Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma assisa su spolia opima, incoronata da Vittoria (PR.[L] – V – P.F; SEX NONI in exergo).

Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda IMPER(ator) iscritti in una corona d’alloro.

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Personificazione di Virtus stante, rivolta verso destra, armata con paludamentum, elmo, lancia e scudo; la leggenda: VIRTV-S AVG.

M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante, rivolta a sinistra, nell’atto di tenere due labari con entrambe le mani;
la leggenda: FIDES MILITVM; in exergo la sigla KAE.

M. Aurelio Numeriano. Antoniniano, Lugdunum 284 d.C. AR-Æ 3, 41 gr. Verso: Personificazione di Pace, stante, verso sinistra; tiene nella destra un ramo d’olivo alzato e con la sinistra regge un’hasta; la leggenda: PAX AVGG; nel campo sinistro una B, sigla della zecca.

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Rappresentazione di una coniunctio dextrarum; sullo sfondo un’insegna legionaria con aquila, infissa sulla prora di una nave; la leggenda: CONCORDIA EXERCITVVM.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda FISCI IVDAICI – CALVMNIA SVBLATA; nel campo sinistro S e in quello destro C.

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano (TR POT – COS III).

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso:  Immagine di Sol Invictus con capo radiato, mentre si erge sopra un prigioniero posto alla sua sinistra; il dio ha la destra alzata, mentre nella sinistra regge un globo; il prigioniero sembra fare schermo con la destra alzata sul capo. La leggenda: ORIENS AVG / P in exergo.

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso:  Immagine di Sol Invictus con capo radiato, mentre si erge sopra un prigioniero posto alla sua sinistra; il dio ha la destra alzata, mentre nella sinistra regge un globo; il prigioniero sembra fare schermo con la destra alzata sul capo. La leggenda: ORIENS AVG / P in exergo.

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: DIVI CAESAR MATER.

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: DIVVS CAESAR IMP DOMITIANI F.

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

 

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

Puteoli: “de forma inscriptioni danda statuae”

di A. Parma, Sulla presenza di decreta decurionum nella pars tertia, negotia, dei Fontes Iuris Romani Antejustiniani, in Revisione ed integrazione dei Fontes Iuris Romani Anteiustiniani (Fira). Studi preparatori. I. Leges, (a cura di) G. Purpura, Palermo 2008, pp. 244-248.

 

Base onoraria in marmo bianco nota da tradizione manoscritta.

Trasportata in epoca imprecisata per reimpiego da Puteoli a Napoli, venne inserita in uno dei pilastri del campanile di San Gregorio Armeno, dove è ancora oggi, già in antico visibile in parte.

CIL X 1786; FIRA III², 40.

Dat.: 9 gennaio 196 d.C.

 

 

M(arco) Octavio / M(arci) f(ilio) Agathae // C(aio) Domitio Dextro II L(ucio) Valerio / Messalla Thrasia Prisco co(n)s(ulibus) / VI Idus Ianuar(ias) / in curia basilicae Aug(ustae) Annian(ae) / scribundo adfuerunt A(ulus) Aquili(u)s / Proculus M(arcus) Caecilius Publiolus / Fabianus T(itus) Hordeonius Secund(us) / Valentinus T(itus) Caesius Bassianus / quod postulante Cn(aeo) Haio Pudente / o(ptimo) v(iro) de forma inscriptioni dan/da statuae quam dendrophor(i) / Octavio Agathae p(atrono) c(oloniae) n(ostrae) statue/runt Cn(aeus) Papirius Sagitta et P(ublius) / Aelius Eudaemon IIvir(i) rettu/lerunt q(uid) d(e) e(a) r(e) f(ieri) p(laceret) d(e) e(a) r(e) i(ta) c(ensuerunt) / placere universis honestissimo / corpori dendrophorum in/scriptionem quae ad honorem / talis viri p[ertinea]t dare quae / decreto [‒ ‒ ‒] inserta est.

 

A Marco Ottavio Agathas, figlio di Marco. Sotto il consolato di Gaio Domizio Destro, console per la seconda volta, e Lucio Valerio Messalla Trasia Prisco, il sesto giorno prima delle Idi di Gennaio, nella curia della Basilica Augusta Anniana erano presenti come redattori Aulo Aquilio Proculo, Marco Cecilio Publiolo Fabiano, Tito Ordeonio Secondo Valentino, Tito Cesio Bassiano. Perché, su richiesta di Gneo Aio Pudente, uomo distinto, quanto all’aspetto da dare all’iscrizione della statua che i dendrophori hanno stabilito per Ottavio Aghatas, patrono della nostra colonia, i duoviri, Gneo Papirio Sagitta e Publio Elio Eudemone, hanno riportato che cosa fosse opportuno fare circa la questione, a quel proposito [i decurioni] hanno così decretato: che a tutti quanti fosse gradito concedere all’onorevolissima corporazione dei dendrophori l’iscrizione che conviene ad un uomo siffatto, la quale [iscrizione] è stata integrata [‒ ‒ ‒] per decreto.

 

CIL X 1786, p. 222.

 

Il decreto nei FIRA è ricompreso nel gruppo degli atti di collegia, essendo stato ritenuto dal curatore una delibera della corporazione dei dendrophori cittadini, piuttosto che una disposizione dell’ordo decurionale puteolano. In seguito Sherk non incluse questa iscrizione nella sua silloge sui decreta decurionum[1]. A ben considerare, però, su questa interpretazione sorgono non pochi dubbi. La base onoraria posta ad Octavius Agatha, assai verosimilmente recava sul fronte, rimasto ignoto perché tuttora murato, l’elogio dedicato dal collegio al noto personaggio, mentre su una delle due facce laterali, un tempo visibile, era inciso, il testo qui trascritto, nel quale si legge il decreto emesso per la realizzazione di quell’elogio. La formulazione usata porta a pensare che non si tratti di un provvedimento preso all’interno del sodalizio per onorare un patrono del collegio, come ritenuto da Arangio Ruiz, quanto piuttosto di una delibera dell’ordo decurionum puteolano per approvare l’elevazione di una statua onoraria per un patronus coloniae (lin. 12). Ad accreditare questa interpretazione concorrono diversi elementi. Anzitutto il luogo di riunione, la curia della basilica Augusta Anniana, è uno dei luoghi tipici di incontro dell’ordo puteolano, già noto da diversi decreti epigrafici conservati[2], mentre il più delle volte i collegia si radunavano nei templa all’interno delle domus o scholae collegi[3]. Inoltre l’istanza era stata introdotta dai duoviri cittadini, Cn. Papirius Sagittae P. Aelius Eudaemon, e non dai curatores del collegio, come altrimenti accadeva, mentre Cn. Haius Pudens, ornatus vir[4], aveva avanzato la richiesta circa il testo dell’iscrizione da incidere sulla base della statua onoraria (“de forma inscriptioni danda”) che il potente collegio locale dei dendrophori[5] aveva disposto di erigere come testimonianza dei meriti acquisiti da M. Octavius Agatha, patronus coloniae[6], nella salvaguardia degli interessi della città di Puteoli. Infine, argomento che ritengo di maggior peso, la circostanza che gli universi (di lin. 17) che approvano il decretum, non possono identificarsi, per evidenti regole grammaticali, con i membri dell’honestissimum corpus dendrophorum, che è ricordato in caso dativo come beneficiario della concessione (honestissimo corpori dendrophorum inscriptionem … dare)[7]. La richiesta avanzata all’ordo decurionum in nome del collegio dei dendrophori, dunque, non riguarda solo la concessione di uno spazio su suolo pubblico dove porre la base con la dedica e la statua onoraria, come normalmente necessario in questi casi[8], bensì soprattutto la definizione del contenuto e della forma dell’elogio del patrono[9], in un rapporto che lega gli interessi del collegio a quelli della comunità cittadina. L’elogio, iscritto sulla facciata principale della base, non ci è pervenuto; possediamo solo un estratto del decreto, apposto su uno dei lati della stessa e redatto alla presenza di quattro decuriones testimoni:

A. Aquilius Proculus, M. Caecilius Publiolus Fabianus, T. Hordeonius Secundus Valentinus, T. Caesius Bassianus. La delibera è datata 9 gennaio del 196 sotto il consolato di C. Domitius Dexter, cos. iterum, e L. Valerius Messalla Thrasea Priscus[10].

