Le fonti numismatiche

di A. Garzetti, Introduzione alla storia romana, con un’appendice di esercitazioni epigrafiche, Milano 1995 (7^ ed.), pp. 106-115.

 

L’importanza delle monete come fonte storica riguarda non solo il campo economico, ma anche quello politico. Ciò è particolarmente vero per le monete antiche, nelle quali si teneva conto di altri elementi e scopi oltre a quello puramente economico di garantire con un marchio ufficiale il valore del mezzo di scambio. La monetazione dell’impero romano, con la sua grande abbondanza e varietà di emissioni, è un chiaro esempio di questa duplice quantità di testimonianza. Dalle monete antiche ricaviamo dunque, oltre che l’informazione tecnica e artistica connessa col lato formale di questo tipo di monumento (sistemi di fusione o di coniazione; metalli e leghe; qualità artistica dell’esecuzione; ritrattistica ecc.) una testimonianza economico-finanziaria, ed una politica.

 

Tesoretto di Bredon Hill. Radiati, argento, 244-282 d.C. ca. da Bredon Hill (Worcestershire). Worcester City Art Gallery & Museum.

 

Vedendo nella moneta il mezzo di scambio, lo storico trarrà da essa tutto quanto è possibile sapere in tale campo economico-finanziario: qualità e modalità di emissione, vari piedi monetari e rapporti fra essi, diffusione in estensione geografica e in volume delle varie monete ecc. E si potranno notare da questo punto di vista, limitandoci alla monetazione romana, il ritardo dei Romani nell’accogliere la moneta; lo strano dualismo monetario del IV-III sec. a.C., con le rozze monete di bronzo fuse (l’as del peso di 273 gr.), a Roma, accanto alla monetazione argentea emessa da Capua per conto di Roma; l’adeguamento alla monetazione greca (denarius = drachma); la monetazione aurea cominciata pure in Campania su piccola scala e rimasta sempre secondaria sotto la repubblica; le successive modificazioni nelle unità e nelle leghe; la varietà di emissioni provinciali specialmente in Oriente; la pluralità delle zecche; l’inflazione del III secolo; la restaurazione costantiniana col solidus d’oro, e molti altri fenomeni; mentre i depositi di monete trovati nei più lontani paesi, anche fuori del territorio dell’antico impero, testimoniano della diffusione del commercio e dell’autorità sui mercati della moneta romana.

 

S.P.Q.R., Asse, Roma, 225-217 a.C. ca. Æ 228, 05 gr. Recto: Testa di Giano barbata.

La testimonianza politica comincia col fatto stesso che la coniazione è espressione di sovranità o almeno di autonomia. Solo un’autorità statale può decretare che si batta moneta; se l’autorità è monarchica, oltre che preferire l’oro per una coniazione, in certo senso, di prestigio, di monete largamente diffuse e accettate (ad es. i darici persiani e i filippici macedoni), pone la propria effigie sul recto della moneta; così fecero i sovrani ellenistici e a Roma, per primo, Cesare dittatore. Durante la guerra sociale del 90-89 a.C. gli alleati italici ribellatisi a Roma manifestarono la loro indipendenza e sovranità anche con larghe emissioni di monete. Gli stessi magistrati romani investiti di comando militare, specialmente a partire dall’epoca di Silla, si ritennero autorizzati in virtù del loro imperium a battere moneta per le necessità dell’esercito, specialmente d’oro: abbiamo così emissioni di Silla, di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano ecc., documenti diretti di storia politica, d’inestimabile valore. Da questa monetazione militare dei generali, derivò la moneta imperiale; infatti durante l’impero l’imperatore coniò l’oro e l’argento, e il senato coniò il bronzo, mentre i governatori delle province senatorie continuarono pure a battere moneta: sempre, naturalmente, con l’effigie dell’imperatore. Le emissioni erano frequenti, e sulle monete figurava la titolatura imperiale, compresi i consolari, le salutazioni imperatorie e le tribuniciae potestates (nella zecca di Alessandria anche gli anni secondo il calendario egiziano), mentre sul verso figuravano simboli e leggende connessi con fatti storici o provvedimenti presi: indizi preziosi per la storia e per la cronologia, anche se bisogna fare attenzione al motivo propagandistico largamente sfruttato nelle monete (un’analogia si potrebbe trovare con i moderni francobolli).

 

M. Nonio Sufena. Denario, Roma, 57 a.C. AR 3, 75 gr. Verso: Roma su spolia opima, incoronata da Vittoria (Pr.[L] – VP.F; Sex. Noni, in exergo).

Q. Cecilio Metello Pio. Denario, Italia settentrionale, 81 a.C. AR 3, 54 gr. Verso: Brocca e lituo con leggenda imper(atori) iscritti in una corona d’alloro

 

La moneta antica era in realtà un formidabile mezzo di propaganda. Già nel periodo repubblicano i magistrati addetti alla zecca ponevano sulle monete, col proprio nome, figurazioni tratte dalle tradizioni della propria famiglia. Per l’impero basterebbe scorrere un elenco di leggende, per trovare nelle personificazioni divine di concetti astratti e nelle espressioni simboleggianti una realtà vera o da imporre come vera le tracce di una pertinace linea propagandistica. Spigolando, a titolo di esempio, dalle emissioni di Caro, Carino e Numeriano raccolte in appendice al libro di P. Meloni su questi imperatori (Cagliari 1948, p. 202 sgg.) troviamo: ABVNDANTIA AVG., AEQVITAS AVG., CLEMENTIA TEMPORVM, FELICITAS PVBLICA, FORTVNA REDVX, INDVLGENTIA AVG., PAX AETERNA, PIETAS AVG., PROVIDENTIA AVG., PVDICITIA AVG., SAECVLI FELICITAS, SALVS PVBLICA, SECVRITAS PVBLICA, VNDIQVE VICTORES, VICTORIA AVG., VIRTVS AVG. ecc., cioè un litaniare di proclamazioni di felicità, probabilmente «felicità per decreto» (cfr. l’episodio di Plut. Caes. 59, 6).

 

M. Aurelio Caro. Antoniniano, Ticinum, 282-283 d.C. AR 4, 25 gr. Verso: Virtus stante verso destra, con lancia e scudo; in leggenda: Virtu-s Aug(usti).

M. Aurelio Carino. Antoniniano, Roma 283-285 d.C. AR-Æ 3, 59 gr. Verso: Fides stante verso sinistra con due labari; in leggenda: Fides militum; in exergo, la sigla KAE.

 

 

Tuttavia queste leggende, anche se amplificate, sono certamente occasionate da fatti che noi possiamo ritenere come più o meno acquisiti alla storia a seconda dell’esistenza o meno, per essi, di fonti parallele. Quando leggiamo su una moneta la leggenda CONCORDIA EXERCITVVM attorno al simbolo di due mani che s’intrecciano, possiamo pensare a malumori rientrati di gruppi di legioni; la leggenda di una moneta di Nerva FISCI IVDAICI CALVMNIA SVBLATA allude alla abolizione da parte di Nerva di un’odiosa imposta sugli Ebrei stabilita da Domiziano, e conferma quello che sappiamo d’altra parte sulla larghezza d’idee e di propositi del vecchio imperatore; e le cure dello stesso per gli Italici sono confermate da un’altra leggenda, VEHICVLATIONE ITALIAE REMISSA, alludente all’esenzione concessa a coloro che abitavano lungo le grandi vie consolari dell’obbligo di fornire il necessario al cursus publicus, cioè al servizio dei corrieri di stato; rifornimento che venne assunto direttamente dall’amministrazione statale.

 

M. Cocceio Nerva. Denario, Roma 96 d.C. AR 3, 28 gr. Verso: Coniunctio dextrarum davanti a un’insegna legionaria issata sulla prora di una nave. L’immagine è iscritta in una leggenda, che recita: Concordia exercituum.

 

M. Cocceio Nerva. Sesterzio, Roma 96 d.C. Æ 27, 19 gr. Verso: La palma, simbolo della Provincia di Syria-Palaestina; intorno corre la leggenda Fisci Iudaici – calumnia sublata; nel campo sinistro S(enatus) e in quello destro C(onsulto).

 

Vi sono poi monete esplicitamente commemorative, i cosiddetti medaglioni, come quelli coniati da Antonino Pio per il IX centenario della fondazione di Roma: vere monete aventi corso normale, come multiple di tipi correnti; talvolta, sempre per speciali motivi propagandistici, alcuni imperatori ritennero di «restaurare» monete dei loro predecessori. Fra i pezzi di propaganda rientrerebbero, secondo la spiegazione di Andreas Alföldi (Die Kontorniaten, Budapest 1943), anche i cosiddetti contorniati, monete con un bordo e varie figurazioni, apparse nella seconda metà del IV sec. e al principio del V, ma non come mezzi di scambio. Essi sarebbero gettoni per spettacoli, che l’aristocrazia ancora pagana di Roma (siamo ai tempi di Simmaco e della contesa per l’ara della Vittoria nella curia) distribuiva come mezzo di propaganda, per richiamare con le raffigurazioni delle divinità e dei personaggi della storia di Roma, al culto della vecchia religione e delle antiche glorie. Si danno anche altre spiegazioni (S. Mazzarino, in «Enc. Arte Class.», II, 1959, pp. 784-791).

 

Antonino Pio. Aureo, Roma, 147 d.C. AV 7, 13 gr. Verso: Enea in fuga con Anchise sulle spalle, tenendo il piccolo Ascanio per mano. Intorno, la leggenda: Tr(ibunicia) Pot(estas) – Co(n)s(ul) III.

 

Del resto le monete sono preziose per la storia della religione, specialmente come la più sicura fonte ufficiale per i culti sanzionati dallo Stato. Le monete imperiali diffusero la conoscenza delle personificazioni caratteristiche della mentalità religiosa romana, quali la Fides, l’Aequitas, la Spes, l’Honos e la Virtus (personificazioni di cui si meravigliava il greco Plutarco, Quaest. Rom. 13), e viceversa ci danno testimonianza dell’atteggiamento degli imperatori di fronte ai culti non romani, specialmente orientali, dal culto isiaco che appare sulle monete di Vespasiano, il quale appunto in Egitto aveva avuto la prima acclamazione imperatoria, a quello del Sol Invictus di Aureliano, e alla apparizione del monogramma di Cristo sulle monete di Costantino. Si tratta insomma di una documentazione che ha in tutto il suo complesso il carattere dell’ufficialità, e a ragione la critica storica più recente rivolte ad essa particolare attenzione. Vedasi ciò che dice H. Mattingly, uno dei maggiori specialisti, in Cambridge Ancient History (CAH), XII, 1939, pp. 713-720.

T. Flavio Vespasiano. Diobolo, Alessandria, 74-75 d.C. Æ 11, 40 gr. Verso: Busto drappeggiato di Iside, voltato a destra, con basileion sulla testa.

 

L. Domizio Aureliano. Antoniniano, Serdica, inizi 274 d.C. Æ-AR 3, 31 gr. Verso: Sol, radiato, stante, verso sinistra; regge nella mano sinistra un globo e la destra è alzata sopra un prigioniero ai suoi piedi; in leggenda: Oriens Aug(usti).

 

Anche per le monete, come per i papiri, non esiste un corpus. Ne fu iniziato uno dietro suggerimento del Mommsen (Corpus nummorum) e sotto il patronato dell’Accademia di Prussia, ma esso si limitò a raccogliere le monete del Nord della Grecia (Die antiken Münzen Nord-Griechenlands, 1898-1935, a cura di Pick, Regling, Münzer, Strack, Gaebler ; nel 1965 si è aggiunto il volume delle monete di Perinto a cura di E. Schönert), e quelle della Misia (Die antiken Münzen Mysien, 1913, a cura di Fritze). Praticamente fermo, questo corpus è sostituito dal 1931 dalla Sylloge nummorum Graecorum iniziata dalla British Academy, e pubblicata con volumi per singole collezioni. Del resto suppliscono alla mancanza di grandi corpora i cataloghi dei musei, in primo luogo del British Museum di Londra, e per le monete romane in particolare non mancano in verità opere eccellenti, sia per classificazione che per commento. Anzitutto conserva ancora valore la grande trattazione di J. Eckhel, Doctrina numorum veterum (8 volumi, Vienna 1792-98; un 9° vol. postumo nel 1826), con la quale comincia la moderna scienza numismatica; per la moneta romana in particolare v’è la trattazione di T. Mommsen, Geschichte der römischen Münzwesens, Berlin 1860, con la traduzione francese (ampliata, e quindi la sola da adoperare) in 4 volumi di Blacas e de Witte (Paris 1865-75, Histoire de la monnaie romaine). Per le monete repubblicane le raccolte fondamentali sono: E. Babelon, Description historique et chronologique des monnaies de la République romaine (2 volumi, Paris 1885-86, con Nachträge, cioè aggiunte, di Bahrfeldt del 1897 e 1900), e il catalogo del British Museum, cioè H.A. Grüber, Coins of the Roman Republic in the British Museum (3 voll., Londra 1909); più recente M.H. Crawford, Roman Republican Coinage (RRC), Cambridge 1975, seguito ad opera dello stesso autore dall’importante trattato Coinage and Money under the Roman Republic. Italy and the Mediterranean Economy, London 1985. Per le monete imperiali: H. Cohen, Description historique des monnaies frappés sous l’empire romain (8 volumi, 2a ed., Paris 1884-1892, riprodotta anastaticamente a Lipsia nel 1930 e a Graz fra il 1955 e il 1957); inoltre il catalogo del British Museum: H. Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum (6 voll., da Augusto a Balbino e Pupieno, 1923-1930-1936-1940-1950-1962) e, fondamentale anche per il suo carattere di sistematicità e completezza, la grande opera di Mattingly – Sydenham – Sutherland – Carson, The Roman Imperial Coinage (RIC), ora completa nei suoi dieci volumi: I (1923 rist. 1984), da Augusto a Vitellio; II (1926), da Vespasiano ad Adriano; III (1930), da Antonino a Commodo; IV 1 (1936), IV 2 (1938), da Pertinace a Pupieno; IV 3 (1949), da Gordiano III a Uranius Antoninus (uno dei numerosi usurpatori, verso il 248); V 1 (1927), V 2 (1933), da Valeriano a Diocleziano; VI (1967), da Diocleziano alla morte di Massimino; VII (1966), Costantino e Licinio; VIII (1981), la famiglia di Costantino (337-364); IX (1951), da Valentiniano I a Teodosio I; X (1994) da Arcadio e Onorio al 491. È stata pure iniziata a cura del British Museum e della Bibliothèque Nationale di Parigi una serie dedicata alla monetazione provinciale, Roman Provincial Coinage (RPC), di cui è uscita la prima parte in due volumi: A. Burnett – M. Amandry – P.P. Ripollès, RPC, I. From the Death of Caesar to the Death of Vitellius (44 B.C. – A.D. 69), London-Paris 1992. In Italia è stato iniziato nel 1972 a Firenze da A. Banti – L. Simonetti un Corpus Nummorum Romanorum, di cui sono usciti alcuni volumi riguardanti la monetazione repubblicana del I sec. a.C. (in ordine alfabetico delle gentes dei monetales) e la monetazione triumvirale e augustea.

Accanto a queste raccolte complete, anche per le monete vi sono delle scelte, ove sono raccolti i tipi più significativi per la storia. Tra queste: G.F. Hill, Historical Roman Coins (Londra 1909), e H. Mattingly, Roman Coins from the Earliest Times to the Fall of the Roman Empire (Londra 1927, 2a ed. 1960).

Per l’orientamento generale ci si rivolgerà ai trattati, ove sono studiati con particolare accentuazione o l’aspetto propriamente numismatico, o l’artistico, o il metrologico, o lo storico di questa categoria di materiale archeologico: tali E. Babelon, nella prima parte del I volume (Théorie et doctrine) del suo Traité des monnais grecques et romaines (4 voll., Paris 1901-1932); Head., Historia numorum (2a ed., Oxford 1911), un indispensabile repertorio di monete storiche; il nostro A. Segré, Metrologia e circolazione monetaria degli antichi (Bologna 1928), che considera soprattutto il fenomeno monetario in sé riprendendo il classico Essai sur l’organisation politique et économique de la monnaie dans l’antiquité di F. Lenormant (Paris 1863, rist. anast. Amsterdam 1970); inoltre, con carattere più pratico, Hill., A Handbook of Greek and Roman Coins (Londra 1899); gli ancora utili «Manuali Hoepli» di F. Gnecchi, Monete romane, Milano 1935 (rist. anast. 1977) e il più generale di S. Ambrosoli – F. Gnecchi, Manuale elementare di numismatica, 6a ed. Milano 1922 (rist. anast. 1975); L. Breglia, Numismatica antica. Storia e metodologia, Milano, Feltrinelli, 1964; K. Christ, Antike Numismatik. Einführung und Bibliographie, Darmstadt 1967; Ph. Grierson, Numismatics, Oxford 1975 (trad. it. di N. De Domenico, Roma 1984, nelle «Guide», 15); la sintesi di M.H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Universale Laterza 615, Bari 1982. M. Grant, Roman Imperial Money, London 1954, è importante per le deduzioni storiche circa l’impero romano. Sul particolare carattere della testimonianza storica delle monete, si vedano Th. Reinach, L’histoire par les monnaies (Paris 1902), una raccolta di saggi di numismatica applicata alla storia; L. Breglia, Possibilità e limiti del contributo numismatico alla ricerca storica, in «Annali Ist. Ital. Numism.», IV, 1957, pp. 219-223; G.G. Belloni, Significati storico-politici delle figurazioni e delle scritte delle monete da Augusto a Traiano, in ANRW, II 1, 1974, pp. 997-1144 ed ivi (II, 12, 3, 1985, pp. 89-115), del medesimo, Monete romane (repubblica e impero) in quanto opera d’artigianato e arte. Osservazioni o impostazione di problemi. L’aggiornamento è tenuto dalle riviste: la francese Revue numismatique, lo Zeitschrift für Numismatik di Berlino, la nostra Rivista Italiana di Numismatica, Milano 1888 sgg., l’inglese Numismatic Chronicle ecc.

Infine non è da dimenticare la metrologia, la scienza delle misure, che ha molti punti di contatto con la numismatica. Il manuale classico è sempre quello di F. Hultsch, Griechische und römische Metrologie, 2a ed., Berlin 1882 (rist. anast. Graz 1971).

 

 

Esempio di contributo della testimonianza numismatica alla soluzione di un problema storico

 

Soprattutto le questioni cronologiche possono essere illuminate e talora risolte dalla testimonianza delle monete.

Nell’anno 73 Domiziano ebbe da Domizia Longina un figlio. Tutto fa pensare che il piccolo non superasse l’infanzia, ma si vorrebbe determinare l’epoca della sua morte, fissando almeno un terminus ante quem. Il termine più alto di fonte letteraria è l’anno 88 (Martial. IV 3, 8). Le monete ci permettono di innalzarlo ancora.

Vediamo, dal Catalogo del Museo Britannico (Coins of the Roman Empire in the British Museum, II, 1930, a cura di H. Mattingly), le leggende di alcune monete di Domizia:

  • 311 nr. 62 (tav. 61, 6), Aureo:

r.: DOMITIA AVGVSTA IMP(eratoris) DOMIT(iani)

v.: DIVVS CAESAR IMP(eratoris) DOMITIANI F(ilius)

  • 311 nr. 63 (tav. 61, 7), Denario:

r: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda

  • 413 nr. 501 (tav. 82, 3), Sesterzio:

r.: DOMITIAE AVG(ustae) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESAR(is) MATRI S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 502, altro Sesterzio:

r.: Stessa leggenda

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 413 nr. 503 (tav. 82, 4), Dupondio:

r.: DOMITIA AVG(usta) IMP(eratoris) CAES(aris) DIVI F(ilii) DOMITIAN(i) AVG(usti)

v.: DIVI CAESARIS MATER S(enatus) C(onsulto)

  • 414, Asse:

r.: Stessa leggenda

v.: Stessa leggenda.

 

Domizia Longina. Sesterzio, Roma 82 d.C. Æ 26, 85 gr. Verso: L’Augusta Domizia è raffigurata al centro, assisa in trono, con lo scettro nella sinistra; tiene la destra levata ad indicare un fanciullo dinanzi a lei, a sinistra; la leggenda: Divi Caesar(is) Mater.

 

Domizia Longina. Denario, Roma 82-83 d.C. AR 3, 51 gr. Verso: Un bambino seduto su globo, volto a sinistra, con braccia aperte e sette stelle intorno; la leggenda: Divus Caesar imp(eratoris) Domitiani f(ilius).

 

È posto l’accento sul fatto che Domizia è la madre del piccolo Cesare divinizzato (quindi morto). Come madre del piccolo dio Domizia stessa appare in foggia divina, con gli attributi di Cerere, della Concordia Augusta, della Pietas Augusta. Ma a noi importa specialmente che queste monete siano databili. Purtroppo non lo sono con assoluta precisione, perché manca per Domiziano l’indicazione della tribunicia potestas o del consolato o delle salutazioni imperatorie. Ma sono databili con precisione relativa, sì da permettere di fissare il terminus ante quem cercato. In nessuna di queste monete appare l’epiteto Germanicus che Domiziano assunse alla fine dell’83 o al più tardi ai primi dell’84, dopo la spedizione contro i Catti. Le monete sono perciò da collocare cronologicamente fra il 14 settembre 81 (dies imperii di Domiziano, che diede subito a Domizia il titolo di Augusta, cfr. Atti degli Arvali, CIL VI 2060) e la fine dell’83 o i primi dell’84. Ne consegue che il piccolo Cesare morì prima della fine dell’83 o dei primi dell’84, al massimo decenne. Del resto dove egli è rappresentato sulle monete, appare come piccolo bambino (Coins, II, tav. 61, nrr. 6 e 7; tav. 82, nr. 3). Altro non è dato di stabilire con precisione. Si può continuare con la congettura. Si danno due possibilità: o che egli fosse morto prima dell’accesso al trono di Domiziano, e che Domiziano nel suo sentimento di rivincita nei confronti della posizione di secondo piano nella quale era stato tenuto dal padre e dal fratello, e di revisione polemica dei loro principi di governo, appena giunto al trono esaltasse tutto quanto si riferiva alla sua propria famiglia, specialmente in vista dell’idea monarchico-divina da lui vagheggiata; oppure può darsi che il piccolo fosse morto nel corso di questi poco più che due anni: lo farebbe pensare anche la relativa unicità di emissione. Più tardi non abbiamo più infatti monete di Domizia (che sopravvisse per oltre quarant’anni a Domiziano): esse sono tutte concentrate in questo periodo, ed hanno tutte più o meno relazione con quella maternità divina, sì da far pensare ad un’occasione particolare. È vero che noi non siamo sicuri di conoscere tutta la monetazione (è il limite caratteristico delle testimonianze di questo genere, valevole anche per le iscrizioni), ma pare difficile che non si sia conservato almeno un pezzo di altro periodo, se ci fosse stato. Se così è, cioè se il piccolo Cesare morì dopo l’accesso al trono del padre, anche la successione di Domiziano, che taluno suppose difficile e contrastata, dovrebbe essere confermata nella sua spontaneità e naturalezza, del resto già nota, perché Domiziano che aveva un figlio, mentre Tito era morto senza prole maschile, rappresentava oltre a tutto la speranza di continuazione dinastica.

