Pericle uomo di Stato

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 336-338; 343-353.

Secondo il giudizio di BelochPericle aveva più qualità di “parlamentare” che di “uomo di Stato”[1]. Appare evidente il significato che qui viene ad assumere la figura dell’uomo di Stato: essa è misurata nei termini della politica di potenza. In Beloch operava anche una nozione negativa del parlamentarismo e dell’uomo politico in genere; per questo gli sfuggiva quello che è invece l’apporto specifico e più creativo di Pericle. Si può dare a “Stato” una nozione assai vasta, come comunità fornita di un suo autonomo potere, dotata di un suo territorio, di sue risorse, suoi mezzi di difesa o anche di offesa. Ma si può proporre una nozione più restrittiva ed esigente, in cui la statualità è direttamente proporzionale alla definizione e al consolidamento di un sistema di funzioni e valori pubblici, che si forma, di fatto, proprio attraverso la decantazione del pubblico (che è, evidentemente, al tempo stesso una decantazione del privato). Il separarsi delle due sfere e il consolidarsi di quella pubblica sono da considerare, all’interno della storia politica greca, come il processo e il momento di formazione dello Stato, nel senso più rigoroso del termine. Di questo processo, certamente, nella storia greca, massimo fautore fu Pericle, come vedremo attraverso l’esame delle decisioni e innovazioni politiche più significative.

Pericle. Testa, copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila (429 a.C. ca.), da Lesbo. Berlin, Altes Museum.

Dal punto di vista della politica estera, Pericle appare come un personaggio di più discutibile profilo, perché il suo periodo di governo ingloba il momento della maggiore espansione della Lega delio-attica, ma anche momenti di grave crisi interna, connessi con le ribellioni (451-440) di Mileto, dell’Eubea (Calcide ed Eretria), di Samo, e con l’avvio di un conflitto, la Guerra del Peloponneso, che doveva produrre la scomparsa dell’impero medesimo. La strategia di Pericle, di contenimento e logoramento dell’avversario, ebbe pochissimo tempo per esplicarsi, dato il rapido sopravvenire della morte dell’uomo politico (nel 429), nel corso della peste scoppiata ad Atene nel 430. Poté così restare, consegnato alle parole di Tucidide e alle pagine di altri scrittori, il dubbio circa gli esiti che avrebbe avuto la guerra tra Atene e Sparta, se nel corso degli anni fosse stato semplicemente seguito alla strategia di Pericle. Ma né oggi né ieri la storia, cioè la ricostruzione storica, si è potuta fare con i se; e nella storia resta più la responsabilità di Pericle, di aver voluto o aver fatalisticamente accettato lo scontro globale con Sparta, che non il merito di una conclusione politicamente buona.

La grandezza di Pericle è proprio nella sua politica interna e nell’ideologia che la sorregge. Egli è senz’altro il campione della democrazia. Nella parola democrazia, come in quella di segno opposto, aristocrazia, v’è certo il segno di una forte percezione del ruolo del potere e del dominio, insita nell’uso del verbo krateîn, a cui si accompagna una dicotomia più netta all’interno della cittadinanza, tra ricchi e popolo, in ordine a scelte politiche di fondo[2]. Ma in questo quadro non v’è dubbio da che parte fosse Pericle. Certamente, il quadro che Tucidide ci fornisce di lui nel II libro (cap. 65), al punto in cui le sue Storie raggiungono il momento della morte dello statista, lo rappresentano come il prôtos anr, il “primo cittadino”, che governa invece del dēmos, come il demagogo che sa condurre (ágein) il popolo e non se ne fa condurre; che sa contraddirlo con discorsi impopolari, e che ne regola, con la forza di persuasione della sua razionale eloquenza, l’altalena dei sentimenti e degli stati d’animo. Ma, a completare il quadro, serve la definizione che Tucidide mette in bocca a Pericle del sistema politico e sociale da lui creato.
La rigorosa distinzione e decantazione tra pubblico e privato ci è parsa come il segno più caratteristico e l’aspetto storicamente più produttivo delle qualità di statista di Pericle.

