Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

Bibliografia:

 

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[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

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Pericle uomo di Stato

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 336-338; 343-353.

Secondo il giudizio di BelochPericle aveva più qualità di “parlamentare” che di “uomo di Stato”[1]. Appare evidente il significato che qui viene ad assumere la figura dell’uomo di Stato: essa è misurata nei termini della politica di potenza. In Beloch operava anche una nozione negativa del parlamentarismo e dell’uomo politico in genere; per questo gli sfuggiva quello che è invece l’apporto specifico e più creativo di Pericle. Si può dare a “Stato” una nozione assai vasta, come comunità fornita di un suo autonomo potere, dotata di un suo territorio, di sue risorse, suoi mezzi di difesa o anche di offesa. Ma si può proporre una nozione più restrittiva ed esigente, in cui la statualità è direttamente proporzionale alla definizione e al consolidamento di un sistema di funzioni e valori pubblici, che si forma, di fatto, proprio attraverso la decantazione del pubblico (che è, evidentemente, al tempo stesso una decantazione del privato). Il separarsi delle due sfere e il consolidarsi di quella pubblica sono da considerare, all’interno della storia politica greca, come il processo e il momento di formazione dello Stato, nel senso più rigoroso del termine. Di questo processo, certamente, nella storia greca, massimo fautore fu Pericle, come vedremo attraverso l’esame delle decisioni e innovazioni politiche più significative.

Pericle. Testa, copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila (429 a.C. ca.), da Lesbo. Berlin, Altes Museum.

Dal punto di vista della politica estera, Pericle appare come un personaggio di più discutibile profilo, perché il suo periodo di governo ingloba il momento della maggiore espansione della Lega delio-attica, ma anche momenti di grave crisi interna, connessi con le ribellioni (451-440) di Mileto, dell’Eubea (Calcide ed Eretria), di Samo, e con l’avvio di un conflitto, la Guerra del Peloponneso, che doveva produrre la scomparsa dell’impero medesimo. La strategia di Pericle, di contenimento e logoramento dell’avversario, ebbe pochissimo tempo per esplicarsi, dato il rapido sopravvenire della morte dell’uomo politico (nel 429), nel corso della peste scoppiata ad Atene nel 430. Poté così restare, consegnato alle parole di Tucidide e alle pagine di altri scrittori, il dubbio circa gli esiti che avrebbe avuto la guerra tra Atene e Sparta, se nel corso degli anni fosse stato semplicemente seguito alla strategia di Pericle. Ma né oggi né ieri la storia, cioè la ricostruzione storica, si è potuta fare con i se; e nella storia resta più la responsabilità di Pericle, di aver voluto o aver fatalisticamente accettato lo scontro globale con Sparta, che non il merito di una conclusione politicamente buona.

La grandezza di Pericle è proprio nella sua politica interna e nell’ideologia che la sorregge. Egli è senz’altro il campione della democrazia. Nella parola democrazia, come in quella di segno opposto, aristocrazia, v’è certo il segno di una forte percezione del ruolo del potere e del dominio, insita nell’uso del verbo krateîn, a cui si accompagna una dicotomia più netta all’interno della cittadinanza, tra ricchi e popolo, in ordine a scelte politiche di fondo[2]. Ma in questo quadro non v’è dubbio da che parte fosse Pericle. Certamente, il quadro che Tucidide ci fornisce di lui nel II libro (cap. 65), al punto in cui le sue Storie raggiungono il momento della morte dello statista, lo rappresentano come il prôtos anr, il “primo cittadino”, che governa invece del dēmos, come il demagogo che sa condurre (ágein) il popolo e non se ne fa condurre; che sa contraddirlo con discorsi impopolari, e che ne regola, con la forza di persuasione della sua razionale eloquenza, l’altalena dei sentimenti e degli stati d’animo. Ma, a completare il quadro, serve la definizione che Tucidide mette in bocca a Pericle del sistema politico e sociale da lui creato.
La rigorosa distinzione e decantazione tra pubblico e privato ci è parsa come il segno più caratteristico e l’aspetto storicamente più produttivo delle qualità di statista di Pericle.

Gli inizi di Pericle

Nasce da Santippo (del demo di Colargo, figlio di Ar[r]ifrone), il vincitore della battaglia di Micale, del 478, e da Agariste, figlia di un fratello del legislatore Clistene. Per parte di madre, la discendente dal ghénos più illustre ad Atene nel VI secolo: alle spalle, una tradizione che sembra incarnare l’intera storia sociale di Atene. La famiglia degli Alcmeonidi era certo la più aristocratica di Atene; aveva d’altra parte stretto fugaci patti con Pisistrato, che dell’Alcmeonide Megacle aveva per qualche tempo avuto sposa la figlia; aveva poi contrastato Pisistrato e i Pisistratidi e dato inizio alla democrazia, con Clistene. Difficile trovare, in un’altra famiglia, la stessa centralità storica che nel VI secolo aveva avuto quella degli Alcmeonidi. Ma il sistema creato da Clistene, se lasciato ai suoi logici sviluppi storici, doveva portare all’emergere di altri gruppi, altri personaggi politici, altri ambienti sociali: conteneva la possibilità del conflitto e della sconfitta per gli Alcmeonidi, benché solo nel lungo periodo.
Apparso sulla scena politica come accusatore di Cimone circa il 463 a.C., Pericle avrà avuto allora intorno ai 30 anni. Una data di nascita intorno al 495-493 a.C. è suggerita dalla notizia fornita da un’iscrizione (SIG3 1078), secondo cui egli sarebbe stato corego nella rappresentazione dei Persiani di Eschilo (472 a.C.), e allora avrà avuto almeno vent’anni. Nel 476 Temistocle era corego delle Fenicie di Frinico, una tragedia di tema analogo. Pericle si segnalava, in questa prima uscita pubblica, legando la sua persona alla celebrazione di un tema largamente sentito, e destinato ad ispirare, in una prima fase (fino agli anni ’60 avanzati), la politica estera della corrente radicale non meno di quella dei conservatori. Tra il 472 e il 463 non pare ci siano eventi di rilievo nella biografia politica di Pericle: la crisi della corrente temistoclea della democrazia ateniese, conseguente all’ostracizzazione di Temistocle; i tempi necessari al gruppo per un recupero d’immagine (i comportamenti di Temistocle, prima dell’ostracismo e dopo, dovevano averla ampiamente compromessa); l’emergere della figura di Efialte, avversario di Cimone come dell’Areopago, costituiscono altrettante ragioni, quali di ordine negativo quali di ordine positivo, perché Pericle restasse ancora nell’ombra. D’altra parte, erano anche gli anni della neótēs, della giovinezza, necessariamente di subordinazione, specie nell’epoca, che è improntata ancora a valori tradizionali, pur nel corso di processi storici che si avvertono. Quando Cimone, dopo la resa di Taso agli Ateniesi (463 a.C.), mancò di trasferire la guerra sul continente contro Alessandro I di Macedonia e di assicurare ad Atene un più esteso dominio nel distretto aurifero del Pangeo, Pericle gli intentò un processo: inutilmente Elpinice, la sorella di Cimone, nota nella tradizione per gli ambigui rapporti col consanguineo, gli offrì i suoi favori; l’accusa rimase, ma il tono di Pericle fu nei fatti estremamente moderato e Cimone fu assolto[3].
Era il primo scossone al prestigio del generale, democratico lealista, ma di spiriti conservatori o addirittura filo-spartani. Il successivo e definitivo colpo non tarderà a venire (per effetto dello smacco inferto dagli Spartani al contingente ateniese inviato in loro aiuto nel 462 a.C., durante la III Guerra messenica). Chiarezza di intenti, gradualità di azione politica, razionalità nella gestione delle possibilità offerte dalla situazione storica caratterizzano già ampiamente questi inizi di Pericle. Ma tutto questo non significa assenza di asprezza nel confronto politico. Al contrario, se è vero che la democrazia ateniese in generale non presenta aspetti di violenza fisica, appare tuttavia come la ribalta storica su cui si sperimenta ogni altra forma di durezza: nel momento in cui s’introduce nella scena politica la contrapposizione frontale, che vale all’interno della democrazia presa nel suo complesso, si avverte, presente e perciò messa a frutto, l’opinione pubblica. E l’opinione pubblica, come insieme delle opinioni individuali, è un personaggio in qualche modo nuovo nella storia, nella misura in cui essa ha trovato canali istituzionali (dall’Assemblea al teatro ai vari contesti politici e militari) in cui esprimersi. Di questo “nuovo personaggio” l’ambiente pericleo certamente tiene conto. Nella misura in cui la tradizione storiografica e quella biografica raccolgono voci diffamatorie su personaggi del campo anti-pericleo (Cimone e la sorella), come, per il passato, su personaggi di campi diversi da quello alcmeonide (l’antenato di Cimone, Ippoclide, o i rivali nella gloria di aver abbattuto la tirannide dei Pisistratidi, i due tirannicidi Armodio e Aristogitone), si valuta con ogni probabilità l’uso deciso, del tutto corrispondente alle possibilità e all’asprezza del confronto politico, dell’arma della diffamazione, del linciaggio morale. La democrazia crea il suo campo di valori, ma anche le proprie durezze e nuove armi di lotta politica.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Fra gli inizi biografici va collocato il primo matrimonio di Pericle. Sposò una donna già imparentata con lui, di cui non ci è tramandato il nome (Plutarco, Pericle 24), dalla quale ebbe comunque due figli, Santippo e Paralo, che morirono durante la stessa epidemia di peste in cui trovò la morte il padre: come il più anziano era già nato probabilmente qualche tempo prima del 450, di tanto sale la data del matrimonio del padre. Intorno al 450 Pericle deve aver iniziato la sua relazione con Aspasia, l’etera di Mileto (l’origine megarese le è attribuita dal noto falsario Eraclide Pontico), da cui ebbe un figlio, di consueto indicato come Pericle “il Giovane”, certamente nato dopo il 451/450, data di promulgazione della legge che «non dovesse aver parte alla città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini»; legge che fu disattesa proprio in favore del figlio dello statista (Pericle “il Giovane”), che sarà fra gli strateghi condannati a morte e giustiziati a seguito del “processo delle Arginuse” nell’autunno del 406.

Pericle e la politica estera degli anni Cinquanta

Il dominio politico di Pericle durò circa quarant’anni, secondo un’indicazione di Plutarco (Vita 16, 3), la quale tuttavia distingue implicitamente tra due fasi diverse: una prima, nella quale Pericle primeggiò «fra gli Efialti, i Leocrati, i Mironidi, i Cimoni, i Tolmidi e i Tucididi», e la seconda, successiva all’abbattimento della posizione e all’ostracismo di Tucidide (il figlio di Melesia) (444/443), in cui egli tenne la strategia per non meno di quindici anni consecutivi e detenne altre strategie (almeno nell’anno 454 e negli anni 448-446). Prima di quella data (444/443 o 443/442) Pericle svolse certamente un ruolo politico di prim’ordine. È tuttavia probabile che si debba distinguere fra il rilievo avuto da Pericle in politica estera, da un lato, e il suo contributo nella politica interna, per il profilo sociale della democrazia. In quest’ultimo campo le innovazioni portano la cifra di Pericle più (o almeno con maggior sicurezza) delle iniziative di politica estera. La fase più dinamica e aggressiva dell’imperialismo ateniese riflette l’opera, ma forse anche l’iniziativa, di personaggi come quelli sopra ricordati: Leocrate, generale nella guerra condotta nel Golfo Saronico contro Egina (tra il 459 e il 457); Mironide, vincitore della battaglia di Enofita, nel 457, contro gli Spartani; Tolmide, protagonista del vittorioso periplo attorno al Peloponneso, concretatosi in numerose incursioni, nel 455. Cimone, ostracizzato nel 461, aveva fino a quella data contribuito al rafforzamento dell’impero navale non meno dei suoi avversari politici (campagne di Tracia, Eurimedonte, Taso, in particolare); questo dimostra che, sul terreno della politica estera, almeno sotto il profilo del rafforzamento dell’impero, non ci fossero veri dissensi nel gruppo dirigente ateniese, per tutti gli anni Sessanta, o almeno per gran parte di essi.

Combattimento fra Greci e Persiani.

Le iniziative ateniesi di politica estera, in qualche modo ricollegabili con gli esordi di Pericle, sono da riconoscere nelle alleanze strette con Argo, i Tessali, Megara, dopo lo smacco inferto agli Ateniesi dagli Spartani, con il rinvio del contingente attico, nel corso della guerra «del terremoto» (III Guerra messenica).
Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466) e il 461 a.C., ne sono un interessante riscontro, del quale si è detto. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico. Assai meno coerente, da questo punto di vista, l’alleanza di Atene con le aristocrazie tessaliche e con la dorica Megara: via via che il motivo dell’opposizione all’interno delle singole città greche), questa costellazione si trasforma in un dato storicamente innaturale (i cavalieri tessali tradiscono sul campo di Tanagra, nello scontro tra Ateniesi e Spartani del 457; e nel 446 Megara compie una definitiva ribellione ad Atene)[4].
Non tutte le spedizioni ateniesi in direzione di Cipro significano la potenza e l’iniziativa di Cimone, anche se è vero l’inverso, che cioè Cimone, già dall’epoca della battaglia (o delle battaglie) dell’Eurimedonte (470?) e poi ancora alla fine della sua vita (451-449), mostra interesse a interventi nell’isola in chiara funzione anti-persiana, complessivamente nazionalista, in coerenza con i principi della sua politica estera. La prima spedizione ateniese contro Cipro veniva antedatata da Beloch, convinto che la si dovesse connettere con un’iniziativa di Cimone: ma la meccanicità del criterio, e il silenzio di Tucidide, interessato, per affinità ideale e legami di parentela, alle azioni di Cimone, inducono a rigettare un collegamento di questo con la spedizione ateniese a Cipro e in Egitto degli anni 460/459 e seguenti[5]. Alla spedizione in Egitto si attribuisce di solito una finalità di ordine economico: la conquista di un paese produttore di grano. Non siamo certo di coloro che negano che nella storia il movente economico svolga un ruolo importante; tuttavia, proprio in questo caso sembra diversa la dinamica del conflitto. Inaro, principe dei Libi ai confini con l’Egitto invita a intervenire in Egitto gli Ateniesi, che si accingevano ad attaccare Cipro con 200 navi. In primo luogo, dunque, la spedizione d’Egitto fu determinata da un’occasione presentatasi in un contesto diverso. L’attacco a Cipro rientrava nel quadro di una liberazione del Mediterraneo dai Persiani, e la rivolta dell’Egitto offriva innanzi tutto l’occasione per completare l’opera.

Guerriero barbato. Testa, calcare, inizi V sec. a.C. ca. da Cipro. New York, Metropolitan Museum of Art.

