Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

Bibliografia:

 

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[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

Pericle uomo di Stato

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 336-338; 343-353.

Secondo il giudizio di BelochPericle aveva più qualità di “parlamentare” che di “uomo di Stato”[1]. Appare evidente il significato che qui viene ad assumere la figura dell’uomo di Stato: essa è misurata nei termini della politica di potenza. In Beloch operava anche una nozione negativa del parlamentarismo e dell’uomo politico in genere; per questo gli sfuggiva quello che è invece l’apporto specifico e più creativo di Pericle. Si può dare a “Stato” una nozione assai vasta, come comunità fornita di un suo autonomo potere, dotata di un suo territorio, di sue risorse, suoi mezzi di difesa o anche di offesa. Ma si può proporre una nozione più restrittiva ed esigente, in cui la statualità è direttamente proporzionale alla definizione e al consolidamento di un sistema di funzioni e valori pubblici, che si forma, di fatto, proprio attraverso la decantazione del pubblico (che è, evidentemente, al tempo stesso una decantazione del privato). Il separarsi delle due sfere e il consolidarsi di quella pubblica sono da considerare, all’interno della storia politica greca, come il processo e il momento di formazione dello Stato, nel senso più rigoroso del termine. Di questo processo, certamente, nella storia greca, massimo fautore fu Pericle, come vedremo attraverso l’esame delle decisioni e innovazioni politiche più significative.

Pericle. Testa, copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila (429 a.C. ca.), da Lesbo. Berlin, Altes Museum.

Dal punto di vista della politica estera, Pericle appare come un personaggio di più discutibile profilo, perché il suo periodo di governo ingloba il momento della maggiore espansione della Lega delio-attica, ma anche momenti di grave crisi interna, connessi con le ribellioni (451-440) di Mileto, dell’Eubea (Calcide ed Eretria), di Samo, e con l’avvio di un conflitto, la Guerra del Peloponneso, che doveva produrre la scomparsa dell’impero medesimo. La strategia di Pericle, di contenimento e logoramento dell’avversario, ebbe pochissimo tempo per esplicarsi, dato il rapido sopravvenire della morte dell’uomo politico (nel 429), nel corso della peste scoppiata ad Atene nel 430. Poté così restare, consegnato alle parole di Tucidide e alle pagine di altri scrittori, il dubbio circa gli esiti che avrebbe avuto la guerra tra Atene e Sparta, se nel corso degli anni fosse stato semplicemente seguito alla strategia di Pericle. Ma né oggi né ieri la storia, cioè la ricostruzione storica, si è potuta fare con i se; e nella storia resta più la responsabilità di Pericle, di aver voluto o aver fatalisticamente accettato lo scontro globale con Sparta, che non il merito di una conclusione politicamente buona.

La grandezza di Pericle è proprio nella sua politica interna e nell’ideologia che la sorregge. Egli è senz’altro il campione della democrazia. Nella parola democrazia, come in quella di segno opposto, aristocrazia, v’è certo il segno di una forte percezione del ruolo del potere e del dominio, insita nell’uso del verbo krateîn, a cui si accompagna una dicotomia più netta all’interno della cittadinanza, tra ricchi e popolo, in ordine a scelte politiche di fondo[2]. Ma in questo quadro non v’è dubbio da che parte fosse Pericle. Certamente, il quadro che Tucidide ci fornisce di lui nel II libro (cap. 65), al punto in cui le sue Storie raggiungono il momento della morte dello statista, lo rappresentano come il prôtos anr, il “primo cittadino”, che governa invece del dēmos, come il demagogo che sa condurre (ágein) il popolo e non se ne fa condurre; che sa contraddirlo con discorsi impopolari, e che ne regola, con la forza di persuasione della sua razionale eloquenza, l’altalena dei sentimenti e degli stati d’animo. Ma, a completare il quadro, serve la definizione che Tucidide mette in bocca a Pericle del sistema politico e sociale da lui creato.
La rigorosa distinzione e decantazione tra pubblico e privato ci è parsa come il segno più caratteristico e l’aspetto storicamente più produttivo delle qualità di statista di Pericle.

Gli inizi di Pericle

Nasce da Santippo (del demo di Colargo, figlio di Ar[r]ifrone), il vincitore della battaglia di Micale, del 478, e da Agariste, figlia di un fratello del legislatore Clistene. Per parte di madre, la discendente dal ghénos più illustre ad Atene nel VI secolo: alle spalle, una tradizione che sembra incarnare l’intera storia sociale di Atene. La famiglia degli Alcmeonidi era certo la più aristocratica di Atene; aveva d’altra parte stretto fugaci patti con Pisistrato, che dell’Alcmeonide Megacle aveva per qualche tempo avuto sposa la figlia; aveva poi contrastato Pisistrato e i Pisistratidi e dato inizio alla democrazia, con Clistene. Difficile trovare, in un’altra famiglia, la stessa centralità storica che nel VI secolo aveva avuto quella degli Alcmeonidi. Ma il sistema creato da Clistene, se lasciato ai suoi logici sviluppi storici, doveva portare all’emergere di altri gruppi, altri personaggi politici, altri ambienti sociali: conteneva la possibilità del conflitto e della sconfitta per gli Alcmeonidi, benché solo nel lungo periodo.
Apparso sulla scena politica come accusatore di Cimone circa il 463 a.C., Pericle avrà avuto allora intorno ai 30 anni. Una data di nascita intorno al 495-493 a.C. è suggerita dalla notizia fornita da un’iscrizione (SIG3 1078), secondo cui egli sarebbe stato corego nella rappresentazione dei Persiani di Eschilo (472 a.C.), e allora avrà avuto almeno vent’anni. Nel 476 Temistocle era corego delle Fenicie di Frinico, una tragedia di tema analogo. Pericle si segnalava, in questa prima uscita pubblica, legando la sua persona alla celebrazione di un tema largamente sentito, e destinato ad ispirare, in una prima fase (fino agli anni ’60 avanzati), la politica estera della corrente radicale non meno di quella dei conservatori. Tra il 472 e il 463 non pare ci siano eventi di rilievo nella biografia politica di Pericle: la crisi della corrente temistoclea della democrazia ateniese, conseguente all’ostracizzazione di Temistocle; i tempi necessari al gruppo per un recupero d’immagine (i comportamenti di Temistocle, prima dell’ostracismo e dopo, dovevano averla ampiamente compromessa); l’emergere della figura di Efialte, avversario di Cimone come dell’Areopago, costituiscono altrettante ragioni, quali di ordine negativo quali di ordine positivo, perché Pericle restasse ancora nell’ombra. D’altra parte, erano anche gli anni della neótēs, della giovinezza, necessariamente di subordinazione, specie nell’epoca, che è improntata ancora a valori tradizionali, pur nel corso di processi storici che si avvertono. Quando Cimone, dopo la resa di Taso agli Ateniesi (463 a.C.), mancò di trasferire la guerra sul continente contro Alessandro I di Macedonia e di assicurare ad Atene un più esteso dominio nel distretto aurifero del Pangeo, Pericle gli intentò un processo: inutilmente Elpinice, la sorella di Cimone, nota nella tradizione per gli ambigui rapporti col consanguineo, gli offrì i suoi favori; l’accusa rimase, ma il tono di Pericle fu nei fatti estremamente moderato e Cimone fu assolto[3].
Era il primo scossone al prestigio del generale, democratico lealista, ma di spiriti conservatori o addirittura filo-spartani. Il successivo e definitivo colpo non tarderà a venire (per effetto dello smacco inferto dagli Spartani al contingente ateniese inviato in loro aiuto nel 462 a.C., durante la III Guerra messenica). Chiarezza di intenti, gradualità di azione politica, razionalità nella gestione delle possibilità offerte dalla situazione storica caratterizzano già ampiamente questi inizi di Pericle. Ma tutto questo non significa assenza di asprezza nel confronto politico. Al contrario, se è vero che la democrazia ateniese in generale non presenta aspetti di violenza fisica, appare tuttavia come la ribalta storica su cui si sperimenta ogni altra forma di durezza: nel momento in cui s’introduce nella scena politica la contrapposizione frontale, che vale all’interno della democrazia presa nel suo complesso, si avverte, presente e perciò messa a frutto, l’opinione pubblica. E l’opinione pubblica, come insieme delle opinioni individuali, è un personaggio in qualche modo nuovo nella storia, nella misura in cui essa ha trovato canali istituzionali (dall’Assemblea al teatro ai vari contesti politici e militari) in cui esprimersi. Di questo “nuovo personaggio” l’ambiente pericleo certamente tiene conto. Nella misura in cui la tradizione storiografica e quella biografica raccolgono voci diffamatorie su personaggi del campo anti-pericleo (Cimone e la sorella), come, per il passato, su personaggi di campi diversi da quello alcmeonide (l’antenato di Cimone, Ippoclide, o i rivali nella gloria di aver abbattuto la tirannide dei Pisistratidi, i due tirannicidi Armodio e Aristogitone), si valuta con ogni probabilità l’uso deciso, del tutto corrispondente alle possibilità e all’asprezza del confronto politico, dell’arma della diffamazione, del linciaggio morale. La democrazia crea il suo campo di valori, ma anche le proprie durezze e nuove armi di lotta politica.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Fra gli inizi biografici va collocato il primo matrimonio di Pericle. Sposò una donna già imparentata con lui, di cui non ci è tramandato il nome (Plutarco, Pericle 24), dalla quale ebbe comunque due figli, Santippo e Paralo, che morirono durante la stessa epidemia di peste in cui trovò la morte il padre: come il più anziano era già nato probabilmente qualche tempo prima del 450, di tanto sale la data del matrimonio del padre. Intorno al 450 Pericle deve aver iniziato la sua relazione con Aspasia, l’etera di Mileto (l’origine megarese le è attribuita dal noto falsario Eraclide Pontico), da cui ebbe un figlio, di consueto indicato come Pericle “il Giovane”, certamente nato dopo il 451/450, data di promulgazione della legge che «non dovesse aver parte alla città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini»; legge che fu disattesa proprio in favore del figlio dello statista (Pericle “il Giovane”), che sarà fra gli strateghi condannati a morte e giustiziati a seguito del “processo delle Arginuse” nell’autunno del 406.

Pericle e la politica estera degli anni Cinquanta

Il dominio politico di Pericle durò circa quarant’anni, secondo un’indicazione di Plutarco (Vita 16, 3), la quale tuttavia distingue implicitamente tra due fasi diverse: una prima, nella quale Pericle primeggiò «fra gli Efialti, i Leocrati, i Mironidi, i Cimoni, i Tolmidi e i Tucididi», e la seconda, successiva all’abbattimento della posizione e all’ostracismo di Tucidide (il figlio di Melesia) (444/443), in cui egli tenne la strategia per non meno di quindici anni consecutivi e detenne altre strategie (almeno nell’anno 454 e negli anni 448-446). Prima di quella data (444/443 o 443/442) Pericle svolse certamente un ruolo politico di prim’ordine. È tuttavia probabile che si debba distinguere fra il rilievo avuto da Pericle in politica estera, da un lato, e il suo contributo nella politica interna, per il profilo sociale della democrazia. In quest’ultimo campo le innovazioni portano la cifra di Pericle più (o almeno con maggior sicurezza) delle iniziative di politica estera. La fase più dinamica e aggressiva dell’imperialismo ateniese riflette l’opera, ma forse anche l’iniziativa, di personaggi come quelli sopra ricordati: Leocrate, generale nella guerra condotta nel Golfo Saronico contro Egina (tra il 459 e il 457); Mironide, vincitore della battaglia di Enofita, nel 457, contro gli Spartani; Tolmide, protagonista del vittorioso periplo attorno al Peloponneso, concretatosi in numerose incursioni, nel 455. Cimone, ostracizzato nel 461, aveva fino a quella data contribuito al rafforzamento dell’impero navale non meno dei suoi avversari politici (campagne di Tracia, Eurimedonte, Taso, in particolare); questo dimostra che, sul terreno della politica estera, almeno sotto il profilo del rafforzamento dell’impero, non ci fossero veri dissensi nel gruppo dirigente ateniese, per tutti gli anni Sessanta, o almeno per gran parte di essi.

Combattimento fra Greci e Persiani.

Le iniziative ateniesi di politica estera, in qualche modo ricollegabili con gli esordi di Pericle, sono da riconoscere nelle alleanze strette con Argo, i Tessali, Megara, dopo lo smacco inferto agli Ateniesi dagli Spartani, con il rinvio del contingente attico, nel corso della guerra «del terremoto» (III Guerra messenica).
Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466) e il 461 a.C., ne sono un interessante riscontro, del quale si è detto. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico. Assai meno coerente, da questo punto di vista, l’alleanza di Atene con le aristocrazie tessaliche e con la dorica Megara: via via che il motivo dell’opposizione all’interno delle singole città greche), questa costellazione si trasforma in un dato storicamente innaturale (i cavalieri tessali tradiscono sul campo di Tanagra, nello scontro tra Ateniesi e Spartani del 457; e nel 446 Megara compie una definitiva ribellione ad Atene)[4].
Non tutte le spedizioni ateniesi in direzione di Cipro significano la potenza e l’iniziativa di Cimone, anche se è vero l’inverso, che cioè Cimone, già dall’epoca della battaglia (o delle battaglie) dell’Eurimedonte (470?) e poi ancora alla fine della sua vita (451-449), mostra interesse a interventi nell’isola in chiara funzione anti-persiana, complessivamente nazionalista, in coerenza con i principi della sua politica estera. La prima spedizione ateniese contro Cipro veniva antedatata da Beloch, convinto che la si dovesse connettere con un’iniziativa di Cimone: ma la meccanicità del criterio, e il silenzio di Tucidide, interessato, per affinità ideale e legami di parentela, alle azioni di Cimone, inducono a rigettare un collegamento di questo con la spedizione ateniese a Cipro e in Egitto degli anni 460/459 e seguenti[5]. Alla spedizione in Egitto si attribuisce di solito una finalità di ordine economico: la conquista di un paese produttore di grano. Non siamo certo di coloro che negano che nella storia il movente economico svolga un ruolo importante; tuttavia, proprio in questo caso sembra diversa la dinamica del conflitto. Inaro, principe dei Libi ai confini con l’Egitto invita a intervenire in Egitto gli Ateniesi, che si accingevano ad attaccare Cipro con 200 navi. In primo luogo, dunque, la spedizione d’Egitto fu determinata da un’occasione presentatasi in un contesto diverso. L’attacco a Cipro rientrava nel quadro di una liberazione del Mediterraneo dai Persiani, e la rivolta dell’Egitto offriva innanzi tutto l’occasione per completare l’opera.

Guerriero barbato. Testa, calcare, inizi V sec. a.C. ca. da Cipro. New York, Metropolitan Museum of Art.