 

Brozetto. Due personaggi togati (forse magistrati), I secolo. J. Paul Getty Museum.

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Note:

 

[1] Probabilmente seguendo l’interpretazione dello scioglimento suggerito da Waltzing alla lin. 12 del testo epigrafico p(atrono) c(ollegii) n(ostri), J.P. Waltzing, Étude historique sur les Corporations professionelles chez les romains depuis les origins jusqu’à la chute de l’Empire d’Occident, (Louvain 1895-1900), vol. III, Roma, 1968 (rist. anast.), 437-438, piuttosto che quello adottato da Mommsen nella relativa scheda edita nel CIL X.

[2] Altri decreti puteolani, all’incirca coevi, che hanno lo stesso edificio pubblico come luogo di riunione: CIL X 1782, 1783, 1787; Eph. Ep. VIII 371 = AE. 1988, 302.

[3] Vedi ad esempio: CIL V 7906; CIL XI 970, 2702, 5748 = AE. 2008, 499, 6335; AE. 1991, 713; AE. 2000, 344 = 2007, 359.

[4] Il nostro personaggio doveva essere un membro di spicco del collegio dei dendrophori che era stato incaricato o autorizzato a proporre l’istanza presso il consiglio decurionale. Sull’appellativo ornatus v. A. Chastagnol, Le formulaire de l’épigraphie latine officielle dans l’antiquité tardive, in A. Donati (ed.), La terza età dell’epigrafia, Coll. AIEGL –Borghesi 1986, Faenza 1988, 15-64. Infine sui rapporti correnti fra personaggi di spicco dell’élite cittadina e il collegio dei dendrophori v. da ult. F. Van Haeperen, Collèges de dendrophores et autorités locales et romaines, in M. Dondin-Payre – N. Tran (éd.), Collegia. Le phénomène associatif dans l’Occident romain, Bordeaux 2012, 47 ss.

[5] In generale sulla funzione religiosa del collegio: J.P. Waltzing, op. cit., 243-248. F. Cumont, s.v. Dendrophori, in PW V I (1903), col. 218-219. S. Aurigemma, sv. Dendrophori, in E. De Ruggiero, Diz. Ep., II, 2, 1900, 1671-1705. R. Rubio Rivera, Collegium dendrophorum: corporación profesional y cofradía metróaca, in Gerión, 11, 1993, 175-183. Per una lettura degli aspetti sociologici legati al prestigio e al rango dei collegiati anche in rapporto con la città e le sue istituzioni v. da ult. N. Tran, Les membres des associations romaines: le rang social des collegiati in Italie et en Gaules, sous le Haut-Empire, Rome 2006, in part. 211 ss. Sul fenomeno associativo in generale v. il recente M. Dondin-Payre – N. Tran, Collegia. Le phénomène associatif dans l’Occident romain, Bordeaux 2012. Sui collegia professionali in Campania v. S. Castagnetti, I collegia della Campania, in E. Lo Cascio – G. Merola (ed.), Forme di aggregazione nel mondo romano, Bari 2007, 223-241.

[6] Sulle diverse forme di patronato v. L. Harmand, Le patronat sur les collectivités publiques des origines au Bas-Empire, Paris 1957; B.H. Warmington, The municipal Patrons of Roman North Africa, in PBSR, 22, 1954, 39-51; R.P. Saller, Personal Patronage under the Early Empire, Cambridge 1982; Id., Patronage and friendship in early Imperial Rome: forms of control, in A. Wallace-Hadrill (ed.), Patronage in ancient society, London 1989, 283-287. Per il patronato municipale v. R. Duthoy, Quelques observations concernant la mention d’un patronat municipal dans les inscriptions, in AC, 50, 1981, 295-305; Id., Sens et fonction du patronat municipal sous le Principat, in AC, 53, 1984, 145-156; Id., Scenarios de cooptation des patrons municipaux en Italie, in Epigraphica, 46, 1984, 23-48; Id., Le profil social des patrons municipaux en Italie sous le Haut-Empire, in Ancient Society, 15-17, 1984-1986, 121-154.

[7] Non convince la forzatura grammaticale della frase da parte di Schnorr von Carosfeld che l’interpreta come un’espressione appositiva paratattica, vd. L. Schnorr von Carolsfeld, Geschichte der juristischen Person, I, Universitas, Corpus, Collegium im klassischen römischen Recht, München 1933, 360. Sul punto, anche se in relazione a due città africane, v. G. Zimmer, Locus datus decreto decurionum: Zur Statuenaufstellung zweier Forumsanlagen im romischen Afrika, München,1989, 9 ss.

[8] Sull’uso di spazi pubblici da parte dei collegia si v. da ult. N. Tran, Associations privées et espace public. Les emplois de publicus dans l’épigraphie des collèges de l’Occident romain, in M. Dondin-Payre – N. Tran (éd.), op. cit., 63 ss. 78.

[9] Su questo aspetto P. Le Roux, L’ ‘amor patriae’ dans le cités sous l’Empire romain, in H. Inglebert (éd.), Idéologies et valeurs civiques dans le monde Romain. Hommage à Claude Lepelley, Paris 2002, 143-161, in part. 148.

[10] Sui consoli v. PIR2 D 144. PW., VIII, A1, 169-170, n. 269.

Il grande incendio di Roma (18 luglio 64 d.C.)

Tacito, Annales XV 38-41 (trad. it. B. Ceva)

 

Hubert Robert, L’incendio di Roma. Olio su tela, 1785.

 

Sequitur clades, forte an dolo principis incertum (nam utrumque auctores prodidere), sed omnibus quae huic urbi per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior. initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit. neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. impetu peruagatum incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus inferiora populando, antiit remedia uelocitate mali et obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. ad hoc lamenta pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae aetas, quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. et saepe dum in tergum respectant lateribus aut fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in eodem casu reperiebant. postremo, quid uitarent quid peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam amissis omnibus fortunis, diurni quoque uictus, alii caritate suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio interiere. nec quisquam defendere audebat, crebris multorum minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces iaciebant atque esse sibi auctore‹m› uociferabantur, siue ut raptus licentius exercerent seu iussu.

 

Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia del principe, poiché gli storici interpretarono la cosa nell’un modo e nell’altro. È certo però che questo incendio per la sua violenza ebbe effetti più terribili e spaventosi di tutti gli incendi precedenti. Cominciò in quella parte del circo, che è contigua ai colli del Palatino e del Celio, dove il fuoco, appena scoppiato nelle botteghe in cui si trovavano merci infiammabili, subito divampò violento alimentato dal vento ed avvolse il circo per tutta la sua lunghezza, poiché non vi erano palazzi con recinti o templi circondati da mura o qualunque altra difesa che potesse arrestare la marcia delle fiamme. Spinto dalla violenza l’incendio si diffuse dapprima nei luoghi piani, poi salì ai colli e poi di nuovo invase devastando i luoghi bassi e con la sua rapidità prevenne ogni possibilità di rimedio, poiché il fuoco si appiccava con estrema facilità alle vie strette e tortuose e agli immensi agglomerati di case della vecchia Roma. A tutto ciò s’aggiungevano le grida lamentose delle donne atterrite e l’impaccio dei vecchi malfermi e dei bambini e coloro che cercavano di salvare sé e quelli che cercavano invece di aiutare altri, o trascinando i malati, o fermandosi ad aspettarli; chi s’indugiava, chi si precipitava, tutto era causa d’ingombro e d’impedimento. Avveniva spesso che qualcuno, mentre si sorvegliava le spalle, si trovava circondato dalle fiamme ai fianchi e di fronte; altri, poi, che erano fuggiti nelle vicinanze le trovavano già invase dall’incendio, e quelle località che avevano creduto immuni dal fuoco per la loro lontananza, vedevano, invece, avvolte nella medesima rovina. Alla fine, non sapendo più da quali luoghi fuggire ed in quali trovar riparo, si riversarono nelle vie e si buttarono prostrati nei campi; alcuni, per aver perduto ogni possibilità finanziaria anche per la vita di tutti i giorni, altri, invece, per la disperazione di non aver potuto salvare i propri cari, si abbandonarono inerti alla morte, pur avendo una possibilità di salvarsi. Nessuno poi aveva il coraggio di tentare qualche cosa contro l’incendio, di fronte alle frequenti minacce di coloro che ne impedivano l’estinzione ed alla vista di quelli che scagliavano torce ardenti e che dichiaravano a gran voce che avevano ricevuto un ordine, sia che facessero ciò per rapinare in piena libertà, sia che in realtà eseguissero un comando.

