Hier. Epist. 6, 127 – “terribilis de Occidente rumor adfertur” (24 agosto 410)

Hier. Epist. 6, 127

Dum haec aguntur in Iebus, terribilis de Occidente rumor adfertur, obsideri Romam, et auro salutem ciuium redimi, spoliatosque rursum circumdari, ut post substantiam, uitam quoque amitterent. haeret uox, et singultus intercipiunt uerba dictantis. capitur Urbs, quae totum cepit orbem; immo fame perit antequam gladio, et uix pauci qui caperentur, inventi sunt. ad nefandos cibos erupit esurientium rabies, et sua inuicem membra laniarunt, dum mater non parcit lactanti infantiae, et recipit utero, quem paulo ante effuderat. nocte Moab capta est, nocte cecidit murus eius (Is. 15, 1). Deus, uenerunt gentes in hereditatem tuam, polluerunt templum sanctum tuum. posuerunt Hierusalem in pomorum custodiam; posuerunt cadauera seruorum tuorum escas uolatilibus caeli, carnes sanctorum tuorum bestiis terrae; effuderunt sanguinem ipsorum sicut aquam in circuitu Hierusalem, et non erat qui sepeliret (Psalm. 79, 1-3).

 

Quis cladem illius noctis, quis funera fando

Explicet, aut possit lacrimis aequare dolorem?

Urbs antiqua ruit, multos dominata per annos;

Plurima, perque uias sparguntur inertia passim

Corpora, perque domos, et plurima mortis imago (Verg. Aen. II 361-365).

 

Joseph-Noël Sylvestre, Il Sacco di Roma dei Visigoti. Olio su tela, 1890.

 

Mentre così vanno le cose a Gerusalemme, dall’Occidente ci giunge la terribile notizia che Roma viene assediata, che si compra a peso d’oro la incolumità dei cittadini, ma che dopo queste estorsioni riprende l’assedio: a quelli che già sono stati privati dei beni si vuol togliere anche la vita. Mi viene a mancare la voce, il pianto mi impedisce di dettare. La città che ha conquistato tutto il mondo è conquistata: anzi cade per fame prima ancora che per l’impeto delle armi, tanto che a stento vi si trova qualcuno da prendere prigioniero. La disperata bramosia fa sì che ci si getti su cibi nefandi: gli affamati si sbranano l’uno con l’altro, perfino la madre non risparmia il figlio lattante e inghiotte nel suo ventre ciò che ha appena partorito. Moab fu presa, di notte sono state devastate le sue mura. O Dio, sono penetrati i pagani nella tua eredità, hanno profanato il tuo santo tempio; hanno ridotto Gerusalemme in rovine. Hanno dato i cadaveri dei tuoi servi in pasto agli uccelli del cielo, i corpi dei tuoi fedeli alle bestie selvatiche. Hanno versato il loro sangue come acqua intorno a Gerusalemme, e non c’è chi seppellisca.

 

Come ridire la strage, i lutti di quella notte?

Chi può la rovina adeguare col pianto?

Cadeva la città vetusta, sovrana nel tempo:

Un gran numero di cadaveri erano sparsi

per le strade e anche nelle case. Era l’immagine moltiplicata della morte.

 

 

Bibliografia:

 

BRANDES W., SCHMIEDER F., VOSS R. (eds.), Peoples of the Apocalypse: Eschatological Beliefs and Political Scenarios, Berlin-Boston 2016 (google.books).

CLAUSI B., «O rerum quanta mutatio!». Città e deserto nell’ideologia ascetica e nella scrittura epistolare di Gerolamo, in INTRIERI M., SINISCALCO P. (eds.), La città. Frammenti di storia dall’antichità all’età contemporanea. Atti del Seminario di Studi (Università della Calabria, 16-17 novembre 2011), Roma 2013, 123-163 (academia.edu).

COCCIA E., Citoyen par amour. Émotions et institutions, ACRH [en ligne] 16 (2016).

DOIGNON J., Oracles, prophéties, « on-dit » sur la chute de Rome (395-410). Les réactions de Jérôme et d’Augustin, REAug 36 (1990), 120-146 (brepols.online).

 

 

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La figura del filosofo nel IV secolo d.C. Considerazioni sulla Lettera a Temistio di Giuliano Imperatore

di R. Chiaradonna, La figura del filosofo nel IV secolo d.C. Considerazioni sulla Lettera a Temistio di Giuliano Imperatore, Aitia [on-line] 5 (2015).

  1. Il dibattito sul filosofo-re

La Lettera a Temistio di Giuliano Imperatore segna un importante capitolo nel dibattito antico sulla figura del filosofo. La sua composizione è stata situata dagli interpreti o nel 355 d.C., quando Giuliano fu nominato Cesare da Costanzo II, oppure alla fine del 361 (sempre che non si ammetta, come pure è stato suggerito, una composizione in due fasi)[1].

Nella lettera Giuliano risponde a un testo precedente di Temistio che, purtroppo, non possediamo. Possiamo, tuttavia, ricostruirne il contenuto generale. Le orazioni di Temistio contengono una ripetuta difesa della sua scelta di essere pienamente impegnato nella politica venendo meno a quella che ad altri appariva come la corretta vita filosofica. Certamente Temistio si confrontava con alcuni oppositori i quali gli rimproveravano il successo politico. Notevole importanza hanno, a questo riguardo, le Orazioni composte tra il 355 (anno della sua nomina a senatore per opera di Costanzo II) e il 360 circa. Esse costituiscono il retroterra della discussione con Giuliano. Rispondendo ai suoi detrattori, e difendendo la sua scelta di vita come autenticamente filosofica, Temistio elabora un’articolata posizione sul rapporto tra politica e filosofia, secondo la quale non solo non vi è opposizione tra le due, ma la politica è il naturale completamento della filosofia affinché i filosofi non siano tali solo a parole (cfr. Or. 20, 239 a-d): da qui la critica, di ascendenza platonica (Platone, Resp., VI, 486 b), rivolta ai filosofi non socievoli e selvaggi (cfr. Or. 21, 253 c; Or. 22)[2].

A questa concezione si associa una ben definita dottrina della regalità come intrinsecamente associata alla filosofia e superiore al vincolo delle leggi (il sovrano non ne è dunque affatto un semplice guardiano), che Temistio certamente mutua da fonti tradizionali (la dottrina è ben attestata in fonti ellenistiche e imperiali come le orazioni di Dione Crisostomo e i trattati pseudo-pitagorici sulla regalità), ma alla quale conferisce un rilievo peculiare. Il re filantropo, come Costanzo, è per Temistio «la legge in persona ed è al di sopra delle leggi» (Or. 1, 15 b)[3]: egli rimedia così all’imperfezione delle leggi ed è capace di mitigarne la severità adattandole alle situazioni particolari. Per Temistio, pertanto, un imperatore deve essere un autentico filosofo-re, filantropo e pienamente impegnato nella pratica di governo, incarnazione vivente della legge e immagine del governo divino nel mondo[4].

Statua di sacerdote di Serapide con pallio e corona (precedentemente ritenuta di Giuliano). Marmo, 120-130 d.C. ca. Musée national du Moyen Âge.

Statua di sacerdote di Serapide con pallio e corona (precedentemente ritenuta di Giuliano). Marmo, 120-130 d.C. ca. Musée national du Moyen Âge.

Temistio aveva invitato Giuliano a seguire questo modello nello scambio precedente la Lettera, paragonando la condizione del sovrano a quella di Eracle e Dioniso, i quali furono allo stesso tempo filosofi e re (Ad Them. 253 c)[5]. Nella sua risposta, però, Giuliano appare ben poco lusingato e respinge l’esortazione di Temistio, distaccandosene in alcuni punti e prendendo le distanze dalla figura del re filosofo. Egli, d’altronde, distingue la sua posizione rispetto a coloro che hanno una piena formazione filosofica (Ad Them. 254 b). La critica dell’unione tra monarchia e filosofia passa attraverso il confronto tra le figure di Socrate e Alessandro, che Giuliano propone a tutto vantaggio del primo: anche se Socrate non è stato signore di nessuno, egli ha in realtà compiuto imprese più grandi di Alessandro salvando molti uomini con la filosofia (Ad Them. 264 cd). Inoltre, Giuliano si richiama alle Leggi di Platone difendendo il primato delle leggi rispetto al monarca, che ne è guardiano restando sottoposto a esse (Ad Them. 257 d259 b, cfr. anche 261 ad). Quindi argomenta che Aristotele (il filosofo di cui Temistio è interprete autorevole) non sostiene affatto l’unità di filosofia e vita politica, ma rivendica la priorità della prima sulla seconda (Ad Them. 263 bd).

Fatte salve tutte le convenzioni retoriche, il tono di Giuliano è decisamente poco cordiale ed è plausibile che la Lettera a Temistio abbia raffreddato i rapporti tra i due[6]. Durante il regno di Giuliano, Temistio non fu oggetto di persecuzione, ma con buona probabilità mantenne una posizione di riserbo rimanendo sostanzialmente in disparte[7]. La sua attività pubblica riprese con l’orazione Per il consolato dell’imperatore Gioviano, nella quale traspaiono allusioni critiche a Giuliano e al suo governo[8]. Senza ripercorrere nel dettaglio le argomentazioni della Lettera, mi limito a sottolinearne alcuni punti salienti. In primo luogo, è notevole la professione di modestia che apre l’Epistola. Giuliano distingue accuratamente la sua condizione rispetto a quella del re-filosofo auspicato da Temistio. Egli, dunque si dichiara consapevole di non possedere alcuna dote eccezionale per natura: rispetto alla filosofia nutre soltanto un amore che le vicissitudini hanno conservato sterile (Ad Them. 254 b). Il compito che gli prospetta Temistio appare pertanto a Giuliano superiore alle proprie capacità. Non è un passo isolato, perché altre volte Giuliano dichiara di non essere un vero e compiuto filosofo, ma solo di aspirare alla filosofia senza averla raggiunta pienamente[9].

Filosofo a pieno titolo è per lui il maestro Massimo di Efeso – allievo di Edesio, a sua volta allievo di Giamblico, ed esponente di spicco del neoplatonismo teurgico proprio della cosiddetta “scuola di Pergamo” –, che Giuliano venera tanto da suscitare la disapprovazione dei contemporanei (cfr. Ammiano Marcellino, XXII, 7, 34)[10].

Spesso si prende la professione di modestia di Giuliano alla lettera e la si adduce come prova della sua mediocre statura filosofica. In realtà, come vedremo meglio in seguito, la situazione è forse più complessa. Per adesso basterà notare che nella Lettera l’iniziale professione di modestia si associa allo sforzo profuso da Giuliano per dimostrare la sua padronanza delle questioni filosofiche evocate da Temistio. Per questo motivo, è importante soffermarsi sul modo in cui Giuliano richiama le autorità filosofiche. In primo luogo, egli si confronta con Epicuro. Nelle Orazioni Temistio condanna il “Vivi nascosto” di Epicuro considerandolo un precetto assolutamente negativo «per il quale non è naturale che l’uomo sia sociale e civile» (Or. 26, 324 a; cfr. Or. 20, 236 a) e rispetto a cui il filosofo autentico deve contrapporsi attraverso l’impegno pubblico. Giuliano ne è consapevole e accuratamente differenzia la sua posizione da quella epicurea: egli non ritiene affatto che vada perseguita una vita contemplativa al completo riparo dalla politica (Ad Them. 255 b; 259 b)[11]. D’altra parte, Giuliano precisa che non bisogna spingere alla vita politica qualsiasi uomo e anzi si deve tenerne lontani quelli meno dotati di qualità intrinseche e non ancora completamente formati: a conferma di questo, fa menzione dell’esempio di Socrate, che cercò di trattenere dalla politica il giovane Glaucone e Alcibiade (senza per altro riuscirvi con quest’ultimo) (Ad Them. 255 c). Questa visione dell’insegnamento socratico, nettamente contrapposto all’impegno politico, tornerà più oltre nella Lettera, nel parallelo già richiamato tra Socrate e Alessandro Magno.

Segue una sezione critica rispetto agli Stoici: nella politica non dominano solo la virtù e la retta intenzione, ma hanno

Epicuro. Busto, bronzo, copia da originale greco del 250 a.C., dalla Villa dei Papiri (Ercolano). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Epicuro. Busto, bronzo, copia da originale greco del 250 a.C., dalla Villa dei Papiri (Ercolano). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

un ruolo cruciale «la fortuna, il caso e le altre cause esterne di questo tipo che interferiscono nella vita pratica» (Ad Them. 255 d). A torto Crisippo non ha riconosciuto l’importanza di simili fattori, che sfuggono al nostro controllo e rendono l’azione politica incerta. Lo dimostrano Catone e Dione di Sicilia, ai quali virtù e impegno politico non offrirono garanzia alcuna di successo e felicità. Inoltre, anche quando la fortuna arrechi i suoi benefici, non sempre le conseguenze sono positive: lo dimostra Alessandro il quale si lasciò sedurre e rovinare dalla buona fortuna «mostrandosi più crudele e orgoglioso di Dario e Serse, dopo che divenne padrone del loro impero» (Ad Them. 257 a).

Il confronto con Temistio diviene serrato quando Giuliano oppone al suo interlocutore proprio i modelli filosofici a cui quest’ultimo si richiamava: gli scritti di Platone e Aristotele, l’esempio di Socrate. Due citazioni dalle Leggi (IV, 709 b e IV, 713 c-714 a) sono usate da Giuliano a conferma sia dell’importanza di caso e fortuna nelle vicende umane, sia dei limiti intrinseci al governo in questo mondo. Solo un re divino come Crono potrebbe arrestare questa situazione: egli infatti, conoscendo la debolezza degli uomini, mise a capo delle città non uomini, ma esseri di stirpe superiore, ossia dei demoni. Tuttavia la nostra condizione è differente e l’unico rimedio è affidarsi alla legge come principio regolatore. Giuliano, insomma, non fa suo tanto il modello politico della Repubblica di Platone e non esalta la figura del re filosofo nella città ideale. Piuttosto, egli si fonda sulle Leggi per cercare una sorta di “second best”, ossia la migliore approssimazione possibile del governo ideale in un mondo imperfetto, dove il caso e la fortuna pongono limiti invalicabili all’azione umana[12].

Il fondamento di questa buona approssimazione è dato dalle leggi, delle quali chi governa deve essere guardiano. In breve: per Giuliano l’ideale del filosofo re è talmente alto da essere irrealizzabile per un uomo: solo un essere divino o un demone potrebbero conformarsi a questo compito. Ma questo, tiene a ribadire, non significa certo che egli cerchi rifugio in una vita contemplativa estranea al mondo: «non è mai avvenuto […] che io sia stato visto preferire questo alle fatiche» (Ad Them. 259 b).

È però soprattutto nella cruciale sezione dedicata ad Aristotele che emerge la «rispettosa animosità» tipica della Lettera. Traspare qui la competizione rispetto a Temistio. Giuliano sembra far uso dell’arma della dissimulazione. Se egli trascriverà dei passi di Aristotele a suo sostegno, non lo farà per portare «nottole agli Ateniesi», ma per dimostrare a Temistio che non trascura assolutamente gli scritti quel filosofo (Ad Them. 260 cd). In realtà, proprio richiamandosi ad Aristotele Giuliano contesta due tesi centrali di Temistio: la concezione della regalità e l’unione tra filosofia e attività politica. Fondandosi su Pol. III, 16, 1286 b (22)-1287 a (29) Giuliano si oppone all’idea che la monarchia dinastica sia la forma migliore di governo, sostenendo, ancora una volta, che il monarca sia servo e custode delle leggi. Inoltre, Giuliano contesta la lettura di Pol. VII, 3, 1325 b (21)-(22) offerta da Temistio nella sua precedente missiva, rivendicando anche nell’interpretazione di quel passo il primato della vita contemplativa sulla vita attiva. Gli «architetti delle nobili azioni» menzionati da Aristotele non sono infatti i re, come proposto da Temistio, ma i legislatori e i filosofi politici, ossia «coloro che agiscono con l’intelletto e con la parola» non «quanti operano autonomamente e compiono azioni politiche» (Ad Them. 263 d).

Infine, è l’esempio di Socrate a essere ricordato in un senso diametralmente opposto rispetto a Temistio. Se per l’oratore Socrate incarna l’unione di filosofia e impegno politico, per Giuliano la grandezza di Socrate risiede tutta nella filosofia contemplativa. È questo che ha permesso a Socrate di sopravanzare Alessandro, le cui imprese, secondo Giuliano, non hanno condotto nessuno a diventare più saggio:

Al contrario, quanti oggi si salvano grazie alla filosofia, si salvano attraverso Socrate. E non sono il solo a pensar questo: anche Aristotele, prima di me, sembra averlo pensato, quando dice che del suo trattato teologico (ἐπὶ τῇ θεολογικῇ συγγραφῇ)[13] gli conveniva esser fiero non meno di chi distrusse la potenza persiana (Ad Them. 264 d265 a).

Con questo nuovo richiamo ad Aristotele, si chiude la discussione delle autorità filosofiche nella Lettera. Il bilancio può essere riassunto come segue. Come Temistio, Giuliano respinge il “Vivi nascosto” di Epicuro e rivendica il proprio impegno pratico. Il suo non è affatto un elogio della vita contemplativa al riparo dall’azione. Né Temistio né Giuliano ritengono che filosofia e impegno politico vadano separati: per tutti e due, la filosofia deve incarnarsi in una vita filosofica attiva nel mondo[14].

Filosofo. Affresco, I sec. d.C., dalle Terme dei Sette Sapienti (Ostia).

Filosofo. Affresco, I sec. d.C., dalle Terme dei Sette Sapienti (Ostia).

Mentre, però, Temistio proclama l’unione di filosofia e impegno pratico, Giuliano difende la priorità della prima a scapito del secondo. Mentre Temistio concepisce la regalità come un’immagine del governo divino del mondo, ritenendo il monarca superiore al vincolo delle leggi, Giuliano differenzia nettamente la condizione umana rispetto a quella divina, facendo propria la tesi che il monarca sia guardiano delle leggi. Certamente la Lettera a Temistio appare, a una prima lettura, come un elogio della speculazione filosofica. Tuttavia, a ben guardare la situazione è più complessa. Per Giuliano la concezione della filosofia difesa da Temistio è troppo “mondana” e, di conseguenza, di rango inferiore rispetto all’autentica speculazione filosofica. Da qui l’enfatico richiamo ad Aristotele, che avrebbe giudicato il valore del suo trattato di teologia non inferiore alla vittoria nelle guerre persiane. Scopo di Giuliano, però, non è rimuovere l’azione pratica dalla filosofia, ma, se mai, regolare l’azione a partire da una corretta visione della filosofia, che non l’abbassi alla posizione di un’attività umana soggetta ai limiti del mondo sensibile e governato dalla fortuna. Vi è certamente una differenza di tono tra la Lettera gli scritti successivi in cui Giuliano appare sempre più cosciente di essere un filosofo e monarca scelto dagli dèi (si veda, in particolare il celebre mito autobiografico in Ad Heraclium cynicum 227 c234 c). Il suo scarto rispetto a Eracle e Dioniso, chiaramente enunciato in apertura della Lettera, tende ad annullarsi. Egli continua a distinguere la sua condizione da quella del vero filosofo, ma la separazione è meno marcata che nella Lettera a Temistio. Tuttavia, questa innegabile differenza di tono non deve indurre a porre un’inconciliabile contraddizione tra queste opere. Si può affermare che la Lettera a Temistio è la pars destruens di un discorso positivamente elaborato nelle orazioni successive.

Nella Lettera, Giuliano si preoccupa di criticare una concezione falsa della filosofia (o per meglio dire della vita filosofica), che ne misconosce l’autentico rango e finisce per abbassare la filosofia al governo delle contingenze umane, senza riguardo per la sua vera natura divina. Nelle orazioni successive (in particolare i discorsi teologici Alla Madre degli dèi e A Helios re), Giuliano presenta l’autentica concezione della filosofia ed elabora, a partire da essa, la propria visione teologica e politica, secondo la quale l’οἰκουμένη romana è stata creata nella sua universalità dalla provvidenza divina[15].

  1. Il carattere della filosofia

Nell’Orazione funebre per il padre (Eugenio, anch’egli un filosofo, nel descrivere il quale Temistio illustra in realtà la propria posizione intellettuale)[16], Temistio descrive così il suo atteggiamento verso la filosofia:

Il volto dunque e l’aspetto intero di Aristotele erano presenti ai misteri, ma tutti insieme si aprivano i santuari dei sapienti ed egli ne contemplava le dottrine, quelle che Pitagora di Samo portò nell’Ellade dall’Egitto e poi quelle di Zenone di Cizio nel Portico. Egli infatti era sempre pronto a dimostrare che i riti del grande Platone si celebrano poco lontano, anzi nel recinto del medesimo tempio, e non cambiava i paramenti sacerdotali passando dal Liceo all’Accademia, anzi più volte, dopo aver cominciato la celebrazione sacrificando ad Aristotele, le completava sacrificando a Platone (Or. 20, 235 c).

Da queste linee traspare una visione armonica della tradizione filosofica ellenica (fatte salve le debite eccezioni, in particolare Epicuro che tuttavia non è condannato completamente), nella quale hanno una posizione eminente Platone e Aristotele. Temistio sottolinea il reciproco accordo delle loro dottrine. Il linguaggio dei misteri è usato, ma in un contesto esclusivamente filosofico (niente affatto inusuale e risalente, in ultima analisi, a Platone: cfr. Symp. 210 a211 b). Pitagora è nominato, ma non ha una posizione privilegiata e non si ha certamente una lettura in senso pitagorico della tradizione filosofica. Nessun cenno è fatto alla teurgia e agli Oracoli caldaici[17].

Un letterato nel suo studio. Rilievo, marmo, III-IV sec. d.C. Roma, Museo della Civiltà romana

Un letterato nel suo studio. Rilievo, marmo, III-IV sec. d.C. Roma, Museo della Civiltà romana

Può essere interessante mettere in parallelo questi aspetti della posizione di Temistio con la concezione concordistica della filosofia greca difesa da Porfirio e fondata sull’idea che vi sia un’armonia tra le filosofie di Platone e di Aristotele[18]. Anche l’enfasi moderata posta su Pitagora è simile alla posizione porfiriana (in Porfirio non si ha una lettura in senso pitagorizzante dell’intera filosofia greca simile a quella poi sviluppata da Giamblico)[19]. Infine, può messa in parallelo con il platonismo di Plotino e Porfirio l’assenza di riferimenti, sopra richiamata, agli Oracoli caldaici e alla teurgia. Sebbene la questione sia complessa e le valutazioni degli specialisti non siano unanimi, Porfirio accordava un ruolo tutto sommato marginale agli Oracoli, non li metteva affatto al centro del proprio progetto filosofico e teologico, e manteneva rispetto alle pratiche teurgiche un atteggiamento di relativo distacco, accordando invece un chiaro privilegio a un tipo di purificazione intellettuale[20].

Il parallelo tra Temistio e Porfirio va considerato con molta prudenza, poiché manca uno studio approfondito che metta in parallelo le Parafrasi temistiane con ciò che possiamo ricostruire dell’esegesi aristotelica di Porfirio. È dunque opportuno sospendere il giudizio, anche se i paralleli prima richiamati rimangono piuttosto interessanti. Maggiore sicurezza, invece, si può avere sull’atteggiamento ostile di Temistio verso Giamblico e i suoi seguaci. In effetti, nelle sue parafrasi di Aristotele, Temistio si attiene a un metodo esegetico sobrio, attento all’esegesi del testo aristotelico e fondato principalmente sui commenti peripatetici (in particolare Alessandro di Afrodisia)[21]. Ciò ha portato alcuni interpreti a supporre che Temistio sia l’ultimo filosofo peripatetico antico e che le sue tesi siano inassimilabili al platonismo[22]. È un’interpretazione poco persuasiva: come si è appena osservato, l’ideale difeso da Temistio si fonda, se mai, sull’armonia tra le dottrine di Aristotele e di Platone.

