Titiro e Melibeo: il destino di due pastori

di A. Romano, Virgilio tra poesia e ideologia (tesi di dottorato), Napoli 2008-2011, pp. 28-41.

 

Codex Vaticanus lat. 3867 – Vergilius Romanus, f. 1r (400 ca.). Eclog., I 1, vv. 1-5. Titiro e Melibeo.

Codex Vaticanus lat. 3867 – Vergilius Romanus, f. 1r (400 ca.). Eclog., I 1, vv. 1-5. Titiro e Melibeo.

 

È un paesaggio malinconico immerso in un clima di profonda tristezza a fare da sfondo al dialogo dei due protagonisti della prima ecloga virgiliana, e, come nella migliore tradizione della poesia pastorale[1], assistiamo, almeno in questo caso, ad un dialogo tra due pastori; nel paragrafo precedente si è fatto riferimento a come a volte sia assolutamente facile l’identificazione dei personaggi virgiliani con persone storicamente esistite, e nel caso delle Bucoliche è facile intravedere lo stesso Virgilio parlare per bocca di alcuni pastori come Titiro nella I ecloga e Menalca nella IX[2]. Due sezioni con caratteristiche assai diverse sono riconoscibili all’interno dell’ecloga, la prima comprendente i versi 1-45 e la seconda i versi 46-82, e, se nella prima parte troviamo un vero e proprio dialogo tra i due pastori basato sulla curiosità di Melibeo di sapere chi o che cosa abbia consentito a Titiro di restare nei suoi possedimenti, e sulle risposte evasive di quest’ultimo, nella seconda parte troviamo due lunghi monologhi di Melibeo intervallati dall’unico intervento di Titiro (vv. 59-63) che però non è sufficiente ad interrompere le riflessioni dell’amico, che riprende (v. 64) a parlare completamente ignorando le parole del pastore “felice”; saranno le parole di Titiro a chiudere il canto (vv. 79-82), ma il suo invito rivolto all’amico esule[3] resterà senza risposta. Melibeo ha chiuso il suo canto al v. 78 e non può più rispondere all’amico poiché i due non appartengono più allo stesso mondo, ciò che Titiro offre all’amico, un’ultima notte nel mondo bucolico, non può essere accettato da Melibeo, il suo destino è quello di andare, e dopo le dolorose riflessioni sulla triste sorte degli esuli si congeda da un mondo che per lui non esiste più.

Melibeo non rappresenta solo se stesso ma parla a nome di un intero gruppo sociale, cioè coloro che sono stati depauperati dei loro beni e che a malincuore lasciano le proprie terre. Non a caso il pastore, nel suo canto, parla sempre al plurale[4], sin dalla prima strofe:

 

Tytyre, tu patulae recubans sub tegmine fagi

silvestrem tenui Musam meditaris avena;

nos patriae finis et dulcia linquimus arva,

nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra

formosam resonare doces Amaryllida silvas. 5

 

Un deus[5], si affretta a rispondere Titiro, in modo evasivo, con la sua intercessione gli ha permesso di conservare i propri beni, ma circa l’identità del personaggio, che Melibeo si mostra interessato a conoscere, Titiro non concede troppe informazioni e si limita a riferire che il deus risiede a Roma e che per la sua intercessione si è guadagnato eterna riconoscenza da parte del pastore; Titiro farà nuovamente riferimento a questo suo benefattore ai vv. 40-45:

 

Quid facerem? Neque servitio me exire licebat, 40

nec tam praesentis alibi cognoscere divos.

Hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quotannis

bis senos cui nostra dies altaria fumant;

hic mihi responsum primum dedit ille petenti:

«Pascite ut ante boves, pueri; summittite tauros». 45

 

L’identificazione con Ottaviano del misterioso personaggio che ha aiutato Titiro è accettata, si potrebbe dire senza troppe riserve, da tutti i commentatori[6], e ha alimentato nel corso dei secoli diverse polemiche in merito ai motivi che avessero spinto il poeta ad inserire nell’ ecloga che apre l’intera raccolta un omaggio ad

Ottaviano; coloro che vedono nel poeta, e già prima si è fatto riferimento all’esistenza di diverse scuole esegetiche, una sorta di spirito cortigiano, una sorta di servilismo culturale piegato ai dettami della propaganda, trovano in questo esempio e in molti altri luoghi virgiliani conferma delle loro teorie; tuttavia è necessaria una precisazione poiché in alcuni casi, come questo della prima ecloga, il riferimento ad Ottaviano appare chiaro, ed anche altrove, sia nelle Georgiche sia nell’Eneide, seppur con una incidenza minore di quella che molti studiosi sembrano riscontrare, appaiono riferimenti chiari ad Ottaviano/Augusto o a personaggi storicamente esistiti e vicini al poeta per età, formazione o “professione”, se così si può definire il dedicarsi alla poesia, ma il problema maggiore non si riscontra nell’esegesi di questi luoghi bensì di quelli nei quali si ravviserebbero “allusioni” a personaggi e/o avvenimenti, poiché in questo caso i criteri interpretativi scelti dagli studiosi si diversificano assumendo spesso caratteristiche attribuibili più al gusto personale e all’opinione maturata sul poeta in virtù di ciò che quest’ultimo avrebbe o non avrebbe voluto dire, che non piuttosto su ciò che il testo davvero dice. Con questo non si vuole assolutamente affermare che la critica virgiliana nel corso dei secoli non abbia raggiunto risultati assai rilevanti, poiché è ovvio che gli attuali studi virgiliani si nutrono anche di ciò che la critica ha espresso in passato, ma soltanto che Virgilio ha attirato, spesso più di altri poeti, a tal punto l’attenzione dei critici, e a tal punto i suoi scritti sono stati “rifunzionalizzati” in epoche storiche a noi più vicine, che capita spesso di imbattersi in interpretazioni che sono vicine all’esegeta ma lontane dal poeta.

F. della Corte[7] fornisce significativamente un ventaglio delle interpretazioni, più o meno fantasiose, cui sono stati sottoposti i personaggi virgiliani: “c’è chi arriva a vedere in Titiro, che acquista la libertas, il simbolo della Gallia Transpadana che rivendica il diritto di cittadinanza; c’è chi scorge nella libertas o la liberazione epicurea dalla passioni o la nuova ispirazione poetica che la Roma di Ottaviano suscita in Virgilio”[8], e lo studioso ammette di essere poco propenso ad accettare interpretazioni eccessivamente allegoriche del testo poiché Virgilio stesso si era formato in un periodo nel quale autori come Cicerone e Lucrezio sconsigliavano l’utilizzo di questa figura retorica, e si dice sostenitore di un’interpretazione tipologica che vede nei pastori delle Bucoliche, negli allevatori delle Georgiche e nei guerrieri dell’Eneide personaggi immersi nella storia che vivono una vita reale e immersa nella cultura romana[9].

 

Ms. Ricc. 492, fol. 1r Publio Virgilio Marone 'Bucolicon, Georgicon, Aeneis'. (XV sec., Firenze, presso la bottega di Apollonio di Giovanni). Titiro, Melibeo e i pastori.

Ms. Ricc. 492, fol. 1r Publio Virgilio Marone, Bucolicon, Georgicon, Aeneis (XV sec., Firenze, presso la bottega di Apollonio di Giovanni). Titiro, Melibeo e i pastori. Firenze, Biblioteca Riccardiana.

 

A. La Penna[10] aveva già insistito sulla necessità di distinguere l’allegoria dal simbolo, e lo stesso fa il della Corte[11], entrambi propendendo per un criterio interpretativo che consenta all’esegeta una certa libertà e non gli imponga di applicare sempre, quindi alle tre opere e a tutti i personaggi, uno stesso criterio di lettura con la conseguenza di sottrarre qualcosa alla creatività del poeta. Gli esegeti, nell’occuparsi della prima ecloga, opportunamente posta dal poeta come ouverture dell’intera raccolta, si sono soffermati, come già è stato detto, sui riferimenti più o meno velati ad Ottaviano e, a questo proposito, M. Gigante[12] ritiene che la presenza dei personaggi politici dell’età augustea all’interno dell’opera del Mantovano fu sicuramente di grande importanza, ma spiega che “Virgilio è poeta pudico e l’autobiografismo è discreto, lieve: solo stolti lettori, antichi e moderni, hanno potuto parlare di adulazione e di encomio: Virgilio fa un rendimento di grazie che però non ha nulla di ufficiale e non è neppure individuale […]; il ruolo di Melibeo è stato molto sommariamente e brutalmente definito di protesta e contraddizione del rendimento di grazie di Titiro, e alcuni critici, trovando difficile conciliare i due atteggiamenti nello stesso Virgilio, hanno esaltato come brillante e fascinosa la parte di Melibeo e cortigianesca e eulogetica la parte di Titiro. Virgilio si sarebbe sdoppiato e sarebbe riuscito solo nel ruolo di Melibeo che non fu propriamente suo. Frutto di un esasperato psicologismo e di una razionalizzazione del dato poetico, tale critica, specialmente francese, non è riuscita a decifrare il messaggio del poeta: la voce del poeta è in tutta l’ecloga, non in una parte di essa soltanto”. Il pensiero dello studioso può in realtà essere esteso a tutta la raccolta e in generale a tutta l’opera del poeta senza pensare che egli si identificasse principalmente in alcuni personaggi e senza dover sempre tentare di identificare i protagonisti dei suoi componimenti con personaggi del mondo politico a lui contemporaneo, o meglio evitando che queste identificazioni siano finalizzate a letture del testo assolutamente faziose.

La quarta ecloga è probabilmente la più conosciuta dell’intera raccolta, ed è quella che maggiormente nel corso dei secoli ha subìto, è il caso di dirlo, a causa delle innegabili difficoltà esegetiche di alcuni luoghi, le interpretazioni più “fantasiose”, ed in particolar modo si fa riferimento ai versi 4-10:

 

Ultima Cymaei venit iam carminis aetas,

magnus ab integro saeclorum nascitur ordo; 5

iam redit et Virgo redeunt Saturnia regna,

iam nova progenies caelo demittitur alto.

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum

desinet ac toto surget gens aurea mundo,

casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo. 10

 

Samuel Palmer, Eclogue IV. Thy Very Cradle Quickens. Disegno a matita, 1876.

Samuel Palmer, Eclogue IV: Thy Very Cradle Quickens. Disegno a matita, 1876.

 

Pochi decenni dopo la morte del poeta l’identità del puer destinato a ripristinare una nuova età dell’oro risultava sconosciuta, ed era materia di indagine già per i commentatori antichi, sino ad arrivare a Lattanzio[13] il quale testimonia la diffusione sempre crescente, e a lungo accreditata, dell’interpretazione messianica dell’ecloga, attenuatasi, ma mai definitivamente scomparsa, soltanto con l’Umanesimo; esula dal discorso che si sta svolgendo un ulteriore tentativo di identificazione del pargolo in questione, anche perché è molto più importante, ai fini della nostra tematica, comprendere ciò che egli rappresenta, cioè una rinascita globale, un’età dell’oro la cui realizzazione ancora non si è concretizzata e del cui avvento si è ancora in attesa; il puer rappresenta la speranza di una nuova epoca, e probabilmente scoprire l’identità dello stesso non aggiungerebbe niente al significato del testo, poiché Virgilio potrebbe aver preso spunto dalla nascita di un qualsiasi fanciullo, ovviamente nell’ambito dell’allora gruppo politico regnante, per auspicare la venuta di tempi migliori.

L’unico dato certo in nostro possesso riguardante la IV ecloga è la data di composizione, il 40 a. C., ai tempi del consolato di Pollione, dedicatario del componimento, dopo la pace di Brindisi stipulata tra Ottaviano ed Antonio, avvenimento che giustificherebbe il clima di serenità ma soprattutto di speranzoso ottimismo che avvolge l’intero componimento e che interpreta egregiamente le aspettative nutrite non solo dal poeta ma dall’intera comunità di una distensione del clima politico da anni vessato da lotte intestine.

La dedica ad Asinio Pollione ha determinato l’identificazione del misterioso puer con il figlio del console stesso, tesi sostenuta da molti studiosi antichi e moderni tra cui A. La Penna, il quale ipotizza, seppur con qualche riserva, che il fanciullo in questione potesse essere un figlio di Pollione[14], ma il Clausen nel suo Commento alle Bucoliche, a differenza degli altri studiosi, ritiene che i lettori antichi non potevano certo nutrire dubbi sull’identità del bimbo e che il luogo fosse divenuto di incerta interpretazione solo a causa di un’errata comprensione di quanto scritto dal poeta[15].

È opinione di chi scrive, come già accennato, che l’accanimento esegetico su questo singolare luogo non debba essere considerato terapeutico, se così si può dire, per una retta comprensione del testo, anzi forse non sarebbe errato prendere maggiormente in considerazione l’ipotesi secondo la quale lo stesso poeta volesse creare un’aura di mistero intorno al puer, e forse egli stesso non aveva intenzione di attribuire al fanciullo un’identità definita[16]; infatti, benché la lettura simbolista applicata in modo eccessivo al testo abbia spesso portato a travisamenti, è lecito pensare che in alcuni casi non sia completamente da rifiutare, quindi a prescindere da chi fosse il puer, e forse sarebbe più opportuno soffermarsi sul senso globale dell’ecloga, sull’esigenza di rinascita e sui Saturnia regna (vv. 24-25), che prefigurano la Saturnia tellus del II libro delle Georgiche (v. 173), testimonianza della stretta interconnessione tra le opere virgiliane, e di come nel poeta ci fosse una sentita e realistica partecipazione al desiderio, comunemente sentito, di un generale miglioramento della condizione politica e sociale.

Nella quarta ecloga, è opinione comunemente diffusa ed accettata, è forte il desiderio di palingenesi universale; il poeta esprime quel desiderio di rinnovamento fortemente sentito da tutti e marca con i suoi versi l’inizio di una nuova era, una nuova fase della storia di Roma che trova il suo principio nella battaglia di Azio, e a questo proposito in tempi recenti una giovane studiosa, L. Passavanti[17], ha sostenuto che “in età augustea il realizzarsi della palingenesi si traduce nell’encomio del principe, nell’esaltazione e, almeno in parte, nel ‘mascheramento’ dell’effettiva realtà politica e sociale contemporanea”, affermazioni che soltanto in parte possono essere condivise e soprattutto solo parzialmente possono essere applicate a Virgilio, poiché il poeta realizza le sue opere proprio in modo tale da non dover mai formulare davvero, sino in fondo, un encomio di Ottaviano e del princeps. Nelle Bucoliche riscontriamo un clima ancora cupo e di incertezze: basti pensare all’ecloga che il poeta ha scelto per aprire la raccolta, nella quale il riferimento ad Ottaviano, lungi dall’essere “encomiastico”, si traduce essenzialmente in un atteggiamento di personale riconoscenza, e dove non c’è esaltazione dei meriti di Ottaviano né servilismo nelle parole del poeta ma solo gratitudine, sottolineata dalle parole stesse di Titiro, il quale afferma che il benefattore in questione sarà per lui sempre un deus (cf. ecl. 1, 7), ma non dice che il suo giovane benefattore debba essere equiparato a divinità.

Giorgione, Concerto pastorale. Olio su tela, 1509. Paris, Musée du Louvre.

Giorgione, Concerto pastorale. Olio su tela, 1509. Paris, Musée du Louvre.

 

Il poeta anzi si fa interprete di un sentimento assolutamente intimo e privato preferendo delegare al personaggio di Melibeo l’espressione di sentimenti corali. In questo senso si può davvero dire che la voce del poeta è presente in tutti i personaggi che agiscono nei suoi componimenti, mentre risulta più difficile accettare l’idea che egli preferisca parlare soltanto attraverso alcuni di essi. Il clima di attesa e di speranza trova conferma nella IV ecloga e poi anche nella IX e nella X che chiude la raccolta; addirittura si ravvisa anche nella VI, famosa per la recusatio con la quale il poeta si giustifica (vv. 3-9) per la sua reticenza a cantare le battaglie e le vittorie di Ottaviano, non è ancora giunto il momento.

È come se il poeta attendesse, nell’intera raccolta, il realizzarsi di un evento che per il momento è solo in preparazione; di qui anche il senso della palingenesi che domina nella IV ecloga e che, come dicevamo, non ha valore encomiastico. Ovviamente le speranze non saranno disilluse; sono le Georgiche l’opera virgiliana nella quale tutte le aspettative e le speranze trovano finalmente realizzazione, l’opera che gli studiosi di tutti i secoli hanno sempre considerato “perfetta” e che, incastrata tra l’esordio arcadico e l’affascinante e “misteriosa” Eneide, non sempre è stata valutata in modo appropriato; con questo non si vuol certo dire che non siano stati tributati all’opera i dovuti meriti e prestate le dovute attenzioni, tutt’altro: le tre opere hanno sempre attirato le attenzioni degli studiosi di ogni tempo, ma, come si avrà modo di dire nelle sezioni del presente lavoro dedicate alle Georgiche, se di encomio si può parlare a proposito della poesia virgiliana sarebbe forse più corretto parlarne a proposito delle Georgiche (basti pensare alle laudes Italiae contenute nel II libro), e non piuttosto relativamente all’Eneide, poiché alla poesia epica Virgilio è approdato lentamente e solo nella fase finale della sua vita. Il poema epico ha richiesto al poeta un lungo periodo di preparazione, ma ciò non comporta necessariamente l’obbligo di pensare che tutta l’opera del poeta tenda alla sola Eneide. Quando il poeta finalmente “cedette”, come si sente spesso dire, alle pressanti richieste di Ottaviano e si accinse a scrivere la sua opera più famosa, la sua non fu una sottomissione al volere del futuro princeps, perché anche in quel caso egli non realizzò l’opera che Ottaviano avrebbe voluto, bensì quella che più si addiceva alle sue caratteristiche poetiche e meglio rispondeva alle sue esigenze interiori, tralasciando la menzione della storia attuale e preferendo parlare della fondazione di Roma e del mito di Enea.

