Alcune testimonianze di Cicerone sulla congiura di Catilina

di L. Storoni Mazzolani (a cura di), Sallustio, La congiura di Catilina, testo latino a fronte, Milano 2013, pp. 56-59.

 

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato; dettaglio. Affresco, 1882-88. Roma, P.zzo Madama.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato; dettaglio. Affresco, 1882-88. Roma, P.zzo Madama.

 

Sulla congiura di Catilina hanno scritto molti storici ma tutti posteriori. Dei testimoni, nessuno certamente fu più informato e più interessato di Cicerone, che era console nel 63 a.C., l’anno della congiura, e pronunciò le celebri quattro orazioni dette le Catilinarie. Ci è parso utile citare altri passi nei quali l’oratore parlò del famoso rivoluzionario: la prima orazione citata, Pro Murena, fu pronunciata nella seconda metà di novembre del 63, cioè quindici giorni dopo le Catilinarie. In quel momento, Catilina aveva lasciato Roma e si trovava con l’esercito a Fiesole. Cicerone lo ricorda candidato al consolato:

 

[49] Catilinam interea alacrem atque laetum, stipatum choro iuventutis, vallatum indicibus atque sicariis, inflatum cum spe militum […], circumfluentem colonorum Arretinorum et Faesulanorum exercitu […]. voltus erat ipsius plenus furoris, oculi sceleris, sermo adrogantiae, sic ut ei iam exploratus et domi conditus consulatus videretur. [50][…] habuisse in contione domestica dicebatur, cum miserorum fidelem defensorem negasset inveniri posse nisi eum qui ipse miser esset; integrorum et fortunatorum promissis saucios et miseros credere non oportere […].

Catilina, tutto vibrante, lieto, circondato da una schiera di giovani, protetto da informatori e da sicarii, esaltato dalla speranza che poneva nei militari… attorniato da una legione di coloni di Arezzo e di Fiesole… il volto acceso, gli occhi da criminale, le parole arroganti, pareva avesse già in pugno il consolato, anzi, che se lo fosse chiuso in casa… dicono che in una riunione in casa sua abbia dichiarato che nessuno poteva farsi campione dei poveri se non era povero anche lui: gli sventurati, i miserabili, diceva, non dovevano fidarsi delle promesse di chi era ricco e protetto dalla sorte…

 

[78] non usque eo L. Catilina rem publicam despexit atque contempsit ut ea copia quam secum eduxit se hanc civitatem oppressurum arbitraretur. Latius patet illius sceleris contagio quam quisquam putat, ad pluris pertinet. intus, intus, inquam, est equus Troianus; a quo numquam me consule dormientes opprimemini. [79] quaeris a me ecquid ego Catilinam metuam. nihil, et curavi ne quis metueret, sed copias illius quas hic video dico esse metuendas; nec tam timendus est nunc exercitus L. Catilinae quam isti qui illum exercitum deseruisse dicuntur. non enim deseruerunt sed ab illo in speculis atque insidiis relicti in capite atque in cervicibus nostris restiterunt.

L. Catilina non disprezza la Repubblica al punto da illudersi di poterla dominare con le forze che ha portato fuori della città con sé; ma l’infezione del suo reo disegno si è estesa più che chiunque possa pensare, ha contagiato molti. Il cavallo di Troia è qui, in città; ma non vi coglierà di sorpresa nel sonno fino a che il console sarò io. Mi chiedete se ho paura di Catilina? Affatto! Anzi, ho fatto sì che non ne abbia paura nessuno; però, lo affermo, c’è da aver paura dei seguaci che ha qui; non è tanto l’esercito di Catilina che è da temere, quanto quelli che ha lasciati qui, dei quali si dice che hanno disertato l’esercito. Non è vero! Non hanno disertato affatto! È lui che li ha lasciati qui a vigilare, a spiare, a tendere insidie; sono rimasti per attentare alle nostre vite.

 

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Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore scomparso, eletto console nel 65 a.C., fu destituito perché accusato di brogli elettorali; pendeva su di lui un’altra denuncia, di complicità nella Congiura di Catilina. L’orazione in sua difesa fu pronunciata da Cicerone nel 62 a.C., pochi mesi dopo la morte del rivoluzionario. Cicerone lo scagiona dall’accusa («di lui non ebbi mai alcun indizio, né lettere, né sospetti») e descrive la riunione in casa di Marco Leca, precisando che avvenne il 6 novembre, alla vigilia della seduta nella quale egli, pronunciando la I Catilinaria, smascherò Catilina e lo costrinse ad allontanarsi. Sallustio invece pone quella riunione ai primi di ottobre. La descrizione di Catilina giovane  ha forse ispirato quella di Sallustio.

 

[52] quae nox [ad M. Laecam] omnium temporum coniurationis acerrima fuit atque acerbissima. tum Catilinae dies exeundi, tum ceteris manendi condicio, tum discriptio totam per urbem caedis atque incendiorum constituta est; tum tuus pater, Corneli, id quod tandem aliquando confitetur, illam sibi officiosam provinciam depoposcit ut […] me […] trucidaret.

La notte in cui avvenne la riunione in casa di M. Leca fu la più tremenda di tutte le fasi della congiura: quella notte fu fissata la data della partenza di Catilina, affidati i compiti a chi restava, fu divisa la città in sezioni in vista dei massacri e degli incendi; fu quella notte che tuo padre, Cornelio – un giorno dovrà pure confessarlo! – sollecitò per sé l’incarico meritorio di uccidermi […].

 

[70] omnibus in rebus, iudices, quae graviores maioresque sunt, quid quisque voluerit, cogitarit, admiserit, non ex crimine, sed ex moribus eius qui arguitur est ponderandum. neque enim potest quisquam nostrum subito fingi neque cuiusquam repente vita mutari aut natura converti […] Catilina contra rem publicam coniuravit. cuius aures umquam haec respuerunt? conatum esse audacter hominem a pueritia non solum intemperantia et scelere sed etiam consuetudine et studio in omni flagitio, stupro, caede versatum?

In tutte le cose più gravi, di maggior rilievo, o giudici, non si deve basarsi sul delitto ma sui precedenti di colui che è imputato. Poiché nessuno di noi può farsi una personalità di punto in bianco, né mutare all’improvviso da quel che era, o cambiare la propria natura… che Catilina abbia attentato alla sicurezza della Repubblica, chi mai non ha creduto capace d’un piano così criminoso un uomo che sin dall’adolescenza s’era abbandonato non solo all’intemperanza e al delitto, ma anzi s’era abituato a compiere violenze, stupri, assassini e di questi si compiaceva?

 

[76] […] penitus introspicite Catilinae, Autroni, Cethegi, Lentuli ceterorumque mentis; quas vos in his libidines, quae flagitia, quas turpitudines, quantas audacias, quam incredibilis furores, quas notas facinorum, quae indicia parricidiorum, quantos acervos scelerum reperietis! ex magnis et diuturnis et iam desperatis rei publicae morbis ista repente vis erupit, ut ea confecta et eiecta convalescere aliquando et sanari civitas posset […].

Considerate a fondo, giudici, l’animo di Catilina, di Autronio, di Cetego, di Lentulo e degli altri complici; quali libidini vi troverete, quali degenerazioni, quali turpitudini, quali gesti avventati e violenze incredibili, quali sintomi di criminalità, e indizi di odio contro i parenti, quali cumuli di malefatte! Dalle grandi, e ormai annose e irrimediabili sciagure della Repubblica scaturì improvvisamente tale malvagità, sì che, una volta che la si fosse sconfitta ed espulsa, la Repubblica potesse lentamente riaversi e riacquistare le forze […].

 

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Celio Rufo aveva subito una denuncia di tentato avvelenamento dalla sua amante, Clodia – la famosa Lesbia amata da Catullo; siamo nel 56 a.C. Che Celio Rufo avesse appartenuto al gruppo dei giovani che seguivano affascinati il rivoluzionario Catilina è ormai un fatto lontano e superato. A distanza di 7 anni, Cicerone, ripensando al suo avversario, all’uomo che tentò di ucciderlo, ne dà un giudizio improntato a equità e giustifica il giovane che credette in lui:

 

[12] […] Habuit enim ille, sicuti meminisse vos arbitror, permulta maximarum non expressa signa sed adumbrata virtutum. utebatur hominibus improbis multis; et quidem optimis se viris deditum esse simulabat. erant apud illum inlecebrae libidinum multae; erant etiam industriae quidam stimuli ac laboris. flagrabant vitia libidinis apud illum; vigebant etiam studia rei militaris. neque ego umquam fuisse tale monstrum in terris ullum puto, tam ex contrariis diversisque ‹atque› inter se pugnantibus naturae studiis cupiditatibusque conflatum […].

Ma Catilina, credo che lo ricorderete, aveva in sé non pochi germi di virtù, non manifesti ma potenziali. Sì, era legato a molti degenerati, ma fingeva d’esser amico dei migliori; istigava molti al vizio ma sapeva anche stimolare qualcuno al lavoro; divampavano in lui i vizi del piacere, ma aveva un vivo interesse per le armi. No, non credo sia esistito mai al mondo un essere più singolare, che riuniva in sé doti diverse e contraddittorie e opposte inclinazioni e desiderii […].

 

[13] quis clarioribus viris quodam tempore1 iucundior, quis turpioribus2 coniunctior? quis civis meliorum partium aliquando, quis taetrior hostis huic civitati? quis in voluptatibus inquinatior, quis in laboribus patientior? quis in rapacitate avarior, quis in largitione effusior? illa vero, iudices, in illo homine admirabilia fuerunt, comprehendere multos amicitia, tueri obsequio, cum omnibus communicare quod habebat, servire temporibus suorum omnium pecunia, gratia, labore corporis, scelere etiam, si opus esset, et audacia, versare suam naturam et regere ad tempus atque huc et illuc torquere ac flectere, cum tristibus severe, cum remissis iucunde, cum senibus graviter, cum iuventute comiter, cum facinerosis audaciter, cum libidinosis luxuriose vivere. [14] hac ille tam varia multiplicique natura cum omnis omnibus ex terris homines improbos audacisque conlegerat, tum etiam multos fortis viros et bonos specie quadam virtutis adsimulatae tenebat. neque umquam ex illo delendi huius imperi tam consceleratus impetus exstitisset, nisi tot vitiorum tanta immanitas quibusdam facilitatis et patientiae radicibus niteretur. […] me ipsum, me, inquam, quondam paene ille decepit, cum et civis mihi bonus et optimi cuiusque cupidus et firmus amicus ac fidelis videretur; cuius ego facinora oculis prius quam opinione, manibus ante quam suspicione deprendi […].

Chi, in un determinato momento, fu più benvisto dalle personalità eminenti e chi più intimo dei malfattori? Chi più di lui parteggiò a volte per la parte degli onesti e fu al tempo stesso più nefasto a questa città? Chi immerso in piaceri più turpi e più resistente alla fatica? Chi di lui più rapace e al tempo stesso più generoso? Queste, o giudici, furono veramente doti eccezionali di quell’uomo, la capacità di legarsi in amicizia con tante persone, di conservarla con la deferenza, e far parte a tutti di ciò che possedeva, prestar servizio ai bisogni di tutti i suoi con il denaro, con le aderenze, con le più faticose prestazioni, e, se era necessario, persino con il delitto, con l’ardire; e saper dominare la propria natura e piegarla per ogni verso e comportarsi austeramente con le persone serie e allegramente con i gaudenti, grave con gli uomini d’età, gioviale con i giovani, temerario con i facinorosi, scostumato con i lascivi. Appunto per questa sua natura varia e molteplice aveva adunato attorno a sé da tutti i paesi uomini malvagi e capaci di tutto e, con l’apparenza della virtù, dominava anche persone di salda onestà: ché mai avrebbe potuto crearsi una simile unione di scellerati animati dall’intento di distruggere questo impero, e mai avrebbe acquistato una simile forza nel male se non avesse affondato le radici nella simpatia umana, nella tolleranza […] Io stesso, io, dico, fui una volta quasi preso nell’inganno; persino a me fece l’impressione d’un cittadino esemplare, desideroso del bene altrui e amico fidato: i suoi delitti dovetti constatarli con i miei occhi prima di sospettarli, e li toccai con mano, prima di potervi credere […].

 

Farsalo, 9 agosto 48 a.C.

di S. Sheppard, Farsalo, Cesare contro Pompeo, in Roma e Grecia. Le battaglie, gli eserciti, i grandi condottieri, n. 3, RBA Italia, Milano 2010, pp. 54-82.

 

 

 

Piani contrapposti

 

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Ogni giorno, dopo l’arrivo di Pompeo sulla pianura di Farsalo, Cesare schierava il suo esercito e si offriva allo scontro aperto. Ogni volta, però, era ostacolato dai limiti dell’antico modo di combattere: oltre che per un’imboscata (come Roma sperimentò a sue spese nel 217 a.C. sul lago Trasimeno) o per un caso (come sperimentò a suo vantaggio nel 197 a.C. a Cinocefale), una battaglia poteva cominciare solo quando entrambi i contendenti erano convinti di essere in vantaggio sul nemico. Anche Pompeo schierava il suo esercito, ma non avanzava mai oltre il fianco delle colline che circondavano il lato nord della pianura. Non volendo cedere il vantaggio di una posizione più elevata, Pompeo rinunciava ogni volta a dare battaglia.

Cesare aveva previsto la risposta di Pompeo ed era pronto a stare al suo gioco, spostando le truppe ogni giorno un po’ più vicino all’accampamento di Pompeo, in modo da sollevare il morale dei suoi uomini. Poi, una volta palesata la sua strategia, Cesare levò il campo e cominciò a marciare verso nord-est, in direzione di Scotussa. Era convinto che i suoi veterani potessero affrontare la marcia molto meglio dell’esercito di Pompeo, «che non era abituato a duri sforzi», e sperava di poterlo attirare in battaglia alle sue condizioni lungo il cammino.

La mattina del 9 agosto (7 giugno secondo il calendario attuale), le truppe di Cesare smontarono le tende e si disposero in colonna davanti all’entrata dell’accampamento, pronte a iniziare la marcia. In un primo momento non diedero importanza al fatto che Pompeo facesse uscire l’esercito dal suo campo dislocandolo come al solito ai piedi delle colline. Gli osservatori fecero però notare a Cesare che questa volta c’era qualcosa di diverso: Pompeo stava muovendo l’esercito dal fianco delle colline verso la pianura, facendolo precedere a sud-est in senso antiorario, sul terreno tra le alture e il fiume.

Era quello che Cesare stava aspettando. Disse seccamente ai suoi ufficiali: «Non avremo mai un’occasione migliore». Fece arrestare la marcia e dispiegò una bandiera purpurea, il segnale della battaglia. L’accampamento scoppiò in un’attività frenetica, come un alveare; gli uomini si affannarono a disfarsi dei loro carichi e si prepararono a combattere.

La piana di Farsalo oggi.

La piana di Farsalo oggi.

Cesare era così preso dal non farsi sfuggire il momento favorevole che ordinò di spianare i terrapieni, riempiendo i fossati con detriti in modo che le coorti potessero uscire già in formazione. Lasciò nell’accampamento duemila uomini di guardia, scelti tra i più anziani, e guidò le sue legioni verso la pianura. Influenzato dallo stato d’animo del loro comandante e gustando la prospettiva di vendicare la disfatta di Durazzo, il morale delle truppe era alto. Cesare passò a cavallo tra i suoi soldati e osservò che uno dei centurioni della X legione che si era riarruolato, Gaio Crastino, stava incitando gli uomini della sua coorte. Quando Cesare lo chiamò per nome, Crastino gli fece il saluto militare e, secondo Plutarco, gridò a voce alta: «Combatteremo nobilmente, o Cesare! E oggi farò in modo che tu mi ringrazierai, sia che io viva, sia che muoia!».

Perché Pompeo aveva deciso di combattere? Gli storici, sia antichi che moderni, hanno avanzato diverse ipotesi: Pompeo era ansioso di non perdere la fiducia che i suoi uomini avevano acquisito forzando il blocco di Cesare a Durazzo; con l’avanzare della stagione e il grano ormai quasi maturo, le tattiche fabiane non avrebbero avuto un grosso impatto sulle capacità di approvvigionamento di Cesare; la prospettiva di permettere a Cesare di rimanere in Oriente liberamente e indefinitamente era un insulto all’autorità di Pompeo fra i re della regione e una minaccia al suo prestigio a Roma.

Nessuno di questi fattori aveva però maggior peso dei risultati positivi che Pompeo stava assaporando dalla strategia da lui adottata di mantenere Cesare isolato e in marcia. Considerando le risorse a sua disposizione, comparate con le qualità belliche del suo avversario, una guerra di logoramento era senz’altro l’opzione migliore. Come ci riferisce Appiano, Pompeo «pensava che fosse rischioso puntare tutto su un singolo scontro contro uomini disperati e ben addestrati e contro la famosa buona fortuna di Cesare».

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Il problema che aveva assillato Pompeo, sin dallo scoppio della guerra, era che, mentre tutti erano d’accordo sull’assoluta maestria di Cesare nella conduzione dei suoi affari privati, lui, stando ai principi secondo i quali combatteva, non poteva essere altro che il primo tra i pari. La Repubblica, di cui era stato nominato difensore, era molto interessata ai risultati che poteva ottenere e i suoi rappresentanti – senatori, funzionari e aspiranti tali – non gli davano tregua. Uniti solo dall’odio per Cesare, il loro unico contributo allo sforzo bellico era quello di provocare e criticare il campione che avevano eletto. Troppo ansiosi di farla finita con la prepotenza di Cesare e di tornare a Roma per iniziare un’epurazione politica (e finanziaria) dei suoi sostenitori, spronarono Pompeo, dopo Durazzo, a cercare lo scontro finale. Il fatto che Cesare fosse pronto a dar loro battaglia tutte le mattine sin da quando erano arrivati sulla piana di Farsalo, non faceva che infiammare ancora di più i loro animi. Sebbene Pompeo li ammonisse che Cesare era costretto ad agire in quel modo perché i suoi approvvigionamenti cominciavano a scarseggiare e che quindi, proprio per questo, la cosa migliore sarebbe stata non far niente, loro lo accusarono di voler temporeggiare solo per prolungare la sua straordinaria autorità su di loro. Pompeo, il campione della Repubblica, si sentì ridicolizzato sul suo stesso campo: lo chiamavano il re dei re, l’Agamennone, dato che anche lui aveva avuto in battaglia dei re sotto il suo comando.

Che Pompeo stesso offrendo a Cesare lo scontro campale che voleva, non per volontà propria, è ricordato anche dall’esortazione, non certo entusiastica, fatta da Pompeo la mattina della battaglia e riportata da Appiano: «Io voglio ancora abbattere Cesare, ma siete stati voi a volere questo confronto!» disse ai suoi uomini. «Avanzate dunque, come state chiedendo da tempo!».

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. D - VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. (Dritto) VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Che Pompeo avesse forti timori sulla qualità delle forze al suo comando, è evidenziato chiaramente dalle disposizioni tattiche che rivelò al consiglio di guerra convocato alla vigilia della battaglia. Con stupore dei suoi subordinati, sostenne che l’esercito di Cesare poteva essere sconfitto prima ancora che le linee di combattimento entrassero in contatto. Si trattava solo di disporre la superiore cavalleria repubblicana aggirando Cesare sul fianco e attaccandolo da dietro. La fanteria sarebbe servita da incudine e la cavalleria da martello gigante; l’esercito di Cesare sarebbe rimasto schiacciato tra le due forze. In questo piano magistrale era implicito, anche se non dichiarato, che le legioni repubblicane avrebbero dovuto sopportare lunghe prove di forza contro i loro avversari, cosa che Pompeo aveva insistentemente cercato di evitare.

Labieno approvò entusiasticamente il piano d’attacco proposto da Pompeo, in buona parte perché, come capo della cavalleria repubblicana, il merito della sconfitta di Cesare sarebbe stato in buona parte suo. Assicurò al consiglio che l’esercito di Cesare era solo la brutta copia di quello che aveva conquistato la Gallia e giurò che sarebbe tornato vincitore dal campo di battaglia. Pompeo elogiò il suo zelo e fece lo stesso giuramento, seguito dalla maggior parte dei suoi. Nonostante i dubbi del comandante, il consiglio si separò con il morale molto alto e con grandi speranze.