Un’iscrizione del 460/459 o del 459/458 indica i vari teatri di guerra in cui gli Ateniesi hanno subito perdite: Cipro, l’Egitto, la Fenicia e, in Grecia, Halieis (in Argolide), Egina, Megara[6]. Dunque, anche la Fenicia. È evidente il fine fondamentalmente strategico delle operazioni degli Ateniesi in quest’area. Naturalmente la conquista dell’Egitto avrebbe potuto avere conseguenze economiche (benché di tipo “acquisitivo”, con riguardo a un prodotto fondamentale per l’alimentazione degli Ateniesi), e ben presto ad Atene si sarà anche riconosciuta e accarezzata l’idea di un simile vantaggio. Ma la dinamica dell’intervento è, una volta tanto, di tipo diverso: la causa militare qui è davvero determinante; la guerra d’Egitto non nasce come guerra per la conquista del granaio del Mediterraneo o magari di un nuovo mercato.
La cronologia della spedizione d’Egitto (nella rappresentazione tucididea una megálē strateía, un’espressione di megalomania di stampo non molto diverso da quello impresso sulla spedizione siciliana degli anni 415-413) è fissata variamente negli studi: dal 462 al 456, nella cronologia più alta (e Beloch è di questa opinione), dal 460/459 al 454, secondo le cronologie più basse. Filologicamente, il metodo più garantito è quello che parte dalle date conclusive. L’inizio delle liste delle sessagesime dei tributi della Lega delio-attica nel 454/453, il collegamento causale stabilito nella tradizione con lo spostamento del tesoro della Lega da Delo all’acropoli di Atene, la coerenza della determinazione della data di inizio a dopo il 462/461 e di quella finale al 455/454 circa, la durata indicata da Tucidide in sei anni, sommati tutti insieme, inducono a collocare i sei anni della spedizione ateniese tra il 460 e il 454.
Per qualche tempo gli Ateniesi occupano la zona, sembra, del Delta, e Menfi; i Persiani inviano, ma inutilmente, Megabazo con denaro a Sparta, perché intervenga in Attica, e quindi spediscono il generale Megabizo in Egitto, dove gli Ateniesi restano ormai bloccati d’assedio nell’isola di Prosopitide, nel settore occidentale del Delta. Per un anno e mezzo gli Ateniesi resistono all’assedio; poi i Persiani prosciugano le acque intorno all’isola; la guerra navale si trasforma in una guerra terrestre, come accade del resto un po’ in tutte le guerre combattute dai Persiani, conformemente alle qualità e propensioni strategiche del popolo dominatore dell’Impero (le cui guerre navali restano affidate, tranne probabilmente che per i quadri, ai popoli soggetti: Fenici, Ciprioti, Cilici). Seguono ormai la cattura della flotta ateniese e la fuga degli Ateniesi occupanti, attraverso la Libia, verso Cirene, dove giungono solo in pochi. Dei ribelli, il libico Inaro è tradito e consegnato ai Persiani, che lo giustiziano; Amirteo, il «re delle paludi», continua la lotta e riesce a mantenersi indipendente. Intanto una nuova flotta ateniese di 50 navi, sopravvenuta in piena disinformazione del disastro toccato alla prima spedizione, subisce la stessa sorte[7].
Accanto alla megálē strateía (il collegamento è sottolineato nell’iscrizione citata per i caduti della tribù Eretteide del 460/459 o 459/458), Atene combatté altre, più domestiche guerre. Il conflitto in questi anni è in primo luogo con Corinto (che si sente provocata dall’alleanza tra Megara e Atene) e presenta un succedersi di alterne vittorie (dei Corinzi a Halieis nell’Argolide, degli Ateniesi a Cecrifalea). Poi ha inizio il conflitto con Egina, che cederà dopo tre anni di guerra, nel 456.

Atene. Tetradramma, Atene 465-454 a.C. AR 16,95 gr. Rovescio: AΘE, civetta stante con ramo d’ulivo e luna crescente.

È l’inizio di quella che nei manuali viene spesso indicata come Prima Guerra del Peloponneso. L’espressione è impropria e fuorviante, rispetto al vero significato della Guerra del Peloponneso per eccellenza, l’unica guerra nota con questa definizione alla tradizione antica. Il significato di quel complemento di specificazione («del Peloponneso») è che si trattò della guerra portata dai Peloponnesiaci contro Atene: quel genitivo è un genitivo soggettivo (come bene osserva Pausania in un passo, IV 6, 1, che confronta la definizione con altre di tipo oggettivo, quale ad esempio «guerra di Troia», la guerra cioè che ebbe Troia come oggetto e teatro di scontri). Parlare di una Prima Guerra del Peloponneso, per una serie di conflitti tra Atene e Sparta (459-446), che per la massima parte ebbero come teatro il Peloponneso, significa dunque pregiudicare – e in senso improprio – il significato autentico dell’espressione Peloponnēsiakós pólemos. Quest’ultima è definizione, per la guerra scoppiata nel 431 a.C., largamente diffusa nei testi antichi, che trae però la sua origine dall’impostazione stessa di Tucidide: infatti, a parte il complesso problema delle responsabilità ultime, per Tucidide non sussiste dubbio sul fatto che, ad aprire le ostilità nell’immediato, fu appunto la Lega peloponnesiaca, capeggiata da Sparta. La Guerra del Peloponneso è insomma per lui una guerra che viene portata dal Peloponneso contro l’Attica.
Progressivamente (e in contemporanea con la spedizione d’Egitto e il suo stallo) si estende la guerra navale di Atene. Fino al 456 essa si esplica nel Golfo Saronico, tra Attica e Argolide. Nel 455 Tolmide può effettuare incursioni contro Gizio (l’arsenale di Sparta), contro Metone (sulla costa messenica occidentale), in Acaia e Corinzia: un vero periplo, che aggira il Peloponneso in senso orario.
Anche sulla terraferma il conflitto fra Atene e i Peloponnesiaci presenta momenti di scontro territorialmente coerenti fra loro. L’inclusione di Megara nell’alleanza di Atene favorisce anche il controllo ateniese sui porti della città confinante col territorio attico: dapprima Nisea sul Golfo Saronico, poi Page, sul Golfo Corinzio. Navi ateniesi hanno certamente presidiato dapprima Nisea, poi devono aver trovato il modo di appostarsi anche nel porto di Page: è una presenza navale ateniese a nord dell’Istmo che spiega la dinamica della spedizione di Pericle nel 454/453 (non un períplous attorno al Peloponneso, ma un paráploos, una navigazione lungo le coste settentrionali di esso e verso l’Acarnania). Ecco dunque un anno (454/453) di strategia di Pericle, estraneo al quindicennio di strategie continuative (443-429): e non è, dal punto di vista militare, un trionfo (i Sicionii sono sconfitti, ma l’attacco alla città acarnana di Eniade si risolve in un nulla di fatto)[8].
Il duro colpo inferto ad Atene in Egitto viene indicato da Plutarco, che sembra attingere a Teofrasto[9], come causa del trasferimento del tesoro da Delo ad Atene: il motivo addotto fu quello di una minaccia persiana. Che si trattasse in parte di un pretesto, è possibile, o quanto meno non è dimostrabile che gli Ateniesi non cogliessero abilmente un’occasione. Sbagliano tuttavia certamente coloro che ritengono che i Persiani non potessero comunque rappresentare una minaccia, che il timore dei Persiani fosse una mera finzione[10]. Chi consideri la situazione geografica di Delo, si accorge come essa sia assai poco coperta sul versante orientale, da cui poteva provenire la minaccia. Ed è del tutto plausibile che a fare la proposta del trasferimento del tesoro fossero i Samii, phýlakes (sentinelle) dell’Impero su quel fianco. Una concreta minaccia persiana, insomma, non ci fu, ma il timore di essa ci poteva essere e non era del tutto ingiustificato.

Pittore Nicostene. Oplita di corsa. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 495 a.C. ca. Walters Art Museum

Un intervento spartano in favore dei Dori della Metropoli contro i Focesi, nel 458/457, blocca tentativi di espansione della presenza politica di Atene (che tradizionalmente sostiene i Focesi) nella Grecia centrale. Tucidide ha narrato con evidenza drammatica le circostanze, gli sbocchi possibili, i gravissimi rischi connessi con la spedizione spartana. Ad Atene, infatti, per la prima volta (e anche l’ultima, prima del 411) si ha un complotto contro la democrazia: c’è chi vuole fermare la costruzione delle Lunghe Mura, che uniscono la città al Pireo, e il connesso processo di sviluppo di una democrazia a base navale (nella potenza militare) e fondata sul sostegno delle masse marinare (sotto il profilo sociale). Ma i conservatori, all’interno della democrazia, restano leali[11]; d’altra parte, gli Spartani rischiano di restare bloccati nella Grecia centrale, per effetto della nuova situazione strategica determinata dalla politica ateniese di alleanze e di espansione, in particolare dal controllo della Megaride; per essi non sembra ci sia via di scampo né per terra né per mare. Tuttavia, con la vittoria conseguita in uno scontro avvenuto in una località tra Tebe e Tanagra (457), gli Spartani si mettono in condizione di forzare il blocco ateniese e rientrare nel Peloponneso passando per i monti della Gerania.
Dopo 61 giorni gli Ateniesi, al comando di Mironide, si prendono una rivincita ad Enofita, sui Beoti, alleati tendenziali degli Spartani. Si profila una costellazione spesso ricorrente nelle vicende della Grecia centro-meridionale. Alla vittoria consegue un periodo di forte ingerenza ateniese negli affari della Beozia: ingerenza, beninteso, non dominio diretto. Viene sciolta la Lega beotica; si procede a una correzione di confini tra Beozia ed Attica; è incerto se anche Tebe cadesse sotto il predominio politico ateniese[12]. La situazione durerà così all’incirca fino al rovescio subito dagli Ateniesi a Coronea (Beozia occ.) nel 447.
Gli anni Cinquanta presentano marcati caratteri di espansionismo esasperato da parte di Atene. Un intervento ateniese in Tessaglia, in favore di Oreste, figlio del tago Echecratida, e contro Farsalo, fatto col sostegno di Beoti e Focesi, resta senza effetto. Secondo una notizia sospetta, Cimone sarebbe rientrato dall’ostracismo solo cinque anni dopo l’espulsione, cioè già nel 456, ed avrebbe anzi procurato una tregua di 5 anni ad Atene, dal 454/453 (secondo Diodoro), ma dal 451, secondo alcuni moderni. Ma la prima nuova impresa che gli si riesce ad attribuire con sicurezza è una spedizione contro Cipro (450/449), nel corso della quale furono compiute imprese notevoli sia per terra (contro i Persiani) sia per mare (contro i Fenici). Forse nell’isola fu conquistata Marion; presso Salamina si svolse, solo dopo la morte di Cimone, una battaglia terrestre ed una navale (la duplicità dell’evento in parte poté rifluire, erroneamente, nella tradizione sulla battaglia dell’Eurimedonte), in cui gli Ateniesi riuscirono vincitori[13].
Più difficile delineare la politica ateniese nelle regioni del Mediterraneo occidentale. I racconti centrati intorno a grandi personalità, anche se inseriti nel contesto di opere di carattere storico e non specificamente biografico, ricevono, dalla stessa cornice in cui si trovano collocati, caratteri di continuità; per i moderni è quindi, tutto sommato, facile raccogliere le spedizioni ateniesi nel Mediterraneo orientale intorno all’iniziativa di un personaggio, visto che la storiografia antica ha già preparato il terreno in questo senso. Per le stesse ragioni, è difficile tracciare una chiara linea di sviluppo della politica e delle imprese di Atene in Occidente. Su questi fatti le fonti sono eterogenee (scarsi cenni letterari, che si presentano come rinvii casuali da fatti successivi) o epigrafi di non facile datazione, o non chiare nella definizione del carattere di novità o di ripetizione dell’alleanza che registrano. Negli anni Cinquanta Atene persegue una politica di intese con gli elementi non greci (anche se grecizzati) della Sicilia occidentale (gli Elimi di Segesta, con cui stipula forse un’alleanza nel 458/457 o 454/453), con città non doriche di Sicilia (Leontini) e d’Italia (Reggio, le cui vicende tradizionalmente si mescolano con quelle delle città di Sicilia)[14]. A questo ambiente si rivolge l’iniziativa dell’invio di una flotta da parte di Atene nel Golfo di Napoli, in data non definibile. Di spiriti diversi sarà l’iniziativa della fondazione della colonia panellenica di Turii nel 444/443. Le imprese degli anni Cinquanta sono dirette anche verso regioni lontane da Atene: Egitto e Sicilia, due sogni grandiosi, che danno la misura di una ricerca del “grande”, nello spazio come nella mole dell’impresa, in piena corrispondenza con quel clima di esaltazione della democrazia ateniese, che si avverte nella politica come nella psicologia di massa (le prospettive di acquisizione di aree granarie restano per ora forse solo all’orizzonte). Nonostante lo scossone, risultante dalla sconfitta in Egitto del 454, i piani grandiosi non vengono ancora meno.
L’impresa di Cimone contro Cipro è la prova di questa perseveranza, oltre che dal fatto che sulla politica d’Impero si poteva, nonostante tutto, trovare ancora una base che unificasse, in aspirazioni e progetti comuni, l’intero popolo ateniese. La politica di Cimone riprende allora quota sul piano strategico, e sua premessa è appunto la stipula della tregua tra Sparta e Atene del 451 (?), destinata a durare cinque anni. In positivo, per quel che Pericle progettò e realizzò in questi anni, così come in negativo, cioè per quel che l’esaurirsi dell’armistizio produsse di rinnovato fermento anti-ateniese, la tregua contò. Favorita o promossa da Cimone, essa provocò per qualche tempo una ripresa dell’orientamento anti-persiano e degli spiriti nazionalistici, in politica estera, non certo un’affermazione, in politica interna, degli orientamenti tradizionalisti o addirittura filo-spartani.

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[1] Beloch, GG2 II 1, pp. 154 sg. (Pericle non ebbe qualità militari, e si può dubitare che possa considerarsi uomo di Stato).

[2] Se la prima attestazione della parola δημοκρατία, attraverso il velo delle accorte allusioni, è nelle Supplici di Eschilo, perciò ad Atene, non va dimenticato che la sostanza etimologica della nuova parola (pur senza quella terminazione astratta in -ία, che fa una vistosa differenza) è proprio – con solo apparente paradosso – nel δάμω κράτος della Grande Ῥήτρα spartana (Plutarco, Licurgo 6, cfr. Diodoro, VII 12, 6). La constatazione serva a mostrare quanto poco di prevaricazione sia avvertito nel verbo κρατεῖν riferito al δῆμος; ma ammonisce anche a distinguere tra il δᾶμος/totalità cittadina di Sparta, e il δῆμος, ora totalità cittadina ora maggioranza di meno abbienti, di Atene.

[3] Plutarco, Pericle 310Cimone 14. Pericle è solo il più attivo di un gruppo di accusatori.

[4] Tucidide, I 102, 4 e 103, 4.

[5] Id., I 104; 109 sg.; 112 (Cimone muore prima della battaglia di Salamina di Cipro); Diodoro, XI 71, 74 sg.; 77; XII 24 (con datazione della morte di Cimone dopo la battaglia di Salamina, a meno che la notizia finale di 4, 6 non sia genericamente collegata con la spedizione).

[6] IG I2 929.

[7] Tucidide, I 109110. Beloch ha sviluppato ampiamente la sua tesi della cronologia alta della spedizione, in GG2 II 2, pp. 79 sgg., pur lasciando aperta la possibilità per cronologie diverse (462/461 e 454/453 sono solo termini estremi possibili, entro cui collocare i 6 anni di cui parla Tucidide, I 110, 1, per la durata dell’impresa).

[8] Tucidide, I 111. Di difficile inquadramento cronologico la spedizione di Pericle nel Ponto Eusino, con deduzione di una colonia ateniese a Sinope, di cui parla Plutarco, Pericle 20 (Beloch, GG2 II 1, p. 199 al 435/4 ca.).

[9] Plutarco, Aristide 25, 3 (da Teofrasto, se il verbo di dire è φησί come al par. 2, e come sembra plausibile visto che il par. 2 ha bisogno di una spiegazione e il par. 3, con il suo καὶ γάρ, gliela dà).

[10] Il timore di un attacco persiano era per sé del tutto logico, data la posizione di Delo; altro problema è se i Persiani fossero allora davvero intenzionati ad attaccare.

[11] Sul lealismo di Cimone, cfr. D. Musti, Il giudizio di Gorgia su Cimone in tema di χρήματα, in «RFIC» 112, 1984, pp. 129 sgg., in part. 140-144.

[12] Tucidide, I 105108.

[13] Beloch, GG2 II 1, p. 175 n. 1; 2, pp. 211 sgg., si pronuncia per la storicità dell’opera di Cimone per la conclusione di una tregua di 5 anni (451-446) tra Atene e Sparta, ma contro l’anticipazione (al 457 ca.) del richiamo di Cimone dall’ostracismo (cfr. Tucidide, I 112; Andocide, Sulla pace 34; Teopompo, FGrHist 115 F 88; Diodoro, XI 86, 1; Cornelio Nepote, Cimone 3). Cfr. A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides I, Oxford 1945, pp. 325 sgg., 409 sgg.

