Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

Bibliografia:

 

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[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

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La pace di Callia

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 353-354.

Cefisodoto il Vecchio. Irene e Pluto. Statua, copia romana in marmo da originale del 375 a.C. ca dall’Agorà di Atene. München, Glyptothek.

Nel 449 Cimone è ormai morto, vittima, sembra, di una malattia durante l’assedio di Cizio nella parte sud-orientale di Cipro; una tradizione, che è stata assai impugnata, nell’antichità (da Teopompo) come ai nostri giorni, colloca in questa data la stipula di un accordo tra Atene e la Persia, che chiude ai Persiani l’accesso al mare Egeo, vietando alle navi di superare Capo Chelidonia, a sud, e le isole Cianee, a nord, e interdice all’esercito persiano di avvicinarsi alla costa occidentale dell’Asia Minore (l’area delle città greche) a una distanza inferiore ai tre giorni di marcia. Recenti tentativi di negare il valore dimostrativo di un accenno di Tucidide al diritto del Re di navigare lungo la sua chōra, che Sparta riconosceva al Re nel 412/411, sono da considerare assai deboli[1]: la verità è che il Re si vedeva così riconosciuto un diritto, che evidentemente qualcuno doveva avergli contestato. Che poi il riferimento ineludibile di Tucidide si possa saldare con la misteriosa missione del ricchissimo Callia, figlio di Ipponico, a Susa, a cui accenna Erodoto[2], è un passo ulteriore. Perché questi accenni guardinghi, o addirittura misteriosi, a un patto che, nella prospettiva moderna e nello stesso punto di vista dei Greci, doveva essere invece naturale sottolineare clamorosamente? Probabilmente perché non si arrivò mai, nella forma, a un compiuto trattato bilaterale. Il re persiano tende a stipulare trattati unilaterali: un accordo che lo impegnava a una tale capitolazione poteva essere soltanto concepito, dalla parte del Re, come un’intesa de facto. E come in realtà nulla accadeva di veramente nuovo sul terreno dei fatti nel 449 (poiché la guerra greco-persiana aveva già sostanzialmente cambiato teatro d’azione e intensità dopo il 478, e più ancora dopo la battaglia dell’Eurimedonte, circa il 470), si può capire che una storiografia così attenta ai fatti come quella di Tucidide, e dello stesso Erodoto, sorvolasse su una soluzione diplomatica, che comunque chiudeva formalmente la seconda guerra attico-persiana per il controllo del Mediterraneo orientale. Se la Persia cedeva sulla Ionia, Atene rinunciava ai suoi sogni espansionistici, di cui sono prova le imprese dell’anno 459. Dieci anni dopo, era dunque già cominciato un certo ripiegamento dell’imperialismo ateniese.

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Note:

[1] Sul tema si vd., E. Badian, The Peace of Callias, JHS 107 (1987), pp. 1-39.

[2] Ineludibile, nonostante i dubbi recentemente espressi, il riferimento ai limiti della navigazione dei Persiani nel mar Egeo, nel passo di Tucidide, VIII 56, 4; cfr. Erodoto, VII 151; Isocrate, Panegirico 118 sgg., Areopagitico 80Panatenaico 59; Diodoro, XII 4; Plutarco, Cimone 13 ecc.; contra Teopompo, FGrHist 115 Ff 153 e 154; Beloch, GG2 II 1, p. 177 n.2 (esauriente).

Calamide. Ritratto di Elpinice, moglie di Callia, in veste di «Afrodite Sosandra». Paus. I 23, 2; Luc. D.Meretr. 3, 2; imag. 6; IG I³ 876). Busto, copia in marmo di età romana. Paris, Musée du Louvre.

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Pericle uomo di Stato

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 336-338; 343-353.

Secondo il giudizio di BelochPericle aveva più qualità di “parlamentare” che di “uomo di Stato”[1]. Appare evidente il significato che qui viene ad assumere la figura dell’uomo di Stato: essa è misurata nei termini della politica di potenza. In Beloch operava anche una nozione negativa del parlamentarismo e dell’uomo politico in genere; per questo gli sfuggiva quello che è invece l’apporto specifico e più creativo di Pericle. Si può dare a “Stato” una nozione assai vasta, come comunità fornita di un suo autonomo potere, dotata di un suo territorio, di sue risorse, suoi mezzi di difesa o anche di offesa. Ma si può proporre una nozione più restrittiva ed esigente, in cui la statualità è direttamente proporzionale alla definizione e al consolidamento di un sistema di funzioni e valori pubblici, che si forma, di fatto, proprio attraverso la decantazione del pubblico (che è, evidentemente, al tempo stesso una decantazione del privato). Il separarsi delle due sfere e il consolidarsi di quella pubblica sono da considerare, all’interno della storia politica greca, come il processo e il momento di formazione dello Stato, nel senso più rigoroso del termine. Di questo processo, certamente, nella storia greca, massimo fautore fu Pericle, come vedremo attraverso l’esame delle decisioni e innovazioni politiche più significative.

Pericle. Testa, copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila (429 a.C. ca.), da Lesbo. Berlin, Altes Museum.

Dal punto di vista della politica estera, Pericle appare come un personaggio di più discutibile profilo, perché il suo periodo di governo ingloba il momento della maggiore espansione della Lega delio-attica, ma anche momenti di grave crisi interna, connessi con le ribellioni (451-440) di Mileto, dell’Eubea (Calcide ed Eretria), di Samo, e con l’avvio di un conflitto, la Guerra del Peloponneso, che doveva produrre la scomparsa dell’impero medesimo. La strategia di Pericle, di contenimento e logoramento dell’avversario, ebbe pochissimo tempo per esplicarsi, dato il rapido sopravvenire della morte dell’uomo politico (nel 429), nel corso della peste scoppiata ad Atene nel 430. Poté così restare, consegnato alle parole di Tucidide e alle pagine di altri scrittori, il dubbio circa gli esiti che avrebbe avuto la guerra tra Atene e Sparta, se nel corso degli anni fosse stato semplicemente seguito alla strategia di Pericle. Ma né oggi né ieri la storia, cioè la ricostruzione storica, si è potuta fare con i se; e nella storia resta più la responsabilità di Pericle, di aver voluto o aver fatalisticamente accettato lo scontro globale con Sparta, che non il merito di una conclusione politicamente buona.

La grandezza di Pericle è proprio nella sua politica interna e nell’ideologia che la sorregge. Egli è senz’altro il campione della democrazia. Nella parola democrazia, come in quella di segno opposto, aristocrazia, v’è certo il segno di una forte percezione del ruolo del potere e del dominio, insita nell’uso del verbo krateîn, a cui si accompagna una dicotomia più netta all’interno della cittadinanza, tra ricchi e popolo, in ordine a scelte politiche di fondo[2]. Ma in questo quadro non v’è dubbio da che parte fosse Pericle. Certamente, il quadro che Tucidide ci fornisce di lui nel II libro (cap. 65), al punto in cui le sue Storie raggiungono il momento della morte dello statista, lo rappresentano come il prôtos anr, il “primo cittadino”, che governa invece del dēmos, come il demagogo che sa condurre (ágein) il popolo e non se ne fa condurre; che sa contraddirlo con discorsi impopolari, e che ne regola, con la forza di persuasione della sua razionale eloquenza, l’altalena dei sentimenti e degli stati d’animo. Ma, a completare il quadro, serve la definizione che Tucidide mette in bocca a Pericle del sistema politico e sociale da lui creato.
La rigorosa distinzione e decantazione tra pubblico e privato ci è parsa come il segno più caratteristico e l’aspetto storicamente più produttivo delle qualità di statista di Pericle.

Gli inizi di Pericle

Nasce da Santippo (del demo di Colargo, figlio di Ar[r]ifrone), il vincitore della battaglia di Micale, del 478, e da Agariste, figlia di un fratello del legislatore Clistene. Per parte di madre, la discendente dal ghénos più illustre ad Atene nel VI secolo: alle spalle, una tradizione che sembra incarnare l’intera storia sociale di Atene. La famiglia degli Alcmeonidi era certo la più aristocratica di Atene; aveva d’altra parte stretto fugaci patti con Pisistrato, che dell’Alcmeonide Megacle aveva per qualche tempo avuto sposa la figlia; aveva poi contrastato Pisistrato e i Pisistratidi e dato inizio alla democrazia, con Clistene. Difficile trovare, in un’altra famiglia, la stessa centralità storica che nel VI secolo aveva avuto quella degli Alcmeonidi. Ma il sistema creato da Clistene, se lasciato ai suoi logici sviluppi storici, doveva portare all’emergere di altri gruppi, altri personaggi politici, altri ambienti sociali: conteneva la possibilità del conflitto e della sconfitta per gli Alcmeonidi, benché solo nel lungo periodo.
Apparso sulla scena politica come accusatore di Cimone circa il 463 a.C., Pericle avrà avuto allora intorno ai 30 anni. Una data di nascita intorno al 495-493 a.C. è suggerita dalla notizia fornita da un’iscrizione (SIG3 1078), secondo cui egli sarebbe stato corego nella rappresentazione dei Persiani di Eschilo (472 a.C.), e allora avrà avuto almeno vent’anni. Nel 476 Temistocle era corego delle Fenicie di Frinico, una tragedia di tema analogo. Pericle si segnalava, in questa prima uscita pubblica, legando la sua persona alla celebrazione di un tema largamente sentito, e destinato ad ispirare, in una prima fase (fino agli anni ’60 avanzati), la politica estera della corrente radicale non meno di quella dei conservatori. Tra il 472 e il 463 non pare ci siano eventi di rilievo nella biografia politica di Pericle: la crisi della corrente temistoclea della democrazia ateniese, conseguente all’ostracizzazione di Temistocle; i tempi necessari al gruppo per un recupero d’immagine (i comportamenti di Temistocle, prima dell’ostracismo e dopo, dovevano averla ampiamente compromessa); l’emergere della figura di Efialte, avversario di Cimone come dell’Areopago, costituiscono altrettante ragioni, quali di ordine negativo quali di ordine positivo, perché Pericle restasse ancora nell’ombra. D’altra parte, erano anche gli anni della neótēs, della giovinezza, necessariamente di subordinazione, specie nell’epoca, che è improntata ancora a valori tradizionali, pur nel corso di processi storici che si avvertono. Quando Cimone, dopo la resa di Taso agli Ateniesi (463 a.C.), mancò di trasferire la guerra sul continente contro Alessandro I di Macedonia e di assicurare ad Atene un più esteso dominio nel distretto aurifero del Pangeo, Pericle gli intentò un processo: inutilmente Elpinice, la sorella di Cimone, nota nella tradizione per gli ambigui rapporti col consanguineo, gli offrì i suoi favori; l’accusa rimase, ma il tono di Pericle fu nei fatti estremamente moderato e Cimone fu assolto[3].
Era il primo scossone al prestigio del generale, democratico lealista, ma di spiriti conservatori o addirittura filo-spartani. Il successivo e definitivo colpo non tarderà a venire (per effetto dello smacco inferto dagli Spartani al contingente ateniese inviato in loro aiuto nel 462 a.C., durante la III Guerra messenica). Chiarezza di intenti, gradualità di azione politica, razionalità nella gestione delle possibilità offerte dalla situazione storica caratterizzano già ampiamente questi inizi di Pericle. Ma tutto questo non significa assenza di asprezza nel confronto politico. Al contrario, se è vero che la democrazia ateniese in generale non presenta aspetti di violenza fisica, appare tuttavia come la ribalta storica su cui si sperimenta ogni altra forma di durezza: nel momento in cui s’introduce nella scena politica la contrapposizione frontale, che vale all’interno della democrazia presa nel suo complesso, si avverte, presente e perciò messa a frutto, l’opinione pubblica. E l’opinione pubblica, come insieme delle opinioni individuali, è un personaggio in qualche modo nuovo nella storia, nella misura in cui essa ha trovato canali istituzionali (dall’Assemblea al teatro ai vari contesti politici e militari) in cui esprimersi. Di questo “nuovo personaggio” l’ambiente pericleo certamente tiene conto. Nella misura in cui la tradizione storiografica e quella biografica raccolgono voci diffamatorie su personaggi del campo anti-pericleo (Cimone e la sorella), come, per il passato, su personaggi di campi diversi da quello alcmeonide (l’antenato di Cimone, Ippoclide, o i rivali nella gloria di aver abbattuto la tirannide dei Pisistratidi, i due tirannicidi Armodio e Aristogitone), si valuta con ogni probabilità l’uso deciso, del tutto corrispondente alle possibilità e all’asprezza del confronto politico, dell’arma della diffamazione, del linciaggio morale. La democrazia crea il suo campo di valori, ma anche le proprie durezze e nuove armi di lotta politica.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Fra gli inizi biografici va collocato il primo matrimonio di Pericle. Sposò una donna già imparentata con lui, di cui non ci è tramandato il nome (Plutarco, Pericle 24), dalla quale ebbe comunque due figli, Santippo e Paralo, che morirono durante la stessa epidemia di peste in cui trovò la morte il padre: come il più anziano era già nato probabilmente qualche tempo prima del 450, di tanto sale la data del matrimonio del padre. Intorno al 450 Pericle deve aver iniziato la sua relazione con Aspasia, l’etera di Mileto (l’origine megarese le è attribuita dal noto falsario Eraclide Pontico), da cui ebbe un figlio, di consueto indicato come Pericle “il Giovane”, certamente nato dopo il 451/450, data di promulgazione della legge che «non dovesse aver parte alla città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini»; legge che fu disattesa proprio in favore del figlio dello statista (Pericle “il Giovane”), che sarà fra gli strateghi condannati a morte e giustiziati a seguito del “processo delle Arginuse” nell’autunno del 406.

