Farsalo, 9 agosto 48 a.C.

di S. Sheppard, Farsalo, Cesare contro Pompeo, in Roma e Grecia. Le battaglie, gli eserciti, i grandi condottieri, n. 3, RBA Italia, Milano 2010, pp. 54-82.

 

 

 

Piani contrapposti

 

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Cesare attorniato dai suoi ufficiali, pianifica la battaglia. Illustrazione di Peter Dennis

Ogni giorno, dopo l’arrivo di Pompeo sulla pianura di Farsalo, Cesare schierava il suo esercito e si offriva allo scontro aperto. Ogni volta, però, era ostacolato dai limiti dell’antico modo di combattere: oltre che per un’imboscata (come Roma sperimentò a sue spese nel 217 a.C. sul lago Trasimeno) o per un caso (come sperimentò a suo vantaggio nel 197 a.C. a Cinocefale), una battaglia poteva cominciare solo quando entrambi i contendenti erano convinti di essere in vantaggio sul nemico. Anche Pompeo schierava il suo esercito, ma non avanzava mai oltre il fianco delle colline che circondavano il lato nord della pianura. Non volendo cedere il vantaggio di una posizione più elevata, Pompeo rinunciava ogni volta a dare battaglia.

Cesare aveva previsto la risposta di Pompeo ed era pronto a stare al suo gioco, spostando le truppe ogni giorno un po’ più vicino all’accampamento di Pompeo, in modo da sollevare il morale dei suoi uomini. Poi, una volta palesata la sua strategia, Cesare levò il campo e cominciò a marciare verso nord-est, in direzione di Scotussa. Era convinto che i suoi veterani potessero affrontare la marcia molto meglio dell’esercito di Pompeo, «che non era abituato a duri sforzi», e sperava di poterlo attirare in battaglia alle sue condizioni lungo il cammino.

La mattina del 9 agosto (7 giugno secondo il calendario attuale), le truppe di Cesare smontarono le tende e si disposero in colonna davanti all’entrata dell’accampamento, pronte a iniziare la marcia. In un primo momento non diedero importanza al fatto che Pompeo facesse uscire l’esercito dal suo campo dislocandolo come al solito ai piedi delle colline. Gli osservatori fecero però notare a Cesare che questa volta c’era qualcosa di diverso: Pompeo stava muovendo l’esercito dal fianco delle colline verso la pianura, facendolo precedere a sud-est in senso antiorario, sul terreno tra le alture e il fiume.

Era quello che Cesare stava aspettando. Disse seccamente ai suoi ufficiali: «Non avremo mai un’occasione migliore». Fece arrestare la marcia e dispiegò una bandiera purpurea, il segnale della battaglia. L’accampamento scoppiò in un’attività frenetica, come un alveare; gli uomini si affannarono a disfarsi dei loro carichi e si prepararono a combattere.

La piana di Farsalo oggi.

La piana di Farsalo oggi.

Cesare era così preso dal non farsi sfuggire il momento favorevole che ordinò di spianare i terrapieni, riempiendo i fossati con detriti in modo che le coorti potessero uscire già in formazione. Lasciò nell’accampamento duemila uomini di guardia, scelti tra i più anziani, e guidò le sue legioni verso la pianura. Influenzato dallo stato d’animo del loro comandante e gustando la prospettiva di vendicare la disfatta di Durazzo, il morale delle truppe era alto. Cesare passò a cavallo tra i suoi soldati e osservò che uno dei centurioni della X legione che si era riarruolato, Gaio Crastino, stava incitando gli uomini della sua coorte. Quando Cesare lo chiamò per nome, Crastino gli fece il saluto militare e, secondo Plutarco, gridò a voce alta: «Combatteremo nobilmente, o Cesare! E oggi farò in modo che tu mi ringrazierai, sia che io viva, sia che muoia!».

Perché Pompeo aveva deciso di combattere? Gli storici, sia antichi che moderni, hanno avanzato diverse ipotesi: Pompeo era ansioso di non perdere la fiducia che i suoi uomini avevano acquisito forzando il blocco di Cesare a Durazzo; con l’avanzare della stagione e il grano ormai quasi maturo, le tattiche fabiane non avrebbero avuto un grosso impatto sulle capacità di approvvigionamento di Cesare; la prospettiva di permettere a Cesare di rimanere in Oriente liberamente e indefinitamente era un insulto all’autorità di Pompeo fra i re della regione e una minaccia al suo prestigio a Roma.

Nessuno di questi fattori aveva però maggior peso dei risultati positivi che Pompeo stava assaporando dalla strategia da lui adottata di mantenere Cesare isolato e in marcia. Considerando le risorse a sua disposizione, comparate con le qualità belliche del suo avversario, una guerra di logoramento era senz’altro l’opzione migliore. Come ci riferisce Appiano, Pompeo «pensava che fosse rischioso puntare tutto su un singolo scontro contro uomini disperati e ben addestrati e contro la famosa buona fortuna di Cesare».

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Il problema che aveva assillato Pompeo, sin dallo scoppio della guerra, era che, mentre tutti erano d’accordo sull’assoluta maestria di Cesare nella conduzione dei suoi affari privati, lui, stando ai principi secondo i quali combatteva, non poteva essere altro che il primo tra i pari. La Repubblica, di cui era stato nominato difensore, era molto interessata ai risultati che poteva ottenere e i suoi rappresentanti – senatori, funzionari e aspiranti tali – non gli davano tregua. Uniti solo dall’odio per Cesare, il loro unico contributo allo sforzo bellico era quello di provocare e criticare il campione che avevano eletto. Troppo ansiosi di farla finita con la prepotenza di Cesare e di tornare a Roma per iniziare un’epurazione politica (e finanziaria) dei suoi sostenitori, spronarono Pompeo, dopo Durazzo, a cercare lo scontro finale. Il fatto che Cesare fosse pronto a dar loro battaglia tutte le mattine sin da quando erano arrivati sulla piana di Farsalo, non faceva che infiammare ancora di più i loro animi. Sebbene Pompeo li ammonisse che Cesare era costretto ad agire in quel modo perché i suoi approvvigionamenti cominciavano a scarseggiare e che quindi, proprio per questo, la cosa migliore sarebbe stata non far niente, loro lo accusarono di voler temporeggiare solo per prolungare la sua straordinaria autorità su di loro. Pompeo, il campione della Repubblica, si sentì ridicolizzato sul suo stesso campo: lo chiamavano il re dei re, l’Agamennone, dato che anche lui aveva avuto in battaglia dei re sotto il suo comando.

Che Pompeo stesso offrendo a Cesare lo scontro campale che voleva, non per volontà propria, è ricordato anche dall’esortazione, non certo entusiastica, fatta da Pompeo la mattina della battaglia e riportata da Appiano: «Io voglio ancora abbattere Cesare, ma siete stati voi a volere questo confronto!» disse ai suoi uomini. «Avanzate dunque, come state chiedendo da tempo!».

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. D - VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Cn. Pompeo Magno. Pompeia, 49-48 a.C. Denario, Ar. 3,33 gr. (Dritto) VARRO PRO Q. Testa di Numa Pompilio laureata.

Che Pompeo avesse forti timori sulla qualità delle forze al suo comando, è evidenziato chiaramente dalle disposizioni tattiche che rivelò al consiglio di guerra convocato alla vigilia della battaglia. Con stupore dei suoi subordinati, sostenne che l’esercito di Cesare poteva essere sconfitto prima ancora che le linee di combattimento entrassero in contatto. Si trattava solo di disporre la superiore cavalleria repubblicana aggirando Cesare sul fianco e attaccandolo da dietro. La fanteria sarebbe servita da incudine e la cavalleria da martello gigante; l’esercito di Cesare sarebbe rimasto schiacciato tra le due forze. In questo piano magistrale era implicito, anche se non dichiarato, che le legioni repubblicane avrebbero dovuto sopportare lunghe prove di forza contro i loro avversari, cosa che Pompeo aveva insistentemente cercato di evitare.

Labieno approvò entusiasticamente il piano d’attacco proposto da Pompeo, in buona parte perché, come capo della cavalleria repubblicana, il merito della sconfitta di Cesare sarebbe stato in buona parte suo. Assicurò al consiglio che l’esercito di Cesare era solo la brutta copia di quello che aveva conquistato la Gallia e giurò che sarebbe tornato vincitore dal campo di battaglia. Pompeo elogiò il suo zelo e fece lo stesso giuramento, seguito dalla maggior parte dei suoi. Nonostante i dubbi del comandante, il consiglio si separò con il morale molto alto e con grandi speranze.

 

Eserciti contrapposti

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Legionari del I secolo a.C. Illustrazione di G. Rava.

Quando la mattina del 9 agosto, Pompeo uscì allo scoperto, lasciò sette coorti di legionari e traci e altri ausiliari alleati a custodire l’accampamento e i forti limitrofi. Lasciò il campo con le rimanenti 11 legioni, o 110 coorti, 47.000 uomini in totale, con la classica formazione a triplex acies divisa verticalmente al comando di tre subordinati. Sulle ali e al centro stazionavano quelle legioni su cui Pompeo riponeva maggiore fiducia. Afranio comandava l’ala destra, che includeva la legione cilicia e le coorti che era riuscito a salvare in Spagna. Il centro era occupato da Scipione con le legioni siriane, veterane della debacle di Carre. L’ala sinistra, sotto Enobarbo, includeva due legioni, ribattezzate I e III, che Cesare aveva consegnato al Senato per la campagna di Partia prima dello scoppio della guerra civile. Le reclute riempivano gli spazi tra queste unità esperte. Per precauzione, Pompeo aveva disseminato tra le sue fila circa duemila evocati, veterani di campagne precedenti arruolati di nuovo, con l’idea di stabilizzarle e, se possibile, incoraggiarle. Pompeo si posizionò dietro l’ala sinistra per supervisionare lo svolgimento della battaglia.

Per tenergli testa, Cesare dispose una formazione identica a quella di Pompeo, anche se con meno uomini. Collocò le sue nove legioni – ottanta coorti, circa 22.000 uomini – in triplex acies, disposte anch’esse verticalmente e al comando di tre subordinati. Nell’ala sinistra, cioè il fianco che si appoggiava sul fiume, collocò la legione IX insieme alla VIII, legione notevolmente ridotta dopo Durazzo, per, secondo le parole dello stesso Cesare, «fare di due una sola legione». Quest’ala era sotto il comando di Antonio. Calvino, invece, comandava il centro, riprendendo la sua disputa con Scipione. L’ala destra era il fianco dove la migliore legione di Cesare, la X, occupava il posto d’onore; questa era agli ordini di Silla, anche se Cesare stesso monitorava le operazioni, situato dietro di essa, opposto al suo rivale.

Le coorti di Pompeo comprendevano circa 420 uomini ciascuna, con un fronte di 42 uomini. Siccome ogni legionario romano occupava uno spazio di 1,8 metri, ogni coorte ne occupava 75. Secondo lo schieramento standard in una legione in triplex acies, con quattro coorti nella prima linea, tre nella seconda e altre tre nella terza, le 11 legioni di Pompeo – 110 coorti – avrebbero avuto un fronte di 44 coorti (4 × 11) e avrebbero occupato uno spazio di 3,3 chilometri (44 × 75).

Non sappiamo quanto in profondità fosse schierata la cavalleria di Pompeo e non possiamo quindi precisare la lunghezza esatta della sua linea di battaglia, però deve essere astata almeno di 4 chilometri, orientata a sud-est, tra gli attuali villaggi di Krini, ai piedi delle colline, e Bitsiler, sul fiume.

Per affrontare lo scontro, Cesare fu costretto a restringere le proprie fila. Le sue coorti erano composte da appena 275 uomini, poco più della metà del normale (480), e la profondità dello spiegamento era di circa sei linee. Se avesse confidato maggiormente nelle sue legioni, Pompeo avrebbe potuto aspettare l’occasione di sferrare l’attacco in un terreno più aperto, dove, oltre a dare alla propria cavalleria maggior spazio di manovra, sarebbe stato nella posizione di distendere e allungare le linee della sua fanteria, obbligando Cesare a compensare, estendendo a sua volta le proprie linee, forse al punto di rottura. Considerando la superiorità qualitativa degli uomini di Cesare, Pompeo avrebbe potuto trarre vantaggio dallo spazio ristretto che il campo di Farsalo gli offriva: il fiume lo proteggeva sul fianco destro, e la profondità considerevole delle sue legioni gli avrebbe permesso di assorbire l’effetto sorpresa dell’attacco di Cesare, dando tempo alla cavalleria di assolvere il compito assegnatole, di circondare cioè l’esercito cesariano e di colpire la sua retroguardia.

Non c’è ragione di mettere in dubbio l’affermazione di Appiano: «Mai prima di allora un così gran numero di forze militari italiche si era scontrato su un unico campo di battaglia». Grazie però al caratteristico sciovinismo romano, è difficile risalire al numero totale di uomini coinvolti. Come fa notare Appiano, le autorità romane che fornivano le cifre più plausibili sulle truppe coinvolte «non diedero l’elenco delle forze alleate, né riportarono i loro nomi in quanto, trattandosi di stranieri, il loro contributo alla battaglia era insignificante, solo un supporto alle forze in campo».

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall'Egitto

Guerriero galata. Statuetta, terracotta, 200 a.C. ca. dall’Egitto

Qualsiasi fossero le cifre, avrebbero solo incrementato lo svantaggio di Cesare. Dal momento che, nel corso della campagna, aveva potuto racimolare al massimo poche migliaia di fanti leggeri greci dalla Dolopia, dall’Acarnania e dall’Etolia, Pompeo aveva a sua disposizione tutte le popolazioni poliglotte orientali: spartani e altri peloponnesiaci, beoti, ateniesi e macedoni dalla Grecia; traci, bitinici, frigi e ioni; lidi, panfilici, pisidi e paflagoni; cilici, siriani, fenici, giudei, arabi, ciprioti, frombolieri di Creta e molti altri isolani. Molte di queste unità nazionali sottostavano ai loro despoti, i quali scelsero di mostrare la loro fedeltà a Pompeo, recandosi di persona sul campo di battaglia. erano presenti Deiotaro, tetrarca della Galazia orientale, e Ariarate, re di Cappadocia, come pure due distinti contingenti armeni, uno proveniente dalla zona al di qua dell’Eufrate, guidato da Taxiles, e l’altro dalla zona al di là del fiume, sotto la guida di Megabate che faceva le veci del re Artavaside.

Appiano descrive gli alleati schierati «come per una parata». Sebbene dovessero essere uno spettacolo favoloso, scintillanti al sole del mattino con i loro innumerevoli stendardi e bandiere, la loro utilità era alquanto limitata.

Sempre secondo Appiano, Pompeo disseminò i migliori contingenti alleati – i macedoni, i peloponnesiaci, i beoti e gli ateniesi – a coprire gli spazi rimasti vuoti tra le coorti, «in quanto era convinto della loro tranquillità e disciplina». Molti degli alleati, però, erano dislocati deliberatamente in una zona sicura. Appiano poneva l’accento sulla scarsa considerazione che Cesare aveva di loro; ai suoi uomini li descriveva come soldati sempre pronti a fuggire e a farsi catturare come schiavi: «In breve – diceva Cesare – non c’è bisogno che combattiate contro di loro […] Vi chiedo di impegnarvi solo contro le truppe italiche, anche se gli alleati si attaccano alle vostre calcagna e vi vengono dietro come una muta di cani».

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D - Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

Artavaside II di Armenida. Artaxata, 56-34 a.C. Dracma, Ar. 3.94 gr. D – Busto drappeggiato del re, con la corona armena a cinque punte e decorata con una stella.

La vera disparità tra i due eserciti era evidente soprattutto nella cavalleria. È improbabile che cittadini romani combattessero a cavallo, né per uno schieramento, né per l’altro. L’intera cavalleria di Cesare consisteva di circa mille galli e germani, reclutati lontano dalla loro patria. Pompeo aveva invece a disposizione 6700 cavalieri, tra cui 600 galati, 500 traci, 200 macedoni, 500 galli e germani da Alessandria, 500 dalla Cappadocia, 200 siriani, per lo più arcieri, e 800 dallo stesso casato di Pompeo; i rimanenti erano dardani, bessi, tessali e uomini provenienti da altre nazioni.

Sul fianco destro Pompeo stazionò i fanti leggeri della Cappadocia e 600 cavalieri greci del Ponto, in modo che, una volta iniziata la battaglia, non ci fossero sorprese dalle lontane sponde dell’Enipeo. La maggior parte delle truppe di lanciatori alleate e della cavalleria si concentrava sul fianco destro della linea repubblicana, opposta alla cavalleria cesariana.

Adottando questa strategia tattica, Pompeo rinunciava alla possibilità di circondare contemporaneamente, con la cavalleria, i due fianchi dell’esercito cesariano, così come aveva fatto Annibale contro le legioni di Roma a Canne nel 216 a.C. Forse pensava che il fiume fosse già sufficiente a immobilizzare il fianco sinistro di Cesare. In ogni caso, l’esito della battaglia dipendeva ora dalla capacità della cavalleria repubblicana di sopraffare la controparte cesariana e di riversarsi contro il fianco destro e la retroguardia di Cesare, prima che le linee di Pompeo cedessero alla pressione delle legioni cesariane. Pompeo aveva buoni motivi per essere fiducioso: nell’imminente prova di resistenza, la forza di attacco della sua cavalleria, che già aveva un vantaggio numerico di 6 a 1 rispetto a quella di Cesare, sarebbe stata rafforzata da distaccamenti di arcieri e frombolieri.

Cesare dovette essersi reso conto delle intenzioni di Pompeo, vedendo la sua cavalleria concentrarsi sul fianco sinistro. Cosciente della propria inferiorità numerica, aveva fatto considerevoli passi in avanti per rinforzare l’evidente vulnerabilità della propria cavalleria. Cesare aveva fatto prove di operazioni di armi combinante, scegliendo cioè tra le truppe di prima linea gli uomini più giovani e adatti, equipaggiandoli e riqualificandoli per combattere come fanteria leggera, o antesignani, inframezzati con la cavalleria. Questa iniziativa, che aveva avuto un certo successo sulle schermaglie prima della battaglia, poteva far guadagnare del tempo a Cesare. Rinforzare la cavalleria in questo modo, però, avrebbe solo ritardato la sua sconfitta finale, inevitabile, data la superiorità delle forze di Pompeo.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

Per risolvere questo problema, Cesare distaccò sei coorti, circa duemila uomini, dalla terza linea delle sue legioni e formò con esse una quarta linea sulla destra, disposta però in obliquo rispetto al resto dell’esercito, in modo da essere nascosta dietro la cavalleria, ma comunque pronta a entrare in azione non appena la cavalleria di Pompeo avesse invaso quel settore.

È possibile che Cesare sia stato influenzato dalla saggezza del generale greco Senofonte, che molto tempo prima aveva scritto nel suo Manuale del comandante di cavalleria che, siccome gli uomini a cavallo erano in una posizione più alta rispetto a quelli a pieni, era possibile nascondere la fanteria dietro la cavalleria, e se poi improvvisamente la fanteria «fosse uscita allo scoperto per affrontare il nemico […], avrebbe potuto costituire un fattore importante per una vittoria decisiva». In ogni caso, Cesare s’incaricò di far sì che questi uomini capissero l’importanza del ruolo affidato loro in un momento preciso della battaglia. Plutarco racconta che Cesare li esortava a non lanciare da lontano i loro pila, ma a «scagliarli verso l’alto, verso gli occhi e il viso del nemico; dicendo loro che quei bei giovani ballerini non avrebbero sopportato il luccichio dell’acciaio davanti ai loro occhi, ma sarebbero fuggiti per salvare le loro belle facce». Siccome la rivalità tra gli eserciti è una tradizione millenaria, Cesare può aver usato tale linguaggio, sicuro di toccare una corda sensibile dei suoi veterani incalliti e di far loro comprendere la sua idea.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

La formazione a testudo (testuggine) offriva una protezione eccellente contro le frecce e altri proiettili. Quando il nemico interrompeva il lancio, i legionari rompevano le righe e si lanciavano nel combattimento corpo a corpo. Illustrazione di Adam Hook.

Il punto di forza del giavellotto consisteva, oltre che nel suo potere di penetrazione, nel fatto di deformarsi dopo essersi conficcato nello scudo del nemico. Questo fattore, così significativo nell’ostacolare l’avanzata della fanteria avversaria, non aveva la stessa efficacia sulla cavalleria; i cavalieri potevano infatti ricevere i giavellotti sui loro scudi e continuare ad avanzare verso i legionari, ora privi della loro principale arma di difesa. Cesare sapeva inoltre che la cavalleria di Pompeo non avrebbe avuto l’impeto di passare attraverso un muro di scudi che avanzano improvvisamente verso di lei, spalla a spalla, pieno di punte di pila. Prima che la cavalleria abbia la capacità di perforare la fanteria in uno scenario simile, bisogna aspettare molti secoli, con l’invenzione delle staffe e la nascita di una nuova era bellica.

Le ultime istruzioni di Cesare ai suoi ufficiali della terza e quarta linea consistettero nel ricordare loro di non intervenire, fin quando lui non avesse dato loro il segnale con la bandiera.