Per questo motivo è lecito supporre che il poeta abbia sempre operato, sin dalle prime opere, in un clima di libertà artistica che gli consentiva di scegliere, di volta in volta, la materia del suo canto.

 

Mosaico con ritratto di Virgilio. Landesmuseum, Trier.

Mosaico con ritratto di Virgilio. Landesmuseum, Trier.

 

I riferimenti all’intera opera di Virgilio, inseriti all’interno della trattazione riservata alle Bucoliche, hanno lo scopo di chiarire il modo in cui l’intera produzione del poeta è stata spesso interpretata, e a questo proposito di seguito si cita ciò che scrive A. La Penna[18] in riferimento alla IV ecloga: “essa dà espressione a speranze di palingenesi molto diffuse nell’impero, specialmente fra i popoli orientali, che da tempo subivano il dominio rapace di Roma; nelle sofferenze delle guerre civili le attese e le speranze della nuova era miracolosa di pace si erano fatte più vive. La connessione dell’ecloga 4, attraverso un oracolo sibillino, con profezie messianiche orientali (anche se è difficile precisare quali) si può ritenere sicura; in questo senso anche l’interpretazione cristiana contiene qualche cosa di vero. In massima parte quelle profezie vedevano la palingenesi come una liberazione dell’impero romano. Naturalmente nell’ecloga 4 la palingenesi si opera dentro e sotto l’impero. Tuttavia neppure l’ecloga 4 è poesia «romana»: Roma e l’impero non vi hanno nessuna importanza centrale, la palingenesi vi ha un significato umano e religioso, ma non particolarmente romano”. La Penna ritiene che le speranze di palingenesi[19] presenti nell’ecloga sono di matrice chiaramente orientale e nascono dal desiderio di pace diffusosi a causa dei lunghi anni di guerre civili, e questo è facilmente comprensibile, ma riesce più difficile credere che nell’interpretazione cristiana ci sia qualcosa di vero, e questo per ovvi motivi ideologici. Quando lo studioso afferma che l’ecloga IV non è poesia romana, perché in essa la palingenesi ha un significato umano e religioso e non meramente politico, appare difficile collegare questa affermazione ai versi del poeta perché tutta la poesia virgiliana è poesia romana, calata cioè nella realtà degli anni nei quali si assiste all’affermazione del potere di Ottaviano, e nessuna opera virgiliana è “romana” nel senso in cui intende lo studioso, poiché Virgilio non ha mai scritto nulla che avesse lo scopo esclusivo di esaltare Ottaviano e il Principato, ed è in questo senso che ammettere una qualsiasi lettura messianica[20] dei testi potrebbe risultare fuorviante, dal momento che ciò che il poeta mette al centro dell’opera è proprio la romanità tout court.

 

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Note:

 

[1] La bibliografia riguardante i rapporti tra Teocrito è Virgilio è a dir poco sterminata, poiché nel corso dei secoli si è tentato di capire in che modo il modello greco avesse influenzato il poeta romano nell’approcciarsi ad un medesimo genere letterario che per necessità di cose doveva essere adattato alla sensibilità culturale di un pubblico certamente diverso da quello al quale si rivolgeva il poeta siracusano. A questo proposito pare opportuno, tra i tanti studi pubblicati, far riferimento a quanto scrive B. SNELL, L’Arcadia: scoperta di un paesaggio spirituale, in La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1963, pp. 387-418: “La poesia di Virgilio è dunque vicina all’arte classica perché i suoi componimenti non sono appunto semplici imitazioni di idilli ellenistici, ma vere e proprie opere d’arte compiute formalmente. A sua volta questo fatto dimostra che l’arte virgiliana si avvia già a diventare qualcosa di indipendente, di non legato ad alcuna circostanza determinata: insomma a un fatto di pura letteratura. La poesia, come componimento in sé perfetto, diviene per la prima volta un “oggetto di bellezza”. A Virgilio dunque interessa rappresentare nelle Egloghe le situazioni comuni della vita quotidiana, senza però realismo, bensì con una sistematica idealizzazione, e presentandole avviluppate, e quindi profondamente trasformate, dal suo sentimento”. La citazione, abbastanza estesa, di alcuni luoghi del testo di Snell sono essenziali perché anche in seguito si farà riferimento a ciò che lo studioso scrive per quanto riguarda il simbolismo e l’allegoria della poesia virgiliana, fornendoci un’autorevole testimonianza di una lunga e diffusa tradizione esegetica virgiliana; per il momento ci si limita a far notare che la distinzione tra i due poeti, calati in una diversa temperie culturale, è ben tracciata dallo studioso, per quanto alcune definizioni applicate al poeta latino, visto come emblema del classicismo, sono frutto dell’epoca in cui il filologo visse e come tali devono essere recepite con la dovuta cautela.

[2] W. CLAUSEN, A Commentary on Vergil Eclogues, Oxford 1994, p. 32, ipotizza, però, che sia più giusto identificare Virgilio nei personaggi vinti e sconfitti: “ Virgil’s sympathies are usually engaged on the side of defeca and loss; and here, in a poem praising Octavian, it is rather the dispossessed Meliboeus than the complacent Tityrus who more nearly represents Virgil”, una notazione sicuramente interessante quella del commentatore che però può essere accettata solo parzialmente poiché il “soggettivismo virgiliano”, quella fusione di empathy e sympathy (cf. B. OTIS, Virgil. A study in civilized Poetry, Oxford 1963, e l’ottima recensione al volume di Otis pubblicata da A. LA PENNA, Sul cosiddetto stile soggettivo e sul cosiddetto simbolismo di Virgilio, “DArch”, I, 1967, 220-244) gli consentirebbe un’immedesimazione in personaggi tra loro dissimili e con destini differenti, senza dover ipotizzare che il poeta si schierasse, obbligatoriamente, per una tipologia umana anziché per un’altra; inoltre il confronto con la IX ecloga ci permette di identificare, con maggiore tranquillità, il Titiro della prima riuscendo ad accontentare, si potrebbe dire, anche il Clausen, poiché nella I ecloga il poeta si immedesima in un personaggio “fortunato” nella IX in uno sconfitto, riuscendo a dare credibilità letteraria ad entrambi.

[3] buc. 1, 79-82: “Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem/ fronde super viridi: sunt nobis mitia poma,/castaneae molle set pressi copia lactis,/ et iam summa procul villa rum culmina fumant/ maioresque cadunt altis de monti bus umbras”.

[4] Della stessa opinione F. DELLA CORTE, Le Bucoliche di Virgilio, Genova 1985, p. 22, il quale ritiene che il plurale adottato da Melibeo non abbia valore enfatico ma sia un vero e proprio plurale determinato dall’esigenza di rappresentare più persone accomunate da una sorte comune. Importante il confronto anche con le ultime parole pronunciate da Melibeo poiché prima di congedarsi definitivamente il sentimento corale di cui si era fatto portatore lascia il posto ad una riflessione assolutamente personale, il senso di abbandono e di sconfitta condiviso con altri pastori si trasforma nella disperazione di un uomo nel suo sentito addio alla vita pastorale, e il fatto che il personaggio parli adesso soltanto per se stesso è sottolineato dal fatto che addirittura svolge una sorta di monologo pronunciando il suo stesso nome (vv.73-78): Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vitis!/ Ite meae quondam felix pecus, ite capellae./ Non ego vos posta viridi proiectus in antro/ dumosa pendere procul de rupe videbo;/ carmina nulla canam; non me pascente,capellae,/ fiorente cytisum et salice carpetis amaras.

[5] Il termine è ripetuto enfaticamente due volte ai vv. 6-7; al v. 7 troviamo un ulteriore riferimento al deus (cf. illius) e poi ancora al v. 9 (ille); il poeta utilizza il termine dues senza alcuna accezione religiosa, né per riferirsi alla divinizzazione di Ottaviano, ma per esaltare il potere di quest’ultimo che per le sue prerogative può essere paragonato ad un dio.

[6] Di questa opinione sono il Clausen, nel suo già citato commento, ma già F. ARNALDI, Virgilio, Bucoliche, Milano-Messina 1966³ e successive ristampe; interessante ciò che F. DELLA CORTE, op. cit., p. 23, scrive a proposito dell’utilizzo del termine da parte di Virgilio sottolineando che ai tempi in cui il poeta scriveva le Bucoliche Ottaviano non era ancora stato deificato, ma la riflessione del commentatore, storicamente fondata, può essere modificata tenendo conto del fatto che nel 42 a.C era stato divinizzato il defunto Cesare e Ottaviano, in quanto suo erede, diventava figlio del Divus, non a caso a v. 42 si parla di uno iuvenis.

[7] F. DELLA CORTE, Genesi e palingenesi dell’allegoria virgiliana, «Maia» 36, 1984, pp. 111-122.

[8] Ibid. p. 112.

[9] Ibid. p. 121: “con l’interpretazione figurale o tipologica arriviamo a cogliere quale sia la funzione non tanto del personaggio, quanto dell’azione compiuta dal personaggio […] tale concezione non impedisce la concretezza delle immagini, né la presa di coscienza del mondo oggettivo; ma al tempo stesso consente di dare un carattere di astrazione fantastica al mondo poetico.

[10] A. LA PENNA, Sul cosiddetto…, cit., pp. 229 ss.

[11] Il della Corte nell’articolo citato più volte relativo all’allegoria virgiliana parla del “meccanicismo” tipico dell’allegoria e della “fluidità interpretativa” che caratterizza il simbolismo.

[12] M. GIGANTE, “Lettura della prima Bucolica”, in Lecturae Vergilianae, vol. I, Le Bucoliche, a cura di M. GIGANTE, Napoli 1981, pp. 31 ss.

[13] LACT. Inst. VII 24.

[14] A. LA PENNA, Bucoliche (introduzione), Milano 1978 (e successive ristampe), pp. XLIX ss.

[15] W. CLAUSEN, A Commentary on Vergil Eclogues, Oxford 1994, p. 121-122: “They [i lettori antichi] knew well enough who was meant, the expected son of Antony and Octavia and heir to Antony’s greatness – the son that never was; a daughter was born instead. Antony claimed descent from Hercules as proudly as Julius Caesar (and Octavian, his adepte son) claimed descent from Venus; thus the boy would have been descended on his father’s side from Hercules, on his mother’s from Venus, a symbol incarnate of unity and peace. Like the deified Hercules (Virgil implies) he will be exalted to heaven and there see gods mingling with heroes”.

[16] Di questa stessa opinione è anche G. PASCUCCI, “Lettura della quarta bucolica”, in Lect. Verg., vol. I, cit., p. 177, il quale sostiene che già i lettori antichi non potevano essere certi dell’identità del puer, e che lo stesso Virgilio forse non aveva in mente un bimbo “vero”: “Chi sia il puer, noi non sappiamo, né sapevano gli antichi, stando alla molteciplità e contradditorietà delle designazioni proposte, può darsi che Virgilio stesso non fosse disposto a rivelarne il segreto – ogni poesia contiene un fondo d’inviolabile mistero – o che anche non avesse in mente alcun bambino determinato”; sostenitore della medesima teoria è anche W. KRAUS, Vergils vierte Ekloge, ANRW 2, 31, 1, 1980, pp. 604 ss.

[17] L. PASSAVANTI, Laudes Italiae, l’idealizzazione dell’Italia nella letteratura latina di età augustea, Trento 2009, p. 20.

[18] A. LA PENNA, Bucoliche (introduzione), cit., p.L.

[19] Si legga a questo proposito anche ciò che scrive R. SYME, La rivoluzione romana, trad. it. Torino 1962, pp. 205-13.

[20] Si veda al riguardo L. NICASTRI, Per un’iniziazione… cit., pp. 392-403, dove lo studioso opta per un’interpretazione pre-cristiana.

Leggere Virgilio – oggi?

di M. von Albrecht, Virgilio, Bucoliche – Georgiche – Eneide. Un’introduzione, trad. A. Setaioli, Milano, Vita&Pensiero, 2012, pp. vii-x.

 

Non pochi si sono chiesti se, dopo gli orrori e le disumane atrocità del XX secolo, fosse ancora possibile scrivere poesie. Anche all’epoca di Virgilio – un secolo di guerre civili e proscrizioni – l’uomo aveva commesso le più feroci crudeltà contro l’uomo. Si anelava alla pace e al recupero della perduta solidarietà tra concittadini. Oggi (almeno nel campo dell’economia) si parla di “globalizzazione”; allora i popoli del Mediterraneo avevano raggiunto un’unità anche politica in un impero universale. Con una serie fulminea di vittorie i Romani avevano unificato il mondo d’allora, ma gli avevano offerto un cattivo esempio con le loro discordie intestine. Seguendo il modello alessandrino, la poesia si era spesso ripiegata verso il privato, il soggettivo, l’erudito. Anche il cammino di Virgilio iniziò sotto questi auspici. Da un’opera all’altra, tuttavia, il poeta si confrontò con temi e predecessori di rilievo sempre maggiore. L’Eneide fu accolta come un contributo essenziale alla formazione di una nuova identità romana. Fin da allora il pubblico dei suoi lettori abbraccia ogni fascia di età.

Il primo motivo per leggere Virgilio è il fatto che egli seppe cogliere con fine sensibilità il sentimento del suo tempo, un’epoca non meno lacerata della nostra. La poesia è l’espressione, esatta come un sismografo, delle ansie e delle speranze della sua epoca. Nella sua qualità di eminente testimone di un’epoca centrale nella storia dell’umanità, Virgilio è capace di riunire intorno a sé non solo rappresentanti di diverse discipline – storici, filologi, studiosi di religione e d’economia – ma in generale esseri umani di tutte le nazioni. Dopo decenni di guerre civili la quarta egloga di Virgilio conferisce forma compiuta alla nostalgia di pace di tutto il mondo. Le Georgiche additano al pubblico colto romano la via per la ricostruzione dell’Italia devastata, per la riconquista di un consapevole rapporto con l’ambiente e per una vita in cosciente armonia col ritmo naturale delle stagioni. La riscoperta, a livello più elevato, dei fondamenti agricoli dell’esistenza romana presuppone nel circolo responsabile uno sforzo scientifico rivolto alle conoscenze astronomiche e ad accurate osservazioni meteorologiche. Dopo che l’espansione militare è giunta per il momento alla conclusione, le Georgiche mostrano ai Romani una pacifica e avveduta alternativa alla realizzazione personale fondata sulla guerra. Non a caso, alla nostra epoca, Claude Simon cerca, nel suo romanzo Les Géorgiques, proprio sulla traccia delle Georgiche, una risposta spirituale ai problemi posti dalla più recente storia europea.

Un ulteriore motivo per il quale Virgilio è stato e continua a essere letto è la sua capacità di narrare una storia avvincente. Chi legge a dei bambini un episodio dell’Eneide sperimenta di persona che Virgilio è tra quei poeti che conquistano specialisti e profani, lettori dotti e inesperti.

Ma ciò che rende particolarmente gratificante la lettura è il modo con cui Virgilio maneggia la lingua. Mentre altri autori nascondono la loro povertà interiore sotto fronzoli stilistici, Virgilio è capace di esprimere con parole apparentemente consuete idee certamente non consuete. Sulle sue labbra ogni parola guadagna la più piena sonorità e una freschezza primordiale. Anche oggi tradurre dal linguaggio realmente vivente di Virgilio rappresenta un antidoto contro i linguaggi morti dei nostri giorni: i vuoti gusci di parole della politica e della pubblicità. Non manca perciò chi ricava vero e proprio benessere fisico dalla musicalità di qualche verso delle Bucoliche, anche se non è capace di comprendere ogni parola.

François P.S. Gérard, "Iam que vale: feror ingenti circumdata nocte..." (Georg. IV, 497). Illustrazione da P. Vergilii Maronis Opera, Parigi, P. Didot ed., 1798.

François P.S. Gérard, “Iam que vale: feror ingenti circumdata nocte…” (Georg. IV, 497). Illustrazione da P. Vergilii Maronis Opera, Parigi, P. Didot ed., 1798.

Un motivo importante per instaurare un nuovo dialogo con Virgilio è la concezione priva d’illusioni che il poeta ha dell’uomo. Già le Bucoliche non comunicano la fuga in un’Arcadia poetica, ma si confrontano con le dure realtà della politica. Il tentativo di Orfeo di richiamare Euridice dalla morte alla vita fallisce nelle Georgiche non per mancanza di vigore poetico, ma piuttosto per l’incontrollata passionalità di Orfeo. Lo stesso Enea, uomo fallibile, non eroe modello, non è capace di percorrere il suo cammino senza macchiarsi di colpe verso chi gli sta vicino: la sposa Creusa e l’amata Didone. Lungo è l’elenco dei giovani che si sacrificano per la propria terra: Niso, Eurialo, Lauso, Camilla, Pallante… Con Palinuro entra in gioco la problematica della morte al posto di altri. Il re Tarconte invoca un felice approdo per i suoi – al prezzo di sfracellarsi con la propria nave. Servitore del suo popolo, non di se stesso, Enea acquista con la propria rinuncia personale la sopravvivenza della tradizione troiana nei propri discendenti romani. Non eroe tipico in senso tradizionale né “anti-eroe”, non fallisce il suo scopo, ma non gli è dato realizzare le sue aspirazioni personali. È sempre in cammino e si ha il sospetto che la maledizione scagliatagli contro da Didone si realizzi. Il suo cammino non è vano, ma raramente per lui il successo diviene visibile o comprensibile. Tra incertezze e pericoli egli rappresenta un tipo umano nuovo, che ha forse più cose da dire a noi uomini d’oggi che alle precedenti generazioni.

