Sacri Boschi

di A.M. Cefis, Sacri boschi, su Ad Maiora Vertite, 2 febbraio 2019.

 

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

 

Ricostruzione della palude del Foro Romano (VIII sec. a.C.). Studio Inklink.

 

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

 

Ricostruzione del Campidoglio, con la quercia sacra, il templum e la capanna di Giove Feretrio. Studio Inklink.

 

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

La forma corinzia si diffuse poi nel mondo italico, dando luogo a varianti locali. Altrove, nell’opera di Vitruvio, emerge come l’architettura più che concepire il nuovo sia invece tesa a reinventare la Natura: un esercizio non solo stilistico e dell’utile, ma l’affermazione di un sentire ancora vibrante durante l’Impero. I veterani di Cesare si rifiuteranno di abbattere le asce su un cupo bosco nei pressi di Marsiglia[14], il loro cuore vacillerà di fronte alle sterminate estensioni della Selva Ercinia[15], così come accadrà quattro secoli dopo agli uomini al seguito di Flavio Giuliano[16]; lo stesso imperatore, sconcertato, dichiarerà che nulla di simile esisteva all’interno dei confini di Roma[17]. Diversi autori scriveranno di questa foresta primordiale con meraviglia, descrivendone le enormi volte costituite dalle radici delle sue immani querce e soprattutto la sua antichità, pari a quella del mondo stesso[18]. Ma ai tempi delle guerre sannitiche il cuore dell’Etruria, così come le altre parti d’Italia[19], non aveva nulla da invidiare alle foreste dell’estremo nord: la Silva Cimina era considerata invalicabile, al punto che il Senato arrivò a diffidare il console Quinto Fabio Rulliano dall’inoltrarvisi, cosa che fece comunque gettando il popolo romano nella costernazione e i nemici dell’esultanza, tanto il pericolo era percepito reale; la vittoria militare conseguita sembrò trascurabile, rispetto all’eccezionalità dell’impresa[20].

Tuttavia, gli uomini, perlopiù, avrebbero perso gradualmente la facoltà di udire i saturni versi di Pico, Fauno, Lucina, Canente e degli altri dèi silvani levarsi dal folto della vegetazione, che non sarebbe stato più temuto tanto per i suoi numi selvaggi quanto per la presenza di briganti e fuoriusciti: famosa a questo proposito la Silva Gallinaria vicino Cuma, dove era stanziata la Classis Misenensis (la principale flotta imperiale)[21]. Lo stesso legname servito ad allestire le navi dimostra un rimarchevole mutamento culturale: la montagna, percepita un tempo come luogo altro rispetto all’umano[22], dove normalmente si muovono solo divinità o fiere selvagge, rientrerà anch’essa nella categoria dell’utile; l’ancestrale, reverenziale, timore farà spazio a problematiche logistico-gestionali di un territorio integrato come qualunque altro. Una risorsa produttiva, da sfruttare tramite attività estrattiva o per reperire legna.

Fasti Amiternini (CIL IX, 4192 = Inscr.It. XIII 2, 25). Iscrizione su pietra, 20 d.C.
© Corpus Inscriptionum Latinarum – BBAW

Eppure, la tenace persistenza del sentimento religioso continuerà a dar sfoggio di sé: Plinio il Vecchio, nel XXXIII libro della sua opera, ci lascia infatti una testimonianza che è quanto di più significativo la letteratura classica possa proporre di carattere ecologico[23]. A tutela dell’integrità dei paesaggi, egli mescola considerazioni di tipo naturalistico, moralistico e religioso, esortando ad un’assunzione di responsabilità e a una presa di coscienza del danno causato, non solo a noi stessi ma all’equilibrio naturale nella sua totalità. Teso a scagionare la Natura da accuse che potrebbero esserle rivolte in quanto “matrigna”, egli addossa ogni responsabilità all’empietà degli uomini: smottamenti e inondazioni, ad esempio, non sono i capricci di una divinità, ma il risultato di un dissesto idrogeologico, derivato da diboscamento e da scellerate attività estrattive. Non solo: Plinio il Giovane sottolinea come tutto ciò comporti l’esaurimento di risorse indispensabili all’equilibrio fisico del mondo, risorse non facilmente rinnovabili; duemila anni fa i Romani prefiguravano il tema della sostenibilità ambientale. È questa la voce più illustre a testimoniare il permanere dell’antico spirito, ma non certo l’unica: se la montagna resterà luogo di evasione e raccoglimento[24], che invita ad una più esatta coscienza dei propri limiti, migliaia di dediche votive alle divinità silvane costituiscono altrettante voci. Lo dimostra anche il gran numero di culti, con magistrature e strutture annesse. Non mancano sacerdozi specificamente dedicati ai boschi, quali ad esempio il Flamen Lucularis e il Sacerdos trium lucorum[25], e una generale devozione continuerà a riferirsi anche verso singoli alberi; una parte della dottrina pontificale si estenderà alle diverse tipologie vegetali[26]. Se il Romano, prima di mettere mano all’accetta, deve stornare l’ira del dio sconosciuto a cui il bosco appartiene, offrendo sacrifici espiatori [27], col tempo la realtà boschiva andrà a differenziarsi. Scrive, infatti, Servio: «C’è differenza tra bosco (nemus), foresta (silva) e bosco sacro (lucus). Infatti, lucus definisce uno spazio boschivo cultuale; con il termine nemus si caratterizza uno spazio boschivo regolato, la silva è connotata dal suo essere vegetazione arbustiva estesa e non coltivata»[28]; il bosco espressamente sacro sarebbe dunque solo il lucus.

L’intercambiabilità di questi termini e la confusione che sembrano dimostrare gli autori antichi dimostra però come questa distinzione si ridimensionasse nel concreto. Tuttavia, il lucus è certamente un luogo speciale: la divinità vi si è manifestata con prodigi, per cui è soggetto a molteplici vincoli; ogni attività profana, salvo particolari disposizioni, è negata. Tali vincoli son fissati nelle Leges Lucorum, normative atte a stabilire ciò che è lecito fare e ciò che non lo è, le sanzioni (pecuniarie e religiose, a mezzo di piacolari) previste per le trasgressioni e l’organismo competente a riscuoterle. Queste legislazioni, ravvisabili in diversi documenti nel mondo latino e italico tra il III e il II secolo a.e.v, risalirebbero ancora più indietro nel tempo[29].

Ecco allora che gli elementi fin qui menzionati, lungi dall’essere esaustivi, possono sgombrare il campo dall’assurdità a cui ci si riferiva nella premessa dell’articolo. Del resto, già i Romani stessi, deprecando il lusso[30], si esprimevano con nostalgia in riferimento all’alta castitas dei tempi rustici; eppure, essi appartengono alla medesima matrice indoeuropea dei tanto celebrati Celti, Germani e Greci. Figli delle Primavere Sacre alla stregua degli altri Italici, rinati sotto l’egida di Marte e del lupo sua teofania, perpetueranno il ricordo delle selve ove furono forgiati nei serti di quercia della corona civica[31], anteposti all’oro, nel rituale (presieduto dalla dea Unxia) delle novelle spose, consistente nell’ungere gli stipiti delle nuove dimore col grasso del lupo[32].

Svetterà nei signa alla testa delle sue legioni vittoriose in forma di lupo, aquila o cinghiale e sul capo ferino dei velites, la prima linea dello schieramento romano. Risuonerà negli schiocchi di februa dei Luperci, che ancora ai tempi dell’infame papa Gelasio propagheranno dall’antro della Lupa e dai luoghi fatidici di Roma. Si rifletterà nel cuore di ogni persona che, rifiutando il dio galileo, sempre si affiderà a Marte Silvano per la protezione dei propri confini. Nostrum munus patri Marti.

 

Lex Luci Spoletina (CIL XI 4766=ILS 4911=ILLRP 505). Iscrizione su cippo di pietra, 250-175 a.C. ca. Spoleto, Museo Archeologico Statale.
“Honce loucom / nequs violatod / neque exvehito neque / exferto quod louci / siet neque cedito / nesei quo die res deina / anua fiat eod die / quod rei dinai causa / [f]iat sine dolo cedre / [l]icetod seiquis // violasit Iove bovid / piaclum datod / seiquis scies / violasit dolo malo / Iovei bovid piaclum / datod et a(sses) CCC / moltai suntod / eius piacli / moltaique dicator[e] / exactio est[od]”.

[1] Vitr. II 1, 1: «Anticamente, come animali selvatici, gli uomini nascevano nelle selve, nelle spelonche e nei boschi e trascorrevano la vita cibandosi di frutti raccolti nei campi».

[2] Tac. Ann. IV 65: «Forse non è inopportuno raccontare che quel colle [il Celio] in antico si chiamava Querquetulano, poiché era folto e fecondo di quella specie d’alberi».

[3] Plin. Nat. Hist. XVI 37: «Quel che è sicuro è che si distinguevano le zone con l’indicazione del tipo di bosco: lo dimostrano il tempio di Giove Fagutale, che esiste ancor oggi e sorge dove c’era un bosco di faggi, la porta Quercetulana, il nome del colle su cui si andava a raccogliere vimini e i nomi di tanto boschi sacri, in certi casi due per medesimo luogo Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisione di quella». Varr. L.L. V 8, 49-51: «Alla seconda circoscrizione appartiene l’Esquilino (Esquiliae). Alcuni hanno scritto che questo nome derivi dalle excubiae (posto di guardia) del re, altri dal fatto che la zona era coltivata ad aesculi (querce) dal re Tullio. Con questa etimologia concordano molto meglio le località vicine, perché lì si trovano il lucus Facutalis (il bosco Fagutale), il tempietto dei Lares Querquetulani (i Lari dei querceti) e il bosco consacrato alla dea Mefite e a Giunone Lucina, le cui dimensioni sono ridottissime. Nessuna meraviglia: già da tempo, infatti, da per tutto domina sovrana assoluta l’avidità […] Nel Libro dei Sacrifici degli Argei così si legge scritto: “Colle Oppio: primo sacrario sull’Esquilino, oltre il bosco Fagutale, nella via a sinistra lungo il muro”. “Colle Oppio: terzo sacrario al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, in una baracca”. “Colle Oppio: quarto sacrario, al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, nel mezzo delle botteghe dei vasai”. “Colle Cespio: quinto sacrario, al di qua del bosco Petelio; si trova sull’Esquilino”. “Colle Cespio: sesto sacrario, presso il tempio di Giunone Lucina, adiacente all’abituale dimora del sacrestano”. Alla terza circoscrizione appartengono cinque colli, che prendono il nome dai templi degli dèi che in essi si trovano: due di questi sono famosi. Il colle Viminale è così chiamato da Giove Viminio, perché qui era la sua ara»; ibid. 152; 154: «Lauretum (Loreto) è così chiamato dal fatto che lì fu sepolto il re Tazio, ucciso dai Laurentini, o anche da silva laurea (bosco di allori) perché questo bosco fu tagliato, lì, e vi fu costruito un quartiere; come tra la Via Sacra e l’altura del Macello sorge la zona chiamata Corneta, da cornis (cornioli), che, tagliati, lasciarono il loro nome al luogo; come Esculetum (Querceto), chiamato così da esculus (quercia) e Fagutal, che prende il nome da fagus (faggio), donde anche l’appellativo di “Giove fagutale”, perché nella zona c’è un santuario del dio. […] Il centro del circo si chiama Ad Murciae, secondo quanto afferma Procilio, denominazione che viene da urcei (orci) perché questa era la zona dei vasai. Altri dicono che venga da murtetum (bosco di mirti), perché una volta ve ne sarebbe stato lì uno. Ne rimane ancora qualche traccia, perché lì v’è ancora un santuario dedicato a Venere Murtea». Dion. III 43: «È questo [l’Aventino] un colle non troppo alto, con un perimetro di circa diciotto stadi: l’occupavano allora piante di ogni genere, soprattutto bellissimi lauri, tanto che una parte di esso è chiamata Laureto dai Romani […]».