Gli inizi di Pericle

Nasce da Santippo (del demo di Colargo, figlio di Ar[r]ifrone), il vincitore della battaglia di Micale, del 478, e da Agariste, figlia di un fratello del legislatore Clistene. Per parte di madre, la discendente dal ghénos più illustre ad Atene nel VI secolo: alle spalle, una tradizione che sembra incarnare l’intera storia sociale di Atene. La famiglia degli Alcmeonidi era certo la più aristocratica di Atene; aveva d’altra parte stretto fugaci patti con Pisistrato, che dell’Alcmeonide Megacle aveva per qualche tempo avuto sposa la figlia; aveva poi contrastato Pisistrato e i Pisistratidi e dato inizio alla democrazia, con Clistene. Difficile trovare, in un’altra famiglia, la stessa centralità storica che nel VI secolo aveva avuto quella degli Alcmeonidi. Ma il sistema creato da Clistene, se lasciato ai suoi logici sviluppi storici, doveva portare all’emergere di altri gruppi, altri personaggi politici, altri ambienti sociali: conteneva la possibilità del conflitto e della sconfitta per gli Alcmeonidi, benché solo nel lungo periodo.
Apparso sulla scena politica come accusatore di Cimone circa il 463 a.C., Pericle avrà avuto allora intorno ai 30 anni. Una data di nascita intorno al 495-493 a.C. è suggerita dalla notizia fornita da un’iscrizione (SIG3 1078), secondo cui egli sarebbe stato corego nella rappresentazione dei Persiani di Eschilo (472 a.C.), e allora avrà avuto almeno vent’anni. Nel 476 Temistocle era corego delle Fenicie di Frinico, una tragedia di tema analogo. Pericle si segnalava, in questa prima uscita pubblica, legando la sua persona alla celebrazione di un tema largamente sentito, e destinato ad ispirare, in una prima fase (fino agli anni ’60 avanzati), la politica estera della corrente radicale non meno di quella dei conservatori. Tra il 472 e il 463 non pare ci siano eventi di rilievo nella biografia politica di Pericle: la crisi della corrente temistoclea della democrazia ateniese, conseguente all’ostracizzazione di Temistocle; i tempi necessari al gruppo per un recupero d’immagine (i comportamenti di Temistocle, prima dell’ostracismo e dopo, dovevano averla ampiamente compromessa); l’emergere della figura di Efialte, avversario di Cimone come dell’Areopago, costituiscono altrettante ragioni, quali di ordine negativo quali di ordine positivo, perché Pericle restasse ancora nell’ombra. D’altra parte, erano anche gli anni della neótēs, della giovinezza, necessariamente di subordinazione, specie nell’epoca, che è improntata ancora a valori tradizionali, pur nel corso di processi storici che si avvertono. Quando Cimone, dopo la resa di Taso agli Ateniesi (463 a.C.), mancò di trasferire la guerra sul continente contro Alessandro I di Macedonia e di assicurare ad Atene un più esteso dominio nel distretto aurifero del Pangeo, Pericle gli intentò un processo: inutilmente Elpinice, la sorella di Cimone, nota nella tradizione per gli ambigui rapporti col consanguineo, gli offrì i suoi favori; l’accusa rimase, ma il tono di Pericle fu nei fatti estremamente moderato e Cimone fu assolto[3].
Era il primo scossone al prestigio del generale, democratico lealista, ma di spiriti conservatori o addirittura filo-spartani. Il successivo e definitivo colpo non tarderà a venire (per effetto dello smacco inferto dagli Spartani al contingente ateniese inviato in loro aiuto nel 462 a.C., durante la III Guerra messenica). Chiarezza di intenti, gradualità di azione politica, razionalità nella gestione delle possibilità offerte dalla situazione storica caratterizzano già ampiamente questi inizi di Pericle. Ma tutto questo non significa assenza di asprezza nel confronto politico. Al contrario, se è vero che la democrazia ateniese in generale non presenta aspetti di violenza fisica, appare tuttavia come la ribalta storica su cui si sperimenta ogni altra forma di durezza: nel momento in cui s’introduce nella scena politica la contrapposizione frontale, che vale all’interno della democrazia presa nel suo complesso, si avverte, presente e perciò messa a frutto, l’opinione pubblica. E l’opinione pubblica, come insieme delle opinioni individuali, è un personaggio in qualche modo nuovo nella storia, nella misura in cui essa ha trovato canali istituzionali (dall’Assemblea al teatro ai vari contesti politici e militari) in cui esprimersi. Di questo “nuovo personaggio” l’ambiente pericleo certamente tiene conto. Nella misura in cui la tradizione storiografica e quella biografica raccolgono voci diffamatorie su personaggi del campo anti-pericleo (Cimone e la sorella), come, per il passato, su personaggi di campi diversi da quello alcmeonide (l’antenato di Cimone, Ippoclide, o i rivali nella gloria di aver abbattuto la tirannide dei Pisistratidi, i due tirannicidi Armodio e Aristogitone), si valuta con ogni probabilità l’uso deciso, del tutto corrispondente alle possibilità e all’asprezza del confronto politico, dell’arma della diffamazione, del linciaggio morale. La democrazia crea il suo campo di valori, ma anche le proprie durezze e nuove armi di lotta politica.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Fra gli inizi biografici va collocato il primo matrimonio di Pericle. Sposò una donna già imparentata con lui, di cui non ci è tramandato il nome (Plutarco, Pericle 24), dalla quale ebbe comunque due figli, Santippo e Paralo, che morirono durante la stessa epidemia di peste in cui trovò la morte il padre: come il più anziano era già nato probabilmente qualche tempo prima del 450, di tanto sale la data del matrimonio del padre. Intorno al 450 Pericle deve aver iniziato la sua relazione con Aspasia, l’etera di Mileto (l’origine megarese le è attribuita dal noto falsario Eraclide Pontico), da cui ebbe un figlio, di consueto indicato come Pericle “il Giovane”, certamente nato dopo il 451/450, data di promulgazione della legge che «non dovesse aver parte alla città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini»; legge che fu disattesa proprio in favore del figlio dello statista (Pericle “il Giovane”), che sarà fra gli strateghi condannati a morte e giustiziati a seguito del “processo delle Arginuse” nell’autunno del 406.