Un’iscrizione del 460/459 o del 459/458 indica i vari teatri di guerra in cui gli Ateniesi hanno subito perdite: Cipro, l’Egitto, la Fenicia e, in Grecia, Halieis (in Argolide), Egina, Megara[6]. Dunque, anche la Fenicia. È evidente il fine fondamentalmente strategico delle operazioni degli Ateniesi in quest’area. Naturalmente la conquista dell’Egitto avrebbe potuto avere conseguenze economiche (benché di tipo “acquisitivo”, con riguardo a un prodotto fondamentale per l’alimentazione degli Ateniesi), e ben presto ad Atene si sarà anche riconosciuta e accarezzata l’idea di un simile vantaggio. Ma la dinamica dell’intervento è, una volta tanto, di tipo diverso: la causa militare qui è davvero determinante; la guerra d’Egitto non nasce come guerra per la conquista del granaio del Mediterraneo o magari di un nuovo mercato.
La cronologia della spedizione d’Egitto (nella rappresentazione tucididea una megálē strateía, un’espressione di megalomania di stampo non molto diverso da quello impresso sulla spedizione siciliana degli anni 415-413) è fissata variamente negli studi: dal 462 al 456, nella cronologia più alta (e Beloch è di questa opinione), dal 460/459 al 454, secondo le cronologie più basse. Filologicamente, il metodo più garantito è quello che parte dalle date conclusive. L’inizio delle liste delle sessagesime dei tributi della Lega delio-attica nel 454/453, il collegamento causale stabilito nella tradizione con lo spostamento del tesoro della Lega da Delo all’acropoli di Atene, la coerenza della determinazione della data di inizio a dopo il 462/461 e di quella finale al 455/454 circa, la durata indicata da Tucidide in sei anni, sommati tutti insieme, inducono a collocare i sei anni della spedizione ateniese tra il 460 e il 454.
Per qualche tempo gli Ateniesi occupano la zona, sembra, del Delta, e Menfi; i Persiani inviano, ma inutilmente, Megabazo con denaro a Sparta, perché intervenga in Attica, e quindi spediscono il generale Megabizo in Egitto, dove gli Ateniesi restano ormai bloccati d’assedio nell’isola di Prosopitide, nel settore occidentale del Delta. Per un anno e mezzo gli Ateniesi resistono all’assedio; poi i Persiani prosciugano le acque intorno all’isola; la guerra navale si trasforma in una guerra terrestre, come accade del resto un po’ in tutte le guerre combattute dai Persiani, conformemente alle qualità e propensioni strategiche del popolo dominatore dell’Impero (le cui guerre navali restano affidate, tranne probabilmente che per i quadri, ai popoli soggetti: Fenici, Ciprioti, Cilici). Seguono ormai la cattura della flotta ateniese e la fuga degli Ateniesi occupanti, attraverso la Libia, verso Cirene, dove giungono solo in pochi. Dei ribelli, il libico Inaro è tradito e consegnato ai Persiani, che lo giustiziano; Amirteo, il «re delle paludi», continua la lotta e riesce a mantenersi indipendente. Intanto una nuova flotta ateniese di 50 navi, sopravvenuta in piena disinformazione del disastro toccato alla prima spedizione, subisce la stessa sorte[7].
Accanto alla megálē strateía (il collegamento è sottolineato nell’iscrizione citata per i caduti della tribù Eretteide del 460/459 o 459/458), Atene combatté altre, più domestiche guerre. Il conflitto in questi anni è in primo luogo con Corinto (che si sente provocata dall’alleanza tra Megara e Atene) e presenta un succedersi di alterne vittorie (dei Corinzi a Halieis nell’Argolide, degli Ateniesi a Cecrifalea). Poi ha inizio il conflitto con Egina, che cederà dopo tre anni di guerra, nel 456.

Atene. Tetradramma, Atene 465-454 a.C. AR 16,95 gr. Rovescio: AΘE, civetta stante con ramo d’ulivo e luna crescente.

È l’inizio di quella che nei manuali viene spesso indicata come Prima Guerra del Peloponneso. L’espressione è impropria e fuorviante, rispetto al vero significato della Guerra del Peloponneso per eccellenza, l’unica guerra nota con questa definizione alla tradizione antica. Il significato di quel complemento di specificazione («del Peloponneso») è che si trattò della guerra portata dai Peloponnesiaci contro Atene: quel genitivo è un genitivo soggettivo (come bene osserva Pausania in un passo, IV 6, 1, che confronta la definizione con altre di tipo oggettivo, quale ad esempio «guerra di Troia», la guerra cioè che ebbe Troia come oggetto e teatro di scontri). Parlare di una Prima Guerra del Peloponneso, per una serie di conflitti tra Atene e Sparta (459-446), che per la massima parte ebbero come teatro il Peloponneso, significa dunque pregiudicare – e in senso improprio – il significato autentico dell’espressione Peloponnēsiakós pólemos. Quest’ultima è definizione, per la guerra scoppiata nel 431 a.C., largamente diffusa nei testi antichi, che trae però la sua origine dall’impostazione stessa di Tucidide: infatti, a parte il complesso problema delle responsabilità ultime, per Tucidide non sussiste dubbio sul fatto che, ad aprire le ostilità nell’immediato, fu appunto la Lega peloponnesiaca, capeggiata da Sparta. La Guerra del Peloponneso è insomma per lui una guerra che viene portata dal Peloponneso contro l’Attica.
Progressivamente (e in contemporanea con la spedizione d’Egitto e il suo stallo) si estende la guerra navale di Atene. Fino al 456 essa si esplica nel Golfo Saronico, tra Attica e Argolide. Nel 455 Tolmide può effettuare incursioni contro Gizio (l’arsenale di Sparta), contro Metone (sulla costa messenica occidentale), in Acaia e Corinzia: un vero periplo, che aggira il Peloponneso in senso orario.
Anche sulla terraferma il conflitto fra Atene e i Peloponnesiaci presenta momenti di scontro territorialmente coerenti fra loro. L’inclusione di Megara nell’alleanza di Atene favorisce anche il controllo ateniese sui porti della città confinante col territorio attico: dapprima Nisea sul Golfo Saronico, poi Page, sul Golfo Corinzio. Navi ateniesi hanno certamente presidiato dapprima Nisea, poi devono aver trovato il modo di appostarsi anche nel porto di Page: è una presenza navale ateniese a nord dell’Istmo che spiega la dinamica della spedizione di Pericle nel 454/453 (non un períplous attorno al Peloponneso, ma un paráploos, una navigazione lungo le coste settentrionali di esso e verso l’Acarnania). Ecco dunque un anno (454/453) di strategia di Pericle, estraneo al quindicennio di strategie continuative (443-429): e non è, dal punto di vista militare, un trionfo (i Sicionii sono sconfitti, ma l’attacco alla città acarnana di Eniade si risolve in un nulla di fatto)[8].
Il duro colpo inferto ad Atene in Egitto viene indicato da Plutarco, che sembra attingere a Teofrasto[9], come causa del trasferimento del tesoro da Delo ad Atene: il motivo addotto fu quello di una minaccia persiana. Che si trattasse in parte di un pretesto, è possibile, o quanto meno non è dimostrabile che gli Ateniesi non cogliessero abilmente un’occasione. Sbagliano tuttavia certamente coloro che ritengono che i Persiani non potessero comunque rappresentare una minaccia, che il timore dei Persiani fosse una mera finzione[10]. Chi consideri la situazione geografica di Delo, si accorge come essa sia assai poco coperta sul versante orientale, da cui poteva provenire la minaccia. Ed è del tutto plausibile che a fare la proposta del trasferimento del tesoro fossero i Samii, phýlakes (sentinelle) dell’Impero su quel fianco. Una concreta minaccia persiana, insomma, non ci fu, ma il timore di essa ci poteva essere e non era del tutto ingiustificato.

Pittore Nicostene. Oplita di corsa. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 495 a.C. ca. Walters Art Museum

Un intervento spartano in favore dei Dori della Metropoli contro i Focesi, nel 458/457, blocca tentativi di espansione della presenza politica di Atene (che tradizionalmente sostiene i Focesi) nella Grecia centrale. Tucidide ha narrato con evidenza drammatica le circostanze, gli sbocchi possibili, i gravissimi rischi connessi con la spedizione spartana. Ad Atene, infatti, per la prima volta (e anche l’ultima, prima del 411) si ha un complotto contro la democrazia: c’è chi vuole fermare la costruzione delle Lunghe Mura, che uniscono la città al Pireo, e il connesso processo di sviluppo di una democrazia a base navale (nella potenza militare) e fondata sul sostegno delle masse marinare (sotto il profilo sociale). Ma i conservatori, all’interno della democrazia, restano leali[11]; d’altra parte, gli Spartani rischiano di restare bloccati nella Grecia centrale, per effetto della nuova situazione strategica determinata dalla politica ateniese di alleanze e di espansione, in particolare dal controllo della Megaride; per essi non sembra ci sia via di scampo né per terra né per mare. Tuttavia, con la vittoria conseguita in uno scontro avvenuto in una località tra Tebe e Tanagra (457), gli Spartani si mettono in condizione di forzare il blocco ateniese e rientrare nel Peloponneso passando per i monti della Gerania.
Dopo 61 giorni gli Ateniesi, al comando di Mironide, si prendono una rivincita ad Enofita, sui Beoti, alleati tendenziali degli Spartani. Si profila una costellazione spesso ricorrente nelle vicende della Grecia centro-meridionale. Alla vittoria consegue un periodo di forte ingerenza ateniese negli affari della Beozia: ingerenza, beninteso, non dominio diretto. Viene sciolta la Lega beotica; si procede a una correzione di confini tra Beozia ed Attica; è incerto se anche Tebe cadesse sotto il predominio politico ateniese[12]. La situazione durerà così all’incirca fino al rovescio subito dagli Ateniesi a Coronea (Beozia occ.) nel 447.
Gli anni Cinquanta presentano marcati caratteri di espansionismo esasperato da parte di Atene. Un intervento ateniese in Tessaglia, in favore di Oreste, figlio del tago Echecratida, e contro Farsalo, fatto col sostegno di Beoti e Focesi, resta senza effetto. Secondo una notizia sospetta, Cimone sarebbe rientrato dall’ostracismo solo cinque anni dopo l’espulsione, cioè già nel 456, ed avrebbe anzi procurato una tregua di 5 anni ad Atene, dal 454/453 (secondo Diodoro), ma dal 451, secondo alcuni moderni. Ma la prima nuova impresa che gli si riesce ad attribuire con sicurezza è una spedizione contro Cipro (450/449), nel corso della quale furono compiute imprese notevoli sia per terra (contro i Persiani) sia per mare (contro i Fenici). Forse nell’isola fu conquistata Marion; presso Salamina si svolse, solo dopo la morte di Cimone, una battaglia terrestre ed una navale (la duplicità dell’evento in parte poté rifluire, erroneamente, nella tradizione sulla battaglia dell’Eurimedonte), in cui gli Ateniesi riuscirono vincitori[13].
Più difficile delineare la politica ateniese nelle regioni del Mediterraneo occidentale. I racconti centrati intorno a grandi personalità, anche se inseriti nel contesto di opere di carattere storico e non specificamente biografico, ricevono, dalla stessa cornice in cui si trovano collocati, caratteri di continuità; per i moderni è quindi, tutto sommato, facile raccogliere le spedizioni ateniesi nel Mediterraneo orientale intorno all’iniziativa di un personaggio, visto che la storiografia antica ha già preparato il terreno in questo senso. Per le stesse ragioni, è difficile tracciare una chiara linea di sviluppo della politica e delle imprese di Atene in Occidente. Su questi fatti le fonti sono eterogenee (scarsi cenni letterari, che si presentano come rinvii casuali da fatti successivi) o epigrafi di non facile datazione, o non chiare nella definizione del carattere di novità o di ripetizione dell’alleanza che registrano. Negli anni Cinquanta Atene persegue una politica di intese con gli elementi non greci (anche se grecizzati) della Sicilia occidentale (gli Elimi di Segesta, con cui stipula forse un’alleanza nel 458/457 o 454/453), con città non doriche di Sicilia (Leontini) e d’Italia (Reggio, le cui vicende tradizionalmente si mescolano con quelle delle città di Sicilia)[14]. A questo ambiente si rivolge l’iniziativa dell’invio di una flotta da parte di Atene nel Golfo di Napoli, in data non definibile. Di spiriti diversi sarà l’iniziativa della fondazione della colonia panellenica di Turii nel 444/443. Le imprese degli anni Cinquanta sono dirette anche verso regioni lontane da Atene: Egitto e Sicilia, due sogni grandiosi, che danno la misura di una ricerca del “grande”, nello spazio come nella mole dell’impresa, in piena corrispondenza con quel clima di esaltazione della democrazia ateniese, che si avverte nella politica come nella psicologia di massa (le prospettive di acquisizione di aree granarie restano per ora forse solo all’orizzonte). Nonostante lo scossone, risultante dalla sconfitta in Egitto del 454, i piani grandiosi non vengono ancora meno.
L’impresa di Cimone contro Cipro è la prova di questa perseveranza, oltre che dal fatto che sulla politica d’Impero si poteva, nonostante tutto, trovare ancora una base che unificasse, in aspirazioni e progetti comuni, l’intero popolo ateniese. La politica di Cimone riprende allora quota sul piano strategico, e sua premessa è appunto la stipula della tregua tra Sparta e Atene del 451 (?), destinata a durare cinque anni. In positivo, per quel che Pericle progettò e realizzò in questi anni, così come in negativo, cioè per quel che l’esaurirsi dell’armistizio produsse di rinnovato fermento anti-ateniese, la tregua contò. Favorita o promossa da Cimone, essa provocò per qualche tempo una ripresa dell’orientamento anti-persiano e degli spiriti nazionalistici, in politica estera, non certo un’affermazione, in politica interna, degli orientamenti tradizionalisti o addirittura filo-spartani.

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[1] Beloch, GG2 II 1, pp. 154 sg. (Pericle non ebbe qualità militari, e si può dubitare che possa considerarsi uomo di Stato).

[2] Se la prima attestazione della parola δημοκρατία, attraverso il velo delle accorte allusioni, è nelle Supplici di Eschilo, perciò ad Atene, non va dimenticato che la sostanza etimologica della nuova parola (pur senza quella terminazione astratta in -ία, che fa una vistosa differenza) è proprio – con solo apparente paradosso – nel δάμω κράτος della Grande Ῥήτρα spartana (Plutarco, Licurgo 6, cfr. Diodoro, VII 12, 6). La constatazione serva a mostrare quanto poco di prevaricazione sia avvertito nel verbo κρατεῖν riferito al δῆμος; ma ammonisce anche a distinguere tra il δᾶμος/totalità cittadina di Sparta, e il δῆμος, ora totalità cittadina ora maggioranza di meno abbienti, di Atene.

[3] Plutarco, Pericle 310Cimone 14. Pericle è solo il più attivo di un gruppo di accusatori.

[4] Tucidide, I 102, 4 e 103, 4.

[5] Id., I 104; 109 sg.; 112 (Cimone muore prima della battaglia di Salamina di Cipro); Diodoro, XI 71, 74 sg.; 77; XII 24 (con datazione della morte di Cimone dopo la battaglia di Salamina, a meno che la notizia finale di 4, 6 non sia genericamente collegata con la spedizione).

[6] IG I2 929.

[7] Tucidide, I 109110. Beloch ha sviluppato ampiamente la sua tesi della cronologia alta della spedizione, in GG2 II 2, pp. 79 sgg., pur lasciando aperta la possibilità per cronologie diverse (462/461 e 454/453 sono solo termini estremi possibili, entro cui collocare i 6 anni di cui parla Tucidide, I 110, 1, per la durata dell’impresa).

[8] Tucidide, I 111. Di difficile inquadramento cronologico la spedizione di Pericle nel Ponto Eusino, con deduzione di una colonia ateniese a Sinope, di cui parla Plutarco, Pericle 20 (Beloch, GG2 II 1, p. 199 al 435/4 ca.).

[9] Plutarco, Aristide 25, 3 (da Teofrasto, se il verbo di dire è φησί come al par. 2, e come sembra plausibile visto che il par. 2 ha bisogno di una spiegazione e il par. 3, con il suo καὶ γάρ, gliela dà).

[10] Il timore di un attacco persiano era per sé del tutto logico, data la posizione di Delo; altro problema è se i Persiani fossero allora davvero intenzionati ad attaccare.

[11] Sul lealismo di Cimone, cfr. D. Musti, Il giudizio di Gorgia su Cimone in tema di χρήματα, in «RFIC» 112, 1984, pp. 129 sgg., in part. 140-144.

[12] Tucidide, I 105108.

[13] Beloch, GG2 II 1, p. 175 n. 1; 2, pp. 211 sgg., si pronuncia per la storicità dell’opera di Cimone per la conclusione di una tregua di 5 anni (451-446) tra Atene e Sparta, ma contro l’anticipazione (al 457 ca.) del richiamo di Cimone dall’ostracismo (cfr. Tucidide, I 112; Andocide, Sulla pace 34; Teopompo, FGrHist 115 F 88; Diodoro, XI 86, 1; Cornelio Nepote, Cimone 3). Cfr. A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides I, Oxford 1945, pp. 325 sgg., 409 sgg.

[14] IG I2 19 = IG I3 11 (alla l.3 incerte le lettere finali del nome dell’arconte, forse lo Habron del 458/7, forse lo Ariston del 454/3). Cfr. H. Bengtson, Die Staatsvertäge des Altertums II, München und Berlin 1962, pp. 41 sg. ; D.M. Lewis, IG I3, 1981, 11comm. ad loc., per una data alta.

Il decreto di Cremonide

Syll.3  434/5 = IG II3 1 912 = IG II² 686-687 = SEG 33, 112 = SEG 41, 52

Attica, Acropoli di Atene, 269/268 a.C. ca.

Riproduzione di un frammento (rr. 58-79) del 'Decreto di Cremonide'. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall'Acropoli di Atene.

Calco cartaceo di un frammento (rr. 58-79) del ‘Decreto di Cremonide‘. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall’Acropoli di Atene.

