181 a.C.-2019 d.C. Aquileia

di BRIZZI G., in «Corriere della Sera – La Lettura» n. 377 (Domenica, 17 febbraio 2019), pp. 6-7.

 

Cominciano le celebrazioni per i 2.200 anni dalla fondazione della città che per un breve periodo fu insediamento celtico e subito dopo colonia latina. Un gruppo di Galli si era stabilito da queste parti perché aveva trovato la piana incolta e deserta, «inculta per solitudines», ma non aveva intenzioni bellicose. Roma, tuttavia, ancora spaventata dal ricordo di Annibale, li aveva cacciati. Da qui inizia la biografia entusiasmante di una realtà urbana.

 

Duemiladuecento anni. Tanti ne sono trascorsi da quando, nel 181 avanti Cristo, al centro della piana del Friuli, in vista delle Alpi Giulie, nacque Aquileia; ma la gestazione era cominciata cinque anni prima, ed era stata frutto del metus, della paura. Nel 186 avanti Cristo un gruppo di Galli, da oltralpe, passò nei territori dei Veneti con il proposito di insediarsi su quelle terre; e scelse, trovandola incolta e deserta (inculta per solitudines) l’area su cui sarebbe poi sorta Aquileia. Il fatto non piacque ai Romani, che, quando lo appresero, ne furono spaventati. Quel movimento pareva inserirsi in un quadro geostrategico globale: nel 188, nelle acque d’Asia Minore, era stata arsa, dopo il trattato di Apamea, l’ultima grande flotta mediterranea, quella del re di Siria, annullando la minaccia di una futura invasione via mare dell’Italia; e il 187 aveva visto nascere con la via Emilia, lungo il confine politico della penisola, l’Appennino, una linea difensiva — prefigurazione dei futuri limites dell’impero? — destinata entro pochi anni a collegare ben sei colonie militari, da Rimini a Piacenza. L’arrivo degli intrusi allarmò così un senato afflitto dalla paranoica paura postannibalica, che temette forse un pericolo più grave del reale; e, diffidando della smania revanscista del macedone Filippo V, che si diceva fosse pronto a muovere i barbari Bastarni dalle sedi balcaniche per scagliarli contro l’Italia, credette trattarsi di un’avanguardia dell’invasione.

L’area del Foro romano, Aquileia.

 

A dissipare l’incubo bastò un’ambasceria oltre le Alpi. Avendo appreso che il passaggio in Italia era stata una decisione spontanea dei nuovi venuti, il senato intimò loro di andarsene, e mosse le legioni (183 a.C.). Fu il console Marcello a distruggere il nascente insediamento celtico, etiam invito senatu secondo Plinio (Naturalis historia, III, 131). Dopo avere comunicato loro che la cerchia alpina doveva rimanere inviolata, verso i Galli si mostrò però una certa indulgenza; e li si ricondusse incolumi alle loro sedi. Si decise allora la deduzione di una nuova colonia latina; e a fondarla furono inviati i triumviri Publio Cornelio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino, ricordato in un’iscrizione aquileiese di età repubblicana. Grazie alle condizioni della regione si poterono allettare i tremila coloni (per una popolazione forse di diecimila anime in tutto) offrendo loro cospicui lotti di terra: 50 iugeri per ogni colono, 100 per i centurioni, 140 per i cavalieri.

L’origine di Aquileia è interamente romana: le terre occupate dai Celti erano inculta per solitudines e del loro insediamento, impianto provvisorio e non città, nulla sembra essere rimasto, mentre l’unico luogo che il mito classico rivendichi al Friuli più antico non è una polis, come la troiana Padova, ma la sede di un culto naturale, lo sbocco del Timavo al mare. Non distante a sua volta dall’Adriatico, in una zona paludosa lungo il fiume Natisone, a dieci anni dalla fondazione Aquileia non aveva ancora completato il circuito delle mura; tanto che Marco Cornelio Cetego, cui si deve anche la bonifica del luogo, vi dedusse nel 169 a.C. un secondo nucleo di 1.500 coloni, portando gli abitanti al numero di circa 15 mila.

 

Rito di fondazione della città. Rilievo, calcare locale. Aquileia, Museo Archeologico Nazionale.

 

Avamposto oltre il territorio degli alleati Veneti, la città è, ancora per Ausonio (Ordo Urbium Nobilium, 7), nel IV secolo, «colonia latina posta di fronte ai monti d’Illiria». Sentinella avanzata, e dunque claustrum, o base per future conquiste, Aquileia rimase poi sempre un centro strategico vitale; e partecipò a tutte le guerre contro le popolazioni locali. Difensive, dapprima: già nel 178 a.C. scoppiò un conflitto contro gli Istri, sospetti di intesa con la Macedonia. Durante l’ultima guerra macedonica, avendo progettato di propria iniziativa una spedizione verso l’Istria e l’Illirico interno, Gaio Cassio Longino ricevette un rabbuffo da parte del senato, convinto che il console dovesse agire solo a protezione di Aquileia e preoccupato all’idea che la sua iniziativa «aprisse la via verso l’Italia a tanti popoli diversi» (Livio 43, 10, 1); timore condiviso dagli aquileiesi, che proprio allora lamentarono l’incompletezza delle mura. Più marcatamente offensive furono invece le guerre condotte da Sempronio Tuditano contro gli Istri (129 a.C.) e da Emilio Scauro contro i Carni (119 a.C.).

Un diverso carattere della città richiama la sfortunata campagna di Gneo Papirio Carbone contro i Cimbri (113 a.C.). Polibio (in Strabone 4, 6, 12) ricordava che già al tempo suo era stato scoperto l’oro nel territorio dei Taurisci Norici; e in quantità tale da provocare, sembra, da parte di imprenditori italici una vera «corsa» cui pose un freno l’azione dei reguli locali. In difesa di costoro, protetti da Roma, Carbone affrontò i Germani, e ne fu sconfitto a Noreia, centro del Norico. Nello stesso passo in cui dice Aquileia «fortificata a baluardo contro i soprastanti barbari», Strabone (5, 1, 8) ne sottolinea anche il carattere di emporion, centro propulsore per una politica di penetrazione commerciale verso le regioni d’oltralpe. Favorita sia dal porto-canale navigabile che giungeva nel cuore della città, sia dall’articolata rete di vie sorte in successione e raccordate con l’Emilia e la Postumia — l’Annia o la Iulia Augusta, la Gemina o la strada per il Norico, l’asse per Emona-Ljubljana o quello per Tarsatica — la città continuò a svilupparsi.

Municipium cittadino dopo la guerra sociale, iscritta alla tribù Velina, Aquileia entrò a far parte del territorio italico dopo Filippi; e divenne il centro della X regione augustea, chiamata Venetia et Histria. Nell’inverno 59-58 a.C. Cesare vi tenne tre legioni. Augusto vi soggiornò a più riprese, al tempo delle guerre in Germania e in Pannonia; e con lui la famiglia, Tiberio, la figlia Giulia (che vi perdette l’unico figlio nato dall’unione con Tiberio) e la moglie Livia (estimatrice del Pucinum, un vino locale cui si dice attribuisse la sua longevità).

 

Mosaico con fiocco, tralci di vite ed edera. Metà I sec. a.C. Aquileia, Museo Archeologico Nazionale.

 

Con la conquista delle terre fino al Danubio l’importanza militare della città parve scemare; ma non fu che un attimo. Di qui sarebbero passati imperatori legittimi, pretendenti al trono e orde di barbari; non senza danni. Nel 69 le legioni del Danubio toccarono più volte Aquileia, facendo anche preda in città. Di qui mossero, da e per la Dacia, Domiziano e Traiano; e vi soggiornarono Marco Aurelio e Lucio Vero (morto ad Altino) quando, secondo Ammiano (39, 6, 1) la città aveva già superato grazie alle difese riattate per tempo l’assedio di Quadi e Marcomanni (mentre venne distrutta Opitergium-Oderzo). Anche Aquileia fu colpita allora dalla pestis antonina, che avrebbe fatto strage nell’impero. Nel 193 d.C. gli aquileiesi, atterriti dal numero (e dall’aspetto…) dei soldati di Settimio Severo, se la cavarono invece accogliendoli coronati d’alloro.

Ancora durante il III secolo l’Italia restava malgrado tutto il centro simbolico del potere; e per impadronirsene (o per combattere barbari sempre più pericolosi, come Alamanni e Goti) passavano da Aquileia  gli «imperatori soldati» , espressione delle terre del Danubio: Massimino «il Trace», che l’assediò invano e vi fu ucciso (238); Decio; Emiliano; Claudio II vincitore dei Goti, e suo fratello Quintillo (che vi perì suicida), Diocleziano e Massimiano, persecutori dei cristiani. Nel IV secolo proseguì la sequenza di lotte civili: vi si scontrarono Costante e Costantino II (340), poi Costanzo e Magnenzio (351), la assediò di nuovo Giuliano (361); la visitarono tra il 364 e il 386, Valentiniano I, Graziano e Valentiniano II. Nel 387, come ricorda Ausonio, vi morì, vinto da Teodosio, Magno Massimo.

 

Massimino il Trace. Sesterzio, Roma 235 d.C. Æ. 18, 4 gr. Recto: Providentia Aug(usta) – S(enatus) C(onsulto). Providentia, stante verso sinistra, cornucopia, scettro e globo.

 

Gran peso aveva assunto nel frattempo, ad Aquileia, la religione cristiana. Collegata tradizionalmente alla predicazione di Marco e al martirio del protovescovo Ermacora, la Chiesa aquileiese si sviluppò appieno dopo la metà del III secolo. Vettore del Cristianesimo nella regione e nei territori contermini fino alla Rezia, essa conobbe una straordinaria ripresa dopo la persecuzione tetrarchica. Partecipò al concilio di Arles (314) con il vescovo Teodoro; che edificò ad Aquileia la basilica e lo straordinario complesso di edifici di culto arricchiti da splendidi mosaici. Un suo esponente, Fortunaziano, apprezzato da Papa Liberio, si avvicinò in seguito agli Ariani; ma la presenza in città di Girolamo e Ambrogio portò, nel 381, a un nuovo concilio antiariano presieduto da Ambrogio proprio ad Aquileia.

Il V secolo segna la fine della città romana, poiché le reiterate devastazioni ad opera di Alarico nel 401, di Teodorico nel 439 e di Attila nel 452, con il depauperamento demografico e la conseguente mancata manutenzione di strutture essenziali come il porto e le opere di canalizzazione, produssero lo sviluppo esiziale della malaria. Con il 568 e l’invasione longobarda, la Venetia fu divisa in due parti, la terrestre dominata dai Longobardi; e la marittima (Grado, l’Istria e le isole) controllata dai Bizantini. Fu la decadenza: nel suo carme della fine dell’VIII secolo, Paolino definisce la città «speco di villici, tugurio di pezzenti». Aquileia rinacque però poco dopo ad opera del patriarca Massenzio, che di fatto, con l’aiuto di Carlo Magno, ricostruì la basilica.

Dedica al vescovo Teodoro. Mosaico, IV sec. d.C. Aquileia, Basilica patriarcale di S. Maria Assunta: Theodore felix, adiuvante Deo omnipotente et poemnio caelitus tibi traditum omnia baeate fecisti et gloriose dedicasti (“Felice te, Teodoro, che con l’aiuto di Dio Onnipotente e del gregge che ti ha concesso, hai costruito questa chiesa e gloriosamente l’hai consacrata”).

 

Annunci

Ovidio, i Fabii e la battaglia del Cremera

di A. Fraschetti, in MEFRA 110 (1998), p. 737-752.

 

 

1.

 

Un puntuale confronto tra i Fasti di Ovidio e i calendari epigrafici sia precedenti (p. es., i FAM) sia contemporanei (p. es., i Fasti Praenestini: e in tal caso il confronto appare tanto più importante poiché i Fasti Praenestini furono redatti da Verrio Flacco fra il 6 e il 9 d.C. dunque contemporaneamente a Ovidio che interruppe la redazione dei suoi nel 8 d.C.) documenta l’estrema precisione dei Fasti dello stesso Ovidio per quanto riguarda i giorni delle singole ricorrenze anniversarie. È una precisione del resto che non deve assolutamente stupire appena si pensi ad alcune esplicite dichiarazioni del poeta che si avrebbe torto a non prendere alla lettera: «quod tamen ex ipsis licuit mihi discere fastis…» (I 289), a proposito del dies natalis alle calende di gennaio del tempio di Esculapio e di Vediovis in insula; «ter quater evolvi signantes tempora fastos…» (I 657), a proposito delle Sementivae feriae, in quanto mobili evidentemente assenti dai calendari (I 659-660: «Cum mihi (sensit enim) ‘lux haec indicitut’, inquit / Musa, ‘quid a fastis non stata sacra petis?’»). Si tratta di una vera e propria acribia che induce talvolta Ovidio a consultare anche calendari di altre città («Quod si forte vacas, peregrinos inspice fastos»: III 87, quanto a marzo primo mese dell’anno a Roma prima della riforma di Numa, con persistenze invece – come dobbiamo intendere – in altri centri del Lazio); a proposito di giugno consacrato a Giunone non solo a Roma, ma anche ad Aricia, presso i Laurentes e a Lanuvium (VI 59-60: «Inspice quos habeat nemoralis Aricia fastos / et populus Laurens Lanuviumque meum»)[1].

Per quanto riguarda la più generale esattezza della registrazione dei giorni nell’ambito dei Fasti, va soprattutto messo in rilievo come Ovidio non solo dia conto di giorni che la maggior parte dei calendari epigrafici in qualche modo trascurano, ma come sempre Ovidio riporti giorni che gli altri calendari semplicemente omettono. Nel primo caso ciò avviene al 13 giugno, giorno dei Matralia (VI 475 s.), a proposito del dies natalis del tempio di Fortuna al Foro Boario (VI 569 s.: «lux eadem, Fortuna, tua est auctorque locusque…»), dove il dies natalis di Fortuna segue nella registrazione calendariale quello del tempio di Mater Matuta, confrontandosi da questo punto di vista solo con i FAM e confermando – nella misura in cui il dies natalis di Fortuna segue quello di Mater Matuta – la priorità del tempio di Mater Matuta rispetto a quello di Fortuna[2].