Il motivo seguente per confrontarsi con Virgilio è la sua ricerca dei fattori che rendono possibile una convivenza degna dell’uomo. Come il rapporto con la natura, anche le relazioni umane erano in quel tempo contrassegnate dall’allentarsi dei vincoli tradizionali. La società e la famiglia cominciavano a perdere significato per gli individui. L’Eneide cerca di riannodare in una maniera nuova i fili disciolti, mostrando in che modo i Romani avrebbero potuto mostrarsi degni del compito che la storia del mondo aveva loro affidato. Dietro il legato certo più durevole lasciato dai Romani al mondo, il diritto, si celano principi che Virgilio ha saputo enucleare. La lingua latina è ricca di parole che designano rapporti di correlazione e perciò possono essere rese attraverso due concetti complementari: il patto generazionale è indicato da pietas, “amore paterno” e “amore filiale”. Tra i contraenti di un accordo regna la fides – allo stesso tempo “fiducia” e “affidabilità”. Enea tiene fede tenacemente ai patti – fino alla solidarietà con il nemico. Si interpone disarmato tra i combattenti – un comportamento che va ben oltre il codice d’onore degli eroi o anche di ciò che ci si attendeva da un romano dell’epoca dei gladiatori. Certo, Enea è un romano, non un santo, nell’ira e nella vendetta giustificata, ma l’esaltazione romantica della guerra è lontana da Virgilio. Infine il mito virgiliano della fusione di Troiani, Etruschi e Latini, come pure la piega positiva conferita dal poeta ai rapporti tra Greci e Romani, corrisponde alla reale apertura di Roma agli influssi stranieri.

Un motivo ulteriore per prendere in mano le opere di Virgilio è la forza d’animo con cui, contro ogni apparenza, si mantiene fedele all’idea che la storia si muove verso uno scopo positivo. Lontana com’è da ogni superficiale ottimismo, la fede di Virgilio nel futuro di Roma è comprensibile solo nel senso di un “nonostante tutto”: contrariamente all’Iliade di Omero, il cui fine ultimo è la distruzione di una polis, l’Eneide tende alla nascita di una città – una visione che (a differenza della concezione platonica della ciclicità della storia mondiale) prepara la successiva filosofia della storia, quale si svilupperà a partire da Agostino. Virgilio prende realmente sul serio il compito del poeta di essere maestro del suo popolo: un maestro che non monta mai in cattedra ed è responsabile solo verso la propria coscienza. Egli, certo non è un profeta, ma (come dice Dante) somiglia a un uomo che porta una fiaccola dietro di sé; resta al buio, ma illumina la strada per chi lo segue (“Facesti come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte”: Purg. 22, 67 ss.).

Virgilio in cattedra, con berretta dottorale e leggio. Altorilievo, marmo bianco, 1227. Mantova, P.zza Broletto, edicola della facciata del P.zzo del Podestà.

Virgilio in cattedra, rappresentato con la berretta dottorale e le braccia poggiate su un leggio che reca incisa l’iscrizione «Virgilius Mantuanus Poetarum Clarrisimus». Altorilievo, marmo bianco, 1227. Mantova, P.zza Broletto, edicola della facciata del P.zzo del Podestà. Sulla base, una lastra di marmo reca incisa l’iscrizione: «Millenis lapsis annis D(omi)niq(ue) ducentis / bisq(ue) decem iunctis septemq(ue) sequentibus illos / uir constans a(n)i(m)o fortis sapiensq(ue) benignus / Laudarengus honestis moribus undiq(ue) plenus / hanc fieri, lector, fecit qua(m) conspicis ede(m). / Tunc aderant secu(m) ciuili iure periti / Brixia quem genuit Bonacursius alter eorum, / Iacobus alter erat, Bononia quem tulit alta».

 

Un motivo che più di ogni altro ci rende Virgilio vicino è il suo pensiero lontano da ogni dottrinarismo e la sua dote speciale di saper trasformare il linguaggio in origine prettamente visivo dell’epica in una lingua dell’anima. Sa riconoscere archetipi primordiali, possibilità nascoste di sviluppo futuro. Riesce perciò a dar forma non a un’“epica in alambicco” ma a un mito capace di agire nel tempo, che – fatto sorprendente in un’età posteriore alla nascita della filosofia – fu accolto dalla comunità come espressione della propria vera identità – di una Roma come avrebbe dovuto essere.

Vale inoltre la pena di leggere Virgilio perché lui stesso è un maestro della lettura: legge in profondità nel libro della natura e della storia, ma anche in maniera creativa nei testi letterari. Il suo modo di rapportarsi a Omero e ad altri predecessori è un esempio di come un vero poeta riesce a far compiutamente proprio quello che legge: tante scene “omeriche” sono in ancor più intimo collegamento con l’Eneide nel suo complesso che con il loro contesto originale. Enea mostra bensì somiglianze con Ulisse, ma aggiunge al tipo odissiaco un nuovo legame con la comunità e una dimensione storica universale. D’altro canto Virgilio accoglie dagli autori ellenistici l’affinata consapevolezza artistica e l’eleganza del gusto, ma non la loro inclinazione al frivolo.

Chi cerca una risposta alla domanda posta all’inizio, se la poesia sia ancora possibile in un’epoca impoetica, scoprirà dunque in Virgilio un interlocutore di sorprendente modernità: un poeta che ragiona, ma che, nonostante il carattere riflessivo della sua poesia, conserva una visione totalizzante e una forza linguistica primigenia. Oggi – dopo il superamento dell’“estetica del genio” e dell’ideale dell’“arte per l’arte” – Virgilio costituisce un modello attuale di una nuova concezione del poeta rivolta verso il futuro.

Non ultimo incentivo a rivolgersi con rinnovato interesse all’opera di Virgilio può essere se non altro costituito dal desiderio di smentire la sciocca opinione secondo cui Virgilio, il poeta dell’Europa, sarebbe oggi largamente sconosciuto in Europa.

Plotino, Sulla bellezza (Enn. I 6)

Plotino, Enneadi I 6.

Testo greco da Plotinus, Ennead, Volume I: Porphyry on the Life of Plotinus. Ennead I, transl. by A.H. Armstrong, Loeb Classical Library 440, Cambridge, Harvard University Press, 1969, pp. 229-264; trad. it. 

 

 

ΠΕΡΙ ΤΟΥ ΚΑΛΟΥ

Afrodite Anadyomene. Torso, marmo, III-II sec. a.C. ca.

Afrodite Anadyomene. Torso, marmo, III-II sec. a.C. ca.

[1] Τὸ καλὸν ἔστι μὲν ἐν ὄψει πλεῖστον, ἔστι δ᾿ ἐν ἀκοαῖς κατά τε λόγων συνθέσεις, ἔστι δὲ καὶ ἐν μουσικῇ καὶ ἁπάσῃ· καὶ γὰρ μέλη καὶ ῥυθμοί εἰσι καλοί· ἔστι δὲ καὶ προιοῦσι πρὸς τὸ ἄνω ἀπὸ τῆς αἰσθήσεως καὶ ἐπιτηδεύματα καλὰ καὶ πράξεις καὶ ἕξεις καὶ ἐπιστῆμαί τε καὶ τὸ τῶν ἀρετῶν κάλλος. Εἰ δέ τι καὶ πρὸ τούτων, αὐτὸ δεἰξει. Τί οὖν δὴ τὸ πεποιηκὸς καὶ τὰ σώματα καλὰ φαντάζεσθαι καὶ τὴν ἀκοὴν ἐπινεύειν ταῖς φωναῖς, ὡς καλαί; Καὶ ὅσα ἐφεξῆς ψυχῆς ἔχεται, πῶς ποτε πάντα καλά; Καὶ ἆρά γε ἑνὶ καὶ τῷ αὐτῷ καλῷ τὰ πάντα, ἢ ἄλλο μὲν ἐν σώματι τὸ κάλλος, ἄλλο δὲ ἐν ἄλλῳ; Καὶ τίνα ποτὲ ταῦτα ἢ τοῦτο; Τὰ μὲν γὰρ οὐ παρ᾿ αὐτῶν τῶν ὐποκειμένων καλά, οἷον τὰ σώματα, ἀλλὰ μεθέξει, τὰ δὲ κάλλη αὐτά, ὥσπερ ἀρετῆς ᾑ φύσις. Σώματα μὲν γὰρ τὰ αὐτὰ ὁτὲ μὲν καλά, ὁτὲ δὲ οὐ καλὰ φαίνεται, ὡς ἄλλου ὄντος τοῦ σώματα εἶναι, ἄλλου δὲ τοῦ καλά. Τί οὖν ἐστι τοῦτο τὸ παρὸν τοῖς σώμασι; Πρῶτον γὰρ περὶ τούτου σκεπτέον. Τί οὖν ἐστιν, ὃ κινεῖ τὰς ὄψεις τῶν θεωμένων καὶ ἐπιστρέφει πρὸς αὑτὸ καὶ ἕλκει καὶ εὐφραίνεσθαι τῇ θέᾳ ποιεῖ; Τοῦτο γὰρ εὑρόντες τάχ᾿ ἂν ἐπιβάθρᾳ αὐτῷ χρώμενοι καὶ τὰ ἄλλα θεασαίμεθα. Λέγεται μὲν δὴ παρὰ πάντων, ὡς εἰπεῖν, ὡς συμμετρία τῶν μερῶν πρὸς ἄλληλα καὶ πρὸς τὸ ὅλον τὸ τε τῆς εὐχροίας προστεθὲν τὸ πρὸς τὴν ὄψιν κάλλος ποιεῖ καὶ ἔστιν αὐτοῖς καὶ ὅλως τοῖς ἄλλοις πᾶσι τὸ καλοῖς εἶναι τὸ συμμέτροις καὶ μεμετρημένοις ὑπάρχειν· οἷς ἁπλοῦν οὐδέν, μόνον δὲ τὸ σύνθετον ἐξ ἀνάγκης καλὸν ὑπάρξει· τό τε ὅλον ἔσται καλὸν αὐτοῖς, τὰ δὲ μέρη ἕκαστα οὐχ ἕξει παρ᾿ ἑαυτῶν τὸ καλὰ εἶναι, πρὸς δὲ τὸ ὅλον συντελοῦντα, ἵνα καλὸν ᾖ· καίτοι δεῖ, εἴπερ ὅλον, καὶ τὰ μέρη καλὰ εἶναι· οὐ γὰρ δὴ ἐξ αἰσχρῶν, ἀλλὰ πάντα κατειληφέναι τὸ κάλλος. Τά τε χρώματα αὐτοῖς τὰ καλά, οἷον καὶ τὸ τοῦ ἡλίου φῶς, ἁπλᾶ ὄντα, οὐκ ἐκ συμμετρίας ἔχοντα τὸ κάλλος ἔξω ἔσται τοῦ καλὰ εἶναι. Χρωσός τε δὴ πῶς καλόν; Καὶ νυκτὸς ἡ ἀστραπὴ ἢ ἄστρα ὁρᾶσθαι τῷ καλά; Ἐπί τε τῶν φωνῶν ὡσαύτως τὸ ἁπλοῦν οἰχήσεται, καίτοι ἑκάστου φθόγγου πολλαχῇ τῶν ἐν τῷ ὅλῳ καλῷ καλοῦ καὶ αὐτοῦ ὄντος. Ὅταν δὲ δὴ τῆς αὐτῆς συμμετρίας μενούσης ὁτὲ μὲν καλὸν τὸ αὐτὸ πρόσωπον, ὁτὲ δὲ μὴ φαίνηται, πῶς οὐκ ἄλλο δεῖ ἐπὶ τῷ συμμέτρῳ λέγειν τὸ καλὸν εἶναι, καὶ τὸ σύμμετρον καλὸν εἶναι δι᾿ ἄλλο; Εἰ δὲ δὴ μεταβαίνοντες καὶ ἐπὶ τὰ ἐπιτηδεύματα καὶ τοὺς λόγους τοὺς καλοὺς τὸ σύμμετρον καὶ ἐπ᾿ αὐτῶν αἰτιῷντο, τίς ἂν λέγοιτο ἐν ἐπιτηδεύμασι συμμετρία καλοῖς ἢ νόμοις ἢ μαθήμασιν ἢ ἐπιστήμαις; Θεωρήματα γὰρ σύμμετρα πρὸς ἄλληλα πῶς ἂν εἴη; Εἰ δ᾿ ὅτι σύμφωνά ἐστι, καὶ κακῶν ἔσται ὁμολογία τε καὶ συμφωνία. Τῷ γὰρ τὴν σωφροσύνην ἠλιθιότητα εἶναι τὸ τὴν δικαιοσύνην γενναίαν εἶναι εὐήθειαν σύμφωνον καὶ συνῳδὸν καὶ ὁμολογεῖ πρὸς ἄλληλα. Κάλλος μὲν οὖν ψυχῆς ἀρετὴ πᾶσα καὶ κάλλος ἀληθινώτερον ἢ τὰ πρόσθεν· ἀλλὰ πῶς σύμμετρα; Οὔτε γὰρ ὡς μεγέθη οὔτε ὡς ἀριθμὸς σύμμετρα· καὶ πλειόνων μερῶν τῆς ψυχῆς ὄντων, ἐν ποίῳ γὰρ λόγῳ ἡ σύνθεσις ἢ ἡ κρᾶσις τῶν μερῶν ἢ τῶν θεωρημάτων; Τὸ δὲ τοῦ νοῦ κάλλος μονουμένου τί ἂν εἴη;

[2] Πάλιν οὖν ἀναλαβόντες λέγωμεν τί δῆτά ἐστι τὸ ἐν τοῖς σώμασι καλὸν πρῶτον. Ἔστι μὲν γάρ τι καὶ βολῇ τῇ πρώτῃ αἰσθητὸν γινόμενον καὶ ἡ ψυχὴ ὥσπερ συνεῖσα λέγει καὶ ἐπιγνοῦσα ἀποδέχεται καὶ οἷον συναρμόττεται. Πρὸς δὲ τὸ αἰσχρὸν προσβαλοῦσα ἀνίλλεται καὶ ἀρνεῖται καὶ ἀνανεύει ἀπ᾿ αὐτοῦ οὐ συμφωνοῦσα καὶ ἀλλοτριουμένη. Φαμὲν δή, ὡς τὴν φύσιν οὖσα ὅπερ ἐστὶ καὶ πρὸς τῆς κρείττονος ἐν τοῖς οὖσιν οὐσίας, ὅ τι ἂν ἴδῃ συγγενὲς ἢ ἴχνος τοῦ συγγενοῦς, χαίρει τε καὶ διεπτόηται καὶ ἀναφέρει πρὸς ἑαυτὴν καὶ ἀναμιμνήσκεται ἑαυτῆς καὶ τῶν ἑαυτῆς. Τίς οὖν ὁμοιότης τοῖς τῇδε πρὸς τὰ ἐκεῖ καλά; καὶ γάρ, εἰ ὁμοιότης, ὅμοια μὲν ἔστω· πῶς δὲ καλὰ κἀκεῖνα καὶ ταῦτα; Μετοχῇ εἴδους φαμὲν ταῦτα. Πᾶν μὲν γὰρ τὸ ἄμορφον πεφυκὸς μορφὴν καὶ εἶδος δέχεσθαι ἄμοιρον ὂν λόγου καὶ εἴδους αἰσχρὸν καὶ ἔξω θείου λόγου· καὶ τὸ πάντη αἰσχρὸν τοῦτο. Αἰσχρὸν δὲ καὶ τὸ μὴ κρατηθὲν ὑπὸ μορφῆς καὶ λόγου οὐκ ἀνασχομένης τῆς ὕλης τὸ πάντη κατὰ τὸ εἶδος μορφοῦσθαι. Προσιὸν οὖν τὸ εἶδος τὸ μὲν ἐκ πολλῶν ἐσόμενον μερῶν ἓν συνθέσει συνέταξέ τε καὶ εἰς μίαν συντέλειαν ἤγαγε καὶ ἓν τῇ ὁμολογίᾳ πεποίηκεν, ἐπείπερ ἓν ἦν αὐτὸ ἕν τε ἔδει τὸ μορφούμενον εἶναι ὡς δυνατὸν αὐτῷ ἐκ πολλῶν ὄντι. Ἵδρυται οὖν ἐπ᾿ αὐτοῦ τὸ κάλλος ἤδη εἰς ἓν συναχθέντος καὶ τοῖς μέρεσι διδὸν ἑαυτὸ καὶ τοῖς ὅλοις. Ὅταν δὲ ἕν τι καὶ ὁμοιομερὲς καταλάβῃ, εἰς ὅλον δίδωσι τὸ αὐτό· οἷον ὁτὲ μὲν πάσῃ οἰκίᾳ μετὰ τῶν μερῶν, ὁτὲ δὲ ἑνὶ λίθῳ διδοίη τις φύσις τὸ κάλλος, τῇ δὲ ἡ τέχνη. Οὕτω μὲν δὴ τὸ καλὸν σῶμα γίγνεται λόγου ἀπὸ θείων ἐλθόντος κοινωνία.