Pericle e la politica estera degli anni Cinquanta

Il dominio politico di Pericle durò circa quarant’anni, secondo un’indicazione di Plutarco (Vita 16, 3), la quale tuttavia distingue implicitamente tra due fasi diverse: una prima, nella quale Pericle primeggiò «fra gli Efialti, i Leocrati, i Mironidi, i Cimoni, i Tolmidi e i Tucididi», e la seconda, successiva all’abbattimento della posizione e all’ostracismo di Tucidide (il figlio di Melesia) (444/443), in cui egli tenne la strategia per non meno di quindici anni consecutivi e detenne altre strategie (almeno nell’anno 454 e negli anni 448-446). Prima di quella data (444/443 o 443/442) Pericle svolse certamente un ruolo politico di prim’ordine. È tuttavia probabile che si debba distinguere fra il rilievo avuto da Pericle in politica estera, da un lato, e il suo contributo nella politica interna, per il profilo sociale della democrazia. In quest’ultimo campo le innovazioni portano la cifra di Pericle più (o almeno con maggior sicurezza) delle iniziative di politica estera. La fase più dinamica e aggressiva dell’imperialismo ateniese riflette l’opera, ma forse anche l’iniziativa, di personaggi come quelli sopra ricordati: Leocrate, generale nella guerra condotta nel Golfo Saronico contro Egina (tra il 459 e il 457); Mironide, vincitore della battaglia di Enofita, nel 457, contro gli Spartani; Tolmide, protagonista del vittorioso periplo attorno al Peloponneso, concretatosi in numerose incursioni, nel 455. Cimone, ostracizzato nel 461, aveva fino a quella data contribuito al rafforzamento dell’impero navale non meno dei suoi avversari politici (campagne di Tracia, Eurimedonte, Taso, in particolare); questo dimostra che, sul terreno della politica estera, almeno sotto il profilo del rafforzamento dell’impero, non ci fossero veri dissensi nel gruppo dirigente ateniese, per tutti gli anni Sessanta, o almeno per gran parte di essi.

Combattimento fra Greci e Persiani.

Le iniziative ateniesi di politica estera, in qualche modo ricollegabili con gli esordi di Pericle, sono da riconoscere nelle alleanze strette con Argo, i Tessali, Megara, dopo lo smacco inferto agli Ateniesi dagli Spartani, con il rinvio del contingente attico, nel corso della guerra «del terremoto» (III Guerra messenica).
Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466) e il 461 a.C., ne sono un interessante riscontro, del quale si è detto. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico. Assai meno coerente, da questo punto di vista, l’alleanza di Atene con le aristocrazie tessaliche e con la dorica Megara: via via che il motivo dell’opposizione all’interno delle singole città greche), questa costellazione si trasforma in un dato storicamente innaturale (i cavalieri tessali tradiscono sul campo di Tanagra, nello scontro tra Ateniesi e Spartani del 457; e nel 446 Megara compie una definitiva ribellione ad Atene)[4].
Non tutte le spedizioni ateniesi in direzione di Cipro significano la potenza e l’iniziativa di Cimone, anche se è vero l’inverso, che cioè Cimone, già dall’epoca della battaglia (o delle battaglie) dell’Eurimedonte (470?) e poi ancora alla fine della sua vita (451-449), mostra interesse a interventi nell’isola in chiara funzione anti-persiana, complessivamente nazionalista, in coerenza con i principi della sua politica estera. La prima spedizione ateniese contro Cipro veniva antedatata da Beloch, convinto che la si dovesse connettere con un’iniziativa di Cimone: ma la meccanicità del criterio, e il silenzio di Tucidide, interessato, per affinità ideale e legami di parentela, alle azioni di Cimone, inducono a rigettare un collegamento di questo con la spedizione ateniese a Cipro e in Egitto degli anni 460/459 e seguenti[5]. Alla spedizione in Egitto si attribuisce di solito una finalità di ordine economico: la conquista di un paese produttore di grano. Non siamo certo di coloro che negano che nella storia il movente economico svolga un ruolo importante; tuttavia, proprio in questo caso sembra diversa la dinamica del conflitto. Inaro, principe dei Libi ai confini con l’Egitto invita a intervenire in Egitto gli Ateniesi, che si accingevano ad attaccare Cipro con 200 navi. In primo luogo, dunque, la spedizione d’Egitto fu determinata da un’occasione presentatasi in un contesto diverso. L’attacco a Cipro rientrava nel quadro di una liberazione del Mediterraneo dai Persiani, e la rivolta dell’Egitto offriva innanzi tutto l’occasione per completare l’opera.

Guerriero barbato. Testa, calcare, inizi V sec. a.C. ca. da Cipro. New York, Metropolitan Museum of Art.

Un’iscrizione del 460/459 o del 459/458 indica i vari teatri di guerra in cui gli Ateniesi hanno subito perdite: Cipro, l’Egitto, la Fenicia e, in Grecia, Halieis (in Argolide), Egina, Megara[6]. Dunque, anche la Fenicia. È evidente il fine fondamentalmente strategico delle operazioni degli Ateniesi in quest’area. Naturalmente la conquista dell’Egitto avrebbe potuto avere conseguenze economiche (benché di tipo “acquisitivo”, con riguardo a un prodotto fondamentale per l’alimentazione degli Ateniesi), e ben presto ad Atene si sarà anche riconosciuta e accarezzata l’idea di un simile vantaggio. Ma la dinamica dell’intervento è, una volta tanto, di tipo diverso: la causa militare qui è davvero determinante; la guerra d’Egitto non nasce come guerra per la conquista del granaio del Mediterraneo o magari di un nuovo mercato.
La cronologia della spedizione d’Egitto (nella rappresentazione tucididea una megálē strateía, un’espressione di megalomania di stampo non molto diverso da quello impresso sulla spedizione siciliana degli anni 415-413) è fissata variamente negli studi: dal 462 al 456, nella cronologia più alta (e Beloch è di questa opinione), dal 460/459 al 454, secondo le cronologie più basse. Filologicamente, il metodo più garantito è quello che parte dalle date conclusive. L’inizio delle liste delle sessagesime dei tributi della Lega delio-attica nel 454/453, il collegamento causale stabilito nella tradizione con lo spostamento del tesoro della Lega da Delo all’acropoli di Atene, la coerenza della determinazione della data di inizio a dopo il 462/461 e di quella finale al 455/454 circa, la durata indicata da Tucidide in sei anni, sommati tutti insieme, inducono a collocare i sei anni della spedizione ateniese tra il 460 e il 454.
Per qualche tempo gli Ateniesi occupano la zona, sembra, del Delta, e Menfi; i Persiani inviano, ma inutilmente, Megabazo con denaro a Sparta, perché intervenga in Attica, e quindi spediscono il generale Megabizo in Egitto, dove gli Ateniesi restano ormai bloccati d’assedio nell’isola di Prosopitide, nel settore occidentale del Delta. Per un anno e mezzo gli Ateniesi resistono all’assedio; poi i Persiani prosciugano le acque intorno all’isola; la guerra navale si trasforma in una guerra terrestre, come accade del resto un po’ in tutte le guerre combattute dai Persiani, conformemente alle qualità e propensioni strategiche del popolo dominatore dell’Impero (le cui guerre navali restano affidate, tranne probabilmente che per i quadri, ai popoli soggetti: Fenici, Ciprioti, Cilici). Seguono ormai la cattura della flotta ateniese e la fuga degli Ateniesi occupanti, attraverso la Libia, verso Cirene, dove giungono solo in pochi. Dei ribelli, il libico Inaro è tradito e consegnato ai Persiani, che lo giustiziano; Amirteo, il «re delle paludi», continua la lotta e riesce a mantenersi indipendente. Intanto una nuova flotta ateniese di 50 navi, sopravvenuta in piena disinformazione del disastro toccato alla prima spedizione, subisce la stessa sorte[7].
Accanto alla megálē strateía (il collegamento è sottolineato nell’iscrizione citata per i caduti della tribù Eretteide del 460/459 o 459/458), Atene combatté altre, più domestiche guerre. Il conflitto in questi anni è in primo luogo con Corinto (che si sente provocata dall’alleanza tra Megara e Atene) e presenta un succedersi di alterne vittorie (dei Corinzi a Halieis nell’Argolide, degli Ateniesi a Cecrifalea). Poi ha inizio il conflitto con Egina, che cederà dopo tre anni di guerra, nel 456.

Atene. Tetradramma, Atene 465-454 a.C. AR 16,95 gr. Rovescio: AΘE, civetta stante con ramo d’ulivo e luna crescente.

È l’inizio di quella che nei manuali viene spesso indicata come Prima Guerra del Peloponneso. L’espressione è impropria e fuorviante, rispetto al vero significato della Guerra del Peloponneso per eccellenza, l’unica guerra nota con questa definizione alla tradizione antica. Il significato di quel complemento di specificazione («del Peloponneso») è che si trattò della guerra portata dai Peloponnesiaci contro Atene: quel genitivo è un genitivo soggettivo (come bene osserva Pausania in un passo, IV 6, 1, che confronta la definizione con altre di tipo oggettivo, quale ad esempio «guerra di Troia», la guerra cioè che ebbe Troia come oggetto e teatro di scontri). Parlare di una Prima Guerra del Peloponneso, per una serie di conflitti tra Atene e Sparta (459-446), che per la massima parte ebbero come teatro il Peloponneso, significa dunque pregiudicare – e in senso improprio – il significato autentico dell’espressione Peloponnēsiakós pólemos. Quest’ultima è definizione, per la guerra scoppiata nel 431 a.C., largamente diffusa nei testi antichi, che trae però la sua origine dall’impostazione stessa di Tucidide: infatti, a parte il complesso problema delle responsabilità ultime, per Tucidide non sussiste dubbio sul fatto che, ad aprire le ostilità nell’immediato, fu appunto la Lega peloponnesiaca, capeggiata da Sparta. La Guerra del Peloponneso è insomma per lui una guerra che viene portata dal Peloponneso contro l’Attica.
Progressivamente (e in contemporanea con la spedizione d’Egitto e il suo stallo) si estende la guerra navale di Atene. Fino al 456 essa si esplica nel Golfo Saronico, tra Attica e Argolide. Nel 455 Tolmide può effettuare incursioni contro Gizio (l’arsenale di Sparta), contro Metone (sulla costa messenica occidentale), in Acaia e Corinzia: un vero periplo, che aggira il Peloponneso in senso orario.
Anche sulla terraferma il conflitto fra Atene e i Peloponnesiaci presenta momenti di scontro territorialmente coerenti fra loro. L’inclusione di Megara nell’alleanza di Atene favorisce anche il controllo ateniese sui porti della città confinante col territorio attico: dapprima Nisea sul Golfo Saronico, poi Page, sul Golfo Corinzio. Navi ateniesi hanno certamente presidiato dapprima Nisea, poi devono aver trovato il modo di appostarsi anche nel porto di Page: è una presenza navale ateniese a nord dell’Istmo che spiega la dinamica della spedizione di Pericle nel 454/453 (non un períplous attorno al Peloponneso, ma un paráploos, una navigazione lungo le coste settentrionali di esso e verso l’Acarnania). Ecco dunque un anno (454/453) di strategia di Pericle, estraneo al quindicennio di strategie continuative (443-429): e non è, dal punto di vista militare, un trionfo (i Sicionii sono sconfitti, ma l’attacco alla città acarnana di Eniade si risolve in un nulla di fatto)[8].
Il duro colpo inferto ad Atene in Egitto viene indicato da Plutarco, che sembra attingere a Teofrasto[9], come causa del trasferimento del tesoro da Delo ad Atene: il motivo addotto fu quello di una minaccia persiana. Che si trattasse in parte di un pretesto, è possibile, o quanto meno non è dimostrabile che gli Ateniesi non cogliessero abilmente un’occasione. Sbagliano tuttavia certamente coloro che ritengono che i Persiani non potessero comunque rappresentare una minaccia, che il timore dei Persiani fosse una mera finzione[10]. Chi consideri la situazione geografica di Delo, si accorge come essa sia assai poco coperta sul versante orientale, da cui poteva provenire la minaccia. Ed è del tutto plausibile che a fare la proposta del trasferimento del tesoro fossero i Samii, phýlakes (sentinelle) dell’Impero su quel fianco. Una concreta minaccia persiana, insomma, non ci fu, ma il timore di essa ci poteva essere e non era del tutto ingiustificato.