 

Calendario rurale (Fasti PraenestiniCIL I2 1, p. = I.It. XIII, 2, 17 = AE 1898, 14 = 1922, 96 = 1953, 236 = 1993, 144 = 2002, 181 = 2007, 312). Marmo, ante 22 d.C. Roma, Museo Nazionale Romano.

 

2.

 

Le registrazioni completamente assenti dagli altri calendari sono relativamente numerose. Mi limito ad elencarle, con l’avvertenza che esse sembrano addensarsi nel mese di giugno:

 

1-9 giugno (VI 461-466): corrispondenza tra il giorno della vittoria di D. Iunius Brutus Callaicus (cos. 138 a.C.: MRR I, p. 487) sui Callaici nel 137 a.C. e giorno della sconfitta di Crasso a Carrhae[3]:

 

Tum sibi Callaico Brutus cognomen ab hoste

fecit et Hispaniam sanguine tinxit humum.

Scilicet interdum miscentur tristia laetis

nec populum toto pectore festa iuuant:

Crassus ad Euphratem aquilani natumque suosque

perdidit et leto est ultimus ipse datus.

 

2-18 giugno (VI 721-724): giorno del trionfo del dittatore A. Postumius Tubertus (MRR I, p. 63) su Equi e Volsci nel 431 a.C. (cfr. Liv. IV 29, 4 e I.It. XIII 1, p. 95 con p. 393):

 

Sicilicet hic olim Volscos Aequosque fugatos

viderat in campis, Algida terra, tuis;

Unde suburbano clarus, Tuberte, triumpho

vertus es in niveis, Postume, victor equis.

 

3-21 giugno (VI 763-766) : giorno della sconfitta al Trasimeno del console C. Flaminius nel 217 a.C. (MRR I, p. 242)[4]:

 

Non ego te, quamvis properabis vincere, Caesar,

si vetet auspicium, signa movere velim.

Sint tibi Flaminius Trasimenaque litora testes,

per volucres aequos multa monere deos.

 

4-22 giugno (VI 769): giorno della sconfìtta di Siface ad opera di P. Cornelius Scipio (MRR I, p. 312 per la promagistratura) e di Massinissa nel 203 a.C.:

 

Postera lux melior: superat Massinissa Siphacem.

 

Cn. Cornelio Blasio. Denarius, Roma 112-111 a.C. Ar. Recto: [Cn(aeus)] Blasio Cn(aei) f(ilius). Testa elmata di Scipione Africano, voltata a destra.

5-22 giugno (VI 770): sconfìtta e morte di Asdrubale al Metauro nel 207 a.C. (cfr. Liv. XVII 49):

 

et cecidit telis Hasdrubal ipse suis.

 

6-27 giugno (VI 792-794): dies natalis del tempio di Giove Statore votato da Romolo. A proposito di quest’ultimo, si osservi che Ovidio non è necessariamente in contrasto con l’indicazione dei FAM (I.It. XIII 2, p. 18), dove il dies natalis di uno dei templi di Giove Statore era posto al 5 settembre. Ovidio in effetti accenna solo alla fondazione romulea e sembra ignorare, ο almeno non accenna né alla costruzione vera e propria da parte di M. Atilius Regulus (cos. 294 a.C.: MRR I, p. 179) del tempio di Giove Statore nel Foro né a quella del tempio omonimo in circo Flaminio da parte di M. Caecilius Metellus Macedonicus (MRR I, p. 461) dopo il suo trionfo. In simili condizioni è molto probabile che il giorno 27 giugno indichi nei Fasti appunto il giorno della fondazione romulea, e non il dies natalis di uno dei due templi di epoca storica, dies natalis che doveva cadere appunto al 25 settembre, come indicano i FAM[5]:

 

Tempus idem Stator aedis habet, quam Romulus olim

ante Palatini condidit ora iugi.

Tot restant de mense dies quot nomina Parcis,

cum data sunt trabeae templa, Quirine, tuae.

 

7-30 giugno (VI 800-810): dies natalis del tempio di Hercules Musarum, dedicato da M. Fulvius Nobilior dopo la presa di Ambracia e il suo trionfo nel 187 a.C. (MRR I, p. 187), restaurato quindi da L. Marcius Philippus (cos. 56 a.C.: MRR II, p. 207) nel 29 a.C. Poiché Ovidio si diffonde a lungo sulla casta Marcia, matertera Caesaris, e poiché Marcia, figlia di L. Marcius Philippus e di Atia Minore, aveva sposato Paullus Fabius Maximus, amico e protettore del poeta, dal momento che il 30 giugno non compare in nessun altro calendario in rapporto al tempio di Hercules Musarum, ne dedurremo che quel giorno deve intendersi come il dies in cui L. Marcius Philippus aveva provveduto a una nuova dedica del tempio dopo la ricostruzione da lui intrapresa, con l’avvertenza che (se ce ne fosse stato bisogno) l’indicazione del giorno poteva essere fornita a Ovidio dalla stessa Marcia ο da suoi gentiles[6]:

 

Sic ego, sic Clio: «Clara monimenta Philippi

aspicis, unde trahit Marcia casta genus:

Marcia, sacrifico deduetum nomen ab Anco,

in qua par facies nobilitate sua est;

par animo quoque forma suo respondet in illa

et genus et facies ingeniumque simul;

nec quod laudamus formant, tu turpe putaris:

Laudamus magnas hac quoque parte deas.

Nupta fuit quondam matertera Cesaris illi:

ο decus, ο sacra f emina digna domo!».

 

Q. Pomponio Musa. Denarius, Roma 56 a.C. Ar. Verso: Hercules Musarum. Ercole Musagetes (‘conduttore delle Muse’), stante verso destra, vestito di leontea e suonante la lyra.

 

3.

 

È evidentemente impossibile precisare come Ovidio potesse giungere al 27 giugno come dies natalis della fondazione del tempio di Giove Statore. Da parte nostra basti mettere in rilievo che la registrazione del giorno poteva essere contenuta all’interno di tradizioni da ricondursi ad ambito genericamente pontificale. La puntuale registrazione di altri giorni poteva invece essere tramandata all’interno di singole tradizioni gentilizie: quelle dei Cornelii, dei Iunii, dei Postumii, relativamente ai loro esponenti P. Cornelius Scipio, D. Iunius Brutus Callaicus, A. Postumius Tubertus. Trattandosi di giorni di vittoria e in un caso di trionfo, evidentemente non stupisce che i rispettivi gentiles li avessero registrati puntigliosamente e continuassero a con servarne memoria. Molto diverso è il caso del disgraziatissimo 21 giugno, relativo alla sconfitta del Trasimeno. A questo proposito infatti la tradizione annalistica non si era premurata di registrare con esattezza il giorno, limitandosi ad annoverare quella disfatta inter paucas memoratas populi Romani clades (Liv. XXI 7, 1-5). Ovidio invece la registra con uno scopo – come egli stesso dichiara – eminentemente pratico: dissuadere Cesare (evidentemente, Cesare figlio) da signa movere in quel giorno si vetat auspicium: infatti proprio in quel giorno, poiché il console aveva trascurato gli auspicia che gli dei avevano inviato («per volucres aequos multa movere deos»), l’esercito condotto da C. Flaminius era stato distrutto (Fasti VI 763-766). Dedurremo dunque da questa notazione che Ovidio comprendeva almeno di fatto anche il dies del Trasimeno nel novero dei dies da cui bisognava in qualche modo guardarsi, benché esso non venisse esplicitamente registrato come tale nella parallela e documentata tradizione «antiquaria» pervenuta attraverso Verrio Flacco, Gellio e Macrobio in rapporto anche alla categoria dei dies proeliares[7].

Torneremo subito sulla categoria dei dies religiosi (per quanto riguarda naturalmente soprattutto l’Alliensis e il Cremerensis). Va però sottolineato in questo contesto come sempre Ovidio sia il solo a fornire il giorno esatto della morte (11 giugno) nel 90 a.C. del console P. Rutilius Lupus mentre combatteva contro i Marsi al fiume Tolenus. Pertanto, accanto all’uso di notizie tramandate da gentes quali quelle degli Scipiones, dei Iunii e dei Postumii, aggiungeremo nel caso specifico anche quelle attive presso i Rutilii. Con un’avvertenza ulteriore: nel caso dei primi si trattava di giorni tramandati a gloria delle famiglie di appartenenza; nel caso dei Rutilii Lupi a scopo non solo di esaltazione della stirpe (un cui membro era morto per la patria), ma anche per la celebrazione ogni anno – appunto l’11 giugno – di una parentatio in suo onore: quelle parentationes «private» che rientravano a pieno titolo nell’ambito dei gentilicia sacra e alle quali faceva cenno significativamente il pontefice Q. Fabius Maximus Servilianus (cos. 142 a.C.: MRR I, p. 474), negando che si potesse «atro die parentare, quia turn quoque Ianum Iovemque praefari necesse est, quos nominari atro die non oportet»[8].

L’uso documentato di parentationes annuali nell’ambito della nobilitas romana presuppone evidentemente l’esistenza di elenchi a uso interno del le gentes dove venivano registrati i giorni che comportavano, nell’ambito dei gentilicia sacra, parentationes in onore dei gentiles defunti[9]. Evidentemente solo così si spiega come la notizia dell’11 giugno quale giorno della morte di P. Rutilius Lupus, assente dalla tradizione annalistica, potesse giungere comunque fino a Ovidio, in modo analogo del resto alla precisazione del giorno della battaglia del Trasimeno, giorno anche della morte del console C. Flaminius. Pertanto – ed è un punto che è necessario sottolineare – tra le fonti di Ovidio – veri e propri calendari, le opere di carattere più propriamente storico (nel caso specifico soprattutto Livio) ο di natura che potremmo definire «antiquaria» (nel caso specifico soprattutto Varrone)[10] – debbono essere annoverate anche le tradizioni gentilizie, cui Ovidio poteva avere accesso sia direttamente per via orale (come, per quanto riguardava i Fabii e i Marcii Philippi, grazie a Paullus Fabius Maximus e a Marcia) sia anche ricorrendo (p. es., nel caso dei Rutilii Lupi) ad archivi di famiglia ο piuttosto, per evitare equivoci all’evenienza modernizzanti, a «carte di famiglia», fossero esse più ο meno ordinate e strutturate in veri e propri archivi[11].

 

Cavaliere romano. Bassorilievo, marmo, I sec. a.C. Particolare dalla tomba del prefetto Tib. Flavio Micalo. Istanbul, Museo Archeologico.

 

4.

 

A questo punto limitiamoci a una semplice constatazione. In presenza di tanta esattezza e di tanta puntualità nella registrazione dei giorni, la collocazione al 13 febbraio del dies Cremerensis risulterebbe non solo l’unico errore nell’indicazione di un giorno nell’ambito dei Fasti, ma anche un errore, come vedremo, assai singolare[12]. Di fatto per spiegare questo presunto «errore» sono state avanzate le ipotesi più diverse, a partire da quelle di Barthold Georg Niebuhr e di Theodor Mommsen, i quali pensarono che Ovidio avesse confuso la data della clades (18 luglio) con il giorno della partenza dei Fabii da Roma (13 febbraio), fino a quella, più recente, di Eckard Lefèvre, che da parte sua ritiene quello di Ovidio un errore dettato dalla necessità di rinvenire a tutti i costi, lontano da Roma, a Tomi, «con il coraggio della disperazione» («mit der Mute der Verzweiflung») il giorno della strage del Cremera, non potendo più ricorrere, mentre componeva in esilio questo settore dei Fasti, alla competenza «gentilizia» di Paullus Fabius Maximus, ma volendo comunque rendere omaggio al suo patrono potentissimo[13].

In simili condizioni, e nell’ambito di una discussione evidentemente ancora aperta, appare più proficuo riprendere in esame suggestioni già avanzate a proposito di tradizioni gentilizie fabie nella scelta ovidiana del giorno[14], benché sviluppandole qui in senso diverso.

È merito di Santo Mazzarino aver dimostrato la connessione indissolubile tra dies Cremerensis e dies Alliensis: tra quel disgraziatissimo 18 luglio 478 a.C. che aveva visto il sacrificio dei Fabii per Roma al fiume Cremera e il 18 luglio 390 a.C. giorno addirittura più disgraziato, poiché quanto avvenne appunto in quel giorno non aveva coinvolto una sola gens, ma la città nel suo complesso. Fu il giorno in cui – conseguentemente al comportamento dei legati Fabii che a Chiusi avevano violato il ius fetiale – la sconfitta al fiume Allia aprì ai Galli un 18 di luglio la strada per Roma. In tal modo, all’accusa di un loro rovinoso filo-etruschismo, i Fabii avrebbero contrapposto in seguito lo sterminio (quasi totale) della propria gens sempre un 18 di luglio per difendere in passato, appunto contro gli Etruschi, la ripa Veientana (non solo evidentemente a protezione della città, ma anche dei territori della propria tribù, quelli che si estendevano in corrispondenza appunto della tribù che recava il loro gentilizio)[15].

A rafforzare queste considerazioni possono eventualmente aggiungersi elementi ulteriori. P. es., che nel racconto dell’episodio ritenuto da Dionisio d’Alicarnasso il più credibile (ó δ’ έτερος, öv άληθέστερον είναι νομίζω περί τε της απώλειας των ανδρών…) lo scontro finale contro i Veienti non si svolgesse in un solo giorno, ma in due. In tal caso il dies Cremerensis dovrebbe essere quello – il secondo – che vide la sortita dei Fabii dal phrourion a soccorso dei compagni e poi lo sterminio finale dei Fabii asserragliatisi nuovamente nel phrourion e usciti di nuovo incontro ai nemici. Va comunque messo in rilievo come in entrambi i racconti di Dionisio (anche nel primo confrontabile evidentemente più da vicino con quello riportato da Livio e ritenuto sempre da Dionisio quello meno degno di fede), si faccia cenno a un fiume solo all’inizio: fiume da cui avrebbe avuto nome il «fortilizio» chiamato esso stesso Cremera[16]. In effetti, nella misura in cui Dionisio dichiarava di privilegiare il racconto a suo avviso più veritiero, evidentemente non poteva non ritenere più verosimile la tradizione che voleva i Fabii attestati su un’altura, piuttosto che lungo un fiume e di conseguenza in un luogo pianeggiante. Diversamente, la tradizione liviana faceva sempre esclusivo riferimento al fiume: è dal loro accampamento presso il fiume che i Fabii muoverebbero per compiere scorrerie nei tenitori circostanti, raccogliendosi su un’altura solo per lo scontro finale, quello in cui furono sterminati[17].

