Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Liv. V 35, 4-38, in Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione. III (libri V-VII), traduzione di M. Scàndola, note di C. Moreschini, Milano 201011, pp. 90-99.

 

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[…]

 

(4) Clusini nouo bello exterriti cum multitudinem, cum formas hominum inuisitatas cernerent et genus armorum audirentque saepe ab iis cis Padum ultraque legiones Etruscorum fusas, quamquam aduersus Romanos nullum eis ius societatis amicitiaeue erat, nisi quod Ueientes consanguineos aduersus populum Romanum non defendissent, legatos Romam, qui auxilium ab senatu peterent, misere. (5) de auxilio nihil impetratum; legati tres M. Fabi Ambusti filii missi, qui senatus populique Romani nomine agerent cum Gallis, ne, a quibus nullam iniuriam accepissent, socios populi Romani atque amicos oppugnarent. (6) Romanis eos bello quoque, si res cogat, tuendos esse; sed melius uisum bellum ipsum amoueri, si posset, et Gallos, nouam gentem, pace potius cognosci quam armis.

 

I Chiusini, atterriti dall’insolita guerra, considerando il gran numero, l’aspetto insolito di quella gente, il loro armamento, e sentendo ch’essi avevano più volte sbaragliato le legioni degli Etruschi di qua e di là dal Po, sebbene non avessero coi Romani alcun vincolo d’alleanza o d’amicizia, a parte il fatto ch’essi non avevano difeso i Veienti loro consanguinei contro il popolo romano, mandarono ambasciatori a Roma a chiedere aiuto al Senato. In quanto ad aiuti non ne ottennero alcuno; furono solo inviati come ambasciatori i tre figli di Marco Fabio Ambusto a trattare coi Galli, a nome del Senato e del popolo romano, perché non assalissero gli alleati ed amici del popolo romano, dai quali non avevano ricevuto alcun torto: i Romani avrebbero dovuto difenderli anche con la guerra se le circostanze lo richiedevano; ma pareva più opportuno che la guerra si evitasse, possibilmente, e che si facesse la conoscenza dei Galli, nuovo popolo, in pace piuttosto che in armi.

 

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(1) Mitis legatio, ni praeferoces legatos Gallisque magis quam Romanis similes habuisset. quibus, postquam mandata ediderunt in concilio Gallorum, datur responsum, (2) etsi nouum nomen audiant Romanorum, tamen credere uiros fortes esse, quorum auxilium a Clusinis in re trepida sit inploratum; (3) et quoniam legatione aduersus se maluerint quam armis tueri socios, ne se quidem pacem, quam illi adferant, aspernari, si Gallis egentibus agro, quem latius possideant quam colant Clusini, partem finium concedant; aliter pacem impetrari non posse. (4) et responsum coram Romanis accipere uelle et, si negetur ager, coram iisdem Romanis dimicaturos, ut nuntiare domum possent, quantum Galli uirtute ceteros mortales praestarent. (5) quodnam id ius esset, agrum a possessoribus petere aut minari arma, Romanis quaerentibus, et quid in Etruria rei Gallis esset, cum illi se in armis ius ferre et omnia fortium uirorum esse ferociter dicerent, accensis utrimque animis ad arma discurritur et proelium conseritur. (6) ibi iam urgentibus Romanam urbem fatis legati contra ius gentium arma capiunt. nec id clam esse potuit, cum ante signa Etruscorum tres nobilissimi fortissimique Romanae iuuentutis pugnarent; tantum eminebat peregrina uirtus. (7) quin etiam Q. Fabius euectus extra aciem equo ducem Gallorum ferociter in ipsa signa Etruscorum incursantem per latus transfixum hasta occidit; spoliaque eius legentem Galli agnouere, perque totam aciem Romanum legatum esse signum datum est. (8) omissa inde in Clusinos ira receptui canunt minantes Romanis. erant, qui extemplo Romam eundum censerent; uicere seniores, ut legati prius mitterentur questum iniurias postulatumque, ut pro iure gentium uiolato Fabii dederentur. (9) legati Gallorum cum ea, sicut erant mandata, exposuissent, senatui nec factum placebat Fabiorum, et ius postulare barbari uidebantur; sed ne id, quod placebat, decerneret in tantae nobilitatis uiris, ambitio obstabat. (10) itaque ne penes ipsos culpa esset, si clades forent Gallico bello acceptae, cognitionem de postulatis Gallorum ad populum reiciunt; ubi tanto plus gratia atque opes ualuere, ut, quorum de poena agebatur, tribuni militum consulari potestate in insequentem annum crearentur. (11) quo facto haud secus, quam dignum erat, infensi Galli bellum propalam minantes ad suos redeunt. tribuni militum cum tribus Fabiis creati Q. Sulpicius Longus, Q. Seruilius quartum, P. Cornelius Maluginensis.

 

Sarebbe stata una missione conciliante, se gli ambasciatori non fossero stati troppo impetuosi, più simili ai Galli che ai Romani[1]. Ad essi, dopo che ebbero esposto nell’adunanza gli incarichi ricevuti, fu risposto che, sebbene udissero per la prima volta il nome dei Romani, credevano tuttavia che fossero uomini coraggiosi, se i Chiusini avevano invocato il loro aiuto in un momento così critico; e poiché avevano preferito difendere gli alleati contro di loro piuttosto con le trattative che con le armi, neppure rifiutavano la pace ch’essi offrivano, purché i Chiusini, che possedevano una terra più vasta di quella che coltivavano, cedessero ai Galli, che ne avevano bisogno, una parte del loro territorio: altrimenti la pace non si sarebbe potuta ottenere[2]. La risposta volevano riceverla alla presenza dei Romani, e, se la terra fosse stata loro rifiutata, alla presenza degli stessi Romani avrebbero combattuto, perché potessero riferire in patria di quanto i Galli superassero in valore tutti gli altri uomini. Ai Romani, i quali chiedevano qual sorta di diritto fosse quello di pretendere terre da coloro che ne erano i proprietari o di minacciare la guerra, e che cosa avessero a che fare i Galli con l’Etruria, quelli risposero arrogantemente che il diritto lo portavano nelle armi, e che ogni cosa era di proprietà degli uomini coraggiosi; accesisi perciò gli animi da entrambe le parti, si corse alle armi e si attaccò battaglia. Allora, mentre ormai i fati incalzavano la città di Roma, gli ambasciatori, contro il diritto delle genti, impugnarono le armi. Né questo fatto poté restare nascosto, perché quei tre nobilissimi e coraggiosissimi rappresentanti della gioventù romana combattevano davanti alle insegne degli Etruschi: tanto chiaramente risaltava il valore di quei forestieri. Ché anzi Quinto Fabio[3], spintosi col suo cavallo fuori delle file, uccise, trapassandolo in un fianco con l’asta, il comandante dei Galli che si lanciava arditamente contro le insegne stesse degli Etruschi; e, mentre ne raccoglieva le spoglie, i Galli lo riconobbero, e per tutto l’esercito fu dato l’avviso ch’era l’ambasciatore romano. Deposta quindi l’ira contro i Chiusini, suonarono la ritirata, scagliando minacce contro i Romani. V’erano di quelli che pensavano che si dovesse immediatamente marciare contro Roma; ma prevalsero i più anziani, i quali ottennero che si mandassero prima ambasciatori a protestare per il torto ricevuto e a chiedere la consegna dei Fabi in seguito alla violazione del diritto delle genti. Gli ambasciatori dei Galli esposero i fatti secondo le istruzioni ricevute; ma, mentre il Senato disapprovava la condotta dei Fabi e giudicava legittima la richiesta dei barbari, d’altro canto gli intrighi impedivano che si prendessero opportuni provvedimenti, trattandosi di persone di sì alta nobiltà[4]. Pertanto, affinché non ricadesse su di loro la responsabilità di un’eventuale sconfitta in una guerra contro i Galli, rimisero al popolo l’esame delle loro richieste[5]; e su di esso tanto prevalsero il favore e le influenze, che coloro dei quali si reclamava la punizione furono eletti tribuni militari con potestà consolare per l’anno seguente. Irritati per questo fatto, com’era più che giusto, i Galli se ne tornarono dai loro minacciando apertamente la guerra. Insieme coi tre Fabi furono eletti tribuni militari Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio per la quarta volta, Publio Cornelio Maluginense.

Guerrieri senoni (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

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(1) Cum tanta moles mali instaret – adeo obcaecat animos fortuna, ubi uim suam ingruentem refringi non uult –, ciuitas, quae aduersus Fidenatem ac Ueientem hostem aliosque finitimos populos ultima experiens auxilia dictatorem multis tempestatibus dixisset, (2) ea tunc inuisitato atque inaudito hoste ab Oceano terrarumque ultimis oris bellum ciente nihil extraordinarii imperii aut auxilii quaesiuit. (3) tribuni, quorum temeritate bellum contractum erat, summae rerum praeerant dilectumque nihilo accuratiorem, quam ad media bella haberi solitus erat, extenuantes etiam famam belli habebant. (4) interim Galli, postquam accepere ultro honorem habitum uiolatoribus iuris humani elusamque legationem suam esse, flagrantes ira, cuius inpotens est gens, confestim signis conuulsis citato agmine iter ingrediuntur. (5)  ad quorum praetereuntium raptim tumultum cum exterritae urbes ad arma concurrerent fugaque agrestium fieret, Romam se ire magno clamore significabant, quacumque ibant, equis uirisque longe ac late fuso agmine inmensum obtinentes loci. (6) sed antecedente fama nuntiisque Clusinorum, deinceps inde aliorum populorum, plurimum terroris Romam celeritas hostium tulit, (7) quippe quibus uelut tumultuario exercitu raptim ducto aegre ad undecimum lapidem occursum est, qua flumen Alia Crustuminis montibus praealto defluens alueo haud multum infra uiam Tiberino amni miscetur. (8) iam omnia contra circaque hostium plena erant, et nata in uanos tumultus gens truci cantu clamoribusque uariis horrendo cuncta conpleuerant sono.

 

Sebbene sovrastasse così immensa sventura, la città che contro i Fidenati, i Veienti e gli altri popoli confinanti era ricorsa all’estremo rimedio, nominando in molte circostanze un dittatore, in quell’occasione – a tal punto il destino accieca gli animi, quando non vuole che si annulli la sua incombente violenza – non cercò, contro un nemico mai visto e mai sentito nominare, che portava la guerra dall’Oceano e dagli estremi confini della terra[6], nessuna autorità, nessun aiuto straordinario. Il supremo comando era nelle mani di quei tribuni per la cui temerarietà ci si era tirati addosso la guerra, ed essi facevano una leva per nulla più accurata di quella che si era soliti fare per guerre ordinarie, sminuendo anzi l’importanza che a questa attribuiva la pubblica opinione. Frattanto i Galli, quando seppero che ai violatori del diritto umano si era perfino reso onore, e che ci si era fatti giuoco della loro ambasceria, ardenti d’ira, incapace com’è quel popolo di frenarla, immediatamente, levate le insegne, si misero in cammino a marce forzate. E mentre al tumulto destato dalla loro precipitosa avanzata le città atterrite correvano alle armi, e i contadini si davano alla fuga, essi, dovunque passavano, gridavano a squarciagola ch’erano diretti a Roma, occupando coi cavalli e con gli uomini, che avanzavano spiegati in lungo e in largo, uno spazio immenso. La rapida marcia dei nemici, benché fosse stata preceduta dalla fama e dai messi inviati dai Chiusini e poi via via da altri popoli, destò a Roma grandissimo terrore, poiché a stento si poté andar loro incontro, con un esercito quasi improvvisato e raccolto in fretta e furia, a undici miglia dall’Urbe, là dove il fiume Allia, scendendo con un letto assai profondo dai monti Crustumini, confluisce nel Tevere non molto al di sotto della strada[7]. Già ogni luogo, di fronte e all’intorno, era pieno di nemici, e quella gente, portata per natura agli inutili schiamazzi, aveva fatto echeggiare ovunque l’orrendo frastuono dei suoi selvaggi canti e dalle grida di varia natura.

 

Battaglia dell’Allia. Illustrazione di Alchetron.

 

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(1) Ibi tribuni militum non loco castris ante capto, non praemunito vallo, quo receptus esset, non deorum saltem, si non hominum, memores nec auspicato nec litato instruunt aciem diductam in cornua, ne circumveniri multitudine hostium possent; (2) nec tamen aequari frontes poterant, cum extenuando infirmam et vix cohaerentem mediam aciem haberent. paulum erat ab dextera editi loci, quem subsidiariis repleri placuit; eaque res ut initium pavoris ac fugae, sic una salus fugientibus fuit. (3) nam Brennus, regulus Gallorum, in paucitate hostium artem maxime timens, ratus ad id captum superiorem locum, ut, ubi Galli cum acie legionum recta fronte concurrissent, subsidia in aversos transversosque impetum darent, ad subsidiarios signa convertit, (4) si eos loco depulisset, haud dubius facilem in aequo campi tantum superanti multitudine victoriam fore; adeo non fortuna modo, sed ratio etiam cum barbaris stabat. (5) in altera acie nihil simile Romanis, non apud duces, non apud milites erat. pavor fugaque occupaverat animos et tanta omnium oblivio, ut multo maior pars Veios, in hostium urbem, cum Tiberis arceret, quam recto itinere Romam ad coniuges ac liberos fugerent. (6) parumper subsidiarios tutatus est locus; in reliqua acie simul est clamor proximis ab latere, ultimis ab tergo auditus, ignotum hostem prius paene quam viderent, non modo non temptato certamine, sed ne clamore quidem reddito integri intactique fugerunt; (7) nec ulla caedes pugnantium fuit; terga caesa suomet ipsorum certamine in turba inpedientium fugam. (8) circa ripam Tiberis, quo armis abiectis totum sinistrum cornu refugit, magna strages facta est, multosque inperitos nandi aut invalidos, graves loricis aliisque tegminibus, hausere gurgites; (9) maxima tamen pars incolumis Veios perfugit, unde non modo praesidii quicquam, sed ne nuntius quidem cladis Romam est missus. (10)  ab dextro cornu, quod procul a flumine et magis sub monte steterat, Romam omnes petiere et ne clausis quidem portis urbis in arcem confugerunt.

 

Allora i tribuni militari, senza aver prima scelto una posizione adatta per l’accampamento, senza essersi assicurata la protezione d’una trincea dove potersi rifugiare, senza ricordarsi almeno degli dèi se non degli uomini, senza aver preso gli auspici e senza aver fatto i sacrifici propiziatori, schierarono l’esercito, distendendolo alle ali per evitare di essere circondati dal gran numero dei nemici: ciò nonostante non potevano opporre un fronte uguale al loro, mentre assottigliando il centro, lo rendevano debole e quasi disunito. Sulla destra v’era una piccola altura, che si decise di far occupare dalle truppe di riserva, e questa mossa, come segnò l’inizio del panico e della fuga, così rappresentò l’unica via di salvezza per i fuggitivi. Infatti Brenno, principe dei Galli, temendo soprattutto, data la scarsezza dei nemici, uno stratagemma, convinto che l’altura fosse stata occupata con lo scopo di permettere ai rincalzi di assalirli alle spalle e di fianco non appena i Galli avessero sferrato un attacco frontale contro il grosso delle nostre legioni, operò una conversione e marciò contro le truppe di riserva, non dubitando che, se le avesse sloggiate da quella posizione, nella pianura la vittoria sarebbe poi stata facile per i suoi ch’erano tanto superiore di numero: a tal punto, non solo la fortuna, ma anche la tattica stava dalla parte dei barbari. Dall’altra non v’era nulla che desse l’idea d’un esercito romano, né presso i comandanti, né presso i soldati. La paura e il desiderio di fuggire, insieme con l’oblio d’ogni dovere, avevano talmente invaso gli animi, che furono assai più quelli che preferirono rifugiarsi a Veio, nella città dei nemici, nonostante l’ostacolo del Tevere, anziché direttamente a Roma, presso le spose e i figli. La posizione protesse per poco tempo le riserve; nel resto dell’esercito, appena fu inteso il grido di guerra, di fianco dai più vicini, alle spalle dai più lontani, quasi ancor prima d’aver visto il nemico sconosciuto, senza avere, non solo tentato il combattimento, ma neppure levato il grido di guerra, freschi ed illesi com’erano, si diedero alla fuga; nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettate le armi, fu fatta una gran carneficina, e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio, donde non soltanto non fu mandato a Roma alcun aiuto, ma neppure la notizia della disfatta. Quelli dell’ala destra, ch’erano rimasti lontano dal fiume e più sotto il monto, si diressero tutti a Roma, e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca.

Illustrazione ricostruttiva della fuga degli opliti romani dalla battaglia, inseguiti da due guerrieri celti (Richard Hook)

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Note:

 

[1] Si presenta qui una tipologia della popolazione gallica ampiamente diffusa tra gli scrittori latini. Si sottolineano la ferocia e gli istinti bellicosi, ai quali si accompagnano, però, come aspetto negativo (e tale aspetto è assente nel guerriero romano), la scarsa resistenza alle difficoltà. Queste caratteristiche, si quelle positive sia quelle negative, si possono riscontrare in tutta la vicenda dell’invasione gallica.

