoliasta accusa costoro di non aver capito l’esatta interpunzione del v. 85 e di avere di conseguenza alterato il testo; aggiunge poi giustamente che il v. 87 è superfluo, e infatti la sua origine non è da cercare lontano. Tuttavia talvolta gli scoliasti, come gli studiosi moderni, sono troppo ansiosi di usare le loro armi. Un esempio divertente ricorre nell’Oreste 1366-68: il coro annuncia che uno dei Frigi sta per arrivare sulla scena attraverso la porta principale del palazzo, mentre ai vv. 1369-71 il Frigio dice di essere saltato giù dal tetto. Secondo lo scolio, la sceneggiatura originale richiedeva che l’attore saltasse giù, ma la cosa fu ritenuta pericolosa, cosicché in realtà scendeva sul retro del palcoscenico ed entrava per la porta principale; i vv. 1366-68 sarebbero stati composti nello sforzo di mascherare questo cambiamento, ma il fatto è che occorrono per introdurre il nuovo personaggio, e sono inoltre linguisticamente irreprensibili.

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 454, f 41 r (X sec.). Iliade.

Altre opere degli Alessandrini, che non si possono passare sotto silenzio, sono le edizioni della commedia, di Pindaro e dei poeti lirici. Anche qui si doveva determinare la colometria: in un punto vediamo come Aristofane se ne serva rettamente per dimostrare come una frase, che non corrispondeva metricamente con l’antistrofa, doveva essere cancellata dal testo (schol. ad Pind., Olymp. 2, 48). Il compito di preparare l’edizione della commedia fu intrapreso allo stesso modo della tragedia: non sappiamo su quali copie del testo questa edizione venne basata, ma l’ampio e ricco materiale contenuto nei superstiti scolii ad Aristofane dimostra che le sue opere furono studiate con energia ed entusiasmo.

 

  1. Altre forme di cultura nel periodo ellenistico.

 

L’attività alessandrina fiorì nel III e nel II secolo; dapprima il Museo non ebbe rivali, invece dopo qualche tempo i re di Pergamo decisero di sfidarne la posizione fondando una loro biblioteca, il cui progetto è associato all’origine con il nome del re Eumene II (197-159 a.C.); vennero costruiti vasti edifici, parzialmente riportati alla luce da scavi archeologici tedeschi nello scorso secolo, ma della biblioteca di Pergamo si conosce molto meno che di quella di Alessandria. I bibliotecari evidentemente intrapresero studi bibliografici su larga scala e gli eruditi trovarono utile consultare le loro opere accanto a quelle degli Alessandrini (Athen. 8, 336d; Dion. Halic., De Dinarcho I). Agli studiosi di Pergamo però non spetta la paternità di edizioni di classici, ma sembrano essersi limitati a brevi monografie su punti specifici, certe volte direttamente in polemica con gli Alessandrini. I loro interessi non erano soltanto letterari: Polemone (ca. 220-160 a.C.), benché abbia raccolto esempi di parodia, fu in primo luogo un eminente studioso di topografia e di iscrizioni; entrambi questi importanti argomenti di filologia storica erano rimasti al di fuori della gamma usuale di studi condotta nel Museo. Il nome più famoso legato a Pergamo è quello di Cratete (ca. 200 – ca. 140 a.C.), del quale sappiamo che lavorò su Omero, ed alcuni suoi emendamenti sono conservati negli scolii; si occupò in particolare della geografia omerica, cercando di conciliarla con la dottrina stoica; inoltre fu il primo greco che tenne pubbliche lezioni a Roma.

Busto di dinasta ellenistico (forse Eumene II di Pergamo). Bronzo, II-I secolo a.C. dalla Villa dei Papiri, Ercolano. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Gli stoici si interessarono molto di letteratura. Per loro un aspetto importante dell’interpretazione di Omero consisteva nell’adattarvi significati allegorici: ci resta uno di questi trattati, di un certo Eraclito. Accanto agli studi omerici si occuparono intensamente di grammatica e linguistica, elaborando una terminologia più completa di quella in uso, anche se la prima grammatica greca, nel vero senso della parola, fu di Dionisio Trace (ca. 170 – ca. 90 a.C.): questi avrebbe potuto essere allievo di Aristarco quanto ad età, ma non si può annoverare del tutto fra gli Alessandrini, perché il suo lavoro di insegnante si svolse in buona parte a Rodi. La sua grammatica comincia con una definizione dei singoli argomenti, l’ultimo dei quali, indicato dall’autore come il più nobile, è la critica poetica; indi tratta delle parti del discorso, declinazioni e coniugazioni, ma non discute problemi di sintassi e di stile. Questa breve guida godette di durevole diffusione, com’è attestato dal volume di commenti ad essa, composti da grammatici posteriori; rimase a fondamento delle grammatiche greche fino a tempi relativamente moderni e nella tarda antichità ebbe l’onore di traduzioni in siriaco e in armeno.