Quanto al giorno dello sterminio e alle sue eventuali, anche se leggere, oscillazioni, si noti del resto che anche chi, come l’annalista Cn. Gellius e Cassio Emina, stabiliva una corrispondenza tra dies Cremerensis e dies Alliensis poteva comunque collocare questa stessa corrispondenza non al 18 (a.d. XV kal. Sextiles) ma al 16 luglio (postridie idus Quintiles). Il giorno 16 luglio è un giorno peraltro da considerarsi evidentemente molto accreditato se esso poté essere indicato in senato dall’aruspice L. Aquinius non solo come quello della ricorrenza delle sconfitte dell’Allia e del Cremera, ma anche come esempio di combattimenti avvenuti in passato con esito nefasto «in molti altri tempi e luoghi» dopo sacrifici celebrati appunto in un giorno successivo alle idi[18].

Poiché l’unico calendario (dipinto) di epoca repubblicana a noi pervenuto è quello di Anzio e poiché questo calendario è relativamente tardo datandosi tra l’88 e il 55 a.C., non è escluso, ma anzi è estremamente probabile che calendari precedenti (anch’essi dipinti e appunto per questo irrimediabilmente perduti) registrassero il dies Alliensis non al 18 ma al 16 luglio (postridie idus Quintiles e non a.d. XV kal. Sextiles); che in altri termini alcuni calendari potessero dunque collocare il giorno dell’Allia e quello del Cremera nel giorno che era stato accolto in ambito annalistico da Cn. Gellius e Cassio Emina[19], diversamente dalla tradizione confluita più tardi in Livio e ben presto egemone in epoca augustea. Basti pensare al cenotafio di Pisa in onore di Gaio Cesare, il nipote e filius di Augusto morto nel 4 a.C. dove si proclamava come il giorno della scomparsa del giovane principe dovesse essere «tramandato a lugubre memoria» come appunto quello d’Allia, registrato al 18 luglio non solo – come abbiamo visto – nei FAM, ma più tardi anche nel calendario di Amiterno, databile poco dopo il 20 d.C.[20]

 

Guerriero etrusco. Bronzo, statua, V sec. a.C. dal Monte Falterona. London, British Museum.

 

5.

 

A partire dalla lieve oscillazione relativa al dies Alliensis (postridie idus Quintiles e non a.d. XV kal. Sextiles), il presunto «errore» ο la presunta «svista» di Ovidio (dies Cremerensis al 13 febbraio), collocando in quel giorno la strage dei Fabii, induce a riprendere in esame le stesse nutazioni calendariali relative al dies dell’Allia. Se quest’ultimo compare con una simile dicitura nel calendario dipinto di Anzio e in quello di Amiterno (redatto dopo il 20 d.C.) nel calendario marmoreo di Anzio – approntato nell’ambito della familia Caesaris attiva ad Anzio negli ultimi anni di Tiberio e nel primo anno di Caligola – poteva leggersi la singolare notazione dies Alliae et Fab(iorum). Con un’avvertenza, dal nostro punto di vista, rilevante: il calendario marmoreo di Anzio è un calendario molto preciso non solo a proposito delle feriae introdotte a partire da Augusto in onore del principe e della sua famiglia, ma anche per quanto riguarda le registrazioni delle antiche ricorrenze anniversarie della città repubblicana[21]. Ne dedurremo per tanto che il calendario marmoreo di Anzio da un lato faceva coincidere dies Alliensis e dies Cremerensis; d’altro lato che, definendo quel giorno «giorno dei Fabii», enfatizzava all’interno di un calendario, in uso presso la familia Caesaris di Anzio, una tradizione propria di una gens che – ne dedurremo – ancora in quel periodo aveva interesse a diffonderla e il cui esponente più importante in epoca augustea era stato il marito di Atia, matertera Caesaris: ancora una volta Paullus Fabius Maximus, morto – com’è ben noto – nel 14 d.C.[22]

Se evidentemente è molto difficile datare i diversi «strati» di redazione dei Fasti (prima e dopo l’esilio) con la nuova dedica a Germanico e gli inevitabili ritocchi che ne sono conseguiti, tuttavia ritenere l’episodio del Cremera composto lontano da Roma, e dunque per questo registrato con data inesatta, non è tanto segno della «disperazione» di Ovidio alla ricerca comunque di una data quanto piuttosto della «disperazione» di alcuni esegeti moderni alla ricerca comunque di una spiegazione (anche la meno verosimile). Benché sia molto probabile che Ovidio avesse composto almeno in stesura provvisoria i dodici libri dei Fasti prima di partire per l’esilio e che dunque avesse già trattato del dies Cremerensis all’interno del mese di febbraio prima di essere costretto a lasciare Roma nell’8 d.C.[23], per quanto riguarda nel caso specifico il giorno dell’Allia – che in epoca augustea veniva fatto corrispondere a quello del Cremera – possiamo ritenere sicuro che la sua ricorrenza anniversaria era ricordata con esattezza anche a Tomi, così da eliminare ogni ipotesi su una sua eventuale dimenticanza.

La circostanza, finora mai osservata in un simile contesto, si ricava da in Ibim 217-220 (un poemetto scritto quando il poeta era ormai lontano da Roma):

 

Lux quoque natalis, ne quid nisi trite videres,

turpis et inductis nubibus atra fuit:

haec est in fastis cui dot gravis Allia nomen:

quaeque dies Ibin, publica damna tulit.

 

Dunque, il giorno della nascita del nemico di Ovidio fu un giorno turpis e «nero» (ater) di nubi: significativamente era lo stesso giorno (dies religiosus, ma definibile all’evenienza anche ater) cui dava nome nei calendari (in fastis) il gravis Allia[24]. Ovidio naturalmente allude qui al 18 luglio, di cui aveva scritto nel settore perduto dei Fasti (nel caso specifico nel libro settimo), e come poteva avergli ricordato (se mai ce ne fosse stato bisogno) anche Paullus Fabius Maximus. Era un giorno peraltro che, vedendo la nascita di Ibis, aveva recato publica damna (danni all’intera città), appunto come aveva fatto il lugubre dies Alliensis, quando dopo la sconfitta i Galli si erano abbattuti su Roma. Se, come abbiamo visto, non può essere messa in discussione la specifica competenza di Ovidio in ambito calendariale, tanto meno questa competenza può essere messa in discussione in un caso come questo, relativo a un avvenimento di storia urbana non solo epocale, ma anche eminentemente infelice, di cui lo stesso Ovidio aveva già trattato.

 

Ricostruzione grafica dei Fasti Antiates, un calendario pre-giuliano. Frammenti da un affresco dalle rovine della villa di Nerone ad Anzio.

 

6.

 

A questo punto ci limiteremo da parte nostra a una semplice constatazione: Ovidio poneva il dies Cremerensis e il dies Alliensis in due giorni diversi e distinti: rispettivamente al 13 febbraio e al 18 luglio. Poiché non ci è pervenuta la parte dei Fasti relativa al dies Alliensis, è impossibile specificare le linee, anche generalissime, di quello che doveva esserne il racconto. È tuttavia molto probabile (o forse quasi sicuro) che fosse tenuto presente il racconto di quella sconfitta dato da Livio, in modo analogo del resto a quanto avviene – questa volta sicuramente – per l’episodio dei Fabii al Cremera[25]. La sostanziale dipendenza di Ovidio da Livio a proposito dello svolgimento del dies Cremerensis ripropone con forza il problema della differenza del giorno, che Livio collocava notoriamente al 18 luglio, mentre su questo punto specifico Ovidio – ponendolo al 13 febbraio – se ne allontanava: ed è un allontanamento tanto più da sottolineare poiché il giorno 18 luglio – successivo di due a quello indicato da Cn. Gellius e Cassio Emina – in epoca augustea era ormai evidentemente invalso.

Tra le molte spiegazioni che sono state avanzate nel tentativo di chiarire perché Ovidio «anticipasse» non di qualche giorno ma di circa cinque mesi l’episodio del Cremera, non poteva non essere evocato con forza il ruolo svolto da Paullus Fabius Maximus e dunque l’esistenza di una tradizione fabia che, muovendo da Paullus Fabius Maximus, sarebbe pervenuta a Ovidio: tradizione in cui il dies Cremerensis veniva collocato appunto in quel giorno. Sebbene mai discussa in dettaglio, così come è stata formulata, questa ipotesi non ha avuto molta fortuna per una semplice obiezione: l’obiezione che i Fabii – sia quelli dei decenni successivi alla catastrofe dell’Allia sia per tradizione gentilizia i Fabii dei secoli seguenti (compreso Paullus Fabius Maximus) – avrebbero avuto ogni interesse a non mettere in discussione, ma anzi a mantenere (e, se possibile, a rafforzare) quella corrispondenza, tanto più se si trattava – come ha riaffermato di recente anche Jean-Claude Richard – di una corrispondenza fittizia, stabilita in origine per riscattare i Fabii da una «colpa»[26].

Si osservi però che il 13 febbraio in riferimento alla strage del Cremera, per giungere comunque fino a Ovidio e superare all’evenienza il filtro di Paullus Fabius Maximus, doveva essere una ricorrenza accreditata presso gli stessi Fabii. Poiché, in caso contrario, Paullus Fabius Maximus non avrebbe mai permesso che Ovidio commettesse quell’«errore» ο in ogni caso avrebbe indotto il suo protetto a correggerlo. All’inizio, a proposito dei giorni riportati solo da Ovidio e assenti negli altri calendari in relazione a vittorie, a un trionfo, in una circostanza alla morte di esponenti della nobilitas, abbiamo fatto riferimento a tradizioni gentilizie dove quei giorni dovevano essere accuratamente registrati. Nel caso di P. Rutilius Lupus la registrazione del giorno (11 giugno) era tradita nell’ambito della sua gens non solo come motivo di orgoglio (in quanto, ripetiamo, P. Rutilius Lupus nel 90 a.C. era morto pro patria), ma anche poiché quella registrazione era necessaria allo scopo di compiere annualmente le doverose parentationes ai suoi Mani. Era doveroso e obbligatorio infatti da parte dei gentiles compiere parentationes annuali per i Manes dei propri defunti. E poiché queste parentationes rientravano a pieno titolo nel novero dei gentilicia sacra[27], possiamo ritenere sicuro che i Rutilii avessero registrato e quindi trasmesso con lo scrupolo più grande il giorno della morte del loro antenato. Di fatto, solo così si spiega come la notizia di questo giorno potesse giungere (ignoriamo per quali vie) fino a Ovidio. È opportuno comunque sottolineare che spesso poteva trattarsi di tradizioni orali relative alle varie famiglie romane, come quelle acquisite da Pomponio Attico in seguito alle indagini svolte grazie a Servilia a proposito dei Iunii e appunto dei Servili[28]. Quanto ai Fabii e al patrimonio di tradizioni attivo all’interno della loro gens, Paullus Fabius Maximus appare inevitabilmente l’informatore privilegiato di Ovidio: un informatore che certo non avrebbe mai permesso allo stesso Ovidio di sostituire invano un famosissimo 18 luglio con un «qualunque» 13 febbraio.

 

Scena di sacrificio. Bassorilievo, marmo, ante 79 d.C., dal Vespasianeum di Pompei.

 

7.

 

A Roma, però, il 13 febbraio non era un giorno qualunque, dal momento che esso vedeva da un lato l’apertura dei Parentalia (la novena in onore dei divi Parentes), d’altro lato la corsa scatenata dei Luperci. A partire dall’ora sesta, quando virgo Vestal(is) parentat (ed essa evidentemente non può che compiere parentationes a nome di tutta la città)[29], mentre le singole famiglie onorano i propri morti, la religiosa civitas, la città dei magistrati e dei sacerdoti appare in qualche modo ritrarsi, adottando apparati e dispositivi simbolici caratteristici per un periodo di nove giorni durante i quali i magistrati abbandonano le loro insegne di statuto, non si celebrano sacrifici e i templi degli dei sono chiusi[30]. In un simile contesto e in rapporto al problema da cui si sono prese le mosse, è necessario riportare l’annotazione di Polemio Silvio relativa a questo giorno: parentatio tumulorum inc[ipit], quo die Roma liberata est de obsidione Gallorum. Dunque, per Polemio Silvio che su questo punto specifico può confrontarsi con Plutarco[31], le idi di febbraio – che in Ovidio avevano visto la strage dei Fabii al Cremera – molti decenni dopo videro anche i Galli allontanarsi da Roma: una Roma che era stata occupata in seguito alla disfatta dell’Allia ma che aveva anche assistito al sacrificio gentilizio compiuto sul Quirinale a rischio della vita da C. Fabius Dorsuo. C. Fabius Dorsuo, un iuvenis, cinto secondo il rito gabino e con i sacra in mano, era disceso allora dal Campidoglio, dove si era asserragliato insieme ad altri iuvenes, aveva raggiunto il Quirinale attraversando gli avamposti nemici e sul Quirinale – come era necessario – aveva compiuto il sacrificium… statum… Fabiae gentis[32].

Destino dunque che sembra consueto all’interno della gens Fabia: compiere sacrifici gentilizi a evidente vantaggio di tutta la città. Infatti, secondo la tradizione non ritenuta credibile da Dionisio di Alicarnasso, il motivo che aveva spinto i trecento Fabii a muovere nel 478 a.C. dal loro avamposto presso Veio per recarsi a Roma, era stato appunto l’esecuzione di un sacrificio tradizionale (θυσίας… πατρίου) che la loro gens era incaricata di compiere (ην έδει το Φαβίων έπιτελέσαι γένος)[33]. Così nel 478 a.C. gli stessi Fabii si sarebbero sobbarcati al rischio di un viaggio di ritorno attraverso il territorio nemico per compiere quei riti a beneficio di tutta la città come più tardi nel 390 a.C. avrebbe fatto il loro gentilis C. Fabius Dorsuo per eseguire il suo sacrificio sul Quirinale: anch’esso, com’è chiaro, un sacrificio che doveva essere necessariamente compiuto da un membro dei Fabii.