Pittore Nicostene. Oplita di corsa. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 495 a.C. ca. Walters Art Museum

Un intervento spartano in favore dei Dori della Metropoli contro i Focesi, nel 458/457, blocca tentativi di espansione della presenza politica di Atene (che tradizionalmente sostiene i Focesi) nella Grecia centrale. Tucidide ha narrato con evidenza drammatica le circostanze, gli sbocchi possibili, i gravissimi rischi connessi con la spedizione spartana. Ad Atene, infatti, per la prima volta (e anche l’ultima, prima del 411) si ha un complotto contro la democrazia: c’è chi vuole fermare la costruzione delle Lunghe Mura, che uniscono la città al Pireo, e il connesso processo di sviluppo di una democrazia a base navale (nella potenza militare) e fondata sul sostegno delle masse marinare (sotto il profilo sociale). Ma i conservatori, all’interno della democrazia, restano leali[11]; d’altra parte, gli Spartani rischiano di restare bloccati nella Grecia centrale, per effetto della nuova situazione strategica determinata dalla politica ateniese di alleanze e di espansione, in particolare dal controllo della Megaride; per essi non sembra ci sia via di scampo né per terra né per mare. Tuttavia, con la vittoria conseguita in uno scontro avvenuto in una località tra Tebe e Tanagra (457), gli Spartani si mettono in condizione di forzare il blocco ateniese e rientrare nel Peloponneso passando per i monti della Gerania.
Dopo 61 giorni gli Ateniesi, al comando di Mironide, si prendono una rivincita ad Enofita, sui Beoti, alleati tendenziali degli Spartani. Si profila una costellazione spesso ricorrente nelle vicende della Grecia centro-meridionale. Alla vittoria consegue un periodo di forte ingerenza ateniese negli affari della Beozia: ingerenza, beninteso, non dominio diretto. Viene sciolta la Lega beotica; si procede a una correzione di confini tra Beozia ed Attica; è incerto se anche Tebe cadesse sotto il predominio politico ateniese[12]. La situazione durerà così all’incirca fino al rovescio subito dagli Ateniesi a Coronea (Beozia occ.) nel 447.
Gli anni Cinquanta presentano marcati caratteri di espansionismo esasperato da parte di Atene. Un intervento ateniese in Tessaglia, in favore di Oreste, figlio del tago Echecratida, e contro Farsalo, fatto col sostegno di Beoti e Focesi, resta senza effetto. Secondo una notizia sospetta, Cimone sarebbe rientrato dall’ostracismo solo cinque anni dopo l’espulsione, cioè già nel 456, ed avrebbe anzi procurato una tregua di 5 anni ad Atene, dal 454/453 (secondo Diodoro), ma dal 451, secondo alcuni moderni. Ma la prima nuova impresa che gli si riesce ad attribuire con sicurezza è una spedizione contro Cipro (450/449), nel corso della quale furono compiute imprese notevoli sia per terra (contro i Persiani) sia per mare (contro i Fenici). Forse nell’isola fu conquistata Marion; presso Salamina si svolse, solo dopo la morte di Cimone, una battaglia terrestre ed una navale (la duplicità dell’evento in parte poté rifluire, erroneamente, nella tradizione sulla battaglia dell’Eurimedonte), in cui gli Ateniesi riuscirono vincitori[13].
Più difficile delineare la politica ateniese nelle regioni del Mediterraneo occidentale. I racconti centrati intorno a grandi personalità, anche se inseriti nel contesto di opere di carattere storico e non specificamente biografico, ricevono, dalla stessa cornice in cui si trovano collocati, caratteri di continuità; per i moderni è quindi, tutto sommato, facile raccogliere le spedizioni ateniesi nel Mediterraneo orientale intorno all’iniziativa di un personaggio, visto che la storiografia antica ha già preparato il terreno in questo senso. Per le stesse ragioni, è difficile tracciare una chiara linea di sviluppo della politica e delle imprese di Atene in Occidente. Su questi fatti le fonti sono eterogenee (scarsi cenni letterari, che si presentano come rinvii casuali da fatti successivi) o epigrafi di non facile datazione, o non chiare nella definizione del carattere di novità o di ripetizione dell’alleanza che registrano. Negli anni Cinquanta Atene persegue una politica di intese con gli elementi non greci (anche se grecizzati) della Sicilia occidentale (gli Elimi di Segesta, con cui stipula forse un’alleanza nel 458/457 o 454/453), con città non doriche di Sicilia (Leontini) e d’Italia (Reggio, le cui vicende tradizionalmente si mescolano con quelle delle città di Sicilia)[14]. A questo ambiente si rivolge l’iniziativa dell’invio di una flotta da parte di Atene nel Golfo di Napoli, in data non definibile. Di spiriti diversi sarà l’iniziativa della fondazione della colonia panellenica di Turii nel 444/443. Le imprese degli anni Cinquanta sono dirette anche verso regioni lontane da Atene: Egitto e Sicilia, due sogni grandiosi, che danno la misura di una ricerca del “grande”, nello spazio come nella mole dell’impresa, in piena corrispondenza con quel clima di esaltazione della democrazia ateniese, che si avverte nella politica come nella psicologia di massa (le prospettive di acquisizione di aree granarie restano per ora forse solo all’orizzonte). Nonostante lo scossone, risultante dalla sconfitta in Egitto del 454, i piani grandiosi non vengono ancora meno.
L’impresa di Cimone contro Cipro è la prova di questa perseveranza, oltre che dal fatto che sulla politica d’Impero si poteva, nonostante tutto, trovare ancora una base che unificasse, in aspirazioni e progetti comuni, l’intero popolo ateniese. La politica di Cimone riprende allora quota sul piano strategico, e sua premessa è appunto la stipula della tregua tra Sparta e Atene del 451 (?), destinata a durare cinque anni. In positivo, per quel che Pericle progettò e realizzò in questi anni, così come in negativo, cioè per quel che l’esaurirsi dell’armistizio produsse di rinnovato fermento anti-ateniese, la tregua contò. Favorita o promossa da Cimone, essa provocò per qualche tempo una ripresa dell’orientamento anti-persiano e degli spiriti nazionalistici, in politica estera, non certo un’affermazione, in politica interna, degli orientamenti tradizionalisti o addirittura filo-spartani.

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[1] Beloch, GG2 II 1, pp. 154 sg. (Pericle non ebbe qualità militari, e si può dubitare che possa considerarsi uomo di Stato).

[2] Se la prima attestazione della parola δημοκρατία, attraverso il velo delle accorte allusioni, è nelle Supplici di Eschilo, perciò ad Atene, non va dimenticato che la sostanza etimologica della nuova parola (pur senza quella terminazione astratta in -ία, che fa una vistosa differenza) è proprio – con solo apparente paradosso – nel δάμω κράτος della Grande Ῥήτρα spartana (Plutarco, Licurgo 6, cfr. Diodoro, VII 12, 6). La constatazione serva a mostrare quanto poco di prevaricazione sia avvertito nel verbo κρατεῖν riferito al δῆμος; ma ammonisce anche a distinguere tra il δᾶμος/totalità cittadina di Sparta, e il δῆμος, ora totalità cittadina ora maggioranza di meno abbienti, di Atene.

[3] Plutarco, Pericle 310Cimone 14. Pericle è solo il più attivo di un gruppo di accusatori.

[4] Tucidide, I 102, 4 e 103, 4.

[5] Id., I 104; 109 sg.; 112 (Cimone muore prima della battaglia di Salamina di Cipro); Diodoro, XI 71, 74 sg.; 77; XII 24 (con datazione della morte di Cimone dopo la battaglia di Salamina, a meno che la notizia finale di 4, 6 non sia genericamente collegata con la spedizione).

[6] IG I2 929.

[7] Tucidide, I 109110. Beloch ha sviluppato ampiamente la sua tesi della cronologia alta della spedizione, in GG2 II 2, pp. 79 sgg., pur lasciando aperta la possibilità per cronologie diverse (462/461 e 454/453 sono solo termini estremi possibili, entro cui collocare i 6 anni di cui parla Tucidide, I 110, 1, per la durata dell’impresa).

[8] Tucidide, I 111. Di difficile inquadramento cronologico la spedizione di Pericle nel Ponto Eusino, con deduzione di una colonia ateniese a Sinope, di cui parla Plutarco, Pericle 20 (Beloch, GG2 II 1, p. 199 al 435/4 ca.).

[9] Plutarco, Aristide 25, 3 (da Teofrasto, se il verbo di dire è φησί come al par. 2, e come sembra plausibile visto che il par. 2 ha bisogno di una spiegazione e il par. 3, con il suo καὶ γάρ, gliela dà).

[10] Il timore di un attacco persiano era per sé del tutto logico, data la posizione di Delo; altro problema è se i Persiani fossero allora davvero intenzionati ad attaccare.

[11] Sul lealismo di Cimone, cfr. D. Musti, Il giudizio di Gorgia su Cimone in tema di χρήματα, in «RFIC» 112, 1984, pp. 129 sgg., in part. 140-144.

[12] Tucidide, I 105108.

[13] Beloch, GG2 II 1, p. 175 n. 1; 2, pp. 211 sgg., si pronuncia per la storicità dell’opera di Cimone per la conclusione di una tregua di 5 anni (451-446) tra Atene e Sparta, ma contro l’anticipazione (al 457 ca.) del richiamo di Cimone dall’ostracismo (cfr. Tucidide, I 112; Andocide, Sulla pace 34; Teopompo, FGrHist 115 F 88; Diodoro, XI 86, 1; Cornelio Nepote, Cimone 3). Cfr. A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides I, Oxford 1945, pp. 325 sgg., 409 sgg.

[14] IG I2 19 = IG I3 11 (alla l.3 incerte le lettere finali del nome dell’arconte, forse lo Habron del 458/7, forse lo Ariston del 454/3). Cfr. H. Bengtson, Die Staatsvertäge des Altertums II, München und Berlin 1962, pp. 41 sg. ; D.M. Lewis, IG I3, 1981, 11comm. ad loc., per una data alta.

La pentēkontaetía

da D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 322-334.