 

Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis hortos continuauerat, ignis propinquaret. neque tamen sisti potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum haurirentur. sed solacium populo exturbato ac profugo campum Martis ac monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab Ostia et propinquis municipiis pretiumque frumenti minutum usque ad ternos nummos. quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis cladibus adsimulantem.

 

In quel momento Nerone era ad Anzio, e non ritornò a Roma finché le fiamme non s’avvicinarono a quella casa che egli aveva edificato per congiungere il palazzo coi giardini di Mecenate. Non si poté, tuttavia, impedire al fuoco di avvolgere e distruggere il palazzo, la casa e tutti i luoghi circostanti. Per confortare il popolo vagante qua e là senza dimora, aperse il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, dove fece innalzare delle costruzioni improvvisate per offrire un rifugio alla moltitudine in miseria. Da Ostia e dai vicini municipi fece venire oggetti di prima necessità, fece ridurre il prezzo del grano a tre nummi per moggio. Tutti questi provvedimenti, per quanto di carattere popolare, non ebbero eco nel favore del popolo, perché si era diffusa la voce che nello stesso momento in cui la città era preda delle fiamme egli fosse salito sul palcoscenico del palazzo, ed avesse cantato l’incendio di Troia, raffigurando in quell’antica rovina la presente sventura.

 

Edicola. Cotto e marmo. Caserma della VII Cohors Vigilum, Trastevere (Roma).

 

Sexto demum die apud imas Esquilias finis incendio factus, prorutis per immensum aedificiis ut continuae violentiae campus et velut vacuum caelum occurreret. necdum pos‹i›t‹us› metus aut redierat plebi ‹spes›: rursum grassatus ignis patulis magis urbis locis; eoque strages hominum minor, delubra deum et porticus amoenitati dicatae latius procidere. plusque infamiae id incendium habuit quia praediis Tigellini Aemilianis proruperat videbaturque Nero condendae urbis novae et cognomento suo appellandae gloriam quaerere. quippe in regiones quattuordecim Roma dividitur, quarum quattuor integrae manebant, tres solo tenus deiectae: septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semusta.

 

Alla fine, sei giorni dopo, l’incendio cominciò a languire alle pendici dell’Esquilino, dopo che per larghissimo spazio erano stati abbattuti degli edifici, per lasciare all’incessante imperversare delle fiamme uno spazio vuoto e quasi il vuoto cielo. Lo spavento, tuttavia, non era ancora cessato né il popolo si era riavuto alla speranza, quando di nuovo il fuoco infuriò in località della città più aperte, per cui fu minore la strage di uomini; fu, pertanto, più ampia la distruzione di templi dedicati al culto degli dèi e portici destinati ai passeggi pubblici. Questo secondo incendio suscitò maggiore sdegno, perché era scoppiato nei Giardini Emiliani, uno dei possedimenti di Tigellino, per cui sembrava che Nerone volesse per sé la gloria di fondare una nuova città e di chiamarla col suo nome. Roma, infatti, era divisa in quattordici quartieri, dei quali quattro rimanevano intatti, tre abbattuti al suolo, degli altri sette rimanevano solo pochi ruderi rovinati ed abbruciacchiati.

 

Domuum et insularum et templorum quae amissa sunt numerum inire haud promptum fuerit: sed uetustissima religione, quod Seruius Tullius Lunae et magna ara fanumque quae praesenti Herculi Arcas Euander sacrauerat, aedesque Statoris Iouis uota Romulo Numaeque regia et delubrum Uestae cum Penatibus populi Romani exusta; iam opes tot uictoriis quaesitae et Graecarum artium decora, exim monumenta ingeniorum antiqua et incorrupta, ‹ut› quamuis in tanta resurgentis urbis pulchritudine multa seniores meminerint quae reparari nequibant. fuere qui adnotarent XIIII Kal. Sextilis principium incendii huius ortum, et quo Senones captam urbem inflammauerint. alii eo usque cura progressi sunt ut totidem annos mensisque et dies inter utraque incendia numerent.

Non è facile dare il numero delle case, degli isolati, e dei templi che andarono perduti. Fra questi vi furono quelli di più antico culto che Servio Tullio aveva dedicato alla Luna, la grande ara e il tempietto che l’Arcade Evandro aveva consacrato al nume presente di Ercole; furono inoltre arsi il tempio votato a Giove Statore da Romolo e la reggia di Numa e il santuario di Vesta con i penati del popolo romano. Furono così perduti ricchezze conquistate in tante vittorie e capolavori dell’arte greca, e con essi gli antichi e originali documenti degli uomini di genio, tanto che, per quanto Roma fosse risolta splendida, molte cose i vecchi ricordavano che non avrebbero più potuto essere rifatte. Vi furono coloro che notarono che l’incendio era scoppiato quattordici giorni avanti le calende di Agosto, lo stesso giorno in cui i Galli Senoni, presa Roma, l’avevano incendiata. Altri andarono più in là nel calcolo, in modo da stabilire che tra i due incendi era intercorso lo stesso numero di anni e di mesi e di giorni.

 

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Suet. Nero 38 (trad. it. F. Dessì)

 

Karl Theodor von Piloty, Nerone osserva l’incendio di Roma. Olio su tela, 1861.

 

Sed nec populo aut moenibus patriae pepercit. dicente quodam in sermone communi:

 

ἐμοῦ θανόντος γαῖα μειχθήτω πυρί,

 

«immo», inquit, «ἐμοῦ ζῶντος», planeque ita fecit. nam quasi offensus deformitate ueterum aedificiorum et angustiis flexurisque uicorum, incendit urbem tam palam, ut plerique consulares cubicularios eius cum stuppa taedaque in praediis suis deprehensos non attigerint, et quaedam horrea circa domum Auream, quorum spatium maxime desiderabat, [ut] bellicis machinis labefacta atque inflammata sint, quod saxeo muro constructa erant. per sex dies septemque noctes ea clade saeuitum est ad monumentorum bustorumque deuersoria plebe compulsa. tunc praeter immensum numerum insularum domus priscorum ducum arserunt hostilibus adhuc spoliis adornatae deorumque aedes ab regibus ac deinde Punicis et Gallicis bellis uotae dedicataeque, et quidquid uisendum atque memorabile ex antiquitate durauerat. hoc incendium e turre Maecenatiana prospectans laetusque «flammae», ut aiebat, «pulchritudine», Halosin Ilii in illo suo scaenico habitu decantauit. ac ne non hinc quoque quantum posset praedae et manubiarum inuaderet, pollicitus cadauerum et ruderum gratuitam egestionem nemini ad reliquias rerum suarum adire permisit; conlationibusque non receptis modo uerum et efflagitatis prouincias priuatorumque census prope exhausit.

 

Ma non risparmiò nemmeno il popolo né le mura della sua patria. Quando un tale, durante una conversazione, citò il verso greco:

 

Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco,

 

Nerone disse: «Anzi, che scompaia mentre sono vivo!», e realizzò completamente questo suo desiderio. Infatti, come se si sentisse ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalla strettezza delle strade sinuose, incendiò Roma in modo così sfacciatamente palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro proprietà i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini di grano, vicini alla Domus Aurea e di cui Nerone desiderava occupare l’area, vennero demoliti con macchine da guerra e incendiati, perché erano costruiti in pietra. Quel flagello incrudelì per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero infinito di case popolari, furono divorate dall’incendio anche le case degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dèi, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di esser visto o ricordato fin dall’antichità.