 

Benché non si tratti del voto di una dichiarazione di guerra, di fatto, questo decreto sancì l’inizio della guerra che prese il nome dal suo proponente: la Guerra Cremonidea (267–261 a.C.). Obiettivo dell’alleanza era contrastare Antigono II Gonata, re di Macedonia, il quale – assimilato qui ai Persiani del v secolo a.C. – fin dalla sua salita al trono nel 277/6 a.C., intendeva estendere la propria influenza e la propria egemonia nei territori ellenici. Colui che promosse vivamente e, forse, istigò la cooperazione militare fra due storiche rivali, quali erano Atene e Sparta, fu certamente Tolomeo II Filadelfo, la cui influenza sui Greci stava scemando in maniera inversamente proporzionale all’aumentare di quella di Antigono. Questa alleanza si rivelò oltremodo disastrosa sia per gli Spartani, che vennero sconfitti e persero il loro re, Areo, in una battaglia campale nei pressi di Corinto, che costò la vita a re Areo, sia per gli Ateniesi se la cavarono bene, che si videro costretti a capitolare dinanzi ad Antigono nel 261/0 a.C., dopo un assedio, che l’ammiraglio egiziano Patroclo non era riuscito a rompere. Tolomeo, addirittura, perse completamente il controllo del Mar Egeo, dopo aver incassato una sconfitta navale ad opera della flotta macedone.

 

  1. fr. a

Θ                           ε                           ο                            [ί].

ἐπὶ Πειθιδήμου ἄρχοντος ἐπὶ τῆς Ἐρεχθεῖδος δευτέρας π-

[ρ]υτανείας·

Μεταγειτνιῶνος ἐνάτει ἱσταμένου, ἐνάτει τῆς πρυτανεί-

ας· ἐκκλησία κυρία· τῶν προέδρων ἐπεψήφιζεν Σώστρατος Κ-

αλλιστράτου Ἐρχιεὺς καὶ συμπρόεδροι· vvv ἔδοξεν τῶι δή-

μωι· vvv Χρεμωνίδης  Ἐτεοκλέους Αἰθαλίδης εἶπεν· ἐπειδὴ

πρότερον μὲν Ἀθηναῖοι καὶ Λακεδαιμόνιοι καὶ οἱ σύμμαχ-

οι οἱ ἑκατέρων φιλίαν καὶ συμμαχίαν κοινὴν ποιησάμενο-

ι πρὸς ἑαυτοὺς πολλοὺς καὶ καλοὺς ἀγῶνας ἠγωνίσαντο με-

τ’ ἀλλήλων πρὸς τοὺς καταδουλοῦσθαι τὰς πόλεις ἐπιχειρ-

οῦντας, ἐξ ὧν ἑαυτοῖς τε δόξαν ἐκτήσαντο καὶ τοῖς ἄλλ[ο]ις

Ἕλλησιν παρεσκεύασαν τὴν ἐλευθερίαν· καὶ νῦν δὲ κ[α]ιρῶν

καθειληφότων ὁμοίων τὴν Ἑλλάδα πᾶσαν διὰ το[ὺς κ]αταλύε-

ιν ἐπιχειροῦντας τούς τε νόμους καὶ τὰς πατρίους ἑκάστ-

οις πολιτείας ὅ τε βασιλεὺς Πτολεμαῖος ἀκολούθως τεῖ τ-

ῶν προγόνων καὶ τεῖ τῆς ἀδελφῆς προ[α]ιρέσει φανερός ἐστ-

ιν σπουδάζων ὑπὲρ τῆς κοινῆς τ[ῶν] Ἑλλήνων ἐλευθερίας· κ̣α̣ὶ

ὁ δῆμος ὁ Ἀθηναίων συμμαχίαν ποιησάμενος πρὸς αὐτὸν καὶ

τοὺς λοιποὺς Ἕλληνας ἐψήφισται παρακαλεῖν ἐπὶ τὴν αὐτὴ-

ν προαίρεσιν· ὡσαύτως δὲ καὶ Λακεδαιμόνιοι φίλοι καὶ σύμ-

μαχοι τοῦ βασιλέως ὄντες Πτολεμαίου καὶ πρὸς τὸν δῆμον τ-

ὸν Ἀθηναίων εἰσὶν ἐψηφισμένοι συμμαχίαν μετά τε Ἠλείων

καὶ Ἀχαιῶν καὶ Τεγεατῶν καὶ Μαντινέων καὶ Ὀρχομενίων κα-

ὶ Φια[λέων] καὶ Καφυέων καὶ Κρηταέων ὅσοι εἰσὶν ἐν τεῖ συμμ-

[αχίαι τ]εῖ Λακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχω-

[ν καὶ] πρέσβεις ἀπὸ τῶν συνέδρων ἀπεστάλκασιν πρὸς τὸν δῆ-

[μον] καὶ οἱ παραγεγονότες παρ’ αὐτῶν ἐμφανίζουσιν τήν τε Λ-

ακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχων φιλοτιμί-

αν, ἣν ἔχουσιν πρὸς τὸν δῆμον, καὶ τὴν περὶ τῆς συμμαχίας ὁμολ-

ογίαν ἥκουσι κομίζοντες· ὅπως ἂν οὖν κοινῆς ὁμονοίας γενομ-

ένης τοῖς Ἕλλησι πρός τε τοὺς νῦν ἠδικηκότας καὶ παρεσπον-

δηκότας τὰς πόλεις πρόθυμοι μετὰ τοῦ βασιλέως Πτολεμαίου

καὶ μετ’ ἀλλήλων ὑπάρχωσιν ἀγωνισταὶ καὶ τὸ λοιπὸν μεθ’ ὁμον-

οίας σώιζωσιν τὰς πόλεις· vvvv ἀγαθῆι τύχει δεδόχθαι τῶ[ι δ]-

ήμωι τὴμ μὲν φιλίαν καὶ τὴν συμμαχίαν εἶναι Ἀθηναίοις κ[αὶ]

Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς βασιλεῦσιν τοῖς Λακεδαιμον[ίων]

καὶ Ἠλείοις καὶ Ἀχαιοῖς καὶ Τεγεάταις καὶ Μαντινεῦσ[ιν κα]-

ὶ Ὀρχομενίοις καὶ Φιαλεῦσιν καὶ Καφυεῦσιν καὶ Κρητ[αεῦσι]-

ν ὅσοι ἐν τεῖ συμμαχίαι εἰσὶν τεῖ Λακεδαιμονίων κα[ὶ Ἀρέως]

καὶ τοῖς ἄλλοις συμμάχοις κυρίαν εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον, ἣν]

ἥκουσι κομίζοντες οἱ πρέσβεις· καὶ ἀναγράψα[ι αὐτὴν τὸν γρ]-

αμματέα τὸν κατὰ πρυτανείαν ἐν στήληι χαλκ[ῆι καὶ στῆσαι ἐ]-

ν ἀκροπόλει παρὰ τὸν νεὼ τῆς Ἀθηνᾶς τῆς Πο[λιάδος. ὀμόσαι δὲ]

[τὰ] ἀρχεῖα τοῖς πρέσβεσιν τοῖς παραγεγο[νόσιν παρ’ αὐτῶν τὸ]-

[ν ὅρκον τὸ]ν περὶ τῆς συμμαχίας κατὰ τὰ [πάτρια· v τοὺς δὲ κεχε]-

[ιρο]τον[ομένους] ὑπὸ τοῦ δήμου πρ[έσβ]ε[ις ἀποπέμψαι οἵτινες το]-

[ὺς ὅ]ρκους ἀπολ[ήψονται παρὰ] τ̣ῶ̣[ν λοιπῶν Ἑλλήνων vvv χειροτο]-

[ν]ῆσαι δὲ καὶ συνέδρους [δύο τὸν δῆμον αὐτίκα μάλα ἐξ Ἀθηναίω]-

ν ἁπάντων οἵτινες μετά τε Ἀρέω[ς καὶ τῶν ἀπὸ τῶν συμμάχων ἀ]-

[π]οστελλομένων συνέδρων βουλεύσοντ̣[αι περὶ τῶν κοινῆι συ]-

μφερόντων· μερίζειν δὲ τοῖς αἱρεθεῖσ[ιν τοὺς ἐπὶ τῆι διοικ]-

ήσει εἰς ἐφόδια οὗ ἂν χρόνου ἀποδημῶ[σιν ὅ τι ἂν διαχειροτο]-

νοῦντι δόξει τῶι δήμωι· ἐπαινέσαι δ[ὲ τοὺς ἐφόρους Λακεδαι]-

μονίων καὶ Ἀρέα καὶ τοὺς συμμάχους [καὶ στεφανῶσαι αὐτοὺς]

χρυσῶι στεφάνωι κατὰ τὸν νόμον· v ἐπ[αινέσαι δὲ καὶ τοὺς πρέσ]-

βεις τοὺς ἥκοντας παρ’ αὐτῶν v Θεομ[— — — — — Λακεδα]-

ιμόνιον vv Ἀργεῖον Κλεινίου Ἠλεῖο[ν v καὶ στεφανῶσαι ἑκάτ]-

ερον αὐτῶν χρυσῶι στεφάνωι κατὰ [τὸν νόμον φιλοτιμίας ἕνε]-

κα καὶ εὐνοίας ἧς ἔχουσιν περ[ί τε τοὺς ἄλλους συμμάχους κα]-

ὶ τὸν δῆμον τὸν Ἀθηναίων· εἶνα[ι δὲ ἑκατέρωι αὐτῶν καὶ ἄλλο ἀγ]-

αθὸν εὑρέσθαι παρὰ τῆς βουλ[ῆς καὶ τοῦ δήμου ἐάν του δοκῶσιν]

ἄξιοι εἶναι. καλέσαι δὲ αὐτ[οὺς ἐπὶ ξένια εἰς τὸ πρυτανεῖ]-

ον εἰς αὔριον. ἀναγράψαι δὲ [καὶ τόδε τὸ ψήφισμα τὸν γραμματέ]-

α τὸν κατὰ πρυτανείαν εἰστ[ήλην λιθίνην καὶ τὴν συνθήκην κα]-

ὶ στῆσαι ἐν ἀκροπόλει, εἰς [δὲ τὴν ἀναγραφὴν καὶ ἀνάθεσιν τ]-

ῆς στήλης μερίσαι τοὺς ἐπ[ὶ τῆι διοικήσει τὸ ἀνάλωμα ὃ ἂν γέν]-

ηται. vvv σύνεδροι οἵδε κ[εχειροτόνηνται]·

            vvvv Κάλλιππος Ἐλευσίν[ιος — — — — — — — — — — —]

vacat spatium unius versus

σπονδαὶ καὶ συμμαχία [Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς συμμάχοις το]-

ῖς Λακεδαιμονίων πρὸς [Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

αίων εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον. ἔχειν ἑκατέρους τὴν ἑαυτῶν ἐλευθέρ]-

ους ὄντας καὶ αὐτο[νόμους, πολιτείαν πολιτευομένους κατὰ]

τὰ πάτρια· ἐὰν δέ τ̣[ις ἴει ἐπὶ πολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Ἀθην]-

αίων ἢ τοὺς νόμο[υς καταλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμά]-

χους τοὺς Ἀθην[αίων, βοηθεῖν Λακεδαιμονίους καὶ τοὺς συμμάχ]-

[ο]υς τοὺς Λ[ακεδαιμονίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· ἐὰν δέ τ]-

ις ἴει ἐπὶ π[ολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Λακεδαιμονίων ἢ τοὺς]

νόμους κατ[αλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Λ]-

ακεδαιμ[ονίων, βοηθεῖν Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

[αίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· — — — — — — — — — — — — —]

lacuna

 

       2. fr. b-c.

․․․․․․․․․․․․26․․․․․․․․․․․․ηδ․․․․․․․․․20․․․․․․․․․

[․․․․․12․․․․․ Λακεδαιμονίου]ς καὶ τοὺς συμμάχους Ἀθηνα[ί]-

[οις καὶ τοῖς συμμάχοις· vv ὀμό]σαι δὲ Ἀθηναίους μὲν Λακεδαι-

[μονίοις καὶ τοῖς ἀπὸ ἑκάστης] πόλεως τοὺς στρατηγοὺς καὶ τ-

[ὴν βουλὴν τοὺς ΄Ν καὶ τοὺς ἄρ]χοντας καὶ φυλάρχους καὶ ταξι-

[άρχους καὶ ἱππάρχους· vv ὀμ]νύω Δία Γ[ῆ]ν Ἥλιον Ἄρη Ἀθηνὰν Ἀρε-

[ίαν Ποσειδῶ Δήμητραν· vv ἐ]μ[μ]ενεῖν ἐν τεῖ συμμαχίαι τεῖ γεγ-

[ενημένηι· εὐορκοῦσιν μὲν] πολλ[ὰ κἀ]γαθά, ἐπιορκοῦσι δὲ τἀνα-

[ντία· vv Λακεδαιμονίων δὲ] Ἀθη[να]ίοις ὀμόσαι κατὰ ταὐτὰ τοὺ-

[ς βασιλεῖς καὶ τοὺς ἐφόρο]υς [καὶ] τοὺς γέροντας· κατὰ ταὐτὰ δ-

[ὲ ὀμόσαι καὶ κατὰ τὰς ἄλλας] πόλεις τοὺς ἄρχοντας. vv ἐὰν δ-

[ὲ δοκῆι Λακεδαιμονίοις καὶ τ]οῖς συμμάχοις καὶ Ἀθηναίοις

[ἄμεινον εἶναι προσθεῖναί τι] καὶ ἀφελεῖν περὶ τῆς συμμαχί-

[ας ὃ ἂν δοκῆι ἀμφοτέροις, εὔο]ρκον εἶναι. ἀναγράψαι δὲ τὴν συ-

[νθήκην τὰς πόλεις ἐν στήλαι]ς καὶ στῆσαι ἐν ἱερῶι ὅπου ἂν βού-

[λωνται]·

 

Agli dèi. Sotto l’arcontato di Pitidemo, durante la seconda pritanìa della tribù di Eretteo. Nono giorno di Metagitnione, nono giorno della pritanìa. Al cospetto dell’Ecclesia sovrana, in seduta plenaria. Il presidente Sostrato, figlio di Callistrato, del demo di Erchia, e i colleghi pritani hanno messo ai voti (la mozione). Il Popolo ha votato a favore. Cremonide, figlio di Eteocle, del demo di Etalia ha proposto (il seguente decreto).

In passato, Ateniesi e Spartani e i loro rispettivi alleati, dopo aver concluso un’amicizia e un’alleanza comuni gli uni con gli altri, sostennero insieme numerose e nobili battaglie contro coloro che tentavano di sottomettere le città, battaglie dalle quali trassero per loro stessi fama (imperitura) e procurarono per gli altri Greci la libertà. Anche ora, dal momento che circostanze simili si sono impadronite di tutta la Grecia, a causa di quelli che intendono abrogare le leggi e le patrie istituzioni di ciascuna comunità, il re Tolemeo II, in conformità con la politica estera dei suoi antenati e di sua sorella (Arsinoe II), sostiene apertamente la comune libertà dei Greci. Il Popolo di Atene, per stipulare un’alleanza con lui, ha deciso di sollecitare gli altri Greci a perseguire la medesima politica. Allo stesso modo, anche gli Spartani, essendo amici e alleati di re Tolemeo, hanno votato la stipula di un’alleanza con il popolo di Atene, insieme con gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei, i Cretesi, e quanti sono nella lega degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, e hanno inviato degli ambasciatori dai rispettivi consigli al Popolo ateniese; e quelli presenti da parte loro hanno mostrato la stima che gli Spartani, Areo e gli alleati nutrono nei confronti del Popolo e hanno notificato che i Lacedemoni sono d’accordo a concludere un’alleanza. Affinché dunque ci sia una comunanza di pensiero fra i Greci contro quanti hanno offeso e tradito le città, violandone i patti, sono disposti ad essere, insieme a Tolemeo e agli altri, strenui combattenti che, in futuro, proteggeranno le città, grazie alla concordia. Pertanto, con buona sorte, è stato deliberato dal Popolo di Atene che l’amicizia e l’alleanza degli Ateniesi con gli Spartani, i loro re, gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei e i Cretesi, quanti sono nell’alleanza degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, siano valevoli per il tempo a venire – amicizia e alleanza che i loro ambasciatori hanno recato al Popolo. È stato decretato che il segretario della pritania faccia incidere questa disposizione su una stele di bronzo da apporre presso il tempio di Atena Poliade sull’Acropoli.