1.Tucidide e la storia della pentēkontaetía

 

Per pentēkontaetía i moderni intendono il periodo di circa 50 anni che intercorre tra la fine delle guerre persiane (con la conseguente fondazione della Lega navale delio-attica) e l’inizio della Guerra del Peloponneso. L’espressione non è così antica, come può far intendere il suo aspetto, né di uso così frequente ed univoco nelle fonti antiche come può far credere la sua diffusione nei testi moderni. L’astratto pentēkontaetía («cinquantennio») è anzi di uso rarissimo; nella storiografia di Diodoro Siculo appare l’equivalente concreto «periodo di cinquant’anni»; ma l’idea di considerare unitariamente quegli anni ricchi di eventi diversi e complicati, che investono teatri storici disparati, configurabili in fasi realmente distinte fra loro, è di Tucidide, perciò nel fondo antica e in parte, anche se solo in parte, giustificata. Per Tucidide il periodo è un’ampia premessa alla narrazione della Guerra del Peloponneso, la lunga gestazione dello scontro tra Atene e Sparta. Al di là di aspetti particolari, e diversità d’opinioni possibili solo in questioni specifiche, il modo in cui Tucidide (nel I libro delle Storie) rappresenta le vicende e le responsabilità storiche del cinquantennio di preparazione alla Guerra del Peloponneso è alquanto chiaro. In esso si mescolano (e sarebbe insensato tentare di distinguerle, contrapporle, privilegiare una sull’altra) due nozioni fondamentali. L’una è quella secondo cui gli Stati tendono a crescere (auxánesthai) come esseri organici; se perciò in un determinato spazio storico, geografico, politico coesistono e concrescono due realtà di questo tipo, è anche una sorta di dato naturale, fisiologico, che esse si scontrino; ed è appunto quel che è inevitabile accada fra Sparta e il mondo peloponnesiaco da un lato, e Atene e il suo impero dall’altro. Con questa concezione naturalistica di fondo (di radicale e fatalistico pessimismo) si intreccia una concezione, più critica, delle responsabilità di ciascuna di queste realtà: Sparta è la città che psicologicamente si configura come il mondo della conservazione, dell’avversione al nuovo, del timore di ciò che è diverso, distante, in movimento; Atene è la città del coraggio, dell’audacia, dell’iniziativa, dell’intraprendenza che sconfina nel gusto del rischio, dell’avventura, del nuovo e del grande, spesso troppo grande[1].
Avendo concepito il «cinquantennio» sotto l’aspetto eminente del conflitto interstatale, e avendo conferito a tale rappresentazione un profilo unitario, Tucidide ha anche dato il senso fondamentale dello svolgersi degli eventi di politica interstatale greca, ma da un lato non ha segnato cesure nette che favoriscano una periodizzazione (come quella che amano invece adottare i manuali moderni), pur se non ha mancato di segnare certi cambiamenti (almeno quelli del tono generale) del rapporto tra Atene e gli alleati; dall’altro, egli non ci ha dato una rappresentazione parallela degli svolgimenti politici interni ad Atene, per i quali siamo affidati piuttosto alle tradizioni attidografiche o a traduzioni biografiche più tarde, di complessa genesi e difficile valutazione. Certo, sulla responsabilità di fondo e primaria di Atene, e della sua crescita imperialistica, nello scoppio della Guerra del Peloponneso egli non ha dubbi; ma questo vale appunto per le cause e responsabilità profonde e remote dell’insorgere di quel terribile conflitto che devastò la Grecia per quasi un trentennio; così come egli, operando una distinzione del tutto coerente con le sue chiare impostazioni metodologiche, attribuisce invece la responsabilità immediata, dell’apertura cioè della guerra, ai Peloponnesiaci: la guerra “del Peloponneso” è definibile così perché l’aprirono (nel senso dell’avvio delle ostilità) i Peloponnesiaci, e perché così furono essi a «portare guerra» contro Atene e i suoi alleati[2].
D’altra parte, il fatto che nella rappresentazione tucididea abbia un posto così spiccato il fattore psicologico, non significa di certo, come talora si rischia di intendere, che nella storia siano per lui determinanti e fondamentali le cause psicologiche, con pregiudizio di quelle politiche, sociali, economiche e così via di seguito[3]. La psicologia in Tucidide è un segno, la rappresentazione psicologica quindi un linguaggio storiografico: l’opposizione “paura-coraggio”, che riassume l’opposizione “Sparta-Atene”, è appunto una rappresentazione simbolica, che tutte le altre contiene e riassume, senza che quelle di altro tipo siano negate o perfino manchino talora di emergere in proprio. Dovendo dare un segno complessivo a quegli eventi e a quei comportamenti, Tucidide ricorre a rappresentazioni e motivazioni psicologiche, che sono da prendere per quel che sono, cioè per grandi metafore storiche, che facilitano al lettore il primo approccio alla lettura e alla comprensione complessiva degli eventi, senza esimerlo affatto dal pensare attraverso di esse e oltre di esse.
Il periodo è certo tutto all’insegna di una crescita (aúxēsis) della potenza di Atene. La ricostruzione delle mura cittadine è realizzata da Temistocle a dispetto delle diffidenze di Sparta e dei suoi interessati tentativi di dissuasione. Ma Atene rivendica ormai pienamente a sé la consapevolezza, e perciò la tutela, dei suoi interessi, e così avvia anche la fortificazione del Pireo. Agli anni di Pericle è riservata invece la costruzione delle Lunghe Mura, dalla città al Pireo e al Falero[4].

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Kylix attica a figure rosse, V sec. a.C., Brussels, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

 

2.Fondazione della Lega delio-attica (477 a.C.)

Ma il momento decisivo della presa di coscienza, da parte di Atene, del nuovo ruolo della città all’interno del mondo greco, è nell’assunzione dell’egemonia della Lega ellenica. Vi contribuiscono al principio fondamentalmente gli Ioni, ma non tutti a condizioni identiche. I più pagheranno un tributo in denaro (phóros), che in totale ammonta a 460 talenti annui; con navi contribuiscono città insulari (Samo, Chio, Lesbo), che hanno funzione di sentinelle sul fianco orientale dell’impero egeo che sta nascendo. Sede del tesoro e delle riunioni del sinedrio federale sarà Delo, l’isola tradizionalmente teatro delle grandi panēgúreis («assemblee») ioniche; una località abbastanza distinta da Atene, perché la scelta non sia sentita come una mortificazione della dignità degli altri Ioni, ma abbastanza vicina e tradizionalmente in stretto rapporto con la città egemone, perché resti soddisfatta l’esistenza di Atene di esplicare il suo ruolo di città-guida[5]. La finalità dichiarata, e di fatto a lungo perseguita, sotto la spinta di Cimone, è quella della continuazione della difesa dai Persiani, e di un regolamento dei rapporti nell’Egeo soddisfacente per i Greci, cioè per la loro sicurezza e per i loro interessi. La cerimonia solenne del giuramento, con il contemporaneo affondamento in mare di barre di ferro (múdroi), sancisce l’impegno di questi Greci di avere sempre «gli stessi amici e gli stessi nemici»: solo uno spezzone di unità nazionale, il quale è anche l’unico fine, in queste condizioni storiche, perseguibile, ed anche l’unico concepito[6].
Su questo programma non si vedono ad Atene vere e proprie contrapposizioni di partiti o gruppi politici: le voci discordi sembrano poche e isolate. Ne conosciamo certamente una, quella di Temistocle, ormai assai meno interessato a un conflitto con la Persia e ben più sensibile al maturare di un conflitto con Sparta; ma egli fu ostracizzato, forse nel 471 a.C., in un momento che appare fermamente incluso in un periodo di predominio politico di uomini come Cimone (sul piano strategico) e come Aristide (sul piano politico e diplomatico), nonché di generale prestigio dell’Areopago, il vecchio consiglio aristocratico formato da ex-arconti, cioè da notabili inclini a una politica di conservazione. Ma in questi anni politica di conservazione non significa ostilità all’impero navale: sulla linea dell’impero la classe politica ateniese sembra fondamentalmente d’accordo, anche se la direzione eminentemente anti-persiana può non essere da tutti ugualmente condivisa.

Mappa dell'impero ateniese all'inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

Mappa dell’impero ateniese all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.)

 

3.Temistocle e Pausania il reggente

L’ostracismo porterà Temistocle dapprima nel Peloponneso, naturalmente in città ostili a Sparta, e poi in Epiro, in Macedonia e finalmente (dopo il 465, anno della morte di Serse), presso il re persiano Artaserse, che gli assegnerà il possesso di Magnesia, Lampsaco e Miunte, nell’Asia minore occidentale, dove l’eroe di Salamina morrà, forse suicida, poco dopo. Non è facile comunque, neanche per Temistocle (in un’epoca in cui le tradizioni biografiche ancora non sono consolidate in forme mature, atte a rendere conto di tutte le vicende e di tutti gli aspetti personali pertinenti a un uomo politico democratico), stabilire le circostanze e i motivi dell’ostracismo, e il tipo di contrapposizione politica che isola quel personaggio dagli altri e che ne fa un perdente. Nella tradizione domina, più accreditato degli altri, il motivo del medismo[7]; un sospetto e un’accusa che gravano anche sull’altro grande protagonista delle guerre persiane, il reggente spartano Pausania. Rientrato, come sembra, con iniziativa personale a Bisanzio, Pausania ne fu sloggiato da Cimone; occupata Colone nella Troade, non potendo consolidare il suo dominio nella regione, finì con il rientrare a Sparta, dove (circa gli anni 471-469) fu inquisito, e accusato di tentare con gli iloti una sovversione contro lo Stato spartano e in particolare contro l’eforato. Pausania si rifugia allora nel tempio di Atena Calcieco («dal tempio [con struttura] in bronzo»: porte, tetto, ecc.), dove viene tenuto chiuso, e da dove è fatto uscire solo all’avvicinarsi della morte, sopravvenuta per inedia. Molte sono invero le incertezze sui particolari delle ultime vicende di Pausania, soprattutto sui suoi soggiorni a Bisanzio (per i quali sussistono difficoltà a distinguerne nettamente due, e permangono persino sospetti di duplicazioni), sul senso del suo medismo (un medismo “comportamentale”, nel senso di attitudini eterodosse, tiranniche, o vere e proprie collusioni con il re?), sui suoi progetti (se veramente ne ebbe) di cambiamenti politici e sociali[8].

Ostrakon risalente alla votazione relativa al caso di Temistocle. 482 a.C. ca. Atene, Stoà di Attalo (Museo dell’Antica Agorà).

Θεμιστοκλής Νεοκλέους (“Temistocle, figlio di Neocle”). Ostrakon, 482 a.C. ca. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

 

4.Democrazia nel Peloponneso

Non meno incerti sono i fondamenti delle affermazioni, che frequentemente si ritrovano negli studi moderni, riguardo all’impegno esplicato da Temistocle nell’alimentare, diffondere e sostenere il cosiddetto “moto democratico” nel Peloponneso, cioè le trasformazioni politiche che nella prima metà del V secolo si possono, e secondo i casi, debbono ammettere in città del Peloponneso diverse da Sparta e magari ad essa ostili: ad Argo, in Elide, in Arcadia. Appare invero molto difficile parlare di una pura e semplice esportazione del regime democratico da Atene in altri Stati. Nello stesso ambito della lega navale il processo non sembra essere stato né così precoce né così automatico (come insegnano i casi di Mileto o di Samo). In alcuni casi poi, come quello dell’Arcadia, che tante volte si cita ad esemplificare un processo di democratizzazione avvenuto sotto l’influsso di Atene e magari in correlazione con la presenza di Temistocle nel Peloponneso, non siamo neanche in grado di affermare che nel V secolo qui vi fosse una forma politica democratica generalizzata (Mantinea sembra rappresentare un esempio di democrazia, comunque moderata, nel 421 a.C.). Per quanto poi riguarda i due casi più evidente, Argo ed Elide, non è facile dare la preminenza all’importazione di un modello, rispetto allo sviluppo, in larga misura autonomo, di condizioni interne[9]. Ad Argo, dopo la sconfitta subita a Sepeia nel 494 ad opera degli Spartani, guidati da Cleomene I, si instaura provvisoriamente un governo di servi; è probabile che l’ammissione di perieci («abitanti intorno») nella cittadinanza, attestata da Aristotele (Politica V 1303 a), sia in qualche relazione di fatto con quel traumatico, anche se transitorio episodio, ed è anche possibile, in assoluto, che nei perieci trasformati in cittadini debbano riconoscersi servi rurali ammessi nella cittadinanza. Si ha quindi ad Argo, dove la monarchia sopravvive fino al V secolo, un’evoluzione della città verso forme democratiche, che si realizza attraverso un assorbimento nelle strutture politiche di quella popolazione rurale, che invece a Sparta – città dorica dallo sviluppo bloccato – permane stabile nella forma e condizione dell’ilota. L’introduzione ad Argo di una quarta tribù, quella degli Hyrnáthioi, accanto alle tre tribù doriche tradizionali (Illei, Dimani, Pànfili), sembra appunto segnare questo particolare sviluppo (la tribù ha certo una sua sottolineata peculiarità: prende nome da una donna, la mitica figlia del mitico eraclide Temeno, collegata nella tradizione con l’entroterra rurale di Argo, o con Epidauro). Le recenti scoperte epigrafiche ad Argo consentono di conoscere anche i nomi della maggior parte di ulteriori suddivisioni di ciascuna delle quattro tribù, suddivisioni equivalenti a 1/12 di ogni phûla (forse fratrie, che in totale dovevano essere quindi 48, distribuite su quattro tribù). Naturalmente a questi sviluppi democratici di Argo si accompagna l’attenzione, la benevolenza e la simpatia di Atene (che sboccherà nel trattato di alleanza del 462 circa); e la stessa letteratura ateniese sembra registrare puntualmente l’evoluzione politica argiva[10].
Nelle Supplici di Eschilo (463-461?), che contengono una precoce attestazione della parola δημοκρατία, anche se in forma di perifrasi, è rappresentata un’assemblea di cittadini ad Argo, presieduta dal re Pelasgo, che decide, all’unanimità, e con alzata di mano (della «dominante mano del popolo», la dmou kratoûsa cheír), di concedere asilo alle Danaidi in fuga. Il poeta evita certo l’anacronismo di usare il termine formale di dēmokratía per epoca mitica, ma indugia con commozione nella rappresentazione della cheirotonía democratica, una procedura così caratteristica per la sua evidente quantificabilità e la valorizzazione del volere dell’uomo comune (una mano vale l’altra). E mentre fa spazio a una procedura tipica della sua città, Eschilo allude anche accortamente, e senza anacronismi troppo marcati, al regime al suo tempo vigente ad Argo (forma democratica, con un vertice monarchico privo di particolari poteri)[11].