[4] Ov. Fasti III 295-296: «Ai piedi dell’Aventino c’era un bosco buio, fitto di lecci; solo a vederlo avresti detto: “Qui dimorano delle divinità”».

[5] Verg. Aen. VIII 342-353: «Poi il bosco immenso che Romolo, acuto, ad Asilo ridusse, e sotto la gelida rupe mostra il Lupercale, secondo il costume parrasio dedicato a Pan Liceo. E ancora mostra, sacro, il bosco di Argileto, chiama a testimone il luogo e l’episodio letale spiega del suo ospite Argo. Di qui al sito tarpeo e al Campidoglio lo conduce, tutto oro adesso, un tempo ispido di selvatici cespugli. Già allora di religiosa paura erano atterriti gli abitanti dei campi, orrenda in quel luogo, già allora per la selva e per la rupe tremavano. “Questo bosco – disse – questo vertice frondoso di un colle abita un dio (ma quale dio, è incerto): gli Arcadi riconoscono in lui Giove […]”».

[6] Ibid. VIII 314-318: «Questi boschi erano abitati da Fauni indigeni e Ninfe e da una stirpe di uomini nata dai tronchi di dura quercia, i quali non avevano leggi né religione, non sapevano radunare i raccolti o risparmiare ciò che avevano prodotto, ma gli alberi e la dura caccia li nutrivano».

[7] Su Ceculo, fondatore di Praeneste, ibid. VII 678-684: «nato da Vulcano e re fra il bestiame dei campi, trovato in un focolare, come credettero tutte le età: Ceculo. Lo accompagna per lungo tratto una legione di campagnoli, i guerrieri che l’alta Praeneste e gli arabili campi sacri a Giunone Gabina e il gelido Aniene e le irrorate di torrenti, le rupi erniche popolano». Sui Silvii, ibid. VI 756-759; 763-766: «Orsù dunque, la discendenza dardania e quale gloria l’attenda, quali nipoti ti aspettano dalla stirpe italica, illustri anime destinate a entrare nella nostra eredità, ti svelerò con le mie parole e t’insegnerò i tuoi destini […] Silvio, nome albano, tua ultima figliolanza, che a te annoso, tardi, Lavinia tua sposa partorirà nelle foreste, re e progenitore di re, per cui la nostra stirpe dominerà in Alba Longa». Liv. I 3: «Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest’ultimo vennero fondate alcune colonie che furono chiamate dei Latini Prischi. In seguito, il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa». Vedi anche Dion. I 70 e Fest. 460 7 L.

[8] Isid. Etymol. XVII, VII 15: «Pero è il nome dell’albero, pera del frutto. Ne esistono numerose specie, tra cui la crustumia, di colore in parte rosso, il cui nome deriva da quello della città di Crustumio».

[9] Questo aspetto verrà sviluppato in due successivi articoli, uno dedicato ai boschi e alle foreste del mondo italico e l’altro alle valenze dei singoli alberi.

[10] CIL IX 4192.

[11] Fest. p. 106 [LUCARIA]: «Feste celebrate dai Romani in un grande bosco che si estendeva tra la Via Salaria e il fiume Tevere, in ricordo del fatto che dopo la loro sconfitta da parte dei Galli, in seguito alla loro fuga dal campo di battaglia, avrebbero trovato rifugio in questo bosco».

[12] Varr. L.L. VII 8: «Sulla terra, si chiama templum il luogo delimitato con determinate formule al fine di trarvi i presagi o prendervi gli auspici. Le parole della formula non sono da per tutto le stesse. Quella usata sulla Rocca è la seguente: “Templi e luoghi augurali per me siano quelli dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a sinistra sia per me tempio e luogo augurale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a destra sia per me tempio e luogo augurale. Lo spazio racchiuso fra questi punti ho inteso realmente indicare nel modo rituale per direzione, visione e intuizione della mente”. Nella delimitazione di questo tempio appare chiaro che gli alberi sono costituiti come suoi confini e che dentro i limiti da loro segnati sono chiusi gli spazi in cui gli occhi possono scrutare, vale a dire in cui tueamur (guardiamo), da cui deriva il sostantivo templum e il verbo contemplare».

[13] Vitr. IV 1, 8-10: «A quanto si ricorda tale tipo di capitello ha avuto questa origine: una giovane di Corinto si ammalò quand’era già in età da marito e morì. Dopo le esequie la sua nutrice raccolse e mise dentro un cestello gli oggetti che in vita la fanciulla aveva avuti più sacri e portatili sulla tomba li dispose là in cima proteggendoli con una tegola perché potesse durare più a lungo all’aperto. Casualmente questo cesto era stato deposto sopra una radice di acanto che premuta al centro dal peso del cestello fece sbocciare in primavera foglie e teneri steli; questi crescendo ai lati del canestro furono costretti a ripiegarsi in varie volute, una volta raggiunta la sommità, perché gli angoli sporgenti del tetto ne impedivano la crescita. Allora Callimaco […], passando davanti a quella tomba, notò il canestro e le tenere foglie che sbocciavano tutt’intorno. Piacevolmente colpito da quella nuova forma architettonica la riprese nella realizzazione dei capitelli delle colonne a Corinto e ne fissò l’insieme delle proporzioni, stabilendo i canoni per la realizzazione delle opere in stile corinzio».

[14] Lucan. III 426 sgg: «Cesare proprio questo bosco ordina di abbattere a colpi di scure: indenne da guerre precedenti, sorgeva fittissimo vicino alle fortificazioni, tra monti spogli. Ma le mani dei più forti soldati esitarono, intimoriti dalla orrida maestà del luogo, temevano che le scuri sarebbero rimbalzate indietro se avessero profanato i sacri alberi».

[15] Caes. B.G. VI 24–25: «La selva Ercinia, della quale mi risulta abbia sentito parlare Eratostene […]. La selva Ercinia, di cui prima abbiamo parlato, si estende in larghezza per nove giorni di marcia, viaggiando senza le salmerie; non è possibile determinarne l’ampiezza in altro modo, perché i Germani non conoscono le misure per le distanze. Inizia dai territori degli Elvezi, dei Nemeti e dei Rauraci e, seguendo la direzione del fiume Danubio, raggiunge il paese dei Daci e degli Anarti. Di qua volge a sinistra, in regioni lontane dal fiume, toccando per la sua vastità le terre di molti popoli. Non c’è nessuno di questa parte della Germania che affermi di essere giunto agli estremi limiti di questa selva, pur avanzando per sessanta giorni di cammino, o che sappia da dove essa abbia inizio. Si sa che vi nascono molte specie di animali, che non compaiono in altri luoghi.

[16] Amm. Marc. XVII 8–9: «Dopo aver avanzato per circa dieci miglia, giunti ad una selva spaventosa per l’aspetto orrido e tenebroso, il comandante s’arrestò ed a lungo indugiò […]. Tuttavia, tutti i nostri osarono avvicinarsi con grande coraggio, ma trovarono i sentieri bloccati da elci e frassini abbattuti e da grossi tronchi di abeti».

[17] Julian. Frag.: «Ci affrettammo verso la Foresta Ercinia e mi trovai di fronte ad un qualcosa di strano e portentoso. In ogni caso, non esito ad affermare che nulla del genere sia mai stato visto nell’impero romano, almeno per quanto ne sappiamo. Ma se qualcuno ritiene che la Selva Tessalica o le Termopili o il grande e remoto Tauro siano invalicabili, lasciate che gli dica che per difficoltà di approccio son davvero banali rispetto alla Foresta Ercinia».

[18] Plin. Nat. Hist. XVI 6: «Sempre nelle regioni settentrionali la selva Ercinia con le sue querce di enormi dimensioni – lasciate intatte dal trascorrere del tempo e originate insieme col mondo – è di gran lunga, per questa sua condizione quasi immortale, il fenomeno più stupefacente. Per non stare a menzionare altri fatti che non suonerebbero credibili, risulta effettivamente che le radici, arrivando a far forza l’una contro l’altra e spingendosi indietro, sollevano delle colline; oppure se il terreno non le segue spostandosi, si incurvano fino all’altezza dei rami e formano degli archi a contrasto come portali spalancati, tanto da lasciare il passaggio a degli squadroni di cavalleria». Strabo VII 1, 5: «La foresta Ercinia non è solo molto intricata, ma ha anche enormi alberi e comprende un vasto all’interno di regioni fortificate dalla natura».

[19] Flor. V 8: «Allora Fiesole era ciò che, or non è molto era Carre, il bosco di Aricia ciò che è la selva Ercinia, Fregelle Gesoriaco, il Tevere l’Eufrate».

[20] Liv. IX 36–38: «In quel tempo la selva Ciminia era più impervia e spaventosa di quanto non siano di recente sembrate le foreste della Germania, e fino ad allora non l’aveva mai attraversata nessuno, nemmeno dei mercanti. E quasi nessuno, fatta eccezione per il comandante in persona, aveva il coraggio di addentrarvisi […] erano arrivati casualmente cinque delegati e due tribuni della plebe per comunicare a Fabio l’ordine del senato di non attraversare la selva Ciminia […] Alcuni autori sostengono che questa battaglia tanto gloriosa fu combattuta al di là della selva Ciminia nei pressi di Perugia, e che a Roma si stette in grande ansia,  a notizia che Quinto Fabio si era addentrato nella selva Ciminia, così come aveva tenuto Roma in apprensione, allo stesso modo era stata motivo di tripudio per i Sanniti, per i quali era come se l’esercito romano, tagliato fuori dalla patria, si trovasse in stato d’assedio». Flor. XII 17: «La foresta Ciminia in mezzo tra noi e loro, in quel tempo impraticabile quasi come la selva Caledonia o Ercinia, allora incuteva tanto terrore che il senato aveva ordinato al console di non osar affrontare un sì grande pericolo».