Si è deliberato poi che tutte le magistrature pronuncino un giuramento di fronte agli ambasciatori presenti secondo le tradizioni patrie, che quelli che saranno scelti ambasciatori vengano inviati per ricevere i giuramenti delle altre comunità elleniche. È stata votata l’immediata istruzione di due commissioni, composte da tutti gli Ateniesi, le quali, insieme ad Areo e ai commissari inviati dagli alleati, si consulti circa le questioni di comune vantaggio. Si è deciso che i deputati alla pubblica amministrazione assegnino ai commissari delle provvigioni congrue al periodo in cui saranno all’estero, nelle modalità e nei tempi stabiliti dal Popolo al momento della loro elezione. È stato deliberato di far pubblico elogio degli efori spartani, di Areo e degli alleati e di incoronarli con diademi d’oro, secondo la legge, e, inoltre, di tributare onore agli ambasciatori, che sono giunti, Teom(?) di Sparta […], Argeo, figlio di Clinia, da Elea […], e di conferire a ciascuno di loro una corona d’oro per la reverenza e la benevolenza dimostrata nei confronti degli altri alleati e del Popolo ateniese. Si è deciso, inoltre, di accordare a ciascuno di loro anche un altro beneficio, da parte della Bulé e dell’Ecclesia, ogni volta che li riterranno meritevoli, e che vengano invitati come ospiti al Pritaneo l’indomani. Si è stabilito che il segretario della pritanìa faccia incidere su una stele di pietra questo decreto e il trattato d’alleanza e lo faccia collocare sull’Acropoli; per l’iscrizione e l’erezione della stele gli amministratori finanziari distribuiranno le spese necessarie.

I commissari eletti con votazione: […] Callippo da Eleusi […].

[…]

Il trattato e l’alleanza tra gli Spartani e i loro alleati con gli Ateniesi e il loro alleati per il tempo a venire (prevedono) che ciascuno di loro, essendo libero e autonomo, possieda la propria costituzione, governandosi secondo le tradizioni patrie. Qualora mai qualcuno invadesse il territorio degli Ateniesi o tentasse di abolirne le leggi, o muovesse guerra ai loro alleati, gli Spartani e i loro alleati verranno in loro soccorso con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile. Qualora mai qualcuno entrasse con fare ostile nel territorio degli Spartani o cercasse di invalidarne le leggi, o facesse guerra ai loro alleati, gli Ateniesi e i loro alleati verranno in loro aiuto con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile […]. […] gli Spartani e gli alleati agli Ateniesi e agli alleati. (Il trattato e l’alleanza stabiliscono) che gli strateghi, i membri della Bulé dei 500, gli arconti, i filarchi, i tassiarchi e gli ipparchi di Atene pronuncino il seguente giuramento agli Spartani e ai rappresentanti di ogni città: «Io giuro in nome di Zeus, Gea, Helios, Ares, Atena Areia, Poseidone e Demetra […] che resterò fedele alla presente alleanza. A coloro che giurano con animo sincero sia abbondanza di beni, mentre a coloro che giurano falsamente, siano gravi rovine». (È previsto) che giurino secondo la medesima formula i re, gli efori e i geronti degli Spartani nei confronti degli Ateniesi e gli arconti delle altre città […]. Qualora agli Spartani e agli alleati e agli Ateniesi appaia bene aggiungere o togliere qualcosa riguardante il trattato di alleanza, e che sembri bene a entrambi, sia ciò conforme al giuramento. (È stato deciso) che le città facciano incidere il trattato su steli e lo espongano nel santuario da loro scelto.

 

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Il Pericle di Plutarco

di C. Mossé, Pericle. L’inventore della democrazia, trad. di B. Gregori, Roma-Bari 2006, pp. 195 sgg.

Cresila, Busto di Pericle. Marmo, copia romana da un originale greco del 430 a.C. ca. Musei Vaticani

Cresila, Busto di Pericle. Marmo, copia romana da un originale greco del 430 a.C. ca. Roma, Musei Vaticani.

La Vita di Pericle di Plutarco è un testo particolarmente interessante per chi cerchi di ricostruire la personalità dell’uomo che agli occhi dei posteri avrebbe incarnato la grandezza di Atene. Plutarco, infatti, raccolse tutto un complesso di tradizioni e aneddoti, attingendo sia dai contemporanei di Pericle, i poeti comici in particolare, sia da autori le cui opere non ci sono pervenute ma ai quali egli fa specifico riferimento: tra questi ultimi ricordiamo il poeta Ione di Chio, che trascorse gran parte delle sua vita ad Atene nel V secolo; Stesimbroto di Taso, autore, negli ultimi anni del secolo, di un’opera su Temistocle, Tucidide e Pericle; Teofrasto, che fu il successore di Aristotele alla guida del Liceo e della cui opera ci è pervenuta solo una piccola parte; il suo allievo Duride di Samo; Idomeneo di Lampsaco, contemporaneo di Epicuro (fine del IV-inizi del III secolo a.C.), autore di un Perì dēmagogōn. I primi due avevano conosciuto l’Atene della Guerra del Peloponneso. Gli altri appartenevano a quegli ambienti intellettuali degli ultimi decenni del IV secolo – ricordiamo particolarmente la scuola peripatetica – che s’interrogavano sull’esperienza politica ateniese in un’epoca in cui la città, sconfitta dopo un ultimo sussulto all’annuncio della morte di Alessandro, aveva rinunciato a ricoprire un ruolo di primo piano negli affari greci.

Nella prefazione alla Vita di Alessandro, Plutarco precisa in che cosa la biografia si distingua dalla storia: non si tratta di raccontare i grandi eventi o le imprese belliche, cosa che è competenza dello storico, ma di cercare di mettere in luce, indipendentemente da quelle imprese, il carattere (éthos) dei suoi eroi:

Io non scrivo un’opera di storia, ma delle vite; ora, noi ritroviamo una manifestazione delle virtù e dei vizi degli uomini non soltanto nelle loro azioni più appariscenti; spesso un breve fatto, una frase, uno scherzo, rivelano il carattere di un individuo più di quanto non facciano battaglie ove caddero diecimila morti, i più grandi schieramenti di eserciti e assedi. Insomma, come i pittori colgono la somiglianza di un soggetto nel volto e nell’espressione degli occhi, poiché lì si manifesta il suo carattere, e si preoccupano meno delle altre parti del corpo; così anche a me deve essere concesso di addentrarmi maggiormente in quei fatti o in quegli aspetti di ognuno, ove si rivela il suo animo, e attraverso di essi rappresentarne la vita, lasciando ad altri di raccontare le grandi lotte[1].

Plutarco applica questi principi anche alla sua biografia di Pericle. Fin dall’inizio del racconto, per giustificare il parallelo con il romano Fabio Massimo, egli indica le qualità dominanti della personalità di Pericle: la dolcezza (praótēs) e il senso della giustizia (dikaiosýnē). Queste qualità derivavano anzitutto dalle sue origini. Per parte di madre, egli discendeva da quel Clistene «che con tanta abilità cacciò da Atene i Pisistratidi, abbatté la tirannide, stabilì nuove leggi e diede alla città una costituzione ottimamente equilibrata per garantire concordia e sicurezza»[2]. Equilibrio e concordia completavano in modo evidente la dolcezza e il senso della giustizia.

Ma la loro presenza nel carattere di Pericle era anche il risultato dell’educazione, e in particolare dell’insegnamento di Anassagora di Clazomene: «Chi visse in maggior con contatto con Pericle e contribuì a drappeggiarlo in un contegno solenne, a dotarlo di una mentalità più nobile di quella dei comuni capi-popolo, chi, in una parola, sollevò a pure altezze la maestà del suo carattere, fu Anassagora di Clazomene»[3]. Plutarco precisa quindi:

Pericle apprese da quest’uomo, che ammirava straordinariamente, la scienza delle cose celesti e le speculazioni più alte; acquistò non soltanto, a quanto sembra, una forma di pensiero elevato e un modo di esprimersi sublime e immune da scurrilità bassa e plebea, ma pure la fermezza dei lineamenti, mai allenati al sorriso, la grazia del portamento, un modo di panneggiare la veste che non si scomponeva, per quanto potesse commuoversi parlando, una tonalità di voce inalterabile e altri simili atteggiamenti, che riempivano di stupore chiunque lo avvicinava[4].

Quel senso della misura, quella moderazione, contrappongono implicitamente Pericle ai politici che erano venuti dopo di lui, sia il volgare Cleone sia il troppo seducente Alcibiade.

Le varie manifestazioni del comportamento di Pericle derivavano dall’educazione ricevuta. Discepolo di Anassagora, egli dava prova di quello spirito «scientifico», che si sarebbe manifestato più tardi quando, alla vigilia della partenza di una spedizione, un’eclisse di sole sconvolse il pilota della sua nave:

Pericle, al vedere il suo pilota atterrito e incerto sul da farsi, gli tese davanti agli occhi il mantello fino a coprirli; quindi gli chiese se lo riteneva un fatto pericoloso o un segno di pericolo. Il pilota rispose di no. «Ebbene, che differenza c’è tra il mio gesto e l’eclisse, se non che l’oggetto che ha provocato l’oscuramento è più grande del mantello?»[5].

Sempre dall’insegnamento impartitogli dal suo maestro derivava la scelta di uno stile di vita esemplare. Infatti, dopo la morte di Aristide e l’esilio di Temistocle, avendo deciso di prendere le parti del dēmos, cioè di quelli che erano al tempo stesso i più numerosi e i più poveri, egli rinunciò all’abitudine che più di ogni altra caratterizzava lo stile di vita dell’aristocrazia, le riunioni del sympósion, vale a dire i banchetti: «Non lo si vide più in girò per la città, se non lungo la strada che conduceva all’Agorà e al bouleutḗrion; declinò inviti a banchetti, si ritirò interamente dalla vita di società»[6].

Evitando di mettersi troppo in mostra e lasciando agire più spesso i suoi amici, seppe anche «ottenere uno stile oratorio, che, come uno strumento musicale, s’armonizzasse con l’impostazione data alla sua vita e alla grandezza del suo sentire. In ciò si valse dell’aiuto di Anassagora, colorando, quasi, la propria retorica della scienza fisica del filosofo»[7].

Questa eloquenza misurata riuscì a renderlo ben accetto al popolo. Dopo l’ostracismo di Tucidide di Alopece, la città era ridivenuta armoniosa e unita. Pericle trasformò allora la democrazia «in un regime aristocratico e monarchico, che esercitò con dirittura, senza deviazioni sulla strada del progresso, guidando il popolo che quasi in tutto lo seguì volentieri, con la persuasione e l’ammonizione. Se qualche volta recalcitrò un poco, egli lo costrinse, con un tratto di redini, a proseguire verso la meta del suo stesso interesse»[8].

Ma Pericle non doveva la sua autorità sul popolo soltanto alla potenza della parola, al suo dominio dell’arte della persuasione, ovvero delle sue qualità di retore. La doveva anche «alla stima che si aveva per la sua vita, e alla fiducia che personalmente ispirava, poiché era notoriamente incorruttibile e superiore al denaro»[9]. Plutarco precisa che egli non aumentò di una sola dracma la fortuna ereditata dal padre. Di questa incorruttibilità il biografo fornisce numerosi esempi, ritornando su di essa in continuazione, fino all’ultimo. Egli insiste, in particolare, sul modo in cui Pericle gestì la sua fortuna:

Al patrimonio legalmente suo, trasmessogli dagli avi, diede l’assetto economico che ritenne più semplice e sicuro affinché non si volatilizzasse, se trascurato, ma che pure non gli procurasse fastidi e perdite di tempo in mezzo a tante altre preoccupazioni. Cioè vendeva annualmente tutti insieme i prodotti dei suoi campi, e poi comprava di mano in mano dal mercato quanto gli occorreva per vivere[10].

Ciò gli avrebbe suscitato il malcontento dei figli e delle donne della sua casa:

Si lamentavano di quel modo di vivere alla giornata e delle spese ridotte all’osso, sì che in una casa grande come quella e dove le risorse certo non mancavano, nulla mai avanzava, ed ogni uscita, come ogni entrata, avveniva attraverso minuziosi conteggi[11].

Plutarco, come si è già detto, attribuisce una grande importanza al carattere incorruttibile e disinteressato di Pericle. Per esempio, al momento dell’affare di Samo, egli rifiutò il denaro offertogli dai notabili sami da lui presi in ostaggio. Erano cinquanta, e ciascuno di essi aveva offerto un talento per riscattare la propria libertà. Allo stesso modo, rifiutò i diecimila stateri d’oro che gli aveva inviato il satrapo di Sardi, Pissutne, per indurlo a cedere ai Sami[12].

Infine, un esempio ancora più eloquente di questa incorruttibilità: la dichiarazione pubblica fatta da Pericle, nel momento in cui il re spartano Archidamo si apprestava a invadere l’Attica, che se i suoi beni fossero stati risparmiati in virtù dei legami di ospitalità che lo univano agli Spartani, egli li avrebbe regalati alla città[13].

Nel confronto finale con Fabio Massimo, Plutarco ritorna ancora su questa incorruttibilità e sul «nobile disprezzo delle ricchezze», tipico di Pericle: «Non è facile dire quante occasioni il potere gli offerse di arricchire e di farsi corteggiare da confederati e da re; ciononostante si serbò incorrotto e puro quanto nessun altro uomo di governo»[14].

Il motivo dell’insistenza di Plutarco su questo aspetto della personalità di Pericle è chiarissimo: il suo personaggio è il capo del partito popolare, l’oratore che ha il sostegno del dēmos. Parlare invece dell’incorruttibilità di un Cimone, capo dell’aristocrazia, non è necessario. Plutarco contrappone il comportamento di Pericle all’immagine, veicolata dalla tradizione, del demagogo quale oratore popolare, facilmente corruttibile. Ma questa probità s’inserisce armonicamente nel ritratto, proposto fin dall’inizio del racconto, di un uomo che si rivelò superiore per senso della giustizia e moderazione.

Ritroviamo queste virtù anche dove meno ce le aspetteremmo: nelle relazioni di Pericle con gli uomini che egli fu chiamato a comandare in quanto stratego rieletto quindici volte consecutive. Plutarco ritorna a più riprese su quest’aspetto. «Come stratego godeva di buona reputazione, specialmente perché era prudente. Di sua iniziativa non attaccò mai battaglia, se si presentava molto incerta e rischiosa»[15]. Pericle cercava di frenare l’ardore di coloro che erano pronti a coinvolgere Atene in spedizioni pericolose, e preferiva consolidare i vantaggi acquisiti, distinguendosi in ciò dai leader che sarebbero venuti dopo di lui e che avrebbero trascinato Atene nella catastrofe siciliana. «Preferì – scrive ancora Plutarco – vincere e conquistare la città [Samo] col tempo e col denaro, piuttosto che esponendo i suoi concittadini a ferite e pericoli»[16]. Più avanti, Plutarco si compiace nel riferire una frase di Pericle al momento dell’invasione dell’Attica, quando alcuni premevano per ingaggiare battaglia contro i Lacedemoni sulla terraferma: «Quando si tagliano e si abbattono gli alberi – diceva loro –, essi crescono in fretta. Ma gli uomini, una volta uccisi, non si può rimpiazzarli facilmente»[17]. Non meno significative le ultime parole attribuite al suo protagonista: «Nessun Ateniese, per colpa mia, indossò un mantello nero»[18]. Era un’estrema testimonianza di quella moderazione e di quella dolcezza che Plutarco considerava le qualità più importanti del suo eroe, di cui egli aveva dato prova nei confronti degli alleati di Atene come dei suoi nemici.

Non sorprende dunque che la conclusione della biografia cominci con questa affermazione:

Dunque Pericle fu un uomo ammirevole non soltanto per la dolcezza e la bontà che conservò sempre, anche tra vicende diverse e odi profondi, ma pure per l’altezza dello spirito, se delle sue glorie stimò più fulgida quella di non aver mai ceduto d’un palmo, anche quand’era potentissimo, né all’avidità né alla passione, e di non aver mai considerato insanabile nessuna inimicizia[19].