Mappa del Peloponneso

Mappa del Peloponneso.

In Elide, poi, gli sviluppi verso la forma democratica, che si compiono nel V secolo, sono il risultato storico, certo anch’esso probabilmente favorito dall’affermazione della democratica Atene, della condizione e organizzazione del territorio: una campagna libera, popolata cioè da centri dotati di una forte autonomia, che tutti insieme producono e promuovono un centro urbano, sede delle decisioni politiche (Elide): in questo particolare rapporto, vigente all’interno del territorio, che corrisponde certo alla locale storia dei rapporti di proprietà, è una delle premesse dello sviluppo della forma democratica nella stessa Atene, e non è da meravigliarsi che la storia politica abbia avuto un tale sbocco in Elide, anche se qui ha prodotto una forma solo moderata di democrazia[12].
Il destino politico e umano di Temistocle e di Pausania conserva dunque parecchi aspetti oscuri; forse l’unico dato veramente evidente è l’isolamento di ciascuno dei due personaggi nelle (e dalle) rispettive póleis: una città di democrazia areopagitica, quale è tra il 478 e il 461 Atene, rifiuta l’innovatore Temistocle, che non si adatta ai vincoli che la pólis costituisce e impone come comunità (e comunità con una sua prevalente unità di intenti, in questa fase); e altrettanto vale, e si verifica in una forma necessariamente più marcata e traumatica, per una città quale Sparta, ormai sotto il forte controllo degli efori, di una magistratura cioè che, dall’eforato di Chilone e poi dal regno di Cleomene I, ha rafforzato il suo potere sia verso i re sia verso la stessa apélla e il corpo civico spartano in generale. Custode delle leggi l’Areopago ad Atene, custodi della costituzione a Sparta gli efori: è contro questo più marcato spirito della pólis che si vanno a scontrare le impazienze e le imprudenze dei vincitori di Salamina e di Platea.

 

5.Cimone o il lealismo dei conservatori

Ad Atene è invece il momento dell’ascesa di Cimone, il figlio di Milziade. È lui il generale delle prime operazioni della Lega navale, o almeno di quelle, fra esse, che Tucidide espressamente gli attribuisce. L’azione militare della Lega comincia in quell’area egea settentrionale, che, per essere meno direttamente a tiro della potenza persiana e del governatore persiano di Sardi, è poi quella in cui tradizionalmente si concentrano gli ultimi tentativi di resistenza alla Persia, o da cui può, con ragionevole speranza di successo, partire il moto di liberazione. Cimone libera perciò dalla residua resistenza persiana Eione, alla foce dello Strimone (476), poi assoggetta Sciro (475). Non è certo se a lui vada attribuita la guerra contro Caristo in Eubea, che si conclude comunque con un accordo; e ancora meno certo è che egli sia il generale che asservì l’alleata Nasso contro tutte le regole vigenti (Tucidide, I 98), circa il 471 a.C. L’asservimento di Nasso è una delle poche cesure marcate da Tucidide all’interno della sua storia e rappresentazione della pentēkontaetía: fu un salto di qualità, in senso deteriore, nel rapporto fra gli Ateniesi e gli alleati, sempre più in balia, questi ultimi, degli umori della città egemone, a sua volta sempre più addestrata e potente sul piano militare. Ma l’acme della carriera di Cimone è senza dubbio nella battaglia dell’Eurimedonte: una duplice battaglia, navale e terrestre, che, a seconda dei casi, le fonti collocano alla foce del fiume della Panfilia, per entrambi i suoi momenti, o invece distinguono in uno scontro navale, svoltosi al largo di Cipro, ed uno terrestre, svoltosi presso la foce dell’Eurimedonte[13].

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. dal monumento omonimo sulla spiaggia di Larnaca (Cipro).

Cimone di Atene. Busto, marmo, 510-450 a.C. ca. da Larnaca (Cipro).

Diodoro data la battaglia al 470/469. Recenti tentativi di abbassarne la data al 466/465 appaiono poco giustificati, e comunque non più giustificati di quelli che fanno conto su un’assoluta contiguità tra la vittoria all’Eurimedonte e l’acclamazione degli strateghi, incluso Cimone, a giudici del concorso tragico delle Dionisie del 468 (il concorso che diede la vittoria a Sofocle contro il vecchio Eschilo). Se l’episodio è vero, esso non impone affatto che il trionfo di Cimone fosse del 469: infatti, alla designazione degli strateghi come giudici, si arrivò solo a seguito di una non prevista rissa fra spettatori nel teatro. L’acclamazione a giudice attesta certo l’alto prestigio di Cimone; ma poiché non si tratta di un’acclamazione pacifica, non è da concepire necessariamente come la prima celebrazione del reduce o di un trionfatore di recentissima data[14].
Se c’è incertezza sulla paternità cimoniana dell’ingloriosa spedizione contro Nasso (del 471 circa), è invece ben noto il ruolo di Cimone nella spedizione ateniese contro Taso, l’isola prospiciente le coste della Tracia e l’area mineraria del Pangeo: qui Taso possedeva e sfruttava miniere d’oro (a Skaptè Hyle), non meno redditizie di quelle di cui disponeva nell’isola stessa (e che sono state messe in luce), e aveva allestito degli empori. Nel 465 Taso defeziona, e dal quell’anno al 463 si svolge il lungo assedio dell’isola, di cui con fatica si doma la ribellione. La miniera di Skaptè Hyle e i possessi del continente passano nelle mani degli Ateniesi, che nel frattempo (465) avevano anche tentato di colonizzare Ennéa Hodoì (Nove Strade), sul sito della futura Anfipoli (che sarà fondata nel 437/6 da Agnone, il padre di Teramene), sul corso dello Strimone, poco più a monte di Eione. Addentratisi nella regione, avevano però subito ad opera dei Traci Edoni la dura sconfitta di Drabesco, che doveva ritardare di decenni il progetto di impianto coloniario.
La guerra di Taso rappresenta, in maniera e con dimensioni ancor più evidenti dell’episodio di Nasso, un salto di qualità nella politica ateniese verso gli alleati: è chiaro, almeno a giudicare dalle conseguenze della guerra, che ormai Atene interferisce nello stesso assetto economico delle città alleate. Può sembrare strano che a guidare l’impresa sia stato proprio Cimone, che, più di tutti gli altri politici ateniesi, sembra voler conferire alla Lega la funzione di uno strumento per la guerra contro i barbari e attenersi ai principi di equità verso gli alleati. Si può pensare, in effetti, che ormai egli si adatti a fare una politica non sua, ad essere, in un certo senso, il braccio esecutore della politica “democratica”, che va assumendo aspetti imperialistici sempre più marcati, con una potenzialità di sviluppi interni, che gli anni prossimi metteranno pienamente in luce.
È probabile che si debba riconoscere un errore politico nell’assunzione di questa responsabilità da parte di Cimone. Va tenuta comunque presente, a integrazione di queste riflessioni, una serie di fatti: l’intervento ateniese a Taso faceva seguito a una rivolta, e comunque questa dell’Egeo settentrionale è un’area in cui l’interesse di Cimone è in qualche modo sostenuto da una tradizione familiare di presenze nel Chersoneso Tracio e a Lemno e forse nella stessa area del Pangeo (dove del resto sappiamo che lo storico Tucidide, parente di Cimone, aveva possedimenti familiari). Il processo che, a vittoria conseguita, i gruppi democratici radicali ormai emergenti ed attivi intentarono a Cimone, benché rimasto senza seguito di condanna, era inteso a colpire un uomo che ormai aveva imboccato la curva discendente della sua parabola politica. Lontano dai fulgori dell’Eurimedonte, esecutore di una politica solo parzialmente sua, Cimone poté essere denunciato per il sospetto che fosse stato corrotto da Alessandro I il Macedone, al fine di evitare una spedizione ateniese, che avrebbe dovuto punire Alessandro per aver aizzato i Tasi alla ribellione e mostrato un troppo vivo interesse a quell’area mineraria del Pangeo a cui ora rivolgeva le sue mire Atene.
Ma Cimone doveva ancora commettere il suo maggiore errore politico. Ciò accadde nel 462, quando egli impegnò Atene in una misura imprudentemente eccessiva al fianco degli Spartani, che avevano richiesto l’aiuto di Atene e di altre città nella guerra che conducevano contro i Messeni e iloti ribelli, la III Guerra messenica, detta anche «del terremoto» (464-455 a.C. ca.). Il terremoto che distrusse Sparta, e produsse molte vittime fra gli Spartani, avvenne durante la guerra di Taso. Infatti, gli abitanti dell’isola avevano preso contatto con gli Spartani durante l’assedio, ottenendone promessa d’aiuto, quando sopraggiunse la catastrofe, durante la quale furono divelte alcune cime del Taigeto. E dovette trattarsi di una lunga sequenza di eventi sismici, che fu lì per mettere in ginocchio Sparta: ne approfittarono, per ribellarsi, dapprima gli iloti della Laconia e soprattutto della Messenia (i Messeni asserviti) e un paio di comunità perieciche dell’area del Taigeto (Turia e Aithaia). Presto ne nacque una guerra di rivolta e di resistenza (per così dire, “nazionale”) dei Messeni, arroccatisi sull’Itome, nella parte orientale della Messenia (circa 800 m). L’intervento ateniese, voluto da Cimone, non risultò efficace come sperato; viceversa, esso alimentò negli Spartani il timore di collusioni con gli insorti derivanti da una qualche solidarietà ideologica anti-aristocratica. Di qui la brusca decisione di rinvio a casa del contingente ateniese; lo smacco, oltre che una svolta in senso apertamente anti-spartano della politica estera ateniese (alleanze con Argo, con i Tessali, e anche con Megara, in funzione anti-corinzia, perciò anti-peloponnesiaca in genere), segnò anche un crollo del prestigio e della credibilità politica di Cimone, che dell’intervento era stato fervido fautore[15]. Ne seguì l’ostracismo dell’uomo politico (circa 461 a.C.), che certamente dovette essere motivato con l’aver fatto Cimone pericolosamente prevalere una sua convinzione personale sull’interesse dello Stato; ma l’arma veniva ormai chiaramente usata non con un fine corrispondente al senso originario dell’istituto, bensì allo scopo di regolare i conti col partito avverso, nel clima di frontale contrapposizione politica che si va ormai determinando all’interno della democrazia ateniese[16].

 

[1] Tucidide, I 89117, in part. 97 e 118, 2; Diodoro, XI 41 sgg.; XII 1-34. Sul tema del coraggio (o audacia) ateniese e della paura spartana, cfr. Tucidide, I 95, 7; 102, 34.