[21] Strabo V 4, 4: «All’interno di questo golfo si trova una foresta di arbusti, estesa molti stadi, priva di acqua e sabbiosa, chiamata Selva Gallinaria. Qui si unirono ai pirati gli ammiragli di Sesto Pompeo, quando questi sollevò la Sicilia contro Roma». Iuv. III 306: «Tutte le volte, infatti, che la palude Pontina e la pineta Gallinaria sono presidiate da guardie armate, i briganti si riversano a Roma, come se fosse una riserva». Cic. Ad fam. IX 23: «Ieri giunsi nel Cumano, domani forse giungerò da te; ma, come certamente saprai, ti informerò tra un po’. Del resto, Marco Cepario, poiché mi venne incontro nella selva Gallinaria […]».

[22] Verg. Buc. X 42: «Tu, lontano dalla patria – come vorrei non credere a tanto! – sulle Alpi, ahimè, le nevi e il rigido gelo del Reno senza di me, sola, contempli. Ah, che il gelo non ti nuoccia! Ah, che a te le lame del ghiaccio le tenere piante dei piedi non fendano!». Hymn. ad Pan: «[…] le cime delle impervie rupi, accessibili solo alle capre, invocando Pan, il dio dei pascoli […] che regna su tutte le alture nevose e sulle vette dei monti, e sugli aspri sentieri […] fra rupi inaccessibili […]. Montagna, madre di bestie selvagge».

[23] Plin. Nat. Hist. XXXIII: «[…] per soddisfare una cieca stoltezza, si procurano il ferro, che è anche più apprezzato dell’oro in tempi di guerre e di stragi. Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra e viviamo sopra le cavità che vi abbiamo prodotto, meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi o si metta a tremare come se, in verità, non potesse esprimersi così l’indignazione della nostra sacra genitrice. Penetriamo nelle sue viscere e cerchiamo ricchezze nella sede dei Mani, quasi che fosse poco generosa e feconda là dove la calchiamo sotto i piedi. E fra tutti gli oggetti della nostra ricerca pochissimi sono destinati a produrre rimedi medicinali: quanti sono infatti quelli che scavano avendo come scopo la medicina? Anche questa tuttavia la terra ci fornisce sulla superficie, come ci fornisce i cereali, essa che è generosa e benevola in tutto ciò che ci è di giovamento. Le cose che ci rovinano e ci conducono agli inferi sono quelle che essa ha nascosto nel suo seno, cose che non si generano in un momento: per cui la nostra mente, proiettandosi nel vuoto, considera quando mai si finirà, nel corso dei secoli tutti, di esaurirla, fin dove potrà penetrare la nostra avidità. Quanto innocente, quanto felice, anzi persino raffinata sarebbe la nostra vita, se non altrove volgesse le sue brame, ma solo a ciò che si trova sulla superficie terrestre, solo – in breve – a ciò che le sta accanto!».

[24] Plin. Jr. Panegyr. 81: «Quale altro tipo di distensione tu infatti ti concedi se non battere scoscendimenti boscosi, stanare gli animali selvatici dai loro covili, sorpassare smisurate creste di monti, scalare picchi coperti di ghiaccio senza la collaborazione di una guida che ti porta la mano e ti tracci la via, e nel frattempo andare in devoto pellegrinaggio ai boschi sacri e venerarvi con zelo le divinità?».

[25] Rispettivamente, CIL XI 5215 e CIL XI 1941.

[26] Cat. Agr. 139-140: «Bisogna diradare un bosco sacro, secondo il costume romano, in questo modo: offrirai in espiazione un maiale, e pronuncerai queste parole: “Dio o dea che tu sia, a te cui è sacro questo bosco, poiché è tuo diritto ricevere in espiazione un maiale, perché si fa violenza a questo luogo sacro e per tutte queste cose, sia che io, sia che un altro, su mio comando, compia il sacrificio, perché questo sia giustamente compiuto, per questo motivo, nel presentare a te come offerta espiatoria questo maiale, io ti invoco con giuste invocazioni, perché sia benevolo e propizio a me, alla mia casa, alla mia servitù e ai miei figli: per questo ti sia gradito questo maiale immolato come offerta espiatoria”. Se volessi adibire a coltura il bosco, lo farai con un altro rito espiatorio, allo stesso modo indicato, aggiungendo in più “per poterlo mettere a coltura”. Ciò purché lo lavorerai tutti i giorni, almeno una parte; se lo avrai tralasciato per un giorno o saranno intervenuti giorni festivi pubblici o privati, farai un altro rito espiatorio».

[27] Serv. ad Aen. I 310.

[28] S. Panciera, La Lex Luci Spoletina e la legislazione sui boschi sacri in età romana, in Monteluco e i monti sacri. Atti dell’incontro di studio (Spoleto 1993), Spoleto 1994, pp. 25-46.

[29] Cic. Leg. II 8, 18 sgg: «Vi sono determinate espressioni legali, Quinto, non così antiquate come nelle vecchie XII tavole e nelle leggi sacrate, e pur tuttavia un po’ più arcaicizzanti di questa nostra conversazione, tali da assumere una maggiore autorità […] vi siano boschi sacri nelle campagne e sedi dei Lari».

[30] Liv. III 57: «[…] All’epoca non v’erano grandi ricchezze ed i riti venivano celebrati più con la devozione che non lo sfarzo». Plin. Nat. Hist. II 14: «Pertanto, dal mio punto di vista, è frutto di debolezza umana cercare l’immagine e la forma divina»; XXXIII 4 sgg: «Non era abbastanza, in effetti, aver trovato una sola malattia letale per la vita umana, se non avessero il loro valore anche gli umori purulenti dell’oro. L’avidità umana cercava l’argento; fu soddisfatta di aver scoperto, intanto, il minio, ed escogitò un uso di questa terra rossa. Ahimè, fertilità dei nostri ingegni, in quanti modi abbiamo accresciuto il prezzo delle cose! Vi si è aggiunta l’arte della pittura, e cesellandoli abbiamo reso più cari l’oro e l’argento. L’uomo ha imparato a sfidare la Natura. Gli stimoli dei vizi hanno alimentato anche l’arte». August. Civ. Dei IV 31: «[Varrone] Afferma anche che gli antichi Romani per più di centosettanta anni onorarono gli dèi senza gli idoli. E soggiunge: Se questa usanza fosse rimasta, gli dèi sarebbero considerati in senso più spirituale. A conferma del suo pensiero adduce, fra altre motivazioni, anche il popolo ebreo e non dubita di chiudere il passo in parola col dire che i primi i quali introdussero le statue degli dèi abolirono il timore nella loro città e accrebbero l’errore. Saggiamente pensa che data l’assurdità degli idoli gli dèi si possano facilmente disprezzare». Tac. Germ. 9, 2: «Per il resto reputano non conveniente alla grandezza degli dèi costringerli fra le pareti di un tempio o raffigurarli con fattezze umane: dunque consacrano loro boschi e foreste e chiamano con il nome di dèi quella entità misteriosa che solo la devozione religiosa rende percepibile».

[31] Plin. Nat. Hist. XVI 7: «Con le foglie di queste piante [querce] sono fatte le corone civiche, l’emblema più fulgido del valore militare […] Sono più importanti, queste, delle corone murali e vallari e di quelle d’oro, che pure hanno maggior valore venale; sono superiori anche alle corone rostrate». Verg. Aen. VI 771: «Quale gioventù! Quanta forza ostentano, osserva! Ma già portano sulle tempie ombreggiate la civica quercia». La corona civica era il riconoscimento per aver salvato la vita di un concittadino, mentre la muralis e la vallaris erano rispettivamente destinate al centurione che fosse arrivato per primo sulle mura di una città assediata e a quello che avesse superato le fortificazioni nemiche. La corona aurea fu istituita in età imperiale, mentre quella rostrata costituiva la decorazione per una vittoria navale.

[32] Plin. Nat. Hist. XXVIII 142: «Masurio ha riportato che gli antichi davano il massimo valore al grasso del lupo: e di conseguenza le spose novelle avevano l’usanza di ungere con esso gli stipiti delle porte per impedire l’ingresso a ogni mezzo di maleficio». Arnob. Adv. nat. III 25-26: «Alle unzioni presiede Unxia, allo scioglimento delle cinture Cinxia […] o straordinaria e singolare spiegazione della potenza degli dèi: se le soglie delle dimore maritali non fossero spalmate con grasso dalle spose, se i mariti non sciogliessero le cinture verginali, eccitati e incalzanti». Donat. in Terentii Hecyram I 2, 60: «Il vocabolo uxor deriva dall’ungere le soglie e dall’appendere la lana, perciò deriva dal fatto che le fanciulle quando si sposavano ungevano le soglie della casa del marito ed appendevano la lana». Isid. Orig. IX 7, 12: «Le uxores, ossia le mogli, sono così chiamate quasi a dire unxiores: anticamente, infatti, era costume che le giovani destinate al matrimonio, arrivate alla soglia della casa del futuro marito, prima di entrare, ornassero gli stipiti con bende di lana e li ungessero con olio. Da qui il nome uxores». Serv. in Aen. IV 458: «Apparteneva all’usanza che le fanciulle che si sposavano, non appena erano giunte davanti alla soglia della casa dello sposo, prima di oltrepassarla, come auspicio di castità, le ornavano con fasce di lana, per questo si dice “con bende di lana”, e le ungevano con olio, per questo scopo sono dette uxores, quasi “untrici”. Tuttavia, si dice che coloro che hanno scritto riguardo alle nozze tramandano che, quando una sposa novella è condotta nella casa del marito, è solita spalmare la soglia con grasso di lupo, poiché il grasso di questa fiera e le sue membra sono un rimedio per molte cose». La dea Unxia da esponente degli dii coniugales passò ad essere un semplice indigitamentum di Giunone. Cfr. Mart. Cap. Philol. et Mercur. II 149: «Le fanciulle nel giorno delle nozze devono invocarti [Iuno] come Iterduca e Domiduca, Unxia e Cinxia, perché tu protegga il loro viaggio e le conduca nelle dimore desiderate e, quando ungono gli stipiti, tu vi apponga un presagio favorevole e non le abbandoni quando depongono la cintura nel talamo». Anche il grasso di porco era utilizzato in questo modo, evidentemente con altri intenti; se quello di lupo serve a tenere lontano influenze negative, questo grasso, mutuato dalla grande prolificità del maiale, serve come augurio di fertilità. Cfr. Plin. Nat. Hist. XXVIII 135: «Veramente anche oggi, le spose novelle, al momento di entrare in casa, rispettano l’usanza di toccare con esso gli stipiti delle porte».