Con i loro eserciti schierati, Cesare e Pompeo, entrambi a cavallo e ben visibili con i loro paludamenta, i mantelli rossi dei comandanti in capo, presero posizione ciascuno dietro le sue linee. Avendo entrambe le parti già pronunciato le rispettive parole d’ordine – per Cesare Venus venetrix (Venere, portatrice di vittoria), per Pompeo Hercules invictus (Ercole l’invincibile) – il tempo dei preparativi era scaduto ed era arrivato il momento della verità.

 

Il fragore delle armi

 

Ironicamente, dato l’ardore con cui entrambe le parti aveva desiderato lo scontro, ci fu un momento d’incertezza quando i due eserciti si ritrovarono uno di fronte all’altro nella pianura. Dione parla di un silenzio penetrante e di un senso di soggezione: «Non vennero subito alle armi. Provenienti dallo stesso paese e dalla stessa terra, con armi identiche e formazioni militari simili, nessuno dei due schieramenti se la sentiva di iniziare la battaglia».

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Ufficiali romani in uniforme (centurio e optio). Frammento di bassorilievo, marmo, I sec. a.C. ca.

Passarono i minuti e le truppe italiche aspettarono in silenzio nelle loro rispettive posizioni. Fu solo quando Pompeo vide che, a causa del ritardo, i suoi contingenti alleati cominciavano a disperdersi, e temette che ci potesse essere un collasso generale prima dell’inizio dello scontro, dette il segnale di attaccare. La cavalleria repubblicana iniziò a caricare lungo il fianco sinistro e in un istante la pianura tremò sotto il peso di 6000 cavalli al galoppo. Subito la cavalleria di Cesare rispose unendosi al fragore, mentre le prime due linee della fanteria cominciarono il loro macchinoso avvicinamento alle legioni pompeiane. Dione segnala che «quando le truppe alleate si lanciarono nella battaglia, gli altri si unirono a loro». La poca disciplina delle fila repubblicane, però, era un presagio di ciò che sarebbe successo in seguito.

Prima che le linee di Cesare si spingessero troppo in avanti, si percepì che qualcosa di molto particolare stava accadendo sul campo di battaglia. sfidando le tradizioni militari delle centurie romane, le legioni di Pompeo non si erano mosse di un passo dalle loro postazioni. Era una prova ulteriore della mancanza di fiducia nelle qualità belliche degli uomini sotto il suo comando. Piuttosto che rischiare un avanzamento, con il pericolo che le reclute potessero perdere il contatto con i veterani, facendo così aprire dei varchi nelle linee, che avrebbero consentito l’ingresso delle truppe cesariane, Pompeo aveva ordinato alle sue linee di rimanere ferme e di assorbire l’urto dell’assalto di Cesare direttamente dalla loro posizione iniziale.

Cesare criticò severamente tale decisione che, asserì, negò alle legioni repubblicane «l’innato eccitamento e l’ardore dell’animo che si accendono con il desiderio di combattere», e che arrivano al culmine dell’impeto della carica con le grida e lo squillare delle trombe: «Questo dovrebbe essere incoraggiato e non represso da un generale degno di tale nome».

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Musée du Louvre.

Soldati in uniforme (dettaglio). Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre.

Pompeo, comunque, deve aver calcolato che, tutto sommato, era più importante quello che avrebbe guadagnato dal mantenere ferme le sue linee al momento dello scontro tra le due parti, di quello che avrebbe potuto perdere se i suoi uomini non avessero avuto un afflusso di adrenalina al momento dello slancio in avanti. Oltre a questo, poteva aver considerato due cose: prima di tutto, portare l’esercito di Cesare all’interno del suo avrebbe ridotto la distanza e quindi l’arco di tempo necessario alla cavalleria per circondare la retroguardia di Cesare; in questo modo i cesariani sarebbero finiti nella tana del lupo. Secondariamente, dovendo coprire a passo di carica l’intera distanza tra i due schieramenti, invece di scontrarsi col nemico a metà strada, le legioni di Cesare, una volta di fronte ai loro avversari, sarebbero state ormai affaticate e disorganizzate e avrebbero perso parte del mordente iniziale.

Contro un esercito inferiore, questo atteggiamento difensivo di Pompeo, che Cesare non aveva previsto, avrebbe potuto avere successo. In quel momento le legioni di Cesare si mostrarono degne del loro comandante. Quando fu evidente che l’esercito di Pompeo non intendeva muoversi, le coorti di Cesare si arrestarono spontaneamente a metà del percorso, ripresero fiato e ricompattarono le loro linee prima di proseguire. Alla distanza giusta, lanciarono i loro pila, sguainarono le spade e si avventarono con impeto sul nemico.

Cesare dovette sentirsi gratificato per tale dimostrazione di disciplina che gli anni trascorsi sotto il suo comando avevano inculcato nei suoi uomini. «Non che i pompeiani non fossero all’altezza del loro compito», fu costretto ad ammettere. Ricevettero la pioggia di pila sui loro scudi, in silenzio nelle loro fila, e ne lanciarono altrettanti prima dell’impatto con le legioni di Cesare. Ora era Pompeo a sentirsi gratificato; i suoi uomini avevano mantenuto le posizioni e, ancora più importante, la loro calma. Conservando la coesione, diedero il meglio di loro stessi combattendo corpo a corpo; Dione ricorda come questi combattimenti risultavano particolarmente crudi per la naturalezza fratricida della guerra civile: ci si poteva scontrare con un antico vicino, un amico o anche un familiare, «molti mandarono messaggi a casa attraverso il loro assassino». A Cesare era stato negato il rapido sfondamento che lui aveva previsto e che Pompeo più di tutto aveva temuto.

A questo punto, comunque, è da sottolineare come solo due delle tre linee di Cesare fossero impegnate in battaglia. Cesare stava infatti risparmiando la terza linea per due ragioni principali: primo, perché questa sarebbe stata utilizzata al momento opportuno per l’assalto finale; secondo, perché usando tutte e tre le linee contemporaneamente, la linea di riserva sarebbe rimasta isolata in mezzo al campo e la cavalleria repubblicana avrebbe potuto evitarla, portandosi ai fianchi e dietro le legioni impegnate in battaglia.

D’altra parte, sebbene le fonti non dicano niente in proposito, alla luce degli avvenimenti che seguirono, sembra verosimile che Pompeo abbia ordinato a tutte e tre le sue linee di stringersi immediatamente non appena fossero entrate in contatto col nemico. Senza dubbio quest’ordine ottenne l’effetto desiderato di sostenere le fila repubblicane, ma lasciò Pompeo senza coorti di riserva da utilizzare in caso di necessità contingenti.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó' Brógáin.

Equipaggiamento della cavalleria romana nel I secolo a.C. Illustrazione di Seán Ó’ Brógáin.

Con l’incudine (la fanteria) che tratteneva bene l’urto, l’attenzione di Pompeo deve essersi spostata velocemente ai progressi del suo martello, cioè la cavalleria sul fianco sinistro. A prima vista, tutto stava andando secondo i piani. La cavalleria di Cesare, numericamente inferiore, anche tenendo conto delle truppe leggere che si muovevano tra le zampe dei cavalli nemici, non avrebbero sopportato la pressione. Non c’è dubbio che sarebbe stata sopraffatta; il problema era se Cesare le avrebbe permesso di essere superata sistematicamente o se avrebbe dato istruzioni di interrompere deliberatamente il combattimento al momento critico, in modo da conservare la cavalleria come forza bellica vitale. Cesare stesso fa notare che «non potendo resistere all’attacco, la nostra cavalleria non conservò la posizione ma arretrò un poco»: nel resto del suo resoconto della battaglia non menziona più i suoi cavalieri.

Era necessario sacrificare interamente l’arma di cavalleria per portare a termine i propri obiettivi? Se così fosse, perché preoccuparsi di rinforzarla con truppe leggere specializzate? Plutarco ci dà la conferma che ci serve per concludere che quella ritirata fu premeditata; egli racconta che Cesare «diede il segnale e la sua cavalleria arretrò un poco, dando via libera a quelle sei coorti sussidiarie che erano state disposte in fondo, come riserva per coprire il fianco».

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Legionario della X legione. Illustrazione di Vincent Pompetti.

Si stava avvicinando il momento critico della battaglia. La cavalleria repubblicana, che godeva di libertà nella vasta pianura, iniziò a dividersi in squadroni individuali per circondare le linee di Cesare sul fianco destro, ora aperto. Non si sa se questa suddivisione fosse contenuta in un piano stabilito da Pompeo, se fu un’idea di Labieno eseguita man mano che si presentavano nuovi obiettivi, o semplicemente se le unità nazionali, mai pienamente integrate in una struttura di comando coesiva, iniziarono a decidere personalmente dove e quando attaccare. In qualunque caso, la già manifesta minaccia alla posizione di Cesare fu esacerbata dallo spettro degli arcieri e dai frombolieri che seguivano la poderosa cavalleria repubblicana. In pochi secondi sarebbero stati una posizione tale da poter scagliare una pioggia di frecce sull’ala destra della X legione di Cesare. Non ci sono dubbi che fu Pompeo stesso a scegliere quell’ala per concentrare il suo attacco sul fianco: il fante romano utilizzava il braccio per impugnare la spada e gli uomini della X legione non avrebbero potuto utilizzare al meglio i loro scudi per difendersi.

Fu in quel momento che la cavalleria pompeiana, perso il suo impulso iniziale, diventò più vulnerabile. Si era frammentata in numerose unità e, galoppando su e giù, si preparava al grande accerchiamento delle linee nemiche. A quel punto Cesare ordinò di alzare il vexillum come segnale di attacco per la sua quarta linea di riserva.

Per far sì che questa mossa audace avesse l’effetto voluto, la sorpresa doveva essere assoluta. La quarta linea di Cesare, quando sarebbe iniziata la carica, non poteva quindi trovarsi a più di 100 metri dal fianco della cavalleria di Pompeo; era l’unico modo per far sì che la fanteria pesante si scagliasse contro la cavalleria. Il bello è che non furono scoperti e presi in considerazione dalle forze d’assalto repubblicane fino a quando non uscirono dal fianco di Cesare. Le fonti storiche parlano di legionari della quarta linea che, all’inizio dell’attacco, improvvisamente «balzarono in piedi», il che significa che fino ad allora erano rimasti inginocchiati e con gli stendardi abbassati; in uno spazio aperto questo non sarebbe però bastato a nasconderli. Si può solo desumere che la cavalleria di Cesare angolò la sua linea di ritirata in modo tale da nascondere l’avanzata  della quarta linea per alcuni preziosi istanti, sufficienti però a permettere loro di riversarsi sul nemico, concentrato sul suo obiettivo: le retroguardie della triplex acies di Cesare.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La riserva di Cesare sbaraglia la cavalleria di Pompeo. Illustrazione di Adam Hook.

La quarta linea di Cesare effettuò la carica più decisiva che la fanteria abbia mai eseguito contro la cavalleria. Questa totale inversione dei principi del combattimento deve aver pietrificato i cavalieri repubblicani; quando si riebbero dallo shock era ormai troppo tardi; i legionari piombarono su di loro come un’onda, infastidendo i cavalli con urla di guerra e conficcando i loro pila nei volti dei cavalieri, come erano stati addestrati a fare.

Se avesse avuto un comandante ispirato, la cavalleria repubblicana avrebbe fatto il necessario per risolvere un imprevisto del genere: avrebbe cioè usato la sua maggiore velocità per ricompattarsi e attaccare la fanteria cesariana, preferibilmente sui fianchi e sulla retroguardia. Ma in totale assenza di un comandante del genere, la cavalleria optò per sfruttare la sua maggiore velocità con un unico scopo: salvarsi la pelle. Cesare racconta che nemmeno uno di loro si fermò per combattere. È improbabile che i suoi uomini arrivassero a impegnare più delle prime due file di cavalieri; questi fecero gruppo e iniziarono a correre, trascinandosi gli altri come una valanga. Fuggirono verso la sicurezza delle colline che delimitavano a nord la pianura e molti di loro non si fermarono finché non raggiunsero le falde della collina 325, il punto più alto alla destra di Cesare.

Il martello di Pompeo era stato eliminato dalla battaglia. La colpa può essere attribuita a Labieno, il quale, deciso a concentrare la potenza dell’impatto dei suoi cavalieri, li aveva ammassati in un’unica grande orda e li aveva lanciati da un fronte stretto verso il nemico, invece di mantenere squadroni distinti, con giusti intervalli tra loro, in modo da permettere un’effettiva risposta delle linee successive in un attacco contro le linee frontali. Di fatto il loro fallimento fu talmente precipitoso che probabilmente causò danni collaterali agli arcieri e frombolieri che li seguivano. Lucano dovette basarsi su testimonianze antiche quando scrisse della cavalleria che «dopo aver fatto dietrofront tirando le briglie, caricò a capofitto le sue stesse truppe».

Questo sconvolgimento delle linee, per non parlare del panico crescente che deve averli colti dopo aver assistito alla totale sconfitta della cavalleria e aver realizzato di essere ora isolati ed esposti all’ira di Cesare, rese facili prede gli arcieri e i frombolieri. Questo non spiega però, come diceva Cesare, perché furono massacrati dai legionari della quarta linea; per definizione, le truppe leggere di lanciatori potevano facilmente evitare il combattimento ravvicinato contro la fanteria pesante, specialmente coloro che avevano già completato la carica eroica in campo aperto contro la cavalleria. Si può desumere che qui riapparisse in scena la cavalleria cesariana, in quanto si trattava di una missione fatta apposta per loro.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l'assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

La fanteria di Pompeo tenta di sostenere l’assalto dei cesariani. Illustrazione di Peter Dennis.

Dal momento in cui la sua cavalleria scomparve dalla sua vista, mentre stava aggirando il fianco di Cesare, Pompeo poté solo fare congetture su quanto stava accadendo, basandosi sulle nubi di polvere sollevate dietro le linee cesariane. Dovette però rendersi subito conto della terribile realtà, quando vide i suoi arcieri e frombolieri sparpagliarsi per la pianura nel vano tentativo di fuggire dal pericolo di essere inseguiti ed eliminati uno a uno dalla cavalleria di Cesare. Fu allora che la quarta linea di Cesare emerse dalla nebbia della battaglia, si diresse contro l’ala sinistra di Pompeo, ora del tutto scoperta, e piombò sul fianco delle legioni I e III.

Con le sue truppe impegnate contro l’assalto frontale di Cesare e i suoi alleati che probabilmente si stavano già defilando, Pompeo non aveva più riserve per contrastare questa nuova minaccia. Cesare, che aveva riservato la sua terza linea proprio per trarre vantaggio da questo momento, ordinò alle sue fresche coorti di entrare in battaglia.

Le legioni di Pompeo avevano già iniziato a vacillare quando, con rumori e notizie che arrivavano alle orecchie dei suoi soldati, furono coscienti della minaccia che gravava sopra la loro ala sinistra: a causa di questa ulteriore pressione, iniziarono a cedere.

Non fu un collasso repentino; anche nel fianco sinistro sfaldato, i legionari si ritirarono gradualmente, ancora bloccati nella battaglia. Gli alleati fuggirono a gambe levate, senza opporre nessuna resistenza, in cerca della sicurezza momentanea dell’accampamento. Una volta lì, si misero a saccheggiare le tende dei propri compagni, «come se fossero state quelle del nemico», racconta Appiano, portando via tutto il possibile.

A questo punto le restanti legioni di Pompeo, testimoni del cambiamento della fortuna repubblicana in questa parte del campo di battaglia, iniziarono gradualmente a ritirarsi. All’inizio mantennero la formazione e si difesero il più possibile, anche se, soggetti all’assalto incessante di un nemico infuocato dalla prospettiva di ottenere una vittoria totale, decisero di fuggire.

Il loro comandante aveva già abbandonato il campo di battaglia. si era ritirato nell’accampamento, come dice Plutarco, «distratto e assente, come se non fosse Pompeo Magno». Si fermò solo per ordinare alle coorti di guardia di mantenere le posizioni, poi si ritirò nella sua tenda, completamente alienato dalla realtà. La sconfitta, un’esperienza nuova per lui, lo aveva travolto.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Il suo rivale, invece, conosceva l’importanza di sfruttare pienamente una vittoria. Molti degli uomini di Cesare erano feriti e coloro che non lo erano, essendo fuggiti sotto il sole di mezzogiorno ed esausti dopo le attività della mattina, non desideravano nient’altro che acqua e ombra. Cesare, però, passeggiando freneticamente tra di loro, li incoraggiava a un ultimo sforzo, dicendo loro che se avessero permesso al nemico di ristabilirsi, sarebbero stati i vincitori di un giorno, ma se avessero conquistato l’accampamento repubblicano, avrebbero potuto decidere le sorti della campagna in un colpo solo.

Cesare in persona condusse i suoi uomini contro le fortificazioni di Pompeo, difese strenuamente dalle coorti lì stazionate e ancora con maggiore tenacia dai traci e da altre truppe ausiliarie che combattevano con loro. Queste forze repubblicane, decise a resistere, furono spazzate via dalla palizzata da una pioggia di frecce e gli uomini di Cesare poterono quindi forzare le porte; una volta dentro, ebbe inizio il massacro.

A quel punto Pompeo tornò in sé, esclamando, secondo Plutarco: «Che? Nell’accampamento?». Indossando la tenuta di un soldato semplice al posto del suo paludamentum, abbandonò l’accampamento per una via sicura in sella a un cavallo e, insieme ai suoi colleghi di alto rango, si diresse verso Larissa, che raggiunse prima del calar della notte.

Quando Cesare entrò nell’accampamento nemico, si stupì dell’opulenza che trovò: pergolati artificiali, tende adornate con piante verdi, altre con edera e mirto, con tende e tappeti ricamati e una gran quantità di posate d’argento. «È facile dedurre, vedendo la ricerca di piaceri non necessari, che l’altra fazione non aveva dubbi su come finire la giornata» notò sarcasticamente. Può forse aver riflettuto un attimo sulla gradevole ironia di trovare del mirto lì, nel rifugio del suo nemico, il mirto sacro alla dea Venere, da cui discendeva la sua famiglia.

Gli avvenimenti del giorno appena trascorso richiedevano ancora la sua attenzione. L’esercito di Pompeo era in fuga; prima che calasse la notte doveva essere sotto il suo controllo. Prova ulteriore del rispetto di cui godeva tra i suoi uomini fu che riuscì a riunirli ancora una volta e a mandarli all’inseguimento; il soldato romano viveva di bottino e i tesori dell’accampamento di Pompeo offrivano opportunità senza precedenti.

C. Giulio Cesare. Africa, Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. D – Testa di Venere diademata, verso destra.

C. Giulio Cesare. Africa sett., Denario 47-46 a.C. Ar 3, 84 gr. (Dritto) Testa di Venere diademata, verso destra.

Mentre le legioni di Cesare entravano nell’accampamento, i superstiti dell’esercito repubblicano, circa 20.000 uomini, ne uscirono a frotte, rifugiandosi sulle vicine alture di Kaloyiros. Quando Cesare fece circondare queste colline con un fossato e un terrapieno, gli uomini di Pompeo, consci del fatto che non avrebbero potuto sopportare un assedio senza poter accedere all’acqua, si ritirarono verso nord lungo il crinale adiacente. Stettero attenti a procedere sul terreno accidentato, dato che ora la cavalleria di Cesare si era accampata lungo la pianura. Il loro trofeo del giorno fu Enobarbo, il quale, crollato per sfinimento, fu circondato e ucciso.

La fuga tra le colline diede ai repubblicani protezione contro la minaccia imminente, ma rallentò la loro marcia e ciò diede a Cesare l’opportunità di sorpassarli. Dopo aver ordinato che il resto dell’esercito rimanesse nell’accampamento di Pompeo, Cesare uscì con quattro legioni verso nord-est, raggiunse la via principale per Larissa e tagliò così la strada ai fuggitivi repubblicani.

Quando i repubblicani si avvicinarono all’ultima altura del terreno collinare, prima che si aprisse alla pianura tessalica, devono aver visto alla loro destra le truppe cesariane, schierate in formazione da combattimento lungo la via che correva parallela alla loro linea di marcia. Affrettando il passo, si sarebbero inerpicati fino alla cima della collina; c’era una pianura, che si estendeva dalla base della collina (dove oggi c’è il villaggio di Kiparissos) fino a perdita d’occhio, e la strada per la salvezza era molto vicina. In fondo alla valle, però, c’erano molti legionari di Cesare. Non c’era via di scampo.

Anche se stava calando la notte e i suoi uomini erano stati portati al limite della resistenza umana, Cesare ordinò loro di costruire un fossato e un terrapieno lungo la base orientale della collina, negando ai repubblicani l’accesso a un piccolo ruscello che scorreva da sud a nord parallelo alla strada.

Intrappolati senz’acqua, alcuni senatori e altri dignitari abbandonarono le fila repubblicane e si allontanarono furtivamente approfittando dell’oscurità. Quella stessa notte iniziarono i negoziati tra Cesare e il suo nemico demoralizzato che, abbandonato dai suoi capi, era comandato da tribuni e centurioni. Dopo aver affidato le loro vite alla sua clementia, la mattina seguente il resto dell’esercito di Pompeo scese fino alla pianura e gettò le armi ai piedi di Cesare; nove aquilae e altre 180 unità standard erano incluse nei trofei di guerra. Quello stesso giorno, Silla accettò la resa delle guarnigioni repubblicane periferiche. Le legioni sconfitte furono incorporate nell’esercito cesariano; tali erano le fortune della guerra civile.