Pericle e la politica estera degli anni Cinquanta

Il dominio politico di Pericle durò circa quarant’anni, secondo un’indicazione di Plutarco (Vita 16, 3), la quale tuttavia distingue implicitamente tra due fasi diverse: una prima, nella quale Pericle primeggiò «fra gli Efialti, i Leocrati, i Mironidi, i Cimoni, i Tolmidi e i Tucididi», e la seconda, successiva all’abbattimento della posizione e all’ostracismo di Tucidide (il figlio di Melesia) (444/443), in cui egli tenne la strategia per non meno di quindici anni consecutivi e detenne altre strategie (almeno nell’anno 454 e negli anni 448-446). Prima di quella data (444/443 o 443/442) Pericle svolse certamente un ruolo politico di prim’ordine. È tuttavia probabile che si debba distinguere fra il rilievo avuto da Pericle in politica estera, da un lato, e il suo contributo nella politica interna, per il profilo sociale della democrazia. In quest’ultimo campo le innovazioni portano la cifra di Pericle più (o almeno con maggior sicurezza) delle iniziative di politica estera. La fase più dinamica e aggressiva dell’imperialismo ateniese riflette l’opera, ma forse anche l’iniziativa, di personaggi come quelli sopra ricordati: Leocrate, generale nella guerra condotta nel Golfo Saronico contro Egina (tra il 459 e il 457); Mironide, vincitore della battaglia di Enofita, nel 457, contro gli Spartani; Tolmide, protagonista del vittorioso periplo attorno al Peloponneso, concretatosi in numerose incursioni, nel 455. Cimone, ostracizzato nel 461, aveva fino a quella data contribuito al rafforzamento dell’impero navale non meno dei suoi avversari politici (campagne di Tracia, Eurimedonte, Taso, in particolare); questo dimostra che, sul terreno della politica estera, almeno sotto il profilo del rafforzamento dell’impero, non ci fossero veri dissensi nel gruppo dirigente ateniese, per tutti gli anni Sessanta, o almeno per gran parte di essi.

Combattimento fra Greci e Persiani.

Le iniziative ateniesi di politica estera, in qualche modo ricollegabili con gli esordi di Pericle, sono da riconoscere nelle alleanze strette con Argo, i Tessali, Megara, dopo lo smacco inferto agli Ateniesi dagli Spartani, con il rinvio del contingente attico, nel corso della guerra «del terremoto» (III Guerra messenica).
Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466) e il 461 a.C., ne sono un interessante riscontro, del quale si è detto. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico. Assai meno coerente, da questo punto di vista, l’alleanza di Atene con le aristocrazie tessaliche e con la dorica Megara: via via che il motivo dell’opposizione all’interno delle singole città greche), questa costellazione si trasforma in un dato storicamente innaturale (i cavalieri tessali tradiscono sul campo di Tanagra, nello scontro tra Ateniesi e Spartani del 457; e nel 446 Megara compie una definitiva ribellione ad Atene)[4].
Non tutte le spedizioni ateniesi in direzione di Cipro significano la potenza e l’iniziativa di Cimone, anche se è vero l’inverso, che cioè Cimone, già dall’epoca della battaglia (o delle battaglie) dell’Eurimedonte (470?) e poi ancora alla fine della sua vita (451-449), mostra interesse a interventi nell’isola in chiara funzione anti-persiana, complessivamente nazionalista, in coerenza con i principi della sua politica estera. La prima spedizione ateniese contro Cipro veniva antedatata da Beloch, convinto che la si dovesse connettere con un’iniziativa di Cimone: ma la meccanicità del criterio, e il silenzio di Tucidide, interessato, per affinità ideale e legami di parentela, alle azioni di Cimone, inducono a rigettare un collegamento di questo con la spedizione ateniese a Cipro e in Egitto degli anni 460/459 e seguenti[5]. Alla spedizione in Egitto si attribuisce di solito una finalità di ordine economico: la conquista di un paese produttore di grano. Non siamo certo di coloro che negano che nella storia il movente economico svolga un ruolo importante; tuttavia, proprio in questo caso sembra diversa la dinamica del conflitto. Inaro, principe dei Libi ai confini con l’Egitto invita a intervenire in Egitto gli Ateniesi, che si accingevano ad attaccare Cipro con 200 navi. In primo luogo, dunque, la spedizione d’Egitto fu determinata da un’occasione presentatasi in un contesto diverso. L’attacco a Cipro rientrava nel quadro di una liberazione del Mediterraneo dai Persiani, e la rivolta dell’Egitto offriva innanzi tutto l’occasione per completare l’opera.