Nerone, mentre contemplava l’incendio dalla torre di Mecenate, «allietato – sono le sue parole – dalla bellezza delle fiamme», cantò La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena. E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantità possibile di preda e di spoglie, promise di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, vietando a chiunque di avvicinarsi ai resti dei propri averi. Non soltanto accettò dei contributi, ma ne richiese in tale misura che rovinò le province e i privati.

 

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CIL VI 826 = ILS 4914

Ara dell’incendio neroniano. Altare, travertino e marmo, post 81 d.C. ca. Roma, P.zzo Sant’Andrea.

 

Haec area intra hanc / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / [[[Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto)]]] / [[[Germanico]]] ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre // Haec area intra hancce / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto) / Germanico ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / nego<t=C>iari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit sacrum faciat / aliusue quis magistratus / Uolcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robeo / et uerre <f=R>ac(tis) precationibus / infra script<is=AM> aedi[‒ ‒ ‒] K(alendas) Sept(embres) / ianist[‒ ‒ ‒] / [‒ ‒ ‒] dari [‒ ‒ ‒]quaes[‒ ‒ ‒] / quod imp(erator) Caesar Domitianus / Aug(ustus) Germanicus pont(ifex) max(imus) / constituit Q[‒ ‒ ‒] / fieri // ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre.

Tabula Clesiana

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 195-200.

 

Tabula Clesiana. Lastra, bronzo, 46 d.C., da Cles (località Campi Neri). Trento, Museo del Castello del Buonconsiglio.

 

Editto dell’imperatore. CIL V 5050 = ILS 206 = Bruns, Fontes7, p. 253 = Riccobono, Leges2, p. 417. Edictum Claudii de civitate Anaunorum, comunemente detto Tabula Clesiana.

 

M. Iunio Silano Q. Sulpicio Camerino co(n)s(ulibus),

idibus Martis, Bais in praetorio, edictum

Ti. Claudi Caesaris Augusti Germanici propositum fuit id

quod infra scriptum est.

Ti. Claudius Caesar Augustus Germanicus, pont(ifex)

maxim(us), trib(unicia) potest(ate) VI, imp(erator) XI, p(ater) p(a-

                                           triae), co(n)s(ul) designatus IIII, dicit:

Cum ex veteribus controversis pe[nd]entibus aliquandiu etiam

temporibus Ti. Caesaris patrui mei, ad quas ordinandas

Pinarium Apollinarem miserat, quae tantum modo

inter Comenses essent, quantum memoria refero, et

Bergaleos, isque primum apsentia pertinaci patrui mei,

deinde etiam Gai principatu, quod ab eo non exigebatur

referre, non stulte quidem, neglexserit; et posteac

detulerit Camurius Statutus ad me, agros plerosque

et saltus mei iuris esse: in rem praesentem misi

Plantam Iulium amicum et comitem meum, qui

cum, adhibitis procuratoribus meis qu[i]que in alia

regione quique in vicinia errant, summa cura inqui-

sierit et cognoverit, cetera quidem, ut mihi demons-

trata commentario facto ab ipso sunt, statuat pronun-

tietque ipsi permitto.

Quod ad condicionem Anaunorum et Tulliassium et Sinduno-

rum pertinent, quorum partem delator adtributam Triden-

tinis, partem ne adtributam quidem arguisse dicitur,

tametsi animadverto non nimium firmam id genus homi-

num habere civitatis Romanae originem, tamen cum longa

usurpatione in possessionem eius fuisse dicatur et ita permix-

tum cum Tridentinis, ut diduci ab is sine gravi splendi[di] municipi

iniuria non possit, patior eos in eo iure, in quo esse se existima-

verunt, permanere beneficio meo, eo quidem libentius, quod

pler[i]que ex eo genere hominum etiam militare in praetorio

meo dicuntur, quidam vero ordines quoque duxisse,

nonnulli [a

]llecti in decurias Romae res iudicare.

Quod beneficium is ita tribuo, ut quaecumque tanquam

cives Romani gesserunt egeruntque aut inter se aut cum

Tridentinis alisve, rat[a

] esse iubea[m], nominaque ea,

quae habuerunt antea tanquam cives Romani, ita habere is permit-

                                                                                                    tam.

 

«Sotto il consolato di M. Giunio Silano e di Q. Sulpicio Camerino (46 d.C.), il 15 marzo, a Baia nella villa imperiale, fu esposto il sotto riferito editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico. Ti. Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, nell’anno VI della tribunizia potestà, all’undicesima salutazione imperatoria, padre della patria, console designato per la quarta volta, dice: circa le vecchie controversie a lungo pendenti già ai tempi di Ti. Cesare, mio zio, che aveva mandato per regolarle, quelle soltanto che v’erano, per quanto me ne ricordo, fra i Comensi e i Bergalei, Pinario Apollinare, poiché costui, dapprima per l’ostinata lontananza da Roma di mio zio, e poi anche sotto l’impero di Caligola, dato che questi non gliene chiedeva conto, trascurò di riferire, non senza accortezza del resto, e poiché in seguito Camurio Statuto mi denunziò che la maggior parte del territorio coltivabile e dell’incolto sono di mio diritto: io ho mandato a compiere un sopralluogo Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, coadiuvato dai miei procuratori di altra regione e delle vicinanze ha compiuto una diligente inchiesta e cognizione; pertanto le altre questioni, come mi sono state esposte nella relazione da lui stesso fatta, do incarico a lui di definirle e dirimerle. Per quanto si riferisce alla condizione degli Anauni, dei Tulliassi e dei Sinduni, una parte dei quali viene riferito che colui che fece la denunzia provò che era attribuita ai Tridentini, e parte non era nemmeno attribuita, sebbene io veda che quella stirpe di uomini non ha una troppo salda radice della sua cittadinanza romana, tuttavia, poiché si dice ch’essa per lungo uso ne sia stata in possesso, e poiché essa è così mescolata con i Tridentini, da non poter essere staccata da loro senza grave danno di quello splendido municipio, permetto ch’essi permangano per mio beneficio in quella condizione giuridica nella quale hanno creduto di essere, e tanto più volentieri, in quanto si dice che molti di quella stirpe militano persino nella mia guardia pretoria, certuni anche come graduati, e alcuni poi, assunti nelle decurie, ricoprono l’ufficio di giurati in Roma. Questo beneficio io lo concedo loro in modo che tutti gli atti che furono da loro compiuti come se fossero cittadini romani, o tra di loro, o con i Tridentini, o con altri, io ordino che siano ratificati, e permetto che conservino, così come sono, quei nomi che ebbero prima come se fossero cittadini romani».

 

La tavola di bronzo, trovata a Cles in Val di Non nel 1869, ebbe nello stesso anno l’onore di un esauriente commento del Mommsen, («Hermes», IV, 1869, pp. 99-131 = Ges. Schr. IV, pp. 291-322), e venne poi studiata e pubblicata varie volte come documento del più alto interesse storico. Il contenuto è abbastanza chiaro, anche se il testo è poco corretto (stranamente, perché i caratteri sono bellissimi, e la copia non venne certo fatta dai montanari dell’Anaunia, ma a Roma o in Campania) e lo stile è nella prima parte alquanto contorto, riflesso senza dubbio delle velleità letterarie di Claudio, il cui spirito si rivela del resto in tutto il documento (aperta critica alla pigrizia dei predecessori, rilevazione fatta con humour del poco saldo fondamento della cittadinanza di quel «genus hominum», ragioni umane della sua benevolenza per gli Anauni).