La vittoria di Cesare fu totale, ma il bilancio finale della battaglia varia a seconda degli autori. Cesare parla di 15.000 repubblicani morti e di 24.000 prigionieri, rispetto a una perdita tra i suoi di trenta centurioni e duecento soldati. Mentre la suddetta cifra di prigionieri può essere precisa, secondo Gaio Asinio Pollione, uno degli ufficiali subordinati di Cesare in battaglia, furono 6000 i repubblicani morti sul campo e le perdite di Cesare ammontarono a 1200 legionari. Questa disparità può derivare dal numero di morti tra i contingenti alleati di Pompeo dato che, come ricorda Appiano, «gli alleati non si contarono perché erano molti e per la poca considerazione di cui godevano». Quel che restava della mitica orda di Pompeo era stato disperso ai quattro venti. Anche se tra le vittime di Cesare ci furono dieci senatori e una quarantina di membri dell’ordine equestre, e se Cesare accettò la resa di alcuni nemici di alto rango, come Varrone e Marco Bruto, molti altri riuscirono a scappare, inclusi Pompeo, Scipione, Afranio, Petreio e Labieno. I rimanenti leader degli optimates fuggirono in direzione opposta a quella del loro comandante, non a est verso Larissa, ma a ovest verso Durazzo, che Catone difendeva ancora con quindici coorti. Da lì s’imbarcarono per l’Africa, dove ancora perdurava la causa repubblicana. Il mare però si rivoltò contro di loro. Una fonte riporta che, quando Cicerone e gli altri passeggeri altolocati salparono da Durazzo con le galee, videro tutte le loro navi da carico in fiamme, incendiate dai loro soldati che non intendevano partire con loro.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Il centurione primipilio Gaio Crastino, al comando della X legione cade eroicamente in battaglia. Illustrazione di Adam Hook.

Uno dei fedeli servitori di Cesare, il centurione Crastino, non prese parte alla spartizione del bottino. Uomo di parola, aveva combattuto in prima fila contro le legioni di Pompeo. Predicando con l’esempio, lottando lui per primo, morì quando gli conficcarono una spada in bocca con talmente tanta violenza che gli trapassò il cranio e uscì dal collo. Secondo Appiano, Cesare si sentì «molto in debito con Crastino», al punto che fece costruire una tomba per dare sepoltura al suo leale servitore. Se fu davvero così, fu un onore unico, poiché il resto delle vittime furono bruciate nel campo di battaglia, in una pira tanto grande quanto impersonale.

Annunci

Il trionfo come spettacolo

di G. Amiotti, in M. Sordi (a c. di ), Guerra e diritto nel mondo greco e romano, CISA 28, Milano 2002, pp. 201-206.

L’intima connessione fra la guerra e il trionfo, nel mondo romano, traspare chiaramente dalla notizia di Plinio (N. H. XXXV 10), secondo cui Augusto superando tutti espose nella parte più rinomata del suo foro due quadri che riproducevano la guerra e il trionfo:

Super omnes divus Augustus in foro suo celeberrimo in parte posuit tabulas duas, quae Belli faciem pictam habent et triumphum.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall'Arco di Tito.

Giove Trionfatore. Bassorilievo, marmo, 90 d.C., dall’Arco di Tito.

Purtroppo di queste due raffigurazioni ci è rimasta solo la sintetica notizia pliniana, da cui, comunque, affiora l’esplicito messaggio, comunicato attraverso l’immediatezza della rappresentazione visiva, secondo cui per il popolo romano alla guerra segue, come fatale conclusione, il trionfo, simbolo di vittoria.

Nel contesto dell’ideologia augustea che traduce in immagini il concetto del mondo ormai sottomesso a Roma, il trionfo appare, quindi, prevalentemente come celebrazione, solenne e insieme festosa, della vittoria: questo, però, come è stato messo in luce dagli studiosi moderni[1], non era il significato originario del trionfo, che probabilmente era connesso, piuttosto ad un’idea di espiazione per il sangue versato e di conseguenza affondava le sue radici in un contesto fortemente ispirato da sentimenti religiosi.

Il significato d’espiazione alla base del trionfo romano risulta per il Versnel dalla presenza, nel corte trionfale, dell’arcus e della porta triumphalis[2]. Nel passaggio “sotto” l’arco e la porta si compirebbe un rituale di espiazione e quindi di purificazione da una condizione precedente di impurità: di questo rituale di espiazione esemplificato da “un passar sotto” abbiamo testimonianza nell’episodio narrato da Liv. I, 26 a proposito del tigillum sororium, che però non riguarda il trionfo[3].

Arco dei Gavi. Verona.

Arco dei Gavi. Verona.

Allude, invece, esplicitamente al significato espiatorio del trionfo una interessante testimonianza di Masurio[4], riferita, dubitativamente, da Plinio (XV 40), che sta celebrando l’alloro, perché, brandito anche dai nemici armati, è simbolo di pace:

Ipsa (laurus) pacifera, ut quam praetendi etiam inter armatos hostes quietis sit iudicium. Romanis praecipue laetitiae victoriarumque nuntia additur litteris et militum lanceis pilisque, fasces imperatorum decorat.

L’alloro, inoltre, continua Plinio è deposto sulle ginocchia di Giove Ottimo Massimo, ogni volta che una nuova vittoria ha apportato gioia:

In gremio Iovis Optimi Maximi (laurus) deponitur, quotiens laetitiam nova victoria adtulit.

All’alloro, secondo Plinio, toccò l’onore dei trionfi, perché sacro ad Apollo a cui anche i primi re di Roma avevano l’abitudine di inviare doni (grata Apollini visa, adsuetis eo dona mittere, oracula inde repetere iam et regibus Romanis). Anche il fatto che l’alloro, unico tra tutti gli alberi non viene colpito dal fulmine, potrebbe essere, secondo Plinio, un’ulteriore prova del perché sia stato scelto per adornare i trionfi.

Certamente queste due motivazioni, legate l’una alla storia arcaica di Roma, l’altra di tipo naturalistico connessa con credenze popolari, sono preferite da Plinio alla spiegazione fornita da Masurio, un giurista dell’epoca di Tiberio, che, invece, come emerge dal frammento, conservato da Plinio (N. H. XV 40) mette in relazione l’alloro con pratiche espiatorie[5]:

Ob has causas equidem crediderim honorem ei habitum in triumphis potius quam quia suffimentum sit caedis hostium et purgatio, ut tradit Masurius.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall'Egitto. Walters Art Museum.

Sarcofago con il Trionfo di Dioniso. Bassorilievo, marmo di Taso, 190 d.C. ca., dall’Egitto. Walters Art Museum.

Nella rappresentazione pliniana del trionfo, che pure non trascura per completezza di documentazione il significato di purificazione, prevale l’immagine gioiosa della celebrazione della vittoria: questa, probabilmente, doveva essere ormai la percezione prevalente dei suoi contemporanei alla vista del corteo trionfale. La compartecipazione festosa alla processione non ne eliminò mai, comunque, il carattere di solennità religiosa che era traccia indelebile del suo significato originario e si riassumeva nel triumphator, che ornato degli ornamenti di Giove[6] (Liv. 10, 7: quis Iovis optimi maximi ornatu decoratus curru aureato per urbem vectus in Capitolium ascenderit), era quasi l’ipostasi del dio. Un segno della identificazione triumphator-Giove era, forse, anche il colore porpora con cui il triumphator si tingeva il volto[7]: la tinta purpurea, messa da alcuni storici delle religioni in rapporto con il sangue dei nemici[8], quindi con la natura espiatoria del trionfo originario costituiva, a mio parere, un attributo divino, come dimostrano a Corinto le statue con il viso dipinto di rosso di Dioniso[9], divinità, che, come ho cercato di dimostrare in un articolo precedente[10], non era estranea alla genesi del trionfo romano. Il triumphator, che avanzava maestoso nei suoi paramenti su una quadriga trainata da nivei destrieri[11] sul cui predellino erano aggrappati figli e parenti, contribuiva, però, indubbiamente, anche, all’aspetto scenico della πομπή trionfale.

La dimensione “spettacolare” del trionfo è tratteggiata, fra gli altri, da Plutarco nella vita di Emilio Paolo, al cap. 32. Nell’accingersi a descrivere il trionfo, egli ricostruisce l’animata atmosfera del popolo che si era costruito dei palchi sia negli ippodromi, sia attorno al foro ed aveva occupato le restanti parti delle città, per quanto ciascuna era in grado di offrire la possibilità di vista (ὡς ἕκαστα παρεῖχε τῆς πομπῆς ἔποψιν).

Il carattere di spettacolo che connota il trionfo romano nell’età fra la repubblica e il principato è confermato dalla preziosa testimonianza oculare di uno spettatore contemporaneo d’eccezione: il poeta Properzio, che (IV, III) immagina, il passaggio, fra la folla plaudente sulla via Sacra, del corteo trionfale, mentre egli, con atteggiamento distaccato, leggerà appoggiato sul seno della sua fanciulla i nomi delle città conquistate scritte sulle tavolette (ante meos obitus sit, precor, illa dies, qua videam spoliis oneratus Caesaris axes, ad vulgi plausus saepe resistere equos, inque sinu carae nixus spectare puellae incipiam et titulis oppida capta legam).

L’uso di far sfilare tavole non solo con i nomi ma anche con le rappresentazioni delle città conquistate e le fasi salienti della guerra divenne canonico nel trionfo, come attesta App. Lyb. 66, quando descrivendo la forma del trionfo di Scipione nel 201 a.C., in cui appunto c’erano tavole di quel tipo, sottolinea che lo σχῆμα rimase invariato.

Un altro esempio è attestato da Livio a proposito del trionfo di Ti. Sempronio Gracco nel 176 a.C. sulla Sardegna, quando fu fatta sfilare la tavola con la riproduzione dell’isola. Analogamente, durante l’impero, Tacito (Ann., II 41) ricorda il trionfo di Germanico sui Cheruschi e i Catti e gli Agrivari e su tutte le altre genti fino all’Elba e menziona simulacra montium, fluminum, proeliorum.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVSCAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

C. Giulio Cesare Caligola. Dupondio, Roma 37-41 d.C. Ar. 16,04 g. R – GERMANICVS.CAESAR. Germanico stante sulla quadriga trionfale.

Questa pratica aveva l’intento di coinvolgere con la forza immediata della trasmissione visiva gli spettatori, trasportandoli idealmente nei territori teatro delle operazioni militari e della vittori, svolgendo, ovviamente, quindi, anche una funzione didascalica di conoscenze geografiche.

Accanto a questi pannelli, analoghi all’orbis pictus di Agrippa[12], le prede di guerra, oggetti e prigionieri rappresentarono gli altri aspetti “spettacolari” del trionfo.

Non è possibile naturalmente soffermarci sui singoli trionfi romani e, perciò, sceglieremo alcuni momenti, a nostro avviso, paradigmatici.

Per quanto riguarda le spoglie di guerra, mi pare particolarmente interessante il dibattito che si scatenò a Roma alla vigilia del ritorno dalla Sicilia di Marcello nel 211 a.C. Ne abbiamo testimonianza in Polibio (IX 10) e in Plutarco (Marcello 21).

Polibio, commentando la decisione di trasferire a Roma le opere d’arte della Sicilia, nota amaramente che una città non è adornata da splendori esterni, ma dalla virtù dei suoi abitanti. Aggiunge, segnalando il dibattito sorto a Roma in seguito al trafugamento delle opere d’arte, che: «per lo più si ritiene che Marcello ed i suoi non si comportarono in modo conveniente. Aumentando il loro progresso determinarono, però anche l’abbandono di quello stile semplice di vita che li aveva condotti a superare popolazioni dal tenore di vita più raffinato del loro».

La polemica sull’opportunità di trasferire a Roma le opere d’arte greche con il rischio di snaturare l’austero stile di vita romano è attestata in modo dettagliato e marcato anche nel racconto di Plutarco, Marcello 21, in linea con l’impostazione polibiana, ma che aggiunge qualche particolare interessante per il nostro tema sul trionfo.

Plutarco, infatti, testimonia che Marcello prese con sé le più belle opere d’arte di Siracusa con l’intenzione di farne mostra nel suo trionfo (ὡς αὐτῷ τε πρὸς τὸν θρίαμβον ὄψις εἴη) e di abbellire la città. L’iniziativa di Marcello sembra segnare una svolta perché Plutarco aggiunge che fino ad allora Roma non possedeva né conoscenza nulla di così raffinato e squisito né in essa c’era amore per questa leggiadria e delicatezza, al contrario, «piena di armi barbare e di spoglie insanguinate, adorna di monumenti trionfali e trofei non era uno spettacolo né gaio, né rassicurante né adatto a spettatori ignavi e delicati» (ὅπλων δὲ βαρβαρικῶν καὶ λαφύρων ἐναίμων ἀνάπλεως οὖσα καὶ περιεστεφανωμένη θριάμβων ὑπομνήμασι καὶ τροπαίοις οὐχ ἱλαρὸν οὐδ᾽ ἄφοβον οὐδὲ δειλῶν ἦν θέαμα καὶ τρυφώντων θεατῶν).

Si profila chiaramente la tendenza ad esorcizzare l’aspetto cruento che i trofei ricordano, privilegiando la dimensione dello θέαμα del trionfo (oppure dell’ὄψις) che ha il suo corrispondente latino in spectaculum.

Uno dei trionfi che raggiunse il vertice dello spectaculum fu il trionfo celebrato nel 61 a.C. da Pompeo, vittorioso su Mitridate vi e del quale abbiamo una lunga e dettagliata testimonianza di Plinio, che non nasconde la sua ironia su alcuni eccessi, come il ritratto di Pompeo, composto di perle:

Erat et imago Cn. Pompei e margaritis, illa reclino honore grata, illius probi oris venerandique per cunctas gentes, illa ex margaritis, illa severitate victa et veriore luxuriae triumpho! Numquam profecto inter illos viros durasset cognomen Magni, si prima victoria sic triumphasset! E margaritis, Magne, tam prodiga re et feminis reperta, quas gerere te fas non sit, fieri tuos voltus? Sic te pretiosum videri?

Iscrizione riportante i 'Fasti triumphales' (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Iscrizione riportante i ‘Fasti triumphales‘ (CIL I2, p. 47 = Inscr. It., XIII, 1), dettaglio con i trionfi della I Guerra punica.

Infine c’era l’aspetto più patetico dello spettacolo trionfale, rappresentato dai prigionieri di guerra, uomini comuni e sovrani con i loro familiari ed amici, che sarebbero stati gettati in prigione o addirittura uccisi, secondo un crudele rituale, non appena la quadriga del triumphator avesse deviato verso il Campidoglio, come ci attesta, tra gli altri[13], Cicerone (in Verrem ii 5, 30):

At etiam qui triumphant eoque diutius vivos hostium duces reservant, ut his per triumphum ductis pulcherrimum spectaculum victoriae populus Romanus percipere possit, tamen cum de foro in Capitolium currus flectere incipiunt illos duci in carcerem iubent, idemque dies et victoribus imperi et victis vitae finem facit.

Moltissimi sovrani si sottrassero con il suicidio alla prospettiva di un’infamante sfilata nel corteo trionfale: questo destino, come è noto, scelse anche Cleopatra, con disappunto, secondo Plutarco (Antonio 86, 5), di Ottaviano che non rinunciò, però a far sfilare nel trionfo un’effigie della regina, mentre si faceva mordere dall’aspide: Καῖσαρ ἐν γὰρ τῷ θριάμβῳ τῆς Κλεοπάτρας αὐτῆς εἴδωλον ἐκομίζετο καὶ τῆς ἀσπίδος ἐμπεφυκυίας.

Suicidio ritenuto «provvidenziale» con caustico criticismo da Properzio (III 6) per il quale sarebbe stato indecoroso far sfilare Cleopatra nelle stesse vie percorse, a suo tempo, da Giugurta: Illa petit Nilum / male nixa fugaci / hoc unum, iussa non moritura die. / Di melius: quantus mulier foret una triumphus / ductus erat per quas ante Iugurtha vias.

***************************************************

[1] Cfr. bibliografia in VERSNEL H.S., Triumphus, Leiden 1970, p. 137, n. 1.

[2] Ibi, pp. 132-163.

[3] Si tratta di una vicenda i espiazione ambientata al tempo della sfida fra Orazi e Curiazi: cfr.VERSNEL, Triumphus, pp. 146-151.

[4] Fr. 19 Huschke apud Plin. xv 40.

[5] Cfr. Paul. Fest., p. 117: laureati milites sequebantur currum triumphantis, ut quasi purgati a caede humana intrarent in urbem.

[6] Cfr. Iuv. Sat. 10, 36 ss.; Svet. Aug. 94; Tertull. Coron. 13, 1; Servius ad Verg. Ecl. 10, 27; Plin., N. H. 33, 111; Isid. Orig. 18, 2, 6.

[7] Plin. N. H. III 7.

[8] Cfr. VERSNEL, Triumphus, pp. 59 ss.

[9] Paus. II 2, 6-7.

[10] AMIOTTI G., Nome ed origine del trionfo romano, in Il pensiero sulla guerra nel mondo antico, a c. di M. Sordi, CISA 27, Milano 2001, pp. 101-108.

[11] Sul carro trionfale e sui problemi suscitati dai cavalli bianchi di Camillo, in particolare cfr., in questo stesso volume, DOGNINI C., I cavalli bianchi di Camillo.

[12] Plin. N. H. III 6-8.

[13] Cfr. Liv. 26, 12 e Dio 40, 41.

Posidonio, Marcello e la Sicilia

di E. Gabba, in «ΑΠΑΡΧΑI». Nuove ricerche e studi sulla Magna Grecia e la Sicilia Antica in onore di Paolo Enrico Arias, II, Pisa 1982, pp. 611-614.

Grandi personalità come Scipione Africano, Flaminino, L. Emilio Paolo e Scipione Emiliano hanno trovato nella storiografia greca del II sec. a.C. raffigurazioni esemplari. I giudizi e le valutazioni che leggiamo in Polibio e nelle biografie di Plutarco, che ampiamente ne deriva, sono il riflesso in campo storiografico di atteggiamenti diffusi nel mondo greco. I motivi ellenistici della raffigurazione del sovrano come emanazione della divinità si combinano con teorie evemeristiche e con le credenze popolari nei poteri superumani dei grandi capi. Polibio cercò di razionalizzare la «leggenda» di Scipione Africano[1].

P. Cornelio Lentulo Marcellino. Roma, 50-49 a.C. Denario, 3, 93gr. D – MARCELLINVS. Testa nuda di M. Claudio Marcello, verso destra, con un triskele affiancato.

P. Cornelio Lentulo Marcellino. Roma, 50-49 a.C. Denario, 3, 93gr. (Dritto) MARCELLINVS: Testa nuda di M. Claudio Marcello, verso destra, con un triskele (simbolo della Sicilia) affiancato.

È difficile sottovalutare l’influenza che devono avere avuto sopra i membri ella classe dirigente romana gli onori quasi divini che tante personalità politiche romane ricevevano in Grecia già agli inizi del II sec. a.C. e più in seguito. Gli intellettuali greci, sempre più di frequente a fianco dei politici romani, avranno, volontariamente o meno, favorito in questi il sorgere di un senso di superiorità e soprattutto la consapevolezza del valore culturale e civile della missione di Roma.

Nella valorizzazione dei grandi personaggi politici romani e nella idealizzazione delle loro virtù civili ed umane gli intellettuali trovavano la legittimazione culturale del diritto di Roma al dominio del mondo. Il loro contributo alla creazione di una coscienza imperiale, cioè del diritto al dominio, nella classe dirigente romana deve essere stato decisivo. Questa stessa coscienza, a sua volta, la classe oligarchica cercò di trasmettere in vari modi a tutte le altre componenti del corpo sociale[2].

Sulla scia dei molti intellettuali greci attivi a Roma, e soprattutto di Polibio, deve essere intesa la «missione» di Panezio. Egli svolse con piena consapevolezza il compito di fornire una preparazione culturale all’élite di governo, unica e fondamentale garanzia perché, come già si augurava Polibio, la gestione del potere da parte di Roma avvenisse in modo degno, e accettabile da parte dei sudditi. Più tardi Posidonio mostrerà acutamente la decadenza e la corruzione del potere romano soprattutto nell’amministrazione provinciale e nello sfruttamento delle classi inferiori, e le responsabilità in tutto ciò del ceto equestre. Tuttavia egli indicherà altrettanto chiaramente di conservare fiducia nelle capacità di rigenerazione e di ripresa della classe dirigente senatoriale, che gli appariva sempre depositaria di una grande tradizione di virtù civili, rinnovate dall’apporto culturale greco, e di sapienza politica[3].