[3] Γινώσκει δὲ αὐτὸ ἡ ἐπ᾿ αὐτῷ δύναμις τεταγμένη, ἧς οὐδὲν κυριώτερον εἰς κρίσιν τῶν ἑαυτῆς, ὅταν καὶ ἡ ἄλλη συνεπικρίνῃ ψυχή, τάχα δὲ καὶ αὕτη λέγῃ συναρμόττουσα τῷ παρ᾿ αὐτῇ εἴδει κἀκείνῳ πρὸς τὴν κρίσιν χρωμένη ὥσπερ κανόνι τοῦ εὐθέος. Πῶς δὲ συμφωνεῖ τὸ περὶ σῶμα τῷ πρὸ σώματος; Πῶς δὲ τὴν ἔξω οἰκίαν τῷ ἔνδον οἰκίας εἴδει ὁ οἰκοδομικὸς συναρμόσας καλὴν εἶναι λέγει; Ἤ ὅτι ἐστὶ τὸ ἔξω, εἰ χωρίσειας τοὺς λίθους, τὸ ἔνδον εἶδος μερισθὲν τῷ ἔξω ὕλης ὄγκῳ, ἀμερὲς ὂν ἐν πολλοῖς φανταζόμενον. Ὅταν οὖν καὶ ἡ αἴσθησις τὸ ἐν σώμασιν εἶδος ἴδῃ συνδησάμενον καὶ κρατῆσαν τῆς φύσεως τῆς ἐναντίας ἀμόρφου οὔσης καὶ μορφὴν ἐπὶ ἄλλαις μορφαῖς ἐκπρεπῶς ἐποχουμένην, συνελοῦσα ἀθρόον αὐτὸ τὸ πολλαχῇ ἀνήνεγκέ τε καὶ εἰσήγαγεν εἰς τὸ εἴσω ἀμερὲς ἤδη καὶ ἔδωκε τῷ ἔνδον σύμφωνον καὶ συναρμόττον καὶ φίλον· οἷα ἀνδρὶ ἀγαθῷ προσηνὲς ἐπιφαινόμενον ἀρετῆς ἴχνος ἐν νέῳ συμφωνοῦν τῷ ἀληθεῖ τῷ ἔνδον. Τὸ δὲ τῆς χρόας κάλλος ἁπλοῦν μορφῇ καὶ κρατήσει τοῦ ἐν ὕλῃ σκοτεινοῦ παρουσίᾳ φωτὸς ἀσωμάτου καὶ λόγου καὶ εἴδους ὄντος. Ὅθεν καὶ τὸ πῦρ αὐτὸ παρὰ τὰ ἄλλα σώματα καλόν, ὅτι τάξιν εἴδους πρὸς τὰ ἄλλα στοιχεῖα ἔχει, ἄνω μὲν τῇ θέσει, λεπτότατον δὲ τῶν ἄλλων σωμάτων, ὡς ἐγγὺς ὂν τοῦ ἀσωμάτου, μόνον δὲ αὐτὸ οὐκ εἰσδεχόμενον τὰ ἄλλα· τὰ δ᾿ ἄλλα δέχεται αὐτό. Θερμαίνεται γὰρ ἐκεῖνα, οὐ ψύχεται δὲ τοῦτο, κέχρωσταί τε πρώτως, τὰ δ᾿ ἄλλα παρὰ τούτου τὸ εἶδος τῆς χρόας λαμβάνει. Λάμπει οὖν καὶ στίλβει, ὡς ἂν εἶδος ὄν. Τὸ δὲ μὴ κρατοῦν ἐξίτηλον τῷ φωτὶ γινόμενον οὐκέτι καλόν, ὡς ἂν τοῦ εἴδους τῆς χρόας οὐ μετέχον ὅλου. Αἱ δὲ ἁρμονίαι αἱ ἐν ταῖς φωναῖς αἱ ἀφανεῖς τὰς φανερὰς ποιήσασαι καὶ ταύτῃ τὴν ψυχὴν σύνεσιν καλοῦ λαβεῖν ἐποίησαν, ἐν ἄλλῳ τὸ αὐτὸ δείξασαι. Παρακολουθεῖ δὲ ταῖς αἰσθηταῖς μετρεῖσθαι ἀριθμοῖς ἐν λόγῳ οὐ παντί, ἀλλ᾿ ὃς ἂν ᾖ δουλεύων εἰς ποίησιν εἴδους εἰς τὸ κρατεῖν. Καὶ περὶ μὲν τῶν ἐν αἰσθήσει καλῶν, ἃ δὴ εἴδωλα καὶ σκιαὶ οἷον ἐκδραμοῦσαι εἰς ὕλην ἐλθοῦσαι ἐκόσμησάν τε καὶ διεπτόησαν φανεῖσαι, τοσαῦτα.

[4] Περὶ δὲ τῶν προσωτέρω καλῶν, ἃ οὐκέτι αἴσθησις ὁρᾶν εἴληχε, ψυχὴ δὲ ἄνευ ὀργάνων ὁρᾷ καὶ λέγει, ἀναβαίνοντας δεῖ θεάσασθαι καταλιπόντας τὴν αἴσθησιν κάτω περιμένειν. Ὥσπερ δὲ ἐπὶ τῶν τῆς αἰσθήσεως καλῶν οὐκ ἦν περὶ αὐτῶν λέγειν τοῖς μήτε ἑωρακόσι μήθ᾿ ὡς καλῶν ἀντειλημμένοις, οἷον εἴ τινες ἐξ ἀρχῆς τυφλοὶ γεγονότες, τὸν αὐτὸν τρόπον οὐδὲ περὶ κάλλους ἐπιτηδευμάτων τοῖς μὴ ἀποδεξαμένοις τὸ τῶν ἐπιτηδευμάτων καὶ ἐπιστημῶν καὶ τῶν ἄλλων τῶν τοιούτων κάλλος, οὐδὲ περὶ ἀρετῆς φέγγους τοῖς μηδὲ φαντασθεῖσιν ὡς καλὸν τὸ τῆς δικαιοσύνης καὶ σωφροσύνης πρόσωπον, καὶ οὔτε ἕσπερος οὔτε ἑῷος οὕτω καλά. Ἀλλὰ δεῖ ἰδόντας μὲν εἶναι ᾧ ψυχὴ τὰ τοιαῦτα βλέπει, ἰδόντας δὲ ἡσθῆναι καὶ ἔκπληξιν λαβεῖν καὶ πτοηθῆναι πολλῷ μᾶλλον ἢ ἐν τοῖς πρόσθεν, ἅτε ἀληθινῶν ἤδη ἐφαπτομένους. Ταῦτα γὰρ δεῖ τὰ πάθη γενέσθαι περὶ τὸ ὅ τι ἂν ᾖ καλόν, θάμβος καὶ ἔκπληξιν ἡδεῖαν καὶ πόθον καὶ ἔρωτα καὶ πτόησιν μεθ᾿ ἡδονῆς. Ἔστι δὲ ταῦτα παθεῖν καὶ πάσχουσιν αἱ ψυχαὶ καὶ περὶ τὰ μὴ ὁρώμενα πᾶσαι μέν, ὡς εἰπεῖν, μᾶλλον μέντοι αἱ τούτων ἐρωτικώτεραι, ὥσπερ καὶ ἐπὶ τῶν σωμάτων πάντες μὲν ὁρῶσι, κεντοῦνται δ᾿ οὐκ ἴσα, ἀλλ᾿ εἰσὶν οἳ μάλιστα, οἳ καὶ λέγονται ἐρᾶν.

Testa femminile. Marmo, 470-460 a.C. ca. dal Tempio E di Selinunte. Palermo, Museo Archeologico Regionale.

Voltofemminile. Testa, marmo, 470-460 a.C. ca. dal Tempio E di Selinunte. Palermo, Museo Archeologico Regionale.

[5] Τῶν δὴ καὶ περὶ τὰ ἐν οὐκ αἰσθήσει ἐρωτικῶν ἀναπυνθάνεσθαι δεῖ· τί πάσχετε περὶ τὰ λεγόμενα ἐπιτηδεύματα καλὰ καὶ τρόπους καλοὺς καὶ ἤθη σώφρονα καὶ ὅλως ἔργα ἀρετῆς καὶ διαθέσεις καὶ τὸ τῶν ψυχῶν κάλλος; Καὶ ἑαυτοὺς δὲ ἰδόντες τὰ ἔνδον καλοὺς τί πάσχετε; Καὶ πῶς ἀναβακχεύεσθε καὶ ἀνακινεῖσθε καὶ ἑαυτοῖς συνεῖναι ποθεῖτε συλλεξάμενοι αὑτοὺς ἀπὸ τῶν σωμάτων; Πάσχουσι μὲν γὰρ ταῦτα οἱ ὄντως ἐρωτικοί. Τί δέ ἐστι, περὶ ὃ ταῦτα πάσχουσιν; Οὐ σχῆμα, οὐ χρῶμα, οὐ μέγεθός τι, ἀλλὰ περὶ ψυχήν, ἀχρώματον μὲν αὐτήν, ἀχρώματον δὲ καὶ τὴν σωφροσύνην ἔχουσαν καὶ τὸ ἄλλο τῶν ἀρετῶν φέγγος, ὅταν ἢ ἐν αὐτοῖς ἴδητε, ἢ καὶ ἐν ἄλλῳ θεάσησθε μέγεθος ψυχῆς καὶ ἦθος δίκαιον καὶ σωφροσύνην καθαρὰν καὶ ἀνδρίαν βλοσυρὸν ἔχουσαν πρόσωπον καὶ σεμνότητα καὶ αἰδῶ ἐπιθέουσαν ἐν ἀτρεμεῖ καὶ ἀκύμονι καὶ ἀπαθεῖ διαθέσει, ἐπὶ πᾶσι δὲ τούτοις τὸν θεοειδῆ νοῦν ἐπιλάμποντα. Ταῦτα οὖν ἀγάμενοι καὶ φιλοῦντες πῶς αὐτὰ λέγομεν καλά; Ἔστι μὲν γὰρ καὶ φαίνεται καὶ οὐ μήποτε ὁ ἰδὼν ἄλλο τι φῆι ἢ τὰ ὄντως ὄντα ταῦτα εἶναι. Τί ὄντα ὄντως; Ἢ καλά. Ἀλλ᾽ ἔτι ποθεῖ ὁ λόγος, τί ὄντα πεποίηκε τὴν ψυχὴν εἶναι ἐράσμιον· τί τὸ ἐπὶ πάσαις ἀρεταῖς διαπρέπον οἷον φῶς; Βούλει δὴ καὶ τὰ ἐναντία λαβών, τὰ περὶ ψυχὴν αἰσχρὰ γινόμενα, ἀντιπαραθεῖναι; Τάχα γὰρ ἂν συμβάλλοιτο πρὸς ὃ ζητοῦμεν τὸ αἰσχρὸν ὅ τί ποτέ ἐστι καὶ διότι φανέν. Ἔστω δὴ ψυχὴ αἰσχρά, ἀκόλαστός τε καὶ ἄδικος, πλείστων μὲν ἐπιθυμιῶν γέμουσα, πλείστης δὲ ταραχῆς, ἐν φόβοις διὰ δειλίαν, ἐν φθόνοις διὰ μικροπρέπειαν, πάντα φρονοῦσα ἃ δὴ καὶ φρονεῖ θνητὰ καὶ ταπεινά, σκολιὰ πανταχοῦ, ἡδονῶν οὐ καθαρῶν φίλη, ζῶσα ζωὴν τοῦ ὅ τι ἂν πάθηι διὰ σώματος ὡς ἡδὺ λαβοῦσα αἶσχος. Αὐτὸ τοῦτο τὸ αἶσχος αὐτῆι ἆρα οὐ προσγεγονέναι οἷον ἐπακτὸν καλὸν φήσομεν, ὃ ἐλωβήσατο μὲν αὐτῆι, πεποίηκε δὲ αὐτὴν ἀκάθαρτον καὶ πολλῶι τῶι κακῶι συμπεφυρμένην, οὐδὲ ζωὴν ἔτι ἔχουσαν οὐδὲ αἴσθησιν καθαράν, ἀλλὰ τῶι μίγματι τοῦ κακοῦ ἀμυδρᾶι τῆι ζωῆι κεχρημένην καὶ πολλῶι τῶι θανάτωι κεκραμένην, οὐκέτι μὲν ὁρῶσαν ἃ δεῖ ψυχὴν ὁρᾶν, οὐκέτι δὲ ἐωμένην ἐν αὐτῆι μένειν τῶι ἕλκεσθαι ἀεὶ πρὸς τὸ ἔξω καὶ τὸ κάτω καὶ τὸ σκοτεινόν; Ἀκάθαρτος δή, οἶμαι, οὖσα καὶ φερομένη πανταχοῦ ὁλκαῖς πρὸς τὰ τῆι αἰσθήσει προσπίπτοντα, πολὺ τὸ τοῦ σώματος ἔχουσα ἐγκεκραμένον, τῶι ὑλικῶι πολλῶι συνοῦσα καὶ εἰς αὐτὴν εἰσδεξαμένη εἶδος ἕτερον ἠλλάξατο κράσει τῆι πρὸς τὸ χεῖρον· οἷον εἴ τις δὺς εἰς πηλὸν ἢ βόρβορον τὸ μὲν ὅπερ εἶχε κάλλος μηκέτι προφαίνοι, τοῦτο δὲ ὁρῶιτο, ὃ παρὰ τοῦ πηλοῦ ἢ βορβόρου ἀπεμάξατο· ὧι δὴ τὸ αἰσχρὸν προσθήκηι τοῦ ἀλλοτρίου προσῆλθε καὶ ἔργον αὐτῶι, εἴπερ ἔσται πάλιν καλός, ἀπονιψαμένωι καὶ καθηραμένωι ὅπερ ἦν εἶναι. Αἰσχρὰν δὴ ψυχὴν λέγοντες μίξει καὶ κράσει καὶ νεύσει τῆι πρὸς τὸ σῶμα καὶ ὕλην ὀρθῶς ἂν λέγοιμεν. Καὶ ἔστι τοῦτο αἶσχος ψυχῆι μὴ καθαρᾶι μηδὲ εἰλικρινεῖ εἶναι ὥσπερ χρυσῶι, ἀναπεπλῆσθαι δὲ τοῦ γεώδους, ὃ εἴ τις ἀφέλοι, καταλέλειπται χρυσὸς καὶ ἔστι καλός, μονούμενος μὲν τῶν ἄλλων, αὑτῶι δὲ συνὼν μόνωι. Τὸν αὐτὸν δὴ τρόπον καὶ ψυχή, μονωθεῖσα μὲν ἐπιθυμιῶν, ἃς διὰ τὸ σῶμα ἔχει, ὧι ἄγαν προσωμίλει, ἀπαλλαγεῖσα δὲ τῶν ἄλλων παθῶν καὶ καθαρθεῖσα ἃ ἔχει σωματωθεῖσα, μείνασα μόνη τὸ αἰσχρὸν τὸ παρὰ τῆς ἑτέρας φύσεως ἅπαν ἀπεθήκατο.

[6] Ἔστι γὰρ δή, ὡς ὁ παλαιὸς λόγος, καὶ ἡ σωφροσύνη καὶ ἡ ἀνδρία καὶ πᾶσα ἀρετὴ κάθαρσις καὶ ἡ φρόνησις αὐτή. Διὸ καὶ αἱ τελεταὶ ὀρθῶς αἰνίττονται τὸν μὴ κεκαθαρμένον καὶ εἰς Ἅιδου κείσεσθαι ἐν βορβόρωι, ὅτι τὸ μὴ καθαρὸν βορβόρωι διὰ κάκην φίλον· οἷα δὴ καὶ ὕες, οὐ καθαραὶ τὸ σῶμα, χαίρουσι τῶι τοιούτωι. Τί γὰρ ἂν καὶ εἴη σωφροσύνη ἀληθὴς ἢ τὸ μὴ προσομιλεῖν ἡδοναῖς τοῦ σώματος, φεύγειν δὲ ὡς οὐ καθαρὰς οὐδὲ καθαροῦ; Ἡ δὲ ἀνδρία ἀφοβία θανάτου. Ὁ δέ ἐστιν ὁ θάνατος χωρὶς εἶναι τὴν ψυχὴν τοῦ σώματος. Οὐ φοβεῖται δὲ τοῦτο, ὃς ἀγαπᾶι μόνος γενέσθαι. Μεγαλοψυχία δὲ δὴ ὑπεροψία τῶν τῆιδε. Ἡ δὲ φρόνησις νόησις ἐν ἀποστροφῆι τῶν κάτω, πρὸς δὲ τὰ ἄνω τὴν ψυχὴν ἄγουσα. Γίνεται οὖν ἡ ψυχὴ καθαρθεῖσα εἶδος καὶ λόγος καὶ πάντη ἀσώματος καὶ νοερὰ καὶ ὅλη τοῦ θείου, ὅθεν ἡ πηγὴ τοῦ καλοῦ καὶ τὰ συγγενῆ πάντα τοιαῦτα. Ψυχὴ οὖν ἀναχθεῖσα πρὸς νοῦν ἐπὶ τὸ μᾶλλόν ἐστι καλόν. Νοῦς δὲ καὶ τὰ παρὰ νοῦ τὸ κάλλος αὐτῆι οἰκεῖον καὶ οὐκ ἀλλότριον, ὅτι τότε ἐστὶν ὄντως μόνον ψυχή. Διὸ καὶ λέγεται ὀρθῶς τὸ ἀγαθὸν καὶ καλὸν τὴν ψυχὴν γίνεσθαι ὁμοιωθῆναι εἶναι θεῶι, ὅτι ἐκεῖθεν τὸ καλὸν καὶ ἡ μοῖρα ἡ ἑτέρα τῶν ὄντων. Μᾶλλον δὲ τὰ ὄντα ἡ καλλονή ἐστιν, ἡ δ᾽ ἑτέρα φύσις τὸ αἰσχρόν, τὸ δ᾽ αὐτὸ καὶ πρῶτον κακόν, ὥστε κἀκείνωι ταὐτὸν ἀγαθόν τε καὶ καλόν, ἢ τἀγαθόν τε καὶ καλλονή. Ὁμοίως οὖν ζητητέον καλόν τε καὶ ἀγαθὸν καὶ αἰσχρόν τε καὶ κακόν. Καὶ τὸ πρῶτον θετέον τὴν καλλονήν, ὅπερ καὶ τἀγαθόν· ἀφ᾽ οὗ νοῦς εὐθὺς τὸ καλόν· ψυχὴ δὲ νῶι καλόν· τὰ δὲ ἄλλα ἤδη παρὰ ψυχῆς μορφούσης καλά, τά τε ἐν ταῖς πράξεσι τά τε ἐν τοῖς ἐπιτηδεύμασι. Καὶ δὴ καὶ τὰ σώματα, ὅσα οὕτω λέγεται, ψυχὴ ἤδη ποιεῖ· ἅτε γὰρ θεῖον οὖσα καὶ οἷον μοῖρα τοῦ καλοῦ, ὧν ἂν ἐφάψηται καὶ κρατῆι, καλὰ ταῦτα, ὡς δυνατὸν αὐτοῖς μεταλαβεῖν, ποιεῖ.