[2] Tucidide, I 118, 2: non c’è dubbio che per lui sono gli Spartani a iniziare materialmente la guerra. Sul significato dell’aggettivo Πελοποννησιακός o Πελοποννήσιος denotante il πόλεμος, cfr. Pausania, IV 6, 1.

[3] A. Momigliano, Some Observations on Causes of War in Ancient Historiography (1958), ora in Secondo contributo alla storia degli studi classici, Roma 1960, pp. 13-27.

[4] Tucidide, I 93 (sulla ricostruzione delle mura della città e sul completamento di quelle del Pireo, sotto l’impulso di Temistocle); 107 (sull’inizio delle Lunghe Mura, verso il Falero e verso il Pireo, circa il periodo della nuova guerra contro Egina).

[5] Inno omerico III (Ad Apollo), 146 ss. Cfr. Delo e l’Italia, F. Coarelli – D. Musti – H. Solin (cur.), Roma 1983, p. 150.

[6] Tucidide, I 9597; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 23, 5; Plutarco, Aristide 25, 1 (μύδροι).

[7] Sulla data dell’ostracismo (verosimilmente 471, per alcuni già 474) e dell’εἰσαγγελία, e sulla data di morte (459 o 440), cfr. R.J. Lenardon, The Chronology of Themistokles: Ostracism and Exile, Historia 8 (1959), pp. 23-48; P.J. Rhodes, Thucydides on Pausanias and Themistocles, Historia 19 (1970), pp. 387-400; L. Piccirilli, Temistocle, Aristide, Cimone, Tucidide di Melesia, Genova 1987, pp. 31-49. Il passaggio di Temistocle al largo di Nasso o di Taso assediata dagli Ateniesi – nel viaggio dalla Macedonia all’Asia – dipende anche dalla cronologia delle due imprese ateniesi (per Taso, Plutarco, Temistocle, 25, 2, tradizione S; per Nasso, Tucidide, I 137, 2, e Plutarco, l.c., tradizione Γ). La cronologia da noi proposta favorisce Taso.

[8] Tucidide, I 128 ss.; Diodoro, XI 44 ss.; Giustino, IX 1, 3; Cornelio Nepote, Pausania 23. Cfr. Beloch, GG2 II 2, pp. 154-159.

[9] Così Beloch, GG2 II 1, pp. 122 sgg., e G. De Sanctis, Storia dei Greci II, pp. 51 sgg.; L. Moretti, Problemi di storia tarantina, in Atti X Convegno Taranto 1970, Napoli 1971, pp. 40 sg., con qualche riserva sul rapporto Atene-Taranto.

[10] R.A. Tomlinson, Argos and the Argolid. From the End of the Bronze Age to the Roman Occupation, London 1972, pp. 189 sgg.; D. Musti ne Le origini dei Greci cit., pp. 45 sg e 390 sg.; Id, in Pausania. Guida della Grecia II, Milano 1986 (in collab. Con M. Torelli), comm. Cap. 28, pp. 306 sg.; Ch.B. Kritzas, Κατάλογος πεσόντων από το Άργος, in ΣΤΗΛΗ, Athenai 1980, pp. 487 sgg.; M. Piérart, Le origini dei Greci cit., pp. 277 sgg.

[11] Cfr. l’intero passo delle Supplici 600-624; cfr. anche nel coro, a v. 699, τὸ δάμιον, τὸ πτόλιν κρατύνει: il gioco di parole continua; interessante l’insistenza sull’unanimità del voto dato dagli Argivi in favore delle donne supplici (ai vv. 605 e 607).

[12] Vd. G. Pochettino – F. Olmi, Storia e civiltà dei Greci 6, Milano 1979, pp. 559 sg.

[13] Tucidide, I 98100.

[14] Diodoro, XI 6062 (sotto il 470/69 tutto, con tipico accentramento biografico, dalla presa di Eione fino alla battaglia dell’Eurimedonte). Si può accettare o respingere il racconto di Diodoro, ma è chiaro che esso corrisponde a una scelta precisa e coerente, nei fatti, nei nomi dei generali persiani, Titrauste e Ferendate, nella dinamica, tutti improntati all’idea di separazione dei luoghi della battaglia navale e di quella terrestre. Cfr., per l’episodio dell’acclamazione degli strateghi come giurati, Plutarco, Cimone, 79. Date più basse per tutti gli eventi, da Nasso a Taso, in R. Meiggs, The Athenian Empire, Oxford 1972.

[15] Cfr. Tucidide, I 100103; Diodoro, XI 6364; Plutarco, Cimone 1417; sul numero di 4000 opliti ateniesi, Aristofane, Lisistrata 1143; Beloch, GG2 II 1, pp. 151-154.

[16] Plutarco, Pericle 11, 3: il conflitto tra Pericle e Tucidide di Melesia (ostracizzato nel 443) aprì nella città una βαθυτάτη τομή (un taglio profondissimo), in luogo della precedente nascosta venatura (διπλόη ὕπουλος: διπλόη Ruhnken).

Salamina – 23 settembre 480 a.C.

di P. de Souza, The Greek and Persian Wars 499-386 BC, Osprey Pub. 2002, pp. 58-66.

 

Sul mare i Greci avevano acquisito sicurezza, visti i loro successi e la loro buona sorte, ma il terzo giorno le cose cambiarono. I nemici erano di nuovo riusciti a circondarli e nel successivo scontro entrambe le parti subirono numerose perdite, che i Greci non si potevano permettere.
Dopo aver ricevuto la cattiva notizia delle Termopili, la flotta greca si diresse verso l’isola di Salamina, al largo di Atene. Erano stati gli stessi abitanti di Atene a sollecitare la flotta. La popolazione della città doveva essere evacuata a Trezene, nel Peloponneso orientale, e nelle isole di Salamina ed Egina, per metterla in salvo dai Persiani. La decisione di abbandonare Atene e l’Attica ai Persiani ed evacuare la popolazione via mare fu coraggiosa e venne votata dall’Assemblea cittadina (ekklēsía), e rappresenta un autentico esempio del funzionamento della democrazia ateniese. L’opinione della maggioranza prevalse dopo un lungo dibattito, condotto sotto la minaccia dell’invasione persiana.

Trireme greca.

Trireme greca.

Mentre i Persiani avanzavano nel Nord della Grecia, gli Ateniesi mandarono una delegazione all’Oracolo di Delfi per chiedere un consiglio divino. Quando si consultava l’Oracolo, la normale procedura prevedeva che la sacerdotessa di Apollo, chiamata Pizia, proferisse le parole del dio – di solito una serie di frasi incomprensibili – rivolgendosi ai suoi sacerdoti, che dovevano poi interpretarle per i consultanti. Ma in questa occasione, gli inviati avevano fatto appena in tempo a prendere posto nella camera sacra della Pizia che le gridò rivolta direttamente a loro:

«Sciagurati! Perché vi sedete? Lasciate le vostre case e la vostra cittadella rocciosa e scappate ai confini della terra!».

Quest’ordine fu seguito da terribili avvertimenti sull’imminente rovina non solo di Atene, ma di molte altre città nelle mani dei Persiani. Anche se vi furono colti di sorpresa da questo sfogo, i due inviati ateniesi dovevano concludere la loro missione: quindi ascoltarono il consiglio di uno dei principali funzionari delfici e fecero un’altra più umile supplica per avere il consiglio di Apollo.
Il loro secondo tentativo ottenne una risposta più incoraggiante. Come al solito, l’Oracolo fu proferito agli Ateniesi in forma poetica:

«Non è nei poteri di Pallade Atena placare Zeus Olimpio,
anche se ve lo supplica con molte parole e sagace astuzia,
ma vi darò una seconda risposta, inflessibile come acciaio:
quando saranno tutte le terre di Cecrope e boschi segreti
del Citerone, divino, conquistate, allora
Zeus celeste concederà ai figli di Tritone un ligneo muro,
unico inespugnabile baluardo,
che sarà salvezza per voi e i vostri figli.
Non aspettate l’arrivo della cavalleria e della fanteria
dal continente, ma ritiratevi, volgetegli le spalle.
Li affronterete un’altra volta. Ah, divina Salamina!
Tu distruggerai i frutti delle donne,
quando Demetra si sparge o quando si raccoglie!».

Temistocle di Neocle (530/20-459 a.C.)

Temistocle di Neocle (530/20-459 a.C.)

Come spesso accadeva quando le póleis ricevevano un responso dall’Oracolo di Delfi, ad Atene si aprì un dibattito sul significato di queste parole. I riferimenti ad Atena incapace di placare Zeus, alla conquista delle terre dentro i confini di Cecrope (uno dei mitici re di Atene) e ai boschi del monte Citerone (al confine della Beozia) indicavano che l’intera Attica sarebbe stata invasa dai Persiani. Secondo qualcuno, il riferimento al muro di legno che sarebbe rimasto intatto significava che era necessario difendere una zona, che logicamente doveva essere l’Acropoli, con una palizzata di legno, ma Temistocle e i suoi sostenitori propendevano per un’altra interpretazione. Essi sottolineavano l’accenno a Salamina, un’isola del golfo Saronico a ovest di Atene, e a un esercito in arrivo dal continente, interpretando l’oracolo come un ordine di abbandonare il territorio invaso dell’Attica e ritirarsi a Salamina. Nella loro ipotesi il muro di legno era una metafora e si riferiva agli scafi della nuova flotta da guerra ateniese. Il riferimento a Demetra, dea delle messi, indicava addirittura il periodo dell’anno in cui sarebbe avvenuta la vittoria promessa. Alla fine prevalse la loro interpretazione, e l’Assemblea ordinò con un decreto di evacuare la città e allestire una flotta.
Una versione rivista del decreto fu conservata a Trezene. Da lì è preso il seguente frammento:

«La boulḗ e l’ekklēsía hanno deciso. Temistocle di Neocle, del demo di Freari propose: si affidi la città di Atena, patrona della città, e a tutti gli altri dèi perché la proteggano e tengano lontani i barbari. Tutti gli Ateniesi e gli stranieri che risiedono in città mettano in salvo i figli e le donne a Trezene… i vecchi e i beni mobili, poi, li portino al sicuro a Salamina… tutti gli altri, Ateniesi e stranieri nel vigore degli anni, si imbarchino nella flotta e combattano i barbari in difesa della loro libertà e di quella degli altri Greci…».

Il decreto fu approvato nell’estate del 480 a.C., prima della battaglia di Salamina. Gli Ateniesi avevano deciso di resistere ai Persiani, riponendo fiducia nella cooperazione degli altri Greci. Un decreto precedente aveva richiamato tutti i cittadini ateniesi che erano stati ostracizzati, tra cui molti avversari politici di Temistocle, a cui venne ordinato di recarsi a Salamina.
Alla fine poche persone rimasero in città, in particolare i tesorieri dei templi e le sacerdotesse dei culti dell’Acropoli, che non potevano essere completamente abbandonati al nemico. Alcuni degli Ateniesi più poveri erano ancora convinti che un vero muro di legno avrebbe fermato i barbari e si barricarono all’interno dell’Acropoli dietro una palizzata di legno. I Persiani occuparono l’attica all’inizio del settembre dello stesso anno e saccheggiarono Atene. Presero posizione sulla collina dell’Areopago, di fronte all’ingresso dell’Acropoli e scagliarono frecce incendiarie all’interno della palizzata. Alcuni Ateniesi discendenti dalla famiglia di Pisistrato, che erano dalla parte dei Persiani, cercarono di convincere i difensori alla resa, ma alla fine i Persiani dovettero prendere d’assalto la cittadella. Uccisero tutti quelli che erano rimasti e saccheggiarono e dettero alle fiamme i templi.
Inoltre, Serse spedì un parte della sua armata a Focea, per devastare le campagne e depredare la città. I Focesi scapparono verso ovest, seguiti anche da molti cittadini di Delfi, ma il santuario di Apollo scampò al saccheggio. Il resoconto di Erodoto narra che quanto scrive a proposito gli fu riferito dai sacerdoti del tempio: mentre un distaccamento dell’esercito del Grande Re si stava avvicinando, i sacerdoti rimasti chiesero al dio che cosa dovessero fare ed egli rispose che li avrebbe protetti; quando i soldati persiani s’incamminarono sullo stretto pendio dei monti in direzione del tempio, ci fu un tremendo tuono e due fulmini colpirono una parete rocciosa sopra le loro teste; caddero due enormi macigni che uccisero alcuni, mettendo gli altri in fuga. Una spiegazione alternativa è che Serse era ben disposto nei confronti dei sacerdoti delfici, che avevano fatto del loro meglio per convincere i Greci dell’inutilità di resistergli, e quindi avrebbe deciso di non mettere al sacco il santuario. Nelle satrapie dell’Impero non era insolito riservare un trattamento di riguardo ai principali centri religiosi.