Guerriero barbato. Testa, calcare, inizi V sec. a.C. ca. da Cipro. New York, Metropolitan Museum of Art.

Un’iscrizione del 460/459 o del 459/458 indica i vari teatri di guerra in cui gli Ateniesi hanno subito perdite: Cipro, l’Egitto, la Fenicia e, in Grecia, Halieis (in Argolide), Egina, Megara[6]. Dunque, anche la Fenicia. È evidente il fine fondamentalmente strategico delle operazioni degli Ateniesi in quest’area. Naturalmente la conquista dell’Egitto avrebbe potuto avere conseguenze economiche (benché di tipo “acquisitivo”, con riguardo a un prodotto fondamentale per l’alimentazione degli Ateniesi), e ben presto ad Atene si sarà anche riconosciuta e accarezzata l’idea di un simile vantaggio. Ma la dinamica dell’intervento è, una volta tanto, di tipo diverso: la causa militare qui è davvero determinante; la guerra d’Egitto non nasce come guerra per la conquista del granaio del Mediterraneo o magari di un nuovo mercato.
La cronologia della spedizione d’Egitto (nella rappresentazione tucididea una megálē strateía, un’espressione di megalomania di stampo non molto diverso da quello impresso sulla spedizione siciliana degli anni 415-413) è fissata variamente negli studi: dal 462 al 456, nella cronologia più alta (e Beloch è di questa opinione), dal 460/459 al 454, secondo le cronologie più basse. Filologicamente, il metodo più garantito è quello che parte dalle date conclusive. L’inizio delle liste delle sessagesime dei tributi della Lega delio-attica nel 454/453, il collegamento causale stabilito nella tradizione con lo spostamento del tesoro della Lega da Delo all’acropoli di Atene, la coerenza della determinazione della data di inizio a dopo il 462/461 e di quella finale al 455/454 circa, la durata indicata da Tucidide in sei anni, sommati tutti insieme, inducono a collocare i sei anni della spedizione ateniese tra il 460 e il 454.
Per qualche tempo gli Ateniesi occupano la zona, sembra, del Delta, e Menfi; i Persiani inviano, ma inutilmente, Megabazo con denaro a Sparta, perché intervenga in Attica, e quindi spediscono il generale Megabizo in Egitto, dove gli Ateniesi restano ormai bloccati d’assedio nell’isola di Prosopitide, nel settore occidentale del Delta. Per un anno e mezzo gli Ateniesi resistono all’assedio; poi i Persiani prosciugano le acque intorno all’isola; la guerra navale si trasforma in una guerra terrestre, come accade del resto un po’ in tutte le guerre combattute dai Persiani, conformemente alle qualità e propensioni strategiche del popolo dominatore dell’Impero (le cui guerre navali restano affidate, tranne probabilmente che per i quadri, ai popoli soggetti: Fenici, Ciprioti, Cilici). Seguono ormai la cattura della flotta ateniese e la fuga degli Ateniesi occupanti, attraverso la Libia, verso Cirene, dove giungono solo in pochi. Dei ribelli, il libico Inaro è tradito e consegnato ai Persiani, che lo giustiziano; Amirteo, il «re delle paludi», continua la lotta e riesce a mantenersi indipendente. Intanto una nuova flotta ateniese di 50 navi, sopravvenuta in piena disinformazione del disastro toccato alla prima spedizione, subisce la stessa sorte[7].
Accanto alla megálē strateía (il collegamento è sottolineato nell’iscrizione citata per i caduti della tribù Eretteide del 460/459 o 459/458), Atene combatté altre, più domestiche guerre. Il conflitto in questi anni è in primo luogo con Corinto (che si sente provocata dall’alleanza tra Megara e Atene) e presenta un succedersi di alterne vittorie (dei Corinzi a Halieis nell’Argolide, degli Ateniesi a Cecrifalea). Poi ha inizio il conflitto con Egina, che cederà dopo tre anni di guerra, nel 456.

Atene. Tetradramma, Atene 465-454 a.C. AR 16,95 gr. Rovescio: AΘE, civetta stante con ramo d’ulivo e luna crescente.