[14] IG I2 19 = IG I3 11 (alla l.3 incerte le lettere finali del nome dell’arconte, forse lo Habron del 458/7, forse lo Ariston del 454/3). Cfr. H. Bengtson, Die Staatsvertäge des Altertums II, München und Berlin 1962, pp. 41 sg. ; D.M. Lewis, IG I3, 1981, 11comm. ad loc., per una data alta.

“Cose che avvengono e avverranno sempre finché la natura umana sarà la stessa”

Tucidide, Le Storie, I, a cura di G. Donini, Torino 2005(2).

Pittore di Cleofrade. Scena di Ilioupérsis, sviluppo figurato sulla spalla. Pittura vascolare da una hydría (hydría Vivenzo) attica a figure rosse, inizi V sec. a.C., da Nola. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Pittore di Cleofrade. Scena di Ilioupérsis, sviluppo figurato sulla spalla. Pittura vascolare da una hydría (hydría Vivenzo) attica a figure rosse, inizi V sec. a.C., da Nola. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

[82] Οὕτως ὠμὴ ‹ἡ› στάσις προυχώρησε, καὶ ἔδοξε μᾶλλον, διότι ἐν τοῖς πρώτη ἐγένετο, ἐπεὶ ὕστερόν γε καὶ πᾶν ὡς εἰπεῖν τὸ Ἑλληνικὸν ἐκινήθη, διαφορῶν οὐσῶν ἑκασταχοῦ τοῖς τε τῶν δήμων προστάταις τοὺς Ἀθηναίους ἐπάγεσθαι καὶ τοῖς ὀλίγοις τοὺς Λακεδαιμονίους. καὶ ἐν μὲν εἰρήνῃ οὐκ ἂν ἐχόντων πρόφασιν οὐδ᾽ ἑτοίμων παρακαλεῖν αὐτούς, πολεμουμένων δὲ καὶ ξυμμαχίας ἅμα ἑκατέροις τῇ τῶν ἐναντίων κακώσει καὶ σφίσιν αὐτοῖς ἐκ τοῦ αὐτοῦ προσποιήσει ῥᾳδίως αἱ ἐπαγωγαὶ τοῖς νεωτερίζειν τι βουλομένοις ἐπορίζοντο. καὶ ἐπέπεσε πολλὰ καὶ χαλεπὰ κατὰ στάσιν ταῖς πόλεσι, γιγνόμενα μὲν καὶ αἰεὶ ἐσόμενα, ἕως ἂν ἡ αὐτὴ φύσις ἀνθρώπων ᾖ, μᾶλλον δὲ καὶ ἡσυχαίτερα καὶ τοῖς εἴδεσι διηλλαγμένα, ὡς ἂν ἕκασται αἱ μεταβολαὶ τῶν ξυντυχιῶν ἐφιστῶνται. ἐν μὲν γὰρ εἰρήνῃ καὶ ἀγαθοῖς πράγμασιν αἵ τε πόλεις καὶ οἱ ἰδιῶται ἀμείνους τὰς γνώμας ἔχουσι διὰ τὸ μὴ ἐς ἀκουσίους ἀνάγκας πίπτειν· ὁ δὲ πόλεμος ὑφελὼν τὴν εὐπορίαν τοῦ καθ᾽ ἡμέραν βίαιος διδάσκαλος καὶ πρὸς τὰ παρόντα τὰς ὀργὰς τῶν πολλῶν ὁμοιοῖ. ἐστασίαζέ τε οὖν τὰ τῶν πόλεων, καὶ τὰ ἐφυστερίζοντά που πύστει τῶν προγενομένων πολὺ ἐπέφερε τὴν ὑπερβολὴν τοῦ καινοῦσθαι τὰς διανοίας τῶν τ᾽ ἐπιχειρήσεων περιτεχνήσει καὶ τῶν τιμωριῶν ἀτοπίᾳ. καὶ τὴν εἰωθυῖαν ἀξίωσιν τῶν ὀνομάτων ἐς τὰ ἔργα ἀντήλλαξαν τῇ δικαιώσει. τόλμα μὲν γὰρ ἀλόγιστος ἀνδρεία φιλέταιρος ἐνομίσθη, μέλλησις δὲ προμηθὴς δειλία εὐπρεπής, τὸ δὲ σῶφρον τοῦ ἀνάνδρου πρόσχημα, καὶ τὸ πρὸς ἅπαν ξυνετὸν ἐπὶ πᾶν ἀργόν· τὸ δ᾽ ἐμπλήκτως ὀξὺ ἀνδρὸς μοίρᾳ προσετέθη, ἀσφαλείᾳ δὲ τὸ ἐπιβουλεύσασθαι ἀποτροπῆς πρόφασις εὔλογος. καὶ ὁ μὲν χαλεπαίνων πιστὸς αἰεί, ὁ δ᾽ ἀντιλέγων αὐτῷ ὕποπτος. ἐπιβουλεύσας δέ τις τυχὼν ξυνετὸς καὶ ὑπονοήσας ἔτι δεινότερος· προβουλεύσας δὲ ὅπως μηδὲν αὐτῶν δεήσει, τῆς τε ἑταιρίας διαλυτὴς καὶ τοὺς ἐναντίους ἐκπεπληγμένος. ἁπλῶς δὲ ὁ φθάσας τὸν μέλλοντα κακόν τι δρᾶν ἐπῃνεῖτο, καὶ ὁ ἐπικελεύσας τὸν μὴ διανοούμενον. καὶ μὴν καὶ τὸ ξυγγενὲς τοῦ ἑταιρικοῦ ἀλλοτριώτερον ἐγένετο διὰ τὸ ἑτοιμότερον εἶναι ἀπροφασίστως τολμᾶν· οὐ γὰρ μετὰ τῶν κειμένων νόμων ὠφελίας αἱ τοιαῦται ξύνοδοι, ἀλλὰ παρὰ τοὺς καθεστῶτας πλεονεξίᾳ. καὶ τὰς ἐς σφᾶς αὐτοὺς πίστεις οὐ τῷ θείῳ νόμῳ μᾶλλον ἐκρατύνοντο ἢ τῷ κοινῇ τι παρανομῆσαι. τά τε ἀπὸ τῶν ἐναντίων καλῶς λεγόμενα ἐνεδέχοντο ἔργων φυλακῇ, εἰ προύχοιεν, καὶ οὐ γενναιότητι. ἀντιτιμωρήσασθαί τέ τινα περὶ πλείονος ἦν ἢ αὐτὸν μὴ προπαθεῖν. καὶ ὅρκοι εἴ που ἄρα γένοιντο ξυναλλαγῆς, ἐν τῷ αὐτίκα πρὸς τὸ ἄπορον ἑκατέρῳ διδόμενοι ἴσχυον οὐκ ἐχόντων ἄλλοθεν δύναμιν· ἐν δὲ τῷ παρατυχόντι ὁ φθάσας θαρσῆσαι, εἰ ἴδοι ἄφαρκτον, ἥδιον διὰ τὴν πίστιν ἐτιμωρεῖτο ἢ ἀπὸ τοῦ προφανοῦς, καὶ τό τε ἀσφαλὲς ἐλογίζετο καὶ ὅτι ἀπάτῃ περιγενόμενος ξυνέσεως ἀγώνισμα προσελάμβανεν. ῥᾷον δ᾽ οἱ πολλοὶ κακοῦργοι ὄντες δεξιοὶ κέκληνται ἢ ἀμαθεῖς ἀγαθοί, καὶ τῷ μὲν αἰσχύνονται, ἐπὶ δὲ τῷ ἀγάλλονται. πάντων δ᾽ αὐτῶν αἴτιον ἀρχὴ ἡ διὰ πλεονεξίαν καὶ φιλοτιμίαν· ἐκ δ᾽ αὐτῶν καὶ ἐς τὸ φιλονικεῖν καθισταμένων τὸ πρόθυμον. οἱ γὰρ ἐν ταῖς πόλεσι προστάντες μετὰ ὀνόματος ἑκάτεροι εὐπρεποῦς, πλήθους τε ἰσονομίας πολιτικῆς καὶ ἀριστοκρατίας σώφρονος προτιμήσει, τὰ μὲν κοινὰ λόγῳ θεραπεύοντες ἆθλα ἐποιοῦντο, παντὶ δὲ τρόπῳ ἀγωνιζόμενοι ἀλλήλων περιγίγνεσθαι ἐτόλμησάν τε τὰ δεινότατα ἐπεξῇσάν τε τὰς τιμωρίας ἔτι μείζους, οὐ μέχρι τοῦ δικαίου καὶ τῇ πόλει ξυμφόρου προτιθέντες, ἐς δὲ τὸ ἑκατέροις που αἰεὶ ἡδονὴν ἔχον ὁρίζοντες, καὶ ἢ μετὰ ψήφου ἀδίκου καταγνώσεως ἢ χειρὶ κτώμενοι τὸ κρατεῖν ἑτοῖμοι ἦσαν τὴν αὐτίκα φιλονικίαν ἐκπιμπλάναι. ὥστε εὐσεβείᾳ μὲν οὐδέτεροι ἐνόμιζον, εὐπρεπείᾳ δὲ λόγου οἷς ξυμβαίη ἐπιφθόνως τι διαπράξασθαι, ἄμεινον ἤκουον. τὰ δὲ μέσα τῶν πολιτῶν ὑπ᾽ ἀμφοτέρων ἢ ὅτι οὐ ξυνηγωνίζοντο ἢ φθόνῳ τοῦ περιεῖναι διεφθείροντο.

[83] Οὕτω πᾶσα ἰδέα κατέστη κακοτροπίας διὰ τὰς στάσεις τῷ Ἑλληνικῷ, καὶ τὸ εὔηθες, οὗ τὸ γενναῖον πλεῖστον μετέχει, καταγελασθὲν ἠφανίσθη, τὸ δὲ ἀντιτετάχθαι ἀλλήλοις τῇ γνώμῃ ἀπίστως ἐπὶ πολὺ διήνεγκεν· οὐ γὰρ ἦν ὁ διαλύσων οὔτε λόγος ἐχυρὸς οὔτε ὅρκος φοβερός, κρείσσους δὲ ὄντες ἅπαντες λογισμῷ ἐς τὸ ἀνέλπιστον τοῦ βεβαίου μὴ παθεῖν μᾶλλον προυσκόπουν ἢ πιστεῦσαι ἐδύναντο. καὶ οἱ φαυλότεροι γνώμην ὡς τὰ πλείω περιεγίγνοντο· τῷ γὰρ δεδιέναι τό τε αὑτῶν ἐνδεὲς καὶ τὸ τῶν ἐναντίων ξυνετόν, μὴ λόγοις τε ἥσσους ὦσι καὶ ἐκ τοῦ πολυτρόπου αὐτῶν τῆς γνώμης φθάσωσι προεπιβουλευόμενοι, τολμηρῶς πρὸς τὰ ἔργα ἐχώρουν. οἱ δὲ καταφρονοῦντες κἂν προαισθέσθαι καὶ ἔργῳ οὐδὲν σφᾶς δεῖν λαμβάνειν ἃ γνώμῃ ἔξεστιν, ἄφαρκτοι μᾶλλον διεφθείροντο.

 

Pittore Eufronio. Achille uccide Troilo. Pitture vascolari su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C.

Pittore Eufronio. Achille uccide Troilo. Pitture vascolari su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C.

 

[82] Così selvaggia diventò la lotta civile, e sembrò esserlo ancor di più, poiché fu una delle prime: più tardi infatti tutto il mondo greco, per così dire, fu sconvolto, e quando vi erano delle discordie, ogni volta era possibile ai capi dei democratici chiamare gli Ateniesi, e agli oligarchi i Lacedemoni. In tempo di pace non avrebbero avuto il pretesto, e non avrebbero osato chiamarli, ma quando le due parti erano in guerra e ciascuna aveva a sua disposizione un’alleanza per danneggiare gli avversari e per aumentare nello stesso tempo la propria forza, facilmente si otteneva che fossero inviate truppe in aiuto di coloro che volevano creare qualche rivolgimento politico. E molte calamità dolorose afflissero le città a causa della lotta civile, cose che avvengono e avverranno sempre finché la natura degli uomini sarà la stessa, ma più atroci o più miti, e diverse nelle loro manifestazioni, secondo ogni cambiamento delle circostanze che si presenta. In tempo di pace e nella prosperità le città e gli individui hanno sentimenti migliori, perché non incorrono in costrizioni che avvengono contro la libera volontà: ma la guerra, togliendo le comodità della vita quotidiana, è un maestro che ama la violenza, e rende gli umori della maggior parte degli uomini conformi alle circostanze. Dunque le città erano divise dalle fazioni, e quelle città che nei vari luoghi giunsero più tardi a tale stadio, grazie alle notizie che avevano ricevuto sulle lotte già avvenute si spingevano molto più avanti nell’originalità dei piani, con la scaltrezza degli attacchi e la spietatezza ricercata delle rappresaglie. E gli uomini cambiarono il significato abituale delle parole in rapporto ai fatti secondo il modo in cui ritenevano d’interpretarle. L’audacia irragionevole fu ritenuta coraggio pieno di fedeltà verso i compagni politici, l’esitazione prudente divenne viltà con una bella apparenza, la moderazione, il manto che copriva la codardia, e l’intelligenza in ogni cosa, ignavia sistematica, l’ardore folle fu aggiunto alle caratteristiche virili, e il riflettere attentamente ai fini della sicurezza fu considerato un pretesto ragionevole per rifiutarsi di agire. Chi era adirato godeva sempre di fiducia, e chi lo contraddiceva era sospettato. Se uno preparava insidie e aveva successo era intelligente, e se lo sospettava era ancor più abile, ma se prendeva prima delle misure perché non vi fosse bisogno di tali trame, era un distruttore della sua fazione politica e uno che si lasciava spaventare dai nemici. In poche parole, colui che preveniva chi stava per far del male era lodato, come lo era colui che incoraggiava a far del male chi non ne aveva l’intenzione. Invero, il legame di parentela divenne più estraneo di quello di un’associazione politica, per il fatto che chi vi apparteneva era più pronto ad esser audace senza impacci. Tali associazioni infatti non venivano costituite in conformità con le leggi stabilite e avendo come scopo l’utilità, ma in violazione di quelle che esistevano e per cupidigia. E si confermavano le reciproche garanzie non tanto con la legge divina quanto con la complicità nelle trasgressioni. Quanto alle proposte espresse onestamente con le parole dagli avversari, venivano accettate con precauzioni fondate sui fatti, se si era superiori, e non per nobiltà d’animo. E vendicarsi su qualcuno era più importante che non subire per primo un’offesa. Se mai si facevano giuramenti per sancire una riconciliazione, questi, prestati da ciascuna delle due parti per far fronte a una situazione difficile, al momento avevano validità, perché non c’era nessun’altra forza a disposizione degli uni e degli altri: ma quando si presentava l’occasione, il primo a prendere coraggio, se vedeva il nemico indifeso, provava maggior piacere a vendicarsi, per via dell’assicurazione fornita dal giuramento, che se lo avesse fatto apertamente: calcolava sia la sicurezza, sia il fatto che, avendo la meglio grazie all’inganno, acquistava anche in premio la fama d’intelligenza. Gli uomini per la maggiore si lasciano più facilmente chiamare abili se sono mascalzoni che stupidi se sono onesti, e di questo si vergognano, mentre di quello si vantano. La causa di tutto ciò era il potere perseguito da cupidigia e ambizione: da queste veniva anche l’ardore quando tra le parti scoppiava la rivalità. Infatti quelli che nelle città capeggiavano le fazioni, ciascuno servendosi di nomi di apparenza onesta, dicendo di preferire l’eguaglianza di diritti politici per il popolo o l’aristocrazia piena di moderazione, benché a parole curassero gli interessi delle comunità, li consideravano il premio delle loro contese; e lottando in tutti i modi per sopraffarsi a vicenda osarono commettere le più grandi atrocità e spinsero le loro vendette fino a una crudeltà ancor maggiore: non le infliggevano restando nei limiti della giustizia o dell’interesse della città, ma le decidevano in conformità con ciò che di volta in volta faceva piacere a ciascuna delle due parti; e con una condanna espressa attraverso un voto ingiusto, o cercando di impadronirsi del potere con la forza erano pronti a soddisfare la loro brama immediata di superare i nemici. Così nessuna delle due parti si comportava secondo principi morali, ma con la bella apparenza dei motivi addotti coloro che riuscivano a compiere qualche misfatto odioso godevano di fama migliore. I cittadini che stavano in una posizione intermedia venivano messi a morte dalle due parti, o perché non le aiutavano nella loro lotta, o per invidia della loro sopravvivenza.