Re Serse fra i suoi dignitari. Interpretazione grafica di S. Chew.

Re Serse fra i suoi dignitari. Interpretazione grafica di S. Chew.

Le flotte si preparano alla battaglia.

Dopo aver coperto l’evacuazione degli Ateniesi a Salamina, la flotta greca restò in attesa in una baia della costa orientale dell’isola, mentre i comandanti discutevano se ritirarsi nell’Istmo di Corinto, dove c’erano maggiori possibilità di difesa. Molti stati del Peloponneso avevano già deciso che su quella stretta striscia di terra sarebbe stato più facile resistere all’avanzata persiana. Quando la notizia della sconfitta delle Termopili li raggiunse, gli Spartani e gli altri abitanti del Peloponneso, che avevano appena finito di celebrare le festività delle Carnee, si riunirono immediatamente nell’Istmo e cominciarono a costruire un muro fortificato nel suo punto più stretto.
Quando i Persiani entrarono in Attica, i comandanti della flotta cominciarono a discutere sul da farsi. Dopo un giorno di litigi inconcludenti, si interruppero per la notte. Il giorno seguente la flotta persiana arrivò e si posizionò nelle acque oltre la baia del Falero, a est di Salamina. Le navi erano state decimate dalle tempeste e dalla battaglia ma se ne erano aggiunte altre perché alcuni Greci erano stati costretti a combattere dalla loro parte, quindi la forza complessiva probabilmente superava le 700 navi. La lega delle póleis, che avevano solo poco più di 300 navi, non si mossero, ma continuarono le loro discussioni fino a quando non vennero interrotti dalla notizia che i barbari avevano preso l’Acropoli. Inoltre, un grosso contingente dell’esercito persiano cominciò ad avanzare verso l’Istmo di Corinto. Queste manovre convinsero la maggior parte dei comandanti ad abbandonare Salamina prima che la flotta persiana li circondasse. Temistocle e gli Ateniesi supplicarono Euribiade, lo spartano che era ancora a capo della flotta, ma egli era convinto che l’opzione dell’Istmo fosse la migliore. Ordinò ai trierarchi di prepararsi alla partenza con il favore dell’oscurità. Ma nel corso della notte Euribiade cambiò idea e il mattino seguente la flotta greca era tutta ancora a Salamina, pronta ad affrontare il nemico. […]
Le due flotte erano a conoscenza delle rispettive posizioni, anche se nessuna delle due poteva vedere direttamente i propri avversari ed entrambe avrebbero potuto condurre molte manovre senza essere scoperte. I comandanti dovevano ottenere delle informazioni sul nemico per decidere la mossa successiva. Per i Persiani la cosa più importante da sapere era se i Greci sarebbero stati fermi a Salamina, o se invece si sarebbero ritirati verso ovest attraverso lo stretto di Megara. In parte avrebbero potuto prevederlo, osservando la posizione dei nemici dalla terraferma di fronte all’isola, sebbene una piccola isola (oggi chiamata Agios Georgios) li impedisse la visuale completa; pertanto, era naturale che i Greci avrebbero potuto allontanarsi durante la notte. Per quanto riguarda i Greci, la questione era capire se ci fosse una via di fuga praticabile. L’esercito nemico stava muovendo lungo la costa della baia di Eleusi e presto avrebbe occupato la zona immediatamente a nord di Salamina, nei pressi dello stretto di Megara. Se un’unità della flotta persiana avesse navigato a sud dell’isola e avesse attraversato lo stretto da ovest, mentre la flotta principale rimaneva a est, avrebbero completamente tagliato fuori i Greci dal resto del Peloponneso. Una simile manovra era già stata tentata dai comandanti persiani quando i Greci avevano fatto base all’Artemision. Se non fosse stato per la tempesta sarebbero riusciti a intrappolarli in quell’occasione.
Erodoto narra che fu esattamente ciò che fecero i Persiani: Temistocle li spinse all’iniziativa, inviando a Serse stesso un servo fidato, di nome Sicino, con un messaggio segreto, che annunciava l’imminente partenza dei Greci e gli consigliava di non perdere l’ultima occasione di attaccarli prima che fuggissero. Il messaggio riferiva che, se avesse attaccato, il Re li avrebbe colti impreparati e disuniti e avrebbe ottenuto facilmente la vittoria. Ma è vero che Temistocle mandò un messaggio al nemico e che i Persiani lo abbiano preso sul serio? Un motivo per dubitare di questo aneddoto è che in seguito lo stesso ammiraglio venne esiliato dagli Ateniesi e chiese asilo ai Persiani stessi. È probabile che i suoi avversari politici abbiano inventato l’episodio del messaggio per rovinarne la reputazione. Comunque siano andate le cose, non si sa se il messaggio avrebbe cambiato il corso degli eventi. Quello che è certo è che quella sera i Persiani cominciarono a schierare le navi in posizione da battaglia, ma è ancora tutto da chiarire se lo abbiano fatto dopo aver ricevuto il fantomatico messaggio o perché il sovrano avesse deciso indipendentemente di prendere l’iniziativa proprio quella notte. Serse ordinò che una squadra composta da duecento navi egiziane si dirigesse verso la costa orientale di Salamina per bloccare la strada che portava all’Istmo passando per l’angusto stretto di Megara. Un’altra squadriglia venne inviata con l’ordine di presidiare gli ingressi meridionale e orientale all’isola, mentre il resto della flotta si spinse nello stretto tra Salamina stessa e la terraferma, verso la flotta greca. Una piccola forza d’élite della fanteria persiana era intanto sbarcata nella piccola isola di Psitallia per occuparla in previsione del fatto che durante il combattimento alcune navi vi si sarebbero potute arenare. Le navi persiane avrebbero impiegato parecchio tempo a spostarsi dal Falero all’imbocco dello stretto, nonostante cominciassero a muoversi al crepuscolo; verso la mezzanotte alcune di esse dovevano ancora prendere posizione. Molti comandanti non conoscevano le acque intorno all’isola e Erodoto aggiunge che queste manovre che venivano eseguite «in silenzio», affinché i Greci non se ne accorgessero. È ragionevole supporre che i Persiani sperassero di stanare il nemico dagli stretti canali attorno alla costa orientale dell’isola nelle acque più aperte della baia di Eleusi. Non si aspettavano che i Greci potessero tentare di sconfiggere la grande potenza navale di Serse, ma credevano che sarebbero scappati verso ovest per cercare di aprirsi la strada oltre il più piccolo distaccamento egizio. I comandanti persiani posizionarono le loro navi in mare sul far dell’alba, a prescindere dal messaggio di Temistocle, perché la trappola doveva scattare prima che scendesse l’oscurità e i Greci potessero scappare più facilmente. Quindi, non è detto che sia stato il messaggio di Sicino a spingere Serse ad agire. I Persiani avrebbero seguito il piano prestabilito anche senza quel messaggio, perché né gli osservatori sulla terraferma, né le navi da esplorazione sul mare potevano vedere i Greci, qualora avessero deciso di scappare nascosti dall’oscurità, o persino al crepuscolo. Bloccando l’unica via di fuga possibile al calar della notte, i barbari avrebbero evitato la fuga dei nemici.
I Greci ricevettero due rapporti delle manovre dei Persiani: il primo lo fece l’equipaggio di un’altra nave greca proveniente dall’isola di Tinos che aveva abbandonato i Persiani per passare dall’altra parte; essi rivelarono il piano persiano a Euribiade e ai suoi comandanti, ma l’attendibilità dell’informazione fu posta in dubbio; più tardi, quella sera stessa, Aristide, uno degli Ateniesi richiamati dall’esilio, tornò da un giro di ricognizione con la notizia che i Persiani stavano circondando la postazione greca e non era più possibile ritirarsi verso l’Istmo senza combattere. Temistocle continuava a sottolineare la necessità di affrontare la flotta persiana, affermando che era meglio condurre la battaglia sugli stretti nella parte orientale di Salamina che nella baia di Eleusi o nelle acque più aperte intorno all’Istmo. La situazione cambiò quando Temistocle e i suoi concittadini minacciarono di abbandonare completamente il resto dei Greci e di andarsene in Italia con le loro famiglie. Le navi ateniesi costituivano il contingente maggiore della flotta greca lì radunata, e di conseguenza la loro presenza in uno scontro navale era più che essenziale. In queste circostanze non c’è da meravigliarsi che Euribiade cambiasse idea e guidasse la flotta greca in battaglia. ogni speranza di sgattaiolare via nascosti dall’oscurità era stata vanificata dal dispiegamento delle navi persiane. L’unica possibilità rimasta era uscire allo scoperto e dar battaglia, con la speranza che combattendo in acque relativamente strette la flotta nemica non sarebbe stata in grado di sfruttare la propria superiorità numerica.

La mappa della battaglia.

La mappa della battaglia.

La battaglia.