 

Eserciti contrapposti

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Quando la mattina del 9 agosto, Pompeo uscì allo scoperto, lasciò sette coorti di legionari e traci e altri ausiliari alleati a custodire l’accampamento e i forti limitrofi. Lasciò il campo con le rimanenti 11 legioni, o 110 coorti, 47.000 uomini in totale, con la classica formazione a triplex acies divisa verticalmente al comando di tre subordinati. Sulle ali e al centro stazionavano quelle legioni su cui Pompeo riponeva maggiore fiducia. Afranio comandava l’ala destra, che includeva la legione cilicia e le coorti che era riuscito a salvare in Spagna. Il centro era occupato da Scipione con le legioni siriane, veterane della debacle di Carre. L’ala sinistra, sotto Enobarbo, includeva due legioni, ribattezzate I e III, che Cesare aveva consegnato al Senato per la campagna di Partia prima dello scoppio della guerra civile. Le reclute riempivano gli spazi tra queste unità esperte. Per precauzione, Pompeo aveva disseminato tra le sue fila circa duemila evocati, veterani di campagne precedenti arruolati di nuovo, con l’idea di stabilizzarle e, se possibile, incoraggiarle. Pompeo si posizionò dietro l’ala sinistra per supervisionare lo svolgimento della battaglia.

Per tenergli testa, Cesare dispose una formazione identica a quella di Pompeo, anche se con meno uomini. Collocò le sue nove legioni – ottanta coorti, circa 22.000 uomini – in triplex acies, disposte anch’esse verticalmente e al comando di tre subordinati. Nell’ala sinistra, cioè il fianco che si appoggiava sul fiume, collocò la legione IX insieme alla VIII, legione notevolmente ridotta dopo Durazzo, per, secondo le parole dello stesso Cesare, «fare di due una sola legione». Quest’ala era sotto il comando di Antonio. Calvino, invece, comandava il centro, riprendendo la sua disputa con Scipione. L’ala destra era il fianco dove la migliore legione di Cesare, la X, occupava il posto d’onore; questa era agli ordini di Silla, anche se Cesare stesso monitorava le operazioni, situato dietro di essa, opposto al suo rivale.

Le coorti di Pompeo comprendevano circa 420 uomini ciascuna, con un fronte di 42 uomini. Siccome ogni legionario romano occupava uno spazio di 1,8 metri, ogni coorte ne occupava 75. Secondo lo schieramento standard in una legione in triplex acies, con quattro coorti nella prima linea, tre nella seconda e altre tre nella terza, le 11 legioni di Pompeo – 110 coorti – avrebbero avuto un fronte di 44 coorti (4 × 11) e avrebbero occupato uno spazio di 3,3 chilometri (44 × 75).

Non sappiamo quanto in profondità fosse schierata la cavalleria di Pompeo e non possiamo quindi precisare la lunghezza esatta della sua linea di battaglia, però deve essere astata almeno di 4 chilometri, orientata a sud-est, tra gli attuali villaggi di Krini, ai piedi delle colline, e Bitsiler, sul fiume.

Per affrontare lo scontro, Cesare fu costretto a restringere le proprie fila. Le sue coorti erano composte da appena 275 uomini, poco più della metà del normale (480), e la profondità dello spiegamento era di circa sei linee. Se avesse confidato maggiormente nelle sue legioni, Pompeo avrebbe potuto aspettare l’occasione di sferrare l’attacco in un terreno più aperto, dove, oltre a dare alla propria cavalleria maggior spazio di manovra, sarebbe stato nella posizione di distendere e allungare le linee della sua fanteria, obbligando Cesare a compensare, estendendo a sua volta le proprie linee, forse al punto di rottura. Considerando la superiorità qualitativa degli uomini di Cesare, Pompeo avrebbe potuto trarre vantaggio dallo spazio ristretto che il campo di Farsalo gli offriva: il fiume lo proteggeva sul fianco destro, e la profondità considerevole delle sue legioni gli avrebbe permesso di assorbire l’effetto sorpresa dell’attacco di Cesare, dando tempo alla cavalleria di assolvere il compito assegnatole, di circondare cioè l’esercito cesariano e di colpire la sua retroguardia.

Non c’è ragione di mettere in dubbio l’affermazione di Appiano: «Mai prima di allora un così gran numero di forze militari italiche si era scontrato su un unico campo di battaglia». Grazie però al caratteristico sciovinismo romano, è difficile risalire al numero totale di uomini coinvolti. Come fa notare Appiano, le autorità romane che fornivano le cifre più plausibili sulle truppe coinvolte «non diedero l’elenco delle forze alleate, né riportarono i loro nomi in quanto, trattandosi di stranieri, il loro contributo alla battaglia era insignificante, solo un supporto alle forze in campo».

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall'Egitto

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall’Egitto

Qualsiasi fossero le cifre, avrebbero solo incrementato lo svantaggio di Cesare. Dal momento che, nel corso della campagna, aveva potuto racimolare al massimo poche migliaia di fanti leggeri greci dalla Dolopia, dall’Acarnania e dall’Etolia, Pompeo aveva a sua disposizione tutte le popolazioni poliglotte orientali: spartani e altri peloponnesiaci, beoti, ateniesi e macedoni dalla Grecia; traci, bitinici, frigi e ioni; lidi, panfilici, pisidi e paflagoni; cilici, siriani, fenici, giudei, arabi, ciprioti, frombolieri di Creta e molti altri isolani. Molte di queste unità nazionali sottostavano ai loro despoti, i quali scelsero di mostrare la loro fedeltà a Pompeo, recandosi di persona sul campo di battaglia. erano presenti Deiotaro, tetrarca della Galazia orientale, e Ariarate, re di Cappadocia, come pure due distinti contingenti armeni, uno proveniente dalla zona al di qua dell’Eufrate, guidato da Taxiles, e l’altro dalla zona al di là del fiume, sotto la guida di Megabate che faceva le veci del re Artavaside.

Appiano descrive gli alleati schierati «come per una parata». Sebbene dovessero essere uno spettacolo favoloso, scintillanti al sole del mattino con i loro innumerevoli stendardi e bandiere, la loro utilità era alquanto limitata.

Sempre secondo Appiano, Pompeo disseminò i migliori contingenti alleati – i macedoni, i peloponnesiaci, i beoti e gli ateniesi – a coprire gli spazi rimasti vuoti tra le coorti, «in quanto era convinto della loro tranquillità e disciplina». Molti degli alleati, però, erano dislocati deliberatamente in una zona sicura. Appiano poneva l’accento sulla scarsa considerazione che Cesare aveva di loro; ai suoi uomini li descriveva come soldati sempre pronti a fuggire e a farsi catturare come schiavi: «In breve – diceva Cesare – non c’è bisogno che combattiate contro di loro […] Vi chiedo di impegnarvi solo contro le truppe italiche, anche se gli alleati si attaccano alle vostre calcagna e vi vengono dietro come una muta di cani».

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D - Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D – Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

La vera disparità tra i due eserciti era evidente soprattutto nella cavalleria. È improbabile che cittadini romani combattessero a cavallo, né per uno schieramento, né per l’altro. L’intera cavalleria di Cesare consisteva di circa mille galli e germani, reclutati lontano dalla loro patria. Pompeo aveva invece a disposizione 6700 cavalieri, tra cui 600 galati, 500 traci, 200 macedoni, 500 galli e germani da Alessandria, 500 dalla Cappadocia, 200 siriani, per lo più arcieri, e 800 dallo stesso casato di Pompeo; i rimanenti erano dardani, bessi, tessali e uomini provenienti da altre nazioni.

Sul fianco destro Pompeo stazionò i fanti leggeri della Cappadocia e 600 cavalieri greci del Ponto, in modo che, una volta iniziata la battaglia, non ci fossero sorprese dalle lontane sponde dell’Enipeo. La maggior parte delle truppe di lanciatori alleate e della cavalleria si concentrava sul fianco destro della linea repubblicana, opposta alla cavalleria cesariana.

Adottando questa strategia tattica, Pompeo rinunciava alla possibilità di circondare contemporaneamente, con la cavalleria, i due fianchi dell’esercito cesariano, così come aveva fatto Annibale contro le legioni di Roma a Canne nel 216 a.C. Forse pensava che il fiume fosse già sufficiente a immobilizzare il fianco sinistro di Cesare. In ogni caso, l’esito della battaglia dipendeva ora dalla capacità della cavalleria repubblicana di sopraffare la controparte cesariana e di riversarsi contro il fianco destro e la retroguardia di Cesare, prima che le linee di Pompeo cedessero alla pressione delle legioni cesariane. Pompeo aveva buoni motivi per essere fiducioso: nell’imminente prova di resistenza, la forza di attacco della sua cavalleria, che già aveva un vantaggio numerico di 6 a 1 rispetto a quella di Cesare, sarebbe stata rafforzata da distaccamenti di arcieri e frombolieri.

Cesare dovette essersi reso conto delle intenzioni di Pompeo, vedendo la sua cavalleria concentrarsi sul fianco sinistro. Cosciente della propria inferiorità numerica, aveva fatto considerevoli passi in avanti per rinforzare l’evidente vulnerabilità della propria cavalleria. Cesare aveva fatto prove di operazioni di armi combinante, scegliendo cioè tra le truppe di prima linea gli uomini più giovani e adatti, equipaggiandoli e riqualificandoli per combattere come fanteria leggera, o antesignani, inframezzati con la cavalleria. Questa iniziativa, che aveva avuto un certo successo sulle schermaglie prima della battaglia, poteva far guadagnare del tempo a Cesare. Rinforzare la cavalleria in questo modo, però, avrebbe solo ritardato la sua sconfitta finale, inevitabile, data la superiorità delle forze di Pompeo.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Per risolvere questo problema, Cesare distaccò sei coorti, circa duemila uomini, dalla terza linea delle sue legioni e formò con esse una quarta linea sulla destra, disposta però in obliquo rispetto al resto dell’esercito, in modo da essere nascosta dietro la cavalleria, ma comunque pronta a entrare in azione non appena la cavalleria di Pompeo avesse invaso quel settore.

È possibile che Cesare sia stato influenzato dalla saggezza del generale greco Senofonte, che molto tempo prima aveva scritto nel suo Manuale del comandante di cavalleria che, siccome gli uomini a cavallo erano in una posizione più alta rispetto a quelli a pieni, era possibile nascondere la fanteria dietro la cavalleria, e se poi improvvisamente la fanteria «fosse uscita allo scoperto per affrontare il nemico […], avrebbe potuto costituire un fattore importante per una vittoria decisiva». In ogni caso, Cesare s’incaricò di far sì che questi uomini capissero l’importanza del ruolo affidato loro in un momento preciso della battaglia. Plutarco racconta che Cesare li esortava a non lanciare da lontano i loro pila, ma a «scagliarli verso l’alto, verso gli occhi e il viso del nemico; dicendo loro che quei bei giovani ballerini non avrebbero sopportato il luccichio dell’acciaio davanti ai loro occhi, ma sarebbero fuggiti per salvare le loro belle facce». Siccome la rivalità tra gli eserciti è una tradizione millenaria, Cesare può aver usato tale linguaggio, sicuro di toccare una corda sensibile dei suoi veterani incalliti e di far loro comprendere la sua idea.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

Il punto di forza del giavellotto consisteva, oltre che nel suo potere di penetrazione, nel fatto di deformarsi dopo essersi conficcato nello scudo del nemico. Questo fattore, così significativo nell’ostacolare l’avanzata della fanteria avversaria, non aveva la stessa efficacia sulla cavalleria; i cavalieri potevano infatti ricevere i giavellotti sui loro scudi e continuare ad avanzare verso i legionari, ora privi della loro principale arma di difesa. Cesare sapeva inoltre che la cavalleria di Pompeo non avrebbe avuto l’impeto di passare attraverso un muro di scudi che avanzano improvvisamente verso di lei, spalla a spalla, pieno di punte di pila. Prima che la cavalleria abbia la capacità di perforare la fanteria in uno scenario simile, bisogna aspettare molti secoli, con l’invenzione delle staffe e la nascita di una nuova era bellica.

Le ultime istruzioni di Cesare ai suoi ufficiali della terza e quarta linea consistettero nel ricordare loro di non intervenire, fin quando lui non avesse dato loro il segnale con la bandiera.

Con i loro eserciti schierati, Cesare e Pompeo, entrambi a cavallo e ben visibili con i loro paludamenta, i mantelli rossi dei comandanti in capo, presero posizione ciascuno dietro le sue linee. Avendo entrambe le parti già pronunciato le rispettive parole d’ordine – per Cesare Venus venetrix (Venere, portatrice di vittoria), per Pompeo Hercules invictus (Ercole l’invincibile) – il tempo dei preparativi era scaduto ed era arrivato il momento della verità.

 

Il fragore delle armi

 

Ironicamente, dato l’ardore con cui entrambe le parti aveva desiderato lo scontro, ci fu un momento d’incertezza quando i due eserciti si ritrovarono uno di fronte all’altro nella pianura. Dione parla di un silenzio penetrante e di un senso di soggezione: «Non vennero subito alle armi. Provenienti dallo stesso paese e dalla stessa terra, con armi identiche e formazioni militari simili, nessuno dei due schieramenti se la sentiva di iniziare la battaglia».

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Passarono i minuti e le truppe italiche aspettarono in silenzio nelle loro rispettive posizioni. Fu solo quando Pompeo vide che, a causa del ritardo, i suoi contingenti alleati cominciavano a disperdersi, e temette che ci potesse essere un collasso generale prima dell’inizio dello scontro, dette il segnale di attaccare. La cavalleria repubblicana iniziò a caricare lungo il fianco sinistro e in un istante la pianura tremò sotto il peso di 6000 cavalli al galoppo. Subito la cavalleria di Cesare rispose unendosi al fragore, mentre le prime due linee della fanteria cominciarono il loro macchinoso avvicinamento alle legioni pompeiane. Dione segnala che «quando le truppe alleate si lanciarono nella battaglia, gli altri si unirono a loro». La poca disciplina delle fila repubblicane, però, era un presagio di ciò che sarebbe successo in seguito.

Prima che le linee di Cesare si spingessero troppo in avanti, si percepì che qualcosa di molto particolare stava accadendo sul campo di battaglia. sfidando le tradizioni militari delle centurie romane, le legioni di Pompeo non si erano mosse di un passo dalle loro postazioni. Era una prova ulteriore della mancanza di fiducia nelle qualità belliche degli uomini sotto il suo comando. Piuttosto che rischiare un avanzamento, con il pericolo che le reclute potessero perdere il contatto con i veterani, facendo così aprire dei varchi nelle linee, che avrebbero consentito l’ingresso delle truppe cesariane, Pompeo aveva ordinato alle sue linee di rimanere ferme e di assorbire l’urto dell’assalto di Cesare direttamente dalla loro posizione iniziale.

Cesare criticò severamente tale decisione che, asserì, negò alle legioni repubblicane «l’innato eccitamento e l’ardore dell’animo che si accendono con il desiderio di combattere», e che arrivano al culmine dell’impeto della carica con le grida e lo squillare delle trombe: «Questo dovrebbe essere incoraggiato e non represso da un generale degno di tale nome».

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Musée du Louvre.

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

Pompeo, comunque, deve aver calcolato che, tutto sommato, era più importante quello che avrebbe guadagnato dal mantenere ferme le sue linee al momento dello scontro tra le due parti, di quello che avrebbe potuto perdere se i suoi uomini non avessero avuto un afflusso di adrenalina al momento dello slancio in avanti. Oltre a questo, poteva aver considerato due cose: prima di tutto, portare l’esercito di Cesare all’interno del suo avrebbe ridotto la distanza e quindi l’arco di tempo necessario alla cavalleria per circondare la retroguardia di Cesare; in questo modo i cesariani sarebbero finiti nella tana del lupo. Secondariamente, dovendo coprire a passo di carica l’intera distanza tra i due schieramenti, invece di scontrarsi col nemico a metà strada, le legioni di Cesare, una volta di fronte ai loro avversari, sarebbero state ormai affaticate e disorganizzate e avrebbero perso parte del mordente iniziale.

Contro un esercito inferiore, questo atteggiamento difensivo di Pompeo, che Cesare non aveva previsto, avrebbe potuto avere successo. In quel momento le legioni di Cesare si mostrarono degne del loro comandante. Quando fu evidente che l’esercito di Pompeo non intendeva muoversi, le coorti di Cesare si arrestarono spontaneamente a metà del percorso, ripresero fiato e ricompattarono le loro linee prima di proseguire. Alla distanza giusta, lanciarono i loro pila, sguainarono le spade e si avventarono con impeto sul nemico.

Cesare dovette sentirsi gratificato per tale dimostrazione di disciplina che gli anni trascorsi sotto il suo comando avevano inculcato nei suoi uomini. «Non che i pompeiani non fossero all’altezza del loro compito», fu costretto ad ammettere. Ricevettero la pioggia di pila sui loro scudi, in silenzio nelle loro fila, e ne lanciarono altrettanti prima dell’impatto con le legioni di Cesare. Ora era Pompeo a sentirsi gratificato; i suoi uomini avevano mantenuto le posizioni e, ancora più importante, la loro calma. Conservando la coesione, diedero il meglio di loro stessi combattendo corpo a corpo; Dione ricorda come questi combattimenti risultavano particolarmente crudi per la naturalezza fratricida della guerra civile: ci si poteva scontrare con un antico vicino, un amico o anche un familiare, «molti mandarono messaggi a casa attraverso il loro assassino». A Cesare era stato negato il rapido sfondamento che lui aveva previsto e che Pompeo più di tutto aveva temuto.

A questo punto, comunque, è da sottolineare come solo due delle tre linee di Cesare fossero impegnate in battaglia. Cesare stava infatti risparmiando la terza linea per due ragioni principali: primo, perché questa sarebbe stata utilizzata al momento opportuno per l’assalto finale; secondo, perché usando tutte e tre le linee contemporaneamente, la linea di riserva sarebbe rimasta isolata in mezzo al campo e la cavalleria repubblicana avrebbe potuto evitarla, portandosi ai fianchi e dietro le legioni impegnate in battaglia.

D’altra parte, sebbene le fonti non dicano niente in proposito, alla luce degli avvenimenti che seguirono, sembra verosimile che Pompeo abbia ordinato a tutte e tre le sue linee di stringersi immediatamente non appena fossero entrate in contatto col nemico. Senza dubbio quest’ordine ottenne l’effetto desiderato di sostenere le fila repubblicane, ma lasciò Pompeo senza coorti di riserva da utilizzare in caso di necessità contingenti.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó' Brógáin.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó’ Brógáin.

Con l’incudine (la fanteria) che tratteneva bene l’urto, l’attenzione di Pompeo deve essersi spostata velocemente ai progressi del suo martello, cioè la cavalleria sul fianco sinistro. A prima vista, tutto stava andando secondo i piani. La cavalleria di Cesare, numericamente inferiore, anche tenendo conto delle truppe leggere che si muovevano tra le zampe dei cavalli nemici, non avrebbero sopportato la pressione. Non c’è dubbio che sarebbe stata sopraffatta; il problema era se Cesare le avrebbe permesso di essere superata sistematicamente o se avrebbe dato istruzioni di interrompere deliberatamente il combattimento al momento critico, in modo da conservare la cavalleria come forza bellica vitale. Cesare stesso fa notare che «non potendo resistere all’attacco, la nostra cavalleria non conservò la posizione ma arretrò un poco»: nel resto del suo resoconto della battaglia non menziona più i suoi cavalieri.

Era necessario sacrificare interamente l’arma di cavalleria per portare a termine i propri obiettivi? Se così fosse, perché preoccuparsi di rinforzarla con truppe leggere specializzate? Plutarco ci dà la conferma che ci serve per concludere che quella ritirata fu premeditata; egli racconta che Cesare «diede il segnale e la sua cavalleria arretrò un poco, dando via libera a quelle sei coorti sussidiarie che erano state disposte in fondo, come riserva per coprire il fianco».