[83] Così nel mondo greco si affermò ogni forma di perversità per via delle lotte civili, e la semplicità, che consiste soprattutto nella nobiltà d’animo, fu derisa fino a sparire, mentre lo schierarsi gli uni contro gli altri con animo diffidente prevalse di gran lunga. Non esistevano infatti per riconciliarli né parole che dessero sufficiente affidamento, né giuramenti abbastanza temibili: invece tutti, quando erano i più forti, calcolando che non vi era speranza di garanzie sicure, tendevano a prendere misure contro possibili attacchi più che a trovare il modo di fidarsi. Quelli che erano d’ingegno mediocre per lo più avevano la meglio: per paura delle proprie deficienze e dell’intelligenza degli avversari, temendo di esser vinti nei dibattiti e di esporsi per primi a un attacco per la mente astuta dei nemici, passavano audacemente all’azione. Quelli, invece, che disprezzando gli avversari pensavano che si sarebbero accorti in tempo del loro attacco, e che non ci fosse nessun bisogno di procurarsi con l’azione ciò che era possibile ottenere con l’ingegno, erano indifesi e venivano soppressi più facilmente.

Thuc. III 82-83

Un nemico formidabile

Nel 432/1 a.C., mentre gli Ateniesi erano impegnati con 5000 opliti e 70 navi nell’assedio di Potidea, colonia corinzia e loro alleata riluttante, Corinto intervenne a difesa dei propri concittadini laggiù inviando un’ambasceria a Sparta, con l’istanza di convocare un’assemblea generale della Lega del Peloponneso e di votare la dichiarazione di guerra contro Atene, poiché con le sue azioni contro le colonie corinzie essa stava violando gli accordi della pace trentennale, siglata nel 446/5. Gli inviati corinzi nei loro interventi accusano gli Spartani di immobilismo politico, di esagerare in fatto di prudenza diplomatica e di reagire con lentezza; inoltre, essi – secondo i Corinzi – si crogiolano nella fama di essere “liberatori della Grecia”, dalla fine delle Guerre persiane, se ne stanno tranquilli, trascurando gli eventi esteri contingenti, cioè il fatto che i loro alleati subiscano torti da parte di Atene. Nel paragrafo che segue, Tucidide riporta il discorso di uno dei Corinzi, nel quale vengono esaltate le qualità degli Ateniesi per pungere nell’orgoglio gli Spartani e smuoverli dal loro torpore…

Oplita greco. Illustrazione di M. Churms

Oplita greco. Illustrazione di M. Churms

Tucidide, Storie I 70

«[1] Oltre a ciò, se mai altri hanno avuto il diritto di biasimare il proprio vicino, tale diritto pensiamo di averlo noi, soprattutto perché grandi sono gli interessi in gioco: interessi che ci sembra che voi non prendiate in considerazione, né ci sembra che voi abbiate mai considerato quale carattere abbiano gli Ateniesi, contro i quali ora voi dovete lottare, e quanto, anzi, quanto completamente siano diversi da voi. [2] Essi sono innovatori e rapidi a far progetti e a compiere le loro decisioni: voi siete paghi di conservare quello che possedete e di non prendere nuove deliberazioni e, nell’azione, di non compiere neppur ciò che è necessario. [3] Ancora, loro, audaci oltre le proprie forze, sfidano il pericolo senza riflettere e sono ottimisti nelle situazioni gravi: vostra caratteristica è di far di meno di quanto è in vostro potere, il non fidarvi neppure dei calcoli più attendibili del vostro ragionamento e il credere di non poter mai scampare dalle difficoltà. [4] Inoltre, decisi di fronte a voi esitanti, portati a lasciare il loro paese mentre voi non volete mai uscire dal vostro: giacché loro credono di poter acquistare qualcosa con la lontananza dalla patria, mentre voi con l’intraprendere qualcosa temete di perdere anche quello che possedete. [5] Vittoriosi dei nemici, seguono il loro vantaggio quanto più è possibile e, vinti, retrocedono del minimo. [6] Ancora, considerano il corpo come qualcosa che non appartiene minimamente a loro, se è per il vantaggio della città, mentre la mente è per loro la cosa più cara se debbono fare qualcosa per essa. [7] Se non possono dar compimento ai loro piani, pensano di essere privati di quello che a essi appartiene, mentre quello che ottengono in un’impresa lo considerano poco in paragone dell’aspettativa del futuro. Se anche in un tentativo falliscono sperando in qualcos’altro compensano la mancanza che li affligge. Essi soli sperano ed ottengono contemporaneamente quello che progettano, perché rapido è il compimento delle loro decisioni. [8] E così in tutte queste occupazioni per la durata della loro vita si affaticano tra prove e pericoli, e pochissimo godono di quello che hanno perché sempre acquistano, e considerano una festa solo il fare quello che si deve, e una sventura tanto una quiete tranquilla che un’attività penosa. [9] Sicché se, riassumendo, si dicesse che sono nati per non avere tranquillità loro stessi e per non concederla agli altri, si avrebbe ragione!».

«[1] Καὶ ἅμα, εἴπερ τινὲς καὶ ἄλλοι, ἄξιοι νομίζομεν εἶναι τοῖς πέλας ψόγον ἐπενεγκεῖν, ἄλλως τε καὶ μεγάλων τῶν διαφερόντων καθεστώτων, περὶ ὧν οὐκ αἰσθάνεσθαι ἡμῖν γε δοκεῖτε, οὐδ’ ἐκλογίσασθαι πώποτε πρὸς οἵους ὑμῖν Ἀθηναίους ὄντας καὶ ὅσον ὑμῶν καὶ ὡς πᾶν διαφέροντας ὁ ἀγὼν ἔσται. [2] οἱ μέν γε νεωτεροποιοὶ καὶ ἐπινοῆσαι ὀξεῖς καὶ ἐπιτελέσαι ἔργωι ἃ ἂν γνῶσιν· ὑμεῖς δὲ τὰ ὑπάρχοντά τε σώιζειν καὶ ἐπιγνῶναι μηδὲν καὶ ἔργωι οὐδὲ τἀναγκαῖα ἐξικέσθαι. [3] αὖθις δὲ οἱ μὲν καὶ παρὰ δύναμιν τολμηταὶ καὶ παρὰ γνώμην κινδυνευταὶ καὶ ἐν τοῖς δεινοῖς εὐέλπιδες· τὸ δὲ ὑμέτερον τῆς τε δυνάμεως ἐνδεᾶ πρᾶξαι τῆς τε γνώμης μηδὲ τοῖς βεβαίοις πιστεῦσαι τῶν τε δεινῶν μηδέποτε οἴεσθαι ἀπολυθήσεσθαι. [4] καὶ μὴν καὶ ἄοκνοι πρὸς ὑμᾶς μελλητὰς καὶ ἀποδημηταὶ πρὸς ἐνδημοτάτους· οἴονται γὰρ οἱ μὲν τῆι ἀπουσίαι ἄν τι κτᾶσθαι, ὑμεῖς δὲ τῶι ἐπελθεῖν καὶ τὰ ἑτοῖμα ἂν βλάψαι. [5] κρατοῦντές τε τῶν ἐχθρῶν ἐπὶ πλεῖστον ἐξέρχονται καὶ νικώμενοι ἐπ’ ἐλάχιστον ἀναπίπτουσιν. [6] ἔτι δὲ τοῖς μὲν σώμασιν ἀλλοτριωτάτοις ὑπὲρ τῆς πόλεως χρῶνται, τῆι δὲ γνώμηι οἰκειοτάτηι ἐς τὸ πράσσειν τι ὑπὲρ αὐτῆς. [7] καὶ ἃ μὲν ἂν ἐπινοήσαντες μὴ ἐπεξέλθωσιν, οἰκείων στέρεσθαι ἡγοῦνται, ἃ δ’ ἂν ἐπελθόντες κτήσωνται, ὀλίγα πρὸς τὰ μέλλοντα τυχεῖν πράξαντες. ἢν δ’ ἄρα του καὶ πείραι σφαλῶσιν, ἀντελπίσαντες ἄλλα ἐπλήρωσαν τὴν χρείαν· μόνοι γὰρ ἔχουσί τε ὁμοίως καὶ ἐλπίζουσιν ἃ ἂν ἐπινοήσωσι διὰ τὸ ταχεῖαν τὴν ἐπιχείρησιν ποιεῖσθαι ὧν ἂν γνῶσιν. [8] καὶ ταῦτα μετὰ πόνων πάντα καὶ κινδύνων δι’ ὅλου τοῦ αἰῶνος μοχθοῦσι, καὶ ἀπολαύουσιν ἐλάχιστα τῶν ὑπαρχόντων διὰ τὸ αἰεὶ κτᾶσθαι καὶ μήτε ἑορτὴν ἄλλο τι ἡγεῖσθαιτὸ τὰ δέοντα πρᾶξαι ξυμφοράν τε οὐχ ἧσσον ἡσυχίαν ἀπράγμονα ἢ ἀσχολίαν ἐπίπονον· [9] ὥστε εἴ τις αὐτοὺς ξυνελὼν φαίη πεφυκέναι ἐπὶ τῶι μήτε αὐτοὺς ἔχειν ἡσυχίαν μήτε τοὺς ἄλλους ἀνθρώπους ἐᾶν, ὀρθῶς ἂν εἴποι».

Crizia, Teramene e il regime dei Trenta Tiranni

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 471 sgg.

Busto di Platone. Marmo, copia romana da un originale greco dell'ultimo quarto del IV secolo a.C. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Crizia, procugino di Platone, capo dei trenta costituenti, che vanno sotto il nome di Trenta Tiranni, è una figura di politico intellettuale. Come intellettuale, egli appartiene a tutti gli effetti alla storia della letteratura greca: è autore di poesie esametriche ed elegiache, di tragedie, di costituzioni (politeîai), queste ultime in versi e in prosa. È un personaggio, anche, di diversi dialoghi platonici. È ovvio che la testimonianza platonica va presa cum grano salis, perché contiene una libera rielaborazione delle situazioni. In ogni caso, le tematiche che Platone ricollega con personaggi storici che rende protagonisti, hanno caratteristiche che vanno tenute presenti in sede storica almeno nei loro termini generali. Non sarà forse tutto Crizia, ciò che Platone gli ascrive nei dialoghi, ma in qualche modo si respira il campo di interessi, lo stile, l’orientamento di Crizia. Sulla ricostruzione del personaggio grava un enigma di fondo: la famosa accusa sul tentativo che egli avrebbe compiuto di instaurare la democrazia in Tessaglia, armando i penesti[1]. Ed è l’unico tratto che sembra configurare una posizione democratica estrema del personaggio; ma i suoi inizi lo avvicinano ad Alcibiade, in una familiarità molto stretta. Ed in ogni caso va tenuta presente la realtà ateniese da cui proviene. Certamente nell’ultima fase, nel periodo dei Trenta, Crizia matura una posizione filo-laconica al cento per cento, fino ad ipotizzare una riduzione di Atene nei termini politici di Sparta. Alcuni elementi mostrano però la complessità del personaggio. La realtà ateniese era così nuova, così grande, che anche gli avversari della democrazia, per filo-spartani che fossero, ne erano fortemente condizionati. Cimone aveva forte ammirazione per Sparta, eppure rimase nella democrazia. Via via, questa ammirazione per Sparta condusse personaggi di questo stampo fino a una rottura con la tradizione: ed è il caso di Crizia.

La sua prima elegia parla, secondo un’ottica tipicamente greca, dei luoghi dove sono nate certe invenzioni; le città vengono caratterizzate dal punto di vista storico-culturale. E allora è richiamato il gioco del còttabo, siciliano; i bei sedili sono invenzioni dei Tessali; famosi i letti di Mileto e di Chio; famose le coppe dorate e i bronzi dei Tirreni; famosi i Fenici per l’invenzione dell’alfabeto, Tebe per il carro; i Cari hanno inventato le navi da carico; infine, Atene ha creato il tornio, è dunque la città della ceramica. L’elemento artigianale è perciò quello per cui si caratterizza Atene, e le parole di Crizia suonano ossequio a una civiltà di tipo artigianale-urbano; non alla democrazia, ma certo a una città in cui la forma politica democratica è maturata proprio a ridosso del grande sviluppo delle attività artigianali.

Ci sono insomma in Crizia elementi della cultura dell’ambiente ateniese, che finiscono per condizionare anche chi, nell’esito storico finale, agisce come nemico di quella democrazia. Un’elegia è dedicata ad Alcibiade, quanto basta per indicare la familiarità dei rapporti tra i due. Forti erano dunque i nessi tra i due allievi di Socrate; e sulla condanna del filosofo pesò notoriamente il fatto che dalla sua scuola fossero usciti personaggi come Alcibiade e Crizia. Un frammento delle Costituzioni in versi riguarda Sparta e il modo di bere a Sparta: qui il simposio è contenuto in forme di gioia temperata, senza eccessi. Ma è soltanto uno dei casi in cui Crizia si trova ad elogiare Sparta. Le Costituzioni, che gli vengono attribuite, riguardano Atene e la Tessaglia, oltre che Sparta stessa. Egli elogia il comportamento severo e guardingo degli Spartani verso gli iloti[2]. Nel discorso che egli tiene alla boulḗ contro Teramene, la costituzione degli Spartani è definita come kallístē politeía, «la più bella delle costituzioni»; a Sparta c’è un’assoluta compattezza di comportamento all’interno del governo: quel che è approvato dalla maggioranza degli efori, è eseguito anche dalla minoranza (una regola che, ad Atene, Teramene finirà con il violare, ricorrendo a strumenti che nella democrazia sono consentiti, cioè il biasimare e l’opporsi)[3].

Teramene, che aveva contribuito all’instaurazione del nuovo regime prima e dopo la sconfitta, ne divenne presto vittima, non volendo avallarne tutti gli eccessi. Spogliato dei diritti politici e sottoposto a processo di fronte alla boulḗ, fece un’autodifesa tanto appassionata quanto inutile […]. Nella sua apologia, Teramene definisce in termini negativi la sua posizione come contraria agli estremismi nei confronti dei quali si colloca al centro: «Non sono mai stato con i dēmotikoí, o con i tyrannikoí, non sono mai stato contro i kaloí kaì agathoí (i galantuomini)»[4]. La rappresentazione che Aristotele dà della situazione politica ateniese al cap. 34 della Costituzione degli Ateniesi, quando parla di tre partiti, se pur non rende completa giustizia alle posizioni particolari, è perciò grande intuizione storica. Non c’è più la rigidità dei fronti, non c’è più il bipartitismo del pieno V secolo. Prima i contrasti (Plutarco, Pericle 11, 3) erano «venature del metallo», poi con Pericle erano divenuti «tagli profondissimi» all’interno di Atene; ora invece non c’è più l’opposizione frontale, il che cambia qualitativamente tutte le posizioni politiche. Teramene giustifica la sua posizione politica nelle vicende del 411, quando, come abbiamo visto, si era guadagnato il soprannome di «coturno». La costituzione dei Quattrocento Teramene l’aveva certo promossa, ma egli dice che l’aveva voluta proprio il popolo, per accattivarsi gli Spartani, meglio disposti a far pace con un governo oligarchico; e per questo Teramene non se ne fa carico. Nel 404 Teramene era stato il protagonista delle trattative di pace tra Atene e Sparta, ed anche allora con comportamenti che avevano avuto sempre qualcosa di ambiguo: raggiunti gli Spartani, restò presso di loro per tre mesi, pur senza avere la posizione di ambasciatore plenipotenziario; riuscì ad ottenerla dopo, quando trattò la pace, approvata dagli Ateniesi in un clima di paura e sfiducia. Poco dopo lo troviamo con i Trenta; impressionante il suo dibattito con Crizia, e il tentativo di rifugiarsi presso la eschára del bouleutḗrion (l’altare centrale della sede del consiglio), per sottrarsi alla condanna. Ma, nonostante il suo discorso faccia un’impressione positiva sui buleuti, nessuno muove un dito per lui, e soprattutto Crizia conta sull’effetto intimidatorio dei giovani che assistono con i pugnali sotto le ascelle; sembra una scena d’epoca repubblicana romana e dà invece solo l’idea del turbamento politico in corso ad Atene.