Ansioso di assistere a una schiacciante vittoria, Serse si era fatto costruire un punto d’osservazione dal quale poteva guardare la battaglia. Si trovava di fronte alla città di Salamina, con una buona vista su Psitallia, l’isola su cui durante la notte erano scese le sue truppe d’élite. Ma invece di assistere al trionfo definitivo della sua flotta sui Greci, egli vide svolgersi davanti ai propri occhi una tremenda disfatta navale.
I vari contingenti della flotta persiana divisi per etnia erano allineati su diverse file, poste l’una dietro all’altra lungo lo stretto canale. I Fenici erano posizionati sull’ala destra, vicino al punto in cui si trovava Serse, mentre gli Ioni erano a sinistra, più vicini a Salamina. Man mano che avanzavano all’interno del canale, le navi persiane cominciarono a premere le une sulle altre a causa della ristrettezza degli spazi e non riuscirono più a mantenere la formazione. Gli equipaggi non avevano riposato durante la notte ed erano spossati. A peggiorare la situazione, il mare cominciò ad agitarsi, rendendo ancor più difficile l’avanzata dei vascelli. Temistocle, che conosceva bene le condizioni del mare locali, aveva previsto l’arrivo delle onde e aveva convinto gli altri comandanti greci ad aspettare che le navi avversarie rompessero le fila prima di attaccarle. Questo spiegherebbe l’apparente ritirata greca che, secondo Erodoto, precedette il primo scontro, e che può essere interpretata come il passaggio da una formazione passiva ad una più attiva.
Le navi ateniesi ed eginetiche si posizionarono sulle due ali e guidarono la carica per sfondare le linee nemiche, speronando le singole navi che cercavano di fare manovra. Ai Persiani sembrò che le navi greche si stessero girando dall’altra parte e ovviamente pensarono che intendessero ritirarsi.
Eschilo, nella tragedia I Persiani, parla di un segnale di tromba rivolto alla flotta greca, che poteva essere stato predisposto per avvisare i capitani del momento giusto per farsi avanti ed attaccare. Segnali di questo tipo erano stati utilizzati per coordinare le azioni della flotta greca all’Artemision. Sembra dunque che entrambe le parti avessero in una certa misura stabilito in anticipo lo svolgimento della battaglia. Ma, come in tutti gli scontri, una volta cominciata l’azione, era impossibile attenersi a un piano specifico, anche se ce n’era uno, e spettava ai comandanti delle singole navi prendere decisioni al momento. Di fronte all’attacco greco, la prima decisione di molti comandanti delle prime linee della flotta persiana fu quella di girarsi, aumentando ancor di più la confusione, perché si scontrarono con le linee successive.
I trierarchi greci approfittarono di quel caos e spronarono i propri equipaggi – più freschi e riposati – a incalzare i nemici, con un grande successo.
Nel suo resoconto della battaglia, Erodoto si concentra soprattutto su una serie di aneddoti delle imprese di vari individui o gruppi. Questi aneddoti, come molte delle storie riportate nella sua opera, sono versioni degli eventi raccontati da gruppi o individui particolari e quindi sono spesso parziali e non danno il quadro completo della battaglia.
Erodoto, VIII 94, 1: «Gli Ateniesi racconto che Adimanto, comandante corinzio, subito, al primo inizio, non appena le flotte presero contatto fra loro, sbigottito e oltremodo spaventato, issate le vele si diede alla fuga e i Corinzi, al veder ritirarsi la nave ammiraglia, fecero altrettanto». È probabile però che questa ritirata verso nord, che Erodoto presenta come un atto di codardia, sia stata in realtà una manovra deliberata per affrontare l’unità egizia e impedirle di attaccare i Greci alle spalle. Infatti, lo storico stesso prosegue: «Tuttavia, i Corinzi, essi almeno, non accettano questa versione dei fatti; anzi, ritengono di essersi distinti fra i primi durante il combattimento, e a loro favore c’è anche la testimonianza del resto della Grecia».
Uno degli aneddoti più coloriti riguarda Artemisia, regina di Alicarnasso, la città natale di Erodoto, che era sotto il dominio persiano. Ella si trovava al comando della propria nave in prima linea; quando una trireme ateniese si avventò sulla su di essa, ella cercò la fuga, ma il passaggio era bloccato dalle altre navi; «si decise in una mossa tattica che, quando l’ebbe compiuta, fu coronata da successo: poiché, incalzata dalla nave ateniese, si slanciò d’impeto sulla trireme licia, guidata da Damasitimo, re di Calinda […]. Non appena l’ebbe speronata e affondata, favorita dalla fortuna, ne ricavò due vantaggi: infatti, il comandante attico, come la vide dar di sprone contro una nave persiana, pensando che la nave di Artemisia […] avesse disertato dal Grande Re, cambiata direzione, si mise a inseguire delle altre […]; oltre a ciò, la fortuna volle che, pur avendo combinato un danno, si guadagnasse per questo stesso fatto la massima stima da parte di Serse. Si racconta, infatti, che il re – che stava osservando la battaglia – notò quella nave che ne speronava un’altra e fu allora che uno dei presenti esclamò: “Vedi, maestà, con quale valore combatte Artemisia, la quale ha da poco affondato una nave avversaria?”; egli chiese se quell’impresa era proprio della regina e gli fu risposto di sì, perché riconoscevano distintamente l’insegna sulla nave e credevano che quella affondata appartenesse ai nemici. In effetti, tra le altre fortune che, come s’è detto, le toccarono, le andò bene anche questo: che dell’equipaggio di quella nave di Calinda, nessuno si salvò e nessuno poté, di conseguenza, accusarla. Si vuole che Serse, a quanto gli riferirono, abbia esclamato: “Al mio servizio gli uomini sono diventati donne, e le donne uomini!” […]» (Erodoto, VIII 87-88).
Un’altra storia riguarda i soldati persiani sull’isola di Psitallia. Essi dovevano presidiare l’isola in previsione che il grosso della flotta greca sarebbe stato condotto lontano, verso nord-ovest. Invece, si trovarono isolati rispetto alle loro navi ed esposti agli attacchi dalla vicina costa di Salamina. Aristide, che dopo essere tornato dall’esilio era stato nominato stratego, comandava alcune piccole unità e guidò un gruppo di opliti attici sull’isola. Le truppe persiane d’élite vennero massacrate sotto gli occhi del Re. Tra loro si trovavano anche suoi tre nipoti. Lungo le coste di Salamina vennero catturati o uccisi altri Persiani mentre cercavano un approdo di fortuna dalle navi che stavano naufragando.
Alcune delle navi fenicie, che si trovavano più vicine alla posizione del Re, incontrarono meno problemi e riuscirono ad avanzare verso i Greci e a entrare in battaglia prima degli Ioni che si trovavano sull’altra ala. I loro avversari diretti erano gli Ateniesi, che li sbaragliarono e costrinsero molti membri degli equipaggi fenici a sbarcare, proprio nel punto in cui Serse stava osservano la battaglia. i Fenici si presentarono dal Re e cercarono di giustificare il proprio fallimento accusando gli Ioni di tradimento e di aver precipitato la flotta nel caos. Sfortunatamente per loro, mentre si trovavano al cospetto del sovrano, una delle navi ionie, proveniente da Samotracia, speronò una nave ateniese e venne a sua volta speronata da una eginetica. I marinai della nave ionica assaltarono immediatamente quella nemica, e se ne impossessarono, dimostrando a Serse la loro fedeltà e il loro valore. Il Re era così furioso per l’andamento della battaglia che ordinò che i Fenici fossero decapitati.
Verso sera la flotta persiana si ritirò caoticamente verso la baia del Falero, dopo aver perso più di duecento navi e senza essere riuscita a cacciare i Greci da Salamina. I Greci persero solo una quarantina di vascelli e riuscirono a rispedire il nemico alla base. Molti interpretarono questa come una vittoria inaspettata come un atto di potere divino, un segno che l’oracolo delfico annunciato agli Ateniesi un anno prima si era avverato. Presto cominciarono a circolare delle storie di apparizioni divine durante la battaglia, di un misterioso lampo di luce proveniente dal santuario di Demetra a Eleusi e del suono di un coro celestiale che cantava inni. Queste storie sostenevano anche che Serse avesse immediatamente abbandonato il suo esercito e fosse scappato in Asia.
[…]

Busto di Temistocle. Ostia, Museo Ostiense.

Busto di Temistocle. Ostia, Museo Ostiense.

Fonti e bibliografia:

Arborio Mella F.A., L’impero persiano, Milano 1970.
Brosius M., I Persiani. L’impero mondiale del Medio Oriente (a cura di E. Rovida), Genova 2009.
Burn A.R., Persia and the Greeks. The Defence of the West c. 546-478 BC, Palo Alto 1984.
Erodoto, Le Storie, VIII 59-100, 1 (ed. L. Valla), Milano 1956.
Eschilo, I Persiani (a cura di E. Mandruzzato), Roma 2004.
Hignett C., Xerxes’ Invasion of Greece, Oxford 1963.
Lazenby J.F., The Defence of Greece 490-479 BC, Warminster 1993.
Lenardon R.J., The Saga of Themistocles, London 1978.
Plutarco, Vita di Temistocle (a cura di C. Carena, M. Manfredini e L. Piccirilli), Milano 1996.
Podlecki A.J., The Life of Themistocles, Montreal-London 1975.
Strauss B., La forza e l’astuzia. I Greci, i Persiani, la battaglia di Salamina, Roma-Bari 2005.

Policrate tiranno di Samo

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 249-251.

Kouros. Testa, marmo, VI sec. a.C. ca. da Samo. Istanbul, Arkeoloji Muzesi.

Kouros. Testa, marmo, VI sec. a.C. ca. da Samo. Istanbul, Arkeoloji Muzesi.

La tirannide di Policrate a Samo appartiene a quel tipo di tirannidi di fase arcaica avanzata, che più rapidamente sboccano in un conflitto con l’aristocrazia locale, e che giungono, per vie traverse, a porre le premesse per l’instaurazione della democrazia. Non è un caso che qui, dopo la morte di Policrate, il suo ex-segretario Meandrio potesse instaurare un regime isonomico, che, se avesse avuto stabilità e durata, sarebbe stato un antecedente per la stessa democrazia di Atene. Tuttavia, anche nel caso di Policrate il cliché della genesi delle tirannidi arcaiche è ampiamente rappresentato. 1) Egli è di origine aristocratica, figlio del nobile Eace, ed è uno dei tre fratelli (gli altri sono Pantagnoto e Silosonte), che sin dall’inizio si considerano destinati a detenere il potere a Samo e che con lui lo dividono per qualche anno. 2) Che egli sia venuto in conflitto con l’aristocrazia cittadina è fuori di dubbio: lo dice la durezza dell’opposizione che gli si solleva contro, opposizione che finirà col provocare nel 524 a.C. l’intervento di Sparta; lo dice la figura e l’orientamento del suo più celebre antagonista, Pitagora, e lo stesso nome della colonia fondata in Italia da esuli samii (Dicearchia, «dominio del giusto» = oggi, Pozzuoli). Ma è con quindici opliti che, come attesta Erodoto (III 120), egli conquista il potere: gli inizi “oplitici” sono dunque attestati anche per lui. Egli sembra d’altronde, come Pisistrato, aver disarmato, cioè, di fatto, “disoplitizzato”, i concittadini (se è attendibile Polieno, I 23, 2), e governa perciò con l’aiuto di mercenari. 3) È possibile che fra i suoi avversari ci fosse anche il proletariato dei pescatori di Samo (i mythiētai di cui parla Anacreonte). Non è invero chiaro il peso di questo strato sociale nell’opposizione a Policrate, la quale aveva probabilmente altra struttura; Policrate non appare, in ogni caso, come il capo di un’alleanza tra ceti medi e proletariato[1].

Viceversa, la tirannide samia si segnala per caratteristiche che sono dell’ambiente e dell’epoca: essa si lega con ambizioni talassocratiche, che si esplicano, in particolare, in una temibile attività piratesca; è connotata dall’esistenza di una corte e di poeti di corte (Anacreonte, presente a Samo come poi anche ad Atene; Ibico); scatena, come si è detto, una dura reazione negli ambienti cittadini, che è accompagnata dal favore dell’opinione greca (come non risulta essere accaduto per tutte le opposizioni alle tirannidi), tanto che nel 524 ha luogo una spedizione di Spartani e Corinzi contro Samo, che però, dopo quaranta giorni d’assedio, si conclude con un nulla di fatto. D’altra parte, la tirannide samia appartiene inizialmente a quel tipo di tirannidi, proprie della Ionia, che costituiscono altrettanti regni fiduciari della Persia: il tiranno è in questi casi l’agente del Grande Re[2].

Ai Samii le liste canoniche della talassocrazia assegnano quindici anni. Le circostanze e la data della morte di Policrate sono ben note. La sua politica era troppo autonoma nei confronti del re di Persia e dei suoi satrapi, per non suscitare il sospetto e la gelosia; per conseguenza, il satrapo di Lidia, Orete, lo attirò con l’inganno a Magnesia sul Meandro, lo fece giustiziare come traditore del sovrano e ne crocifisse il cadavere, poco prima della morte di Cambise, perciò nel 522 a.C. Con riferimento ai quindici anni di talassocrazia samia, si fissa l’inizio della tirannide di Policrate ca. il 537 a.C., ma questo presuppone un’immediata coincidenza di tirannide e talassocrazia che, pur se probabile, non è del tutto sicura (un inizio della tirannide tra il 546 e il 540 non è insomma da escludere)[3].

Sul piano economico, nella tirannide di Policrate coesistono diversi aspetti che segnano altrettanti momenti di sviluppo: intensi rapporti internazionali (per esempio con il re d’Egitto, Amasi, finché in Egitto non si sovrapporrà il dominio persiano); sviluppo dell’industria della lana (con importazione di capre da Nasso e di pecore da Mileto); grandi opere portuali, costruzione di gallerie, acquedotti, nuovo tempio di Era: è la stessa situazione insulare a determinare qui il tipo di sviluppo economico.

Statua di marmo detta 'Ornithe', forse parte di un gruppo scultoreo, posto nell'antico Heraion di Samo (560-550 a.C. ca.), attribuita a Geneleo. Berlin, Pergamon Museum

Statua di marmo detta Ornithe, forse parte di un gruppo scultoreo, posto nell’antico Heraion di Samo (560-550 a.C. ca.), attribuita a Geneleo. Berlin, Pergamon Museum.

 

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Bibliografia:

E. Cavallini (cur.), Samo. Storia, letteratura, scienza (Atti delle giornate di studio, Ravenna, 14-16 novembre 2002), Pisa-Roma 2004 (vd. in partic. D. Musti, Policrate e Pisistrato: un confronto, ibid., pp. 97-116.

V. La Bua, Il papiro Heidelberg 1740 ed altre tradizioni su Policrate, MGR, Roma 1975, pp. 1-40.

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Note:

[1] Per l’interpretazione dei mythiētai come proletariato rivoluzionario di pescatori, cfr. S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, I, Bari 1965, pp. 99, 155 sg., 220 (sul fr. 21 Gentili di Anacreonte).

[2] S. Mazzarino, Fra Oriente e Occidente. Ricerche di storia greca arcaica, Milano 19892, pp. 233-252.

[3] Cfr. M. Miller, The Thalassocracies. Studies in Chronography, II, Albany 1968, pp. 5-37; 72-76, passim.