Certamente, però, Temistio è ben lontano dal platonismo di Giamblico e dal suo metodo esegetico. In questa prospettiva, acquista notevole importanza la testimonianza di Boezio, secondo cui Temistio riteneva inautentico il trattato di Archita sulle categorie (cfr. Boezio, In Cat., PL64, 162 a), a cui Giamblico aveva invece accordato una posizione centrale nell’interpretazione di Aristotele rivendicando l’origine pitagorica della dottrina (cfr. Simplicio, In Cat., 2, 15-25). Più che un improbabile scrupolo ‘filologico’[23], la tesi di Temistio appare come una vera e propria critica dell’esegesi pitagorizzante di Giamblico, che era probabilmente sviluppata dai filosofi vicini a Giuliano (in particolare Prisco come vedremo tra poco)[24]. Ancora una volta, è interessante osservare che l’esegesi aristotelica di Temistio è invece più simile a quella di Porfirio, il quale (per quanto possiamo ricostruire) si attenne sostanzialmente al metodo dei commentatori peripatetici introducendo solo dei riferimenti molto discreti al platonismo[25].

Ben diversa è la posizione di Giuliano rispetto alla filosofia del suo tempo. In un passo del discorso Alla Madre degli dèi, egli – prendendo le distanze dal peripatetico Senarco – descrive precisamente il suo atteggiamento rispetto alle autorità filosofiche:

Lasciamo pure ai Peripatetici più consumati di stabilire con sottigliezza se quanto dice [Senarco] sia giusto o no; tuttavia è chiaro a chiunque che le sua idee non mi stanno bene, poiché io ritengo che le teorie dello stesso Aristotele siano incomplete, se non si integrano con quelle di Platone (εἰς ταὐτὸ τοῖς Πλάτωνος ἀγοί) e, ancora di più, con gli oracoli resi dagli dèi (Ad Matrem deorum 162 c-d)[26].

È, riassunto in poche parole, il programma filosofico e religioso di Giamblico. Lo studio di Aristotele non è affatto escluso, ma è subordinato a quello di Platone ed entrambi devono essere integrati da una rivelazione di tipo sopra-razionale, ossia «gli oracoli resi dagli dèi»[27]. La differenza rispetto a Temistio è evidente ed è confermata dalla loro diversa concezione dei destinatari dell’insegnamento filosofico. Per Temistio, tutti possono godere dei benefici della filosofia a prescindere dalla rispettiva formazione e dalla provenienza sociale (cfr. Or. 20, 240 b; Or. 22, 265ad; Or. 26, 313d, 324b-325a; Or. 28, 341 d); viceversa Giuliano, seguendo la linea pitagorico-giamblichea, insiste sul carattere rigidamente esoterico delle dottrine filosofiche più elevate, che non sono accessibili al volgo (cfr. Ad Heraclium cynicum 221 cd; Ad Matrem deorum 172d). Sarebbe però affrettato opporre in modo rigido Giuliano e Temistio. In realtà, gran parte del loro programma filosofico è identico ed è fondato sulla lettura e il commento dei testi normativi della παιδεία ellenica, in particolare, Platone e Aristotele, nella convinzione che le loro tesi principali siano in reciproco accordo. La differenza sta nel modo in cui questa lettura è condotta. Mentre in Temistio l’esegesi filosofica è il vertice della παιδεία e non rinvia a una rivelazione superiore, in Giuliano è netta la subordinazione alla rivelazione ricevuta attraverso gli oracoli. Solo la teurgia permette all’anima di purificarsi e rendersi simile a dio: i «misteri» della filosofia celebrati dal padre di Temistio, se non sono completati da una rivelazione superiore, rimangono insufficienti[28].

Medaglione con la scritta «OMNIA TIBI [F]ELICIA». Mosaico, IV sec. d.C. ca., da Thugga (Dougga). Tunisi, Musée National du Bardo.

Medaglione con la scritta «OMNIA TIBI [F]ELICIA». Mosaico, IV sec. d.C. ca., da Thugga (Dougga). Tunisi, Musée National du Bardo.

Un documento interessante è, a questo proposito, la Lettera 12 Bidez indirizzata da Giuliano a Prisco (discepolo di Edesio – a sua volta discepolo di Giamblico – maestro di Giuliano ad Atene e influente membro della sua cerchia). La datazione è dibattuta, ma Richard Goulet ha proposto con buoni argomenti che vada collocata dopo il pronunciamento di Parigi nel 360[29]. Giuliano invita Prisco a raggiungerlo e, nel farlo, lo prega di cercargli una copia di «tutte le opere di Giamblico sul mio omonimo», ossia, con ogni probabilità, il commento di Giamblico agli Oracoli caldaici, del quale il genero della sorella di Prisco possiede una copia corretta[30].

Gli specialisti si sono soffermati su queste linee, ponendo in luce il legame di Giuliano rispetto a Giamblico e la sua dipendenza dal platonismo teurgico. L’atteggiamento di Giuliano è confermato dalla sua affermazione per cui proprio mentre sta scrivendo gli si è manifestato anche un «segno meraviglioso». Poco dopo, infine, Giuliano afferma di essere un ammiratore fanatico di Giamblico in filosofia e «del mio omonimo [ossia Giuliano il teurgo] in teosofia».

La lettera, però, non fornisce solo queste indicazioni e non è soltanto una appassionata dichiarazione di entusiasmo per il platonismo teurgico. Giuliano offre importanti informazioni sul dibattito nelle scuole neoplatoniche posteriori a Giamblico. Egli invita, infatti, Prisco a non seguire i seguaci di Teodoro, i quali affermavano che Giamblico era un ambizioso. Sappiamo, in effetti, che Teodoro di Asine, pur essendo probabilmente allievo di Giamblico, si distaccò nettamente dalle posizioni del proprio maestro tornando al platonismo intellettualistico di matrice plotiniana e porfiriana.

Evidentemente, Teodoro non era rimasto affatto isolato nel suo atteggiamento, se Giuliano si preoccupa così tanto della possibile influenza dei suoi discepoli (probabilmente attivi ad Atene) su Prisco[31].

A questa importante indicazione sulla prima posterità di Giamblico, sulla quale torneremo tra poco, se ne aggiunge un’altra. La lettera si chiude con un elogio delle «sillogi» (συναγωγαί) di Aristotele apprestate da Prisco. Ancora una volta, Giuliano associa l’elogio di un platonico (Prisco, come prima aveva celebrato Giamblico) alla presa di distanza rispetto a un suo concorrente: se prima era Teodoro di Asine, ora è il caso di Porfirio, sui cui lavori aristotelici Giuliano si esprime in modo apertamente critico:

Lo scrittore di Tiro ha saputo inserire solo pochi elementi di logica in numerosi libri, tu, invece, con un solo libro, hai fatto forse di me un baccante nella filosofia aristotelica, e non un semplice nartecoforo[32].

Giamblico e Prisco sono dunque entrambi esponenti di una filosofia ispirata e veramente divina rispetto a cui Giuliano proclama il suo entusiasmo. Dall’altra parte stanno Teodoro di Asine e Porfirio, esponenti di un platonismo al quale egli guarda con diffidenza[33]. Gli studiosi dibattono sull’effettiva conoscenza delle opere aristoteliche posseduta da Giuliano[34]. Certamente non si può provare che Giuliano le avesse lette estesamente (ma neppure che non le conoscesse affatto) ed è possibile che egli si fondasse in gran parte su sintesi o compendi come quelli di Prisco. D’altra parte, i riferimenti ad Aristotele sono piuttosto numerosi nelle sue opere. Si è visto che nella Lettera a Temistio Giuliano critica il suo interlocutore e antico maestro per aver male interpretato passi della Politica. Inoltre, una tradizione ben attestata informa che Giuliano si interessò a questioni di logica aristotelica intervenendo in una controversia sulla dottrina del sillogismo[35].

In tutto questo non c’è a ben guardare niente di sorprendente. Giamblico e la sua scuola non rinnegarono minimamente gli aspetti tecnici e scolastici della formazione filosofica: essi si proposero invece di integrarli in un contesto più ampio, pitagorico in filosofia e coronato dalla rivelazione degli Oracoli. Quando, d’altronde, Temistio delinea il ritratto caricaturale del filosofo impostore e vanaglorioso, al quale egli si contrappone e in cui alcuni hanno riconosciuto Massimo di Efeso, egli ne mette in luce proprio l’ostentazione della tecnica filosofica (Or. 21, 247 c)[36].

Certamente questi autori non erano filosofi professionali e accademici e sicuramente lo studio della filosofia, anche nei suoi aspetti più astratti e tecnici, era indissociabile dallo sforzo di purificazione. Tuttavia, non si trattava neanche di «guru» e non ha alcun senso ridurre la loro posizione filosofica a una specie di ideologia identitaria o «religione del libro»[37]. Figure carismatiche e «pagan holy men»[38] potevano disporre di un’ottima e tecnica preparazione filosofica: i due aspetti sono inscindibili ed è del tutto fuorviante privilegiare l’uno a scapito dell’altro[39].

L'accademia di Platone. Mosaico, I sec. a.C., dalla Casa di T. Siminio Stefano a Pompei. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

L’Accademia di Platone.
Mosaico, I sec. a.C., dalla Casa di T. Siminio Stefano a Pompei. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Giuliano prosegue, a suo modo, anche questo punto del loro programma filosofico. Non è dunque corretto opporre rigidamente una corrente ispirata e religiosa del neoplatonismo a una corrente “analitica”, scolastica e incline ai tecnicismi filosofici. La differenza di Giamblico e dei suoi seguaci rispetto a Porfirio e ai suoi seguaci non sta nel fatto di leggere e interpretare Aristotele, confrontandosi con aspetti tecnici del suo pensiero, ma nella maniera di leggere Aristotele. Per Porfirio, l’esegesi rimane confinata al pensiero aristotelico (del quale si sostiene comunque la compatibilità rispetto alla filosofia di Platone), i punti dottrinali tipicamente platonici sono introdotti, ma in modo per lo più discreto e riservando l’approfondimento di essi a una fase successiva del curriculum. Il riferimento alla filosofia di Pitagora non ha un ruolo privilegiato. La situazione è del tutto diversa in Giamblico, come possiamo evincere soprattutto dalle testimonianze sul suo commento perduto alle Categorie conservate in Simplicio. Come attesta Simplicio, Giamblico, pur seguendo spesso Porfirio alla lettera, si distingueva da lui per l’esegesi pitagorizzante (riteneva infatti che il trattato pitagorico sulle Categorie attribuito ad Archita fosse stata la fonte a cui si era ispirato Aristotele) e per l’introduzione di una «dottrina intellettuale» (νοερά θεωρία), ossia di una dottrina che faceva riferimento agli intelligibili (cfr. Simplicio, In Cat., 2, 13-14)[40]. Forse Prisco aveva composto le sue sillogi seguendo lo stesso metodo di Giamblico: da qui l’apprezzamento di Giuliano.

Si ritiene talora che Giamblico abbia segnato una svolta irreversibile nel platonismo tardoantico e che il suo platonismo teurgico sia sta accettato ben presto nei circoli filosofici pagani diventando una specie di ortodossia[41]. Le Lettere di Giuliano e le Orazioni di Temistio dimostrano che ciò non è vero. Per quanto possiamo riscostruire, le resistenze non mancarono tra gli stessi seguaci di Giamblico, se è vero che Teodoro ritornò a posizioni plotiniane e Dessippo, la cui opera sulle Categorie di Aristotele è parzialmente conservata, passò quasi del tutto sotto silenzio l’interpretazione pitagorica del proprio maestro[42]. Come si è osservato sopra, Temistio reagisce a sua volta con scarsissimo entusiasmo alla svolta di Giamblico. D’altra parte, lo stesso rapporto di Giuliano rispetto a Giamblico è tutt’altro che semplice da definire. Certamente, Giuliano subisce profondamente l’influenza del programma filosofico e religioso giamblicheo, ma sarebbe affrettato ritenere che la restaurazione pagana di Giuliano sia una diretta applicazione del platonismo teurgico di Giamblico. La realtà è molto più complessa e sfaccettata e, se mai, si deve proprio a Giuliano (è il tratto principale della sua originalità filosofica) l’aver costruito una versione politica della teurgia, tanto da configurarla come una sorta di «religione di stato»[43]. È solo con Giuliano che la teurgia di Giamblico si innesta in una vera e propria teologia politica. Gli aspetti più complessi delle elaborazioni metafisiche sono abbandonati, mentre si dà pieno risalto a una dimensione politica che invano si cercherebbe, almeno in queste proporzioni, nel pensiero dei maestri neoplatonici[44].

  1. Conclusione

Il dibattito sulla figura del filosofo nella Lettera a Temistio può acquistare un senso più ricco e storicamente fondato se valutato in questa prospettiva. Come si è già osservato, le professioni di modestia di Giuliano vanno considerate con prudenza. Certamente egli afferma di non avere una completa formazione filosofica, ma ciò non gli impedisce di contestare l’esegesi aristotelica di Temistio, suo antico maestro. È altrettanto indubbio che Giuliano separi nettamente la propria condizione rispetto a quella del re filosofo, e si dichiari incapace di accogliere su di sé un carico tanto pesante. Tuttavia, anche queste parole vanno accolte con cautela. Senza disconoscerne la sincerità, si è però giustamente notato che Giuliano fa proprio un preciso schema argomentativo di origine platonica (Platone, Resp. VI, 489 c), secondo il quale coloro meglio dotati per governare non lo fanno spontaneamente, ma devono essere convinti e persuasi ad accettare il loro incarico[45].

Meno si è qualificati a governare, tanto più si è disposti a prendere il potere. Considerate in questa prospettiva, le professioni di modestia filosofica di Giuliano appaiono, in realtà, rivendicazioni di una reale competenza fondata su una filosofia divina e ispirata (ma non per questo meno precisa e rigorosa), che egli riteneva superiore a quella dei suoi avversari (Porfirio, Teodoro, Temistio). Parimenti, la sua concezione modesta della sovranità è in realtà la rivendicazione di una regalità ben superiore rispetto a quella teorizzata da Temistio, perché fondata su una concezione divina del governo della quale Giuliano si riteneva portatore. Nel suo insieme, il dibattito tra Giuliano e Temistio esprime la ricchezza e complessità di temi proprio del pensiero tardoantico, che non si lascia formulare correttamente attraverso rigide e semplicistiche dicotomie (vita teoretica vs vita pratica; ispirazione religiosa vs tecnicismo filosofico). Proprio in questo fatto risiede il suo interesse[46].

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[1] 1 Testo, traduzione e commento in Giuliano Imperatore, Alla Madre degli dei e altri discorsi, a cura di Fontaine J., Prato C. e Marcone A., Milano 1987, pp. 7-39 e 255-268. Sul dibattito relativo alla datazione, si veda l’accurato resoconto in Pagliara A., Retorica, filosofia e politica in Giuliano Cesare, Alessandria 2012, pp. 27-28. Tra i contributi esplicitamente dedicati alla Lettera, cfr. Criscuolo U., Sull’epistola di Giuliano imperatore al filosofo Temistio, Koinonia 7 (1983), pp. 89-111 e Watt J.W., Julian’s Letter to Themistius – and Themistius’ response?, Emperor and Author: The Writings of Julian the Apostate, Baker-Brian N. – Tougher S. (dir.), Swansea 2012, pp. 91-103 (il contributo esamina una Lettera di Temistio all’imperatore Giuliano, conservata in due manoscritti arabi, che potrebbe identificarsi con la risposta di Temistio a Giuliano, o piuttosto con un’epitome della risposta). I due studi di riferimento per ricostruire il profilo intellettuale di Giuliano sono Athanassiadi P., Julian: An Intellectual Biography, London-New York 1992 (prima edizione con il titolo Julian and Hellenism, Oxford 1981) e Bouffartigue J., L’Empereur Julien et la culture de son temps, Paris 1992. Tra i lavori più recenti, Tanaseanu Döbler I., Konversion zur Philosophie in der Spätantike. Kaiser Julian und Synesios von Kyrene, Stuttgart 2008, De Vita M.C., Giuliano imperatore filosofo neoplatonico, Milano 2011, Pagliara A., Retorica, filosofia e politica in Giuliano Cesare, cit., Elm S., Sons of Hellenism, Fathers of the Church. Emperor Julian, Gregory of Nazianzus, and the Vision of Rome, Berkeley-Los Angeles 2012. Va infine ricordata la raccolta Kaiser Julian ,Apostata’ und die philosophische Reaktion gegen das Christentum, Schäfer Ch. (dir.), Berlin-New York 2008. Lo studio di riferimento sul pensiero politico nel neoplatonismo è O’Meara D.J., Platonopolis. Platonic Political Philosophy in Late Antiquity, Oxford 2003. Un panorama sintetico si trova in Chiaradonna R., Filosofie e teologie politiche. Neoplatonismo e politica da Plotino a Proclo, in Costantino I. Enciclopedia costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto editto di Milano 313-2013, vol. i, Roma 2013, pp. 743-755. Nella redazione del presente contributo, non ho purtroppo potuto considerare il recente lavoro di Swain S., Themistius, Julian and Greek Political Theory under Rome, Cambridge 2013.

[2] Cfr. Elm S., op. cit., pp. 96-106.

[3] Delle orazioni di Temistio, si cita la traduzione in Temistio, Discorsi, a cura di Maisano R., Torino 1995. Sulla sua concezione politica e la differenza rispetto al neoplatonismo, cfr. Cfr. O’Meara D.J., op. cit., pp. 206-208.

[4] Questa concezione si trova pienamente esplicitata nell’Or. 5 per il consolato dell’imperatore Gioviano: «Vuoi sapere qual è il contributo che può venire dalla filosofia? Essa può dirti che “il principe è legge vivente”, legge divina scesa dall’alto nel nostro tempo, emanazione della natura divina che si è appressata alla terra, che si rivolge costantemente al bene ed è pronta a imitarlo […] (Or. 5, 64 b). I luoghi temistiani in cui viene formulata sono numerosi: cfr. Or. 1, 4b-6b, 8a-c; Or. 10, 132b-c; Or. 11, 146c-147b. Lo studio di riferimento è Downey G., Philanthropia in Religion and Statecraft in the Fourth Century after Christ, Historia 4 (1955), pp. 199-208.

[5] Cfr. Elm S., op. cit., p. 105 e, sul paragone tra Giuliano ed Eracle, Pagliara A., op. cit., pp. 38-41.

[6] In Ad Them. 257 d e 259 c, Giuliano lascia intendere di essere stato allievo di Temistio. Sulla questione, cfr. Vanderspoel J., Themistius and the Imperial Court: Oratory, Civic Duty, and Paideia from Constantius to Theodosius, Ann Arbor 1995, p. 118; Elm S., op. cit., p. 83 n. 88. La data più probabile sembra il 348/349, durante il breve soggiorno di Giuliano a Costantinopoli dopo Macellum.

[7] Cfr. Heather P.-Moncur D., Politics, Philosophy and Empire in the Fourth Century: Themistius’ Select Orations, Translated with an Introduction, Liverpool 2001, pp. 138-142. Vanderspoel J., op. cit., p. 119 descrive efficacemente il tono della Lettera come caratterizzato da «respectful animosity».

[8] Su questo punto mi limito a rinviare a Cracco Ruggini L., Simboli di battaglia ideologica nel tardo ellenismo (Roma, Atene, Costantinopoli; Numa, Empedocle, Cristo), in Studi storici in onore di O. Bertolini, vol. 1, Pisa 1972, pp. 177-300, in part. pp. 224-234.

[9] Cfr. Ad Them. 266 d, Ad Heraclium cynicum 235 ab; Misopogon 359 a. Si veda la discussione in Pagliara A., op. cit., pp. 28-33.

[10] Si veda su tutto questo l’eccellente discussione in Elm S., op. cit., pp. 90-96. La cosiddetta “scuola di Pergamo”, composta da Edesio e dai suoi allievi, tra cui Massimo di Efeso e Prisco, svolse un ruolo cruciale nella formazione di Giuliano. Per una discussione recente, cfr. Goulet R., Mais qui était donc le gendre de la sœur de Priscus ? Enquête sur les philosophes d’Athènes au ive siècle après J.-Chr., Studia Greco-Arabica, 2 (2012), pp. 33-77.

[11] Si veda anche, a questo proposito, la condanna dei monaci «rinunciatari» in Ad Heraclium cynicum 224 bc. Sulla ricezione del «Vivi nascosto» epicureo nel neoplatonismo, cfr. van den Berg R.M., Live unnoticed! The invisible Neoplatonic politician, in The Philosopher and Society in Late Antiquity. Essays in Honour of Peter Brown, Smith A. (dir.), Swansea pp. 101-115.

[12] Cfr. O’Meara D.J., op. cit., pp. 93-94.

[13] L’identificazione di questo scritto è problematica. È possibile che si trattasse di una raccolta di sezioni di argomento teologico tratte da opere aristoteliche: cfr. Micalella D., La Politica di Aristotele in Giuliano imperatore, in Ricerche di Filologia Classica, III: Interpretazioni antiche e moderne di testi greci, Pisa 1987, pp. 67-81.

[14] Su questo punto rinvio ancora una volta all’analisi illuminante di Elm S., op. cit., p. 105.

[15] Rinvio ancora a Elm S., op. cit., pp. 286-321.

[16] L’elogio del padre è dunque concepito da Temistio come un vero e proprio ‘self-advertisement’, come acutamente osservato da Penella R.J., The Rhetoric of Praise in the Private Orations of Themistius, in Greek Biography and Panegyric in Late Antiquity, Hagg T. – Rousseau Ph. (dir.), Berkeley-Los Angeles-London 2000, pp. 194-208.

[17] Gli Oracoli caldaici consistevano probabilmente in una silloge di responsi oracolari in esametri (ora perduti e trasmessi parzialmente solo attraverso fonti posteriori). La loro composizione è usualmente fatta risalire al ii secolo d.C. ed è associata alle due enigmatiche figure di Giuliano il Caldeo e Giuliano il Teurgo. Gli Oracoli, ispirati al Timeo di Platone e influenzati dalla teologia medioplatonica, assunsero una posizione assolutamente centrale nel neoplatonismo a partire da Giamblico, diventando il fondamento della “rivelazione” religiosa neoplatonica in accordo alla quale l’ascesa dell’uomo al divino non può essere conseguita mediante il solo intelletto, ma richiede l’adozione di precise pratiche rituali (Franz Cumont arrivò a definirli come la «Bibbia dei Neoplatonici»). La letteratura sull’argomento è vastissima e non è questa la sede per fornirne un resoconto. Un’aggiornata ed equilibrata discussione può trovarsi in Tanaseanu Döbler I., Theurgy in Late Antiquity: The Invention of a Ritual Tradition, Göttingen 2013.

[18] Tra i molti contributi dedicati a questo tema, mi limito a segnalare Karamanolis G., Plato and Aristotle in Agreement? Platonists on Aristotle from Antiochus to Porphyry, Oxford 2006, pp. 243-330.

[19] Si veda in proposito Taormina D.P., Platonismo e pitagorismo, in Filosofia tardoantica: Storia e problemi, Chiaradonna R. (dir.), Roma 2012, pp. 103-127 (in part. pp. 109-112). Lo studio di riferimento è O’Meara D.J., Pythagoras Revived: Mathematics and Philosophy in Late Antiquity, Oxford 1989.