Anche la personalità di Marcello ha conosciuto una trasfigurazione idealizzata, per la quale il vincitore di Siracusa viene presentato nella biografia plutarchea come esempio di umanità e di mitezza, come un modello di eroe stoico. Anzi un passo estremamente significativo di Plutarco, Marc., 20, 1-2, afferma che, mentre i Romani erano sempre apparsi agli stranieri, cioè ai Greci, terribili in guerra e temibili nei combattimenti e non avevano mai fornito esempi di comprensione e di umanità e di virtù politiche, proprio Marcello per primo mostrò ai Greci che i Romani sapevano essere più giusti: benefattore di privati e di città in Sicilia, se Enna, Megara e Siracusa ebbero a subire condizioni non benevole, la responsabilità ricade piuttosto sulle vittime che non su coloro che agirono in quel modo verso di esse. Il pianto di Marcello al momento della caduta di Siracusa (19, 2), il vano tentativo di evitare il saccheggio (19, 4-6), il dolore per l’uccisione di Archimede (19, 8-12) sono altrettante prove del suo animo sensibile e moderato. D’altro canto il trasporto a Roma del bottino artistico siracusano, oggetto di vivissima critica da parte di Polibio (IX 10: Walbank, Hist. Comm. II 134-136), nonché dei tradizionalisti (Liv. XXV 40, 2; Catone, XXXIV 4, 4), si configura per il biografo, che ripete compiaciuto un’affermazione attribuita allo stesso Marcello, come un mezzo per ingentilire e istruire i Romani (21).

Mosaico con la morte di Archimede. Copia cinquecentesca. Städelsches Kunstinstitut, Frankfurt a.M.

La morte di Archimede. Copia del XVI sec. di un mosaico romano. Frankfurt a.M., Städelsches Kunstinstitut. «E in particolare la sciagura di Archimede addolorò Marcello. Accadde infatti che egli stesse esaminando qualcosa tra sé su un disegno e, avendo dedicato alla ricerca della soluzione contemporaneamente sia la concentrazione che lo sguardo, non si accorse in tempo dell’accorrere dei Romani né della presa della città; e quando improvvisamente gli si presentò un soldato e gli ordinò di seguirlo da Marcello, non voleva prima di concludere il problema e di condurlo alla dimostrazione; e quello, adiratosi e avendo estratto la spada, lo uccise». (Plut., Marc. 19, 4)

La priorità vantata da Plutarco pone, allora, Marcello al primo posto in quell’elenco di illustri Romani ricordati più sopra, che la storiografia greca presentava come esemplari del mondo romano, e quasi come garanzia di legittimità per l’egemonia di Roma.

Di quali materiali sia, in ultima analisi, contesta la biografia plutarchea di Marcello non è facile dire: elementi polibiani e annalistici sono presenti, variamente mescolati a notizie di differente provenienza: il tutto probabilmente inserito su di uno schema biografico precedente e con personali apporti di Plutarco[4]. Il quale cita quattro volte Posidonio (1, 1; 9, 7; 20, 11; 30, 8 = Jacoby, FGrHist F 41-42-43-44; commento a IIC, pp. 189-190). Mentre il De Sanctis riteneva molto circoscritta l’utilizzazione di questo storico, un allievo di F. Jacoby, M. Mühl, in un’ampia ricerca apposita, sostenne la teoria, basata su di un’interpretazione unitaria della biografia, che la personalità di Marcello aveva formato l’oggetto di un’opera particolare di Posidonio, seguita da Plutarco[5]. In quest’opera lo storico di Apamea aveva voluto raffigurare il generale romano come modello di uomo politico, educato dal pensiero stoico, esempio di umanità e di clemenza, aperto consapevolmente all’influenza della cultura greca. L’operetta sarebbe stata offerta da Posidonio ad un discendente di Marcello, e precisamente al console del 51 a.C. F. Münzer in una recensione della ricerca di Mühl, mentre riconosceva la validità dell’interpretazione idealizzata in senso stoico di Marcello nella biografia plutarchea, respingeva l’ipotesi di uno scritto speciale e sosteneva l’idea di un excursus biografico nelle Storie posidoniane, secondo ben noti esempi della storiografia greca classica[6]. I rapporti di Posidonio con il Marcello edile nel 91 a.C., padre del console del 51, spiegherebbero l’origine di questa digressione in onore dell’antenato. Il Münzer, tuttavia, avanzava dubbi (e probabilmente a ragione: contra Jacoby, IIC, p. 190) sull’appartenenza a questo excursus di tutti e quattro i rinvii posidoniani della biografia.

Anche il Jacoby, pur non escludendo la possibilità di uno scritto biografico particolare, preferiva pensare ad un excursus delle Storie. Poiché il F 51 (=Strab. 3.4.13: introduzione alla guerra contro Viriato) ricorda il Macello console nel 152, egli pensava di collocare a quel punto l’excursus stesso, sempre spiegato con le personali relazioni di Posidonio con la famiglia dei Marcelli.

La biografia plutarchea presenta indubbiamente un’interpretazione di Marcello coerente e unitaria. Il fulcro di questa interpretazione, al di là del tono generale naturalmente elogiativo, è rappresentato dall’atteggiamento umano di Marcello a Siracusa nel cap. 19; dal brano, riferito esplicitamente a Posidonio, nel cap. 20 sul comportamento di Marcello verso i vinti siciliani; e dall’interpretazione favorevole a Roma, e in netta posizione polemica con Polibio, del bottino siracusano. Non vi è alcun motivo per attribuire a Posidonio altro materiale della biografia, né il tono generale della stessa, che sarà capace rielaborazione e inquadramento plutarcheo del materiale disparato. Le altre tre citazioni di Posidonio (oltre a quella del cap. 20) sono marginali. Münzer era portato a ritenere che le prime due (1, 1: sul significato del cognomen Marcellus; 9, 7: Marcello spada, Fabio Massimo scudo di Roma, ricorrente anche in Fab. Max. 19, 1-4) non appartenessero all’excursus. La quarta (30, 8) ricorda un’offerta di Marcello dal bottino siracusano al tempio di Atena a Lindo con la relativa iscrizione: essa si riconnette alla tematica del cap. 20. La mia conclusione è, dunque, che non vi è alcun motivo per ritenere con il Mühl che l’excursus di Posidonio contenesse una vera e propria, se pur breve, biografia del personaggio. Ritengo più probabile, valorizzando la tematica della citazione al cap. 20, che le notizie su Marcello, con un’idealizzazione in senso stoico, avessero un ambito più limitato e, al tempo stesso, più pertinente al contesto delle Storie nel quale erano inserite. Naturalmente questo mio ragionamento non respinge la spiegazione, avanzata sia dal Mühl che dal Münzer e dal Jacoby, che i rapporti dello storico di Apamea con qualche membro della famiglia dei Marcelli possono in qualche modo aver influenzato la sua interpretazione del grande antenato (sebbene questa teoria non abbia più gran valore). Se consideriamo allora, che il frammento di Posidonio al cap. 20 si riferisce specificamente all’atteggiamento umano di Marcello in Sicilia, ritengo probabile che le notizie su Marcello (l’excursus) si trovassero per l’appunto in un contesto di storia siciliana. Non è difficile indicare dove: nella premessa alla narrazione della prima guerra servile.

È un dato oramai generalmente accettato che la narrazione posidoniana delle guerre servili in Sicilia (dal libro VIII in avanti delle Storie) si ritrova nei frammenti dei libri XXXIV/XXXV di Diodoro. La narrazione diodorea è per noi ricostruibile dal riassunto di Fozio e dai vari escerti costantiniani. I rapporti fra questi due gruppi di notizie sono certamente complessi e sono stati anche di recente rimessi in discussione[7]: esistono evidenti parallelismi, ma anche passi non facilmente riconducibili ad un’esposizione già all’origine unitaria (nel Jacoby F 108 le varie narrazioni sono giustapposte). Certamente bisogna considerare con attenzione e cautela i differenti intendimenti e le diverse «lavorazioni» del testo «posidoniano» di Diodoro nel riassunto di Fozio e negli excerpta.

Ad ogni modo, soprattutto dall’inizio del riassunto di Fozio appare chiaro che la narrazione posidoniana della prima guerra servile era introdotta da un’esposizione della storia della provincia romana nei sessant’anni della sua istituzione, vale a dire dalla fine della seconda guerra punica. La notazione cronologica con cui si apre il testo di Fozio, appartiene certamente a Posidonio così come la nota, per nulla banale, che quel periodo era stato in tutti i suoi aspetti felice per la provincia. L’intendimento dello storico era, evidentemente, di contrapporre la buona amministrazione e la prosperità di quegli anni al successivo periodo con il grave peggioramento e deterioramento della situazione dovuti in larga misura agli equites. Le cause di questa nuova situazione sono individuate dallo storico nel modificarsi delle condizioni economiche e sociali dell’isola con i gravissimi riflessi anche nel campo politico-amministrativo per il coinvolgimento dei governatori stessi, e il loro atteggiamento verso i provinciali. Questo quadro introduttivo travalicava, forse, i limiti del periodo anteriore alla prima guerra servile e forniva le motivazioni di fondo di tutta la situazione della provincia di Sicilia: si potrebbe spiegare, così, l’accenno, anacronistico avanti il 122 a.C., agli equites che giudicavano i governatori provinciali nella quaestio de repetundis. I cavalieri erano notoriamente la bestia nera di Posidonio.

Penso che proprio all’inizio di questa introduzione storica sulla provincia di Sicilia, e in piena consonanza con essa, anni felici per la Sicilia, si collocassero le notizie su Marcello e sul suo comportamento umano e clemente verso le città siciliane: quasi a mostrare quali erano state fin dal principio la politica romana nell’isola e la bontà dell’amministrazione, che, poi, dopo circa sessant’anni, avevano assunto modi tutt’affatto diversi. Quanto Posidonio tenesse a mettere in evidenza i meriti dei governatori provinciali romani che avevano amministrato saggiamente le province loro affidate, è ben noto. Ma val la pena di ricordare l’alto elogio che egli tesseva di un governatore della Sicilia, probabilmente L. Sempronio Asellio, dopo la seconda guerra servile, e della sua opera illuminata per restaurare il benessere della provincia (Diod. XXXVII 8).

M. Claudio Marcello. Statua, marmo. Roma, Musei Capitolini.

M. Claudio Marcello. Statua, marmo. Roma, Musei Capitolini.

È in questa prospettiva che, a mio credere, si collocano assai bene le lodi per Marcello e per il suo comportamento in Sicilia al momento della conquista: un rovesciamento profondo nella valutazione del responsabile della distruzione di Siracusa e della morte di Archimede, fatti che avevano colpito in modo assai grave la coscienza civile e la sensibilità politica e culturale greca[8].

Certamente per Posidonio uomini come Marcello avevano legittimato l’egemonia romana fin dal suo nascere e da loro dovevano venire l’esempio e la garanzia per la rigenerazione della classe di governo romana. Alla valutazione realisticamente negativa di Polibio e alla critica del moralismo tradizionalista riflessa poi in Livio, Posidonio contrapponeva il valore culturale del trasporto a Roma del bottino artistico da Siracusa. Per questa via Marcello diventava consapevolmente anche uno dei tramiti, e cronologicamente anzi il primo, del processo di introduzione della cultura greca a Roma; un problema storico che, da un punto di vista specificamente culturale, non aveva che scarsamente interessato Polibio, ma che era invece capitale nelle riflessioni politico-filosofiche e storiografiche di Panezio e di Posidonio.

 

 

 

**************************************************************************************************

Note:

[1] E. Gabba, P. Cornelio Scipione Africano e la leggenda, Atheneum 53 (1975), pp. 3-17.

[2] E. Gabba, Storiografia greca e imperialismo romano, RSI 86 (1974), pp. 638-640.

[3] Cfr. spec. P. Desideri, L’interpretazione dell’impero romano in Posidonio, RIL 106 (1972), pp. 481-493; inoltre H. Strasburger, Poseidonios on Problems of the Roman Empire, JRS 55 (1965), pp. 40-53; P. Treves, La filosofia greca e il diritto romano, I, Acc. Naz. Lincei, Problemi di attualità di Scienza e di Cultura, n. 221, Roma 1976, pp. 27-65.

[4] G. De Sanctis, Storia dei Romani 2, III 2, pp. 366-373; R. Flacelière – E. Chambry, Plutarque, Vies, IV, Paris 1966, pp. 179-191.

[5] M. Mühl, Posidonios un der plutarchische Macellus. Untersuchungen zur Geschichtsschreibung des Posidionios von Apameia (Klassïsche-Philologische Studien, 4), Berlin 1925. 

[6] F. Münzer (rev.), Poseidonios und der plutarchische Marcellus by Max Mühl, Gnomon 2 (1925), pp. 96-100.

[7] ] F.P. Rizzo, Posidonio nei frammenti diodorei sulla prima guerra servile in Sicilia, in Studi di Storia Antica offerti dagli allievi a E. Manni, Roma 1976, pp. 259-293. Cfr. anche G.P. Verbrugghe, Narrative Pattern in Posidonius’ History, Historia 24 (1975), pp. 189-204 e Id., Sicily 210-70 B.C.: Livy, Cicero and Diodorus, TAPhA 103 (1972), pp. 535-559. Per Diodoro mi riferisco all’edizione di F.R. Walton, Diodorus of Sicily, XII, London-Cambridge 1967, p. 56 sgg. (Loeb Classical Library).

[8] Un cenno all’ipotesi qui prospettata è già in A. Klotz, Die Quellen der Plutarchischen Lebensbeschreibung des Marcellus, RhM 83 (1934), p. 294.

La campagna mitridatica di L. Licinio Lucullo

di A. Frediani, I grandi generali di Roma antica. Gli uomini che impressero il loro marchio sulle conquiste, sulle battaglie e sulle guerre della Repubblica e dell’Impero, Roma 2003. pp. 185-211.

 

Tra i luogotenenti nei quali Silla ripose in ogni frangente la maggiore fiducia va annoverato un uomo il cui nome, oggi, sale alla mente anche dei meno acculturati, quando si trovano in presenza di un sontuoso desco: Lucio Licinio Lucullo. È curioso, in effetti, che uno dei migliori comandanti in un’epoca che, pure, di generali in gamba ne produsse parecchi, carente in ambizione, diplomazia e spregiudicatezza, semmai, più che in capacità strategiche e coraggio, abbia lasciato in ambito militare una traccia di sé solo negli addetti ai lavori, consegnando il proprio nome ai posteri solo per quella piccola, ultima parte della sua vita in cui egli fece sfoggio di essere un ostentato gaudente. Invece, per quanto riguarda il periodo in cui ebbe modo di distinguersi come condottiero, il protagonista di questa digressione tra i “grandissimi” Mario e Silla, Cesare e Pompeo, si è saputo costruire una notevole reputazione bellica, anche se l’epoca dei grandi talenti in cui ha vissuto lo ha premiato meno di quanto avrebbe ottenuto anche solo mezzo secolo prima o dopo. Lucullo non nasce soldato, in base a quel poco che possiamo evincere dalle scarne notizie forniteci dai cronisti a proposito della prima parte della sua esistenza; ma nasce bene, molto bene, da una famiglia che, per parte di padre, aveva dato un console alla res publica durante la guerra in Spagna, mentre da parte di madre, per quanto riguarda i personaggi di prestigio, c’era solo l’imbarazzo della scelta, trattandosi dei Metelli. Cicerone, che fu suo intimo amico, ci dice che Lucullo trascorse la giovinezza dedicandosi all’attività forense, ma sappiamo che partecipò con Silla, in qualità di tribunum militum, alla guerra sociale, che ebbe termine allo scoccare dei suoi trent’anni; dovrebbe essere stato proprio lui quell’unico ufficiale che seguì con decisione il suo comandante quando questi decise di entrare manu militari a Roma. Per quanto non citato nelle fonti – lo stesso Silla non gode di ampio spazio nei racconti relativi a quel conflitto –, Lucullo dovette essere coinvolto nel conflitto italico in ampia misura, se ai tempi di Plutarco giravano ancora copie di una sua Storia della guerra sociale in greco, scritta per scommessa.
E di nuovo con Silla lo troviamo nell’87 a.C., in partenza per l’Asia minore come quaestor del grande condottiero nella guerra mitridatica: questore, ovvero, l’uomo di fiducia del capo, il suo coordinatore ed organizzatore. Per i veri e propri episodi marziali il generale preferiva servirsi di gente più esperta, ma a Lucullo furono riservati ruoli di supporto di non poco momento: a lui e al fratello Marco fu affidata la direzione della zecca, e il questore ebbe il suo bel daffare nel trasformare in denaro contante quanto Silla gli aveva ordinato di confiscare ai santuari greci, come Epidauro ed Olimpia – per Delfi gli mancò il coraggio, e dovette pensarci personalmente Silla, assai più privo di scrupoli –, coniando monete d’oro e d’argento, dette “luculliane”, che non si limitarono ad avere corso solo in tempo di guerra. Durante l’assedio di Atene, poi, venne il momento per un compito più operativo. «Padrone della terraferma, ma tagliato fuori dai rifornimenti»[1], a causa della superiorità marittima di Mitridate, Silla aveva bisogno di navi per assicurarsi i collegamenti e le vettovaglie, e il questore fu chiamato a procurargliene: la prima scelta era l’Egitto, Stato virtualmente cliente di Roma, o meglio, da sempre propenso a profondere ricchezze nei confronti dei capitolini per orientarne la politica in senso non aggressivo verso la terra dei faraoni; in subordine, Lucullo avrebbe potuto battere gli antichi centri della Fenicia, o arrangiarsi con quel che trovava da requisire.

 

L. Licinio Lucullo. Busto, marmo, I sec. a.C. Sankt-Peterburg, Hermitage Museum.

 

Con una piccola flottiglia di cinque vascelli, secondo Plutarco, su una nave che cambiava di continuo per non farsi scoprire, secondo Appiano, il nostro Lucullo fece tappa dapprima a Creta, che seppe trarre dalla parte dei Romani, e poi a Cirene, dove pare che abbia lasciato una costituzione, illuminato dai suoi insigni e dotti accompagnatori, il poeta Archia e il filosofo Antioco di Ascalona. Arrivato ad Alessandria dopo aver subito un devastante attacco da parte dei pirati, fu trattato dal faraone Tolomeo IX Sotere Latiro con onori spropositati, senza che però il monarca, in attesa di capire da quale parte spirasse il vento, si sbilanciasse con un’aperta alleanza. Così, Lucullo se ne tornò indietro con uno smeraldo di immenso valore, dono personale del faraone, ma senza navi, che dovette procurarsi lungo la costa siriaca, per poi sostare a Cipro, dove le forze di Mitridate lo aspettavano «in agguato dietro i promontori»[2]; se la cavò con uno stratagemma, facendo tirare in secco l’intera flotta e fingendo di voler svernare sull’isola, per poi invece salpare con poche navi al primo vento favorevole, navigare a vele spiegate di notte ed ammainate di giorno, e raggiungere la fedele Rodi. Da tempo i Rodii ottemperavano alla loro alleanza con Roma compensando con il loro rapporto le deficienze della sua flotta, e anche in questo caso non poterono tirarsi indietro, fornendo un consistente contingente di naviglio; e non furono gli unici, perché qualche nave Lucullo la ottenne anche da altre due città che riuscì a staccare dall’alleanza con Mitridate, Cos e Cnido, utilizzandone i vascelli per una serie di spedizioni contro alcuni centri dell’Egeo che sostenevano il Ponto. A questo punto il questore si vide arrivare una richiesta d’aiuto da parte di Fimbria, il quale stava mettendo in grandi difficoltà Mitridate, che aveva bloccato a Pitane, a ridosso di Pergamo. Il ragionamento del feroce legato non faceva una grinza: lui aveva isolato il re da terra e, se Lucullo avesse fatto altrettanto dal mare con la sua flotta, il sovrano sarebbe stato spacciato; «nessuno avrebbe riportato maggior gloria – affermava Fimbria – di chi gli avesse sbarrato la strada e se ne fosse impadronito mentre tentava di fuggire. Se lui, Fimbria, lo avesse respinto dalla terraferma e Lucullo lo avesse cacciato dal mare la vittoria sarebbe stata di loro due e i Romani non avrebbero tenuto in alcun conto i tanto vantati successi di Silla ad Orcomeno e a Cheronea»[3].