Tuttavia Plutarco, più di una volta, cede alla tentazione di dar voce alle critiche che gettavano ombre su quell’immagine luminosa del «primo degli Ateniesi». Fin dall’inizio del racconto, parlando dell’istruzione ricevuta da Pericle, il biografo ricorda i nomi di due uomini che, a differenza di Anassagora, avevano una cattiva reputazione. Il primo era Damone, il maestro di musica, che in realtà era un sofista. Con il pretesto di insegnare la musica, afferma Plutarco, egli operava per il ripristino della tirannide. Per questa ragione sarebbe stato ostracizzato, come sembra confermare un óstrakon che reca il suo nome. Si ritiene generalmente che questo Damone sia lo stesso personaggio chiamato altrove[20] Damonide, il quale avrebbe suggerito a Pericle la creazione della misthophoría per rivaleggiare con Cimone. Plutarco trovò questa informazione nella Costituzione degli Ateniesi attribuita ad Aristotele[21], dove è appunto citato questo Damonide. Ebbene, sull’óstrakon Damone è detto figlio di Damonide, il che può spiegare la confusione dei due nomi. Comunque stiano le cose, Damone o Damonide, sofista, fautore della tirannide, iniziatore della misthophoría che avrebbe avuto conseguenze nefaste sul comportamento del dēmos, è evidentemente agli occhi di Plutarco un cattivo maestro. Ed è un cattivo maestro anche Zenone di Elea, altro temibile sofista, al quale un poeta del III secolo affibbierà il soprannome di «lingua doppia» (amphoteróglōssos): […] egli era considerato l’inventore della dialettica. Ma se Plutarco cita questo giudizio di Timone di Fliunte su Zenone, lo fa perché vuole insistere sul pericolo rappresentato dalla padronanza di quel doppio linguaggio, particolarmente utile a chi volesse percorrere una carriera politica.

Pericle ambiva a quella carriera politica ma temeva, se avesse preso troppo ardentemente le parti del popolo, di passare per un aspirante alla tirannide. Era un timore fondato, perché egli assomigliava stranamente a Pisistrato. «Gli Ateniesi più anziani, davanti alla dolcezza della sua voce, la facilità e la rapidità della sua parola nella discussione, erano colpiti da quella somiglianza»[22]. Così, il pronipote di Clistene, di colui che aveva contribuito alla caduta dei Pisistratidi, poteva apparire come la reincarnazione di Pisistrato! C’è di che sorprendersi. Ma Plutarco non appare imbarazzato da una simile contraddizione, tanto più che essa sembrava trovare fondamento in una doppia realtà: da una parte, la paura, ancora molto viva, di una restaurazione della tirannide, attestata dai numerosi ostracismi del periodo precedente all’ingresso in politica di Pericle, tra i quali quello di suo padre Santippo; dall’altra, l’appartenenza a una grande famiglia dove era normale nutrire ambizioni del genere.

Dunque la scelta di Pericle di trovare appoggio tra i più numerosi (hoi polloí), vale a dire i più poveri (hoi penétēs), poteva apparire anche come un modo di procedere tipico di un aspirante alla tirannide. Plutarco, non bisogna dimenticarlo, è un filosofo influenzato profondamente dall’insegnamento platonico, e Platone, nella Repubblica, lega l’avvento del tiranno alla lotta che divide la città democratica tra poveri e ricchi, con il tiranno che scegli di ergersi a difensore dei poveri.

C’era infine un altro comportamento, che non deponeva a favore del giovane Pericle ai suoi esordi nella vita politica:

Pericle, ad evitare di stuccare il popolo standogli continuamente innanzi, si presentava a lui ad intervalli, non parlava su ogni argomento, né partecipava ad ogni adunanza, ma si teneva di riserva… per le grandi necessità, e provvedeva alle altre tramite alcuni amici e oratori diversi. Uno di questi dicono fosse Efialte[23].

Così, l’autore della riforma ritenuta la più importante della prima metà del V secolo, cioè l’abrogazione di gran parte dei poteri dell’Areopago, viene ridotto a un ruolo secondario, quasi di semplice portavoce di Pericle. Ciò evita a Pericle di essere accusato dagli avversari della riforma. Plutarco aggiunge un argomento supplementare a favore di questa interpretazione quando presenta la riduzione dei poteri dell’Areopago come la conseguenza del rammarico di Pericle per non avervi mai preso parte, dal momento che il sorteggio non l’aveva mai designato come arconte: «Come si sentì forte dell’appoggio popolare, Pericle si oppose al Consiglio. Ottenne, grazie a Efialte, che esso fosse privato della maggior parte dei suoi poteri»[24]. Efialte compare un’ultima volta nel racconto di Plutarco a proposito dell’accusa, formulata da Idomeneo di Lampsaco nei confronti di Pericle, di aver fatto assassinare Efialte. Plutarco reagisce con indignazione, ma sottolinea che Pericle «forse non fu irresponsabile in tutte le sue azioni»[25].

Non è un caso che questa allusione all’assassinio di Efialte cada dopo un’esposizione dei rapporti tra Cimone e Pericle. Plutarco non nasconde le sue preferenze per il figlio di Milziade, e nella contrapposizione fra i due uomini mette in risalto gli aspetti negativi del comportamento di Pericle. Si tratta in primo luogo della conseguenza più nefasta di quella rivalità, cioè l’istituzione dei misthoí, i salari pubblici: «Fu grazie a Pericle che il popolo ebbe diritto per la prima volta alle cleruchie, alle indennità per le rappresentazioni teatrali e a differenti retribuzioni, contraendo così abitudini perniciose: mentre in passato era stato saggio e industrioso, con queste misure divenne spendaccione e indisciplinato»[26].

La spiegazione della creazione della misthophoría in chiave di rivalità fra Cimone e Pericle era già nella Costituzione degli Ateniesi, ma quest’ultima si riferiva essenzialmente alla retribuzione dei giudici. Plutarco, invece, inserisce nello stesso argomento anche l’indennità degli spettacoli (theōrikón) e la fondazione delle cleruchie, le colonie militari istituite sul territorio di alcune città alleate che si erano ribellate. Ma le conseguenze restavano sempre quelle già deplorate dagli scrittori del IV secolo: le cattive abitudini acquisite dal dēmos.

Ostrakon risalente alla votazione relativa al caso di Cimone. 486-461 a.C. ca. Atene, Stoà di Attalo (Museo dell’Antica Agorà).

Κίμων Μιλτιάδο[υ] (“Cimone, figlio di Milziade”). Ostrakon, 486-461 a.C. ca. dalla Stoà di Attalo. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

L’attenzione di Plutarco si concentra ancor più sulla responsabilità di Pericle nell’ostracismo di Cimone e del suo allontanamento dalla città. L’ostracismo di Cimone ebbe luogo nel 461, quando gli Spartani fecero allontanare il corpo di spedizione ateniese giunto in loro aiuto per sedare la rivolta degli iloti: gli Spartani avevano implicitamente accusato gli opliti ateniesi di fraternizzare con i rivoltosi[27]. Il comando della spedizione era stato affidato a Cimone, ed è verosimile che l’amarezza degli Ateniesi in seguito a quell’allontanamento, che segnò l’inizio della rottura tra le due città, sia stata all’origine del suo ostracismo. Plutarco insiste soprattutto sul rifiuto frapposto dagli amici di Pericle, che agivano evidentemente in accordo con lui, di permettere a Cimone di tornare a combattere a fianco dei suoi concittadini, quando i Lacedemoni scatenarono le ostilità. Non soltanto gli fu negato questo, ma Plutarco aggiunge: «tutti gli amici di Cimone, che Pericle aveva accusato di sostenere Sparta, furono uccisi senza eccezione»[28]. A questo punto il biografo fa riferimento alla battaglia di Tanagra del 457, quattro anni dopo l’ostracismo di Cimone, nel corso della quale si ebbe, secondo la testimonianza di Tucidide[29], «una grande carneficina da entrambe le parti». Gli Ateniesi furono sconfitti, ma poco dopo riportarono una vittoria sui Beoti, alleati degli Spartani, a Enofita. Non si sa esattamente quando ebbe termine l’esilio di Cimone. Plutarco menziona un decreto di cui Pericle sarebbe stato l’autore, che egli ebbe forse l’occasione di leggere direttamente. Comunque, dopo la conclusione di una pace quinquennale con gli Spartani, quando gli Ateniesi decisero di inviare una spedizione a Cipro, fu Cimone a guidarla, e fu proprio nel corso di questa spedizione che egli trovò la morte[30]. Secondo Plutarco, sia il decreto di richiamo sia il comando affidato a Cimone furono l’esito di colloqui segreti fra i due uomini, avvenuti grazie alla mediazione di Elpinice, sorella di Cimone, che avrebbero portato a una sorta di spartizione del potere, in cui Pericle avrebbe avuto il comando in città, mentre Cimone lo avrebbe esercitato sul mare[31]. È una spiegazione poco credibile, anche se Pericle, in questo modo, avrebbe effettivamente potuto allontanare Cimone dai luoghi in cui si decideva la politica ateniese. Quanto al modo poco cavalleresco con cui egli avrebbe trattato Elpinice, ricordandole in maniera inelegante che era troppo vecchia per ambire a immischiarsi negli affari della città, esso illustra bene l’immagine a luci e ombre che Plutarco offre di Pericle.

Del resto, già all’inizio del suo racconto Plutarco aveva riferito la testimonianza del poeta Ione di Chio, secondo la quale «le maniere di Pericle erano altezzose e orgogliose, e che a quelle grandi arie si univano molta boria e disprezzo per gli altri»; emergeva così il contrasto con le maniere di Cimone, apprezzate per tatto e delicatezza[32].

Sbarazzatosi di Cimone, Pericle dovette fronteggiare Tucidide di Alopece, meno dotato di Cimone per la guerra, ma «più abile di lui nell’agorà e nei dibattiti politici»[33]. Fu allora che Pericle «lasciò andare completamente le briglie sul collo del popolo e assunse delle misure volte a ottenerne il favore»[34]. In questa nuova prospettiva della sua politica Pericle non è più l’allievo virtuoso, influenzato dall’insegnamento di Anassagora, ma il demagogo preoccupato di procacciarsi i suffragi popolari. Tra queste nuove misure ci fu la moltiplicazione delle feste religiose, che erano un’occasione per offrire al dēmos indennità e banchetti pubblici; furono anche moltiplicate le cleruchie e fondata la colonia di Turi: «In tal modo alleggerì Atene di una turba oziosa, e, a causa dell’ozio, facinorosa; pose rimedio alle difficoltà economiche del popolo e stabilì nei fianchi degli alleati delle terribili guarnigioni, che toglievano loro la voglia di ribellarsi»[35].

Furono inoltre intrapresi, come sappiamo bene, grandi lavori. […] L’interpretazione plutarchea dello scopo di questa politica è la seguente: dare lavoro agli artigiani e assicurare così la loro sussistenza, come del resto accadeva già con i marinai della flotta e con gli opliti, che ricevevano tutti un salario dalla città. Una simile motivazione, come si è visto, era estranea alle preoccupazioni degli Ateniesi del V secolo.

Questo aspetto della politica periclea non è affatto giudicato negativamente, poiché, agli occhi dei contemporanei di Plutarco, esso testimoniava anzi «l’antico splendore della Grecia». Ma la giustificazione fornita da Pericle sull’impiego del tributo versato dagli alleati per finanziare il grande programma di edilizia pubblica permette a Plutarco di ricordare le accuse formulate dai suoi avversari, che ritenevano la Grecia «vittima di una terribile ingiustizia e di una tirannide evidente»[36].

L’accusa di tirannide non riguardava soltanto il dominio esercitato da Atene sugli alleati, ma anche il potere esercitato da Pericle sulla città, in particolare dopo l’ostracismo di Tucidide di Alopece, quando ormai egli non aveva più rivali. Certo, Plutarco constata che le divisioni cessarono e che la città conobbe un’«armonia» degna di ammirazione; ma constata anche che allora Pericle ebbe «il controllo totale di Atene e di tutto ciò che dipendeva dagli Ateniesi»[37]. Pericle finì per esercitare un potere superiore a quello di tanti re e tiranni. E se Plutarco rinvia al giudizio di Tucidide sul carattere «regale» di questa autorità, non manca tuttavia di menzionare il sarcasmo che essa suscitava nei poeti comici: «Chiamano “dei nuovi Pisistratidi” la sua hetaireía, o lo sollecitano a giurare che non fonderà una tirannide, quasi che la sua preminenza fosse eccessiva e troppo gravosa per una città democratica»[38].

Proprio questa autorità esclusiva lo avrebbe condotto a coinvolgere Atene in una guerra che le sarebbe stata fatale. Ebbene, su questo punto, e senza peraltro negare, come si è visto, le qualità di Pericle come stratego e uomo di guerra, Plutarco non esita a dare eco alle maldicenze che spiegavano certi aspetti della sua politica con le esigenze della sua vita privata.

Su questo piano, infatti, l’immagine di Pericle offerta da Plutarco presenta il maggior numero di ombre e di connotazioni negative, legate essenzialmente alla sua sessualità e al suo bisogno eccessivo di donne. Così, Fidia è sospettato di procurargli delle «donne libere» che Pericle incontrava in casa dello scultore[39]. A queste donne egli offriva forse i pavoni allevati dall’uccellatore Pirilampo, uno dei suoi hetaîroi, i compagni appartenenti a quelle associazioni aristocratiche (hetairíai) che, qualche anno dopo, avrebbero organizzato il rovesciamento della democrazia. Lo si sospettava anche di avere come amante la moglie di un certo Menippo, «che era suo amico e comandava ai suoi ordini». Peggio ancora, a detta di Stesimbroto di Taso, egli avrebbe avuto rapporti peccaminosi con la moglie di suo figlio Santippo[40], il quale a sua volta avrebbe messo in giro questa voce per meglio screditare l’immagine del padre[41].

Lawrence Alma-Tadema, Fidia mostra i fregi del Partenone a Pericle, Aspasia, Alcibiade e altri amici, 1868. Birmingham Museum & Art Gallery.

Lawrence Alma-Tadema, Fidia mostra i fregi del Partenone a Pericle, Aspasia, Alcibiade e altri amici, 1868. Birmingham Museum & Art Gallery.

E poi, ovviamente, c’era Aspasia. La donna compare nel racconto di Plutarco a proposito dell’affare di Samo, con riferimento al vero motivo della decisione di Pericle di sostenere le pretese dei Milesi contro i Sami: «Siccome è opinione comune ch’egli abbia affrontato l’impresa di Samo per far piacere ad Aspasia, questo potrebbe essere il luogo più adatto per sollevare l’imbarazzante discussione della grande arte e del potere con cui questa donna dominò gli uomini politici più eminenti del suo tempo e offrì ai filosofi materia per elevate ed ampie discussioni»[42].

Aspasia era originaria di Mileto e figlia di un certo Assioco. Ignoriamo per quale motivo e in che modo Assioco era venuto a stabilirsi ad Atene. Forse si trattava di un meteco. Plutarco non si sofferma su questo punto e fa subito di Aspasia l’emula di una certa Targelia, anche lei di origine ionica e celebre cortigiana alla corte del Gran Re, che avrebbe sfruttato questa posizione per guadagnare alla causa dei Persiani numerosi Greci influenti e altolocati. Allo stesso modo, Aspasia amava intrattenersi con gli uomini più importanti[43] e Plutarco precisa che il suo mestiere consisteva nel «formare piccole etere»[44]. Successivamente, i poeti comici accusarono Pericle di aver fatto votare il famoso decreto di Megara perché i Megaresi avevano rapito due cortigiane appartenenti ad Aspasia[45].

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Aspasia è dunque presentata come una cortigiana, come una donna libera che riceveva a casa sua le visite di Socrate e dei suoi discepoli, e di uomini influenti che vi conducevano le proprie mogli «per far loro ascoltare la sua conversazione»[46]. Pericle, dunque, sarebbe stato soprattutto uno di coloro che subivano il fascino della sua intelligenza e del suo senso politico. A sostegno delle sue affermazioni, sorprendenti già a priori, Plutarco cita il Menesseno di Platone: «seppure la prima parte del dialogo sia scritta con l’intonazione del divertimento, si trova perlomeno un’informazione storica: si riteneva che molti Ateniesi frequentassero Aspasia per imparare da lei la retorica»[47]. L’ingenuità di Plutarco fa sorridere, poiché il Menesseno è, dalla prima all’ultima parola, una parodia. Restano comunque innegabili i legami di Aspasia con Socrate e con i suoi allievi: infatti due di loro, Antistene ed Eschine Socratico, le dedicarono un dialogo ciascuno.

Una donna eccezionale, dunque, ma la cui relazione con Pericle fu diversa dai rapporti che legavano abitualmente una cortigiana agli uomini che frequentavano la sua casa. In effetti, «l’attaccamento di Pericle per Aspasia era, evidentemente, determinato dall’amore»[48]. Prova ne era il fatto che Pericle, per vivere con lei, ripudiò la moglie, madre dei suoi figli, e, agendo come un «tutore» (kýrios), la diede in sposa a uno dei suoi amici. Introdusse dunque Aspasia a casa propria, e l’amò con una tenerezza eccezionale: «Ogni giorno, q quanto dicono, uscendo di casa e rientrandovi venendo dall’agorà, la prendeva fra le braccia coprendola di baci»[49]. Plutarco ricorda anche il figlio che la donna ebbe da Pericle, ovviamente un nóthos (bastardo), perché la madre era una straniera e i genitori non erano uniti da un matrimonio legittimo. Tuttavia, Pericle lo riconobbe dopo la morte dei suoi figli legittimi. Pericle il Giovane intraprese la carriera politica, fu stratego nella battaglia delle Arginuse del 406 e il suo nome compariva che furono illegalmente condannati a morte dall’Assemblea[50]. Plutarco non manca di citare, a proposito di questo figlio bastardo, il sarcasmo di Cratino e di Eupoli.