[20] A mia conoscenza, manca a tutt’oggi uno studio dettagliato sul rapporto Temistio-Porfirio. Alcune osservazioni si trovano in Vanderspoel J., op. cit., p. 26. Tuttavia, l’analisi di Vanderspoel muove dall’assunto, ora superato, che Temistio riprenda argomenti anticristiani di Porfirio nell’Or. 5. Per una critica di questa interpretazione, avanzata a suo tempo da Dagron, cfr. Cracco Ruggini L., op. cit., p. 221 ss. Cfr. anche Heather P. – Moncur D. (dir.), op. cit., p. 170 n. 109.

[21] Un esame completo della presenza di Alessandro di Afrodisia nelle Parafrasi di Temistio deve ancora essere condotto. Per quanto riguarda la parafrasi del De caelo, si veda l’approfondita discussione in Coda E., Alexander of Aphrodisias in Themistius’ Paraphrase of the De Caelo, Studia Greco-Arabica, 2 (2012), pp. 355-371.

[22] Cfr. Blumenthal H. J., Themistius: the last Peripatetic commentator on Aristotle?, Arktouros: Hellenic Studies presented to Bernard M. Knox, Bowersock G.W. – Burkert W. – Putnam M. (dir.), Berlin-New York 1979, pp. 391-400 (versione riveduta in Aristotle Transformed: The Ancient Commentators and Their Influence, Sorabji R. (dir.), London 1990, pp. 113-123). Una sintetica trattazione recente è offerta da Kupreeva I., Themistius, in The Cambridge History of Philosophy in Late Antiquity, Gerson L.P. (dir.), Cambridge 2010, vol. 1, pp. 397-416.

[23] Simile a quello che, ad esempio, conduce un philologos (ossia un letterato) a giudicare come inautentica un’opera falsamente attribuita a Galeno e messa in vendita in una libreria nel Sandalario, in base allo stile e all’intestazione: l’aneddoto è riportato in Galeno, De libris suis, XIX, 8-9 Kühn.

[24] Non sarebbe affatto un caso isolato perché allusioni polemiche al platonismo giamblicheo sono ben riconoscibili nelle Orazioni di Temistio: si vd. supra, n. 20.

[25] Cfr. Chiaradonna R., Porphyry and Iamblichus on Universals and Synonymous Predication, Documenti e studi sulla tradizione filosofica medievale, 18 (2007), pp. 123-140.

[26] Si cita la traduzione di A. Marcone: si vd. supra, n. 1.

[27] Gli Oracoli caldaici sono citati più volte nel discorso Alla Madre degli dèi: cfr. Ad Matrem deorum 172 d, 175 b e 178 cd.

[28] L’atteggiamento di Giuliano rispetto alla teurgia è comunque complesso e non può senz’altro essere assimilato a quello di Giamblico: cfr. Tanaseanu Döbler I., op. cit., pp. 144-148.

[29] Della Lettera 12 si cita, con alcune piccole modifiche, la traduzione di Caltabiano M., L’epistolario di Giuliano Imperatore, Saggio storico, traduzione, note e testo in appendice, Napoli 1991, pp. 147 e 235-236. A questo testo ha recentemente dedicato due importanti contributi Richard Goulet: cfr. Goulet R., Mais qui était donc le gendre de la sœur de Priscus?, cit. e s.v. Priscus de Thesprotie, in Dictionnaire des philosophes antiques, Goulet R. (dir.), vol. 5b, Paris 2012, pp. 1528-1539.

[30] L’identificazione di questo oscuro personaggio è molto difficile. Con argomenti interessanti, Goulet R., op. cit., suggerisce che si tratti di Giamblico II (da non confondere con il più famoso Giamblico di Calcide), nipote di Sopatro di Apamea e, a sua volta, filosofo neoplatonico, al quale si deve probabilmente l’introduzione ad Atene del platonismo di Giamblico.

[31] Un’ottima presentazione sintetica di questo intricato dossier si trova in Goulet R., op. cit., pp. 42-43.

[32] Sul testo di queste linee, cfr. Goulet R., s.v. Priscus de Thesprotie, p. 1531.

[33] È significativo che anche nel discorso Alla Madre degli dèi Giuliano sembri guardare con una certa distanza all’esegesi porfiriana del mito di Attis, che egli dichiara di non aver letto: cfr. Ad Matrem deorum 161 c.

[34] Scetticismo (forse eccessivo) in proposito è espresso da Bouffartigue J., op. cit., pp. 197-214.

[35] Riferimenti in Goulet R., op. cit., p. 44 n. 73. La notizia è riportata da Ammonio, in An. Pr., 31, 11-23 e dallo scritto di Temistio In risposta a Massimo sulla riduzione dei sillogismi di seconda e terza figura a quelli di prima, conservato in arabo ed edito (ancorché in modo insoddisfacente) in Badawi ʽA., La transmission de la philosophie grecque au monde arabe, Paris 19872.

[36] Sappiamo da Simplicio che Massimo fu autore di un commento alle Categorie: cfr. Simpl., in Cat., 1, 15.

[37] È la tesi avanzata in Athanassiadi P., op. cit.

[38] È la celebre definizione di Fowden G., The Pagan Holy Man in Late Antique Society, JHS 102 (1982), pp. 33-59.

[39] Mi riferisco, in particolare, ad Athanassiadi P., op. cit. Le ripetute svalutazioni della «tecnica» filosofica (cfr. pp. 126, 206-207, etc.) e l’enfatica affermazione (riferita a Giamblico e Damascio) per cui «le fondement de la philosophie est la religion» (p. 189), caratterizzano la lettura sostanzialmente a-filosofica del platonismo tardoantico offerta nel suo libro.

[40] Sulla differenza tra i metodi di Porfirio e Giamblico, cfr. Taormina D.P., Jamblique critique de Plotin et de Porphyre: Quatre études, Paris 1999.

[41] Tesi sostenuta, ancora una volta, in Athanassiadi P., op. cit. (cfr. p. es. p. 172: «sa [scil. di Giamblico] méthode d’enseignement, ses règles et son interprétation furent religieusement observées pendant plusieurs siècles: le carcan de Jamblique dispensait de l’obligation de penser par soi-même»). Va detto, però, che la valutazione di Giamblico negli studi recenti è decisamente più articolata e si tende a mettere sempre maggiormente in luce la portata filosofica e argomentativa delle sue concezioni. Si vedano, ad esempio, gli studi raccolti in Iamblichus and the Foundations of Late Platonism, Afonasin E. – Dillon J. – Finamore J. (dir.), Leiden 2012.

[42] Su Dessippo, si veda ora Barnes J., Feliciano’s Translation of Dexippus, IJCT 16 (2009), pp. 523-531.

[43] Così De Vita M.C., op. cit., pp. 247-252; si veda, nel medesimo senso, Tanaseanu Döbler I., op. cit., pp. 136-148. Sul rapporto tra platonismo e pensiero politico in Giuliano, cfr. il fondamentale studio di Elm S., op. cit. più volte richiamato. L’importanza del condizionamento cristiano in Giuliano è stata recentemente ben illustrata da De Vita M.C., op. cit., secondo la quale il progetto di restaurazione pagana può essere compreso sotto certi aspetti come un tentativo di emulazione della religione combattuta. Nel programma teurgico di Giuliano sarebbe così percepibile la «volontà di riorganizzare la liturgia pagana sul modello di questa cristiana» (p. 241).

[44] Ciò non vuol dire affatto che manchino importanti spunti di filosofia politica nelle loro opere. Particolare rilievo hanno, a questo proposito, alcune Lettere di Giamblico conservate nell’Antologia di Giovanni Stobeo (cfr. Taormina D.P. – Piccione R.M., Giamblico. I frammenti delle Epistole, Introduzione, testo, traduzione e commento, Napoli 2010) sulle quali ha da tempo, e opportunamente, attirato l’attenzione O’Meara D.J., op. cit., pp. 99-100 e passim. Per una presentazione sintetica, cfr. Chiaradonna R., op. cit., pp. 746-748.

[45] Seguo l’analisi illuminante di Elm S., op. cit, p. 74: «The greater the reluctance to accept public office, the higher the leadership potential […] Julian’s declaration to his friends and confidants of his desire for the philosophical life thus complemented rather than contradicted his activities as Caesar and military commander»; si vd. anche ibid., pp. 160-161.

[46] Desidero ringraziare Maria Carmen De Vita ed Elisa Coda, che hanno letto una prima versione di questo studio, per i loro suggerimenti. Sono, naturalmente, il solo responsabile di eventuali errori.

Libertà religiosa e di culto

Lattanzio, Come muoiono i persecutori (De mortibus persecutorum), introduzione, traduzione e note a cura di M. Spinelli, Roma 2005, pp. 123-127; testo latino dal sito di The Latin Library.

 

De mort. pers. XLVIII

 

[1] Licinius vero accepta exercitus parte ac distributa traiecit exercitum in Bithyniam paucis post pugnam diebus et Nicomediam ingressus gratiam deo, cuius auxilio vicerat, retulit ac die Iduum Iuniarum Constantino atque ipso ter consulibus de resituenda ecclesia huius modi litteras ad praesidem datas proponi iussit:

[2] «Cum feliciter tam ego [quam] Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere. [3] Itaque hoc consilium salubri ac recticissima ratione ineundum esse credidimus, ut nulli omnino facultatem abnegendam putaremus, qui vel observationi Christianorum vel ei religioni mentem suam dederet quam ipse sibi aptissimam esse sentiret, ut possit nobis summa divinitas, cuius religioni liberis mentibus obsequimur, in omnibus solitum favorem suum benivolentiamque praestare. [4] Quare scire dicationem tuam convenit placuisse nobis, ut amotis omnibus omnino condicionibus quae prius scriptis ad officium tuum datis super Christianorum nomine <continebantur, et quae prorsus sinistra et a nostra clementia aliena esse> videbantur, <ea removeantur. Et> nunc libere ac simpliciter unus quisque eorum, qui eandem observandae religionis Christianorum gerunt voluntatem citram ullam inquietudinem ac molestiam sui id ipsum observare contendant. [5] Quae sollicitudini tuae plenissime significanda esse credidimus, quo scires nos liberam atque absolutam colendae religionis suae facultatem isdem Christianis dedisse. [6] Quod cum isdem a nobis indultum esse pervideas, intellegit dicatio tua etiam aliis religionis suae vel observantiae potestatem similiter apertam et liberam pro quiete temporis nostri <esse> concessam, ut in colendo quod quisque delegerit, habeat liberam facultatem. <Quod a nobis factum est ut neque cuiquam> honori neque cuiquam religioni <detractum> aliquid a nobis <videatur>. [7] Atque hoc insuper in persona Christianorum statuendum esse censuimus, quod, si eadem loca, ad quae antea convenire consuerant, de quibus etiam datis ad officium tuum litteris certa antehac forma fuerat comprehensa, priore tempore aliqui vel a fisco nostro vel ab alio quocumque videntur esse mercati, eadem Christianis sine pecunia et sine ulla pretii petitione, postposita omni frustratione atque ambiguitate restituant; [8] qui etiam dono fuerunt consecuti, eadem similiter isdem Christianis quantocius reddant; etiam vel hi qui emerunt vel qui dono fuerunt consecuti, si petiverint de nostra benivolentia aliquid, vicarium postulent, quo et ipsis per nostram clementiam consulatur. Quae omnia corpori Christianorum protinus per intercessionem tuam ac sine mora tradi oportebit. [9] Et quoniam idem Christiani non [in] ea loca tantum ad quae convenire consuerunt, sed alia etiam habuisse noscuntur ad ius corporis eorum id est ecclesiarum, non hominum singulorum, pertinentia, ea omnia lege quam superius comprehendimus, citra ullam prorsus ambiguitatem vel controversiam isdem Christianis id est corpori et conventiculis eorum reddi iubebis, supra dicta scilicet ratione servata, ut ii qui eadem sine pretio sicut diximus restituant, indemnitatem de nostra benivolentia sperent. [10] In quibus omnibus supra dicto corpori Christianorum intercessionem tuam efficacissimam exhibere debebis, ut praeceptum nostrum quantocius compleatur, quo etiam in hoc per clementiam nostram quieti publicae consulatur. [11] Hactenus fiet, ut, sicut superius comprehensum est, divinus iuxta nos favor, quem in tantis sumus rebus experti, per omne tempus prospere successibus nostris cum beatitudine publica perseveret. [12] Ut autem huius sanctionis <et> benivolentiae nostrae forma ad omnium possit pervenire notitiam, prolata programmate tuo haec scripta et ubique proponere et ad omnium scientiam te perferre conveniet, ut huius nostrae benivolentiae [nostrae] sanctio latere non possit».

[13] His litteris propositis etiam verbo hortatus est, ut conventicula <in> statum pristinum redderentur. Sic ab eversa ecclesia usque ad restitutam fuerunt anni decem, menses plus minus quattuor.

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Costantino. Testa colossale, bronzo, IV sec. d.C. Roma, Museo del P. zzo dei Conservatori.

[1] Licinio da parte sua ricevette in resa una parte dell’esercito [di Massimino], la distribuì [fra le proprie truppe] e pochi giorni dopo la battaglia trasferì l’armata in Bitinia. Entrato in Nicomedia rese grazie a Dio, cui doveva la vittoria, e il 13 giugno – console per la terza volta insieme a Costantino – ordinò di rendere pubblica una lettera inviata al governatore sulla reintegrazione della Chiesa[1]. Eccone il testo:

[2] «Io, Costantino Augusto, come pure io, Licinio Augusto, ci siamo riuniti felicemente in Milano per trattare di tutte le questioni che riguardano il bene e la sicurezza pubblici. E fra tutti gli altri provvedimenti da varare a vantaggio della maggioranza delle persone abbiamo ritenuto doveroso regolare prima di tutto quelli relativi al rispetto della divinità, concedendo sia ai Cristiani sia a tutti la libera possibilità di seguire la religione che ognuno si è scelta; in questo modo tutto quello che c’è di divino nella sfera celeste potrà riconciliarsi e cooperare con noi e con tutti quelli che dipendono dalla nostra autorità. [3] Perciò abbiamo creduto, con spirito salutare e rettissimo, di dover prendere questa decisione: non si dovrà [più] negare questa libertà assolutamente a nessuno che abbia aderito in coscienza alla religione dei Cristiani, o a quella che abbia ritenuto la più adatta a sé; così la suprema divinità, al culto della quale ci inchiniamo [pure noi] con animo libero, potrà accordarci in tutte le circostanze il suo continuo favore e la sua benevolenza[2].

[4] Pertanto, conviene che la Vostra Eccellenza sappia che abbiamo deciso di annullare senza eccezione tutte le restrizioni già notificate per iscritto a codesto ufficio e aventi per oggetto il nome dei Cristiani, e di abrogare altresì le disposizioni che possano apparire contrarie ed estranee alla Nostra Clemenza, permettendo [da] ora [in avanti] – a chiunque voglia osservare la religione dei Cristiani – di farlo senz’altro con assoluta libertà, senza essere disturbato e molestato[3]. [5] Abbiamo creduto di dover comunicare per esteso alla tua sollecitudine queste decisioni, perché tu sappia che noi abbiamo concesso ai suddetti Cristiani la facoltà libera e incondizionata di praticare la loro religione[4]. [6] Vedendo quello che abbiamo concesso ai [Cristiani] stessi, la Tua Eccellenza comprende che una possibilità ugualmente libera e incondizionata di professare la propria religione è stata riconosciuta pure agli altri, come esige la nostra era di pace, sicché ognuno abbia il pieno diritto di prestare il culto che si è scelto. E questo lo abbiamo deciso perché deve risultare chiaro che da parte nostra non si è voluta arrecare la minima violazione a nessun culto e a nessuna religione[5].

[7] Inoltre, per quanto riguarda i Cristiani, abbiamo ritenuto di dover fissare anche un’altra disposizione. I luoghi dove essi avevano in precedenza l’abitudine di riunirsi, e che nelle lettere inviate in passato alla tua amministrazione erano descritti in modo dettagliato, dovranno essere restituiti senza pagamento e senza nessuna richiesta d’indennizzo, evitando ogni frode e ogni equivoco, da parte di quelli che risultano averli acquistati in epoca precedente dal patrimonio statale o da chiunque altro. [8] Anche quelli che abbiano ricevuto in dono [tali proprietà] devono restituirle al più presto ai Cristiani; e se gli acquirenti o chi ha ricevuto donazioni richiederanno qualcosa alla Nostra Benevolenza si rivolgano al vicario, perché dia loro soddisfazione in nome della Nostra Clemenza. È tuo compito inderogabile che tutti questi beni vengano restituiti senza esitazione alla comunità dei Cristiani[6].

[9] E poiché gli stessi Cristiani si sa che possedevano non solo i luoghi per le loro abituali riunioni ma anche altri, appartenenti di diritto alla loro comunità, cioè alle chiese e non a singole persone, ordinerai di restituirli tutti ai Cristiani, ossia alla loro comunità e alle loro chiese, secondo la procedura sopraesposta, senza nessun equivoco o contestazione. Vale solo la riserva enunciata prima: chi restituirà questi beni gratuitamente, come abbiamo detto, potrà contare su un risarcimento dalla Nostra Benevolenza. [10] In tutti questi adempimenti sarà tuo dovere assicurare alla suddetta comunità dei Cristiani il tuo sostegno più fattivo, in modo che il Nostro Ordine venga eseguito al più presto, e in questa faccenda grazie alla Nostra Clemenza sia tutelata la tranquillità pubblica. [11] Solo a queste condizioni si ripeterà quel che si è visto prima: cioè il favore divino da noi sperimentato in circostanze così importanti continuerà a propiziare in ogni occasione i nostri successi, per la prosperità di tutti. [12] Ma per fare in modo che tutti possano essere informati del contenuto di questa nostra generosa ordinanza conviene che tu promulghi le suddette disposizioni con un tuo editto[7], affiggendolo ovunque e facendolo conoscere a tutti: così queste nostre decisioni, suggerite dalla Nostra Benevolenza, non potranno rimanere ignorate».

[13] Alla pubblicazione di questa lettera [Licinio] accompagnò le sue esortazioni verbali, perché le comunità [cristiane] fossero riportate alla loro condizione precedente[8]. Così, dalla distruzione della Chiesa alla sua restaurazione erano trascorsi dieci anni e circa quattro mesi.[9]

 

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Note:

[1] Costantino e Licinio si erano incontrati a Milano ai primi del 313. In quell’occasione avevano concertato e redatto insieme ai loro collaboratori ed esperti il documento che stiamo per leggere (noto come “editto di Milano”), volto a legittimare e risarcire la Chiesa cristiana e i suoi adepti, perseguitati durante l’ultimo decennio. Dopo la messa a punto del provvedimento i due imperatori molto probabilmente lo avevano inviato al governatore di Bitinia, dove la persecuzione era divampata ed era stata particolarmente dura, e anche alle autorità delle altre province. Ora, entrato vincitore e imperatore a Nicomedia, Licinio si affretta a rendere pubblico il testo del documento (13 giugno 313). In realtà, come si vede non si tratta però di un edictum sul tipo di quello di Galerio, bensì di una circolare (litteras) inviata per l’esecuzione alle autorità competenti, e quindi a queste già nota nei contenuti. Tale natura tecnico-giuridica del provvedimento si confermerà a più riprese durante la lettura del testo. Infine si noti per inciso che pure il cosiddetto “editto di Milano” finisce per diventare in un certo qual modo un “secondo editto di Nicomedia”, in quanto pubblicato come si è appena visto (in questo caso non da Costantino ma da Licinio) nel capoluogo di Bitinia almeno tre mesi dopo la sua redazione e prima emanazione in Occidente.

[2] Questa preoccupazione nutrita dall’autorità civile romana di poter contare sul consenso e sulle preghiere dei Cristiani, e quindi sul sostegno del loro Dio per il benessere dell’imperatore e dello Stato, era già presente nell’analoga disposizione promulgata da Galerio.

[3] Come si vede, la prima parte dell’editto (o, meglio, del mandatum) di Costantino-Licinio ha un carattere negativo, contenendo il ritiro e l’abrogazione di tutti i divieti, le censure e le misure restrittive nei confronti dei Cristiani, decise o adottate o inasprite durante i periodi di persecuzione.

[4] È il passo più esplicito, nuovo e storicamente importante di tutto il decreto: ai Cristiani è riconosciuto d’ora in avanti il diritto di abbracciare e professare liberamente e senza restrizioni il proprio credo religioso. Il Cristianesimo diventa ufficialmente, de iure – non solo de facto come in passato, nei periodi precedenti in cui non c’erano state persecuzioni anti-cristiane – religio licita, culto ammesso e rispettato dallo Stato.

[5] Tolleranza, libertà e diritti riconosciuti al Cristianesimo vanno estesi a ogni altra religione coltivata e praticata all’interno della società romana. Pure questa posizione – più che a una logica squisitamente moderna di libertà, uguaglianza e omogeneità di condizione e trattamento di fronte alla legge – si deve all’interesse da parte dello Stato e dell’autorità di assicurarsi il favore e il sostegno di divinità e potenze onorate da tutte le religioni.

[6] Dopo l’annullamento della legislazione anti-cristiana e il riconoscimento della liceità del Cristianesimo, il provvedimento prevede e ordina un risarcimento morale e concreto a beneficio dei Cristiani già perseguitati, attraverso il totale ripristino e la restituzione piena e gratuita (salvo eventuale rimborso – se richiesto – concesso dalla pubblica autorità, non dai Cristiani) di sedi, beni e proprietà sottratti loro illegalmente e con violenza durante le persecuzioni.

[7] Programmate tuo. Si è tradotto «con un tuo editto», ma evidentemente in questo caso non si tratta di un “editto” come quello galeriano di Nicomedia, cioè di un decreto governativo emanato direttamente dalla suprema autorità. Programma (parola greca che significa «proclama», «avviso pubblico», «editto» e simili) è l’atto esecutivo spettante all’autorità amministrativa e periferica – i governatori delle province o funzionari di pari livello – chiamata a rendere pubbliche e divulgare le decisioni politico-governative dell’imperatore, eventualmente chiarendole, interpretandole e corredandole di disposizioni pratiche, aggiuntive o esecutive, ove necessario e, naturalmente, in assoluta coerenza con la lettera e lo spirito della legge imperiale.

[8] Cioè alla situazione anteriore al 23 febbraio del 303, inizio della persecuzione dioclezianea, oltre dieci anni prima. Le “esortazioni verbali” dell’imperatore alle autorità e ai funzionari responsabili mostrano che la volontà politica di finirla con le persecuzioni e di ridare libertà ai Cristiani era forte e assoluta, e Licinio in questo caso era – al momento – in totale accordo con Costantino. Ma di lì a qualche mese la fine di questa intesa e la nuova guerra fra i due colleghi indurrà Licinio a riprendere per qualche tempo in Oriente le azioni contro i Cristiani: sarà la prima recrudescenza persecutoria dopo l’editto di Milano e prima dei provvedimenti anti-cristiani di Giuliano l’Apostata, una cinquantina d’anni più tardi.

[9] Dal 23 febbraio del 303 al 13 giugno 313, quando l’ultimo persecutore e rivale degli imperatori filo-cristiani, Massimino Daia, era stato sconfitto e messo in fuga da Licinio, per cui si era aperta la via all’applicazione anche in Oriente dei provvedimenti di tolleranza già decisi e fissati da Costantino e Licinio a Milano pochi mesi prima.