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Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

 

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

 

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

 

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

 

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma su spolia opima, incoronata da Vittoria (Pr.[L] – VP.F; Sex. Noni, in exergo).

Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d’alloro

 

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

 

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Virtus stante verso destra, con lancia e scudo; in leggenda: Virtu-s Aug(usti).

M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante verso sinistra con due labari; in leggenda: Fides militum; in exergo, la sigla KAE.

 

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

 

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria issata sulla prora di una nave. L’immagine è iscritta in una leggenda, che recita: Concordia exercituum.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda Fisci Iudaici – calumnia sublata; nel campo sinistro S(enatus) e in quello destro C(onsulto).

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

 

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano. Intorno, la leggenda: Tr(ibunicia) Pot(estas) – Co(n)s(ul) III.

 

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa.

 

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso: Sol, radiato, stante, verso sinistra; regge nella mano sinistra un globo e la destra è alzata sopra un prigioniero ai suoi piedi; in leggenda: Oriens Aug(usti).

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

 

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: Divi Caesar(is) Mater.

 

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: Divus Caesar imp(eratoris) Domitiani f(ilius).

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

Tarquinio e Lucrezia

di Livio, I 58 in R.S. Conway – C.F. Walters (ed.), Titi Livi Ab urbe condita, tomus I, Libri I-V (testo latino); Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II), con un saggio di R. Syme, intr. e note di C. Moreschini, Milano 2013, pp. 360-363 (trad. it.).

[58] Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Collatino cum comite uno Collatiam uenit. Ubi exceptus benigne ab ignaris consilii cum post cenam in hospitale cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes uidebantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam uenit sinistraque manu mulieris pectore oppresso ‘Tace, Lucretia’ inquit; ‘Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris uocem.’ Cum pauida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem uideret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, uersare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam uidebat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum seruum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum uicisset obstinatam pudicitiam uelut uictrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad uirum mittit, ut cum singulis fidelibus amicis ueniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem incidisse. Sp. Lucretius cum P. Ualerio Uolesi filio, Collatinus cum L. Iunio Bruto uenit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conuentus. Lucretiam sedentem maestam in cubiculo inueniunt. aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique uiro ‘Satin salue?’ ‘Minime’ inquit; ‘quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Vestigia uiri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum uiolatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte ui armatus mihi sibique, si uos uiri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium.’ Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi auertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. ‘Vos’ inquit ‘uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet.’ Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in uolnus moribunda cecidit. Conclamat uir paterque.

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts.

 

Pochi giorni dopo Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, ritornò a Collazia con un solo compagno. Qui fu accolto cortesemente da tutti i familiari, che ignoravano il suo proposito, e dopo la cena fu accompagnato alla camera degli ospiti; infiammato d’amore, quando tutto intorno gli parve tranquillo e ognuno addormentato, andò con una spada in pugno da Lucrezia, che era immersa nel sonno, e premendo con la sinistra il petto della donna: “Taci, Lucrezia!”, le disse “sono Sesto Tarquinio; ho una spada in mano: se ti metti ad urlare, sei morta!”. Mentre la donna, svegliatasi di soprassalto, non vedeva alcuna possibilità d’aiuto e sentiva pendere sul suo capo la morte, Tarquinio le confessava il suo amore, la supplicava, alle preghiere univa le minacce, tentava in mille modi l’animo di lei. Quando vide che era irremovibile e che non si lasciava piegare nemmeno dalla paura della morte, aggiunse a questo timore anche quello del disonore: disse che accanto al suo cadavere avrebbe posto uno schiavo nudo, strangolato, perché si pensasse che fosse stata uccisa in un infame adulterio. Dopo che la libidine ebbe con questo terrore riportato quasi a forza una trionfale vittoria sull’indomabile pudicizia, e dopo che Tarquinio se ne fu andato, tutto fiero d’aver espugnato l’onore della donna, Lucrezia, afflitta da un sì grave accaduto, mandò a Roma dal padre e ad Ardea dal marito uno stesso messaggero, per dir loro che venissero accompagnati ciascuno da un amico fidato: bisognava far così, e senza perder tempo; era accaduto un fatto atroce! Spurio Lucrezio venne con Publio Valerio, figlio di Voleso, Collatino con Lucio Giunio Bruto, assieme al quale era stato incontrato per caso, mentre tornava a Roma, dal messaggero della sposa. Essi trovarono Lucrezia che sedeva afflitta nella sua stanza. All’arrivo dei suoi scoppiò in lacrime, e al marito che le chiedeva: “Stai bene?”, rispose: “Per niente: che cosa vi può essere di bene per una donna quando abbia perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo; ma solo il corpo è stato oltraggiato, l’animo è innocente; ne sarà testimone la morte. Ma stringetevi le destre e giurate che l’adulterio non rimarrà impunito! È Sesto Tarquinio, che la scorsa notte, nemico in sembianze d’ospite, con la forza e con le armi s’è preso un piacere funesto a me e a lui, se voi siete veri uomini!”. Tutti promettono, uno dopo l’altro; confortano il suo animo afflitto, riversando la colpa da lei, ch’era stata forzata, sull’autore del delitto. “Vedrete voi – disse lei – quale pena egli meriti; quanto a me, benché io mi assolva dalla colpa, non mi sottraggo al castigo: d’ora in poi nessuna donna, prendendo esempio da Lucrezia, vivrà impudica!”. Ciò detto s’immerse nel cuore un coltello che teneva nascosto sotto la veste, e cadde morta, piegandosi sulla ferita. Il marito e il padre proruppero in alte grida.

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Bibliografia:

I. Donaldson, The Rapes of Lucretia. A Myth and its Transformations, Oxford 1982.

M.Th. Fögen, Römische Rechtsgeschichte. Über Ursprung und Evolution eines sozialen Systems, Göttingen 2002, pp. 21-55.

J. Follak, Coluccio Salutatis „Declamatio Lucretie“ und die Menschenbilder im „exemplum“ der Lucretia von der Antike bis zur Neuzeit, Konstanz 2002.

H. Galinsky, Der Lucretia-Stoff in der Weltliteratur. Breslau 1932.

H.N. Geldner, Lucretia und Verginia. Studien zur Virtus der Frau in der römischen und griechischen Literatur, Mainz 1977.

K. Greschat, Lucretia, in Reallexikon für Antike und Christentum. Band 23, Stuttgart 2010, pp. 596-603

M. Holtermann, Die Faszination der Lucretia-Gestalt. Rezeptionsdokumente und ihre Behandlung im Lateinunterricht, Ianus 26 (2005), pp. 20-30.

M.M. Matthes, The Rape of Lucretia and the Foundation of Republics, University Park 2000.

http://www.instoria.it/home/lucrezia_caduta_monarchia_tito_livio.htm

 

La morte di Agrippina (Tac. Ann. VI 25)

di Annales ab excessu divi Augusti. Cornelius Tacitus, Charles D. Fisher (ed.), Oxford 1906; Publio Cornelio Tacito, Annali, vol. I, intr. C. Questa, trad. it. B. Ceva, Milano 2011, pp. 398-399 (con modifiche).

 

Nondum is dolor exoleverat, cum de Agrippina auditum, quam interfecto Seiano spe sustentatam provixisse reor et, postquam nihil de saevitia remittebatur, voluntate extinctam, nisi si negatis alimentis adsimulatus est finis, qui videretur sponte sumptus. enimvero Tiberius foedissimis criminationibus exarsit, impudicitiam arguens et Asinium Gallum adulterum, eiusque morte ad taedium vitae compulsam. sed Agrippina aequi impatiens, dominandi avida, virilibus curis feminarum vitia exuerat. eodem die defunctam, quo biennio ante Seianus poenas luisset, memoriaeque id prodendum addidit Caesar iactavitque quod non laqueo strangulata neque in Gemonias proiecta foret. actae ob id grates decretumque ut quintum decimum kal. Novembris, utriusque necis die, per omnis annos donum Iovi sacraretur.

 

agrippina maggiore. statua, marmo e stucco, modello della 'grande ercolanese'. i sec. d.c., da tindari. messina, museo archeologico nazionale

Agrippina Maggiore. Statua (tipo Grande Ercolanese), marmo e stucco, I sec. d.C., da Tindari. Palermo, Museo Archeologico Nazionale ‘A. Salinas’.

 

Non era ancora dimenticato questo dolore, quando si venne a sapere della morte di Agrippina, che penso abbia continuato a vivere, dopo la morte di Seiano, sostenuta dalla speranza, e poi, di fronte all’irriducibile crudeltà di Tiberio, si sia lasciata volutamente morire, a meno che non le avessero negato il cibo, simulando una morte che sembrasse volontaria. In realtà Tiberio proruppe nei più turpi vituperi contro di lei, tacciandola di dissolutezza e di adulterio con Asinio Gallo, la cui morte l’avrebbe indotta a disprezzare la vita. Agrippina, invece, insofferente di stare alla pari degli altri, avida di potere, agitata da passioni virili, aveva cancellato ogni debolezza del sesso. Il fatto che lei fosse morta lo stesso giorno, in cui, due anni prima, Seiano aveva pagato il fio dei suoi delitti, fu sottolineato da Tiberio come evento memorabile, e si vantò di non averla fatta strangolare e gettare sulle Gemonie. Per questo, ricevette i ringraziamenti del Senato, che decretò che, ogni anno, nel quindicesimo giorno prima delle Calende di Novembre (= il 18 di Ottobre), ricorrenza delle due morti, fosse fatta un’offerta a Giove.

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Bibliografia di approfondimento:

J. Burns, Great Women of Imperial Rome: Mothers and Wives of the Caesars, New York 2006.

M.P. Charlesworth, The Banishment of the Elder Agrippina, CPh 17 (1922), pp. 260-261.

E. Groag et alii (Hgr.), Prosopographia Imperii Romani saeculi I (PIR 1), Berlin 1933, V 463

R.S. Rogers, The Conspiracy of Agrippina, TAPA 62 (1931), pp. 141-168.

F. Sampoli, Le grandi donne di Roma antica, Roma 2003.

D.C.A. Shotter, Agrippina the Elder: A Woman in a Man’s World, Historia 49 (2000), pp. 341-357.