[2] Gli abitanti di Chiusi sembrano essere dei grandi proprietari terrieri.

[3] Questo Quinto Fabio, il maggiore dei tre fratelli, era probabilmente quello che era stato console nel 412 a.C. (cfr. IV 52).

[4] La colpa, dunque, è del Senato e della nobile famiglia dei Fabii.

[5] Mentre il Senato avrebbe potuto benissimo decidere da solo.

[6] Un’affermazione che non risponde alla esatta realtà, ma deve essere considerata un’amplificazione retorica.

[7] Era la via Salaria.

Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

Bibliografia:

 

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[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

La pace di Callia

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 353-354.

Cefisodoto il Vecchio. Irene e Pluto. Statua, copia romana in marmo da originale del 375 a.C. ca dall’Agorà di Atene. München, Glyptothek.

Nel 449 Cimone è ormai morto, vittima, sembra, di una malattia durante l’assedio di Cizio nella parte sud-orientale di Cipro; una tradizione, che è stata assai impugnata, nell’antichità (da Teopompo) come ai nostri giorni, colloca in questa data la stipula di un accordo tra Atene e la Persia, che chiude ai Persiani l’accesso al mare Egeo, vietando alle navi di superare Capo Chelidonia, a sud, e le isole Cianee, a nord, e interdice all’esercito persiano di avvicinarsi alla costa occidentale dell’Asia Minore (l’area delle città greche) a una distanza inferiore ai tre giorni di marcia. Recenti tentativi di negare il valore dimostrativo di un accenno di Tucidide al diritto del Re di navigare lungo la sua chōra, che Sparta riconosceva al Re nel 412/411, sono da considerare assai deboli[1]: la verità è che il Re si vedeva così riconosciuto un diritto, che evidentemente qualcuno doveva avergli contestato. Che poi il riferimento ineludibile di Tucidide si possa saldare con la misteriosa missione del ricchissimo Callia, figlio di Ipponico, a Susa, a cui accenna Erodoto[2], è un passo ulteriore. Perché questi accenni guardinghi, o addirittura misteriosi, a un patto che, nella prospettiva moderna e nello stesso punto di vista dei Greci, doveva essere invece naturale sottolineare clamorosamente? Probabilmente perché non si arrivò mai, nella forma, a un compiuto trattato bilaterale. Il re persiano tende a stipulare trattati unilaterali: un accordo che lo impegnava a una tale capitolazione poteva essere soltanto concepito, dalla parte del Re, come un’intesa de facto. E come in realtà nulla accadeva di veramente nuovo sul terreno dei fatti nel 449 (poiché la guerra greco-persiana aveva già sostanzialmente cambiato teatro d’azione e intensità dopo il 478, e più ancora dopo la battaglia dell’Eurimedonte, circa il 470), si può capire che una storiografia così attenta ai fatti come quella di Tucidide, e dello stesso Erodoto, sorvolasse su una soluzione diplomatica, che comunque chiudeva formalmente la seconda guerra attico-persiana per il controllo del Mediterraneo orientale. Se la Persia cedeva sulla Ionia, Atene rinunciava ai suoi sogni espansionistici, di cui sono prova le imprese dell’anno 459. Dieci anni dopo, era dunque già cominciato un certo ripiegamento dell’imperialismo ateniese.

***

Note:

[1] Sul tema si vd., E. Badian, The Peace of Callias, JHS 107 (1987), pp. 1-39.

[2] Ineludibile, nonostante i dubbi recentemente espressi, il riferimento ai limiti della navigazione dei Persiani nel mar Egeo, nel passo di Tucidide, VIII 56, 4; cfr. Erodoto, VII 151; Isocrate, Panegirico 118 sgg., Areopagitico 80Panatenaico 59; Diodoro, XII 4; Plutarco, Cimone 13 ecc.; contra Teopompo, FGrHist 115 Ff 153 e 154; Beloch, GG2 II 1, p. 177 n.2 (esauriente).

Calamide. Ritratto di Elpinice, moglie di Callia, in veste di «Afrodite Sosandra». Paus. I 23, 2; Luc. D.Meretr. 3, 2; imag. 6; IG I³ 876). Busto, copia in marmo di età romana. Paris, Musée du Louvre.

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Il decreto di Cremonide

Syll.3  434/5 = IG II3 1 912 = IG II² 686-687 = SEG 33, 112 = SEG 41, 52

Attica, Acropoli di Atene, 269/268 a.C. ca.

Riproduzione di un frammento (rr. 58-79) del 'Decreto di Cremonide'. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall'Acropoli di Atene.

Calco cartaceo di un frammento (rr. 58-79) del ‘Decreto di Cremonide‘. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall’Acropoli di Atene.

 

Benché non si tratti del voto di una dichiarazione di guerra, di fatto, questo decreto sancì l’inizio della guerra che prese il nome dal suo proponente: la Guerra Cremonidea (267–261 a.C.). Obiettivo dell’alleanza era contrastare Antigono II Gonata, re di Macedonia, il quale – assimilato qui ai Persiani del v secolo a.C. – fin dalla sua salita al trono nel 277/6 a.C., intendeva estendere la propria influenza e la propria egemonia nei territori ellenici. Colui che promosse vivamente e, forse, istigò la cooperazione militare fra due storiche rivali, quali erano Atene e Sparta, fu certamente Tolomeo II Filadelfo, la cui influenza sui Greci stava scemando in maniera inversamente proporzionale all’aumentare di quella di Antigono. Questa alleanza si rivelò oltremodo disastrosa sia per gli Spartani, che vennero sconfitti e persero il loro re, Areo, in una battaglia campale nei pressi di Corinto, che costò la vita a re Areo, sia per gli Ateniesi se la cavarono bene, che si videro costretti a capitolare dinanzi ad Antigono nel 261/0 a.C., dopo un assedio, che l’ammiraglio egiziano Patroclo non era riuscito a rompere. Tolomeo, addirittura, perse completamente il controllo del Mar Egeo, dopo aver incassato una sconfitta navale ad opera della flotta macedone.

 

  1. fr. a

Θ                           ε                           ο                            [ί].

ἐπὶ Πειθιδήμου ἄρχοντος ἐπὶ τῆς Ἐρεχθεῖδος δευτέρας π-

[ρ]υτανείας·

Μεταγειτνιῶνος ἐνάτει ἱσταμένου, ἐνάτει τῆς πρυτανεί-

ας· ἐκκλησία κυρία· τῶν προέδρων ἐπεψήφιζεν Σώστρατος Κ-

αλλιστράτου Ἐρχιεὺς καὶ συμπρόεδροι· vvv ἔδοξεν τῶι δή-

μωι· vvv Χρεμωνίδης  Ἐτεοκλέους Αἰθαλίδης εἶπεν· ἐπειδὴ

πρότερον μὲν Ἀθηναῖοι καὶ Λακεδαιμόνιοι καὶ οἱ σύμμαχ-

οι οἱ ἑκατέρων φιλίαν καὶ συμμαχίαν κοινὴν ποιησάμενο-

ι πρὸς ἑαυτοὺς πολλοὺς καὶ καλοὺς ἀγῶνας ἠγωνίσαντο με-

τ’ ἀλλήλων πρὸς τοὺς καταδουλοῦσθαι τὰς πόλεις ἐπιχειρ-

οῦντας, ἐξ ὧν ἑαυτοῖς τε δόξαν ἐκτήσαντο καὶ τοῖς ἄλλ[ο]ις

Ἕλλησιν παρεσκεύασαν τὴν ἐλευθερίαν· καὶ νῦν δὲ κ[α]ιρῶν

καθειληφότων ὁμοίων τὴν Ἑλλάδα πᾶσαν διὰ το[ὺς κ]αταλύε-

ιν ἐπιχειροῦντας τούς τε νόμους καὶ τὰς πατρίους ἑκάστ-

οις πολιτείας ὅ τε βασιλεὺς Πτολεμαῖος ἀκολούθως τεῖ τ-

ῶν προγόνων καὶ τεῖ τῆς ἀδελφῆς προ[α]ιρέσει φανερός ἐστ-

ιν σπουδάζων ὑπὲρ τῆς κοινῆς τ[ῶν] Ἑλλήνων ἐλευθερίας· κ̣α̣ὶ

ὁ δῆμος ὁ Ἀθηναίων συμμαχίαν ποιησάμενος πρὸς αὐτὸν καὶ

τοὺς λοιποὺς Ἕλληνας ἐψήφισται παρακαλεῖν ἐπὶ τὴν αὐτὴ-

ν προαίρεσιν· ὡσαύτως δὲ καὶ Λακεδαιμόνιοι φίλοι καὶ σύμ-

μαχοι τοῦ βασιλέως ὄντες Πτολεμαίου καὶ πρὸς τὸν δῆμον τ-

ὸν Ἀθηναίων εἰσὶν ἐψηφισμένοι συμμαχίαν μετά τε Ἠλείων

καὶ Ἀχαιῶν καὶ Τεγεατῶν καὶ Μαντινέων καὶ Ὀρχομενίων κα-

ὶ Φια[λέων] καὶ Καφυέων καὶ Κρηταέων ὅσοι εἰσὶν ἐν τεῖ συμμ-

[αχίαι τ]εῖ Λακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχω-

[ν καὶ] πρέσβεις ἀπὸ τῶν συνέδρων ἀπεστάλκασιν πρὸς τὸν δῆ-

[μον] καὶ οἱ παραγεγονότες παρ’ αὐτῶν ἐμφανίζουσιν τήν τε Λ-

ακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχων φιλοτιμί-

αν, ἣν ἔχουσιν πρὸς τὸν δῆμον, καὶ τὴν περὶ τῆς συμμαχίας ὁμολ-

ογίαν ἥκουσι κομίζοντες· ὅπως ἂν οὖν κοινῆς ὁμονοίας γενομ-

ένης τοῖς Ἕλλησι πρός τε τοὺς νῦν ἠδικηκότας καὶ παρεσπον-

δηκότας τὰς πόλεις πρόθυμοι μετὰ τοῦ βασιλέως Πτολεμαίου

καὶ μετ’ ἀλλήλων ὑπάρχωσιν ἀγωνισταὶ καὶ τὸ λοιπὸν μεθ’ ὁμον-

οίας σώιζωσιν τὰς πόλεις· vvvv ἀγαθῆι τύχει δεδόχθαι τῶ[ι δ]-

ήμωι τὴμ μὲν φιλίαν καὶ τὴν συμμαχίαν εἶναι Ἀθηναίοις κ[αὶ]

Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς βασιλεῦσιν τοῖς Λακεδαιμον[ίων]

καὶ Ἠλείοις καὶ Ἀχαιοῖς καὶ Τεγεάταις καὶ Μαντινεῦσ[ιν κα]-

ὶ Ὀρχομενίοις καὶ Φιαλεῦσιν καὶ Καφυεῦσιν καὶ Κρητ[αεῦσι]-

ν ὅσοι ἐν τεῖ συμμαχίαι εἰσὶν τεῖ Λακεδαιμονίων κα[ὶ Ἀρέως]

καὶ τοῖς ἄλλοις συμμάχοις κυρίαν εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον, ἣν]

ἥκουσι κομίζοντες οἱ πρέσβεις· καὶ ἀναγράψα[ι αὐτὴν τὸν γρ]-

αμματέα τὸν κατὰ πρυτανείαν ἐν στήληι χαλκ[ῆι καὶ στῆσαι ἐ]-

ν ἀκροπόλει παρὰ τὸν νεὼ τῆς Ἀθηνᾶς τῆς Πο[λιάδος. ὀμόσαι δὲ]

[τὰ] ἀρχεῖα τοῖς πρέσβεσιν τοῖς παραγεγο[νόσιν παρ’ αὐτῶν τὸ]-

[ν ὅρκον τὸ]ν περὶ τῆς συμμαχίας κατὰ τὰ [πάτρια· v τοὺς δὲ κεχε]-

[ιρο]τον[ομένους] ὑπὸ τοῦ δήμου πρ[έσβ]ε[ις ἀποπέμψαι οἵτινες το]-

[ὺς ὅ]ρκους ἀπολ[ήψονται παρὰ] τ̣ῶ̣[ν λοιπῶν Ἑλλήνων vvv χειροτο]-

[ν]ῆσαι δὲ καὶ συνέδρους [δύο τὸν δῆμον αὐτίκα μάλα ἐξ Ἀθηναίω]-

ν ἁπάντων οἵτινες μετά τε Ἀρέω[ς καὶ τῶν ἀπὸ τῶν συμμάχων ἀ]-

[π]οστελλομένων συνέδρων βουλεύσοντ̣[αι περὶ τῶν κοινῆι συ]-

μφερόντων· μερίζειν δὲ τοῖς αἱρεθεῖσ[ιν τοὺς ἐπὶ τῆι διοικ]-

ήσει εἰς ἐφόδια οὗ ἂν χρόνου ἀποδημῶ[σιν ὅ τι ἂν διαχειροτο]-

νοῦντι δόξει τῶι δήμωι· ἐπαινέσαι δ[ὲ τοὺς ἐφόρους Λακεδαι]-

μονίων καὶ Ἀρέα καὶ τοὺς συμμάχους [καὶ στεφανῶσαι αὐτοὺς]

χρυσῶι στεφάνωι κατὰ τὸν νόμον· v ἐπ[αινέσαι δὲ καὶ τοὺς πρέσ]-

βεις τοὺς ἥκοντας παρ’ αὐτῶν v Θεομ[— — — — — Λακεδα]-

ιμόνιον vv Ἀργεῖον Κλεινίου Ἠλεῖο[ν v καὶ στεφανῶσαι ἑκάτ]-

ερον αὐτῶν χρυσῶι στεφάνωι κατὰ [τὸν νόμον φιλοτιμίας ἕνε]-

κα καὶ εὐνοίας ἧς ἔχουσιν περ[ί τε τοὺς ἄλλους συμμάχους κα]-

ὶ τὸν δῆμον τὸν Ἀθηναίων· εἶνα[ι δὲ ἑκατέρωι αὐτῶν καὶ ἄλλο ἀγ]-

αθὸν εὑρέσθαι παρὰ τῆς βουλ[ῆς καὶ τοῦ δήμου ἐάν του δοκῶσιν]

ἄξιοι εἶναι. καλέσαι δὲ αὐτ[οὺς ἐπὶ ξένια εἰς τὸ πρυτανεῖ]-

ον εἰς αὔριον. ἀναγράψαι δὲ [καὶ τόδε τὸ ψήφισμα τὸν γραμματέ]-

α τὸν κατὰ πρυτανείαν εἰστ[ήλην λιθίνην καὶ τὴν συνθήκην κα]-

ὶ στῆσαι ἐν ἀκροπόλει, εἰς [δὲ τὴν ἀναγραφὴν καὶ ἀνάθεσιν τ]-

ῆς στήλης μερίσαι τοὺς ἐπ[ὶ τῆι διοικήσει τὸ ἀνάλωμα ὃ ἂν γέν]-

ηται. vvv σύνεδροι οἵδε κ[εχειροτόνηνται]·

            vvvv Κάλλιππος Ἐλευσίν[ιος — — — — — — — — — — —]

vacat spatium unius versus

σπονδαὶ καὶ συμμαχία [Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς συμμάχοις το]-

ῖς Λακεδαιμονίων πρὸς [Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

αίων εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον. ἔχειν ἑκατέρους τὴν ἑαυτῶν ἐλευθέρ]-

ους ὄντας καὶ αὐτο[νόμους, πολιτείαν πολιτευομένους κατὰ]

τὰ πάτρια· ἐὰν δέ τ̣[ις ἴει ἐπὶ πολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Ἀθην]-

αίων ἢ τοὺς νόμο[υς καταλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμά]-

χους τοὺς Ἀθην[αίων, βοηθεῖν Λακεδαιμονίους καὶ τοὺς συμμάχ]-

[ο]υς τοὺς Λ[ακεδαιμονίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· ἐὰν δέ τ]-

ις ἴει ἐπὶ π[ολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Λακεδαιμονίων ἢ τοὺς]

νόμους κατ[αλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Λ]-

ακεδαιμ[ονίων, βοηθεῖν Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

[αίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· — — — — — — — — — — — — —]

lacuna

 

       2. fr. b-c.