Atti degli Arvali (CIL VI 2060). Tabula, marmo, 81 d.C. ca. dal Lucus deae Diae, La Magliana. Roma, Museo Nazionale Romano.

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Il colpo di stato del 411 a.C.

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 2010, pp. 429-437; 446-447.

 

Nel fitto susseguirsi di eventi, intrecciarsi di situazioni, sovrapporsi di piani diversi di azioni politiche che costituiscono il secondo grande spezzone della guerra del Peloponneso (413-404), iniziatosi con l’occupazione spartana di Decelea, possono individuarsi, e debbono segnalarsi al lettore per una più immediata intelligenza del periodo, almeno quattro aspetti fondamentali, in parte nuovi rispetto alle caratteristiche della guerra archidamica (431-421).

In primo luogo spicca il ruolo di Alcibiade, di una personalità politica, che tra il 415 e il 411 determina in senso negativo le vicende di Atene, sia in Sicilia, con i consigli di intervento rivolti agli Spartani, sia in Egeo, con l’intesa da lui promossa tra Sparta e la Persia, sia in patria, con l’ideazione (che a lui in prima istanza risale) del cambiamento di regime da democratico ad oligarchico nel 411. Non era certo una novità la presenza e l’influenza di una forte personalità politica: ma se un Pericle o un Cleone avevano rappresentato, con fondamentale coerenza, un punto di vista e una linea politica e di comportamento, in Alcibiade si vede all’opera una personalità che assoggetta (o crede di assoggettare) ai suoi disegni, e alla sua idea di rapporto col popolo, comportamenti e politiche in fiero contrasto fra di loro: e (fatale per Atene) i disegni che più andarono ad effetto furono proprio quelli più avversi alla sua città. Segno di contraddizione in Atene e nella Grecia intera, al centro di amori e di odi violenti, che si scontrano intorno alla sua persona, uomo di fondamentale formazione democratica (nonostante i rinnegamenti occasionali e strumentali), ma assai meno capace di Pericle di tenere quella linea divisoria tra pubblico e privato, tra la realtà politica e la sua persona, a cui lo zio e tutore aveva ispirato la sua propria visione e azione politica, Alcibiade rappresenta l’esplodere della personalità in un contesto in cui i valori comunitari erano stati finora decisivi. Lo registra la storiografia nei fatti che racconta di lui; lo significa il fiorire di interesse biografico intorno alla sua persona, che Plutarco puntualmente sottolinea[1].

Alcibiade. Mosaico pavimentale, IV sec. d.C. ca. da Sparta.

Ad Alcibiade si deve l’avvio di quei contatti con i governanti persiani dell’Asia Minore, che dovevano procurare l’intervento di questi nella guerra greca e l’appoggio del re a Sparta (seconda caratteristica della nuova fase di guerra). Che poi nel corso delle trattative egli abbia cambiato posizione, e cercato di sfruttare a vantaggio di Atene il patrimonio di relazioni che aveva accumulato e imbastito, se da un lato rivela la vera propensione di Alcibiade, dall’altro toglie però assai poco al fatto che l’idea, nata nella mente dell’Ateniese, abbia poi preso corpo e marciato per conto suo: i trattati spartano-persiani del 412/411 sono la distante ma logica premessa della fervida intesa tra il viceré persiano di Sardi, Ciro (il Giovane), e il generale spartano Lisandro dal 408 in poi.

Nobile achemenide. Testa, pietra calcarea, 520-480 a.C. ca. Teheran, Museo Nazionale.

Ad Alcibiade si devono ancora iniziative, presto rinnegate, per modifiche nella costituzione ateniese, ed è questo il terzo motivo caratteristico del periodo. Le avvisaglie sono da riconoscere nel clima di complotto rivelato dall’episodio delle erme del 415; primi sviluppi di aspetto legalitario sono nell’istituzione, nel 413, di una commissione di 10 próbouloi (consiglieri che ‘istruivano’ le varie questioni), presto portata a 30 membri; infine, nel 411, il colpo di stato oligarchico. È nel senso di quanto s’è già sopra osservato il fatto che Alcibiade avviasse il processo oligarchico, sostenendo che esso sarebbe stato gradito alla Persia (al momento in cui aveva deciso, in un nuovo revirement, di trasferire a beneficio di Atene le sue aderenze persiane), ma che poi si decidesse a rientrare a vele spiegate nel campo democratico, che era in definitiva quello della sua vera vocazione politica, pur se adulterata e resa inquietante da marcate componenti personalistiche.

Hermes. Testa, marmo, V sec. a.C. da un’erma. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

Un quarto aspetto da sottolineare risiede nelle dimensioni e nel ruolo che assume in questa nuova fase della guerra greca il problema degli alleati di Atene. Fra tutti, questo è certo il motivo meno nuovo, perché tutta la storia dell’impero navale ateniese è percorsa da tensioni fra Atene e i suoi sýmmachoi, tensioni che ogni volta assumono un grado e una caratteristica diversi. Nell’ambito della seconda fase della guerra del Peloponneso, le stesse fonti distinguono, in riferimento all’area dove la guerra si svolge, una “guerra ionica”. L’episodio della ribellione ad Atene – tutto sommato isolato – che aveva affiancato la guerra archidamica nell’Egeo orientale, nell’area latamente definibile della Ionia (la rivolta di Mitilene), ora si moltiplica e diventa sistematico; e vi si intrecciano la rivolta spontanea degli alleati ionici di Atene, la sollecitazione e la presenza spartana e, ancora una volta, dello stesso Alcibiade (Tucidide, VIII 6, 317, 1), lo scontro fra le flotte dei due grandi schieramenti greci e gli interventi finanziari, militari, politici dei Persiani. Del resto, la guerra del Peloponneso si deciderà soprattutto qui, nell’Egeo settentrionale e orientale, fra le isole prospicienti le coste e presso le stesse coste dell’Asia Minore occidentale. Abido, Cizico, Notion, le Arginuse, Egospotami, sono tutti nomi di luoghi ‘asiatici’ o di aree vicinissime all’Asia Minore, connessi con svolte e con fatti decisivi della guerra del Peloponneso; per gli antichi non v’era dubbio che la vittoria di Lisandro, nell’estate del 405, ad Egospotami sull’Ellesponto (dal versante europeo), fosse, in senso lato, la diretta premessa della resa di Atene, avvenuta solo otto mesi dopo.

Si può dunque dire che tutta la politica praticata dagli Ateniesi, fino alla seconda spedizione di Sicilia inclusa, cominci a produrre contraccolpi dal 413 in poi. Sul terreno politico v’è l’innovazione della commissione istruttoria di 10 próbouloi (tra i quali v’è anche Agnone, il padre di Teramene), espressione dell’esigenza di un qualche controllo preventivo dell’attività della boulé[2]. Sul terreno finanziario, sia ha (già dopo la sostituzione del vecchio tributo con uno nuovo, consistente in una quantità fissa, ma con carattere proporzionale, pari al 5% del valore delle merci in arrivo e in partenza nei vari porti dell’impero) un criterio forse più equo del precedente, ma certamente anche una fonte di maggiori entrate. Tucidide colloca la riforma subito dopo l’occupazione di Decelea da parte degli Spartani, in un passo (VII 2728) che sottolinea gli svantaggi anche d’ordine economico che conseguivano alla occupazione spartana: Decelea infatti si trovava sulla strada tra Atene ed Oropo, e quest’ultima era l’approdo dei rifornimenti dell’Eubea, che ora dovevano fare il giro costosissimo di capo Sunio.

Ricostruzione planimetrica del Bouleuterion di Atene, fine V secolo a.C.

La rivolta degli alleati di Atene scoppia in Eubea, a Lesbo, a Chio, che mandavano ambasciatori a Sparta, per sollecitarne l’intervento. Un convoglio peloponnesiaco è bloccato al capo Spireo tra Corinzia ed Epidauro, ma forza il blocco, e una piccola squadra spartana, al comando di Astioco, raggiunge l’isola di Chio a metà dell’estate del 412. La rivolta si allarga a macchia d’olio: Eritre, Clazomene, Teo, Mileto, Lebedo, in Asia Minore, Metimna e Mitilene, nell’isola di Lesbo, defezionano da Atene. È certamente opera anche di Alcibiade (e sarebbe vano volerlo negare come frutto di una presunta sopravvalutazione tucididea) il coinvolgimento della Persia. Naturalmente, da sola, la personalità individuale non riuscirebbe a determinare nella storia neanche singoli eventi di portata collettiva, figurarsi una catena di eventi. È giusto perciò ricordare, ma solo come dovuto contesto all’iniziativa di Alcibiade, che il coinvolgimento dei Persiani era innanzi tutto il portato del tutto naturale, di mero ordine geografico-politico, del trasferimento nella Ionia dell’asse, o di uno degli assi, del conflitto. Ed è anche giusto aggiungere che gli Ateniesi avevano paradossalmente fatto tutto ciò che era in loro potere per favorire la combinazione Sparta-Ioni-Persia, prodottasi con il patrocinio di Alcibiade, con cui si sommavano comprensibili ambiguità del comportamento degli Ioni, i quali erano a metà strada tra il desiderio di liberarsi da Atene e quello di non cadere del tutto nelle mani dei Persiani. Questi ultimi avevano preso Colofone nel 430; ma Atene aveva rinnovato nel 424, con Dario II, il trattato ‘di Callia’ con un altro che prende nome da Epilico, l’ambasciatore ateniese (zio materno dell’oratore Andocide)[3].

La rivolta del satrapo di Sardi, Pissutne, fu domata da Tissaferne, che vinse Pissutne, lo inviò al re perché fosse giustiziato e lo sostituì personalmente nel governo della satrapia di Lidia. Atene commise il torto di sostenere ancora, contro il re, il figlio di Pissutne, Amorge, anche per vendicarsi dell’occupazione di Efeso effettuata da Tissaferne.

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. D – Testa barbata del satrapo verso sinistra

Tissaferne, satrapo di Misia. Hekte, Focea 478-387 a.C. ca. EL 2,55 gr. Dritto: Testa barbata del satrapo verso sinistra.

Dopo la presa di Mileto da parte peloponnesiaca, comincia la serie dei trattati di Sparta con la Persia: sono tre, procurati rispettivamente da Calcideo, Terimene e Tissaferne. Tucidide sembra credere che ogni nuovo trattato fosse risultato da un progressivo miglioramento delle condizioni del trattato per i Lacedemoni; un’analisi più attenta mostra che i tre testi sono soltanto l’uno più preciso dell’altro[4]; e un ulteriore passo in avanti dovrebbe indurre a vedere nei primi due le versioni provvisorie, rispetti a cui il terzo trattato è solo la versione definitiva: i primi due trattati non sono in realtà altro che lo stesso (unico) trattato di volta in volta presentato in una versione diversa, dapprima in una che rispecchia di più la ‘competenza’ spartana, cioè l’insieme delle clausole che più specificamente attengono a Sparta (trattato di Calcideo), poi in un’altra che rispecchia di più la ‘competenza’ persiana (trattato di Terimene); un rapporto di specularità sussiste fra i due, di cui sintesi e formalizzazione è il terzo (un complesso processo diplomatico, a determinare la forma del quale appare decisiva la presenza di un contraente orientale, quale il re persiano). La materia dello scambio è in effetti la rinuncia, da parte spartana, della difesa dell’autonomia dei Greci d’Asia dal re di Persia e la concessione di aiuti finanziari per la guerra, da parte persiana.

Nell’estate del 412 il contrattacco ateniese consegue lo scopo di riconquistare Lesbo e Clazomene e bloccare Mileto: qui, anzi, gli Ateniesi effettuano alla fine dell’estate uno sbarco, reso vano dal sopraggiungere di una flotta peloponnesiaca di 55 triremi, fra cui 22 da Siracusa e Selinunte. In Asia si illustrano gli spartani Pedarito e Astioco, il navarco che, alla fine del 412, ha raggiunto Mileto, base ormai della flotta peloponnesiaca. Anche Iaso, la rocca occupata da Amorge, è presa e consegnata a Tissaferne. La base della flotta ateniese è invece la ormai fedele Samo, da cui muove una squadra per tentare di riconquistare Chio, approfittando di una rivolta del partito democratico. Nel tentativo di rompere il blocco ateniese dell’isola, Pedarito trova la morte.

Una dopo l’altra, le città della Lega sono perdute da Atene: così è di Cnido; e la vicina Cauno viene raggiunta da una nuova squadra navale peloponnesiaca. Un intervento ateniese, volto a impedire che quest’ultima si congiunga con il grosso della flotta, finisce in una nuova sconfitta: all’inizio del 411, nel settore ionico e cario, gli Ateniesi hanno, oltre Samo e Notion, Lesbo a nord, e Cos e Alicarnasso a sud, e l’isolata posizione di Clazomene; punti-chiave come Chio, Efeso, Mileto, sono ormai perduti, anche se a Chio gli Ateniesi continueranno ancora a lungo a tenere una testa di ponte al Delfinio[5].

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Cabinet des médailles.

Gruppo del pittore Leagro. Una nave. Pittura vascolare dall’interno di una kylix attica a figure nere, 520 a.C. ca., da Cerveteri. Paris, Cabinet des médailles.

Sono ormai date le condizioni per una svolta politica in senso oligarchico, come logico sviluppo di precedenti avvisaglie, come reazione agli insuccessi della politica estera democratica, come maturazione delle trame più o meno occulte tessute da Alcibiade con gli ufficiali ateniesi della flotta di Samo. Se un fattore del deterioramento delle posizioni ateniesi nell’Egeo orientale era l’alleanza spartano-persiana, la situazione si poteva ribaltare, secondo Alcibiade, mutando il regime da democratico in oligarchico: Pisandro, trierarco a Samo, raggiunge Atene, latore di queste proposte[6]. In realtà, per gradi, Alcibiade sta tentando di rientrare nel gioco politico ateniese: quando il disegno sarà maturo, il suo interlocutore sarà, come agli inizi della sua carriera, il regime democratico.

Ostacoli al nascente regime oligarchico potevano venire, e di fatto vennero, dalla stessa flotta di Samo, da cui erano partiti gli ufficiali istigatori del complotto (Pisandro e gli altri). Erano infatti numerosi i cittadini impiegati negli equipaggi; e questi vennero presto a trovarsi nella condizione di contrastare gli sviluppi politici ateniesi[7]. Occorre comunque tenere distinte le vicende della città di Samo e quelle della flotta e degli equipaggi della flotta ateniese a Samo stessa. Nell’estate del 412 c’era stata nell’isola una rivoluzione democratica, che aveva fatto strage di capi oligarchici e privato gli altri di diritti politici e di proprietà. Nel 411 sono gli oligarchici a tentare di rovesciare la situazione, contando sugli ufficiali cospiratori, e uccidendo Iperbolo. L’intervento degli equipaggi ateniesi democratici e dei nuovi strateghi da essi eletti (tra cui Trasibulo di Stiria e Trasillo) è decisivo per soffocare il tentativo oligarchico.

Preoccupati per i fatti di Samo, gli oligarchi di Atene (fra cui spiccano l’oratore Antifonte, Frinico e Teramene) cercano di ammansire gli uomini della flotta, sforzandosi di mostrare che, una volta passati effettivamente i poteri ai Cinquemila, nulla praticamente sarebbe stato diverso dal passato: ad Atene tanti e non più sarebbero i cittadini che frequentavano di norma l’assemblea. L’argomento passava evidentemente al di sopra di tutte le questioni di principio e di diritto[8].

Bassorilievo con scena di combattimento fra Ateniesi e Greci. Marmo, fine V secolo a.C. Dal fregio occidentale del Tempio di Atena Nike.

Bassorilievo dal fregio occidentale del tempio di Atena Nike: combattimento fra Ateniesi e altri Greci.

Un fatto che va sottolineato con forza è il ruolo politico particolarissimo che assume l’assemblea dei marinai ateniesi a Samo. Si assiste a una vera e propria scissione nella cittadinanza ateniese; la spaccatura ideologica all’interno di Atene è diventata fisicamente evidente, quasi tangibile. La parte della cittadinanza ateniese che serve nella flotta di Samo intende incarnare la legittimità democratica, intende valere come la vera città di Atene. Alcibiade, che nel frattempo ha preso le distanze, pur con opportune lentezze, dai putschisti oligarchi, è il lontano ‘garante’ dell’operazione. L’assemblea dei marinai ateniesi a Samo lo richiama dall’esilio; loro stessi sono fuori di Atene, ma, poiché si sentono come la vera Atene, pongono fine all’esilio di Alcibiade, chiamandolo fra loro[9]. E Trasibulo liquida in un’assemblea con un duro intervento tutto il sottile discorrere che si fa della «costituzione patria»: per questo schietto e rude democratico, le «patrie leggi» non sono altro se non quelle che c’erano state fino a ieri ad Atene (interpretazione del tutto legittima) e che gli oligarchi avevano abolito[10].

Eezionea (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento

Eezionia (Pireo). Rovine delle fortificazioni dei Quattrocento.

Dopo appena quattro mesi, il tentativo di fortificare Eezionia, la striscia di terra che delimita a nord il Pireo, certo con l’intento di impedire uno sbarco di quelli di Samo, suscita il sospetto che si stia costituendo una base d’appoggio per uno sbarco spartano (sospetto propalato comunque ad arte da Teramene, che vuole prendere le distanze dal gruppo, e che in questa circostanza si guadagnerà il nomignolo di ‘coturno’, la calzatura per tutti gli usi, la scarpa ambidestra). E chi avrebbe mai potuto dimostrare il contrario? Per una collusione diretta col nemico non bastava l’animo degli opliti, cioè a quel nucleo dei Cinquemila, che costituiva la base e il supporto per il governo dei Quattrocento. Frinico fu ucciso in piazza; il potere si disse essere ormai esteso ai Cinquemila (agosto del 411). Intanto riprendeva l’attività della flotta ateniese di Samo. Della zona dell’Ellesponto gli Ateniesi conservavano ancora il controllo: è perciò qui che si rivolge lo sforzo peloponnesiaco. Azioni di Dercillida contro Abido e Lampsaco nella Troade, e defezioni di Bisanzio, Calcedone, Selimbria, Perinto, Cizico, compromettono nell’estate del 411 le posizioni ateniesi nella zona degli Stretti. Nel vicino Egeo settentrionale, in autunno, seguono l’esempio dei ribelli l’isola di Taso e la città di Abdera in Tracia. Circa lo stesso periodo una flotta peloponnesiaca di 42 navi, al comando di Agesandrida, batte gli Ateniesi presso Eretria, e la vittoria procura la defezione di tutte le città dell’isola d’Eubea (fatta eccezione per la cleruchia ateniese di Oreo), così vitale per il rifornimento di Atene.

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio - La tribuna (bema)

Collina della Pnice, Atene. Dettaglio – La tribuna (bema).

 

Sulle fonti per il colpo di stato del 411

Si discute delle procedure eseguite, delle realizzazioni formali, di funzioni e aspetti particolari della costituzione oligarchica del 411. Stando alle due fonti (Tucidide, VIII 65 e 67 e Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 29 ss.), fra le quali vi sono differenze che non costituiscono insanabili contraddizioni, sono da distinguere le seguenti fasi.

 

  • Nel maggio del 411 si istituisce una commissione di trenta syngrapheîs autokrátores (cioè, ‘costituenti’ con pieni poteri), fra cui erano compresi i dieci próbouloi istituiti nel 413 (decreto di Pitodoro): lo scopo è quello di riformare la costituzione, e un emendamento di Clitofonte rinvia ai pátrioi nómoi clistenici (Aristotele, 29, 23).
  • Ai primi del giugno (verso la fine del mese di Targhelione) del 411 si svolge un’assemblea straordinaria a Colono, fuori città (non sulla Pnice, come era nella tradizione) (Tucidide, VIII 67, 23, cfr. Aristotele, 29, 4 ss.). Si istituisce una costituzione di soli 5.000 cittadini; si aboliscono una serie di azioni penali di «illegalità», previste a tutela della democrazia, e le indennità (caratteristica e garanzia essenziale della democrazia), si nominano cento katalogheîs (compilatori di lista) dei Cinquemila.
  • I Cinquemila, a loro volta, eleggono 100 ‘redattori’ (anagrapheîs), i quali decidono che per il futuro (Aristotele, 30, 131, 1), la boulé sia costituita da quelli (dei 5.000) che abbiano superato i trent’anni, e che essa si organizzi in quattro parti, e funzioni a turno. È introdotto anche un criterio di cooptazione dei 100 uomini (gli anagrapheîs), in un sistema che prevede una ripartizione in quattro gruppi, da cui si sorteggiano i quattro gruppi consecutivi di 100 (?). Per il presente, i 400 sono scelti tra i prókritoi (una lista preliminare) dai loro phylétai, in numero di 40 per ogni phylé (sembra che, per il futuro, sulla organizzazione secondo 10 phylaí debba prevalere la ripartizione nelle quattro léxeis, o ‘ripartizioni’ formate col sorteggio).

L’assemblea costituente (di Colono?) è sinteticamente descritta come ‘dei Cinquemila’ da Aristotele (32, 1); ma lo stesso autore dice che i Cinquemila furono scelti solo a parole (cfr. 32, 3), il che può significare che l’operazione dei katalogheîs prevista a 29, 5 non fu mai formalmente e definitivamente compiuta, e che il plêthos che approva – a Colono? – la riforma costituzionale di Aristotele, 31, è ancora raccogliticcio, e non si identifica formalmente e definitivamente con l’assemblea dei Cinquemila. Nel complesso, va notata una minore distanza tra Tucidide (VIII 67, 3 e 72, 1) e Aristotele, quanto a esistenza effettiva dei Cinquemila, che neanche Aristotele ammette mai.

È d’altra parte evidente che il colpo di stato ideato (per giudizio concorde di Tucidide, VIII 63, 65, 68 e di Aristotele, 32, 2) da Pisandro, Antifonte, Teramene (cui Tucidide, VIII 68, 3, aggiunge Frinico) tende a rivestirsi di forme legali: di qui la distinzione tra costituzione del presente e costituzione del futuro (quest’ultima certo più ‘garantista’ verso la massa dei Cinquemila) o la distinzione tra i 30 syngrapheîs e i 100 katalogheîs, cioè tra il momento costituente e il momento del reclutamento dei cittadini, nonché quella tra i syngrapheîs (che gettano le fondamenta) e gli anagrapheîs (che formulano meccanismi costituzionali), e così via di seguito. D’altra parte sotto il velo delle forme si scopre la realtà del colpo di mano: funzionano i Quattrocento e non i Cinquemila; nella prima (e unica) costituzione della boulé oligarchica (dei 400) vige il principio della cooptazione; e, se i cento katalogheîs fossero (ma non è affatto certo) la stessa cosa che gli anagrapheîs, verrebbe meno la distinzione tra momento costitutivo dei meccanismi istituzionali e momento elettivo del corpo civico.