[7] Ἀναβατέον οὖν πάλιν ἐπὶ τὸ ἀγαθόν, οὗ ὀρέγεται πᾶσα ψυχή. Εἴ τις οὖν εἶδεν αὐτό, οἶδεν ὃ λέγω, ὅπως καλόν. Ἐφετὸν μὲν γὰρ ὡς ἀγαθὸν καὶ ἡ ἔφεσις πρὸς τοῦτο, τεῦξις δὲ αὐτοῦ ἀναβαίνουσι πρὸς τὸ ἄνω καὶ ἐπιστραφεῖσι καὶ ἀποδυομένοις ἃ καταβαίνοντες ἠμφιέσμεθα· οἷον ἐπὶ τὰ ἅγια τῶν ἱερῶν τοῖς ἀνιοῦσι καθάρσεις τε καὶ ἱματίων ἀποθέσεις τῶν πρὶν καὶ τὸ γυμνοῖς ἀνιέναι· ἕως ἄν τις παρελθὼν ἐν τῆι ἀναβάσει πᾶν ὅσον ἀλλότριον τοῦ θεοῦ αὐτῶι μόνωι αὐτὸ μόνον ἴδηι εἰλικρινές, ἁπλοῦν, καθαρόν, ἀφ᾽ οὗ πάντα ἐξήρτηται καὶ πρὸς αὐτὸ βλέπει καὶ ἔστι καὶ ζῆι καὶ νοεῖ· ζωῆς γὰρ αἴτιος καὶ νοῦ καὶ τοῦ εἶναι. Τοῦτο οὖν εἴ τις ἴδοι, ποίους ἂν ἴσχοι ἔρωτας, ποίους δὲ πόθους, βουλόμενος αὐτῶι συγκερασθῆναι, πῶς δ᾽ ἂν ἐκπλαγείη μεθ᾽ ἡδονῆς; Ἔστι γὰρ τῶι μὲν μήπω ἰδόντι ὀρέγεσθαι ὡς ἀγαθοῦ· τῶι δὲ ἰδόντι ὑπάρχει ἐπὶ καλῶι ἄγασθαί τε καὶ θάμβους πίμπλασθαι μεθ᾽ ἡδονῆς καὶ ἐκπλήττεσθαι ἀβλαβῶς καὶ ἐρᾶν ἀληθῆ ἔρωτα καὶ δριμεῖς πόθους καὶ τῶν ἄλλων ἐρώτων καταγελᾶν καὶ τῶν πρόσθεν νομιζομένων καλῶν καταφρονεῖν· ὁποῖον πάσχουσιν ὅσοι θεῶν εἴδεσιν ἢ δαιμόνων προστυχόντες οὐκέτ᾽ ἂν ἀποδέχοιντο ὁμοίως ἄλλων κάλλη σωμάτων. Τί δῆτα οἰόμεθα, εἴ τις αὐτὸ τὸ καλὸν θεῶιτο αὐτὸ ἐφ᾽ ἑαυτοῦ καθαρόν, μὴ σαρκῶν, μὴ σώματος ἀνάπλεων, μὴ ἐν γῆι, μὴ ἐν οὐρανῶι, ἵν᾽ ἦι καθαρόν; Καὶ γὰρ ἐπακτὰ πάντα ταῦτα καὶ μέμικται καὶ οὐ πρῶτα, παρ᾽ ἐκείνου δέ. Εἰ οὖν ἐκεῖνο, ὃ χορηγεῖ μὲν ἅπασιν, ἐφ᾽ ἑαυτοῦ δὲ μένον δίδωσι καὶ οὐ δέχεταί τι εἰς αὐτό, ἴδοι, μένων ἐν τῆι θέαι τοῦ τοιούτου καὶ ἀπολαύων αὐτοῦ ὁμοιούμενος, τίνος ἂν ἔτι δέοιτο καλοῦ; Τοῦτο γὰρ αὐτὸ μάλιστα κάλλος ὂν αὐτὸ καὶ τὸ πρῶτον ἐργάζεται τοὺς ἐραστὰς αὐτοῦ καλοὺς καὶ ἐραστοὺς ποιεῖ. Οὗ δὴ καὶ ἀγὼν μέγιστος καὶ ἔσχατος ψυχαῖς πρόκειται, ὑπὲρ οὗ καὶ ὁ πᾶς πόνος, μὴ ἀμοίρους γενέσθαι τῆς ἀρίστης θέας, ἧς ὁ μὲν τυχὼν μακάριος ὄψιν μακαρίαν τεθεαμένος· ἀτυχὴς δὲ [οὗτος] ὁ μὴ τυχών. Οὐ γὰρ ὁ χρωμάτων ἢ σωμάτων καλῶν μὴ τυχὼν οὐδὲ δυνάμεως οὐδὲ ἀρχῶν οὐδὲ ὁ βασιλείας μὴ τυχὼν ἀτυχής, ἀλλ᾽ ὁ τούτου καὶ μόνου, ὑπὲρ οὗ τῆς τεύξεως καὶ βασιλείας καὶ ἀρχὰς γῆς ἁπάσης καὶ θαλάττης καὶ οὐρανοῦ προέσθαι χρεών, εἰ καταλιπών τις ταῦτα καὶ ὑπεριδὼν εἰς ἐκεῖνο στραφεὶς ἴδοι.

[8] Τίς οὖν ὁ τρόπος; Τίς μηχανή; Πῶς τις θεάσηται κάλλος ἀμήχανον οἷον ἔνδον ἐν ἁγίοις ἱεροῖς μένον οὐδὲ προιὸν εἰς τὸ ἔξω, ἵνα τις καὶ βέβηλος ἴδηι; Ἴτω δὴ καὶ συνεπέσθω εἰς τὸ εἴσω ὁ δυνάμενος ἔξω καταλιπὼν ὄψιν ὀμμάτων μηδ᾽ ἐπιστρέφων αὑτὸν εἰς τὰς προτέρας ἀγλαίας σωμάτων. Ἰδόντα γὰρ δεῖ τὰ ἐν σώμασι καλὰ μήτοι προστρέχειν, ἀλλὰ γνόντας ὥς εἰσιν εἰκόνες καὶ ἴχνη καὶ σκιαὶ φεύγειν πρὸς ἐκεῖνο οὗ ταῦτα εἰκόνες. Εἰ γάρ τις ἐπιδράμοι λαβεῖν βουλόμενος ὡς ἀληθινόν, οἷα εἰδώλου καλοῦ ἐφ᾽ ὕδατος ὀχουμένου, ὁ λαβεῖν βουληθείς, ὥς πού τις μῦθος, δοκῶ μοι, αἰνίττεται, δὺς εἰς τὸ κάτω τοῦ ῥεύματος ἀφανὴς ἐγένετο, τὸν αὐτὸν δὴ τρόπον ὁ ἐχόμενος τῶν καλῶν σωμάτων καὶ μὴ ἀφιεὶς οὐ τῶι σώματι, τῆι δὲ ψυχῆι καταδύσεται εἰς σκοτεινὰ καὶ ἀτερπῆ τῶι νῶι βάθη, ἔνθα τυφλὸς ἐν Ἅιδου μένων καὶ ἐνταῦθα κἀκεῖ σκιαῖς συνέσται. Φεύγωμεν δὴ φίλην ἐς πατρίδα, ἀληθέστερον ἄν τις παρακελεύοιτο. Τίς οὖν ἡ φυγὴ καὶ πῶς; Ἀναξόμεθα οἷον ἀπὸ μάγου Κίρκης φησὶν ἢ Καλυψοῦς Ὀδυσσεὺς αἰνιττόμενος, δοκεῖ μοι, μεῖναι οὐκ ἀρεσθείς, καίτοι ἔχων ἡδονὰς δι᾽ ὀμμάτων καὶ κάλλει πολλῶι αἰσθητῶι συνών. Πατρὶς δὴ ἡμῖν, ὅθεν παρήλθομεν, καὶ πατὴρ ἐκεῖ. Τίς οὖν ὁ στόλος καὶ ἡ φυγή; Οὐ ποσὶ δεῖ διανύσαι· πανταχοῦ γὰρ φέρουσι πόδες ἐπὶ γῆν ἄλλην ἀπ᾽ ἄλλης· οὐδέ σε δεῖ ἵππων ὄχημα ἤ τι θαλάττιον παρασκευάσαι, ἀλλὰ ταῦτα πάντα ἀφεῖναι δεῖ καὶ μὴ βλέπειν, ἀλλ᾽ οἷον μύσαντα ὄψιν ἄλλην ἀλλάξασθαι καὶ ἀνεγεῖραι, ἣν ἔχει μὲν πᾶς, χρῶνται δὲ ὀλίγοι.

Policleto. «Efebo Westmacott». Copia romana in marmo da originale greco, 450 a.C. ca. London, British Museum.

Policleto. «Efebo Westmacott». Copia romana in marmo da originale greco, 450 a.C. ca. London, British Museum.

[9] Τί οὖν ἐκείνη ἡ ἔνδον βλέπει; Ἄρτι μὲν ἐγειρομένη οὐ πάνυ τὰ λαμπρὰ δύναται βλέπειν. Ἐθιστέον οὖν τὴν ψυχὴν αὐτὴν πρῶτον μὲν τὰ καλὰ βλέπειν ἐπιτηδεύματα· εἶτα ἔργα καλά, οὐχ ὅσα αἱ τέχναι ἐργάζονται, ἀλλ᾽ ὅσα οἱ ἄνδρες οἱ λεγόμενοι ἀγαθοί· εἶτα ψυχὴν ἴδε τῶν τὰ ἔργα τὰ καλὰ ἐργαζομένων. Πῶς ἂν οὖν ἴδοις ψυχὴν ἀγαθὴν οἷον τὸ κάλλος ἔχει; Ἄναγε ἐπὶ σαυτὸν καὶ ἴδε· κἂν μήπω σαυτὸν ἴδηις καλόν, οἷα ποιητὴς ἀγάλματος, ὃ δεῖ καλὸν γενέσθαι, τὸ μὲν ἀφαιρεῖ, τὸ δὲ ἀπέξεσε, τὸ δὲ λεῖον, τὸ δὲ καθαρὸν ἐποίησεν, ἕως ἔδειξε καλὸν ἐπὶ τῶι ἀγάλματι πρόσωπον, οὕτω καὶ σὺ ἀφαίρει ὅσα περιττὰ καὶ ἀπεύθυνε ὅσα σκολιά, ὅσα σκοτεινὰ καθαίρων ἐργάζου εἶναι λαμπρὰ καὶ μὴ παύσηι τεκταίνων τὸ σὸν ἄγαλμα, ἕως ἂν ἐκλάμψειέ σοι τῆς ἀρετῆς ἡ θεοειδὴς ἀγλαία, ἕως ἂν ἴδηις σωφροσύνην ἐν ἁγνῶι βεβῶσαν βάθρωι. Εἰ γέγονας τοῦτο καὶ εἶδες αὐτὸ καὶ σαυτῶι καθαρὸς συνεγένου οὐδὲν ἔχων ἐμπόδιον πρὸς τὸ εἷς οὕτω γενέσθαι οὐδὲ σὺν αὐτῶι ἄλλο τι ἐντὸς μεμιγμένον ἔχων, ἀλλ᾽ ὅλος αὐτὸς φῶς ἀληθινὸν μόνον, οὐ μεγέθει μεμετρημένον οὐδὲ σχήματι εἰς ἐλάττωσιν περιγραφὲν οὐδ᾽ αὖ εἰς μέγεθος δι᾽ ἀπειρίας αὐξηθέν, ἀλλ᾽ ἀμέτρητον πανταχοῦ, ὡς ἂν μεῖζον παντὸς μέτρου καὶ παντὸς κρεῖσσον ποσοῦ· εἰ τοῦτο γενόμενον σαυτὸν ἴδοις, ὄψις ἤδη γενόμενος θαρσήσας περὶ σαυτῶι καὶ ἐνταῦθα ἤδη ἀναβεβηκὼς μηκέτι τοῦ δεικνύντος δεηθεὶς ἀτενίσας ἴδε· οὗτος γὰρ μόνος ὁ ὀφθαλμὸς τὸ μέγα κάλλος βλέπει. Ἐὰν δὲ ἴηι ἐπὶ τὴν θέαν λημῶν κακίαις καὶ οὐ κεκαθαρμένος ἢ ἀσθενής, ἀνανδρίαι οὐ δυνάμενος τὰ πάνυ λαμπρὰ βλέπειν, οὐδὲν βλέπει, κἂν ἄλλος δεικνύηι παρὸν τὸ ὁραθῆναι δυνάμενον. Τὸ γὰρ ὁρῶν πρὸς τὸ ὁρώμενον συγγενὲς καὶ ὅμοιον ποιησάμενον δεῖ ἐπιβάλλειν τῆι θέαι. Οὐ γὰρ ἂν πώποτε εἶδεν ὀφθαλμὸς ἥλιον ἡλιοειδὴς μὴ γεγενημένος, οὐδὲ τὸ καλὸν ἂν ἴδοι ψυχὴ μὴ καλὴ γενομένη. Γενέσθω δὴ πρῶτον θεοειδὴς πᾶς καὶ καλὸς πᾶς, εἰ μέλλει θεάσασθαι θεόν τε καὶ καλόν. Ἥξει γὰρ πρῶτον ἀναβαίνων ἐπὶ τὸν νοῦν κἀκεῖ πάντα εἴσεται καλὰ τὰ εἴδη καὶ φήσει τὸ κάλλος τοῦτο εἶναι, τὰς ἰδέας· πάντα γὰρ ταύταις καλά, τοῖς νοῦ γεννήμασι καὶ οὐσίας. Τὸ δὲ ἐπέκεινα τούτου τὴν τοῦ ἀγαθοῦ λέγομεν φύσιν προβεβλημένον τὸ καλὸν πρὸ αὐτῆς ἔχουσαν. Ὥστε ὁλοσχερεῖ μὲν λόγωι τὸ πρῶτον καλόν· διαιρῶν δὲ τὰ νοητὰ τὸ μὲν νοητὸν καλὸν τὸν τῶν εἰδῶν φήσει τόπον, τὸ δ᾽ ἀγαθὸν τὸ ἐπέκεινα καὶ πηγὴν καὶ ἀρχὴν τοῦ καλοῦ. Ἢ ἐν τῶι αὐτῶι τἀγαθὸν καὶ καλὸν πρῶτον θήσεται· πλὴν ἐκεῖ τὸ καλόν.

 

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Sulla bellezza

Autore anonimo. Ermafrodito dormiente. Copia romana del II secolo d.C. da un originale ellenistico, restaurato da David Larique (1619) e riadattato da Gian Lorenzo Bernini. Musée du Louvre.

Autore anonimo. Ermafrodito dormiente. Copia romana del II secolo d.C. da un originale ellenistico, restaurato da David Larique (1619) e riadattato da Gian Lorenzo Bernini. Paris, Musée du Louvre.