Ma a quei tempi l’appartenenza ad un partito o ad una corrente, a Roma, contava di più dell’interesse comune, e Lucullo non se la sentì di abbandonare la causa sillana, né, forse, di rischiare la sua flotta in uno scontro con quella nemica, largamente superiore; pertanto non si mosse, lasciando a Mitridate la possibilità di fuggire a Mitilene. Inoltre, un uomo come Fimbria, selvaggio, truculento, mariano fino al midollo, non poteva che attirare il disprezzo di un aristocratico come Lucullo, che per carattere non era neanche propenso a turarsi il naso per pura ambizione. Ci fu tuttavia uno scontro navale davanti alla Troade, favorevole al romano, e un altro, nato da una singolar tenzone tra ammiraglie, vicino l’isola di Tenedo, sempre da quelle parti, altrettanto positivo per le armi romane; si trattò degli ultimi combattimenti prima della pace di Dardano, poco prima della quale Lucullo si ricongiunse nel Chersoneso a Silla, che se l’era dovuta cavare da solo. In sostanza, non bisogna aver paura di dire che la missione del questore si era rivelata un vero fallimento, risultando inutile alla causa di Silla e, con il suo rifiuto a Fimbria, all’intera causa romana. Tuttavia, fu a Lucullo che Silla, nel partire alla volta dell’Italia per trarre la sua vendetta sui mariani, si rivolse per ottenere dall’Asia la corresponsione dell’enorme multa imposta alla provincia. E, come afferma Plutarco, «in un incarico così pesante e ingrato, si comportò non solo con onestà e giustizia, ma anche con mitezza»[4], tanto che alcune comunità – ad esempio Delo, Tiatira e Sinnada – finirono per onorarlo come patrono. Pare che il questore abbia applicato un calmiere per i tassi d’interesse, a favore dei provinciali che si rovinavano per estinguere il debito, del 12%, in un’epoca in cui i tassi a ridosso del 50% erano la norma. Anche questa, d’altronde, era una precisa scelta di campo, perché la sua iniziativa ledeva in modo significativo gli interessi dei pubblicani, ovvero degli appaltatori, appartenenti a quella classe di cavalieri le cui esigenze Mario aveva sempre assecondato; Lucullo si arroccava così entro il fortilizio della sua classe aristocratica, manifestando una decisa opposizione a qualsiasi compromesso con quella categoria di nuovi ricchi che determinava ormai il corso della politica romana ed escludeva chi non teneva conto dei loro interessi, a meno che non avesse la forza, il carisma e la mancanza di scrupoli di un Silla, ad esempio. Era, questa, una delle due caratteristiche che avrebbero impedito a Lucullo di “fare carriera”; l’altra, era la sua incapacità di assecondare le aspirazioni dell’altra grande forza della res publica, ovvero l’esercito, e su di essa torneremo: per ora, sia sufficiente considerare che il nostro condottiero avrà cercato di limitare la protervia dei soldati nel fruire dell’acquartieramento nelle abitazioni dei provinciali, secondo quanto deliberato da Silla.

 

Scena di pagamento delle imposte. Rilievo, calcare, fine II sec. d.C. da Neumagen. Trier, Rheinisches Landesmuseum.

 

Il proquestore trovò anche il modo di testare la sua abilità di comandante in capo in occasione della ribellione di Mitilene, l’odierna Lesbo, i cui abitanti vinse in una battaglia campale, bloccando subito dopo la città per mare con la sua flotta. Facendo mostra di un’astuzia che lo avrebbe molto aiutato in seguito, nelle sue prime vittorie da console, evitò le lungaggini di un assedio simulando una ritirata in pieno giorno, per poi tornare la notte stessa a ridosso dell’abitato; i Mitilenesi, festanti, ritennero che fosse l’occasione buona per darsi al saccheggio dell’accampamento romano apparentemente deserto, e si riversarono fuori dalle mura senza alcuna cautela: in tal modo non poterono far altro che soccombere all’attacco dei legionari, che fecero un gran numero di prigionieri e qualche centinaio di morti.

 

Mitridate

 

In Oriente Lucullo rimase fino all’80 a.C., quando tornò a Roma per ritrovarsi edile insieme al fratello, che aveva voluto attendere perché anche lui raggiungesse l’età minima per conseguire la carica. I due Luculli si resero grandemente accetti al popolo allestendo – uno dei compiti connessi all’edilità – giochi sontuosi e spettacoli, nei quali fu introdotto il combattimento tra tori ed elefanti. L’anno seguente fu la volta della pretura, incarico il cui prestigio fu accresciuto dalla contemporanea morte di Silla, che lasciò un testamento nel quale si dichiarava Lucullo tutore del figlio, con tanto di dedica sulle Memorie. Con un tale biglietto di presentazione, il consolato sembrava un obiettivo facilmente conseguibile: dopo uno o più anni di propretura in Africa, infatti, Lucullo lo ottenne, nel 74 a.C., insieme ad un personaggio di secondo piano, Marco Aurelio Cotta.

 

Mitridate VI Eupatore. Statere, Pergamo 88-87 a.C. Au. 8, 45 gr. Recto: testa diademata, voltata a destra del sovrano.

 

Ma in quel momento non era tanto il consolato ad essere importante, bensì la conduzione di una nuova guerra contro Mitridate, il quale mirava ad espandersi a Occidente ai danni della Bitinia filoromana, il cui re, Nicomede IV, per fargli dispetto, poco prima di morire aveva diseredato i figli e lasciato a Roma il proprio regno. Così, quando il consueto, ottuso sorteggio assegnò a Cotta – che non aveva alcuna esperienza bellica – la Bitinia e a Lucullo – che aveva acquisito la sua reputazione militare proprio in Oriente – la Gallia Cisalpina, il nostro condottiero si diede a brigare per ottenere il comando del collega; contemporaneamente, morì anche il governatore della Cilicia, Lucio Ottavio, la cui provincia era un ottimo trampolino di lancio per colpire Mitridate.

Gli intrighi di Lucullo, che anche le fonti più favorevoli non si preoccupano di celare ma solo di attenuare, si spinsero fino alle aperte blandizie nei confronti di Precia, una matrona che aveva l’unico merito di essere la donna di Publio Cornelio Cetego, un tribuno della plebe di quelli tosti, che in quel momento, nonostante avesse un passato da mariano, era in grado di determinare con il suo beneplacito o la sua opposizione alle leggi il corso della politica a Roma. Questi era piuttosto favorevole a Pompeo, che stava combattendo in Spagna contro il generale mariano Sertorio, ma infine la determinazione di Lucullo riuscì a vincere la sua naturale avversione nei confronti di un sillano della prima ora e il console ebbe la Cilicia e l’Asia nonché – com’era ovvio, poiché l’unico altro comandante di rango in circolazione era nella penisola iberica –, la conduzione della guerra contro il re del Ponto; l’unico fastidio che Lucullo dovette sobbarcarsi fu di dover accettare la collaborazione di Cotta, che ebbe l’incarico di reperire la flotta tra gli alleati e di sorvegliare con essa gli stretti. Al comandante fu assegnata una legione, che si sarebbe riunita alle due di Fimbria che stazionavano in Asia al comando del vecchio luogotenente di Silla, Murena, e ad altre due con cui Servilio Isaurico si stava adoperando per eliminare l’endemico pericolo dei pirati; si trattava, in tutto, di 30.000 effettivi di fanteria e 2.000 di cavalleria.

Se pure non ne aveva il carattere, possiamo esser certi che fin da allora Lucullo aveva ben chiaro nella sua mente il disegno di diventare un grande condottiero, forse per riscattare la relativa povertà, fino ad allora, del suo curriculum militare, così come avverrà per Crasso in occasione della disgraziata impresa partica. Ecco cosa dice il suo amico Cicerone, esagerando parecchio in ogni senso, a proposito di questa nuova fase della sua vita:

 

[…] Inviato dal Senato alla guerra contro Mitridate, non solo superò le generali previsioni fatte sul suo valore, ma anche la fama di quanti lo avevano preceduto. E ciò fu tanto più sorprendente, in quanto non ci si aspettava affatto una gloriosa prestazione in campo militare da uno come lui, che aveva impegnato la giovinezza nell’attività forense e trascorso il lungo periodo della questura nella pace, in Asia, mentre Murena conduceva la guerra nel Ponto. Ma l’incredibile grandezza del suo ingegno fece sì ch’egli non sentisse la mancanza di quella disciplina dell’esperienza, che non si può insegnare. Pertanto, dopo aver consumato tutto il tempo del viaggio e quello della navigazione, parte consultando gli esperti, parte leggendo storie di imprese militari, giunse in Asia generale fatto, lui che era partito da Roma senza alcuna esperienza di cose militari[5].

 

L’impresa pareva fatta apposta per consegnare ai posteri la fama di chi l’avesse compiuta: il prossimo teatro di guerra erano gli stessi territori che avevano costituito lo scenario entro cui Alessandro Magno aveva consacrato se stesso all’eternità; il nemico, un mostruoso despota che si era reso responsabile del massacro di ben 80.000 Romani, per il quale l’intero popolo capitolino reclamava vendetta, sembrava fatto su misura per rendere immortale il Romano che lo avesse battuto. Il nuovo comandante che si presentò ai soldati «ormai corrotti dall’ozio e dagli agi e dai Fimbriani, come venivano chiamati, divenuti intrattabili per lunga abitudine all’indisciplina», era di pasta diversa rispetto a quelli che lo avevano preceduto: «quella, a quanto pare, era la prima volta che si trovavano di fronte un vero capo, perché fino ad allora erano stati solo strumento di demagogia per dei comandanti che cercavano esclusivamente di compiacerli»[6]. Lucullo si accingeva infatti ad affrontare l’arduo compito che lo aspettava aggiungendovi un ulteriore motivo di complicazione, gestendo cioè in modo del tutto anacronistico il suo rapporto con la truppa: niente privilegi, niente facilitazioni; nessun agio che non appartenesse strettamente alla vita di campo, nessuna gratificazione che esulasse quelle previste dalla manualistica militare; una radicale controtendenza rispetto all’atteggiamento comune a tutti i comandanti dell’epoca, da un quarto di secolo a questa parte, dai più grandi ai mediocri.

 

Soldati romani in Oriente (II-I sec. a.C.). Illustrazione di G. Sumner.

 

L’avversario che Lucullo stava per affrontare era un uomo che aveva cercato di trarre partito dalla lezione che gli aveva inflitto Silla; non si trattava più dell’incauto smargiasso che aveva mandato orde eterogenee di improvvisati soldati allo sbaraglio contro le collaudate armate romane. Consapevole che il possesso della provincia d’Asia e, ora, anche della Bitinia, dava ai Romani il controllo totale degli stretti e lo confinava intorno al Ponto Eusino, Mitridate

 

si curò dunque dei preparativi come se stesse decidendo il tutto per tutto. Per il resto dell’estate e per tutto l’inverno tagliò legname, allestì navi e armi, distribuì due milioni di medimni di grano [78.000 tonnellate] lungo le coste. Oltre alle forze che aveva già, vennero a lui come alleati i Calibi, gli Armeni, gli Sciti, i Tauri, gli Achei, gli Eniochi, i Leucosiri e quanti, presso il fiume Termodonte, occupano le terre dette “delle Amazzoni”. Queste furono le forze che, oltre alle sue, si congiunsero in Asia. Quanto all’Europa, furono con lui le tribù sauromate dei Basilidi, degli Iazigi e dei Coralli, quelle dei Traci che abitano lungo l’Istro, presso il Rodope e l’Emo, e inoltre i Bastarni, il popolo più bellicoso di tutti[7].

 

Plutarco, dal canto suo, precisa:

 

[…] proibì le grida minacciose dei barbari nelle diverse lingue, armi e suppellettili d’oro e di pietre preziose che costituivano un ricco bottino per i vincitori e non servivano certo a dare coraggio a chi le possedeva; al loro posto fece costruire spade di foggia romana e scudi pesanti preoccupandosi di raccogliere cavalli ben allenati invece che riccamente bardati. Così mise insieme centoventimila fanti, disposti secondo la formazione romana, e circa sedicimila cavalieri, senza contare le quadrighe falcate in numero di cento. Allestì inoltre navi senza più baldacchini dorati, bagni per le concubine e ginecei lussuosi, ma piene di armi da difesa e da attacco e di rifornimenti vari[8].

 

Nicomede IV di Bitinia. Tetradramma, Nicomedia, 94-74 a.C. ca. AR 14, 59 gr. Recto: Testa diademata del sovrano, voltata a destra.

 

Ancora una volta, nella primavera del 73 Mitridate assunse decisamente l’iniziativa, non con una provocazione ma secondo criteri militari razionali. Dichiarandosi campione del figlio di Nicomede, invase la Bitinia per metterlo sul trono, e allo stesso tempo inviò un esercito al comando di Diofanto, in Cappadocia, per sbarrare a Lucullo la strada per il Ponto. Il primo guaio, per i Romani, fu che le popolazioni asiatiche, vessate dai pubblicani, lo accolsero con favore; il secondo fu l’ottusità di Cotta, che accettò battaglia con Mitridate senza attendere il ricongiungimento con le forze del collega. Quest’ultimo, infatti, avanzava verso il fiume Sangario con l’obiettivo di prendere alle spalle il re del Ponto, giunto nella regione di Calcedonia, sulla sponda asiatica del Bosforo, mentre Cotta lo bloccava di fronte. Mitridate puntava a sconfiggere i due eserciti separatamente, e provocò immediatamente a battaglia Cotta, che ebbe il torto di accettare; il console rimediò una sconfitta devastante per terra, con migliaia di perdite, e una ancora più decisiva via mare, dove il prefetto Rutilio Nudo si fece incendiare una parte della flotta, mentre il rimanente, sessanta vascelli, gli veniva letteralmente portato via al traino dalle navi dell’avversario.

Cotta finì assediato a Calcedonia e il re, proseguendo nella sua strategia di evitare di essere preso tra due fuochi, rimase nei pressi della città a soprintenderne il blocco, e inviò una parte delle sue truppe contro l’altro console, al comando di Marco Mario, un luogotenente di Sertorio che il valoroso generale proscritto gli aveva mandato dalla Spagna. Lucullo si trovò di fronte quest’ultimo esercito nei pressi del lago Ascanio, in località Le Otrie, ma quella che si prospettava come la sua prima battaglia campale non ebbe luogo: pare che una meteora sia caduta proprio tra i due schieramenti mentre si accingevano al combattimento e i rispettivi comandanti, considerandolo un cattivo auspicio, rinunciarono allo scontro. D’altronde, Lucullo era già orientato a dare avvio alla campagna con una tattica alla “Fabio Massimo”:

 

Lucullo, pensando che nessuna riserva umana di rifornimenti e nessuna ricchezza avrebbe mai potuto nutrire a lungo le migliaia di uomini di Mitridate, per di più avendo il nemico schierato di fronte, fece chiamare a sé uno dei prigionieri. Anzitutto gli domandò quanti compagni dormissero in tenda con lui e poi quanti viveri erano rimasti nella sua tenda quando era stato catturato. Dopo che l’uomo ebbe risposto, lo congedò e ne interrogò un secondo e poi un terzo, ponendo a tutti le medesime domande. Infine, confrontando la quantità di viveri disponibile col numero dei soldati, arrivò alla conclusione che entro tre o quattro giorni le provviste nemiche sarebbero venute meno. E quindi, a maggior ragione, si confermò nella decisione di prendere tempo. Intanto ammassò dentro l’accampamento grandi quantità di viveri: così, circondato dall’abbondanza, poteva attendere le ristrettezze nelle quali sarebbe venuto a trovarsi il suo avversario[9].

 

Per Mitridate, dunque, era vitale procurarsi una sicura base di collegamento tra la propria flotta e l’esercito, per assicurarsi una via protetta per i rifornimenti. Toccò a Cizico, l’unica città della costa dell’Ellesponto ancora fedele ai Romani e uno dei centri più floridi dell’Asia Minore, essere prescelta quale successivo obiettivo del re pontico. Espugnarla non era impresa di poco conto: a parte la grande ricchezza di vettovaglie, macchine da difesa ed armi di vario genere, che i cittadini tenevano in tre rispettivi magazzini, la città sorgeva su un’isola collegata alla terraferma da una lingua di terra, era difesa da massicce mura divise da un’altura, il monte Dindimo, e dotata di due porti. Ma Mitridate aveva con sé 50.000 fanti e 400 navi, con i quali le pose il blocco per terra e per mare, e soprattutto il tessalo Niconide, grande esperto di macchine ossidionali. Presa posizione sul monte Adrastea, di fronte alla città, il sovrano fece circondare l’obiettivo con un doppio muro e un fossato, con terrapieni su cui dispose macchine d’ogni sorta: torri, testuggini dotate di ariete, una elepoli di quasi diciotto metri, «da cui si levava un’altra torre che con le catapulte vomitava pietre e vari proiettili»[10]; sul mare, due quinqueremi attaccate ospitavano una torre dalla quale, una volta vicina alle mura, usciva un ponte azionato da un meccanismo. Mitridate obbligò quindi 3.000 Ciziceni che aveva catturato alla battaglia di Calcedonia a schierarsi sotto le mura e a supplicare i concittadini di arrendersi, ma Pisistrato, il comandante della città, tenne duro e non si fece commuovere.

 

Roma in Oriente (73-71 a.C.).

 

Appiano descrive nei particolari i primi tentativi del re di prendere la città, dapprima mediante il marchingegno sulle navi, la cui efficacia fu scongiurata dagli assedianti mediante il getto di fuoco e pece, dopo che soli quattro uomini erano riusciti a salire sulle mura, poi con un massiccio assalto poliorcetico da terra, contro il quale i Ciziceni si produssero in una fiera difesa: «Spezzavano gli arieti con pietre o li piegavano con l’aiuto di corde o ne smorzavano la forza con stuoie di lana, rimediavano ai proiettili incendiari con acqua ed aceto, agli altri proiettili toglievano la forza con stoffe interposte davanti o con tele penzolanti»[11]. Una parte del muro crollò, ma gli assedianti non fecero in tempo ad approfittarne perché esso fu ricostruito la notte stessa, e non ebbero più modo di riprovarci, a causa del forte vento che, in seguito, distrusse gran parte dei macchinari.

Lucullo arrivò solo in un secondo momento nei pressi della città assediata, e sulle prime la sua armata fu scambiata dai Ciziceni per un contingente di rinforzo dello sterminato esercito pontico; ogni dubbio dei cittadini fu fugato quando, nottetempo, arrivò da loro a nuoto un messaggero, dopo una traversata di sette miglia nel lago che collegava il mare alla città «tenuto a galla da due otri, aggrappato all’asticella che li univa e remigando con i piedi sott’acqua»[12]. L’accampamento, grazie alla collaborazione di un proscritto romano pentito, fu posto su un’altura a sud della città, in una posizione che permetteva all’esercito consolare di ostacolare le vie di comunicazione e di rifornimento di Mitridate, costringendo il re «a subire quello che stava facendo»[13]. Ben presto il sovrano, anche a causa dell’approssimarsi dell’inverno, si trovò a corto di viveri, ma della carestia imperante tra le sue truppe nessuno osò informarlo, fino a quando non si verificò anche un’epidemia tra i soldati che, pare, erano ridotti a cibarsi d’erba, e perfino di interiora umane.

 

Cavalleria pontica. Illustrazione di J.D. Cabrera Peña.

 

Mitridate si risolse quindi a liberarsi della cavalleria e delle bestie da soma, nonché «dei fanti a cui poteva rinunciare», che fece partire verso ovest mentre Lucullo era impegnato nella conquista di un castello nei dintorni della città assediata. Ma al console non sfuggì la faccenda, e tornato nottetempo all’accampamento, prese con sé una legione e parte della cavalleria dandosi all’inseguimento del contingente pontico in ritirata. La neve e il gelo lo obbligarono a lasciare per strada molti dei suoi, tuttavia gli riuscì di arrivare a contatto dei nemici con un numero di uomini sufficiente a sterminarli mentre attraversavano un fiume, forse il Kokasu: pare che le donne della vicina città di Apollonia abbiano avuto tutto l’agio di spogliare e depredare le migliaia di cadaveri che giacevano lungo le rive del corso d’acqua, mentre Lucullo, alla sua prima battaglia campale – in realtà non più di un tiro al bersaglio – se ne tornava alla base con oltre 20.000 prigionieri.

Per Mitridate la faccenda di Cizico si stava rivelando un fiasco. Il re aveva costruito dei terrapieni che collegavano il monte Dindimo alle mura della città, con lo scopo di arrivare a minare queste ultime, ma furono gli assediati a farli crollare, insieme alle macchine che vi aveva piazzato sopra; per giunta, i suoi uomini erano ormai talmente provati da non riuscire neanche ad opporsi alle sempre più frequenti sortite dei difensori. Pertanto, decise che era tempo di svincolarsi, e salpò con la sua flotta alla volta di Pario, dove arrivò con solo una parte del naviglio, distrutto da una tempesta, lasciando il suo accampamento al saccheggio dei Ciziceni; «Lucullo, spettatore dell’altrui disfatta senza perdite proprie, ottenne così un nuovo genere di vittoria»[14].

Fallì anche il tentativo del sovrano di mettere i bastoni tra le ruote a Lucullo, inviando nell’Egeo il proprio ammiraglio Aristonico con un gran quantitativo di denaro per corrompere i legionari “fimbriani”, la cui fama giustificava un simile proposito: il suo messo fu infatti tradito e consegnato allo stesso console. L’esercito pontico, invece, si ritirò per terra alla volta di Lampsaco, ma fu sorpreso da Lucullo sul Granico, il fiume della Misia divenuto celebre per la prima vittoria di Alessandro sui Persiani; il generale aggredì i 30.000 effettivi di fanteria che il re aveva affidato a Mario ed Erme e ne fece strage, completando il suo successo, forse, con una seconda battaglia, sull’Esopo: almeno così si possono conciliare le diverse ubicazioni indicate dalle fonti.

A Cizico, Lucullo fu accolto come un trionfatore, e pare che in suo onore siano stati anche istituiti dei giochi, i Lucullea. Ma il condottiero non poteva permettersi di riposare sugli allori, come gli fece notare la dea Afrodite apparsagli in sogno: c’era da ripulire il mare dalle flottiglie sparse di Mitridate, e non esitò ad attaccare tredici quinqueremi nei pressi del promontorio del Sigeo, definito dalle fonti “porto degli Achei” in ricordo della guerra di Troia; in questa occasione, i vascelli finirono nelle sue mani e cadde il comandante Isidoro, celebre pirata passato al servizio di Mitridate, che aveva dato filo da torcere ai Romani nel tratto di mare tra Creta e Cilicia.