 

 

Bibliografia:

 

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[1] Sulla ricchezza dei dati biografici relativi ad Alcibiade, cfr. Plutarco, Alcibiade 1, 3 (e Aristotele, Poetica 9); D. Musti, Protagonismo e forma politica nella città greca, in AA.VV., Il protagonismo nella storiografia classica, Genova 1987, pp. 9 ss., in part. 26 ss.

[2] Tucidide, VIII 1, 3; Aristofane, Lisistrata; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 29, 2, sui próbouli del 413.

[3] Andocide, Sulla pace 29; Aristofane, Acarnesi 61 ss.; vd. anche Tucidide, IV 50, 3. Cfr. H. Bengtson, Die Staatsverträge des Altertums Bd. 2: Die Verträge dergriechisch-römischen Welt von 700 bis 338 v. Chr., München 1975, pp. 101-103.

[4] Cfr. E. Lévy, Les trois traités entre Sparte et le Roi, BCH 107 (1983), pp. 221 ss.

[5] Tucidide, VIII 546; e, in generale, fino a VIII 70.

[6] Id., VIII 5358.

[7] Id., VIII 63, 34.

[8] Tucidide, VIII 68; 72-76.

[9] Tucidide, VIII 81, 1; cfr. 85, 4.

[10] Cfr. in particolare Tucidide, VIII 76, 6, e in generale 75, 276, 7.

Il decreto di Cremonide

Syll.3  434/5 = IG II3 1 912 = IG II² 686-687 = SEG 33, 112 = SEG 41, 52

Attica, Acropoli di Atene, 269/268 a.C. ca.

Riproduzione di un frammento (rr. 58-79) del 'Decreto di Cremonide'. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall'Acropoli di Atene.

Calco cartaceo di un frammento (rr. 58-79) del ‘Decreto di Cremonide‘. Marmo pario, 266-265 a.C. ca., dall’Acropoli di Atene.

 

Benché non si tratti del voto di una dichiarazione di guerra, di fatto, questo decreto sancì l’inizio della guerra che prese il nome dal suo proponente: la Guerra Cremonidea (267–261 a.C.). Obiettivo dell’alleanza era contrastare Antigono II Gonata, re di Macedonia, il quale – assimilato qui ai Persiani del v secolo a.C. – fin dalla sua salita al trono nel 277/6 a.C., intendeva estendere la propria influenza e la propria egemonia nei territori ellenici. Colui che promosse vivamente e, forse, istigò la cooperazione militare fra due storiche rivali, quali erano Atene e Sparta, fu certamente Tolomeo II Filadelfo, la cui influenza sui Greci stava scemando in maniera inversamente proporzionale all’aumentare di quella di Antigono. Questa alleanza si rivelò oltremodo disastrosa sia per gli Spartani, che vennero sconfitti e persero il loro re, Areo, in una battaglia campale nei pressi di Corinto, che costò la vita a re Areo, sia per gli Ateniesi se la cavarono bene, che si videro costretti a capitolare dinanzi ad Antigono nel 261/0 a.C., dopo un assedio, che l’ammiraglio egiziano Patroclo non era riuscito a rompere. Tolomeo, addirittura, perse completamente il controllo del Mar Egeo, dopo aver incassato una sconfitta navale ad opera della flotta macedone.

 

  1. fr. a

Θ                           ε                           ο                            [ί].

ἐπὶ Πειθιδήμου ἄρχοντος ἐπὶ τῆς Ἐρεχθεῖδος δευτέρας π-

[ρ]υτανείας·

Μεταγειτνιῶνος ἐνάτει ἱσταμένου, ἐνάτει τῆς πρυτανεί-

ας· ἐκκλησία κυρία· τῶν προέδρων ἐπεψήφιζεν Σώστρατος Κ-

αλλιστράτου Ἐρχιεὺς καὶ συμπρόεδροι· vvv ἔδοξεν τῶι δή-

μωι· vvv Χρεμωνίδης  Ἐτεοκλέους Αἰθαλίδης εἶπεν· ἐπειδὴ

πρότερον μὲν Ἀθηναῖοι καὶ Λακεδαιμόνιοι καὶ οἱ σύμμαχ-

οι οἱ ἑκατέρων φιλίαν καὶ συμμαχίαν κοινὴν ποιησάμενο-

ι πρὸς ἑαυτοὺς πολλοὺς καὶ καλοὺς ἀγῶνας ἠγωνίσαντο με-

τ’ ἀλλήλων πρὸς τοὺς καταδουλοῦσθαι τὰς πόλεις ἐπιχειρ-

οῦντας, ἐξ ὧν ἑαυτοῖς τε δόξαν ἐκτήσαντο καὶ τοῖς ἄλλ[ο]ις

Ἕλλησιν παρεσκεύασαν τὴν ἐλευθερίαν· καὶ νῦν δὲ κ[α]ιρῶν

καθειληφότων ὁμοίων τὴν Ἑλλάδα πᾶσαν διὰ το[ὺς κ]αταλύε-

ιν ἐπιχειροῦντας τούς τε νόμους καὶ τὰς πατρίους ἑκάστ-

οις πολιτείας ὅ τε βασιλεὺς Πτολεμαῖος ἀκολούθως τεῖ τ-

ῶν προγόνων καὶ τεῖ τῆς ἀδελφῆς προ[α]ιρέσει φανερός ἐστ-

ιν σπουδάζων ὑπὲρ τῆς κοινῆς τ[ῶν] Ἑλλήνων ἐλευθερίας· κ̣α̣ὶ

ὁ δῆμος ὁ Ἀθηναίων συμμαχίαν ποιησάμενος πρὸς αὐτὸν καὶ

τοὺς λοιποὺς Ἕλληνας ἐψήφισται παρακαλεῖν ἐπὶ τὴν αὐτὴ-

ν προαίρεσιν· ὡσαύτως δὲ καὶ Λακεδαιμόνιοι φίλοι καὶ σύμ-

μαχοι τοῦ βασιλέως ὄντες Πτολεμαίου καὶ πρὸς τὸν δῆμον τ-

ὸν Ἀθηναίων εἰσὶν ἐψηφισμένοι συμμαχίαν μετά τε Ἠλείων

καὶ Ἀχαιῶν καὶ Τεγεατῶν καὶ Μαντινέων καὶ Ὀρχομενίων κα-

ὶ Φια[λέων] καὶ Καφυέων καὶ Κρηταέων ὅσοι εἰσὶν ἐν τεῖ συμμ-

[αχίαι τ]εῖ Λακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχω-

[ν καὶ] πρέσβεις ἀπὸ τῶν συνέδρων ἀπεστάλκασιν πρὸς τὸν δῆ-

[μον] καὶ οἱ παραγεγονότες παρ’ αὐτῶν ἐμφανίζουσιν τήν τε Λ-

ακεδαιμονίων καὶ Ἀρέως καὶ τῶν ἄλλων συμμάχων φιλοτιμί-

αν, ἣν ἔχουσιν πρὸς τὸν δῆμον, καὶ τὴν περὶ τῆς συμμαχίας ὁμολ-

ογίαν ἥκουσι κομίζοντες· ὅπως ἂν οὖν κοινῆς ὁμονοίας γενομ-

ένης τοῖς Ἕλλησι πρός τε τοὺς νῦν ἠδικηκότας καὶ παρεσπον-

δηκότας τὰς πόλεις πρόθυμοι μετὰ τοῦ βασιλέως Πτολεμαίου

καὶ μετ’ ἀλλήλων ὑπάρχωσιν ἀγωνισταὶ καὶ τὸ λοιπὸν μεθ’ ὁμον-

οίας σώιζωσιν τὰς πόλεις· vvvv ἀγαθῆι τύχει δεδόχθαι τῶ[ι δ]-

ήμωι τὴμ μὲν φιλίαν καὶ τὴν συμμαχίαν εἶναι Ἀθηναίοις κ[αὶ]

Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς βασιλεῦσιν τοῖς Λακεδαιμον[ίων]

καὶ Ἠλείοις καὶ Ἀχαιοῖς καὶ Τεγεάταις καὶ Μαντινεῦσ[ιν κα]-

ὶ Ὀρχομενίοις καὶ Φιαλεῦσιν καὶ Καφυεῦσιν καὶ Κρητ[αεῦσι]-

ν ὅσοι ἐν τεῖ συμμαχίαι εἰσὶν τεῖ Λακεδαιμονίων κα[ὶ Ἀρέως]

καὶ τοῖς ἄλλοις συμμάχοις κυρίαν εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον, ἣν]

ἥκουσι κομίζοντες οἱ πρέσβεις· καὶ ἀναγράψα[ι αὐτὴν τὸν γρ]-

αμματέα τὸν κατὰ πρυτανείαν ἐν στήληι χαλκ[ῆι καὶ στῆσαι ἐ]-

ν ἀκροπόλει παρὰ τὸν νεὼ τῆς Ἀθηνᾶς τῆς Πο[λιάδος. ὀμόσαι δὲ]

[τὰ] ἀρχεῖα τοῖς πρέσβεσιν τοῖς παραγεγο[νόσιν παρ’ αὐτῶν τὸ]-

[ν ὅρκον τὸ]ν περὶ τῆς συμμαχίας κατὰ τὰ [πάτρια· v τοὺς δὲ κεχε]-

[ιρο]τον[ομένους] ὑπὸ τοῦ δήμου πρ[έσβ]ε[ις ἀποπέμψαι οἵτινες το]-

[ὺς ὅ]ρκους ἀπολ[ήψονται παρὰ] τ̣ῶ̣[ν λοιπῶν Ἑλλήνων vvv χειροτο]-

[ν]ῆσαι δὲ καὶ συνέδρους [δύο τὸν δῆμον αὐτίκα μάλα ἐξ Ἀθηναίω]-

ν ἁπάντων οἵτινες μετά τε Ἀρέω[ς καὶ τῶν ἀπὸ τῶν συμμάχων ἀ]-

[π]οστελλομένων συνέδρων βουλεύσοντ̣[αι περὶ τῶν κοινῆι συ]-

μφερόντων· μερίζειν δὲ τοῖς αἱρεθεῖσ[ιν τοὺς ἐπὶ τῆι διοικ]-

ήσει εἰς ἐφόδια οὗ ἂν χρόνου ἀποδημῶ[σιν ὅ τι ἂν διαχειροτο]-

νοῦντι δόξει τῶι δήμωι· ἐπαινέσαι δ[ὲ τοὺς ἐφόρους Λακεδαι]-

μονίων καὶ Ἀρέα καὶ τοὺς συμμάχους [καὶ στεφανῶσαι αὐτοὺς]

χρυσῶι στεφάνωι κατὰ τὸν νόμον· v ἐπ[αινέσαι δὲ καὶ τοὺς πρέσ]-

βεις τοὺς ἥκοντας παρ’ αὐτῶν v Θεομ[— — — — — Λακεδα]-

ιμόνιον vv Ἀργεῖον Κλεινίου Ἠλεῖο[ν v καὶ στεφανῶσαι ἑκάτ]-

ερον αὐτῶν χρυσῶι στεφάνωι κατὰ [τὸν νόμον φιλοτιμίας ἕνε]-

κα καὶ εὐνοίας ἧς ἔχουσιν περ[ί τε τοὺς ἄλλους συμμάχους κα]-

ὶ τὸν δῆμον τὸν Ἀθηναίων· εἶνα[ι δὲ ἑκατέρωι αὐτῶν καὶ ἄλλο ἀγ]-

αθὸν εὑρέσθαι παρὰ τῆς βουλ[ῆς καὶ τοῦ δήμου ἐάν του δοκῶσιν]

ἄξιοι εἶναι. καλέσαι δὲ αὐτ[οὺς ἐπὶ ξένια εἰς τὸ πρυτανεῖ]-

ον εἰς αὔριον. ἀναγράψαι δὲ [καὶ τόδε τὸ ψήφισμα τὸν γραμματέ]-

α τὸν κατὰ πρυτανείαν εἰστ[ήλην λιθίνην καὶ τὴν συνθήκην κα]-

ὶ στῆσαι ἐν ἀκροπόλει, εἰς [δὲ τὴν ἀναγραφὴν καὶ ἀνάθεσιν τ]-

ῆς στήλης μερίσαι τοὺς ἐπ[ὶ τῆι διοικήσει τὸ ἀνάλωμα ὃ ἂν γέν]-

ηται. vvv σύνεδροι οἵδε κ[εχειροτόνηνται]·

            vvvv Κάλλιππος Ἐλευσίν[ιος — — — — — — — — — — —]

vacat spatium unius versus

σπονδαὶ καὶ συμμαχία [Λακεδαιμονίοις καὶ τοῖς συμμάχοις το]-

ῖς Λακεδαιμονίων πρὸς [Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

αίων εἰς τὸν ἅπαντα [χρόνον. ἔχειν ἑκατέρους τὴν ἑαυτῶν ἐλευθέρ]-

ους ὄντας καὶ αὐτο[νόμους, πολιτείαν πολιτευομένους κατὰ]

τὰ πάτρια· ἐὰν δέ τ̣[ις ἴει ἐπὶ πολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Ἀθην]-

αίων ἢ τοὺς νόμο[υς καταλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμά]-

χους τοὺς Ἀθην[αίων, βοηθεῖν Λακεδαιμονίους καὶ τοὺς συμμάχ]-

[ο]υς τοὺς Λ[ακεδαιμονίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· ἐὰν δέ τ]-

ις ἴει ἐπὶ π[ολέμωι ἐπὶ τὴν χώραν τὴν Λακεδαιμονίων ἢ τοὺς]

νόμους κατ[αλύει ἢ ἐπὶ πολέμωι ἴει ἐπὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Λ]-

ακεδαιμ[ονίων, βοηθεῖν Ἀθηναίους καὶ τοὺς συμμάχους τοὺς Ἀθην]-

[αίων παντὶ σθένει κατὰ τὸ δυνατόν· — — — — — — — — — — — — —]

lacuna

 

       2. fr. b-c.

․․․․․․․․․․․․26․․․․․․․․․․․․ηδ․․․․․․․․․20․․․․․․․․․

[․․․․․12․․․․․ Λακεδαιμονίου]ς καὶ τοὺς συμμάχους Ἀθηνα[ί]-

[οις καὶ τοῖς συμμάχοις· vv ὀμό]σαι δὲ Ἀθηναίους μὲν Λακεδαι-

[μονίοις καὶ τοῖς ἀπὸ ἑκάστης] πόλεως τοὺς στρατηγοὺς καὶ τ-

[ὴν βουλὴν τοὺς ΄Ν καὶ τοὺς ἄρ]χοντας καὶ φυλάρχους καὶ ταξι-

[άρχους καὶ ἱππάρχους· vv ὀμ]νύω Δία Γ[ῆ]ν Ἥλιον Ἄρη Ἀθηνὰν Ἀρε-

[ίαν Ποσειδῶ Δήμητραν· vv ἐ]μ[μ]ενεῖν ἐν τεῖ συμμαχίαι τεῖ γεγ-

[ενημένηι· εὐορκοῦσιν μὲν] πολλ[ὰ κἀ]γαθά, ἐπιορκοῦσι δὲ τἀνα-

[ντία· vv Λακεδαιμονίων δὲ] Ἀθη[να]ίοις ὀμόσαι κατὰ ταὐτὰ τοὺ-

[ς βασιλεῖς καὶ τοὺς ἐφόρο]υς [καὶ] τοὺς γέροντας· κατὰ ταὐτὰ δ-

[ὲ ὀμόσαι καὶ κατὰ τὰς ἄλλας] πόλεις τοὺς ἄρχοντας. vv ἐὰν δ-

[ὲ δοκῆι Λακεδαιμονίοις καὶ τ]οῖς συμμάχοις καὶ Ἀθηναίοις

[ἄμεινον εἶναι προσθεῖναί τι] καὶ ἀφελεῖν περὶ τῆς συμμαχί-

[ας ὃ ἂν δοκῆι ἀμφοτέροις, εὔο]ρκον εἶναι. ἀναγράψαι δὲ τὴν συ-

[νθήκην τὰς πόλεις ἐν στήλαι]ς καὶ στῆσαι ἐν ἱερῶι ὅπου ἂν βού-

[λωνται]·

 

Agli dèi. Sotto l’arcontato di Pitidemo, durante la seconda pritanìa della tribù di Eretteo. Nono giorno di Metagitnione, nono giorno della pritanìa. Al cospetto dell’Ecclesia sovrana, in seduta plenaria. Il presidente Sostrato, figlio di Callistrato, del demo di Erchia, e i colleghi pritani hanno messo ai voti (la mozione). Il Popolo ha votato a favore. Cremonide, figlio di Eteocle, del demo di Etalia ha proposto (il seguente decreto).

In passato, Ateniesi e Spartani e i loro rispettivi alleati, dopo aver concluso un’amicizia e un’alleanza comuni gli uni con gli altri, sostennero insieme numerose e nobili battaglie contro coloro che tentavano di sottomettere le città, battaglie dalle quali trassero per loro stessi fama (imperitura) e procurarono per gli altri Greci la libertà. Anche ora, dal momento che circostanze simili si sono impadronite di tutta la Grecia, a causa di quelli che intendono abrogare le leggi e le patrie istituzioni di ciascuna comunità, il re Tolemeo II, in conformità con la politica estera dei suoi antenati e di sua sorella (Arsinoe II), sostiene apertamente la comune libertà dei Greci. Il Popolo di Atene, per stipulare un’alleanza con lui, ha deciso di sollecitare gli altri Greci a perseguire la medesima politica. Allo stesso modo, anche gli Spartani, essendo amici e alleati di re Tolemeo, hanno votato la stipula di un’alleanza con il popolo di Atene, insieme con gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei, i Cretesi, e quanti sono nella lega degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, e hanno inviato degli ambasciatori dai rispettivi consigli al Popolo ateniese; e quelli presenti da parte loro hanno mostrato la stima che gli Spartani, Areo e gli alleati nutrono nei confronti del Popolo e hanno notificato che i Lacedemoni sono d’accordo a concludere un’alleanza. Affinché dunque ci sia una comunanza di pensiero fra i Greci contro quanti hanno offeso e tradito le città, violandone i patti, sono disposti ad essere, insieme a Tolemeo e agli altri, strenui combattenti che, in futuro, proteggeranno le città, grazie alla concordia. Pertanto, con buona sorte, è stato deliberato dal Popolo di Atene che l’amicizia e l’alleanza degli Ateniesi con gli Spartani, i loro re, gli Elei, gli Achei, i Tegeati, i Mantinei, gli Orcomeni, i Fialei, i Cafiei e i Cretesi, quanti sono nell’alleanza degli Spartani, di Areo e degli altri alleati, siano valevoli per il tempo a venire – amicizia e alleanza che i loro ambasciatori hanno recato al Popolo. È stato decretato che il segretario della pritania faccia incidere questa disposizione su una stele di bronzo da apporre presso il tempio di Atena Poliade sull’Acropoli.

Si è deliberato poi che tutte le magistrature pronuncino un giuramento di fronte agli ambasciatori presenti secondo le tradizioni patrie, che quelli che saranno scelti ambasciatori vengano inviati per ricevere i giuramenti delle altre comunità elleniche. È stata votata l’immediata istruzione di due commissioni, composte da tutti gli Ateniesi, le quali, insieme ad Areo e ai commissari inviati dagli alleati, si consulti circa le questioni di comune vantaggio. Si è deciso che i deputati alla pubblica amministrazione assegnino ai commissari delle provvigioni congrue al periodo in cui saranno all’estero, nelle modalità e nei tempi stabiliti dal Popolo al momento della loro elezione. È stato deliberato di far pubblico elogio degli efori spartani, di Areo e degli alleati e di incoronarli con diademi d’oro, secondo la legge, e, inoltre, di tributare onore agli ambasciatori, che sono giunti, Teom(?) di Sparta […], Argeo, figlio di Clinia, da Elea […], e di conferire a ciascuno di loro una corona d’oro per la reverenza e la benevolenza dimostrata nei confronti degli altri alleati e del Popolo ateniese. Si è deciso, inoltre, di accordare a ciascuno di loro anche un altro beneficio, da parte della Bulé e dell’Ecclesia, ogni volta che li riterranno meritevoli, e che vengano invitati come ospiti al Pritaneo l’indomani. Si è stabilito che il segretario della pritanìa faccia incidere su una stele di pietra questo decreto e il trattato d’alleanza e lo faccia collocare sull’Acropoli; per l’iscrizione e l’erezione della stele gli amministratori finanziari distribuiranno le spese necessarie.

I commissari eletti con votazione: […] Callippo da Eleusi […].

[…]

Il trattato e l’alleanza tra gli Spartani e i loro alleati con gli Ateniesi e il loro alleati per il tempo a venire (prevedono) che ciascuno di loro, essendo libero e autonomo, possieda la propria costituzione, governandosi secondo le tradizioni patrie. Qualora mai qualcuno invadesse il territorio degli Ateniesi o tentasse di abolirne le leggi, o muovesse guerra ai loro alleati, gli Spartani e i loro alleati verranno in loro soccorso con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile. Qualora mai qualcuno entrasse con fare ostile nel territorio degli Spartani o cercasse di invalidarne le leggi, o facesse guerra ai loro alleati, gli Ateniesi e i loro alleati verranno in loro aiuto con tutte le proprie forze per quanto sarà loro possibile […]. […] gli Spartani e gli alleati agli Ateniesi e agli alleati. (Il trattato e l’alleanza stabiliscono) che gli strateghi, i membri della Bulé dei 500, gli arconti, i filarchi, i tassiarchi e gli ipparchi di Atene pronuncino il seguente giuramento agli Spartani e ai rappresentanti di ogni città: «Io giuro in nome di Zeus, Gea, Helios, Ares, Atena Areia, Poseidone e Demetra […] che resterò fedele alla presente alleanza. A coloro che giurano con animo sincero sia abbondanza di beni, mentre a coloro che giurano falsamente, siano gravi rovine». (È previsto) che giurino secondo la medesima formula i re, gli efori e i geronti degli Spartani nei confronti degli Ateniesi e gli arconti delle altre città […]. Qualora agli Spartani e agli alleati e agli Ateniesi appaia bene aggiungere o togliere qualcosa riguardante il trattato di alleanza, e che sembri bene a entrambi, sia ciò conforme al giuramento. (È stato deciso) che le città facciano incidere il trattato su steli e lo espongano nel santuario da loro scelto.

 

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Bibliografia di riferimento:

 

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La prima orazione contro Catilina (8 novembre 63 a.C.)

di E. Risari (a cura di), Cicerone, Le Catilinarie, Mondadori, Milano 2008, pp. 9-12; 36-63; testo lat. in M. Tullius Cicero, Against Catiline, in A.C. Curtius (ed.), M. Tulli Ciceronis Orationes, Claredon Press (Scriptorum Classicorum Bibliotheca Oxoniensis), Oxford 1908.