Plutarco torna a menzionare Aspasia verso la fine del suo racconto, a proposito del processo per empietà che le sarebbe stato intentato dal poeta comico Ermippo. Il processo si collocherebbe in un momento in cui gli avversari di Pericle si scatenarono contro di lui e contro alcune delle persone a lui più vicine, tra le quali Fidia e Anassagora. Aspasia sarebbe stata prosciolta grazie all’intervento del suo amante, che «ottenne la sua grazia a forza di versar lacrime per lei e supplicando i giudici per tutta la durata del processo»[51].

In tutte queste vicende ritorna l’immagine ambigua di Pericle. L’aristocratico, progenie di due grandi famiglie ateniesi, non esita a ripudiare la sposa legittima, madre dei suoi due figli, per introdurre in casa una donna che secondo l’opinione comune ateniese era una cortigiana. Ma quella donna era, al tempo stesso, un’amica dei filosofi, dotata di un’intelligenza eccezionale, e anche se influenzò in modo riprovevole alcune decisioni del suo amante (affare di Samo, decreto di Megara), l’influenza da lei esercitata risultò felice per l’uomo politico. La relazione sessuale, inoltre, non era tutto perché Pericle l’amava profondamente. Fu questo amore a spingerlo a intervenire in un processo versando lacrime, e a violare la legge, da lui stesso fatta approvare, per riconoscere il figlio illegittimo, al fine di assicurarsi una discendenza dopo la morte dei suoi due figli.

Busto di Aspasia. Marmo, copia romana da un originale ellenistico. Da Torre della Chiarrucia (Castrum Novum), presso Civitavecchia. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Busto di Aspasia. Marmo, copia romana da un originale ellenistico. Da Torre della Chiarrucia (Castrum Novum), presso Civitavecchia. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Anche i rapporti di Pericle con questi due figli sono ambigui. Abbiamo già ricordato le dicerie che circolavano sui rapporti di Pericle con la moglie di Santippo. Nell’ultima parte della biografia Plutarco ritorna nuovamente sulle discordie esistenti in famiglia, e a proposito dello stesso Santippo ricorda una vicenda alquanto sordida:

Il maggiore dei suoi figli legittimi, Santippo, che era uno spendaccione per natura e aveva una giovane moglie cui piaceva il lusso, figlia di Tisandro figlio di Epilico, mal sopportava l’oculata amministrazione di suo padre, che gli passava magre entrate e gliele distribuiva in piccole quantità. Si rivolse dunque a un amico di Pericle che gli diede del denaro, credendo che fosse suo padre a chiederlo. Quando quest’uomo lo richiese indietro, Pericle gli intentò un processo. Allora il giovane Santippo, indignato da questo comportamento, si mise a diffamare suo padre[52].

Lo accusava, in particolare, di discutere con i sofisti di argomenti ridicoli, come quello di sapere se il responsabile della morte di un certo Epitimo di Farsalo era stato il giavellotto o colui che l’aveva lanciato. Sarebbe stato inoltre lo stesso Santippo, come si è già accennato, a diffondere la voce secondo la quale Pericle aveva una relazione con la sua giovane moglie. La lite tra padre e figlio non si concluse che con la morte di quest’ultimo, vittima della peste. In compenso, i rapporti di Pericle con il secondo figlio sembrano molto diversi, e quando quest’ultimo fu a sua volta vittima dell’epidemia, Pericle, che fino ad allora aveva sopportato con coraggio la morte dei suoi cari, fu vinto dalla sofferenza e si sciolse in lacrime sul cadavere del figlio.

Al termine della narrazione Plutarco ricorda come Pericle, ritornato a capo della città dopo esserne stato allontanato, non esitasse a violare una legge da lui stesso voluta per permettere al figlio avuto da Aspasia di essere iscritto nella sua fratria e di portare il suo nome. Plutarco menziona al riguardo le ragioni per le quali gli Ateniesi si lasciarono convincere e accettarono di contravvenire alla legge: furono sensibili alle disgrazie che avevano colpito la casa di Pericle con la morte di entrambi i figli. Ma al tempo stesso, sottolinea Plutarco non senza una certa perfidia, quelle disgrazie erano, secondo loro, «il castigo per il suo orgoglio e la sua arroganza»[53].

Passiamo a un’altra malignità. Plutarco attribuisce a Teofrasto un esempio del modo in cui le sofferenze del corpo possono alterare il carattere e allontanarlo dalla virtù: «Egli racconta che, durante la sua malattia, Pericle mostrò a uno dei suoi amici venuto a fargli visita un amuleto che le donne gli avevano appeso al collo. Teofrasto vede in questo il segno che egli doveva stare molto male, se si prestava a simili sciocchezze»[54].

Così l’allievo di Anassagora, l’uomo che si lasciava guidare soltanto dalla ragione, nel momento finale si rivelava un essere senza difese, pronto ad accettare le superstizioni femminili, lui che era stato il compagno di una donna eccezionale e amica dei filosofi.

Tuttavia […] la biografia di Pericle si conclude con un elogio:

Dunque Pericle fu un uomo ammirevole, non soltanto per la dolcezza e la bontà che conservò sempre, anche tra vicende diverse e odi profondi, ma pure per l’altezza dello spirito, se delle glorie stimò più fulgida quella di aver mai ceduto d’un palmo, anche quand’era potentissimo, né all’invidia né alla passione, e di non avere mai considerato insanabile nessuna inimicizia[55].

Plutarco ricorda inoltre i sentimenti degli Ateniesi di fronte agli avvenimenti che seguirono la sua morte e la mediocrità di coloro che presero il suo posto alla guida della città:

Riconobbero che non esisteva un carattere più di lui umile nella grandezza e augusto nell’affabilità. Quella sua forza tanto odiata e chiamata, un tempo, monarchia e tirannide, ora si rivelò un baluardo che aveva salvato la città[56].

È questa l’immagine trasmessa ai posteri.


[1] Plut., Alex., 1, 2-3.

[2] Plut., Per., 3, 1.

[3] Plut., Per., 4, 4.

[4] Plut., Per., 5, 1.

[5] Plut., Per., 35, 2.

[6] Plut., Per., 7, 4.

[7] Plut., Per., 8, 1.

[8] Plut., Per., 15, 2.

[9] Plut., Per., 15, 3.

[10] Plut., Per., 16, 3-4.

[11] Plut., Per., 16, 4-5.

[12] Plut., Per., 25, 2-3.

[13] Plut., Per., 33, 3.

[14] Plut., Compar. Per. Fab., 3, 6.

[15] Plut., Per., 18, 1.

[16] Plut., Per., 27, 1.

[17] Plut., Per., 33, 5.

[18] Plut., Per., 38, 4.

[19] Plut., Per., 39, 1.

[20] Plut., Per., 9, 2.

[21] Plut., Per., 17, 3.

[22] Plut., Per., 7, 1.

[23] Plut., Per., 7, 7-8.

[24] Plut., Per., 9, 5.

[25] Plut., Per., 10, 7.

[26] Plut., Per., 9, 1.

[27] Thuc., I 34.

[28] Plut., Per., 10, 3.

[29] Thuc., I 108, 1.

[30] Plut., Per., 10, 8; Thuc., I 112, 2-4.

[31] Plut., Per., 10, 5.

[32] Plut., Per., 5, 3.

[33] Plut., Per., 11, 1.

[34] Plut., Per., 11, 4.

[35] Plut., Per., 11, 6.

[36] Plut., Per., 12, 2.

[37] Plut., Per., 15, 1.

[38] Plut., Per., 16, 1.

[39] Plut., Per., 13, 15.

[40] Plut., Per., 13, 16.

[41] Plut., Per., 36, 6.

[42] Plut., Per., 24, 2.

[43] Plut., Per., 24, 3.

[44] Plut., Per., 24, 5.

[45] Plut., Per., 30, 4.; Aristof., Acarn., 524-527.

[46] Plut., Per., 24, 5.

[47] Plut., Per., 24, 7.

[48] Ibid.

[49] Plut., Per., 24, 8-9.

[50] Plut., Per., 37, 5-6; Xen., Ell., I 7.

[51] Plut., Per., 32, 5.

[52] Plut., Per., 36, 3-4.

[53] Plut., Per., 37, 5.

[54] Plut., Per., 38, 2.

[55] Plut., Per., 39, 1.

[56] Plut., Per., 39, 3-4.

Crizia, Teramene e il regime dei Trenta Tiranni

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 471 sgg.

Busto di Platone. Marmo, copia romana da un originale greco dell'ultimo quarto del IV secolo a.C. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Crizia, procugino di Platone, capo dei trenta costituenti, che vanno sotto il nome di Trenta Tiranni, è una figura di politico intellettuale. Come intellettuale, egli appartiene a tutti gli effetti alla storia della letteratura greca: è autore di poesie esametriche ed elegiache, di tragedie, di costituzioni (politeîai), queste ultime in versi e in prosa. È un personaggio, anche, di diversi dialoghi platonici. È ovvio che la testimonianza platonica va presa cum grano salis, perché contiene una libera rielaborazione delle situazioni. In ogni caso, le tematiche che Platone ricollega con personaggi storici che rende protagonisti, hanno caratteristiche che vanno tenute presenti in sede storica almeno nei loro termini generali. Non sarà forse tutto Crizia, ciò che Platone gli ascrive nei dialoghi, ma in qualche modo si respira il campo di interessi, lo stile, l’orientamento di Crizia. Sulla ricostruzione del personaggio grava un enigma di fondo: la famosa accusa sul tentativo che egli avrebbe compiuto di instaurare la democrazia in Tessaglia, armando i penesti[1]. Ed è l’unico tratto che sembra configurare una posizione democratica estrema del personaggio; ma i suoi inizi lo avvicinano ad Alcibiade, in una familiarità molto stretta. Ed in ogni caso va tenuta presente la realtà ateniese da cui proviene. Certamente nell’ultima fase, nel periodo dei Trenta, Crizia matura una posizione filo-laconica al cento per cento, fino ad ipotizzare una riduzione di Atene nei termini politici di Sparta. Alcuni elementi mostrano però la complessità del personaggio. La realtà ateniese era così nuova, così grande, che anche gli avversari della democrazia, per filo-spartani che fossero, ne erano fortemente condizionati. Cimone aveva forte ammirazione per Sparta, eppure rimase nella democrazia. Via via, questa ammirazione per Sparta condusse personaggi di questo stampo fino a una rottura con la tradizione: ed è il caso di Crizia.

La sua prima elegia parla, secondo un’ottica tipicamente greca, dei luoghi dove sono nate certe invenzioni; le città vengono caratterizzate dal punto di vista storico-culturale. E allora è richiamato il gioco del còttabo, siciliano; i bei sedili sono invenzioni dei Tessali; famosi i letti di Mileto e di Chio; famose le coppe dorate e i bronzi dei Tirreni; famosi i Fenici per l’invenzione dell’alfabeto, Tebe per il carro; i Cari hanno inventato le navi da carico; infine, Atene ha creato il tornio, è dunque la città della ceramica. L’elemento artigianale è perciò quello per cui si caratterizza Atene, e le parole di Crizia suonano ossequio a una civiltà di tipo artigianale-urbano; non alla democrazia, ma certo a una città in cui la forma politica democratica è maturata proprio a ridosso del grande sviluppo delle attività artigianali.

Ci sono insomma in Crizia elementi della cultura dell’ambiente ateniese, che finiscono per condizionare anche chi, nell’esito storico finale, agisce come nemico di quella democrazia. Un’elegia è dedicata ad Alcibiade, quanto basta per indicare la familiarità dei rapporti tra i due. Forti erano dunque i nessi tra i due allievi di Socrate; e sulla condanna del filosofo pesò notoriamente il fatto che dalla sua scuola fossero usciti personaggi come Alcibiade e Crizia. Un frammento delle Costituzioni in versi riguarda Sparta e il modo di bere a Sparta: qui il simposio è contenuto in forme di gioia temperata, senza eccessi. Ma è soltanto uno dei casi in cui Crizia si trova ad elogiare Sparta. Le Costituzioni, che gli vengono attribuite, riguardano Atene e la Tessaglia, oltre che Sparta stessa. Egli elogia il comportamento severo e guardingo degli Spartani verso gli iloti[2]. Nel discorso che egli tiene alla boulḗ contro Teramene, la costituzione degli Spartani è definita come kallístē politeía, «la più bella delle costituzioni»; a Sparta c’è un’assoluta compattezza di comportamento all’interno del governo: quel che è approvato dalla maggioranza degli efori, è eseguito anche dalla minoranza (una regola che, ad Atene, Teramene finirà con il violare, ricorrendo a strumenti che nella democrazia sono consentiti, cioè il biasimare e l’opporsi)[3].

Teramene, che aveva contribuito all’instaurazione del nuovo regime prima e dopo la sconfitta, ne divenne presto vittima, non volendo avallarne tutti gli eccessi. Spogliato dei diritti politici e sottoposto a processo di fronte alla boulḗ, fece un’autodifesa tanto appassionata quanto inutile […]. Nella sua apologia, Teramene definisce in termini negativi la sua posizione come contraria agli estremismi nei confronti dei quali si colloca al centro: «Non sono mai stato con i dēmotikoí, o con i tyrannikoí, non sono mai stato contro i kaloí kaì agathoí (i galantuomini)»[4]. La rappresentazione che Aristotele dà della situazione politica ateniese al cap. 34 della Costituzione degli Ateniesi, quando parla di tre partiti, se pur non rende completa giustizia alle posizioni particolari, è perciò grande intuizione storica. Non c’è più la rigidità dei fronti, non c’è più il bipartitismo del pieno V secolo. Prima i contrasti (Plutarco, Pericle 11, 3) erano «venature del metallo», poi con Pericle erano divenuti «tagli profondissimi» all’interno di Atene; ora invece non c’è più l’opposizione frontale, il che cambia qualitativamente tutte le posizioni politiche. Teramene giustifica la sua posizione politica nelle vicende del 411, quando, come abbiamo visto, si era guadagnato il soprannome di «coturno». La costituzione dei Quattrocento Teramene l’aveva certo promossa, ma egli dice che l’aveva voluta proprio il popolo, per accattivarsi gli Spartani, meglio disposti a far pace con un governo oligarchico; e per questo Teramene non se ne fa carico. Nel 404 Teramene era stato il protagonista delle trattative di pace tra Atene e Sparta, ed anche allora con comportamenti che avevano avuto sempre qualcosa di ambiguo: raggiunti gli Spartani, restò presso di loro per tre mesi, pur senza avere la posizione di ambasciatore plenipotenziario; riuscì ad ottenerla dopo, quando trattò la pace, approvata dagli Ateniesi in un clima di paura e sfiducia. Poco dopo lo troviamo con i Trenta; impressionante il suo dibattito con Crizia, e il tentativo di rifugiarsi presso la eschára del bouleutḗrion (l’altare centrale della sede del consiglio), per sottrarsi alla condanna. Ma, nonostante il suo discorso faccia un’impressione positiva sui buleuti, nessuno muove un dito per lui, e soprattutto Crizia conta sull’effetto intimidatorio dei giovani che assistono con i pugnali sotto le ascelle; sembra una scena d’epoca repubblicana romana e dà invece solo l’idea del turbamento politico in corso ad Atene.