Diodoro (XIV 5) fa intervenire in suo aiuto Socrate, di cui – egli dice – Teramene era discepolo. Nelle genealogie culturali, non c’è limite alla fantasia degli antichi: Teramene sarebbe stato anche il maestro di Isocrate[5]. Si creerebbe così una linea genealogica Socrate-Teramene-Isocrate, interessante per ciò che ciascuno rappresenta in filosofia, politica, retorica; interessante anche per le assimilazioni che questa ideale genealogia istituisce, in primo luogo per il problema di Socrate e la posizione mediana, centrista, che a conti fatti si individua in lui. Del resto, per Isocrate e la sua scuola, democrazia e pátrios politeía finiscono con l’identificarsi. Quelle che erano le tre posizioni politiche vigenti ad Atene dal 404, secondo lo schema aristotelico, finiscono col dar luogo a una sostanziale ricomposizione; sicché, nel corso del IV secolo, si ha una convergenza di fatto delle posizioni che si riconducono all’idea di pátrios politeía, e persino certe istanze di parte oligarchica possono figurare sotto il connotato della democrazia. La pátrios politeía non riuscirà a diventare il nuovo modello politico; formalmente sarà la democrazia, infatti, a vincere, ma essa si adatterà (e qui si completa il processo di ricomposizione) ad assorbire tante istanze della pátrios politeía, e in tanto essa non sarà contrastata, in quanto sarà trasformata. Il processo, anche sul piano lessicale, è chiaro, se seguiamo con attenzione la storia della parola dēmokratía, che nel IV secolo si avvia a significare di nuovo «forma libera, repubblicana», a recuperare cioè quel significato generico di opposizione alla tirannide e alla monarchia, che però non oblitera mai in assoluto la possibilità di un significato più specifico[6].

Trasibulo, che nel 403 restaura la democrazia ad Atene, ha parecchi punti di merito verso il regime democratico: lo troviamo nel 411 a Samo, fra i protagonisti di quello scisma democratico, che ha avuto forti conseguenze, mentre Teramene regge, fino a un certo punto, il gioco dei Quattrocento. Nel 404 Trasibulo è esule; è fra i “grandi esuli”, che Teramene ricorda nel suo discorso di replica a Crizia, quando dice ai Trenta: «I veri traditori sono coloro che hanno fatto in modo che lasciassero la città personaggi come Trasibulo, Anito e Alcibiade[7]». Alcibiade viene ricordato una volta sola: la seconda volta Teramene parla soltanto di Trasibulo e di Anito; è possibile che questo significhi che, nel momento in cui Teramene fa il suo discorso, Alcibiade fosse già stato ucciso. La carriera di Teramene presenta mutamenti e ambiguità, che sono in molti personaggi dell’epoca. È soprattutto in ambienti oligarchici che insorge l’immagine del traditore, del «coturno», della banderuola; all’interno di quel gruppo, egli non ha rispettato le regole della solidarietà; ha consentito sempre e solo fino a un punto e, quando ha dissentito, lo ha fatto con cambiamenti di rotta, che hanno lasciato del tutto scoperti i suoi malaugurati compagni di viaggio. Bisogna riconoscergli, però, sul piano teorico, una fondamentale coerenza: ed è nel senso della pátrios politeía.

All’epoca corrono del resto diversi progetti di riforma del corpo civico. Uno è appunto quello di Teramene, che accetta, nel 411, il numero orientativo di 5000 cittadini, ma in realtà inclina verso una costituzione “oplitica”, cioè una costituzione in cui i pieni diritti siano nelle mani degli opliti (e cavalieri): restano esclusi i teti, quelli della cosiddetta democrazia marinara: teti nella funzione sociale, marinai nella funzione militare[8]. È una fortissima limitazione, anche se non persegue il numerus clausus come condizione; infatti, è solo un criterio orientativo. La posizione di Crizia può definirsi oplitica in senso stretto, anzi strettissimo, tanto è vero che neanche comprende tutti gli opliti; un grosso ruolo qui sembrano averlo i cavalieri, che si aggirano attorno ai 1000[9]. È una posizione estrema: 300, forse 4000, che sono meno dei 9000 che, largheggiando, costituiscono il corpo degli opliti di Teramene. Formisio è uno degli esuli rientrati dal Pireo. Anch’egli è un riformatore, in senso riduttivo, del corpo civico: la cittadinanza non spetta a tutti, bensì solo a coloro che posseggono terra in Attica[10]. Se fosse stato approvato il suo decreto, ben 5000 degli Ateniesi sarebbero stati privati dei diritti politici, forse su 30000 (alcuni studiosi sospettano dati più bassi, tenuto conto delle perdite di guerra). Il criterio di Formisio è diverso da quello di Teramene e di Crizia, è dichiaratamente economico, sembra più largo di quello puramente oplitico, e comporta un’esclusione abbastanza limitata.

Neanche questo progetto passerà. Di fatto, la democrazia restaurata di Trasibulo, da Archino, da Anito, si presenta formalmente come un ritorno alla vecchia costituzione. In realtà molte cose cambiano. Ci sono modifiche nei meccanismi legislativi di controllo, oltre che cambiamenti nella distribuzione della ricchezza, che finiscono con l’assorbire le istanze di cui si erano fatti portatori altri gruppi politici. Ma i progetti pullulano, ed è un brulichio di posizioni, da Formisio ad Anito, a Clitofonte, a Teramene, personaggi tutti di quel gruppo che viene ricordato da Aristotele come il campo dei fautori della pátrios politeía. Si vede come ciò che dice Aristotele sia vero in senso lato e non vero per quanto riguarda le differenze. È un raggruppamento politico, con molte sfumature al suo interno. Clitofonte è un personaggio poco noto, però personaggio di dialoghi platonici (ce n’è uno intitolato a lui; egli compare anche nella Repubblica in connessione con il sofista Trasimaco). Clitofonte è, nel 411, l’autore di un emendamento famoso al decreto di Pitodoro, che nel 411 istituiva una commissione di 30 probuli (completando così la vecchia commissione di 10), sopra i quarant’anni, che dovevano redigere una costituzione. Sono trenta costituenti per la salvezza della città. Veniva consentito, a chiunque lo volesse, proporre integrazioni, perché da tutto si scegliesse il “meglio” politico. Clitofonte fa un emendamento, nella forma tipica per i decreti conservati in epigrafi: «Il resto, come lo ha detto Pitodoro; poi bisogna in aggiunta cercare delle leggi patrie, che Clistene pose quando istituì la democrazia, perché sentite queste decidessero per il meglio, in quanto la costituzione di Clistene non era popolare, ma vicina a quella di Solone». Opera, in sostanza, l’idea di una cernita all’interno dei nómoi; bisognava scegliere quelli che, fra i più recenti, somigliavano maggiormente alla legislazione di Solone. La ricerca delle tradizioni ha dunque questo senso: ricercare e valorizzare le norme tradizionali che si sono conservate fino a un certo periodo (a esclusione della democrazia radicale di Efialte e di Pericle). Non si esclude tutta la vicenda della democrazia, ma solo una parte di essa, operando una cernita all’interno delle strutture costituzionali e legislative, in quanto le leggi sono concepite come un fascio che si è troppo ingrossato, e di cui solo il filo risalente alle fasi più lontane viene conservato (cfr. Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29, 3).

Nell’emendamento di Clitofonte si parla di pátrioi nómoi, cioè di «leggi patrie»; nel 404 si parlerà con certezza di pátrios politeía. C’è differenza? Alla lettera una gran differenza non c’è. Finley considera alcuni momenti della storia politica anglo-sassone e americana e il senso che ha in essa il richiamo alla “costituzione degli antenati”, cioè al valore costitutivo passato; la trasformazione politica non si può proporre, se non operando su modelli[11]. Qualcosa di più e di diverso bisogna dire però sul mondo greco. Certo, pátrioi nómoi non significa «leggi specifiche», di contro a una pátrios politeía che indicherebbe le «leggi di livello costituzionale». Per questo aspetto non si può distinguere; ma è tutto il contesto delle due esposizioni che va rimeditato. Noi vediamo che i pátrioi nómoi, nell’emendamento di Clitofonte, appaiono come un correttivo, un elemento accessorio, della proposta di Pitodoro di riformare la costituzione «per la salvezza» di Atene; di fronte a un’idea generale ancora indefinita, c’è la ricerca del “meglio” politico. In concreto, per Clitofonte si tratta di recuperare le leggi poste da Clistene quando istituì la democrazia, in quanto la sua costituzione viene sentita in ambienti oligarchici come non troppo popolare, ma alquanto vicina alla costituzione di Solone. Così si pensa di garantirsi nei confronti degli affezionati alla democrazia: si tutelano quelle leggi di origine lontana, che sono state accolte, fra altre, nel fascio delle leggi della democrazia.

Nel 411, quasi ad eliminare delle degenerazioni, venivano abrogati due istituti: la graphḗ paranómōn, e i misthoí, tranne poche eccezioni. La graphḗ paranómōn è la denuncia scritta di proposte che vanno contro le leggi. I misthoí, cioè le indennità, rappresentano l’apporto della democrazia periclea[12].

Nella storia dell’idea di pátrios politeía va comunque definita la funzione di Trasimaco. Clitofonte è collegato con il sofista Trasimaco, dei cui scritti possediamo solo frammenti. Nel primo di essi – un’orazione riportata nel commendo di Dionisio a Demostene per ragioni stilistiche – Trasimaco tra l’altro afferma: «Basta per noi il tempo trascorso, e il doverci trovare in guerra, invece che in pace». Noi non sappiamo esattamente che cosa sia questa guerra. Non è del tutto chiaro che sia un pólemos esterno (in tal caso dovrebbe essere la guerra del Peloponneso, perciò il testo andrebbe datato prima del 404); poco dopo si fa riferimento a ostilità reciproche e a conflitti (tarachaí), a cui si è arrivati, invece che alla concordia (homónoia). Il frammento di Trasimaco si potrà pur collocare nel 411, con il suo riferimento a un dibattito in corso sull’idea di pátrios politeía; ma è escluso che l’espressione sia testimonianza di un dibattito in corso del 404[13]. Ma perché costituzione “patria”? Dei “padri”, nel senso della generazione precedente? O dei “padri” intesi in generale, come antenati? Se pensiamo che la linea divisoria della storia della democrazia è il 461, ebbene, nel 411, o nel 404/3, si poteva realmente usare l’espressione “costituzione patria”, per risalire al di là del periodo efialteo-pericleo, e pur tuttavia riferirsi ai propri genitori. Un uomo di cinquant’anni, nato circa il 461 o il 454, può riferirsi effettivamente ai suoi “genitori”, quando ha in mente l’epoca anteriore alla riforma di Efialte.

Nel 404 l’idea aveva la funzione di mettere un freno al popolo. Il quadro aristotelico (Costituzione degli Ateniesi, 34, 3) è più articolato, nel distinguere tra un’oligarchia estrema, rappresentata dalle eterie, una democrazia tradizionale, che è quella di Trasibulo (e che poi si affermerà), e la posizione mediana di coloro che ricercano la pátrios politeía. Questo dibattito è storicamente comprensibile, se si tiene presente che, a conti fatti, le posizioni contrapposte si scioglieranno nella democrazia del IV secolo; e la democrazia greca deve passare attraverso questa fase per diventare, nella concezione di un conservatore come Polibio, nel II secolo a.C., la forma positiva del regime popolare, a cui egli contrappone, come forma negativa, l’ochlokratía (dominio della massa)[14].

Teramene vuole un oplitismo costituzionalmente definito; e lo dice con chiarezza quando afferma: «Io non sono dell’avviso che sia una buona democrazia quella in cui non abbiano parte al potere gli schiavi e quelli che venderebbero la città per una dracma, e che non sia una buona oligarchia quella in cui la città non sia tiranneggiata da pochi. Sempre ho ritenuto come forma migliore quella basata su coloro che possono sostenere la città con i cavalli e con gli scudi: e non cambio idea»[15]


[1] Senofonte, Elleniche II 3, 36 (sull’attività di Crizia in Tessaglia nel discorso di Teramene). Forse è il personaggio che compare nel Crizia e nel Timeo di Platone (altri vi vede il nonno); è comunque evocato nel Carmide 161b.

[2] Con le altre politeîai in prosa (Sparta, Atene, Tessaglia, ecc.) gli è attribuita la paternità del Perì politeías che va sotto il nome di Erode Attico, importante per la descrizione della situazione delle città di Tessaglia al tempo di Archelao re di Macedonia (413-399 a.C.). L’autore del discorso esorta i Larissei, come sembra, all’alleanza con gli Spartani e alla resistenza alla Macedonia. Obiezioni sull’attribuzione alla fine del V sec. a.C. in [Erode Attico], Perì politeías, a c. di U. Albini, Firenze 1968.

[3] Sul valore decisivo del criterio della maggioranza nelle decisioni degli efori di Sparta, cfr. Senofonte, Elleniche II 3, 34 (dal discorso di Crizia contro Teramene).

[4] Senofonte, Elleniche II 3, 4749.

[5] Per la tradizione che fa di Teramene un maestro di Isocrate, cfr. Münscher, in RE IX 2, 1916, col. 2153.

[8] Vd. avanti, n. 15.

[9] Cfr. P. Cloché, La restauration démocratique à Athènes en 403 av. J.C., Paris 1915, pp. 7 sgg. (i cavalieri sono cittadini, compresi nei 3000), con argomenti non decisivi.

[10] Cfr. Dionisio d’Alicarnasso, De Lysia 32. Sulla cifra di 9000 a cui di fatto si arrivò, cfr. Lisia, XX 13 (Per Polistrato).

[13] Cfr. Sofisti. Testimonianze e frammenti III, a cura di M. Untersteiner, Firenze 1954, pp. 3 sgg., in part. fr. 1 (Perì politeías).

[14] Polibio, VI 4, 6; 57, 9 (a 9, 7 cheirokratía, dominio delle mani, probabilmente).

Pubblico e privato nella democrazia periclea

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 338-342.