․․․․․․․․․․․․26․․․․․․․․․․․․ηδ․․․․․․․․․20․․․․․․․․․

[․․․․․12․․․․․ Λακεδαιμονίου]ς καὶ τοὺς συμμάχους Ἀθηνα[ί]-

[οις καὶ τοῖς συμμάχοις· vv ὀμό]σαι δὲ Ἀθηναίους μὲν Λακεδαι-

[μονίοις καὶ τοῖς ἀπὸ ἑκάστης] πόλεως τοὺς στρατηγοὺς καὶ τ-

[ὴν βουλὴν τοὺς ΄Ν καὶ τοὺς ἄρ]χοντας καὶ φυλάρχους καὶ ταξι-

[άρχους καὶ ἱππάρχους· vv ὀμ]νύω Δία Γ[ῆ]ν Ἥλιον Ἄρη Ἀθηνὰν Ἀρε-

[ίαν Ποσειδῶ Δήμητραν· vv ἐ]μ[μ]ενεῖν ἐν τεῖ συμμαχίαι τεῖ γεγ-

[ενημένηι· εὐορκοῦσιν μὲν] πολλ[ὰ κἀ]γαθά, ἐπιορκοῦσι δὲ τἀνα-

[ντία· vv Λακεδαιμονίων δὲ] Ἀθη[να]ίοις ὀμόσαι κατὰ ταὐτὰ τοὺ-

[ς βασιλεῖς καὶ τοὺς ἐφόρο]υς [καὶ] τοὺς γέροντας· κατὰ ταὐτὰ δ-

[ὲ ὀμόσαι καὶ κατὰ τὰς ἄλλας] πόλεις τοὺς ἄρχοντας. vv ἐὰν δ-

[ὲ δοκῆι Λακεδαιμονίοις καὶ τ]οῖς συμμάχοις καὶ Ἀθηναίοις

[ἄμεινον εἶναι προσθεῖναί τι] καὶ ἀφελεῖν περὶ τῆς συμμαχί-

[ας ὃ ἂν δοκῆι ἀμφοτέροις, εὔο]ρκον εἶναι. ἀναγράψαι δὲ τὴν συ-

[νθήκην τὰς πόλεις ἐν στήλαι]ς καὶ στῆσαι ἐν ἱερῶι ὅπου ἂν βού-

[λωνται]·

 

Agli dèi. Sotto l’arcontato di Pitidemo, durante la seconda pritanìa della tribù di Eretteo. Nono giorno di Metagitnione, nono giorno della pritanìa. Al cospetto dell’Ecclesia sovrana, in seduta plenaria. Il presidente Sostrato, figlio di Callistrato, del demo di Erchia, e i colleghi pritani hanno messo ai voti (la mozione). Il Popolo ha votato a favore. Cremonide, figlio di Eteocle, del demo di Etalia ha proposto (il seguente decreto).

In passato, Ateniesi e Spartani e i loro rispettivi alleati, dopo aver concluso un’amicizia e un’alleanza comuni gli uni con gli altri, sostennero insieme numerose e nobili battaglie contro coloro che tentavano di sottomettere le città, battaglie dalle quali trassero per loro stessi fama (imperitura) e procurarono per gli altri Greci la libertà. Anche ora, dal momento che circostanze simili si sono impadronite di tutta la Grecia, a causa di quelli che intendono abrogare le leggi e le patrie istituzioni di ciascuna comunità, il re Tolemeo II, in conformità con la politica estera dei suoi antenati e di sua sorella (Arsinoe II), sostiene apertamente la comune libertà dei Greci. Il Popolo di Atene, per stipulare un’alleanza con lui, ha deciso di sollecitare gli altri Greci a perseguire la medesima politica. Allo stesso modo, anche gli Spartani, essendo amici e alleati di re Tolemeo, hanno votato la stipula di un’alleanza con il popolo di Atene, insieme con gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei, i Cretesi, e quanti sono nella lega degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, e hanno inviato degli ambasciatori dai rispettivi consigli al Popolo ateniese; e quelli presenti da parte loro hanno mostrato la stima che gli Spartani, Areo e gli alleati nutrono nei confronti del Popolo e hanno notificato che i Lacedemoni sono d’accordo a concludere un’alleanza. Affinché dunque ci sia una comunanza di pensiero fra i Greci contro quanti hanno offeso e tradito le città, violandone i patti, sono disposti ad essere, insieme a Tolemeo e agli altri, strenui combattenti che, in futuro, proteggeranno le città, grazie alla concordia. Pertanto, con buona sorte, è stato deliberato dal Popolo di Atene che l’amicizia e l’alleanza degli Ateniesi con gli Spartani, i loro re, gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei e i Cretesi, quanti sono nell’alleanza degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, siano valevoli per il tempo a venire – amicizia e alleanza che i loro ambasciatori hanno recato al Popolo. È stato decretato che il segretario della pritania faccia incidere questa disposizione su una stele di bronzo da apporre presso il tempio di Atena Poliade sull’Acropoli.

Si è deliberato poi che tutte le magistrature pronuncino un giuramento di fronte agli ambasciatori presenti secondo le tradizioni patrie, che quelli che saranno scelti ambasciatori vengano inviati per ricevere i giuramenti delle altre comunità elleniche. È stata votata l’immediata istruzione di due commissioni, composte da tutti gli Ateniesi, le quali, insieme ad Areo e ai commissari inviati dagli alleati, si consulti circa le questioni di comune vantaggio. Si è deciso che i deputati alla pubblica amministrazione assegnino ai commissari delle provvigioni congrue al periodo in cui saranno all’estero, nelle modalità e nei tempi stabiliti dal Popolo al momento della loro elezione. È stato deliberato di far pubblico elogio degli efori spartani, di Areo e degli alleati e di incoronarli con diademi d’oro, secondo la legge, e, inoltre, di tributare onore agli ambasciatori, che sono giunti, Teom(?) di Sparta […], Argeo, figlio di Clinia, da Elea […], e di conferire a ciascuno di loro una corona d’oro per la reverenza e la benevolenza dimostrata nei confronti degli altri alleati e del Popolo ateniese. Si è deciso, inoltre, di accordare a ciascuno di loro anche un altro beneficio, da parte della Bulé e dell’Ecclesia, ogni volta che li riterranno meritevoli, e che vengano invitati come ospiti al Pritaneo l’indomani. Si è stabilito che il segretario della pritanìa faccia incidere su una stele di pietra questo decreto e il trattato d’alleanza e lo faccia collocare sull’Acropoli; per l’iscrizione e l’erezione della stele gli amministratori finanziari distribuiranno le spese necessarie.

I commissari eletti con votazione: […] Callippo da Eleusi […].

[…]

Il trattato e l’alleanza tra gli Spartani e i loro alleati con gli Ateniesi e il loro alleati per il tempo a venire (prevedono) che ciascuno di loro, essendo libero e autonomo, possieda la propria costituzione, governandosi secondo le tradizioni patrie. Qualora mai qualcuno invadesse il territorio degli Ateniesi o tentasse di abolirne le leggi, o muovesse guerra ai loro alleati, gli Spartani e i loro alleati verranno in loro soccorso con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile. Qualora mai qualcuno entrasse con fare ostile nel territorio degli Spartani o cercasse di invalidarne le leggi, o facesse guerra ai loro alleati, gli Ateniesi e i loro alleati verranno in loro aiuto con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile […]. […] gli Spartani e gli alleati agli Ateniesi e agli alleati. (Il trattato e l’alleanza stabiliscono) che gli strateghi, i membri della Bulé dei 500, gli arconti, i filarchi, i tassiarchi e gli ipparchi di Atene pronuncino il seguente giuramento agli Spartani e ai rappresentanti di ogni città: «Io giuro in nome di Zeus, Gea, Helios, Ares, Atena Areia, Poseidone e Demetra […] che resterò fedele alla presente alleanza. A coloro che giurano con animo sincero sia abbondanza di beni, mentre a coloro che giurano falsamente, siano gravi rovine». (È previsto) che giurino secondo la medesima formula i re, gli efori e i geronti degli Spartani nei confronti degli Ateniesi e gli arconti delle altre città […]. Qualora agli Spartani e agli alleati e agli Ateniesi appaia bene aggiungere o togliere qualcosa riguardante il trattato di alleanza, e che sembri bene a entrambi, sia ciò conforme al giuramento. (È stato deciso) che le città facciano incidere il trattato su steli e lo espongano nel santuario da loro scelto.

 

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Brixia. Storia della città romana

di A. Valvo, Santa Giulia, Museo della città. L’età romana. La città – le iscrizioni, Milano 1998, pp. 11-14.

Statua della Vittoria Alata (particolare). Bronzo, I secolo. Brescia, Museo di Santa Giulia.

Statua della Vittoria Alata (particolare). Bronzo, I secolo. Brescia, Museo di Santa Giulia.

Tito Livio menziona Brescia e Verona come i principali insediamenti della popolazione dei Cenomàni, di origine celtica; Plinio il Vecchio aggiunge alle prime due anche Cremona; per il geografo Tolomeo il dominio dei Cenomàni si estendeva fino a Bergamo, Mantova e Trento. Il nome di Brescia (lat. Brixia) deriva da *brig-(e)s-ia (dalla radice, probabilmente ligure, bric-, «montagna tagliata a picco»). Altri nomi di centri della Gallia Cisalpina hanno la stessa etimologia: ad esempio, Brixellum (Brescello). Brescia è nota alle fonti letterarie, a partire dal I secolo a.C., come caput Cenomanorum («capitale dei Cenomàni»), sorta nelle vicinanze del fiume Mella; per Catullo essa è la «città madre» di Verona. È molto probabile che l’insediamento cenomàno fosse situato in posizione elevata (sul colle Cidneo) ma non si può escludere che si estendesse anche nel piano, come lasciano immaginare materiali di scavo di età preromana rinvenuti nell’area del foro, allora forse adibita a mercato. Prima che i Bresciani ricevessero, nell’89 a.C., il diritto latino e lo statuto di colonia, venendo così assimilati alle popolazioni latine e instaurando rapporti privilegiati con Roma (come si dirà più avanti), la storia di Brescia coincide sostanzialmente con la storia dei Cenomàni. Successivamente, la rapida e intensa romanizzazione della Cisalpina favorì la completa integrazione delle popolazioni di origine celtica e dei tanti immigrati di origine romana e italica che si erano insediati sul territorio padano. L’appartenenza originaria alla stirpe celtica rimase ancora evidente nell’onomastica degli indigeni e nei culti religiosi, sebbene le divinità celtiche subissero anch’esse un processo di romanizzazione attraverso l’attribuzione di caratteristiche proprie di divinità romane (la cosiddetta interpretatio romana).

 

I primi rapporti fra Romani e Cenomàni.

Lo storico Polibio racconta che nel 225 a.C. Veneti e Cenomàni accolsero di buon grado l’alleanza che veniva offerta loro dai Romani, prossimi a impegnarsi nella guerra contro le popolazioni galliche dell’Italia settentrionale. Questa alleanza, conclusa da parte romana per motivi strategici e dai Cenomàni nella speranza di estendere il loro dominio fino all’Adda a danno degli Insubri, stanziati più a occidente, costituisce il più antico rapporto di collaborazione fra Celti e Romani di cui si abbia notizia sicura. La successiva vittoria romana consentì ai Cenomàni di conseguire i vantaggi sperati: l’ampliamento del loro territorio e l’accrescimento del loro prestigio presso le popolazioni della Cisalpina e delle valli alpine. Per consolidare la conquista territoriale nel territorio gallico i Romani dedussero, nel 218 a.C., le colonie di Piacenza e di Cremona, una al di qua l’altra al di là del Po, entrambe di diritto latino (i coloni che ne facevano parte assumevano tutti lo status giuridico dei Latini). Questa decisione di stanziare dei coloni – sostanzialmente dei soldati, secondo la concezione che avevano i Romani di colonia – provocò reazioni negative presso le popolazioni della Cisalpina e anche presso i Cenomàni, nonostante i buoni rapporti che intercorrevano con Roma.

Alimentarono il malcontento delle popolazioni della Cisalpina emissari del cartaginese Annibale, che si preparava a portare la guerra in Italia e che sperava di ottenerne l’appoggio. I Cenomàni inizialmente rimasero fedeli a Roma, poi si staccarono da essa, senza tuttavia ribellarsi apertamente.

 

L’alleanza con Roma.

Dracma cenomane. Ar. 3,01 gr. (inizio II secolo a.C.). D. Testa femminile verso destra (forse una dea?). Conio di influenza massiliense.

Dracma cenomane. Ar. 3,01 gr. (inizio II secolo a.C.). D. Testa femminile verso destra (forse una dea?). Conio di influenza massiliense.

Fu alla fine della guerra annibalica, nel 201 a.C., che i Cenomàni, unite le loro forze a quelle degli altri popoli della Cisalpina, assalirono Piacenza, che fu conquistata, e Cremona, che invece resistette. Le operazioni militari condotte dai Romani in Cisalpina si conclusero con la vittoria definitiva su Insubri e Cenomàni nel 197. Questa data segna l’inizio di una stretta e leale collaborazione dei Cenomàni (e degli Insubri) con Roma, avviata e facilitata dalle miti condizioni di pace applicate dai vincitori. I Romani, contrariamente al loro costume, lasciavano integro il territorio delle popolazioni vinte, ne rispettavano la costituzione interna di carattere tribale e territoriale, consentivano di avere proprie forze armate e non imponevano alcun tributo. A cambiare in maniera definitiva le prospettive dei rapporti fra Roma e i Cenomàni fu, però, il formale trattato di alleanza (foedus) che i Romani conclusero con loro dopo il 194, facendoli passare allo stato di alleati (socii foederati). Si trattava degli alleati più settentrionali di Roma, ai quali era delegato il compito, assai delicato e strategicamente della massima importanza, di controllare ed eventualmente di affrontare le popolazioni settentrionali, sia quelle delle valli alpine, ancora primitive e dedite alla rapina, sia quelle che avrebbero potuto attraversare i valichi alpini e penetrare in Italia. Stava qui, probabilmente, la ragione di tanta benevolenza romana nei loro confronti.

 

La romanizzazione del territorio e la concessione del diritto latino (89 a.C.).

Ricostruire le vicende storiche dei Galli della Cisalpina (quindi dei Cenomàni e di Brescia, in particolare) è reso molto difficile dal completo silenzio delle fonti, soprattutto letterarie, intorno agli avvenimenti di quasi un secolo: fra il 187 e l’89 a.C. Il processo di romanizzazione, al quale le popolazioni della Cisalpina aderirono senza resistenze, maturò nel corso del II secolo a.C., favorito da scambi commerciali sempre più intensi, resi più facili dalle vie di comunicazione fluviali e lacuali e dalla costruzione di strade che univano Roma al settentrione della penisola (via Aemilia) e il mar Tirreno con l’Adriatico (via Postumia). Lungo queste vie di comunicazione transitavano eserciti in marcia ma anche mercanti di provenienza per lo più romana e italica; la vivacità dell’artigianato locale, la fertilità della terra e la bellezza naturale del territorio attiravano nuove presenze, soprattutto dall’Italia centrale e meridionale, e incoraggiavano l’impiego di capitali in attività agricole e commerciali. In questo modo, non appena si fu consolidata la presenza romana sul territorio, singoli o piccole comunità vi si stabilirono in forma definitiva. Il processo di romanizzazione ricevette ulteriore impulso nell’89 a.C. con la concessione del diritto latino (ius Latii) alle comunità italiche alleate – quindi anche ai Cenomàni – rimaste fedeli a Roma durante la guerra sociale (91-89 a.C.). Il diritto latino avvicinava alla cittadinanza romana e comportava dei vantaggi, consistenti soprattutto in alcuni diritti, come quello di trasferirsi a Roma e di diventarne cittadini col permesso dei censori.

Brixia ricevette anche lo statuto di colonia latina, sebbene non venisse effettuata alcuna deduzione di coloni: si trattava, nella realtà, di una finzione giuridica che conseguiva lo scopo di rendere capillare la romanizzazione del territorio italico. Allo statuto di colonia latina dovette seguire la centuriazione del territorio, cioè la suddivisione in lotti. Essi erano delimitati da linee ortogonali tra loro e seguivano un orientamento predeterminato (aderente all’orografia e all’idrografia del territorio). La suddivisione del terreno che risultava, dal caratteristico aspetto a reticolo, era regolare e veniva registrata in un catasto (forma). La centuriazione comportava opere di bonifica e diboscamento e conferiva al paesaggio un aspetto nuovo e ordinato che, per il territorio degli Insubri e dei Cenomàni (e, in generale, per la Gallia Cisalpina), è sostanzialmente quello attuale (nonostante le profonde alterazioni subite, soprattutto negli ultimi cinquant’anni). Essa portava con sé un incremento della produzione agricola e perciò del benessere economico.

Sul territorio bresciano vennero operate ben tre centuriazioni, in tempi successivi: l’ultima quando Brixia divenne colonia civica Augusta (prima dell’8 a.C.). Risale certamente al tempo dell’acquisizione del diritto latino l’organizzazione del diritto latino l’organizzazione urbana della città secondo un impianto costruttivo tipicamente romano, riconoscibile ancor oggi. Anche il santuario tardorepubblicano, del quale rimangono importanti resti sotto il capitolium di età flavia che domina l’area del foro, risale alla prima metà del I secolo a.C. (ma scavi recentissimi hanno accertato l’esistenza di un precedente edificio santuariale risalente al II secolo a.C.) ed è probabile che al I secolo a.C. risalga anche la prima cinta muraria edificata a difesa della città.

 

Dal diritto latino al conseguimento della cittadinanza romana (49 a.C.).

Al tempo della guerra civile tra Mario e Silla (88-82 a.C.) anche alla Gallia Cisalpina non furono risparmiati saccheggi e rovine. Dall’82-81, quando divenne provincia (Gallia Cisalpina), e fino al 42 a.C., quando il governo provinciale venne abolito da Ottaviano ed essa entrò a far parte del territorio italico, la Cisalpina fu governata militarmente da un magistrato romano, con grave limitazione dell’autonomia amministrativa della quale aveva goduto ampiamente fino a quel momento.