Torniamo infine a Ovidio e al suo 13 febbraio come giorno della strage del Cremera. Contro ogni tentativo «normalizzatore» volto a ritenere semplicemente erroneo lo spostamento del giorno, è preferibile attenersi agli elementi in nostro possesso, costatando la circostanza che Ovidio poneva il dies Cremerensis al 13 febbraio e il dies Alliensis al 18 luglio. Poiché Ovidio è precisissimo – come abbiamo visto – nella registrazione dei giorni e poiché il vigile patronato di Paullus Fabius Maximus doveva impedirgli ogni eventuale inesattezza a proposito di episodi – soprattutto di episodi celebri – che avevano coinvolto la gens Fabia, dalla combinazione di questi elementi è necessario dedurre una conseguenza, anche se potrebbe apparire a prima vista abbastanza paradossale: la conseguenza che entrambi i giorni ricorrevano come giorni del dies Cremerensis all’interno della stessa gens Fabia.

Il primo era naturalmente il 18 luglio (almeno in ambito annalistico a partire da Fabio Pittore): giorno che, coincidendo con quello dell’Allia, era volto a sminuire la «colpa» dei Fabii nella conquista di Roma da parte dei Galli. Per il 13 febbraio, sebbene con ogni cautela, proporrei da parte mia un tentativo di spiegazione che non mortifichi le competenze di Ovidio: né in ambito di ricorrenze anniversarie né in ambito di tradizioni fabie.

Se il 18 luglio per la strage del Cremerà era un giorno esito di un’elaborazione posteriore così da farlo coincidere con la disfatta dell’Allia, il 13 febbraio poteva essere quello in cui i gentiles Fabii dei secoli successivi compivano parentationes per i Mani dei trecento Fabii sterminati dai Veienti nel 478 a.C. così come l’11 giugno i Rutilii compivano parentationes per i Mani di P. Rutilius Lupus morto al fiume Tolenus nel 90 a.C. Accanto a un giorno fatto corrispondere artificiosamente (il famoso ο addirittura famigerato 18 luglio), si sarebbe dunque conservata all’interno della gens Fabia, nel contesto delle cadenze annuali imposte dai gentilicia sacra, la memoria di un giorno diverso per le pratiche rituali che in esso dovevano compiersi. Così il 13 febbraio, quando la virgo Vestal(is) compiva parentationes per tutta la città, i Fabii a loro volta avrebbero compiuto quello stesso giorno parentationes peculiari alla loro stirpe. Nell’intreccio sottile che caratterizza i compiti cultuali (e non solo cultuali) dei Fabii, sempre in qualche modo in bilico tra pubblico e privato (quanto ai compiti cultuali basti pensare sempre il 13 febbraio nei riti al Lupercal alla presenza dei luperci Fabiani)[34], evidentemente non sorprende che gli stessi Fabii potessero compiere quel giorno parentationes per i loro trecento gentiles: di queste parentationes Paullus Fabius Maximus doveva essere sicuramente a conoscenza e anzi partecipe, così che la notizia potesse agevolmente giungere fino a Ovidio.

 

Lupercale. Altare votivo in onore di Marte e Venere. Bassorilievo, marmo, metà II sec. d.C. da Ostia. Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

 

***

Note:

[1] Sui calendari delle città latine, in particolare di Lavinio, ved. da ultimo C. Ampolo, in CR, 38, 1988, p. 119; Id., L’organizzazione politica dei Latini ed il problema degli «Albenses», in A. Pasqualini (a cura di), Alba Longa. Mito, storia, archeologia, Roma, 1996, p. 135. Su marzo primo mese dell’anno U.W. Scholz, Studien zum altitalischen und altrömischen Marskult und Marsmythos, Heidelberg, 1970, p. 16-17.

[2] Vd. FAM in I.It. XIII 2, p. 12; sulla cronologia dei due templi F. Coarelli, Il Foro Boario dalle origini alla fine della Repubblica, Roma, 1988, p. 208 s., con critica alle precedenti ipotesi di Riemann, in GGA, 223, 1971, p. 81-82 e R. Thompsen, King Servius Tullius. A Historical Synthesis, Copenaghen, 1981, p. 275-276; cfr. ultimamente A. Ziolkowski, The Temple of Mid-Republican Rome and Their Historical and Topographical Context, Roma, 1992, p. 104 s.

[3] Vd., p. es., Β.A. Marshall, Crassus. A Political Biography, Amsterdam, 1977, p. 157 s. con p. 168 n. 86, con ulteriore bibl.

[4] Cfr. Liv. XXII 7,1-5, con la notazione inter paucas memorata populi Romani clades; quanto a C. Flaminius consul… inauspicatus e dunque implicitamente colpevole di quella disfatta Liv. XXI 63,7; Val. Max. I 6,6. Sul giorno della sconfìtta del Trasimeno vd. anche sotto, p. 742 con n. 9.

[5] Per l’indicazione dei FAM vd. I.It. XIII 2, p. 18. Cfr. in precedenza E. Aust, De aedibus sacris populi Romani inde a primis rei publicae temporibus usque ad Augusti imperatoris aetatem Romae conditis, Diss. Marburg, 1889, p. 12; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2^ ed., Monaco di Β., 1912, p. 123 n. 1; Α. Ziolkowski, The Sacra Via and the Temple of Iuppiter Stator, in OpRom, 17, 1989, p. 225 s.; Id., The Temples of Mid-Republican Rome cit., p. 88. Si discute naturalmente a quale dei due templi di epoca storica debba essere attribuita l’indicazione dei FAM: vd. in proposito A. Degrassi, in I.It., XIII 2, p. 508, che la attribuisce alla dedica di Q. Caecilus Metellus Macedonicus; cfr. tuttavia anche S.B. Platner e T. Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, Oxford, 1929, p. 304. Sul tempio in genere ultimamente F. Coarelli, in E. M. Steinby (a cura di), Lexicon topographicum Urbis Romae [LTUR], III, Roma, 1996, p. 155 s.

[6] Su Paullus Fabius Maximus (cos. 11 a.C.: PIR III, p. 103-105 n. 47) soprattutto R. Syme, History in Ovid, Oxford, 1978, p. 135 s. anche per i frequenti richiami a Marcia sia nei Fasti sia nelle opere dell’esilio); inoltre Id., The Augustan Aristocracy, Oxford, 1986, p. 403 s. (trad, it., L’aristocrazia augustea, Milano, 1993, p. 598 s.). Sulle fasi del tempio ultimamente F. Coarelli, in E.M. Steinby (a cura di), LTUR, III, Roma, 1996, p. 17 s.

[7] Sui dies proeliares ved. Paolo-Festo, p. 253: «proeliares dies appellabantur, quibus fas est hostem bello lacessere. Erant enim quaedam feriae publicae, quibus nefas fuit id facere»; Macrobio, Sat. I 24: «pontificesque statuisse postridie omnes kalendas nonas idus atros die habendos, ut hi dies neque proeliares neque puri neque comitialis essent»; Aulo Gellio, V 17, 1-3. Il tentativo di negare fede alla testimonianza di Ovidio da parte di P. Desy, Il grano dell’Apulia e la data della battaglia del Trasimeno, in PdP, 44, 1989, p. 102 s., è vanificato dal fatto che, trattandosi di date civili pregiuliane, esse possono non coincidere evidentemente con i normali cicli delle stagioni; ved. In effetti P. Brind’Amour, Le calendrier romain. Recherches chronologiques, Ottawa 1983, passim.

[8] Vd. Q. Fabius Maximus Servilianus, fr. 4 HRF Peter.

[9] Vd. a questo proposito F. Bömer, Ahnenkult und Ahnenglaube im alten Rom, Lipsia-Berlino, 1943, passim; quindi soprattutto J. Scheid, «Contraria facere»: renversements et déplacements dans les rites funéraires, in AION (Arch), 6, 1984, p. 132 s.

[10] Per il sapere «antiquario» e calendariale confluito nei Fasti di Ovidio basti il rinvio ai «Varronianae Verrianaeque doctrinae fragmenta» raccolti da G. B. Pighi nella sua ed. di P. Ovidii Naasonis Fastorum libri, «Annotationes» II, Torino, 1973. p. 79 s.; cfr. ultimamente M. Salvatore, La storia riscritta, in Res publica litterarum, 16, 1993 (Studies in Classical Tradition. Studies in Memory of Sesto Prete), p. 23 s. Per Livio basti ancora il rinvio soprattutto a E. Sofer, Livius als Quelle von Ovids Fasten, Vienna, 1906.

[11] La presenza di archivi gentilizi nel mondo etrusco è stata rivelata per Tarquinia dagli «archivi degli Spurinnae», su cui M. Torelli, «Elogia Tarquiniensia», Firenze 1975, in particolare p. 93 s. a proposito degli archivi gentilizi delle famiglie della nobilitas romana; vd. in precedenza E. Gabba, Un documento censorio in Dionigi d’Alicarnasso 1.74.5, in «Synteleia» Arangio-Ruiz, I, Napoli, 1964, p. 486 s.   Cfr. anche ultimamente La mémoire perdue. À la recherche des archives oubliées, publiques et privées, de la Rome ancienne, Parigi, 1994.

[12] Vd. in questo senso p. es. D. Porte, L’étiologie religieuse dans les Fastes d’Ovide, Parigi, 1985, p. 375, che pensa – con ipotesi tanto ingegnosa quanto improbabile appena si considerino le competenze calendariali di Ovidio – a una confusioneda parte dello stesso Ovidio tra dies atri e dies religiosi, a partire da Verrio Flacco (cit. sopra, n. 24) che invece considerava il dies Alliensis non compreso tra i dies atri.

[13] E. Lefèvre, Die Schlacht am Cremerà in Ovid Fasten 2, 195-342, in RhM, 13, 1980, p. 152 s. Cfr. in precedenza, per l’equivoco tra giorno della strage e giorno della partenza, B. G. Niebuhr, Römische Geschichte, II, 2a ed., Berlino, 1830, p. 222 n. 441; T. Mommsen, Römische Chronologie bis auf Caesar, Berlino, 1859, p. 90 n. 128; inoltre, in seguito J. Frazer, in Publius Ovidius Naso, Fastorum libri sex, II, ed. Id., Londra, 1929, p. 323.

[14] Vd. in questo senso F. Bömer, Interpretationen zu den Fasti des Ovid, in Gymnasium, 64, 1957, p. 114-115; R.M. Ogilvie, A Commentary on Livy Books 1-5, Oxford, 1965, p. 360; H. Le Bonniec, P. Ovidius Naso, Fastorum liber secundus, Parigi, 1969, p. 36-37; cfr. J.-C. Richard, Historiographie et histoire: l’expédition des Fabii à la Crémère, in Latomus, 47, 1988, p. 543; più diffusamente Id., Ovide et le «dies Cremerensis», in RPh, 62, 1988, p. 217 s.

[15] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II-1, Bari, 1968, p. 246 s.; quindi soprattutto J.-C. Richard, L’affaire du Crémère: recherches sur l’évolution de la tradition, in Latomus, 48, 1989, p. 312 s. Cfr. anche A. Fraschetti, Annalistica, mitologia e studi storico-religiosi, in DdA, 9-10, 1976-77, p. 602-630, in discussione con E. Montanari, Nomen Fabium, Roma, 1973.

[16] Sull’importanza di questo «fortilizio» ha richiamato l’attenzione J.-C. Richard, Trois remarques sur l’épisode du Crémère, in Gerión, 7, 1989, p. 67-68. Sui «fortilizi» romani in Etruria vd. anche A. Fraschetti, I Ceriti e il «castello ceretano» in Diodoro (XIV 117,7 e XX 44,9), in AION (Arch), 2, 1980, p. 147 s.

[17] Livio II 50, 10: «duxit via in editum leniter collem. Inde primo resistere; mox, ut respirandi superior locus spatium dedit recipiendique a pavore tanto animum, pepulere etiam subeuntes, vincebatque auxilio loci paucitas, ni iugo circummissus Veiens in verticem collis evasisset…».

[18] Macrobio, Sat. 1 16,22-23: «et ex praecepto patrum L. Aquinium haruspicem in senatum venire iussum religionum requirendam causant dixisset: Q. Sulpicium tribunum militum ad Alliam adversum Gallos pugnatum rem divinam dimicandi gratia fecisse postridie idus Quintiles; item apud Cremeram multisque aliis temporibus et locis post sacrifìcium die postero celebratum male cessisse conflictum».

[19] Vd. Gn. Gellio, fr. 25 HRF Peter; Cassio Emina, fr. 20 HRF Peter = 24 Santini (= C. Santini, I frammenti di Cassio Emina. Introduzione, testo, traduzione e commento, Pisa, 1995). Sul caso di Licinio Macro più in particolare J.-C. Richard, Licinius Macer (Hist. 7) et l’épisode du Crémère, in RPh, 63, 1989, p. 75 s.

[20] ILS 140, 11. 25-26: «di[em]que eum, quo die C. Caesar obit, qui dies est a.d. VIIII k. Martias, pro Alliensi / lu[gub]rem memoriae prodi…», con le osservazioni ultimamente di J. Scheid, Les décrets de Pise et le culte des morts, in La commemorazione di Germanico nelle testimonianze epigrafiche : «Tabula Hebana» e «Tabula siarensis» [Convegno internazionale di studi, Cassino 21-24 ott. 1991] (in corso di stampa). Per il calendario di Amiterno, vd. I.It. XIII 2, p. 189.

[21] I.It. XIII 2, p. 209. Sulla datazione del calendario marmoreo di Anzio, vd. M.A. Cavallaro, Spese e spettacoli. Aspetti economici-strutturali degli spettacoli nella Roma giulio-claudia, Bonn, 1984, p. 220 s. Sulla registrazione delle nuove feste, che talvolta possono anche «cancellare» le antiche, mi sia lecito il rinvio ad A. Fraschetti, Roma e il principe, Roma-Bari, 1990, p. 17 s.

[22] Sulla morte di Paullus Fabius Maximus, che veniva messa in rapporto alla visita di Augusto ad Agrippa Postumo accompagnato appunto da Paullus Fabius Maximus (Tacito, Ann. I 5), ultimamente p. es. R. Syme, The Augustan Aristocracy cit., p. 414 (trad, it., L’aristocrazia augustea cit., p. 611).