Diodoro (XIV 5) fa intervenire in suo aiuto Socrate, di cui – egli dice – Teramene era discepolo. Nelle genealogie culturali, non c’è limite alla fantasia degli antichi: Teramene sarebbe stato anche il maestro di Isocrate[5]. Si creerebbe così una linea genealogica Socrate-Teramene-Isocrate, interessante per ciò che ciascuno rappresenta in filosofia, politica, retorica; interessante anche per le assimilazioni che questa ideale genealogia istituisce, in primo luogo per il problema di Socrate e la posizione mediana, centrista, che a conti fatti si individua in lui. Del resto, per Isocrate e la sua scuola, democrazia e pátrios politeía finiscono con l’identificarsi. Quelle che erano le tre posizioni politiche vigenti ad Atene dal 404, secondo lo schema aristotelico, finiscono col dar luogo a una sostanziale ricomposizione; sicché, nel corso del IV secolo, si ha una convergenza di fatto delle posizioni che si riconducono all’idea di pátrios politeía, e persino certe istanze di parte oligarchica possono figurare sotto il connotato della democrazia. La pátrios politeía non riuscirà a diventare il nuovo modello politico; formalmente sarà la democrazia, infatti, a vincere, ma essa si adatterà (e qui si completa il processo di ricomposizione) ad assorbire tante istanze della pátrios politeía, e in tanto essa non sarà contrastata, in quanto sarà trasformata. Il processo, anche sul piano lessicale, è chiaro, se seguiamo con attenzione la storia della parola dēmokratía, che nel IV secolo si avvia a significare di nuovo «forma libera, repubblicana», a recuperare cioè quel significato generico di opposizione alla tirannide e alla monarchia, che però non oblitera mai in assoluto la possibilità di un significato più specifico[6].

Trasibulo, che nel 403 restaura la democrazia ad Atene, ha parecchi punti di merito verso il regime democratico: lo troviamo nel 411 a Samo, fra i protagonisti di quello scisma democratico, che ha avuto forti conseguenze, mentre Teramene regge, fino a un certo punto, il gioco dei Quattrocento. Nel 404 Trasibulo è esule; è fra i “grandi esuli”, che Teramene ricorda nel suo discorso di replica a Crizia, quando dice ai Trenta: «I veri traditori sono coloro che hanno fatto in modo che lasciassero la città personaggi come Trasibulo, Anito e Alcibiade[7]». Alcibiade viene ricordato una volta sola: la seconda volta Teramene parla soltanto di Trasibulo e di Anito; è possibile che questo significhi che, nel momento in cui Teramene fa il suo discorso, Alcibiade fosse già stato ucciso. La carriera di Teramene presenta mutamenti e ambiguità, che sono in molti personaggi dell’epoca. È soprattutto in ambienti oligarchici che insorge l’immagine del traditore, del «coturno», della banderuola; all’interno di quel gruppo, egli non ha rispettato le regole della solidarietà; ha consentito sempre e solo fino a un punto e, quando ha dissentito, lo ha fatto con cambiamenti di rotta, che hanno lasciato del tutto scoperti i suoi malaugurati compagni di viaggio. Bisogna riconoscergli, però, sul piano teorico, una fondamentale coerenza: ed è nel senso della pátrios politeía.

All’epoca corrono del resto diversi progetti di riforma del corpo civico. Uno è appunto quello di Teramene, che accetta, nel 411, il numero orientativo di 5000 cittadini, ma in realtà inclina verso una costituzione “oplitica”, cioè una costituzione in cui i pieni diritti siano nelle mani degli opliti (e cavalieri): restano esclusi i teti, quelli della cosiddetta democrazia marinara: teti nella funzione sociale, marinai nella funzione militare[8]. È una fortissima limitazione, anche se non persegue il numerus clausus come condizione; infatti, è solo un criterio orientativo. La posizione di Crizia può definirsi oplitica in senso stretto, anzi strettissimo, tanto è vero che neanche comprende tutti gli opliti; un grosso ruolo qui sembrano averlo i cavalieri, che si aggirano attorno ai 1000[9]. È una posizione estrema: 300, forse 4000, che sono meno dei 9000 che, largheggiando, costituiscono il corpo degli opliti di Teramene. Formisio è uno degli esuli rientrati dal Pireo. Anch’egli è un riformatore, in senso riduttivo, del corpo civico: la cittadinanza non spetta a tutti, bensì solo a coloro che posseggono terra in Attica[10]. Se fosse stato approvato il suo decreto, ben 5000 degli Ateniesi sarebbero stati privati dei diritti politici, forse su 30000 (alcuni studiosi sospettano dati più bassi, tenuto conto delle perdite di guerra). Il criterio di Formisio è diverso da quello di Teramene e di Crizia, è dichiaratamente economico, sembra più largo di quello puramente oplitico, e comporta un’esclusione abbastanza limitata.

Neanche questo progetto passerà. Di fatto, la democrazia restaurata di Trasibulo, da Archino, da Anito, si presenta formalmente come un ritorno alla vecchia costituzione. In realtà molte cose cambiano. Ci sono modifiche nei meccanismi legislativi di controllo, oltre che cambiamenti nella distribuzione della ricchezza, che finiscono con l’assorbire le istanze di cui si erano fatti portatori altri gruppi politici. Ma i progetti pullulano, ed è un brulichio di posizioni, da Formisio ad Anito, a Clitofonte, a Teramene, personaggi tutti di quel gruppo che viene ricordato da Aristotele come il campo dei fautori della pátrios politeía. Si vede come ciò che dice Aristotele sia vero in senso lato e non vero per quanto riguarda le differenze. È un raggruppamento politico, con molte sfumature al suo interno. Clitofonte è un personaggio poco noto, però personaggio di dialoghi platonici (ce n’è uno intitolato a lui; egli compare anche nella Repubblica in connessione con il sofista Trasimaco). Clitofonte è, nel 411, l’autore di un emendamento famoso al decreto di Pitodoro, che nel 411 istituiva una commissione di 30 probuli (completando così la vecchia commissione di 10), sopra i quarant’anni, che dovevano redigere una costituzione. Sono trenta costituenti per la salvezza della città. Veniva consentito, a chiunque lo volesse, proporre integrazioni, perché da tutto si scegliesse il “meglio” politico. Clitofonte fa un emendamento, nella forma tipica per i decreti conservati in epigrafi: «Il resto, come lo ha detto Pitodoro; poi bisogna in aggiunta cercare delle leggi patrie, che Clistene pose quando istituì la democrazia, perché sentite queste decidessero per il meglio, in quanto la costituzione di Clistene non era popolare, ma vicina a quella di Solone». Opera, in sostanza, l’idea di una cernita all’interno dei nómoi; bisognava scegliere quelli che, fra i più recenti, somigliavano maggiormente alla legislazione di Solone. La ricerca delle tradizioni ha dunque questo senso: ricercare e valorizzare le norme tradizionali che si sono conservate fino a un certo periodo (a esclusione della democrazia radicale di Efialte e di Pericle). Non si esclude tutta la vicenda della democrazia, ma solo una parte di essa, operando una cernita all’interno delle strutture costituzionali e legislative, in quanto le leggi sono concepite come un fascio che si è troppo ingrossato, e di cui solo il filo risalente alle fasi più lontane viene conservato (cfr. Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29, 3).

Nell’emendamento di Clitofonte si parla di pátrioi nómoi, cioè di «leggi patrie»; nel 404 si parlerà con certezza di pátrios politeía. C’è differenza? Alla lettera una gran differenza non c’è. Finley considera alcuni momenti della storia politica anglo-sassone e americana e il senso che ha in essa il richiamo alla “costituzione degli antenati”, cioè al valore costitutivo passato; la trasformazione politica non si può proporre, se non operando su modelli[11]. Qualcosa di più e di diverso bisogna dire però sul mondo greco. Certo, pátrioi nómoi non significa «leggi specifiche», di contro a una pátrios politeía che indicherebbe le «leggi di livello costituzionale». Per questo aspetto non si può distinguere; ma è tutto il contesto delle due esposizioni che va rimeditato. Noi vediamo che i pátrioi nómoi, nell’emendamento di Clitofonte, appaiono come un correttivo, un elemento accessorio, della proposta di Pitodoro di riformare la costituzione «per la salvezza» di Atene; di fronte a un’idea generale ancora indefinita, c’è la ricerca del “meglio” politico. In concreto, per Clitofonte si tratta di recuperare le leggi poste da Clistene quando istituì la democrazia, in quanto la sua costituzione viene sentita in ambienti oligarchici come non troppo popolare, ma alquanto vicina alla costituzione di Solone. Così si pensa di garantirsi nei confronti degli affezionati alla democrazia: si tutelano quelle leggi di origine lontana, che sono state accolte, fra altre, nel fascio delle leggi della democrazia.

Nel 411, quasi ad eliminare delle degenerazioni, venivano abrogati due istituti: la graphḗ paranómōn, e i misthoí, tranne poche eccezioni. La graphḗ paranómōn è la denuncia scritta di proposte che vanno contro le leggi. I misthoí, cioè le indennità, rappresentano l’apporto della democrazia periclea[12].

Nella storia dell’idea di pátrios politeía va comunque definita la funzione di Trasimaco. Clitofonte è collegato con il sofista Trasimaco, dei cui scritti possediamo solo frammenti. Nel primo di essi – un’orazione riportata nel commendo di Dionisio a Demostene per ragioni stilistiche – Trasimaco tra l’altro afferma: «Basta per noi il tempo trascorso, e il doverci trovare in guerra, invece che in pace». Noi non sappiamo esattamente che cosa sia questa guerra. Non è del tutto chiaro che sia un pólemos esterno (in tal caso dovrebbe essere la guerra del Peloponneso, perciò il testo andrebbe datato prima del 404); poco dopo si fa riferimento a ostilità reciproche e a conflitti (tarachaí), a cui si è arrivati, invece che alla concordia (homónoia). Il frammento di Trasimaco si potrà pur collocare nel 411, con il suo riferimento a un dibattito in corso sull’idea di pátrios politeía; ma è escluso che l’espressione sia testimonianza di un dibattito in corso del 404[13]. Ma perché costituzione “patria”? Dei “padri”, nel senso della generazione precedente? O dei “padri” intesi in generale, come antenati? Se pensiamo che la linea divisoria della storia della democrazia è il 461, ebbene, nel 411, o nel 404/3, si poteva realmente usare l’espressione “costituzione patria”, per risalire al di là del periodo efialteo-pericleo, e pur tuttavia riferirsi ai propri genitori. Un uomo di cinquant’anni, nato circa il 461 o il 454, può riferirsi effettivamente ai suoi “genitori”, quando ha in mente l’epoca anteriore alla riforma di Efialte.

Nel 404 l’idea aveva la funzione di mettere un freno al popolo. Il quadro aristotelico (Costituzione degli Ateniesi, 34, 3) è più articolato, nel distinguere tra un’oligarchia estrema, rappresentata dalle eterie, una democrazia tradizionale, che è quella di Trasibulo (e che poi si affermerà), e la posizione mediana di coloro che ricercano la pátrios politeía. Questo dibattito è storicamente comprensibile, se si tiene presente che, a conti fatti, le posizioni contrapposte si scioglieranno nella democrazia del IV secolo; e la democrazia greca deve passare attraverso questa fase per diventare, nella concezione di un conservatore come Polibio, nel II secolo a.C., la forma positiva del regime popolare, a cui egli contrappone, come forma negativa, l’ochlokratía (dominio della massa)[14].

Teramene vuole un oplitismo costituzionalmente definito; e lo dice con chiarezza quando afferma: «Io non sono dell’avviso che sia una buona democrazia quella in cui non abbiano parte al potere gli schiavi e quelli che venderebbero la città per una dracma, e che non sia una buona oligarchia quella in cui la città non sia tiranneggiata da pochi. Sempre ho ritenuto come forma migliore quella basata su coloro che possono sostenere la città con i cavalli e con gli scudi: e non cambio idea»[15]


[1] Senofonte, Elleniche II 3, 36 (sull’attività di Crizia in Tessaglia nel discorso di Teramene). Forse è il personaggio che compare nel Crizia e nel Timeo di Platone (altri vi vede il nonno); è comunque evocato nel Carmide 161b.

[2] Con le altre politeîai in prosa (Sparta, Atene, Tessaglia, ecc.) gli è attribuita la paternità del Perì politeías che va sotto il nome di Erode Attico, importante per la descrizione della situazione delle città di Tessaglia al tempo di Archelao re di Macedonia (413-399 a.C.). L’autore del discorso esorta i Larissei, come sembra, all’alleanza con gli Spartani e alla resistenza alla Macedonia. Obiezioni sull’attribuzione alla fine del V sec. a.C. in [Erode Attico], Perì politeías, a c. di U. Albini, Firenze 1968.

[3] Sul valore decisivo del criterio della maggioranza nelle decisioni degli efori di Sparta, cfr. Senofonte, Elleniche II 3, 34 (dal discorso di Crizia contro Teramene).

[4] Senofonte, Elleniche II 3, 4749.

[5] Per la tradizione che fa di Teramene un maestro di Isocrate, cfr. Münscher, in RE IX 2, 1916, col. 2153.

[8] Vd. avanti, n. 15.

[9] Cfr. P. Cloché, La restauration démocratique à Athènes en 403 av. J.C., Paris 1915, pp. 7 sgg. (i cavalieri sono cittadini, compresi nei 3000), con argomenti non decisivi.

[10] Cfr. Dionisio d’Alicarnasso, De Lysia 32. Sulla cifra di 9000 a cui di fatto si arrivò, cfr. Lisia, XX 13 (Per Polistrato).

[13] Cfr. Sofisti. Testimonianze e frammenti III, a cura di M. Untersteiner, Firenze 1954, pp. 3 sgg., in part. fr. 1 (Perì politeías).

[14] Polibio, VI 4, 6; 57, 9 (a 9, 7 cheirokratía, dominio delle mani, probabilmente).

«Questo tipo di costituzione io non approvo»

di Pseudo-Senofonte, Costituzione degli Ateniesi, I 1-3

 

Bassorilievo. Trireme con nove rematori. Da Atene, 420-410 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Bassorilievo. Trireme con nove rematori. Da Atene, 420-410 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

«Περὶ δὲ τῆς Ἀθηναίων πολιτείας, ὅτι μὲν εἵλοντο τοῦτον τὸν τρόπον τῆς πολιτείας οὐκ ἐπαινῶ διὰ τόδε, ὅτι ταῦθ᾽ ἑλόμενοι εἵλοντο τοὺς πονηροὺς ἄμεινον πράττειν ἢ τοὺς χρηστούς· διὰ μὲν οὖν τοῦτο οὐκ ἐπαινῶ. ἐπεὶ δὲ ταῦτα ἔδοξεν οὕτως αὐτοῖς, ὡς εὖ διασῴζονται τὴν πολιτείαν καὶ τἆλλα διαπράττονται ἃ δοκοῦσιν ἁμαρτάνειν τοῖς ἄλλοις Ἕλλησι, τοῦτ᾽ ἀποδείξω. [2] πρῶτον μὲν οὖν τοῦτο ἐρῶ, ὅτι δικαίως <δοκοῦσιν> αὐτόθι [καὶ] οἱ πένητες καὶ ὁ δῆμος πλέον ἔχειν τῶν γενναίων καὶ τῶν πλουσίων διὰ τόδε, ὅτι ὁ δῆμός ἐστιν ὁ ἐλαύνων τὰς ναῦς καὶ ὁ τὴν δύναμιν περιτιθεὶς τῇ πόλει, καὶ οἱ κυβερνῆται καὶ οἱ κελευσταὶ καὶ οἱ πεντηκόνταρχοι καὶ οἱ πρῳρᾶται καὶ οἱ ναυπηγοί, —οὗτοί εἰσιν οἱ τὴν δύναμιν περιτιθέντες τῇ πόλει πολὺ μᾶλλον ἢ οἱ ὁπλῖται καὶ οἱ γενναῖοι καὶ οἱ χρηστοί. ἐπειδὴ οὖν ταῦτα οὕτως ἔχει, δοκεῖ δίκαιον εἶναι πᾶσι τῶν ἀρχῶν μετεῖναι ἔν τε τῷ κλήρῳ καὶ ἐν τῇ χειροτονίᾳ, καὶ λέγειν ἐξεῖναι τῷ βουλομένῳ τῶν πολιτῶν. [3] ἔπειτα ὁπόσαι μὲν σωτηρίαν φέρουσι τῶν ἀρχῶν χρησταὶ οὖσαι καὶ μὴ χρησταὶ κίνδυνον τῷ δήμῳ ἅπαντι, τούτων μὲν τῶν ἀρχῶν οὐδὲν δεῖται ὁ δῆμος μετεῖναι· —οὔτε τῶν στρατηγιῶν κλήρῳ οἴονταί σφισι χρῆναι μετεῖναι οὔτε τῶν ἱππαρχιῶν· —γιγνώσκει γὰρ ὁ δῆμος ὅτι πλείω ὠφελεῖται ἐν τῷ μὴ αὐτὸς ἄρχειν ταύτας τὰς ἀρχάς, ἀλλ᾽ ἐᾶν τοὺς δυνατωτάτους ἄρχειν· ὁπόσαι δ᾽ εἰσὶν ἀρχαὶ μισθοφορίας ἕνεκα καὶ ὠφελείας εἰς τὸν οἶκον, ταύτας ζητεῖ ὁ δῆμος ἄρχειν».