È l’inizio di quella che nei manuali viene spesso indicata come Prima Guerra del Peloponneso. L’espressione è impropria e fuorviante, rispetto al vero significato della Guerra del Peloponneso per eccellenza, l’unica guerra nota con questa definizione alla tradizione antica. Il significato di quel complemento di specificazione («del Peloponneso») è che si trattò della guerra portata dai Peloponnesiaci contro Atene: quel genitivo è un genitivo soggettivo (come bene osserva Pausania in un passo, IV 6, 1, che confronta la definizione con altre di tipo oggettivo, quale ad esempio «guerra di Troia», la guerra cioè che ebbe Troia come oggetto e teatro di scontri). Parlare di una Prima Guerra del Peloponneso, per una serie di conflitti tra Atene e Sparta (459-446), che per la massima parte ebbero come teatro il Peloponneso, significa dunque pregiudicare – e in senso improprio – il significato autentico dell’espressione Peloponnēsiakós pólemos. Quest’ultima è definizione, per la guerra scoppiata nel 431 a.C., largamente diffusa nei testi antichi, che trae però la sua origine dall’impostazione stessa di Tucidide: infatti, a parte il complesso problema delle responsabilità ultime, per Tucidide non sussiste dubbio sul fatto che, ad aprire le ostilità nell’immediato, fu appunto la Lega peloponnesiaca, capeggiata da Sparta. La Guerra del Peloponneso è insomma per lui una guerra che viene portata dal Peloponneso contro l’Attica.
Progressivamente (e in contemporanea con la spedizione d’Egitto e il suo stallo) si estende la guerra navale di Atene. Fino al 456 essa si esplica nel Golfo Saronico, tra Attica e Argolide. Nel 455 Tolmide può effettuare incursioni contro Gizio (l’arsenale di Sparta), contro Metone (sulla costa messenica occidentale), in Acaia e Corinzia: un vero periplo, che aggira il Peloponneso in senso orario.
Anche sulla terraferma il conflitto fra Atene e i Peloponnesiaci presenta momenti di scontro territorialmente coerenti fra loro. L’inclusione di Megara nell’alleanza di Atene favorisce anche il controllo ateniese sui porti della città confinante col territorio attico: dapprima Nisea sul Golfo Saronico, poi Page, sul Golfo Corinzio. Navi ateniesi hanno certamente presidiato dapprima Nisea, poi devono aver trovato il modo di appostarsi anche nel porto di Page: è una presenza navale ateniese a nord dell’Istmo che spiega la dinamica della spedizione di Pericle nel 454/453 (non un períplous attorno al Peloponneso, ma un paráploos, una navigazione lungo le coste settentrionali di esso e verso l’Acarnania). Ecco dunque un anno (454/453) di strategia di Pericle, estraneo al quindicennio di strategie continuative (443-429): e non è, dal punto di vista militare, un trionfo (i Sicionii sono sconfitti, ma l’attacco alla città acarnana di Eniade si risolve in un nulla di fatto)[8].
Il duro colpo inferto ad Atene in Egitto viene indicato da Plutarco, che sembra attingere a Teofrasto[9], come causa del trasferimento del tesoro da Delo ad Atene: il motivo addotto fu quello di una minaccia persiana. Che si trattasse in parte di un pretesto, è possibile, o quanto meno non è dimostrabile che gli Ateniesi non cogliessero abilmente un’occasione. Sbagliano tuttavia certamente coloro che ritengono che i Persiani non potessero comunque rappresentare una minaccia, che il timore dei Persiani fosse una mera finzione[10]. Chi consideri la situazione geografica di Delo, si accorge come essa sia assai poco coperta sul versante orientale, da cui poteva provenire la minaccia. Ed è del tutto plausibile che a fare la proposta del trasferimento del tesoro fossero i Samii, phýlakes (sentinelle) dell’Impero su quel fianco. Una concreta minaccia persiana, insomma, non ci fu, ma il timore di essa ci poteva essere e non era del tutto ingiustificato.

Pittore Nicostene. Oplita di corsa. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 495 a.C. ca. Walters Art Museum