Ma il vero colpaccio il condottiero lo fece poco dopo, intercettando una flotta di 50 navi al comando di Mario, del paflagone Alessandro e dell’eunuco Dionisio. All’avvicinarsi della flotta romana, costoro riuscirono a riparare su un’isola nei pressi di Lemno, probabilmente Chryse – dove Filottete era stato morso da un serpente –, e a tirare in secco le navi. In questo modo, si tenevano fuori dalla portata di tiro dei Romani, e Lucullo si risolse ad aggirare l’isola facendo sbarcare un contingente di fanti sul lato opposto; la pressione di questi ultimi spinse gli avversari a imbarcarsi nuovamente, solo per vedersi precluso il mare aperto dalla flotta capitolina. Finì che i Pontici furono massacrati dal tiro concentrico da terra e dal mare, Mario giustiziato, Dionisio ed Alessandro scovati in una grotta e riservati per il trionfo (ma l’eunuco si uccise col veleno).

Le gratificazioni di Cizico e queste vittorie navali incrementarono, e di molto, la fiducia in se stesso del comandante romano, al punto da indurlo a rifiutare uno stanziamento di diciotto milioni di denari e l’invio di una flotta da parte del Senato: una decisione che non si spiega se non con la sua volontà di fugare ogni dubbio sulle difficoltà di sconfiggere una volta per tutte Mitridate, dimostrando di avere la situazione sotto controllo. Ma per quanto disastrosi fossero gli esiti delle sue imprese, il re se la cavava sempre; sfuggì per un pelo a Lucullo in Bitinia, e raggiunse il Ponto valendosi di un passaggio su una bireme dei pirati, dopo che un’altra tempesta gli aveva inflitto più perdite di quelle propinategli dai Romani.

 

Banchetto funebre. Stele funeraria di Matricone, figlio di Promatione, marmo, I sec. a.C. ca. da Calcedone. Istanbul, Arkeoloji Müzesi.

 

Il rifiuto di rinforzi da parte del proconsole appare tanto più ingiustificato ove si consideri che nessuno, a Roma, voleva un’altra pace negoziata come quella stipulata da Silla, e lo stesso Lucullo era sempre più solleticato dalle prospettive che si aprivano all’artefice di un’eventuale espansione romana verso Oriente. Non a caso, la sua mossa successiva fu l’invasione del Ponto e l’inseguimento di Mitridate, mentre Cotta puntava su Eraclea e il luogotenente Triario si occupava della flotta di collegamento con la Spagna. Sulle prime, si trattò di una marcia dura, tra le devastazioni della Bitinia, che obbligò il condottiero a valersi dell’apporto di 30.000 Galati come portatori di frumento; poi con la buona stagione, nel corso del 72 a.C., una volta entrati in territori non vessati dalla guerra, oltre l’Halys, i Romani reperirono ogni ben di dio: bovini, suini e schiavi si trovarono in abbondanza, al punto che, «delle altre prede, i soldati non sapevano cosa farne, anzi alcuni le abbandonavano, altri le lasciavano deperire; infatti, avendone tutti una grande quantità, non vi era possibilità di venderle a nessuno»[15].

Tuttavia i legionari trovarono il modo di lamentarsi con il loro comandante, che tendeva ad accordarsi con le città che incontrava lungo il tragitto, limitandosi a devastarne il territorio circostante, invece di espugnarle con la forza e gratificare così i suoi soldati del conseguente bottino. E tanto fecero, i soldati, che Lucullo dovette rinunciare al suo proposito di economizzare forze e risorse e concesse loro l’assedio di due centri importanti, Amiso, residenza reale, e Temiscira, sul Termodonte, nel pieno del territorio che, secondo gli antichi, aveva ospitato il regno delle Amazzoni, da una delle quali la città aveva preso il nome. Sfortunatamente per i Romani, dalle donne guerriere gli abitanti di Temiscira avevano ereditato la combattività, e l’esercito di Lucullo s’impelagò in un assedio dalle difficoltà inopinate. Secondo quanto riferisce Appiano,

 

I soldati che fronteggiavano Temiscira fecero avanzare torri contro il nemico, crearono dei terrapieni e scavarono gallerie così grandi che sotto terra ci furono scontri massicci. I Temisciri dall’alto scavarono condotti contro i Romani, e contro i lavoratori gettavano orsi e altre fiere e sciami d’api[16].

 

Nel complesso, comunque, la marcia era più lenta del lecito, e in seguito varrà a Lucullo una serie di accuse di aver favorito il nemico per prolungare la guerra e, quindi, il proprio comando. Allora, il proconsole così ribatteva alle lamentele dei soldati:

 

Proprio questo – rispondeva – io voglio e cerco di ottenere indugiando, che Mitridate ridiventi grande e raccolga forze in grado di combattere, in modo che allora ci attenda a battaglia e non fugga più al nostro avanzare. Non vedete che ha alle spalle una regione immensa e deserta? E vicino si erge la catena del Caucaso, con montagne altissime e gole profonde, sufficienti a nascondere non uno ma diecimila re che vogliano evitare il combattimento[17].

 

C’era poi la questione dell’Armenia. Vi regnava un tizio, Tigrane, che si faceva chiamare “re dei re”, per aver espanso il proprio regno, al suo avvento al trono poco più che minuscolo, inglobando Cilicia, Fenicia, Siria e sottraendo ai ben più potenti Parti ampi settori come la Mesopotamia settentrionale e l’Atropatene; per giunta, aveva sposato la figlia di Mitridate e, se questi si fosse trovato in forti difficoltà, riteneva Lucullo, avrebbe finito per tirarsi dietro anche il genero, costringendo i Romani ad affrontare una pericolosa coalizione. Insomma, Lucullo procedeva nella sua guerra, ma senza fare arrabbiare troppo il suo avversario, che intanto si era fermato a Cabira, nell’Armenia minore a nord del Lico, dove aveva radunato l’ennesimo esercito, composto da 40.000 fanti e 4.000 cavalieri, al comando dei suoi generali Tassile e Diofanto. Era venuto il momento dello scontro campale, e Lucullo lasciò Licinio Murena, figlio del luogotenente di Silla, a continuare l’assedio ad Amiso, muovendo con tre legioni alla volta del Lico attraverso le montagne, continuamente spiato dalle postazioni avanzate del re, che comunicavano con le retrovie mediante l’accensione di fuochi.

 

Scuola di Bryaxis o di Timoteo, Amazzonomachia. Bassorilievo, marmo pentelico, metà IV sec. a.C. ca. da un fregio funerario. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

Con la sua netta superiorità nella cavalleria, Mitridate cercò subito lo scontro in pianura e, dopo un primo combattimento nel quale i cavalieri romani ebbero la peggio, Lucullo si guardò bene dall’accettarne altri, puntando piuttosto ad aggirare lo sbarramento montano che si ergeva davanti a lui. Ci riuscì con l’aiuto di una guida locale, guadagnando una solida posizione in alto – «da cui se voleva combattere poteva raggiungere il nemico e se preferiva starsene tranquillo gli era possibile rimanere al coperto da un attacco»[18] –, che aveva l’unico e non indifferente neo di permettere a Mitridate di tagliare ai Romani le vie di comunicazione con la Cappadocia. Seguirono giornate piuttosto dense di avvenimenti, con varie scaramucce, durante le quali il comandante capitolino inflisse umilianti punizioni ai soldati che si erano resi responsabili di fughe durante gli scontri. Ci fu anche un tentativo di assassinarlo da parte di un sicario che aveva finto di aver litigato con il re per poter essere ricevuto dal proconsole in privato; ma l’attendente di quest’ultimo impedì all’assassino di entrare nella tenda del comandante, per il solo fatto che questi stava dormendo: come asserisce Plutarco, il sonno, che ha ucciso molti generali, salvò Lucullo. Infine, la situazione di stallo fu decisa da uno dei contingenti incaricati di assicurare i rifornimenti con la Cappadocia, comandato da tale Adriano, che secondo le fonti sterminò praticamente fino all’ultimo uomo le forze mandategli contro da Mitridate, 2.000 cavalieri e 4.000 fanti al comando di Menemaco e Mirone.

Conoscendo la facilità allo scoramento dei propri improvvisati soldati, il re cercò di non dar peso al disastro, ma Adriano lo servì a puntino sfilando davanti al suo accampamento ed ostentando sia il grano che i nemici non erano riusciti a sottrargli sia il bottino guadagnato dallo scontro; come previsto, ciò gettò nel panico più completo l’esercito pontico, che si diede ad una fuga caotica nella quale trovò la morte il generale Dorilao, sconfitto ad Orcomeno da Silla, e fu travolto lo stesso sovrano, che faticò a trovare un cavallo. Il re riuscì a sottrarsi all’inseguimento dei Romani solo perché uno dei suoi muli addetti al trasporto dell’oro finì nelle loro mani, e costoro si fermarono a lungo per disputarsi il prezioso carico. Finì per riparare dal genero, dando ordine di far uccidere tutte le sue mogli e sorelle, che vivevano a Farnacia, prima che cadessero nelle mani dei nemici.

Lucullo si spinse nell’inseguimento del re fino a Taularia, sulla riva settentrionale del Lico, dove Mitridate aveva stipato parte dei suoi tesori, e poi se ne tornò indietro fino ad Amiso, che ancora resisteva, mietendo qualche conquista lungo la via, nella cosiddetta Armenia Minore e dalle parti di Temiscira. Ad Amiso il greco Callimaco svolgeva lo stesso ruolo che era stato di Archimede a Siracusa un secolo e mezzo prima, e i Romani si trovarono a mal partito davanti alle sue macchine belliche. Il condottiero riuscì infine a sorprenderlo promuovendo un attacco nell’ora che abitualmente assegnava al riposo dei suoi soldati, e ciò gli valse la conquista di un tratto di mura, alla quale seguì la fuga dello stesso comandante; questi, però, non intendeva far fare bottino ai Romani, e se ne andò appiccando ovunque il fuoco, che i legionari non si curarono di spegnere, affannandosi invece nel saccheggiare quanto più possibile prima che l’incendio distruggesse tutto. Si dice che Lucullo deprecò la propria sorte, che non gli aveva consentito di emulare Silla, il quale aveva conquistato Atene senza distruggerla, e si dedicò alla ricostruzione della città.

Seguì un periodo di tregua tra il 71 e il 70 a.C., durante il quale il proconsole, stabilitosi ad Efeso, attese che il suo inviato presso Tigrane, il cognato Appio Claudio Pulcro, gli guadagnasse la consegna di Mitridate; nel frattempo, concentrò la propria attenzione all’amministrazione della provincia, che senza il suo occhio vigile era divenuta preda di veri e propri estorsori, i quali riducevano in schiavitù quanti si erano rivolti a loro per farsi prestare i soldi dei tributi, senza riuscire a restituire il denaro, a causa degli altissimi tassi d’interesse. «Ma ciò che avveniva prima – riporta Plutarco – era ancora peggiore, perché venivano torturati con tratti di corda, aculei e cavalletti, d’estate esposti ai raggi del sole, e d’inverno immersi nel fango o nel ghiaccio: così la schiavitù finiva per apparire loro come una liberazione, un beneficio»[19]. L’imposizione, da parte del governatore, di tassi che non superassero il 12% annuo, e la sua volontà di conservare ai debitori una gran parte del loro reddito, gli guadagnò la gratitudine delle popolazioni – gratificate anche di ludi, feste, gare atletiche e competizioni gladiatorie –, meno utile, in verità, dell’ostilità che montò nei suoi confronti a Roma tra quanti erano legati ai “capitalisti” che speculavano in Oriente.

 

Battaglia di Tigranocerta, 69 a.C..

 

Tigrane e l’invasione dell’Armenia

 

La stasi bellica finì quando Appio Claudio tornò dal suo comandante senza buone notizie. Tigrane aveva un’alta concezione di sé, tanto da tenersi sempre accanto come attendenti ben quattro re, che gli correvano davanti a piedi quando lui andava a cavallo e lo circondavano quando era sul trono; sebbene detestasse Mitridate, tanto da costringerlo ad una lunga anticamera prima di accordarsi con lui, si era risentito della sicumera dell’inviato romano e del fatto che Lucullo, nella sua lettera, lo avesse chiamato solo “re” e non “re dei re”, e aveva rifiutato la consegna del suocero. Il condottiero non se l’aspettava proprio, a quanto pare: «si domandò con meraviglia – afferma Plutarco – come mai l’Armeno, se aveva intenzione di attaccare i Romani, non avesse cercato la collaborazione di Mitridate, quando questi era al colmo della sua potenza, unendo le sue truppe a quelle ancora forti del re invece di lasciarlo a logorarsi, e cominciasse la guerra non con così esili speranze di successo, affiancandosi a chi non era più nemmeno capace di reggersi in piedi»[20]. Era tempo di riprendere a combattere, e Lucullo partì nuovamente alla volta del Ponto, assalendo la città natale del re, Sinope, difesa da una guarnigione di Cilici che opprimeva la popolazione greca. I difensori che non si erano dati alla fuga furono massacrati e la popolazione trattata con i guanti bianchi, per assicurarsi le retrovie sicure – perfino il figlio di Mitridate, Macarete, si propose come alleato – in vista dell’invasione dell’Armenia, cui il proconsole diede avvio all’inizio del 69, in piena stagione invernale, con due legioni e 500 cavalieri. L’impresa non era guardata con favore praticamente da nessuno:

 

Sembrava a tutti un pazzo temerario poiché voleva gettarsi, senza prospettive di salvezza, in mezzo a popoli bellicosi che disponevano di una cavalleria di decine di migliaia di unità, in un paese vasto, attraversato da fiumi profondi, cinto da monti sempre coperti di neve. Perciò i suoi soldati, già poco disciplinati, lo seguivano malvolentieri, pronti a ribellarsi. A Roma i demagoghi della plebe sbraitavano accusando pubblicamente Lucullo di passare di guerra in guerra, senza alcun vantaggio per la città, al solo scopo di non deporre più le insegne del comando e di continuare ad arricchirsi sui rischi della comunità, e col tempo costoro riuscirono nel loro intento[21].

 

Il passaggio dell’Eufrate, che sancì l’inizio della campagna, avvenne sotto i migliori auspici, rivelandosi più facile del previsto perché, nonostante il fiume fosse in piena e ciò presupponesse la costruzione di un ponte di barche, il suo livello scese improvvisamente – come se si volesse prostrare davanti a un essere superiore, secondo quanto interpretarono gli abitanti del luogo – permettendo il passaggio delle truppe. Ai soldati non fu consentito né il saccheggio delle campagne né l’assedio delle città – «avanzava chiedendo ai barbari solo ciò che era necessario», afferma Appiano[22] –, durante il cammino fino alla catena del Tauro, alla quale i Romani arrivarono senza che Tigrane avesse l’idea dell’avanzata nemica. Pare che, dopo aver visto rotolare la testa del primo malcapitato disfattista che era venuto ad annunciare al re l’avvicinamento di Lucullo, nessun altro avesse osato tenere il sovrano armeno al corrente della marcia del proconsole, finché al successivo informatore non fu assegnato un esercito con l’ordine tassativo «di ricondurre vivo il capo romano e di schiacciare tutti gli altri». Mitrobarzane, così si chiamava il temerario, si avvicinò ai Capitolini mentre stavano allestendo l’accampamento, ma non seppe approfittarne, perché Lucullo gli mandò contro il proprio luogotenente Sestilio con un contingente di fanti e 1.600 cavalieri; nacque uno scontro nel quale cadde lo stesso comandante armeno, e alla sua morte seguì l’immediata dispersione delle sue forze.

 

Soldati di Mitridate VI del Ponto. Illustrazione di Á. García Pinto.

 

La sconfitta fu sufficiente ad indurre Tigrane ad abbandonare la sua capitale Tigranocerta, situata ad est del Tigri, ma solo per essere sorpreso da Murena in una strettoia tra le montagne, dove i suoi uomini, costretti a procedere quasi in fila indiana, furono uccisi o fatti prigionieri dai Romani; il re fu tra quanti riuscirono a svincolarsi, ma il suo esercito perse tutte le salmerie. La «città che Tigrane aveva fondato in onore di se stesso» divenne il successivo obiettivo dei Romani, che la posero sotto assedio. E doveva trattarsi di una roccaforte spettacolare, secondo quanto ci racconta Appiano degli allestimenti del re armeno:

 

Lì fece venire gli uomini migliori comminando la confisca di tutti i beni che essi non avessero portato con sé. Circondò la città con mura di cinquanta cubiti, ai cui piedi pose molte stalle per i cavalli; fece costruire nel sobborgo la reggia e grandi parchi, molte riserve di caccia e laghi; nei paraggi fece erigere anche una possente fortezza[23].

 

L’assedio fu avviato da Sestilio, che circondò la città e la fortezza di un fossato, accompagnato da macchine da lancio, e fece scavare gallerie per arrivare a minare le mura. Lucullo era convinto che il re, borioso ed impulsivo, non avrebbe esitato a venire in soccorso alla sua città, offrendogli battaglia campale che il proconsole cercava prima che il tempo logorasse le sue forze. In effetti, le sole esitazioni di Tigrane furono dovute ai suggerimenti di Mitridate, che gli inviava lettere su lettere per scongiurarlo di puntare piuttosto a tagliare i rifornimenti dei Romani valendosi della superiorità e della mobilità della cavalleria, e di Tassile, il generale pontico che lo stesso Mitridate aveva inviato al genero. Sulle prime, il sovrano armeno parve attenersi ai consigli del suocero, ma quando iniziarono ad affluire al suo cospetto effettivi in quantità industriale – le fonti variano da un minimo di 70.000 ad un massimo di 700.000 uomini –, tra le popolazioni che abitavano l’area tra il Golfo Persico e il Mar Caspio, egli si convinse che Mitridate volesse privarlo di una vittoria certa per pura invidia, e mosse verso i Romani senza neanche aspettare l’altro monarca, lamentandosi perfino, pare, di dover affrontare il solo Lucullo e non, diceva, i comandanti romani tutti.

D’improvviso, Lucullo si trovò stretto tra la città assediata e lo sterminato esercito del re, che si era accampato in una vasta pianura presso l’affluente del Tigri, Niceforio, per permettere alla potenza dei suoi cavalieri corazzati di sprigionare tutta la sua efficacia. «Alcuni dei suoi ufficiali consigliavano a Lucullo, che stava tenendo un consiglio di guerra sull’imminente battaglia, di rinunciare all’assedio e di muovere contro Tigrane, altri lo ammonivano di guardarsi bene dal lasciarsi alle spalle tanti nemici. Egli rispose che, preso separatamente, né l’uno né l’altro consiglio era buono, ma buoni diventavano tutti e due combinati insieme»[24]. Dopo aver partecipato in prima persona alle varie fasi dell’assedio, scampando ripetutamente ai tiri degli arcieri dagli spalti o alle colate di nafta versate contro le macchine da lancio, il condottiero lasciò dunque la responsabilità del blocco alla città a Murena, cui diede 16.000 uomini, e se ne portò dietro 14.000, suddivisi in 10.000 fanti, mille arcieri e frombolieri, 3.000 cavalieri. Quando il suo misero esercito apparve al re, che secondo Livio disponeva di forze venti volte superiori, questi ingaggiò una gara di battute canzonatorie con i suoi generali, vincendola con la celebre frase: «se vengono come ambasciatori sono molti, se invece vengono come combattenti, pochi!». Né la protervia venne meno all’alba del giorno seguente, quando vide i legionari marciare lungo il fiume che divideva i due schieramenti, quello armeno a oriente, quello romano a occidente.

Poiché Lucullo stava puntando verso un tratto guadabile situato in corrispondenza di un punto in cui il corso d’acqua curvava a gomito, parve a Tigrane che i Romani, seguendone l’andamento, marciassero verso ovest, ovvero che si ritirassero. Ma Tassile gli fece notare che «quegli uomini, quando sono in marcia, non usano indossare vesti smaglianti e portare gli scudi ben lucidati e gli elmetti scoperti, come ora che hanno tolto le armi dai foderi di cuoio; quel luccichio significa che essi si accingono a combattere e che stanno marciando contro il nemico»[25].

Solo allora Tigrane si svegliò dal suo torpore e, mentre i primi legionari si accingevano a guadare il fiume, diede ai propri generali l’ordine di schierarsi a battaglia, mantenendo per sé il centro, affidando l’ala sinistra al re degli Adiabeni, e la destra, resa più potente dalla presenza dei cavalieri catafratti, «come murati nelle loro armature», al re dei Medi. Che fosse il 6 ottobre ce lo fa capire il riferimento che Plutarco fa alle perplessità dei comandanti romani, che avrebbero preferito differire l’attacco ad un altro giorno che non fosse l’infausto anniversario del massacro di Arausio, dove mezzo secolo prima decine di migliaia di capitolini avevano trovato la morte per mano dei Cimbri; dicendosi convinto di poter rendere fausto anche quel giorno, Lucullo passò il fiume e marciò alla volta del nemico: «indossava una splendente corazza d’acciaio a squame ed un mantello a frange, e roteando in mano la spada nuda faceva segno di attaccare subito i nemici, forniti di archi a lunga gittata, per eliminare, avanzando velocemente, la distanza utile al lancio»[26].