S. Wood, Memoriae Agrippinae: Agrippina the Elder in Julio-Claudian Art and Propaganda, AJA 92 (1988), pp. 409-426.

La bellezza è nei capelli

di Lucio Apuleio, Metamorphoseon Libri XI, II 8-9

«[…] E che altro dovrei dire di tutto il resto quando, da sempre, io ho come unico pensiero le testa e i capelli delle donne! E mi piace guardarmeli per bene quando sono fuori e poi godermeli a casa, e la ragione di questa preferenza è per me chiara e indiscutibile. Forse perché questa parte del corpo che domina tutte le altre è quella che per prima viene incontro al nostro sguardo, posa com’è in bella vista e in evidenza, e perché quell’effetto che nel resto del corpo possono produrre i colori vivaci di una veste sgargiante, nella testa lo produce uno splendore che è tutto naturale; e poi, insomma, quasi tutte le donne che vogliano mostrare il loro fascino naturale, si spogliano di tutti i vestiti e si liberano di tutto ciò che le copre, perché vogliono esibire la loro bellezza nuda, certe di piacere più per il colorito delle loro vesti. Dirò di più: se uno, diciamo così […], se uno spogliasse completamente dei capelli la testa di una donna, e privasse il volto di quel suo ornamento naturale, fosse pure una donna di bellezza straordinaria, fosse pure discesa dal cielo, generata dal mare e cresciuta tra le onde, fosse pure, insomma, Venere in persona, circondata dal corteggio delle Grazie e accompagnata da tutto lo stuolo di Amorini, ornata della sua cintura, odorosa di cinnamomo e profumata di balsami, pure, se si presentasse calva, non potrebbe piacere nemmeno a suo marito Vulcano! Che dire poi della bellezza dei colori e di quella splendida lucentezza che brilla tra i capelli e che contro i raggi del sole lampeggia vivace, oppure rimanda tenui riflessi? O di quando muta aspetto assumendo un fascino completamente diverso: perché ora un dorato brillante può stemperarsi nel colore più scuro e delicato del miele, ora la cupezza di un nero corvino può attenuarsi e ricordare i disegni sul collo delle colombe. Quando poi, tutta intrisa di unguenti arabi e divisa in ciocche dai denti affilati di un pettine sottile, la chioma viene raccolta all’indietro sulla nuca, allora si offre allo sguardo dell’amante e, come in uno specchio, rimanda un’immagine ancor più graziosa. Per non parlare di quando la chioma è così folta che, distribuita in tantissime trecce, si ammassa sulla sommità del capo, o di quando scende fluente, in lunghe onde, sparsa su tutte le spalle. Insomma, l’importanza dei capelli è tale che se una donna si facesse avanti, fosse pure agghindata con oro, vestiti, gioielli e qualunque altro ornamento, se non avrà curato la sua pettinatura, non potrà essere ritenuta davvero elegante […]».

 

Pittore anonimo. Una ragazza in atto di acconciarsi i capelli. Lekythos attica a figure rosse, 425-400 a.C. ca. Collezione archeologica del Banco di Sicilia

Pittore anonimo. Una ragazza in atto di acconciarsi i capelli. Lekythos attica a figure rosse, 425-400 a.C. ca. Collezione archeologica del Banco di Sicilia.

 

«[…] Vel quid ego de ceteris aio? Cum semper mihi unica cura fuerit caput capillumque sedulo et publice prius intueri et domi postea perfrui, sitque iudicii huius apud me certa et statuta ratio, vel quod praecipua pars ista corporis in aperto et perspicuo posita prima nostris luminibus occurrit, et quod in ceteris membris floridae vestis hilaris color, hoc in capite nitor nativus operatur: denique pleraeque indolem gratiamque suam probaturae lacinias omnes exuunt, amicula dimovent, nudam pulchritudinem suam praebere se gestiunt, magis de cutis roseo rubore quam de vestis aureo colore placiturae. At vero […], si cuiuslibet eximiae pulcherrimaeque feminae caput capillo spoliaveris et faciem nativa specie nudaveris, licet illa caelo deiecta, mari edita, fluctibus educata—licet, inquam, Venus! ipsa fuerit, licet omni Gratiarum choro stipata et toto Cupidinum populo comitata et balteo suo cincta, cinnama fragrans et balsama rorans, calva processerit, I placere non poterit nec Vulcano suo. Quid cum capillis color gratus et nitor splendidus illucet et contra solis aciem vegetus fulgurat vel placidus renitet, aut in contrariam gratiam variat aspectum, et nunc aurum coruscans in lenem mellis deprimitur umbram, nunc corvina nigredine caeruleos columbarum collis flosculos aemulatur, vel cum guttis Arabicis obunctus et pectinis arguti dente tenui discriminatus et pone versum coactus amatoris oculis occurrens ad instar speculi reddit imaginem gratiorem? Quid cum frequenti subole spissus cumulat verticem vel prolixa serie porrectus dorsa permanat? Tanta denique est capillamenti dignitas, ut quamvis auro, veste, gemmis, omnique cetero mundo exornata mulier incedat, tamen, nisi capillum distinxerit, ornata non possit audire […]».

(Lucio Apuleio, Metamorphoseon Libri XI, II 8-9)

Properzio, Elegia I, 1 – Cinzia, primo amore

in F. Piazzi, A. Giordano Rampioni, Multa per aequora – Letteratura, antologia e autori della lingua latina, vol. 2: Augusto e la prima età imperiale, Bologna 2004, pp. 295-303.

L’elegia proemiale del Monòbiblos mette subito in primo piano la vicenda sentimentale del poeta, amante non corrisposto che cerca la liberazione dalla malattia d’amore. Ciò sembra contrastare con la consuetudine della poesia alessandrina, che assegnava alla prima composizione di una raccolta una funzione programmatica e metaletteraria (indicazioni riguardo alle scelte formali, al ruolo del poeta, al lettore privilegiato). Così il Liber di Catullo si apriva con una composizione, dedicata a Cornelio Nepote, che illuminava la poetica dell’autore. In realtà, neanche Properzio si sottrae alla convenzione: infatti, questa elegia fornisce tutta una serie di coordinate di poetica, implicitamente indica i modelli letterari, dichiara il legame con la tradizione neoterica (riallacciandosi all’alessandrinismo patetico e sentimentale di Meleagro, di cui è ripreso un epigramma nei vv. 4-5), dà le chiavi di lettura anche delle composizioni seguenti. Come in un’overture, sono qui polifonicamente condensati temi, motivi, topoi che, variati, ritorneranno in tutta la raccolta: l’amore come centro esclusivo di ogni interesse esistenziale del poeta; l’innamoramento causato dalla bellezza degli occhi (v.1); Eros lottatore invincibile (v.4) e, come nella poesia greca, astuto tessitore di trame (v.17); l’amore come furor (v.7), forza invincibile, malattia dell’animo (v.26) in conformità con l’ideologia elegiaca; la vita sbandata e “negativa” dell’amante non più illuminata dalla ragione (nullo uiuere consilio, v.6); l’amore come seruitium, disponibilità ad affrontare ogni tipo di labores pur di vincere la resistenza dell’amata (v.9); il pallore e la consunzione fisica come “indici figurali” dell’amore infelice; l’esperienza mitica – l’exemplum e contrario di Milanione – intesa come paradigma del vissuto (vv.9-18); i vari remedia amoris: il ricorso alla magia per fare innamorare la donna (vv.19-24), l’appello agli amici perché aiutino il poeta a guarire dalla passione disperata (vv.25-30), la commutatio loci o viaggio terapeutico in terre remote (v.29); l’ira dell’amante come segno della fine del seruitium amoris e la conquista della parrhesìa, cioè della libertà di parola prima negata allo schiavo d’amore (v.28); il topos del poeta praeceptor amoris che, guarito ormai dall’insana passione, dona consigli agli amici identificati con il pubblico della sua opera (vv.31-38). E poi c’è, emergente dall’intera composizione, la contraddizione già catulliana (Carmen 75) tra la convinzione che un amore così non meriti d’essere vissuto e la difficoltà, forse l’impossibilità, di porvi fine. C’è, come già in Catullo, il valore ideologico della passione amorosa, che crea un sistema di valori alternativo a quello tradizionale, in contrasto con la morale “benpensante” basata sulla priorità del negotium sull’otium, del matrimonio su un legame non regolato dalla legge: questo è evidente soprattutto nel v.5. Da questo punto di vista l’elegia proemiale si configura come una Priamel – schema retorico che opponeva il proprio all’altrui genere di vita (bios) – abbreviata e rovesciata. La topica dell’àristos bios (“la vita migliore”) riconduceva la varietà delle propensioni umane alle quattro classi seguenti: vita consacrata al potere, alla ricchezza, al piacere, alla sapienza. Nell’elegia properziana, la vita del saggio è esclusa (nullo uiuere consilio, v.6), quelle per il potere e la ricchezza sono unificate nel bios cui è destinato il dedicatario Tullo. Rimane la vita per il piacere (philènos bios), che sembrerebbe la più congeniale alle propensioni naturali del poeta, anche se, in base al codice elegiaco, questo piacere si traduce in infelicità (v.1, miserum me), passione devastante (v.7, furor), malattia (v.26, non sani pectoris), mentre l’oggetto del desiderio si rivela essere un male (v.35, malum). La rassegna delle forme di vita altrui (Lebensbilder) contrapposte alla propria ricorre in altri luoghi della poesia properziana, ad esempio in II 1, 43 ss: «Il marinaio narra dei venti, il contadino dei tori, / il soldato conta il numero delle ferite, il pastore delle pecore; / io invece canto le lotte combattute in un angusto letto: / ognuno consumi il giorno nell’arte che conosce» (trad. it. L. Canali).

 

     Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis,

contactum nullis ante cupidinibus[1].

tum mihi constantis deiecit lumina fastus

et caput impositis pressit Amor pedibus,

5   donec me docuit castas odisse puellas

improbus, et nullo uiuere consilio[2].

et mihi iam toto furor hic non deficit anno,

cum tamen aduersos cogor habere deos[3].

Milanion nullos fugiendo, Tulle, labores

10 saeuitiam durae contudit Iasidos[4].

nam modo Partheniis amens errabat in antris,

ibat et hirsutas ille uidere feras[5];

ille etiam Hylaei percussus uulnere rami

saucius Arcadiis rupibus ingemuit.

15 ergo uelocem potuit domuisse puellam:

tantum in amore preces et bene facta ualent[6].

in me tardus Amor[7] non ullas cogitat artis,

nec meminit notas, ut prius, ire uias.

at uos, deductae quibus est fallacia lunae

20 et labor in magicis sacra piare focis,

en agedum dominae mentem conuertite nostrae,

et facite illa meo palleat ore magis[8]!

tunc ego crediderim uobis et sidera et amnis

posse Cytaeines ducere carminibus[9].

25 et uos, qui sero lapsum reuocatis, amici,

quaerite non sani pectoris auxilia[10].

fortiter et ferrum saeuos patiemur et ignis,

sit modo libertas quae uelit ira loqui[11].

ferte per extremas gentis et ferte per undas,

30 qua non ulla meum femina norit iter:

uos remanete, quibus facili deus annuit aure,

sitis et in tuto semper amore pares[12].

in me nostra Venus[13] noctes exercet amaras,

et nullo uacuus tempore defit Amor.