«La costituzione degli Ateniesi, cioè la loro scelta di questo tipo di costituzione, io non l’approvo (ouk epainō), perché con essa hanno scelto (eílonto) che i cattivi (ponēroì) stiano meglio dei buoni (chrēstoí): per questo dunque non l’approvo. Ma poiché hanno deciso così, dimostrerò come in tutto e nel modo dovuto essi difendano la loro costituzione e facciano tutte quelle altre cose, che al resto dei Greci sembrano sbagliate. [2] Per prima cosa dunque dirò questo: che giustamente qui i cattivi e i poveri (pénētes) e il popolo (dēmos) ritengono di avere di più dei nobili (gennaíoi) e dei ricchi (plousíoi) per la ragione che è il popolo che fa andare le navi e conferisce la potenza alla città – i nocchieri, i celeusti, i pentecontarchi, i proreti e i carpentieri: costoro sono quelli che conferiscono la potenza alla città molto più degli opliti, dei nobili e dei buoni. Poiché dunque le cose stanno così, sembra loro giusto che tutti accedano alle cariche pubbliche (archaí), sia per sorteggio (klḗrōi) sia per elezione (cheirotoníai) e che sia data la facoltà di parlare a qualunque cittadino lo voglia. Il popolo tuttavia non chiede affatto di partecipare a quelle cariche che, esercitate bene portano salvezza a tutto il popolo ed esercitate male lo mettono in pericolo: né alle strategie ritengono di dover partecipare per sorteggio, né alle ipparchie. Il popolo infatti sa che gli è più vantaggioso non esercitarle lui queste cariche, ma lasciare che le esercitino quelli che ne hanno più degli altri la capacità. Ma sono le cariche che comportano un’indennità (misthophoría) e dei vantaggi privati (ōpheleía eis tòn oîkon), quelle a cui il popolo aspira».

Atena istituisce l’Areopago

di M.P. Pattoni (cur.), Eschilo, Eumenidi, in V. Di Benedetto, Eschilo, Orestea, Milano 2010, pp. 526-529. Introd. di I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca. 2a. Il Teatro, Firenze 2004, p. 119 sgg.

Statua della cosiddetta «Atena Farnese». Copia romana dall’originale di Pirro, della scuola fidiaca, V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Statua della cosiddetta «Atena Farnese». Copia romana dall’originale di Pirro, della scuola fidiaca, V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Dopo che Oreste, compiuto il matricidio, si è recato presso il tempio di Delfi a implorare la protezione di Apollo contro la persecuzione delle Erinni, il dio, riconoscendosi in parte responsabile del comportamento del giovane, lo invia ad Atene, garantendogli che Pallade Atena, patrona della città, farà in modo che egli sia definitivamente assolto dalla sua colpa e liberato per sempre dalla persecuzione delle Erinni. Atena accoglie benevolmente il supplice e, dopo aver ascoltato le giustificazioni di Oreste e le rabbiose accuse delle Erinni che temono di vedersi sfuggire colui che considerano una vittima a loro consacrata, la figlia di Zeus decide di istituire un nuovo organo giudiziario super partes, l’Areopago, al quale spetterà anche in futuro il compito di giudicare i casi di omicidio fra consanguinei.

(Eschilo, Eumenidi, 681-710)

 

       κλύοιτ᾽ ἂν ἤδη θεσμόν, Ἀττικὸς λεώς,

πρώτας δίκας κρίνοντες αἵματος χυτοῦ.

ἔσται δὲ καὶ τὸ λοιπὸν Αἰγέως στρατῷ

αἰεὶ δικαστῶν τοῦτο βουλευτήριον.

685 πάγον δ᾽ Ἄρειον τόνδ᾽, Ἀμαζόνων ἕδραν

σκηνάς θ᾽, ὅτ᾽ ἦλθον Θησέως κατὰ φθόνον

στρατηλατοῦσαι, καὶ πόλιν νεόπτολιν

τήνδ᾽ ὑψίπυργον ἀντεπύργωσαν τότε,

Ἄρει δ᾽ ἔθυον, ἔνθεν ἔστ᾽ ἐπώνυμος

690 πέτρα, πάγος τ᾽ Ἄρειος· ἐν δὲ τῷ σέβας

ἀστῶν φόβος τε ξυγγενὴς τὸ μὴ ἀδικεῖν

σχήσει τό τ᾽ ἦμαρ καὶ κατ᾽ εὐφρόνην ὁμῶς,

αὐτῶν πολιτῶν μὴ ‘πιχραινόντων νόμους

κακαῖς ἐπιρροαῖσι· βορβόρῳ δ᾽ ὕδωρ

695 λαμπρὸν μιαίνων οὔποθ᾽ εὑρήσεις ποτόν.

τὸ μήτ᾽ ἄναρχον μήτε δεσποτούμενον

ἀστοῖς περιστέλλουσι βουλεύω σέβειν,

καὶ μὴ τὸ δεινὸν πᾶν πόλεως ἔξω βαλεῖν.

τίς γὰρ δεδοικὼς μηδὲν ἔνδικος βροτῶν;

700 τοιόνδε τοι ταρβοῦντες ἐνδίκως σέβας

ἔρυμά τε χώρας καὶ πόλεως σωτήριον

ἔχοιτ᾽ ἄν, οἷον οὔτις ἀνθρώπων ἔχει,

οὔτ᾽ ἐν Σκύθῃσιν οὔτε Πέλοπος ἐν τόποις.

κερδῶν ἄθικτον τοῦτο βουλευτήριον,

705 αἰδοῖον, ὀξύθυμον, εὑδόντων ὕπερ

ἐγρηγορὸς φρούρημα γῆς καθίσταμαι.

ταύτην μὲν ἐξέτειν᾽ ἐμοῖς παραίνεσιν

ἀστοῖσιν εἰς τὸ λοιπόν: ὀρθοῦσθαι δὲ χρὴ

καὶ ψῆφον αἴρειν καὶ διαγνῶναι δίκην

710 αἰδουμένους τὸν ὅρκον. εἴρηται λόγος.

Udite ora questo mio decreto, o popolo dell’Attica,

nel momento in cui emettete la prima sentenza

per il sangue versato. Anche negli anni a venire resterà

per sempre al popolo di Egeo questo consesso di giudici.

685 E questo colle di Ares[1], sede e campo

delle Amazzoni, quando giunsero armate per odio

contro Teseo, e in quel tempo contrapposero

alla cittadella[2] questa nuova cittadella munita di

alte torri, e facevano sacrifici ad Ares, donde ha ricevuto

690 il proprio nome questa rupe e colle di Ares[3] – in esso

la reverenza dei cittadini e la paura, sua consanguinea,

li tratterranno, di giorno e di notte in egual modo,

dal commettere ingiustizia, purché gli stessi cittadini

non innovino le leggi: se contamini dell’acqua limpida

695 con torbide correnti e fango, non la troverai mai

più bevibile. Ciò che non è né privo di comando

né sottoposto a dispotismo questo io consiglio

ai cittadini di curare e riverire, e di non espellere

dalla città tutto ciò che è pauroso: chi degli uomini infatti

700 è giusto se nulla teme? Se voi rispetterete

secondo giustizia questo venerando istituto, disporrete

di un baluardo che salva il territorio e la città,

quale nessuna gente umana possiede, né tra gli Sciti

né nelle terre di Pelope[4]. Incorruttibile al lucro, degno di

705 reverenza, inflessibile d’animo, vigile scolta del paese

a difesa di chi dorma: questo è il consesso che

io istituisco. Tale lunga parentesi ho pronunciato

ai miei cittadini per l’avvenire. Ma ora

è necessario alzarsi a deporre il voto e definire questa

710 causa, rispettando il giuramento. E quanto ho detto basti.

 

Nella prima parte del brano, Eschilo fornisce l’etimologia del nome del più rispettato e temuto organo giudiziario ateniese, emblema dell’antica aristocrazia di sangue: secondo il poeta, esso derivava dalla collina (págos) sacra ad Ares, sulla quale i membri dell’antico tribunale, formato dagli arconti usciti di carica, si radunavano in occasione dei processi. In epoche precedenti, quando il legame della stirpe rappresentava l’ordinamento di base della società arcaica, l’omicidio era considerato un’offesa la cui vendetta spettava ai congiunti della vittima; ma in questo modo, poiché ogni delitto era necessariamente seguito da una vendetta, secondo la legge del «sangue chiama sangue», si dava l’avvio ad un processo inarrestabile, destinato a concludersi, in casi estremi, con l’annullamento della stirpe stessa, secondo la possibilità che Eschilo stesso aveva considerato nei Sette contro Tebe. Grazie all’istituzione dell’Areopago, il criterio della giustizia si sostituì a quello della vendetta e l’omicidio fu considerato una trasgressione delle leggi cittadine; in questo modo, la catena dei delitti poteva essere interrotta e l’omicida, una volta giudicato dal tribunale dell’Areopago, poteva essere condannato a morte o assolto in via definitiva. In quest’ultimo caso, egli veniva reinserito nel contesto sociale secondo le prescrizioni di una casta sacerdotale aristocratica, gli exēgétai, scelti fra gli Eupatridi e posti sotto la protezione di Apollo. Quanto alle Erinni, furono identificate con le Semnaí, in nome delle quali si giurava prima del giudizio, conciliando in questo modo il nuovo ordine con il vecchio e garantendo all’ordinamento civico una connotazione religiosa, oltre che una durevole stabilità.

Autore ignoto. Statua della cosiddetta «Atena di Mirone» (dettaglio del busto). Copia romana in marmo da un originale greco in bronzo, 450 a.C. ca. Liebieghaus, Frankfurt am Main.

Autore ignoto. Statua della cosiddetta «Atena di Mirone» (dettaglio del busto). Copia romana in marmo da un originale greco in bronzo, 450 a.C. ca. Liebieghaus, Frankfurt am Main.

Oltre a fornirci notizie sull’origine dell’Areopago, il brano preso in esame dimostra in modo assai significativo l’importanza del tema politico nella tragedia greca e particolarmente in quella eschilea, sempre fortemente collegata alla realtà storica di Atene. L’Orestea fu composta e rappresentata da Eschilo nel 459/58 a.C., un periodo in cui Atene dovette affrontare gravi tensioni, sia nella politica interna che in quella estera. Erano gli anni in cui si veniva delineando in maniera sempre più netta il contrasto con Sparta, accompagnato da dimostrazioni di simpatia verso Argo, ben nota per il suo atteggiamento anti-lacedemone. Eschilo mostrò di condividerlo, tanto che spostò perfino la residenza di Agamennone e del suo génos da Micene, tradizionale sede della stirpe dei Tantalidi, alla capitale dell’Argolide (Agamennone, 810). Contemporaneamente, all’interno di Atene, la nuova distribuzione del potere fra le classi sociali dette luogo a una serie di riforme, la più significativa delle quali fu quella di Efialte (462/61 a.C.), rivolta appunto contro l’Areopago, organo di formazione esclusivamente aristocratica, che fu privato di molte delle sue antiche prerogative[5], suddivise poi fra la boulḗ dei Cinquecento, l’ecclēsía e il tribunale dell’Eliea, strutture statali di impronta fortemente democratica. Le reazioni degli oligarchi non si fecero attendere e il partito conservatore, che aveva il suo massimo esponente in Cimone, nel 461 a.C. reagì con la violenza; come racconta Plutarco (Vita di Pericle, 10), Efialte fu assassinato e Atene giunse sull’orlo di una guerra civile[6]. Per parte sua, Eschilo non rimase insensibile all’inquietudine politica della città e non mancò di trasmettere al pubblico un messaggio moderato e pacificatore, sostenuto come sempre da un profondo sentimento religioso. Le sue intenzioni traspaiono dalle parole di Atena, la protettrice per eccellenza della città e del popolo ateniese, pronunciate nel momento in cui la dea trasforma l’Areopago da tribunale di dèi (il primo processo giudicato da questo tribunale era stato intentato da Poseidone contro Ares, colpevole di aver ucciso Alirrotio, figlio del dio del mare) in un consesso di cittadini ateniesi phónōn dikastaí, «giudici di omicidi», senza fare accenno ad altri eventuali poteri, politici o di diversa natura. Sappiamo infatti che Efialte aveva lasciato all’Areopago quest’unica funzione, sufficiente tuttavia, agli occhi di Eschilo, a conservare pienamente la dignità dell’antico tribunale; anzi, il poeta intese, con i suoi versi, farlo oggetto di una specie di investitura divina, che ne confermava la veneranda origine e il rispetto che gli era dovuto. A questo proposito, Eschilo non mancò di sottolineare, attraverso la divina autorità dei consigli di Atena, la sua ottica politica di democratico moderato: anche in uno Stato in rapida evoluzione, il poeta avvertì la necessità che permanesse nel cuore dei cittadini la fedeltà alle leggi, che non dovevano essere sconsideratamente mutate (vv. 690-695), accompagnata da un salutare «timore» (phóbos), in assenza del quale egli temeva che il lato trasgressivo della natura umana potesse prendere il sopravvento e provocare la rovina dello Stato, distruggendo con la guerra civile ogni possibilità di quella pacifica vita associata, che egli considerava il più armonioso esempio di equilibrio fra anarchia e dispotismo (v. 696).

Fermamente persuaso che l’uomo potesse essere indotto alla saggezza ed alla disciplina solo attraverso la costrizione, il poeta si augurava che l’aggressività dei suoi concittadini non trovasse sfogo nella distruttiva guerra civile, ma in un conflitto contro nemici esterni, dal quale la città potesse uscire più forte e più gloriosa, come aveva fatto al tempo delle guerre persiane, e come stava facendo proprio in quegli anni, per la conquista delle miniere aurifere del Pangeo, in Tracia. Se Atene avesse fatto suo questo «ricco parto della terra», la città avrebbe avuto a disposizione una nuova fonte di prosperità e il benessere dei cittadini sarebbe aumentato, a vantaggio soprattutto dei meno abbienti, che era così facile spingere alla rivolta, facendo leva sulla loro miseria. Tuttavia, in queste parole appare evidente anche il limite del pensiero politico di Eschilo; il poeta infatti esprimeva ancora gli ideali politici e civili della classe dirigente che era stata al potere durante le guerre persiane, nel periodo della sua giovinezza. Giunto ad un’età più matura e consapevole di vivere in un’età di crisi, egli volle consigliare ai suoi concittadini il mezzo per superarla, ma lo fece ispirandosi a un grande passato, piuttosto che a un futuro che lo lasciava perplesso.


[1] Probabilmente il testo del v. 685 è corretto (a differenza di quanto crede Page), con l’”etimologizzazione” del termine «Areopago» (= «colle di Ares»). Si ha pertanto un anacoluto, agevolato dal fatto che il discorso dei versi seguenti si sviluppa sino alla menzione di nuovo – al v. 690 – del «colle di Ares».

[2] Al v. 687 in luogo del tràdito pólin, accolto da Page, leggo pólei (Orelli).

[3] Le Amazzoni, indignate per il rapimento della loro regina (Antiope o Ippolita) ad opera di Teseo, re di Atene, attaccarono la città, accampandosi di fronte all’acropoli, sul colle di Ares, ma ne furono poi scacciate. Cfr. Erodoto, IX 27, 4 e Diodoro, IV 28, 1.

[4] Tanto gli Sciti (cfr. Eschilo, fr. 198 R.) quanto gli Spartani (Erodoto, I 65-66; Tucidide, I 18, 1; Senofonte, Costituzione di Sparta, passim) erano celebri per la loro eunomía. Pelope, figlio di Tantalo e antenato degli Atridi, è l’eroe eponimo del Peloponneso.

[5] La riforma sottrasse all’Areopago tutte quelle competenze «aggiunte» (epítheta) che il consesso aveva accumulato nel tempo in materia di controllo della vita politica e costituzionale e che gli consentivano di essere, come riporta Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25 2), «guardiano della cittadinanza» (politeías phylakḗ).

[6] Sul suo assassinio circolano le più diverse versioni, compresa quella che sarebbe stato fatto uccidere da Pericle; Aristotele (Costituzione degli Ateniesi, 25 5) attribuisce l’assassinio a un tale Aristodico di Tanagra; con ogni probabilità, si trattava di una congiura ordita dagli oligarchici, o comunque da suoi avversari politici – la stessa cui allude Tucidide (I 107, 4; 6) all’epoca della battaglia di Tanagra. In ogni caso, l’eliminazione di Efialte non poté arrestare il processo di evoluzione democratica innescato dalla riforma.