Biblioteca Marciana di Venezia, Cod. Marc. gr. 622. Esichio di Alessandria, Lexicon. Inizio della lettera π (dettaglio).

Con questo libro si chiudeva il periodo migliore dell’attività alessandrina; il declino della scuola fu causato da Tolomeo Evergete II, che decretò una persecuzione contro gli studiosi di letteratura greca (ca. 145 – 144 a.C.): fra gli altri Dionisio Trace, che aveva cominciato la sua carriera ad Alessandria, andò in esilio. Didimo (sec. I a.C.) è l’unica figura di rilievo nella rimanente età ellenistica; conseguì fama nel mondo antico per la gran quantità dei suoi scritti, ma la notizia che dalla sua penna uscirono 4.000 libri deve essere esagerata, anche se si suppone che molti non fossero più lunghi di un moderno articoletto; il suo nome è spesso menzionato negli scolii e si vede che la sua opera copriva l’intera gamma della poesia classica. Per quanto si può giudicare dalla natura frammentaria del materiale, la sua attività non consistette tanto nella composizione di commenti originali, quanto in una compilazione tratta dalla massa già enorme di lavori critici, ed è importante perché costituì evidentemente una delle principali fonti usate dai successivi studiosi, che ridussero gli scolii alla forma attuale. Della sua raccolta di parole rare e difficili della tragedia (τραγικαὶ λέξεις) si può rintracciare l’influenza in opere sopravvissute, poiché ne derivano molte voci in dizionari più tardi, come quello di Esichio. Didimo va ricordato anche per i suoi lavori su prosatori: commentò Tucidide e gli oratori e il solo passo abbastanza esteso dei suoi scritti che sia stato conservato è un brano di una monografia su Demostene (P. Berol. 9780), che, integra, conteneva note ai discorsi IX-XI e XIII e dalla quale viene confermato il giudizio su Didimo come compilatore privo di vera originalità e indipendenza di vedute; egli qui offre molte citazioni da fonti altrimenti perdute, come Filocoro e Teopompo, mentre il suo contributo personale è molto scarso: arriva al punto di riportare senza commento la notizia che il discorso XI sarebbe un centone di Demostene messo insieme da Anassimene di Lampsaco, cosa che, vera o no, esige d’essere discussa da qualunque commentatore. Non tutti i passi vengono esaminati, ma monografie di questo tipo furono spesso più limitate nello scopo di quanto si richiederebbe ad una analoga opera moderna. Invece è una gradita sorpresa trovare che il commento non si restringe ad argomenti di interesse linguistico o utili solo ad un maestro di retorica, ma affronta problemi cronologici e di interpretazione storica.

 

Bibliografia:

G. CAVALLO, Libri, scritture, scribi a Ercolano, Napoli 1983.

A.M. DALE, Seen and Unseen on the Greek Stage: A Study in Scenic Conventions, Wiener Studien 69 (1956), 103-104 (= Collected Papers, Cambridge 1969, 126-127).

L.W. DALY, Contributions to a History of Alphabetization in Antiquity and the Middle Ages, Bruxelles 1967.

H. ERBSE, Zur normativen Grammatik der Alexandriner, Glotta 58 (1980), 244-258.

R.L. FOWLER, Reconstructing the Cologne Alcaeus, ZPE 33 (1979), 17-28.

G.P. GOOLD, Homer and the Alphabet, TAPA 91 (1960), 272-291.

L. KÖHLER, Die Briefe des Sokrates und der Sokratiker. Herausgegeben. übersetzt und kommentiert, Leipzig 1928 (Philologus Suppl. 20.2).