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Si stava avvicinando il momento critico della battaglia. La cavalleria repubblicana, che godeva di libertà nella vasta pianura, iniziò a dividersi in squadroni individuali per circondare le linee di Cesare sul fianco destro, ora aperto. Non si sa se questa suddivisione fosse contenuta in un piano stabilito da Pompeo, se fu un’idea di Labieno eseguita man mano che si presentavano nuovi obiettivi, o semplicemente se le unità nazionali, mai pienamente integrate in una struttura di comando coesiva, iniziarono a decidere personalmente dove e quando attaccare. In qualunque caso, la già manifesta minaccia alla posizione di Cesare fu esacerbata dallo spettro degli arcieri e dai frombolieri che seguivano la poderosa cavalleria repubblicana. In pochi secondi sarebbero stati una posizione tale da poter scagliare una pioggia di frecce sull’ala destra della X legione di Cesare. Non ci sono dubbi che fu Pompeo stesso a scegliere quell’ala per concentrare il suo attacco sul fianco: il fante romano utilizzava il braccio per impugnare la spada e gli uomini della X legione non avrebbero potuto utilizzare al meglio i loro scudi per difendersi.

Fu in quel momento che la cavalleria pompeiana, perso il suo impulso iniziale, diventò più vulnerabile. Si era frammentata in numerose unità e, galoppando su e giù, si preparava al grande accerchiamento delle linee nemiche. A quel punto Cesare ordinò di alzare il vexillum come segnale di attacco per la sua quarta linea di riserva.

Per far sì che questa mossa audace avesse l’effetto voluto, la sorpresa doveva essere assoluta. La quarta linea di Cesare, quando sarebbe iniziata la carica, non poteva quindi trovarsi a più di 100 metri dal fianco della cavalleria di Pompeo; era l’unico modo per far sì che la fanteria pesante si scagliasse contro la cavalleria. Il bello è che non furono scoperti e presi in considerazione dalle forze d’assalto repubblicane fino a quando non uscirono dal fianco di Cesare. Le fonti storiche parlano di legionari della quarta linea che, all’inizio dell’attacco, improvvisamente «balzarono in piedi», il che significa che fino ad allora erano rimasti inginocchiati e con gli stendardi abbassati; in uno spazio aperto questo non sarebbe però bastato a nasconderli. Si può solo desumere che la cavalleria di Cesare angolò la sua linea di ritirata in modo tale da nascondere l’avanzata  della quarta linea per alcuni preziosi istanti, sufficienti però a permettere loro di riversarsi sul nemico, concentrato sul suo obiettivo: le retroguardie della triplex acies di Cesare.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La quarta linea di Cesare effettuò la carica più decisiva che la fanteria abbia mai eseguito contro la cavalleria. Questa totale inversione dei principi del combattimento deve aver pietrificato i cavalieri repubblicani; quando si riebbero dallo shock era ormai troppo tardi; i legionari piombarono su di loro come un’onda, infastidendo i cavalli con urla di guerra e conficcando i loro pila nei volti dei cavalieri, come erano stati addestrati a fare.

Se avesse avuto un comandante ispirato, la cavalleria repubblicana avrebbe fatto il necessario per risolvere un imprevisto del genere: avrebbe cioè usato la sua maggiore velocità per ricompattarsi e attaccare la fanteria cesariana, preferibilmente sui fianchi e sulla retroguardia. Ma in totale assenza di un comandante del genere, la cavalleria optò per sfruttare la sua maggiore velocità con un unico scopo: salvarsi la pelle. Cesare racconta che nemmeno uno di loro si fermò per combattere. È improbabile che i suoi uomini arrivassero a impegnare più delle prime due file di cavalieri; questi fecero gruppo e iniziarono a correre, trascinandosi gli altri come una valanga. Fuggirono verso la sicurezza delle colline che delimitavano a nord la pianura e molti di loro non si fermarono finché non raggiunsero le falde della collina 325, il punto più alto alla destra di Cesare.

Il martello di Pompeo era stato eliminato dalla battaglia. La colpa può essere attribuita a Labieno, il quale, deciso a concentrare la potenza dell’impatto dei suoi cavalieri, li aveva ammassati in un’unica grande orda e li aveva lanciati da un fronte stretto verso il nemico, invece di mantenere squadroni distinti, con giusti intervalli tra loro, in modo da permettere un’effettiva risposta delle linee successive in un attacco contro le linee frontali. Di fatto il loro fallimento fu talmente precipitoso che probabilmente causò danni collaterali agli arcieri e frombolieri che li seguivano. Lucano dovette basarsi su testimonianze antiche quando scrisse della cavalleria che «dopo aver fatto dietrofront tirando le briglie, caricò a capofitto le sue stesse truppe».

Questo sconvolgimento delle linee, per non parlare del panico crescente che deve averli colti dopo aver assistito alla totale sconfitta della cavalleria e aver realizzato di essere ora isolati ed esposti all’ira di Cesare, rese facili prede gli arcieri e i frombolieri. Questo non spiega però, come diceva Cesare, perché furono massacrati dai legionari della quarta linea; per definizione, le truppe leggere di lanciatori potevano facilmente evitare il combattimento ravvicinato contro la fanteria pesante, specialmente coloro che avevano già completato la carica eroica in campo aperto contro la cavalleria. Si può desumere che qui riapparisse in scena la cavalleria cesariana, in quanto si trattava di una missione fatta apposta per loro.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l'assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l’assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

Dal momento in cui la sua cavalleria scomparve dalla sua vista, mentre stava aggirando il fianco di Cesare, Pompeo poté solo fare congetture su quanto stava accadendo, basandosi sulle nubi di polvere sollevate dietro le linee cesariane. Dovette però rendersi subito conto della terribile realtà, quando vide i suoi arcieri e frombolieri sparpagliarsi per la pianura nel vano tentativo di fuggire dal pericolo di essere inseguiti ed eliminati uno a uno dalla cavalleria di Cesare. Fu allora che la quarta linea di Cesare emerse dalla nebbia della battaglia, si diresse contro l’ala sinistra di Pompeo, ora del tutto scoperta, e piombò sul fianco delle legioni I e III.

Con le sue truppe impegnate contro l’assalto frontale di Cesare e i suoi alleati che probabilmente si stavano già defilando, Pompeo non aveva più riserve per contrastare questa nuova minaccia. Cesare, che aveva riservato la sua terza linea proprio per trarre vantaggio da questo momento, ordinò alle sue fresche coorti di entrare in battaglia.

Le legioni di Pompeo avevano già iniziato a vacillare quando, con rumori e notizie che arrivavano alle orecchie dei suoi soldati, furono coscienti della minaccia che gravava sopra la loro ala sinistra: a causa di questa ulteriore pressione, iniziarono a cedere.

Non fu un collasso repentino; anche nel fianco sinistro sfaldato, i legionari si ritirarono gradualmente, ancora bloccati nella battaglia. Gli alleati fuggirono a gambe levate, senza opporre nessuna resistenza, in cerca della sicurezza momentanea dell’accampamento. Una volta lì, si misero a saccheggiare le tende dei propri compagni, «come se fossero state quelle del nemico», racconta Appiano, portando via tutto il possibile.

A questo punto le restanti legioni di Pompeo, testimoni del cambiamento della fortuna repubblicana in questa parte del campo di battaglia, iniziarono gradualmente a ritirarsi. All’inizio mantennero la formazione e si difesero il più possibile, anche se, soggetti all’assalto incessante di un nemico infuocato dalla prospettiva di ottenere una vittoria totale, decisero di fuggire.

Il loro comandante aveva già abbandonato il campo di battaglia. si era ritirato nell’accampamento, come dice Plutarco, «distratto e assente, come se non fosse Pompeo Magno». Si fermò solo per ordinare alle coorti di guardia di mantenere le posizioni, poi si ritirò nella sua tenda, completamente alienato dalla realtà. La sconfitta, un’esperienza nuova per lui, lo aveva travolto.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Il suo rivale, invece, conosceva l’importanza di sfruttare pienamente una vittoria. Molti degli uomini di Cesare erano feriti e coloro che non lo erano, essendo fuggiti sotto il sole di mezzogiorno ed esausti dopo le attività della mattina, non desideravano nient’altro che acqua e ombra. Cesare, però, passeggiando freneticamente tra di loro, li incoraggiava a un ultimo sforzo, dicendo loro che se avessero permesso al nemico di ristabilirsi, sarebbero stati i vincitori di un giorno, ma se avessero conquistato l’accampamento repubblicano, avrebbero potuto decidere le sorti della campagna in un colpo solo.

Cesare in persona condusse i suoi uomini contro le fortificazioni di Pompeo, difese strenuamente dalle coorti lì stazionate e ancora con maggiore tenacia dai traci e da altre truppe ausiliarie che combattevano con loro. Queste forze repubblicane, decise a resistere, furono spazzate via dalla palizzata da una pioggia di frecce e gli uomini di Cesare poterono quindi forzare le porte; una volta dentro, ebbe inizio il massacro.

A quel punto Pompeo tornò in sé, esclamando, secondo Plutarco: «Che? Nell’accampamento?». Indossando la tenuta di un soldato semplice al posto del suo paludamentum, abbandonò l’accampamento per una via sicura in sella a un cavallo e, insieme ai suoi colleghi di alto rango, si diresse verso Larissa, che raggiunse prima del calar della notte.

Quando Cesare entrò nell’accampamento nemico, si stupì dell’opulenza che trovò: pergolati artificiali, tende adornate con piante verdi, altre con edera e mirto, con tende e tappeti ricamati e una gran quantità di posate d’argento. «È facile dedurre, vedendo la ricerca di piaceri non necessari, che l’altra fazione non aveva dubbi su come finire la giornata» notò sarcasticamente. Può forse aver riflettuto un attimo sulla gradevole ironia di trovare del mirto lì, nel rifugio del suo nemico, il mirto sacro alla dea Venere, da cui discendeva la sua famiglia.

Gli avvenimenti del giorno appena trascorso richiedevano ancora la sua attenzione. L’esercito di Pompeo era in fuga; prima che calasse la notte doveva essere sotto il suo controllo. Prova ulteriore del rispetto di cui godeva tra i suoi uomini fu che riuscì a riunirli ancora una volta e a mandarli all’inseguimento; il soldato romano viveva di bottino e i tesori dell’accampamento di Pompeo offrivano opportunità senza precedenti.

C. Giulio Cesare. Africa, Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. D – Testa di Venere diademata, verso destra.

C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. (Dritto) Testa di Venere diademata, verso destra.

Mentre le legioni di Cesare entravano nell’accampamento, i superstiti dell’esercito repubblicano, circa 20.000 uomini, ne uscirono a frotte, rifugiandosi sulle vicine alture di Kaloyiros. Quando Cesare fece circondare queste colline con un fossato e un terrapieno, gli uomini di Pompeo, consci del fatto che non avrebbero potuto sopportare un assedio senza poter accedere all’acqua, si ritirarono verso nord lungo il crinale adiacente. Stettero attenti a procedere sul terreno accidentato, dato che ora la cavalleria di Cesare si era accampata lungo la pianura. Il loro trofeo del giorno fu Enobarbo, il quale, crollato per sfinimento, fu circondato e ucciso.

La fuga tra le colline diede ai repubblicani protezione contro la minaccia imminente, ma rallentò la loro marcia e ciò diede a Cesare l’opportunità di sorpassarli. Dopo aver ordinato che il resto dell’esercito rimanesse nell’accampamento di Pompeo, Cesare uscì con quattro legioni verso nord-est, raggiunse la via principale per Larissa e tagliò così la strada ai fuggitivi repubblicani.

Quando i repubblicani si avvicinarono all’ultima altura del terreno collinare, prima che si aprisse alla pianura tessalica, devono aver visto alla loro destra le truppe cesariane, schierate in formazione da combattimento lungo la via che correva parallela alla loro linea di marcia. Affrettando il passo, si sarebbero inerpicati fino alla cima della collina; c’era una pianura, che si estendeva dalla base della collina (dove oggi c’è il villaggio di Kiparissos) fino a perdita d’occhio, e la strada per la salvezza era molto vicina. In fondo alla valle, però, c’erano molti legionari di Cesare. Non c’era via di scampo.

Anche se stava calando la notte e i suoi uomini erano stati portati al limite della resistenza umana, Cesare ordinò loro di costruire un fossato e un terrapieno lungo la base orientale della collina, negando ai repubblicani l’accesso a un piccolo ruscello che scorreva da sud a nord parallelo alla strada.

Intrappolati senz’acqua, alcuni senatori e altri dignitari abbandonarono le fila repubblicane e si allontanarono furtivamente approfittando dell’oscurità. Quella stessa notte iniziarono i negoziati tra Cesare e il suo nemico demoralizzato che, abbandonato dai suoi capi, era comandato da tribuni e centurioni. Dopo aver affidato le loro vite alla sua clementia, la mattina seguente il resto dell’esercito di Pompeo scese fino alla pianura e gettò le armi ai piedi di Cesare; nove aquilae e altre 180 unità standard erano incluse nei trofei di guerra. Quello stesso giorno, Silla accettò la resa delle guarnigioni repubblicane periferiche. Le legioni sconfitte furono incorporate nell’esercito cesariano; tali erano le fortune della guerra civile.

La vittoria di Cesare fu totale, ma il bilancio finale della battaglia varia a seconda degli autori. Cesare parla di 15.000 repubblicani morti e di 24.000 prigionieri, rispetto a una perdita tra i suoi di trenta centurioni e duecento soldati. Mentre la suddetta cifra di prigionieri può essere precisa, secondo Gaio Asinio Pollione, uno degli ufficiali subordinati di Cesare in battaglia, furono 6000 i repubblicani morti sul campo e le perdite di Cesare ammontarono a 1200 legionari. Questa disparità può derivare dal numero di morti tra i contingenti alleati di Pompeo dato che, come ricorda Appiano, «gli alleati non si contarono perché erano molti e per la poca considerazione di cui godevano». Quel che restava della mitica orda di Pompeo era stato disperso ai quattro venti. Anche se tra le vittime di Cesare ci furono dieci senatori e una quarantina di membri dell’ordine equestre, e se Cesare accettò la resa di alcuni nemici di alto rango, come Varrone e Marco Bruto, molti altri riuscirono a scappare, inclusi Pompeo, Scipione, Afranio, Petreio e Labieno. I rimanenti leader degli optimates fuggirono in direzione opposta a quella del loro comandante, non a est verso Larissa, ma a ovest verso Durazzo, che Catone difendeva ancora con quindici coorti. Da lì s’imbarcarono per l’Africa, dove ancora perdurava la causa repubblicana. Il mare però si rivoltò contro di loro. Una fonte riporta che, quando Cicerone e gli altri passeggeri altolocati salparono da Durazzo con le galee, videro tutte le loro navi da carico in fiamme, incendiate dai loro soldati che non intendevano partire con loro.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Uno dei fedeli servitori di Cesare, il centurione Crastino, non prese parte alla spartizione del bottino. Uomo di parola, aveva combattuto in prima fila contro le legioni di Pompeo. Predicando con l’esempio, lottando lui per primo, morì quando gli conficcarono una spada in bocca con talmente tanta violenza che gli trapassò il cranio e uscì dal collo. Secondo Appiano, Cesare si sentì «molto in debito con Crastino», al punto che fece costruire una tomba per dare sepoltura al suo leale servitore. Se fu davvero così, fu un onore unico, poiché il resto delle vittime furono bruciate nel campo di battaglia, in una pira tanto grande quanto impersonale.

Idus Martii DCCX a. U. c.

Plutarco, Vita di Cesare 62-67

Testo greco: B. Perrin (ed.), Plutarch’s Lives, Cambridge-London 1919; traduzione italiana: Plutarco, Vite parallele: Alessandro – Cesare (introd. di D. Magnino e A. La Penna), a cura di D. Magnino, Milano 200721.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Kunsthistorisches Museum Wien.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Wien, Kunsthistorisches Museum.