 

Il 63 è un anno cruciale per la storia di Roma: contrassegnato dal consolato di Cicerone (che era tanto convinto dell’importanza della propria opera a favore della Repubblica da iniziare la stesura di un poema De consulatu suo – di cui restano 65 esametri – e da progettare – come documenta una lettera ad Attico [II 1, 3] – la raccolta e la pubblicazione di un corpus delle proprie orazioni consolari), esso è anche l’anno in cui Cesare, sostenuto dalle ingenti ricchezze di Crasso, comincia a sviluppare la sua azione politica come esponente di spicco dei populares, il cui programma si fonda su due capisaldi: la richiesta di una riforma agraria e la lotta per l’abolizione del senatusconsultum ultimum. Al primo si ispira – nel mese di gennaio – la proposta di una legge agraria da parte del tribuno della plebe Rullo; ma i grandi proprietari terrieri e gli uomini dell’alta finanza temono un simile provvedimento, che giudicano un tentativo di conferire peso politico alle classi umili, di trasformare i rapporti di forza e – alla lunga – di cambiare il “sistema”: convinto dalle orazioni pronunciate da Cicerone, il senato respinge la proposta di Rullo. La lotta contro il ricorso al senatusconsultum ultimum in caso di grave pericolo per la Repubblica si esplica nel processo che durante la primavera Labieno, futuro luogotenente di Cesare in Gallia, istituisce contro il vecchio senatore Rabirio, accusato di aver messo a morte nel dicembre del 100 il tribuno Saturnino senza permettegli di ricorrere al popolo; il processo però rimane in sospeso. Nel frattempo Cesare stesso, che ha solo trentasette anni, riesce a farsi eleggere pontifex maximus sconfiggendo il ben più anziano e degno ex console Quinto Catulo, che ne diviene un acerrimo nemico. In luglio si riuniscono i comizi per l’elezione dei consoli del 62: Catilina ancora una volta è tra i candidati. Cicerone vi presenzia rivestendo la corazza sotto la toga: un’abile mossa propagandistica per scuotere l’opinione pubblica, come confessa apertamente in un’orazione tenuta nel corso dell’anno: «Mi era noto che torme di congiurati scendevano armati con Catilina in Campo Marzio; io stesso vi andai con un saldo presidio di uomini coraggiosi e rivestendo la mia ampia e vistosa corazza: non perché essa potesse proteggermi dai suoi colpi – so bene che è abituato a mirare alla testa o alla gola, non certo al fianco o al ventre – ma per richiamare l’attenzione di tutti gli onesti» (pro Murena, 26, 52). Ancora una volta il responso delle urne è sfavorevole a Catilina: risultano infatti eletti Lucio Murena, valoroso luogotenente di Pompeo, e Giunio Silano, un giurista cognato di Catone il Giovane. Dopo le elezioni, con Catilina rimangono schierati soltanto Cesare e Metello Nepote, mentre il console Antonio Hybrida lo abbandona, allettato dal gesto di Cicerone che rinuncia al proconsolato in Macedonia “sacrificando” all’avidità del collega la ricca provincia che la sorte gli aveva riservato. Le vie legali sono ormai completamente precluse: Catilina progetta la conquista del potere per altra via. La sua azione sovversiva si articola su più fronti: Roma, dove i complici sono numerosi e ben rappresentati anche in senato; l’Etruria, dove il centurione Gaio Manlio sta raccogliendo un esercito; Capua, dove è attivo Publio Silla, il console destituito del 65, che cerca di sobillare i gladiatori; l’Apulia e il Piceno, dove si trovano Gaio Giulio e Settimio da Camerino. La giustificazione ideologica è fornita alla congiura dalla recente bocciatura della legge agraria proposta da Rullo: Catilina intende presentarsi al popolo come difensore delle classi oppresse e promette una generale cancellazione dei debiti. Nel corso dell’autunno la situazione precipita: il 20 ottobre Crasso consegna a Cicerone delle lettere anonime in cui si afferma che Catilina progetta un massacro di cittadini; nella seduta del senato del 21 ottobre si diffonde la notizia che il centurione Manlio sta raccogliendo truppe in Etruria; in quella stessa occasione Cicerone rende di pubblico dominio le rivelazioni fattegli da Fulvia, amante di uno dei congiurati, fino allora tenute segrete: per il 27 ottobre è prevista una sollevazione in Etruria, per il 28 l’eccidio degli ottimati a Roma. Come reazione a queste sconvolgenti rivelazioni il senato vota il senatusconsultum ultimum, conferendo ai consoli poteri dittatoriali […]. La fatidica giornata del 28 trascorre in realtà senza particolari incidenti, ma si viene a sapere che la sera del 27 è scoppiata la ribellione in Etruria; pochi giorni dopo, il 1 novembre, viene sventato un tentativo di occupare Preneste. Nel frattempo, in seguito dell’accusa de vi intentatagli da Lucio Emilio Paolo, Catilina invoca il provvedimento della libera custodia, e a questo proposito fa il nome di alcuni senatori e dello stesso Cicerone, che rifiuta con sdegno: la richiesta di arresti domiciliari in casa del console è interpretata da Cicerone nella prima Catilinaria come mossa propagandistica da parte di Catilina, che vuol farsi passare per innocente calunniato. Eludendo però il provvedimento, nella notte tra il 6 e il 7 novembre Catilina convoca in casa di Marco Lega una riunione, nel corso della quale ordina ai suoi di passare all’azione: la prima cosa da farsi è togliere di mezzo Cicerone. Se ne incaricano Vargunteio e Cornelio, ma il loro piano viene sventato dalla delazione di Fulvia: quando, la mattina seguente, si presentano in casa di Cicerone per mescolarsi ai suoi clienti raccoltisi nell’atrio per l’abituale salutatio, trovano là riuniti un gran numero di senatori, che Cicerone ha convocati e a cui ha predetto l’arrivo dei sicari, che sono così costretti a darsi alla fuga per evitare l’arresto. Il console riunisce d’urgenza il senato nel tempio di Giove Statore sul Palatino, dove, in presenza dello stesso Catilina, la mattina dell’8 novembre pronuncia la prima orazione contro di lui…

 

Cesare Maccari, Cicerone denuncia la congiura di Catilina in Senato. Affresco, 1882-88. Roma, Palazzo di Villa Madama.

 

ORATIO QVA L. CATILINAM EMISIT IN SENATV HABITA

I.1. Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? Nihilne te nocturnum præsidium Palati, nihil urbis uigiliæ, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora uoltusque mouerunt? Patere tua consilia non sentis, constrictam iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides? Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos conuocaueris, quid consili ceperis quem nostrum ignorare arbitraris? [2] O tempora, o mores! senatus hæc intellegit, consul uidet; hic tamen uiuit. Viuit? Immo uero etiam in senatum uenit, fit publici consili particeps, notat et designat oculis ad cædem unum quemque nostrum. Nos autem fortes uiri satis facere rei publicæ uidemur, si istius furorem ac tela uitamus. Ad mortem te, Catilina, duci iussu consulis iam pridem oportebat, in te conferri pestem quam tu in nos omnis iam diu machinaris. [3] An uero uir amplissimus, P. Scipio, pontifex maximus, Ti. Gracchum mediocriter labefactantem statum rei publicæ priuatus interfecit: Catilinam orbem terræ cæde atque incendiis uastare cupientem nos consules perferemus? Nam illa nimis antiqua prætereo, quod C. Seruilius Ahala Sp. Mælium nouis rebus studentem manu sua occidit. Fuit, fuit ista quondam in hac re publica uirtus ut uiri fortes acrioribus suppliciis ciuem perniciosum quam acerbissimum hostem coercerent. Habemus senatus consultum in te, Catilina, uehemens et graue, non deest rei publicæ consilium neque auctoritas huius ordinis: nos, nos, dico aperte, consules desumus. 2. [4] Decreuit quondam senatus uti L. Opimius consul uideret ne quid res publica detrimenti caperet: nox nulla intercessit: interfectus est propter quasdam seditionum suspiciones C. Gracchus, clarissimo patre, avo, maioribus, occisus est cum liberis M. Fuluius consularis. Simili senatus consulto C. Mario et L. Valerio consulibus est permissa res publica: num unum diem postea L. Saturninum tribunum plebis et C. Seruilium prætorem mors ac rei publicæ poena remorata est? At uero nos uicesimum iam diem patimur hebescere aciem horum auctoritatis. Habemus enim eius modi senatus consultum, uerum inclusum in tabulis, tamquam in uagina reconditum, quo ex senatus consulto confestim te interfectum esse, Catilina, conuenit. Viuis, et uiuis non ad deponendam, sed ad confirmandam audaciam. Cupio, patres conscripti, me esse clementem, cupio in tantis rei publicæ periculis non dissolutum uideri, sed iam me ipse inertiæ nequitiæque condemno. [5] Castra sunt in Italia contra populum Romanum in Etruriæ faucibus conlocata, crescit in dies singulos hostium numerus; eorum autem castrorum imperatorem ducemque hostium intra moenia atque adeo in senatu uidetis intestinam aliquam cotidie perniciem rei publicæ molientem. Si te iam, Catilina, comprehendi, si interfici iussero, credo, erit uerendum mihi ne non hoc potius omnes boni serius a me quam quisquam crudelius factum esse dicat. Verum ego hoc quod iam pridem factum esse oportuit certa de causa nondum adducor ut faciam. Tum denique interficiere, cum iam nemo tam improbus, tam perditus, tam tui similis inueniri poterit qui id non iure factum esse fateatur. [6] Quam diu quisquam erit qui te defendere audeat, uiues, et uiues ita ut nunc uiuis, multis meis et firmis præsidiis obsessus ne commouere te contra rem publicam possis. Multorum te etiam oculi et aures non sentientem, sicut adhuc fecerunt, speculabuntur atque custodient. 3. Etenim quid est, Catilina, quod iam amplius exspectes, si neque nox tenebris obscurare coetus nefarios nec privata domus parietibus continere voces coniurationis tuæ potest, si inlustrantur, si erumpunt omnia? Muta iam istam mentem, mihi crede, obliuiscere cædis atque incendiorum. Teneris undique; luce sunt clariora nobis tua consilia omnia, quæ iam mecum licet recognoscas. [7] Meministine me ante diem XII Kalendas Nouembris dicere in senatu fore in armis certo die, qui dies futurus esset ante diem ui Kal. Nouembris, C. Manlium, audaciæ satellitem atque administrum tuæ? Num me fefellit, Catilina, non modo res tanta tam atrox tamque incredibilis, uerum, id quod multo magis est admirandum, dies? Dixi ego idem in senatu cædem te optimatium contulisse in ante diem V Kalendas Nouembris, tum cum multi principes civitatis Roma non tam sui conseruandi quam tuorum consiliorum reprimendorum causa profugerunt. Num infitiari potes te illo ipso die meis præsidiis, mea diligentia circumclusum commouere te contra rem publicam non potuisse, cum tu discessu ceterorum nostra tamen qui remansissemus cæde contentum te esse dicebas? [8] Quid? cum te Præneste Kalendis ipsis Nouembribus occupaturum nocturno impetu esse confideres, sensistin illam coloniam meo iussu meis præsidiis, custodiis, vigiliis esse munitam? Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas quod non ego non modo audiam sed etiam videam planeque sentiam. 4. Recognosce mecum tandem noctem illam superiorem; iam intelleges multo me uigilare acrius ad salutem quam te ad perniciem rei publicæ. Dico te priore nocte uenisse inter falcarios — non agam obscure — in M. Læcæ domum; conuenisse eodem compluris eiusdem amentiæ scelerisque socios. Num negare audes? Quid taces? Conuincam, si negas. Video enim esse hic in senatu quosdam qui tecum una fuerunt. [9] O di immortales! Vbinam gentium sumus? Quam rem publicam habemus? In qua urbe uiuimus? Hic, hic sunt in nostro numero, patres conscripti, in hoc orbis terræ sanctissimo grauissimoque consilio, qui de nostro omnium interitu, qui de huius urbis atque adeo de orbis terrarum exitio cogitent. Hos ego uideo consul et de re publica sententiam rogo, et quos ferro trucidari oportebat, eos nondum uoce uolnero! Fuisti igitur apud Læcam illa nocte, Catilina, distribuisti partis Italiæ, statuisti quo quemque proficisci placeret, delegisti quos Romæ relinqueres, quos tecum educeres, discripsisti urbis partis ad incendia, confirmasti te ipsum iam esse exiturum, dixisti paulum tibi esse etiam nunc morae, quod ego uiuerem. Reperti sunt duo equites Romani qui te ista cura liberarent et se illa ipsa nocte paulo ante lucem me in meo lecto interfecturos esse pollicerentur. [10] Hæc ego omnia uixdum etiam coetu uestro dimisso comperi; domum meam maioribus præsidiis muniui atque firmaui, exclusi eos quos tu ad me salutatum mane miseras, cum illi ipsi uenissent quos ego iam multis ac summis uiris ad me id temporis uenturos esse prædixeram. 5.Quæ cum ita sint, Catilina, perge quo coepisti: egredere aliquando ex urbe; patent portæ; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnis tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberaveris, modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum uersari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. [11] Magna dis immortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicæ pestem totiens iam effugimus. Non est sæpius in uno homine summa salus periclitanda rei publicæ. Quam diu mihi consuli designato, Catilina, insidiatus es, non publico me præsidio, sed priuata diligentia defendi. Cum proximis comitiis consularibus me consulem in campo et competitores tuos interficere uoluisti, compressi conatus tuos nefarios amicorum præsidio et copiis nullo tumultu publice concitato; denique, quotienscumque me petisti, per me tibi obstiti, quamquam uidebam perniciem meam cum magna calamitate rei publicæ esse coniunctam. [12] Nunc iam aperte rem publicam uniuersam petis, templa deorum immortalium, tecta urbis, uitam omnium ciuium, Italiam totam ad exitium et uastitatem uocas. Qua re, quoniam id quod est primum, et quod huius imperi disciplinæque maiorum proprium est, facere nondum audeo, faciam id quod est ad seueritatem lenius, ad communem salutem utilius. Nam si te interfici iussero, residebit in re publica reliqua coniuratorum manus; sin tu, quod te iam dudum hortor, exieris, exhaurietur ex urbe tuorum comitum magna et perniciosa sentina rei publicæ. 6. Quid est, Catilina? [13] Num dubitas id me imperante facere quod iam tua sponte faciebas? Exire ex urbe iubet consul hostem. Interrogas me, num in exsilium? Non iubeo, sed, si me consulis, suadeo. Quid est enim, Catilina, quod te iam in hac urbe delectare possit? In qua nemo est extra istam coniurationem perditorum hominum qui te non metuat, nemo qui non oderit. Quæ nota domesticæ turpitudinis non inusta uitæ tuæ est? Quod priuatarum rerum dedecus non hæret in fama? Quæ libido ab oculis, quod facinus a manibus umquam tuis, quod flagitium a toto corpore afuit? Cui tu adulescentulo quem corruptelarum inlecebris inretisses non aut ad audaciam ferrum aut ad libidinem facem prætulisti? [14] Quid uero? Nuper cum morte superioris uxoris nouis nuptiis locum uacuefecisses, nonne etiam alio incredibili scelere hoc scelus cumulauisti? Quod ego prætermitto et facile patior sileri, ne in hac ciuitate tanti facinoris immanitas aut exstitisse aut non uindicata esse uideatur. Prætermitto ruinas fortunarum tuarum quas omnis proximis Idibus tibi impendere senties: ad illa uenio quæ non ad priuatam ignominiam uitiorum tuorum, non ad domesticam tuam difficultatem ac turpitudinem, sed ad summam rem publicam atque ad omnium nostrum uitam salutemque pertinent. [15] Potestne tibi hæc lux, Catilina, aut huius cæli spiritus esse iucundus, cum scias esse horum neminem qui nesciat te pridie Kalendas Ianuarias Lepido et Tullo consulibus stetisse in comitio cum telo, manum consulum et principum ciuitatis interficiendorum causa parauisse, sceleri ac furori tuo non mentem aliquam aut timorem tuum sed Fortunam populi Romani obstitisse? Ac iam illa omitto — neque enim sunt aut obscura aut non multa commissa postea — quotiens tu me designatum, quotiens uero consulem interficere conatus es! Quot ego tuas petitiones ita coniectas ut uitari posse non uiderentur parua quadam declinatione et, ut aiunt, corpore effugi! Nihil agis, nihil adsequeris, neque tamen conari ac uelle desistis. quotiens iam tibi extorta est ista sica de manibus, [16] quotiens excidit casu aliquo et elapsa est! Quæ quidem quibus abs te initiata sacris ac deuota sit nescio, quod eam necesse putas esse in consulis corpore defigere. 7. Nunc uero quæ tua est ista uita? Sic enim iam tecum loquar, non ut odio permotus esse uidear, quo debeo, sed ut misericordia, quæ tibi nulla debetur. Venisti paulo ante in senatum. Quis te ex hac tanta frequentia, tot ex tuis amicis ac necessariis salutauit? Si hoc post hominum memoriam contigit nemini, uocis exspectas contumeliam, cum sis grauissimo iudicio taciturnitatis oppressus? Quid, quod aduentu tuo ista subsellia uacuefacta sunt, quod omnes consulares qui tibi persæpe ad cædem constituti fuerunt, simul atque adsedisti, partem istam subselliorum nudam atque inanem reliquerunt, quo tandem animo tibi ferendum putas? [17] Serui mehercule mei si me isto pacto metuerent ut te metuunt omnes ciues tui, domum meam relinquendam putarem: tu tibi urbem non arbitraris? Et si me meis ciuibus iniuria suspectum tam grauiter atque offensum uiderem, carere me aspectu ciuium quam infestis omnium oculis conspici mallem: tu, cum conscientia scelerum tuorum agnoscas odium omnium iustum et iam diu tibi debitum, dubitas quorum mentis sensusque uolneras, eorum aspectum præsentiamque uitare? Si te parentes timerent atque odissent tui neque eos ratione ulla placare posses, ut opinor, ab eorum oculis aliquo concederes. Nunc te patria, quæ communis est parens omnium nostrum, odit ac metuit et iam diu nihil te iudicat nisi de parricidio suo cogitare: huius tu neque auctoritatem uerebere nec iudicium sequere nec uim pertimesces? [18] Quæ tecum, Catilina, sic agit et quodam modo tacita loquitur: «Nullum iam aliquot annis facinus exstitit nisi per te, nullum flagitium sine te; tibi uni multorum ciuium neces, tibi uexatio direptioque sociorum impunita fuit ac libera; tu non solum ad neglegendas leges et quæstiones uerum etiam ad euertendas perfringendasque ualuisti. Superiora illa, quamquam ferenda non fuerunt, tamen ut potui tuli; nunc uero me totam esse in metu propter unum te, quicquid increpuerit, Catilinam timeri, nullum uideri contra me consilium iniri posse quod a tuo scelere abhorreat, non est ferendum. Quam ob rem discede atque hunc mihi timorem eripe; si est uerus, ne opprimar, sin falsus, ut tandem aliquando timere desinam». 8. [19] Hæc si tecum, ut dixi, patria loquatur, nonne impetrare debeat, etiam si uim adhibere non possit? Quid, quod tu te in custodiam dedisti, quod uitandæ suspicionis causa ad M’. Lepidum te habitare uelle dixisti? A quo non receptus etiam ad me uenire ausus es, atque ut domi meæ te adseruarem rogasti. Cum a me quoque id responsum tulisses, me nullo modo posse isdem parietibus tuto esse tecum, quia magno in periculo essem quod isdem moenibus contineremur, ad Q. Metellum prætorem uenisti. A quo repudiatus ad sodalem tuum, uirum optimum, M. Metellum demigrasti, quem tu uidelicet et ad custodiendum te diligentissimum et ad suspicandum sagacissimum et ad uindicandum fortissimum fore putasti. Sed quam longe uidetur a carcere atque a uinculis abesse debere qui se ipse iam dignum custodia iudicarit? [20] Quæ cum ita sint, Catilina, dubitas, si emori æquo animo non potes, abire in aliquas terras et uitam istam multis suppliciis iustis debitisque ereptam fugæ solitudinique mandare? «Refer – inquis – ad senatum»; id enim postulas et, si hic ordo placere sibi decreuerit te ire in exsilium, obtemperaturum te esse dicis. Non referam, id quod abhorret a meis moribus, et tamen faciam ut intellegas quid hi de te sentiant. Egredere ex urbe, Catilina, libera rem publicam metu, in exsilium, si hanc uocem exspectas, proficiscere. Quid est? Ecquid attendis, ecquid animaduertis horum silentium? Patiuntur, tacent. Quid exspectas auctoritatem loquentium, quorum uoluntatem tacitorum perspicis? [21] At si hoc idem huic adulescenti optimo P. Sestio, si fortissimo uiro M. Marcello dixissem, iam mihi consuli hoc ipso in templo senatus iure optimo uim et manus intulisset. De te autem, Catilina, cum quiescunt, probant, cum patiuntur, decernunt, cum tacent, clamant, neque hi solum quorum tibi auctoritas est uidelicet cara, uita uilissima, sed etiam illi equites Romani, honestissimi atque optimi uiri, ceterique fortissimi ciues qui circumstant senatum, quorum tu et frequentiam uidere et studia perspicere et uoces paulo ante exaudire potuisti. Quorum ego uix abs te iam diu manus ac tela contineo, eosdem facile adducam ut te hæc quæ uastare iam pridem studes relinquentem usque ad portas prosequantur. 9. [22] Quamquam quid loquor? Te ut ulla res frangat, tu ut umquam te corrigas, tu ut ullam fugam meditere, tu ut ullum exsilium cogites? Vtinam tibi istam mentem di immortales duint! Tametsi uideo, si mea uoce perterritus ire in exsilium animum induxeris, quanta tempestas inuidiæ nobis, si minus in præsens tempus recenti memoria scelerum tuorum, at in posteritatem impendeat. Sed est tanti, dum modo tua ista sit priuata calamitas et a rei publicæ periculis seiungatur. sed tu ut uitiis tuis commoueare, ut legum poenas pertimescas, ut temporibus rei publicæ cedas non est postulandum. Neque enim is es, Catilina, ut te aut pudor a turpitudine aut metus a periculo aut ratio a furore reuocarit. [23] Quam ob rem, ut sæpe iam dixi, proficiscere ac, si mihi inimico, ut prædicas, tuo conflare uis inuidiam, recta perge in exsilium; uix feram sermones hominum, si id feceris, uix molem istius inuidiæ, si in exsilium iussu consulis iueris, sustinebo. Sin autem seruire meæ laudi et gloriæ mauis, egredere cum importuna sceleratorum manu, confer te ad Manlium, concita perditos ciuis, secerne te a bonis, infer patriæ bellum, exsulta impio latrocinio, ut a me non eiectus ad alienos, sed inuitatus ad tuos isse uidearis. [24] Quamquam quid ego te inuitem, a quo iam sciam esse præmissos qui tibi ad forum Aurelium præstolarentur armati, cui sciam pactam et constitutam cum Manlio diem, a quo etiam aquilam illam argenteam quam tibi ac tuis omnibus confido perniciosam ac funestam futuram, cui domi tuæ sacrarium sceleratum constitutum fuit, sciam esse præmissam? Tu ut illa carere diutius possis quam venerari ad caedem proficiscens solebas, a cuius altaribus sæpe istam impiam dexteram ad necem civium transtulisti? 10. [25] Ibis tandem aliquando quo te iam pridem tua ista cupiditas effrenata ac furiosa rapiebat; neque enim tibi hæc res adfert dolorem, sed quandam incredibilem voluptatem. Ad hanc te amentiam natura peperit, uoluntas exercuit, fortuna seruauit. Numquam tu non modo otium sed ne bellum quidem nisi nefarium concupisti. Nactus es ex perditis atque ab omni non modo fortuna uerum etiam spe derelictis conflatam improborum manum. [26] Hic tu qua lætitia perfruere, quibus gaudiis exsultabis, quanta in uoluptate bacchabere, cum in tanto numero tuorum neque audies uirum bonum quemquam neque uidebis! Ad huius uitæ studium meditati illi sunt qui feruntur labores tui, iacere humi non solum ad obsidendum stuprum uerum etiam ad facinus obeundum, uigilare non solum insidiantem somno maritorum uerum etiam bonis otiosorum. Habes ubi ostentes tuam illam præclaram patientiam famis, frigoris, inopiæ rerum omnium quibus te breui tempore confectum esse senties. [27] Tantum profeci, cum te a consulatu reppuli, ut exsul potius temptare quam consul uexare rem publicam posses, atque ut id quod esset a te scelerate susceptum latrocinium potius quam bellum nominaretur. 11. Nunc, ut a me, patres conscripti, quandam prope iustam patriæ querimoniam detester ac deprecer, percipite, quæso, diligenter quæ dicam, et ea penitus animis uestris mentibusque mandate. etenim si mecum patria, quae mihi uita mea multo est carior, si cuncta Italia, si omnis res publica loquatur: «M. Tulli, quid agis? Tune eum quem esse hostem comperisti, quem ducem belli futurum uides, quem exspectari imperatorem in castris hostium sentis, auctorem sceleris, principem coniurationis, euocatorem seruorum et ciuium perditorum, exire patiere, ut abs te non emissus ex urbe, sed immissus in urbem esse uideatur? Nonne hunc in uincla duci, non ad mortem rapi, non summo supplicio mactari imperabis? Quid tandem te impedit? Mosne maiorum? [28] At persæpe etiam priuati in hac re publica perniciosos ciuis morte multarunt. An leges quæ de ciuium Romanorum supplicio rogatæ sunt? At numquam in hac urbe qui a re publica defecerunt ciuium iura tenuerunt. An inuidiam posteritatis times? Præclaram uero populo Romano refers gratiam qui te, hominem per te cognitum, nulla commendatione maiorum tam mature ad summum imperium per omnis honorum gradus extulit, si propter inuidiam aut alicuius periculi metum salutem ciuium tuorum neglegis. [29] Sed si quis est inuidiæ metus, non est uehementius seueritatis ac fortitudinis inuidia quam inertiæ ac nequitiæ pertimescenda. An, cum bello uastabitur Italia, uexabuntur urbes, tecta ardebunt, tum te non existimas inuidiæ incendio conflagraturum?» 12. His ego sanctissimis rei publicæ uocibus et eorum hominum qui hoc idem sentiunt mentibus pauca respondebo. Ego, si hoc optimum factu iudicarem, patres conscripti, Catilinam morte multari, unius usuram horæ gladiatori isti ad uiuendum non dedissem. Etenim si summi uiri et clarissimi ciues Saturnini et Gracchorum et Flacci et superiorum complurium sanguine non modo se non contaminarunt sed etiam honestarunt, certe uerendum mihi non erat ne quid hoc parricida ciuium interfecto inuidiæ mihi in posteritatem redundaret. Quod si ea mihi maxime impenderet, tamen hoc animo fui semper ut inuidiam uirtute partam gloriam, non inuidiam putarem. [30] Quamquam non nulli sunt in hoc ordine qui aut ea quæ imminent non uideant aut ea quæ uident dissimulent; qui spem Catilinæ mollibus sententiis aluerunt coniurationemque nascentem non credendo conroborauerunt; quorum auctoritate multi non solum improbi uerum etiam imperiti, si in hunc animaduertissem, crudeliter et regie factum esse dicerent. Nunc intellego, si iste, quo intendit, in Manliana castra peruenerit, neminem tam stultum fore qui non uideat coniurationem esse factam, neminem tam improbum qui non fateatur. Hoc autem uno interfecto intellego hanc rei publicæ pestem paulisper reprimi, non in perpetuum comprimi posse. Quod si sese eiecerit secumque suos eduxerit et eodem ceteros undique conlectos naufragos adgregarit, exstinguetur atque delebitur non modo hæc tam adulta rei publicæ pestis uerum etiam stirps ac semen malorum omnium. 13. [31] Etenim iam diu, patres conscripti, in his periculis coniurationis insidiisque uersamur, sed nescio quo pacto omnium scelerum ac ueteris furoris et audaciæ maturitas in nostri consulatus tempus erupit. Nunc si ex tanto latrocinio iste unus tolletur, uidebimur fortasse ad breue quoddam tempus cura et metu esse releuati, periculum autem residebit et erit inclusum penitus in uenis atque in uisceribus rei publicæ. Vt sæpe homines ægri morbo graui, cum æstu febrique iactantur, si aquam gelidam biberunt, primo releuari uidentur, deinde multo grauius uehementiusque adflictantur, sic hic morbus qui est in re publica releuatus istius poena uehementius reliquis uiuis ingrauescet. [32] Qua re secedant improbi, secernant se a bonis, unum in locum congregentur, muro denique, quod sæpe iam dixi, secernantur a nobis; desinant insidiari domi suæ consuli, circumstare tribunal prætoris urbani, obsidere cum gladiis curiam, malleolos et faces ad inflammandam urbem comparare; sit denique inscriptum in fronte unius cuiusque quid de re publica sentiat. Polliceor hoc uobis, patres conscripti, tantam in nobis consulibus fore diligentiam, tantam in uobis auctoritatem, tantam in equitibus Romanis uirtutem, tantam in omnibus bonis consensionem ut Catilinæ profectione omnia patefacta, inlustrata, oppressa, uindicata esse uideatis. [33] Hisce ominibus, Catilina, cum summa rei publicæ salute, cum tua peste ac pernicie cumque eorum exitio qui se tecum omni scelere parricidioque iunxerunt, proficiscere ad impium bellum ac nefarium. Tu, Iuppiter, qui isdem quibus hæc urbs auspiciis a Romulo es constitutus, quem Statorem huius urbis atque imperi uere nominamus, hunc et huius socios a tuis ceterisque templis, a tectis urbis ac moenibus, a uita fortunisque ciuium omnium arcebis et homines bonorum inimicos, hostis patriæ, latrones Italiæ scelerum foedere inter se ac nefaria societate coniunctos æternis suppliciis uiuos mortuosque mactabis.