[1] La bellezza si trova soprattutto nella vista; ed è anche nell’udito, nella combinazione delle parole e nella musica di tutti i generi; infatti, le melodie e i ritmi sono belli; ed è anche, risalendo dalla sensazione verso un dominio superiore, nelle occupazioni, nelle azioni e nelle maniere d’essere che sono belle; e ancora c’è bellezza nella scienza e nella virtù. C’è una bellezza anteriore a questa? Ecco il tema di cui adesso tratteremo. Che cosa fa in modo che la vista possa percepire la bellezza nei corpi e l’udito nei suoni? Perché tutto ciò che è intimamente legato all’anima è bello? Ed è a causa di una sola e identica bellezza che tutte le cose belle sono belle, oppure c’è una bellezza che è propria dei corpi e ce n’è un’altra per gli altri esseri? E che cosa sono queste differenti bellezze o, meglio, che cos’è la bellezza? Certi esseri, come i corpi, sono belli non per la loro stessa essenza, ma per partecipazione; altri sono belli in se stessi, come la virtù. E questo è evidente: infatti gli stessi corpi a volte sono belli, a volte non lo sono, come se l’essere del corpo fosse differente dall’essere della bellezza. Che cos’è questa bellezza che è presente nei corpi? Questa è la prima cosa da indagare. Che cos’è, dunque, che attira lo sguardo di chi osserva, e fa volgere il capo, e fa provare la gioia della contemplazione? Se noi scopriamo che cos’è questa bellezza dei corpi, forse potremo servircene come di una scala per contemplare le altre bellezze. Tutti, per così dire, affermano che la bellezza visibile nasce dalla simmetria delle parti, l’una in rapporto all’altra, e ciascuna in rapporto all’insieme; a questa simmetria si aggiunge la bellezza del colore; dunque, la bellezza di tutti gli esseri è la loro simmetria e la loro misura; per chi pensa così, l’essere bello non sarà un essere semplice, ma soltanto e necessariamente un essere composto; l’insieme di questo essere sarà bello e ciascuna parte non sarà bella in sé, ma solo nella sua armonia con le altre. Però, se l’insieme è bello, bisogna pure che le parti siano belle anch’esse; certo, una bella cosa non può essere fatta di parti brutte: tutto ciò che la compone deve esser bello. E ancora: se fosse vera questa opinione, i colori belli, come la luce del Sole, sarebbero al di fuori della bellezza, perché sono semplici e non derivano affatto la loro bellezza dall’armonia delle parti. E l’oro, come mai è bello? E le luci che vediamo nella notte che cosa le rende belle? La stessa cosa per i suoni: svanirebbe la bellezza di un suono semplice, mentre spesso ciascuno dei suoni che compongono un brano musicale è bello anche da solo. E quando si vede lo stesso viso, con le proporzioni che restano identiche, ma un po’ appare bello, un po’ brutto, come si fa a non riconoscere che la bellezza che è nelle proporzioni è cosa diversa dalle proporzioni stesse, e che è per un’altra ragione che un viso ben proporzionato è bello? E se, passando alle belle occupazioni e ai discorsi belli, si vuol ancora vedere nella simmetria la causa della loro bellezza, che cosa significa parlare di simmetria per le occupazioni belle, per le leggi, per le conoscenze o per le scienze? I teoremi sono simmetrici gli uni agli altri: è questo che si vuol dire? O che essi sono in accordo tra loro? Ma può esserci consenso e accordo anche tra opinioni malvagie. Questa opinione: «la temperanza è una stoltezza» è in pieno accordo con quest’altra: «La giustizia è un’ingenuità generosa». Tra l’una e l’altra c’è corrispondenza e concordanza. Da ultimo, la virtù certamente rende bella l’anima, ed essa è bella in modo più reale delle bellezze sensibili di cui abbiamo prima parlato: ma in che senso essa avrà delle parti simmetriche? Non ci sono affatto parti simmetriche nella virtù, al modo in cui le grandezze o i numeri sono simmetrici, anche se è vero che l’anima contiene una molteplicità di parti. Infatti, secondo quali rapporti nasce la combinazione o la fusione delle parti dell’anima e dei teoremi scientifici? E l’intelligenza, che è isolata: in che consisterà la sua bellezza?

[2] Riprendiamo dunque il nostro discorso e diciamo subito che cos’è la bellezza dei corpi. È una qualità che diventa sensibile sin dalla prima impressione; attraverso l’intuizione l’anima la percepisce, la riconosce e l’accoglie in sé, plasmandosi in qualche modo su di essa. Quando invece ha l’intuizione di una cosa brutta, l’anima si agita e la rifiuta, respingendola come cosa che non si accorda con lei e che le è estranea. Ora, noi affermiamo che l’anima, per sua natura, è affine all’essenza delle realtà superiori ed è lieta, contemplando gli esseri della sua stessa natura, o almeno le loro tracce; attratta dalla loro vista, le rapporta a se stessa e sale così al ricordo di sé e di ciò che le appartiene. Ebbene, quale somiglianza può esservi tra le cose di quaggiù e quelle superiori? Se c’è somiglianza, deve essere possibile osservarla. Per quanto riguarda la bellezza, qual è la natura delle une e delle altre? La nostra tesi è che le cose sensibili sono belle perché partecipano di un’idea. Infatti, tutto ciò che è destinato a ricevere una forma e un’idea, ma non l’ha ancora, è privo di qualsiasi bellezza ed è estraneo alla ragione divina, perché non partecipa né della sua razionalità né della sua forma: è il brutto in assoluto. Ma brutto è persino tutto ciò che è sé dominato dalla forma e dalla ragione, ma non perfettamente: e questo accade perché la materia non può essere plasmata in modo perfetto secondo un’idea, ricevendo così la forma. Dunque, l’idea si avvicina alla materia e pone ordine tra le parti multiple, di cui una cosa è fatta, combinandole insieme. L’idea le riconduce a un tutto ordinato, e crea l’unità accordandole loro, perché essa stessa è una, e l’essere che prende da lei la forma deve dunque essere uno, almeno nei limiti in cui può esserlo una cosa composta da molte parti. La bellezza prende così dimora in questo essere, così ricondotto a unità, ed essa si dà sia a tutte le sue singole parti sia all’insieme. Quando poi la bellezza prende dimora in un essere che è già uno ed omogeneo, allora essa splende interamente: è come se la potenza della natura, procedendo come fa l’uomo attraverso l’arte, donasse la bellezza, nel primo caso, a una casa tutta intera con tutte le sue parti, nel secondo caso a una sola pietra. Così la bellezza del corpo deriva dalla partecipazione alla razionalità che proviene da Dio.

Venere accovacciata. Marmo. Copia romana del II secolo d.C. da un originale ellenistico del III secolo a.C. Córdoba, Museo Arqueológico y Etnológico.

Venere accovacciata. Marmo. Copia romana del II secolo d.C. da un originale ellenistico del III secolo a.C. Córdoba, Museo Arqueológico y Etnológico.

[3] C’è nell’anima una facoltà che corrisponde alla razionale bellezza di origine divina, e, dunque, sa riconoscerla; è proprio questa la facoltà che permette all’anima di giudicare le cose che le sono affini, benché le altre facoltà contribuiscano anch’esse. Forse l’anima pronuncia questo giudizio commisurando la cosa bella all’idea di bellezza che è in lei, servendosi di questa idea come ci si serve di un regolo per giudicare se una linea è diritta. Ma come può la bellezza delle cose sensibili accordarsi con la bellezza dell’idea, che è anteriore ad ogni corpo? È lo stesso che chiedersi come l’architetto, che ha costruito la casa reale lasciandosi guidare dall’idea di casa che aveva nella sua mente, possa valutare che questa casa reale sia bella. Può farlo perché l’essere esteriore della casa – se si fa astrazione dalle pietre – non è che l’idea interiore che si è sì suddivisa nella massa esteriore della materia, ma continua a manifestare, pur nella molteplicità, il suo essere indivisibile. Dunque, quando percepiamo nei corpi un’idea che plasma e domina la natura materiale – di per sé informe e per nulla affine all’idea – e ci rendiamo conto che c’è nelle cose sensibili una forma che si distingue perché subordina a sé tutte le altre, allora noi percepiamo d’un sol colpo la sparsa molteplicità della materia, riportandola e riducendola all’unità interiore e indivisibile dell’idea che vive in noi. Così percepiamo la forma delle cose sensibili perché è adatta e intonata a noi, e la accettiamo come affine alla nostra unità interiore. Allo stesso modo, un uomo onesto percepisce la dolcezza che osserva sul volto di un giovane come un segno di virtù che si accorda con la sua stessa vera virtù, che è quella interiore. La bellezza di un colore, che è qualcosa di semplice, nasce da una forma che domina l’oscurità della materia e dalla presenza nel colore di una luce incorporea, che è ragione e idea. Per questo più degli altri corpi, il fuoco è bello in se stesso: paragonato agli altri elementi che compongono la materia, ha quasi il rango dell’idea. Infatti, ha in natura la posizione più alta, è il più leggero tra tutti i corpi, al punto da essere quasi immateriale. Rimane sempre puro, perché non accoglie in sé gli altri elementi che compongono la materia, mentre tutti gli altri accolgono in se stessi in fuoco: essi, infatti, possono riscaldarsi, mentre il fuoco non può raffreddarsi. Solo il fuoco per sua natura possiede i colori e da lui le altre cose ricevono la forma e il colore. Il fuoco brilla di luce chiara simile a un’idea. Le cose a lui inferiori quando si allontanano dalla sua luce cessano di essere belle, perché esse non partecipano interamente dell’idea del colore. Vi sono poi le armonie musicali impercettibili ai sensi che danno vita alle armonie sensibili. Per merito loro l’anima diventa capace di intuire la bellezza, grazie all’identità che esse introducono in un soggetto differente. Ne segue che le armonie sensibili derivano da rapporti numerici che non sono affatto rapporti qualsiasi, ma sono subordinati all’azione sovrana di una forma. Ho detto così abbastanza sulle bellezze sensibili, immagini e ombre che, in fuga dal loro mondo, vengono nella materia, la ordinano e le danno l’aspetto che tanto ci commuove.

[4] Quanto alle realtà belle di grado più elevato, non ci è dato di percepirle attraverso le sensazioni, ma la nostra anima le vede e sa giudicarle belle anche senza l’aiuto degli organi di senso. Ma per far questo dobbiamo elevare il nostro spirito e raggiungere lo stato della contemplazione, dopo aver lasciato in basso il mondo delle sensazioni. Non si può dir nulla sulla bellezza delle cose sensibili senza averle viste e riconosciute come belle (se si è, per esempio, ciechi dalla nascita); allo stesso modo, non si può dire se una maniera di comportarsi è bella se non si vive dentro di sé con amore questa bellezza; e così è per le scienze e le altre realtà simili. Dobbiamo divenire capaci di vedere come è bello il volto della giustizia e della temperanza: non sono così belle né la stella del mattino né la stella della sera. Solo un’anima capace di contemplazione sa intuire questo genere così elevato di bellezza. E l’intuizione provoca gioia, provoca commozione e stupore in modo ben più forte che nel caso precedente, perché adesso l’anima contempla la realtà che ha il carattere della verità. L’anima, nel contemplare le realtà belle, prova grandi emozioni: lo stupore, la dolce tensione dello spirito, il desiderio, l’amore, la deliziosa eccitazione. Ed è possibile provare queste emozioni (e l’anima le prova di fatto) anche contemplando le cose belle visibili solo allo spirito: tutte le anime le provano, ma soprattutto quelle più sensibili al richiamo dell’amore. Ed è così anche per la bellezza dei corpi: tutti la vedono, ma non tutti ne sentono egualmente il fascino. Coloro che lo sentono di più, ebbene quelli dobbiamo davvero dire che sono sensibili all’amore.

[5] Bisogna, quindi, chiarire che cos’è l’amore per le cose non sensibili. Che emozioni provate quando sentite che un’azione è bella? Che sentimenti provate di fronte al carattere di una persona bella, alle abitudini di vita moderate, e più in generale alla virtù e alla bellezza dell’anima? E vedendo la vostra stessa bellezza interiore, che cosa provate? Che cos’è questa follia, questa emozione, questo desiderio di stare raccolti in voi stessi quasi non aveste un corpo? Perché è questo che prova chi vive davvero l’amore nella propria anima. E qual è l’oggetto dell’amore? Non certo una forma, un colore, una grandezza: è, invece, l’anima che non ha colore, ma splende di invisibile luce, illuminata dalla temperanza e dalle altre virtù. Così l’amore vi colpisce tutte le volte che vedete in voi stessi o contemplate in altri la grandezza d’animo, la correttezza del carattere, la purezza dei costumi, il coraggio su un volto dall’espressione ferma, la gravità, il rispetto di sé che è il segno di un’anima calma, serena ed impassibile. Su tutto questo splende la luce dell’intelligenza, che è di natura divina. Dunque, per tutte queste cose noi proviamo inclinazione e amore: ma in che senso le diciamo belle? Non c’è dubbio infatti che lo siano, e chiunque le contempli affermerà che esse sono la vera realtà. Ma di che natura sono queste realtà? Nella loro essenza sono belle, non c’è dubbio, ma la ragione desidera ancora sapere che cosa esse siano e perché esse fanno sì che l’anima che le possiede faccia innamorare le altre di sé. Che cos’è, dunque, che come una luce splende su tutte le virtù? Vogliamo, per ragionar per contrari, procedere per opposizioni e domandarci cos’è la bruttezza? Forse sarà utile per comprendere l’oggetto delle nostre ricerche sapere che cos’è la bruttezza e perché essa si manifesta. Sia dunque un’anima brutta, intemperante e ingiusta. Essa è piena di un gran numero di desideri e delle più profonde inquietudini, paurosa per vigliaccheria, invidiosa per grettezza. Quest’anima pensa bene, ma non pensa che a oggetti mortali e bassi: sempre tortuosa, incline ai piaceri impuri, vive la vita delle passioni del corpo e trova il suo piacere solo nella bruttezza. Non diremo allora che la sua bruttezza è sopravvenuta dall’esterno su quest’anima come una malattia che la offende, la rende impura e ne fa un impasto confuso di mali? Così la sua vita e le sue sensazioni hanno perduto la loro purezza: l’anima conduce una vita oscurata dall’impurità del male, una vita contaminata dai germi della morte. Essa non è più capace di vedere ciò che un’anima deve vedere: non le è più consentito di raccogliersi in se stessa perché essa è continuamente attirata nella regione dell’esteriorità, inferiore e carica di oscurità. Impura, travolta da ogni lato per l’attrazione delle cose sensibili, essa è mescolata con molti caratteri del corpo. Poiché essa ha accolto in sé la forma della materia, differente da lei, ne è rimasta contaminata, e la sua stessa natura è rimasta inquinata da ciò che è inferiore. È come se un tale immerso nel fango di un pantano non mostrasse più la sua bellezza, ma di lui si vedesse soltanto il fango di cui è coperto. La bruttezza è sopravvenuta su di lui per l’aggiunta di un elemento estraneo e sarà una bella impresa riacquistare la propria bellezza: dovrà pulirsi e lavarsi bene e solo così tornerà ad essere quel che egli era. Abbiamo dunque ragione di dire che la bruttezza dell’anima deriva da questo mescolarsi impuro con il corpo e dalle inclinazioni verso la materia. La bruttezza per l’anima è il non essere in sé pura, come per l’oro è di essere mescolato a terra: se si toglie questa terra, l’oro rimane ed è bello perché depurato dalle scorie di altre materie e puro in se stesso. Nello stesso modo, isolata dai desideri che provengono dal corpo, con cui essa aveva legami troppo stretti, liberata dalle altre passioni, purificata da tutte le scorie della materia, l’anima rimane pura in se stessa, tolte tutte le brutte impurità che le provenivano da una natura diversa dalla sua.

Amore e Psiche. Statua, marmo, IV sec. d.C., dalla Domus di Amore e Psiche (Ostia)

Amore e Psiche. Statua, marmo, IV sec. d.C., dalla Domus di Amore e Psiche (Ostia)

[6] È proprio come dice un vecchio detto: la temperanza, il coraggio, tutte le virtù e la prudenza stessa sono delle purificazioni. È per questo che gli iniziati ai Misteri dicono con parole velate che l’anima non purificata persino nell’Ade vivrà in un pantano, perché l’essere impuro ama il fango a causa dei suoi vizi, come i porci il cui corpo è impuro. In che consisterà dunque la vera temperanza se non nel non unirsi ai piaceri del corpo, ma a fuggirli come impuri? Essi non permettono all’anima di rimanere pura. Il coraggio consisterà nel non temere la morte. Ora la morte è la separazione dell’anima dal corpo. Non temerà questa separazione quell’anima che è vissuta isolata dal corpo. La grandezza d’animo nasce dal disprezzo delle cose che passano. La prudenza è il pensiero stesso che si allontana da tutto ciò che passa e conduce l’anima verso l’alto. L’anima, una volta purificata, diviene dunque una pura forma, pura razionalità. Essa diviene pura realtà intellettuale, liberata da ogni scoria di materia. Così appartiene interamente alla sfera di ciò che è divino, là dove è la sorgente della bellezza: da lì, infatti, proviene tutto ciò che è bello. Dunque, l’anima restituita alla pura intellegibilità torna ad essere bella. Ma l’intelligenza e ciò che ne deriva è per l’anima una bellezza propria e non le deriva dall’esterno, perché l’anima pura è adesso realmente se stessa. Per questo si dice –  con ragione – che il bene e la bellezza dell’anima consistono nel rendersi simile a Dio, perché da Dio deriva la bellezza e tutto ciò che costituisce l’essenza della vera realtà. Ma la bellezza è realtà autentica, la bruttezza è una natura differente da questa realtà. La bruttezza e il male, quanto alla loro origine, sono la stessa cosa, così come sono la stessa cosa il buono e il bello. Il bene e la bellezza si identificano. Bisogna dunque ricercare con mezzi analoghi il bello e il buono, il brutto e il cattivo. Bisogna anzitutto fissare il principio che la bellezza è il bene e da questo bene l’intelligenza deriva immediatamente la sua bellezza. E l’anima è bella per l’intelligenza: le altre bellezze, delle azioni e dei costumi, derivano dal fatto che l’anima imprime in esse la sua forma. L’anima poi produce tutto ciò che chiamiamo corpo, ed essendo un essere di natura divina – frammento della bellezza divina – essa rende belle tutte le cose con cui entra in contatto e che domina, almeno nei limiti in cui ad esse è consentito partecipare della bellezza.