Un intervento spartano in favore dei Dori della Metropoli contro i Focesi, nel 458/457, blocca tentativi di espansione della presenza politica di Atene (che tradizionalmente sostiene i Focesi) nella Grecia centrale. Tucidide ha narrato con evidenza drammatica le circostanze, gli sbocchi possibili, i gravissimi rischi connessi con la spedizione spartana. Ad Atene, infatti, per la prima volta (e anche l’ultima, prima del 411) si ha un complotto contro la democrazia: c’è chi vuole fermare la costruzione delle Lunghe Mura, che uniscono la città al Pireo, e il connesso processo di sviluppo di una democrazia a base navale (nella potenza militare) e fondata sul sostegno delle masse marinare (sotto il profilo sociale). Ma i conservatori, all’interno della democrazia, restano leali[11]; d’altra parte, gli Spartani rischiano di restare bloccati nella Grecia centrale, per effetto della nuova situazione strategica determinata dalla politica ateniese di alleanze e di espansione, in particolare dal controllo della Megaride; per essi non sembra ci sia via di scampo né per terra né per mare. Tuttavia, con la vittoria conseguita in uno scontro avvenuto in una località tra Tebe e Tanagra (457), gli Spartani si mettono in condizione di forzare il blocco ateniese e rientrare nel Peloponneso passando per i monti della Gerania.
Dopo 61 giorni gli Ateniesi, al comando di Mironide, si prendono una rivincita ad Enofita, sui Beoti, alleati tendenziali degli Spartani. Si profila una costellazione spesso ricorrente nelle vicende della Grecia centro-meridionale. Alla vittoria consegue un periodo di forte ingerenza ateniese negli affari della Beozia: ingerenza, beninteso, non dominio diretto. Viene sciolta la Lega beotica; si procede a una correzione di confini tra Beozia ed Attica; è incerto se anche Tebe cadesse sotto il predominio politico ateniese[12]. La situazione durerà così all’incirca fino al rovescio subito dagli Ateniesi a Coronea (Beozia occ.) nel 447.
Gli anni Cinquanta presentano marcati caratteri di espansionismo esasperato da parte di Atene. Un intervento ateniese in Tessaglia, in favore di Oreste, figlio del tago Echecratida, e contro Farsalo, fatto col sostegno di Beoti e Focesi, resta senza effetto. Secondo una notizia sospetta, Cimone sarebbe rientrato dall’ostracismo solo cinque anni dopo l’espulsione, cioè già nel 456, ed avrebbe anzi procurato una tregua di 5 anni ad Atene, dal 454/453 (secondo Diodoro), ma dal 451, secondo alcuni moderni. Ma la prima nuova impresa che gli si riesce ad attribuire con sicurezza è una spedizione contro Cipro (450/449), nel corso della quale furono compiute imprese notevoli sia per terra (contro i Persiani) sia per mare (contro i Fenici). Forse nell’isola fu conquistata Marion; presso Salamina si svolse, solo dopo la morte di Cimone, una battaglia terrestre ed una navale (la duplicità dell’evento in parte poté rifluire, erroneamente, nella tradizione sulla battaglia dell’Eurimedonte), in cui gli Ateniesi riuscirono vincitori[13].
Più difficile delineare la politica ateniese nelle regioni del Mediterraneo occidentale. I racconti centrati intorno a grandi personalità, anche se inseriti nel contesto di opere di carattere storico e non specificamente biografico, ricevono, dalla stessa cornice in cui si trovano collocati, caratteri di continuità; per i moderni è quindi, tutto sommato, facile raccogliere le spedizioni ateniesi nel Mediterraneo orientale intorno all’iniziativa di un personaggio, visto che la storiografia antica ha già preparato il terreno in questo senso. Per le stesse ragioni, è difficile tracciare una chiara linea di sviluppo della politica e delle imprese di Atene in Occidente. Su questi fatti le fonti sono eterogenee (scarsi cenni letterari, che si presentano come rinvii casuali da fatti successivi) o epigrafi di non facile datazione, o non chiare nella definizione del carattere di novità o di ripetizione dell’alleanza che registrano. Negli anni Cinquanta Atene persegue una politica di intese con gli elementi non greci (anche se grecizzati) della Sicilia occidentale (gli Elimi di Segesta, con cui stipula forse un’alleanza nel 458/457 o 454/453), con città non doriche di Sicilia (Leontini) e d’Italia (Reggio, le cui vicende tradizionalmente si mescolano con quelle delle città di Sicilia)[14]. A questo ambiente si rivolge l’iniziativa dell’invio di una flotta da parte di Atene nel Golfo di Napoli, in data non definibile. Di spiriti diversi sarà l’iniziativa della fondazione della colonia panellenica di Turii nel 444/443. Le imprese degli anni Cinquanta sono dirette anche verso regioni lontane da Atene: Egitto e Sicilia, due sogni grandiosi, che danno la misura di una ricerca del “grande”, nello spazio come nella mole dell’impresa, in piena corrispondenza con quel clima di esaltazione della democrazia ateniese, che si avverte nella politica come nella psicologia di massa (le prospettive di acquisizione di aree granarie restano per ora forse solo all’orizzonte). Nonostante lo scossone, risultante dalla sconfitta in Egitto del 454, i piani grandiosi non vengono ancora meno.
L’impresa di Cimone contro Cipro è la prova di questa perseveranza, oltre che dal fatto che sulla politica d’Impero si poteva, nonostante tutto, trovare ancora una base che unificasse, in aspirazioni e progetti comuni, l’intero popolo ateniese. La politica di Cimone riprende allora quota sul piano strategico, e sua premessa è appunto la stipula della tregua tra Sparta e Atene del 451 (?), destinata a durare cinque anni. In positivo, per quel che Pericle progettò e realizzò in questi anni, così come in negativo, cioè per quel che l’esaurirsi dell’armistizio produsse di rinnovato fermento anti-ateniese, la tregua contò. Favorita o promossa da Cimone, essa provocò per qualche tempo una ripresa dell’orientamento anti-persiano e degli spiriti nazionalistici, in politica estera, non certo un’affermazione, in politica interna, degli orientamenti tradizionalisti o addirittura filo-spartani.