[23] Vd. H. Frankel, Ovid. A Poet Beetween Two Worlds, Berkeley-Los Angeles, 1945, p. 101 s.; quindi F. Boemer, P. Ovidius Naso, Die Fasten I, Heidelberg, 1957, p. 15; R. Syme, History in Ovid cit., p. 21 s.; Ovide, Les Fastes. Livres I-III, éd. R. Schilling, Parigi, 1993 (Collection des universités de France), p. viii-ix; cfr. ultimamente A. Barchiesi, Il poeta e il principe. Ovidio e il discorso augusteo, Roma-Bari, 1994, p. 274 s.

[24] Vd. soprattutto la formulazione di Festo, p. 348 Lindsay: «Reliogiosus est non modico deorum sanctitatem magni aestimans, sed etiam officiosus adversus homines. Dies autem religiosi, quibus nisi quod necesse est, nefas habetur facere: quales sunt sex et triginta atri qui appellantur, et Alliensis, atque hi, quibus mundus patet». A supplemento dei materiali raccolti da A. Degrassi, in Ut. XIII 2, p. 360-362, è ora necessario anche il rinvio per ulteriore documentazione alla tesi discussa da C. Grosso, Contributi alla storia dei «Fasti Praenestini»: il mese di gennaio, in Fac. lettere. Univ. Roma «La Sapienza», ann. acc. 1995/96, p. 60 s. Vd., in precedenza, naturalmente A.K. Michels, The Calendar of Roman Republic, Princeton, 1967, p. 62 s.

[25] Cfr. ultimamente Ovide, Les Fastes, ed. R. Schilling, cit., I, p. 123, per la «précision presque littéralement conforme à la version de Tite-Live» a proposito della porta Carmentalis; ved. già A. Elter, Cremera und Porta Carmentalis, in Programm zu Feier des Geburtstags Seiner Majestät des Kaisers und Königs am 27. Januar 1910, Bonn, 1910; in seguito p. es F. Boemer, Interpretationen zu den Fasti cit., p. 112 s. con Id., P. Ovidius Naso, Die Fasten II, Heidelberg, 1958, p. 96.

[26] Vd. J. Richard, L’affaire du Crémère cit., p. 312 s.; cfr. più in generale Id., L’expédition des Fabii à la Crémère : grandeur et décadence de l’organisation gentilice, in Crise et transformation des sociétés archaïques de l’Italie antique, Roma, 1990, p. 248 s.

[27] Vd. da ultimo J. Scheid, Die Parentalien für die verstorbenen Caesaren als Modell für den römischen Totenkult, in Klio, 75, 1993, p. 188 s. (con letteratura ivi cit.).

[28] Sulle ricerche di Pomponio Attico vd. soprattutto F. Münzer, Atticus als Geschichtschreiber, in Hermes, 40, 1905, p. 93 s.; cfr. da ultimo R. Syme, The Augustan Aristocracy cit., p. 199 (trad, it., L’aristocrazia augustea cit. p. 598).

[29] Per il calendario di Filocalo I.It. XIII 2, p. 241; cfr. anche le annotazioni del menologium Collotianum e del menologium Vallense (ibid., rispettivamente p. 287 e p. 293).

[30] Sui Parentalia F. Boemer, Ahnenkult und Ahnenglaube cit., p. 29 s.; H.H. Scullard, Festivals and Ceremonies of the Roman Republic, Londra, 1981, p. 74 s.

[31] I.It. XIII 2, p. 265 con Plutarco, Cam. 30,1.

[32] Vd. Liv., V 46, 2: «sacrificium erat statum in Quirinali colle genti Fabiae. Ad id faciendum C. Fabio Dorsuo gabino cinctus sacra manibus gerens cum de Capitolio descendisset, per médias hostium stationes egressus nihil ad vocem cuisquam terroremve motus in Quirinalem collem pervertit; ibique omnibus sollemniter peractis, eadem revertens similiter constanti voltu graduque, satis sperans propitios esse deos quorum cultum ne mortis quidem metu prohibitus deseruisset, in Capitolium ad suos rediit…». La documentazione parallela è ora raccolta da C. Santini, I frammenti di Cassio Emina cit., p. 171 s. Naturalmente la circostanza che forse già Cassio Emina (fr. 19 Peter = 23 Santini) e sicuramente Floro I 7,16, possano attribuire a C. Fabius Dorsuo la caratteristica di pontifex non oscura la caratteristica gentilizia del suo sacrificio sottolineata da Livio e ripresa negli stessi termini da Valerio Massimo, I 1,11.

[33] Dionisio d’Alicarnasso, IX 19,1.

[34] Sulle due «confraternite» di Luperci Fabiani e Quintilii vd. in particolare M. Corsaro, «Sodalité» et gentilité dans l’ensemble lupercal, in RHR, 91, 1977, p. 137 s. (con letteratura ivi cit.).

 

 

Marco Minucio e l’imperium aequatum

di F. Cerato, su Classicult.it, 24 gennaio 2019 (ribloggato).

 

L’articolo che segue mostra come dallo studio di una fonte epigrafica si possa confermare o negare informazioni che la tradizione storiografica pone come controverse.

L’iscrizione in questione (96 × 70 × 69 cm) proviene da un grande altare di pietra dei Colli Albani, sicuramente peperino, ritrovato nel 1862 a Roma, in via Tiburtina, presso la Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, e oggi conservato nel Museo del Palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini) di Roma[1].

 

Hercolei / sacrom / M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius) / dictator vov(it).

 

«Marco Minucio, figlio di Gaio, dittatore, votò [questo] sacro [donario] a Ercole».

Ercole Marco Minucio

Dedica votiva a Ercole da parte di M. Minucio (CIL VI, 284 (p. 3004, 3756) = CIL I, 607 (p. 918) = ILS 11 = ILLRP 118 (p. 319) = AE 1991, 211a). Base di donario, pietra peperino, ultimo quarto del III sec. a.C. Roma, Musei Capitolini. Foto di Marie-Lan Nguyen (User:Jastrow) 2009, CC BY 2.5

 

Come lascia intendere il titulus, l’altare doveva costituire un donario votato ad Ercole, divinità tutelare a cui molti generali romani, tra il III e il II secolo a.C., si rivolgevano per la buona riuscita delle proprie imprese all’estero.

Il nome della divinità (Hercoles) è posto enfaticamente all’inizio dell’iscrizione, in alto. Alcuni tratti notevoli del ductus del documento sono la r, che presenta l’occhiello non chiuso, e la l, che mostra l’asta orizzontale con un grado inferiore a 90° rispetto a quella verticale; quanto alla forma della m, essa risente dell’influenza etrusca.

L’uscita in –om, anziché in –um, dell’accusativo singolare dei nomi della seconda declinazione e degli aggettivi di prima classe, equivale a quella dell’accusativo greco in -ον e segnala che, nella seconda metà del III secolo a.C., il fenomeno fonetico e grafico dell’oscuramento non si era ancora verificato.

Alla r.3 compare la sequenza onomastica del dedicatario: M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius).

Nel commento alla scheda dell’ILLRP, Degrassi ha osservato che «in latere sinistro extat nota l i xxvi»[2]. Si tratterebbe di una marca: nei giacimenti di pietra (lapicedinae), infatti, era consuetudine presso i Romani contrassegnare il materiale estratto con un numero di serie relativo alla squadra di operai (brachium), preposta allo scavo, e al settore del fronte di taglio al quale gli operai erano stati assegnati. Il primo ad interessarsi a questo genere di marcature fu Bruzza: questi, in un contributo del 1870, affermò che Ritschl aveva inteso la sigla in esame come l(egiones) I (et) XXVI, ipotizzando che il reperto provenisse proprio da una cava assegnata a due reparti militari – cosa probabile! – e che fosse stato estratto dai soldati stessi dopo il congedo (ma ciò non è attestato!)[3]. Theodor Mommsen, invece, ritenne trattarsi della stima effettiva del donativo votato a Ercole dai soldati per tramite del dittatore, e, pertanto, sciolse l’abbreviazione in l(oricae) i(nlatae) XXVI. Più verosimile appare l’ipotesi avanzata da Henzen, il quale, intervenuto sul testo, interpretò la sigla come l(oco) i‹n(numero)› XXVI: la marca, a suo dire, indicava il numero di comparto da cui la lastra era stata estratta[4]. Più recente è stata la congettura dell’archeologo italiano La Regina, secondo il quale la sigla andrebbe interpretata come (in) l(ibro) I (loco) XXVI, cioè come numero del catalogo di opere d’arte esposte[5].

Quanto al nome gentilizio del dedicante, Kaimio ha mostrato che l’abbreviazione in Minuci del nominativo si spiega grazie al concorso combinato di ragioni di spazio, di ordine fonologico e di influssi etruschi[6].

Da un confronto con le fonti storiografiche, il personaggio in questione sarebbe Marco Minucio (Rufo), uomo politico romano vissuto verso la fine del III secolo a.C., che, malgrado le origini plebee, nel 221 divenne console e nel 216 morì combattendo a Canne[7].

Un aspetto poco chiaro della carriera politica di Marco Minucio è costituito dal titolo di dictator con cui egli si fregia nel titulus preso in esame. A questo proposito, Polibio è molto esplicito: egli informa che, nel 217, siccome i senatori accusavano e biasimavano Q. Fabio Massimo per la sua eccessiva prudenza nel gestire l’invasione annibalica, «avvenne allora quello che mai era accaduto: a Marco Minucio assegnarono i pieni poteri (αὐτοκράτορα γὰρ κἀκεῖνον κατέστησαν), convinti che avrebbe rapidamente condotto le cose a buon fine; in due, dunque, erano diventati i dittatori per le stesse operazioni, cosa che presso i Romani non era mai accaduta prima» (III 103, 4)[8].

Vale la pena di soffermarsi sul fatto che la testimonianza polibiana costituisca il tipico caso in cui un autore greco del II secolo a.C. trovasse difficoltà nel tradurre dal latino il nome di un’istituzione o di una carica pubblica romana. D’altronde, il dictator latino non aveva corrispondenza nel mondo greco, ma il termine che Polibio adottò, comunque, implicava l’idea di un individuo dotato di un potere esercitato per sé e da sé, senza essere eletto né nominato da un’assemblea, né tantomeno senza la consultazione di altri. È vero anche che la notizia riportata dallo storico megalopolita segnala un’alterazione: la dittatura romana, infatti, non era una magistratura collegiale, ma poteva essere affiancata, nel suo esercizio, da una figura subalterna, il magister equitum; colui che era chiamato ad assumere il mandato non era certamente eletto da un’assemblea popolare, ma veniva investito (dictus) dal console in carica. Si trattava, infine, di una magistratura straordinaria, necessaria solamente in casi di eccezionale gravita, quali la presenza sul territorio di un nemico, l’urgenza di sedare rivolte o rivoluzioni, e altre calamità politico-istituzionali che impedissero la regolare gestione della cosa pubblica. Il mandato durava normalmente sei mesi, tempo limite entro il quale il dictator doveva portare a termine tutti i provvedimenti e le soluzioni per i quali era stato indicato; in quel lasso di tempo, il prescelto deteneva il summum imperium e concentrava nelle proprie mani le prerogative di entrambi i consoli.

Il caso di Marco Minucio, stando dunque alla testimonianza polibiana, fu davvero eccezionale, un fatto senza precedenti: la gravità della situazione (Annibale era alle porte!) era tale da indurre ad alterare un’istituzione tanto rigida come la dictatura. Gli altri autori a disposizione per ricostruire la vicenda, tuttavia, non sono così espliciti, ma anzi sembrano, in un certo senso, contraddire quanto riportato da Polibio.

Ad esempio, Livio – o sarebbe meglio dire la sua fonte annalistica per il periodo, Fabio Pittore, il quale mostra di nutrire poca simpatia nei confronti di Marco Minucio Rufo –, riferisce che, in piena guerra annibalica, il comandante romano, mentre si trovava ad operare nel Sannio in qualità di magister equitum di Fabio Massimo, decise di assalire una parte dell’esercito punico intento a foraggiare. Ad un certo punto, il racconto liviano – o meglio la sua fonte annalistica – riferisce che, a seguito del confronto armato nei pressi di Gereonium, si contarono sex milia hostium caesa, quinque admodum Romanorum: per Minucio si trattò di una vittoria ottenuta al prezzo di numerose perdite, a ben guardare. Eppure – continua la fonte –, famam egregiae uictoriae cum uanioribus litteris magistri equitum Romam perlatam («il magister equitum in un suo dispaccio mendace fece pervenire a Roma la notizia millantatrice di una spettacolare vittoria»)[9]. Per mettere a tacere discussioni, critiche e voci dubbie sulla vicenda, Livio riproduce il discorso pubblico tenuto da uno dei tribuni della plebe, certo Marco Metilio, il quale, siccome Gaio Flaminio era caduto in combattimento al lago Trasimeno, l’altro console, Gneo Servilio Gemino era stato incaricato di fiaccare la flotta punica nel Tirreno e i due pretori erano occupati a presidiare Sicilia e Sardegna, avanzò la proposta de aequando magistri equitum et dictatoris iure: il conferimento di un aequatum imperium avrebbe comportato la piena parità di poteri fra Fabio Massimo e Marco Minucio[10]. Con buona pace della fonte liviana, che chiaramente parteggia per Massimo, nella figura di Metilio si potrebbe ravvisare la posizione condivisa fra quanti, all’interno del Senato, non gradissero la politica prudente del Cunctator. La testimonianza annalistica, alla fine, riversa tutto il proprio astio nei confronti di Minucio, stigmatizzando la sua arroganza (Livio connota l’atteggiamento del personaggio con le seguenti espressioni: grauitas animi, cum inuicto…animo, utique immodice immodesteque…gloriari), non appena quello fu raggiunto dalla lettera del Senato che lo informava dell’equiparazione dei comandi[11]. Ad ogni modo, considerando la versione liviana (o fabiana) a confronto con quella polibiana, l’autore patavino non nomina mai Minucio in qualità di dictator – anzi sembra quasi si astenga coscientemente dal farlo.

Una testimonianza simile, benché molto più audace, appare in Appiano, il quale riporta che il Senato, durante la guerra annibalica, diede disposizioni affinché il magister equitum, Minucio, detenesse un’autorità equiparata in tutto e per tutto a quella del dictator (ἴσον ἰσχύειν αὐτῷ τὸν ἵππαρχον)[12].