35 hoc, moneo, uitate malum: sua quemque moretur

cura, neque assueto mutet amore locum.

quod si quis monitis tardas aduerterit auris,

heu referet quanto uerba dolore mea![14]

 

Pinax degli sposi. Affresco parietale, fine I sec. a.C. – inizi I sec. d.C., dall’ambiente 3 della Domus del Lararium, Assisi.

 

Cinzia, per prima ha fatto prigioniero me, sventurato, coi suoi occhi,

io che mai prima ero stato toccato dalla passione.

Da allora Amore mi fece abbassare gli occhi ostinatamente alteri

e mi calcò il capo, premendovi sopra i piedi

finché m’insegnò, crudele (qual è), a detestare le fanciulle perbene

e a condurre una vita senza senno.

E già da un anno intero questa follia non m’abbandona,

mentre sono costretto ad avere gli dèi avversi.

Milanione, accettando ogni prova, o Tullo

piegò la crudeltà dell’insensibile Iaside.

Infatti, ora si aggirava fuori di sé per le grotte del Partenio,

ora andava a scovare le fiere irsute;

anche lui, colpito dalla clava di Ileo,

ferito, rivolse il suo lamento alle rupi d’Arcadia.

Così poté domare la rapida fanciulla:

tanto in amore valgono le preghiere e le buone azioni.

Nel mio caso, invece, l’Amore pigro non riesce ad escogitare espedienti,

e non si ricorda di percorrere, come prima, le note vie.

Ma voi, che fate credere di aver tirato giù la luna,

e vi affannate a compiere riti propiziatori su magici altari,

suvvia, cambiate i sentimenti della mia donna

e fate che il suo viso impallidisca più del mio!

Allora io potrei credere che poi possiate indirizzare il corso

degli astri e dei fiumi con incantesimi della Cytea.

E voi, amici, che troppo tardi richiamate indietro chi è caduto,

cercate dei rimedi per il mio cuore malato.

Sopporterò con coraggio sia il bisturi sia le crudeli cauterizzazioni,

purché io abbia la libertà di dire ciò che l’ira mi suggerisce.

Portatemi fra genti e mari remoti,

dove nessuna donna conosca il mio cammino:

voi, a cui il dio annuì con orecchio benevolo, restate

e siate sempre concordi in amore tranquillo.

Quanto a me, la mia Venere agita le mie notti amare,

e Amore non mi lascia neppure per un momento.

Vi avverto, evitate questo male: ciascuno resti fedele

alla propria amata né si allontani dal suo consueto amore.

Ché se qualcuno troppo tardi presterà attenzione ai miei ammonimenti,

con quanto dolore, ahimé, ricorderà le mie parole!

(trad. it. F. Cerato)

 

Scena erotica. Mosaico, I sec. d.C. da Centocelle. Berlin, Kunsthistorisches Museum.

 

L’elegia I 1 e l’epigramma di Meleagro

 

Come abbiamo accennato sopra, ha un carattere programmatico la citazione, fatta fin dai primi versi, di un epigramma di Meleagro di Gadara, autore prediletto dai neoteroi e da Catullo, ed espressione dell’alessandrinismo più tipico. Scrive A. La Penna: «Properzio implicitamente dichiara il suo legame con la tradizione neoterica e mostra al suo pubblico dotto di saper utilizzare anche l’alessandrinismo più aggiornato e moderno. Tuttavia, egli cerca di piegare la grazia dell’epigrammista verso un pathos più vigoroso e più alto»[15].

 

 

τόν με Πόθοις ἄτρωτον ὑπὸ στέρνοισι Μυΐσκος

ὄμμασι τοξεύσας, τοῦτ᾽ ἐβόησεν ἔπος·

“τὸν θρασὺν εἷλον ἐγώ· τὸ δ᾽ ἐπ᾽ ὀφρύσι κεῖνο φρύαγμα

σκηπτροφόρου σοφίας ἠνίδε ποσσὶ πατῶ”.

τῷ δ᾽, ὅσον ἀμπνεύσας, τόδ᾽ ἔφην

“φίλε κοῦρε, τί θαμβεῖς;

καὐτὸν ἀπ᾽ Οὐλύμπου Ζῆνα καθεῖλεν Ἔρως”.

 

Il mio petto non era stato ancora ferito dai desideri.

Fu Musco a colpirlo con gli strali degli occhi, e gridava:

«Ho catturato l’audace! Ecco: calpesto coi piedi

il suo orgoglio di sapientone austero».

E io, ripreso fiato un istante: «Di che ti stupisci, caro ragazzo?

Eros ha cacciato anche Zeus giù dall’Olimpo»[16].

 

Pittore del Bacio (attribuito). Scena erotica. Pittura vascolare dal frammento di una kylix attica a figure rosse, 450 a.C. ca. New York, Metropolitan Museum of Art.

 

La differenza con il testo properziano è soprattutto nella chiusa arguta (la pointe epigrammatica), dove la constatazione che perfino Zeus è stato vinto da Eros sdrammatizza la situazione dell’amante non corrisposto. In tal modo l’assenza di reciprocità in amore è presentata come una condizione normale. Invece, l’elegia properziana assume toni di grande drammaticità. Al dialogo subentra la confessione dolente fatta dall’io lirico del poeta, che fin dal primo verso comunica la propria irrimediabile infelicità (v.1, miserum me). Anche l’adozione del mito di Milanione, che ha un esito opposto a quello della vicenda di Properzio, e l’apostrofe agli innamorati felici esaltano, isolandola, la disperazione del poeta. La differenza di tono tra le due composizioni implica il «carattere accessorio» (E. Lefèvre) dell’elemento greco, che certo non ha determinato la genesi dell’elegia, ma deve considerarsi solo un «motto», un motivo di decorazione, un élément de culture, come è possibile osservare anche in Orazio.

 

Lingua e antropologia

 

Secondo S. Alfonso, nell’elegia I 1 alcune scelte lessicali rendono con precisione il senso della caduta morale e sociale di Properzio. Prima di cedere al servitium amoris egli era un fortis civis, come si deduce dal v.3 (tum mihi constantis deiecit lumina fastus), cioè possedeva la constantia, la saldezza di chi non si lascia scuotere dagli eventi. Si tratta di una virtù eminentemente romana, associabile alla saggezza (cfr. Cic. Off. I 40: fortis… animi et constantis est non perturbari) e nel campo amoroso congiunta alla fides (cfr. Prop. II 26, 27: multum in amore fides, multum constantia prodest). Dopo l’incontro con Cinzia la situazione di partenza si rovescia: alla constantia subentra il furor, cioè il suo contrario (cfr. Sall. Cat. II 25: hinc constantia, illinc furor [la prima attribuita agli ottimati, il secondo ai catilinari]). Il primitivo orgoglio – reso dal termine fastus usato metaforicamente (cfr. Verg. Aen. III 326-327: stirpis Achilleae fastus iuuenemque superbum / tulimus) e da lumina indicante lo sguardo balenante e baldanzoso – è piegato dagli ocellis seducenti di Cinzia. La quale, nell’azione della cattura (v.1, cepit), cede il posto ad Amore, con questo in parte identificandosi. Infatti, «la posizione posticipata di Amor induce a considerare Cynthia come soggetto non solo di cepit, ma anche di deiecit e di pressit, sino al momento in cui viene menzionato il vero soggetto»[17]. Il senso della caduta fatale dall’elevata condizione originaria è bene espresso da deicere (Th.L.L.: «deorsum iacere, praecipitare, de superiore loco detrudere») che, unito a lumina, significa imporre all’avversario l’abbassamento dello sguardo, segno trasparente di sottomissione. Anche nell’elegia I 13 l’innamoramento si traduce, in questo caso non per Properzio ma per Gallo, in una caduta che non consente di praeteritos… succedere fastus («risalire alla primitiva baldanza»).

 

Scena erotica. Affresco parietale, ante 79 d.C., dalla Casa del Ristorante. Pompei, Parco Archeologico.

 

Chi era Cinzia?

 

Properzio non la descrive con precisione. Solo ne delinea i tratti salienti della figura e l’incedere maestoso: II 2, 3, fulua coma est longaeque manus et maxima toto / corpore et incedit uel Ioue digna soror («Ha fulva la chioma, lunghe le braccia, grande  / la persona, e incede quasi sorella degna di Giove», trad. it. L. Canali). Accenna agli occhi neri e alle movenze sensuali (II 12, 23-24: lumina nigra… / molliter ire), alla toilette minuziosa (I 15, 5 ss. «puoi ravviare con le mani i capelli pur ieri acconciati, / studiare il tuo volto con lungo indugio, / adornare il petto con gemme orientali…»), al trucco esotico dernier cri che prevedeva tatuaggi azzurri alla moda britannica e parrucche bionde: II 18, 23, «Ora, o dissennata, imiti anche i Britanni con il volto dipinto / e ti diverti a colorare i capelli d’uno splendore / straniero?». Frequenti sono i cenni all’esuberanza sessuale: I 2, 13, «lotta nuda con me, strappata la tunica»; II 15, 4 ss., «quante battaglie d’amore abbiamo ingaggiato, / allontanato il lume. Infatti, ella ora lottava con me / a seni nudi, ora indugiava a lungo coperta dalla tunica […] / come abbiamo intrecciato le braccia in diverse forme d’amplesso!». Cinzia è anche colta, gareggia in poesia con Corinna, maestra di Pindaro, danza come Arianna, suona la lira: II 3, 16 ss., «Ella danza leggiadramente, portato il vino, pari ad Arianna… / tenta i carmi con il plettro eolio, / è dotta al pari delle Muse nell’accordarli alla lira / … compete con gli scritti dell’antica Corinna». Le doti di fascino, sensualità, raffinatezza richiamano la Lesbia di Catullo e la Sempronia di un celebre ritratto di Sallustio. Ma secondo A. La Penna[18], Cinzia non è confrontabile con queste aristocratiche simili a cortigiane per i loro costumi disinibiti, ma che non dovevano guadagnarsi da vivere. Cinzia doveva essere mantenuta per soddisfare i suoi lussi e capricci, e quindi avere degli amanti, che Properzio in un “canto della gelosia” le attribuisce in numero superiore a quello dei frequentatori delle cortigiane famose: II 6, 1 ss., «Non a tal punto riempivano la casa di Laide… / né tanto numerosa un tempo fu la turba / di Taide con la quale si trastullò il popolo ateniese / né trasse intenso piacere da tanti uomini Frine». Cinzia non doveva essere proprio una prostituta (meretrix), ma una cortigiana di alto bordo (amica), qualcosa di simile alle cortigiane colte del Rinascimento. Che fosse di ceto sociale inferiore a quello di Properzio lo dimostra l’elegia II 7, nella quale i due amanti esultano per il ritiro, da parte di Augusto, di una legge matrimoniale che avrebbe costretto il poeta a sposare Cinzia, e quindi a lasciarla. Infatti, non poteva prendere in moglie legalmente una donna di rango sociale più basso, probabilmente una liberta (e certamente liberte erano anche la donna cantata da Gallo e le donne di Tibullo, Delia e Nemesi). Ma c’è anche chi suppone che Cinzia fosse una matrona scostumata (come Lesbia) con la quale il poeta avrebbe avuto una relazione adulterina e c’è perfino chi ne nega l’esistenza.