Nel 49 a.C., per la lex Roscia, tutti i Traspadani erano diventati cittadini romani. Promotore della concessione della cittadinanza fu Gaio Giulio Cesare. Egli aveva stabilito un rapporto di stretta collaborazione e di piena intesa con le élites della Transpadana, dalle quali aveva ottenuto l’appoggio necessario per continuare con successo la conquista gallica. Il legame con Cesare, nipote di Gaio Mario, e la presenza nella Transpadana di esuli mariani provenienti dall’Italia centrale, soprattutto dall’Etruria, alimentarono i sentimenti filo-cesariani, divenuti filo-ottavianei al tempo della guerra civile seguita all’uccisione di Cesare. È significativo che, ricevuta la cittadinanza, i Bresciani fossero ascritti alla tribus Fabia, a quanto pare la stessa del dittatore. Ai centri urbani della Transpadana, ora abituati da cittadini romani, venne dato lo statuto municipale (i cittadini erano detti municipes, perché si accollavano i munera, cioè i doveri propri dei cittadini). Le comunità locali conservavano la loro autonomia amministrativa ma si assumevano gli oneri dei cittadini romani (tra i quali il servizio legionario). Il governo municipale era tenuto da due quattuorviri iure dicundo (massime autorità locali, con potestà di amministrare la giustizia civile) coadiuvati da due quattuorviri aedilicia potestate (che curavano l’ordine pubblico, il mercato, la condizione delle strade eccetera). Quanto l’Italia settentrionale si fosse ormai integrata culturalmente nell’Italia romana lo testimoniano a sufficienza i personaggi di primo piano, protagonisti della vita letteraria (poesia, storia, biografia, eloquenza, filosofia) del I secolo a.C. provenienti dall’Italia settentrionale: Emilio Macro, Gaio Cassio Parmense, Gaio Cornelio Gallo, Marco Furio Bibaculo, Gaio Elvio Cinna, Publio Quintilio Varo, Gaio Valerio Catullo, Publio Virgilio Marone, Cornelio Nepote, Tito Livio e numerosi altri. Tra il 27 (anno in cui ricevette il titolo di “Augusto”) e l’anno 8 a.C. (termine cronologico fissato in base all’epigrafia) l’imperatore Augusto conferì a Brescia lo statuto ordinario di colonia civica Augusta cioè «colonia di cittadini (romani) fondata da Augusto».

 

La Gallia Cisalpina all'epoca di Augusto.

La Gallia Cisalpina all’epoca di Augusto.

 

Brescia, colonia civica Augusta.

Nell’età augustea Brescia colse nuove opportunità di crescita economica e culturale, come è attestato in maniera esauriente dal ricco materiale archeologico ed epigrafico, tra i più vasti ed interessanti dell’Italia settentrionale; quello epigrafico esteso cronologicamente soprattutto tra I e III secolo. Brescia, come si è detto, aveva assunto un importante ruolo strategico sia dal punto di vista economico e commerciale (vie di comunicazione, artigianato ed economia agricola) che politico e militare (avamposto verso le popolazioni e i valichi alpini, amministrazione delle comunità limitrofe e periferiche). La definitiva strutturazione urbana di Brescia risale all’età augustea e sarà ultimata al tempo di Tiberio (14-37 d.C.). Essa, oltre a dare la definitiva impronta di città romana, quale ancor oggi è dato di vedere, fornì alla popolazione bresciana i servizi indispensabili, data l’importanza assunta dalla sua vita associata e il suo sviluppo, organizzandone gli spazi urbani. Testimonianze epigrafiche e archeologiche attestano che il rifornimento idrico necessario era assicurato da un acquedotto che collegava Brescia alla val Trompia; l’acqua rappresentava, naturalmente, la prima esigenza per una città; l’abbondanza di essa consentiva di costruire fontane pubbliche e terme, oltre a garantire una migliore igiene. Forse è da attribuire ad Augusto anche la costruzione della definitiva cinta muraria della colonia, che si sarebbe resa indispensabile per difenderla dalle azioni di brigantaggio e dalle razzie compiute dalle popolazioni delle valli alpine prima di venire sottomesse. Le mura tornarono d’attualità al tempo della successione imperiale dell’anno 69. Plinio il Vecchio attesta esplicitamente l’inserimento di Brixia e del suo territorio (ager Brixianus) nella regio X augustea, allorché Augusto ripartì amministrativamente tutto il territorio dell’Italia in undici regiones.

 

Ricostruzione della battaglia di Bedriacum (Calvatone), 69 d.C., fra Flaviani e Vitelliani. Illustrazione di S. Ó’Brógáin.

Ricostruzione della battaglia di Bedriacum (Calvatone), 69 d.C., fra Flaviani e Vitelliani. Illustrazione di S. Ó’Brógáin.

Brescia e la società bresciana in età imperiale.

Le lotte sanguinose per la successione imperiale seguite alla morte di Nerone coinvolsero soprattutto la città di Cremona, che «per tre giorni bastò a tutto», racconta Tacito, ma anche Brescia subì di riflesso la sua parte di danni. Dopo la vittoria, Vespasiano incoraggiò la ricostruzione di tutti i centri dell’Italia settentrionale che avevano subito danni e perciò anche Brescia. Le circostanze favorirono una nuova sistemazione urbanistica del foro e degli edifici adiacenti e soprattutto l’edificazione del capitolium, simbolo della grandezza di Roma, dedicato nel 73, sotto il regno di Vespasiano, come ricorda la dedica monumentale, frammentaria. Accanto alle provvidenze imperiali svolse un ruolo importante per la ricostruzione monumentale della città la munificenza dei cittadini bresciani. In età flavia, o poco tempo dopo, ai Camunni venne riconosciuto uno statuto autonomo: essi, infatti, dopo aver costituito la civitas Camunnorum sotto Tiberio ebbero una res publica loro e propri magistrati, e vennero ascritti a una tribù diversa da quella dei Bresciani (la Quirina invece della Fabia).

Fra il II e il V secolo la città e il territorio vennero coinvolti in vicende belliche, ora legate alla successione imperiale ora alle incursioni di popoli barbari: i Marcomanni, ricacciati a fatica da Marco Aurelio e Lucio Vero dopo che ebbero devastato l’Italia settentrionale (166-168); gli Alamanni, sconfitti da Gallieno, Claudio II il Gotico e Aureliano verso la fine del III secolo; gli Unni, che occuparono una dopo l’altra Aquileia, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano e Pavia, nel 452. Nei primi secoli dell’Impero (I-III) i Bresciani consolidarono il prestigio che si erano costruiti sia in Italia sia all’estero. Le attività commerciali dei suoi cittadini, il formarsi di una nobiltà municipale attiva e competente, la fama di onestà e di probità che circondava i suoi abitanti, come attesta Plinio il Giovane, misero Brescia in particolare evidenza fra le città dell’Impero. Prova di questo è l’ascesa alle più alte cariche dello Stato, attraverso la carriera senatoria, e alle più elevate responsabilità nell’amministrazione dell’impero, attraverso la carriera equestre – soprattutto fra II e III secolo – di esponenti di potenti famiglie bresciane.

L’ampia documentazione epigrafica in nostro possesso ci consente di conoscere la presenza e l’attività dei numerosi collegia attivi a Brixia (sodalizi di spiccato carattere religioso, che offrivano un ambito di amicizia fraterna e provvedevano al funerale degli aderenti). Tra questi, le attestazioni più numerose riguardano il collegium dei fabrii (per lo più tignuarii, cioè «carpentieri»), che provvedevano allo spegnimento degli incendi; compito analogo avevano i dendrophori, il cui carattere religioso (culto di Attis e Cibele) risulta particolarmente accentuato; c’erano poi i centonarii («cenciaioli»), i pharmacopolae publici («farmacisti e speziali»), gli iumentarii («conduttori di bestie da soma»), i praecones («araldi e banditori»). Il culto dell’imperatore era affidato ai seviri Augustales: si trattava, per lo più, di liberti (ex servi) che, disponendo di un discreto patrimonio, si assumevano il compito sentito come il più onorevole. Numerosi anche i culti religiosi praticati nella colonia. Accanto alle divinità tradizionali romane erano venerate divinità di origine celtica già in parte romanizzate, come le Matronae e le Iunones, e altre che conservavano il loro carattere originario, come Bergimus.

 

Gruppo statuario delle cosiddette «Matres de Vertault». Terracotta, I-II secolo d.C. da Vertault. Musée de la civilisation celtique.

Gruppo statuario delle cosiddette «Matres de Vertault». Terracotta, I-II secolo d.C. da Vertault. Musée de la civilisation celtique.

Gli inizi del Cristianesimo.

L’affermazione del Cristianesimo a Brescia fu sicuramente precoce se la Chiesa era già organizzata tra la fine del II e l’inizio del III secolo, ma il primo vescovo storicamente certo fu Clateo, che risale agli inizi del IV. A quest’epoca risalgono anche le prime testimonianze epigrafiche cristiane della città. La penetrazione del Cristianesimo nel territorio bresciano avvenne invece più tardi, al principio del V secolo, in concomitanza con le invasioni barbariche e con il cedimento dell’organizzazione amministrativa romana (come nel resto della Lombardia e, in generale, dell’Italia settentrionale). Questo favorì la maggiore attrazione esercitata dalla città di Brescia sul territorio circostante, anche sul piano religioso. La Chiesa bresciana venera i martiri Faustino e Giovita fin dal tempo antico (al più tardi dall’VIII secolo) e sopra l’area occupata dalla chiesa di San Faustino ad sanguinem venne costruita la chiesa di Sant’Afra; il luogo è ricordato anche da San Gregorio Magno ma il culto dei due martiri potrebbero risalire al tempo del vescovo Gaudenzio (397-400 circa). Tra la fine del V e l’inizio del VI secolo vennero costruite le chiese di Santa Maria Maggiore, sull’attuale occupata dal Duomo Vecchio, e San Pietro de Dom, affiancata alla prima, che occupava l’area  dove oggi sorge la nuova cattedrale.

Un nemico formidabile

Nel 432/1 a.C., mentre gli Ateniesi erano impegnati con 5000 opliti e 70 navi nell’assedio di Potidea, colonia corinzia e loro alleata riluttante, Corinto intervenne a difesa dei propri concittadini laggiù inviando un’ambasceria a Sparta, con l’istanza di convocare un’assemblea generale della Lega del Peloponneso e di votare la dichiarazione di guerra contro Atene, poiché con le sue azioni contro le colonie corinzie essa stava violando gli accordi della pace trentennale, siglata nel 446/5. Gli inviati corinzi nei loro interventi accusano gli Spartani di immobilismo politico, di esagerare in fatto di prudenza diplomatica e di reagire con lentezza; inoltre, essi – secondo i Corinzi – si crogiolano nella fama di essere “liberatori della Grecia”, dalla fine delle Guerre persiane, se ne stanno tranquilli, trascurando gli eventi esteri contingenti, cioè il fatto che i loro alleati subiscano torti da parte di Atene. Nel paragrafo che segue, Tucidide riporta il discorso di uno dei Corinzi, nel quale vengono esaltate le qualità degli Ateniesi per pungere nell’orgoglio gli Spartani e smuoverli dal loro torpore…

Oplita greco. Illustrazione di M. Churms

Oplita greco. Illustrazione di M. Churms

Tucidide, Storie I 70

«[1] Oltre a ciò, se mai altri hanno avuto il diritto di biasimare il proprio vicino, tale diritto pensiamo di averlo noi, soprattutto perché grandi sono gli interessi in gioco: interessi che ci sembra che voi non prendiate in considerazione, né ci sembra che voi abbiate mai considerato quale carattere abbiano gli Ateniesi, contro i quali ora voi dovete lottare, e quanto, anzi, quanto completamente siano diversi da voi. [2] Essi sono innovatori e rapidi a far progetti e a compiere le loro decisioni: voi siete paghi di conservare quello che possedete e di non prendere nuove deliberazioni e, nell’azione, di non compiere neppur ciò che è necessario. [3] Ancora, loro, audaci oltre le proprie forze, sfidano il pericolo senza riflettere e sono ottimisti nelle situazioni gravi: vostra caratteristica è di far di meno di quanto è in vostro potere, il non fidarvi neppure dei calcoli più attendibili del vostro ragionamento e il credere di non poter mai scampare dalle difficoltà. [4] Inoltre, decisi di fronte a voi esitanti, portati a lasciare il loro paese mentre voi non volete mai uscire dal vostro: giacché loro credono di poter acquistare qualcosa con la lontananza dalla patria, mentre voi con l’intraprendere qualcosa temete di perdere anche quello che possedete. [5] Vittoriosi dei nemici, seguono il loro vantaggio quanto più è possibile e, vinti, retrocedono del minimo. [6] Ancora, considerano il corpo come qualcosa che non appartiene minimamente a loro, se è per il vantaggio della città, mentre la mente è per loro la cosa più cara se debbono fare qualcosa per essa. [7] Se non possono dar compimento ai loro piani, pensano di essere privati di quello che a essi appartiene, mentre quello che ottengono in un’impresa lo considerano poco in paragone dell’aspettativa del futuro. Se anche in un tentativo falliscono sperando in qualcos’altro compensano la mancanza che li affligge. Essi soli sperano ed ottengono contemporaneamente quello che progettano, perché rapido è il compimento delle loro decisioni. [8] E così in tutte queste occupazioni per la durata della loro vita si affaticano tra prove e pericoli, e pochissimo godono di quello che hanno perché sempre acquistano, e considerano una festa solo il fare quello che si deve, e una sventura tanto una quiete tranquilla che un’attività penosa. [9] Sicché se, riassumendo, si dicesse che sono nati per non avere tranquillità loro stessi e per non concederla agli altri, si avrebbe ragione!».

«[1] Καὶ ἅμα, εἴπερ τινὲς καὶ ἄλλοι, ἄξιοι νομίζομεν εἶναι τοῖς πέλας ψόγον ἐπενεγκεῖν, ἄλλως τε καὶ μεγάλων τῶν διαφερόντων καθεστώτων, περὶ ὧν οὐκ αἰσθάνεσθαι ἡμῖν γε δοκεῖτε, οὐδ’ ἐκλογίσασθαι πώποτε πρὸς οἵους ὑμῖν Ἀθηναίους ὄντας καὶ ὅσον ὑμῶν καὶ ὡς πᾶν διαφέροντας ὁ ἀγὼν ἔσται. [2] οἱ μέν γε νεωτεροποιοὶ καὶ ἐπινοῆσαι ὀξεῖς καὶ ἐπιτελέσαι ἔργωι ἃ ἂν γνῶσιν· ὑμεῖς δὲ τὰ ὑπάρχοντά τε σώιζειν καὶ ἐπιγνῶναι μηδὲν καὶ ἔργωι οὐδὲ τἀναγκαῖα ἐξικέσθαι. [3] αὖθις δὲ οἱ μὲν καὶ παρὰ δύναμιν τολμηταὶ καὶ παρὰ γνώμην κινδυνευταὶ καὶ ἐν τοῖς δεινοῖς εὐέλπιδες· τὸ δὲ ὑμέτερον τῆς τε δυνάμεως ἐνδεᾶ πρᾶξαι τῆς τε γνώμης μηδὲ τοῖς βεβαίοις πιστεῦσαι τῶν τε δεινῶν μηδέποτε οἴεσθαι ἀπολυθήσεσθαι. [4] καὶ μὴν καὶ ἄοκνοι πρὸς ὑμᾶς μελλητὰς καὶ ἀποδημηταὶ πρὸς ἐνδημοτάτους· οἴονται γὰρ οἱ μὲν τῆι ἀπουσίαι ἄν τι κτᾶσθαι, ὑμεῖς δὲ τῶι ἐπελθεῖν καὶ τὰ ἑτοῖμα ἂν βλάψαι. [5] κρατοῦντές τε τῶν ἐχθρῶν ἐπὶ πλεῖστον ἐξέρχονται καὶ νικώμενοι ἐπ’ ἐλάχιστον ἀναπίπτουσιν. [6] ἔτι δὲ τοῖς μὲν σώμασιν ἀλλοτριωτάτοις ὑπὲρ τῆς πόλεως χρῶνται, τῆι δὲ γνώμηι οἰκειοτάτηι ἐς τὸ πράσσειν τι ὑπὲρ αὐτῆς. [7] καὶ ἃ μὲν ἂν ἐπινοήσαντες μὴ ἐπεξέλθωσιν, οἰκείων στέρεσθαι ἡγοῦνται, ἃ δ’ ἂν ἐπελθόντες κτήσωνται, ὀλίγα πρὸς τὰ μέλλοντα τυχεῖν πράξαντες. ἢν δ’ ἄρα του καὶ πείραι σφαλῶσιν, ἀντελπίσαντες ἄλλα ἐπλήρωσαν τὴν χρείαν· μόνοι γὰρ ἔχουσί τε ὁμοίως καὶ ἐλπίζουσιν ἃ ἂν ἐπινοήσωσι διὰ τὸ ταχεῖαν τὴν ἐπιχείρησιν ποιεῖσθαι ὧν ἂν γνῶσιν. [8] καὶ ταῦτα μετὰ πόνων πάντα καὶ κινδύνων δι’ ὅλου τοῦ αἰῶνος μοχθοῦσι, καὶ ἀπολαύουσιν ἐλάχιστα τῶν ὑπαρχόντων διὰ τὸ αἰεὶ κτᾶσθαι καὶ μήτε ἑορτὴν ἄλλο τι ἡγεῖσθαιτὸ τὰ δέοντα πρᾶξαι ξυμφοράν τε οὐχ ἧσσον ἡσυχίαν ἀπράγμονα ἢ ἀσχολίαν ἐπίπονον· [9] ὥστε εἴ τις αὐτοὺς ξυνελὼν φαίη πεφυκέναι ἐπὶ τῶι μήτε αὐτοὺς ἔχειν ἡσυχίαν μήτε τοὺς ἄλλους ἀνθρώπους ἐᾶν, ὀρθῶς ἂν εἴποι».