Si tratta di un episodio sulle contestazioni di possesso di territorio fra lo stato e i comuni, o fra lo stato e i privati, o fra i comuni e i privati, che dovevano essere abbastanza frequenti nei territori alpini ai quali non era ancora stata assegnata una condizione giuridica precisa. In genere le valli alpine, e in particolare delle Alpi centrali (le Alpi occidentali ebbero da Augusto la costituzione provinciale) erano adtributae ai municipi o alle colonie più vicine, ma senza parteciparne il diritto: cioè quando le città della Gallia Cisalpina ebbero con la lex Pompeia dell’89 a.C. il diritto latino, i montanari adtributi rimasero peregrini, e quando con Cesare, nel 49, le stesse città ebbero la piena cittadinanza romana, gli attributi non ebbero nulla, entrando tutt’al più col tempo nella condizione della cittadinanza latina. Ma è chiaro che la consuetudine di rapporti con la città alla quale queste popolazioni erano attribuite, deve averle indotte a poco a poco a credersi nella stessa condizione giuridica, e a compiere quegli atti compiuti anche dagli Anauni nella buona fede di essere cittadini, e ratificati da Claudio, il quale approva anche i nomi di foggia romana (cioè con nome e gentilizio) che quelli abusivamente si erano dati. Questo per l’inquadramento generale, seguendo specialmente la teoria mommseniana dell’adtributio (Röm. Staatsr. III, pp. 765-772; da vedere ora U. Laffi, Adtributio e Contributio, Pisa 1966). Quanto al caso particolare, già sotto Tiberio e Caligola erano giunte al fisco imperiale denunce circa usurpazioni del diritto dello stato in territori di sua competenza e Tiberio aveva mandato un commissario (se Claudio, cioè i suoi segretari, ricordano bene, la controversia era fra i Comensi e i Bergalei, che nulla si oppone a ritenere, nonostante le riserve del Mommsen, le popolazioni della Val Bregaglia, ora divisa fra la provincia di Sondrio e il Canton Grigioni). Ma né Tiberio né Caligola si erano poi più interessati della cosa, sicché il commissario, Pinario Apollinare, non fece mai la sua relazione. Un certo Camurius Statutus fece però presenti a Claudio (di passaggio al suo ritorno dalla Britannia nel 44?), come delator (che non ha il significato deteriore dei nostri tempi), le medesime cose, probabilmente a proposito di un’altra zona però, cioè di quella di Trento, e allora Claudio mandò un commissario di alto rango, probabilmente di ordine senatorio, come appartenente alla cohors amicorum e comes dell’imperatore. Questi, valendosi dei procuratori della zona, cioè ai funzionari finanziari, fece la sua inchiesta e ne riferì all’imperatore, il quale gli diede anche l’incarico di «statuere et pronuntiare» in seguito alle risultanze. Per questo l’iscrizione non ci ragguaglia sulla vera e propria essenza della questione territoriale particolare, in quanto agli interessati premeva solo l’aggiunta riguardante la cittadinanza, sulla quale solo l’imperatore del resto poteva pronunciarsi, e non Giulio Planta.

Quanto alle persone nominate, cioè il «delator» Camurius Statutus, e i due commissari imperiali Pinarius Apollinaris e Iulius Planta, sono altrimenti sconosciuti. Un Pompeius Planta fu prefetto d’Egitto sotto Traiano, ma come tale apparteneva all’ordine equestre (PIR III, p. 70 nr. 483). Quanto alle notizie geografiche che si possono ricavare, la più importante è che, essendo indubitabile l’identificazione del territorio degli Anauni con l’attuale Val di Non (i Tulliasses e i Sinduni non sono collocabili con certezza, ma saranno state popolazioni finitime), ed essendo pure indubitabile e confermata da questa stessa esposizione l’appartenenza di Tridentum alla regione X, cioè all’Italia, il confine settentrionale d’Italia in questo tratto rimane fissato con certezza pressoché assoluta, ciò che non avviene per tante altre zone. Quello che Claudio dice verso la fine, di Anauni pretoriani e addirittura graduati (ordinem ducere = condurre un reparto; ordines sono i gradi inferiori) e «allecti in decurias» (le decurie dei giudici o giurati, che erano 5 al tempo di Claudio: quelle dei senatori, dei cavalieri, degli ex-centurioni, dei ducenarii, e l’ultima aggiunta da Caligola; esse formavano l’albo dei giudici, al quale si era ascritti dall’imperatore; condizione l’essere cittadini romani, e, per buona parte del I sec., italici, v. Diz. Epigr. IV, p. 161 sg.), prova ulteriormente che Tridentum faceva parte dell’Italia, e il grado della confusione di cittadinanza col municipio di queste popolazioni attribuite, che in pratica si ritenevano Tridentinae.

La satira contro i Greci (Juv. III 35-113)

di F. Piazzi – A. Giordano Rampioni, Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 3. L’Alto e il Basso Impero, Bologna 2004, pp. 393-394.

testo latino: G.G. Ramsay (ed.), Juvenal and Persius, London-New York 1918.

traduzione italiana: E. Barelli.

 

Assai forte è l’astio che Giovenale nutre verso i Greci e gli Orientali che affollano le vie della Roma cosmopolita del suo tempo, ormai divenuta una città greca e per questo insopportabile: non possum ferre Graecam urbem, scrive il poeta riferendosi alla capitale. Nella III satira egli denuncia l’invasione di questi stranieri, che hanno fatto i soldi, perciò ottengono tutto (omnia Romae cum pretio, «A Roma tutto si compra»). Adulatori e intriganti, i Graeculi – il diminutivo è dispregiativo – con la loro intraprendenza, quando giungono a ottenere l’amicizia di qualche potente, se lo accaparrano tutto per loro. Ai cittadini romani, di fronte al trionfo della menzogna e dell’ipocrisia, non rimane che abbandonare la capitale. È il caso del poeta Umbricio di questa satira, il quale, non sapendo mentire né ammazzare né fare l’astrologo, decide di ritirarsi a Cuma.

 

Hermes che allaccia il sandalo, detto anche «Cincinnato». Statua, marmo pentelico, copia romana di II sec. d.C. da originale greco di Lisippo. Paris, Musée du Louvre.

 

Quondam hi cornicines et municipalis harenae

35   perpetui comites notaeque per oppida buccae

munera nunc edunt et, uerso pollice uulgus

cum iubet, occidunt populariter; inde reuersi

conducunt foricas, et cur non omnia, cum sint

quales ex humili magna ad fastigia rerum

40   extollit quotiens uoluit Fortuna iocari?

Quid Romae faciam? mentiri nescio: librum,

si malus est, nequeo laudare et poscere; motus

astrorum ignoro; funus promittere patris

nec uolo nec possum; ranarum uiscera numquam

45   inspexi; ferre ad nuptam quae mittit adulter,

quae mandat, norunt alii; me nemo ministro

fur erit, atque ideo nulli comes exeo tamquam

mancus et extinctae corpus non utile dextrae,

quis nunc diligitur nisi conscius et cui feruens

50   aestuat occultis animus semperque tacendis?

nil tibi se debere putat, nil conferet umquam,

participem qui te secreti fecit honesti:

carus erit Verri qui Verrem tempore quo uult

accusare potest, tanti tibi non sit opaci

55   omnis harena Tagi quodque in mare uoluitur aurum,

ut somno careas ponendaque praemia sumas

tristis, et a magno semper timearis amico.

Quae nunc diuitibus gens acceptissima nostris

et quos praecipue fugiam, properabo fateri,

60   nec pudor opstabit. non possum ferre, Quirites,

Graecam urbem; quamuis quota portio faecis Achaei?

iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,

et linguam et mores et cum tibicine chordas

obliquas nec non gentilia tympana secum

65   uexit et ad circum iussas prostare puellas.

ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra!

rusticus ille tuus sumit trechedipna, Quirine,

et ceromatico fert niceteria collo,

hic alta Sicyone, ast hic Amydone relicta,

70   hic Andro, ille Samo, hic Trallibus aut Alabandis

Esquilias dictumque petunt a uimine collem,

uiscera magnarum domuum dominique futuri,

ingenium uelox, audacia perdita, sermo

promptus et Isaeo torrentior: ede quid illum

75   esse putes? quemuis hominem secum attulit ad nos:

grammaticus rhetor geometres pictor aliptes

augur schoenobates medicus magus: omnia nouit

Graeculus esuriens; in caelum iusseris ibit.

in summa non Maurus erat neque Sarmata nec Thrax

80   qui sumpsit pinnas, mediis sed natus Athenis.

Horum ego non fugiam conchylia? me prior ille

signabit fultusque toro meliore recumbet,

aduectus Romam quo pruna et cottona uento?

usque adeo nihil est, quod nostra infantia caelum

85   hausit Auentini baca nutrita Sabina?