  1. οὕτω δὴ τρέπονται πρὸς Μᾶρκον Βροῦτον οἱ πολλοί, γένος μὲν ἐκεῖθεν εἶναι δοκοῦντα πρὸς πατέρων, καὶ τὸ πρὸς μητρὸς δὲ ἀπὸ Σερουιλίων, οἰκίας ἑτέρας ἐπιφανοῦς, γαμβρὸν δὲ καί ἀδελφιδοῦν Κάτωνος. τοῦτον ἐξ ἑαυτοῦ μὲν ὁρμῆσαι πρὸς κατάλυσιν τῆς μοναρχίας ἤμβλυνον αἱ παρὰ Καίσαρος τιμαὶ καὶ χάριτες, οὐ γὰρ μόνον ἐσώθη περὶ Φάρσαλον ἀπὸ τῆς Πομπηΐου φυγῆς, οὐδὲ πολλοὺς τῶν ἐπιτηδείων ἔσωσεν ἐξαιτησάμενος, ἀλλὰ καὶ πίστιν εἶχε μεγάλην παρ᾽ αὐτῷ. καὶ στρατηγίαν μὲν ἐν τοῖς τότε τὴν ἐπιφανεστάτην ἔλαβεν, ὑπατεύειν δὲ ἔμελλεν εἰς τέταρτον ἔτος, ἐρίσαντος Κασσίου προτιμηθείς· λέγεται γὰρ ὁ Καῖσαρ εἰπεῖν ὡς δικαιότερα μὲν λέγοι Κάσσιος, αὐτὸς μέντοι Βροῦτον οὐκ ἂν παρέλθοι. καί ποτε καί διαβαλλόντων τινῶν τὸν ἄνδρα, πραττομένης ἤδη τῆς συνωμοσίας, οὐ προσέσχεν, ἀλλὰ τοῦ σώματος τῇ χειρὶ θιγὼν ἔφη πρὸς τοὺς διαβάλλοντας «Ἀναμενεῖ τοῦτο τὸ δέρμα Βροῦτος», ὡς ἄξιον μὲν ὄντα τῆς ἀρχῆς δι᾽ ἀρετήν, διὰ δὲ τὴν ἀρχὴν οὐκ ἂν ἀχάριστον καί πονηρὸν γενόμενον. οἱ δὲ τῆς μεταβολῆς ἐφιέμενοι καί πρὸς μόνον ἐκεῖνον ἢ πρῶτον ἀποβλέποντες αὐτῷ μὲν οὐκ ἐτόλμων διαλέγεσθαι, νύκτωρ δὲ κατεπίμπλασαν γραμμάτων τὸ βῆμα καὶ τὸν δίφρον ἐφ᾽ οὗ στρατηγῶν ἐχρημάτιζεν ὧν ἦν τὰ πολλὰ τοιαῦτα· «καθεύδεις, ὦ Βροῦτε», καὶ «οὐκ εἶ Βροῦτος». ὑφ᾽ ὧν ὁ Κάσσιος αἰσθόμενος διακινούμενον ἡσυχῇ τὸ φιλότιμον αὐτοῦ, μᾶλλον ἢ πρότερον ἐνέκειτο καί παρώξυνεν, αὐτὸς ἰδίᾳ τι καί μίσους ἔχων πρὸς τὸν Καίσαρα δι᾽ αἰτίας ἃς ἐν τοῖς περὶ Βρούτου γεγραμμένοις δεδηλώκαμεν. εἶχε μέντοι καί δι᾽ ὑποψίας ὁ Καῖσαρ αὐτὸν, ὥστε καί πρὸς τοὺς φίλους εἰπεῖν ποτε· «τί φαίνεται βουλόμενος ὑμῖν Κάσσιος; ἐμοὶ μὲν γὰρ οὐ λίαν ἀρέσκει λίαν ὠχρὸς ὤν». πάλιν δὲ λέγεται, περὶ Ἀντωνίου καί Δολοβέλλα διαβολῆς πρὸς αὐτὸν, ὡς νεωτερίζοιεν, ἐλθούσης, «οὐ πάνυ», φάναι, «τούτους δέδοικα τοὺς παχεῖς καί κομήτας, μᾶλλον δὲ τοὺς ὠχροὺς καί λεπτοὺς ἐκείνους» Κάσσιον λέγων καί Βροῦτον.
  2. ἀλλ᾽ ἔοικεν οὐχ οὕτως ἀπροσδόκητον ὡς ἀφύλακτον εἶναι τὸ πεπρωμένον, ἐπεὶ καὶ σημεῖα θαυμαστὰ καὶ φάσματα φανῆναι λέγουσι. […] ἔστι δὲ καὶ ταῦτα πολλῶν ἀκοῦσαι διεξιόντων, ὥς τις αὐτῷ μάντις ἡμέρᾳ Μαρτίου μηνὸς, ἣν Εἰδοὺς Ῥωμαῖοι καλοῦσι, προείποι μέγαν φυλάττεσθαι κίνδυνον ἐλθούσης δὲ τῆς ἡμέρας προϊὼν ὁ Καῖσαρ εἰς τὴν σύγκλητον ἀσπασάμενος προσπαίξειε τῷ μάντει φάμενος «αἱ μὲν δὴ Μάρτιαι Εἰδοὶ πάρεισιν» ὁ δὲ ἡσυχῇ πρὸς αὐτόν εἴποι «ναί πάρεισιν, ἀλλ᾽ οὐ παρεληλύθασι». πρὸ μιᾶς δὲ ἡμέρας Μάρκου Λεπίδου δειπνίζοντος αὐτόν ἔτυχε μὲν ἐπιστολαῖς ὑπογράφων, ὥσπερ εἰώθει, κατακείμενος ἐμπεσόντος δὲ λόγου ποῖος ἄρα τῶν θανάτων ἄριστος, ἅπαντας φθάσας ἐξεβόησεν «ὁ ἀπροσδόκητος» μετὰ ταῦτα κοιμώμενος, ὥσπερ εἰώθει, παρὰ τῇ γυναικί, πασῶν ἅμα τῶν θυρῶν τοῦ δωματίου καὶ τῶν θυρίδων ἀναπεταννυμένων, διαταραχθεὶς ἅμα τῷ κτύπῳ καὶ τῷ φωτὶ καταλαμπούσης τῆς σελήνης, ᾔσθετο τὴν Καλπουρνίαν βαθέως μὲν καθεύδουσαν, ἀσαφεῖς δὲ φωνὰς καὶ στεναγμοὺς ἀνάρθρους ἀναπέμπουσαν ἐκ τῶν ὕπνων ἐδόκει δὲ ἄρα κλαίειν ἐκεῖνον ἐπὶ ταῖς ἀγκάλαις ἔχουσα κατεσφαγμένον. οἱ δὲ οὔ φασι τῇ γυναικὶ ταύτην γενέσθαι τὴν ὄψιν ἀλλὰ ἦν γάρ τι τῇ Καίσαρος οἰκίᾳ προσκείμενον οἷόν ἐπὶ κόσμῳ καὶ σεμνότητι τῆς βουλῆς ψηφισαμένης ἀκρωτήριον, ὡς Λίβιος ἱστορεῖ, τοῦτο ὄναρ ἡ Καλπουρνία θεασαμένη καταρρηγνύμενον ἔδοξε ποτνιᾶσθαι καὶ δακρύειν. ἡμέρας δ᾽ οὖν γενομένης ἐδεῖτο τοῦ Καίσαρος, εἰ μὲν οἷόν τε, μὴ προελθεῖν, ἀλλ᾽ ἀναβαλέσθαι τὴν σύγκλητον εἰ δὲ τῶν ἐκείνης ὀνείρων ἐλάχιστα φροντίζει, σκέψασθαι διὰ μαντικῆς ἄλλης καὶ ἱερῶν περὶ τοῦ μέλλοντος, εἶχε δέ τις, ὡς ἔοικε, κἀκεῖνον ὑποψία καὶ φόβος, οὐδένα γὰρ γυναικισμὸν ἐν δεισιδαιμονίᾳ πρότερον κατεγνώκει τῆς Καλπουρνίας, τότε δὲ ἑώρα περιπαθοῦσαν, ὡς δὲ καὶ πολλὰ καταθύσαντες οἱ μάντεις ἔφρασαν αὐτῷ δυσιερεῖν, ἔγνω πέμψας Ἀντώνιον ἀφεῖναι τὴν σύγκλητον.
  3. ἐν δὲ τούτῳ Δέκιμος Βροῦτος ἐπίκλησιν Ἀλβῖνος, πιστευόμενος μὲν ὑπὸ Καίσαρος, ὥστε καὶ δεύτερος ὑπ᾽ αὐτοῦ κληρονόμος γεγράφθαι, τοῖς δὲ περὶ Βροῦτον τὸν ἕτερον καὶ Κάσσιον μετέχων τῆς συνωμοσίας, φοβηθεὶς μὴ τὴν ἡμέραν ἐκείνην διακρουσαμένου τοῦ Καίσαρος ἔκπυστος ἡ πρᾶξις γένηται, τούς τε μάντεις ἐχλεύαζε καὶ καθήπτετο τοῦ Καίσαρος, ὡς αἰτίας καὶ διαβολὰς ἑαυτῷ κτωμένου πρὸς τὴν σύγκλητον ἐντρυφᾶσθαι δοκοῦσαν ἥκειν μὲν γὰρ αὐτὴν κελεύσαντος ἐκείνου, καὶ προθύμους εἶναι ψηφίζεσθαι πάντας ὅπως τῶν ἐκτὸς Ἰταλίας ἐπαρχιῶν βασιλεὺς ἀναγορεύοιτο καὶ φοροίη διάδημα τὴν ἄλλην ἐπιὼν γῆν καὶ θάλασσαν εἰ δὲ φράσει τις αὐτοῖς καθεζομένοις νῦν μὲν ἀπαλλάττεσθαι, παρεῖναι δὲ αὖθις ὅταν ἐντύχῃ βελτίοσιν ὀνείροις Καλπουρνία, τίνας ἔσεσθαι λόγους παρὰ τῶν φθονούντων; ἢ τίνα τῶν φίλων ἀνέξεσθαι διδασκόντων ὡς οὐχὶ δουλεία ταῦτα καὶ τυραννίς ἐστιν; ἀλλ᾽ εἰ δοκεῖ πάντως, ἔφη, τὴν ἡμέραν ἀφοσιώσασθαι, βέλτιον αὐτὸν παρελθόντα καὶ προσαγορεύσαντα τὴν βουλὴν ὑπερθέσθαι. ταῦθ᾽ ἅμα λέγων ὁ Βροῦτος ἦγε τῆς χειρὸς λαβόμενος τὸν Καίσαρα, καὶ μικρὸν μὲν αὐτῷ προελθόντι τῶν θυρῶν οἰκέτης ἀλλότριος ἐντυχεῖν προθυμούμενος, ὡς ἡττᾶτο τοῦ περὶ ἐκεῖνον ὠθισμοῦ καὶ πλήθους, βιασάμενος εἰς τὴν οἰκίαν παρέδωκεν ἑαυτὸν τῇ Καλπουρνίᾳ, φυλάττειν κελεύσας ἄχρι ἂν ἐπανέλθῃ Καῖσαρ, ὡς ἔχων μεγάλα πράγματα κατειπεῖν πρὸς αὐτόν.
  4. Ἀρτεμίδωρος δὲ Κνίδιος τὸ γένος, Ἑλληνικῶν λόγων σοφιστὴς καὶ διὰ τοῦτο γεγονὼς ἐνίοις συνήθης τῶν περὶ Βροῦτον, ὥστε καὶ γνῶναι τὰ πλεῖστα τῶν πραττομένων, ἧκε μὲν ἐν βιβλιδίῳ κομίζων ἅπερ ἔμελλε μηνύειν, ὁρῶν δὲ τὸν Καίσαρα τῶν βιβλιδίων ἕκαστον δεχόμενον καὶ παραδιδόντα τοῖς περὶ αὐτὸν ὑπηρέταις, ἐγγὺς σφόδρα προσελθών, «τοῦτο», ἔφη «Καῖσαρ, ἀνάγνωθι μόνος καὶ ταχέως· γέγραπται γὰρ ὑπὲρ πραγμάτων μεγάλων καὶ σοὶ διαφερόντων». δεξάμενος οὖν ὁ Καῖσαρ ἀναγνῶναι μὲν ὑπὸ πλήθους τῶν ἐντυγχανόντων ἐκωλύθη, καίπερ ὁρμήσας πολλάκις, ἐν δὲ τῇ χειρὶ κατέχων καὶ φυλάττων μόνον ἐκεῖνο παρῆλθεν εἰς τὴν σύγκλητον […]
  5. ἀλλὰ ταῦτα μὲν ἤδη που φέρει καὶ τὸ αὐτόματον· ὁ δὲ δεξάμενος τὸν φόνον ἐκεῖνον καὶ τὸν ἀγῶνα χῶρος, εἰς ὃν ἡ σύγκλητος ἠθροίσθη τότε, Πομπηΐου μὲν εἰκόνα κειμένην ἔχων, Πομπηΐου δὲ ἀνάθημα γεγονὼς τῶν προσκεκοσμημένων τῷ θεάτρῳ, παντάπασιν ἀπέφαινε δαίμονός τινος ὑφηγουμένου καὶ καλοῦντος ἐκεῖ τὴν πρᾶξιν ἔργον γεγονέναι. καὶ γὰρ οὖν καὶ λέγεται Κάσσιος εἰς τὸν ἀνδριάντα τοῦ Πομπηΐου πρὸ τῆς ἐγχειρήσεως ἀποβλέπων ἐπικαλεῖσθαι σιωπῇ, καίπερ οὐκ ἀλλότριος ὢν τῶν Ἐπικούρου λόγων ἀλλ᾽ ὁ καιρὸς, ὡς ἔοικεν, ἤδη τοῦ δεινοῦ παρεστῶτος ἐνθουσιασμὸν ἐνεποίει καὶ πάθος ἀντὶ τῶν προτέρων λογισμῶν. Ἀντώνιον μὲν οὖν πιστὸν ὄντα Καίσαρι καὶ ῥωμαλέον ἔξω παρακατεῖχε Βροῦτος Ἀλβῖνος, ἐμβαλὼν ἐπίτηδες ὁμιλίαν μῆκος ἔχουσαν· εἰσιόντος δὲ Καίσαρος ἡ βουλὴ μὲν ὑπεξανέστη θεραπεύουσα, τῶν δὲ περὶ Βροῦτον οἱ μὲν ἐξόπισθεν τὸν δίφρον αὐτοῦ περιέστησαν, οἱ δὲ ἀπήντησαν, ὡς δὴ Τιλλίῳ Κίμβρῳ περὶ ἀδελφοῦ φυγάδος ἐντυχάνοντι συνδεησόμενοι, καὶ συνεδέοντο μέχρι τοῦ δίφρου παρακολουθοῦντες. ὡς δὲ καθίσας διεκρούετο τὰς δεήσεις καὶ προσκειμένων βιαιότερον ἠγανάκτει πρὸς ἕκαστον, ὁ μὲν Τίλλιος τὴν τήβεννον αὐτοῦ ταῖς χερσὶν ἀμφοτέραις συλλαβὼν ἀπὸ τοῦ τραχήλου κατῆγεν ὅπερ ἦν σύνθημα τῆς ἐπιχειρήσεως, πρῶτος δὲ Κάσκας ξίφει παίει παρὰ τὸν αὐχένα πληγὴν οὐ θανατηφόρον οὐδὲ βαθεῖαν, ἀλλ᾽, ὡς εἰκὸς, ἐν ἀρχῇ τολμήματος μεγάλου ταραχθείς, ὥστε καὶ τὸν Καίσαρα μεταστραφέντα τοῦ ἐγχειριδίου λαβέσθαι καὶ κατασχεῖν. ἅμα δέ πως ἐξεφώνησαν ὁ μὲν πληγεὶς Ῥωμαϊστί «μιαρώτατε Κάσκα, τί ποιεῖς;» ὁ δὲ πλήξας Ἑλληνιστὶ πρὸς τὸν ἀδελφόν «ἀδελφέ, βοήθει». τοιαύτης δὲ τῆς ἀρχῆς γενομένης τοὺς μὲν οὐδὲν συνειδότας ἔκπληξις εἶχε καὶ φρίκη πρὸς τὰ δρώμενα, μήτε φεύγειν μήτε ἀμύνειν, ἀλλὰ μηδὲ φωνὴν ἐκβάλλειν τολμῶντας, τῶν δὲ παρεσκευασμένων ἐπὶ τὸν φόνον ἑκάστου γυμνὸν ἀποδείξαντος τὸ ξίφος, ἐν κύκλῳ περιεχόμενος καὶ πρὸς ὅ τι τρέψειε τὴν ὄψιν πληγαῖς ἀπαντῶν καὶ σιδήρῳ φερομένῳ καὶ κατὰ προσώπου καὶ κατ᾽ ὀφθαλμῶν διελαυνόμενος ὥσπερ θηρίον ἐνειλεῖτο ταῖς πάντων χερσίν ἅπαντας γὰρ ἔδει κατάρξασθαι καὶ γεύσασθαι τοῦ φόνου. διὸ καὶ Βροῦτος αὐτῷ πληγὴν ἐνέβαλε μίαν εἰς τὸν βουβῶνα. λέγεται δὲ ὑπό τινων ὡς ἄρα πρὸς τοὺς ἄλλους ἀπομαχόμενος καὶ διαφέρων δεῦρο κἀκεῖ τὸ σῶμα καὶ κεκραγώς, ὅτε Βροῦτον εἶδεν ἐσπασμένον τὸ ξίφος, ἐφειλκύσατο κατὰ τῆς κεφαλῆς τὸ ἱμάτιον καὶ παρῆκεν ἑαυτόν, εἴτε ἀπὸ τύχης εἴθ᾽ ὑπὸ τῶν κτεινόντων ἀπωσθεὶς, πρὸς τὴν βάσιν ἐφ᾽ ἧς ὁ Πομπηΐου βέβηκεν ἀνδριάς. καὶ πολὺ καθῄμαξεν αὐτὴν ὁ φόνος, ὡς δοκεῖν αὐτὸν ἐφεστάναι τῇ τιμωρίᾳ τοῦ πολεμίου Πομπήϊον ὑπὸ πόδας κεκλιμένου καὶ περισπαίροντος ὑπὸ πλήθους τραυμάτων, εἴκοσι γὰρ καὶ τρία λαβεῖν λέγεται καὶ πολλοὶ κατετρώθησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων, εἰς ἓν ἀπερειδόμενοι σῶμα πληγὰς τοσαύτας.
  6. Κατειργασμένου δὲ τοῦ ἀνδρός ἡ μὲν γερουσία, καίπερ εἰς μέσον ἐλθόντος Βρούτου ὥς τι περὶ τῶν πεπραγμένων ἐροῦντος, οὐκ ἀνασχομένη διὰ θυρῶν ἐξέπιπτε καὶ φεύγουσα κατέπλησε ταραχῆς καὶ δέους ἀπόρου τὸν δῆμον, ὥστε τοὺς μὲν οἰκίας κλείειν, τοὺς δὲ ἀπολείπειν τραπέζας καὶ χρηματιστήρια, δρόμῳ δὲ χωρεῖν τοὺς μὲν ἐπὶ τὸν τόπον ὀψομένους τὸ πάθος, τοὺς δὲ ἐκεῖθεν ἑωρακότας. Ἀντώνιος δὲ καὶ Λέπιδος οἱ μάλιστα φίλοι Καίσαρος ὑπεκδύντες εἰς οἰκίας ἑτέρας κατέφυγον. οἱ δὲ περὶ Βροῦτον, ὥσπερ ἦσαν ἔτι θερμοὶ τῷ φόνῳ, γυμνὰ τὰ ξίφη δεικνύντες, ἅμα πάντες ἀπὸ τοῦ βουλευτηρίου συστραφέντες ἐχώρουν εἰς τὸ Καπιτώλιον, οὐ φεύγουσιν ἐοικότες, ἀλλὰ μάλα φαιδροὶ καὶ θαρραλέοι, παρακαλοῦντες ἐπὶ τὴν ἐλευθερίαν τὸ πλῆθος καὶ προσδεχόμενοι τοὺς ἀρίστους τῶν ἐντυγχανόντων, ἔνιοι δὲ καὶ συνανέβαινον αὐτοῖς καὶ κατεμίγνυσαν ἑαυτούς ὡς μετεσχηκότες τοῦ ἔργου καὶ προσεποιοῦντο τὴν δόξαν, ὧν ἦν καὶ Γάϊος Ὀκτάουϊος καὶ Λέντλος Σπινθήρ. οὗτοι μὲν οὖν τῆς ἀλαζονείας δίκην ἔδωκαν ὕστερον ὑπὸ Ἀντωνίου καὶ τοῦ νέου Καίσαρος ἀναιρεθέντες καὶ μηδὲ τῆς δόξης, δι᾽ ἣν ἀπέθνῃσκον, ἀπολαύσαντες ἀπιστίᾳ τῶν ἄλλων, οὐδὲ γὰρ οἱ κολάζοντες αὐτοὺς τῆς πράξεως, ἀλλὰ τῆς βουλήσεως τὴν δίκην ἔλαβον […].
Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

 