Il destino di un re e della sua città

di Senofonte, Costituzione degli Spartani – Agesilao, a cura di G. D’Alessandro, Milano 2009, Introduzione, pp. XXXVIII-LXXI.

[…] Pochi dati significativi riguardano la sua infanzia[1]. Figlio di secondo letto del re Archidamo, Agesilao vede la luce intorno al 444 a.C.[2]; non destinato alla porpora regale, che spettava al fratello maggiore Agide, percorse tutti i gradi della dura educazione spartana, dalla quale erano esclusi solo gli eredi al trono; la prestazione si impose alla memoria dei posteri per via dell’infermità parziale a una gamba, dalla quale era afflitto probabilmente dalla nascita[3]. Il periodo della gioventù di Agesilao coincide con gli anni della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) e del rinnovamento profondo che portò Sparta a trasformarsi da potenza “oplitica” e terrestre a città egemone su tutto lo spazio dell’Ellade, dunque indissolubilmente legata al possesso di una flotta e a un mondo ideale diverso da quello licurgheo[4]. La vita del futuro sovrano, in questi tempi agitati, trascorre senza fatti degni di nota, all’infuori di un evento significativo. Tra le sue conoscenze ascende a un ruolo predominante, in un momento per noi indefinito, un altro uomo dal futuro importante, Lisandro[5]; la relazione con questi assume a un certo punto i connotati del rapporto omoerotico, seguendo un copione frequente nello stato di Licurgo e indirizzando entrambi i personaggi alla strada che li condurrà, in tempi diversi, ai vertici della politica di Sparta e dell’intera Grecia. Se un aspetto del legame fra Lisandro e Agesilao merita di essere qui sottolineato, è che esso nacque verosimilmente da una reciproca attrazione piuttosto che da un calcolo utilitaristico. Da Agesilao Lisandro non poteva sperare moltissimo: il ragazzo era di famiglia regale, ma la sua ascesa al trono non era prevedibile. Neanche per Agesilao l’interesse personale può aver pesato nel desiderio di intraprendere il rapporto con Lisandro: per gli anni in cui il legame nacque, presumibilmente intorno al 430[6], questi era un giovane dall’avvenire promettente e niente più, il cui ingresso imperioso nella storia greca si farà attendere ancora per vent’anni. In breve: la natura disinteressata dell’amore omosessuale fra i due è un dato che le fonti suggeriscono e che ci conviene tenere a mente in vista delle evoluzioni successive del rapporto[7]. In Lisandro e Agesilao si incontrano le due massime figure della storia spartana fra la fine del V e l’inizio del IV secolo; al secondo l’amicizia nata dall’amore di quegli anni garantì – ma solo tardi – i mezzi per la scalata al potere, e si protrasse fino al momento in cui l’attrito tra due caratteri troppo abituati a sovrastare fece dei due compagni degli avversari. Prima che ciò avvenga deve verificarsi l’evento cardinale della vita di Agesilao, ossia la morte del fratello Agide, avvenuta intorno al 400, al termine di un regno più che ventennale[8].
La Sparta dell’epoca era una città diversa da quella in cui Agesilao era nato. La guerra peloponnesiaca ne aveva mutato lo spirito, e la sua conclusione le aveva tolto in Atene l’avversario “ideologico” di buona parte del V secolo a.C., incrinando a un tempo la fiducia dei maggiori alleati: a differenza di Sparta, Corinto e Tebe avevano di che lamentarsi per una guerra che aveva fruttato molto meno delle attese. Il suggestivo quadro tracciato da Plutarco[9] nel descrivere questo periodo, pur se influenzato dal mito di una Sparta licurghea che decade d’un colpo, coglie certamente nel segno: copiose ricchezze s’erano fatte strada nello stato spartano, da sempre celebrato per la refrattarietà all’economia monetaria e alle connesse “tentazioni”; persino l’adamantino kósmos, l’ordinamento di Licurgo, scricchiolava sotto il peso delle licenze concesse agli uomini responsabili della vittoria e a Lisandro sopra tutti. È in questo momento di grandi cambiamenti che, come abbiamo detto, si assiste all’arrivo al potere di Agesilao[10]. Il fratello Agide aveva lasciato alla sua morte un figlio maschio di nome Leotichida[11], in età sufficiente per ricevere il potere regale: a questi, per dettato esplicito della legge, toccava ereditare il titolo di re della linea Euripontide. Ciò che permette ad Agesilao di insinuarsi in questa successione scalzando il nipote non è tanto il sospetto – probabilmente diffuso ad arte – di un’origine adulterina di quest’ultimo, quanto l’appoggio dell’ormai onnipotente Lisandro, la cui influenza su tutta la politica spartana e sugli efori in particolare mette in moto la macchina della contesa dinastica. Non è la prima volta che a Sparta una coalizione, reclamando il trono per il proprio candidato, delegittima l’avversario in quanto figlio naturale: il caso di Demarato, privato del potere alla vigilia delle guerre persiane con la medesima accusa, è stato accostato a quello di Agide già da un osservatore antico;[12] è d’altronde verosimile che in entrambe le azioni l’intervento degli efori sia stato determinante[13], e che le macchinazioni della politica abbiano avuto un peso maggiore delle preoccupazioni sulla genuinità della razza dei re[14].

Il gruppo contrapposto a Lisandro si difende stornando i sospetti sulla legittimità di Agide e riesumando un vecchio oracolo che, mettendo in guardia Sparta da un regno “zoppicante”, doveva inibire le possibilità di successo dello “zoppo” Agesilao. Tocca ancora a Lisandro, allora, chiudere la partita con una stoccata decisiva. Egli afferma che non l’avvento di un re zoppo, bensì il disequilibrio fra le due famiglie regali di Sparta sarebbe l’evento prefigurato dalla profezia, e che esso si realizzerebbe proprio con l’elezione di un re “bastardo”: accettare che metà della coppia regale sia inquinata da sangue non discendente da Eracle equivarrebbe, infatti, a rendere il regno “zoppicante”, ossia invalido in uno dei suoi due sostegni. Questa brillante finezza ermeneutica, che ricorda un’analoga trovata di Temistocle[15], conquista ad Agesilao il trono; proprio come nel caso di Temistocle, il successo finale è garantito non solo dall’abilità di rivolgere contro gli avversari la loro stessa arma reinterpretando l’oracolo, ma anche dall’appoggio di buona parte dei circoli politici di primo piano all’interno della città. Agesilao arriva così al trono per merito – e quasi come strumento – del potente amico, il quale ha un’ottima ragione per rallegrarsi della riuscita manovra: il re della famiglia Agiade allora in carica, Pausania II (reggenza 408-394 a.C. ca.), aveva dimostrato insofferenza verso la sua politica, contribuendo alla restaurazione della democrazia ad Atene e alla caduta di quella creatura di Lisandro che fu il governo dei Trenta; ora il vincitore di Egospotami aveva in Agesilao il mezzo per combattere eventuali spinte di opposizione da quella parte, potendo disporre dell’appoggio del sovrano Euripontide. Questi gli eventi. È adesso il momento di verificare il modo con cui sono essi trattati nell’Agesilao. Tutte le informazioni finora citate provengono in massima parte da Senofonte, ma con alcune cospicue eccezioni; inoltre, non tutte sono presenti nell’Agesilao, che per questo periodo, così come per altri, è molto meno ricco di notizie rispetto alle Elleniche.

Tra i particolari che lo scrittore ateniese tace in entrambe le opere c’è, innanzitutto, il rapporto omoerotico tra Agesilao e Lisandro, sul quale è il solo Plutarco a darci dei ragguagli[16]. Le ragioni del suo silenzio non vanno cercate molto lontano: pesano su tutto la rottura dei rapporti tra Agesilao e Lisandro, la parzialità di Senofonte a favore dell’amico re, la circostanza che riconosce una simile origine per l’amicizia fra i due uomini aggraverebbe, agli occhi dei lettori, il repentino strappo. Bisogna comunque ammettere che il legame non rientra nei tempi trattati dal Senofonte storico e, se proprio vogliamo cercare una giustificazione per il suo silenzio, nulla obbligava lo scrittore a menzionare questo particolare privato. A parte questa significativa eccezione, per tutti gli aspetti salienti della contesa dinastica che aprì ad Agesilao la strada verso il potere sono le Elleniche a garantire l’informazione più completa: Plutarco e Pausania, oltre a qualche dato non fondamentale[17], aggiungono alcune notizie sull’origine adulterina di Leotichida, che, se genuine, delineerebbero al più la cornice dell’evento; la mancanza di esse nel resoconto senofonteo non sembra motivata da preoccupazioni ideologiche. L’ideologia è invece la ragione sicura per l’assenza di alcune informazioni nell’Agesilao. Nell’ordine: la contesa è appena sfiorata[18], le voci con le quali Agide fu screditato taciute, la disputa sul trono presentata in modo tale che Agesilao sembri asceso al potere non per intrighi dinastici, ma per la vittoria in un’onestissima gara di nobiltà; dell’azione di Lisandro nessuna traccia, e d’altronde questo nome poco gradito nell’Agesilao non compare mai. Il quadro di un Agesilao nobile e senza macchia, che diviene re per merito e non in quanto creatura di un politico, è quello che ci aspettiamo da un encomio. Stesso discorso vale per l’esaltazione del potere di Sparta fatta in questo contesto: tutti i problemi nati dal sovvertimento del kósmos scompaiono per lasciar posto all’immagine di Sparta nobile dominatrice della Grecia e culla ideale di tanto grande eroe. In breve: Senofonte esalta nel suo elogio postumo le note positive, ma solo per via di quelle ovvie preoccupazioni encomiastiche che nelle Elleniche dimostra di non possedere.

Dalla campagna d’Asia alla vittoria di Coronea

 

La Grecia agli inizi del IV secolo a.C.

La Grecia agli inizi del IV secolo a.C.

Il primo atto di Agesilao durante il suo regno è la soppressione di una nascente congiura contro l’ordine costituito; in collaborazione con gli efori il sovrano scopre il responsabile, un non-spartiate di nome Cinadone, si sincera dei suoi piani e annulla il tentativo punendo i complici. L’episodio è significativo per la storia della società spartana in questi anni di rivoluzioni, ma nella vita di Agesilao non è una tappa particolarmente importante[19]. Denso di conseguenze sarà invece il suo primo atto politico, benché nato ancora all’ombra del potere di Lisandro. Non molto dopo l’insediamento di Agesilao arriva in città la notizia che il gran re starebbe allestendo una grande flotta in Fenicia, con un obiettivo che non può che essere Sparta (397 a.C.)[20]: i rapporti del gran re con l’ammiraglio ateniese Conone, allora in esilio ma alla ricerca di rivalse sugli Spartani, non erano certamente un mistero[21]. Per prevenire l’attacco si decide di anticipare il nemico colpendolo in Asia Minore. Qui Sparta era impegnata da circa tre anni in difesa delle città ioniche che, dopo l’appoggio dato a Ciro il Giovane nel fallito tentativo di spodestare il fratello Artaserse, temevano ritorsioni da parte del gran re. Rispetto alle spedizioni asiatiche precedenti, affidate a generali abili come Tibrone e Dercillida ma condotte con contingenti ridotti e senza dispendio di risorse finanziarie, l’impresa del 397 a.C. viene organizzata più in grande stile e con intenti, dichiarati e occulti, ben differenti. Se in pubblico Agesilao proclama di voler dissipare il pericolo persiano con un’azione rapida, che frutti la libertà ai Greci d’Asia, dietro le quinte è ancora Lisandro – scelto tra i trenta spartiati che accompagneranno il re nell’impresa – a manovrare l’amico, con scopi meno nobili del panellenismo di facciata propagandato dai vertici Spartani. Non molto tempo prima, infatti, gli efori avevano decretato la fine delle decarchie, i governi di dieci uomini istituiti da Lisandro nelle città entrate nell’orbita spartana dopo la fine del conflitto peloponnesiaco e venuti quasi subito in odio agli abitanti[22]. Evidentemente Lisandro sperava di riattivare le sue clientele con l’intervento in Asia e di portare nuovamente al potere i suoi fedeli, contando sulla giustificazione dello stato di guerra aperta: il fatto che, oltre a spingere Agesilao verso il comando, egli riservasse un posto per sé al vertice della forza impiegata nella missione non lascia dubbi al riguardo[23]. Comunque sia, la campagna asiatica era destinata a deludere fin dal primo momento tutti i suoi fautori. Il primo spiacere per Sparta, ma soprattutto per Agesilao, fu la scarsa presa che la retorica panellenica ebbe sugli altri Greci; ancora peggiore fu però lo smacco subito dalle autorità spartane in occasione dell’inaugurazione ufficiale della spedizione. Agesilao, riunito il proprio contingente, aveva deciso di celebrare un sacrificio propiziatorio in Aulide, con una scelta che può apparire ingenua o presuntuosa, ma che fu in ogni caso un eloquente messaggio “panellenico”: l’Aulide, in territorio beotico, era la base attribuita dal mito alla prima grande spedizione di tutti i Greci contro il continente asiatico, quella di Agamennone contro Troia; riproducendo le stesse condizioni di partenza, il re spartano chiedeva implicitamente ai suoi connazionali di lasciare da parte le divisioni interne per rinnovare i fasti di quella grande impresa, sotto la guida di Sparta e in nome della comune identità culturale. Ma egli non fa in tempo a completare il sacrificio che i beotarchi (magistratura della Beozia) intervengono e interrompono a metà la cerimonia. Possediamo due versioni leggermente differenti dell’episodio: nelle Elleniche di Senofonte (III, 4, 34) l’azione dei magistrati non riceve una motivazione esplicita, mentre Plutarco (Vita di Agesilao VI, 6-11) sottolinea che Agesilao, compiendo personalmente il sacrificio, aveva prevaricato i diritti dei propri alleati e provocato la reazione dei beotarchi. Come che sia, il gesto di questi ultimi è di una gravità troppo evidente perché lo si possa attribuire solo al comportamento di Agesilao: è chiaro che Tebe non gradiva né la politica né la retorica spartana, e con questo contrasto diplomatico scopriva senza remore la propria disapprovazione di fronte al potente alleato. Agesilao lascia la Beozia turbato dall’infausto presagio e carico di un odio verso i Tebani che la tradizione antica definisce concordemente inestinguibile[24]; predisposto alla partenza il contingente nel porto di Gerasto, salpa alla volta dell’Asia.

Lo sbarco e l’insediamento nella base di Efeso, anziché tranquillizzare il re, gli offrono nuovi motivi d’inquietudine: Lisandro, che in Asia ha vecchi compagni e clienti fedeli, monopolizza l’attenzione di tutti i referenti greci e mette ovviamente in ombra le autorità presenti, Agesilao compreso. È a questo punto che si consuma la rottura fra questi e il suo mentore: Agesilao, esasperato dal ruolo di comprimario cui Lisandro lo relega, comincia a ostacolarne i favoriti e a dare segni sempre più manifesti di ostilità, finché l’attrito tra i due non sfocia in un diverbio pubblico e nell’inevitabile allontanamento di Lisandro da Efeso[25]. Bisogna rendere giustizia alle fonti greche, che individuano nei dissapori personali, nella fiera gelosia del primato da parte di Agesilao e nel suo conseguente comportamento stizzoso le ragioni del dissidio: l’aspetto caratteriale pesò certo non poco nella vicenda. A un osservatore attento non dovrebbe comunque sfuggire come questo distacco non solo impediente, ma anche sensibilmente diversa da quella del suo protettore di un tempo: se Lisandro aveva usato il suo prestigio e i suoi appoggi ingaggiando vere e proprie prove di forza con i circoli più conservativi della politica spartana, Agesilao persegue piuttosto lo scopo di conciliarsi le autorità, ostentando più volte obbedienza agli ordini e inserendosi, per quanto possibile, nel solco della tradizione; inoltre, se il primo aveva approfittato del prestigio accumulato in guerra per instaurare regimi contestati come le decarchie, il secondo ama richiamarsi alle sirene del panellenismo che, a dispetto di una politica contraddittoria di Sparta e di gravi incongruenze da parte dello stesso Agesilao, susciteranno alcune simpatie nella Grecia dell’epoca e non solo. In breve: l’ipotesi che Agesilao avesse colto il momento opportuno per sganciarsi dall’orbita lisandrea e imboccare una propria via in politica va tenuta nella debita considerazione. Ormai libero da vincoli e padrone della forza stanziata in Asia, Agesilao predispone le operazioni con freschezza ed energia rimarchevoli in un uomo ormai vicino alla cinquantina. Dato che era stato già stipulato un armistizio con Tissaferne, il potente satrapo di Caria con il quale dovrà scontrarsi[26], cerca di preparare al meglio l’esercito; quando l’avversario dimostra di sfruttare la tregua per acquisire nuove forze, reagisce efficacemente e senza scomporsi per il comportamento fraudolento del Persiano.