Quid quod adulandi gens prudentissima laudat

sermonem indocti, faciem deformis amici,

et longum inualidi collum ceruicibus aequat

Herculis Antaeum procul a tellure tenentis,

90   miratur uocem angustam, qua deterius nec

ille sonat quo mordetur gallina marito?

haec eadem licet et nobis laudare, sed illis

creditur, an melior, cum Thaida sustinet aut cum

uxorem comoedus agit uel Dorida nullo

95   cultam palliolo? mulier nempe ipsa uidetur,

non persona, loqui; uacua et plana omnia dicas

infra uentriculum et tenui distantia rima.

nec tamen Antiochus nec erit mirabilis illic

aut Stratocles aut cum molli Demetrius Haemo:

100 natio comoeda est. rides, maiore caehinno

concutitur; flet, si lacrimas conspexit amici,

nec dolet; igniculum brumae si tempore poscas,

accipit endromidem; si dixeris “aestuo,” sudat.

non sumus ergo pares: melior, qui semper et omni

105 nocte dieque potest aliena sumere uultum

a facie, iactare manus, laudare paratus,

si bene ructauit, si rectum minxit amicus,

si trulla inuerso crepitum dedit aurea fundo.

Praeterea sanctum nihil est neque4 ab inguine tutum,

110 non matrona Laris, non filia uirgo, neque ipse

sponsus leuis adhuc, non filius ante pudicus;

horum si nihil est, auiam resupinat amici,

scire uolunt secreta domus atque inde timeri.

 

Statuetta di attore comico. Bronzo, I sec. d.C. Baltimora, Walters Art Museum.

 

«Suonavano il corno, una volta, sempre presenti nelle arene municipali; bocche note per tutti i villaggi: adesso si permettono il lusso di offrire spettacoli di gladiatori, e per farsi belli, quando il popolaccio lo vuole, col pollice verso, decidono morte; quindi tornano a casa ed appaltano latrine. E perché non dovrebbero farlo? Non son forse di quelli che la Fortuna, ogni volta che vuole scherzare, innalza dal niente ai fastigi più alti?

Io invece a Roma che ci faccio? Non so mentire; un libro, se è cattivo, non so né lodarlo né chiederlo in prestito; ignoro i movimenti degli astri; promettere il funerale d’un padre non voglio e non posso; non ho mai studiato le viscere d’una rana; passare ad una maritata le commissioni e i messaggi dell’amante lo san fare gli altri, non io; non terrò mai mano a un ladro, per cui non c’è nessuno con me quand’esco di casa, come se io fossi un monco, come avessi il braccio paralizzato, come fossi un buono a nulla. Chi può aver amici, oggi, se non colui che sa esser complice di qualcuno ed è capace di avere un cuore ribollente di mille segreti che non potranno mai dirsi?

Chi t’ha fatto partecipe d’un onesto segreto, è perfettamente convinto di non doverti proprio nulla e non ti darà mai un soldo. A Verre sarà caro soltanto colui che possa denunciarlo ogni momento. Ma tutto l’oro che la sabbia del fangoso Tago rotola in mare, non sia mai per te così importante da farti perdere il sonno, da farti accettare quei doni che tristemente dovrai un giorno lasciare, da farti vivere nella continua diffidenza d’un amico potente!

Quale sia la gente più accetta ai nostri ricchi e chi soprattutto io fugga, faccio presto a dirtelo e con tutta chiarezza. Io non posso, o Quiriti, sopportare una Roma greca! E poi, quanti sono i veri Achei in tutta questa feccia? È un pezzo che l’Oronte di Siria è venuto a sfociare nel Tevere, portando con sé lingua, costumi, flautisti e corde oblique, tamburi esotici e ragazze costrette a prostituirsi nel circo. Andate da loro, voi che trovate di vostro gusto queste barbare lupe dalla mitra dipinta! Il tuo amico villano, o Quirino, ora indossa vestaglie trasparenti e intorno al collo impomatato porta medaglie d’atleta. Costui dall’alta Sicione, quest’altro da Amidone o da Andro, quello da Samo, questo ancora da Tralli o da Alabanda, vengono tutti all’assalto dell’Esquilino o dell’altro colle che dal vimine ha nome, prima a conquistarsi l’anima delle grandi case e poi a diventarne padroni. Eccoli qui: mente sveglia, audacia sfrontata, lingua pronta, più micidiale di quella d’Iseo. Che credi che siano? Ciascuno di loro ha dentro di sé un uomo tutto fare: grammatico, retore, geometra, pittore, massaggiatore, augure, funambulo, medico, mago: tutto sa fare, questo Greconzolo affamato; digli di volare in cielo e lui volerà. Insomma, era forse Mauro, o Sarmata, o Trace, quel tale che s’applicò le penne? Era Ateniese d’Atene!

E io non dovrei fuggire tutta la loro porpora? Dovrei sopportare che firmi prima di me nei contratti, o a tavola occupi il posto migliore, uno di costoro, portato a Roma dallo stesso vento con le prune e coi fichi? Non conta proprio più nulla che la nostra infanzia abbia respirato l’aria dell’Aventino e si sia nutrita di olive sabine? Formidabili adulatori, son pronti a lodare il discorso del primo imbecille, e a dire bello l’amico deforme, a paragonare un collo allampanato a quello d’Ercole mentre solleva da terra Anteo, a far meraviglie per la più meschina vocetta, straziante non di meno di quella del gallo quando becca la gallina. Anche noi siamo capaci di simili piaggerie; ma a loro la gente crede. E chi meglio di loro sa sostenere in teatro la parte di Taide, o quella d’una moglie o quella d’una Doride scamiciata? Sembra proprio che sia una donna a parlare, non un attore; giureresti che dallo stomaco in giù sia vuoto e piatto, con la sua stretta fessura. Nemmeno Antioco riuscirà ad essere così bravo, nemmeno Stratocle, o Demetrio con quello smidollato di Emo: è proprio una nazione di commedianti.

Se ridi, eccoti il Greco squassato da una risata più grande; se lacrima un amico, giù a piangere, anche se dentro non gliene importa proprio nulla; se ai primi freddi tu chiedi un po’ di fuoco, egli indossa il mantello; se gli dici: – Ho caldo, – egli già suda. Insomma, non siamo alla pari: ha troppo vantaggio chi di giorno o di notte è capace di cambiar la faccia secondo quella degli altri, sempre pronto a sventolare le mani per la gioia, o alzar grida di lode, se l’amico ha fatto un bel rutto o una vigorosa pisciata, oppure è riuscito a far rimbombare dal fondo la sua padella d’oro.

Per di più, per costoro, non c’è nulla di sacro né che possa dirsi al sicuro dalla loro libidine; non la padrona di casa, non la figliola ancora vergine, non il fidanzato imberbe, non il fanciullo ancora ingenuo; e se mancano questi, rovesciano sul letto la nonna dell’amico. Per farsi temere, nessun segreto della casa gli sfugge».

 

 

I fantasmi (Plin. Ep. VII 27)

di Plinio il Giovane, Epistularum libri VII 27, in Opere di Plinio Cecilio Secondo, a cura di F. Trisoglio, vol. I, Torino 1973, pp. 748-755.

 

Plinius Surae suo s.

[1] Et mihi discendi et tibi docendi facultatem otium praebet. Igitur perquam velim scire, esse phantasmata et habere propriam figuram numenque aliquod putes an inania et vana ex metu nostro imaginem accipere.

[2] Ego ut esse credam in primis eo ducor, quod audio accidisse Curtio Rufo. Tenuis adhuc et obscurus obtinenti Africam comes haeserat. Inclinato die spatiabatur in porticu: offertur ei mulieris figura humana grandior pulchriorque; perterrito Africam se, futurorum praenuntiam, dixit; iturum enim Romam honoresque gesturum atque etiam cum summo imperio in eandem provinciam reversurum ibique moriturum. Facta sunt omnia. [3] Praeterea accedenti Carthaginem egredientique nave eadem figura in litore occurrisse narratur. Ipse certe implicitus morbo, futura praeteritis, adversa secundis auguratus, spem salutis nullo suorum desperante proiecit.