  1. Così tutti si volgono a Bruto che sembrava discendere, per parte di padre, dall’antico Bruto e per parte di madre dai Servilii, un’altra casata famosa, ed era genero e nipote di Catone. Ma gli impedivano di prendere l’iniziativa di dissolvere il potere di uno solo, onori e favori che gli erano venuti da parte di Cesare. Non solo infatti egli era stato salvato a Farsalo dopo la fuga di Pompeo, e non solo per sua intercessione erano stati risparmiati molti suoi amici, ma per di più egli godeva di grande fiducia presso Cesare. Così quell’anno, tra coloro che erano praetores, egli ebbe la praetura di maggior prestigio[1], e sarebbe stato console di lì a tre anni, essendo stato preferito al suo concorrente Cassio. Si dice che Cesare avesse affermato che Cassio[2] ragionasse meglio, ma non sarebbe comunque passato davanti a Bruto. Una volta, quando era già in corso la congiura, alcuni denunciarono Bruto a Cesare, ma egli non prestò fede e indicando con la mano se stesso disse agli accusatori: «Bruto aspetterà questo corpo», intendendo dire che egli era degno, per la sua virtù, del potere, ma appunto per la sua virtù non sarebbe stato né irriconoscente né malvagio. Ma coloro che aspiravano al rivolgimento di regime, e guardavano a lui solo, o a lui per primo, non osavano parlargliene direttamente, ma di notte riempivano di scritte la sua tribuna e il seggio sul quale da praetor amministrava la giustizia; la maggior parte di queste scritte diceva: «Tu dormi, o Bruto»; «Tu non sei Bruto». A seguito di tutto ciò, Cassio si accorse che l’ambizione di Bruto andava a poco a poco riscaldandosi, e più di prima insistentemente lo incitava, anche perché egli aveva personalmente qualche motivo d’odio contro Cesare per le ragioni che ho esposto nella biografia di Bruto. Cesare comunque nutriva qualche sospetto su di lui, tanto che una volta disse agli amici: «Che vi pare che mediti Cassio? A me non piace tanto: è troppo pallido». Un’altra volta, a proposito di un’accusa di sedizione rivolta contro Antonio e Dolabella[3], egli disse: «Non ho paura di questi che sono grassi e con i capelli ben curati, bensì di quegli altri, pallidi e magri», intendendo alludere a Bruto e Cassio.
  2. Ma sembra davvero che quel che è fissato non sia tanto inatteso quanto inevitabile, giacché dicono che allora ci furono segni prodigiosi e apparizioni […] Si può anche avere la testimonianza di molti che raccontano che un indovino gli aveva predetto di guardarsi da un gran pericolo in quel giorno del mese di marzo che i Romani chiamano Idi; venuto quel giorno, Cesare entrando in Senato[4] salutò l’indovino e prendendolo in giro disse: «Le Idi di marzo son giunte»; e quello tranquillamente: «Sì, ma non sono ancora passate». Il giorno prima, M. Lepido lo aveva invitato a pranzo: egli, come era solito fare, firmava delle lettere stando disteso a mensa, e caduto il discorso su quale fosse la morte migliore, anticipò l’intervento di tutti esclamando: «Quella inattesa!». Dopo cena si coricò, come era solito, accanto alla moglie; ed ecco che contemporaneamente si spalancarono tutte le porte e le finestre della camera: sconvolto dal rumore e dalla luce della luna che brillava[5], si accorse che Calpurnia dormiva profondamente, ma nel sonno emetteva voci confuse e lamenti inarticolati: le sembrava infatti di piangere il marito tenendolo tra le braccia ucciso. Alcuni, invece, affermano che la donna non ebbe questa visione; le parve invece di lamentarsi e piangere per aver visto crollare un fastigio che stava sulla casa di Cesare[6], aggiuntovi per ornamento ed onore in seguito a una delibera del Senato – come racconta T. Livio. La mattina successiva lei pregò Cesare di non uscire, se era possibile, ma di rimandare la seduta del Senato; se però non faceva alcun conto dei suoi sogni, almeno indagasse il futuro mediante altri sacrifici di divinazione. A quanto sembra un certo sospetto e timore presero anche Cesare: precedentemente, infatti, non aveva notato in Calpurnia alcuna debolezza femminile derivante da scrupoli religiosi, mentre ora la vedeva oltremodo sconvolta. Quando, pur dopo aver compiuto molti sacrifici, gli auguri dissero che i segni non erano per lui propizi, decise di mandare Antonio a sciogliere l’assemblea.
  3. In questo momento, D. Bruto, soprannominato Albino, che godeva della fiducia di Cesare tanto che era stato da lui inserito tra i secondi eredi[7], ma che anche partecipava alla congiura con l’altro Bruto e Cassio, temendo che se Cesare avesse lasciato passare quel giorno la congiura potesse essere svelata, scherniva gli auguri e criticava Cesare dicendo che gli attirava su di sé accuse e calunnie da parte del Senato cui sembrava essere trattato con boria; esso si era riunito per suo ordine ed erano tutti pronti a votare perché egli avesse il cognomen di rex nelle province fuori dall’Italia e portasse la corona regale quando ivi viaggiava per terra e per mare. Se ora qualcuno avesse a dire ai senatori che stavano in seduta di sciogliere la riunione e ritrovarsi poi quando Calpurnia avesse avuto sogni migliori, quali sarebbero stati i discorsi degli invidiosi? O chi avrebbe tollerato gli amici di Cesare se avessero tentato di dire che questa non era la schiavitù degli uni e la tirannia dell’altro? Ma, aggiungeva D. Bruto, se proprio sembrava giusto considerare infausto quel giorno, meglio che si presentasse di persona a parlare in Senato e aggiornasse poi la seduta. Nel dir questo Bruto prese per mano Cesare e lo condusse fuori. Si era di poco allontanato dalla porta ed ecco lo schiavo di un’altra famiglia desiderò parlargli, e siccome ne fu impedito dalla gran calca si aprì la strada a forza verso la casa e si affidò a Calpurnia, pregandola di tenerlo custodito fino al ritorno di Cesare in quanto aveva comunicazioni importanti da fargli.
  4. Artemidoro, originario di Cnido[8], insegnante di lettere greche e per questo familiare di alcuni degli amici di Bruto, tanto che venne a sapere la maggior parte di ciò che si stava tramando, venne con un libello contenente quanto intendeva denunciare. Vedendo però che Cesare riceveva ogni scritto e lo passava ai suoi segretari, gli si avvicinò e disse: «Questo, Cesare, leggilo tu solo e presto! Si tratta di cose grosse, che riguardano te!». Cesare lo prese, ma non poté leggerlo per la massa di chi gli si faceva incontro, anche se spesso si accinse a farlo e così, tenendolo in mano e conservando solo quello, entrò in Senato […]
  5. Ma in un certo senso fatti di questo genere sono governati dal caso; però il luogo[9], che accolse in sé quella lotta e quell’uccisione, luogo nel quale si riunì allora il Senato, e che aveva una statua di Pompeo, ed era un ambiente di quelli aggiunti come ornamento da Pompeo al teatro, dimostrò che il fatto fu opera di un dio che indirizzava e guidava là l’azione. Si dice che Cassio, prima del fatto, volgesse lo sguardo alla statua di Pompeo e lo invocò anche se si dichiarasse seguace delle dottrine di Epicuro; ma evidentemente la situazione particolare, in presenza del pericolo, sostituiva alla razionalità precedente un senso di eccitazione. Dunque Bruto Albino tenne fuori Antonio, che era uomo di fiducia di Cesare e robusto, incominciando con lui a bella posta un lungo discorso; all’entrare di Cesare il Senato si alzò in atto di omaggio, e gli amici di Bruto si disposero in parte dietro il suo seggio, mentre alcuni gli andarono incontro per unire le loro richieste a quelle di Tillio Cimbro, che lo supplicava per il fratello esule, e continuarono le loro suppliche accompagnandolo sino al suo seggio. Sedutosi egli respingeva le richieste, e quando essi insistettero con maggior forza, egli si irritò con ciascuno; allora Tillio gli afferrò con ambedue le mani la toga e gliela tirò giù dal collo: questo era il segnale dell’azione. Per primo Casca[10] lo colpì con il pugnale al collo, con un colpo non profondo né mortale, ma logicamente era turbato al principio di una grande azione, tanto che Cesare si voltò, afferrò il pugnale e lo tenne fermo. E contemporaneamente i due urlarono: il colpito, in latino: «Scelleratissimo Casca, che fai?», e il feritore, in greco, rivolgendosi al fratello: «Fratello, aiutami!»[11]. Iniziò così, e quelli che non ne sapevano niente rimasero sbigottiti e tremanti di fronte a quanto avveniva, e non osavano né fuggire, né difendersi e neppure aprir bocca. Quando ognuno dei congiurati ebbe sguainato il pugnale, Cesare, circondato, e ovunque volgesse lo sguardo incontrando solo colpi e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito come una bestia, venne a trovarsi irretito nelle mani di tutti; era infatti necessario che tutti avessero parte alla strage e gustassero del suo sangue[12]. Perciò anche Bruto gli inferse un colpo all’inguine. Dicono alcuni che mentre si difendeva contro gli altri e urlando si spostava qua e là, quando vide che Bruto aveva estratto il pugnale si tirò la toga sul capo e si lasciò andare, o per caso, o perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui poggiava la statua di Pompeo. Molto sangue bagnò quella statua, tanto che sembrava che Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico che giaceva ai suoi piedi e agonizzava per il gran numero delle ferite. Si dice che ne abbia ricevute ventitré[13], e molti si ferirono tra loro mentre indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo.
  6. Ucciso Cesare, i senatori, benché Bruto si fosse fatto avanti per dire qualcosa sull’accaduto[14], non rimasero sul posto, ma fuggirono tutti fuori dalle porte, e nel fuggire riempirono il popolo di confusione e di panico, tanto che gli uni chiudevano le case, gli altri lasciavano banchi e negozi, alcuni si recavano di corsa sul luogo del delitto per vedere quel che era successo, altri ne venivano via dopo aver visto. Antonio e Lepido, che erano amici intimi di Cesare, fuggirono a rifugiarsi in case non loro[15]. Ma quelli che stavano con Bruto, eccitati come ancora erano per la strage perpetrata, tenendo in evidenza i pugnali sguainati, tutti insieme si riunirono fuori del Senato e mossero verso il Campidoglio[16], non simili a fuggiaschi, ma molto decisi e animosi, invitando alla libertà il popolo e accogliendo tra le loro fila gli optimates nei quali s’imbattevano. Alcuni addirittura si mescolarono a loro e salirono sul Campidoglio, quasi che avessero preso parte a quell’azione, e se ne attribuivano la gloria, come C. Ottavio e Lentulo Spintere. Costoro pagarono più tardi la loro vanteria, quando furono uccisi da Antonio e dal giovane Cesare[17], e non ne ricavarono neppure la fama per la quale morirono, giacché nessuno la credeva autentica. E d’altro canto chi li punì, non li punì per il fatto, ma per l’intenzione […].
Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

[1] Nel 44 M. Bruto fu preator urbanus, nonostante avesse maggior diritto a rivestire quella carica Cassio, che fu invece praetor peregrinus.

[2] Dalla tradizione concorde è presentato come l’ispiratore e principale organizzatore della congiura.

[3] Afferma Cicerone (Phil. II 34) che già nell’estate del 45 a.C., nella Gallia Narbonensis, Trebonio aveva cercato di attirare Antonio nel complotto; proprio perché Antonio non aveva rivelato la macchinazione, pur non condividendola, sarebbe poi stato risparmiato alle Idi di marzo.

[4] Diversamente dal solito la riunione non si tenne quel giorno nella Curia, che si trovava nel Foro, ma in una delle esedre della Curia Pompeia, vicina al teatro di Pompeo.

[5] Gli astronomi hanno calcolato che la luna dovesse essere all’ultimo quarto, e che perciò dovette sorgere quella notte parecchio tardi; il fatto sarebbe quindi da collocarsi verso il mattino.

[6] Cesare abitava in quel momento nella dimora ufficiale del pontifex maximus, e cioè nella Regia che si trovava all’estremità orientale del Foro, tra la via Sacra e il tempio di Vesta.

[7] Si definiscono così coloro che in linea successoria subentrano agli eredi diretti in caso di loro premorienza, qualora il testatario non abbia la possibilità di modificare l’espressione delle sue volontà.

[8] Artemidoro, figlio di Teopompo, godeva dell’amicizia di Cesare che proprio in suo onore dichiarò libera la città di Cnido dopo la battaglia di Farsalo.

[9] Curia Pompeia, forse una delle esedre della Porticus Pompeia, vicina al teatro che Pompeo aveva fatto costruire nel 52. Augusto la fece poi dichiarare locus sceleratus.

[10] P. Servilio Casca Longo era stato designato tribunus plebis per il 43. Sembra che rimproverasse a Cesare di averlo lasciato povero, e che per questo avesse preso parte alla congiura.

[11] Sono varie le tradizioni sullo svolgimento dei fatti per quel che riguarda le esclamazioni degli attori. Cassio Dione parla di silenzio; Svetonio di una sola espressione iniziale: «Ma questa è violenza!»; altre fonti coloriscono in vario modo le vicende drammatizzandole. Più verosimile il silenzio, che dà alla scena un che di tragicamente surreale.

[12] I termini greci usati hanno anche una connotazione rituale, e certo la morte di Cesare fu intesa come un rito sacrificale.

[13] La stessa cifra in tutte le fonti, fuorché in Nicolao di Damasco che parla di trentacinque ferite. Secondo il medico Antistio (così ci riferisce Svetonio), una sola fu mortale.

[14] Il tentato intervento di Bruto mirava a provocare, con una pronuncia del Senato, la legalizzazione dell’accaduto; il non averla ottenuta fu la ragione prima del fallimento politico dei propositi che i congiurati intendevano attuare.

[15] Non si sa dove si fosse rifugiato Antonio; Lepido riparò sull’isola Tiberina, ove aveva l’esercito con il quale doveva partire per la Gallia Narbonensis e l’Hispania Citerior. Con quelle truppe egli presiederà nella notte successiva la città e praticamente darà il colpo di grazia alle speranze dei congiurati.

[16] Risulta da altre fonti che questo gruppo sostò nel Foro per sollecitare un consenso che non venne; di conseguenza salirono tutti sul Campidoglio con il pretesto di rendere grazie agli dèi, ma in realtà con l’intenzione di occupare un luogo facilmente difendibile.

[17] Si tratta di Ottaviano, così definito perché divenuto figlio di Cesare per adozione testamentaria.

 

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Cassio Dione, Storia Romana XLIV 9, 1-13,1; 14, 2-22, 2

 

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Testo Greco: E. Cary – H.B. Foster – W. Heinemann (eds.), Dio’s Roman History. Cassius Dio Cocceianus, London-New York 1914. Traduzione italiana: G. Norcio (ed.), Cassio Dione, Storia romana (libri XLIV-XLVII), vol. III, Milano 2000