 

I.1. Fino a quando, Catilina, intendi dunque abusare della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora questo tuo comportamento fazioso si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua illimitata sfrontatezza? Non ti turbano il presidio notturno a difesa del Palatino, le pattuglie armate che perlustrano la città, l’angoscia del popolo, l’accorrere di tutti i cittadini onesti, e neppure la scelta di questa sede – così difesa – per le riunioni del senato, né l’espressione del volto di costoro? Non ti accorgi che i tuoi progetti sono stati scoperti? Non ti rendi conto che il tuo complotto è ostacolato dal fatto che tutti qui ne sono a conoscenza? Credi forse che qualcuno di noi ignori che cosa hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stati, quali congiurati hai convocato e quali decisioni hai preso? 2. Che tempi! Che costumi! Il senato è informato di questi progetti, il console ne è consapevole: eppure quello lì continua a vivere! A vivere? Non solo, ma addirittura viene in senato, gli si permette di prender parte alle decisioni d’interesse comune, osserva ciascuno di noi e con un’occhiata gli assegna un destino di morte! Quanto a noi, uomini di grande coraggio, siamo convinti di fare abbastanza per la Repubblica vanificando i furiosi tentativi assassini di costui. Ti si sarebbe dovuto condannare a morte già in precedenza, Catilina, per ordine del console; su di te avrebbe dovuto riversarsi la rovina che tu già da lungo tempo trami contro tutti noi! 3. Se un uomo di grandissimo prestigio, quale fu il pontefice massimo Publio Scipione, pur non ricoprendo cariche pubbliche, mandò a morte Tiberio Gracco che peraltro attendeva solo in misura marginale alla stabilità della Repubblica, noi consoli tollereremo che Catilina accarezzi l’idea di devastare con stragi e incendi il mondo intero? Tralascio il noto esempio, ormai troppo lontano, di Gaio Servilio Ahala, il quale uccise di propria mano Spurio Melio che ordiva trame estremistiche. Ma vi assicuro che vi fu, vi fu anche in questa Repubblica un tempo il coraggio, quando gli uomini di grande energia infliggevano al cittadino sedizioso un supplizio più crudele di quello riservato al peggior nemico. Contro di te, Catilina, un decreto del senato energico e severo lo possediamo: la Repubblica non è priva della saggezza e della capacità di decisione del collegio senatorio; siamo noi consoli – lo riconosco davanti a tutti – siamo noi a venir meno al nostro dovere. II. 4. Un tempo, il senato conferì al console Lucio Opimio i pieni poteri con l’incarico di vigilare affinché la Repubblica non subisse danni; non trascorse nemmeno una notte che per un semplice sospetto di congiura venisse messo a morte Gaio Gracco (eppure suo padre era famosissimo, così come il nonno materno e i vari antenati); anche l’ex console Marco Fulvio fu ucciso insieme con i figli. Un analogo decreto del senato affidò la salvezza dello Stato ai consoli Gaio Mario e Lucio Valerio. Ebbene, la condanna a morte decretata dal senato non attese nemmeno un giorno a colpire il tribuno della plebe Lucio Saturnino e il pretore Gaio Servilio. Noi invece già da venti giorni tolleriamo che la decisione dei senatori rimanga senza conseguenze. Abbiamo a disposizione, infatti, un senatusconsultum dell’efficacia che sapete, ma lo lasciamo ben chiuso negli archivi ufficiali, come una spada nel fodero! In conformità a tal decreto, Catilina, saresti dovuto essere ucciso senza indugio. Vivi invece, e sei ancora in vita non per moderare la tua arroganza, ma per rafforzarla. Desidero essere clemente, padri coscritti; ma in un momento di così grave pericolo per la Repubblica desidero anche non apparir indolente: io stesso quindi mi accuso di pigrizia e negligenza. 5. In Italia, allo sbocco delle valli toscane, vi è un esercito schierato contro il popolo romano; il numero dei nemici cresce di giorno in giorno; il comandante, la guida di tal esercito, lo potete vedere in città, e persino in senato, ordire giorno per giorno le sue trame contro la Repubblica. Se ora ordinassi di arrestarti, Catilina, o di ucciderti, sono convinto che tutti i cittadini onesti direbbero che l’ho fatto troppo tardi, e non che ho agito con eccessiva crudeltà. Ma io per una ben precisa ragione sono portato a credere che sia bene non fare ancor ciò che si sarebbe dovuto fare in precedenza. Alla fine sarai comunque giustiziato, quando ormai non si troverà più nessuno tanto ingiusto, tanto corrotto, tanto simile a te, da non riconoscere apertamente che ho agito secondo la legge. 6. Finché ci sarà uno solo che oserà difenderti vivrai, ma vivrai così come stai vivendo ora, assediato dalle mie numerose e risolute guardie, in modo che tu non possa ordire trame contro la Repubblica. Molti occhi e molte orecchie ti osserveranno e ti ascolteranno, senza che tu te ne accorga, come hanno fatto finora. III. E dunque, Catilina, che motivo c’è per attendere ancora, se nemmeno la notte riesci a nascondere con le tenebre i tuoi incontri scellerati, se neppure le pareti di un’abitazione privata bastano a coprire le voci della tua congiura, se tutto è chiaro, se tutto viene allo scoperto? Dammi ascolto: cambia il tuo proposito, dimentica massacri e incendi. Sei accerchiato: tutti i tuoi piani sono per noi più chiari della luce; se vuoi, possiamo passarli insieme in rassegna. 7. Non ricordi che il 21 ottobre in senato ho sostenuto che in un giorno stabilito, che sarebbe stato il 27 ottobre, Gaio Manlio, tuo compare d’azioni temerarie e tuo braccio destro, sarebbe sceso in armi? Mi è forse sfuggita, Catilina, l’enormità del tuo tentativo – così crudele e incredibile – o peggio – e ciò colpisce ancor più – la data? Inoltre sono stato io a rivelare in senato che tu avevi posticipato il massacro dei senatori al 28 ottobre, giorno in cui molti notabili della città lasciarono Roma non tanto per mettersi in salvo quanto per vanificare i tuoi progetti. Puoi forse negare che proprio in quel giorno, circondato dalle mie guardie e dalla mia attenta vigilanza, non hai potuto attuare i tuoi piani contro la Repubblica, e – giacché gli altri erano partiti – andavi dicendo che ti saresti accontentato di eliminare me che non mi ero allontanato? 8. Che cosa vuoi ancora? Confidando nel fatto che l’1 novembre con una sortita notturna avresti conquistato Preneste, non ti rendesti conto che quella colonia, per mio ordine, era custodita dai miei soldati, dalle mie guardie, dalle mie sentinelle? Non puoi fare né tramare né pensar nulla senza che io non solo senta, ma anche veda e comprenda perfettamente. IV. Ripercorri dunque con me la penultima notte: ti accorgerai così che io veglio sulla sicurezza della Repubblica molto più attentamente di quanto tu non ti adoperi per la sua rovina. La penultima notte ti sei recato nella via dei fabbricanti di falci – intendo parlar chiaro – in casa di Marco Leca. Là si erano radunati parecchi complici del tuo piano folle e scellerato. Osi forse negarlo? Perché te ne stai zitto? Se neghi, addurrò prove della tua colpevolezza: vedo, infatti, che qui in senato sono presenti alcuni che erano là insieme con te! 9. Dèi immortali! In che mondo viviamo? In che città abitiamo? Che governo abbiamo mai? Qui, proprio qui, in mezzo a noi, senatori, in quest’assemblea, la più sacra e autorevole della terra, sono seduti quelli che tramano la morte di noi tutti, la distruzione di questa città e persino del mondo intero. A me, console, tocca sopportare la loro presenza e devo chiedere il loro parere per la salvezza della Repubblica senza neppure riuscire a ferire con la voce coloro che sarebbe stato necessario passar per le armi. Dunque, Catilina, quella notte andasti da Leca: distribuisti gli incarichi ai congiurati delle varie zone d’Italia e decidesti dove ti pareva opportuno che ciascuno si recasse; stabilisti anche chi lasciare a Roma e chi portare con te. Designasti i quartieri della città da incendiare, confermasti che la tua partenza era ormai prossima e dicesti di doverti trattenere ancora – ma per poco – per il fatto che io ero ancora in vita. Si trovarono due cavalieri romani disposti a liberarti anche da questa preoccupazione, i quali s’impegnarono a uccidermi nel mio letto quella notte stessa poco prima dell’alba. 10. Tutte queste cose sono venuto a saperle non appena sciolta la vostra riunione. Rafforzai il presidio di guardie intorno alla mia casa, vietai l’ingresso a coloro che al mattino tu hai mandato a salutarmi, poiché erano venuti proprio quelli la cui visita in quel momento mi aspettavo – come avevo già predetto a molti illustri cittadini. V. Questa è la situazione, Catilina: porta a termine ciò che hai intrapreso; esci una volta per tutte dalla città; le porte sono spalancate: vai! Da troppo tempo ormai le celebri truppe del tuo amico Manlio ti attendono, loro comandante! Portati via tutti i tuoi, o almeno il maggior numero possibile: ripulisci la città! Sarò liberato da una grande preoccupazione quando un muro si leverà tra me e te. Ormai non puoi restare tra noi più a lungo: io non voglio, non posso, non ho assolutamente intenzione di sopportarlo. 11. Dobbiamo nutrire grande riconoscenza verso gli dèi immortali e in particolare verso Giove Statore, da sempre custode di questa città, per il fatto che già tante volte siamo riusciti a sfuggire a questa rovina, così spaventosa, orribile e pericolosa per la Repubblica, la cui sopravvivenza non bisogna mai più permettere che venga messa a repentaglio da un solo uomo. Fino a che tu, Catilina, hai tramato contro di me, quando ero console designato, mi son difeso non con una scorta pubblica, ma con una guardia del corpo privata. Quando poi, nel corso degli ultimi comizi per l’elezione dei consoli, hai tentato di uccidermi – allora ero console in carica – nel Campo Marzio insieme con i candidati tuoi concorrenti, sono riuscito a reprimere i tuoi tentativi assassini grazie alla protezione degli amici e delle loro guardie, senza ricorrere a una leva straordinaria. Insomma, ogni volta che hai preso di mira me mi sono opposto da solo ai tuoi dardi, sebbene mi rendessi conto che la mia morte avrebbe comportato una grave rovina per la Repubblica. 12. Ora però tu attenti apertamente all’intera cosa pubblica, vuoi trascinare alla distruzione e alla catastrofe i templi degli dèi immortali, gli edifici della città, la vita di tutti i cittadini, insomma l’Italia intera. Perciò, dato che non oso ancora provvedere con la decisione che sarebbe la prima da prendere e la più conveniente a questo mio grado e alla tradizione, farò quanto risulta meno grave dal punto di vista del rigore, ma più utile alla salvezza comune. Se, infatti, impartissi l’ordine di ucciderti rimarrebbe nella Repubblica un manipolo di congiurati. Se invece tu – cosa a cui ti esorto già da parecchio tempo – te ne andrai, la fogna della città, la numerosa ed esiziale torma dei tuoi complici, sarà ripulita. 13. Che c’è, Catilina? Esiti a fare per mio ordine ciò che avresti fatto di tua spontanea volontà? Il console ordina al nemico di allontanarsi dalla città. In esilio, mi chiedi? Non te lo posso ordinare, ma, se mi chiedi un consiglio, te lo suggerisco! VI. Che cosa c’è, Catilina, che non ti possa trattenere ancora in questa città, nella quale non vi è nessuno – tranne questa banda di tuoi scellerati complici – che non ti tema, che non ti abbia in odio? Quale marchio d’immoralità non bolla la tua vita privata? Quali azioni disonorevoli non macchiano la tua fama? Da quale dissolutezza rifuggirono mai i tuoi occhi, da quale delitto le tue mani, da quale scandalo la tua persona? Quale adolescente, dopo averlo irretito con gli allettamenti della tua corruzione, non hai guidato al delitto o alla passione sfrenata? 14. Che dire di più? Quando, poco tempo fa, con l’uccisione della tua prima moglie hai sgomberato la casa per nuove nozze, non hai forse sommato a quest’infamia anche un delitto impronunciabile? Ma lo passo sotto silenzio, e volentieri evito di parlarne, perché non risulti che in questa città è stato perpetrato o non è stato punito un delitto tanto esecrabile. Ometto lo stato rovinoso delle tue finanze: ti accorgerai alle prossime Idi della minaccia che incombe su di te; vengo piuttosto a quei fatti che non riguardano l’obbrobrio della tua vita privata, né le tue difficoltà economiche, ma il supremo bene della Repubblica e la vita e la sicurezza di tutti noi. 15. Come può, Catilina, esserti gradita questa luce o l’aria che respiri, sapendo che nessuno dei presenti ignora che l’ultimo giorno dell’anno di consolato di Lepido e Tutto hai preso parte ai comizi armato, che avevi raccolto un pugno di uomini per uccidere i consoli e i cittadini più in vista e che al progetto scellerato non un tuo pensiero di ravvedimento o un qualche timore si è opposto, ma la Fortuna del popolo romano? Ma tralascio anche questi delitti: infatti, quelli commessi in seguito non sono né sconosciuti né pochi. Quante volte hai tentato di uccidermi quand’ero console designato e quante volte persino dopo che ero divenuto console! Da quanti tuoi colpi assestati in modo che sembrasse impossibile evitarli mi son difeso con un semplice scarto del corpo! Perdi tempo, non ottieni nulla, eppure non metti fine ai tuoi velleitari tentativi. 16. Quante volte già questo pugnale ti è stato strappato dalle mani! Quante volte per qualche motivo ti è caduto e non ha avuto effetto! Non so con quali riti sia stato consacrato e promesso in voto, se ritieni necessario conficcarlo nel corpo di un console. VII. Ma dimmi, che vite è ora la tua? Ormai ti rivolgo la parola non mosso dall’odio, come dovrei, ma dalla misericordia, che tu non meriti affatto. Poco fa sei venuto qua in senato. Chi di tutta questa folla, chi dei tuoi numerosi amici e clienti ti ha rivolto il saluto? A memoria d’uomo non si ricorda che qualcuno abbia mai ricevuto un’accoglienza così ostile: e allora? Attendi il disprezzo delle parole quando già sei colpito dal durissimo giudizio del silenzio? E ancora: al tuo arrivo questi sedili sono stati lasciati liberi, non appena ti sei seduto, tutti gli ex consoli da te più volte condannati a morte hanno abbandonato completamente questo settore di seggi. Con che animo insomma pensi di sopportare tutto ciò? 17. Se i miei servi mi temessero al punto a cui ti temono tutti i tuoi concittadini, mi riterrei costretto ad abbandonare la mia casa. Non pensi tu di dover lasciare la città? Se mi vedessi da loro sospettato e accusato di cose tanto gravi – sia pur a torto –, preferirei essere privato della possibilità di vederli piuttosto che essere guardato da tutti con occhi ostili. Tu invece, nonostante riconosca – per la coscienza che hai dei tuoi crimini – che l’odio di tutti è giustificato e dovuto a te da tempo, esiti tuttavia ad allontanarti dagli occhi e dalla presenza di quelli cui ferisci la mente e l’anima? Se i tuoi genitori avessero paura di te e ti odiassero e non ti fosse possibile in alcun modo ricondurli alla ragione, te ne andresti lontano – immagino – dai loro occhi. Ora è la patria, madre comune di tutti noi, a odiarti e temerti, ormai da tempo convinta che tu non accarezzi altro progetto che il parricidio: non ne rispetterai l’autorità, non ne accetterai la sentenza, non ne temerai la forza? 18. Essa, Catilina, discute con te silenziosa, in un certo qual modo, ti rivolge la parola così: «Ormai da molti anni non è stato perpetrato alcun delitto se non per opera tua, nessuna azione infamante senza la tua partecipazione; soltanto per te l’uccisione di molti cittadini, la vessazione e la depredazione degli alleati sono rimasti impuniti e privi di conseguenze: sei stato capace non solo di calpestare le leggi e i tribunali, ma anche di distruggerli e annientarli. I noti delitti del passato, che non avrei dovuto sopportare, tuttavia, come ho potuto, li ho sopportati. Ora però sono in grande ansietà per causa soltanto tua: a ogni rumore si teme Catilina; sembra che nessun complotto possa essere ordito contro di me senza la tua scellerata partecipazione: non intendo più sopportarlo. Perciò vattene, e liberami da questo timore: se è fondato, perché io non ne sia uccisa, se invece è falso, perché una volta per tutte io smetta di aver paura!». VIII. 19. Se, come ho detto, la patria ti rivolgesse queste parole, non dovrebbe forse ottenere ciò che ti chiede, anche se non fosse in grado di usare la forza? E che dirò del fatto che hai chiesto gli arresti domiciliari e che fugare i sospetti hai dichiarato l’intenzione di trasferirti presso Marco Lepido? Ma Lepido non ti ha accolto, e hai osato venire anche da me a chiedere di essere ospitato in casa mia. Ricevuta la medesima risposta, cioè che io non potevo ritenermi sicuro abitando tra le stesse pareti in cui abitavi tu, poiché correvo già un grave pericolo vivendo entro la stessa cerchia di mura, ti sei recato dal pretore Quinto Metello. Rifiutato anche da lui, te ne andasti dal tuo amico Marco Metello, ottima persona, che credesti sarebbe stato molto zelante nel custodirti, astutissimo nel sorvegliarti e durissimo nel punirti. Ma quanto è giusto che stia lontano dai ceppi del carcere uno che da se stesso si giudica degno degli arresti domiciliari? 20. Vista la situazione, Catilina – dal momento che non sei in grado di morire con animo fermo –, esiti ad andare in altre terre e ad affidare la tua vita, sottratta a numerosi supplizi giusti e meritati, a quella forma di fuga che è la solitudine? «Fanne proposta formale al senato» mi dici: lo chiedi tu stesso e, se il senato decretasse il tuo esilio, ti proclami disposto a obbedire. Non lo proporrò, perché ciò è contrario alle mie abitudini, e farò tuttavia in modo che tu percepisca chiaramente che cosa pensano di te. Vattene dalla città, Catilina, libera la Repubblica dal terrore! Va’ in esilio, se aspetti il loro giudizio! E allora? Ma presti attenzione? Non senti il loro silenzio? Lasciano che parli io, loro tacciono. A che scopo attendi un ordine esplicito, quando la loro volontà traspare anche solo dal silenzio? 21. Se io avessi detto le stesse cose a questo giovane valoroso, Publio Sestio, o a Marco Marcello, uomo di grande coraggio, il senato avrebbe già reagito violentemente contro di me in questa stessa sede e a buon diritto, nonostante io sia il console. Invece, trattandosi di te, approvano con il silenzio, lasciandomi parlare pronunciano sentenze, tacendo gridano; e non soltanto costoro, dei quali rispetti l’autorità pur tenendo scarso conto della loro vita, ma anche tutti i cavalieri romani, uomini di grande onore e valore e tutti gli altri cittadini coraggiosi che circondano il senato, dei quali puoi costatare di persona il numero, intuire i propositi e di cui poco fa hai anche potuto sentire le voci. A fatica tengo lontani da te le loro armi e i loro colpi. Ma potrei facilmente convincerli a farti da scorta fino alle porte se tu decidessi di abbandonare questi luoghi che già da tempo ti proponi di distruggere. IX. 22. Ma perché parlare? Con la speranza che qualcosa ti pieghi, che prima o poi tu ti corregga, che tu giunga finalmente alla decisione di fuggire o di andare in esilio? Magari entrassi in tale ordine d’idee! Eppure mi è chiaro che, nel caso ti convincessi ad andare in esilio per effetto delle mie parole, un’immensa grandine d’impopolarità ne verrebbe per me, se anche non oggi – è vivo, infatti, il ricordo dei tuoi recenti delitti –, certo in futuro. Ciononostante ne vale la pena, purché la sventura colpisca me soltanto e la Repubblica non sia minacciata. Ma non si deve pretendere che tu sia spinto dai tuoi vizi a temere le pene sancite dalla legge, che ti sacrifichi per la difficile situazione della Repubblica. Infatti, Catilina, non sei certo il tipo che la vergogna trattiene dal compiere un’azione infamante, o la paura dell’affrontare un pericolo, o la ragione dal commettere una follia. 23. Perciò, come ti ho già ripetuto più volte, vattene e se vuoi suscitare odio contro di me – tuo nemico, come dici, personale – va’ in esilio immediatamente. Sarà una dura fatica sopportare le calunnie dei malvagi se farai ciò. A stento sarò in grado di sostenere il peso di quest’odio se andrai in esilio per ordine del console. Se invece vuoi essere utile alla mia fama futura, allora vattene insieme con la schiera impudente dei tuoi fidi, raggiungi Manlio, raccogli i peggiori cittadini, allontanati dai buoni, dichiara guerra alla patria, gioisci di questa guerra di briganti, in modo che non sembri che io ti abbia cacciato in mezzo a degli stranieri ma che tu abbia raggiunto i tuoi dietro loro invito. 24. Perché mai dovrei tentare di persuaderti, sapendo che hai inviato alcuni ad attenderti armati a Foro Aurelio? Sapendo che hai preso accordi con Manlio sul giorno dell’incontro? Sapendo che hai mandato avanti anche l’aquila d’argento, che – ne sono sicuro – sarà segno di luttuosa rovina per te e per tutti i tuoi, aquila a cui hai addirittura eretto un empio sacrario in casa tua? È mai possibile che possa starle lontano tu che eri solito pregarla prima di uscire per commettere un delitto, tu che dai suoi altari hai spesso ritratto la mano sacrilega per andare a uccidere dei concittadini? X. 25. Te ne andrai insomma una volta per tutte là dove già in precedenza ti trascinava la tua sfrenata e insana smania! E questo fatto non ti provoca dolore, ma una sorta di sconvolgente voluttà: per tale follia ti ha generato la natura, ti ha allenato la volontà, ti ha protetto il destino. Non solo non hai mai desiderato la pace, ma neppure la guerra, a meno che non fosse rovinosa. Ti sei imbattuto in una masnada di mascalzoni, un’accozzaglia di uomini perduti, non solo traditi dalla sorte ma anche privi di qualsiasi speranza. 26. Con loro chissà che felicità potrai sperimentare, quali gioie ti faranno esultare, quale immenso diletto t’inonderà quando ti accorgerai che in un così numeroso gruppo di persone non ne ascolterai e non ne potrai vedere una che sia perbene. A questo genere di vita erano indirizzate le tue fatiche, di cui si favoleggia: dormivi per terra non solo per progettare un adulterio ma anche per commettere un delitto, vegliavi non solo per insidiare il sonno dei mariti ma anche i beni dei cittadini pacifici. Ti si offre un’occasione per dar prova della tua tanto celebrata capacità di sopportare la fame, il freddo, la privazione di tutto: senti che tra breve ne sarai sopraffatto. 27. Respingendoti dal consolato ho ottenuto almeno un risultato positivo: hai assalito la Repubblica da esule, piuttosto che vessarla da console, e quanto di scellerato hai intrapreso è stato giudicato un atto di brigantaggio piuttosto che di guerra. XI. Ora, senatori, affinché io possa prevenire o respingere un rimprovero in un certo qual modo fondato per la Repubblica, ascoltate con attenzione – vi prego – ciò che sto per dire e imprimetevelo bene nel cuore e nella mente. Infatti, se la patria, che mi è molto più cara della vita, se l’Italia intera, se tutta la Repubblica mi parlasse così: «Marco Tullio, che fai? Hai scoperto che è un nemico, prevedi che porterà guerra, ti accorgi che gli avversari lo aspettano come comandante, lui, autore di delitti, capo di una congiura, sobillatore di schiavi e di cittadini ridotti in rovina, eppure sopporti che se ne vada, in modo che sembrerà non che tu l’abbia cacciato, ma che l’abbia fatto entrare in città. Non darai dunque l’ordine di imprigionarlo, di condannarlo a morte, di punirlo con l’estremo supplizio? 28. Che cosa mai te lo impedisce? Il mos maiorum? Più e più volte in questa Repubblica anche dei privati cittadini hanno condannato a morire i cittadini pericolosi. Forse le leggi che sono state emanate riguardo alla condanna a morte di cittadini romani? Mai in questa città chi si è messo contro la Repubblica ha potuto conservare i diritti civili. Temi forse l’odio dei posteri? Dunque nutri una riconoscenza davvero mirabile verso il popolo romano, che ha elevato te – uomo fattosi da solo e privo di qualsiasi raccomandazione dovuta a parentele – attraverso tutta la serie delle cariche pubbliche così giovane al sommo comando, se per timore dell’odio o di qualche rischio personale trascuri la sicurezza dei tuoi concittadini. 29. Tuttavia, se pure non può mancare il timore d’incorrere nel biasimo, si deve forse temere più quello proveniente dall’aver operato con un severo vigore di quello attirato da una malvagia insolenza? Quando l’Italia sarà sconvolta dalla guerra, le città devastate, gli edifici dati alle fiamme, non pensi che anche tu allora verrai travolto dall’incendio del biasimo?». XII. Risponderò brevemente a queste accorate parole della Repubblica e ai pensieri di coloro che provano sentimenti analoghi. Se avessi ritenuto che la cosa migliore, senatori, fosse condannare Catilina a morte, non avrei concesso nemmeno il godimento di un’ora di vita in più a questo delinquente. Infatti, se uomini grandi e famosi non solo non restarono contaminati dal sangue di Saturnino, dei Gracchi, di Flacco e di molti altri ribelli dei tempi passati, ma addirittura ne guadagnarono onori, senza dubbio io non avrei dovuto temere che – per l’uccisione di quest’assassino di cittadini – si riversasse su di me, tuttavia sono sempre stato del parere che l’odio guadagnato col valore non sia da considerare tale, ma gloria. 30. Sennonché nell’ordine senatorio vi sono alcuni che o non vedono ciò che sta per accadere oppure dissimulano ciò che vedono; alcuni che alimentarono con deboli proposte le speranze di Catilina e – non prestandovi credito – diedero forza alla nascente congiura. In base all’autorevole consiglio di costoro, se i lo avessi punito, molti, non soltanto male intenzionati ma anche ingenui, avrebbero sostenuto che agivo in modo crudele e dispotico. Ma comprendo: se questo qui giungerà agli accampamenti di Manlio, dov’è diretto, non vi sarà nessuno tanto stolto da non vedere che è stata ordita una congiura, nessuno tanto disonesto da non ammetterne l’esistenza. Inoltre, ucciso lui soltanto, è chiaro che questo flagello della Repubblica sarebbe frenato per un po’, ma non debellato per sempre. Se invece se ne andrà da sé portandosi via i suoi, e raccoglierà in quel luogo gli altri sbandati che ha convocato da ogni parte, sarà completamente estirpato non solo questo flagello tanto radicato nella cosa pubblica, ma anche il seme e la radice di tutti i mali. XIII. 31. Già da parecchio tempo, infatti, senatori, ci troviamo in questo insidioso pericolo della congiura, ma, non so proprio per quale motivo, il culmine di tutti i delitti, del furore antico e dell’estremismo politico è stato raggiunto durante il mio consolato. Se dunque di tutta questa cosca di briganti viene ucciso soltanto costui, forse sembrerà di essere stati liberati dalla preoccupazione e dal terrore, ma per brevissimo tempo: il pericolo perdurerà, rimanendo chiuso nel profondo, nelle vene e nelle viscere della Repubblica. Come spesso accade a chi è gravemente ammalato e in preda all’arsura della febbre, che sembra in un primo momento provare sollievo quando beve dell’acqua gelida, ma in seguito le sue condizioni si aggravano, così questo morbo, che affligge la Repubblica, alleviato dalla morte di costui, s’inasprirà se rimangono in vita i suoi complici. 32. Perciò se ne vadano i malvagi; si separino dai buoni, si radunino tutti nello stesso luogo. Un moro, come ho ripetuto spesso, li divida da noi. Smettano di tramare insidie al console nella sua casa, di accerchiare il tribunale del pretore urbano, di assediare con spade la curia, di preparare proiettili incendiari e torce per dar fuoco alla città; una buona volta, ciascuno porti scritte in fronte le sue idee politiche. Vi prometto, senatori, che grazie all’infaticabile impegno di noi consoli e alla vostra somma autorità, all’immenso valore dei cavalieri romani, all’unanime consenso di tutti i cittadini onesti, con l’allontanamento di Catilina vedrete tutti gli intrighi scoperti, messi in luce, soffocati e puniti. 33. Con questi auguri, Catilina, con la somma salvezza della Repubblica, con la rovinosa distruzione tua e di quelli che si sono uniti a te in ogni delitto e nell’assassinio, parti per una guerra empia e nefasta. Tu, o Giove, il cui culto è stato stabilito in questo luogo da Romolo con gli stessi auspici con cui è stata fondata la città, che chiamiamo «Protettore» di questa città e giustamente anche del sommo comando, tieni lontani costui e i suoi compari dai tuoi templi e da quelli degli altri dèi, dalle abitazioni e dalle mura urbane, dalla vita e dai beni dei cittadini, e questi uomini, avversi ai buoni, nemici della patria, predatori dell’Italia, uniti da un patto delittuoso e da una nefasta amicizia, puniscili vivi e morti con eterni supplizi!