[4] Iam illud nonne et magis terribile et non minus mirum est, quod exponam, ut accepi? [5] Erat Athenis spatiosa et capax domus, sed infamis et pestilens. Per silentium noctis sonus ferri et, si attenderes acrius, strepitus vinculorum longius primo, deinde e proximo reddebatur: mox apparebat idolon, senex macie et squalore confectus, promissa barba, horrenti capillo; cruribus compedes, manibus catenas gerebat quatiebatque. [6] Inde inhabitantibus tristes diraeque noctes per metum vigilabantur; vigiliam morbus et crescente formidine mors sequebatur. Nam interdiu quoque, quamquam abscesserat imago, memoria imaginis oculis inerrabat, longiorque causis timoris timor erat. Deserta inde et damnata solitudine domus totaque illi monstro relicta; proscribebatur tamen, seu quis emere, seu quis conducere ignarus tanti mali vellet.

[7] Venit Athenas philosophus Athenodorus, legit titulum auditoque pretio, quia suspecta vilitas, percunctatus omnia docetur ac nihilo minus, immo tanto magis conducit. Ubi coepit advesperascere, iubet sterni sibi in prima domus parte, poscit pugillares, stilum, lumen ; suos omnes in interiora dimittit, ipse ad scribendum animum, oculos, manum intendit, ne vacua mens audita simulacra et inanes sibi metus fingeret. [8] Initio, quale ubique, silentium noctis, dein concuti ferrum, vincula moveri: ille non tollere oculos, non remittere stilum, sed offirmare animum auribusque praetendere. Tum crebrescere fragor, adventare et iam ut in limine, iam ut intra limen audiri. Respicit, videt agnoscitque narratam sibi effigiem. [9] Stabat innuebatque digito similis vocanti; hic contra, ut paulum exspectaret, manu significat rursusque ceris et stilo incumbit. Illa scribentis capiti catenis insonabat; respicit rursus idem quod prius innuentem nec moratus tollit lumen et sequitur. [10] Ibat illa lento gradu, quasi gravis vinculis; postquam deflexit in aream domus, repente dilapsa deserit comitem. Desertus herbas et folia concerpta signum loco ponit. [11] Postero die adit magistratus, monet, ut illum locum effodi iubeant. Inveniuntur ossa inserta catenis et implicita, quae corpus aevo terraque putrefactum nuda et exesa reliquerat vinculis; collecta publice sepeliuntur. Domus postea rite conditis manibus caruit.

[12] Et haec quidem affirmantibus credo; illud affirmare aliis possum: est libertus mihi non illitteratus. Cum hoc minor frater eodem lecto quiescebat. Is visus est sibi cernere quendam in toro residentem admoventemque capiti suo cultros atque etiam ex ipso vertice amputantem capillos. Ubi inluxit, ipse circa verticem tonsus, capilli iacentes reperiuntur. [13] Exiguum temporis medium, et rursus simile aliud priori fidem fecit. Puer in paedagogio mixtus pluribus dormiebat: venerunt per fenestras (ita narrat) in tunicis albis duo cubantemque detonderunt et, qua venerant, recesserunt. Hunc quoque tonsum sparsosque circa capillos dies ostendit. [14] Nihil notabile secutum, nisi forte quod non fui reus, futurus, si Domitianus sub quo haec acciderunt, diutius vixisset. Nam in scrinio eius datus a Caro de me libellus inventus est; ex quo coniectari potest, quia reis moris est summittere capillum, recisos meorum capillos depulsi, quod imminebat, periculi signum fuisse.

[15] Proinde rogo, eruditionem tuam intendas. Digna res est quam diu multumque consideres, ne ego quidem indignus, cui copiam scientiae tuae facias. [16] Licet etiam utramque in partem, ut soles, disputes, ex altera tamen fortius, ne me suspensum incertumque dimittas, cum mihi consulendi causa fuerit, ut dubitare desinerem. Vale.

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Gaio Plinio invia i suoi saluti al caro Sura.

[1] Il tempo disponibile che abbiamo offre a me il destro d’imparare e a te quello d’insegnare. Dunque: io avrei un vivissimo desiderio di sapere se tu pensi che i fantasmi esistano davvero ed abbiano un loro proprio aspetto ed una qualche capacità di azione, ovvero che, pure vanità inconsistenti, ricevano una figura soltanto dalla nostra paura.

[2] Io mi sento spinto a credere alla loro esistenza in primo luogo dall’episodio che sento dire essere capitato a Curzio Rufo. Mentre era ancora un personaggio insignificante e sconosciuto, si era aggregato al seguito del governatore dell’Africa. Verso il cadere del giorno passeggiava sotto un portico: ed ecco che gli si presenta una figura di donna che per maestà e bellezza superava le possibilità umane. Vedendolo tutto spaventato, gli disse di essere l’Africa e che veniva a preannunziargli il futuro: egli infatti sarebbe rientrato a Roma, vi avrebbe esercitato alte magistrature, sarebbe anche ritornato nella stessa provincia con la suprema potestà e là sarebbe morto. Tutto si avverò. [3] Si racconta inoltre che mentre egli si accostava a Cartagine ed usciva dalla nave, la medesima figura gli si fece incontro sulla spiaggia. Questo per lo meno è sicuro, che fu colpito da una malattia; ed allora, traendo auspicio dal passato per il figuro e dalle fortune per le sventure, rinunziò subito a qualsiasi speranza di salvarsi, mentre ancora nessuno dei suoi l’aveva perduta.

[4] E ora ti racconto, come l’ho ricevuto, un fatto che mi sembra più spaventoso e non meno stupefacente. [5] C’era ad Atene una casa ampia e ricca di ambienti, ma malfamata e funesta. Durante il silenzio della notte si produceva un rumore di ferraglia che, se si prestava un’attenzione più concentrata, si identificava in uno stridore di catene, dapprima più lontano e poi vicinissimo: tosto appariva un fantasma, un vecchio logorato dalla macilenza e trasandato nell’aspetto, dalla barba lunga e dai capelli ispidi; aveva i piedi imprigionati in ceppi e le mani strette in catene che scuoteva. [6] Di conseguenza, gli inquilini, spaventati, trascorrevano senza chiudere occhio notti amare e atroci; non chiudendo occhio si ammalavano e, crescendo lo sgomento, morivano. Infatti anche durante la giornata, quantunque lo spettro se ne fosse andato, vagava ancora dinanzi agli occhi il ricordo del fantasma e la paura durava più a lungo delle cause della paura. Perciò la casa rimase disabitata, su di essa gravò la condanna di restare vuota e fu lasciata tutta a disposizione di quella sorprendente apparizione; tuttavia ufficialmente era in vendita, sia che qualcuno, ignaro di una così grave iattura, la volesse comperare, sia che la volesse affittare.

[7] Giunge ad Atene il filosofo Atenodoro, legge l’annuncio, si fa dire il prezzo; siccome gli sembrano sospette quelle condizioni così favorevoli, si informa per bene e viene a sapere ogni cosa, con tutto ciò, anzi soprattutto per ciò, la prende in affitto. Sul far della sera, dà ordine che gli si allestisca la brandina di lavoro nei locali della casa adiacenti all’ingresso e si fa portare tavolette, stilo e lampada; dispone che tutti i suoi familiari si sistemino nelle stanze interne e per parte sua concentra nello scrivere la sua mente, i suoi occhi, la sua mano, perché la fantasia disoccupata non gli foggiasse gli spettri di cui gli avevano parlato e delle paure inconsistenti. [8] All’inizio vi regna il silenzio della notte come in tutti gli altri posti, poi ecco uno scuotere di ferri ed un muovere di catene: egli non alza gli occhi, non desiste dallo scrivere, fa appello a tutta la sua forza d’animo e cerca con essa di sbarrare la via a quanto giunge alle sue orecchie. Allora il frastuono si fa più insistente, si avvicina sempre più; ormai dà l’impressione di risuonare sulla soglia, poi addirittura dentro la soglia. Si volta indietro a guardare, vede e riconosce la figura di cui gli avevano parlato. [9] Era ferma e in piedi e faceva segno col dito nell’atteggiamento di chi chiama. Atenodoro in risposta le indica con la mano che aspetti un poco e di nuovo si curva a scrivere sulle sue tavolette cerate. Essa, mentre l’altro scriveva, continuava a fargli strepitare le catene accanto alla testa. Il filosofo si volta di nuovo e la vede fargli lo stesso gesto di prima; allora, troncando ogni indugio, prende la lampada e la segue. [10] Essa camminava a passo lento, come se fosse aggravata dalle catene; dopo che ebbe piegato verso il cortile della casa, all’improvviso svanisce, abbandonando il suo compagno. Vistosi così abbandonato, egli raccoglie delle erbe e delle foglie e le colloca sul posto per indicarlo con precisione. [11] Il giorno seguente si reca dalle autorità e le invita ad ordinare uno scavo in quel punto. Vengono trovate delle ossa frammischiate ed intrecciate a catene: le carni, decomposte dal tempo e dalla terra, le avevano lasciate nude e corrose dai loro legami: furono raccolte e seppellite a nome del comune. Quello spirito, dopo che le sue spoglie mortali ottennero regolare sepoltura, non si fece più vedere in quella casa.