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[1] Beloch, GG2 II 1, pp. 154 sg. (Pericle non ebbe qualità militari, e si può dubitare che possa considerarsi uomo di Stato).

[2] Se la prima attestazione della parola δημοκρατία, attraverso il velo delle accorte allusioni, è nelle Supplici di Eschilo, perciò ad Atene, non va dimenticato che la sostanza etimologica della nuova parola (pur senza quella terminazione astratta in -ία, che fa una vistosa differenza) è proprio – con solo apparente paradosso – nel δάμω κράτος della Grande Ῥήτρα spartana (Plutarco, Licurgo 6, cfr. Diodoro, VII 12, 6). La constatazione serva a mostrare quanto poco di prevaricazione sia avvertito nel verbo κρατεῖν riferito al δῆμος; ma ammonisce anche a distinguere tra il δᾶμος/totalità cittadina di Sparta, e il δῆμος, ora totalità cittadina ora maggioranza di meno abbienti, di Atene.

[3] Plutarco, Pericle 310Cimone 14. Pericle è solo il più attivo di un gruppo di accusatori.

[4] Tucidide, I 102, 4 e 103, 4.

[5] Id., I 104; 109 sg.; 112 (Cimone muore prima della battaglia di Salamina di Cipro); Diodoro, XI 71, 74 sg.; 77; XII 24 (con datazione della morte di Cimone dopo la battaglia di Salamina, a meno che la notizia finale di 4, 6 non sia genericamente collegata con la spedizione).

[6] IG I2 929.

[7] Tucidide, I 109110. Beloch ha sviluppato ampiamente la sua tesi della cronologia alta della spedizione, in GG2 II 2, pp. 79 sgg., pur lasciando aperta la possibilità per cronologie diverse (462/461 e 454/453 sono solo termini estremi possibili, entro cui collocare i 6 anni di cui parla Tucidide, I 110, 1, per la durata dell’impresa).

[8] Tucidide, I 111. Di difficile inquadramento cronologico la spedizione di Pericle nel Ponto Eusino, con deduzione di una colonia ateniese a Sinope, di cui parla Plutarco, Pericle 20 (Beloch, GG2 II 1, p. 199 al 435/4 ca.).

[9] Plutarco, Aristide 25, 3 (da Teofrasto, se il verbo di dire è φησί come al par. 2, e come sembra plausibile visto che il par. 2 ha bisogno di una spiegazione e il par. 3, con il suo καὶ γάρ, gliela dà).

[10] Il timore di un attacco persiano era per sé del tutto logico, data la posizione di Delo; altro problema è se i Persiani fossero allora davvero intenzionati ad attaccare.

[11] Sul lealismo di Cimone, cfr. D. Musti, Il giudizio di Gorgia su Cimone in tema di χρήματα, in «RFIC» 112, 1984, pp. 129 sgg., in part. 140-144.

[12] Tucidide, I 105108.

[13] Beloch, GG2 II 1, p. 175 n. 1; 2, pp. 211 sgg., si pronuncia per la storicità dell’opera di Cimone per la conclusione di una tregua di 5 anni (451-446) tra Atene e Sparta, ma contro l’anticipazione (al 457 ca.) del richiamo di Cimone dall’ostracismo (cfr. Tucidide, I 112; Andocide, Sulla pace 34; Teopompo, FGrHist 115 F 88; Diodoro, XI 86, 1; Cornelio Nepote, Cimone 3). Cfr. A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides I, Oxford 1945, pp. 325 sgg., 409 sgg.

[14] IG I2 19 = IG I3 11 (alla l.3 incerte le lettere finali del nome dell’arconte, forse lo Habron del 458/7, forse lo Ariston del 454/3). Cfr. H. Bengtson, Die Staatsvertäge des Altertums II, München und Berlin 1962, pp. 41 sg. ; D.M. Lewis, IG I3, 1981, 11comm. ad loc., per una data alta.

La morte di Agrippina (Tac. Ann. VI 25)

di Annales ab excessu divi Augusti. Cornelius Tacitus, Charles D. Fisher (ed.), Oxford 1906; Publio Cornelio Tacito, Annali, vol. I, intr. C. Questa, trad. it. B. Ceva, Milano 2011, pp. 398-399 (con modifiche).