 (trad. it. E. Risari)

Massimino, il ‘barbaro’ che difese l’Impero

di AA.VV., De Agostini – Storia, Civiltà e Vita ai tempi di ROMA ANTICA, Novara 2002, n. 21, pp. 81-85.

 

La dinastia severiana, nonostante le sue contraddizioni, aveva rappresentato nel complesso un periodo di stabilità politica e di ripristino di favorevoli condizioni economiche per l’Impero. Il periodo di anarchia politica che succedette ed ebbe effetti devastanti sulla compagine stessa dell’Impero, innescando un processo di regressione economica, fatto non nuovo nel mondo romano, ma acuito dalle continue invasioni barbariche. Le fonti storiche e letterarie relative a questo periodo sono confuse e frammentarie, tanto che risulta assai difficile per gli storici ricostruirne con esattezza le convulse vicende; nel complesso emerge un quadro di estrema incertezza per il futuro, di una profonda inquietudine che scuoteva la granitica certezza dell’invincibilità di Roma.

La critica storica moderna tende a ridimensionare il quadro negativo offerto dalle fonti, e soprattutto l’idea di una crisi totale e dagli effetti disastrosi: se è vero che l’incertezza politica regnava sovrana e i confini erano perennemente in tensione, tuttavia la crisi non colpì allo stesso modo tutte le parti dell’Impero. Sicuramente le più svantaggiate furono le province occidentali, dove più si faceva sentire il peso delle invasioni, mentre nelle province orientali e soprattutto in quelle africane la vita continuò a prosperare sino a tutto il IV secolo. Ma al di là di queste differenze regionali è comunque certo che i decenni centrali del III secolo misero in serio pericolo la sopravvivenza dell’Impero come organismo unitario, sia dal punto di vista politico sia da quello socio-economico.

La crisi finanziaria fu allo stesso tempo causa ed effetto dell’indebolimento politico: lo Stato sosteneva spese enormi, soprattutto per il mantenimento dell’esercito e il finanziamento di campagne militari. Le tassazioni rappresentavano una misura per far fronte alle continue spese. I contadini da una parte, le borghesie provinciali dall’altra vennero a poco a poco spogliate, attraverso requisizioni in natura e tassazioni straordinarie. Nelle province le ribellioni si moltiplicarono. Lo Stato, per esercitare la sua oppressione, doveva appoggiarsi ai soldati, favorendone in tal modo le richieste e l’indisciplina. L’esercito acquistava forza e l’amministrazione militare iniziava a immischiarsi pericolosamente nella gestione stessa dello Stato: l’Impero si trasformava in una monarchia militare.

Massimino il Trace in toga. Busto, marmo, 235-238 d.C. Roma, Musei Capitolini.

Massimino il Trace in toga. Busto, marmo, 235-238 d.C. Roma, Musei Capitolini.

Disordine interno e minacce esterne contribuirono in ugual misura a caratterizzare il cinquantennio più convulso della storia di Roma, il cui fenomeno più appariscente fu il pullulare di “usurpatori”, che con la forza delle armi si contesero la suprema carica dello Stato. Il Senato, nonostante i tentativi di difendere le sue prerogative, non riuscì ad esercitare un potere reale e a garantire una legale successione al trono. Il primo imperatore a dare avvio alla lunga sequela di effimeri regni che si susseguirono nel corso del cinquantennio fu Massimino il Trace, ufficiale di rango equestre acclamato imperatore dalle sue truppe agli inizi di marzo del 235, presso Mogontiacum. Al Senato, nonostante le fondate remore, non restò che sanzionare ufficialmente ciò che ormai era un dato di fatto. Il nuovo imperatore, esperto unicamente nell’arte bellica, iniziò la sua politica di rafforzamento del potere attraverso lauti donativi ai soldati, eliminando chiunque rappresentasse un ostacolo sul proprio cammino. Numerosi quanto inutili furono i tentativi di congiura messi in atto da generali appoggiati dal Senato, che mal si adattava a sopportare l’onta di un imperatore-soldato. La seconda mossa riguardò la difesa dell’Impero. Con rapida decisione attraversò il Reno alla guida dell’esercito radunato dal suo predecessore e conseguì un’altrettanto rapida vittoria: il colpo inferto agli Alamanni e alle tribù alleate fu così duro da costringerli alla resa senza condizioni. La risonanza della vittoria gli procurò il titolo onorifico di Germanicus Maximus, mentre il figlio Massimo venne proclamato Caesar. L’anno seguente si recò in Pannonia, dove si impegnò vittoriosamente contro i Sarmati e i Daci. In poco più di due anni Massimino riuscì a ripristinare l’ordine lungo il confine renano e danubiano, i più instabili dell’Impero. Il regime autoritario instaurato da Massimino provocò un odio feroce da parte della popolazione, fomentato ad arte dal Senato, che non attendeva altro che l’occasione favorevole per deporlo.

Mentre Massimino si preparava, dal suo quartiere generale a Sirmium, a un ultimo grandioso attacco che si poneva come obiettivo la definitiva sottomissione di tutte le popolazioni germaniche, la situazione interna precipitò. Improvvisa gli giunse la notizia che, a seguito di una rivolta in Africa, era stato acclamato imperatore insieme al figlio il proconsole d’Africa, Marco Antonio Semproniano Gordiano. Massimino e il figlio vennero proclamati nemici pubblici. La morte dei Gordiani, solo tre settimane, non segnò la fine della rivolta, ormai appoggiata dal Senato, dal popolo di Roma e dalla maggior parte delle province. Il senato designò come imperatori Pupieno e Balbino, mentre il popolo di Roma oppose loro un candidato prescelto dalla famiglia dei Gordiani, anche se appena tredicenne. Massimino si mise immediatamente in marcia verso l’Italia alla testa del suo esercito, ma rimase bloccato nell’assedio di Aquileia: la difesa della città era stata predisposta nei minimi particolari e contingenti militari erano stati inviati da ogni parte d’Italia.

La mancanza di prospettive della spedizione fu fatale a Massimino, che nel 238 fu ucciso dalla II Legio Parthica. La morte dell’usurpatore non ristabilì l’ordine, ma acuì i dissapori interni tra gli imperatori eletti dal Senato e i pretoriani, esclusi dalle lotte politiche. Nello stesso anno Pupieno e Balbino vennero trucidati, e i pretoriani acclamarono imperatore Gordiano III.

Al primo rappresentante del periodo definito «dell’anarchia militare» è rimasto ancora oggi attaccato un nomignolo che si riferisce in maniera non limpida  all’appartenenza etnica. Una tradizione storiografica a lui marcatamente ostile ha dunque lasciato un segno profondo. Lo storico più affidabile sul triennio di Massimino, Erodiano, si sofferma sulla provenienza dell’imperatore da una popolazione tracica fortemente mischiata e commista a elementi barbarici: «Per natura barbaro nel costume, come nella stirpe». Fortemente ostile a Massimino, Erodiano si limitò a gettare discredito sulle origini dell’imperatore odiato, ma non arrivò ad affermare una diretta appartenenza etnica di Massimino al mondo gotico o alano. Ciò avverrà tempo dopo, quando l’ignoto autore dell’Historia Augusta attingerà ad Erodiano e ad altre fonti vicine al Senato, e “inventerà” per Massimino un padre goto, di nome Micca, e una madre alana, Hababa: un barbaro a capo dell’Impero.

Massimino il Trace. Denario, Roma 236 d.C. Ar. 3,7 gr. D – MAXIMINVSPIVSAVGGERM, Testa laureata, drappeggiata e corazzata verso destra.

Massimino il Trace. Denario, Roma 236 d.C. Ar. 3,7 gr. Dritto: Maximinus Pius Aug(ustus) Germ(anicus); testa laureata, drappeggiata e corazzata verso destra.

A questi dati la tradizione aggiunge altri particolari che accentuano e colorano ulteriormente l’aspetto “barbaro” di Massimino: alto più di due metri, era di enorme potenza fisica, e poteva, ad esempio, indossare un braccialetto della moglie come anello. A queste proporzioni si sposava ovviamente una vigoria e una forza bruta senza pari: poteva trainare un carro a forza di braccia, abbattere un cavallo con un pugno, frantumare massi a mani nude e via dicendo. Dopo l’ascesa all’Impero, Massimino avrebbe cercato di cancellare ogni traccia delle sue origini, uccidendo compagni di gioventù e chiunque fosse al corrente del suo passato. La sua attività come imperatore sarebbe inoltre stata contraddistinta da guerre inutili se non dannose per l’Impero e da crudeli rappresaglie contro il Senato. La rivolta dei Gordiani in Africa sarebbe stata dunque la prima scintilla di un malcontento generale.

Il profilo di Massimino imperatore ci giunge profondamente falsato da una tradizione ostile. Sulla sua giovinezza, invece, dobbiamo constatare una certa simpatia anche nelle fonti più malevole: nessuno nega che fosse un ottimo soldato. Da adolescente fu notato da Settimio Severo che incoraggiò la sua carriera militare. Questa andò avanti brillantemente e Massimino, sempre fedele ai Severi, conobbe un periodo di isolamento solo sotto Elagabalo. L’apice della sua carriera militare coincise con il regno di Alessandro Severo, quando gli venne affidato il comando delle reclute dell’esercito di stanza sul Reno. La stima dell’imperatore per il soldato di origine trace traspare dalle parole che Alessandro avrebbe pronunciato nel conferirgli il nuovo incarico: «Non ti ho affidato, Massimino carissimo, il comando di veterani, perché ho temuto che tu non potessi ormai più correggere i loro vizi… hai nelle mani delle reclute: fa’ loro apprendere la vita militare secondo il modello dei tuoi costumi, del tuo valore, del tuo impegno, perché tu abbia a procurarmi molti Massimini, così necessari per il bene dello Stato». Col tempo, l’inesperienza militare dell’imperatore fece ancora più risaltare i meriti e le virtù belliche di Massimino: quando l’esercito esasperato decise di liberarsi di Alessandro non vi furono esitazioni per la scelta del successore. Il triennio del suo regno fu tuttavia in seguito sottoposto a una critica feroce, certamente solo in parte condivisibile. Il suo stesso concetto di disciplina arrivò ad alienargli le simpatie dell’esercito, cui Massimino doveva tutto: un imperatore più accorto avrebbe prestato maggior attenzione agli umori dei suoi principali sostenitori.