[7] Bisogna dunque risalire verso il Bene, che è ciò a cui tende ogni anima. Chi l’ha visto, sa cosa voglio dire, e in che senso esso è bello. Come Bene, è desiderato e il desiderio tende verso di lui; ma lo si raggiunge solo risalendo verso la regione superiore, piegandosi verso di lui e spogliandosi dei vestiti indossati nella discesa. Nello stesso modo chi sale ai santuari dei templi deve purificarsi, deporre i suoi vecchi abiti e avanzare nudo; e, infine, abbandonato lungo questa salita tutto ciò che è estraneo a Dio, può guardare da solo a solo nel suo isolamento, nella sua semplicità e purezza, l’Essere da cui tutto dipende, verso cui tutto guarda, perché è l’essere, la vita e il pensiero; perché è causa della vita, dell’intelligenza e dell’essere. Se lo si vede, quest’Essere, quale amore e quale desiderio sentirà l’anima che vorrà unirsi a lui! E quale emozione accompagnerà questo piacere! Infatti, colui che non l’ha ancora visto, può tendere verso di lui come verso un bene: ma colui che l’ha visto, lo amerà per la sua bellezza, sarà colmo di commozione e di piacere, di gioioso stupore, di amore pieno e desiderio ardente. Dimenticherà gli altri amori e disprezzerà le pretese bellezze da cui prima era attratto. È questo che provano tutti coloro che hanno conosciuto le forme divine o demoniche e non ammettono ormai la bellezza degli altri corpi. Questo crediamo che essi provino, se hanno visto il bello in sé in tutta la sua purezza, non il bello che è appesantito dal corpo e dalla materia, ma quello che – puro – è al di sopra della terra e del cielo. Tutte le altre bellezze sono acquisite, non pure, ma frutto di un misto, non originarie: tutte vengono dal puro bello in sé. Se, dunque, si vede il bello in sé – che dona la bellezza ad ogni cosa pur restando puro in se stesso e senza ricevere nulla dall’esterno – non si resterà forse in questa contemplazione godendo in lui? Quale bellezza ci mancherà ancora? È questa, infatti, la vera e originaria bellezza che rende belli coloro che la amano e degni di essere a loro volta amati. È qui per l’anima la più grande e suprema battaglia, per la quale essa concentra tutti i suoi sforzi, per non restare senza la più alta delle visioni. Se l’anima raggiunge questa meta, allora è felice grazie a questa visione della bellezza; se non la raggiunge, è davvero infelice. Infatti, chi non sa godere della bellezza del colore e dei corpi belli non è più infelice di chi non ha potere, o di chi non ha fatto carriera, o non è un re. Infelice è colui che non incontra affatto la bellezza, e lui solo. Per incontrarla, bisogna lasciare là dove sono i regni e il potere dell’intera terra, del mare e del cielo, se grazie a questo abbandono ci si può volgere nella direzione che permette di vederla.

[8] Qual è, dunque, il modo per ottenere questa visione? Quale il mezzo? Come potremo contemplare questa bellezza immensa che resta in qualche modo protetta nell’interiorità del suo santuario e che non si mostra all’esterno, perché i profani possano vederla? Suvvia, chi può vada dunque e la segua fin nella sua intimità: abbandonata la visione sensibile, che è propria degli occhi, non dobbiamo rivolgerci più verso lo splendore dei corpi che pure prima ammiravamo tanto. Infatti, se pur osserviamo la bellezza dei corpi, non dobbiamo rivolgerle la nostra attenzione, ma sapere che essa è un’immagine, una traccia, un’ombra: dobbiamo, invece, rivolgerci verso quella bellezza di cui la bellezza dei corpi è immagine. Chi, infatti, si rivolge alla bellezza sensibile per conoscerla come se essa fosse in sé reale, sarà simile all’uomo che volle vedere la sua immagine bella riflessa sull’acqua (come la favola, credo, lascia ben intendere). E così cadde nell’acqua profonda, e sparì. Allo stesso modo capita a chi si lascia attrarre dalla bellezza dei corpi e non l’abbandona; non sarà però il suo corpo a cadere nelle profondità oscure e funeste per l’intelligenza, ma la sua anima: egli vivrà con le ombre, cieco abitante dell’Ade. Rifugiamoci, dunque, presso la nostra cara patria: ecco il vero consiglio che dobbiamo darci. Ma come potremo rifugiarci là? Per quale sentiero risalire alla nostra meta? Faremo come Ulisse, che fuggì – dicono – dalla maga Circe e da Calipso: egli non volle rimanere presso di loro, malgrado il piacere degli occhi e tutte le bellezze sensibili di cui poteva godere presso di loro. La nostra patria è il luogo da cui siamo venuti, e nostro padre è là. Cosa sono, dunque, questo viaggio e questa fuga? Non lo compiremo con i nostri piedi, perché non si tratta di passare da una terra a un’altra. Non si tratta di preparare dei cavalli o una nave, ma di distogliere lo sguardo dalle realtà sensibili e, chiusi gli occhi dinnanzi ad esse, cambiare questa maniera di guardare con un’altra. Si tratta, quindi, di risvegliare in noi un’altra facoltà, che tutti possediamo, ma ben pochi usano.

Venere. Testa, marmo, II sec. d.C. Boston, Museum of Fine Arts.

Venere. Testa, marmo, II sec. d.C. Boston, Museum of Fine Arts.

[9] Che cosa vedono, dunque, questi occhi interiori? Appena risvegliati, certo non possono sostenere la vista delle realtà luminose. Bisogna abituare l’anima pian piano a osservare dapprima le belle abitudini di vita, poi le opere – e non intendo gli oggetti materiali prodotti dal lavoro dell’artigiano, ma le azioni degli uomini buoni. Subito dopo, bisogna che ci educhiamo a osservare l’anima di coloro che compiono azioni belle. Come si fa a scrutare dentro l’anima di un uomo buono per scoprire la sua bellezza? Coraggio, ritorna in te stesso e osservati: se non vedi ancora la bellezza nella tua interiorità, fa come lo scultore di una statua che deve diventare bella. Egli scalpella il blocco di marmo, togliendone delle parti, leviga, affina il marmo finché non avrà ottenuto una statua dalle belle linee. Anche tu, allora, togli il superfluo, raddrizza ciò che è storto, lucida ciò che è opaco perché sia brillante, e non cessare mai di scolpire la tua statua, finché in essa non splenda il divino splendore della virtù e alla tua vista interiore appaia la temperanza assisa sul suo sacro trono. La tua anima si è così trasformata? Ti vedi in questo modo? Hai tu con te stesso un rapporto puro, senza che alcun ostacolo si frapponga fra te e te, senza che nulla di estraneo abbia inquinato la tua purezza interiore? Sei tu, interamente, divenuto splendente di pura luce? Non una luce – dico – che si può misurare per forma o dimensione, che può diminuire o aumentare indefinitamente per grandezza, ma una luce assolutamente al di là di ogni misura, perché essa è superiore a ogni grandezza e a ogni quantità? Riesci adesso a vederti così? Tu stesso allora sei divenuto pura visione, vivi presso te stesso e, pur restando nel mondo di quaggiù, ti sei innalzato interiormente. Allora, senza più bisogno di guida, fissa il tuo sguardo e osserva. Il tuo occhio interiore ha dinnanzi a sé una grande bellezza. Ma se cerchi di contemplarla con occhio ammalato, o non pulito, o debole, avrai troppo poca energia per vedere gli oggetti più brillanti e non vedrai nulla, anche se sei dinnanzi a un oggetto che può essere visto. Bisogna che i tuoi occhi si rendano simili all’oggetto da vedere, e gli siano pari, perché solo così potranno fermarsi a contemplarlo. Mai un occhio vedrà il Sole senza essere divenuto simile al Sole, né un’anima contemplerà la bellezza senza essere divenuta bella. Che ciascun essere divenga simile a Dio e bello, se vuol contemplare Dio e la bellezza. Innalzandosi verso la luce, giungerà dapprima presso l’intelligenza, e qui potrà osservare che tutte le idee sono belle e si accorgerà che è lì la bellezza, proprio nelle idee. Per esse, infatti, che sono i prodotti e l’essenza stessa dell’intelligenza, esiste ogni realtà bella. Ciò che è al di là della bellezza, noi lo identifichiamo come la natura del bene, e il bello le è dinnanzi. Anzi, per usare una formula d’insieme, si dirà che il primo principio è il bello, ma – per fare una distinzione tra ciò che è intellegibile – bisognerà distinguere il bello, che è il luogo delle idee, dal Bene che è al di là del bello e che ne è la sorgente e il principio. Ovvero si comincerà col fare del bello e del bene un solo e identico principio. Ma, in ogni caso, il bello è nel regno delle cose che possono essere colte con la mente.

Properzio e l’amore per Cinzia

di E. Paratore, La letteratura latina dell’età repubblicana e augustea, BUR, Milano 1993; passim pgg. 471-482.

[Properzio] ci ha tramandato quattro libri di elegie, numero corrispondente a quello dei libri di Cornelio Gallo per Licoride; poiché il libro II è inusitatamente lungo (34 elegie, quasi tutte di rispettabile estensione), il Lachmann credette di potervi ravvisare la fusione di due libri e perciò lo spezzò in due, inaugurando la divisione in cinque libri dell’opera properziana. Ma alla fine del secolo scorso si è tornati alla divisione tradizionale, cui non c’è alcuna valida ragione di non avere fede.
Anche sulla famiglia di Properzio si abbatté la iattura della spartizione di terre ai veterani della battaglia di Filippi. Ma a questa per lui se ne aggiunse un’altra, introducendo nell’animo del ragazzo sensibile una nota di profonda amarezza, la quale durò quanto la sua vita: la guerra di Perugia, che devastò la sua terra, stroncò la vitalità della civiltà etrusca (della quale sembra che il poeta abbia un alto concetto, orgogliosamente campanilistico) e seminò il lutto anche nella sua famiglia. Di questo particolare una misteriosa traccia è rimasta nelle due ultime elegie del libro I, ove Properzio ha voluto porre, alla maniera degli Alessandrini, il suo sigillo, la sua σφραγίς al libro ed ha alluso, con alessandrina reticenza e oscurità, alla sua patria, alla sua famiglia e alle sue vicende; un suo parente, Gallo, fu ucciso durante la fuga da Perugia e la sua ombra dà notizie di sé a un soldato fuggiasco anche lui, che sembra essere il marito di sua sorella o il fratello di sua moglie (la madre di Properzio?). La seconda parte della prima elegia del libro IV (che alcuni vogliono considerare un componimento distinto dalla prima parte) fornisce quasi tutte le altre scarse notizie che possediamo sulla vita di Properzio: in essa il poeta immagina che Apollo si rivolga a lui, come già aveva fatto nell’elegia III,3 e come aveva fatto con Virgilio nell’egloga VI, per esortarlo a essere felice ai suoi usi abituali e a lui più adatti, ma ricordi anche le vicende della sua giovinezza. Il padre gli era morto in età in cui di solito i figli «non devono raccogliere le ossa del padre», e la madre lo aveva condotto a Roma dove, assunta la toga virile, egli si dedicò alla poesia, perché Apollo gli vietò «di far rimbombare parole nel tumultuoso Foro»; forse, oltre alle irresistibili inclinazioni del giovane, influì sulla sua scelta la povertà cui la famiglia era ridotta, e quindi all’impossibilità che il giovane riuscisse a pagarsi un buon maestro di retorica. L’ombra delle sciagure patrie e familiari gravava sull’animo suo: ancora al tempo della sua maturità, componendo la decima elegia del libro IV sulle origini del culto di Giove Feretrio, egli alluse alla caduta di Veio, creando, fra i tanti motivi originali della sua arte, la poesia delle rovine […], ma fece chiaramente trasparire […] la sua amarezza per la devastazione di Perugia e della sua terra […].
Su questa sensibilità amareggiata e raffinata, desta a ogni stimolo che la ferisse, piombò la folgore dell’amore per Cinzia, donna più anziana di lui, che Apuleio ci dice si chiamasse Hostia, matrona dissoluta, ma distinta, intenditrice di poesia, esperta nella musica e nella danza. Si ripeteva la tormentosa avventura di Catullo con Lesbia, anche se la donna amata da Properzio, la quale sembra abitasse nella Suburra, aveva più palese comportamento e metodo da cortigiana. Il poeta forse aveva già conosciuto l’amore con la schiava Licinna, che lo aveva amato con sincerità, come egli racconta nell’elegia III,15 (mentre nell’elegia I,1 aveva affermato di non aver conosciuto altro amore), tanto che poi la biografia del Volscus ha fantasticato di suoi precedenti carmi per la giovane schiava. Ma Cinzia fu poi tutta la sua vita: com’era avvenuto anche in Catullo, l’amore, riconciliandolo con la vita, gli aveva infuso anche fiducia di sé, gusto per la vita mondana ed elegante, simpatia per la poesia ellenistica e neoterica sussurranti erotiche seduzioni, ed anche un pizzico di raffinato cerebralismo, che si alterna nella sua poesia con i tratti di più appassionata spontaneità e ne costituisce il polo negativo. Nella prima elegia del libro II egli afferma che la sua poesia non gli è ispirata dalle Muse o da Apollo, ma dal suo amore: «la mia donna crea il mio ingegno». Questo verso potrebbe servire da epigrafe al libro I, il celebre Monobiblos, pubblicato forse intorno al 28 a.C., che lo consacrò alla fama e attirò su di lui l’attenzione di Mecenate. L’amore per Cinzia riempie veramente tutto il libro, salvo le due elegie finali in cui canta liberamente l’altro sentimento che domina il suo spirito, il dolore per la patria e la famiglia distrutte. Anche quando rimprovera all’amico Pontico di scrivere carmi epici, anche quando rifiuta l’invito dell’amico Tullo di partecipare alla spedizione contro i Parti, anche quando s’intrattiene con l’amico Gallo, che è scettico in amore, il pensiero dominante è quello di Cinzia: esso costituisce il metro per ogni altro giudizio; «plus in amore valet Mimnermi versus Homero», dice egli a Pontico, e a Tullo dichiara, con una strana intrusione anche della tristezza per la sua adolescenza infelice: «Lascia che io, cui la Fortuna decretò di rimanere sempre prostrato, dedichi l’anima mia alla più assoluta dappocaggine. Molti si sono consumati spontaneamente in un costante amore; fra questi la terra ricopra anche me; io non sono nato alla gloria, non sono nato alle armi; i fati vogliono che io mi assoggetti a questa milizia ». È il medesimo concetto che abbiamo visto in Tibullo; ma qui esso è reso con un tono più scontroso e amaro; vi si sente un’anima più complessa e vigorosa. Le favole mitologiche d’amore, che in copia gli forniva la diletta poesia ellenistica, entrano a fiotti nei suoi carmi, ma non come bagaglio inerte; esse servono a lievitargli la fantasia, accesa dalla passione amorosa, gli fanno vivere la sua avventura nella luce esaltante delle avventure di dèi ed eroi. Come gli ambiziosi, gli uomini d’arme traggono stimolo dalle leggende eroiche e s’inorgogliscono quando le loro imprese possono evocare il ricordo di quelle, così il poeta nutre il suo singolare orgoglio nel constatare che egli ama come hanno amato gli dèi e gli eroi del mito: questo diviene perciò la misura del suo sentire, il respiro stesso della sua poesia. Parimenti anche i motivi topici sono rivissuti con tanta foga, che non riusciamo a distinguere se si tratti di finzioni letterarie o di avventure realmente vissute. Avviene il contrario di quello che avviene con Tibullo: lì la consueta freddezza del sentimento amoroso nella maggioranza dei casi trova conferma nei motivi topici, qui il fuoco di passione che riscalda i versi riesce a rendere nuovi i motivi topici, innalzandoli al grado di personali esperienze. Così avviene per i viaggi marittimi di Cinzia, così per i suoi viaggi in fredde terre lontane, a proposito dei quali ritorna la preoccupazione espressa da Cornelio Gallo per il gelo che potrebbe offendere i piedini della donna amata.
Ovidio chiamerà «ignes» i versi di Properzio, alludendo alla veemenza di passione in essa contenuta (e il termine del resto appare già tipico del gergo della poesia erotica): già nel Monobiblos questo carattere esplode in tutta la sua potenza. Già comincia a manifestarsi quella caratteristica tutta properziana di iniziare un carme ex abrupto, con una movenza piena di uno slancio quasi cupo per la sua intensità, spesso con una di quelle subitanee interrogazioni che sembrano partire dal profondo […]. A questo intimo fuoco divoratore si adegua la temperie espressiva, robusta fino all’oscurità, densa fino al preziosismo, ma pur improntata a una sua particolare, severa eleganza. Properzio non è trasparente come Tibullo; la sua fantasia non ama snodarsi in torpide volute ricorrenti, ma anzi si concentra con forza sopra un argomento, e lo sviscera e lo matura con una fiamma sottile che sembra incendiare le immagini. Di qui quel corposo che hanno in lui i vocaboli, i costrutti, i nessi ordinatori dell’insieme, quell’organizzarsi dei particolari in blocchi contrapposti, cui si adegua il ritmo rigidamente pendolare del distico: sicché tutto quell’aggrumarsi di particolari risentiti trova la sua disciplina in un procedere insistente e serrato, che ha la sua aspra, singolare eleganza, un che di frizzante e di acre che solletica la fantasia del lettore senza cessar di cullarla in un ritmo fortemente scandito. Ciò comporta una sintassi scabra, in cui i nessi si tendono sin quasi a spezzarsi e l’espressione si torce e si ripiega su se stessa in scorci audaci. Anche i vocaboli spesso assumono un significato diverso da quello abituale, e l’espressione ne risulta ancor più enigmatica e ricca di pregnanza. Queste caratteristiche dello stile properziano si sono volute ricondurre in blocco alla sua velleità d’essere il Romanus Callimachus, come malintesa programmatica tendenza a riprodurre il carattere secco, puntuale e laboriosamente allusivo ed erudito dell’espressione del poeta di Cirene. La tradizione manoscritta di Properzio, i cui principali rappresentanti sono il […] Codex Neapolitanus del sec. XII e il Laurentianus del sec. XIV, è fra le più difficili e controverse della latinità; esso è un tempo causa ed effetto della difficoltà del testo […].