Statere d'argento di Farnabazo II, satrapo di Cilicia (379-374 a.C.)

Statere d’argento di Farnabazo II, satrapo di Cilicia (379-374 a.C.)

Con l’invasione della Frigia inaspettata per il nemico riesce a razziare indisturbato una gran quantità di beni e con gli uomini a sua disposizione ottiene una serie di successi strategici, senza però poter indurre l’avversario a un confronto in campo aperto[27]. Attraverso un saggio sistema di reclutamento, rimedia in qualche modo alla mancanza di forze a cavallo e, tornato a Efeso nella primavera del 395 a.C. fa della città la sua base; da qui invade la piana del Meandro, sorprendendo nuovamente i Persiani, e con sortite occasionali procede fino alla regione circostante Sardi[28]. Qui ottiene anche il maggior successo militare della campagna, mettendo in fuga le truppe avversarie in prossimità del fiume Pattolo e impadronendosi dell’accampamento dei nemici e di un considerevole bottino[29]: lo smacco subito e l’inimicizia della madre del re Parisatide procurarono al satrapo Tissaferne la perdita del potere e della vita per ordine di Artaserse, che invia al suo posto Titrauste[30]. Mentre questi si insedia nei suoi nuovi territori, Agesilao continua la sua campagna; a seguito di un momentaneo accordo di non belligeranza con Titrauste, attacca la Frigia, conseguendo anche in questo caso piccoli vantaggi tattici che inducono alla tregua il satrapo della regione Farnabazo (394 a.C.)[31]. A questo punto però la sua impresa viene interrotta dall’ingiunzione di tornare in patria, arrivata dalla Grecia con un corriere urgente: l’opposizione antispartana, rinfocolata e dotata di mezzi dal denaro persiano, è ormai sfociata in una guerra aperta da parte di Atene, Argo, Tebe, Corinto e varie altre póleis[32]; dopo un insuccesso psicologicamente significativo presso le mura di Corinto (395 a.C.), che era costato la vita a Lisandro[33], Sparta aveva deciso di correre ai ripari e richiamare la forza impegnata in Asia, rinunciando così al progetto di “liberare” i Greci sottomessi al Gran Re.

Ligio al dovere, Agesilao si lascia alle spalle l’Asia e i sogni di gloria panellenica per tuffarsi in un conflitto che vede ancora una volta Greci contrapporsi ad altri Greci. Percorsa con straordinaria rapidità la strada che dall’Ellesponto arriva alla Tessaglia passando per la Macedonia, si trova coinvolto in qualche scaramuccia lungo la via e, ormai su terra greca, riesce con abilità a sconfiggere un contingente di cavalleria dei Tessali (estate 394 a.C.). Passato in Beozia, si trova di fronte a Coronea una cospicua forza militare composta da contingenti beotici, argivi e ateniesi, oltre che da distaccamenti di quasi tutte le città ostili a Sparta. Attaccata battaglia, si trova ben presto in condizioni di vantaggio tattico, dato che la sua ala destra ha sconfitto gli Argivi; anziché lasciare libero corso ai nemici Tebani, a loro volta vittoriosi sull’ala sinistra di Agesilao, rinnova lo scontro con questi e, dopo averne fiaccato la resistenza, si trova in possesso indiscusso della vittoria (agosto 394 a.C.)[34]. Lo scontro, che gli procura molte ferite, gli garantisce l’entrata nella storia e resterà l’apice della sua lunga carriera di stratega. […]

Dalla vittoria di Coronea alla vigilia della “pace del re”

 

La battaglia di Coronea (agosto 394 a.C.), nell'interpretazione grafica di I. Dzis.

La battaglia di Coronea (agosto 394 a.C.), nell’interpretazione grafica di I. Dzis.

[…] Dopo aver brillantemente portato a termine la battaglia, Agesilao fa mostra di magnanimità, rifiutandosi di violare l’impunità di quanti tra i nemici erano riusciti a rifugiarsi nel vicino tempio di Atena Itonia; l’atto gli vale le lodi dei contemporanei, riflesse nelle principali fonti a partire dalle Elleniche senofontee[35]. Dopo la vittoria, senza dubbio grande, ma tutt’altro che risolutiva, torna in patria; qui, a quanto pare, riesce a conservare le abitudini assunte prima della partenza per la spedizione e a consolidare, con tale atteggiamento, la posizione di prestigio conquistata a suon di vittorie militari. Alcune condizioni favoriscono la sua definitiva ascesa. Sparta non ha più Lisandro a cui guardare: il vincitore della guerra peloponnesiaca aveva chiuso la sua esistenza un anno prima (395 a.C.), presso le mura di Corinto. Neppure eventuali contrapposizioni con la casa regnante degli Agiadi si prospettavano come temibili: dopo l’esilio (tra il 395 e il 393 a.C.) di Pausania II, apparso troppo fiacco nelle sue azioni belliche, il giovane figlio di questi, Agesipoli, non poteva rappresentare un ostacolo significativo. Infine, Sparta si trovava immersa in un conflitto di proporzioni temibili contro buona parte delle póleis greche, e la guida di un generale già copertosi di gloria come Agesilao doveva essere fortemente desiderata da una vasta porzione della società spartana. Naturalmente Agesilao fa del suo meglio per arrogarsi il posto, provvidenzialmente vacante, di guida ideologica della città.

La sua condotta ostentatamente modesta è semplicemente quello che la migliore tradizione spartana pretenderebbe da un sovrano, ma proprio questa circostanza enfatizza piuttosto che smorzare l’effetto positivo esercitato sui cittadini: non solo nomi infami del passato – Pausania I su tutti[36] –, anche esempi frequenti dalla contemporaneità dimostravano che, una volta staccatisi dal nido delle leggi licurghee, molti Spartani si affrancavano per sempre dai valori in seno ai quali erano stati nutriti e tornavano dal grande mondo inguaribilmente “delaconizzati”. Agesilao, ormai all’apice del suo successo come generale, deve dunque dimostrare che i lunghi soggiorni al di fuori del Peloponneso non hanno intaccato le virtù laboriosamente impresse in lui dall’agoghḗ né inoculato il pericoloso morbo della disobbedienza. Anche sotto quest’aspetto il suo successo è notevole, perché il suo stile di vita morigerato e il suo rispetto per i poteri costituiti gli aprono la strada per una posizione di preminenza assoluta. Il carattere e la formazione di Agesilao contribuiscono certo in maniera determinante a questo risultato, né si può dare torto alle fonti antiche che riconducono alla sua innata peithárcheia (“obbedienza ai superiori”) le molte dimostrazioni di modestia di questo periodo. D’altro canto, la convivenza politica si accompagna troppo manifestamente a quest’atteggiamento per credere che esso sia del tutto ingenuo e disinteressato. Sappiamo che l’influenza di Agesilao su Sparta tocca il suo punto più alto esattamente dopo il ritorno dall’Asia, e non è un segreto che il mezzo da lui prediletto per consolidare la propria posizione di preminenza in politica sia cercare l’accordo con gli efori e l’élite dirigente della città: quale via, allora, poteva condurre a quest’effetto più rapidamente che esibire dopo i più grandi successi il contegno della persona «che non abbia mai varcato l’Eurota»[37]? Plutarco ci riferisce anche che Agesilao avrebbe di proposito caldeggiato l’affidamento di missioni esterne ad alcuni dei suoi avversari, con lo scopo di denigrare la condotta nel caso – evidentemente non infrequente – che la vita fuori dei confini li avesse sviati dai costumi aviti; l’autorità di chi è rimasto immune alle lusinghe delle apodēmíai (“soggiorni fuori patria”) gli consegnava infatti questa efficace arma propagandistica. Ammissibilmente, la machiavellica idea di inviare all’estero i propri oppositori proprio per indurli in tentazione può essere una spiegazione post eventum, elaborata da Plutarco o dalla sua fonte e poi presentata come dato di fatto; ma le accuse contro gli spartiati “corrotti” dalla lontananza e il confronto col presente, ben differente, comportamento hanno l’aria di essere reali, e si inseriscono agevolmente nel quadro della tattica politica adottata all’epoca da Agesilao.

Mappa dell'area attorno all'Istmo di Corinto, con indicazione delle principali località.

Mappa dell’area attorno all’Istmo di Corinto, con indicazione delle principali località.

Pare, per altro, che in questi anni[38] gli si presenti l’occasione per chiudere definitivamente i conti col vecchio protettore Lisandro. Certo, l’amico di un tempo è morto, ma la memoria delle sue azioni è viva nella città e il circolo dei suoi fedelissimi può ancora contare su forze che Agesilao potrebbe temere. Così, secondo parte della tradizione antica[39], egli sarebbe pronto a rendere di pubblico dominio il libello sovversivo che Lisandro si fece scrivere da Cleone di Alicarnasso per indurre gli Spartani a un cambio costituzionale in direzione democratica, libello appena venuto alla luce tra le carte del defunto generale; solo l’intervento degli efori, che non vedrebbero di buon occhio la memoria di un tale simbolo bollata col marchio della rivoluzione, lo avrebbe distolto dal suo intento. Presentato in questo modo l’episodio è particolarmente favorevole ad Agesilao, la cui immagine di uomo ubbidiente si consolida una volta di più, per altro a detrimento del defunto Lisandro; tant’è che quest’ultimo, a dispetto dell’impegno profuso dagli efori, non è sfuggito alla condanna postuma della storia. Forse proprio per questo è legittimo sospettare che i fatti siano andati in maniera diversa, anche ammettendo che le accuse avanzate non discordino con alcune caratteristiche della figura di Lisandro[40]. Il collegio degli efori, che in questo periodo è probabilmente in armonia con Agesilao, potrebbe aver elaborato l’accusa senza avere basi materiali, rinnovando i fasti di calunnie post mortem non inedite a Sparta; persino il possesso del libello da parte di Lisandro, ammesso che un tale pamphlet esistesse davvero, aveva forse ragioni innocenti, oscurate dalla versione maligna diffusa sottobanco dalle autorità; infine; la mancata denuncia ufficiale può interpretarsi come mossa astuta del circolo vicino ad Agesilao, che a un tempo diffondeva su Lisandro il sospetto più infamante per uno spartiate e, confinando la vicenda alle voci senza conferma, si sottraeva abilmente a ogni contraddittorio. Comunque sia, Agesilao è in questo momento l’uomo più importante a Sparta, e forse – come affermò un suo quasi contemporaneo[41] – nella Grecia intera. Il modo più vantaggioso per spendere il credito acquisito è quello di impiegarlo sui campi di battaglia, e Agesilao, favorito dal protrarsi della guerra di Corinto, non tarda a calcare il terreno prediletto con la consueta energia. Sono anni di spedizioni aggressive contro gli avversari di Sparta o in favore dei suoi alleati, durante i quali la fiducia accordata al re guerriero viene continuamente rinnovata dalla città, nella speranza di piegare definitivamente l’opposizione degli altri Greci. A questo tentativo di risolvere la crisi armi alla mano si contrappone da subito, in seno alla politica spartana, il desiderio di procedere per vie diplomatiche venendo a patti con la Persia: alla fine sarà questa seconda strada a prevalere, ma nel frattempo la guerra continua.

Tra il 391 e il 390 vengono allestite due spedizioni contro il cuore della guerra, Argo e Corinto[42], con le quali Agesilao si ripromette di spezzare l’unità territoriale creata dagli Argivi con la parte democratica dei Corinzi e di restituire la città agli oligarchi filo-spartani, espulsi dalla fazione prevalente. La pressione esercitata dal re sul territorio corinzio e la sua superiorità militare sugli avversari gli garantiscono alcuni risultati, comunque non decisivi. Tipico è, in questo senso, l’incidente delle Istmiche del 390 a.C. Dopo aver sorpreso gli Argivi intenti a organizzare la competizione istmica, Agesilao interrompe d’autorità i preparativi mettendo in fuga i nemici e affida agli esuli corinzi la celebrazione dell’agone panellenico, che ha effettivamente luogo; è però sufficiente che egli si allontani perché gli Argivi e i Corinzi democratici rinnovino i preparativi per la festa e celebrino la stessa per la seconda volta, lasciando alla posterità il poco edificante esempio di gare eseguite per due volte e vinte ora dalla stessa persona, ora da un atleta differente[43].

Peltasta ificrateo. Immagine di J. Shumate.

Peltasta ificrateo.
Immagine di J. Shumate.

Il 390 è anche l’anno di una pesante débacle per gli Spartani, sulla quale Senofonte si dilunga nelle Elleniche[44]. È un disastro imprevedibile per Agesilao. Grazie a un abile uso degli armati alla leggera il condottiero ateniese Ificrate (attivo sul territorio corinzio assieme al collega Callia) attacca e fa letteralmente a pezzi un’intera divisione (móra) di spartiati, distaccatisi dal resto del contingente per scortare un gruppo di uomini che tornava in patria. Per Sparta il danno inflitto è considerevole, sia per la morte di molti cittadini dotati di pieno diritto (una élite drammaticamente piccola per numero di individui, ma vitale per lo Stato), sia sotto il profilo psicologico, compromettendo la fama di imbattibilità che i dominatori del Peloponneso amavano mettere sul tavolo in occasione di trattative diplomatiche[45]; esso, per altro, macchia l’intero sistema oplitico spartano con l’onta con la sconfitta contro i peltasti[46]. Per lo stesso Agesilao il colpo arriva estremamente inopportuno. Poco prima dell’evento degli ambasciatori si erano fatti avanti da Tebe e altre città, i primi con serie proposte di pace; ma il re spartano aveva ostentato indifferenza, mosso dall’odio contro Tebe – come vuole parte degli autori antichi – o semplicemente confidando di poter ottenere condizioni più vantaggiose se, rimanendo accampato presso Corinto, avesse conseguito un successo definitivo e liberato il proprio contingente per azioni nel resto della Grecia. L’inciampo che gli si era parato davanti all’improvviso vanificava le vittorie parziali ottenute in precedenza, come gli dimostrò immediatamente il mutato atteggiamento dell’ambasceria beotica; questa, ammessa finalmente per un abboccamento (forse nella speranza che non fosse informato del disastro della móra), accantonò subito il tema della pace, chiedendo invece di essere condotta a Corinto. Agesilao tenta di rimediare all’incidente con una prova di forza, devastando alla presenza degli ambasciatori il territorio corinzio e dimostrando che anche il provvisorio successo di Callia e Ificrate non aveva né cambiato i rapporti tra le forze in campo né risollevato gli occupanti di Corinto dal timore che essi nutrivano per gli Spartani; dopo non molto, tuttavia, egli lascia un distaccamento a guardia del territorio e ritorna a Sparta senza aver dato al conflitto un esito decisivo. Nei due anni successivi (389-388 a.C.) l’attività militare di Agesilao si rivolge a una regione periferica, l’Acarnania, dove egli interviene su richiesta degli Achei. L’azione non ha più un collegamento diretto con la guerra di Corinto – che non è conclusa[47] –, ma non si può considerare slegata dal conflitto in corso, visto che gli Acarnani sono alleati dei Beoti e degli Ateniesi e hanno ottenuto da questi ultimi delle forze di supporto; essa persegue poi lo scopo, non meno importante, di consolidare la fiducia di un alleato, e fa fede dell’impegno spartano di fungere da arbitro – non imparziale – dei conflitti sull’intero scacchiere greco. Gli eventi di questi anni dimostrano infatti che Sparta consuma uomini e risorse in simili imprese per consolidare ideologicamente il ruolo di forza egemone del quale l’esito della guerra del Peloponneso l’aveva investita: una tale motivazione resta probabile per la spedizione in Acarnania anche se si accetta che gli Achei abbiano ottenuto l’aiuto richiesto con il velato ricatto di abbandonare l’alleanza spartana. La spedizione – che si esaurisce in pratica nel saccheggio del territorio avversario – si conclude senza soddisfare gli Achei, scontentati anche dalla decisione di Agesilao di tornare in patria piuttosto che rimanere e impedire agli Acarnani la semina dei campi. L’impresa raggiunge comunque la conclusione sperata: con la primavera successiva (388 a.C.) si allestisce a Sparta un’ulteriore spedizione affidata ad Agesilao, alla qual notizia gli Acarnani, per timore di restare privati del raccolto per il secondo anno di seguito, accondiscendono alle condizioni dettate dagli Achei ed entrano nell’alleanza spartana. […]

La “pace del re”

Dalle fonti non ci arriva notizia esplicita di contestazioni della dirigenza spartana contro Agesilao; tuttavia è chiaro dagli eventi di questi anni e dallo stesso emergere di uomini opposti a lui per tendenza politica che al sua azione non soddisfaceva e che la fede nella risoluzione dei problemi diplomatici con la Machtpolitik non era grande. Ad anni di distanza dall’inizio della guerra di Corinto, Sparta assisteva all’assedio ostile di buona parte del mondo greco, alla rinnovata ascesa di Atene – che dopo l’annichilimento della guerra del Peloponneso aveva recuperato mura, flotta e parte degli alleati –, alla irrecuperabile perdita della supremazia sul mare per via della flotta messa a disposizione di Conone dalla Persia: troppo, perché non si cercassero soluzioni alternative alla politica belligerante di cui Agesilao era interprete e, probabilmente, fautore. La radice del problema era il Gran Re, il cui oro aveva dato forza al partito anti-spartano in Grecia e le cui navi avevano frantumato le fragili ambizioni della flotta spartana, formatasi d’altronde proprio grazie ai fondi del “Barbaro”. Non desta allora stupore la mossa di riallacciare i rapporti dinamici con la Persia, compromessi dai tempi dell’impegno in Asia, tanto più che la chimera di una guerra contro di essa si era dissolta nel momento stesso in cui Agesilao era stato richiamato in Grecia.