A.G. LEE, An Aristarchean Maxim?, Proc. of the Cambridge Philol. Society 21 (1975), 63-64.

N. LEWIS, Papyrus in Classical Antiquity, Oxford 1974.

H. LLOYD-JONES, The Justice of Zeus, Berkeley 1971.

H.I. MARROU, Histoire de l’éducation dans l’antiquité, Paris 1965 (6).

D.L. PAGE, Actors’ Interpolations in Greek Tragedy, Oxford 1934.

R. PFEIFFER, History of Classical Scholarship from the Beginning to the End of the Hellenistic Age, Oxford 1968 (trad. it. = Storia della filologia classica. Dalle origini alla fine dell’età ellenistica, a cura di M. Gigante – S. Cerasuolo, Napoli 1983).

R. RENEHAN, Greek Textual Criticism. A Reader, Harvard 1969.

J.E. SANDYS, A History of Classical Scholarship, I-III, London 1903-1908.

G.B. TOWNEND, Some Problems of Punctuation in the Latin Hexameter, CQ 19 (1969), 330-333.

E.G. TURNER, Athenian Books in the Fifth and Fourth Centuries B.C., London 1952.

E.G. TURNER, Greek Papyri. An Introduction, Oxford 1968.

E.G. TURNER, Greek Manuscripts of the Ancient World, Oxford 1971.

E.G. TURNER, Ptolemaic Bookhands and the Lille Stesichorus, Scrittura e civiltà 4 (1980), 19-40.

S.R. WEST, The Ptolemaic Papyri of Homer, Köln-Opladen 1967.

S.R. WEST, Chalcenteric Negligence, CQ 20 (1970), 288-296.

N.G. WILSON, Philologiae perennis initia, CR 19 (1969), 366-372.

N.G. WILSON, Aristarchus or a Sophist?, Proc. of the Cambridge Philol. Society 22 (1976), 123.

Battaglia di Porta Collina (2 novembre 82 a.C.)

di Plutarco, Lisandro e Silla, intr. L. Canfora e A. Keaveney, trad. e note di F.M. Muccioli e L. Ghilli, Milano 2000, pp. 452-463; testo greco dell’ed. K. Ziegler, Plutarchi Vitae parallelae, III.2, Stuttgart-Leipzig 1973(2).

 