 

Scena di amplesso (symplegma) fra una prostituta e il cliente. Statua, marmo, I sec. d.C. Monaco, Glyptothek.

 

Note:

[1] vv. 1-2, Cynthia… cupidinibus: la menzione in incipit di Cinzia, referente principale della poesia di Properzio, funge da senhal, parola che nella lirica provenzale indica il nome fittizio della persona amata o il tema dominante dell’opera. La centralità di Cinzia è rafforzata dalla collocazione di ocellis (i begli occhi della donna) in excipit, altra posizione forte dopo quella iniziale. Così Cinzia è emblematicamente all’inizio e alla fine del primo verso (quello che nella poesia antica conferiva la massima memorabilità, al punto da divenire, come in questo caso, il titolo dell’opera). Cinzia è inizio e fine, come Properzio dirà in I 12, 9: Cynthia prima fuit, Cynthia finis erit. Lo pseudonimo Cynthia è da collegare (come anche la Delia di Tibullo), attraverso il monte Cinto sull’isola di Delo, ad Apollo e alla poesia. Apuleio svela la convenzione letteraria: «Catullo cantò Lesbia invece di Clodia… Properzio celò Ostia col nome di Cinzia, Tibullo cantò in versi Delia, ma nel cuore aveva Plania» (Apol. 10). Questi pseudonimi miravano a «proiettare le protagoniste della vita galante romana sullo sfondo greco del mito e della letteratura» (Labate). prima… ocellis: prima (predicativo) non indica che Cinzia fu la prima relazione amorosa in senso assoluto, ma il primo (e l’ultimo) vero amore; ocellus, diminutivo di oculus con forte valore affettivo, piuttosto che riduttivo (cfr. Cat. 3, 18: flendo…rubent ocelli), implica anche una capacità subdola di seduzione, una leggiadria apparentemente inoffensiva; cfr. Prop. I 15: …ocellis, / per quos saepe mihi credita tua perfidia est («gli occhi per i quali ho spesso creduto alla tua perfidia»); II 26, 13: quod si tuos uidisset Glaucus ocellos, / esses Ionii facta puella maris («Se Glauco avesse visto i tuoi occhi, saresti divenuta ninfa del mare Ionio»). L’innamoramento che nasce dalla bellezza degli occhi è in Omero (Il. XIV 294 – Zeus, vedendo Era sul monte Ida, avverte lo stesso sentimento d’amore provato nella prima unione), in Saffo (fr. 31 V.), è teorizzato in Platone (Phaedr. 251a) e sarà un topos della lirica amorosa europea, stilnovistica in particolare (vd. ad es. G. Cavalcanti, Voi che per li occhi mi passaste ‘l core). suis… ocellis: iperbato a cornice; l’arma (gli occhi di Cinzia) iconicamente e graficamente imprigiona la vittima, miserum me, che è condizione topica, nella poesia elegiaca, dell’amante, il quale spesso si autocompiange per un amore infelice; cfr. Cat. 8, 1: Miser Catulle, desinas ineptire. cepit: l’irretimento amoroso è reso graficamente dall’iperbato che chiude la frase; l’amore è assimilato alla guerra, l’amante al soldato. L’idea della milita amoris implica una visione dell’amore come sentimento conflittuale e violento e giustifica il vasto repertorio di metafore militari comuni nella poesia elegiaca. Ma il topos era già presente nella lirica greca sia ellenistica sia arcaica. contactum… cupidinibus: contactum, da contingere, significa «colpito, ferito» (cfr. Th.L.L. contingere: «telo apprehendere») dalle frecce di Cupido, al quale può alludere cupidinibus. Ma potrebbe anche significare «contagiato» (Th.L.L.: «inficere, contaminare») dato il valore negativo di morbus devastante che la passione amorosa assume agli occhi di Properzio. Ma le due interpretazioni, l’amore come ferita e l’amore come malattia, non si escludono a vicenda. cupidinibus: è difficile stabilire se vada scritto con l’iniziale maiuscola, riconoscendo nelle Cupidines, la personificazione degli Amorini (Erotes), armati di frecce, della tradizione ellenistica (cfr. cfr. Cat. 3, 1: Iugete, Veneres Cupidinesque) – nel qual caso andrebbe inteso come dativo d’agente – oppure se il termine indichi invece il concetto astratto della passione amorosa. Del resto, nell’elegia II 29 una turba di Amorini, che dichiara di essere stata assoldata da Cinzia, circonda Properzio ubriaco, minacciandolo di sottoporlo ad atroci sevizie per la sua infedeltà.

 

Amorino guerriero. Mosaico, III sec. d.C. Pafo, Casa di Perseo.

 

[2] vv. 3-6, tum… consilio. constantis… fastus, genitivo di qualità, indica la perduta fierezza del vinto; fastus prima che «sontuosità» significa «orgoglio», «disprezzo» (cfr. fastidium e fastidire): è il termine tecnico della poesia erotica e indica la durezza d’animo, lo sguardo fermo e sprezzante di chi non è stato assoggettato al potere di Amore. L’abbassarsi degli occhi esprime soggezione, ma anche impossibilità di incontrare lo sguardo dell’amata, quindi assenza di reciprocità amorosa. et caput… pedibus: come il gladiatore o il soldato vincitore sull’avversario; cfr. Verg. Aen. X 495: laeuo pressit pede, dove Turno infierisce sul vinto Pallante. Ancora una metafora bellica, questa volta per indicare la guerra tra l’innamorato e Amore, dio terribile possessore di armi infallibili. Di fronte allo strapotere del dio, chi ama è destinato a soccombere. È questo il topos, comune nella poesia erotica alessandrina, di Eros lottatore. I vv.4-5 imitano, come si è accennato nell’introduzione, un epigramma di Meleagro, un autore prediletto dai neoteroi e da Catullo. donec… consilio: è qui presente il topos ellenistico dell’éros didáskalos («Amore che insegna»); cfr. Verg. Buc. VIII 47-48: saeuus Amor docuit natorum sanguine matrem / commaculare manus («il feroce Amore insegnò alla madre a macchiare le mani col sangue dei figli»). Ma il contenuto dell’insegnamento non è chiaro e le interpretazioni sono almeno due: l’amore per Cinzia, donna libera e spregiudicata, induce il poeta a una vita disperata precludendogli il matrimonio con una ragazza seria e di buona famiglia; oppure, il poeta ha imparato a odiare le ragazze sorde all’amore e inaccessibili come Cinzia (dando a castas il senso di «dure, restie»). Ma, considerando che Cinzia doveva essere una cortigiana, anche se di alto bordo, risulta più convincente la prima interpretazione: «Scegliendo l’elegia d’amore, il poeta sceglie l’isolamento nell’universo elegiaco e la schiavitù d’amore, che comporta l’abbandono del decoro sociale, la rinuncia a una carriera, per una vita socialmente inattiva e sterile, la nequitia» (Gazich). nullo… consilio: l’iperbato accresce il pathos dell’espressione. La sconsideratezza può consistere, a seconda del senso dato a castas puellas, nel detestare le fanciulle virtuose o nel fissarsi su un amore non corrisposto. Si tratta comunque di una condizione disperata, come si ricava dal richiamo fatto subito dopo al mito di Milanione. Lachman interpretava nullo uiuere consilio come un periodo di sfrenatezza sessuale. D’altro avviso è Fedeli: «Nullo uiuere consilio significa vivere sine ratione e rappresenta uno stato d’animo analogo all’amentia (v.11) di Milanione».

[3] vv. 7-8, et… deos. Furor, contrapposto a consilium precedente, è l’amore-passione che toglie il senno. È il topos, comune alla poesia erotica ellenistica, dell’amore come male della mente (furor, insania); cfr. Verg. Buc. X 60: haec sit nostri medicina furoris (riferito a Cornelio Gallo). Ma furor è una condizione che implica l’emarginazione e la pericolosità sociale. In Tusc. III 11, Cicerone chiarisce che nei confronti di chi è in preda al furor si prendevano provvedimenti drastici (come l’interdizione dall’uso del patrimonio personale) non previsti per l’insania, cioè la moderata follia congiunta a stoltezza. Dunque, chi è in preda al furor amoroso è anche posto ai margini della società e privato della dignità di civis. cum… deos: la proposizione avversativa si giustifica col fatto che il poeta, proprio per l’intensità e sincerità del suo amore, si attenderebbe di godere del favore degli dei, cioè di essere ricambiato da Cinzia. In realtà, la condizione di furor in cui il poeta si trova lo pone in una condizione di miseria che implica la contrarietà degli dei, cfr. Cat. 76, 11-12: quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis / et dis inuitis desinis esse miser? cogor: esprime lo stato di soggezione in cui Amore ha ridotto il poeta, ma anche «la consapevolezza che la situazione in cui si è cacciato lo porta ad avere gli dei aduersi» (S. Alfonso).

[4] vv. 9-10, Milanion… Iasidos: come di consueto, Properzio confronta la propria esperienza con quella di un personaggio mitico, per sublimarla rendendola paradigmatica. Con gusto alessandrino, trasceglie la versione meno nota (quella arcade) del mito: Milanione difende Atalanta, vergine cacciatrice, figlia di Iaso, dalla violenza dei centauri Reto e Ilèo, restando ferito da una freccia di quest’ultimo e riuscendo, infine, a conquistare l’amore della fanciulla. Secondo la versione beotica (la più nota) del mito, Atalanta, contraria alle nozze, sfida alla corsa i pretendenti, promettendosi al vincitore. È vinta da Ippòmene che, durante la gara, getta in terra delle mele d’oro che la fanciulla si attarda a raccogliere. Naturalmente il parallelismo tra il poeta e Milanione è solo parziale, perché il primo consegue l’oggetto del desiderio, il secondo rimane inappagato. Le analogie tra Cinzia e Atalanta riguardano la duritia e «l’atteggiamento che infrange le regole di comportamento del personaggio femminile, perché è la donna a dominare sull’uomo e ad imporre le sue leggi» (S. Alfonso). nullos… labores: è un altro topos della poesia erotica; l’innamorato è pronto ad affrontare ogni travaglio pur di vincere la ritrosia dell’amata. Tulle: amico di Properzio, nipote di Volcacio Tullo (cos. 33 a.C. insieme con Ottaviano Augusto) e dedicatario del monòbiblos. A lui il poeta si rivolge altre volte nel corso dell’opera (I 6; I 14; I 22). saeuitiam: è sempre, nella poesia erotica, la crudeltà di chi disdegna l’amore (cfr. Hor. Carm. II 12, 26): Properzio, che sopporta pene non inferiori a quelle sofferte da Milanione, non riesce, tuttavia, a conquistare Cinzia, che si rivela più dura di Atalanta.