Condottiero spartano. Immagine di J. Shumate.

Condottiero spartano. Immagine di J. Shumate.

L’uomo del momento è Antalcida, un avversario politico di Agesilao che già in passato (392 a.C.) aveva tentato di disarmare la ribellione dei Greci riportando la Persia dalla parte di Sparta; all’epoca egli, recatosi a Sardi, aveva intavolato delle trattative con il satrapo Tiribazo, promettendo da parte di Sparta la completa rinuncia alla difesa delle città greche d’Asia; l’interlocutore persiano era rimasto più che soddisfatto della proposta e aveva cercato di intercedere col gran re Artaserse, ma l’intervento di diplomatici tebani e ateniesi e vari altri fattori avevano mandato a monte la trattativa[48]. Adesso, dopo alcune scaltre manovre nell’Ellesponto, Antalcida esibisce nuovamente la sua proposta, tramite il medesimo mediatore, al re persiano, e lo persuade che proporsi come arbitro della pace tra i Greci sia più conveniente che finanziare una delle due fazioni combattenti (387/86 a.C.); la contropartita che lo Spartano offre al sovrano è, come nel 392 a.C., il diritto di disporre a piacimento delle città greche d’Asia, alla cui difesa per fini di prestigio Sparta è costretta a rinunciare dalle difficoltà in Grecia. Il re accetta, probabilmente convinto che soffocare le rinascenti ambizioni imperiali degli Ateniesi tramite Sparta sia la scelta più vantaggiosa, e con effetto pressoché immediato la sua decisione segna la fine del conflitto di Corinto: la fazione anti-spartana perde mordente e quasi da subito le parti in causa si affaticano nel dimostrare di aderire al principio, sancito nelle condizioni di pace, che «tutti lascino in autonomia le città». Sparta si è così divincolata dalle tenaglie della guerra a prezzo di una colossale disfatta ideologica, avendo lasciato nelle mani dei “barbari” le città asiatiche che Atene, al tempo del suo Impero, aveva molto meglio protetto. Gli anni successivi dimostrano che questa scelta spiana la strada alla propaganda degli avversari[49], ma per il momento il predominio dello Stato lacedemone sulla Grecia è riaffermato imperiosamente e con la clausola sull’autonomia è stata sottratta agli avversari più pericolosi, come i Tebani, la libertà di organizzarsi in blocchi potenzialmente minacciosi; Sparta stessa, spalleggiata dalla Persia, è ben lungi da applicare a se stessa il principio rinunciando al dominio sulla Messenia. Molti elementi della cosiddetta “pace del re” (o “pace di Antalcida”) dovevano risultare sgraditi ad Agesilao, che oltre ad assistere impotente al successo diplomatico del suo avversario Antalcida, vedeva cadere miseramente molti dei capisaldi della sua politica: la retorica panellenica che aveva inaugurato la spedizione in Asia; la speranza di raccogliere gloria militare con grandi imprese, in Grecia o fuori; l’insistenza sulla necessità di risolvere militarmente i guai di Sparta con gli altri Greci. Pare comunque che egli abbia, ancora una volta, pronunciato il personale “obbedisco” e accettato una soluzione alla quale non poteva opporre nulla di sostanziale: poco tempo dopo il raggiungimento dell’accordo fra Artaserse e Antalcida lo troviamo attivo in difesa della clausola sull’autonomia, della quale impone orgogliosamente il rispetto a Tebe (386 a.C.). Anche per quest’episodio affiora nelle fonti il fondato sospetto che, quale che fosse il pensiero di Agesilao sulla soluzione “diplomatica” alla guerra, i danni inflitti alla potenza tebana dalle condizioni di pace lo abbiano persuaso a farsene entusiasta avvocato; certamente il suo comportamento tronfio e aggressivo verso gli ambasciatori tebani si spiega al meglio così. Vero è anche che l’obbligo di autonomia sembra studiato appositamente non solo per ostacolare la ricostruzione dell’Impero ateniese – un evento che era ormai nell’aria, temuto da Sparta e dalla Persia in egual misura – , ma anche per neutralizzare in Tebe il più tenace avversario della guerra di Corinto: in quanto tale esso doveva far parte anche del piano originale di Antalcida, tant’è che le trattative del 392 erano naufragate proprio per l’opposizione di Tebani e Ateniesi a questa condizione[50]; ciò dimostra che l’ostilità fra Sparta e Tebe ha ragioni più profonde che il risentimento e le antipatie personali di uno dei re spartani. […]

La disfatta di Leuttra

 

La Grecia, anche dopo la pacificazione forzata, ferve di odio contro Sparta; tuttavia l’appoggio persiano consente alla città dell’Eurota di controllare la situazione senza eccessive angosce, con interventi mirati sui punti nevralgici per il mantenimento del predominio. Praticamente per un quinquennio il fuoco dell’insoddisfazione greca cova sotto le ceneri. Sparta agisce con un risoluto attivismo militare al manifestarsi del minimo segno di insubordinazione: nel 385 a.C. a Mantinea, venuta in sospetto al regime, viene immediatamente sottratta ogni possibilità di nuocere con la dissoluzione della pólis in piccole città separate; in questa occasione Agesilao rifiuta il comando dell’operazione in quanto legato da un rapporto di ospitalità con la città attaccata, e la missione viene affidata al re Agesipoli[51]. Poco dopo il sorgere di una forza potenzialmente ostile in Olinto viene ugualmente stroncato con le armi, anche se l’impresa impegna l’esercito di Spartani e alleati per un tempo maggiore (382-379 a.C.)[52]. Agesilao è impegnato in questo tempo nel tentativo di instaurare un governo oligarchico a Fliunte, sfociato poi nel 382/81 a.C. in un assedio che si concluderà, circa due anni più tardi, con la capitolazione della città[53]. Tra la fine di questo decennio e l’inizio del successivo due eventi gravidi di conseguenze scuotono l’opinione pubblica greca con notevole danno per Sparta, e in entrambi Agesilao, pur non giocando un ruolo di primo piano nelle azioni, dimostra nella gestione delle conseguenze una significativa mancanza di tatto.

Gli uomini di Sfodria sbarcano al Pireo. Immagine di J. Shumate.

Gli uomini di Sfodria sbarcano al Pireo.
Immagine di J. Shumate.

È il 382 quando lo spartiate Febida, alla guida di un contingente destinato a rafforzare le forze stanziate per l’intervento in Grecia settentrionale contro Olinto, raccoglie l’invito di alcuni Tebani filo-oligarchici e occupa a sorpresa la Cadmea o rocca di Tebe; dall’acropoli era possibile tenere in scacco l’intera città, che veniva così ridotta all’arbitrio dello Spartano e dei Tebani a lui favorevoli. Il colpo di mano, compiuto in un momento di pace e in patente spregio del diritto internazionale, suscita una forte opposizione anche nella stessa Sparta, dove si levano accuse gravi contro Febida e la sua nociva intraprendenza[54]. Per avere un’idea della portata dell’evento basti pensare che quando, a distanza di molti anni, il filo-spartano Senofonte riferisce delle conseguenze di questo atto, egli è costretto a qualificarlo come empio e contrario a tutti i principi di correttezza, tale insomma da attirare su Sparta la giusta vendetta degli dèi attraverso lo strumento di Tebe[55]. Tuttavia Agesilao, di fronte all’assemblea chiamata a decidere sul tema, suggerisce ai concittadini di valutare i vantaggi provenienti dall’occupazione prima di pronunciare una condanna sull’uomo e – con cavillosa interpretazione dell’accusa – protesta che per procurare un bene alla patria «si può ben improvvisare»[56]. Dopo di lui arringa i presenti il tebano Leontiade, che ha invitato Febida all’occupazione per accettare l’annullamento dell’atto; sono forse le sue fredde considerazioni sulla convenienza strategica di una Tebe sottomessa a convincere gli Spartani alla ratifica della situazione, ma questo non cancella le colpe di Agesilao, il cui parere orienta certo l’assemblea in maniera determinante. Sparta mantiene la guarnigione sull’acropoli e aiuta Leontiade a installare un governo oligarchico che fa subito le prime vittime tra gli oppositori, e che si sgretolerà dopo due anni tra il plauso generale dei Greci. Non c’è quasi bisogno di dire come buona parte della tradizione antica motivi lo sconcertante intervento di Agesilao: odio contro Tebe. Mai come in questo caso si è tentati di accettare incondizionatamente la spiegazione psicologica, tanto avventato fu l’avvallo dell’azione di Febida: che le ragioni esposte davanti all’assemblea spartana da Leontiade fossero intimamente sentite anche da Agesilao, e che egli giudicasse opportuno tenere Tebe sotto controllo a qualsiasi costo, è perfettamente possibile, ma nel volgere di pochi anni le conseguenze di questa prepotenza dimostreranno che un simile calcolo era lontanissimo dal cogliere il bene di Sparta. Se diamo valore alla testimonianza di Plutarco[57], il sospetto che Agesilao sia stato addirittura il promotore occulto dell’impresa circolava già all’epoca dei fatti, corroborato dalla proverbiale ostilità contro lo Stato beotico; tuttavia il racconto di Senofonte, che qui non sembra deformato dalla tendenziosità in favore di Sparta[58], è esplicito nell’affermare che servì l’appello di Leontiade perché Febida si convincesse dell’impresa[59]; essa quindi fu improvvisata sul momento. Non passa molto tempo e una seconda grave macchia intacca il prestigio spartano, rovinando, dopo quelli con Tebe, anche i rapporti con Atene. Nel 379 a.C. la Cadmea era stata liberata da un piccolo gruppo di esuli che, grazie al celato sostegno di Atene, avevano espulso la guarnigione spartana e restaurarono in città la democrazia; subito dopo l’evento una spedizione affidata da Sparta al re Cleombroto avrebbe dovuto punire Tebe per il suo atto, ma si concluse con un imbarazzante nulla di fatto[60]. È allora che lo spartiata Sfodria, armosta lasciato a Tespie da Cleombroto, decide di propria iniziativa di tentare un colpo analogo a quello di Febida, occupando senza preavviso il Pireo: la ricostruzione delle mura del porto da parte degli Ateniesi aveva fin da subito innervosito gli Spartani, e Sfodria sperava evidentemente di rendersi benemerito verso la città annullando a modo suo questo problema. La scelta è così malaugurata che secondo il racconto delle Elleniche di Senofonte fu addirittura ispirata dai Tebani, desiderosi di screditare Sparta, e viene messa in atto in maniera così maldestra che il fallimento è totale: per un errore sui tempi di marcia Sfodria manca di cogliere di sorpresa gli Ateniesi, e deve ritirarsi senza altro risultato che quello di aver palesato le proprie intenzioni ostili. Atene, che dopo il rientro degli esuli tebani aveva ostentato solidarietà con Sparta[61], ha ora solide ragioni per convertirsi a una politica anti-spartana. A Sparta Sfodria è atteso – e non potrebbe essere altrimenti – da un processo, dato che gli Spartani non hanno alcun interesse a mostrarsi così incuranti del diritto internazionale senza ricavarne neppure un qualche vantaggio. La condanna a morte appare tanto più sicura in quanto lo stesso Agesilao appartiene al partito politico ostile all’uomo[62], ma è proprio dal re che, a sorpresa, arriva un’apertura che gli salva la vita. Le cause sono puramente personali: il figlio di Agesilao[63], legato da un rapporto omoerotico con quello di Sfodria, intercede presso il padre e ottiene che questi muova la propria clientela per evitare la condanna. […] Ciò non fa che amplificare l’enormità del suo sbaglio, visto che il trattamento di favore concesso a Sfodria porta definitivamente gli Ateniesi, furenti per il torto subito, dalla parte dei Tebani[64]. Ad Atene si allestisce il Pireo per la difesa, si preparano navi e si fanno convergere tutti gli sforzi verso il supporto a Tebe. Passa meno di un anno e la creazione della seconda lega navale ateniese ripresenta a Sparta lo spettro di un Impero sul mare da fronteggiare con enorme dispendio di energia e di uomini. Visto l’atteggiamento degli ultimi tempi, non resta che una possibilità, ed è la risposta contro le armi. Nei due anni successivi […] (378 e 377) vengono messe in atto due ulteriori spedizioni contro Tebe, affidate naturalmente ad Agesilao e conclusesi in maniera frustrante per gli Spartani, che non sono capaci di obbligare gli avversari a un confronto decisivo. Durante il ritorno dalla missione del 377 Agesilao è colto da un ascesso alla gamba sana, che ne mette in immediato pericolo la vita e lo rende invalido per le azioni militari: non più giovane, si asterrà dai combattimenti per molto tempo; è così che la spedizione contro Tebe dell’anno successivo, persino meno fruttuosa delle precedenti, viene affidata all’altro re, Cleombroto.

La battaglia di Leuttra (371 a.C.). Interpretazione grafica di J. Shumate.

La battaglia di Leuttra (371 a.C.): Cleombroto viene ferito a morte. Interpretazione grafica di J. Shumate.

Gli anni trascorsi da Agesilao lontano dai campi di battaglia vedono Sparta nuovamente impegnata in un conflitto dalle sorti alterne in differenti zone della Grecia, che pare finalmente vicino a una conclusione quando, su iniziativa ateniese, si arriva a una conferenza di pace a Sparta (371 a.C.). Atene guarda ormai con sospetto all’accrescersi della potenza tebana, e ha intuito che con Sparta si può trattare, a patto di giocare sull’elasticità del concetto di “pace” comune: si offre la fine delle ostilità e si chiede in cambio la revoca degli armosti e il richiamo dei contingenti militari; si riafferma inoltre la clausola, gradita allo Stato lacedemone, che le città greche siano lasciate indipendenti. Gli Spartani accettano e, al solito, depositano un giuramento per sé e per gli alleati come se il principio di autonomia non li riguardasse. Gli Ateniesi, più fedeli alla lettera del patto, giurano per sé soli, lasciando agli alleati la possibilità di fare altrettanto: questo perché la seconda lega navale, che concede formale indipendenza a tutti i membri pur avendo il fulcro in Atene, non è un organismo contrario alla clausola dell’autonomia. In un primo momento anche Tebe fa mosse di giurare per proprio conto e lasciare agli altri Beoti la scelta su di sé; poi però, con un atto che equivale a una dichiarazione di guerra, chiede di farlo in nome di tutta la comunità beotica. Agesilao, presenta alla ratifica degli accordi, raccoglie la provocazione e minaccia i Tebani con l’esclusione dalla tregua, ciò che era d’altronde inevitabile per il peso attribuito da Sparta al principio messo in discussione. L’assemblea spartana, convocata poco dopo, dimostra di condividere a pieno i sentimenti del vecchio re e invia ordini a Cleombroto perché lasciata la Focide, dov’era di stanza, invada immediatamente la Beozia e riduca gli avversari a più miti consigli. L’ennesimo ricorso alle armi non è destinato a concludersi con un nuovo pareggio. In prossimità di Leuttra la superiore tattica dei Tebani guidati da Epaminonda spazza via Cleombroto e buona parte dei preziosi spartiati che lo avevano seguito, mettendo fine alla trentennale egemonia spartana e assestando il colpo mortale allo Stato lacedemone (371 a.C.)[65]. […]

Gli ultimi anni

Busto di Archidamo III. Marmo bianco. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Busto di Archidamo III. Marmo bianco. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La sconfitta di Leuttra decreta il collasso del sistema di potere faticosamente sostenuto da Sparta a partire dalla vittoria nella guerra del Peloponneso, con gli alleati meno convinti che si distaccano progressivamente o entrano in aperto conflitto e i Tebani che si apprestano a ridurre i nemici a uno stato di totale inoffensività. Unica consolazione per Sparta è il fatto che Atene decide di non infierire sull’antica avversaria e, col tempo, diventerà una discreta alleata – non senza qualche atteggiamento contraddittorio – in funzione anti-tebana. All’indomani della catastrofe (371 a.C.) Agesilao è ancora troppo debole per poter partecipare alla spedizione con la quale Sparta si affretta – invano – a salvare il salvabile; si affida perciò il comando a suo figlio Archidamo[66]. L’anno successivo (370 a.C.), ristabilitosi, è impegnato a impedire il riformarsi di un centro politico ostile nel cuore del Peloponneso, in quella Mantinea della quale Sparta aveva dissolto l’unità territoriale una quindicina d’anni prima; la forza, ma soprattutto l’impressione prodotta sugli avversari della potenza spartana non sono più sufficienti a sostenere una simile impresa, che fallisce e, quel che è peggio, attira nel Peloponneso l’esercito tebano. Gli Arcadi hanno, infatti, capito che il mezzo più sicuro per contrastare l’aggressione spartana è l’alleanza con lo Stato beotico[67]. Agesilao si vede così protagonista dell’estrema difesa di Sparta contro i soldati tebani, penetrati a fondo nella Laconia – fatto inaudito – sotto la guida di Epaminonda (370/69 a.C.). Se la città, che per mancanza di mura è alla mercé dei nemici, riesce a salvarsi, il merito è del sangue freddo ed del talento organizzativo del suo vecchio re; nel momento di maggior pericolo egli trova anche la forza d’animo sufficiente a spegnere le prime scintille di una sedizione con un intervento discreto ma deciso. Rallegrarsi della salvezza materiale di Sparta è un lusso che l’azione risoluta di Epaminonda non lascia ad Agesilao: dopo essersi allontanato dalla città il generale tebano punta sulla Messenia e affranca questa regione dalla secolare sottomissione a Sparta, in modo da sottrarre ai nemici le forze residue scardinandone la struttura sociale (primavera 369 a.C.). Come Epaminonda aveva previsto, la perdita della forza lavoro rappresentata dagli iloti messenici precipita lo Stato lacedemone nella sua crisi più profonda, ingigantita dopo poco da una seconda invasione beotica. Sparta si salva anche questa volta, ma è in agonia.