Chi fu dunque veramente Massimino il Trace? Qualche elemento di conoscenza può provenire da un’analisi spassionata della sua attività di imperatore. Certamente fu in primo luogo un soldato e, da soldato, riteneva necessario risolvere definitivamente il problema dei confini occidentali. Condusse dunque una guerra ad oltranza contro i Germani: era in sostanza il progetto di Marco Aurelio, abbandonato da Commodo. La sua decisione di non recarsi neanche a Roma, che tanto offese e spaventò l’aristocrazia senatoria, altro non fu che la decisione, certo ingenua dal punto di vista diplomatico, di rimanere sul luogo dell’azione. La sua attività ricorda da vicino quella di una serie gloriosa di imperatore che più tardi caratterizzarono la seconda metà del III secolo: gli imperatori-soldati provenienti dall’area balcanico-illirica e che furono protagonisti della più eroica e disperata difesa dell’Impero. Questo “barbaro” fu, dunque, uno strenuo difensore della romanità.

Fonti:

D. Magie (ed.), The ‘Scriptores Historiae Augustae’ with an English translation, vol. II, Cambridge-London 1993[6], pp. 314-364.

Tirannidi arcaiche

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 160-176.

È più giusto parlare di passaggio dalle aristocrazie alle tirannidi, che non dall’aristocrazia alla tirannide: a significare che vi furono forme storiche ed esiti storici diversi di tirannidi, a seconda delle diverse situazioni e dei diversi contesti storici. La diversità dei casi, delle forme, degli sviluppi nulla toglie comunque alla legittimità di una considerazione sotto un profilo unitario delle tirannidi arcaiche, cioè di VII-VI secolo. Si potrà certamente distinguere tra le cosiddette tirannidi “istmiche” (di città più o meno gravitanti intorno all’istmo di Corinto: Corinto stessa, Sicione, Megara), altre, pur esse nella madrepatria greca, come quella di Atene o quella, diversa per l’aspetto cronologico e reale, di Argo; e tirannidi di città ioniche o egee, per noi un po’ più evanescenti, come quelle di Mitilene a Lesbo o di Mileto ed Efeso in Asia.

L’origine del termine

Una tradizione di scuola vuole che si cominci dai nomi. “Tiranno” e “tirannide” sono parole presenti nel vocabolario greco già dal VII secolo: Archiloco, nel VII secolo, Alceo, tra VII e VI, Solone e Teognide nel VI ne fanno già uso. Il significato di týrannos è «signore»; un suo più o meno diretto equivalente in un termine più trasparente alla luce del lessico greco è mónarchos, «colui che governa da solo». Queste parole indicano un potere personale assoluto, superiore a quello tradizionale dei basileîs, soprattutto perché non è definito in prerogative (ghéra) concordate dalla comunità e perciò non basato sul consenso; tuttavia molte volte i tiranni mirano ad assimilare il loro potere a quello di un basileús, e parte della tradizione letteraria antica, compresa la storiografia, obiettivamente li asseconda. Il termine týrannos porta peraltro già in Alceo una nota di condanna, che raggiungerà il suo valore più negativo negli scrittori del IV secolo, che risentono sia positivamente di un’ideologia democratica latamente diffusa, sia dell’esperienza negativa di tirannidi del V e del IV secolo, in particolare di quelle siceliote.
La parola týrannos non è di origine greca; a lungo si è ritenuta di origine lida (e gli antichi talora l’hanno, anche per lata assonanza, messa in rapporto con nomi orientali come il toponimo Týrrha, o con un nome di popolo come Tyrrhenoí, cioè gli Etruschi che proverrebbero dalla Lidia): forse si deve più in generale parlare di origine microasiatica. Un’origine orientale del nome, dati i precoci rapporti della Grecia – in particolare di quell’area istmica, e più specificamente corinzia, che conobbe precocemente la nuova forma politica – col mondo asiatico, non comporta una priorità delle tirannidi greche della Ionia. Ciò va detto tanto più chiaramente, quanto più risulta, in particolare dalle indagini di Mazzarino, la complessità del rapporto tra Lidia e regimi politici delle vicine città ioniche (proprio le aristocrazie ioniche ed eoliche sono particolarmente lidizzanti).
Della tirannide appare dunque radice necessaria e sufficiente una evoluzione interna della stessa pólis greca; essa può perciò avere ben avuto le sue prime manifestazioni in città della madrepatria greca, come del resto suggeriscono le cronologie fissate nella tradizione, che smentiscono, anche in questo caso, il pregiudizio molto diffuso dell’assoluta priorità ionica sul terreno delle esperienze politiche greche. Mai, come nel caso delle tirannidi, il problema cronologico appare come fondamentale per la ricostruzione storica: accettarne o respingerne il profilo cronologico tradizionale (più alto di quello suggerito e quasi imposto dalla prospettiva, in questo caso ipercritica, di Beloch) equivale ad avere opinioni radicalmente diverse in ordine al problema della regione in cui la tirannide fece la sua prima comparsa, della diversificazione dei caratteri di quel regime e del suo rapporto con i regimi del passato e del futuro a seconda delle diverse epoche, e così via di seguito. Sarebbe comunque davvero rischioso preporre l’indagine sulla parola týrannos (o tyrannís) a quelle cose: il buon ordine logico e storico è sempre quello che fa precedere, o almeno prevalere, le cose rispetto alle parole.

Mappa dell’area attorno all’Istmo di Corinto, con indicazione delle principali località.

Il dibattito sulla genesi della tirannide

Ricondotto a un momento dello sviluppo interno della pólis, il problema della genesi della tirannide consiste in primo luogo nella definizione del giusto rapporto tra tre termini in gioco: la tirannide stessa, l’aristocrazia, la struttura oplitica. Il rischio di vedere opposta la tirannide arcaica ad entrambi gli altri termini sembra minimo: una concezione meramente demagogica del tiranno, benché abbia qualche riscontro nella rappresentazione antica, che fu certo influenzata dalle tirannidi del IV secolo e di epoca ellenistica, non sembra avere molto spazio negli studi moderni. Un recente dibattito ha visto contrapposte una concezione che lega l’avvento della tirannide a quello dell’oplitismo, cioè della tattica propria della falange oplitica, e delle trasformazioni politico-sociali connesse (Andrewes, Salmon), ed una che considera l’avvento della tattica oplitica archeologicamente dimostrabile solo a metà del VII secolo a.C., se non più tardi, quando la tirannide potrebbe essere già affermata (Snodgrass). Il dibattito, per dotto che sia, sembra carente nella sua stessa base di partenza. Con Snodgrass, è giusto ammettere che la tirannide sia un momento della crisi dell’aristocrazia; ed è questo un nesso ben stabilito da Mazzarino nella sua lucida analisi dell’origine storica della tirannide. Il tiranno è un aristocratico che viene in conflitto con i suoi compagni di gruppo sociale. Ma, aggiungeremmo, anche i suoi scopi politici sono soltanto in parte in conflitto con quelli degli altri aristocratici. Se a crisi si dà il significato elementare di trasformazione, o piuttosto – visto che il processo storico è sempre un processo di trasformazione – quello di trasformazione accelerata in un determinato periodo, allora la tirannide è un momento di crisi dell’aristocrazia, che si determina nel seno stesso dell’aristocrazia. Il caso classico è quello del corinzio Cipselo, che nasce da Labda, una donna della dominante aristocrazia bacchiade, e da un uomo del dēmos di Petra, Eezione; e il governo di Cipselo appare, nella stessa tradizione erodotea e ancor più nella tradizione storiografica successiva, come un governo mite, o comunque meno immite di quello del successore Periandro; è solo nel corso della seconda generazione che si accentua la lacerazione tra il tiranno e l’ambiente aristocratico da cui egli proviene. Il nesso originario aristocrazia-tiranno (lasciando per il momento da parte i successivi sviluppi socio-politici ed economici) è dunque innegabile.

L’«Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Sembra invece un esercizio alquanto dispendioso di energie intellettuali quello profuso per stabilire che la prima tirannide greca sia anteriore di qualche anno alla prima testimonianza archeologica dell’uso di una tattica oplitica. Tale sforzo dimostrativo si giustificherebbe solo se si potesse affermare che l’aristocrazia prima del 650 a.C. sia ovunque in Grecia, e in particolare, nella città dell’Istmo, un’aristocrazia equestre. D’altra parte, per la ricostruzione della storia dell’oplitismo, non è in gioco solo il momento della più evoluta organizzazione oplitica, ma anche quello delle sue premesse, che possono essere anteriori di decenni o di secoli (qual è l’arme della gran parte delle aristocrazie dei secoli bui?). E inoltre, le prime rappresentazioni vascolari o scultoree sono da considerare con sicurezza come registrazioni immediate di un’innovazione assoluta? O l’evoluzione nella rappresentazione potrebbe spiegarsi più con un progresso nella tecnica rappresentativa che non con una trasformazione della cosa rappresentata? Ora, una volta considerato l’oplitismo come espressione militare di gran parte delle aristocrazie greche già nell’alto arcaismo, la spinosa questione del prima e del poi, tra tirannide e oplitismo, perde di significato. L’oplitismo sembra infatti esso stesso espressione dell’aristocrazia e insieme di quel che ad essa si appoggia e si subordina, perciò l’espressione militare allargata dell’aristocrazia. La tirannide ora nasce come espressione dell’oplitismo ora viene in conflitto con esso: quest’ultimo è appunto il caso delle generazioni più tarde, all’interno delle tirannidi più arcaiche (Corinto o Sicione), e l’esito normale delle tirannidi più recenti (come quella di Atene).

Mileto. Planimetria del Didymaion, santuario di Apollo in età arcaica (elaborazione grafica da Gruben, 2001).

Sul terreno dello sviluppo delle forme politiche, sembra difficile sottrarsi a una concezione dialettica della genesi della tirannide dall’oplitismo e dalla stessa aristocrazia. Il maggior supporto a questa concezione è proprio nella Politica di Aristotele, là dove il filosofo-storico afferma che i tiranni di epoca arcaica erano generali passati alla politica o (come egli dice) alla demagogia, nel senso lato di politica svolta in favore del dēmos (V 1305a 7 sgg.). Aristotele considera anche il caso di una degenerazione verso la tirannide di una regolare magistratura o carica (come la pritania a Mileto): anche questo un esempio di quell’evoluzione interna dei vecchi regimi che è all’origine della tirannide. Ma ancor più interessante è ciò che il filosofo-storico dice del profilo sociologico della tirannide e che pone immediatamente il problema della sua compatibilità (a nostro avviso esistente) con l’inquadramento cronologico e causale dato alla tirannide da Tucidide. Secondo Aristotele, dunque, «per il fatto che allora non erano grandi le città, ma il popolo abitava nei campi, intento ai lavori (agricoli), i campioni del popolo, quando fossero bravi soldati, aspiravano alla tirannide». Il quadro sociologico e socioeconomico della base della tirannide è perciò quello di una popolazione contadina che si lascia rappresentare da un capo. La rappresentazione è fondamentalmente diversa da quella fornita da molti studiosi, che accentuano l’aspetto mercantile delle tirannidi, in particolare da Ure, che nel 1922 proponeva un’equazione tirannide=mercanti oggi non più in auge. Molto spesso è stata addotta, in sostegno di questa concezione, la testimonianza di Tucidide (I 13), per il quale «divenendo più potente la Grecia e attribuendo al possesso delle ricchezze un valore anche maggiore di prima, per lo più sorgevano tirannidi nelle città, mentre le entrate diventavano maggiori (prima c’erano monarchie ereditarie con prerogative definite), e la Grecia allestiva flotte, e in generale i Greci si dedicavano di più al mare». Il contrasto con Aristotele è solo apparente: Tucidide non dice che i tiranni siano mercanti, o rappresentanti dei mercanti; dal canto suo, Aristotele invece dice che la base sociale delle tirannidi è nelle campagne (e adduce gli esempi di Atene e di Megara). Quel che Tucidide fornisce è dunque un inquadramento in primo luogo cronologico (tra l’inizio del processo di colonizzazione e l’avvio della potenza coloniale corinzia) e di sviluppo economico complessivo, che naturalmente include anche, nei fatti, uno sviluppo commerciale (e d’altra parte è chiaro che all’orizzonte del quadro storico di Tucidide è Corinto, città-paradigma di uno sviluppo mercantile in età arcaica). Aristotele dunque definisce la base sociologica della tirannide, Tucidide ne fornisce l’inquadramento cronologico e storico-economico: a rigore, sono due angolature diverse, non necessariamente due opinioni in contrasto fra loro. Tali considerazioni inducono, da un lato, a non ricercare una formula unica per caratterizzare la tirannide, perché vi sono varianti locali; dall’altro raccomandano invece di non esasperare le differenze, perché una base sociale agraria è quasi ineliminabile, e un contesto di accelerato sviluppo economico è per tutte innegabile.

Corinto. Statere, 450-415 a.C. ca. AR 8, 46 gr., Raffigurazione di Pegaso, simbolo della città, rivolto a destra.

Paiono dunque in qualche misura giustificate le posizioni di quegli studiosi che si rifiutano di individuare una causa unica nella nascita delle tirannidi. Un empirismo di fondo caratterizza significativamente le impostazioni di studiosi così diversi fra loro come un Andrewes e un Berve. Andrewes nega giustamente che la genesi delle tirannidi sia da ricondurre a conflitti razziali (benché, nel caso di Sicione, sia documentata la posizione anti-dorica di un Clistene, una posizione che tuttavia ha anche una più complessa spiegazione). Per Berve la tirannide, in termini generali, si può ricondurre a spinte individualistiche; e certo questa è una forma di schematico e riduttivo positivismo. Fortunatamente però la ricchissima analisi di Berve, in quella che ormai è ed è destinata a restare come la base filologica indispensabile per qualunque ricerca sulla tirannide nel mondo greco, smentisce la rappresentazione generalizzante della prefazione e dà pieno conto della ricchezza delle motivazioni politiche e socioeconomiche, che sono all’origine delle tirannidi.
Talora la tirannide è stata posta in un rapporto diretto e immediato con lo sviluppo mercantile o ancor più specificamente con quello dell’economia monetaria. In realtà si può affermare una stretta connessione della tirannide con lo sviluppo demografico ed economico della Grecia tra VIII e VII secolo; esso ha come conseguenza un ampliarsi del campo dei bisogni e dei conflitti sociali, a cui le vecchie strutture aristocratiche non rispondono più. La tirannide è quindi certamente espressione di movimenti significativi nell’economia e nella società antica e, in quanto tende a interpretarli e guidarli nelle forme del potere personale (cioè familiare), li sollecita e promuove a sua volta. Ma non è possibile definire una volta per tutte una specifica caratteristica economica della tirannide come tale, e spesso – come è nel punto di vista forse parziale, ma non erroneo, di Aristotele – la sua base sociale è proprio nel contado.
La problematicità dell’equazione tirannide=sviluppo del commercio risulta già dalla considerazione della storia dell’economia di Corinto arcaica. La dinastia dei Bacchiadi regge Corinto fino dalla metà del VII secolo a.C., quando la ceramica proveniente dalla regione ha già conosciuto un secolo di sviluppo (protocorinzio antico e medio: circa 740-650 a.C.) e ha avuto, non più tardi del 700 a.C. (quindi certamente già in periodo bacchiade), una produzione e diffusione di massa. L’esatta definizione del rapporto tra aristocrazia bacchiade e artigianato/commercio corinzio è uno dei problemi centrali, se non addirittura il problema-tipo e la questione paradigmatica, per la rappresentazione del rapporto tra economia, società e politica nella Grecia arcaica.
Appare sempre più difficile, cioè affidata ad un’interpretazione riduttiva, che rischia di essere poco più che casuale, la rappresentazione del rapporto tra aristocrazia e commercio corinzio come un fenomeno puramente parassitario, quasi si tratti solo di prelievo di balzelli su un commercio di transito. L’artigianato e il commercio corinzio comunque c’erano, anche se la grande tradizione storiografica, forse per condizionamento ideologico, tace di essi, come del diretto coinvolgimento degli aristocratici nelle due attività produttive. È difficile tuttavia che non vi fosse una qualche vigilanza dell’aristocrazia sull’attività artigianale o una qualche promozione di essa; e di un’implicazione diretta di un membro dell’aristocrazia bacchiade nel commercio parla una tradizione tarda e discussa, secondo cui un Demarato (padre del futuro re di Roma, Tarquinio Prisco) esercitò il commercio tra la Grecia e l’Etruria, con una sua nave e un suo proprio carico.

Corinto

Quale fu, in questa situazione, la funzione della tirannide? Il periodo della produzione ceramica qualitativamente migliore a Corinto è quello che va sotto il nome di tardo protocorinzio, e questo occupa gli anni 650-630 a.C. circa (seguiti da un pregevole periodo di transizione); successivamente (620-550 a.C. circa) si ha lo sviluppo della ceramica corinzia, di qualità inferiore, ma di diffusione assai vasta; il problema della cronologia della tirannide dei Cipselidi diventa in queste condizioni decisivo anche per la questione del significato del regime sul piano economico. Chi accetta la cronologia tradizionale (inizio al 657 a.C. circa), vede nella tirannide corinzia una forma politica che non crea l’artigianato, e commercio, ma che comunque continua, e porta al perfezionamento e a uno slancio produttivo ulteriore, attività economiche già prima ben presenti. Chi invece abbassa l’avvento di Cipselo al 610 a.C. (come Beloch) o al 620 circa (come Will), e per conseguenza al 540 circa la fine della tirannide, da un lato deve attribuire al periodo dell’aristocrazia bacchiade il momento del più alto sviluppo artigianale, dall’altro deve ammettere che artigianato e commercio corinzio si esauriscano proprio nel periodo della tirannide, che sopravviverebbe alla crisi di quelle attività produttive. Ora, è giusto osservare che a Corinto l’artigianato e il commercio non sono apporto specifico della tirannide: questa nasce anzi dall’interno contadino, e di questo è geneticamente il frutto. Tuttavia, sarebbe espressione di rigido primitivismo negare l’interesse dei Cipselidi, e in particolare di Periandro, all’espansione commerciale, sia in Occidente sia in Oriente: basti pensare alla creazione del díolkos, il “tramvai” dell’Istmo per il trasporto delle imbarcazioni, o allo sviluppo, accanto al porto del Lecheo sul golfo Corinzio, anche di quello di Cencree sul golfo Saronico, o alla fondazione di nuove colonie, da Leucade ad Ambracia e ad Anattorio sul mar Ionio, a Potidea nella Calcidica (Egeo settentrionale).

Corinto. Tempio di Apollo. Ordine dorico, metà VI sec. a.C.

E certamente non sarebbe neanche facile dare un’immagine univocamente agraria della politica economica e sociale dei tiranni. Per Sicione si ha ad esempio traccia di provvedimenti volti a scoraggiare l’immigrazione di gente dal contado in città, se davvero nei katonakophóroi (“portatori di katonákē”, cioè di un mantello col bordo in pelle di pecora), si debbono vedere dei contadini, a cui il tiranno imponeva in città una sorta di umiliante “uniforme”, atta a rivelarne la provenienza e la condizione sociale. Su più solide basi pare attestata la tradizione attidografica sulle provvidenze di Pisistrato per la rivitalizzazione dell’agricoltura dell’Attica, che per sé equivaleva a un freno posto a uno sviluppo eccessivo dell’urbanesimo. D’altra parte, che ci sia qualcosa in comune tra la tirannide di Sicione e quella di Atene, sotto questo profilo, risulta dal fatto che l’una e l’altra segnano uno sviluppo del culto di Dioniso; ad Atene si aggiunge l’ingrandimento del santuario di Eleusi. Questo però non significa puro e semplice sviluppo dei culti agrari, o della campagna ai danni della città. Le opere pubbliche realizzate dai tiranni nella città (ad Atene questo aspetto è ben documentabile) significano attenzione alla città e promozione del suo sviluppo materiale e funzionale, che però non è ancora programmatico incremento urbano; quest’ultimo sarà ad Atene piuttosto l’apporto della democrazia.

Ctesila, Busto di Periandro di Corinto. Marmo, copia romana da un originale greco del IV sec. a.C. Roma, Musei Vaticani.

 

Sul piano socio-economico il tiranno tende ad esercitare una funzione propulsiva, diffusa su tutte le attività, nella prospettiva di un equilibrio nuovo, che consenta di dare qualche risposta ai bisogni elementari degli strati più poveri, senza però farli entrare ancora nella sfera del potere, che resta personale e, nonostante tutto, fortemente condizionato dal punto di partenza politico delle tirannidi medesime. Come sul terreno sociopolitico il tiranno occupa progressivamente il campo mediano dello spazio sociale, così sul terreno economico egli si pone come fattore propulsivo delle più diverse attività produttive, con incremento anche di quelle meno tradizionali, che possono rispondere all’accresciuto e aggravato bisogno economico complessivo, già per il fatto che costituiscono ulteriori fonti di sostentamento. Il fatto poi che nella tradizione queste attività produttive, proprio perché meno tradizionali, possano essere talora messe in una luce particolare, a scapito di altre, non autorizza lo storico di oggi a stabilire connessioni univoche tra la tirannide e una determinata forma economica.
Ma della quantificazione politica della tirannide può dare una giusta idea, oltre alla considerazione della sua genesi, anche quella dei suoi sbocchi, dei suoi esiti sociopolitici: ci si accorgerà infatti che in molti casi si è operato un indebito trasferimento, verso la fase iniziale di una tirannide, di quelle caratteristiche che essa assume invece solo in una fase avanzata, o addirittura finale, della sua storia, comunque ad opera di un tiranno diverso dal fondatore del regime.
La tirannide non è sempre l’anticamera della democrazia. Lo è là dove tutto il processo politico è spostato in avanti (e ciò è documentabile ad Atene, assai meno a Megara); questo accade naturalmente nelle epoche più avanzate; ma, anche in questo caso, il passaggio dalla tirannide alla democrazia non è né diretto né indolore, ed è quindi compito dello storico mettere in luce quei dati nuovi che la tirannide comporta e che trovano un loro diverso e compiuto sviluppo nella democrazia: formazione di un potere al di fuori e al di sopra della semplice somma dei cittadini; sviluppo della fiscalità; elaborazione e articolazione della stessa idea e forma di città. Tuttavia il verificarsi del fenomeno della tirannide non lascia in nessun caso le cose immutate; anzi, come risultato minimo (che è poi quello più spesso ricorrente), esso produce un’aristocrazia moderata, cioè più temperata rispetto a quella precedente la tirannide. Una via classica è quella dell’allargamento del corpo civico, quale si può ottenere mediante l’ampiamento del numero delle tribù. Il caso più evidente è quello di Sicione: Clistene (circa 610/600-580/570 a.C.) alle tre vecchie tribù dell’aristocrazia dorica (apparentemente deformate nei loro nomi) aggiunge una quarta tribù, che si chiamerà, durante la tirannide, degli Archḗlaoi e più tardi si assesterà su una denominazione Aighialeîs, che recupera al tempo stesso il nome originario di Sicione (Aighiáleia) e il nome di un figlio dell’argivo Adrasto (Egialeo), eroe caro all’aristocrazia dorica di Sicione, il cui culto Clistene aveva appunto sostituito con quello dell’antagonista tebano Melanippo e del dio Dioniso. Con tutto ciò, la forma di governo di Sicione, sessant’anni dopo la fine di Clistene, era oligarchica. E tale resta anche la costituzione di Corinto, benché, dopo la fine dei Cipselidi, in base a un passo di Nicolao di Damasco che parla dell’istituzione di otto probuli e di nove buleuti (per ciascun probulo, quindi settantadue?), si sia potuto ammettere che le cifre otto e (forse) ottanta in questione, in quanto multiple di quattro, presuppongono anche a Corinto una ampliamento delle strutture civiche da tre a quattro tribù (con tutto quel che tale ampliamento comporta, di pur limitate modifiche).