Plut. Sull. 2930, 5

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

[29, 1] Tὸν μέντοι τελευταῖον ἀγῶνα καθάπερ ἔφεδρος ἀθλητῇ καταπόνῳ προσενεχθεὶς ὁ Σαυνίτης Τελεσῖνος ἐγγὺς ἦλθε τοῦ σφῆλαι καὶ καταβαλεῖν ἐπὶ θύραις τῆς Ῥώμης. [2] ἔσπευδε μὲν γὰρ ἅμα Λαμπωνίῳ τῷ Λευκανῷ χεῖρα πολλὴν ἀθροίσας ἐπὶ Πραινεστὸν, ὡς ἐξαρπασόμενος τῆς πολιορκίας τὸν Μάριον· [3] ἐπεὶ δὲ ᾔσθετο Σύλλαν μὲν κατὰ στόμα, Πομπήϊον δὲ κατ᾽ οὐρὰν βοηδρομοῦντας ἐπ᾽ αὐτόν, εἰργόμενος τοῦ πρόσω καὶ ὀπίσω, πολεμιστὴς ἀνὴρ καὶ μεγάλων ἀγώνων ἔμπειρος, ἄρας νυκτὸς ἐπ᾽ αὐτὴν ἐχώρει παντὶ τῷ στρατοπέδῳ τὴν Ῥώμην. [4] καὶ μικροῦ μὲν ἐδέησεν ἐμπεσεῖν εἰς ἀφύλακτον· ἀποσχὼν δὲ τῆς Κολλίνης πύλης δέκα σταδίους ἐπηυλίσατο τῇ πόλει, μεγαλοφρονῶν καὶ ταῖς ἐλπίσιν ἐπηρμένος, ὡς τοσούτους ἡγεμόνας καὶ τηλικούτους κατεστρατηγηκώς. [5] ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τῶν λαμπροτάτων νέων ἐξιππασαμένων ἐπ᾽ αὐτὸν, ἄλλους τε πολλοὺς καὶ Κλαύδιον Ἄππιον εὐγενῆ καὶ ἀγαθὸν ἄνδρα κατέβαλε. [6] θορύβου δ᾽ οἷον εἰκός ὄντος ἐν τῇ πόλει, καὶ βοῆς γυναικείας καὶ διαδρομῶν ὡς ἁλισκομένων κατὰ κράτος, πρῶτος ὤφθη Βάλβος ἀπὸ Σύλλα προσελαύνων ἀνὰ κράτος ἱππεῦσιν ἑπτακοσίοις. [7] διαλιπὼν δὲ ὅσον ἀναψῦξαι τὸν ἱδρῶτα τῶν ἵππων, εἴτ᾽ αὖθις ἐγχαλινώσας, διὰ ταχέων ἐξήπτετο τῶν πολεμίων· ἐν τούτῳ δὲ καὶ Σύλλας ἐφαίνετο, καὶ τοὺς πρώτους εὐθὺς ἀριστᾶν κελεύων εἰς τάξιν καθίστη. [8] πολλὰ δὲ Δολοβέλλα καὶ Τουρκουάτου δεομένων ἐπισχεῖν καὶ μὴ κατακόπους ἔχοντα τοὺς ἄνδρας ἀποκινδυνεῦσαι περὶ τῶν ἐσχάτων, (οὐ γὰρ Κάρβωνα καὶ Μάριον, ἀλλὰ Σαυνίτας καὶ Λευκανούς, τὰ ἔχθιστα τῇ Ῥώμῃ καὶ [τὰ] πολεμικώτατα φῦλα συμφέρεσθαι), παρωσάμενος αὐτοὺς ἐκέλευσε σημαίνειν τὰς σάλπιγγας ἀρχὴν ἐφόδου, σχεδὸν εἰς ὥραν δεκάτην ἤδη τῆς ἡμέρας καταστρεφούσης. [9] γενομένου δὲ ἀγῶνος οἷος οὐχ ἕτερος, τὸ μὲν δεξιόν ἐν ᾧ Κράσσος ἐτέτακτο λαμπρῶς ἐνίκα. τῷ δὲ εὐωνύμῳ πονοῦντι καὶ κακῶς ἔχοντι Σύλλας παρεβοήθει, λευκὸν ἵππον ἔχων θυμοειδῆ καὶ ποδωκέστατον. [10] ἀφ᾽ οὗ γνωρίσαντες αὐτὸν δύο τῶν πολεμίων διετείνοντο τὰς λόγχας ὡς ἀφήσοντες· αὐτὸς μὲν οὖν οὐ προενόησε, τοῦ δ᾽ ἱπποκόμου μαστίξαντος τὸν ἵππον, ἔφθη παρενεχθεὶς τοσοῦτον, ὅσον περὶ τὴν οὐρὰν τοῦ ἵππου τὰς αἰχμὰς συμπεσούσας εἰς τὴν γῆν παγῆναι. [11] λέγεται δὲ ἔχων τι χρυσοῦν Ἀπόλλωνος ἀγαλμάτιον ἐκ Δελφῶν, ἀεὶ μὲν αὐτὸ κατὰ τὰς μάχας περιφέρειν ἐν τῷ κόλπῳ, ἀλλὰ καὶ τότε τοῦτο καταφιλεῖν, οὕτω δὴ λέγων· [12] «ὦ Πύθιε Ἄπολλον, τὸν Eὐτυχῆ Σύλλαν Κορνήλιον ἐν τοσούτοις ἀγῶσιν ἄρας λαμπρὸν καὶ μέγαν, ἐνταῦθα ῥίψεις ἐπὶ θύραις τῆς πατρίδος ἀγαγών, αἴσχιστα τοῖς ἑαυτοῦ συναπολούμενον πολίταις;». [13] τοιαῦτά φασι τὸν Σύλλαν θεοκλυτοῦντα τοὺς μὲν ἀντιβολεῖν, τοῖς δὲ ἀπειλεῖν, τῶν δὲ ἐπιλαμβάνεσθαι· [14] τέλος δὲ τοῦ εὐωνύμου συντριβέντος, ἀναμιχθέντα τοῖς φεύγουσιν εἰς τὸ στρατόπεδον καταφυγεῖν, πολλοὺς ἀποβαλόντα τῶν ἑταίρων καὶ γνωρίμων. [15] οὐκ ὀλίγοι δὲ καὶ τῶν ἐκ τῆς πόλεως ἐπὶ θέαν προελθόντες ἀπώλοντο καὶ κατεπατήθησαν, ὥστε τὴν μὲν πόλιν οἴεσθαι διαπεπρᾶχθαι, παρ᾽ ὀλίγον δὲ καὶ τὴν Μαρίου πολιορκίαν λυθῆναι, πολλῶν ἐκ τῆς τροπῆς ὠσαμένων ἐκεῖ καὶ τὸν ἐπὶ τῇ πολιορκίᾳ τεταγμένον Ὀφέλλαν Λουκρήτιον ἀναζευγνύναι κατὰ τάχος κελευόντων, ὡς ἀπολωλότος τοῦ Σύλλα καὶ τῆς Ῥώμης ἐχομένης ὑπὸ τῶν πολεμίων.