Gli anni successivi vedono Tebe, padrona del campo, invadere per due volte il Peloponneso, mentre la città dell’Eurota è disperatamente impegnata nel tentativo di recuperare la perduta potenza e ostinatamente decisa a respingere qualsiasi proposta di pace che imponga la rinuncia alla Messenia. La seconda circostanza accresce fatalmente l’isolamento di Sparta.

Per Agesilao si possono registrare alcune azioni significative e, soprattutto, una dedizione alla causa patria e un senso del sacrificio personale decisamente ammirevoli. Nel 367 a.C. impiega il suo prestigio diplomatico in una vicenda asiatica, intervenendo in favore del satrapo di Frigia, Ariobarzane, allora in contrasto con il Gran Re. La missione è un successo: l’influsso del re spartano dissuade i fedeli del gran re, tra cui Mausolo di Alicarnasso e il re dei traci Odrisi, Kotys, da azioni contro il ribelle, e questo nonostante gli ottimi rapporti che allora intercorrono tra i Tebani e il Gran Re. Il ricco premio in denaro riscosso per il suo impegno gli consentì, una volta tornato in patria, di risollevare una Sparta ormai disorientata[68]. Agesilao difende nuovamente la patria in occasione della quarta invasione del Peloponneso da parte dei Tebani, poco prima della battaglia di Mantinea (362 a.C.); anche in questo caso la sua saggia tattica preserva la città dalla rovina[69]. La battaglia di Mantinea non vede la sua partecipazione, ma egli è il primo a opporsi alla pace, che comporterebbe per Sparta la rinuncia alle ambizioni di possesso sulla Messenia. L’atto conclusivo della vita di Agesilao è una spedizione in favore di Teos, sovrano dell’Egitto per un breve tempo in anni di complessi movimenti in tutto l’Oriente. Questi si era ribellato al potere del re di Persia e, cercando supporto nella sua guerra per il primato, aveva chiamato a sé personaggi come l’ateniese Cabria, allora esule, e lo stesso Agesilao. Per Sparta lo scopo di questa missione è manifestamente quello di procurarsi fondi nella disperata condizione economica in cui l’aveva precipitata la perdita della Messenia[70]. La spedizione egiziana fa molto onore ad Agesilao, che per il bene della patria si accolla gli oneri di una spedizione mercenaria in età avanzata, meno a Sparta, che svende i gioielli dell’educazione militare al primo offerente perché incapace di adattarsi alla perdita della Messenia e di trovare un sistema di sostentamento alternativo allo sfruttamento degli iloti.

Testa di Nectanebo II. Grovacca, Tardo periodo, XXX dinastia (380-332 a.C.). Musée des beaux-arts de Lyon.

Testa di Nectanebo II. Grovacca, Periodo tardo, XXX dinastia (380-332 a.C.). Musée des beaux-arts de Lyon.

Agesilao si fa valere come stratega, ma tiene un comportamento inqualificabile: forse deluso dalla scarsa attenzione riservatagli dal committente, lo abbandona a guerra in corso e passa improvvisamente dalla parte del cugino di questi, Nectanebo II, che sostiene militarmente con un certo successo; il re, soddisfatto, lo lascia andare con ricche prebende, destinate a dare respiro a una Sparta in bancarotta. Di ritorno dalla spedizione egiziana, Agesilao si spegne sulla costa della Libia e da qui il suo corpo viene ricondotto in patria, cosparso di cera affinché si conservi durante il viaggio (circa 360 a.C.); a Sparta egli ricevette sicuramente gli onori straordinari tributati in questa città ai re morti, in pomposi funerali che, possiamo ben immaginare, furono malinconici come mai altri nella pólis di Licurgo.

 


[1] Sull’infanzia di Agesilao la fonte principale è Plutarco, Vita di Agesilao I 1II 6.

[3] L’infermità, ancorché visibile, non poteva essere grave, perché gli autori antichi affermano concordemente che Agesilao completò con successo il percorso educativo tipico per i giovani spartani: una riuscita in un contesto in cui la fisicità giocava un ruolo tanto importante è impensabile per una persona parzialmente inabile.

[4] cfr. Berve H., Sparta, in Gestaltende Kräfte der Antike, München 1966, pp. 161-191.

[6] Da Plutarco, Vita di Agesilao II 1 ricaviamo che Lisandro aveva il ruolo di amante (erastḗs), riservato al più anziano della coppia; sempre secondo Plutarco, il rapporto iniziò mentre Agesilao era educato tra i ragazzi, quindi adolescente.

[10] Le principali fonti per l’ascesa al potere di Agesilao sono: Senofonte, Elleniche III 3, 1-4; Plutarco, Vita di Agesilao III 1-9; Vita di Lisandro XXII 6-13; Pausania, III 8, 7-10. Specialmente per l’interpretazione del passo senofonteo è opportuno confrontare Luria S., Zum politischen Kampf in Sparta gegen Ende des 5. Jahrhunderts, in «Klio» 21, 1927, pp. 404-406.

[11] Leotychìdas secondo la forma data da Senofonte e dagli altri autori; nel dialetto laconico di Sparta il nome suonava Latychìdas.

[13] Sull’influenza degli efori nelle questioni sulla genuinità di uno dei sovrani cfr. Platone, Alcibiade 121bc. Un’analisi moderna del tema è in Luria S., op.cit., pp. 406 sgg.

[14] Cfr. Luria S., op.cit., pp. 413-417.

[15] Cfr. Erodoto, VII 140 sgg. e Bengtson H., Geschichte Staatsmänner, München 1982, pp.56-57.

[16] Plutarco, Vita di Agesilao II 1.

[17] Il più interessante è sicuramente il testo dell’oracolo di Diopite, in Plutarco, Vita di Agesilao III 7 e in Pausania, III 8, 9.

[18] Senofonte, Agesilao I 5.

[19] Cfr. Senofonte, Elleniche III 3, 4-11.

[20] Fonti principali per il momento dell’annuncio e della reazione spartana sono Senofonte, Elleniche III 4, 1-2 e Diodoro, XIV 79, 1.

[21] Cfr. Pausania, III 9, 2.

[22] Cfr. Senofonte, Elleniche III 4, 2; Plutarco, Vita di Lisandro XXI 2-3.

[23] L’interpretazione è già in Senofonte, Elleniche III 4, 2-3.

[24] Cfr. Senofonte, Elleniche III 4, 4; Plutarco, Vita di Agesilao VI 11.

[25] Sulla lite tra Agesilao e Lisandro cfr. Senofonte, Elleniche III 4, 7-10; Plutarco, Vita di Agesilao VII 1-8, 6; Vita di Lisandro XXIII 5-XXIV 2.

[26] L’armistizio precede la lite con Lisandro, cfr. Senofonte, Elleniche III 4, 5-6.

[27] Sull’attacco alla Frigia cfr. Senofonte, Elleniche III 4, 11-15; Diodoro, XIV 79, 3.

[28] Sulla campagna nella regione di Sardi cfr. Senofonte, Elleniche III 4, 20-29; Elleniche di Ossirinco 11-13; Diodoro, XIV 80, 1.

[29] Sulle differenze tra il racconto di Senofonte e quello degli altri autori limitatamente alla battaglia del Pattolo, cfr. Luppino Manes E., op.cit., pp. 125-126.

[30] Sulla sostituzione e morte di Tissaferne cfr. Senofonte, Elleniche III 4, 25; Diodoro, XIV 80, 6-8; Plutarco, Vita di Agesilao X 5-7; Vita di Artaserse XXIII 1.

[31] Cfr. Senofonte, Elleniche IV 1, 1-41; Elleniche di Ossirinco 24; Diodoro, XIV 80, 8; Plutarco, Vita di Agesilao XI 1-12, 7.

[32] Cfr. Senofonte, Elleniche IV 2, 1-8; Diodoro, XIV 83, 1; Plutarco, Vita di Agesilao XV 1-8.

[33] Cfr. Senofonte, Elleniche III 5, 6; Diodoro, XIV 81, 2; Plutarco, Vita di Lisandro XXVIII 1-12.

[34] cfr. Senofonte, Elleniche IV 3, 3-9; Plutarco, Vita di Agesilao XVI 5-8.

[35] Senofonte, Elleniche IV 3, 20.

[36] Bengtson H., op.cit., pp. 82-92.

[37] Plutarco, Vita di Agesilao XIX 6.

[38] Plutarco (Vita di Agesilao XX 3) colloca l’evento tra la battaglia di Coronea e la spedizione contro Argo e Corinto del 391 e 390 a.C. Dalle altre fonti non si può dedurre un’indicazione concreta sulla data.

[39] Plutarco, Vita di Agesilao XX 3-7; Vita di Lisandro XXV 1; 30, 3; Cornelio Nepote, Vita Lysandri V 3; Diodoro, XIV 13, 1-8.

[40] Plutarco, Vita di Lisandro XXIV 1-XXVI 6 attribuisce a Lisandro una congiura di proporzioni colossali, preparata dal generale fin nei minimi particolari: alcuni elementi nel suo racconto non possono essere frutto di invenzioni malevole. Uomo notoriamente ambizioso, Lisandro vedeva un limite alle sue possibilità di successo politico nel suo status di semplice spartiate, perché il comando supremo e la massima autorità in guerra erano a Sparta prerogative dei soli re. Né grande doveva essere la sua affezione per il kósmos licurgheo: la sua grande vittoria sugli Ateniesi era stata conseguita con mezzi che nessuno avrebbe detto tipici della tradizione spartana, dalla preponderanza concessa al conflitto per mare e di logoramento rispetto alle battaglie terrestri e “agonali” fino alla manipolazione di ingenti capitali provenienti dalla Persia (si questi temi resta sempre ammirevole la sintesi di Berve H, op.cit., pp. 175-185). Si aggiunga che, dopo l’incidente in Asia, egli si vedeva privato del sostegno di Agesilao, trasformatosi da amico in avversario, e costretto a recuperare terreno dopo evidenti segni di ostilità da parte delle autorità. Infine, la congiura di Cinadone faceva pensare che a Sparta fossero attivi i fermenti per un mutamento radicale dell’ordine costituito. Giocare la carta della rivoluzione a questo punto avrebbe avuto senso, anche se bisogna ammettere che una simile azione, portata avanti in maniera tanto clamorosa, sembrerebbe in contrasto con la prudenza usualmente dimostrata da Lisandro.

[41] Teopompo di Chio (FGrH 115 F 231). Plutarco cita questa affermazione nel corso della descrizione della campagna asiatica di Agesilao (395/94 a.C.); è probabile che già nell’originale una tale considerazione si riferisse al prestigio di Agesilao nel periodo immediatamente precedente o successivo alla battaglia di Coronea.

[42] La prima spedizione, che aveva come obiettivo primario Argo, si concluse con una devastazione del territorio corinzio. La seconda era fin dall’inizio rivolta contro la città dell’Istmo. Il racconto più dettagliato è in Senofonte, Elleniche IV 4, 19-5, 18; da confrontare Diodoro, XIV 86, 5.

[43] Senofonte, Elleniche IV 5, 1-2.

[44] Senofonte, Elleniche IV 5, 11-18; Diodoro, XIV 91, 2.

[45] Se ne avverte un’eco nell’orazione che il retore ateniese Andocide pronunciò, probabilmente prima della trattativa per la pace tenutasi nel 392 a.C., per convincere i suoi concittadini a venire a patti con Sparta; non sarebbe, infatti, stato opportuno persistere nell’ostilità contro gli Spartani che «hanno già vinto tre volte in battaglia», ossia a Corinto, a Coronea e presso il Léchaion «senza mai essere stati sconfitti» (Andocide, Sulla pace con Sparta, 18-19).

[46] Il contingente di stanza presso Corinto, dalle cui fila proveniva la móra distrutta, aveva fino a poco tempo prima ostentato sdegnoso disprezzo verso i peltasti in attività sul territorio corinzio (Senofonte, Elleniche IV 4, 17).

[47] Proprio nel 389, in contemporanea con l’impegno di Agesilao in Acarnania (Senofonte, Elleniche IV 6, 1-4; 7 1), il re della linea Agiade, Agesipoli, compie una spedizione contro Argo.

[48] Cfr. Senofonte, Elleniche IV 8, 12-15.

[49] Basti pensare che con una contestazione della politica spartana si apre il documento di fondazione della Seconda Lega Navale ateniese (377 a.C.: SIG3 I, 147).

[50] Cfr. Senofonte, Elleniche IV 8, 15.

[51] Cfr. Senofonte, Elleniche V 2, 1-7; Diodoro, XV 5, 1-5.

[52] Cfr. Senofonte, Elleniche V 2, 11 sgg.; Diodoro, XV 19, 3.

[53] Cfr. Senofonte, Elleniche V 3, 10-25; Diodoro, XV 19, 3.

[54] Cfr. Senofonte, Elleniche V 2, 25-37; Diodoro, XV 20, 1-3; Plutarco, Vita di Agesilao XXIII 6-7.

[55] Cfr. Senofonte, Elleniche V 4, 1.

[56] ibid. V 2, 32-33. Agire contro gli ordini, anche anticipandoli, era colpa grave per uno Spartano.

[57] Cfr. Plutarco, Vita di Agesilao XXIV 1.

[58] Cfr. Senofonte, Elleniche V 4, 1.

[59] Cfr. Senofonte, Elleniche V 2, 25-29.

[60] Cfr. Senofonte, Elleniche V 4, 13-18.

[61] Cfr. Senofonte, Elleniche V 4, 19.

[62] Cfr. Plutarco, Vita di Agesilao XXIV 4.

[63] Si tratta del futuro Archidamo III.

[64] Senofonte (Elleniche V 4, 34) sposta l’attenzione su quanti fra gli Ateniesi parteggiavano per i Beoti, e li descrive intenti a spiegare al popolo che gli Spartani «avevano fatto ben altro che punire Sfodria: lo avevano addirittura encomiato». In realtà, il popolo ateniese non aveva bisogno di essere sobillato dai filo-tebani: la reazione sconsiderata al colpo di mano di Sfodria dimostrava che Sparta non meritava più alcuna fiducia come alleato. La memoria dell’evento e la rabbia per l’avvenuto rimangono immutate negli Ateniesi anche a distanza di qualche anno: cfr. Senofonte, Elleniche V 4, 63.

[65] Cfr. Diodoro, XV 53, 1 sgg.; Senofonte, Elleniche VI 3, 6-15; Plutarco, Vita di Pelopida XXIII 1 sgg.

[66] Senofonte, Elleniche VI 4, 17-26.

[67] Senofonte, Elleniche VI 5, 22-32; Diodoro, XV 62, 4 sgg.; Plutarco, Vita di Agesilao XXXI 1-XXXII 14; Vita di Pelopida XXIV 1-4.

[68] Cfr. Cornelio Nepote, Vita Agesilaei VII 2.

[69] Cfr. Diodoro, XV, 82, 3-6; Plutarco, Vita di Agesilao XXXIV 3-7.

[70] Cfr. Plutarco, Vita di Agesilao XXXVI 1-XL 1.