Per brevità, possiamo dire che il rapporto tra pubblico e privato, come visto da Pericle, si coglie, meglio che altrove, nell’Epitaffio per i caduti ateniesi del primo anno di guerra del Peloponneso, messo da Tucidide sulle sue labbra, in II 35-46. Qui il discorso pericleo è fortemente costruito sulla distinzione tra privato e pubblico, distinzione che però Pericle presenta in chiave di un equilibrio, che, va notato, è un equilibrio non statico, ma carico di tensione; e lo si intende sia dall’analisi particolare in cui si esemplificano, rispettivamente, i diritti del privato e quelli del pubblico, sia – che è anche più importante – dallo sviluppo storico che è alle spalle delle due categorie e della loro stessa combinazione. Il rapporto che ne risulta è quello di un equilibrio carico di tensione, che Pericle, cioè lo Stato democratico pericleo, si incarica di comporre. Non si possono qui discutere, per ragioni di spazio, tutti i particolari. Ma mi pare significativo che, ad esempio nel fondamentale capitolo II 37, nella definizione che Pericle dà alla parola dēmokratía, si faccia valere, da parte dell’uomo politico, innanzitutto una garanzia per l’àmbito delle divergenze private (ídia diáphora), che saranno risolte secondo un’isonomía, che assegna, con trasparente significato di «tutela dello status quo» (e per ciò anche del privilegio), a ciascuno il suo; nel pubblico però vale il diritto a partecipare, se capaci, all’esercizio della cosa pubblica: diritto dei ricchi come dei poveri, cioè degli assistiti della politica periclea delle indennità.
Non si può davvero affermare che quest’equilibrio si realizzato attraverso una totale subordinazione del privato e del privilegio al pubblico: questa compiuta omogeneità sociale e politica non è infatti l’apporto e la caratteristica della democrazia, nel grado di sviluppo che essa conosce nell’Atene classica. In più luoghi del discorso pericleo si legge invero lo sforzo di garantire il privilegio, al riparo dalla contestazione e dal conflitto sociale. E in che senso sarebbe meramente subordinato all’interesse pubblico il godimento delle ídiai kataskeuaí euprepeîs, delle «belle costruzioni private», delle case, insomma (un aspetto così significativo dal punto di vista delle condizioni economiche reali, come dello status sociale dei suoi simili), che Pericle lascia sussistere, secondo l’affermazione fatta al cap. 38? Il privato, l’economico, che già a metà del V secolo ha una sua storia e una sua forza produttrice di tensioni e di eterogeneità sociali (certamente almeno ad Atene), si presenta insomma, nella costruzione del compromesso pericleo, più bilanciato e coordinato al pubblico che non ad esso vincolato e subordinato. Non è affatto vero che Pericle rappresenti le due sfere come autentiche, e conciliabili solo se l’una è subordinata all’altra, come pure talora si afferma[1]. È anche vero però, se si vuole rendere giustizia alla storia delle forme politiche in Grecia, che, pur con tutti questi “limiti”, la democrazia periclea rappresenta, nel campo delle forme politiche come stabilmente realizzate nella storia dei Greci, una delle esperienze più avanzate di quelle condizioni: tant’è vero che nemmeno la successiva democrazia radicale dei dirigenti politici di estrazione non aristocratica rappresentò qualcosa di radicalmente nuovo sul terreno sociale (Cleone e i suoi non chiesero né una ridistribuzione delle terre né un’abolizione dei debiti, tanto per fare degli esempi).
E tuttavia va detto qualcosa di più sul problema del predominio del politico, poiché questo c’è sì, nella pólis del V secolo (come anche del IV), ma solo a livello ideologico. Infatti, l’àmbito del privato si configura come il regno dell’individuale (o familiare) e del diverso, e anche della divergenza; così come il pubblico si presenta come il regno dell’uguaglianza e dell’omologia. Due cose distinte e diverse, dunque, in prima istanza; eppure due cose che debbono essere messe in rapporto e d’accordo, fra loro, nella visione periclea. Ed è qui, solo qui, solo a questo punto che appare il famoso (ma bisognoso di corretta definizione) «predominio del politico». Infatti, il problema storico che si pone per Pericle è quello di conciliare, di raccordare, di armonizzare; ma poiché il luogo privilegiato dell’accordo, della concordia, dell’omologia è per definizione (per definizione di Pericle, in primo luogo) quello del politico, per questo il risultato complessivo (ma storico e mediato) porterà il segno del politico. Lo Stato pericleo si incaricherà quindi, in quanto realtà politica, di realizzare l’accordo e l’armonia (il consenso dunque) tra il mondo del diverso e del conflitto, che è quello del privato e dell’economia, e quello dell’accordo e dell’intesa, a cui corrisponde la sfera dei diritti politici generalizzati, la sfera del pubblico. In parole povere, e riducendo all’essenziale: le leggi, nello Stato pericleo, consentono di essere ricchi (e di arricchirsi); ma sono appunto le leggi che lo consentono.
Tuttavia, poiché siamo su un terreno di sviluppo storico, che la ricerca degli elementi sistematici non dovrebbe mai farci dimenticare, bisogna attenuare l’impressione che il valore del pubblico proprio della democrazia periclea sia storicamente qualcosa di radicalmente nuovo: lo è, in quanto a sua volta “liberato” dal sociale, cioè dalle vecchie distinzioni aristocratiche secondo connessioni familiari e rango economico, e in quanto definito in nuove istituzioni; ma è anche vecchio, perché esso è anche l’estensione e lo sviluppo ( in altro àmbito e in diversa misura e con diversa qualità) del vecchio valore ugualitario dell’isótēs, e di valori omogenei, prodotti dalle precedenti comunità aristocratiche. Direi però che questo è l’aspetto più noto dei nostri studi di storia greca. È più stimolante invece considerare l’aspetto correlato: il privato della democrazia greca è sì in gran parte il privato tradizionale, quello della proprietà e del privilegio, che Pericle lascia di fatto in vita, ma è anche (segno dei tempi nuovi, del clima culturale nuovo che alla democrazia periclea si accompagna) un privato di tipo molto individuale, quello dei nuovi bisogni, di un’educazione più ricca e di un uso libero della mente come del corpo: sì, anche del corpo, quale Pericle rivendica (diciamolo a scanso d’equivoci modernizzanti) in antitesi all’educazione militaristica spartana, che vincola il corpo al di là di quel che gli Ateniesi ammettono per sé. Questi, secondo ciò che dice Pericle, sanno goderne liberamente, e senza inutili costrizioni, e però sanno anche, al momento opportuno, combattere e morire per la propria città. Il valore politico appare qui ancora una volta come una sorta di terminale ideologico, che alle spalle si lascia però, nella realtà conosciuta e accettata, un forte spazio disponibile.
Si afferma talora che non fu formulata in Grecia una teoria democratica della democrazia[2]; e certo va riconosciuto che le condizioni politiche e culturali generali furono piuttosto favorevoli alla formazione e formulazione del punto di vista della parte avversa. Ma è chiaro che, se mai ci fu in Grecia una teoria democratica della democrazia, essa dovette essere fondata proprio sul binomio ídion-dēmósion, che qui abbiamo analizzato, e che ne rappresenta la quintessenza.
E la tradizione storiografica, attidografica, biografica, ha nettamente distinto tra la munificenza di tipo aristocratico di un Cimone e la politica assistenziale di Pericle: la munificenza di Cimone ha dell’improvvisazione e del cuore, ma si realizza in termini che ricordano quelli del rapporto clientelare (salvo le dimensioni di questa generosità, che sanno l’epoca della democrazia) e comunque nella logica del nesso beneficio-gratitudine, beneficio-prestigio; la politica assistenziale periclea si attua invece col denaro pubblico e si presenta non come beneficio-favore a livello privato, ma come remunerazione destinata al cittadino per l’esercizio di una funzione civica[3].
Il passaggio poi alla sfera della psicologia, al capitolo delle forme mentali, è consentito l’esame della tradizione riguardante il rapporto che sussiste tra momento intellettuale e momento affettivo, emozionale, nella comunicazione di Pericle con il dēmos. L’aspetto intellettuale nell’eloquenza pubblica di Pericle emerge, come dato specifico e distinto, sia da quel che egli dice (come risulta dai discorsi attribuitigli da Tucidide e dalla caratterizzazione, in Thuc. II 65, del personaggio) sia da come egli lo dice, cioè dalla gestualità che, almeno secondo la tradizione attidografica e biografica, lo accompagna ( e che si addice appunto al senso generale della caratterizzazione tucididea). Egli che, rispetto al dēmos, si colloca come in un atteggiamento antagonistico (una sorta di antagonistica altalena), piega il popolo al timore, quando questo si esalta parà kairón («inopportunamente», «contro l’opportunità delle circostanze»). Esaltarsi parà kairón e temere alógōs: stati d’animo, e sentimenti, che sono l’opposto della razionalità del comportamento adeguato alle circostanze (per ciò che è nell’agire pratico) e della valutazione razionale (per ciò che è della sfera intellettuale). Pericle agisce invece nella sfera razionale: il suo rapporto con il dēmos è tutto mediato da un filtro intellettuale. Eppure il sentimento qui è solo distinto, non assente: perché è poi sulla sfera dei sentimenti, degli affetti, degli stati d’animo che Pericle agisce, determinando un’acconcia altalena attraverso la distinta leva della persuasione razionale. Intelletto e sentimento, dunque, compresenti e distinti, ma bilanciati fra loro. Culturalmente, il dato nuovo, quello che avanza, appare essere quello intellettuale, che dà il tono all’insieme (senza però che gli Ateniesi ne risultino trasformati in uomini di fredda razionalità). A questo assetto complessivo della forma mentale periclea corrisponde del resto una gestualità oratoria composta, che taglia fuori le frange estreme del ridere e del piangere, del gélōs e del páthos, del gridare e dello sbracciarsi, cioè la gestualità incomposta e passionale (nel segno appunto della promiscuità) che sarà invece quella del demagogo Cleone (e non a caso, in quel IV secolo a.C. che per molti aspetti è l’epoca della ricomposizione a livello ideologico, la gestualità periclea tornerà ad essere quella propria dell’oratore Focione)[4].

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Note:

[1] Così in D. Lanza – M. Vegetti – G. Caiani – F. Sircana, L’ideologia della città, Napoli 1977, p. 87.

[2] M.I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni (trad. it.), Roma-Bari 1972, p. 28.

[3] P. Veyne, Le pain et le cirque. Sociologie historique d’un pluralisme politique, Paris 1976, in part. pp. 189 sg.

[4] D. Musti, Pubblico e privato nella democrazia periclea, QUCC  20 (1985), pp. 7-17.

Busto di Pericle con elmo corinzio. Marmo, copia romana da originale greco. Museo Chiaramonti (Musei Vaticani)

Busto di Pericle con elmo corinzio. Marmo, copia romana da originale greco. Roma, Musei Vaticani

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Tirannidi arcaiche

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È più giusto parlare di passaggio dalle aristocrazie alle tirannidi, che non dall’aristocrazia alla tirannide: a significare che vi furono forme storiche ed esiti storici diversi di tirannidi, a seconda delle diverse situazioni e dei diversi contesti storici. La diversità dei casi, delle forme, degli sviluppi nulla toglie comunque alla legittimità di una considerazione sotto un profilo unitario delle tirannidi arcaiche, cioè di VII-VI secolo. Si potrà certamente distinguere tra le cosiddette tirannidi “istmiche” (di città più o meno gravitanti intorno all’istmo di Corinto: Corinto stessa, Sicione, Megara), altre, pur esse nella madrepatria greca, come quella di Atene o quella, diversa per l’aspetto cronologico e reale, di Argo; e tirannidi di città ioniche o egee, per noi un po’ più evanescenti, come quelle di Mitilene a Lesbo o di Mileto ed Efeso in Asia.

L’origine del termine

Una tradizione di scuola vuole che si cominci dai nomi. “Tiranno” e “tirannide” sono parole presenti nel vocabolario greco già dal VII secolo: Archiloco, nel VII secolo, Alceo, tra VII e VI, Solone e Teognide nel VI ne fanno già uso. Il significato di týrannos è «signore»; un suo più o meno diretto equivalente in un termine più trasparente alla luce del lessico greco è mónarchos, «colui che governa da solo». Queste parole indicano un potere personale assoluto, superiore a quello tradizionale dei basileîs, soprattutto perché non è definito in prerogative (ghéra) concordate dalla comunità e perciò non basato sul consenso; tuttavia molte volte i tiranni mirano ad assimilare il loro potere a quello di un basileús, e parte della tradizione letteraria antica, compresa la storiografia, obiettivamente li asseconda. Il termine týrannos porta peraltro già in Alceo una nota di condanna, che raggiungerà il suo valore più negativo negli scrittori del IV secolo, che risentono sia positivamente di un’ideologia democratica latamente diffusa, sia dell’esperienza negativa di tirannidi del V e del IV secolo, in particolare di quelle siceliote.
La parola týrannos non è di origine greca; a lungo si è ritenuta di origine lida (e gli antichi talora l’hanno, anche per lata assonanza, messa in rapporto con nomi orientali come il toponimo Týrrha, o con un nome di popolo come Tyrrhenoí, cioè gli Etruschi che proverrebbero dalla Lidia): forse si deve più in generale parlare di origine microasiatica. Un’origine orientale del nome, dati i precoci rapporti della Grecia – in particolare di quell’area istmica, e più specificamente corinzia, che conobbe precocemente la nuova forma politica – col mondo asiatico, non comporta una priorità delle tirannidi greche della Ionia. Ciò va detto tanto più chiaramente, quanto più risulta, in particolare dalle indagini di Mazzarino, la complessità del rapporto tra Lidia e regimi politici delle vicine città ioniche (proprio le aristocrazie ioniche ed eoliche sono particolarmente lidizzanti).
Della tirannide appare dunque radice necessaria e sufficiente una evoluzione interna della stessa pólis greca; essa può perciò avere ben avuto le sue prime manifestazioni in città della madrepatria greca, come del resto suggeriscono le cronologie fissate nella tradizione, che smentiscono, anche in questo caso, il pregiudizio molto diffuso dell’assoluta priorità ionica sul terreno delle esperienze politiche greche. Mai, come nel caso delle tirannidi, il problema cronologico appare come fondamentale per la ricostruzione storica: accettarne o respingerne il profilo cronologico tradizionale (più alto di quello suggerito e quasi imposto dalla prospettiva, in questo caso ipercritica, di Beloch) equivale ad avere opinioni radicalmente diverse in ordine al problema della regione in cui la tirannide fece la sua prima comparsa, della diversificazione dei caratteri di quel regime e del suo rapporto con i regimi del passato e del futuro a seconda delle diverse epoche, e così via di seguito. Sarebbe comunque davvero rischioso preporre l’indagine sulla parola týrannos (o tyrannís) a quelle cose: il buon ordine logico e storico è sempre quello che fa precedere, o almeno prevalere, le cose rispetto alle parole.

Mappa dell’area attorno all’Istmo di Corinto, con indicazione delle principali località.

Il dibattito sulla genesi della tirannide

Ricondotto a un momento dello sviluppo interno della pólis, il problema della genesi della tirannide consiste in primo luogo nella definizione del giusto rapporto tra tre termini in gioco: la tirannide stessa, l’aristocrazia, la struttura oplitica. Il rischio di vedere opposta la tirannide arcaica ad entrambi gli altri termini sembra minimo: una concezione meramente demagogica del tiranno, benché abbia qualche riscontro nella rappresentazione antica, che fu certo influenzata dalle tirannidi del IV secolo e di epoca ellenistica, non sembra avere molto spazio negli studi moderni. Un recente dibattito ha visto contrapposte una concezione che lega l’avvento della tirannide a quello dell’oplitismo, cioè della tattica propria della falange oplitica, e delle trasformazioni politico-sociali connesse (Andrewes, Salmon), ed una che considera l’avvento della tattica oplitica archeologicamente dimostrabile solo a metà del VII secolo a.C., se non più tardi, quando la tirannide potrebbe essere già affermata (Snodgrass). Il dibattito, per dotto che sia, sembra carente nella sua stessa base di partenza. Con Snodgrass, è giusto ammettere che la tirannide sia un momento della crisi dell’aristocrazia; ed è questo un nesso ben stabilito da Mazzarino nella sua lucida analisi dell’origine storica della tirannide. Il tiranno è un aristocratico che viene in conflitto con i suoi compagni di gruppo sociale. Ma, aggiungeremmo, anche i suoi scopi politici sono soltanto in parte in conflitto con quelli degli altri aristocratici. Se a crisi si dà il significato elementare di trasformazione, o piuttosto – visto che il processo storico è sempre un processo di trasformazione – quello di trasformazione accelerata in un determinato periodo, allora la tirannide è un momento di crisi dell’aristocrazia, che si determina nel seno stesso dell’aristocrazia. Il caso classico è quello del corinzio Cipselo, che nasce da Labda, una donna della dominante aristocrazia bacchiade, e da un uomo del dēmos di Petra, Eezione; e il governo di Cipselo appare, nella stessa tradizione erodotea e ancor più nella tradizione storiografica successiva, come un governo mite, o comunque meno immite di quello del successore Periandro; è solo nel corso della seconda generazione che si accentua la lacerazione tra il tiranno e l’ambiente aristocratico da cui egli proviene. Il nesso originario aristocrazia-tiranno (lasciando per il momento da parte i successivi sviluppi socio-politici ed economici) è dunque innegabile.