[30, 1] Ἤδη δὲ νυκτὸς οὔσης βαθείας, ἧκον εἰς τὸ τοῦ Σύλλα στρατόπεδον παρὰ τοῦ Κράσσου, δεῖπνον αὐτῷ καὶ τοῖς στρατιώταις μετιόντες· ὡς γὰρ ἐνίκησε τοὺς πολεμίους, εἰς Ἄντεμναν καταδιώξαντες ἐκεῖ κατεστρατοπέδευσαν. [2] ταῦτ᾽ οὖν πυθόμενος ὁ Σύλλας καὶ ὅτι τῶν πολεμίων οἱ πλεῖστοι διολώλασιν, ἧκεν εἰς Ἄντεμναν ἅμ᾽ ἡμέρᾳ· καὶ τρισχιλίων ἐπικηρυκευσαμένων πρὸς αὐτὸν, ὑπέσχετο δώσειν τὴν ἀσφάλειαν, εἰ κακόν τι τοὺς ἄλλους ἐργασάμενοι πολεμίους ἔλθοιεν πρὸς αὐτόν. [3] οἱ δὲ πιστεύσαντες ἐπέθεντο τοῖς λοιποῖς, καὶ πολλοὶ κατεκόπησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων· οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τούτους καὶ τῶν ἄλλων τοὺς περιγενομένους εἰς ἑξακισχιλίους ἀθροίσας παρὰ τὸν ἱππόδρομον, ἐκάλει τὴν σύγκλητον εἰς τὸ τῆς Ἐνυοῦς ἱερόν. [4] ἅμα δ᾽ αὐτός τε λέγειν ἐνήρχετο καὶ κατέκοπτον οἱ τεταγμένοι τοὺς ἑξακισχιλίους· κραυγῆς δέ, ὡς εἰκός, ἐν χωρίῳ μικρῷ τοσούτων σφαττομένων φερομένης καὶ τῶν συγκλητικῶν ἐκπλαγέντων, ὥσπερ ἐτύγχανε λέγων ἀτρέπτῳ καὶ καθεστηκότι τῷ προσώπῳ προσέχειν ἐκέλευσεν αὐτοὺς τῷ λόγῳ, τὰ δ᾽ ἔξω γινόμενα μὴ πολυπραγμονεῖν· νουθετεῖσθαι γὰρ αὐτοῦ κελεύσαντος ἐνίους τῶν πονηρῶν.

[5] Tοῦτο καὶ τῷ βραδυτάτῳ Ῥωμαίων νοῆσαι παρέστησεν, ὡς ἀλλαγὴ τὸ χρῆμα τυραννίδος, οὐκ ἀπαλλαγὴ γέγονε. […].

 