Il Neoplatonismo

di N. Abbagnano, Storia della filosofia. I – Il pensiero greco e cristiano: dai Presocratici alla scuola di Chartres, Novara 2006, pp. 399-412

 

La «scolastica» neoplatonica

Il neoplatonismo è l’ultima manifestazione del platonismo nel mondo antico. Esso riassume e porta alla formulazione sistematica, e (con Proclo) addirittura scolastica, le tendenze e gli indirizzi che si erano manifestati nella filosofia greca e alessandrina dell’ultimo periodo. Elementi pitagorici, aristotelici, stoici vengono fusi con il platonismo in una vasta sintesi che doveva influenzare potentemente tutto il corso del pensiero cristiano e medievale, e, attraverso di esso, anche quello del pensiero moderno. Il neoplatonismo è così la manifestazione più cospicua dell’orientamento religioso che prevale nella filosofia dell’età alessandrina. Esso è altresì la prima forma storica della scolastica, se con tal nome s’intende la filosofia che cerca di realizzare una comprensione razionale delle verità religiose tradizionali. Difatti l’atteggiamento religioso implica che la verità come tale non va cercata: essa è stata rivelata ed è garantita dalla tradizione. Dall’altro lato, occorre comprendere, spiegare e difendere tale verità; e a questo scopo viene utilizzata la filosofia che meglio vi si presta, in questo caso il platonismo.

Il neoplatonismo quindi non ha niente a che fare con il platonismo originario e autentico. È invece una specie di scolastica che utilizza il platonismo, in confusa mescolanza con altri elementi dottrinali eterogenei, allo scopo di giustificare un atteggiamento religioso. Il fatto che Proclo, il più consapevole rappresentante della scolastica neoplatonica, abbia considerato spuri la Repubblica e le Leggi di Platone, che mal si prestano, per il loro dominante interesse politico, ad essere utilizzati ai fini di un’apologetica religiosa, è una prova evidente della cesura che c’è tra platonismo e neoplatonismo e dell’impossibilità di utilizzare quest’ultimo come elemento di comprensione storica del platonismo originario.

Mosaico dalla Casa di T. Siminio Stefano, a Pompei. L'Accademia di Platone, I secolo. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

L’Accademia di Platone. Mosaico dalla Casa di T. Siminio Stefano. I secolo d.C. da Pompei. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Fondatore del neoplatonismo è Ammonio Sacca, vissuto tra il 175 e il 242 d.C. senza lasciare alcuno scritto. Egli era bracciante (donde il soprannome di «Sacca»); in seguito insegnò in Alessandria la filosofia platonica.

Tra i suoi scolari si annoverano Origene – che non è da confondere con l’Origene cristiano – e Cassio Longino (213-273 d.C. ca.), retore e filologo, sotto il nome del quale ci è giunto lo scritto Sul sublime, che però non è suo.

La maggiore figura del neoplatonismo è Plotino. Nato a Licopoli in Egitto nel 203/4 d.C., partecipò alla spedizione dell’imperatore Gordiano contro i Persiani per conoscere le dottrine dei Persiani e degli Indiani; al ritorno si stabilì a Roma, dove la sua scuola ebbe tra i suoi ascoltatori numerosi senatori romani. L’imperatore Gallieno e sua moglie Salonina furono tra i suoi ammiratori. Egli morì in Campania a 66 anni, nel 269/70 d.C.

Il suo scolaro Porfirio di Tiro (nato nel 232/3 e morto al principio del IV secolo) pubblicò gli scritti del maestro ordinandoli in sei Enneadi, ossia libri di nove parti ciascuno. Porfirio è anche autore di numerose opere originali. Tra queste particolarmente importanti una Vita di Plotino, una Vita di Pitagora e l’Introduzione alle Categorie di Aristotele che è un commentario allo scritto aristotelico in forma di dialogo. L’interesse fondamentale di Porfirio è pratico-religioso. Egli trae dalla dottrina di Plotino motivi per difendere la religione pagana.

 

Plotino: Dio

Plotino accentua sino all’estremo limite la trascendenza di Dio, sulla quale avevano già insistito i Neopitagorici e Filone. Ma mentre Filone ancora identificava Dio con l’essere, Plotino afferma che Dio è «al di là dell’essere» (V 5, 6); «al di là della sostanza» (VI 8, 19); «al di là della mente» (III 8, 9) in modo che è trascendente rispetto a tutte le cose, pur producendole e tenendole in essere lui stesso (V 5, 12). Così la causa dell’essere viene in qualche modo staccata dall’essere, come ciò che è inafferrabile e inesprimibile da parte dell’uomo. Il nome che è meno inadeguato a indicare Dio, è, secondo Plotino, quello di Uno; e ciò sia perché Dio è l’unità, cioè la causa semplice ed unica di tutte le cose; sia perché il nome «Uno» si presta a designare ciò che è semplice e diverso da tutte le cose che vengono dopo (V 4, 1). Plotino stesso avverte però che questo nome non contiene altro che l’esclusione del molteplice; e, salvo quest’esclusione, non è più adeguato degli altri ad esprimere Dio (V 5, 6). Con queste considerazioni, Plotino inizia quello che si chiamò in seguito la teologia negativa, cioè la determinazione di Dio attraverso il riconoscimento dell’impossibilità di predicare di lui tutte e ciascuna le determinazioni finite.

D’altronde, la definizione di Dio come unità non ha niente a che fare con il monoteismo. Conformemente a tutta la tradizione greca, Plotino esplicitamente difende il politeismo come conseguenza necessaria dell’infinita potenza della divinità: «Non restringere la divinità ad un unico essere: farla vedere così molteplice come essa si manifesta, ecco ciò che significa conoscere la potenza della divinità, capace, pur restando quella che è, di creare una molteplicità di dèi che si connettono con essa, esistono per essa e vengono da essa» (II 9, 9).

Per una divinità concepita in questo modo la creazione non può essere un atto di volontà, che implicherebbe un mutamento nell’essenza divina. La creazione avviene in modo tale che Dio rimane immobile al centro di essa, senza volerla né consentirvi. Essa è un processo di emanazione (apórroia), simile a quello per il quale la luce si spande intorno al corpo luminoso o il calore intorno al corpo caldo, o meglio simile al profumo che emana dal corpo odoroso (V 1, 6). Utilizzando la nozione aristotelica di Dio come «pensiero del pensiero» (nóēsis noḗseōs) Plotino interpreta l’emanazione stessa come il pensiero che l’Uno pensa di sé. L’Uno, pensandosi, dà origine all’Intelletto, che è la sua immagine (V 4, 2); l’Intelletto, pensandosi, dà origine all’Anima, che è immagine dell’Intelletto (IV 8, 3). Trascorrendo da immagine a immagine, l’emanazione è anche un processo di degradazione. Ciò che emana dall’Uno è inferiore all’Uno, proprio come la luce è meno luminosa della sorgente da cui emana e l’onda del profumo è meno intensa a misura che si allontana dal corpo odoroso. Gli esseri che emanano da Dio non possono dunque aver né la sua perfezione né la sua unità, ma procedono sempre più verso l’imperfezione e la molteplicità.

 

L'Uno emana le ipostasi «come un'irradiazione, come la luce del sole splendente intorno ad esso» (Plotino, Enneadi, V).

L’Uno emana le ipostasi «come un’irradiazione, come la luce del sole splendente intorno ad esso» (Plotino, Enneadi, V).

Plotino: le emanazioni

La prima emanazione dell’Uno è l’Intelletto (Noûs) che è l’immagine più vicina di esso. l’Intelletto contiene già la molteplicità in quanto implica la distinzione tra il soggetto che pensa e l’oggetto pensato. Questo Intelletto, come il Lógos o il Verbo di Filone, è la sede delle idee platoniche. Esso corrisponde al Dio di Aristotele.

Dall’Intelletto procede la seconda emanazione, l’Anima mundi (hē psychḗ toû kósmou), che è Verbo ed Atto dell’Intelletto, come l’Intelletto lo è dell’Uno. L’Anima da un lato guarda all’Intelletto da cui proviene e con ciò pensa; dall’altro guarda a se stessa e si conserva; dall’altro ancora, guarda a ciò che è dopo di lei e lo ordina, lo governa e lo regge. Così l’Anima universale ha una parte superiore che è rivolta all’Intelletto ed una parta inferiore che è rivolta al corpo: con questa governa l’universo corporeo ed è Provvidenza (Prónoia).

Dio, l’Intelletto e l’Anima mundi costituiscono un mondo intellegibile. Il mondo corporeo suppone per la sua formazione, oltre l’azione dell’Anima mundi, un altro principio da cui derivino l’imperfezione, la molteplicità ed il male. Questo principio è la materia, concepita da Plotino negativamente, come privazione di realtà e di bene. La materia è all’estremo inferiore della scala alla cui sommità c’è Dio. Essa è l’oscurità che comincia là dove termina la luce; quindi non-essere e male.

Le anime singole sono parti dell’Anima mundi. L’Anima universale ha penetrato la materia vivificandola e penetrandola tutta, ma rimanendo in se stessa unica ed indivisibile. Essa produce l’unità e la sympátheia di tutte le cose del mondo; giacché queste, avendo un’unica anima, si richiamano l’un l’altra come le membra di uno stesso animale.

Dominato com’è dall’Anima universale, il mondo ha un ordine e una bellezza perfetti. Per scoprire quest’ordine bisogna guardare al tutto nel quale trova il suo posto e la sua funzione ogni singola parte, anche quella apparentemente imperfetta o cattiva. Il vizio stesso ha una funzione utile al tutto perché diventa un esempio della forza della legge e finisce per arrecare utili conseguenze (III 2, 5).

 

Plotino: la coscienza e il ritorno a Dio

Nella filosofia di Plotino diventa centrale e dominante un concetto che già si era affacciato nella speculazione degli Stoici: quello di coscienza. Coscienza non è la consapevolezza dei propri stati interni: ma l’atteggiamento del saggio che non ha bisogno di uscire fuori di sé per trovare la verità e che perciò tiene lo sguardo costantemente rivolto a se stesso. La coscienza è in questo senso il campo privilegiato in cui si manifestano nella loro evidenza le verità più alte cui l’uomo può giungere e la fonte o il principio stesso di tali verità cioè Dio. Il presupposto di questo concetto è l’autosufficienza del saggio, su cui avevano insistito gli Stoici e che aveva dominato le speculazioni morali degli Stoici romani. La distinzione stabilita da Epitteto tra «le cose che sono in nostro potere» cioè i nostri aspetti spirituali e «le cose che non sono in nostro potere» cioè le cose esterne, come fondamento degli atteggiamenti morali dell’uomo, non è che un corollario del principio della coscienza. Per indicare la coscienza come introspezione o auscultazione interiore, Plotino adopera espressioni come «ritorno a se stesso», «ritorno all’interiorità», «riflessione su di sé»; e contrappone costantemente questo atteggiamento proprio del saggio a chi invece fa leva, per la condotta della sua vita, sulla conoscenza delle cose esterne. «Il saggio – dice Plotino – trae da se stesso ciò che rivela agli altri e guarda a se stesso giacché non solamente tende ad unificarsi e ad isolarsi dalle cose esterne, ma è rivolto a se stesso e trova in sé tutte le cose» (III 8, 6).

Il ritorno a Dio è un itinerario che l’uomo può iniziare e percorrere solo mediante il ritorno a se stesso. Le tappe del ritorno a Dio sono le tappe della progressiva interiorizzazione dell’uomo; e in primo luogo della sua liberazione da ogni dipendenza o rapporto con l’esteriorità corporea. Plotino afferma pertanto che il primo dovere dell’uomo è quello di sottrarsi ai suoi legami con il corpo e di purificarsi mediante le virtù. Le virtù sono vie di purificazione perché sono vie di liberazione dall’esteriorità. Con l’intelligenza e la sapienza, l’anima dell’uomo si abitua a operare da sola, senza l’aiuto dei sensi corporei; con la temperanza si libera dalle passioni; con il coraggio non teme di separarsi dal corpo; con la giustizia fa sì che comandino in sé soltanto la ragione e l’intelletto (I 2, 3). La virtù come purificazione costituisce tuttavia soltanto una condizione liberatrice dell’itinerario interiore verso Dio. Nella musica, nell’amore e nella filosofia l’anima trova le vie positive del ritorno a Dio.

Attraverso la musica l’uomo deve procedere oltre i suoni sensibili, cercando di raggiungere i loro rapporti e le loro misure per sollevarsi a quell’armonia intellegibile ch’è la stessa bellezza. Attraverso l’amore, l’uomo si solleva gradualmente (secondo il processo già descritto da Platone nel Fedro) dalla contemplazione della bellezza corporea a quella della bellezza incorporea la quale è un riflesso o un’immagine del Bene, cioè di Dio. La bellezza difatti risplende nelle cose che sono più vicine alla perfezione; una statua è più bella di un blocco di marmo, un corpo vivo più bello di una statua. Ma al di là della bellezza l’uomo deve procedere con la filosofia verso la fonte stessa della bellezza, che è Dio. A Dio tuttavia egli non potrà arrivare attraverso l’intelligenza, perché questa è condizionata dal dualismo del soggetto che pensa e dell’oggetto pensato, mentre Dio è assoluta unità. Nella visione di Dio non c’è più intervallo, non c’è più dualità, ma l’anima si unisce a Dio totalmente, con uno slancio di amore. Non si tratta neppure di una visione: ma «di ékstasis e di semplificazione, di quiete e di congiunzione, di completa dedizione». Questa condizione può essere raggiunta dal filosofo solo raramente. Porfirio ci testimonia che nei sei anni in cui fu con il maestro, Plotino raggiunse l’ékstasis solo quattro volte.

 

La scuola siriaca

Lo scolaro di Porfirio, Giamblico di Calcide, morto verso il 330, inizia il cosiddetto «Neoplatonismo siriaco», molto più vicino di quello plotiniano alle fonti orientali. Egli fu autore di numerosi scritti, dei quali ci restano cinque libri dell’opera Sui misteri degli Egiziani. Giamblico è un teologo più che un filosofo. Egli moltiplica le emanazioni plotiniane suddividendole in tante divinità, alle quali fa corrispondere gli dèi della religione popolare. Insiste quindi sul valore della theurgía, che è la virtù magica dei riti e delle formule propiziatorie. La divinità, egli dice, non può essere persuasa ad agire dal nostro pensiero, perché la perfezione non è condotta ad agire da ciò che è imperfetto. Essa agisce invece in virtù dei simboli e delle formule che essa stessa ha suggerito agli uomini. Il Neoplatonismo inclinava così con Giamblico verso una teologia mitica che si prestava a giustificare tutte le superstizioni delle credenze pagane.

Giamblico ebbe numerosi scolari che, dalle notizie che ci sono rimase, appaiono sprovvisti di ogni originalità. Quanto l’imperatore Giuliano volle dare nuova vita al paganesimo per rimetterlo a fondamento della vita politica dell’Impero, ricorse appunto alla filosofia neoplatonica nella forma che Giamblico le aveva dato.

Frattanto la scuola platonica di Alessandria continuava ed ebbe nuovo lustro da una donna, Ipazia, che cadde, nel 415, vittima del fanatismo della plebe cristiana suscitatale contro dal vescovo Cirillo.

Dagli scritti del suo scolaro Sinesio di Cirene (nato verso il 370) che nel 411 divenne vescovo di Tolemaide, pare che ella abbia esposta la dottrina neoplatonica secondo l’insegnamento di Giamblico.

 

La scuola di Atene

L’ultima fase del Neoplatonismo fu dedicata prevalentemente al commento delle opere di Platone e di Aristotele. Al principio del V secolo, capo della scuola ateniese era Plutarco di Atene, figlio di Nestorio, che morì molto vecchio nel 401/2 e commentò Platone e Aristotele.

La speculazione metafisica fu invece coltivata da Siriano (il maestro di Proclo) il quale si rifece specialmente a Platone, che riteneva superiore ad Aristotele e che volle conciliare coi Pitagorici e coi Neoplatonici.

Proclo è il maggior rappresentante dell’indirizzo ateniese. Nato a Costantinopoli nel 410 ed educato in Licia, a 20 anni si recò ad Atene dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 485. Le opere più importanti sono il Commentario al Timeo, alla Repubblica, al Parmenide, all’Alcibiade I e al Cratilo, e due scritti sistematici, l’Istituzione teologica e la Teologia platonica.

Proclo dette alla filosofia neoplatonica la sua forma definitiva. A lui succedono numerosi pensatori che seguono le sue orme, ma non offrono nessun contributo originale alla sua dottrina. All’ultima generazione di Neoplatonici appartiene Simplicio, i cui commenti a molte opere aristoteliche hanno per noi la massima importanza come fonti di tutto il pensiero antico e rappresentano pure una notevole opera di pensiero.

Nell’anno 529 Giustiniano vietò l’insegnamento della filosofia ad Atene e confiscò l’ingente patrimonio della scuola platonica. Damascio che ne era il capo con altri sei compagni, tra cui Simplicio, si rifugiò in Persia; ma di lì tornarono presto disillusi. Il pensiero platonico oramai non sussisteva più come tradizione indipendente perché era stato assorbito e assimilato dal pensiero cristiano.

L’ultimo rappresentante di esso si può dire sia stato Severino Boezio. Boezio tradusse e commentò i principali scritti dell’Organo aristotelico e l’Introduzione alle categorie di Porfirio. Scrisse anche un Commentario di quest’opera ed altri lavori di logica, matematica e musica. Nel carcere scrisse poi l’opera che lo rese famoso per tutto il Medio Evo, La consolazione della filosofia. Quest’opera non è originale, ma risulta dall’utilizzazione di varie fonti, tra le quali il Protrettico di Aristotele, forse conosciuto attraverso qualche scritto più recente che lo riproduceva. Il punto di vista di Boezio è un platonismo eclettico. Da Platone, Boezio attinge il concetto della divinità come sommo Bene; con Aristotele considera Dio come il primo motore immobile; con gli Stoici ammette la provvidenza e il fato. Sebbene sia cristiano, nella sua filosofia segue da vicino il Neoplatonismo dell’epoca. Egli presenta nella sua persona il passaggio dall’Antichità al Medio Evo; è l’ultimo romano e il primo scolastico.

 

La dottrina di Proclo

Il punto fondamentale della filosofia di Proclo è l’illustrazione di quel principio triadico che è proprio del Neoplatonismo. Ogni processo si compie per via di una somiglianza delle cose che procedono con ciò da cui procedono. Un essere che ne produce un altro rimane in se stesso immutato, ma la cosa prodotta necessariamente gli somiglia.

Ora il prodotto, in quanto ha qualcosa d’identico al producente, resta in esso, in quanto ha qualche cosa di diverso procede da esso. ma essendo simile è in qualche modo identico e diverso, dunque rimane e procede insieme, e non fa nessuna delle due cose senza l’altra. Ora ogni essere che procede per sua natura da una cosa ritorna verso di essa. Vi ritorna in quanto non può fare a meno di aspirare alla propria causa che è per esso il bene; ed ogni essere desidera il bene. Questo ritorno o conversione si compie per la somiglianza di chi ritorna con ciò a cui ritorna (Ist. Teol., 30, 32). Con ciò Proclo distingue nel processo di emanazione di ogni essere dalla sua causa tre momenti: 1°, il permanere (monḗ) immutabile della causa in se stessa; 2°, il procedere (próodos) da essa dell’essere derivato che per la sua somiglianza con essa le rimane attaccato ed insieme se ne allontana, 3°, il ritorno o conversione (epistrophḗ) dell’essere derivato alla  sua causa originaria. Quel processo dell’emanazione che Plotino aveva illustrato in termini metaforici con l’esempio della luce e dell’odore, viene giustificato da Proclo con questa dialettica del rapporto tra la causa e la cosa prodotta per la quale esse nello stesso tempo si connettono, si separano e si ricongiungono in un processo circolare nel quale il principio e la fine coincidono.

Il punto di partenza dell’intero processo è l’Uno, Causa prima e Bene assoluto, che Proclo, come Plotino, ritiene inconoscibile ed inesprimibile. Dall’Uno procede una molteplicità di Unità o Enadi, che sono anch’esse Beni supremi e Divinità e fanno da intermediarie tra l’Uno originario e il mondo dell’Intelletto. L’Intelletto, che è la terza fase dell’emanazione, è diviso da Proclo in tre momenti: l’intellegibile (l’oggetto dell’Intelletto), che è l’essere; l’intellegibile-intellettuale, che è la vita; l’intellettuale (l’Intelletto come soggetto), che è l’Intelletto. L’essere e la vita vengono a loro volta divisi in vari momenti ad ognuno dei quali Proclo fa corrispondere una divinità della religione popolare. Il quarto momento dell’emanazione è l’Anima, divisa in tre specie: la divina, la demoniaca e l’umana; le prime due vengono ancora suddivise e identificate con divinità o esseri della religione popolare.

Il mondo è organizzato e governato dall’Anima divina. Il male non deriva dalla divinità, ma dall’imperfezione dei gradi medi e bassi della scala del mondo e dalla loro deficiente accettazione del bene divino. La materia non può essere causa del male perché essa è stata creata da Dio come necessaria per il mondo.

Oltre le facoltà distinte nell’anima da Platone e da Aristotele, Proclo ammette in essa una facoltà superiore a tutte, l’Uno nell’anima, che corrisponde all’Uno nel mondo ed è la facoltà adatta a conoscerlo. Il processo dell’elevazione morale ed è la facoltà adatta a conoscerlo. Il processo dell’elevazione morale e intellettuale dell’anima culmina nel congiungimento estatico con l’Uno. I gradi ultimi di questo processo di elevazione sono l’amore, la verità e la fede. L’amore porta l’uomo fino alla visione della bellezza divina; la verità fino alla sapienza divina ed alla conoscenza perfetta della realtà. Ma solo la fede lo porta, al di là della conoscenza e di ogni divenire, al riposo e al mistico congiungimento con ciò che è inconoscibile ed inesprimibile.

La vittoria di Costantino

di F. Sampoli, L’imperatore di Cristo, in Archeo monografie – Storie di grandi imperatori, Agosto 2009, 220-236.

 

La situazione a Roma.

Massenzio. Busto, marmo, 300-310 d.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

Ripartiamo ora da Massenzio. Dopo le fiammate di un ritrovato orgoglio «romano», suscitate nella popolazione dalla ritirata del burbanzoso Galerio, Massenzio non aveva capito o non aveva voluto rendersi conto di come – finito lo stato di emergenza – avrebbe dovuto riordinare l’assetto sociale ed economico della Penisola, nonché quello particolare di Roma. Le due spedizioni «punitive» di Severo e di Galerio (quest’ultima, soprattutto) avevano spopolato le campagne, bruciati i villaggi, distrutto i magazzini di grano, rapito gli armenti. A questo si erano aggiunti, sventuratamente, due cattivi raccolti. Per la Penisola era la carestia, con l’incubo della fame. In condizioni normali l’Italia dipendeva dall’Africa proconsularis per un terzo del suo fabbisogno granario. Ma ora accadde proprio che l’Africa si ribellasse, eleggendosi un nuovo imperatore, Lucio Domizio Alessandro. Di colpo la situazione in Italia e a Roma era diventata drammatica.

Massenzio. Follis, Roma 307-312 d.C. Æ 3,2 gr. Verso: Victoria aeterna Aug(usta); Vittoria alata, stante, volta a destra, colta in atto di scrivere su un clipeus Vot(a) X, mentre un nemico prigioniero in catene è posto alla sua sinistra. R – P in exergo.