Auguste J. B. Vinchon, Properce et Cynthia à Tibur, 1815.

Auguste J. B. Vinchon, Properce et Cynthia à Tibur, 1815.

Sembra strano che Mecenate abbia voluto presso di sé il giovane poeta che recava l’eredità di un gusto e di una sensibilità politica così distanti, l’uno e l’altra, da quel che egli si prefiggeva: forse la sua simpatia fu stimolata dai vincoli sentimentali che legavano Properzio all’Etruria, da cui anch’egli proveniva. […] Ma nel libro II, che fu poi pubblicato nel 25 a.C. e fu dedicato a Mecenate come il libro III, l’intenzione di trattare altri argomenti è solo accennata come una possibilità che il poeta giudica conveniente, ma inadatta alle sue capacità. Il lunghissimo libro è ancora pieno di Cinzia: quella che nel Monobiblos era stata la prima gioiosa esplosione, ora si arricchisce di più complesse esperienze, si articola in una storia d’amore, i cui palpiti, i cui affanni determinano nel cuore del poeta quella profondità di umana consapevolezza che lo rende conscio di tutti i misteri della vita. Al pensiero che la sua donna possa meditare di nuovo un viaggio trasmarino, egli propone: «Molto giova in amore la fedeltà, molto la costanza: chi può dar molto, può amare molto». Siamo già vicini al precetto evangelico che a chi molto avrà amato, molto sarà perdonato; c’è già sicuramente l’esaltazione dell’amore come capacità di dar tutto all’essere amato, come virtù di sacrificio. E il poeta soggiunge: «Se la mia donna medita di andare per lo sconfinato mare, la seguirò, e lo stesso lido sarà il giaciglio dei nostri sonni, lo stesso albero ci coprirà e spesso ci disseteremo alla stessa acqua» […]. Che anche Cinzia sia dedita ai misteri di Iside, che anche lei giochi con il poeta il classico gioco delle finzioni non stupisce […], non ci fa sentire il chiuso dell’artificio letterario: Properzio l’ha vigorosamente designata come una scaltrita mondana, la terribile romana che esige, nella sua serena impudicizia, il sacrificio dei cuori innamorati. Ma se essa recita col poeta la commedia delle lagrime, ecco uscire dal suo cuore un grido fra i più disperati e patetici che l’amore abbia dettato a un poeta: «Qualunque diceria mi sia riferita sul tuo conto troverà sordi i miei orecchi: basti che tu non dubiti della mia serietà. Te lo giuro per le ossa di mia madre, per le ossa di mio padre (e se mento, le ceneri di entrambi mi pesino sul cuore!), che io ti rimarrò fedele, o mia vita, sino alle tenebre della morte: lo stesso giorno ci porterà via stretti nello stesso vincolo». Se Cinzia si ammala, egli rivolge a Giove questa desolata preghiera: «O Giove, abbi finalmente pietà della mia fanciulla ammalata: che una donna così bella venisse a morire, sarebbe un delitto da parte tua» […]. Altrove effonde il suo animo in questa nota di così viva universalità: «Solo chi ama sa quando dovrà morire e di quale morte, e non teme né il soffio di Borea né le armi. Anche se fosse davanti a lui il rematore seduto sotto i giunchi dello Stige ed egli scorgesse la lunga vela della barca infernale, se solo l’aria gli recasse l’eco della sua donna che lo richiamasse indietro, saprebbe ripercorrere la strada che a nessuno dei mortali è lecito ripetere». Anche se la sua fantasia indulge alla visione ellenistica degli amorini che di notte lo sorprendono per via e lo vogliono impiccare per punirlo per non essere presso la sua bella ed egli sul far del giorno si reca da Cinzia e la trova sola ad aspettare, c’è tale fuoco di passione sotto la delicata fantasia, che essa si colloca agevolmente nel tono dell’insieme, appassionato e quasi cupo per troppo ardore. […]
Con Orazio ci fu […] sorda ostilità, trapelata in varie punzecchiature reciproche: nell’epistola seconda del libro II il Venosino, che si gloriava di essere il nuovo Archiloco e il nuovo Alceo, cioè di aver assuefatto la poesia latina ai metri e allo spirito dei grandi poeti greci dell’età classica, canzona apertamente Properzio, che nelle elegie prima e terza del libro III aveva proclamato di voler essere il Callimaco e il Filita di Roma […], cioè aveva tentato di perpetuare il culto di quei poeti ellenistici da cui ci si voleva staccare […].
Nel libro III, pubblicato intorno al 22, Properzio, dopo altre riluttanze, fa le viste di avvicinarsi ai temi che Mecenate si attendeva di vedere svolti da lui: ma tratta soprattutto quelli più consoni all’intonazione elegiaca, come l’epicedio del giovane Marcello, il nipote di Augusto, la cui morte immatura Virgilio compiangeva nel frattempo in un episodio aggiunto a Eneide IV; e per il resto dedica qualche nota svagata e svogliata alla celebrazione delle gesta di Augusto, come quando la nuova spedizione contro i Parti suscita in lui solo immagini di mondano godimento, per esempio quella del trionfo che egli contemplerà, «appoggiato al fianco della diletta fanciulla», o reazioni di pacifismo a sfondo epicureo […].
Ma anche quel poco che egli concede alla poesia officiosa è dovuto al progressivo raffreddamento della sua vena di poeta erotico, sotto il colpo delle delusioni inflittegli da Cinzia: è sintomatico che ora egli confessi alla sua donna di aver avuto un altro amore prima del suo, quello di Licinna. Nell’amarezza del distacco, con cui il libro si chiude, Properzio ritrova una nota di universale risonanza, scopre che nell’amore noi ci figuriamo la donna amata come la desideriamo, la arricchiamo dei pregi che solo la nostra fantasia le conferisce […]
Nacque perciò, con lenta gestazione, il libro IV. Qui finalmente Properzio appaga la lunga attesa di Mecenate; e nella prima elegia rievoca i tempi leggendari di Evandro, per porne a confronto la frugalità con gli splendori della Roma contemporanea; e nella seconda introduce a parlare il dio Vertumno, il dio capriccioso e birichino dei perpetui mutamenti; e nella quarta rievoca la leggenda di Tarpea, nella sesta torna a celebrare la vittoria di Azio, prendendo le mosse dalla consacrazione del tempio di Apollo sul Palatino, nella nona la leggenda di Ercole e Caco; nella decima canta le origini del culto di Giove Feretrio. La grande ombra di Virgilio è presente in molte di queste sue divagazioni patriottico-erudite; ma il suo intento precipuo e confessato è di imitare Callimaco anche come cultore di poesia eziologica, di essere il Callimaco romano sotto tutti gli aspetti. Così era aperta la via ai Fasti ovidiani e nello stesso tempo, pur con i modi di una tradizione non classica ma ellenistica, si veniva incontro formalmente al programma religioso di Augusto. Era un’arte precisa, accurata, spesso acuta nel cogliere i profondi motivi di un fatto politico o culturale, come per esempio l’elemento apollineo della religiosità augustea, che nessun altro poeta ha saputo così chiaramente additare come Properzio; ma era un’arte fredda, compassata, talvolta persino stucchevole […]. Ma la spinta precipua a questa nuova mirabile fioritura di poesia amorosa è offerta nel cuore del poeta da un evento luttuoso: la morte di Cinzia. La bella donna infedele, ora che è morta, non suscita più rancori, ma riaccende nello spirito generoso e sensibile del poeta l’ardore di un tempo, trasfigurato dal cordoglio […]. Il libro fu pubblicato intorno al 14 a.C., e forse nel medesimo anno Properzio morì. […] La sua morte sembra chiudere la breve, ardente estate della lirica romana; e con lui si spegne una delle personalità più complesse e più alte della poesia latina. Ovidio ne intese e ne esaltò il valore, traendo spunti da lui più che da qualsiasi altro poeta latino, Virgilio compreso […].

Epodo di Colonia

di R. Rossi, La sorella di Neobule, in grecoantico.it

Il frammento elegiaco di Archiloco proposto […] (elegia “di Telefo”, P. Oxy. LXIX 4708) non è che l’ultimo in ordine di tempo fra i ritrovamenti papiracei significativi del grande poeta di Paro. Ma una sensazione ancora maggiore aveva suscitato, più di 35 anni fa – nell’ormai lontano 1974 – la pubblicazione dell’Epodo di Colonia (fr. 196a W2).
Restituito dal cartonnage di una mummia egizia risalente al I-II secolo d.C., il componimento, divenuto ben presto un autentico must, propone un disinibito quanto “imbarazzante” dialogo fra l’io narrante (che probabilmente coincide con il poeta) e una ragazzina (al v. 42 è definita παρθένος) che dal contesto sembrerebbe essere la sorella minore di Neobule.
L’imbarazzo, in realtà, è da addebitare più che altro ai primi editori del frammento, in particolare al Merkelbach, che accusò addirittura Archiloco di essere «ein schwer Psychopath» («uno psicopatico grave»): avrebbe infatti abusato sessualmente di una minorenne, come sadica vendetta contro la più anziana sorella (la pur volubile Neobule, con cui il poeta aveva in sospeso una disattesa promessa di matrimonio).
E c’è pure l’aggravante di aver consumato lo stupro in luogo consacrato (probabilmente il τέμενος, «il recinto sacro», del tempio della dea Era). Se poi aggiungiamo che la ragazzina doveva essere pure votata alla verginità, ce ne sarebbe abbastanza per l’impeachement e un’immediata (e giustificata) condanna all’esilio, per il poeta afflitto da turbe sessuali del genere…
In realtà, come è stato autorevolmente dimostrato, il testo dell’epodo non giustifica tali sospetti di pedofilia nei confronti di Archiloco (anche perché l’età sponsale era nella Grecia arcaica molto più bassa degli standard cui siamo abituati: chiedere per conferma a Esiodo, Erga 698).
Per non parlare – come segnala lo specialista di Archiloco F. Bossi – «dell’eventualità che sia tutta un’invenzione archilochea, forse per gettare discredito sul clan rivale».
In sostanza: un caso che si smonta da solo, se sgombriamo il campo da equivoci e preconcetti. Per chi vuole approfondire, è illuminante il saggio di Anika Nicolosi, cui rinvio per una puntuale disamina dei numerosi problemi che questo testo tuttora propone.

p-koln-7511-archiloco-epodo-di-colonia-fr-196a-17-west2

P. Köln 7511. Archiloco, Epodo di Colonia – fr. 196A, 17 West2.

Ed ecco il frammento, nella traduzione di F. Sisti:

πάμπαν ἀποσχόμενος·
‹›ἶσον δὲ τολ̣μ̣[
εἰ̣ δ’ ὦν ἐπείγεαι καί σε θυμὸς ἰθύει,
ἔστιν ἐν ἡμετέρου
‹›ἣ νῦν μέγ’ ἱμείρε̣[ι
καλὴ τέρεινα παρθένος· δοκέω δέ μι[ν
εἶδος ἄμωμον ἔχειν·
‹›τὴν δὴ σὺ πένθ̣[
τοσαῦτ’ ἐφώνει· τὴν δ’ ἐγὼ ἀνταμει[βόμην·
Ἀμφιμεδοῦς θύγατερ
‹›ἐσθλῆς τε καὶ [περίφρονος
γυναικός, ἣν̣ νῦν γῆ κατ’ εὐρώεσσ’ ἔ[χει,
τ]έρψιές εἰσι θεῆς
‹›πολλαὶ νέοισιν ἀνδ[ράσιν
π̣αρὲξ τὸ θεῖον χρῆμα· τῶν τ̣ι̣ς ἀρκέσε[ι.
τ]αῦτα δ’ ἐπ’ ἡσυχίης
‹›εὖτ’ ἂν μελανθη[
ἐ]γώ τε καὶ σὺ σὺν θεῶι βουλεύσομεν̣·
π]είσομαι ὥς με κέλεαι·
‹›πολλόν μ’ ε[
θρ]ιγκοῦ δ’ ἔνερθε καὶ πυλέων ὑποφ̣[
μ]ή τι μέγαιρε, φίλη·
‹›σχήσω γὰρ ἐς π̣ο̣η[φόρους
κ]ή̣πους. τὸ δὴ νῦν γνῶθι· Νεοβού̣λη[
ἄ]λλος ἀνὴρ ἐχέτω·
‹›αἰαῖ πέπειρα δ .[
ἄν]θος δ’ ἀπερρύηκε παρθενήιον
κ]α̣ὶ χάρις ἣ πρὶν ἐπῆν·
‹›κόρον γὰρ οὐκ̣[
..]ης δὲ μέτρ’ ἔφηνε μαινόλ̣ι̣σ̣ γ̣υνή·
ἐς] κόρακας ἄπεχε·
‹›μὴ τοῦτ’ ἐ̣φ̣ο̣ῖ̣τ̣’ α̣ν̣[
ὅ]π̣ως ἐγὼ γυναῖκα τ[ο]ι̣αύτην ἔχων
γεί]τοσι χάρμ’ ἔσομαι·
‹›πολλὸν σὲ βούλο̣[μαι πάρος·
σὺ] μ̣ὲν γὰρ οὔτ’ ἄπιστος οὔτε διπλ̣ό̣η,
ἡ δ]ὲ̣ μάλ’ ὀξυτέρη,
‹›πολλοὺς δὲ ποιεῖτα[ι
δέ]δ̣οιχ’ ὅπως μὴ τυφλὰ κἀλιτήμερα
σπ]ο̣υδῆι ἐπειγόμενος
‹›τὼς ὥσπερ ἡ κ[ύων τέκω.”
τος]αῦτ’ ἐφώνεον· παρθένον δ’ ἐν ἄνθε[σιν
τηλ]εθάεσσι λαβὼν
‹›ἔκλινα, μαλθακῆι δ̣[έ μιν
χλαί]νηι καλύψας, αὐχέν’ ἀγκάληις ἔχω[ν,
δεί]μ̣ατι π..[.].μ̣έ̣ν̣ην
‹›τὼς ὥστε νέβρ̣[
μαζ]ῶν τε χ̣ερσὶν ἠπίως ἐφηψάμη̣ν
ἧιπε]ρ̣ ἔφην̣ε νέον
‹›ἥβης ἐπήλυ̣σις χρόα̣·
ἅπαν τ]ε̣ σῶμ̣α καλὸν ἀμφαφώμενος
λευκ]ὸν ἀφῆκα μένος
‹›ξανθῆς ἐπιψαύ[ων τριχός.

«…
astenendoti del tutto; ma ugualmente sopportare…
Se poi hai fretta, e il desiderio ti urge,
c’è qui da noi quella fanciulla, che desidera molto sposarsi:
è bella e tenera: senza biasimo
— credo — è la sua bellezza: falla tua sposa».

Così diceva. E a lei io rispondevo:
«Figlia di Anfimedò, della donna nobile
e saggia, che ora la putrida terra trattiene,
son molte le gioie della dea per gli uomini giovani,
oltre la cosa divina: una sarà sufficiente.

Questo con calma, quando s’anneri la notte,
tu ed io, con l’aiuto del dio, decideremo.
Farò come tu desideri: molto…

Ma di sotto il fregio e le porte allontanati:
non rifiutarti , cara. Mi dirigerò verso i giardini
erbosi. Ma questo ora sappi: Neobule
la sposi un altro uomo. Ahimè, è sfatta, ha il doppio dei tuoi anni;
svanito è il fiore verginale,
e il fascino che un tempo aveva. Sazietà non conosce,
ma della giovinezza mostrò i confini, la folle donna:
mandala in malora! Ché non m’accada,
sposando una tale donna,
di divenir la burla dei vicini: te, io desidero molto sposare.

Né infida né doppia tu sei:
lei è più scaltra e trama più inganni.
Spinto dalla fretta, temo
di fare figli ciechi e prematuri, come la cagna famosa».

Queste parole dicevo e, presa la fanciulla,
tra fiori rigogliosi la facevo adagiare; con un morbido
mantello la ricoprivo, ponendo un braccio sotto il collo
a lei, pavida come una cerbiatta che ormai desiste dalla fuga.

Con le mani le toccai dolcemente il seno,
e dove mostrava la tenera pelle, incanto di giovinezza.
Palpando tutto il bel corpo,
emisi la bianca forza, mentre sfioravo la peluria bionda