  1. ἐνταῦθα οὖν αὐτοῦ ὄντος οὐδὲν ἔτι ἐνδοιαστῶς οἱ ἐπιβουλεύοντές οἱ ἔπραττον, ἀλλ᾽ ὅπως δὴ καὶ τοῖς πάνυ φίλοις ἐν μίσει γένηται, ἄλλα τε ἐπὶ διαβολῇ αὐτοῦ ἐποίουν καὶ τέλος βασιλέα αὐτὸν προσηγόρευον, καὶ πολὺ τοῦτο τοὔνομα [2] καὶ κατὰ σφᾶς διεθρύλουν. ἐπειδή τε ἐξίστατο μὲν αὐτὸ καὶ ἐπετίμα πῃ τοῖς οὕτως αὐτὸν ἐπικαλοῦσιν, οὐ μέντοι καὶ ἔπραξέ τι δι᾽ οὗ ἂν ἄχθεσθαι τῷ προσρήματι ὡς ἀληθῶς ἐπιστεύθη, τὴν εἰκόνα αὐτοῦ τὴν ἐπὶ τοῦ βήματος [3] ἑστῶσαν διαδήματι λάθρᾳ ἀνέδησαν. καὶ αὐτὸ Γαΐου τε Ἐπιδίου Μαρύλλου καὶ Λουκίου Καισητίου Φλάουου δημάρχων καθελόντων ἰσχυρῶς ἐχαλέπηνε, καίτοι μήτε τι ὑβριστικὸν αὐτῶν εἰπόντων, καὶ προσέτι καὶ ἐπαινεσάντων αὐτὸν ἐν τῷ πλήθει ὡς μηδενὸς τοιούτου δεόμενον. καὶ τότε μὲν καίπερ ἀσχάλλων ἡσύχασεν· 10. ὡς μέντοι μετὰ τοῦτο ἐσιππεύοντα αὐτὸν ἀπὸ τοῦ Ἀλβανοῦ βασιλέα αὖθίς τινες ὠνόμασαν, καὶ αὐτὸς μὲν οὐκ ἔφη βασιλεὺς ἀλλὰ Καῖσαρ καλεῖσθαι, οἱ δὲ δὴ δήμαρχοι ἐκεῖνοι καὶ δίκην τῷ πρώτῳ αὐτὸν εἰπόντι ἔλαχον, οὐκέτι τὴν ὀργὴν κατέσχεν, ἀλλ᾽ ὡς καὶ ὑπ᾽ αὐτῶν ἐκείνων προσστασιαζόμενος ὑπερηγανάκτησε. [2] καὶ ἐν μὲν τῷ παρόντι οὐδὲν δεινὸν αὐτοὺς ἔδρασεν, ὕστερον δέ σφων προγραφὴν ἐκθέντων ὡς οὔτε ἐλευθέραν οὔτ᾽ ἀσφαλῆ τὴν ὑπὲρ τοῦ κοινοῦ παρρησίαν ἐχόντων περιοργὴς ἐγένετο, καὶ παραγαγών σφας ἐς τὸ βουλευτήριον κατηγορίαν τε αὐτῶν ἐποιήσατο καὶ ψῆφον ἐπήγαγε. [3] καὶ οὐκ ἀπέκτεινε μὲν αὐτούς, καίτοι καὶ τούτου τινῶν τιμησάντων σφίσι, προαπαλλάξας δὲ ἐκ τῆς δημαρχίας διὰ Ἑλουίου Κίννου συνάρχοντος αὐτῶν ἀπήλειψεν ἐκ τοῦ συνεδρίου. καὶ οἱ μὲν ἔχαιρόν τε ἐπὶ τούτῳ, ἢ καὶ ἐπλάττοντο, ὡς οὐδεμίαν ἀνάγκην ἕξοντες παρρησιαζόμενοι κινδυνεῦσαι, καὶ ἔξω τῶν πραγμάτων ὄντες τὰ [4] γιγνόμενα ὥσπερ ἀπὸ σκοπιᾶς καθεώρων· ὁ δὲ δὴ Καῖσαρ καὶ ἐκ τούτου διεβλήθη, ὅτι δέον αὐτὸν τοὺς τὸ ὄνομά οἱ τὸ βασιλέως προστιθέντας μισεῖν, ὁ δὲ ἐκείνους ἀφεὶς τοῖς δημάρχοις ἀντ᾽ αὐτῶν ἐνεκάλει. 11. τούτων δ᾽ οὖν οὕτω γενομένων τοιόνδε τι ἕτερον, οὐκ ἐς μακρὰν συνενεχθέν, ἐπὶ πλέον ἐξήλεγξεν ὅτι λόγῳ μὲν διεκρούετο τὴν ἐπίκλησιν, [2] ἔργῳ δὲ λαβεῖν ἐπεθύμει. ἐπειδὴ γὰρ ἐν τῇ τῶν Λυκαίων γυμνοπαιδίᾳ ἔς τε τὴν ἀγορὰν ἐσῆλθε καὶ ἐπὶ τοῦ βήματος τῇ τε ἐσθῆτι τῇ βασιλικῇ κεκοσμημένος καὶ τῷ στεφάνῳ τῷ διαχρύσῳ λαμπρυνόμενος ἐς τὸν δίφρον τὸν κεχρυσωμένον ἐκαθίζετο, καὶ αὐτὸν ὁ Ἀντώνιος βασιλέα τε μετὰ τῶν συνιερέων προσηγόρευσε καὶ διαδήματι ἀνέδησεν, εἰπὼν ὅτι ‘τοῦτό σοι ὁ [3] δῆμος δι᾽ ἐμοῦ δίδωσιν,’ ἀπεκρίνατο μὲν ὅτι ‘Ζεὺς μόνος τῶν Ῥωμαίων βασιλεὺς εἴη,’ καὶ τὸ διάδημα αὐτῷ ἐς τὸ Καπιτώλιον ἔπεμψεν, οὐ μέντοι καὶ ὀργὴν ἔσχεν, ἀλλὰ καὶ ἐς τὰ ὑπομνήματα ἐγγραφῆναι ἐποίησεν ὅτι τὴν βασιλείαν παρὰ τοῦ δήμου διὰ τοῦ ὑπάτου διδομένην οἱ οὐκ ἐδέξατο. ὑπωπτεύθη τε οὖν ἐκ συγκειμένου τινος αὐτὸ πεποιηκέναι, καὶ ἐφίεσθαι μὲν τοῦ ὀνόματος, βούλεσθαι δὲ ἐκβιασθῆναί πως λαβεῖν αὐτό, [4] καὶ δεινῶς ἐμισήθη. κἀκ τούτου τούς τε δημάρχους ἐκείνους ὑπάτους τινὲς ἐν ταῖς ἀρχαιρεσίαις προεβάλοντο, καὶ τὸν Βροῦτον τὸν Μᾶρκον τούς τε ἄλλους τοὺς φρονηματώδεις ἰδίᾳ τε προσιόντες ἀνέπειθον καὶ δημοσίᾳ προσπαρωξυνον. 12. γράμματά τε γάρ, τῇ ὁμωνυμίᾳ αὐτοῦ τῇ πρὸς τὸν πάνυ Βροῦτον τὸν τοὺς Ταρκυνίους καταλύσαντα καταχρώμενοι, πολλὰ ἐξετίθεσαν, φημίζοντες αὐτὸν ψευδῶς ἀπόγονον ἐκείνου εἶναι· ἀμφοτέρους γὰρ τοὺς παῖδας, τοὺς μόνους οἱ γενομένους, μειράκια ἔτι ὄντας ἀπέκτεινε, καὶ [2] οὐδὲ ἔγγονον ὑπελίπετο. οὐ μὴν ἀλλὰ τοῦτό τε οἱ πολλοί, ὅπως ὡς καὶ γένει προσήκων αὐτῷ ἐς ὁμοιότροπα ἔργα προαχθείη, ἐπλάττοντο, καὶ συνεχῶς ἀνεκάλουν αὐτόν, ‘ὦ Βροῦτε Βροῦτε’ ἐκβοῶντες, καὶ προσεπιλέγοντες ὅτι ‘Βρούτου [3] χρῄζομεν.’ καὶ τέλος τῇ τε τοῦ παλαιοῦ Βρούτου εἰκόνι ἐπέγραψαν ‘εἴθε ἔζης,’ καὶ τῷ τούτου βήματι ῾ἐστρατήγει γὰρ καὶ βῆμα καὶ τὸ τοιοῦτο ὀνομάζεται ἐφ᾽ οὗ τις ἱζόμενος δικάζεἰ ὅτι ‘καθεύδεις, ὦ Βροῦτε’ καὶ ‘Βροῦτος οὐκ εἶ.’ 13. ταῦτά τε οὖν αὐτόν, ἄλλως τε καὶ ἀπ᾽ ἀρχῆς ἀντιπολεμήσαντα τῷ Καίσαρι, ἀνέπεισεν ἐπιθέσθαι οἱ καίπερ εὐεργέτῃ μετὰ τοῦτο γενομένῳ […] καὶ μετὰ τοῦτο τὸν Κάσσιον τὸν Γάϊον, σωθέντα μὲν καὶ αὐτὸν ὑπὸ τοῦ Καίσαρος καὶ προσέτι καὶ στρατηγίᾳ τιμηθέντα, τῆς δὲ ἀδελφῆς ἄνδρα ὄντα, προσέλαβε. κἀκ τούτου καὶ τοὺς ἄλλους τοὺς τὰ αὐτά σφισι βουλομένους [3] ἤθροιζον. καὶ ἐγένοντο μὲν οὐκ ὀλίγοι· ἐγὼ δὲ τὰ μὲν τῶν ἄλλων ὀνόματα οὐδὲν δέομαι καταλέγειν, ἵνα μὴ καὶ δι᾽ ὄχλου γένωμαι, τὸν δὲ δὴ Τρεβώνιον τόν τε Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὃν καὶ Ἰούνιον Ἀλβῖνόν τε ἐπεκάλουν, οὐ δύναμαι [4] παραλιπεῖν. πλεῖστα γὰρ καὶ οὗτοι εὐεργετηθέντες ὑπὸ τοῦ Καίσαρος, καὶ ὅ γε Δέκιμος καὶ ὕπατος ἐς τὸ δεύτερον ἔτος ἀποδεδειγμένος καὶ τῇ Γαλατίᾳ τῇ πλησιοχώρῳ προστεταγμένος, ἐπεβούλευσαν αὐτῷ. 15. καὶ ὀλίγου γε ἐφωράθησαν ὑπό τε τοῦ πλήθους τῶν συνειδότων, καίτοι τοῦ Καίσαρος μήτε λόγον τινὰ περὶ τοιούτου τινὸς προσδεχομένου καὶ πάνυ ἰσχυρῶς τοὺς ἐσαγγέλλοντάς τι τοιουτότροπον [2] κολάζοντος, καὶ ὑπὸ τοῦ διαμέλλειν. αἰδῶ τε γὰρ αὐτοῦ καὶ ὣς ἔχοντες, καὶ φοβούμενοι, καίπερ μηδεμιᾷ ἔτι φρουρᾷ χρωμένου, μὴ καὶ ὑπὸ τῶν ἄλλων τῶν περὶ αὐτὸν ἀεί ποτε ὄντων φθαρῶσι, διῆγον, ὥστε καὶ κινδυνεῦσαι ἐλεγχθέντες [3] ἀπολέσθαι. καὶ ἔπαθον ἂν τοῦτο, εἰ μὴ συνταχῦναι τὸ ἐπιβούλευμα καὶ ἄκοντες ἠναγκάσθησαν. λόγου γάρ τινος, εἴτ᾽ οὖν ἀληθοῦς εἴτε καὶ ψευδοῦς, οἷά που φιλεῖ λογοποιεῖσθαι, διελθόντος ὡς τῶν ἱερέων τῶν πεντεκαίδεκα καλουμένων διαθροούντων ὅτι ἡ Σίβυλλα εἰρηκυῖα εἴη μήποτ᾽ ἂν τοὺς Πάρθους ἄλλως πως [4] πλὴν ὑπὸ βασιλέως ἁλῶναι, καὶ μελλόντων διὰ τοῦτο αὐτῶν τὴν ἐπίκλησιν ταύτην τῷ Καίσαρι δοθῆναι ἐσηγήσεσθαι, τοῦτό τε πιστεύσαντες ἀληθὲς εἶναι, καὶ ὅτι καὶ τοῖς ἄρχουσιν, ὧνπερ καὶ ὁ Βροῦτος καὶ ὁ Κάσσιος ἦν, ἡ ψῆφος ἅτε καὶ ὑπὲρ τηλικούτου βουλεύματος ἐπαχθήσοιτο, καὶ οὔτ᾽ ἀντειπεῖν τολμῶντες οὔτε σιωπῆσαι ὑπομένοντες, ἐπέσπευσαν τὴν ἐπιβουλὴν πρὶν καὶ ὁτιοῦν περὶ αὐτοῦ χρηματισθῆναι. 16. ἐδέδοκτο δὲ αὐτοῖς ἐν τῷ συνεδρίῳ τὴν ἐπιχείρησιν ποιήσασθαι. τόν τε γὰρ Καίσαρα ἥκιστα ἐνταῦθα ὑποτοποῦντά τι πείσεσθαι εὐαλωτότερον ἔσεσθαι, καὶ σφίσιν εὐπορίαν ἀσφαλῆ ξιφῶν ἐν κιβωτίοις ἀντὶ γραμματείων τινῶν ἐσκομισθέντων ὑπάρξειν, τοῦς τε ἄλλους οὐ δυνήσεσθαι, οἷά [2] που καὶ ἀόπλους ὄντας, ἀμῦναι προσεδόκων· εἰ δ᾽ οὖν τις καὶ τολμήσειέ που, ἀλλὰ τοὺς γε μονομάχους, οὓς πολλοὺς ἐν τῷ Πομπηίου θεάτρῳ, πρόφασιν ὡς καὶ ὁπλομαχήσοντας, προπαρεσκευάσαντο, βοηθήσειν σφίσιν ἤλπιζον· ἐκεῖ γάρ που ἐν οἰκήματί τινι τοῦ περιστῴου συνεδρεύειν ἔμελλον. καὶ οἱ μέν, ἐπειδὴ ἡ κυρία ἧκεν, ἔς τε τὸ βουλευτήριον ἅμα ἕῳ συνελέγησαν καὶ τὸν 17. Καίσαρα παρεκάλουν· ἐκείνῳ δὲ προέλεγον μὲν καὶ μάντεις τὴν ἐπιβουλήν, προέλεγε δὲ καὶ ὀνείρατα. ἐν γὰρ τῇ νυκτὶ ἐν ᾗ ἐσφάγη ἥ τε γυνὴ αὐτοῦ τήν τε οἰκίαν σφῶν συμπεπτωκέναι καὶ τὸν ἄνδρα συντετρῶσθαί τε ὑπό τινων καὶ ἐς τὸν κόλπον αὐτῆς καταφυγεῖν ἔδοξε, καὶ ὁ Καῖσαρ ἐπί τε τῶν νεφῶν μετέωρος αἰωρεῖσθαι καὶ τῆς [2] τοῦ Διὸς χειρὸς ἅπτεσθαι. πρὸς δ᾽ ἔτι καὶ σημεῖα οὔτ᾽ ὀλίγα οὔτ᾽ ἀσθενῆ αὐτῷ ἐγένετο· τά τε γὰρ ὅπλα τὰ Ἄρεια παρ᾽ αὐτῷ τότε ὡς καὶ παρὰ ἀρχιερεῖ κατά τι πάτριον κείμενα ψόφον τῆς νυκτὸς πολὺν ἐποίησε, καὶ αἱ θύραι τοῦ δωματίου ἐν ᾧ ἐκάθευδεν αὐτόμαται ἀνεῴχθησαν. [3] τά τε ἱερὰ ἃ ἐπ᾽ αὐτοῖς ἐθύσατο οὐδὲν αἴσιον ὑπέφηνε, καὶ οἱ ὄρνιθες δι᾽ ὧν ἐμαντεύετο οὐκ ἐπέτρεπον αὐτῷ ἐκ τῆς οἰκίας ἐξελθεῖν. ἤδη δέ τισι καὶ τὸ τοῦ δίφρου τοῦ ἐπιχρύσου ἐνθύμιον μετά γε τὴν σφαγὴν αὐτοῦ ἐγένετο, ὅτι αὐτὸν ὁ ὑπηρέτης βραδύνοντος τοῦ Καίσαρος ἐξεκόμισεν ἐκ τοῦ συνεδρίου, νομίσας μηκέτ᾽ αὐτοῦ χρείαν ἔσεσθαι. 18. χρονίζοντος δ᾽ οὖν διὰ ταῦτα τοῦ Καίσαρος, δείσαντες οἱ συνωμόται μὴ ἀναβολῆς γενομένης ῾θροῦς γάρ τις διῆλθεν ὅτι οἴκοι τὴν ἡμέραν ἐκείνην μενεἶ τό τε ἐπιβούλευμά σφισι διαπέσῃ καὶ αὐτοὶ φωραθῶσι, πέμπουσι τὸν Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὅπως ὡς καὶ πάνυ φίλος αὐτῷ δοκῶν εἶναι ποιήσῃ [2] αὐτὸν ἀφικέσθαι. καὶ ὃς τά τε προταθέντα ὑπ᾽ αὐτοῦ φαυλίσας, καὶ τὴν γερουσίαν σφόδρα ἐπιθυμεῖν ἰδεῖν αὐτὸν εἰπών, ἔπεισε προελθεῖν. κἀν τούτῳ εἰκών τις αὐτοῦ, ἣν ἐν τοῖς προθύροις ἀνακειμένην εἶχε, κατέπεσεν ἀπὸ ταὐτομάτου καὶ [3] συνεθραύσθη. ἀλλ᾽ ἔδει γὰρ αὐτὸν τότε μεταλλάξαι, οὐδὲν οὔτε τούτου ἐφρόντισε οὔτε τινὸς τὴν ἐπιβουλήν οἱ μηνύοντος ἤκουσε. καὶ βιβλίον τι παρ᾽ αὐτοῦ λαβών, ἐν ᾧ πάντα τὰ πρὸς τὴν ἐπίθεσιν παρεσκευασμένα ἀκριβῶς ἐνεγέγραπτο, οὐκ ἀνέγνω, νομίσας ἄλλο τι αὐτὸ τῶν οὐκ ἐπειγόντων [4] ἔχειν. τό τε σύμπαν οὕτως ἐθάρσει ὥστε καὶ πρὸς τὸν μάντιν τὸν τὴν ἡμέραν ἐκείνην φυλάσσεσθαί ποτε αὐτῷ προαγορεύσαντα εἰπεῖν ἐπισκώπτων ‘ποῦ δῆτά σου τὰ μαντεύματα; ἢ οὐχ ὁρᾷς ὅτι τε ἡ ἡμέρα ἣν ἐδεδίεις πάρεστι, καὶ ἐγὼ ζῶ;’ καὶ ἐκεῖνος τοσοῦτον, ὥς φασι, μόνον ἀπεκρίνατο, ὅτι ‘ναὶ πάρεστιν, οὐδέπω δὲ παρελήλυθεν.’ 19. ὡς δ᾽ οὖν ἀφίκετό ποτε πρὸς τὸ συνέδριον, Τρεβώνιος μὲν Ἀντώνιον ἔξω που ἀποδιέτριψεν. ἐβουλεύσαντο μὲν γὰρ καὶ τοῦτον τόν τε Λέπιδον [2] ἀποκτεῖναι· φοβηθέντες δὲ μὴ καὶ ἐκ τοῦ πλήθους τῶν ἀπολομένων διαβληθῶσιν ὡς καὶ ἐπὶ δυναστείᾳ ἀλλ᾽ οὐκ ἐπ᾽ ἐλευθερώσει τῆς πόλεως, ἣν προεβάλλοντο, τὸν Καίσαρα πεφονευκότες, οὐδὲ παρεῖναι τὸν Ἀντώνιον τῇ σφαγῇ αὐτοῦ ἠθέλησαν, ἐπεὶ ὅ γε Λέπιδος ἐξεστράτευτο καὶ ἐν τῷ [3] προαστείῳ ἦν. ἐκείνῳ μὲν δὴ Τρεβώνιος διελέγετο· οἱ δὲ δὴ ἄλλοι τὸν Καίσαρα ἐν τούτῳ ἀθρόοι περιστάντες ῾εὐπρόσοδός τε γὰρ καὶ φιλοπροσήγορος ἐν τοῖς μάλιστα ἦν᾽ οἱ μὲν ἐμυθολόγουν, οἱ δὲ ἱκέτευον δῆθεν αὐτόν, ὅπως ἥκιστά τι ὑποπτεύσῃ. [4] ἐπεί τε ὁ καιρὸς ἐλάμβανε, προσῆλθέ τις αὐτῷ ὡς καὶ χάριν τινὰ γιγνώσκων, καὶ τὸ ἱμάτιον αὐτοῦ ἀπὸ τοῦ ὤμου καθείλκυσε, σημεῖόν τι τοῦτο κατὰ τὸ συγκείμενον τοῖς συνωμόταις αἴρων· κἀκ τούτου προσπεσόντες αὐτῷ ἐκεῖνοι [5] πολλαχόθεν ἅμα κατέτρωσαν αὐτόν, ὥσθ᾽ ὑπὸ τοῦ πλήθους αὐτῶν μήτ᾽ εἰπεῖν μήτε πρᾶξαί τι τὸν Καίσαρα δυνηθῆναι, ἀλλὰ συγκαλυψάμενον σφαγῆναι πολλοῖς τραύμασι. ταῦτα μὲν τἀληθέστατα· ἤδη δέ τινες καὶ ἐκεῖνο εἶπον, ὅτι πρὸς τὸν Βροῦτον ἰσχυρῶς πατάξαντα ἔφη ‘καὶ σύ, τέκνον;’ 20. θορύβου δ᾽ οὖν πολλοῦ παρὰ τῶν ἄλλων τῶν τε ἔνδον ὄντων καὶ τῶν ἔξωθεν προσεστηκότων πρός τε τὸ αἰφνίδιον τοῦ πάθους, καὶ ὅτι ἠγνόουν τούς τε σφαγέας καὶ τὸ πλῆθος τήν τε διάνοιαν αὐτῶν, γενομένου πάντες ὡς καὶ κινδυνεύσοντες [2] ἐταράσσοντο, καὶ αὐτοί τε ἐς φυγὴν ὥρμησαν ᾗ ἕκαστος ἐδύνατο, καὶ τοὺς προστυγχάνοντάς σφισιν ἐξέπλησσον, σαφὲς μὲν οὐδὲν λέγοντες, αὐτὰ δὲ ταῦτα μόνον βοῶντες, ‘φεῦγε, κλεῖε, [3] κλεῖε.’ καὶ αὐτὰ καὶ οἱ λοιποὶ παραλαμβάνοντες παρ᾽ ἀλλήλων ὡς ἕκαστος διεβόων, καὶ τήν τε πόλιν θρήνων ἐπλήρουν, καὶ αὐτοὶ ἔς τε τὰ ἐργαστήρια καὶ ἐς τὰς οἰκίας ἐσπίπτοντες ἀπεκρύπτοντο, καίτοι τῶν σφαγέων ἔς τε τὴν ἀγορὰν ὥσπερ εἶχον ὁρμησάντων, καὶ τοῖς τε σχήμασιν ἐνδεικνυμένων καὶ προσεκβοώντων μὴ φοβεῖσθαι. [4] ἐκεῖνοι μὲν γὰρ τοῦτό τε ἅμα ἔλεγον καὶ τὸν Κικέρωνα συνεχῶς ἀνεκάλουν, ὁ δὲ ὅμιλος οὔτ᾽ ἄλλως ἐπίστευέ σφισιν ἀληθεύειν οὔτε ῥᾳδίως καθίστατο· ὀψὲ δ᾽ οὖν ποτε καὶ μόλις, ὡς οὔτε τις ἐφονεύετο οὔτε συνελαμβάνετο, θαρσήσαντες 21. ἡσύχασαν. καὶ συνελθόντων αὐτῶν ἐς ἐκκλησίαν πολλὰ μὲν κατὰ τοῦ Καίσαρος πολλὰ δὲ καὶ ὑπὲρ τῆς δημοκρατίας οἱ σφαγεῖς εἶπον, θαρσεῖν τέ σφας καὶ μηδὲν δεινὸν προσδέχεσθαι ἐκέλευον· οὔτε γὰρ ἐπὶ δυναστείᾳ οὔτ᾽ ἐπ᾽ ἄλλῃ πλεονεξίᾳ οὐδεμιᾷ ἀπεκτονέναι αὐτὸν ἔφασαν, ἀλλ᾽ ἵν᾽ ἐλεύθεροί τε καὶ αὐτόνομοι ὄντες ὀρθῶς πολιτεύωνται. [2] τοιαῦτα ἄττα εἰπόντες τοὺς μὲν πολλοὺς κατέστησαν, καὶ μάλισθ᾽ ὅτι οὐδένα ἠδίκουν· αὐτοὶ δὲ δὴ φοβούμενοι καὶ ὣς μή τις σφίσιν ἀντεπιβουλεύσῃ, ἀνῆλθον ἐς τὸ Καπιτώλιον ὡς καὶ τοῖς θεοῖς προσευξόμενοι, καὶ ἐκεῖ τήν τε ἡμέραν καὶ [3] τὴν νύκτα ἐνδιέτριψαν. καὶ αὐτοῖς καὶ ἄλλοι τινὲς τῶν πρώτων ἀφ᾽ ἑσπέρας, τῆς μὲν ἐπιβουλῆς οὐ συμμετασχόντες, τῆς δὲ ἀπ᾽ αὐτῆς δόξης, ὡς καὶ ἐπαινουμένους σφᾶς ἑώρων, καὶ τῶν ἄθλων ἃ [4] προσεδέχοντο μεταποιησόμενοι, συνεγένοντο. καὶ συνέβη γε αὐτοῖς ἐς τοὐναντίον τὸ πρᾶγμα δικαιότατα περιστῆναι· οὔτε γὰρ τὸ ὄνομα τοῦ ἔργου ἅτε μηδὲν αὐτοῦ προσκοινωνήσαντες ἔλαβον, καὶ τοῦ κινδύνου τοῦ τοῖς δράσασιν αὐτὸ συμβάντος ὡς καὶ συνεπιβουλεύσαντές σφισι μετέσχον. 22. ἰδὼν δὲ ταῦτα ὁ Δολοβέλλας οὐδ᾽ αὐτὸς ἠξίου τὴν ἡσυχίαν ἄγειν, ἀλλ᾽ ἔς τε τὴν ὕπατον ἀρχὴν καίπερ μηδέπω οἱ προσήκουσαν ἐσῆλθε, καὶ δημηγορήσας τι περὶ τῶν παρόντων ἐς τὸ [2] Καπιτώλιον ἀνέβη. τούτων δὲ ἐνταῦθα ὄντων, ὁ Λέπιδος μαθὼν τὰ γεγενημένα τήν τε ἀγορὰν μετὰ τῶν στρατιωτῶν τῆς νυκτὸς κατέλαβε, καὶ κατὰ τῶν σφαγέων ἅμα ἕῳ ἐδημηγόρει.