Massenzio era pigro, dissipatore e un incorreggibile lussurioso. Aveva sempre bisogno di denaro, quindi costretto a gravare di continuo o a rapinare i cittadini. Per avidità era riuscito a renderseli ostili. Gli rimanevano fedeli, conservando per lui simpatia e un attaccamento quasi incondizionato, i soldati e soprattutto i pretoriani. Vero è che godevano di non pochi privilegi: una regolare distribuzione dei salari, spesso integrata da occasioni straordinarie, nelle quali era compresa la licenza – concessa loro più o meno liberamente – di angariare con soprusi le persone civili, profittando da un lato del silenzio delle leggi, dall’altro del timore che ai malcapitati ispirava la loro vista o la loro reazione. Ma ecco che con davanti lo spettro della carestia, Massenzio uscì dal letargo della smemoratezza. Primo atto liberare l’Africa. Significava riattivare i trasporti regolari di grano ai porti di Hostia e dell’Italia. Poiché era superstiziosissimo, aveva atteso fino ad allora segnali favorevoli. In Africa mandò il prefetto del pretorio, Gaio Ceionio Rufio Volusiano, con un esercito non numeroso, ma addestrato e agguerrito. Breve la campagna. Domizio Alessandro strangolato. L’Africa era ricca e i soldati di Massenzio la depredarono come si trattasse della conquista di una nuova provincia. Riempiti i magazzini di grano e rimpinguate le casse dello Stato, Massenzio pensò alla sicurezza militare, assoldando nuove truppe, di cavalleria in primo luogo, e cioè contingenti di Mauri, che venivano appunto dall’Africa, appena «riconquistata». Per gli occhi della plebe romana fece, poi, un trionfo solenne, strepitoso, richiamandosi ai vecchi tempi della Repubblica, insieme esibendo nei cartelloni «pubblicitari» l’immagine di Carthago, divenuta nell’occasione simbolo dei nemici di Roma. In realtà aveva coscienza che si stava avvicinando il momento dello scontro per il possesso dell’Italia.

Massenzio era troppo pigro per cullare sogni o fantasie di conquiste. Non aveva mai amato, né amava ora gli esercizi militari, la vita dura degli accampamenti, le lunghe marce sotto il sole o nel freddo dell’inverno. Lo interessavano piuttosto le giovani mogli o figlie di senatori o di plebei capaci di stuzzicare i suoi appetiti sessuali. In una città dai costumi licenziosi come Roma non c’erano in pratica donne belle e amanti del lusso che non fossero disposte a compiacerlo in uno qualunque dei suoi giochi erotici. E c’era, comunque, anche il risvolto della medaglia: la loro compiacenza lo veniva a privare del sapore più piccante, quello dell’oltraggio gratuito, arbitrario, provocatorio, inaspettato, oltre naturalmente allo sfregio della violenza fisica. Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica) ricorda una giovane matrona che si uccise per sottrarsi alla lussuria di Massenzio. Precisa che era cristiana, moglie del prefetto di Roma e che il suo nome era Sofronia. La testimonianza del panegirista, anche se di parte, non può essere messa in dubbio. Ma rimane accidentale il fatto (per Eusebio, primario) che la donna fosse cristiana. A ogni buon conto, è assolutamente certo che nel 311, subito dopo l’editto emanato in aprile da Galerio, Massenzio concesse ai cristiani – ugualmente come il suocero – il diritto di tolleranza religiosa, anzi si spinse addirittura a restituire alla Chiesa cristiana le proprietà confiscate durante la persecuzione. Con il che si può dire, anticipando, che non risponde a verità, come scrissero in seguito i panegiristi, che Costantino si sia mosso dalla Gallia contro Massenzio per liberare Roma e i cristiani da una persecuzione religiosa. La guerra di Flavio Valerio Costantino fu una guerra di conquista. La prima, in ordine di tempo, per arrivare alla signoria del mondo.

Basilica di Massenzio, inizi IV sec. d.C. Foro Romano

Basilica di Massenzio, inizi IV sec. d.C. Roma, Foro Romano.

 

I prodromi della guerra.

Dall’una parte e dall’altra si trovarono subito pretesti, motivi, rivendicazioni per giustificare la guerra. Massenzio tirò fuori la morte del padre Massimiano, fatto strangolare da Costantino dopo la resa di Massilia. Per renderne la morte ancora più infame, si affrettò a deificare il padre, a tesserne gli elogi, a innalzargli statue. Costantino, diceva Massenzio, non si era macchiato soltanto di empietà, uccidendo il suocero, ma anche di nera ingratitudine, giacché sia Costanzo Cloro, sia lo stesso Costantino dovevano a Massimano l’ascesa a Caesar e poi ad Augustus.

Le accuse del cognato contro Massenzio si limitarono a rinfacciargli di aver distrutto in Italia come a Roma le statue di lui, Costantino. Era niente.

Ma nel tempio di Apollo a Gandavum (Gand) trovò un incentivo impellente, perentorio, indifferibile per la guerra: una visione. Gli apparvero Apollo e la Vittoria nell’atto di offrirgli una corona di alloro. Costantino identificò subito Apollo con il Sol Invictus, al quale era unanimemente riconosciuto il dominio del mondo. L’anno prima, rivalutando la propria discendenza imperiale, aveva scelto quale divinità di elezione il Sol Invictus, elevato da Aureliano a divinità dello Stato e venerato da Claudio II il Gotico e da suo padre Costanzo Cloro. Insomma il vero motivo della guerra, iniziando dalla campagna d’Italia, fu la suggestione di un sogno a occhi aperti, che si tramuterà poi in segno e infine in certezza di essere il predestinato al potere unico.

Quando scese in Italia, nella primavera del 312, Costantino aveva trentadue anni. Contrariamente a Massenzio – indegno, per Giuliano l’Apostata, di essere annoverato fra i Cesari, e capace, per Zosimo, che pure era uno storico pagano, di qualsiasi perversione –, Costantino non conosceva le dissolutezze della carne.

Nemmeno il fasto o le gozzoviglie notturne rientravano nel suo orizzonte esistenziale. Era nato per la guerra e per dominare. Nei sei anni precedenti aveva represso rivolte in Britannia, riconquistata l’Hispania, respinto e distrutto eserciti di Germani oltre il confine del Reno. Contro di lui, secondo Zosimo, Massenzio schierò più di centosessantamila uomini, ma la cifra è assolutamente esagerata. Con più ragionevolezza si può fissare in venticinquemila, più cinquemila cavalieri, in gran parte germanici, l’esercito di Costantino; in quarantamila, con l’aggiunta di diecimila cavalieri e delle dodici coorti di pretoriani, quello di Massenzio. Quest’ultimo, inoltre, poteva contare sulla difesa delle Mura Aureliane, che cingevano Roma e delle quali, in previsione della guerra, aveva rafforzate le capacità di resistenza. Per qualsiasi esercito la presa della città sarebbe stata difficilissima. Se poi le mura erano piene di difensori, di macchine da lancio e i magazzini riforniti di scorte alimentari, l’assedio poteva durare mesi, un anno, e rovinosamente per gli assedianti, come era accaduto per Severo e Galerio.

Costantino. Follis, Londinium 310 d.C. Æ 4,32 gr. Recto: Soli invicto comiti; Sole, stante verso sinistra, con la destra alzata e un globo nella sinistra; le sigle T-F ai suoi fianchi e PLN in exergo.

 

La discesa in Italia.

Costantino passò le Alpi alla fine di aprile, fra il Moncenisio e il Monginevro, che era la strada dei Celti per venire in Italia, usata da Annibale e poi abituale per le legioni di Cesare. All’atto della partenza gli auspici gli furono avversi, ma l’ambizione era in lui un aculeo troppo forte per aspettarne di nuovi. Ed ebbe fortuna: i generali di Massenzio non avevano presidiato i passi che scendevano in Italia, sicché Segusia (Susa), ai piedi delle Alpi, una fortezza ritenuta inespugnabile, investita ora da tutto l’esercito di Costantino, nello stesso giorno fu assediata, presa e bruciata.  Il primo scontro diretto avvenne nei pressi di Augusta Taurinorum (Torino) fra le odierne Alpignano e Rivoli. Costantino si trovò di fronte la cavalleria catafratta, una specie di grossa testuggine mobile o di muro di ferro che si spostava in avanti. Pesante, lenta, ma adatta per combattere in pianura e formidabile per armamento. I cavalieri catafratti si disposero a cuneo. Coperti com’erano di ferro, sia uomini sia cavalli, potevano essere irresistibili, ma anche soggetti a subire a loro volta attacchi sui fianchi da una cavalleria leggera e veloce, che poteva offendere e ritirarsi. Quando, sfiniti e disuniti, i cavalieri di Massenzio persero compattezza, in cui poi consisteva la loro vera forza d’urto, si dispersero, Costantino mandò a finirli gruppi speciali di assalitori muniti di grosse mazze. Questi, scrive Jean-Baptiste-Louis Crevier, «percotendo con gravi colpi e uomini e cavalli, li oppressero come un gregge di bestie e li uccisero tutti». Augusta Taurinorum si arrese; ugualmente si arresero Mediolanum e le altre città dell’Italia settentrionale. La strada per Roma era aperta. Ma, sulla sinistra, Verona era in mano a Ruricio Pompeiano, il migliore e più attivo dei generali di Massenzio. Costantino non poteva lasciarselo alle spalle: se Ruricio Pompeiano non era in grado di impedirgli la marcia su Roma, poteva però tagliargli le comunicazioni con la Gallia. Non aveva scelta, e decisamente puntò su Verona.

 

Battaglia di Verona. Bassorilievo, marmo, IV sec. d.C., dall’Arco di Costantino, Roma.

 

Per tre quarti delle mura la città era difesa dall’Adige. Per Ruricio Pompeiano, tuttavia, finiva per diventare una trappola, né rispondeva alle sue attitudini militari il sopportare a lungo un assedio. Aveva tentato a più riprese audaci sortite; incerto l’esito, finché escogitò una nuova strategia: uscire dalla città, raccogliere un esercito e con quello piombare alle spalle di Costantino. Gli riuscì l’intento con l’esercito, che era di una notevole consistenza, ma fallì nella sorpresa: Costantino lo aspettava in uno scenario di colli, ideale per sbarragli la strada.

Le forze in campo erano squilibrate. Costantino aveva con sé soltanto la cavalleria e le truppe mobili, che aveva potuto sottrarre all’assedio. In guerra era temerario, risoluto, tempestivo. La giornata volgeva al termine e l’oscurità incombente avrebbe nascosto al nemico l’entità vera delle sue forze. Di sicuro si ricordò di Alessandro a Gaugamela. Con la cavalleria attaccò al centro. La comandava lui stesso. La battaglia durò fino a notte inoltrata. Al mattino la pianura e i colli che aveva davanti erano disseminati di cadaveri, uno dei quali era quello di Ruricio Pompeiano. E il numero dei prigionieri era così grande che per le catene Costantino ordinò di fondere le spade degli stessi prigionieri.

Verona aprì le porte, poi toccò ad Aquileia e, oltre il Po, a Mutina (Modena). A Roma le notizie delle vittorie e dell’avanzata di Costantino trovarono in Massenzio un ascoltatore distratto. Ostentava sicurezza, minimizzava gli insuccessi; Costantino, diceva, non aveva un esercito né migliore, né più potente di quello di Severo o di Galerio; quindi, come loro, destinato a scappare dall’Italia. In realtà Massenzio viveva l’attesa fra paure, piccole viltà e le profezie degli aruspici. Quando non lo sorreggevano le parole di questi ultimi, ricorreva agli stupri nelle case dove i delatori riferivano esserci giovani donne, oppure a rapine per puro divertimento. La sua cupidità, comunque, era tale che trovava colpevoli e nemici dello Stato tutti quei senatori e cavalieri che erano o fossero ritenuti ricchi. Finalmente i vecchi ufficiali, che avevano militato sotto Massimiano, gli esposero brutalmente la gravità della situazione militare. Anche i pretoriani, da parte loro, lo sollecitarono a uscire dall’inerzia, come dalla noia dei bagordi notturni. Si riscosse, come venisse fuori da una sorta di letargo o da una lunga ubriacatura. Soprattutto lo colpirono dalle gradinate del circo gli epiteti di vigliacco, donnicciola, coniglio, lanciatigli da quegli stessi che vino a cinque-dieci giorni prima lo avevano osannato oltre misura. Non aveva mai preso parte ad una battaglia, né maneggiato uno scudo, ma ora, scortato dalla guardia pretoriana, si fece vedere al campo.

Porta Borsari (antica Porta Iovia, poi Porta S. Zeno), Verona.

Sulla destra del Tevere.

Giunto a Roma dalla via Flaminia, Costantino non si affrettò a porre l’assedio alla città, anzi non passò nemmeno il Tevere e trattenne l’esercito sulle colline a ridosso del fiume. Era il 25 ottobre. Negli ultimi giorni aveva sempre piovuto, i campi zuppi d’acque, il Tevere – come lo vedeva dall’alto – gonfio e giallo. Gli rimaneva tempo per studiare un piano, se non voleva avventurarsi nell’incognita di un assedio. Prima di iniziare la campagna d’Italia aveva stipulato un patto di alleanza con Licinio, Augustus e signore dei territori dell’Europa sud-orientale (Raetia, Pannonia, Illyricum, Graecia, Macedonia, Moesia Superior e Inferior) fino al Bosforo. Il patto, che avrebbero poi sancito con il matrimonio fra Licinio e la sorellastra prediletta di Costantino, Costanza, risultava in effetti favorevole ad entrambi: garantiva a Costantino, mentre era impegnato in Italia, la frontiera orientale; a sua volta Licinio era garantito ad Occidente nella sua campagna che stava per intraprendere oltre il Bosforo, contro Massimino Daia. L’alleanza fra i due futuri cognati portò di conseguenza a un’uguale alleanza tra Massenzio e Massimino Daia, secondo il più antico adagio della politica: i nemici dei miei nemici sono miei amici.

Mura Aureliane, Roma.

Il vero timore di Costantino era che Massenzio si rinserrasse dentro le mura. Di sicuro gli erano presenti gli scacchi subiti da Severo e Galerio. Un lungo assedio lo spaventava. Inaspettatamente gli vennero in aiuto i Libri Sybillini. Massenzio, come abbiamo sottolineato, era superstiziosissimo. Ogni sua decisione dipendeva dal responso delle vittime sacrificate o dalle predizioni degli aruspici. Cercava in loro sicurezza alle sue viltà. Qualche giorno avanti l’arrivo di Costantino gli aruspici gli avevano minacciato la fine dell’impero e la morte «se mai si fosse allontanato dalle porte della città», e lui aveva fatto abbattere il ponte sul Tevere a un miglio dalla porta Flaminia (Pons Milvius), e poi, in seguito alle proteste della plebe, ne aveva costruito un altro di legno con uno stratagemma: composto cioè di due parti, snodabili e unite fra loro a metà da cavicchi, che si potevano facilmente sganciare. Nella notte fra il 25 e il 26 ottobre ebbe un sogno che gli ingiungeva di non fermarsi più oltre nel luogo dove si trovava. Subito la mattina dopo uscì dal palazzo imperiale e con la famiglia si trasferì in una residenza privata. Finché gli venne l’idea, o gli fu suggerita, di consultare i Libri Sybillini – atto che rientrava nel solco della grande tradizione religiosa dei Romani. Ma il responso fu sconvolgente e cambiò del tutto la sua condotta strategica. Diceva che nel giorno del giubileo imperiale il nemico di Roma sarebbe stato sconfitto. Il giorno era il 28 ottobre, sesto anniversario della proclamazione a imperatore romano di Massenzio. Non ci potevano essere dubbi su chi fosse il reale «nemico di Roma». Fra l’altro, Costantino si trascinava dietro un’armata di Galli, di Germani, di Britanni, mentre l’«esercito di Roma» era costituito, per la maggior parte, da Romani e da Italici.

Negoziati fra l’esercito di Massenzio e quello di Costantino a Roma. Ricostruzione grafica di G. Rava.

 

Ad avvalorare la predizione ci fu, nella piana presso Pons Milvius, al di là del Tevere, uno scontro di avanguardie che impegnò cavalleria e legionari. Incerto l’esito, ma il solo fatto che fosse sostenuto con fermezza e determinazione da una minima parte delle forze «romane», contribuì rovinosamente a suggestionare Massenzio. Così lui, che era pigro, timoroso, di colpo si lasciò vincere da uno spavaldo orgoglio di imperium e, all’alba del 28 ottobre, giorno appunto del giubileo imperiale, ordinò a tutte le sue forze di uscire dalla città, oltrepassare il Tevere e pigliare posizione sulla destra, in pratica con le spalle al fiume, giallo per la piena.

Costantino si era attestato sulla Flaminia (presso Saxa Rubra), da dove dominava il Tevere. Dopo lo scontro di tre giorni prima, intuendo il disegno suicida di Massenzio, si era affrettato a ritirare le avanguardie che scorrazzavano sulla destra del fiume.

 

La battaglia di Pons Milvius.

 

Massenzio al Pons Milvius. Ricostruzione di R. Hook.

 

La giornata si annunciava instabile, nuvolosa, con le nebbie nelle valli, ma per tutto quel ventotto ottobre non piovve. Con la vista dei colli, nell’umida velatura della nebbia e a specchio del fiume, si snodò verso la via Flaminia il lungo, oscuro lombrico di oltre cinquantamila unità dell’esercito di Massenzio, pesante, disarticolato e ignaro di andare incontro alla più tremenda delle catastrofi. Costantino, al riparo delle alture, aspettava che la vittima designata si infilasse nella trappola che aveva preparato fra Pons Milvius e Saxa Rubra. Aveva schierato, infatti, una parte dell’esercito appunto a Saxa Rubra, profittando del vantaggio che gli offriva il terreno. Con il resto dell’esercito girò intorno alle colline in un ampio semicerchio fino ad incontrare la Cassia e, seguendo questa, si portò all’altezza di Pons Milvius. Quando, diradatasi la nebbia, l’avanguardia di Massenzio si trovò a contatto con le truppe gallo-germaniche di Costantino schierate sui pendii di Saxa Rubra, il lungo, oscuro lombrico s’incurvò, ebbe un sussulto di assestamento.

Poi cominciò a distendersi, allargandosi a ventaglio, portando la sinistra alle pendici delle alture e la destra a sostenere l’attacco dell’avanguardia. Era il momento scelto da Costantino. Improvvisamente, al comando della cavalleria, dall’alto della Cassia si gettò con grande impeto sul fianco dello schieramento nemico.

La cavalleria di Costantino attacca i pretoriani di Massenzio. Illustrazione di S. Ó’Brógáin.

Massenzio gli mandò contro la cavalleria: con le coorti pretoriane rappresentava l’elemento di forza del suo esercito. Numerosa, ben addestrata, contava nelle sue file catafratti e cavalleggeri numidi e mauri: i primi, coperti di ferro, lenti, avevano dato prova delle loro qualità in primavera nella piana di Augusta Taurinorum; i secondi erano rinomati per la loro mobilità e la loro azione avvolgente, simile a un vento rapinoso. Finché la cavalleria di Massenzio tenne campo, la battaglia in qualche modo rimase in bilico, ma appena Mauri e catafratti cedettero, non ebbe più storia e si trasformò in una strage e in una fuga miseranda.

L’esercito di Massenzio, per imbecillità tattica, aveva combattuto sulla riva destra del Tevere, con le spalle al fiume: era sconfitto prima ancora di levare il grido di guerra. E, rotta la cavalleria, la massa dei fanti si disfece. Alcuni reparti non aspettarono di trovarsi di fronte i legionari di Costantino, gettarono via gli scudi e scapparono. Soltanto i pretoriani, per rancore o disperazione, combatterono valorosamente. Al centro, com’erano nello schieramento di Massenzio, tentarono a più riprese di sollevare le sorti infauste della giornata. Nel marasma della sconfitta, pressati da ogni parte non indietreggiarono di un passo, e ricoprirono con i loro cadaveri quello stesso terreno che avevano occupato durante la battaglia.

La battaglia sul ponte. Ricostruzione di P. Connolly.

 

La versione dei panegiristi.

I panegiristi cristiani hanno attribuito la straordinaria ed efferata vittoria di Costantino al famoso sogno da lui avuto alla vigilia della battaglia. Ci sono, poi, d’obbligo, il monogramma di Cristo dipinto sugli scudi o sui labari e la scritta fatidica «in hoc signum vinces». Una favola. Magari appartiene a una storia virtuale, all’iconografia cristiana del Quattro-Cinquecento o a versioni cinematografiche del XX secolo. L’«illuminazione» Costantino l’aveva avuta a Gandavum, nel tempio di Apollo, identificato con il Sol Invictus, come abbiamo scritto precedentemente. Il primo racconto «ideologicamente cristiano» è in Lattanzio cinque anni dopo (317), mentre era alla corte di Costantino ad Augusta Treverorum. E, ad ogni modo, Lattanzio non parla affatto di apparizione, accenna piuttosto a una voce udita da Costantino nel sogno o nel dormiveglia. Il racconto, per così dire, «ecumenico» è del 325, a dodici anni dalla battaglia sul Tevere e scritto da Eusebio di Cesarea, che a sua volta l’aveva appreso direttamente da Costantino. Se possiamo ragionare con freddezza, sgombrando il campo da fole e da riempitivi, fioriti nell’infatuazione religiosa degli anni dopo con lo scopo preciso di avvalorare una tesi ideologica, allora dovremmo forse dire che, se Costantino andava debitore a una deità, questa erano i Libri Sybillini, la cui profezia aveva indotto Massenzio a lasciare le mura di Roma, consegnando sé e l’esercito che comandava a uno dei peggiori suicidi militari. Solo che, sempre i panegiristi, assegnano al Dio dei cristiani anche l’uscita di Massenzio da Roma. Scrive Eusebio di Cesarea: «Per evitare che Costantino fosse costretto a combattere contro i Romani, Dio stesso trascinò costui [Massenzio] lontano dalle porte di Roma».

Paris, Bibliothèque nationale de France. Ms. gr. 510, Omeliario di Gregorio di Nazianzio (879-882), f. 440v. Il sogno di Costantino prima della battaglia di Pons Milvius.

Massenzio morì annegato insieme con le torme impecorite dei suoi soldati nella piena del Tevere. Ritrovato il cadavere, gli fu staccata la testa, infissa su una lancia e portata in giro per Roma. Costantino, il vincitore, non meritò né la lode di clemente, né la taccia di crudele. Spietato e senza remore lo fu, però, con tutta la stirpe di Massenzio, che sterminò scrupolosamente dai figli, bastardi o legittimi che fossero (Romolo, il primogenito, era morto nel 309), e continuò con le concubine che erano a palazzo e con la moglie, figlia di Galerio, che dicevano fosse cristiana. Poi abolì le coorti dei pretoriani, fece giustiziare le persone più coinvolte con Massenzio, infine tenne un discorso in Senato, promettendo di ristabilire l’antica dignità e gli antichi privilegi. Si trattenne a Roma non più di due mesi: la città non gli piaceva; infine si recò a Mediolanum per incontrare Licinio Valerio Liciniano, il nuovo alleato, di lì a poco cognato, e insieme futuro antagonista per il dominio del mondo.

La fine della Tetrarchia

di F. Sampoli, L’imperatore di Cristo, in Archeo monografie – Storie di grandi imperatori, Agosto 2009, pp. 188-220.

 

Alla vigilia di lanciarsi nella lunga e avventurosa cavalcata per il potere del mondo, Flavio Valerio Costantino si richiamò alla gloria militare di Claudio II il Gotico, affermando che suo padre, Costanzo Cloro, ne era il diretto discendente.  Era il 310 e chiaro l’intento: attribuire alla propria gens e a se stesso nobilitas, honos, ius imperii. Ci furono subito panegiristi cristiani pronti a giurare sulla veridicità di ascendenze nobili, anche se lui, Costantino, era figlio naturale di una stabularia.

Di sicuro Claudio II (Marco Aurelio Valerio Claudio) era illirico, come Costanzo Cloro. Nato a Sirmium (oggi Sremska Mitrovica) sulla Sava nel 219, aveva militato sotto Decio e Valeriano, poi generale sotto Gallieno, finché, nel luglio 268, all’indomani dell’uccisione proditoria di quest’ultimo, le legioni della Moesia lo proclamarono imperatore. Pare che sia lui sia Aureliano (gli succederà nell’Impero) abbiano partecipato o fossero a conoscenza della congiura.