[29] Tuttavia, nell’ultima lotta il sannita Telesino, come un atleta di riserva messo a combattere con il lottatore stanco, per poco non lo atterrò e lo abbatté alle porte di Roma. Aveva raccolto una folta schiera e, insieme a Lamponio il Lucano, si dirigeva veloce verso Preneste per liberare Mario dall’assedio; ma quando venne a sapere che Silla e Pompeo gli correvano contro, uno di fronte e uno alle spalle, vedendosi bloccato davanti e di dietro, da uomo di guerra esperto di grandi battaglie, partì di notte e si mise in marcia verso Roma con tutto l’esercito. E poco mancò che piombasse sulla città mentre era incustodita; si fermò a dieci stadi dalla Porta Collina, accampandosi presso la città, pieno di orgoglio e di superbe speranze per aver gabbato generali tanto numerosi e abili. All’alba, quando i più illustri giovani uscirono a cavallo contro di lui, ne uccise molti, tra cui anche Appio Claudio, uomo nobile e valoroso. Com’è naturale, in città ci fu confusione, con grida di donne e fuggi-fuggi, come per un violento assalto; per primo videro arrivare Balbo, che, inviato da Silla, avanzava a briglia sciolta con settecento cavalieri. Si fermò quanto bastava per far asciugare il sudore dei cavalli, e di nuovo li fece imbrigliare, per poi lanciarsi rapidamente contro i nemici. Nel frattempo appariva anche Silla; fece subito mangiare i primi arrivati e li schierò in ordine di battaglia. Dolabella e Torquato lo pregavano con insistenza di aspettare e di non giocarsi il risultato finale, ora che i suoi uomini eran stanchi (sì, perché non si trattava più di combattere con Carbone o con Mario, ma con i Sanniti e i Lucani, i peggiori nemici di Roma, le genti più bellicose); egli li mandò via e ordinò che le trombe suonassero il segnale d’inizio dell’assalto, anche se il giorno volgeva ormai all’ora decima. Ci fu un combattimento quale non mai e l’ala destra di Crasso vinse brillantemente. All’ala sinistra, affaticata e nei guai, Silla corse in aiuto su un cavallo bianco impetuoso e velocissimo. E due nemici, che lo riconobbero da questo, si prepararono a scagliargli contro le loro lance; egli non se ne accorse, ma lo scudiero frustò il suo cavallo e li prevenne, facendolo passare più in là di quanto bastò perché le punte cadessero vicino alla coda del cavallo e si conficcassero al suolo. Si dice che avesse con sé una statuetta d’oro di Apollo presa a Delfi; la portava sul petto a ogni battaglia, ma questa volta la baciò addirittura e le disse così: «O Apollo Pizio, che in tante lotte hai innalzato a gloria e grandezza il Fortunato Cornelio Silla, lo abbandonerai proprio ora che lo hai fatto giungere alle porte della patria e lo farai morire con i suoi concittadini nel modo più turpe?». Si narra che, dopo aver così invocato il dio, si rivolse ai suoi soldati, in parte con suppliche e in parte con minacce, e ad alcuni mise le mani addosso; ma, alla fine, persa l’ala sinistra, cercò riparo nell’accampamento insieme ai fuggitivi. Era stato privato di molti compagni e molti conoscenti; morirono calpestati anche tanti di quelli che erano usciti dalla città per andare a vedere la battaglia. Così si pensava che la città fosse perduta e per poco Mario non fu liberato dall’assedio: molti, che dopo la ritirata si erano spinti fin là, chiedevano a Lucrezio Ofella, preposto all’assedio, di togliere il campo velocemente, perché Silla era morto e Roma era nelle mani dei nemici.

[30] Era ormai notte fonda quando all’accampamento di Silla giunsero dei messaggeri di Crasso e gli chiesero cibo per lui e per i suoi soldati; avevano vinto i nemici e li avevano inseguiti fino ad Antemne, dove si erano accampati. Con questo aveva saputo anche che i nemici erano stati uccisi quasi tutti; sul far del giorno era ad Antemne e, a tremila nemici, che gli mandarono dei legati, promise che, se fossero venuti da lui dopo aver compiuto qualche azione a danno degli altri suoi nemici, avrebbe loro concesso l’incolumità. Confidando nella sua parola, essi attaccarono gli altri e ci fu una grande strage da ambedue le parti. Nonostante ciò, Silla radunò nell’ippodromo loro e quanti degli altri erano sopravvissuti, circa seimila uomini, e convocò il Senato nel tempio di Bellona. Nel momento esatto in cui iniziava a parlare, i suoi incaricati uccidevano i seimila; come è naturale, tanti uomini massacrati in uno spazio stretto lanciarono un grido che sconvolse anche i senatori. Silla, con la stessa calma e la stessa espressione tranquilla con cui aveva iniziato a parlare, li pregò di stare attenti al discorso e non a quello che accadeva fuori, perché si trattava di qualche delinquente che veniva ammonito per suo stesso ordine.