Contrariamente alla superiorità numerica delle fonti antiche che formano la tradizione secondo cui Minucio non sarebbe stato incaricato formalmente della dictatura (Nepote, Valerio Massimo, Cassio Dione, Zonara, e l’anonimo de viris illustribus), Dorey si è detto convinto che le prove materiali sembrano, tuttavia, confermare la testimonianza di Polibio: la dedica a Ercole, a suo dire, costituirebbe «a conclusive proof that Minucius was formally and officially appointed Dictator by the plebiscite of Metilius»[13]. Lo studioso, addirittura, ha ipotizzato che il documento in questione facesse riferimento a una possibile dittatura anteriore al 217[14].

La questione, però, si complica ulteriormente, confrontando la testimonianza di Plutarco (Vita Marcelli) e quella di Valerio Massimo, a proposito della dittatura del 220 a.C. Plutarco, infatti, racconta che il dittatore, Minucio, al momento di nominare il proprio magister equitum, Gaio Flaminio, si udì un topolino squittire: la folla dei cittadini interpretò tale coincidenza come un presagio ostile e costrinse i magistrati ad abbandonare le proprie cariche, perché fossero sostituiti da altri. L’episodio è esattamente ripreso da Valerio Massimo, ma con l’unica grande differenza che, al posto di Minucio, compare nientemeno che il Temporeggiatore[15].

L’indicazione offerta da Valerio Massimo, in effetti, trova conferma in Livio e nel cosiddetto Elogium Fabii, testimonianze che provano che Quinto Fabio Massimo sia stato dittatore prima del 217 a.C.[16]

Per Dorey, comunque, Marco Minucio fu nominato dictator comitiorum habendorum causa, per venire a capo del conflitto d’interesse fra i consoli per regolare la convocazione dei comitia, in vista delle elezioni dei magistrati per l’anno successivo. Jahn, al contrario, si è detto convinto che Minucio fosse stato realmente dittatore sia nel 220 sia nel 217 a.C.[17]

Càssola e Meyer sembrano avere colto meglio nel segno, inserendo tutta la vicenda di Minucio nel più ampio rapporto conflittuale fra il Senato e Fabio Massimo[18].

Quanto all’Elogium Fabii, esso testimonia che Q. Fabio Massimo fu davvero dittatore nell’anno 220 a.C. e si scelse C. Flaminio in qualità di subalterno. Tre anni dopo, però, allorché si presentò una nuova situazione d’emergenza, il Senato, per evitare che lo stesso Fabio potesse scegliersi come vice un altro fra gli outsider politici legati al proprio clan gentilizio, approvò l’aberrante rogatio elettiva del magister equitum. Tra l’altro, siccome l’unico console in vita, Gneo Servilio, conduceva le operazioni belliche sul mare e a causa di ciò non poteva essere in patria in quel momento per nominare un dictator, a Fabio Massimo fu conferito un imperium pro dictatore.

 

Elogium Fabii Quinto Fabio Massimo

Elogium Fabii (CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361). Tabula onoraria, marmo, 2 a.C. – 14 d.C., da Arezzo. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Foto di SailkoCC BY 2.5

 

La statua di Quinto Fabio Massimo nei giardini del Palazzo di Schönbrunn a Vienna. Monumento sottoposto a tutela col numero 114069 in Austria. Foto di Herzi PinkiCC BY-SA 4.0

 

Plutarco (Vita Fabii) riprende sostanzialmente la versione degli eventi fornita da Livio, riportando che il tribuno Metilio avanzò la proposta di equiparare i poteri di Minucio e di Fabio, perché in tal modo essi potessero condividere con pari diritto e pari dignità la conduzione della guerra annibalica[19]. Una conferma della promulgazione della rogatio deriva dallo stesso Elogium Fabii: alle rr. 9-12, infatti, si dice che magistro/ equitum Minucio quoius popu-/lus imperium cum dictatoris / imperio aequauerat.

Meyer, però, non nascondeva la propria perplessità circa la bontà della dedica a Ercole, ma si chiedeva se, in qualche modo, Minucio avesse voluto autorappresentarsi in maniera del tutto differente rispetto a quanto le fonti letterarie tramandano. Tuttavia, la posizione dello studioso appare infondata, perché è vero che, tendenzialmente, le fonti epigrafiche non contrastano con la fattualità del contesto storico che le ha prodotte. Al limite, forse, si potrebbe pensare che, a quei tempi, chiunque leggesse quella dedica sorridesse maliziosamente di fronte all’arrogante pretesa di Minucio nel fregiarsi di un titolo che non doveva affatto appartenergli[20].

Come, infine, ha puntualizzato Degrassi nella nota di commento all’iscrizione, Marco Minucio fu eletto collega di Fabio Massimo secondo le indicazioni della lex Metilia del 217 a.C. Quanto ai Fasti Capitolini, invece, non risulta alcuna menzione di una simile co-dittatura[21].

 

***

 

Note:

[1] Si tratta di una roccia magmatica (trachite o tefrite) caratterizzata da una colorazione grigia e macchiettata da piccoli granuli di biotite (mica), simili a grani di pepe, dai quali deriva il nome. L’indicazione del litotipo permettono di ricostruire la provenienza del materiale, il suo ruolo e la sua importanza a livello commerciale, la sua area di diffusione e la sua presenza sul mercato nell’antichità.

[2] Degrassi A., Inscriptiones Latinae liberae rei publicae (ILLRP), I, Firenze 19652, 90.

[3] Bruzza L., Iscrizioni dei marmi grezzi, Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica 42, 1870, 114 (= Ritschl cit., IX).

[4] Cfr. ibid.

[5] La Regina A., Tabulae signorum urbis Romae, in Di Mino R.M. (ed.), Rotunda Diocletiani. Sculture decorative delle terme nel Museo Nazionale Romano, Roma 1991, 5, n.1: secondo lo studioso, il reperto, come altri, dovette godere almeno in età imperiale di una qualche forma di musealizzazione. L’ipotesi di per sé non è peregrina, dato il fatto che nel corso del II sec. d.C. in tutto il mondo romano si diffusero le scuole di retorica ispirate alla corrente della Seconda Sofistica, i cui metodi d’insegnamento e di apprendimento consistevano proprio nel cimentarsi in descrizioni di opere d’arte.

[6] Kaimio J., The nominative singular in -i of latin gentilicia, Arctos 6 (1969), 23-42.

[7] Münzer F., s.v. Minucius52, RE XV, 2 (1932), 1957-1962.

[8] Pol. III 103, 4.

[9] Liv. XXII 24, 1114, in part. 14.

[10] Liv. XXII 25, 10.

[11] Liv. XXII 26, 56; 27, 12.

[12] App. Hann. III 12.

[13] Dorey T.A., The Dictatorship of Minucius, JRS 45 (1955), 92.

[14] Ibid.

[15] Cfr. Plut., Marcel. 5, 4, con Val. Max., I 1, 5. Dorey T.A., ibid., che riferisce che Scullard, convenendo con Münzer, ha sostenuto che il Μινουκίου di Plutarco si trattava di un errore della tradizione manoscritta e che si doveva emendare in Μαξίμου.

[16] Cfr. Liv. XXII 9, 7, e CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361.

[17] Jahn J., Interregnum und Wahldiktatur, Kallmuenz 1970, 113-115.

[18] Si vd. Càssola F., I gruppi politici romani nel III secolo a.C., Trieste 1962, 261-268, e Meyer E., Römische Annalistik im Lichte der Urkunden, ANRW I.2 (1972), 975-978.

[19] Plut., Fab. 10, 1.

[20] Per Meyer E., Römische Annalistik…, cit., tutte le fonti concordano nel descrivere Marco Minucio come un uomo particolarmente spavaldo e arrogante.

[21] L’assunto di Degrassi ha ispirato Meyer a ritenere che Minucio non fosse mai stato riconosciuto ufficialmente come dictator.

Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

 

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

 

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

 

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

 

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma su spolia opima, incoronata da Vittoria (Pr.[L] – VP.F; Sex. Noni, in exergo).

Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d’alloro

 

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

 

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Virtus stante verso destra, con lancia e scudo; in leggenda: Virtu-s Aug(usti).

M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante verso sinistra con due labari; in leggenda: Fides militum; in exergo, la sigla KAE.

 

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

 

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria issata sulla prora di una nave. L’immagine è iscritta in una leggenda, che recita: Concordia exercituum.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda Fisci Iudaici – calumnia sublata; nel campo sinistro S(enatus) e in quello destro C(onsulto).

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

 

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano. Intorno, la leggenda: Tr(ibunicia) Pot(estas) – Co(n)s(ul) III.

 

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa.

 

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso: Sol, radiato, stante, verso sinistra; regge nella mano sinistra un globo e la destra è alzata sopra un prigioniero ai suoi piedi; in leggenda: Oriens Aug(usti).

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

 

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: Divi Caesar(is) Mater.

 

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: Divus Caesar imp(eratoris) Domitiani f(ilius).

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

Puteoli: “de forma inscriptioni danda statuae”

di A. Parma, Sulla presenza di decreta decurionum nella pars tertia, negotia, dei Fontes Iuris Romani Antejustiniani, in Revisione ed integrazione dei Fontes Iuris Romani Anteiustiniani (Fira). Studi preparatori. I. Leges, (a cura di) G. Purpura, Palermo 2008, pp. 244-248.

 

Base onoraria in marmo bianco nota da tradizione manoscritta.

Trasportata in epoca imprecisata per reimpiego da Puteoli a Napoli, venne inserita in uno dei pilastri del campanile di San Gregorio Armeno, dove è ancora oggi, già in antico visibile in parte.

CIL X 1786; FIRA III², 40.

Dat.: 9 gennaio 196 d.C.

 

 

M(arco) Octavio / M(arci) f(ilio) Agathae // C(aio) Domitio Dextro II L(ucio) Valerio / Messalla Thrasia Prisco co(n)s(ulibus) / VI Idus Ianuar(ias) / in curia basilicae Aug(ustae) Annian(ae) / scribundo adfuerunt A(ulus) Aquili(u)s / Proculus M(arcus) Caecilius Publiolus / Fabianus T(itus) Hordeonius Secund(us) / Valentinus T(itus) Caesius Bassianus / quod postulante Cn(aeo) Haio Pudente / o(ptimo) v(iro) de forma inscriptioni dan/da statuae quam dendrophor(i) / Octavio Agathae p(atrono) c(oloniae) n(ostrae) statue/runt Cn(aeus) Papirius Sagitta et P(ublius) / Aelius Eudaemon IIvir(i) rettu/lerunt q(uid) d(e) e(a) r(e) f(ieri) p(laceret) d(e) e(a) r(e) i(ta) c(ensuerunt) / placere universis honestissimo / corpori dendrophorum in/scriptionem quae ad honorem / talis viri p[ertinea]t dare quae / decreto [‒ ‒ ‒] inserta est.

 

A Marco Ottavio Agathas, figlio di Marco. Sotto il consolato di Gaio Domizio Destro, console per la seconda volta, e Lucio Valerio Messalla Trasia Prisco, il sesto giorno prima delle Idi di Gennaio, nella curia della Basilica Augusta Anniana erano presenti come redattori Aulo Aquilio Proculo, Marco Cecilio Publiolo Fabiano, Tito Ordeonio Secondo Valentino, Tito Cesio Bassiano. Perché, su richiesta di Gneo Aio Pudente, uomo distinto, quanto all’aspetto da dare all’iscrizione della statua che i dendrophori hanno stabilito per Ottavio Aghatas, patrono della nostra colonia, i duoviri, Gneo Papirio Sagitta e Publio Elio Eudemone, hanno riportato che cosa fosse opportuno fare circa la questione, a quel proposito [i decurioni] hanno così decretato: che a tutti quanti fosse gradito concedere all’onorevolissima corporazione dei dendrophori l’iscrizione che conviene ad un uomo siffatto, la quale [iscrizione] è stata integrata [‒ ‒ ‒] per decreto.

 

CIL X 1786, p. 222.

 

Il decreto nei FIRA è ricompreso nel gruppo degli atti di collegia, essendo stato ritenuto dal curatore una delibera della corporazione dei dendrophori cittadini, piuttosto che una disposizione dell’ordo decurionale puteolano. In seguito Sherk non incluse questa iscrizione nella sua silloge sui decreta decurionum[1]. A ben considerare, però, su questa interpretazione sorgono non pochi dubbi. La base onoraria posta ad Octavius Agatha, assai verosimilmente recava sul fronte, rimasto ignoto perché tuttora murato, l’elogio dedicato dal collegio al noto personaggio, mentre su una delle due facce laterali, un tempo visibile, era inciso, il testo qui trascritto, nel quale si legge il decreto emesso per la realizzazione di quell’elogio. La formulazione usata porta a pensare che non si tratti di un provvedimento preso all’interno del sodalizio per onorare un patrono del collegio, come ritenuto da Arangio Ruiz, quanto piuttosto di una delibera dell’ordo decurionum puteolano per approvare l’elevazione di una statua onoraria per un patronus coloniae (lin. 12). Ad accreditare questa interpretazione concorrono diversi elementi. Anzitutto il luogo di riunione, la curia della basilica Augusta Anniana, è uno dei luoghi tipici di incontro dell’ordo puteolano, già noto da diversi decreti epigrafici conservati[2], mentre il più delle volte i collegia si radunavano nei templa all’interno delle domus o scholae collegi[3]. Inoltre l’istanza era stata introdotta dai duoviri cittadini, Cn. Papirius Sagittae P. Aelius Eudaemon, e non dai curatores del collegio, come altrimenti accadeva, mentre Cn. Haius Pudens, ornatus vir[4], aveva avanzato la richiesta circa il testo dell’iscrizione da incidere sulla base della statua onoraria (“de forma inscriptioni danda”) che il potente collegio locale dei dendrophori[5] aveva disposto di erigere come testimonianza dei meriti acquisiti da M. Octavius Agatha, patronus coloniae[6], nella salvaguardia degli interessi della città di Puteoli. Infine, argomento che ritengo di maggior peso, la circostanza che gli universi (di lin. 17) che approvano il decretum, non possono identificarsi, per evidenti regole grammaticali, con i membri dell’honestissimum corpus dendrophorum, che è ricordato in caso dativo come beneficiario della concessione (honestissimo corpori dendrophorum inscriptionem … dare)[7]. La richiesta avanzata all’ordo decurionum in nome del collegio dei dendrophori, dunque, non riguarda solo la concessione di uno spazio su suolo pubblico dove porre la base con la dedica e la statua onoraria, come normalmente necessario in questi casi[8], bensì soprattutto la definizione del contenuto e della forma dell’elogio del patrono[9], in un rapporto che lega gli interessi del collegio a quelli della comunità cittadina. L’elogio, iscritto sulla facciata principale della base, non ci è pervenuto; possediamo solo un estratto del decreto, apposto su uno dei lati della stessa e redatto alla presenza di quattro decuriones testimoni:

A. Aquilius Proculus, M. Caecilius Publiolus Fabianus, T. Hordeonius Secundus Valentinus, T. Caesius Bassianus. La delibera è datata 9 gennaio del 196 sotto il consolato di C. Domitius Dexter, cos. iterum, e L. Valerius Messalla Thrasea Priscus[10].