 

Nicolas Colombel, Atalanta e Ippomene. Olio su tela, 1680

 

[5] vv. 11-12, nam…feras: versi tormentati, che spiegano (nam) quali fossero i labores affrontati da Milanione con devozione eroica. La difficoltà è nella correlazione non usuale modo…et (invece di modo… modo, «ora… ora»). Si è ipotizzata la perdita, tra questi versi, di un distico che contenesse un secondo membro ugualmente introdotto da modo. La traduzione possibile con questo testo è: «Infatti ora si aggirava fuori di sé nelle grotte del Partenio e andava a scovare le fiere irsute». Il Partenio è un monte dell’Arcadia, coerentemente con l’adozione della versione arcadica del mito. Su questo monte, Iaso aveva fatto esporre Atalanta; il fatto che tale circostanza non venga chiarita prima solleva ulteriori dubbi sull’integrità del testo. amens, parola chiave della poesia erotica, riprende il tema del furore amoroso richiamando la condizione del poeta, che da quando ha conosciuto Cinzia trascorre la vita nullo consilio (v.6). L’aggettivazione favorisce l’identificazione del poeta con l’exemplum mythicum: «quanto maggiore sarà l’analogia tra i due innamorati, tanto più sorprendente risulterà l’esito rovesciato dell’esperienza properziana» (P. Fedeli).

[6] vv. 15-16, ergo… ualent: ergo evidenzia, come il nam del v.11, il legame esistente tra i servigi resi ad Atalanta e il premio ottenuto (l’amore della donna), implicitamente rilevando l’iniquità della sorte toccata al poeta, per il quale solo non pare valere il nesso tra benefacta e ricompensa. La contrapposizione tra i due destini è espressa in modo esplicito nei versi successivi. Come spesso nell’elegia il mito è un termine di confronto con l’esperienza personale del poeta. Però, in questo caso, il confronto non è per analogia, ma per contrasto, per antitesi: Atalanta cede, Cinzia invece resiste (exemplum e contrario). tantum… ualent: verso d’intonazione gnomica che sintetizza una “legge” dell’amore, che però non vale per Cinzia.

[7] v. 17, in me: segna il passaggio dall’exemplum mitologico alla sfera personale. Fedeli ha notato «la complessità strutturale del carme il cui focus narrativo si sposta da una condizione di carattere generale alla condizione personale del poeta innamorato». tardus Amor: solo per il poeta Amore è “pigro” e non sa trovare un mezzo per fare innamorare Cinzia. Eppure, è un dio velocissimo e alato, che solitamente scocca dardi fulminei. È qui rovesciato il topos ellenistico della tempestività di Amore.

[8] vv. 19-22, at uos… magis! Il poeta supplica le maghe che facciano innamorare Cinzia. la forma dell’apostrofe è quella della preghiera: invocazione con indicazione delle prerogative magiche (vv.19-20), richiesta d’aiuto (vv.21-22), promessa di ricompensa (vv.23-24). Il ricorso alla magia è un topos della poesia erotica greca e latina. Secondo S. Alfonso, la ricerca di remedia esterni spiega il diverso esito della vicenda del poeta rispetto a quella di Milanione. Mentre l’amentia di questo è congiunta all’audacia, Properzio non trova in se stesso la constantia e l’ardire necessari. quibus… lunae: il poeta non sembra credere troppo in questa capacità soprannaturale, spesso indicata tra le prerogative delle maghe (cfr. Verg. Buc. VIII 69: carmina [«le formule magiche»] uel caelo possunt diripere lunam). In particolare, le maghe tessale godevano di tale fama (Apul. Met. I 3). La sua pare piuttosto una sfida: se davvero sanno prodursi in una performance tanto spettacolare, allora facciano anche innamorare Cinzia. Inoltre, la disperazione giustifica il ricorso a questo estremo rimedio, tema caro agli alessandrini. facite… magis: dato che il pallore è sintomo dell’innamoramento (cfr. Ovid. Ars am. I 729: palleat omnis amans: hic est color aptus amanti), Properzio prega che Cinzia s’innamori di lui più perdutamente di quanto lui ama lei. Il trascolorare del viso come «indice figurale» dell’innamoramento è riscontrabile nella poesia erotica alessandrina, nella commedia latina e greca, e già Saffo scriveva: «sono più verde dell’erba».

 

Fattucchiera e due donne. Mosaico, ante 79 d.C. Pompei, Villa di Cicerone. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

[9] vv. 23-24, tunc… carminibus; et sidera et amnis… ducere: sono alcuni degli exploits spettacolari tradizionalmente attribuiti alle streghe. Cfr. Apul. Met. I 8: Saga… potens… fontes durare… sidera extinguere («Una strega capace di rendere di sasso i corsi d’acqua e di spegnere le stelle»). Si noti l’ironia del polisindeto (et… et…). Cytaeines: «la donna di Cytae». Cytae, in Colchide sul Mar Nero, è la città di Medea, maga per eccellenza ed esperta di ogni farmaco (panphàrmakos). Figlia di Eeta, re di Colchide, aiuta Giasone a conquistare il vello d’oro e lo segue lasciando la patria e il padre. Come narra Euripide nella tragedia Medea, ella è abbandonata dall’eroe, che intende sposare Glauce, figlia del re di Corinto. La vendetta di Medea consisterà nell’uccidere la futura sposa con una veste preziosa che uccide chi la tocca. Poi fugge sul carro del sole (e questo particolare del mito spiega la connessione della figura di Medea con il culto di Helios). Di Medea Apollonio Rodio nelle Argonautiche scrive: «ferma le acque dei fiumi… incanta le stelle» (III 532). Anche Tibullo la ricorda: «si dice che lei sola abbia le erbe malefiche di Medea» (Eleg. I 2, 53).

[10] vv. 25-26, et uos… auxilia: la richiesta fatta dall’amante infelice agli amici, perché lo aiutino a guarire dal male d’amore è un topos della poesia erotica, ma qui sembra logicamente incompatibile con il precedente appello, rivolto alle maghe, di fare innamorare Cinzia; o si prega di essere ricambiati o s’invoca la liberazione. Per rendere alternative le due richieste, si è pensato di correggere il tràdito et con aut. A meno di non considerare la preghiera alle maghe come una sorta di adynaton, cioè come la richiesta di una grazia considerata impossibile (Labate).

[11] vv. 27-28, fortiter… loqui. Le cauterizzazioni (saeuos igni) e le incisioni praticate col bisturi (ferrum) nella scienza medica rinviano ancora alla metafora della malattia d’amore (non sani pectoris, v.26), per guarire la quale occorrono interventi radicali e dolorosi. Cfr. Ovid. Rem. Am. 229 ss.: ferrum patieris et ignes. La sintassi spezzata rende la concitazione dell’animo. Inoltre, ferro e fuoco sono comuni metafore della passione nella poesia amorosa. libertas… loqui: libertas loquendi; la riconquista della libertà d’espressione propria di un uomo libero (parrhesìa), finora repressa dalla domina, segna la fine del servitium amoris. Anche questo è un topos della poesia erotica.

[12] vv. 29-32, ferte… pares. L’iterazione dell’imperativo ferte esprime l’abbandono fiducioso nelle mani degli amici, ma anche l’urgenza di attuare tale remedium. È la variante amorosa del topos della commutatio loci (mutamento di luogo per curare i mali dell’animo); cfr. Cic. Tusc. IV 77: loci… mutatione tamquam aegroti non conualescentes saepe curandum est («bisogna curarlo con cambiamenti di luogo, come si fa con i malati che non si rimettono»). Nella poesia erotica, è spesso unito al topos dell’amicizia come disponibilità ad accompagnare in capo al mondo l’amico malato d’amore; cfr. Cat. 11 e, per la vastità degli spazi, 101, 1: multas per gentes et multa per aequora uectus. La “terapia” è codificata anche da Ov. Rem. am. 214: i procul et longas carpere perge uias. Anche nell’elegia III 21 Properzio esprime l’intenzione di partire per Atene per liberarsi dell’amore, definito grauis e turpis. ferte… ferte: più espressivo di ducite, rende l’idea del corpo inerte e senza più volontà, che gli amici devono trasportare quasi materialmente sollevandolo. L’anafora esprime il senso della gravità del male e dell’urgenza dell’intervento. La determinazione dell’innamorato a liberarsi dal giogo del servitium amoris è un motivo ricorrente nell’elegia. qua… iter: il risentimento per Cinzia si estende iperbolicamente a tutte le donne. Si noti il quasi dispregiativo feminae: per gli elegiaci le altre donne sono solo feminae, mentre la loro donna è domina o, più affettuosamente, puella. L’iperbato meum… iter prolunga la distanza che Properzio intende frapporre tra sé e le donne del mondo. uos… pares: il poeta ora si rivolge agli amanti fortunati in genere.

 

John William Waterhouse, Giasone e Medea. Olio su tela, 1907.

 

[13] v. 33, nostra Venus ha avuto varie interpretazioni: «Venere nostra signora» (di tutti gli amanti, felici e infelici); «la mia Venere» (ben diversa dalla Venere degli amanti fortunati); «la mia dea» (cioè Cinzia). La seconda sembra essere la più convincente, perché s’intona con il sentimento vittimistico di dolorosa diversità espresso nei versi precedenti.

[14] vv. 35-38, hoc…mea: la fine dell’elegia rispecchia la condizione attuale del poeta che, ormai guarito dall’insana passione, è generoso di insegnamenti agli amici. Egli ammonisce gli innamorati fortunati a rimanere accanto alla loro donna, se non vogliono soffrire come lui. La conclusione didascalica non è estranea alla natura gnomica originaria dell’elegia e ricalca il motivo, comune nella poesia erotica, del poeta praeceptor amoris. L’apostrofe ai giovani amanti definisce il tipo di pubblico: «Properzio pensa ai giovani innamorati e sa bene che solo conquistando il loro favore riuscirà ad assicurare la giusta lode ai propri carmi. Ciò è evidente in particolare in I 7, 23-24: “… allora / avrò il mio posto tra i talenti di Roma; i giovani / sul mio sepolcro non potranno non dire: ‘Sei qui / grande poeta della nostra passione’”» (P. Fedeli).

[15] A. La Penna, L’integrazione difficile, Torino 1997, p. 125.

[16] Anth. Pal. XII 101, trad. it. G. Guidorizzi.

[17] S. Alfonso, Cinzia, gli occhi, la cattura del poeta. Properzio I 1 e la svolta d’amore, Aufidus 10 (1990), pp. 19-51.

[18] A. La Penna, op. cit., Torino 1977, p. 18.