 

Tigrane II d’Armenia. Tetradramma, Tigranocerta 80-68 a.C. c., AR 15, 31 gr. Recto: Busto diademato e drappeggiato del sovrano; la tiara è decorata con una stella fra due aquile.

 

Il racconto della battaglia differisce alquanto in Plutarco e Appiano, tanto da renderli difficilmente conciliabili; proveremo a seguire il primo, che sembra più informato. A mettere paura ai Romani erano soprattutto i catafratti. Costoro attendevano i nemici schierati su un pianoro che costituiva la sommità di un’altura; ma l’ascesa non presentava grandi difficoltà, e il comandante capitolino, mentre conduceva all’attacco un migliaio di uomini, ordinò alla sua cavalleria di Traci e Galati di aggirare gli avversari sui fianchi e di mettere fuori uso le lunghe lance dei cavalieri corazzati, senza le quali essi non avrebbero potuto né offendere né difendersi. I suoi uomini, nel frattempo, giunti a contatto con i temuti cavalieri, ebbero l’ordine di concentrarsi sugli stinchi e sulle cosce, laddove non arrivava l’armatura. Per la cronaca, Appiano afferma invece che i cavalieri romani attirarono in avanti i nemici simulando una ritirata, e Lucullo, appostatosi con la fanteria alle spalle degli avversari con una manovra nascosta di aggiramento, li sorprese mentre erano sparpagliati su un ampio fronte all’inseguimento dei fuggitivi. In ogni caso, subito il panico si diffuse tra le file armene, e quegli ammassi di ferraglia fecero precipitosamente marcia indietro finendo addosso alla propria fanteria, scompaginandone i ranghi, «così che tutte quelle decine di migliaia di uomini furono sconfitti senza che si vedesse una sola ferita, senza far scorrere una goccia di sangue»[27].

Seguì un massacro dei fuggitivi, tanto più efficace in quanto Lucullo aveva proibito ai soldati di fermarsi a far bottino, «cosicché i Romani passarono accanto a bracciali e collane ammazzando, finché non calò la notte»[28]; pare che le vittime dell’esercito armeno siano ammontate a 100.000 anime, mentre i Romani ebbero solo un centinaio di feriti e cinque morti, tanto che essi stessi «si vergognavano e si deridevano a vicenda per aver dovuto usare le armi contro simili schiavi». Il re se la cavò fuggendo immediatamente dopo la collisione dei due eserciti, liberandosi della corona che pose piangendo sul capo del figlio, il quale la diede a sua volta a uno schiavo, che finì nelle mani di Lucullo.

Dal canto suo Mitridate, che aveva imparato a sue spese quanto cauto e prudente fosse Lucullo, non si era affrettato a venire in soccorso al genero, convinto che la battaglia non avesse ancora avuto luogo. Fu con grande stupore, pertanto, che trovò lungo il cammino soldati feriti e disarmati, prima di scovare Tigrane, derelitto e senza alcun milite intorno; una volta insieme, i due sovrani ripresero a fare ciò che avevano fatto ripetutamente fino ad allora: ovvero arruolare nuovi soldati. Per Lucullo, intanto, era un gioco da ragazzi espugnare Tigranocerta, grazie anche alla ribellione dei mercenari greci, che sgominarono i commilitoni di altra etnia e permisero ai Romani di valicare le mura. Il tesoro di Tigrane che il condottiero vi trovò fu sufficiente a sovvenzionarlo per il resto della guerra senza gravare sulle finanze dello Stato, e ad arricchirlo tanto da permettergli in vecchiaia quello stile sontuoso per cui sarebbe divenuto famoso più che per le sue imprese militari; ce ne fu anche per i soldati, d’altronde, cui fu permesso di saccheggiare a piacimento, gratificandoli pure con quasi un migliaio di dracme ciascuno, che costituivano il bottino della battaglia.

 

Regno di Armenia, 64 a.C. ca.

 

Dietro l’angolo, ora, c’era il terzo grande regno mediorientale, quello dei Parti, che avrebbe costituito la spina nel fianco per Roma nei tre secoli a venire. Ci furono dei contatti diplomatici tra Lucullo e il loro sovrano Arsace, per stipulare un’alleanza, ma pare che non se ne fece nulla. Anzi, sembra che il proconsole avesse intenzione di attaccare anche la Partia, ma che i soldati, provati dalla lunga serie di campagne, si siano opposti; così, il condottiero si risolse a proseguire l’impresa armena, che d’altronde era ben lungi dall’essere conclusa. La marcia riprese nell’anno 68 a.C., oltre il Tauro, dove la carenza di grano, non ancora maturo, fu compensata dal saccheggio dei villaggi stipati di viveri per Tigrane il quale, dal canto suo, piuttosto scoraggiato, aveva delegato il comando e l’allestimento di un nuovo esercito al suocero; questi aveva arruolato in fretta e furia tutti gli Armeni atti alle armi, per scegliere poi i migliori 70.000 fanti e 35.000 cavalieri e farli istruire dai suoi soldati. Sulle prime, l’intento di Lucullo era di costringere
il re a una nuova, decisiva battaglia campale; ma poi, visto che al di là di alcune scaramucce con alcuni reparti armeni i Romani non riuscivano ad andare, il proconsole decise di puntare sull’altra, più antica capitale del regno, Artassata, che si diceva fondata da Annibale ai tempi in cui era consigliere di Antioco III di Siria.

Fu allora che Tigrane, che ad Artassata aveva tutta la sua famiglia, si risolse a fermarlo, attestandosi con le truppe che era riuscito a racimolare sul fiume Arsania, l’affluente più orientale dell’Eufrate. Il suo nuovo esercito era dotato di una cospicua cavalleria, nella quale spiccavano gli abilissimi arcieri nomadi, del popolo dei Mardi, e i lancieri iberi, una popolazione del Caucaso meridionale che godeva fama di grande coraggio. Lucullo aveva ormai all’attivo diverse vittorie contro quei due re tronfi e vanesi, e fin dall’inizio non ebbe dubbi sull’esito della battaglia. Schierò dodici coorti oltre il fiume, sulla sponda settentrionale occupata dagli Armeni, disponendo in una lunga linea gli altri legionari, per evitare di essere accerchiato.

Ogni fonte fornisce un resoconto della battaglia diverso dagli altri, o forse racconta una battaglia diversa. Pare che ci sia stato un primo impatto tra cavalleria romana ed Iberi, con questi ultimi in rotta quasi subito. Mentre la cavalleria romana si dava al loro inseguimento, Tigrane lanciò contro lo schieramento capitolino il resto della sua cavalleria, che compì una serie di assalti senza riuscire a sfondare, a causa del pronto intervento della fanteria a supporto dei settori sottoposti a pressione. Tuttavia, ogni volta che indietreggiavano, i Mardi infliggevano più danni di quanti ne subissero, grazie alla loro abilità di tiratori: «le ferite erano dolorose e di difficile guarigione: essi usavano frecce a doppia punta, adattate in modo tale da procurare una morte immediata, sia che rimanessero confitte nelle carni, sia che venissero estratte: infatti la seconda punta, essendo di ferro e non fornendo alcun appiglio all’estrazione, rimaneva confitta»[29]. Lucullo fu sufficientemente pronto a richiamare indietro i suoi cavalieri e ad ordinar loro di attaccare la guardia del corpo del re, costituita da Atropateni. Anche costoro si diedero alla fuga, cui seguì quella di tutto l’esercito, coronata da un inseguimento dei capitolini che durò tutta la notte, «finché i Romani si stancarono non solo di uccidere, ma anche di far prigionieri e portar via ricchezze e bottino di ogni genere»[30]. La via per la “Cartagine armena” pareva aperta. Si era a settembre, e nulla lasciava presagire ciò che sarebbe successo.

Infatti,

 

Sopraggiunsero violente bufere, gran parte del territorio si coprì di neve, e poi, tornato il sereno, subentrarono gelo e brinate; perciò i cavalli trovarono difficoltà ad abbeverarsi e ad attraversare guadi perché rischiavano di tagliarsi i garretti con la crosta di ghiaccio che si rompeva. Inoltre la maggior parte del territorio era coperta di boschi, tagliata da gole strette ed infestate di paludi: così i soldati erano continuamente bagnati; durante le marce si inzuppavano di neve e la notte dovevano accamparsi su un terreno molle. Per pochi giorni dopo la battaglia essi seguirono il loro generale, poi cominciarono ad opporsi[31].

 

Di fronte alla prospettiva di un ammutinamento, Lucullo fu costretto a riportare indietro le sue truppe, che una volta ad ovest del Tauro, presero la via per la Migdonia, fertile regione della Mesopotamia nella quale campeggiava la città di Nisibi, dove il fratello del re, Gura, custodiva altri immensi tesori. Si imponeva un assedio, anche se, sfortunatamente, si scoprì che a capo delle difese c’era quello stesso Callimaco che aveva fatto vedere i sorci verdi ai Romani ad Amiso; per giunta, in questa circostanza egli si poteva valere di una doppia cinta di mura con in mezzo un fossato, che costituiva un baluardo pressoché invalicabile. Anche se Plutarco afferma che la città cadde subito, fonti apparentemente più informate, come Cassio Dione, ci riferiscono che l’impresa durò fino all’inverno. Pare che nel corso di una notte tempestosa, approfittando della scarsa sorveglianza degli Armeni, Lucullo abbia ordinato un attacco in più punti al muro esterno; avuta ragione dei pochi difensori, i Romani avrebbero quindi avuto la possibilità di colmare il fossato e quindi di passare al secondo muro, ancor più scarsamente difeso. Una volta in città, il condottiero trattò la resa con Gura, che si era asserragliato nella rocca, e vi svernò, usando intransigenza solo nei confronti di Callimaco,
che mise in ceppi «per fargli pagare il fio del fuoco che aveva appiccato ad Amiso, distruggendo la città e togliendo a lui la possibilità e la gloria di mostrare ai Greci la sua generosità»[32].

 

Anahit. Testa, bronzo, IV sec. a.C. ca., da Erez (Armenia).

 

Un esito deludente

Ma il vento stava cambiando, soprattutto per l’esasperazione dei soldati, alcuni dei quali, in servizio da sedici anni, avevano superato la durata massima della ferma, ma anche per l’incapacità, da parte di Lucullo, di guadagnarsi le loro simpatie e il loro favore.

 

Fino a quel momento la fortuna aveva seguito Lucullo e, per così dire, combattuto al suo fianco; da allora in avanti, però, quasi che il vento favorevole fosse venuto meno, egli dovette affrontare tutto forzatamente, e fu ostacolato da ogni parte. Sebbene continuasse a mostrare il coraggio e la magnanimità di un grande generale, le sue azioni non ottennero più né fama né favore, anzi poco mancò che per le sventure che gli capitarono non perdesse anche la gloria già conquistata[33].

 

Spocchioso con gli avversari politici o con gli esponenti di altre classi sociali, il condottiero non era meno altezzoso nei confronti dei suoi uomini, «considerando come una diminuzione di prestigio e di autorità qualsiasi concessione fatta ai soldati per compiacerli». Da quando era giunto in Asia, i legionari non avevano passato un solo inverno tra quattro mura, ma sempre sotto una tenda, in marcia o davanti ad una città assediata; a Roma, poi, lo accusavano di prolungare la guerra con il solo intento di arricchirsi: «non gli bastava – dicevano – aver conquistato la Cilicia, l’Asia, la Bitinia, la Paflagonia, la Galazia, il Ponto e l’Armenia fino al fiume Fasi, ora saccheggiava la reggia di Tigrane, come se fosse stato mandato a spogliare e non a vincere il re»[34].

Sul malcontento dei soldati fece leva suo cognato Publio Clodio, facinoroso sobillatore, “ribelle per natura”, secondo Cassio Dione, tra i più pervicaci della storia di Roma, il quale si sentiva defraudato di comandi che riteneva di meritare, e che usò tutto il suo eloquio per convincere i soldati che non valeva più la pena seguire Lucullo. Anche a Roma, da tempo, si invocava un avvicendamento del comando, tanto che nel dicembre del 68, il tribuno della plebe Aulo Gabinio riuscì a far approvare la lex Gabinia, per la quale le province di Bitinia e Ponto furono assegnate ad Acilio Glabrione; pertanto, i legionari si predisposero a svernare senza alcuna intenzione di combattere ancora – nonostante Mitridate stesse recuperando i territori persi nel Ponto –, «aspettando che da un giorno all’altro arrivasse Pompeo o qualche altro comandante a sostituire Lucullo»[35].

A dire il vero, una serie di sconfitte subite nel Ponto dai luogotenenti del proconsole permisero a Lucullo di convincere i soldati a seguirlo; ma il condottiero non arrivò in tempo per impedire la disfatta di Valerio Triario, che perse ben 7.000 uomini, 150 centurioni e 24 tribuni in una sola battaglia, nella quale lo stesso Mitridate per poco, a causa di un’emorragia per una ferita alla coscia, non ci rimise la vita. Al comandante romano non rimase che intraprendere una nuova marcia contro Tigrane, per impedirgli un ricongiungimento con le truppe pontiche; ma almeno quelli che erano stati con Fimbria, ovvero quelli in servizio da più tempo, si rifiutarono di procedere, «dicendogli che erano già stati congedati con tanto di decreto e che lui, Lucullo, non poteva più dare ordini, perché le province erano state assegnate ad altri».

 

Non vi fu nulla, anche di indecoroso, che Lucullo non lasciasse intentato. Andò tenda per tenda con aria dimessa e con occhi pieni di lacrime a parlare ai soldati uno ad uno, prendendone alcuni perfino per mano; ma essi respinsero le loro dimostrazioni d’affetto, gettandogli ai piedi i portamonete vuoti e gli ingiunsero di combattere da solo contro quei nemici contro i quali lui solo si arricchiva[36].

 

I suoi sforzi valsero a poco. I cosiddetti “fimbriani” decisero di rimanere fino all’estate del 67, ma senza combattere, a meno che non venissero attaccati. Fu un ben triste epilogo per un condottiero che aveva dato tante valide prove di sé: Lucullo, «li tenne con sé, senza costringerli ad agire, senza più condurli a combattere, accontentandosi solo che non se ne andassero, lasciando che Tigrane scorrazzasse per la Cappadocia e Mitridate ricominciasse a riempirsi d’orgoglio, quel Mitridate che nella sua lettera al Senato diceva di aver debellato definitivamente[37]». Quando arrivò la commissione di dieci uomini, da lui richiesta per dare una sistemazione amministrativa, secondo la consuetudine, ai paesi conquistati, costoro constatarono non solo che quelle regioni erano ben lungi dall’essere un saldo possesso romano, ma anche che «Lucullo non era neanche padrone di se stesso, anzi veniva deriso ed insultato dai suoi stessi soldati[38]». Subito dopo i legionari con la ferma scaduta se ne andarono e, pochi mesi dopo, reduce da due trionfi, a furor di popolo Pompeo era in Asia, pronto a rilevare il comando della guerra contro Mitridate e il governo delle province di Bitinia, Asia e Cilicia.

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

L’incontro per le consegne tra i due comandanti viene descritto da diverse fonti e, sebbene i due rimanessero in discreti rapporti negli anni successivi, si trattò di un episodio denso di tensione, recriminazioni, perfino insulti, anche perché i personaggi facilmente si prestavano ad accuse di venalità l’uno, di ambizione l’altro: anzi, per dirla con Velleio Patercolo, «nessuno dei due poteva essere imputato di mendacio dall’altro dal quale era accusato»[39]. Comunque, poiché Pompeo deliberò che tutti i soldati passassero al suo servizio, pena la confisca dei beni, alla fine dell’incontro Lucullo si ritrovò con soli 1.600 uomini – presumibilmente i più poveri, che non avevano nulla da perdere, come afferma Appiano – da portare con sé a Roma per il trionfo: «a tal punto – afferma Plutarco – Lucullo mancava, o per la sua stessa indole o per cattiva sorte, del primo e più grande requisito di un generale, la capacità di farsi amare dai soldati»[40].

Né maggiori simpatie il generale seppe riscuotere a Roma, se non tra l’aristocrazia, poiché dovette attendere ben tre anni dal suo arrivo in città nell’estate del 66 a.C., per celebrare il trionfo, cui molti si opponevano accusandolo, sostanzialmente, di aver provocato un mucchio di guerre senza averne conclusa una. E non si tratta di un’accusa del tutto priva di fondamento; solitamente, a Roma i trionfi si concedevano a chi avesse concluso vittoriosamente una guerra, non a chi lasciava a qualcun altro l’opera incompiuta – sebbene ragioni di opportunità politica, come nel caso di Metello nella guerra giugurtina, talvolta giustificassero il contrario. Non v’è dubbio che Lucullo avesse concluso la sua lunga campagna «in maniera incerta e non decisiva»[41], come afferma Appiano; tuttavia, aveva dimostrato di essere un grande e valoroso generale, come attesta Plutarco:

 

I più grandi generali romani lodarono moltissimo Lucullo per essere riuscito a sgominare i due re più famoso e potenti con due tattiche opposte: la rapidità e la lentezza; infatti con una strategia dilatoria e di logoramento fiaccò Mitridate quando era al colmo delle sue forze, e con azioni rapidissime sgominò Tigrane. Insomma, egli fu tra i pochi comandanti di tutti i tempi che usarono l’indugio nell’agire e l’audacia nel difendersi[42].

 

Ma ciò non bastava per portare a Roma quelle conquiste che da tempo costituivano il fondamento stesso della sua politica. Serviva anche essere, e soprattutto a quei tempi, un grande comandante, per creare nei soldati quella coesione, quella sinergia necessarie per condurre in porto qualsiasi impresa d’ampio respiro;

 

egli pretendeva troppo da loro, era inavvicinabile, severo nell’assegnazione dei servizi, implacabile nel punire; non sapeva convincere le persone con la persuasione, né guadagnarsele con la clemenza, né trarle a sé con le onorificenze o col denaro: cose necessarie in tutti i casi e specialmente quando si ha a che fare con una moltitudine di uomini, e per giunta con una moltitudine armata. Per questo i soldati, finché le cose andarono bene e poterono far bottino che compensasse i pericoli, gli ubbidirono; quando però vennero le sconfitte e sentirono la paura al posto delle speranze, non si curarono più di lui. La prova si ha nel fatto che Pompeo, messo alla testa di questi stessi uomini, non ebbe a notare in essi alcun segno di ribellione. Tanta è la differenza che passa tra un uomo e un altro[43].

 

Non meno carente era Lucullo come stratega, ove si consideri che, più di una volta, si addentrò in territorio nemico senza aver assunto le informazioni necessarie ad assicurarsi una marcia nella quale le difficoltà di ordine climatico e logistico fossero ridotte al minimo. L’incompletezza di Lucullo come condottiero, d’altronde, si rivelò tale anche in Lucullo come politico, allorché nell’ultimo periodo della sua esistenza, quando il partito aristocratico contava su di lui come campione contro l’intraprendenza del ceto equestre e lo strapotere di Pompeo, egli preferì ritirarsi a vita privata e farsi notare, piuttosto, per il modo ostentato in cui si godeva le sue immense ricchezze.

Ad ogni modo, il trionfo ci fu, nel 63 a.C., sotto il consolato del suo amico Cicerone, e anche se non fu dei più fastosi, si distinse per alcune caratteristiche peculiari degli altri cortei del genere: la ricca messe di armi e macchine da guerre nemiche esposte nel circo Flaminio, la sfilata dei cavalieri catafratti e dei carri falcati, le centodieci navi dal rostro di bronzo, una statua colossale di Mitridate con uno scudo tempestato di pietre preziose: il tutto, coronato da un banchetto cui partecipò la città intera, durante il quale furono offerte, secondo Plinio, centomila brocche di vino.

In seguito, solo «brindisi e banchetti, baldorie e fiaccolate e divertimenti di ogni sorta[44]», ma anche «la costruzione di edifici sontuosi, di ambulacri e bagni», nei sette anni che gli rimanevano da vivere, prima che una sclerosi celebrale – che qualcuno insinua gli sia stata involontariamente indotta da un liberto che gli somministrava una pozione per aumentare il suo affetto nei propri confronti – lo rendesse incapace di intendere e di volere. Non aveva vinto le guerre che aveva intrapreso, ma aveva lasciato a Pompeo il solo compito di raccogliere i frutti della sua opera, come un giocatore di calcio che dribbla gran parte della squadra avversaria servendo un pallone d’oro all’attaccante, che questi non può che mettere in porta. Infatti,

 

Tigrane e Mitridate, dopo le sconfitte subite ad opera di Lucullo, non tentarono più altre imprese. Mitridate, debole e ormai fiaccato dalle precedenti lotte, non osò neanche per una volta mostrare il suo esercito a Pompeo al di fuori del vallo e, alla fine, fuggito, riparò nel Bosforo dove morì; l’altro, Tigrane, nudo e disarmato, si gettò ai piedi di Pompeo e, toltosi dal capo il diadema, glielo gettò davanti, lusingandolo così con l’offerta di ciò che aveva già adornato il trionfo di Lucullo[45].