Per compiacere Costantino, gli scrittori cristiani, a cominciare da Eusebio di Cesarea e Lattanzio, lo negarono per Claudio. A Roma il Senato si affrettò a convalidare la volontà dell’esercito; la situazione politico-militare era critica: i barbari premevano alle frontiere, vacillavano le difese sul Reno e sul Danubio, era perduta più di metà dell’Asia. Claudio II affrontò prima i Goti, che erano dilagati oltre il Danubio; li batté nella Thracia occidentale e, quattro settimane più tardi, li macellò come pecore nella desolazione estiva della piana di Naissus (oggi Niš, in Serbia). Ma alla sua valentia militare fu avversa la fortuna: spostatosi con l’esercito in Pannonia, morì di peste nell’anno 270. Un fratello minore di lui, Prisco, aveva una figlia, Claudia, andata sposa a un certo Eutropio. Dal loro matrimonio, scrivono i panegiristi, nel 250 era nato Costanzo Cloro.

 

M. Aurelio Flavio Valerio Claudio II ‘il Gotico’. Antoniniano, Milano 270 d.C. Ar. 2,92 gr. Recto: Divo Claudio; testa radiata, barbata e drappeggiata dell’imperatore, voltata a destra.

 

Il padre, Costanzo Cloro.

Nei De Caesaribus Sesto Aurelio Vittore (storico latino del IV secolo d.C.), definisce la nobilitas di Costanzo Cloro una leggenda. Accettata per adulazione. D’altronde, era venuta fuori abbastanza tardi con il figlio Costantino; né Costanzo Cloro in vita aveva mai avuto l’improntitudine di inorgoglirsene o di rivendicarla. Pensava che la nobilitas dipendesse piuttosto dal coraggio e dalle capacità militari di ognuno; le sue gli valsero, appena trentacinquenne il titolo di Caesar, poi quello di Augustus. C’è comunque da aggiungere che, quanto a menzogne ideologicamente programmate, i panegiristi cristiani avevano pochi rivali. Costanzo Cloro era di Naissus – la città resa celebre dalla vittoria di Claudio II il Gotico – e proveniva dalla campagna come altri suoi commilitoni, che erano Diocleziano, Massimiano, Galerio, Severo, Licinio, Massimino Daia, insomma contadini o guardiani di armenti, ma saliti ai fastigi dell’Impero per virtù, ferocia, ardire nelle armi. La loro nazionalità era illirica. Provenivano dalle nebbie della Sava, dai monti della Dardania, dalle colline intorno a Naissus. Alti di statura, biondi, resistenti alle fatiche della guerra e combattenti impavidi, per un secolo, si può dire, ridettero tempra e spirito vitale all’Impero romano, giunto alla parabola di un lento disfacimento.

Costanzo Cloro aveva poco più di un anno quando ad Abrittus (città le cui rovine si conservano nella località di Hisarlaka, presso Razgrad, in Bulgaria, n.d.r.), nella Dobrugia nei pressi del Danubio orientale, un esercito romano cadde nell’agguato di un terreno paludoso e fu trucidato dai Goti. Vi morì anche l’imperatore Decio, cinquantenne, pannonico di origine e duro, tenace, innamorato come nessun altro della romanità. La perdita risultò disastrosa per due motivi: nella palude di Abrittus andò distrutto oltre a un esercito, anche il prestigio militare dell’Impero. Dopo secoli di dominio la potenza di Roma franava come una fortezza corrosa dall’interno. Vituperosamente l’Impero venne a patti con i Goti, concedendo loro non solo tutto il bottino ammassato al di qua e al di là del Danubio, ma impegnandosi a pagare loro un tributo annuo proprio perché non riattraversassero il Danubio. Era scontato che una pace, comprata e degradata fino a una tale ignominia, spalancasse agli stessi Goti e agli altri popoli di confine le porte dell’opulenza e della debolezza dell’Impero. L’una e l’altra erano esche troppo ghiotte per giovani popoli avidi di preda. Spinti dal successo dei Goti, né vincolati da tributi o patteggiamenti, si riversarono oltre il Danubio, devastarono le province illiriche, la Moesia, oltrepassarono il Bosforo a oriente, a occidente si spinsero fino alle porte di Roma.

Battaglia tra Romani e Germani. Bassorilievo, marmo proconnesio, 251-252 d.C., dal sarcofago «Grande Ludovisi». Roma, Museo di P.zzo Altemps.

Ma c’era di peggio della peste, che aveva ucciso l’imperatore Decio, o dell’incombente minaccia ai confini: la lacerazione interna dell’Impero, che nella Historia Augusta va sotto il nome dei «Trenta tiranni» (Tyranni triginta), giacché tanti – uno dopo l’altro, a volte due o tre insieme – funestarono Roma e le province con lo scempio delle guerre civili. Ci vollero diciotto anni e un imperatore come Claudio II per aver ragione dei Goti e, morto lui, un altro imperatore illirico, Aureliano, per ridare all’Impero romano fiducia e capacità di ripresa. Nel 267, a diciassette anni, che era allora l’età per arruolarsi nell’esercito, Costanzo Cloro militò sotto l’imperatore Gallieno. Il fronte era quello del Danubio. Gallieno era succeduto al padre Valeriano, prigioniero dei Sasanidi dopo una disgraziata campagna militare (260) e morto in cattività; in pratica ereditava la situazione politico-militare dell’Impero più caotica, nefanda, incontrollabile dell’intero secolo. La figura di Gallieno è controversa. Il biografo dell’Historia Augusta, Trebellio Pollione, lo accusava di ogni infamia – viltà, lussuria, ingordigia, eccesso di ellenismo, imprudenza, avidità – e perfino di un’imperdonabile leggerezza: coltivare la poesia e, in particolare, scrivere epitalami. Ammiano Marcellino, di gran lunga il maggior storico della decadenza, è meno severo. La storiografia moderna ha invece riabilitato Gallieno, gli riconosce addirittura «una grande figura di imperatore», sia per il valore militare, sia per la «posizione eminente» che rappresenta nell’evoluzione dell’Impero romano. Il fatto, comunque, più stranamente controverso è che il «corrotto», l’«ignavo», il «gaudente» Gallieno sia stato ucciso in un accampamento vicino a Mediolanum da una congiura militare per una motivazione specifica: il rigore e la disciplina che intendeva introdurre o forse aveva già introdotti nell’esercito.

 

P. Licinio Egnazio Gallieno. Busto, marmo, 261 d.C. ca. Bruxelles, Musée Royal.

 

 

Elena, la stabularia.

Costanzo Cloro seguì il nuovo imperatore, Aureliano, nelle campagne sul Danubio, poi in Oriente e fino a Palmyra contro la regina Zenobia. Nel 273, al ritorno da Palmyra, si fermò a Drepanon in Bithynia (oggi Yalova, in Turchia). Era il riposo del guerriero dopo tante battaglie. E fu a Drepanon che Costanzo Cloro vide e si innamorò di Elena. Faceva la stabularia in una di quelle osterie, dove al piano di sopra era lecito alle ragazze, le stabulariae, intrattenere rapporti con i clienti, vogliosi di compagnia femminile. Elena era bella, procace, l’occhio timido di cerbiatta, ma nel portamento altera come una principessa. Aveva poco più di sedici anni: per una donna d’Oriente il fiore della giovinezza. Costanzo Cloro, ventitreenne, biondo, struttura atletica, apparteneva, per la sua virtù militare, all’alta ufficialità delle legioni. Non ebbe difficoltà ad avere nel letto l’avvenente stabularia. Quello che agli occhi degli altri e di lui stesso sembrò inconsueto, fu invece la continuità della loro relazione. Il concubinato non era una difformità, al contrario: fra gli ufficiali delle legioni era quasi una regola tenere amanti ovunque la necessità del servizio militare li destinasse di guarnigione. I panegiristi cristiani si sono arrampicati sugli specchi per trasformare la convivenza di Costanzo Cloro con Elena nel vincolo sacrale del matrimonio.

Statua di matrona (Elena, madre di Costantino). Marmo, V secolo d.C. Roma, Musei Capitolini.

 

Nel 275, a Byzantium Aureliano venne ucciso in una congiura. Succedono altri imperatori: Tacito (275-76), Probo (276-82), Caro (282-83), Carino (283-84), in ultimo Diocleziano dal 284 al 305. Costanzo Cloro ha combattuto dal Danubio al Reno, alla Thracia, all’Illyricum contro Franchi, Sarmati, Geti, Vandali. Ha unanimi riconoscimenti di coraggio, di sagacia militare, primo ufficiale nella guardia imperiale, poi tribuno, comandante di legione, infine governatore della Dalmatia (279). Ora ha la possibilità di fermarsi, ed Elena è accanto a lui, desiderosa di amare, il suo grembo è come la terra arata, pronta a ricevere il seme: e l’anno dopo (280) a Naissus gli partorisce un figlio, Costantino.

L’idillio familiare conobbe pause già nel 282 con l’uccisione di Probo, la cui morte si portò dietro i contraccolpi più o meno fisiologici dei cambi di potere. Un segnale impietoso dei tempi è anche in questo: che in meno di quindici anni furono dodici gli imperatori legittimi o illegittimi morti ammazzati. Allora e nel biennio successivo Costanzo Cloro si seppe districare con una certa abilità, valutando tempestivamente uomini e circostanze. Ed Elena? Era cambiata con la maternità: non più la giovane avvenente che aveva affascinato Costanzo Cloro, ma ora, piuttosto, madre scrupolosa e gelosa della propria creatura. Improvvisamente, nel 284, la separazione. Diocleziano, il nuovo imperatore, opera negli alti gradi dell’esercito una serie di «avvicendamenti». Costanzo Cloro è scaraventato sul Reno contro i Germani, mentre Elena con il figlio deve tornare in Bithynia a Nicomedia (oggi Izmit), dove Diocleziano ha stabilito la capitale. Non rivedrà mai più Costanzo Cloro. Passano quattro anni, prima lettere sempre più rade, poi il silenzio, infine la notizia per lei dirompente: Costanzo Cloro ha sposato la figliastra dell’Augustus Massimiano, Teodora. Bella, raffinata, figlia di una Siriana e molto più giovane di lui. Nel giro di una decina di anni gli darà sei figli.

 

La tetrarchia.

Ma Diocleziano ha in mente, soprattutto, un progetto nuovo per la struttura dell’Impero. Con l’obiettivo preciso di scongiurare le continue ribellioni nelle province o nei vari scacchieri periferici, aumentando nel contempo la vigilanza e ripristinando la disciplina nell’esercito, divide l’Impero in Oriente e Occidente, chiama il vecchio commilitone Massimiano, al quale affida l’Occidente, riservando a sé l’Oriente, oltre la preminenza del comando e delle grandi decisioni. Di lì a poco perfeziona la divisione nella tetrarchia: due Augusti, Diocleziano e Massimiano; e due Caesares alle dipendenze degli Augusti: rispettivamente Galerio e Costanzo Cloro. Poi quattro capitali: Nicomedia (Diocleziano), Sirmium (Galerio), Mediolanum (Massimiano), Augusta Treverorum (Costanzo Cloro). Indubbiamente la tetrarchia, almeno negli anni a cavallo del secolo, riportò l’Impero all’antico prestigio e l’efficienza militare delle legioni a livelli che sembravano perduti. Ai margini, tuttavia, restavano sussulti di rivolta. Due si ebbero, in Africa proconsularis e in Aegyptus, in due città dal nome fatidico: Carthago e Alexandria. Nell’una e nell’altra si erano proclamati imperatori Giuliano e Achilleo. Contro Achilleo (anno 296) si mossero da Nicomedia lo stesso Diocleziano, portando con sé il giovanissimo Costantino. La resistenza di Achilleo, rinchiuso dentro Alexandria, costrinse Diocleziano a tagliare gli acquedotti. Quando la città si arrese, fu il massacro. Archiviato il capitolo Alexandria, Costantino seguì Diocleziano in Mesopotamia, dove il Caesar d’Oriente, Galerio, era impegnato sul fronte dell’Eufrate contro i Sasanidi. Ignaro o ostentatamente dimentico delle precedenti campagne di Roma, Galerio si era avventurato nelle pianure desolate della Mesopotamia alla mercé della cavalleria sasanide. A stento riuscì a salvare le legioni dalla distruzione. Diocleziano lo accolse senza rimproveri, ma lo costrinse a percorrere a piedi più di un miglio dietro il suo carro per la grande strada di Antiochia. L’anno dopo Galerio, umiliato, roso dalla rabbia, cambiò truppe e tattica. Accertatosi del modo di accamparsi dei Sasanidi, li assaltò di notte, cogliendoli di sorpresa. Ne fece strage. Quanto alle condizioni, che allora impose ai vinti, valsero ad assicurare all’Impero quarant’anni di pace sulla frontiera del Tigri.

 

Mappa dell’Impero romano durante la prima Tetrarchia di Diocleziano (284-305 d.C.).

 

Costantino come Achille.

Tornato a Nicomedia con Diocleziano, Costantino ha vent’anni. Combatte nella Moesia e sul Danubio contro Goti e Sarmati, le incursioni dei quali erano, si può dire, periodiche come le stagioni dell’anno. La guerra contro i Sarmati fu anche teatro di un episodio d’altri tempi ed ebbe l’effetto di richiamare alla memoria l’epicità dei duelli omerici dell’Iliade. Costantino che sfida e scende a singolar tenzone con il capo dei barbari, al cospetto dei due eserciti schierati, e ne esce vincitore. Di statura e struttura atletica, era inoltre coraggiosissimo e come tale, allora e poi in seguito, amatissimo dai soldati. Anzi, la fiducia e la popolarità che riscuoteva fra loro, la sua virtù militare, la rapidità delle risoluzioni sono la chiave per capire – come per Alessandro, Annibale o Cesare – la straordinarietà delle sue vittorie. Diocleziano, che a Nicomedia lo aveva tenuto vicino a sé quasi come un ostaggio (o almeno all’inizio, secondo le insinuazioni di Lattanzio), ebbe modo e tempi per valutare di lui l’ardire dell’animo e le qualità militari, come aveva valutato quelle del padre Costanzo Cloro. La stima manifestatagli in più occasioni da Diocleziano, aggiunta alla popolarità fra i soldati, finì per ingelosire Galerio. Con dispetto il Caesar d’Oriente intravide in Costantino non soltanto un futuro, valente condottiero d’eserciti, ma un avversario temibile. I prodromi della rivalità saltarono fuori alle dimissioni di Diocleziano; dimissioni che, inusitate e impreviste, furono un evento sconvolgente.

 

Pretoriani ed equites singulares. Bassorilievo, marmo, II sec. d.C., dal Grande fregio traianeo. Roma, Arco di Costantino.

 

Il gran rifiuto di Diocleziano.

Nella storia romana c’era un unico precedente: Lucio Cornelio Silla, che, nel 79 a.C., aveva rinunciato alla dittatura. Lo fece pubblicamente, scegliendo la platea sbigottita e trepidante del Foro. Diocleziano, quasi quattrocento anni dopo, preferì per il gran rifiuto la piana a tre miglia da Nicomedia, dove aveva convocato l’assemblea dei soldati. Era il 1 maggio 305: dritto nella persona, ma pallido per la strana malattia che lo affliggeva da un anno, Diocleziano per l’ultima volta passò in rivista i vessilli delle legioni, gli ufficiali, la guardia palatina prima di salire alla tribuna e rendere esplicita la sua decisione. Per le fatiche sopportate e per la debolezza degli anni (toccava in realtà appena i sessanta) non se la sentiva più di reggere il peso del governo; quindi cedeva la somma del potere a chi aveva energie e forze adeguate per adempiere ai doveri e ai compiti richiesti dalla vastità dell’Impero. In quello stesso giorno a Mediolanum, rispettando le disposizioni concordate in precedenza per un corretto funzionamento della tetrarchia, anche Massimiano abdicava dal suo potere di Augustus. Li avrebbero sostituiti Gaio Galerio in Oriente, Costanzo Cloro in Occidente. Restava da nominare i nuovi Caesares, che furono rispettivamente Valerio Massimino Daia e Flavio Valerio Severo. Presente alla cerimonia dell’abdicazione del passaggio di consegne c’era un testimone avidissimo di notizie e retore: Lucio Celio Firmiano Lattanzio (autore in seguito di un libro famoso per l’apologia del Cristianesimo, De mortibus persecutorum). Di Diocleziano e del suo rifiuto scriverà dodici anni dopo, quando era ad Arelate (Arles) e precettore di Crispo, il figlio naturale di Costantino. Nel racconto di Lattanzio la figura di Diocleziano è molto diversa da quella dell’imperatore imperturbabile e controllato degli storici pagani. Alla tribuna dinanzi all’esercito schierato si presenta addirittura in lacrime. La decisione di dimettersi gli è stata imposta con le minacce, o peggio con l’incubo di una guerra civile, da Galerio che oltretutto gli era genero, avendo sposato la sua unica figlia Valeria. E ci sarebbe stata anche un’altra imposizione di Galerio: la nomina dei due nuovi Caesares. Lattanzio sostiene che la scelta di Diocleziano era caduta su Costantino (per l’Occidente) e Massenzio (per l’Oriente), quest’ultimo figlio legittimo di Massimiano e, fra l’altro, genero di Galerio. Il racconto di Lattanzio si colora di imprevisti: ecco che all’annuncio dei nuovi Caesares un vento iroso scompiglia le linee irrigidite dell’esercito. Si pensa perfino che Costantino abbia cambiato nome, tanto più che i soldati lo vedevano sulla tribuna; finché Galerio, senza nemmeno voltarsi, allunga una mano all’indietro, afferra Massimino Daia, poi Severo e li trascina in prima fila alla vista dei soldati. La nomina dei due Caesares poneva le premesse, in un non lungo volgere di lune, a future rivalse, discordie, guerre civili. Rientrato in città, Diocleziano cambiò la biga in una carrozza da viaggio e, senza fermarsi ulteriormente a Nicomedia, proseguì per il Bosforo, poi per le strade polverose della Thracia fino alla solitudine di Spalatum (Split, in Croazia). Con lui finiva una struttura politica, una concezione del potere. Doveva averlo avvertito lui stesso nel momento in cui si accingeva all’abdicazione, se arrivò a proporre alla dignità di Caesares Costantino e Massenzio. Ritornava cioè al principio di successione ereditaria in luogo dell’altro, aristocratico e razionale, dell’adozione e della scelta per merito. Ma era anche riconoscere, almeno in parte, il fallimento di una costruzione politica, immaginata e portata avanti dalle geometrie della ragione. Nella quale, quasi da neofita, lui, Diocleziano, che era figlio di schiavi, aveva creduto con un eccesso di ottimismo, riversando nell’efficacia delle leggi concepite la salvaguardia risolutiva di tutti i problemi politici e sociali.

Diocleziano. Testa, marmo, 284-305 d.C. da Nicomedia. Istanbul, Museo Archeologico.

 

Costanzo Cloro richiama il figlio.

Scomparso Diocleziano dalla scena politica, Costantino non aveva più ragione né voglia di rimanere a Nicomedia, né tanto meno intendeva militare agli ordini dell’uno o dell’altro dei Caesares, in particolare di Galerio. Ambizione e orgoglio lo mordevano alla nuca. Dei nuovi Caesares, Flavio Valerio Severo, bravo generale e più bravo bevitore, era sempre stato alle dirette dipendenze di Galerio; l’altro Massimino Daia, era più giovane, irruente, superstizioso e figlio della sorella dell’Augustus. In pratica due creature di quest’ultimo. Nella tetrarchia Galerio assumeva non solo il compito di primus inter pares, che era stato di Diocleziano, ma indirettamente – attraverso il Caesar d’Occidente, Severo – veniva a invadere il terreno dell’altro Augustus, Costanzo Cloro. Il quale non tardò a far sentire la sua voce. Dapprima in forma, si può dire, amichevole, con la richiesta a Galerio di Costantino, adducendo a pretesto lo stato non buono di salute e il naturale desiderio paterno di rivedere il figlio primogenito dopo dodici anni. Galerio indugiò a rispondere, poi enumerò una serie di motivi. Taceva ovviamente quello vero, determinante: che padre e figlio uniti, proprio per le loro ambizioni, qualità militari, generale consenso negli eserciti, sarebbero stati prima o poi tentati dalla grande avventura di essere i soli padroni del mondo. Su Costantino, in particolare, anche nel periodo di Nicomedia, non mancavano descrizioni celebrative dei panegiristi. Senza alcun dubbio, nelle operazioni di guerra sui vari fronti, aveva dato prove di coraggio, abilità, grande valore, risolutezza. Basta ricordare il duello omerico con il capo dei Sarmati. Dalle statue, poi, appare evidente come fosse aitante e forte della persona. Eusebio di Cesarea aggiunge che «non c’era nessuno che gli si potesse paragonare per grazia e bellezza del corpo, nonché per la statura, e che superava tutti i suoi coetanei in gagliardia e attività al punto da sembrare loro perfino temibile». Per di più a Nicomedia, nel 303, Costantino era stato testimone della persecuzione dei cristiani e insieme dell’incendio del palazzo imperiale, che doveva fugare le residue perplessità di Diocleziano. La persecuzione era stata voluta soprattutto da Galerio Caesar quando nell’esercito si era trovato di fronte a casi di viltà, mascherati da motivi religiosi. I soldati che avevano disertato – obiettori di coscienza ante litteram – erano cristiani.

Costanzo Cloro. Testa, marmo, 300 d.C. ca. Berlin, Altes Museum.

 

La persecuzione dei cristiani.

Diocleziano, contrario all’inizio a decisioni radicali, aveva ordinato allora un’inchiesta nell’esercito. Sospettati di slealtà, i cristiani erano stati ipsō factō radiati. Ma il vero e più pericoloso covo degli adepti della religione salvifica del Cristianesimo era all’interno del palazzo e costituito dagli eunuchi. Forse per loro istigazione lo stesso palazzo imperiale andò a fuoco, bruciarono le stanze di Diocleziano. Era troppo anche per uno come lui, disposto alla ragionevolezza. Da allora non ebbe più dubbi: i cristiani erano i nemici subdoli dell’Impero. Arrestati, gli eunuchi furono giustiziati uno dopo l’altro e con loro altre persone, eminenti per gli uffici che avevano ricoperto come per il favore che avevano goduto. Potentissimi quondam eunuchi necati, scrive Lattanzio. Sulla persecuzione dei cristiani Costantino aveva evitato di pronunciarsi; sull’incendio, invece, se l’era cavata proponendo la caduta di un fulmine, visto che pioveva. Insomma Galerio, due anni dopo, non aveva nessuna ragione valida per opporsi alla richiesta di Costanzo Cloro per il figlio Costantino, anzi solo un presentimento, partorito dalla paura. Continuò, in ogni modo, a tergiversare, affidandosi agli eventi. Il grande gioco del potere era già in atto. E Costantino non attese oltre: una notte fuggì e, temendo di essere raggiunto, in ogni stazione di posta, dopo aver cambiato i cavalli, azzoppò gli altri che rimanevano, affinché gli inseguitori non se ne potessero servire. Attraversò il Bosforo, percorse la Thracia, l’Illyricum, la Pannonia, entrò in Gallia e arrivò a Bononia (Boulogne-sur-Mer), dove suo padre stava imbarcando le truppe per una spedizione in Britannia contro i Pitti e gli Scoti.

 

Galerio officia un sacrificio propiziatorio prima della battaglia. Rilievo, marmo, inizi IV sec. d.C. su pannello. Thessaloniki, Arco di trionfo di Galerio.