L’«Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Sembra invece un esercizio alquanto dispendioso di energie intellettuali quello profuso per stabilire che la prima tirannide greca sia anteriore di qualche anno alla prima testimonianza archeologica dell’uso di una tattica oplitica. Tale sforzo dimostrativo si giustificherebbe solo se si potesse affermare che l’aristocrazia prima del 650 a.C. sia ovunque in Grecia, e in particolare, nella città dell’Istmo, un’aristocrazia equestre. D’altra parte, per la ricostruzione della storia dell’oplitismo, non è in gioco solo il momento della più evoluta organizzazione oplitica, ma anche quello delle sue premesse, che possono essere anteriori di decenni o di secoli (qual è l’arme della gran parte delle aristocrazie dei secoli bui?). E inoltre, le prime rappresentazioni vascolari o scultoree sono da considerare con sicurezza come registrazioni immediate di un’innovazione assoluta? O l’evoluzione nella rappresentazione potrebbe spiegarsi più con un progresso nella tecnica rappresentativa che non con una trasformazione della cosa rappresentata? Ora, una volta considerato l’oplitismo come espressione militare di gran parte delle aristocrazie greche già nell’alto arcaismo, la spinosa questione del prima e del poi, tra tirannide e oplitismo, perde di significato. L’oplitismo sembra infatti esso stesso espressione dell’aristocrazia e insieme di quel che ad essa si appoggia e si subordina, perciò l’espressione militare allargata dell’aristocrazia. La tirannide ora nasce come espressione dell’oplitismo ora viene in conflitto con esso: quest’ultimo è appunto il caso delle generazioni più tarde, all’interno delle tirannidi più arcaiche (Corinto o Sicione), e l’esito normale delle tirannidi più recenti (come quella di Atene).

Mileto. Planimetria del Didymaion, santuario di Apollo in età arcaica (elaborazione grafica da Gruben, 2001).

Sul terreno dello sviluppo delle forme politiche, sembra difficile sottrarsi a una concezione dialettica della genesi della tirannide dall’oplitismo e dalla stessa aristocrazia. Il maggior supporto a questa concezione è proprio nella Politica di Aristotele, là dove il filosofo-storico afferma che i tiranni di epoca arcaica erano generali passati alla politica o (come egli dice) alla demagogia, nel senso lato di politica svolta in favore del dēmos (V 1305a 7 sgg.). Aristotele considera anche il caso di una degenerazione verso la tirannide di una regolare magistratura o carica (come la pritania a Mileto): anche questo un esempio di quell’evoluzione interna dei vecchi regimi che è all’origine della tirannide. Ma ancor più interessante è ciò che il filosofo-storico dice del profilo sociologico della tirannide e che pone immediatamente il problema della sua compatibilità (a nostro avviso esistente) con l’inquadramento cronologico e causale dato alla tirannide da Tucidide. Secondo Aristotele, dunque, «per il fatto che allora non erano grandi le città, ma il popolo abitava nei campi, intento ai lavori (agricoli), i campioni del popolo, quando fossero bravi soldati, aspiravano alla tirannide». Il quadro sociologico e socioeconomico della base della tirannide è perciò quello di una popolazione contadina che si lascia rappresentare da un capo. La rappresentazione è fondamentalmente diversa da quella fornita da molti studiosi, che accentuano l’aspetto mercantile delle tirannidi, in particolare da Ure, che nel 1922 proponeva un’equazione tirannide=mercanti oggi non più in auge. Molto spesso è stata addotta, in sostegno di questa concezione, la testimonianza di Tucidide (I 13), per il quale «divenendo più potente la Grecia e attribuendo al possesso delle ricchezze un valore anche maggiore di prima, per lo più sorgevano tirannidi nelle città, mentre le entrate diventavano maggiori (prima c’erano monarchie ereditarie con prerogative definite), e la Grecia allestiva flotte, e in generale i Greci si dedicavano di più al mare». Il contrasto con Aristotele è solo apparente: Tucidide non dice che i tiranni siano mercanti, o rappresentanti dei mercanti; dal canto suo, Aristotele invece dice che la base sociale delle tirannidi è nelle campagne (e adduce gli esempi di Atene e di Megara). Quel che Tucidide fornisce è dunque un inquadramento in primo luogo cronologico (tra l’inizio del processo di colonizzazione e l’avvio della potenza coloniale corinzia) e di sviluppo economico complessivo, che naturalmente include anche, nei fatti, uno sviluppo commerciale (e d’altra parte è chiaro che all’orizzonte del quadro storico di Tucidide è Corinto, città-paradigma di uno sviluppo mercantile in età arcaica). Aristotele dunque definisce la base sociologica della tirannide, Tucidide ne fornisce l’inquadramento cronologico e storico-economico: a rigore, sono due angolature diverse, non necessariamente due opinioni in contrasto fra loro. Tali considerazioni inducono, da un lato, a non ricercare una formula unica per caratterizzare la tirannide, perché vi sono varianti locali; dall’altro raccomandano invece di non esasperare le differenze, perché una base sociale agraria è quasi ineliminabile, e un contesto di accelerato sviluppo economico è per tutte innegabile.

Corinto. Statere, 450-415 a.C. ca. AR 8, 46 gr., Raffigurazione di Pegaso, simbolo della città, rivolto a destra.

Paiono dunque in qualche misura giustificate le posizioni di quegli studiosi che si rifiutano di individuare una causa unica nella nascita delle tirannidi. Un empirismo di fondo caratterizza significativamente le impostazioni di studiosi così diversi fra loro come un Andrewes e un Berve. Andrewes nega giustamente che la genesi delle tirannidi sia da ricondurre a conflitti razziali (benché, nel caso di Sicione, sia documentata la posizione anti-dorica di un Clistene, una posizione che tuttavia ha anche una più complessa spiegazione). Per Berve la tirannide, in termini generali, si può ricondurre a spinte individualistiche; e certo questa è una forma di schematico e riduttivo positivismo. Fortunatamente però la ricchissima analisi di Berve, in quella che ormai è ed è destinata a restare come la base filologica indispensabile per qualunque ricerca sulla tirannide nel mondo greco, smentisce la rappresentazione generalizzante della prefazione e dà pieno conto della ricchezza delle motivazioni politiche e socioeconomiche, che sono all’origine delle tirannidi.
Talora la tirannide è stata posta in un rapporto diretto e immediato con lo sviluppo mercantile o ancor più specificamente con quello dell’economia monetaria. In realtà si può affermare una stretta connessione della tirannide con lo sviluppo demografico ed economico della Grecia tra VIII e VII secolo; esso ha come conseguenza un ampliarsi del campo dei bisogni e dei conflitti sociali, a cui le vecchie strutture aristocratiche non rispondono più. La tirannide è quindi certamente espressione di movimenti significativi nell’economia e nella società antica e, in quanto tende a interpretarli e guidarli nelle forme del potere personale (cioè familiare), li sollecita e promuove a sua volta. Ma non è possibile definire una volta per tutte una specifica caratteristica economica della tirannide come tale, e spesso – come è nel punto di vista forse parziale, ma non erroneo, di Aristotele – la sua base sociale è proprio nel contado.
La problematicità dell’equazione tirannide=sviluppo del commercio risulta già dalla considerazione della storia dell’economia di Corinto arcaica. La dinastia dei Bacchiadi regge Corinto fino dalla metà del VII secolo a.C., quando la ceramica proveniente dalla regione ha già conosciuto un secolo di sviluppo (protocorinzio antico e medio: circa 740-650 a.C.) e ha avuto, non più tardi del 700 a.C. (quindi certamente già in periodo bacchiade), una produzione e diffusione di massa. L’esatta definizione del rapporto tra aristocrazia bacchiade e artigianato/commercio corinzio è uno dei problemi centrali, se non addirittura il problema-tipo e la questione paradigmatica, per la rappresentazione del rapporto tra economia, società e politica nella Grecia arcaica.
Appare sempre più difficile, cioè affidata ad un’interpretazione riduttiva, che rischia di essere poco più che casuale, la rappresentazione del rapporto tra aristocrazia e commercio corinzio come un fenomeno puramente parassitario, quasi si tratti solo di prelievo di balzelli su un commercio di transito. L’artigianato e il commercio corinzio comunque c’erano, anche se la grande tradizione storiografica, forse per condizionamento ideologico, tace di essi, come del diretto coinvolgimento degli aristocratici nelle due attività produttive. È difficile tuttavia che non vi fosse una qualche vigilanza dell’aristocrazia sull’attività artigianale o una qualche promozione di essa; e di un’implicazione diretta di un membro dell’aristocrazia bacchiade nel commercio parla una tradizione tarda e discussa, secondo cui un Demarato (padre del futuro re di Roma, Tarquinio Prisco) esercitò il commercio tra la Grecia e l’Etruria, con una sua nave e un suo proprio carico.

Corinto

Quale fu, in questa situazione, la funzione della tirannide? Il periodo della produzione ceramica qualitativamente migliore a Corinto è quello che va sotto il nome di tardo protocorinzio, e questo occupa gli anni 650-630 a.C. circa (seguiti da un pregevole periodo di transizione); successivamente (620-550 a.C. circa) si ha lo sviluppo della ceramica corinzia, di qualità inferiore, ma di diffusione assai vasta; il problema della cronologia della tirannide dei Cipselidi diventa in queste condizioni decisivo anche per la questione del significato del regime sul piano economico. Chi accetta la cronologia tradizionale (inizio al 657 a.C. circa), vede nella tirannide corinzia una forma politica che non crea l’artigianato, e commercio, ma che comunque continua, e porta al perfezionamento e a uno slancio produttivo ulteriore, attività economiche già prima ben presenti. Chi invece abbassa l’avvento di Cipselo al 610 a.C. (come Beloch) o al 620 circa (come Will), e per conseguenza al 540 circa la fine della tirannide, da un lato deve attribuire al periodo dell’aristocrazia bacchiade il momento del più alto sviluppo artigianale, dall’altro deve ammettere che artigianato e commercio corinzio si esauriscano proprio nel periodo della tirannide, che sopravviverebbe alla crisi di quelle attività produttive. Ora, è giusto osservare che a Corinto l’artigianato e il commercio non sono apporto specifico della tirannide: questa nasce anzi dall’interno contadino, e di questo è geneticamente il frutto. Tuttavia, sarebbe espressione di rigido primitivismo negare l’interesse dei Cipselidi, e in particolare di Periandro, all’espansione commerciale, sia in Occidente sia in Oriente: basti pensare alla creazione del díolkos, il “tramvai” dell’Istmo per il trasporto delle imbarcazioni, o allo sviluppo, accanto al porto del Lecheo sul golfo Corinzio, anche di quello di Cencree sul golfo Saronico, o alla fondazione di nuove colonie, da Leucade ad Ambracia e ad Anattorio sul mar Ionio, a Potidea nella Calcidica (Egeo settentrionale).

Corinto. Tempio di Apollo. Ordine dorico, metà VI sec. a.C.

E certamente non sarebbe neanche facile dare un’immagine univocamente agraria della politica economica e sociale dei tiranni. Per Sicione si ha ad esempio traccia di provvedimenti volti a scoraggiare l’immigrazione di gente dal contado in città, se davvero nei katonakophóroi (“portatori di katonákē”, cioè di un mantello col bordo in pelle di pecora), si debbono vedere dei contadini, a cui il tiranno imponeva in città una sorta di umiliante “uniforme”, atta a rivelarne la provenienza e la condizione sociale. Su più solide basi pare attestata la tradizione attidografica sulle provvidenze di Pisistrato per la rivitalizzazione dell’agricoltura dell’Attica, che per sé equivaleva a un freno posto a uno sviluppo eccessivo dell’urbanesimo. D’altra parte, che ci sia qualcosa in comune tra la tirannide di Sicione e quella di Atene, sotto questo profilo, risulta dal fatto che l’una e l’altra segnano uno sviluppo del culto di Dioniso; ad Atene si aggiunge l’ingrandimento del santuario di Eleusi. Questo però non significa puro e semplice sviluppo dei culti agrari, o della campagna ai danni della città. Le opere pubbliche realizzate dai tiranni nella città (ad Atene questo aspetto è ben documentabile) significano attenzione alla città e promozione del suo sviluppo materiale e funzionale, che però non è ancora programmatico incremento urbano; quest’ultimo sarà ad Atene piuttosto l’apporto della democrazia.

Ctesila, Busto di Periandro di Corinto. Marmo, copia romana da un originale greco del IV sec. a.C. Roma, Musei Vaticani.

 

Sul piano socio-economico il tiranno tende ad esercitare una funzione propulsiva, diffusa su tutte le attività, nella prospettiva di un equilibrio nuovo, che consenta di dare qualche risposta ai bisogni elementari degli strati più poveri, senza però farli entrare ancora nella sfera del potere, che resta personale e, nonostante tutto, fortemente condizionato dal punto di partenza politico delle tirannidi medesime. Come sul terreno sociopolitico il tiranno occupa progressivamente il campo mediano dello spazio sociale, così sul terreno economico egli si pone come fattore propulsivo delle più diverse attività produttive, con incremento anche di quelle meno tradizionali, che possono rispondere all’accresciuto e aggravato bisogno economico complessivo, già per il fatto che costituiscono ulteriori fonti di sostentamento. Il fatto poi che nella tradizione queste attività produttive, proprio perché meno tradizionali, possano essere talora messe in una luce particolare, a scapito di altre, non autorizza lo storico di oggi a stabilire connessioni univoche tra la tirannide e una determinata forma economica.
Ma della quantificazione politica della tirannide può dare una giusta idea, oltre alla considerazione della sua genesi, anche quella dei suoi sbocchi, dei suoi esiti sociopolitici: ci si accorgerà infatti che in molti casi si è operato un indebito trasferimento, verso la fase iniziale di una tirannide, di quelle caratteristiche che essa assume invece solo in una fase avanzata, o addirittura finale, della sua storia, comunque ad opera di un tiranno diverso dal fondatore del regime.
La tirannide non è sempre l’anticamera della democrazia. Lo è là dove tutto il processo politico è spostato in avanti (e ciò è documentabile ad Atene, assai meno a Megara); questo accade naturalmente nelle epoche più avanzate; ma, anche in questo caso, il passaggio dalla tirannide alla democrazia non è né diretto né indolore, ed è quindi compito dello storico mettere in luce quei dati nuovi che la tirannide comporta e che trovano un loro diverso e compiuto sviluppo nella democrazia: formazione di un potere al di fuori e al di sopra della semplice somma dei cittadini; sviluppo della fiscalità; elaborazione e articolazione della stessa idea e forma di città. Tuttavia il verificarsi del fenomeno della tirannide non lascia in nessun caso le cose immutate; anzi, come risultato minimo (che è poi quello più spesso ricorrente), esso produce un’aristocrazia moderata, cioè più temperata rispetto a quella precedente la tirannide. Una via classica è quella dell’allargamento del corpo civico, quale si può ottenere mediante l’ampiamento del numero delle tribù. Il caso più evidente è quello di Sicione: Clistene (circa 610/600-580/570 a.C.) alle tre vecchie tribù dell’aristocrazia dorica (apparentemente deformate nei loro nomi) aggiunge una quarta tribù, che si chiamerà, durante la tirannide, degli Archḗlaoi e più tardi si assesterà su una denominazione Aighialeîs, che recupera al tempo stesso il nome originario di Sicione (Aighiáleia) e il nome di un figlio dell’argivo Adrasto (Egialeo), eroe caro all’aristocrazia dorica di Sicione, il cui culto Clistene aveva appunto sostituito con quello dell’antagonista tebano Melanippo e del dio Dioniso. Con tutto ciò, la forma di governo di Sicione, sessant’anni dopo la fine di Clistene, era oligarchica. E tale resta anche la costituzione di Corinto, benché, dopo la fine dei Cipselidi, in base a un passo di Nicolao di Damasco che parla dell’istituzione di otto probuli e di nove buleuti (per ciascun probulo, quindi settantadue?), si sia potuto ammettere che le cifre otto e (forse) ottanta in questione, in quanto multiple di quattro, presuppongono anche a Corinto una ampliamento delle strutture civiche da tre a quattro tribù (con tutto quel che tale ampliamento comporta, di pur limitate modifiche).

 

Albero genealogico dei Cipselidi. K.J. Beloch, Griechische Geschichte, I 2, Strasbourg 1916, p. 283, collazionato con H. Berve, Die Tyrannis bei den Griechen, p. 757 [linee tratteggiate].