 

Albero genealogico dei Cipselidi. K.J. Beloch, Griechische Geschichte, I 2, Strasbourg 1916, p. 283, collazionato con H. Berve, Die Tyrannis bei den Griechen, p. 757 [linee tratteggiate].


Si è tentato di definire in termini sociopolitici la novità della tirannide rispetto all’aristocrazia. Ma tutte le definizioni che prescindono da quel rapporto dialettico tra aristocrazia, oplitismo e tirannide che abbiamo proposto (rapporto nel quale ogni forma successiva è compresa o preannunciata o generata nella precedente e al tempo stesso si colloca fuori di essa, è perciò dentro e fuori della forma politica precedente), finiscono col dare della tirannide un quadro che la fa somigliare molto alla democrazia (sì che non si vede più perché la tirannide non sarebbe dovuta sfociare nella democrazia, o perché, dove ciò è stato, non sia accaduto senza convulsioni storiche). Più volte si legge infatti che la tirannide risulta dall’alleanza tra la classe oplitico-contadina (intesa come totalmente estranea e contrapposta all’aristocrazia) e il proletariato urbano (o anche rurale), nei termini schematici di un’alleanza tra ceto medio e popolo. Ma, a guardar bene, questa è proprio la formula sociopolitica della democrazia classica, la quale non ha mai in Grecia caratteri rivoluzionari, bensì, anche e proprio nella sua forma storicamente più avanzata, è l’esito di un’alleanza tra ceti medi (quelli che proprio la democrazia ha sviluppato e potenziato come tali, cioè quantitativamente e politicamente) e proletariato dei teti, quindi tra medi e piccoli proprietari terrieri ed eventuali imprenditori, da un lato, e braccianti e salariati dall’altro. Ora, la diversità della tirannide rispetto alla democrazia è proprio nel suo conservare (soprattutto nelle prime fasi) gli originari legami con l’aristocrazia oplitica, nonostante tutte le frizioni, gli attriti, i contrasti, i conflitti. Come quel nesso originario è, nonostante tutto, presente, la tirannide, non nella sua genesi, ma nel suo esito sociopolitico complessivo, viene dunque a realizzare una posizione di equilibrio fra i diversi ambienti sociali; e, pur nascendo dalla classe oplitica e dall’aristocrazia, il tiranno viene ad occupare la posizione mediana del campo sociale complessivo, sì che riflette al contempo le sue origini dalla società oplitica e la sua attenzione alle esigenze del popolo minuto. Questo emerge via via più nettamente nel corso del tempo, cioè col passare degli anni o dei decenni di una tirannide, e si coglie probabilmente con più evidenza nella seconda generazione (stando alle fonti, che potrebbero però talora essere un po’ schematiche e che comunque vanno valutate a seconda dell’epoca a cui appartengono). La funzione di equilibrio viene meno, d’altra parte, via via che si va avanti nel tempo e si passa ad un’ulteriore generazione, via via quindi che si accentuano gli aspetti personalistici o le forme di violenza del potere tirannico, caratteristiche che finiscono con l’isolarlo dalla società che esso ha contribuito a creare. Non è dunque un caso che le tirannidi arcaiche non riescano a completare facilmente più di due generazioni di permanenza al potere, e che già alla terza esplodano tutti i conflitti di cui la forma personale del potere ha posto le premesse: quando esse durano più dei cinquanta o settant’anni circa che corrispondono a due generazioni, la cosa è così eccezionale da dover essere notata. Aristotele, attentissimo alla connessione tra aspetti cronologici e sociologico-storici, sottolineava la durata eccezionale di cento anni per gli Ortagoridi di Sicione: il che significa tre generazioni piene, anzi uno spazio che arriva a includere almeno le akmaí di quattro di esse.
La considerazione del profilo storico di alcune tirannidi (Corinto, Sicione, e più avanti Atene, Samo) renderà più evidenti sia i problemi già enunciati sia quelli che ci accingiamo ad affrontare in chiusura.

Corinto. ‘Via del Lecheo’.

A instaurare la tirannide a Corinto, la città dell’Istmo, privando del potere politico l’aristocrazia assai esclusiva dei Bacchiadi, è Cipselo, il figlio di Labda, una donna zoppa dello stesso clan dei Bacchiadi, e di un uomo di nome Eezione (< aetós = “aquila”), del dēmos di Petra: che dēmos sia indicazione di luogo, o di ceto sociale, esso lega al territorio, assai più che al mare, le origini di Eezione. Si pone semmai, proprio per gli aristocratici Bacchiadi, il problema del loro rapporto col mare e col commercio, cioè con i traffici che si svolgono attraverso il territorio di Corinto e attraverso l’Istmo, sia in direzione longitudinale (tra Peloponneso e Grecia “continentale”) sia in direzione trasversale (tra Mar Egeo e Golfo Corinzio, e regioni ulteriori). Erodoto riporta tre oracoli, nel suo ampio resoconto dell’origine della tirannide a Corinto (un racconto di segno fondamentalmente negativo, essendo incluso nel discorso pronunciato dal corinzio Socle circa il 506 a.C., contro l’ipotesi spartana di restaurare ad Atene l’abbattuta tirannide di Ippia: un grande exemplum storico-politico, dunque).
Il primo degli oracoli, in ordine di tempo, rilasciati ai Bacchiadi (V 92 β 3) annunciava, con tono ostile verso il nascituro Cipselo, che un’aquila (aetós) avrebbe partorito «un forte e crudele leone, che avrebbe abbattuto molti». Gli altri due erano assai più favorevoli ad Eezione e a Cipselo. Quest’ultimo veniva paragonato (V 92 β 2) ad un macigno che, rotolando dall’alto, sarebbe piombato addosso ad ándres moúnarchoi (= “uomini tiranni”) ed avrebbe punito (o meglio «livellato») Corinto. L’altro oracolo (V 92 ε 2) esaltava la felicità di Cipselo visitatore del santuario delfico e prometteva a lui e ai suoi figli, ma non alla generazione dei nipoti, il regno sull’illustre Corinto. Sorti forse solo durante, o addirittura dopo, la tirannide dei Cipselidi, questi oracoli riflettono complessivamente una valutazione positiva di Cipselo. Interessante il fatto che ai Bacchiadi venga riservata quella qualifica di “monarchi”, cioè “tiranni”, che altrimenti sembrerebbe più idonea a qualificare il regime dei Cipselidi (Cipselo sembra invece valere come un autentico basileús, al confronto con i Bacchiadi).
Un riflesso è nel passo di Strabone (VIII C. 378) in cui la storia arcaica di Corinto, opulenta in virtù dl controllo delll’Istmo, è così rappresentata dal geografo: «i Bacchiadi, che furono tiranni, e numerosi e di stirpe nobile, detennero il potere per circa duecento anni e sfruttarono tranquillamente l’empórion; abbattutili, Cipselo prese la tirannide per sé, e la sua casa rimase fino alla terza generazione…». Cipselo, che nel racconto erodoteo è meno crudele del figlio Periandro, ma pur si macchia di delitti («perseguitò molti Corinzi, molti privò delle ricchezze, moltissimi della vita», V 92 ε 2), diventa invece un personaggio nettamente positivo al confronto col figlio nella letteratura del IV secolo a.C., cioè sia nella probabile fonte (Eforo) di Nicolao di Damasco, sia nello stesso Aristotele. L’opposizione tra padre e figlio – o persino tra una prima e una seconda fase del governo del padre – , perciò l’idea di un peggioramento progressivo del regime quanto a rapporti con l’aristocrazia, verso una forma più chiaramente tirannica, è così comune a tutta la tradizione. In Erodoto gli aspetti negativi sono ben presenti anche per Cipselo; Nicolao invece parla di un Cipselo valoroso, moderato, generoso verso il popolo, mite giudice nella sua qualità di polemarco, giusto nemico dei Bacchiadi, dei quali uno uccide e gli altri induce all’esilio a Corcira. Forse l’ostilità del giudizio erodoteo riflette troppo da vicino lo scopo del discorso di Socle (una requisitoria contro i mali della tirannide), per essere preso come una disinteressata testimonianza sul giudizio corrente su Cipselo; benché presenti alcuni inequivocabili tratti retorici e forse taluni anacronismi, il ritratto di Nicolao può dunque essere più vicino all’idea corrente su Cipselo e forse alla verità storica.

Pittore di Ippolito. Scena di combattimento. Pittura vascolare da un cratere a colonnine corinzia, da Corinto. 575-550 a.C. Paris, Musée du Louvre.

 

L’asprezza del conflitto della tirannide con i Bacchiadi ha del resto una sua qualche giustificazione nel carattere esclusivo e statico della dinastia bacchiade medesima, un’oligarchia con caratteristiche abitudini endogamiche, di re discendenti da un ramo eraclide cadetto (Eracle-Antioco-Filante-Ippote-Alete), che avevano regnato a Corinto (Alete-Issione-Agela-Primnide-Bacchide) dal 1074 fino all’891 a.C., per poi prendere, con Bacchide (o Bacchiade), la basileía e detenerla ancora fino al 747 a.C. Successivamente il clan aveva dato vita a una forma “repubblicana”, in cui al vertice della comunità non era più un basileús, ma un prýtanis, cioè un “principe”, un magistrato annuale, scelto però sempre all’interno di quella ristretta oligarchia (e il periodo di “rotazione” pritanica sarebbe durato novant’anni, dal 747 al 657). Il conflitto con questa oligarchia non fa dunque probabilmente di Cipselo un nemico dell’aristocrazia in generale; comunque, non ne fa un nemico della “classe oplitica”. È in virtù della sua funzione di polemarco, cioè di “capo militare” (capo di opliti, naturalmente), che egli si mette in luce e può aspirare a rovesciare il precedente regime. Di lui dice Aristotele, quando sottolinea la durata dei Cipselidi (secondi in graduatoria, per questo aspetto, dopo gli Ortagoridi) e attribuisce trent’anni di tirannide a Cipselo, quaranta e mezzo a Periandro, e tre a Psammetico, figlio di Gorgo, fratello di Periandro: «Cipselo fu demagogo e rimase al potere senza guardia del corpo, Periandro fu autenticamente tirannico, ma valido guerriero». Forse è da dubitare alla rappresentazione spiccatamente demagogica, che la letteratura del IV secolo dà delle tirannidi, addirittura nelle loro prime manifestazioni: di questa infatti non è traccia nel quadro che Erodoto fornisce di Cipselo (e un aristocratico come Socle avrebbe avuto ogni ragione di farne menzione). Il peggioramento è evidente con Periandro, che si circonda di trecento guardie del corpo (doryphóroi), impedisce ai cittadini di acquistare schiavi (li impedisce perciò della loro libertà economica), spoglia dei loro gioielli le donne di Corinto (tutte cose che dunque il padre non faceva), compie nefandezze d’ogni genere, anche verso i suoi familiari (uccide la moglie Melissa, figlia del tiranno di Epidauro, Procle, e poi però commette necrofilia sul suo cadavere; perseguita un figlio; realizza insomma quella solitudine totale che diventerà uno dei topoi del destino umano del tiranno). Socle invero, in Erodoto, ammette che giusto all’inizio Periandro fosse più mite del padre: ma abbiamo visto quale limitazione riceva la condanna di Cipselo in Erodoto dal contesto in cui s’inserisce il racconto, ostile peraltro sia ai Bacchiadi sia al loro nemico ed eversore, Cipselo, e alla discendenza di questo.
Socle, alla fine del VI secolo, è in definitiva il portavoce proprio di quella forma politica che a Corinto era risultata dalla tirannide e poi dal suo abbattimento: non una democrazia (che è in quegli anni l’innovazione politica di Atene), ma un’aristocrazia, certamente però più moderata di quella dei Bacchiadi; un regime per il quale Erodoto (o Socle, in Erodoto) sembra suggerire, come definizione utile, un neologismo (o comunque una parola rara) quale isokratía (V 92 α 1), una parola che, opponendosi a tirannide, sembra unificare in un più vasto contesto politico sia la forma democratica (che gli Spartani paiono voler abbattere ad Atene, per favorire il rientro di Ippia) sia la forma non democratica, ma certamente anche non tirannica, che ormai nel VI secolo avanzato Corinto conosce (un’aristocrazia allargata e temperata, come abbiamo detto).

 

Sicione

Anche nella storia della tradizione sulla tirannide degli Ortagoridi nella città peloponnesiaca di Sicione (appena 20 km a nord-ovest di Corinto) si coglie una accentuarsi progressivo della rappresentazione dei caratteri popolari della tirannide. In questo caso addirittura si ha, riflessa in Diodoro (VIII, 24) come in un papiro di Ossirinco (P. Oxy. XI, 1365a 32), una tradizione (che, come tale, sarà del IV secolo a.C.), secondo cui il capostipite della dinastia, Andrea, sarebbe un mágheiros (“cuoco”) dei sacrifici, cioè un inserviente addetto alle cerimonie sacrificali, che un oracolo annunciava stesse per dare origine a un lungo periodo di tirannide per la sua città. L’uomo, di origine e di animo piccoli, trascurò l’oracolo: ma il figlio Ortagora (come scrive il papiro), illustratosi nel servizio militare prima come guardia territoriale e poi via via fino alla carica suprema di polemarco (sempre dunque in virtù di una carriera oplitica), conquistò il potere. Erodoto (VI, 126) ci fornisce la genealogia di Clistene, il più illustre degli Ortagoridi, dicendolo figlio di Aristonimo di Mirone di Andrea. Certo, sia Clistene (evocato in funzione del nipote Clistene ateniese e del discendente Pericle) sia, e a maggior ragione, i suoi antenati cadono fuori del “campo storico” peculiare delle Storie erodotee (circa 570/560-478 a.C.). Perciò può non essere molto significativo il fatto che Erodoto nulla dica di Andrea: forse anch’egli ne conosceva l’umile condizione, o forse il tema è proprio della letteratura più tarda, o quanto meno è solo da essa particolarmente sviluppato.

Sicione, Rovine di un tempio dorico.

Comunque, anche nella storia della tirannide di Sicione, c’è un peggioramento del regime politico e dei comportamenti del tiranno, via via che si procede nel tempo. Erodoto non esprime invero giudizi negativi in prima persona su Clistene: ma questa cautela appare dovuta ad una qualche forma di rispetto per gli Alcmeonidi, con cui Clistene si imparentò, dando la figlia Agariste in moglie all’ateniese Megacle circa il 580 a.C. Infatti, indirettamente o implicitamente, il giudizio di Erodoto presenta elementi critici: la Pizia aveva ammonito Clistene a non espellere da Sicione il culto dell’argivo Adrasto, perché questi era (stato) re dei Sicionii, e lui, Clistene, ne era il lapidatore; Clistene ricorre allora a una mēchanḗ, cioè a un astuto e un po’ perverso “espediente”, introducendo il culto del tebano Melanippo (V 67,2); e in occasione delle riforme delle tribù, ridenominate Hyâtai, Oneâtai, Choireâtai (cioè Suinidi, Asinidi, Porcidi), invece di Illei, Dimani, Panfili, Clistene, secondo Erodoto (V 68,1), «molto derise i Sicionii», visti nel loro complesso. Ma forse, ancor più degli elementi negativi che connotano esplicitamente Clistene (al confronto con ipotizzabili comportamenti più riguardosi), conta l’implicito suggerimento erodoteo che i predecessori non innovarono, quanto a culti e istituti aristocratici tradizionali, se ad innovare fu Clistene. Se dunque teniamo conto del quadro storico successivo, Andrea non rivestì la tirannide: solo Mirone, Aristonimo, Clistene e un successore vengono in questione per questo regime tirannico di eccezionale durata. Ed è solo con Clistene che i rapporti con l’aristocrazia si deteriorano radicalmente.
Sulla biografia e sul carattere di Clistene di Sicione gli autori più tardi hanno comunque da dire alquanto più di Erodoto. Nicolao di Damasco lo conosce come dólios, phoberós, drastḗrios, cioè come “uomo d’inganni”, “temibile”, “audace”, ma soprattutto come tiranno più violento e più crudele (biaiótatos…kaì omótatos) di tutti i suoi predecessori. Il divario fra la prima generazione (o le prime generazioni) e le generazione successive si accentua, insomma, negli scrittori più tardi, ma è già implicito in Erodoto. […]

 

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Quanto le tasse condizionano la storia? Tassazione di ieri, tassazione di oggi: qualche riflessione sul sistema fiscale di Roma e su alcune conseguenze politiche e implicazioni etiche del “pagare le tasse”

di M. Reali, Loescher ricerca – Lingue classiche, 21/1/13.

[…] Anche nel mondo romano le tasse avevano una tale importanza “politica”? La risposta che mi sono dato, senza neppure troppa titubanza, è stata “sì”: anche a Roma molte scelte politiche furono profondamente connesse a scelte o strategie di carattere fiscale.
Non posso parlare in generale del sistema fiscale di Roma: un conto fu la Repubblica, un conto l’Impero. E poi da Romolo a Costantino, e oltre, ci passano più di mille anni: vorrete concedere anche ai poveri Romani, in questo lungo periodo, qualche “riforma fiscale”? Insomma butto lì solo qualche considerazione, che senza dubbio qualcuno troverà – a buona ragione – approssimativa e superficiale.

frammento-del-piano-catastale-a-di-augustodunum-marmo-i-ii-sec-d-c-musee-dorange

Frammento del piano catastale A di Augustodunum. Marmo, I-II sec. d.C. ca. Orange, Musée d’Art et d’Histoire.

Non vi è però dubbio che – e parlo soprattutto della tarda-repubblica e dell’Impero – qualche linea generale nel fisco di Roma ci fu. Ad esempio, l’idea che gli abitanti dell’Italia (che con Cesare diverranno tutti cittadini romani) non dovevano pagare dal 167 a.C. alcuna imposta diretta, il tributum; e ciò per due ragioni. La prima perché i bottini delle guerre in Oriente avevano rimpinguato moltissimo le casse della res publica; la seconda perché i cives – come “tassa” – già combattevano nel nome di Roma nell’esercito legionario, anche se quest’ultimo – da Gaio Mario in poi – divenne per lo più una struttura volontaria e professionistica. Ai cittadini residenti in Italia spettavano solo i vectigalia, cioè le imposte indirette, che andarono comunque col tempo aumentando: tra questi – e non sono tutti – i portoria (i dazi), la vicesima libertatis (una tassa sull’emancipazione degli schiavi), la vicesima hereditatum (la “tassa di successione”), nonché alcune forme diverse di tassazione delle compravendite (una specie di IVA, insomma).
I provinciali, d’altro canto, non se la passavano troppo bene, poiché veniva loro imposto il tributum, sia quello sulle proprietà terriere (il tributum soli: i Romani avevano buone mappe catastali, come quella trovata ad Orange, in Francia), sia quello sulle persone fisiche (tributum capitis): questo veniva riscosso per lo più da società di publicani, cui lo Stato – come capita anche oggi – appaltava quest’antipatico servizio: i proventi finivano nell’ærarium (deposito custodito dal Senato) e, in epoca imperiale, in parte anche nel fiscus (controllato invece dall’imperatore). E il tributum poteva essere in denaro o in natura: quanto grano – infatti – la Sicilia (per questo mai inclusa nell’Italia romana) e l’Egitto inviarono a Roma per sfamare i cittadini dell’Urbs! Tra l’altro alcuni vectigalia dovevano pagarli pure i provinciali, e ci furono momenti nei quali il potere centrale di Roma aveva la piena consapevolezza del peso delle sue imposizioni fiscali nei confronti dei popoli sottomessi. I Romani sapevano comunque di non poter esagerare – pena il rischio di sanguinose rivolte – e quando all’imperatore Tiberio fu chiesto dai governatori di aumentare le tasse alle province, egli rispose: boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere («è proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle», Svetonio, Vita di Tiberio, 32).
Ma la spesa pubblica di Roma non era certo esigua. Intendiamoci, non esisteva – se non in forme limitatissime – alcuna forma di “scuola statale” (almeno di quel deficit non si possono incolpare gli insegnanti…), e i veri “statali” che costavano tanto erano i burocrati degli uffici pubblici (nelle province, soprattutto) e le numericamente esorbitanti forze armate (legionari, ausiliari, ma anche soldati urbani, vigili, pretoriani, ecc.), con le quali all’Urbe toccava in sorte (così volevano gli dèi…) dominare il mondo.

E l’Impero – all’inizio del III secolo d.C. – traballava così sotto i colpi dei barbari invasori, ma specialmente sotto i colpi del deficit delle casse dello Stato. Che fare? Nel 212 d.C. fu Caracalla, passato alla storia come un imperatore sanguinario e megalomane, a tirare fuori il coniglio dal cilindro. Emanò un editto (la Constitutio Antoniniana) con il quale tutti gli abitanti dell’Impero diventavano cittadini romani, provinciali inclusi. E, di conseguenza, dovevano tutti – proprio tutti – pagare i vectigalia, e soprattutto le tasse di successione! Tutti muoiono – pensò probabilmente il princeps –, tutti lasciano eredi qualcuno di qualcosa: meglio dunque allargare la vicesima hereditatum ai forse 25 milioni di ex provinciali che mantenerla solo per i 7 milioni di italici. Altro che atto magnanimo e generoso! Certo, fu un gesto politico solenne e rilevante, con il quale il potere centrale sancì l’ecumenicità dell’Impero, l’eguaglianza dei suoi cives davanti alla legge, il diritto di cittadinanza delle sue varie etnie: ma soprattutto questo gesto inchiodò tutti a un nuovo tipo di tassazione, ritenuto più vantaggioso per lo Stato e forse di più facile esazione. Insomma: restarono anche altre forme di fiscalità, ma certamente fu la tassa di successione a consentire all’Impero di resistere ancora qualche tempo[…].