La fuga avvenne nella primavera del 306, e non fu soltanto la lunga cavalcata di un giovane nel pieno delle forze (aveva ventisei anni), ma anche irta di non poche difficoltà, giacché Costantino si portava dietro il figlio naturale Crispo, natogli l’anno precedente, e la madre di lui, Minervina, con la quale viveva morē uxoriō. Come Costanzo Cloro, più di vent’anni prima, con Elena, la stabularia. Solo che lui, Costantino, scappando, non poteva lasciare ostaggi nelle mani vendicative di Galerio. La spedizione in Britannia ebbe un esito rapido. Nell’isola Costantino combatté a fianco del padre; più verosimilmente, per la precarietà della salute di Costanzo Cloro, ottenne sul campo le insegne del comando delle legioni; il che spiega come, alla morte del padre, Augustus d’Occidente, proprio le legioni, senza esitazione alcuna, lo proclamarono imperatore.

 

Caesar d’Occidente.

Costanzo Cloro morì a Eboracum (York) il 21 o il 25 luglio del 306, a cinquantasei anni. Era stato Augustus d’Occidente poco meno di quindici mesi. Al suo capezzale la moglie Teodora con i sei figli e Costantino. Gli storici del tempo sono abbastanza incerti sul fatto che Costanzo Cloro abbia o no designato il suo primogenito a succedergli. La proclamazione di Costantino venne dalle truppe, spontaneamente, ritornando alla vecchia e deleteria provocazione per cui fosse l’esercito ad eleggere un imperatore. Il che era poi il contrario della costruzione ideata e voluta da Diocleziano. Di sicuro l’esercito sbarcato in Britannia, eleggendo il figlio di Costanzo Cloro, intendeva assicurare la continuità del comando, sotto il quale aveva militato per quindici anni, apprezzandone sia la sagacia militare, la temperanza, la sollecitudine, sia il tenore di vita uguale negli accampamenti come nella residenza imperiale. Si diceva, per esempio, che in occasione di ricevimenti o di pranzi ufficiali Costanzo Cloro si facesse prestare da amici e dignitari l’argenteria. A ogni buon conto l’elezione di Costantino si avvalse anche del pieno consenso di un corpo di Alemanni che in Gallia si era imbarcato con Costanzo Cloro. Era il segno dei tempi: in seguito, quando l’impiego di interi corpi di “barbari” divenne normale e indispensabile, l’Impero affrettò la propria rovinosa catastrofe.

Costantino. Follis, Londinium 310 d.C. Æ 4,32 gr. Recto: Soli invicto comiti; Sole, stante verso sinistra, con la destra alzata e un globo nella sinistra; le sigle T-F ai suoi fianchi e PLN in exergo.

Costantino, di solito risoluto nelle decisioni militari, nella situazione specifica si comportò da politico navigato, forse ricordandosi della lezione di Diocleziano. Scrisse una lettera a Galerio. Travolto, diceva, dalla morte del padre, come dal fermento dell’esercito, aveva accettato o meglio subito la proclamazione a “imperatore” per stroncare sul nascere le possibili degenerazioni di mestatori e capipopolo, come era accaduto in passato prima della tetrarchia dioclezianea. In breve, gli era mancato proprio il lasso necessario di giorni per sollecitare direttamente da lui, Galerio, l’investitura costituzionale. Prudente, modesto il tono della lettera, non però servile, giacché Costantino era cosciente di rivendicare con giusta ragione il diritto alla successione del padre.

A Nicomedia Galerio fu tutt’altro che convinto. Quello che più lo imbestialiva era l’ipocrisia di Costantino, la stessa che imputava ai cristiani e per la quale era stato ed era con loro inesorabile. Furibondo, accecato dalla rabbia, voleva addirittura trapassare da parte a parte con la spada l’incolpevole messaggero. Anche le minacce, dichiarate al momento, si esaurirono come il fuoco nelle are dei sacrifici. Non solo la distanza di Nicomedia da Eboracum era immensa, ma, soprattutto, avrebbe dovuto affrontare sul campo l’esercito d’Occidente, formato in gran parte da Celti e Germani. Non tanto la ragione, insomma, quanto l’incertezza di una guerra civile, l’abilità militare e, al di là delle poche parole cortesi o “ipocrite”, la risolutezza di Costantino lo indussero a ratificare la scelta dell’esercito delle Galliae. Si riservò, comunque, una non piccola rivalsa: promosse Severo da Caesar ad Augustus, facendolo subentrare a Costanzo Cloro con sede a Mediolanum, e dette a Costantino il titolo di Caesar. La forma dell’istituzione tetrarchica si poteva dire slava, come era salvo, apparentemente, il rispetto fra i suoi quattro membri.

Ma non resistette che due mesi. I venti inclementi d’autunno scoperchiarono prima il tetto della costruzione dioclezianea, poi presero a sgretolare i cornicioni, infine i muri di sostegno. La rovina prese l’avvio proprio da Roma, la capitale dimenticata e abbandonata. Diocleziano c’era stato una sola volta insieme con Massimiano, nel novembre 303, per il ventennale della sua proclamazione all’Impero. Mai Costanzo Cloro e Galerio. A Roma, invece, abitava Massenzio. Avvelenato per essere stato escluso dalla spartizione del potere, lui che era l’unico figlio maschio di Massimiano, si fece interprete dell’insofferenza e della rivolta di Roma contro l’Augustus d’Oriente. Per avidità o perché pressato da vuoti di cassa, Galerio aveva in effetti ordinato un censimento sui beni dei sudditi dell’Impero con lo scopo preciso di gravare nuove imposte sugli immobili, come sulle persone.

C. Galerio Valerio Massimiano. Testa, porfido, inizi IV sec. d.C. dal palazzo imperiale di Felix Romuliana (od. Gamzigrad, Serbia).

 

Di Massenzio i panegiristi delinearono il ritratto di un uomo corrotto, dissoluto, sensuale, crudele. Forse aveva davvero queste tare del carattere e del comportamento. Era anche «brutto e meschino d’aspetto», faceva della notte giorno e appunto di notte entrava nelle case e violentava le donne. Lo strano, tuttavia, è che tutti questi difetti, vizi, brutture dell’animo vennero fuori quando si mese a contendere il possesso dell’Italia a Costantino. In pratica cinque anni dopo.

Fino al 306 l’Italia e Roma in primis erano state quasi esenti da regolari tassazioni (Roma lo era dalla conquista della Macedonia). Adesso, però, i funzionari inviati da Galerio e preposti all’estimo, temendo occultamenti o frodi, usavano non pochi mezzi coercitivi e perfino la tortura. Fu la causa o il principio più saldo per la rivolta. Machiavelli dice che un principe, nella pratica di governo, deve soprattutto fuggire l’odio, e questo lo può quando si astenga «dalla roba de’ sua cittadini e de’ sua sudditi… perché gli uomini sdimenticano più presto la mote del padre che la perdita del patrimonio». Era un pensiero di Tacito, ma Arbelio, vicarius in urbe Roma, l’aveva scordato o non l’aveva mai letto o temeva più le ire di Galerio che le dimostrazioni popolari. Furono spogliate le famiglie più ricche e non solo quelle; carri pieni di suppellettili, argenteria, vasi dorati, statue, attraversavano ogni giorno le strade. La loro vista eccitava la folla. Per contro le guardie di Arbelio erano insolenti, volutamente spregiose. Accadde che da Hostia per quattro o cinque giorni non arrivassero i barconi con il grano. La città era alla fame, ma ci voleva un capo che prendesse su di sé l’onere e l’orgoglio di riscattare la grandezza di Roma, come la libertà dell’Italia dal dispotismo di un armentario illirico. Per il nome e la volontà di riscatto Massenzio era l’uomo. Galerio, ovvero Arbelio per lui, commise l’errore definitivo: minacciò una riduzione drastica delle coorti pretoriane, addirittura la loro soppressione. Fu una fiammata: Arbelio ucciso, saccheggiato il palazzo vicariale, Massenzio acclamato imperatore romano. Era il 28 ottobre 306.

Massenzio. Follis, Roma 307-312 d.C. Æ 3,2 gr. Recto: Maxentius P(ius) F(elix) Aug(ustus). Testa laureata e barbata dell’imperatore, volta a destra.

 

Per Galerio franava il mondo. Nel giro di appena diciotto mesi i legami, le aspettative, le leggi, la struttura medesima della tetrarchia, di cui si vantava di essere ora il capo supremo, gli si disfecero tra le mani, divennero passato. Non era mai stato un abile politico, pensava da soldato come in un campo di battaglia. e adesso la rivolta in atto non era in un angolo dell’Impero, ma in Italia, e il capo era suo genero. Non cercò neppure un approccio. Era offeso: Massenzio si tenesse pure sua figlia in ostaggio; Severo, che da Mediolanum si sarebbe subito mosso con un esercito, non avrebbe incontrato difficoltà o resistenza, doveva combattere con una plebaglia, quella romana, avvezza solo ai giochi del circo e a vivere di congiari (le distribuzioni alla plebe di olio e di vino, n.d.r.); e Massenzio – il genero impostogli da Diocleziano – non era che un imbelle vizioso.

La sorpresa Severo l’ebbe non appena si trovò di fronte alle mura di Roma. Fino ad allora si era figurato di compiere una rapida spedizione punitiva: vide sulle Mura aureliane macchine da lancio e armati spavaldi pronti a resistere a qualunque assedio. Inoltre, già nei primi giorni, successe un fatto increscioso e assolutamente imprevisto e che ebbe conseguenze devastanti: un numeroso contingente di cavalleria maura disertò, passando a Massenzio. Certo era stato adescato con il miraggio di donativi speciali, ma era proprio questo che inquietava. Arrivarono altre defezioni. Infine, una mattina di gennaio, il pallido sole invernale, alzatasi la nebbia, scoprì nella campagna intorno a Roma la desolazione che segue all’abbandono di un esercito.

 

Ricompare Massimiano.

Severo fuggì a Ravenna in attesa di aiuti e di ordini precisi da parte di Galerio. Quanto era accaduto gli appariva incredibile, peggio di un brutto incubo. Poi venne a sapere che dalla villa in Calabria, in cui si era ritirato, Massimiano era piombato a Roma. Forse c’era già anche durante l’assedio. Chiamato dal figlio o spinto dall’insopprimibile desiderio di potere. Massimiano conosceva bene Galerio e sapeva che non avrebbe avuto pace finché non si fosse vendicato del doppio scacco subito. Per non avere contemporaneamente a combattere con tutti e due, avrebbe dovuto ingabbiare Severo prima che Galerio giungesse in Italia. Si presenta davanti alle mura di Ravenna, parla di tregua, ricorda ai soldati il suo recente passato di Augusto, ottiene anche un colloquio con Severo. Promesse, giuramenti, elogi ammantati di sottili adulazioni. Non era forse meglio, aggiunge, affidarsi alla lealtà di un vecchio Augusto piuttosto che alla collera irata del nuovo? Lo convince. Severo esce da Ravenna diretto a Roma per stipulare le condizioni di un accordo. Ma, varcate appena le mura, è ucciso. Zosimo sostiene che l’uccisione avvenne tra Spoletium (Spoleto) e Interamna (Terni) e che fu Massenzio a tendergli l’imboscata e che poi «gli strinse il cappio intorno al collo». Per Massimiano la calata di Galerio in Italia era scontata. Di sicuro sarebbe venuto con un esercito imponente, agguerrito; né lui, Massimiano, era al momento in grado di opporglisi. Pensò, allora, a Costantino come all’unica alleanza capace e di contrastare e di battere l’Augustus d’Oriente. D’accordo, la morte proditoria di Severo rendeva la situazione ancor più difficile dal punto di vista morale, ma restava il fatto che Massenzio e il figlio di Costanzo Cloro si erano ripresi i territori (l’Italia il primo, le Gallie il secondo) assegnati loro dalla volontà e dalla decisione di Diocleziano, poi stravolte da Galerio. L’incontro con Costantino ebbe luogo ad Augusta Treverorum. La neve imbiancava ancora le campagne intorno al Reno e Massimiano aveva con sé la sua ultima figlia, Fulvia, bella di un fascino esotico, giovanissima, e la offrì in matrimonio a Costantino. Dimenticata o morta, secondo le fonti cristiane, Minervina, l’amante e madre di Crispo. Il matrimonio fu celebrato il 31 marzo del 307 ad Augusta Treverorum con grandi festeggiamenti. Allo scopo di attirare il genero nell’alea della sua politica, Massimiano si prestò ora a conferirgli il titolo di Augustus. Insomma, per una combinazione di eventi, Massimiano aveva dato in moglie le figlie prima al padre, poi al figlio e posto loro sul capo, successivamente, con le proprie mani, la corona di imperatore.

 

Massimiano. Testa, marmo, fine III sec. – inizi IV sec. d.C. dalla villa romana di Chiragan. Toulouse, Musée St.-Raymond.

 

Galerio contro Roma.

Galerio scese in Italia con l’esercito d’Oriente, i veterani illirici e l’animo vendicativo e gonfio di ferocia. Arrivò fino a Narnia (Narni), a sessanta miglia da Roma, incontrando una resistenza limitata. Ma la grande battaglia in campo aperto, come si aspettava, contro Massimiano e il genero non avvenne. Si ripeté, anche se in scala meno sconvolgente, ciò che era successo a Severo. Tanto erano forti l’astio, il rancore, la paura, la collera contro Galerio che i Romani, spontaneamente, dettero a Massimiano e Massenzio le ricchezze che avevano sottratto alla sua rapacità. A questo si aggiungono la liberalità di Massenzio e il ricordo delle elargizioni alle truppe di Severo, esche fin troppo appetibili per la diserzione. Galerio più che combattere contro i nemici, fu ora costretto a trattenere anche i veterani. La loro fedeltà cominciava a mostrare buchi, aperti alla corruzione. Ritirandosi, permise loro saccheggi indiscriminati e selvaggi. Le campagne furono bruciate, villaggi e piccole città rasi al suolo. L’esercito di Galerio che ripassava le Alpi era carico di preda, di rabbia e di buia impotenza. Come il suo imperatore.

Massenzio aveva tallonato a distanza la ritirata del suocero. Massimiano, invece, fremeva dal desiderio di non lasciare impunite le distruzioni che l’altro si lasciava dietro di sé. Corre da Costantino: gli si profilava davanti, dice, la più insperata delle occasioni: sbarazzarsi una volta per sempre di Galerio, in fuga dall’Italia, stanco e avvilito l’esercito. Se attaccato improvvisamente e al momento opportuno, l’avrebbe avuto alla sua mercé e l’esercito si sarebbe disfatto come una grossa palla di lardo messa al fuoco. L’Impero, insomma, si poteva ridurre a una questione familiare. E, tuttavia, nemmeno le voglie di una giovanissima moglie bastarono a impigliare fra le lenzuola del letto la lucidità di Costantino. Semmai, proprio la prospettiva di un Impero da gestire o spartire in famiglia, lo dissuase.

Massimiano valeva Galerio; fra i due era da preferire il secondo, impulsivo, prevedibile, meno dissimulatore e meno abile nel gioco della politica. inoltre Costantino, che era stato a lungo sulla frontiera del Danubio, sapeva perfettamente che le migliori truppe di Galerio erano di stanza appunto su quel fronte e, all’occorrenza, potevano essere richiamate in qualunque momento. Fra l’altro le comandava un commilitone di Galerio, a lui legato da vecchia amicizia e generale validissimo, Licinio.

 

Padre e figlio.

Non si rassegnò Massimiano, vedendo svanirgli un potere o almeno la possibilità di un ritorno al potere, che gli era sembrato a portata di mano. Rientrò in Italia, fidando nella riconoscenza di Massenzio. Per due volte l’aveva salvato dagli eserciti di Severo e di Galerio. Giudicava il figlio dissoluto ed indolente, come la madre siriana, e abituato a vivere non negli accampamenti, ma fra i bagni, il circo, le orge notturne. Meno che mai sarebbe stato in grado di governare o destreggiarsi in una situazione che di giorno in giorno diveniva più drammatica, in continuo cambiamento, e che richiedeva nervi saldi e prontezza di azione. Galerio, operata una nuova divisione dell’Impero d’Oriente, aveva affidato a Licinio (nominato Augustus al posto di Severo) la Raetia, la Pannonia, l’Illyricum, cioè le regioni a ridosso dell’Italia. Nel caso di un attacco come gli avrebbe resistito Massenzio? In Italia era al potere per un colpo fortunoso di mano. Ma se gli era stato facile impadronirsene, molto più difficile gli sarebbe stato mantenerla. In breve, gli occorreva una guida, la mente e l’esperienza di chi aveva alle spalle una serie vittoriosa di battaglie, sostenute nei diversi fronti, e quindi sapeva come guidare un esercito. Contrariamente a quanto si aspettava, Massenzio non solo non cedette, ma gli si rivoltò con arroganza: lui, Massenzio, era l’imperatore d’Italia, legittimato dal voto del popolo romano e del Senato. Per Massimiano, roso dall’ossessione di quello che era stato (padrone di una metà del mondo), fu uno schiaffo intollerabile da sopportare, ricevuto per di più dal figlio. Cieco di furore arrivò, nel buio dell’esasperazione, fino a deturpare se stesso, mettendo in giro una voce ignobile: che Massenzio non era suo figlio, ma nato dall’adulterio di sua moglie con un Siriano. Poi gonfio del vecchio orgoglio, si presenta alla caserma dei pretoriani e alla tribuna inveisce contro Massenzio. Un uomo corrotto, imbelle, che mai nella mischia di una battaglia ha rischiato il ferro del nemico, può vestire la porpora di imperatore? Nel fervore dell’accusa e dell’indignazione gliela strappa di dosso. Credeva già di udire urla e gridi di consenso. Niente. Lo investì, invece, il gelo del silenzio. Poi via via mugugni, contestazioni che andavano a infrangersi contro la tribuna come marosi contro gli scogli. Era la fine. L’altro, figlio o bastardo, lasciò la tribuna e si gettò nelle braccia dei pretoriani. A Massimiano la fortuna mostrava ora la livida faccia della malignità. Tutti l’avevano tradito: la moglie, il figlio e, in parte, anche l’altra figlia ad Augusta Treverorum. Partì per l’Illirico e, solitario e triste, andò alla ricerca dell’unico che gli restava e in cui aveva sempre avuto una fede intemerata: l’esule volontario di Spalatum.

 

La riunione di Carnuntum.

Carnuntum era una cittadina della Pannonia alla confluenza del Danubio con l’Inn e il Lech (oggi in territorio austriaco). Nel novembre del 308 vi si riunirono i membri della tetrarchia con l’esclusione del non riconosciuto Massenzio e di Costantino, che al momento, forse, era il membro più determinante. L’idea era partita da Galerio, con lo scopo preciso di ridare fondamenti legali e spettacolari a una struttura politica per molti versi traballante. Pretesto: la consacrazione ufficiale ad Augustus di Licinio Valerio Liciniano.

Altare dedicato a Mitra da Galerio, Licinio, Massimino Daia e Costantino. Marmo, 308 d.C. CIL III 4413. Carnuntum Museen.

 

Naturalmente Diocleziano e Massimiano nei posti d’onore per conferire, almeno alla facciata, lustro e solennità. Diocleziano era stato molto restio a lasciare il palazzo di Spalato per Carnuntum. A spingerlo erano state due persone a lui più vicine e interessate: Massimiano e Valeria, la figlia; ambedue con la volontà dichiarata di convincerlo a riprendere nella tetrarchia la sua posizione di Iovius, di indiscusso primato. Massimiano vi aggiunse i rigurgiti ambiziosi di rientrare nel ruolo che aveva avuto. Un progetto o un disegno politicamente anacronistico, inattuabile. L’autunno in Pannonia era piovoso e lo scenario naturale, grigio e spoglio, induceva a riflettere sull’instabilità della fortuna. Silla e Cesare avevano insegnato che l’esercito era il potere. Diocleziano e Massimiano, che non avevano più il comando degli eserciti che legittimassero la validità, nonché la forza delle loro richieste, incredibilmente (Massimiano, soprattutto), se ne dimenticarono. E il loro passato di Augusti, al di fuori delle ipocrite e sontuose attestazioni di rispetto, non poteva avere, né ebbe alcun peso sulla bilancia decisionale del potere.

Carnuntum servì a Galerio per l’ultima illusione di un prestigio e di una maestà, che in parte erano soltanto formali, e a Licinio Valerio Liciniano per una specie di investitura sacrale, a lungo desiderata, dalle mani dell’Augustus Iovius. In definitiva fu anche l’epilogo della tetrarchia. Dall’indomani avrebbero preso a spirare i venti furiosi e distruttivi delle guerre civili. Augusti e Caesares, gli uni contro gli altri, senza esclusioni di colpi, con massacri e stragi fin nello stesso ambito familiare. Proprio niente di nuovo sotto il sole.

Non erano finite le brume autunnali sul Danubio che Massenzio lasciò Carnuntum e si diresse ad Arelate, nella Gallia meridionale, presso la figlia Fulvia e il genere Costantino. Era avvilito, moralmente distrutto. A Carnuntum i contrassegni esterni dell’antica considerazione gli erano sembrati una mascheratura da Saturnali. Nella cerimonia, poi, dei commiati, Galerio – dopo aver recitato una sorta di apologia di se stesso – vi aveva aggiunto una nota vendicativo-sarcastica, eleggendolo insieme con lui console per il 309. Sapeva bene che i consoli nominati a Nicomedia e Serdica non erano riconosciuti a Roma, e viceversa. Sicché lui, Massimiano, sarebbe stato console contro o al posto del figlio Massenzio.

Diocleziano. Antoniniano, Lugdunum 290-291 d.C. AE 5, 02 gr. Recto: Iovi Augusto. Giove stante, con Vittoria su globo e scettro, e un’aquila ai suoi piedi.

 

L’inganno di Arelate.

Ad Arelate – dove Costantino da Augusta Treverorum aveva trasferito una parte del governo e soprattutto il tesoro per le campagne di guerra – Massimiano depone la porpora per la seconda volta. Si sentiva estraneo, tagliato fuori dalla vita attiva della politica e ripensava alla saggezza e al distacco di Diocleziano. «Se tu vedessi quali cavoli mi crescono negli orti di Spalatum – gli aveva detto, accomiatandosi da lui – nemmeno mi avresti chiesto di tornare ad occuparmi dell’Impero».  Arrivò la primavera e con essa ripresero sul Reno le invasioni dei popoli germanici. Questa volta furono i Franchi, popolo fra i più valorosi e amanti della guerra. Costantino si mosse da Augusta Treverorum con la solita rapidità. Era la sua arma migliore e più sorprendente. Ma, improvvisamente, sulla riva sinistra del Reno, poi nella Gallia si propagò la voce che i Franchi avessero rotto, massacrato l’esercito romano, lo stesso Costantino fosse morto sul campo. Valorosamente. La voce arrivò ad Arelate. Sgomento e paura. Non per Massimiano, che anzi di colpo riacquistò energie, spirito combattivo, iniziativa. La morte di Costantino lo rimise di necessità in gioco. Potè riprendersi la porpora di Augustus. Né lasciò tempo in mezzo: si impadronì del tesoro imperiale, poi radunò e parlò ai soldati di stanza ad Arelate, corse all’accampamento fuori città, dispensò denaro a piene mani. Era convinto che la fortuna gli alitasse di nuovo sulla faccia. Ma se lui conosceva, per esperienza, i vantaggi della violenza, le sorprese dell’inganno, l’altro, il creduto morto, fu un fulmine di guerra. Appena informato di quello che stava accadendo ad Arelate, stipulò una tregua con i Franchi: rinunciava a inseguirli e ad ammucchiare i loro cadaveri sulla riva del fiume, purché ripassassero subito il Reno e se allontanassero per quaranta miglia; poi velocemente giunse a Soana, imbarcò le truppe Ad Catalaunos e, seguendo la corrente del Rodano, arrivò ai porti di Arelate. Massimiano era pratico di guerra e di movimenti di truppe, ma rimase meravigliato, atterrito dalla stupefacente rapidità di Costantino. Neppure tentò di opporglisi in qualche modo. Fuggì a Massilia (Marsiglia), ritenuta imprendibile. E Costantino pose l’assedio alla città dalla parte di terra. Massimiano credeva di contare su due fattori: la via libera sul mare, che gli consentiva rifornimenti e quindi una resistenza a oltranza; l’aiuto di Massenzio. I Massalioti vanificarono l’uno e l’altro, aprendo le porte a Costantino.