 

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

  1. Questa dunque era la situazione di Cesare. I congiurati ruppero gli indugi, e per renderlo odioso anche ai suoi più fedeli amici sparsero molte calunnie nei suoi riguardi, e alla fine lo salutarono rex, usando spesso tale nome anche quando parlavano tra di loro. [2] E poiché egli respinse il titolo di rex e rimproverò coloro che usavano tale termine parlando con lui, senza però compiere un atto che potesse apertamente dimostrare che si sdegnava veramente per questo titolo, posero di nascosto un diadema sul capo della sua statua che stava sui Rostra. [3] I tribuni della plebe C. Epidio Marullo e L. Cesezio Flavo la tolsero ed egli si adirò molto, benché essi non avessero pronunziato alcuna frase offensiva, anzi lo avessero lodato dinanzi al popolo come un uomo per nulla desideroso di tale onore. In quell’occasione, seppur adirato, seppe frenarsi. 10. In seguito però, avendolo di nuovo alcuni chiamato re mentre tornava a cavallo dal Monte Albano (ed egli aveva risposto loro che il suo nome era Cesare e non rex) e poiché i tribuni avevano intentato un processo a colui che per primo lo aveva chiamato così, non seppe più trattenere l’ira, ma andò su tutte le furie, come se essi avessero voluto in tal modo provocare disordini. [2] Sul momento non prese alcun provvedimento contro di loro; ma poi, avendo i tribuni dichiarato in un pubblico avviso che non avevano più sicurezza né libertà di parola riguardo agli affari della res publica, si adirò fortemente, li mise in stato di accusa davanti al Senato e chiese una votazione. [3] Non li condannò a morte, benché alcuni senatori fossero favorevoli alla condanna, ma li destituì dalla carica, su proposta del tribuno Elvio Cinna[1], e li espulse dal Senato. I senatori si rallegrarono per questo provvedimento – o finsero di rallegrarsi – pensando che non avevano nessun bisogno di esporre liberamente la propria opinione e affrontare dei rischi: non essendo immischiati nella faccenda, guardavano all’episodio come da una vedetta; [4] Cesare però fu biasimato per quest’avvenimento, perché avendo il dovere di punire quelli che l’avevano chiamato rex, li mandò assolti, punendo invece i tribuni della plebe. 11. Oltre a questi fatti ne accadde poco dopo un altro che dimostrava ancor meglio che Cesare respingeva a parole il titolo di rex, mentre in realtà lo desiderava ardentemente. [2] Durante la festa dei Lupercalia[2] egli era entrato nella Regia e si era seduto in tribuna sul suo scranno dorato, tutto splendente nell’abito regale e con la rilucente corona d’oro sul capo; Antonio insieme ai suoi colleghi sacerdoti[3] lo salutò rex e gli pose in capo il diadema, dicendo: «È il popolo che ti da questo per mio mezzo». [3] E Cesare rispose: «Giove soltanto è il rex dei Romani!», e mandò il diadema al dio sul Campidoglio. Non si adirò, ma volle che nel verbale della seduta si scrivesse che egli aveva rifiutato il titolo di rex offertogli dal popolo attraverso il console. Si ebbe perciò il sospetto che avesse preparato l’avvenimento d’accordo con altri, che desiderasse ardentemente quel titolo e che volesse essere costretto ad accettarlo: il che gli procurò un forte odio. [4] Per questo alcuni proposero nelle elezioni che quei tribuni di cui ho parlato fossero nominati consoli, e avvicinando in privato M. Bruto[4] e gli altri spiriti audaci, li spingevano ad agire e li esortavano pubblicamente. 12. Sfruttando l’omonimia di questo Bruto con il famoso Bruto che aveva cacciato i Tarquini, misero in giro molte scritte dove dicevano che lui non era affatto un discendente di quel Bruto: infatti, quell’uomo uccise i suoi due unici figli, quando erano ancora bambini, e non lasciò eredi. [2] Tuttavia la maggior parte dei Romani fingeva di ammettere la discendenza, affinché questo Bruto fosse spinto a compiere un’impresa simile a causa della parentela con quello. E continuamente lo chiamavano gridando: «Bruto! Bruto!», e aggiungendo: «Abbiamo bisogno di un Bruto!». [3] Alla fine posero un’iscrizione sulla statua dell’antico Bruto, che diceva: «O se tu fossi vivo!», e un’altra sulla tribuna di questo Bruto – egli era allora praetor urbanus e il luogo in cui siede e giudica si chiama appunto “tribuna”), che diceva: «Tu dormi, o Bruto» e «Tu non sei un Bruto». 13. Queste circostanze indussero Bruto a ordire la congiura contro Cesare, di cui era stato sempre nemico, quantunque in seguito avesse da lui ricevuto dei benefici […] Aggiunse a sé C. Cassio[5], marito di sua sorella, anche lui perdonato da Cesare e per di più onorato con la praetura. In seguito si unirono a loro altri Romani, che nutrivano i medesimi sentimenti, [3] e non pochi per numero. Io non voglio ricordarli tutti per nome, per non tediare il lettore, ma non posso passare sotto silenzio Trebonio e D. Bruto[6], che era chiamato anche Giunio e Albino. [4] Anche costoro avevano ricevuto molti benefici da Cesare; anzi a D. Bruto, designato console per l’anno seguente, era stato affidato il governo della Gallia Cisalpina: eppure aderirono alla congiura. 15. Mancò poco che la congiura venisse scoperta per il gran numero degli aderenti e per la loro esitazione, benché Cesare non accettasse nessuna denuncia di un simile fatto e rimproverasse duramente quanti gli riferivano qualche particolare di questo genere. [2] I congiurati avevano una certa soggezione di Cesare e temevano, benché egli non avesse più una scorta, di essere uccisi da quelli che gli stavano sempre intorno. Perciò rimandavano l’impresa, tanto da correre il pericolo di essere scoperti e uccisi. [3] E avrebbero realmente subito quella sorte, se non fossero stati costretti a realizzare al più presto il loro piano anche contro voglia. Si era sparsa la voce – non sappiamo se vera o falsa, come suole accadere in simili casi – che i cosiddetti quindecemviri sacris faciundis avessero riferito il seguente responso della Sibilla: «I Parti non potranno essere vinti se non da un rex», [4] e che per questo motivo essi fossero sul punto di proporre che venisse dato a Cesare quel titolo. I congiurati credettero a questa voce, e siccome, trattandosi di un provvedimento di una certa importanza, sarebbero stati chiamati a votare anche Bruto e Cassio in quanto magistrati e non avrebbero osato opporsi, né sopportato di tacere, si affrettarono a portare a compimento la congiura prima che si discutesse in qualche modo su quella proposta. 16. Avevano deciso di eseguire l’attentato in Senato, dove sarebbe stato facile colpire Cesare, in quanto non poteva affatto sospettare di subire un danno in quel luogo. Avrebbero avuto il vantaggio delle spade, che sarebbero state portate dentro casse al posto dei documenti, mentre gli altri non avrebbero potuto reagire perché inermi. [2] Se poi qualcuno avesse osato opporsi, potevano contare sull’aiuto dei gladiatori che avevano radunato in gran numero nel teatro di Pompeo, con il pretesto che avrebbero dovuto combattere: essi, infatti, avevano ricevuto l’ordine di restare fermi in quel luogo nel peristilio. I congiurati, dunque, quando arrivò il giorno stabilito, si radunarono all’alba nel Senato e mandarono a chiamare Cesare. 17. Il dittatore era stato avvertito della congiura sia dagli indovini sia dai sogni. Infatti, nella notte precedente il giorno in cui fu ucciso, la moglie[7] aveva sognato che la casa era crollata, che il marito veniva ferito da alcuni uomini e si rifugiava nel suo grembo; anche Cesare aveva sognato di essere portato in cielo sulle nubi e di toccare la mano di Giove. [2] Accaddero per lui altri segni numerosi e ben chiari: le armi di Marte che stavano, secondo la tradizione, in casa sua in quanto pontifex maximus fecero in quella notte un gran rumore, e le porte della camera dove dormiva si spalancarono spontaneamente. [3] Inoltre i sacrifici che furono fatti per questi portenti diedero segni sfavorevoli, e gli uccelli, di cui ci si serviva per i vaticini, gli vietavano di uscir di casa. E alcuni dopo l’uccisione videro un chiaro segno anche in ciò che accadde al seggio dorato: lo schiavo, a causa del ritardo di Cesare, lo aveva portato via dal Senato, nella convinzione che non ce ne fosse più bisogno. 18. Poiché Cesare dunque, per questi motivi, tardava ad arrivare, i congiurati temettero che ci potesse essere un rinvio della seduta – corse, infatti, la voce che Cesare volesse rimanere a casa quel giorno – e che la congiura fosse stata scoperta, trascinandoli in una sicura rovina. Perciò mandarono D. Bruto, all’apparenza un suo carissimo amico, perché lo convincesse a venire. [2] Costui disperse i motivi addotti da Cesare e gli disse che i senatori desideravano ardentemente vederlo: così lo persuase. In quel momento una statua del dittatore, che si trovava nel vestibolo, cadde spontaneamente e andò in mille pezzi. [3] Ma Cesare – era proprio destino che egli perisse in quel giorno – non badò a questo portento, né diede ascolto ad un indovino che gli svelava la congiura. Prendendo da lui il libello sul quale erano esposti accuratamente tutti i preparativi della congiura, non lo lesse, pensando si trattasse di qualche supplica per nulla urgente. [4] Nel complesso era talmente fiducioso da dire, scherzando, all’indovino che gli raccomandava di star bene attento a quel giorno: «Dove sono andate a finire le tue profezie? Non vedi che il giorno che temevi è giunto, e io sono ancora vivo?». E si dice che l’indovino gli abbia risposto: «Sì, è arrivato, ma non è ancora passato». 19. Quando Cesare entrò in Senato, Trebonio trattenne fuori Antonio. Veramente avevano progettato di eliminare anche lui e Lepido; [2] temendo però, se avessero accresciuto il numero delle vittime, di essere accusati di aver ucciso Cesare per brama di potere e non per la liberazione di Roma – come si vantavano – e, pertanto, non vollero che Antonio fosse presente alla strage (quanto a Lepido, si trovava nel suburbio, perché si accingeva a partire per una spedizione militare). [3] Mentre dunque Trebonio s’intratteneva con Antonio, gli altri congiurati si accalcarono intorno a Cesare (era infatti di facile accesso e cordialissimo), o per conversare o per presentargli una supplica, affinché non avesse il minimo sospetto. [4] Quando giunse il momento, uno di essi[8], avvicinandosi a lui come per ringraziarlo di un favore ricevuto, gli tirò giù dalla spalla la toga, dando così ai congiurati il segnale convenuto. Subito essi gli piombarono addosso da ogni lato e lo colpirono. [5] Cesare, per il gran numero dei congiurati non potendo parlare, né difendersi, si coperse con il mantello e cadde trafitto da molte ferite. Questa è la verità; alcuni, però, hanno affermato che Cesare abbia detto a Bruto, mentre lo colpiva spietatamente: «Anche tu, figlio mio?». 20. Nacque un gran scompiglio fra i senatori, sia quelli che stavano in aula sia quelli che si trovavano fuori, per una disgrazia così improvvisa e anche perché non sapevano chi fossero gli assassini, né il loro numero e nemmeno le loro reali intenzioni. [2] Atterriti dal pericolo, fuggirono dove ciascuno poté, spaventando nello stesso tempo quelli che incontravano. Non dicevano nulla di chiaro, ma gridavano soltanto: «Scappa! Chiudi, chiudi!». [3] Tutti si passavano queste parole l’un con l’altro e gridavano, riempiendo la città di gemiti. Correvano dentro le botteghe e dentro le case, e lì si nascondevano, benché gli uccisori, precipitandosi così come si trovavano nel Foro, raccomandassero con i gesti e con le parole di non aver paura. [4] E mentre dicevano questo, invocavano senza interruzione il nome di Cicerone[9]. Ma la folla non credeva ai loro discorsi e tardava a calmarsi. Finalmente, con fatica, poiché vedevano che nessuno veniva ucciso né arrestato, ripresero fiducia e si calmarono. 21. Quando il Senato si fu radunato, gli uccisori parlarono a lungo contro Cesare e in difesa della democrazia, esortando i senatori ad avere fiducia e a non temere nessun male. Dicevano che avevano eliminato Cesare non per brama di potere, né per procurarsi dei guadagni, ma affinché i Romani fossero rettamente governati come cittadini liberi e indipendenti. [2] Queste parole, e soprattutto il fatto che nessuno veniva offeso, tranquillizzarono i più. Tuttavia i congiurati, temendo che qualcuno potesse tendere qualche rappresaglia, salirono sul Campidoglio, facendo credere di voler pregare gli dèi, e lì passarono il giorno e la notte. [3] Sul far della sera si unirono a loro alcuni ragguardevoli cittadini, che non avevano preso parte diretta alla congiura, ma speravano di partecipare alla gloria da essa derivante (vedevano, infatti, che i Cesaricidi venivano esaltati) e ai vantaggi che ne sarebbero scaturiti. [4] Accadde però a loro – e molto giustamente – tutto il contrario di ciò che si aspettavano: non ebbero la gloria del fatto, in quanto non vi avevano in alcun modo partecipato, e incapparono invece nei pericoli che minacciavano i veri congiurati, come se avessero davvero preso parte all’azione. 22. Visto ciò, anche P. Dolabella decise di agire: assunse il consolato, benché ancora non gli spettasse, e dopo aver tenuto un discorso davanti al popolo riguardo alla situazione che si era venuta a creare, salì sul Campidoglio. [2] Stando così le cose, Lepido, venuto a sapere di ciò che era accaduto, occupò il Foro di notte con i suoi soldati e all’alba parlò al popolo contro gli assassini.
M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

[1] Colui che nella confusione seguita all’assassinio di Cesare in Senato verrà ucciso dalla folla inferocita, perché scambiato con il praetor omonimo Cornelio Cinna, uno dei congiurati (cfr. Dion., XLIV 50, 4).

[2] La festa dei Lupercalia si celebrava ogni anno a febbraio in onore di Lupercus (gr. Πάν Λυκαῖος). Lo scrittore usa qui il termine greco γυμνοπαιδίαι: le «gimnopedie» erano una festa in onore di Apollo e Artemide, che si celebrava a Sparta; in essa giovinetti scelti danzavano nudi ed eseguivano esercizi ginnici.

[3] Antonio era stato eletto flamen Dialis, ossia addetto al culto di Giove.

[4] M. Giunio Bruto (da non confondere con D. Bruto) fu figura di primo piano nella società del tempo di Cesare. Era figlio di M. Giunio Bruto, tribuno della plebe nell’83 a.C., ma fu adottato dallo zio Q. Servilio Cepione. Nacque verso l’85 a.C.; fu quaestor di Ap. Claudio in Cilicia nel 53, e sostenitore di Pompeo nella guerra civile contro Cesare. Perdonato da quest’ultimo dopo Farsalo, nel 46 ebbe il governo della Gallia Cisalpina nel 44 fu praetor urbanus. Nel 46 divorziò dalla moglie Claudia e sposò Porcia, figlia di M. Porcio Catone Uticense. Dopo la morte di Cesare fu, insieme a Cassio, il capo della guerra contro Antonio e Ottaviano, e morì a Filippi nel 42. Fu amico di Cicerone, che lo ebbe molto caro e gli dedicò tre opere (De finibus bonorum et malorum; Orator; un gruppo di Epistolae). Alla fine del Brutus il grande oratore fa un lunghissimo ed entusiastico elogio di questo suo giovane amico: Sed in te intuens, Brute, doleo, cuius in adulescentiam per medias laudes quasi quadrigis vehentem transversa incurrit misera fortuna rei publicae

[5] C. Cassio Longino fu quaestor di Crassso nella spedizione contro i Parti del 53 a.C. Dopo la sconfitta ebbe l’incarico di difendere la Syria. Fu tribunus plebis nel 49 a.C., e nella guerra civile tra Cesare e Pompeo parteggiò per quest’ultimo. Perdonato da Cesare dopo Farsalo, fu l’animatore della congiura, ma con minore autorità di Bruto. Era cognato di questi, di cui aveva sposato la sorella Giunia Terza.

[6] Era figlio di D. Bruto, console nel 77 a.C., ma fu adottato da Postumio Albino. Partecipò attivamente alla guerra gallica di Cesare, di cui godé l’affetto e la stima, e fu il principale artefice della vittoria sulla tribù gallica dei Veneti. Dopo l’assassinio di Cesare fu uno dei più accaniti nemici di Antonio. Dopo la guerra di Modena passò nella Gallia Comata, dove sperava di ricevere aiuti dal goernatore Planco: ma fu pienamente deluso. Dalla Gallia cercò di raggiungere la Macedonia, per ricongiungersi con M. Bruto, ma fu catturato e ucciso per ordine di Antonio.

[7] Calpurnia. Era la figlia di L. Calpurnio Pisone Cesonino (sposata nel 59 a.C.). Era la sua terza moglie: la prima era stata Cornelia, figlia di P. Cornelio Cinna (sposata nell’84 e morta nel 68); la seconda era stata Pompea, figlia di Q. Pomponio Rufo (sposata nel 67 e ripudiata nel 61, perché coinvolta nello scandalo del famigerato tribuno P. Clodio). Dalla prima moglie Cornelia, Cesare aveva avuto la figlia Giulia.

[8] Secondo Svet., Caes. 82, il primo a colpire Cesare sarebbe stato P. Servilio Casca. Qualche istante prima Tillio Cimbro si era avvicinato al dittatore come per chiedergli un favore. Ma egli si era rifiutato di ascoltarlo, facendo chiaramente capire che intendeva rimandare la questione ad un altro momento.

[9] La notizia accolta qui da Cassio Dione fu diffusa da Antonio subito dopo l’uccisione di Cesare. Ma era una notizia falsa: in realtà i congiurati si erano ben guardati dal comunicare il loro progetto a Cicerone, perché non si fidavano della sua capacità di segretezza (cfr. Plut., Brut. 12, 1).

Dies sceleratus

Svetonio, De Vita Caesarum I 80-82 (M. Ihm [ed.], C. Suetoni Tranquilli opera. Vol. 1. De vita Caesarum libri VIII. Teubner, Leipzig 1907= 19082, pp. 41-44).

Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.

Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.

  1. Quae causa coniuratis maturandi fuit destinata negotia, ne assentiri necesse esset. Consilia igitur dispersim antea habita et quae saepe bini terniue ceperant, in unum omnes contulerunt, ne populo quidem iam praesenti statu laeto, sed clam palamque detrectante dominationem atque assertores flagitante. peregrinis in senatum allectis libellus propositus est: «Bonum factum: ne quis senatori nouo curiam monstrare uelit!». et illa uulgo canebantur: «Gallos Caesar in triumphum ducit, idem in curiam»: Galli bracas deposuerunt, latum clauum sumpserunt. Quinto Maximo suffecto trimenstrique consule theatrum introeunte, cum lictor animaduerti ex more iussisset, ab uniuersis conclamatum est non esse eum consulem. post remotos Caesetium et Marullum tribunos reperta sunt proximis comitiis complura suffragia consules eos declarantium. subscripsere quidam Luci Bruti statuae: «utinam uiueres!» item ipsius Caesaris: «Brutus, quia reges eiecit, consul primus factus est: hic, quia consules eiecit, rex postremo factus est». conspiratum est in eum a sexaginta amplius, Gaio Cassio Marcoque et Decimo Bruto principibus conspirationis. qui primum cunctati utrumne in Campo per comitia tribus ad suffragia uocantem partibus diuisis e ponte deicerent atque exceptum trucidarent, an in Sacra uia uel in aditu theatri adorirentur, postquam senatus Idibus Martiis in Pompei curiam edictus est, facile tempus et locum praetulerunt.
  2. Sed Caesari futura caedes euidentibus prodigiis denuntiata est. paucos ante menses, cum in colonia Capua deducti lege Iulia coloni ad extruendas uillas uetustissima sepulcra dissicerent idque eo studiosius facerent, quod aliquantum uasculorum operis antiqui scrutantes reperiebant, tabula aenea in monimento, in quo dicebatur Capys conditor Capuae sepultus, inuenta est conscripta litteris uerbisque Graecis hac sententia: «quandoque ossa Capyis detecta essent, fore ut illo prognatus manu consanguineorum necaretur magnisque mox Italiae cladibus uindicaretur». cuius rei, ne quis fabulosam aut commenticiam putet, auctor est Cornelius Balbus, familiarissimus Caesaris. proximis diebus equorum greges, quos in traiciendo Rubiconi flumini consecrarat ac uagos et sine custode dimiserat, comperit pertinacissime pabulo abstinere ubertimque flere. et immolantem haruspex Spurinna monuit, «caueret periculum, quod non ultra Martias Idus proferretur». pridie autem easdem Idus auem regaliolum cum laureo ramulo Pompeianae curiae se inferentem uolucres uarii generis ex proximo nemore persecutae ibidem discerpserunt. ea uero nocte, cui inluxit dies caedis, et ipse sibi uisus est per quietem interdum supra nubes uolitare, alias cum Ioue dextram iungere; et Calpurnia uxor imaginata est conlabi fastigium domus maritumque in gremio suo confodi; ac subito cubiculi fores sponte patuerunt. Ob haec simul et ob infirmam ualitudinem diu cunctatus an se contineret et quae apud senatum proposuerat agere differret, tandem Decimo Bruto adhortante, ne frequentis ac iam dudum opperientis destitueret, quinta fere hora progressus est libellumque insidiarum indicem ab obuio quodam porrectum libellis ceteris, quos sinistra manu tenebat, quasi mox lecturus commiscuit. dein pluribus hostiis caesis, cum litare non posset, introiit curiam spreta religione Spurinnamque irridens et ut falsum arguens, quod sine ulla sua noxa Idus Martiae adessent: quanquam is uenisse quidem eas diceret, sed non praeterisse.
  3. assidentem conspirati specie officii circumsteterunt, ilicoque Cimber Tillius, qui primas partes susceperat, quasi aliquid rogaturus propius accessit renuentique et gestum in aliud tempus differenti ab utroque umero togam adprehendit: deinde clamantem: «ista quidem uis est!» alter e Cascis auersum uulnerat paulum infra iugulum. Caesar Cascae brachium arreptum graphio traiecit conatusque prosilire alio uulnere tardatus est; utque animaduertit undique se strictis pugionibus peti, toga caput obuoluit, simul sinistra manu sinum ad ima crura deduxit, quo honestius caderet etiam inferiore corporis parte uelata. atque ita tribus et uiginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine uoce edito, etsi tradiderunt quidam M. Bruto irruenti dixisse: «καὶ σὺ τέκνον»; exanimis diffugientibus cunctis aliquamdiu iacuit, donec lecticae impositum, dependente brachio, tres seruoli domum rettulerunt. nec in tot uulneribus, ut Antistius medicus existimabat, letale ullum repertum est, nisi quod secundo loco in pectore acceperat. Fuerat animus coniuratis corpus occisi in Tiberim trahere, bona publicare, acta rescindere, sed metu M. Antoni consulis et magistri equitum Lepidi destiterunt.