[12] La mia fede su queste vicende è fondata propriamente sulle dichiarazioni altrui; quest’altro episodio invece lo posso dichiarare io agli altri. Ho un liberto fornito di una discreta cultura; egli una volta riposava nel medesimo letto con il fratello minore. Quest’ultimo ebbe l’impressione di vedere un individuo sedersi sul letto, avvicinargli al capo delle forbici e tagliargli anche i capelli sul culmine della testa. Quando spuntò il giorno si trovò che egli era schiomato attorno al culmine della testa e che i capelli erano là per terra. [13] Passò un breve periodo di tempo e il ripetersi analogo della scena rese credibile quella precedente. Un giovane schiavo dormiva, insieme a parecchi altri, nella sua camerata: si introdussero attraverso la finestra (così racconta) due persone vestite di tuniche bianche, gli tagliarono i capelli mentre era coricato e se ne andarono per la stessa via per la quale erano venute. La luce del giorno mostrò che anch’egli era rasato e che i capelli erano sparpagliati tutt’attorno. [14] Non ne seguì nessun fatto sorprendente, tranne forse che io non fui incriminato, mentre lo sarei stato se Domiziano, al cui tempo risalgono queste apparizioni, fosse vissuto più a lungo. Infatti nel suo archivio personale fu trovata un’accusa nei miei confronti presentata da Caro. Siccome è uso che gli imputati si lascino crescere i capelli, si può arguire che i capelli recisi ai miei dipendenti costituissero un presagio che il pericolo, che incombeva su di me, era stornato.

[15] Perciò ti prego di fare appello a tutta la tua competenza scientifica. La questione è meritevole di un tuo prolungato ed intenso studio, ed io non sono poi immeritevole di essere chiamato a condividere le nozioni che tu conosci. [16] Anche se, attenendoti al tuo metodo solito, metterai avanti gli argomenti che ognuna delle due tesi contrapposte possiede, calcane però in modo speciale quelli di una delle due, per non lasciarmi titubante e incerto, perché il motivo per cui ti consulto è proprio quello di troncare tutte le mie perplessità. Stammi bene.

 

Henry Justice Ford, Athenodorus Confronts the Spectre. Illustrazione, 1900

Henry Justice Ford, Athenodorus Confronts the Spectre. Illustrazione, 1900.

 

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Bibliografia di approfondimento:

 

D. Felton, Haunted Greece and Rome: Ghost Stories from Classical Antiquity, Austin 2010.

F. García Jurado (ed.), El Vesubio, los fantasmas y otras cartas. Plinio el Joven, Madrid 2011.

E. Jobbé-Duval, Les morts malfaisants. Larvae, lemures d’après le droit et les croyances populaires des Romains, Paris 1924.

U. Lugli, Umbrae. La rappresentazione dei fantasmi nella Roma antica, Genova 2008².

Id., L’orrore sotto la casa. La dimora pestilens da Plauto a H.P. Lovecraft, FuturAntico 11 (2016), pp. 93-112.

L.C. Morley, Greek and Roman Ghost Stories, Oxford-London 1912 (= 19682).

E. Nardi, Case “infestate da spiriti” e diritto romano e moderno, Milano 1960.

J.M. Rife, Marley’s Ghost in Athens, CJ 34 (1938), pp. 42-43.

J. Schwartz, Le fantôme de l’Academie, Hommages à M. Renard, Latomus 101 (1969), I, pp. 671-676.

A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae. Storie di fantasmi nel mondo greco-latino, Bari 1999.

La morte di Agrippina (Tac. Ann. VI 25)

di Annales ab excessu divi Augusti. Cornelius Tacitus, Charles D. Fisher (ed.), Oxford 1906; Publio Cornelio Tacito, Annali, vol. I, intr. C. Questa, trad. it. B. Ceva, Milano 2011, pp. 398-399 (con modifiche).

 

Nondum is dolor exoleverat, cum de Agrippina auditum, quam interfecto Seiano spe sustentatam provixisse reor et, postquam nihil de saevitia remittebatur, voluntate extinctam, nisi si negatis alimentis adsimulatus est finis, qui videretur sponte sumptus. enimvero Tiberius foedissimis criminationibus exarsit, impudicitiam arguens et Asinium Gallum adulterum, eiusque morte ad taedium vitae compulsam. sed Agrippina aequi impatiens, dominandi avida, virilibus curis feminarum vitia exuerat. eodem die defunctam, quo biennio ante Seianus poenas luisset, memoriaeque id prodendum addidit Caesar iactavitque quod non laqueo strangulata neque in Gemonias proiecta foret. actae ob id grates decretumque ut quintum decimum kal. Novembris, utriusque necis die, per omnis annos donum Iovi sacraretur.

Statua di Agrippina Maggiore. Marmo e stucco, opera romana dal modello della 'Grande Ercolanese'. I secolo d.C., da Tindari (Messina). Palermo, Museo Archeologico Nazionale 'A. Salinas'.

Agrippina Maggiore. Statua (tipo Grande Ercolanese), marmo e stucco, I sec. d.C., da Tindari. Palermo, Museo Archeologico Nazionale ‘A. Salinas’.

Non era ancora dimenticato questo dolore, quando si venne a sapere della morte di Agrippina, che penso abbia continuato a vivere, dopo la morte di Seiano, sostenuta dalla speranza, e poi, di fronte all’irriducibile crudeltà di Tiberio, si sia lasciata volutamente morire, a meno che non le avessero negato il cibo, simulando una morte che sembrasse volontaria. In realtà Tiberio proruppe nei più turpi vituperi contro di lei, tacciandola di dissolutezza e di adulterio con Asinio Gallo, la cui morte l’avrebbe indotta a disprezzare la vita. Agrippina, invece, insofferente di stare alla pari degli altri, avida di potere, agitata da passioni virili, aveva cancellato ogni debolezza del sesso. Il fatto che lei fosse morta lo stesso giorno, in cui, due anni prima, Seiano aveva pagato il fio dei suoi delitti, fu sottolineato da Tiberio come evento memorabile, e si vantò di non averla fatta strangolare e gettare sulle Gemonie. Per questo, ricevette i ringraziamenti del Senato, che decretò che, ogni anno, nel quindicesimo giorno prima delle Calende di Novembre (= il 18 di Ottobre), ricorrenza delle due morti, fosse fatta un’offerta a Giove.

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Bibliografia di approfondimento:

J. Burns, Great Women of Imperial Rome: Mothers and Wives of the Caesars, New York 2006.

M.P. Charlesworth, The Banishment of the Elder Agrippina, CPh 17 (1922), pp. 260-261.

E. Groag et alii (Hgr.), Prosopographia Imperii Romani saeculi I (PIR 1), Berlin 1933, V 463

R.S. Rogers, The Conspiracy of Agrippina, TAPA 62 (1931), pp. 141-168.

F. Sampoli, Le grandi donne di Roma antica, Roma 2003.

D.C.A. Shotter, Agrippina the Elder: A Woman in a Man’s World, Historia 49 (2000), pp. 341-357.

S. Wood, Memoriae Agrippinae: Agrippina the Elder in Julio-Claudian Art and Propaganda, AJA 92 (1988), pp. 409-426.