 

E se qualcuno ha dei dubbi sul diritto di Lucullo ad essere presente in quest’opera, sia sufficiente il consuntivo formulato nei suoi confronti da Plutarco:

 

Fu il primo dei Romani a valicare il Tauro con un esercito; di più: attraversò il Tigri, e sotto gli occhi del re espugnò ed incendiò le regge dell’Asia, Tigranocerta e Cabira, Sinope e Nibisi, conquistò nuove terre fino al Fasi, a nord, fino alla Media a est e fino al Mar Rosso a sud, grazie all’aiuto dei re arabi; annientò le forze dei re, dei quali gli mancò solo di catturare i corpi, perché quelli si rifugiavano in zone desertiche, tra foreste impervie e impraticabili[46].

 

L. Licinio Lucullo (?). Testa, marmo, seconda metà del I sec. a.C. dal tempio di Serapide, Sinope (Turchia).

 

***********************************

 

Bibliografia aggiuntiva:

Ameling W., Lucius Licinius in Chios, ZPE 77 (1989), 98-100.

Antonelli G., Lucullo, Roma 1989.

Arrayás Morales I., Destruction et restauration d’une ville pontique pendant les guerres mithridatiques : le cas de Amisos (Plut., Luc., XIX), REA 113, 2 (2011), 431-446.

Badian E., s. v. Lucullus (2), in The Oxford Classical Dictionary, Oxford, OUP, 19702, 624.

Ballesteros Pastor L., Lucio Licinio Lúculo: episodios de imitatio Alexandri, Habis 29 (1998), 77-85.

Id., Aspectos contrastantes en la tradición sobre L. Licinio Lúculo, Gerión 17 (1999), 331-343.

Bennett W.H., The Date of the Death of Lucullus, CR 22, 3 (1972), 314.

Broughton T.R.S., The Magistrates of the Roman Republic. Volume II: 99 B.C-31 B.C., New York 1952.

Couvenhes J.-C., L’armée de Mithridate VI Eupator d’après Plutarque, Vie de Lucullus, VII, 4-6, in Bru H. – Kirbihler F. – Lebreton S. (éd.), L’Asie Mineure dans l’Antiquité: échanges, populations et territoires, Rennes 2009, 415-438.

David J.M. – Dondin M., Dion Cassius XXXVI,41,1-2. Conduites symboliques et comportements exemplaires de Lucullus, Acilius Glabrio et Papirius Carbo (78 et 67 a. C.), MEfRA 92 (1980), 199-213.

Dix K.T., The Library of Lucullus, Athenaeum 88, 2 (2000), 441-464.

Eckhardt K., Die armenischen Feldzüge des Lukullus, I. Introduction. Klio 9 (1909), 400-412; II. Das Kriegsjahr 69, Klio 10 (1910), 72-115; III. Das Kriegsjahr 68, Klio 10 (1910), 192-231.

Gelzer M., s. v. Licinius (104), in RE 13 (1926), coll. 376-414.

Goukowsky P., Quelques anthroponymes romains chez Appien, in Brixhe C. (dir.), La koiné grecque antique, I : Une langue introuvable?, Nancy, Presses Universitaires de Nancy, 1993, 123-128.

Greene H.W., Plutarch, Lucullus, c. 20, CR 41, 4 (1927), 124.

Guse F., Die Feldzüge des dritten Mithradatischen Krieges in Pontos und Armenien, Klio 20 (1926), 332-343.

Hillman T.P., The Alleged Inimicitiae of Pompeius and Lucullus: 78-74, ClPh 86, 4 (1991), 315-318.

Id., When Did Lucullus Retire?, Historia 42, 2 (1993), 211-228.

Id., «Hodie apud Lucullum Pompeius cenat»: neglected history at Plutarch, «Lucullus» 41, 4-7, in Deroux C. (ed.), Studies in Latin literature and Roman history, 7, Bruxelles, Latomus, 1994, 190-201.

Jolivet V., Xerxes togatus : Lucullus en Campanie, MEfRA 99, 2 (1987), 875-904.

Jones C.P., Plutarch Lucullus 42, 3-4, Hermes 110 (1982), 254-256.

Keaveney A., Lucullus. A Life, London-New York 1992.

Konrad Chr.F., “Reges Armenii Patricios Resalutare Non Solent?”, AJPh 104, 3 (1983), 278-281.

Lavery G.B., Plutarch’s Lucullus and the Living Bond of Biography, CJ 89, 3 (1994), 261-273.

Matthews Sanford E., Roman Avarice in Asia, JNES 9, 1 (1950), 28-36.

McCracken G., The Villa and Tomb of Lucullus at Tusculum, AJA 46, 3 (1942), 325-340.

McDougall J.I., From Sulla to Pompey: the transformation of the attitude of the East towards Rome, CEA 26 (1991), 59-71.

McGing B.C., The Date of the Outbreak of the Third Mithridatic War, Phoenix 38, 1 (1984), 12-18.

Merkelbach R., Hat Der bithynische Erbfolgekrieg im Jahr 74 oder 73 begonnen?, ZPE 81 (1990), 97-100.

Mileta Chr., Die offenen Arme der Provinz: Überlegungen zur Funktion und Entwicklung der prorömischen Kultfeste der Provinz Asia (erstes Jahrhundert v. Chr.), in Rüpke J. (Hg.), Festrituale in der römischen Kaiserzeit, Tubingen, Mohr Siebeck, 2008, 89-114.

Mrozek S., Le philhellénisme de Lucius Licinius Lucullus, Filomata 1962-1963, 308-314.

Pulci Doria Breglia L., Plutarco e Tigrane II Φιλέλλην, AFLN 16 (1973-1974), 37-67.

Rice Holmes T., Tigranocerta, JRS 7 (1917), 120-138.

Schütz G., Aufklärung eines epigraphischen Missverständnisses, ZPE 104 (1994), 199-200.

Stern C.M., Lucullus und die mithridatische Offensive in der Propontis, Leipzig 1922.

Tatum W J., Lucullus and Clodius at Nisibis (Plutarch, Lucullus 33-34), Athenaeum 79 (1991),

Thomas R.F., Lucullus’ Triumphal Agnomen, AJAH 2 (1977), 172-173.

Thonemann P.J., The Date of Lucullus’ Quaestorship, ZPE 149 (2004), 80-82.

Traina G., Épisodes de la rencontre avec Rome (IIe siècle av. J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C.), I&C 3-4 (1999-2000), 59-78.

Traina G., Tigran il Grande d’Armenia e la Giudea, in Urso G. (cur.), Iudaea socia – Iudaea capta, Pisa 2012, 79-88.

Tröster M., Lucullus, his foreign «amici», and the shadow of Pompey, in Coşkun A. (Hg.), Roms auswärtige Freunde in der späten Republik und im frühen Prinzipat, Göttingen, Duehrkohp und Radicke, 2005, 91-111.

Van Ooteghem J., Lucius Licinius Lucullus, Brussels, Palais des Académies, 1959.

Villoresi M., Lucullo, Firenze 1939.

Wylie G.J., Lucullus Daemoniac, AC 63 (1994), 109-119.

 

[1] Plut. Luc. 2.

[2] Plut. Luc. 3.

[3] Ibid.

[4] Plut. Luc. 4.

[5] Cic. Academ. Prior. 2, 1-3.

[6] Plut. Luc. 7.

[7] App. Mitr. 69.

[8] Plut. Luc. 7.

[9] Plut. Luc. 8.

[10] App. Mitr. 73.

[11] App. Mitr. 74.

[12] Oros. VI 2, 14.

[13] Ibid.

[14] Oros. VI 2, 20.

[15] Plut. Luc. 14.

[16] App. Mitr. 78.

[17] Plut. Luc. 14.

[18] Plut. Luc. 15.

[19] Plut. Luc. 20.

[20] Plut. Luc. 23.

[21] Plut. Luc. 24.

[22] App. Mitr. 84.

[23] App. Mitr. 85.

[24] Plut. Luc. 27.

[25] Ibid.

[26] Plut. Luc. 28.

[27] Ibid.

[28] App. Mitr. 85.

[29] Cassio Dio XXXVI 5.

[30] Plut. Luc. 31.

[31] Plut. Luc. 32.

[32] Ibid.

[33] Plut. Luc. 33.

[34] Ibid.

[35] Plut. Luc. 34.

[36] Plut. Luc. 35.

[37] Ibid.

[38] Ibid.

[39] Vell. Paterc. II 33.

[40] Plut. Luc. 36.

[41] App. Mitr. 91.

[42] Plut. Luc. 38.

[43] Cassio Dio XXXVI 16.

[44] Plut. Luc. 39.

[45] Plut. Luc. 46.

[46] Ibid.

La «green card» dell’imperatore

di R.A. Staccioli, in Archeo. Attualità nel passato. Mensile, anno XXII, n° 11, nov. 2006, pp. 106-109.

Fante ausiliare (peregrinus). I peregrini erano volontari, privi ancora della cittadinanza romana, che si arruolavano nell’esercito come supporto tattico ai legionari regolari.

Fante ausiliare (peregrinus). I peregrini erano volontari, privi ancora della cittadinanza romana, che si arruolavano nell’esercito come supporto tattico ai legionari regolari.

Nell’antica Roma, ci volevano venticinque e più anni di «onorato servizio» perché, al momento del congedo, un «provinciale» (o peregrinus, cioè «forestiero»), arruolatosi volontariamente nell’esercito, durante l’impero, ottenesse la «cittadinanza», diventando civis Romanus. Almeno fino agli inizi del III secolo della nostra era: esattamente, fino al 212 d.C., quando Caracalla, con un suo editto, fece diventare «cittadini» tutti gli abitanti liberi dell’impero.

Straordinario documento di quell’uso sono i cosiddetti «diplomi militari», ritrovati numerosi nelle località che furono sedi, spesso secolari, di presidi e di forti lungo i confini del mondo romano: al Vallo di Adriano, in Scozia; lungo il Reno e il Danubio, in Germania, Austria, Ungheria, e nei Balcani; nel Vicino Oriente, in Egitto e in Africa settentrionale.
Ma andiamo con ordine. La procedura del congedo comportava in linea di massima – anche se non necessariamente – due momenti distinti. In un primo tempo, il comandante di una determinata unità di stanza in una qualsiasi provincia, a chi ne avesse fatto richiesta – e lo meritasse, non solo per averne maturato i tempi – rilasciava un attestato di buona condotta. Più esattamente, un «certificato di congedo onorevole» (tabula honestæ missionis).
Che non era scritto su un «foglio» di fragile papiro e nemmeno di più consistente, ma pur sempre caduca pergamena, bensì inciso su una ben più robusta e duratura «tavoletta» di bronzo. Il testo era simile a quello riportato, a titolo d’esempio, nel volume di Yann Le Bohec, L’esercito romano (NIS, Roma, 1993):

 

ILS 9060 = AE 1906, 22 = AE 1906, +171 = AE 1907, +90; Egitto, Al-Fayyum, 122 d.C. ca.

M(arco) Acilio Aviola et Pansa co(n)s(ulibus) | pridie nonas Ianuarias | T(itus) Haterius Nepos, praef(ectus) Aeg(ypti) | L(ucio) Valerio Nostro equiti | alae Vocontiorum turma | Gaviana emerito| honestam| missionem dedit. || [L(ucio) V]alerio s(upra) s(cripto) e(merito) h(onestam) m(issionem) | prid(ie) non(as).

«Sotto il consolato di Marco Acilio Aviola e di Marco Pansa, il giorno prima delle None di Gennaio, Tito Haterio Nepote, prefetto dell’Egitto, ha accordato un onorevole congedo a Lucio Valerio Nostro, cavaliere dell’ala dei Voconzi, dello squadrone di Gavio, che ha completato il suo servizio // Al suddetto Lucio Valerio, meritevole di congedo onorevole, il giorno prima delle None».

 

In un secondo tempo, poteva essere rilasciato – ma stavolta dalle autorità «centrali» e in nome dell’imperatore – il vero e proprio diploma, che, con il suo nome, derivato dal greco, allude a qualcosa di «doppio». In effetti esso consisteva in una coppia di laminette di bronzo, tenute insieme da uno o due lacci passanti attraverso fori appositamente predisposti, e chiuse a libretto. Un medesimo testo era inciso di seguito, orizzontalmente, sulle due facce interne, e quindi nascoste, di entrambe le tavolette e, in caratteri minuti sulla faccia esterna, e quindi visibile, di una delle due, in modo che l’interessato potesse averlo sempre a disposizione. Sulla faccia esterna dell’altra laminetta, invece, erano riportati i nomi dei sette testimoni che, come prescritto dalla procedura romana, avevano assistito alla «chiusura» delle laminette e all’imposizione dei sigilli, da parte dell’ufficiale incaricato delle operazioni, contro ogni possibile alterazione del testo. In caso di contestazione o controversie legali, il diploma era pronto per essere portato dinanzi a un giudice o a un funzionario abilitato, il quale, rotti i sigilli, poteva accertarsi dell’esatto tenore del documento.

Il testo dei «diplomi» era, grosso modo, sempre lo stesso, redatto secondo una forma stereotipa, adattata caso per caso, che comprendeva una decina di elementi. Nell’ordine si succedevano il nome dell’imperatore che elargiva la concessione, l’elenco delle unità militari interessate al provvedimento (che era sempre collettivo), la provincia di guarnigione e il comandante del relativo esercito, la menzione dei meriti e il genere di privilegi concessi, la data, i nomi dei beneficiari, il luogo d’affissione del decreto (che era atto pubblico).
Ma ecco un esempio di diploma (RMD 1, 6 = Chiron 1977, 291 = AE 1977, 722; Moesia Superior, Kostolac, 96 d.C. ca.), come riportato nel volume già citato:

 

Imp(erator) Caesar divi Vespasiani f(ilius) Domitianus | Augustus Germanicus pontifex maximus | tribunic(ia) potestat(e) XV imp(erator) XXII co(n)s(ul) XVII | censor perpetuus p(ater) p(atriae) | equitibus et peditibus qui militant in ala | praetoria et cohortibus decem I Lusitano|rum et I Cretum et I Montanorum et I Cili|cum et I Flavia Hispanorum milliaria | et II Flavia Commagenorum et IIII Rae|torum et V Hispanorum et VI Thracum | et VII Breucorum civium Romanorum | quae sunt in Moesia superiore sub Cn(aeo) Aemilio Cicatricula Pompeio Longino | qui quina et vicena plurave stipendia | meruerunt item dimissis honesta mis|sione emeritis stipendiis quorum | nomina subscripta sunt ipsis liberis pos|terisque eorum civitatem dedit et conubi|um cum uxoribus quas tunc habuissent cum est civitas iis data aut si caelibes es|sent cum iis quas postea duxissent dumta|xat singuli singulas; a(nte) d(iem) III Idus Iulias | T(ito) Prifernio Paeto Q(uinto) Fabio Postumino co(n)s(ulibus) | cohort(is) VI Thracum cui prae(e)st | Claudius Alpinus | pediti | Dolenti Sublusi f(ilio) Besso | et Valenti f(ilio) eius | descriptum et recognitum ex tabula | aenea quae fixa est Romae in muro | post templum divi Aug(usti) ad Minervam || Q(uinti) Aemili Soterichi | C(ai) Iuli Vitalis | Q(uinti) Pompei Homeri | P(ubli) Atimi Amerimni | P(ubli) Corneli Alexandri | L(uci) Pulli Trophimi | Q(uinti) Carrinati Quadrati.

«L’Imperatore Cesare Domiziano Augusto Germanico, figlio del Divo Vespasiano, pontefice massimo, avente potestà tribunizia per la quindicesima volta, essendo stato acclamato imperator per la ventiduesima volta ed essendo console per la diciassettesima volta, censore perpetuo e padre della patria, ai cavalieri e ai fanti che prestano servizio nell’ala praetoria e nelle dieci cohortesI Lusitanorum, I Cretum, I Montanorum, I Cilicum, I Flavia Hispanorum milliaria, II Flavia Commagenorum, III Raetorum, V Hispanorum, VI Thracum, VII Breucorum – dei cittadini romani, che si trovano in Moesia Superior[1] sotto il comando di Gneo Emilio Cicatricola Pompeo Longino e che hanno militato per venticinque anni[2] o più, come pure a quelli che hanno avuto un congedo onorevole dopo il servizio e i cui nomi sono scritti di seguito, a loro, ai loro figli e ai loro discendenti [l’imperatore] ha concesso la cittadinanza e il diritto di matrimonio con le spose che dovessero avere nel momento in cui la cittadinanza è stata loro attribuita o, per quelli che fossero celibi, con le spose che prenderanno in seguito, a condizione che ciascuno non sposi che una donna. Emesso il quarto giorno prima delle Idi di Luglio, sotto il consolato di Tito Prifernio Peto e di Quinto Fabio Postumino (= 12 luglio 96 d.C.). A Dolente Besso, figlio di Sublusio, fante della cohors VI Thracum, comandata da Claudio Alpino, e al figlio Valente; trascritto e riconosciuto conforme alla tavola di bronzo che è stata affissa a Roma, sulla parete dietro il Tempio del Divo Augusto, presso la statua di Minerva, // da Quinto Emilio Soterichio, Gaio Giulio Vitale, Quinto Pompeo Omero, Publio Atimo Amerinno, Publio Cornelio Alessandro, Lucio Pullo Trofimo e Quinto Carrinato Quadrato».

 

La frase finale è di particolare interesse, giacché c’informa che il diploma era la copia – o meglio, l’«estratto» – un documento originale esposto a Roma in un luogo pubblico: dapprima sul Campidoglio, «sulla base della statua del pretore Quinto Marcio Re, dietro il Tempio di Giove Ottimo Massimo», oppure «sul basamento dell’Altare della gens Iulia»; poi, a partire dall’anno 90, in muro post templum divi Augusti ad Minerva, come nel caso che s’è appena visto: un luogo, quest’ultimo, ai piedi del Campidoglio, più o meno corrispondente all’odierna piazza della Consolazione. Ciò significa che tutto faceva capo a Roma. Cioè che a Roma dovevano giungere, da ogni angolo dell’impero, tutte le informazioni relative ai congedi, a cominciare dagli elenchi dei soldati. Che a Roma, una volta redatto e «pubblicato» il documento ufficiale, venivano preparate anche le «copie» personalizzate. Infine, che da Roma quelle «copie» erano inviate a destinazione fino agli estremi confini dell’impero (dove infatti i diplomi – oltre un centinaio – sono stati ritrovati) per essere consegnate agli interessati, appositamente convocati.
È appena il caso di sottolineare come, per adempiere con rapida e perfetta esecuzione a tutte queste incombenze, fosse necessaria una burocrazia, centrale e periferica, estremamente ben organizzata ed efficiente (e un altrettanto organizzato ed efficiente servizio postale di corrieri a cavallo). Tutto questo dovette ripetersi per migliaia e migliaia di volte, nell’arco di almeno due secoli, visto ch’è stato calcolato come nel pieno periodo imperiale i congedati fossero ogni anno attorno ai quindicimila.

Quanto a questi, si trattava di uomini maturi ed esperti, ultraquarantenni, orgogliosi del loro passato, fiduciosi nell’avvenire, che, lasciando il servizio militare, potevano rientrare nella loro terra d’origine o andarsene da qualche altra parte (come quel marinaio della flotta del Tirreno che da Capo Miseno si trasferì nella non lontana Pompei, visto che in una di quella città fu ritrovato, nel 1874, un «decreto di congedo» emanato il 5 aprile dell’anno 71: pochi anni prima dell’eruzione!).
Ma più spesso succedeva che essi rimanessero nel luogo dove avevano lungamente militato, mettendovi casa con la famiglia che, non di rado, in quello stesso luogo, con una donna del posto, s’erano già formata e dove, magari, insieme agli altri benefici, avevano ricevuto un appezzamento di terreno, al posto della prevista «liquidazione» in denaro. Diventati così proprietari fondiari – e coltivatori diretti – i congedati incrementavano la popolazione di quei «borghi» che in genere si formavano nei pressi dei forti delle grandi unità militari alle quali i congedati stessi rimanevano in qualche modo legati, non solo sentimentalmente, ma anche concretamente – e proficuamente – con prestazioni, forniture e servizi di vario genere. Fino a che quegli stessi «borghi», anche grazie a loro, non finivano col trasformarsi in centri abitati di rilievo, molti dei quali sono stati all’origine di città tuttora esistenti, in Germania, in Inghilterra, in Spagna: da Bonn a Chester a Léon.
Non si può concludere senza osservare come la pratica del congedo – così strutturata e caratterizzata – abbia dato un contributo notevole alla romanizzazione (e all’urbanizzazione) di tante regioni periferiche dell’impero, specie in Occidente.
E come l’esercito sia stato lungamente, per il mondo romano, una sorta di «macchina di produzione di cittadini»: quasi una «riserva», inesauribile, alla quale attingere con tranquilla regolarità. E non senza garanzie di … buona riuscita.

*********************************************************************

[1] Nei Balcani, tra le odierne Serbia e Bulgaria.

[2] Lett.: che hanno meritato di ricevere venticinque anni, o più, di stipendio.