 

Maestro di Marradi. L'assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas.

Maestro di Marradi. L’assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas.

  1. Fu questo il motivo che indusse i congiurati ad attuare il loro progetto, per non essere costretti a dare il loro assenso alla proposta. Allora fusero in uno solo i piani – fino a quel momento distinti – che avevano elaborato in gruppi di due o tre persone: anche il popolo non era più contento del presente stato delle cose, ma, di nascosto o apertamente, denigrava la tirannia e reclamava liberatori. All’indirizzo degli stranieri ammessi in Senato, fu pubblicato questo libello: «Buona fortuna! Che nessuno si prenda la briga di indicare la strada della curia ad un nuovo senatore!»; dappertutto, poi, si cantava così: «Cesare conduce in trionfo i Galli, li conduce in Senato; i Galli hanno abbandonato le bracae e indossato il laticlavio». Quando in teatro un littore ordinò di annunciare l’entrata di Q. Massimo, nominato consul suffectus per un trimestre, tutti gli spettatoti in coro gridarono che quello non era console. Durante le elezioni che seguirono alla revoca di Cesezio e Marullo si trovarono numerosi voti che li designavano come consoli. Alcuni scrissero sul basamento della statua di Lucio Bruto: «Oh, se tu fossi ancora vivo!», e di quella dello stesso Cesare: «Bruto fu eletto console per primo perché aveva scacciato i re. Costui, perché ha scacciato i consoli, alla fine è stato fatto re!». Più di sessanta cittadini cospirarono contro di lui, guidati da C. Cassio, M. Bruto e D. Bruto. I congiurati erano indecisi, in un primo tempo, se assassinarlo in Campo Marzio, durante le elezioni, quando egli avrebbe chiamato i tribuni a votare: allora alcuni lo avrebbero fatto cadere dal ponte, e altri lo avrebbero atteso giù, per sgozzarlo; oppure se assalirlo sulla via Sacra, o ancora mentre entrava in teatro. Quando però fu fissato che il Senato si sarebbe riunito alle Idi di marzo nella Curia di Pompeo, non ci furono difficoltà sulla scelta di quella data e di quel luogo.
  2. Ma la morte imminente fu annunciata a Cesare da chiari prodigi. Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua, in virtù della lex Iulia agraria, stavano demolendo antiche tombe per costruirvi sopra case di campagna. Lavoravano con tanto ardore che scoprirono, esplorando le tombe, una gran quantità di vasi di antica fattura e in un sepolcro trovarono una tavoletta di bronzo nella quale si diceva che vi era sepolto Capys, il fondatore di Capua. La tavola recava la scritta in lingua e caratteri greci, il cui senso era questo: «Quando saranno scoperte le ossa di Capys, un discendente di Iulo morrà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili disastri dell’Italia». Di questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, ha reso testimonianza Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare. Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva consacrato, quando attraversò il Rubicone, al dio del fiume, e lasciava libere di correre, senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente. Per di più, mentre faceva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo ammonì di «fare attenzione al pericolo che non si sarebbe protratto oltre le Idi di marzo». Il giorno prima delle Idi un uccellino, con un ramoscello di lauro nel becco, volava verso la Curia di Pompeo, quando volatili di genere diverso, levatisi dal bosco vicino, lo raggiunsero e lo fecero a pezzi sul luogo stesso. Nella notte che precedette il giorno della morte, Cesare stesso sognò di volare al di sopra delle nubi e di stringere la mano di Giove; la moglie Calpurnia sognò invece che crollava la sommità della casa e che suo marito veniva ucciso tra le sue braccia; poi, d’un tratto, le porte della camera da letto si aprirono da sole. In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute, rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché D. Bruto lo esortava a non privare della sua presenza i senatori accorsi in gran numero che lo stavano aspettando da un po’, verso la quinta ora uscì. Camminando, prese dalle mani di uno che gli era venuto incontro un libello che denunciava il complotto, ma lo mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi. Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò nella Curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna, accusandolo di dire il falso, perché le Idi erano arrivate senza danno per lui. Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate.
  3. Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico dell’iniziativa, gli si fece più vicino, come se volesse chiedergli un favore: Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa ad un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: «Ma questa è una violenza bell’e buona!» uno dei due Casca lo ferì dal di dietro, poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con il suo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperse anche la parte inferiore del corpo. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a M. Bruto, che si precipitava contro di lui: «Anche tu, figlio?». Esanime, mentre tutti fuggivano, rimase lì per un po’ di tempo, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che penzolava in fuori, fu portato a casa da tre servi. Secondo il referto del medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto. I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console M. Antonio e del magister equitum

Cesare passa il Rubicone (10 gennaio 49 a.C.)

di AA.VV. Roma Antica, Istituto Geografico De Agostini, n. 62 – Novara 1999, pp. 261-262. Trad. it. e note da A. La Penna – D. Magnino (cur.), Vite parallele – Alessandro e Cesare, testo greco a fronte, Milano 2007, pp. 382-385. Testo greco da B. Perin (ed.), Plutarch’s Lives, Cambridge 1919.

 

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Houston, Museum of Natural Science.

Con la morte di Crasso a Carrhae veniva a mancare l’elemento più debole del triumvirato, ma anche colui che, con trame, intrighi e soprattutto con il denaro, ne aveva garantito la coesione. Dopo i disordini seguiti alla morte di Clodio, Pompeo era di nuovo il “beniamino” del Senato con legittimi poteri proconsolari (per il governo della Spagna) e consolari, per il suo incarico straordinario di console unico. Oltre a promuovere leggi che mettessero fine alle violenze, Pompeo fece in modo di prorogare il suo incarico in Spagna per altri cinque anni. In quel periodo ogni conversazione in ogni casa romana doveva probabilmente includere due domande: la prima «cosa farà Cesare?» e la seconda «quando scade il suo mandato nelle Gallie?». A quest’ultima domanda non sembra vi fosse, anche per i contemporanei, una risposta sicura. Dopo l’accordo di Lucca, nel 55, si erano aggiunti per Cesare altri cinque anni, ma l’esatta data di scadenza del mandato dipendeva in concreto dalla data della seduta di delibera del nuovo governatore. La legge prevedeva che i consoli potessero occupare le province assegnate solo al termine della magistratura, così è verosimile che Cesare contasse su una proroga di un anno fino all’arrivo dei successori, vale a dire la fine del 49. Un’altra legge stabiliva un intervallo di dieci anni per ripresentare la propria candidatura al consolato e Cesare, console nel 59, aveva dunque le carte in regola per partecipare alle elezioni. Perciò, chiese e ottenne il permesso di presentare la propria candidatura anche assente da Roma. A questo punto si aprì il conflitto, al principio a colpi di armi politiche. Per limitare brogli e traffici oscuri, una norma del 53 prevedeva che i magistrati dovessero attendere cinque anni dopo lo scadere della legislatura per ottenere un governo provinciale. Pompeo fece sì che la norma divenisse legge: in questo modo le Gallie potevano essere assegnate già dal principio del 49 a consoli dimessi. Cesare perdeva quasi un anno di libertà d’azione con poteri straordinari. Tutto l’anno 50 fu dominato da mediazioni e discussioni senza che si arrivasse ad alcuna soluzione. Pompeo chiedeva invano a Cesare la restituzione di una legione, con la scusa della minaccia partica; Cesare mandava a dire che avrebbe lasciato il governo provinciale solo se Pompeo avesse rinunciato contemporaneamente al proprio. Il primo gennaio del 49 Curione, già tribuno della plebe e fedele a Cesare, portò in Senato una lettera del generale dove veniva ribadita la stessa proposta di rinuncia contemporanea. Nonostante i tentativi di Marco Antonio, allora tribuno, si arrivò a una decisione gravida di sangue: Cesare doveva lasciare le sue province entro il 1° marzo del 49, altrimenti sarebbe stato dichiarato nemico pubblico. Il 7 gennaio fu designato un nuovo governatore delle Gallie e gli amici di Cesare si affrettarono a lasciare la città. Raggiunto a Ravenna dai tribuni e avuto il quadro della situazione, prima ancora di avere una notifica ufficiale, Cesare ordinò a un distaccamento dell’unica legione disponibile in Italia (la XIII) di passare il Rubicone. Oltrepassare in armi il Rubicone, che segnava il confine tra l’Italia e la Gallia Cisalpina, equivaleva a una dichiarazione di guerra.

Rimini sulla Tabula Peutingeriana, esemplare del XII-XIII secolo di una carta delle principali vie dell'Impero romano.

Rimini sulla Tabula Peutingeriana, esemplare del XII-XIII secolo di una carta delle principali vie dell’Impero romano.

Plutarco, Cesare, 31-32, 6

[31.1] ἐπεὶ δὲ παρὰ Καίσαρος ἧκον ἐπιστολαὶ μετριάζειν δοκοῦντος ἠξίου γὰρ ἀφεὶς τὰ ἄλλα πάντα τὴν ἐντὸς Ἄλπεων καὶ τὸ Ἰλλυρικὸν μετὰ δυεῖν ταγμάτων αὐτῷ δοθῆναι, μέχρι οὗ τὴν δευτέραν ὑπατείαν μέτεισι, καὶ Κικέρων ὁ ῥήτωρ ἄρτι παρὼν ἐκ Κιλικίας καὶ διαλλαγὰς πράττων ἐμάλαττε τὸν Πομπήϊον, ὁ δὲ τἆλλα συγχωρῶν τοὺς στρατιώτας ἀφῄρει. καὶ Κικέρων μὲν ἔπειθε τοὺς Καίσαρος φίλους συνενδόντας ἐπὶ ταῖς εἰρημέναις ἐπαρχίαις καὶ στρατιώταις μόνοις ἑξακισχιλίοις ποιεῖσθαι τὰς διαλύσεις, [2] Πομπηΐου δὲ καμπτομένου καὶ διδόντος οἱ περὶ Λέντλον οὐκ εἴων ὑπατεύοντες, ἀλλὰ καὶ τῆς βουλῆς Ἀντώνιον καὶ Κουρίωνα προπηλακίσαντες ἐξήλασαν ἀτίμως, τὴν εὐπρεπεστάτην Καίσαρι τῶν προφάσεων αὐτοὶ μηχανησάμενοι, καὶ δι᾽ ἧς μάλιστα τοὺς στρατιώτας παρώξυνεν, ἐπιδεικνύμενος ἄνδρας ἐλλογίμους καὶ ἄρχοντας ἐπὶ μισθίων ζευγῶν πεφευγότας ἐν ἐσθῆσιν οἰκετικαῖς. οὕτω γὰρ ἀπὸ Ῥώμης σκευάσαντες ἑαυτοὺς διὰ φόβον ὑπεξῄεσαν. [32.1] ἦσαν μὲν οὖν περὶ αὐτὸν οὐ πλείους ἱππέων τριακοσίων καὶ πεντακισχιλίων ὁπλιτῶν τὸ γὰρ ἄλλο στράτευμα πέραν Ἄλπεων ἀπολελειμμένον ἔμελλον ἄξειν οἱ πεμφθέντες. ὁρῶν δὲ τὴν ἀρχὴν ὧν ἐνίστατο πραγμάτων καὶ τὴν ἔφοδον οὐ πολυχειρίας δεομένην ἐν τῷ παρόντι μᾶλλον ἢ θάμβει τε τόλμης καὶ τάχει καιροῦ καταληπτέαν οὖσαν, [2] ἐκπλήξειν γὰρ ἀπιστούμενος ῥᾷον ἢ βιάσεσθαι μετὰ παρασκευῆς ἐπελθών, τοὺς μὲν ἡγεμόνας καὶ ταξιάρχους ἐκέλευσε μαχαίρας ἔχοντας ἄνευ τῶν ἄλλων ὅπλων κατασχεῖν Ἀρίμινον τῆς Κελτικῆς μεγάλην πόλιν, ὡς ἐνδέχεται μάλιστα φεισαμένους φόνου καὶ ταραχῆς Ὁρτησίῳ δὲ τὴν δύναμιν παρέδωκεν. [3] αὐτὸς δὲ τὴν μὲν ἡμέραν διῆγεν ἐν φανερῷ μονομάχοις ἐφεστὼς γυμναζομένοις καὶ θεώμενος μικρὸν δὲ πρὸ ἑσπέρας θεραπεύσας τὸ σῶμα καὶ παρελθὼν εἰς τὸν ἀνδρῶνα καὶ συγγενόμενος βραχέα τοῖς παρακεκλημένοις ἐπὶ τὸ δεῖπνον, ἤδη συσκοτάζοντος ἐξανέστη, τοὺς μὲν ἄλλους φιλοφρονηθεὶς καὶ κελεύσας περιμένειν αὐτὸν ὡς ἐπανελευσόμενον, ὀλίγοις δὲ τῶν φίλων προείρητο μὴ κατὰ τὸ αὐτὸ πάντας, ἄλλον δὲ ἄλλῃ διώκειν. [4] αὐτὸς δὲ τῶν μισθίων ζευγῶν ἐπιβὰς ἑνός ἤλαυνεν ἑτέραν τινὰ πρῶτον ὁδόν, εἶτα πρὸς τὸ Ἀρίμινον ἐπιστρέψας, ὡς ἦλθεν ἐπὶ τὸν διορίζοντα τὴν ἐντὸς Ἄλπεων Γαλατίαν ἀπὸ τῆς ἄλλης Ἰταλίας ποταμὸν Ῥουβίκων καλεῖται, καὶ λογισμὸς αὐτὸν εἰσῄει μᾶλλον ἐγγίζοντα τῷ δεινῷ καὶ περιφερόμενον τῷ μεγέθει τῶν τολμωμένων, [5] ἔσχετο δρόμου καὶ τὴν πορείαν ἐπιστήσας πολλὰ μὲν αὐτὸς ἐν ἑαυτῷ διήνεγκε σιγῇ τὴν γνώμην ἐπ᾽ ἀμφότερα μεταλαμβάνων, καὶ τροπὰς ἔσχεν αὐτῷ τότε τὸ βούλευμα πλείστας πολλὰ δὲ καὶ τῶν φίλων τοῖς παροῦσιν, ὧν ἦν καὶ Πολλίων Ἀσίννιος, συνδιηπόρησεν, ἀναλογιζόμενος ἡλίκων κακῶν ἄρξει πᾶσιν ἀνθρώποις ἡ διάβασις, ὅσον τε λόγον αὐτῆς τοῖς αὖθις ἀπολείψουσι. [6] τέλος δὲ μετὰ θυμοῦ τινος ὥσπερ ἀφεὶς ἑαυτὸν ἐκ τοῦ λογισμοῦ πρὸς τὸ μέλλον, καὶ τοῦτο δὴ τὸ κοινὸν τοῖς εἰς τύχας ἐμβαίνουσιν ἀπόρους καὶ τόλμας προοίμιον ὑπειπὼν, ‘Ἀνερρίφθω κύβος,’ ὥρμησε πρὸς τὴν διάβασιν καὶ δρόμῳ τὸ λοιπὸν ἤδη χρώμενος εἰσέπεσε πρὸ ἡμέρας εἰς τὸ Ἀρίμινον καὶ κατέσχε.

Legionari romani dell'epoca tardo-repubblicana. Illustrazione di G. Rava.

Legionari romani dell’epoca tardo-repubblicana. Illustrazione di G. Rava.

[31.1] Arrivarono poi delle lettere inviate da Cesare che sembrava assumere posizioni moderate (egli, infatti, chiedeva che, lasciato tutto il resto, gli si dessero la Cisalpina e l’Illirico con due coorti, fino a quando fosse stato eletto console per la seconda volta), e l’oratore Cicerone, che era da poco tornato dalla Cilicia[1] e cercava di far da paciere, operò per addolcire [2] Pompeo il quale, pur facendo concessioni su tutto, persisteva nel voler togliere a Cesare i soldati. Cicerone cercava anche di persuadere gli amici di Cesare ad accontentarsi delle province di cui si è detto e di solo seimila soldati; anche Pompeo stava per cedere e far concessioni, ma il console Lentulo non consentì che si concludesse il patto e cacciò dal Senato, insultandoli disonorevolmente, Antonio e Curione, fornendo a Cesare il più bel pretesto con il quale egli eccitò soprattutto i soldati, facendo vedere uomini di grande prestigio e magistrati fuggiti in abiti servili su carri presi a nolo: così infatti essi si erano travestiti fuggendo da Roma per paura. [32.1] Egli dunque non aveva con sé più di trecento cavalieri e cinquemila fanti[2]; il resto dell’esercito era rimasto al di là delle Alpi e lo avrebbero qui trasferito ufficiali appositamente inviati[3]. Vedendo comunque che l’inizio dell’impresa cui si accingeva al momento di avvio non comportava subito l’utilizzo di molti uomini quanto piuttosto richiedeva rapidità d’esecuzione e straordinaria audacia [2] (avrebbe cagionato maggior danno ai nemici se fosse piombato su di loro inaspettatamente anziché se fosse giunto dopo una lunga preparazione), ordinò ai tribuni e ai centurioni di occupare Rimini, una grande città della Gallia, valendosi soltanto delle spade, senza le altre armi, e dall’astenersi il più possibile dal provocare uccisioni e dal cagionar tumulto, e affidò l’esercito ad Ortensio[4]. [3] Egli passò quella giornata in pubblico, assistendo alle esercitazioni di alcuni gladiatori; poco prima di sera fece un bagno e poi venne nella sala del banchetto ove rimase per un poco con quelli che aveva invitato a cena, e si alzò da tavola quando già faceva buio. Allora salutò tutti e li invitò ad attenderlo come se dovesse tornare, ma a pochi aveva detto prima di seguirlo, non però tutti insieme, bensì chi per una strada e chi per un’altra. [4] Egli salì su un carro preso a nolo e si mosse dapprima in una direzione; poi però mutò strada e scese verso Rimini. Quando giunse al fiume che segnava il confine tra la Cisalpina e il resto d’Italia (si tratta del Rubicone) e gli venne fatto di riflettere, dato che era più vicino al pericolo ed era turbato dalla grandezza dell’impresa che stava per compiere, moderò la corsa; [5] poi si fermò, e in silenzio, a lungo, tra sé e sé, meditò il pro e il contro. In quel momento mutò spessissimo parere ed esaminò molti problemi con gli amici presenti, tra i quali era anche Asinio Pollione[5]: rifletteva sull’entità dei mali cui avrebbe dato origine per tutti gli uomini quel passaggio, e quanta fama ne avrebbe lasciato ai posteri. [6] Alla fine, con impulso, come se muovendo dal ragionamento si lanciasse verso il futuro, pronunciando questo che un detto comune a chi si accinge a un’impresa difficile e audace: «si getti il dado!», si accinse ad attraversare il fiume e di lì in seguito, procedendo con grande velocità, prima di giorno si buttò su Rimini e la conquistò.

L’evento è citato anche nella miniserie Rome di B. Heller, prodotta da HBO, BBC e RaiFiction (2005-2007), e nel romanzo di C. McCullough, Cesare, il genio e la passione, (or. Caesar: Let the Dice Fly), trad.it di Piero Spinelli, Milano 1998.


[1] Cicerone tornò a Roma dalla Cilicia, ove era stato proconsole, il 4 gennaio. La sua assenza da Roma fu di diciotto mesi.

[2] Cesare aveva infatti con sé soltanto la XIII legione.

[3] La consistenza delle forze cesariane in Gallia Belgica era di quattro legioni agli ordini di Trebonio e quattro nel territorio degli Edui agli ordini di Fabio.

[4] Q. Ortensio Ortalo, il figlio del grande oratore che fu incontrastato principe del foro prima dell’avvento di Cicerone.

[5] C. Asinio Pollione, console nel 40, fu sempre fedele seguace di Cesare e con lui partecipò alla campagna di Gallia, alla battaglia di Farsalo e alle guerre d’Africa e di Spagna contro gli ultimi pompeiani. Ritiratosi poi a vita privata non partecipò alla guerra civile di Antonio e Ottaviano; scrisse una Storia delle guerre civili che è andata perduta.