Questo fece pensare anche al più tardo dei Romani che il fatto rappresentava un cambiamento di tirannide, non una liberazione.

***************************************************************************************************

in Le Storie di C. Velleio Patercolo, L. Agnes (cur.) – Epitome e Frammenti di L. Anneo Floro, J. Giacone Deangeli (cur.), Torino 1977, pp. 124-127.

 

Vell. II 27

 

[27, 1] At Pontius Telesinus, dux Samnitium, vir domi bellique fortissimus penitusque Romano nomini infestissimus, contractis circiter quadraginta milibus fortissimae pertinacissimaeque in retinendis armis iuventutis, Carbone ac Mario consulibus abhinc annos centum et novem Kal. Novembribus ita ad portam Collinam cum Sulla dimicavit, ut ad summum discrimen et eum et rem publicam perduceret, [2] quae non maius periculum adiit Hannibalis intra tertium miliarium castra conspicata, quam eo die, quo circumvolans ordines exercitus sui Telesinus dictitansque adesse Romanis ultimum diem vociferabatur eruendam delendamque urbem, adiiciens numquam defuturos raptores Italicae libertatis lupos, nisi silva, in quam refugere solerent, esset excisa. [3] Post primam demum horam noctis et Romana acies respiravit et hostium cessit. Telesinus postera die semianimis repertus est, victoris magis quam morientis vultum praeferens, cuius abscisum caput ferro figi gestarigue circa Praeneste Sulla iussit.
[4] Tum demum desperatis rebus suis C. Marius adulescens per cuniculos, qui miro opere fabricati in diversas agrorum partis ferebant, conatus erumpere, cum foramine e terra emersisset, a dispositis in id ipsum interemptus est. [5] Sunt qui sua manu, sunt qui concurrentem mutuis ictibus cum minore fratre Telesini una, obsesso et erumpente occubuisse prodiderint. Utcumque cecidit, hodieque tanta patris imagine non obscuratur eius memoria. De quo iuvene quid existimaverit Sulla, in promptu est; occiso enim demum eo Felicis nomen adsumpsit, quod quidem usurpasset iustissime, si eundem et vincendi et vivendi finem habuisset.
[6] Oppugnationi autem Praenestis ac Marii praefuerat Ofella Lucretius, qui cum ante Marianarum fuisset partium praetor, ad Sullam transfugerat. Felicitatem diei, quo Samnitiurn Telesinique pulsus est exercitus, Sulla perpetua ludorum circensium honoravit memoria, qui sub eius nomine Sullanae Victoriae celebrantur.

 

Tomba di Nola. Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Tomba di Nola. Il ritorno dei guerrieri sanniti dalla battaglia. Affresco, IV secolo a.C. ca. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

[27, 1] Ponzio Telesino capo dei Sanniti, valente in pace e in guerra e profondamente ostile a Roma, messi insieme circa quarantamila giovani valorosissimi e ostinati a non deporre le armi, circa centonove anni fa sotto il consolato di Carbone e Mario si scontrò con Silla presso la porta Collina, mettendo a rischio mortale e il generale e la Repubblica, [2] la quale quando aveva visto Annibale accampato a meno di tre miglia dalla città non aveva corso maggior pericolo di quel giorno in cui Telesino, trascorrendo da una all’altra schiera, andava dicendo che era giunto per i Romani l’ultimo giorno, e gridava a gran voce che la città doveva essere diroccata e distrutta. E aggiungeva che sarebbero sempre esistiti i lupi rapaci dell’italica libertà, se non si fosse abbattuta la selva loro abituale rifugio. [3] Solo dopo la prima ora di notte l’esercito romano poté riaversi, mentre il nemico indietreggiava. All’indomani Telesino fu trovato semivivo, con sul volto l’espressione da vincitore piuttosto che da morente; e Silla dispose che il suo capo mozzato fosse infisso su una lancia e portato intorno a Preneste.
[4] Allora finalmente il giovane Gaio Mario, disperando della situazione, mentre tentava di porsi in salvo passando per certe gallerie che, predisposte con ammirevole maestria, immettevano in diverse parti della campagna, proprio mentre riemergeva da uno sbocco fuori terra venne ucciso da soldati appostati per sorprenderlo. [5] Altri tramandano che si sia ucciso di sua mano, altri ancora che sia caduto duellando con il fratello minore di Telesino, suo compagno nell’assedio e nella fuga. Comunque sia caduto, la sua memoria non è stata ancora oscurata da quella pur grande del padre. È facile sapere, del resto, che concetto di questo giovane avesse Silla, che assunse il titolo di Felice solo dopo l’uccisione di quello: titolo che gli sarebbe spettato a buon diritto, se con la sua guerra vittoriosa fosse finita anche la sua vita.
[6] L’assedio contro Mario in Preneste era stato diretto da Lucrezio Ofella, passato agli ordini di Silla dopo essere stato pretore nel partito mariano. Volle Silla che il fausto giorno della cacciata dei Sanniti e di Telesino fosse ricordato da ininterrotta tradizione di ludi del circo, che infatti ancor oggi si celebrano sotto il nome di Vittoria Sillana.