Si è tentato di definire in termini sociopolitici la novità della tirannide rispetto all’aristocrazia. Ma tutte le definizioni che prescindono da quel rapporto dialettico tra aristocrazia, oplitismo e tirannide che abbiamo proposto (rapporto nel quale ogni forma successiva è compresa o preannunciata o generata nella precedente e al tempo stesso si colloca fuori di essa, è perciò dentro e fuori della forma politica precedente), finiscono col dare della tirannide un quadro che la fa somigliare molto alla democrazia (sì che non si vede più perché la tirannide non sarebbe dovuta sfociare nella democrazia, o perché, dove ciò è stato, non sia accaduto senza convulsioni storiche). Più volte si legge infatti che la tirannide risulta dall’alleanza tra la classe oplitico-contadina (intesa come totalmente estranea e contrapposta all’aristocrazia) e il proletariato urbano (o anche rurale), nei termini schematici di un’alleanza tra ceto medio e popolo. Ma, a guardar bene, questa è proprio la formula sociopolitica della democrazia classica, la quale non ha mai in Grecia caratteri rivoluzionari, bensì, anche e proprio nella sua forma storicamente più avanzata, è l’esito di un’alleanza tra ceti medi (quelli che proprio la democrazia ha sviluppato e potenziato come tali, cioè quantitativamente e politicamente) e proletariato dei teti, quindi tra medi e piccoli proprietari terrieri ed eventuali imprenditori, da un lato, e braccianti e salariati dall’altro. Ora, la diversità della tirannide rispetto alla democrazia è proprio nel suo conservare (soprattutto nelle prime fasi) gli originari legami con l’aristocrazia oplitica, nonostante tutte le frizioni, gli attriti, i contrasti, i conflitti. Come quel nesso originario è, nonostante tutto, presente, la tirannide, non nella sua genesi, ma nel suo esito sociopolitico complessivo, viene dunque a realizzare una posizione di equilibrio fra i diversi ambienti sociali; e, pur nascendo dalla classe oplitica e dall’aristocrazia, il tiranno viene ad occupare la posizione mediana del campo sociale complessivo, sì che riflette al contempo le sue origini dalla società oplitica e la sua attenzione alle esigenze del popolo minuto. Questo emerge via via più nettamente nel corso del tempo, cioè col passare degli anni o dei decenni di una tirannide, e si coglie probabilmente con più evidenza nella seconda generazione (stando alle fonti, che potrebbero però talora essere un po’ schematiche e che comunque vanno valutate a seconda dell’epoca a cui appartengono). La funzione di equilibrio viene meno, d’altra parte, via via che si va avanti nel tempo e si passa ad un’ulteriore generazione, via via quindi che si accentuano gli aspetti personalistici o le forme di violenza del potere tirannico, caratteristiche che finiscono con l’isolarlo dalla società che esso ha contribuito a creare. Non è dunque un caso che le tirannidi arcaiche non riescano a completare facilmente più di due generazioni di permanenza al potere, e che già alla terza esplodano tutti i conflitti di cui la forma personale del potere ha posto le premesse: quando esse durano più dei cinquanta o settant’anni circa che corrispondono a due generazioni, la cosa è così eccezionale da dover essere notata. Aristotele, attentissimo alla connessione tra aspetti cronologici e sociologico-storici, sottolineava la durata eccezionale di cento anni per gli Ortagoridi di Sicione: il che significa tre generazioni piene, anzi uno spazio che arriva a includere almeno le akmaí di quattro di esse.
La considerazione del profilo storico di alcune tirannidi (Corinto, Sicione, e più avanti Atene, Samo) renderà più evidenti sia i problemi già enunciati sia quelli che ci accingiamo ad affrontare in chiusura.

Corinto. ‘Via del Lecheo’.

A instaurare la tirannide a Corinto, la città dell’Istmo, privando del potere politico l’aristocrazia assai esclusiva dei Bacchiadi, è Cipselo, il figlio di Labda, una donna zoppa dello stesso clan dei Bacchiadi, e di un uomo di nome Eezione (< aetós = “aquila”), del dēmos di Petra: che dēmos sia indicazione di luogo, o di ceto sociale, esso lega al territorio, assai più che al mare, le origini di Eezione. Si pone semmai, proprio per gli aristocratici Bacchiadi, il problema del loro rapporto col mare e col commercio, cioè con i traffici che si svolgono attraverso il territorio di Corinto e attraverso l’Istmo, sia in direzione longitudinale (tra Peloponneso e Grecia “continentale”) sia in direzione trasversale (tra Mar Egeo e Golfo Corinzio, e regioni ulteriori). Erodoto riporta tre oracoli, nel suo ampio resoconto dell’origine della tirannide a Corinto (un racconto di segno fondamentalmente negativo, essendo incluso nel discorso pronunciato dal corinzio Socle circa il 506 a.C., contro l’ipotesi spartana di restaurare ad Atene l’abbattuta tirannide di Ippia: un grande exemplum storico-politico, dunque).
Il primo degli oracoli, in ordine di tempo, rilasciati ai Bacchiadi (V 92 β 3) annunciava, con tono ostile verso il nascituro Cipselo, che un’aquila (aetós) avrebbe partorito «un forte e crudele leone, che avrebbe abbattuto molti». Gli altri due erano assai più favorevoli ad Eezione e a Cipselo. Quest’ultimo veniva paragonato (V 92 β 2) ad un macigno che, rotolando dall’alto, sarebbe piombato addosso ad ándres moúnarchoi (= “uomini tiranni”) ed avrebbe punito (o meglio «livellato») Corinto. L’altro oracolo (V 92 ε 2) esaltava la felicità di Cipselo visitatore del santuario delfico e prometteva a lui e ai suoi figli, ma non alla generazione dei nipoti, il regno sull’illustre Corinto. Sorti forse solo durante, o addirittura dopo, la tirannide dei Cipselidi, questi oracoli riflettono complessivamente una valutazione positiva di Cipselo. Interessante il fatto che ai Bacchiadi venga riservata quella qualifica di “monarchi”, cioè “tiranni”, che altrimenti sembrerebbe più idonea a qualificare il regime dei Cipselidi (Cipselo sembra invece valere come un autentico basileús, al confronto con i Bacchiadi).
Un riflesso è nel passo di Strabone (VIII C. 378) in cui la storia arcaica di Corinto, opulenta in virtù dl controllo delll’Istmo, è così rappresentata dal geografo: «i Bacchiadi, che furono tiranni, e numerosi e di stirpe nobile, detennero il potere per circa duecento anni e sfruttarono tranquillamente l’empórion; abbattutili, Cipselo prese la tirannide per sé, e la sua casa rimase fino alla terza generazione…». Cipselo, che nel racconto erodoteo è meno crudele del figlio Periandro, ma pur si macchia di delitti («perseguitò molti Corinzi, molti privò delle ricchezze, moltissimi della vita», V 92 ε 2), diventa invece un personaggio nettamente positivo al confronto col figlio nella letteratura del IV secolo a.C., cioè sia nella probabile fonte (Eforo) di Nicolao di Damasco, sia nello stesso Aristotele. L’opposizione tra padre e figlio – o persino tra una prima e una seconda fase del governo del padre – , perciò l’idea di un peggioramento progressivo del regime quanto a rapporti con l’aristocrazia, verso una forma più chiaramente tirannica, è così comune a tutta la tradizione. In Erodoto gli aspetti negativi sono ben presenti anche per Cipselo; Nicolao invece parla di un Cipselo valoroso, moderato, generoso verso il popolo, mite giudice nella sua qualità di polemarco, giusto nemico dei Bacchiadi, dei quali uno uccide e gli altri induce all’esilio a Corcira. Forse l’ostilità del giudizio erodoteo riflette troppo da vicino lo scopo del discorso di Socle (una requisitoria contro i mali della tirannide), per essere preso come una disinteressata testimonianza sul giudizio corrente su Cipselo; benché presenti alcuni inequivocabili tratti retorici e forse taluni anacronismi, il ritratto di Nicolao può dunque essere più vicino all’idea corrente su Cipselo e forse alla verità storica.

Pittore di Ippolito. Scena di combattimento. Pittura vascolare da un cratere a colonnine corinzia, da Corinto. 575-550 a.C. Paris, Musée du Louvre.

 

L’asprezza del conflitto della tirannide con i Bacchiadi ha del resto una sua qualche giustificazione nel carattere esclusivo e statico della dinastia bacchiade medesima, un’oligarchia con caratteristiche abitudini endogamiche, di re discendenti da un ramo eraclide cadetto (Eracle-Antioco-Filante-Ippote-Alete), che avevano regnato a Corinto (Alete-Issione-Agela-Primnide-Bacchide) dal 1074 fino all’891 a.C., per poi prendere, con Bacchide (o Bacchiade), la basileía e detenerla ancora fino al 747 a.C. Successivamente il clan aveva dato vita a una forma “repubblicana”, in cui al vertice della comunità non era più un basileús, ma un prýtanis, cioè un “principe”, un magistrato annuale, scelto però sempre all’interno di quella ristretta oligarchia (e il periodo di “rotazione” pritanica sarebbe durato novant’anni, dal 747 al 657). Il conflitto con questa oligarchia non fa dunque probabilmente di Cipselo un nemico dell’aristocrazia in generale; comunque, non ne fa un nemico della “classe oplitica”. È in virtù della sua funzione di polemarco, cioè di “capo militare” (capo di opliti, naturalmente), che egli si mette in luce e può aspirare a rovesciare il precedente regime. Di lui dice Aristotele, quando sottolinea la durata dei Cipselidi (secondi in graduatoria, per questo aspetto, dopo gli Ortagoridi) e attribuisce trent’anni di tirannide a Cipselo, quaranta e mezzo a Periandro, e tre a Psammetico, figlio di Gorgo, fratello di Periandro: «Cipselo fu demagogo e rimase al potere senza guardia del corpo, Periandro fu autenticamente tirannico, ma valido guerriero». Forse è da dubitare alla rappresentazione spiccatamente demagogica, che la letteratura del IV secolo dà delle tirannidi, addirittura nelle loro prime manifestazioni: di questa infatti non è traccia nel quadro che Erodoto fornisce di Cipselo (e un aristocratico come Socle avrebbe avuto ogni ragione di farne menzione). Il peggioramento è evidente con Periandro, che si circonda di trecento guardie del corpo (doryphóroi), impedisce ai cittadini di acquistare schiavi (li impedisce perciò della loro libertà economica), spoglia dei loro gioielli le donne di Corinto (tutte cose che dunque il padre non faceva), compie nefandezze d’ogni genere, anche verso i suoi familiari (uccide la moglie Melissa, figlia del tiranno di Epidauro, Procle, e poi però commette necrofilia sul suo cadavere; perseguita un figlio; realizza insomma quella solitudine totale che diventerà uno dei topoi del destino umano del tiranno). Socle invero, in Erodoto, ammette che giusto all’inizio Periandro fosse più mite del padre: ma abbiamo visto quale limitazione riceva la condanna di Cipselo in Erodoto dal contesto in cui s’inserisce il racconto, ostile peraltro sia ai Bacchiadi sia al loro nemico ed eversore, Cipselo, e alla discendenza di questo.
Socle, alla fine del VI secolo, è in definitiva il portavoce proprio di quella forma politica che a Corinto era risultata dalla tirannide e poi dal suo abbattimento: non una democrazia (che è in quegli anni l’innovazione politica di Atene), ma un’aristocrazia, certamente però più moderata di quella dei Bacchiadi; un regime per il quale Erodoto (o Socle, in Erodoto) sembra suggerire, come definizione utile, un neologismo (o comunque una parola rara) quale isokratía (V 92 α 1), una parola che, opponendosi a tirannide, sembra unificare in un più vasto contesto politico sia la forma democratica (che gli Spartani paiono voler abbattere ad Atene, per favorire il rientro di Ippia) sia la forma non democratica, ma certamente anche non tirannica, che ormai nel VI secolo avanzato Corinto conosce (un’aristocrazia allargata e temperata, come abbiamo detto).

 

Sicione

Anche nella storia della tradizione sulla tirannide degli Ortagoridi nella città peloponnesiaca di Sicione (appena 20 km a nord-ovest di Corinto) si coglie una accentuarsi progressivo della rappresentazione dei caratteri popolari della tirannide. In questo caso addirittura si ha, riflessa in Diodoro (VIII, 24) come in un papiro di Ossirinco (P. Oxy. XI, 1365a 32), una tradizione (che, come tale, sarà del IV secolo a.C.), secondo cui il capostipite della dinastia, Andrea, sarebbe un mágheiros (“cuoco”) dei sacrifici, cioè un inserviente addetto alle cerimonie sacrificali, che un oracolo annunciava stesse per dare origine a un lungo periodo di tirannide per la sua città. L’uomo, di origine e di animo piccoli, trascurò l’oracolo: ma il figlio Ortagora (come scrive il papiro), illustratosi nel servizio militare prima come guardia territoriale e poi via via fino alla carica suprema di polemarco (sempre dunque in virtù di una carriera oplitica), conquistò il potere. Erodoto (VI, 126) ci fornisce la genealogia di Clistene, il più illustre degli Ortagoridi, dicendolo figlio di Aristonimo di Mirone di Andrea. Certo, sia Clistene (evocato in funzione del nipote Clistene ateniese e del discendente Pericle) sia, e a maggior ragione, i suoi antenati cadono fuori del “campo storico” peculiare delle Storie erodotee (circa 570/560-478 a.C.). Perciò può non essere molto significativo il fatto che Erodoto nulla dica di Andrea: forse anch’egli ne conosceva l’umile condizione, o forse il tema è proprio della letteratura più tarda, o quanto meno è solo da essa particolarmente sviluppato.

Sicione, Rovine di un tempio dorico.

Comunque, anche nella storia della tirannide di Sicione, c’è un peggioramento del regime politico e dei comportamenti del tiranno, via via che si procede nel tempo. Erodoto non esprime invero giudizi negativi in prima persona su Clistene: ma questa cautela appare dovuta ad una qualche forma di rispetto per gli Alcmeonidi, con cui Clistene si imparentò, dando la figlia Agariste in moglie all’ateniese Megacle circa il 580 a.C. Infatti, indirettamente o implicitamente, il giudizio di Erodoto presenta elementi critici: la Pizia aveva ammonito Clistene a non espellere da Sicione il culto dell’argivo Adrasto, perché questi era (stato) re dei Sicionii, e lui, Clistene, ne era il lapidatore; Clistene ricorre allora a una mēchanḗ, cioè a un astuto e un po’ perverso “espediente”, introducendo il culto del tebano Melanippo (V 67,2); e in occasione delle riforme delle tribù, ridenominate Hyâtai, Oneâtai, Choireâtai (cioè Suinidi, Asinidi, Porcidi), invece di Illei, Dimani, Panfili, Clistene, secondo Erodoto (V 68,1), «molto derise i Sicionii», visti nel loro complesso. Ma forse, ancor più degli elementi negativi che connotano esplicitamente Clistene (al confronto con ipotizzabili comportamenti più riguardosi), conta l’implicito suggerimento erodoteo che i predecessori non innovarono, quanto a culti e istituti aristocratici tradizionali, se ad innovare fu Clistene. Se dunque teniamo conto del quadro storico successivo, Andrea non rivestì la tirannide: solo Mirone, Aristonimo, Clistene e un successore vengono in questione per questo regime tirannico di eccezionale durata. Ed è solo con Clistene che i rapporti con l’aristocrazia si deteriorano radicalmente.
Sulla biografia e sul carattere di Clistene di Sicione gli autori più tardi hanno comunque da dire alquanto più di Erodoto. Nicolao di Damasco lo conosce come dólios, phoberós, drastḗrios, cioè come “uomo d’inganni”, “temibile”, “audace”, ma soprattutto come tiranno più violento e più crudele (biaiótatos…kaì omótatos) di tutti i suoi predecessori. Il divario fra la prima generazione (o le prime generazioni) e le generazione successive si accentua, insomma, negli scrittori più tardi, ma è già implicito in Erodoto. […]

 

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