 

Due personaggi togati (magistrati?). Statuetta, bronzo, I sec. d.C. Malibu, J. Paul Getty Museum.

 

******

Note:

 

[1] Probabilmente seguendo l’interpretazione dello scioglimento suggerito da Waltzing alla lin. 12 del testo epigrafico p(atrono) c(ollegii) n(ostri), J.P. Waltzing, Étude historique sur les Corporations professionelles chez les romains depuis les origins jusqu’à la chute de l’Empire d’Occident, (Louvain 1895-1900), vol. III, Roma, 1968 (rist. anast.), 437-438, piuttosto che quello adottato da Mommsen nella relativa scheda edita nel CIL X.

[2] Altri decreti puteolani, all’incirca coevi, che hanno lo stesso edificio pubblico come luogo di riunione: CIL X 1782, 1783, 1787; Eph. Ep. VIII 371 = AE. 1988, 302.

[3] Vedi ad esempio: CIL V 7906; CIL XI 970, 2702, 5748 = AE. 2008, 499, 6335; AE. 1991, 713; AE. 2000, 344 = 2007, 359.

[4] Il nostro personaggio doveva essere un membro di spicco del collegio dei dendrophori che era stato incaricato o autorizzato a proporre l’istanza presso il consiglio decurionale. Sull’appellativo ornatus v. A. Chastagnol, Le formulaire de l’épigraphie latine officielle dans l’antiquité tardive, in A. Donati (ed.), La terza età dell’epigrafia, Coll. AIEGL –Borghesi 1986, Faenza 1988, 15-64. Infine sui rapporti correnti fra personaggi di spicco dell’élite cittadina e il collegio dei dendrophori v. da ult. F. Van Haeperen, Collèges de dendrophores et autorités locales et romaines, in M. Dondin-Payre – N. Tran (éd.), Collegia. Le phénomène associatif dans l’Occident romain, Bordeaux 2012, 47 ss.

[5] In generale sulla funzione religiosa del collegio: J.P. Waltzing, op. cit., 243-248. F. Cumont, s.v. Dendrophori, in PW V I (1903), col. 218-219. S. Aurigemma, sv. Dendrophori, in E. De Ruggiero, Diz. Ep., II, 2, 1900, 1671-1705. R. Rubio Rivera, Collegium dendrophorum: corporación profesional y cofradía metróaca, in Gerión, 11, 1993, 175-183. Per una lettura degli aspetti sociologici legati al prestigio e al rango dei collegiati anche in rapporto con la città e le sue istituzioni v. da ult. N. Tran, Les membres des associations romaines: le rang social des collegiati in Italie et en Gaules, sous le Haut-Empire, Rome 2006, in part. 211 ss. Sul fenomeno associativo in generale v. il recente M. Dondin-Payre – N. Tran, Collegia. Le phénomène associatif dans l’Occident romain, Bordeaux 2012. Sui collegia professionali in Campania v. S. Castagnetti, I collegia della Campania, in E. Lo Cascio – G. Merola (ed.), Forme di aggregazione nel mondo romano, Bari 2007, 223-241.

[6] Sulle diverse forme di patronato v. L. Harmand, Le patronat sur les collectivités publiques des origines au Bas-Empire, Paris 1957; B.H. Warmington, The municipal Patrons of Roman North Africa, in PBSR, 22, 1954, 39-51; R.P. Saller, Personal Patronage under the Early Empire, Cambridge 1982; Id., Patronage and friendship in early Imperial Rome: forms of control, in A. Wallace-Hadrill (ed.), Patronage in ancient society, London 1989, 283-287. Per il patronato municipale v. R. Duthoy, Quelques observations concernant la mention d’un patronat municipal dans les inscriptions, in AC, 50, 1981, 295-305; Id., Sens et fonction du patronat municipal sous le Principat, in AC, 53, 1984, 145-156; Id., Scenarios de cooptation des patrons municipaux en Italie, in Epigraphica, 46, 1984, 23-48; Id., Le profil social des patrons municipaux en Italie sous le Haut-Empire, in Ancient Society, 15-17, 1984-1986, 121-154.

[7] Non convince la forzatura grammaticale della frase da parte di Schnorr von Carosfeld che l’interpreta come un’espressione appositiva paratattica, vd. L. Schnorr von Carolsfeld, Geschichte der juristischen Person, I, Universitas, Corpus, Collegium im klassischen römischen Recht, München 1933, 360. Sul punto, anche se in relazione a due città africane, v. G. Zimmer, Locus datus decreto decurionum: Zur Statuenaufstellung zweier Forumsanlagen im romischen Afrika, München,1989, 9 ss.

[8] Sull’uso di spazi pubblici da parte dei collegia si v. da ult. N. Tran, Associations privées et espace public. Les emplois de publicus dans l’épigraphie des collèges de l’Occident romain, in M. Dondin-Payre – N. Tran (éd.), op. cit., 63 ss. 78.

[9] Su questo aspetto P. Le Roux, L’ ‘amor patriae’ dans le cités sous l’Empire romain, in H. Inglebert (éd.), Idéologies et valeurs civiques dans le monde Romain. Hommage à Claude Lepelley, Paris 2002, 143-161, in part. 148.

[10] Sui consoli v. PIR2 D 144. PW., VIII, A1, 169-170, n. 269.

Il grande incendio di Roma (18 luglio 64 d.C.)

Tac., Ann. XV 38-41 (trad. it. B. Ceva)

 

Hubert Robert, L’Incendie de Rome. Olio su tela, 1771. Le Havre, Musée d’art moderne André-Malraux.

 

Sequitur clades, forte an dolo principis incertum (nam utrumque auctores prodidere), sed omnibus quae huic urbi per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior. initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit. neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. impetu peruagatum incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus inferiora populando, antiit remedia uelocitate mali et obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. ad hoc lamenta pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae aetas, quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. et saepe dum in tergum respectant lateribus aut fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in eodem casu reperiebant. postremo, quid uitarent quid peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam amissis omnibus fortunis, diurni quoque uictus, alii caritate suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio interiere. nec quisquam defendere audebat, crebris multorum minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces iaciebant atque esse sibi auctore‹m› uociferabantur, siue ut raptus licentius exercerent seu iussu.

 

Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia del principe, poiché gli storici interpretarono la cosa nell’un modo e nell’altro. È certo però che questo incendio per la sua violenza ebbe effetti più terribili e spaventosi di tutti gli incendi precedenti. Cominciò in quella parte del circo, che è contigua ai colli del Palatino e del Celio, dove il fuoco, appena scoppiato nelle botteghe in cui si trovavano merci infiammabili, subito divampò violento alimentato dal vento ed avvolse il circo per tutta la sua lunghezza, poiché non vi erano palazzi con recinti o templi circondati da mura o qualunque altra difesa che potesse arrestare la marcia delle fiamme. Spinto dalla violenza l’incendio si diffuse dapprima nei luoghi piani, poi salì ai colli e poi di nuovo invase devastando i luoghi bassi e con la sua rapidità prevenne ogni possibilità di rimedio, poiché il fuoco si appiccava con estrema facilità alle vie strette e tortuose e agli immensi agglomerati di case della vecchia Roma. A tutto ciò s’aggiungevano le grida lamentose delle donne atterrite e l’impaccio dei vecchi malfermi e dei bambini e coloro che cercavano di salvare sé e quelli che cercavano invece di aiutare altri, o trascinando i malati, o fermandosi ad aspettarli; chi s’indugiava, chi si precipitava, tutto era causa d’ingombro e d’impedimento. Avveniva spesso che qualcuno, mentre si sorvegliava le spalle, si trovava circondato dalle fiamme ai fianchi e di fronte; altri, poi, che erano fuggiti nelle vicinanze le trovavano già invase dall’incendio, e quelle località che avevano creduto immuni dal fuoco per la loro lontananza, vedevano, invece, avvolte nella medesima rovina. Alla fine, non sapendo più da quali luoghi fuggire ed in quali trovar riparo, si riversarono nelle vie e si buttarono prostrati nei campi; alcuni, per aver perduto ogni possibilità finanziaria anche per la vita di tutti i giorni, altri, invece, per la disperazione di non aver potuto salvare i propri cari, si abbandonarono inerti alla morte, pur avendo una possibilità di salvarsi. Nessuno poi aveva il coraggio di tentare qualche cosa contro l’incendio, di fronte alle frequenti minacce di coloro che ne impedivano l’estinzione ed alla vista di quelli che scagliavano torce ardenti e che dichiaravano a gran voce che avevano ricevuto un ordine, sia che facessero ciò per rapinare in piena libertà, sia che in realtà eseguissero un comando.

 

Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis hortos continuauerat, ignis propinquaret. neque tamen sisti potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum haurirentur. sed solacium populo exturbato ac profugo campum Martis ac monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab Ostia et propinquis municipiis pretiumque frumenti minutum usque ad ternos nummos. quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis cladibus adsimulantem.

 

In quel momento Nerone era ad Anzio, e non ritornò a Roma finché le fiamme non s’avvicinarono a quella casa che egli aveva edificato per congiungere il palazzo coi giardini di Mecenate. Non si poté, tuttavia, impedire al fuoco di avvolgere e distruggere il palazzo, la casa e tutti i luoghi circostanti. Per confortare il popolo vagante qua e là senza dimora, aperse il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, dove fece innalzare delle costruzioni improvvisate per offrire un rifugio alla moltitudine in miseria. Da Ostia e dai vicini municipi fece venire oggetti di prima necessità, fece ridurre il prezzo del grano a tre nummi per moggio. Tutti questi provvedimenti, per quanto di carattere popolare, non ebbero eco nel favore del popolo, perché si era diffusa la voce che nello stesso momento in cui la città era preda delle fiamme egli fosse salito sul palcoscenico del palazzo, ed avesse cantato l’incendio di Troia, raffigurando in quell’antica rovina la presente sventura.

 

Edicola. Cotto e marmo. Caserma della VII Cohors Vigilum, Trastevere (Roma).

 

Sexto demum die apud imas Esquilias finis incendio factus, prorutis per immensum aedificiis ut continuae violentiae campus et velut vacuum caelum occurreret. necdum pos‹i›t‹us› metus aut redierat plebi ‹spes›: rursum grassatus ignis patulis magis urbis locis; eoque strages hominum minor, delubra deum et porticus amoenitati dicatae latius procidere. plusque infamiae id incendium habuit quia praediis Tigellini Aemilianis proruperat videbaturque Nero condendae urbis novae et cognomento suo appellandae gloriam quaerere. quippe in regiones quattuordecim Roma dividitur, quarum quattuor integrae manebant, tres solo tenus deiectae: septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semusta.

 

Alla fine, sei giorni dopo, l’incendio cominciò a languire alle pendici dell’Esquilino, dopo che per larghissimo spazio erano stati abbattuti degli edifici, per lasciare all’incessante imperversare delle fiamme uno spazio vuoto e quasi il vuoto cielo. Lo spavento, tuttavia, non era ancora cessato né il popolo si era riavuto alla speranza, quando di nuovo il fuoco infuriò in località della città più aperte, per cui fu minore la strage di uomini; fu, pertanto, più ampia la distruzione di templi dedicati al culto degli dèi e portici destinati ai passeggi pubblici. Questo secondo incendio suscitò maggiore sdegno, perché era scoppiato nei Giardini Emiliani, uno dei possedimenti di Tigellino, per cui sembrava che Nerone volesse per sé la gloria di fondare una nuova città e di chiamarla col suo nome. Roma, infatti, era divisa in quattordici quartieri, dei quali quattro rimanevano intatti, tre abbattuti al suolo, degli altri sette rimanevano solo pochi ruderi rovinati ed abbruciacchiati.

 

Domuum et insularum et templorum quae amissa sunt numerum inire haud promptum fuerit: sed uetustissima religione, quod Seruius Tullius Lunae et magna ara fanumque quae praesenti Herculi Arcas Euander sacrauerat, aedesque Statoris Iouis uota Romulo Numaeque regia et delubrum Uestae cum Penatibus populi Romani exusta; iam opes tot uictoriis quaesitae et Graecarum artium decora, exim monumenta ingeniorum antiqua et incorrupta, ‹ut› quamuis in tanta resurgentis urbis pulchritudine multa seniores meminerint quae reparari nequibant. fuere qui adnotarent XIIII Kal. Sextilis principium incendii huius ortum, et quo Senones captam urbem inflammauerint. alii eo usque cura progressi sunt ut totidem annos mensisque et dies inter utraque incendia numerent.

 

Non è facile dare il numero delle case, degli isolati, e dei templi che andarono perduti. Fra questi vi furono quelli di più antico culto che Servio Tullio aveva dedicato alla Luna, la grande ara e il tempietto che l’Arcade Evandro aveva consacrato al nume presente di Ercole; furono inoltre arsi il tempio votato a Giove Statore da Romolo e la reggia di Numa e il santuario di Vesta con i penati del popolo romano. Furono così perduti ricchezze conquistate in tante vittorie e capolavori dell’arte greca, e con essi gli antichi e originali documenti degli uomini di genio, tanto che, per quanto Roma fosse risolta splendida, molte cose i vecchi ricordavano che non avrebbero più potuto essere rifatte. Vi furono coloro che notarono che l’incendio era scoppiato quattordici giorni avanti le calende di Agosto, lo stesso giorno in cui i Galli Senoni, presa Roma, l’avevano incendiata. Altri andarono più in là nel calcolo, in modo da stabilire che tra i due incendi era intercorso lo stesso numero di anni e di mesi e di giorni.

 

**********************************

 

Suet. Nero 38 (trad. it. F. Dessì)

 

Karl Theodor von Piloty, Nero nach dem Brande Roms. Olio su tela, 1860. Budapest und München.