*****************************************************************************************************

in Storie: libri XLIV-XLV e frammenti di Tito Livio, G. Pascucci (cur.), VII, Torino 1971, pp. 692-695; testo latino da W. Weissenborn – M. Müller (Hgr.), Titi Livi ab Urbe condita libri, Pars IV, libri XLI-CXLII, Fragmenta – Index, Leipzig 1911.

 

Liv. Per. LXXXVIII

 

Sylla Carbonem, eius exercitu ad Clusium ad Fauentiam Fidentiamque caeso, Italia expulit, cum Samnitibus, qui soli ex Italicis populis nondum arma posuerant, iuxta urbem Romanam ante portam Collinam debellauit, reciperataque re p. pulcherrimam uictoriam crudelitate quanta in nullo hominum fuit, inquinauit. VIII milia dediticiorum in uilla publica trucidauit, tabulam proscriptionis posuit, urbem ac totam Italiam caedibus repleuit inter quas omnes Praenestinos inermes concidi iussit, Marium, senatorii ordinis uirum, cruribus bracchiisque fractis, auribus praesectis et oculis effossis necauit. C. Marius Praeneste obsessus a Lucretio Ofella, Syllanarum partium uiro, cum per cuniculum captaret euadere saeptum exercitu, mortem consciuit. [Id est, in ipso cuniculo, cum sentiret se euadere non posse, cum Telesino, fugae comite, stricto utrimque gladio concurrit; quem cum occidisset, ipse saucius impetrauit a seruo ut se occideret].

P. Cornelio Silla. Busto, marmo, I sec. a.C.

P. Cornelio Silla. Busto, marmo, I sec. a.C.

 

Silla ricacciò dall’Italia Carbone, dopo averne sconfitto l’esercito presso Chiusi, Faenza e Fidenza; pose fine alla guerra con i Sanniti, che unici fra gli Italici non avevano deposto ancora le armi, attaccandoli nei pressi della città di Roma, dinanzi alla porta Collina e riconquistando la Repubblica macchiò la splendida vittoria con atti di crudeltà, quanti non si erano mai visti compiere da alcuno. Ottomila che si erano arresi massacrò nella villa pubblica, affisse la tavola della proscrizione, riempì di stragi la città e tutta l’Italia; fra l’altro ordinò di passar per le armi tutti gli inermi cittadini di Preneste, fece uccidere Mario, uomo di rango senatorio, dopo avergli fatto spezzare gambe e braccia, tagliare le orecchie e cavare gli occhi. C. Mario assediato a Preneste da Lucrezio Ofella, seguace di Silla, mentre tentava di uscire per un cunicolo sbarrato dall’esercito si dette la morte [cioè, proprio dentro il cunicolo, accortosi di non essere in grado di uscire, con uno di Telese, suo compagno di fuga, impugnata entrambi la spada, duellò; e avendolo ucciso, mentre egli era rimasto soltanto ferito, ottenne che uno schiavo gli vibrasse l’ultimo colpo].

*****************************************************************************************************

Bibliografia di approfondimento

J.P.V.D. Baldson, Sulla Felix, JRS 41 (1951), pp. 1-10.

H. Ericsson, Sulla Felix. Eine Wortstudie, Eranos 41 (1943), pp. 77-89.

R.G. Lewis, A Problem in the Siege of Praeneste, 82 B.C., PBSR 39 (1971), pp. 32-39.