Ricostruzione a disegno del teatro di Arelate (od. Arles).

 

La versione dei panegiristi cristiani.

Sulla morte di Massimiano le versioni sono diverse. Il dato certo è che, il giorno dopo la resa della città, Massimiano comparve in catene davanti al vincitore. Incerto è se, nella circostanza, si parlassero o no; e quale morte fosse riservata al prigioniero. Costantino gli concesse di morire da Romano, suicidandosi, oppure lo fece impietosamente strangolare? La versione dei panegiristi cristiani è più fantasiosa e molto meno credibile, conoscendo il carattere duro, inflessibile di Costantino e come in seguito si sia comportato con chiunque – legato o no a lui da vincoli di parentela – avesse attentato al suo potere. Dunque, secondo Eusebio e Lattanzio, Costantino fece grazia della vita a Massimiano e non solo: gli permise di vivere a corte, benché spogliato di ogni potere. E a corte, ad Augusta Treverorum, Massimiano cercò un giorno dopo l’altro di persuadere la figlia a rendersi complice dell’assassinio del marito; assassinio che si doveva compiere di notte e nel letto matrimoniale. Fausta acconsentì o finse di acconsentire; finché un giorno rivelò il piano al marito. La notte stabilita per l’assassinio di Costantino, il posto di lui nel letto fu preso da un eunuco. Sicché, quando Massimiano, lordo di sangue e uscito dalla camera, si mise a gridare di essere il solo imperatore, ecco che dal fondo del corridoio, illuminato improvvisamente dalle torce dei soldati, gli venne incontro proprio Costantino, la figura alta e ieratica come una condanna.

Nell’estate del 310 Galerio era nella Moesia a Serdica (l’odierna Sofia), che con Nicomedia in Bithynia divideva il vanto di capitale dell’Impero d’Oriente. La montagna a ridosso della città rendeva l’aria più salubre di quella affocata di Nicomedia. Inoltre Serdica gli ricordava gli anni della giovinezza, della prima milizia, le battaglie sul Danubio e il periodo esaltante di quando era Caesar e aveva sposato Valeria, la figlia di Diocleziano. Dopo l’euforia momentanea di Carnuntum gli riaffiorarono alla mente i problemi non risolti, gli scacchi subiti: l’Italia e l’Africa proconsularis in mano a Massenzio, invendicati il fallimento della sua «spedizione» fin quasi alle porte di Roma e la morte di Severo. E non stava bene in salute. Aveva un temperamento bilioso e facilmente irritabile. Nel riposo, per la rabbia, si era messo a bere più del dovuto, ingrassava, poi un giorno si scoprì un’ulcera ai genitali, che più o meno rapidamente gli si propagava al basso ventre. Nell’inverno gli si aprirono altre ulcere, le loro bocche pullulavano di vermi. Il fetore era enorme. Si chiamarono medici, maghi, guaritori, si immolarono vittime sulle are dei vari dèi. Bagni, profumi, pomate erano inutili contro i vermi e il fetore. Il corpo di Galerio si decomponeva in un sozzo, inarrestabile, vituperoso marciume.

 

L’editto di Galerio.

Lo scrupoloso cronista della malattia di Galerio è Lucio Celio Firmiano Lattanzio. Nel suo libro De mortibus persecutorum – scritto comunque dopo il 317 ad Augusta Treverorum, alternando la sua attività di retore a quella di precettore di Crispo, il bastardo primogenito di Costantino – con freddo, pietoso sadismo segue ogni ulteriore fase del male, che era poi la prova evidente del castigo di Dio per la persecuzione dei cristiani. Fu Valeria, la moglie dell’Augustus (che si diceva essere cristiana o simpatizzante insieme con la madre Prisca della nuova religione) a chiamare medici cristiani per la malattia del marito. Non servirono a nulla. Alla fine di aprile del 311 Galerio si umiliò a emettere, in favore dei cristiani, l’editto di ritrattazione e di tolleranza. Nemmeno questo gli servì per scampare alla morte. E implacabile il giudizio di Lattanzio: «Coloro che si avventarono contro Dio, giacciono sconfitti; coloro che torturarono a morte i giusti hanno esalato l’anima colpevole fra meritati tormenti, sotto i colpi della mano di Dio». Gaio Galerio Massimiano morì a Serdica il 3 o 4 maggio del 311. Era stato eletto Augustus esattamente sei anni prima, il 1 maggio 305. Al suo capezzale, oltre alla moglie, il solo Licinio, venuto da Sirmium sulla Sava. A lui il morente raccomandò la moglie e il figlio bastardo Candidiano. Ma come non lo avevano «miracolato» i medici cristiani o l’editto di tolleranza, così non sortirono alcun effetto le raccomandazioni per la moglie e il figlio. Anzi Licinio, che gli era stato commilitone fin dalla giovinezza e a lui doveva titoli, cariche, comandi di eserciti, province, lo avrebbe tradito miserevolmente, arrivando addirittura ad uccidergli e l’una e l’altro.

 

La spartizione dell’Impero d’Oriente.

I sintomi della guerra civile si erano avvertiti già nei bui risvolti della riunione di Carnuntum. Massimino Daia non era stato affatto contento della consacrazione di Licinio ad Augustus. Per quanto più giovane, credeva di avere più titolo e diritti di lui. Erano entrambi feroci, sensuali, avidi di potere. E si odiavano visceralmente. Ingordo, rozzo e depravato Massimino Daia; Licinio più abile ed esperto condottiero, ma gonfio di libidine, come un soldato mercenario. Nella morte di Galerio videro un’occasione unica di rifarsi: l’uno defraudato da una sorte avversa, l’altro dall’invidia degli antagonisti. Licinio di province aveva solo la Raetia, la Pannonia e parte dell’Ilyricum; Massimino Daia la Syria e l’Aegyptus. Ora si spalancavano loro le province di Galerio: l’altra parte dell’Illyricum, la Graecia, la Macedonia, Moesia Superior e Moesia Inferior, tutta l’Asia Minor, inclusa la Bithynia con la capitale Nicomedia.

Massimino Daia. Busto, porfido, inizi IV sec. d.C. Cairo Museum.

 

Avvantaggiò enormemente Massimino Daia la circostanza in cui Galerio durante la malattia e al momento della morte si trovasse a Serdica. Né lui si era mosso per visitarlo o per i funerali, benché gli fosse nipote e debitore della nomina a Caesar, fra l’altro non voluta ed ostacolata da Diocleziano. Così, avendo mano libera in Asia, si spinse con l’esercito fino alla Troas, occupò Nicomedia e arrivò al Bosforo senza colpo ferire. Licinio, ancora impelagato a Serdica, era stato colto di sorpresa e quando,  radunato in tutta fretta un esercito, corse al Bosforo, l’altra riva era saldamente presidiata dalle truppe di Massimino Daia. Stettero a guardarsi attraverso la liquida barriera del mare, misurando l’uno le forze dell’altro, finché decisero che era meglio venire ad una tregua, lunga o breve che fosse. Del resto nessuno dei due era, al momento, preparato per una guerra, né intendeva rischiare in una battaglia i territori appena conquistati. E in effetti il Bosforo, con il mare che separava le due rive, diveniva un confine naturale: da una parte l’Occidente, dall’altra l’Oriente.

Un imprevisto della tregua, trasformata poi in accordo, fu la fuga repentina da Licinio di Valeria insieme con la madre Prisca e il figlio bastardo di Galerio, Candidiano. Attraversato il Bosforo, Valeria chiese asilo all’altro contendente, Massimino Daia a Nicomedia, tornata ora a essere capitale dell’Oriente. Lattanzio addebita la fuga alla paura di Valeria di fronte alla libidine di Licinio. Lui sessantenne, lei sotto i trenta. Per lo più le passioni senili sono pervicaci, distruttive e non di rado (come nel caso in questione) impossibili a dominarsi. Valeria era illirica, bionda, una di quelle bellezze misteriose, dal fascino segreto. Galerio ne era stato innamorato e geloso, ma da lei non aveva avuto figli. Delle donne all’apice del potere la vicenda umana di Valeria è fra le più penose. Toccò i due estremi della fortuna. La sua avvenenza fisica le fu al tempo stesso causa di passioni e di grandi sciagure. È strano come la storia, paludata o austera, dimentichi o releghi in un canto la storia cosiddetta «minore», il dietro della facciata per intendersi, o quella che ha il letto come naturale gioco di contesa, e il cui peso non è meno determinante, a volte, dei colpi di Stato o delle battaglie perdute o vinte. In una struttura politica, quale la tetrarchia per esempio, immaginata e portata avanti dalle geometrie della ragione, le rivalità di potere si intrecciarono con i vincoli di famiglia e con quelli generati dalle passioni. Gli uni e gli altri, come era sempre accaduto dal tappeto di Cleopatra o dal ballo discinto di Ester, univano o strangolavano. Galerio aveva sposato la figlia di Diocleziano, Valeria, e la passione per lei fu un aculeo di continuo presente nella lotta mortale fra Licinio e Massimino Daia. Costantino, unito in matrimonio con Fausta, figlia di Massimiano e sorella di Massenzio, combatté e uccise sia l’uno che l’altro. Ugualmente si comportò con Licinio, al quale dapprima, per convenienza politica, da in moglie la sorellastra prediletta Costanza, poi, nel giro di pochi anni, muove guerra per arraffare il potere unico del mondo, arrivando impietosamente alla morte dello stesso e del figlio (ovverosia cognato e nipote).

La battaglia di Pollenzo

di F. Lamendola, Stilicone e la crisi dell’Occidente (398-408 d.C.).

Nessun imperatore romano, fino a quel momento, si era mai trovato assediato nella propria capitale da un’orda di barbari, e uno solo, in tutta la lunghissima storia dell’Impero – Valeriano – era stato fatto prigioniero nel corso di un’azione bellica. La resistenza di Milano si fondava unicamente sulla speranza dei soccorsi: se Stilicone avesse tardato, tutto sarebbe stato perduto, e la corte avrebbe dovuto cedere e supplicare la pace da un nemico vittorioso e arrogante. Giorno e notte, soldati e abitanti scrutavano l’orizzonte, dall’alto delle mura, in direzione della catena alpina. Finalmente, dopo un’attesa sempre più ansiosa, un denso polverone annunciò l’avvicinarsi di un grosso esercito. Tutta la popolazione, si può dire, era salita sugli spalti e sulle torri per rendersi conto di chi si trattasse. Finalmente, alla testa di quelle schiere apparve Stilicone, e un coro di esultanza corse di bocca in bocca lungo le mura della città assediata. Mentre i Visigoti, sbigottiti, toglievano in fretta il campo e si ritiravano verso Occidente, Onorio alla testa dei suoi cortigiani e del popolo esultante uscì fuori dalla porta, per accogliere personalmente il suo liberatore (Claud., Bell. Got., 453-62).

 

Flavio Stilicone, la moglie Serena e il figlio Eucherio. Dittico, avorio, 395 d.C. ca. Monza, Cattedrale.

Flavio Stilicone, la moglie Serena e il figlio Eucherio. Dittico, avorio, 395 d.C. ca. Monza, Cattedrale.

 

La fine dell’assedio di Milano impresse un carattere più risoluto alla guerra, che si era trascinata per mesi in un assedio inconcludente e in una serie di facili scorrerie di bande barbariche intente al saccheggio. Rifiutando la battaglia in campo aperto, Alarico attraversò il Ticino, lasciò da parte la munita piazzaforte di Pavia e superò l’ampio corso del Po, sempre marciando a Occidente. Così come è incerta la cronologia (e, almeno in parte, la topografia) di questi avvenimenti, altrettanto lo sono i propositi del re dei Visigoti durante la sua ritirata da Milano. Sperava forse di aprirsi il valico del Monginevro, per passare in Gallia col suo popolo, alla ricerca di una sede definitiva? E’ probabile che, mentre le operazioni erano in corso e Stilicone tallonava prudentemente i Visigoti, delle trattative siano state aperte fra la corte di Onorio e il re goto. Su quali basi? Giordane afferma addirittura che Alarico avrebbe chiesto all’imperatore il permesso di stabilirsi col suo popolo nella penisola italiana (Get.,XXX), ma la sua testimonianza è totalmente destituita di credibilità. Il re dei Visigoti trattò forse lo stanziamento, col titolo di foederatus, in qualche regione della Gallia, come poi effettivamente avvenne sotto il suo successore Ataulfo, e, in maniera definitiva, con Wallia, nel 418? Non lo sappiamo, tuttavia è probabile che, se delle trattative vi furono, queste sarebbero state protratte da Stilicone al solo e vero scopo di guadagnar tempo, fintanto che i lontani corpi d’esercito del Reno e della Britannia – da lui richiamati in tutta fretta mentre era in Rezia – avessero il tempo di sboccare nella Pianura Padana dai valichi alpini occidentali del Monginevro o del Gran San Bernardo. Comunque i negoziati dovettero giungere a un punto morto e Stilicone, raggiunto il suo scopo, fu in grado di stringere un poco alla volta la massa disordinata dei Visigoti entro un perimetro sempre più angusto, nella valle del fiume Tanaro, affluente di destra del Po.
Grande stratega della manovra avvolgente, come aveva già dimostrato in Tessaglia e nel Peloponneso (e come dimostrerà ancora a Verona e Fiesole), evitando lo scontro diretto, il generale vandalo chiuse gradualmente l’avversario entro una rete di trincee, sì da averlo in suo potere prima ancora che si fosse data mano alle armi. Anche questa volta era chiaro – come già in Grecia – che Stilicone avrebbe preferito evitare una soluzione puramente militare del conflitto, e risparmiare quel nemico che ancora sperava, secondo un suo calcolo forse azzardato, di poter trasformare in un valido alleato del declinante Impero. Ma Alarico, che già in Grecia si era salvato, in circostanze altrettanto difficili, per l’intervento della corte orientale, ancora una volta rifiutò le ragionevoli offerte del suo avversario, disprezzò il ruolo di semplice pedina nel gioco della politica romana, e volle tentare la sorte delle armi, per rivendicare al suo popolo un più alto destino.

Aquile. Fibule, oro, bronzo, pasta vitrea ed ametista, VI sec. d.C. ca. da Tierra de Barros (Badajoz, Spagna). Walters Art Museum

Aquile. Fibule, oro, bronzo, pasta vitrea ed ametista, VI sec. d.C. ca. da Tierra de Barros (Badajoz, Spagna). Walters Art Museum.

Pollentia (Pollenzo), era una florida cittadina sulle rive del Tanaro, là dove oggi non resta che un modesto villaggio con quel nome, nei pressi della cittadina di Bra. Fondata nel 170 a. C., aveva pianta rettangolare, era cinta da mura e andava fiera di un anfiteatro ellittico, di un notevole complesso termale oggi riconoscibile, in parte, nel torrione detto Turilio), di un foro e di numerosi templi. Una strada la collegava con Augusta Taurinorum (Torino), distante circa venti miglia verso Settentrione, e un’altra scendeva fino alla costa ligure, a Savona, scavalcando le Alpi Marittime al Passo di Cadibona. Fu in questa parte della provincia romana delle Alpes Cottiæ (comprendente, nel IV e V secolo, tutta la regione ligure a Sud del Po) che ebbe luogo lo scontro decisivo della guerra alariciana.
I Visigoti erano entrati in Italia, per la valle del Timavo, all’inizio del 400 (secondo il raffronto tra Giordane, che scrive «Stilicone et Aureliano consulibus», in Get., XXIX, e Cassiodoro, Chron., in M. G. H., A. A., 21) o forse al principio del 401, poiché la data tradizionale della battaglia di Pollenzo, incerta del resto anch’essa (cfr. Pasquale Villari, Le invasioni barbariche in Italia, 1901) è il 6 aprile del 402, ed è difficile ammettere che Stilicone abbia lasciato scorrazzare i Visigoti in Italia settentrionale per un anno, prima di affrontarli sul campo.

Andreas Gagelmann, Fante visigoto

Ricostruzione di un guerriero visigoto. Illustrazione di A. Gagelmann.

Tutte le fonti concordano nel fissare l’attacco stiliconiano nel bel mezzo delle festività pasquali, che i Goti ariani stavano celebrando nel loro accampamento con animo relativamente tranquillo. Stilicone venne poi biasimato dai cattolici più zelanti per tale violazione della settimana santa, che equivaleva a una profanazione e che gli assicurò un successo disonorevole, come si disse, o addirittura (Giordane, Get., XXX) un clamoroso fallimento. Il generale vandalo aveva affidato il comando dell’esercito a Saulo, pagano e di stirpe barbara (Orosio, VII, 37, 2) e, mentre teneva di riserva il grosso delle proprie forze, lanciò per prima all’attacco la cavalleria degli Alani. Forse è eccessivo affermare, come fa Giordane, che i Goti non si aspettavano alcuna sorpresa, ma è possibile che essi avessero fatto affidamento su una tacita tregua pasquale e rimasero alquanto sorpresi da quell’attacco, che giudicarono proditorio. Tuttavia, dopo essersi riorganizzati, contrattaccarono con la massima energia e il capo degli Alani, un guerriero dalla piccola figura ma dall’animo grande e valoroso (Claud., Bell. Got., 581-93) trovò una morte da eroe nella mischia furibonda. Vedendolo cadere, i suoi uomini ebbero un attimo d’incertezza, cominciarono a sbandarsi e già si profilava una vittoria clamorosa di Alarico, quando l’attacco ordinato e micidiale della fanteria romana, accuratamente predisposto da Stilicone, rovesciò le sorti dello scontro ed ebbe ragione del valore disperato dei Goti. La battaglia si trasformò in un confuso inseguimento e le truppe di Saulo e di Stilicone, inebriate dal successo, avanzarono con impeto irresistibile oltre le trincee nemiche, penetrando nell’accampamento goto, travolgendo le ultime difese e conquistandolo. Le donne dei barbari, la stessa famiglia di Alarico, e quella parte del bottino di Corinto, Argo e Sparta che i Visigoti si erano portati dietro dopo la ritirata dal Peloponneso: tutto cadde nelle mani del vincitore, insieme alle spoglie delle sfortunate città italiche.
Ancora una volta, però, la vittoria romana fu arrestata a mezzo, e un’insperata via di scampo venne offerta ad Alarico e alla sua gente, che furono svelti ad approfittarne. Impossibile dire come, fatto sta che già l’indomani della battaglia di Pollenzo i Visigoti sembravano essersi ripresi, almeno in parte, dalla sconfitta e, radunatisi, costituivano sempre una minaccia temibile per la Pianura Padana. Noi ignoriamo le precise condizioni che Stilicone impose ad Alarico dopo la giornata del 6 aprile; è probabile (ma non dimostrato) che tra i due intercorse un vero trattato di pace. Tra le prime condizioni di esso, certamente vi era la restituzione di tutti i prigionieri e di tutto il bottino e lo scioglimento dei corpi barbarici ausiliari (Claud., op. cit., 614-22); poi, senza dubbio, lo sgombero immediato dell’Italia e il ritorno al di là delle Alpi Giulie, in una qualche sede da destinarsi.
Il mondo romano si era entusiasmato per quest’ultima vittoria delle legioni sui barbari invasori, ma ben presto subentrarono recriminazioni e sospetti. Perché – si diceva a mezza voce – Stilicone aveva concesso un’altra volta al nemico di Roma, di ritirarsi indisturbato? Perché non aveva spinto la sua vittoria sino in fondo? Tanto l’aristocrazia senatoria, quanto le alte sfere della chiesa cattolica guardavano con poca fiducia a quel semibarbarus che spadroneggiava alla corte milanese e conduceva oscuri maneggi con i nemici che avrebbe dovuto schiacciare. I sentimenti negativi di questa parte dell’opinione pubblica romana, l’indomani della battaglia di Pollenzo, sono compendiati nel giudizio sbrigativo di Paolo Orosio: «Stilico, Vandalorum inbellis avara perfidiæ et dolosæ gentis genere editus» (VIII, 38, 1).
Una valutazione serena dell’operato di Stilicone in quel periodo può essere formulata con molta difficoltà dallo storico moderno, che non possiede tutti gli elementi della situazione. In Grecia, il generale vandalo aveva risparmiato i Visigoti dalla distruzione soprattutto per evitare di creare una rottura irreparabile con la corte di Costantinopoli, che sarebbe degenerata in guerra aperta. Anche dietro l’invasione di Alarico in Italia era possibile sospettare, se non istruzioni precise della corte orientale, quanto meno un invito e un suggerimento. Però il comportamento di Alarico, che aveva dimostrato totale irriconoscenza per la benevola politica di Stilicone verso di lui, quando avrebbe potuto distruggerlo, pareva tale da sconsigliare un nuovo tentativo di accordo. E’ probabile che Stilicone, nella sua politica alariciana del 402, fosse in buona fede nei riguardi dello Stato, ma che commise un errore di valutazione, pensando di potersi servire dei Visigoti nonostante le recenti esperienze negative.
Si è spesso affermato che la politica filo-barbarica di Stilicone altro non era che la prosecuzione di quella di Teodosio, ma i tempi erano cambiati e le condizioni non erano più le stesse. Perciò la stessa politica che era apparsa accettabile alle classi dominanti dopo il disastro di Adrianopoli, da parte di Teodosio, adesso non poteva che destare perplessità e sospetti di tradimento. Nel 378 l’arruolamento di grandi masse di barbari nell’esercito era apparso manifestamente come una necessità improrogabile, dato che non vi era speranza di risolvere militarmente il problema germanico. Ma nel 402 l’aristocrazia senatoria s’illudeva che questa seconda soluzione fosse divenuta praticabile, e gridavano al tradimento per il fatto che Alarico era stato di nuovo risparmiato. Non si rendeva conto che, per Stilicone, la soluzione militare restava subordinata a quella politica, e che si doveva ricorrervi solo quando non vi fosse più alcuna speranza di accordo – come avrebbe fatto, pochi anni dopo, con le orde di Radagaiso. Alarico, invece, per lui rimaneva un prezioso alleato potenziale: la grandezza di Stilicone sta appunto in questo generoso e disinteressato sentimento della romanità, che lo portava a sottovalutare le istanze di indipendenza dei giovani capi barbari come, appunto, Alarico. Quest’ultimo era stato eletto capo o, come pare, re dai suoi Visigoti, nel 395 (cfr. Giordane, Get.,XXII) sulla base di un preciso programma politico nazionalista e anti-romano. Tale programma era stato recepito dai maggiorenti goti, sì che ora Alarico non avrebbe potuto tornare a una politica mercenaria nei confronti dell’Impero, senza minare irreparabilmente la sua posizione di capo. Erano finiti i tempi in cui le tribù germaniche potevano essere indotte a massacrarsi vicendevolmente al soldo di Roma; esse ormai avevano preso coscienza della propria forza e della debolezza dell’Impero.
Questo non seppe comprendere il magister utriusque militiæ, e perseguì fino all’ultimo la sua politica di accordo con i Visigoti: contro i sentimenti anti-germanici della moglie Serena, contro i sospetti del giovane Onorio, che si faceva consigliare dalla zia più che dal suocero; contro la coalizione dell’alta ufficialità romana e dell’aristocrazia senatoria; instancabilmente, nonostante tutte le delusioni e i disinganni. Non c’è dubbio che, alla fine, quella politica si sarebbe rivelata disastrosa, non solo per lui personalmente, ma per tutto l’Impero.

Amédée Forestier, Stilicho, a Vandal, the Roman magister utriusque militiæ, 1927

Amédée Forestier, Stilicho, a Vandal, the Roman magister utriusque militiæ, 1927.