 

Sed nec populo aut moenibus patriae pepercit. dicente quodam in sermone communi:

 

ἐμοῦ θανόντος γαῖα μειχθήτω πυρί,

 

«immo», inquit, «ἐμοῦ ζῶντος», planeque ita fecit. nam quasi offensus deformitate ueterum aedificiorum et angustiis flexurisque uicorum, incendit urbem tam palam, ut plerique consulares cubicularios eius cum stuppa taedaque in praediis suis deprehensos non attigerint, et quaedam horrea circa domum Auream, quorum spatium maxime desiderabat, [ut] bellicis machinis labefacta atque inflammata sint, quod saxeo muro constructa erant. per sex dies septemque noctes ea clade saeuitum est ad monumentorum bustorumque deuersoria plebe compulsa. tunc praeter immensum numerum insularum domus priscorum ducum arserunt hostilibus adhuc spoliis adornatae deorumque aedes ab regibus ac deinde Punicis et Gallicis bellis uotae dedicataeque, et quidquid uisendum atque memorabile ex antiquitate durauerat. hoc incendium e turre Maecenatiana prospectans laetusque «flammae», ut aiebat, «pulchritudine», Halosin Ilii in illo suo scaenico habitu decantauit. ac ne non hinc quoque quantum posset praedae et manubiarum inuaderet, pollicitus cadauerum et ruderum gratuitam egestionem nemini ad reliquias rerum suarum adire permisit; conlationibusque non receptis modo uerum et efflagitatis prouincias priuatorumque census prope exhausit.

 

Ma non risparmiò nemmeno il popolo né le mura della sua patria. Quando un tale, durante una conversazione, citò il verso greco:

 

Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco,

 

Nerone disse: «Anzi, che scompaia mentre sono vivo!», e realizzò completamente questo suo desiderio. Infatti, come se si sentisse ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalla strettezza delle strade sinuose, incendiò Roma in modo così sfacciatamente palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro proprietà i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini di grano, vicini alla Domus Aurea e di cui Nerone desiderava occupare l’area, vennero demoliti con macchine da guerra e incendiati, perché erano costruiti in pietra. Quel flagello incrudelì per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero infinito di case popolari, furono divorate dall’incendio anche le case degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dèi, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di esser visto o ricordato fin dall’antichità.

Nerone, mentre contemplava l’incendio dalla torre di Mecenate, «allietato – sono le sue parole – dalla bellezza delle fiamme», cantò La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena. E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantità possibile di preda e di spoglie, promise di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, vietando a chiunque di avvicinarsi ai resti dei propri averi. Non soltanto accettò dei contributi, ma ne richiese in tale misura che rovinò le province e i privati.

 

**********************************

CIL VI 826 = ILS 4914

 

Ara dell’incendio neroniano. Altare, travertino e marmo, post 81 d.C. ca. Roma, P.zzo Sant’Andrea.

 

Haec area intra hanc / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / [[[Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto)]]] / [[[Germanico]]] ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre // Haec area intra hancce / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto) / Germanico ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / nego<t=C>iari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit sacrum faciat / aliusue quis magistratus / Uolcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robeo / et uerre <f=R>ac(tis) precationibus / infra script<is=AM> aedi[‒ ‒ ‒] K(alendas) Sept(embres) / ianist[‒ ‒ ‒] / [‒ ‒ ‒] dari [‒ ‒ ‒]quaes[‒ ‒ ‒] / quod imp(erator) Caesar Domitianus / Aug(ustus) Germanicus pont(ifex) max(imus) / constituit Q[‒ ‒ ‒] / fieri // ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre.

Tabula Clesiana

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 195-200.

 

Tabula Clesiana. Bronzo, 46 d.C., da Cles (località Campi Neri). Trento, Museo del Castello del Buonconsiglio.

 

Editto dell’imperatore. CIL V 5050 = ILS 206 = Bruns, Fontes7, p. 253 = Riccobono, Leges2, p. 417. Edictum Claudii de civitate Anaunorum, comunemente detto Tabula Clesiana.

 

M. Iunio Silano Q. Sulpicio Camerino co(n)s(ulibus),

idibus Martis, Bais in praetorio, edictum

Ti. Claudi Caesaris Augusti Germanici propositum fuit id

quod infra scriptum est.

Ti. Claudius Caesar Augustus Germanicus, pont(ifex)

maxim(us), trib(unicia) potest(ate) VI, imp(erator) XI, p(ater) p(a-

                                           triae), co(n)s(ul) designatus IIII, dicit:

Cum ex veteribus controversis pe[nd]entibus aliquandiu etiam

temporibus Ti. Caesaris patrui mei, ad quas ordinandas

Pinarium Apollinarem miserat, quae tantum modo

inter Comenses essent, quantum memoria refero, et

Bergaleos, isque primum apsentia pertinaci patrui mei,

deinde etiam Gai principatu, quod ab eo non exigebatur

referre, non stulte quidem, neglexserit; et posteac

detulerit Camurius Statutus ad me, agros plerosque

et saltus mei iuris esse: in rem praesentem misi

Plantam Iulium amicum et comitem meum, qui

cum, adhibitis procuratoribus meis qu[i]que in alia

regione quique in vicinia errant, summa cura inqui-

sierit et cognoverit, cetera quidem, ut mihi demons-

trata commentario facto ab ipso sunt, statuat pronun-

tietque ipsi permitto.

Quod ad condicionem Anaunorum et Tulliassium et Sinduno-

rum pertinent, quorum partem delator adtributam Triden-

tinis, partem ne adtributam quidem arguisse dicitur,

tametsi animadverto non nimium firmam id genus homi-

num habere civitatis Romanae originem, tamen cum longa

usurpatione in possessionem eius fuisse dicatur et ita permix-

tum cum Tridentinis, ut diduci ab is sine gravi splendi[di] municipi

iniuria non possit, patior eos in eo iure, in quo esse se existima-

verunt, permanere beneficio meo, eo quidem libentius, quod

pler[i]que ex eo genere hominum etiam militare in praetorio

meo dicuntur, quidam vero ordines quoque duxisse,

nonnulli [a

]llecti in decurias Romae res iudicare.

Quod beneficium is ita tribuo, ut quaecumque tanquam

cives Romani gesserunt egeruntque aut inter se aut cum

Tridentinis alisve, rat[a

] esse iubea[m], nominaque ea,

quae habuerunt antea tanquam cives Romani, ita habere is permit-

                                                                                                    tam.

 

«Sotto il consolato di M. Giunio Silano e di Q. Sulpicio Camerino (46 d.C.), il 15 marzo, a Baia nella villa imperiale, fu esposto il sotto riferito editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico. Ti. Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, nell’anno VI della tribunizia potestà, all’undicesima salutazione imperatoria, padre della patria, console designato per la quarta volta, dice: circa le vecchie controversie a lungo pendenti già ai tempi di Ti. Cesare, mio zio, che aveva mandato per regolarle, quelle soltanto che v’erano, per quanto me ne ricordo, fra i Comensi e i Bergalei, Pinario Apollinare, poiché costui, dapprima per l’ostinata lontananza da Roma di mio zio, e poi anche sotto l’impero di Caligola, dato che questi non gliene chiedeva conto, trascurò di riferire, non senza accortezza del resto, e poiché in seguito Camurio Statuto mi denunziò che la maggior parte del territorio coltivabile e dell’incolto sono di mio diritto: io ho mandato a compiere un sopralluogo Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, coadiuvato dai miei procuratori di altra regione e delle vicinanze ha compiuto una diligente inchiesta e cognizione; pertanto le altre questioni, come mi sono state esposte nella relazione da lui stesso fatta, do incarico a lui di definirle e dirimerle. Per quanto si riferisce alla condizione degli Anauni, dei Tulliassi e dei Sinduni, una parte dei quali viene riferito che colui che fece la denunzia provò che era attribuita ai Tridentini, e parte non era nemmeno attribuita, sebbene io veda che quella stirpe di uomini non ha una troppo salda radice della sua cittadinanza romana, tuttavia, poiché si dice ch’essa per lungo uso ne sia stata in possesso, e poiché essa è così mescolata con i Tridentini, da non poter essere staccata da loro senza grave danno di quello splendido municipio, permetto ch’essi permangano per mio beneficio in quella condizione giuridica nella quale hanno creduto di essere, e tanto più volentieri, in quanto si dice che molti di quella stirpe militano persino nella mia guardia pretoria, certuni anche come graduati, e alcuni poi, assunti nelle decurie, ricoprono l’ufficio di giurati in Roma. Questo beneficio io lo concedo loro in modo che tutti gli atti che furono da loro compiuti come se fossero cittadini romani, o tra di loro, o con i Tridentini, o con altri, io ordino che siano ratificati, e permetto che conservino, così come sono, quei nomi che ebbero prima come se fossero cittadini romani».

 

La tavola di bronzo, trovata a Cles in Val di Non nel 1869, ebbe nello stesso anno l’onore di un esauriente commento del Mommsen, («Hermes», IV, 1869, pp. 99-131 = Ges. Schr. IV, pp. 291-322), e venne poi studiata e pubblicata varie volte come documento del più alto interesse storico. Il contenuto è abbastanza chiaro, anche se il testo è poco corretto (stranamente, perché i caratteri sono bellissimi, e la copia non venne certo fatta dai montanari dell’Anaunia, ma a Roma o in Campania) e lo stile è nella prima parte alquanto contorto, riflesso senza dubbio delle velleità letterarie di Claudio, il cui spirito si rivela del resto in tutto il documento (aperta critica alla pigrizia dei predecessori, rilevazione fatta con humour del poco saldo fondamento della cittadinanza di quel «genus hominum», ragioni umane della sua benevolenza per gli Anauni).

Si tratta di un episodio sulle contestazioni di possesso di territorio fra lo stato e i comuni, o fra lo stato e i privati, o fra i comuni e i privati, che dovevano essere abbastanza frequenti nei territori alpini ai quali non era ancora stata assegnata una condizione giuridica precisa. In genere le valli alpine, e in particolare delle Alpi centrali (le Alpi occidentali ebbero da Augusto la costituzione provinciale) erano adtributae ai municipi o alle colonie più vicine, ma senza parteciparne il diritto: cioè quando le città della Gallia Cisalpina ebbero con la lex Pompeia dell’89 a.C. il diritto latino, i montanari adtributi rimasero peregrini, e quando con Cesare, nel 49, le stesse città ebbero la piena cittadinanza romana, gli attributi non ebbero nulla, entrando tutt’al più col tempo nella condizione della cittadinanza latina. Ma è chiaro che la consuetudine di rapporti con la città alla quale queste popolazioni erano attribuite, deve averle indotte a poco a poco a credersi nella stessa condizione giuridica, e a compiere quegli atti compiuti anche dagli Anauni nella buona fede di essere cittadini, e ratificati da Claudio, il quale approva anche i nomi di foggia romana (cioè con nome e gentilizio) che quelli abusivamente si erano dati. Questo per l’inquadramento generale, seguendo specialmente la teoria mommseniana dell’adtributio (Röm. Staatsr. III, pp. 765-772; da vedere ora U. Laffi, Adtributio e Contributio, Pisa 1966). Quanto al caso particolare, già sotto Tiberio e Caligola erano giunte al fisco imperiale denunce circa usurpazioni del diritto dello stato in territori di sua competenza e Tiberio aveva mandato un commissario (se Claudio, cioè i suoi segretari, ricordano bene, la controversia era fra i Comensi e i Bergalei, che nulla si oppone a ritenere, nonostante le riserve del Mommsen, le popolazioni della Val Bregaglia, ora divisa fra la provincia di Sondrio e il Canton Grigioni). Ma né Tiberio né Caligola si erano poi più interessati della cosa, sicché il commissario, Pinario Apollinare, non fece mai la sua relazione. Un certo Camurius Statutus fece però presenti a Claudio (di passaggio al suo ritorno dalla Britannia nel 44?), come delator (che non ha il significato deteriore dei nostri tempi), le medesime cose, probabilmente a proposito di un’altra zona però, cioè di quella di Trento, e allora Claudio mandò un commissario di alto rango, probabilmente di ordine senatorio, come appartenente alla cohors amicorum e comes dell’imperatore. Questi, valendosi dei procuratori della zona, cioè ai funzionari finanziari, fece la sua inchiesta e ne riferì all’imperatore, il quale gli diede anche l’incarico di «statuere et pronuntiare» in seguito alle risultanze. Per questo l’iscrizione non ci ragguaglia sulla vera e propria essenza della questione territoriale particolare, in quanto agli interessati premeva solo l’aggiunta riguardante la cittadinanza, sulla quale solo l’imperatore del resto poteva pronunciarsi, e non Giulio Planta.

Quanto alle persone nominate, cioè il «delator» Camurius Statutus, e i due commissari imperiali Pinarius Apollinaris e Iulius Planta, sono altrimenti sconosciuti. Un Pompeius Planta fu prefetto d’Egitto sotto Traiano, ma come tale apparteneva all’ordine equestre (PIR III, p. 70 nr. 483). Quanto alle notizie geografiche che si possono ricavare, la più importante è che, essendo indubitabile l’identificazione del territorio degli Anauni con l’attuale Val di Non (i Tulliasses e i Sinduni non sono collocabili con certezza, ma saranno state popolazioni finitime), ed essendo pure indubitabile e confermata da questa stessa esposizione l’appartenenza di Tridentum alla regione X, cioè all’Italia, il confine settentrionale d’Italia in questo tratto rimane fissato con certezza pressoché assoluta, ciò che non avviene per tante altre zone. Quello che Claudio dice verso la fine, di Anauni pretoriani e addirittura graduati (ordinem ducere = condurre un reparto; ordines sono i gradi inferiori) e «allecti in decurias» (le decurie dei giudici o giurati, che erano 5 al tempo di Claudio: quelle dei senatori, dei cavalieri, degli ex-centurioni, dei ducenarii, e l’ultima aggiunta da Caligola; esse formavano l’albo dei giudici, al quale si era ascritti dall’imperatore; condizione l’essere cittadini romani, e, per buona parte del I sec., italici, v. Diz. Epigr. IV, p. 161 sg.), prova ulteriormente che Tridentum faceva parte dell’Italia, e il grado della confusione di cittadinanza col municipio di queste popolazioni attribuite, che in pratica si ritenevano Tridentinae.