 

Nondum is dolor exoleverat, cum de Agrippina auditum, quam interfecto Seiano spe sustentatam provixisse reor et, postquam nihil de saevitia remittebatur, voluntate extinctam, nisi si negatis alimentis adsimulatus est finis, qui videretur sponte sumptus. enimvero Tiberius foedissimis criminationibus exarsit, impudicitiam arguens et Asinium Gallum adulterum, eiusque morte ad taedium vitae compulsam. sed Agrippina aequi impatiens, dominandi avida, virilibus curis feminarum vitia exuerat. eodem die defunctam, quo biennio ante Seianus poenas luisset, memoriaeque id prodendum addidit Caesar iactavitque quod non laqueo strangulata neque in Gemonias proiecta foret. actae ob id grates decretumque ut quintum decimum kal. Novembris, utriusque necis die, per omnis annos donum Iovi sacraretur.

Statua di Agrippina Maggiore. Marmo e stucco, opera romana dal modello della 'Grande Ercolanese'. I secolo d.C., da Tindari (Messina). Palermo, Museo Archeologico Nazionale 'A. Salinas'.

Agrippina Maggiore. Statua (tipo Grande Ercolanese), marmo e stucco, I sec. d.C., da Tindari. Palermo, Museo Archeologico Nazionale ‘A. Salinas’.

Non era ancora dimenticato questo dolore, quando si venne a sapere della morte di Agrippina, che penso abbia continuato a vivere, dopo la morte di Seiano, sostenuta dalla speranza, e poi, di fronte all’irriducibile crudeltà di Tiberio, si sia lasciata volutamente morire, a meno che non le avessero negato il cibo, simulando una morte che sembrasse volontaria. In realtà Tiberio proruppe nei più turpi vituperi contro di lei, tacciandola di dissolutezza e di adulterio con Asinio Gallo, la cui morte l’avrebbe indotta a disprezzare la vita. Agrippina, invece, insofferente di stare alla pari degli altri, avida di potere, agitata da passioni virili, aveva cancellato ogni debolezza del sesso. Il fatto che lei fosse morta lo stesso giorno, in cui, due anni prima, Seiano aveva pagato il fio dei suoi delitti, fu sottolineato da Tiberio come evento memorabile, e si vantò di non averla fatta strangolare e gettare sulle Gemonie. Per questo, ricevette i ringraziamenti del Senato, che decretò che, ogni anno, nel quindicesimo giorno prima delle Calende di Novembre (= il 18 di Ottobre), ricorrenza delle due morti, fosse fatta un’offerta a Giove.

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Bibliografia di approfondimento:

J. Burns, Great Women of Imperial Rome: Mothers and Wives of the Caesars, New York 2006.

M.P. Charlesworth, The Banishment of the Elder Agrippina, CPh 17 (1922), pp. 260-261.

E. Groag et alii (Hgr.), Prosopographia Imperii Romani saeculi I (PIR 1), Berlin 1933, V 463

R.S. Rogers, The Conspiracy of Agrippina, TAPA 62 (1931), pp. 141-168.

F. Sampoli, Le grandi donne di Roma antica, Roma 2003.

D.C.A. Shotter, Agrippina the Elder: A Woman in a Man’s World, Historia 49 (2000), pp. 341-357.

S. Wood, Memoriae Agrippinae: Agrippina the Elder in Julio-Claudian Art and Propaganda, AJA 92 (1988), pp. 409-426.

La morte di Germanico, 10 ottobre 19 d.C.

Tac. Ann. II 69-73; C.D. Fisher (ed.), Annales ab excessu divi Augusti, Cornelius Tacitus, Oxford 1906; trad. personale (confronto con Publio Cornelio Tacito, Annali, introd. C. Questa, trad. B. Ceva, testo latino a fronte, Milano 2011, pp. 168-173).

 

[69] At Germanicus Aegypto remeans cuncta, quae apud legiones aut urbes iusserat abolita vel in contrarium versa cognoscit. hinc graves in Pisonem contumeliae, nec minus acerba quae ab illo in Caesarem intentabantur. dein Piso abire Syria statuit. mox adversa Germanici valetudine detentus, ubi recreatum accepit votaque pro incolumitate solvebantur, admotas hostias, sacrificalem apparatum, festam Antiochensium plebem per lictores proturbat. tum Seleuciam degreditur, opperiens aegritudinem, quae rursum Germanico acciderat. saevam vim morbi augebat persuasio veneni a Pisone accepti; et reperiebantur solo ac parietibus erutae humanorum corporum reliquiae, carmina et devotiones et nomen Germanici plumbeis tabulis insculptum, semusti cineres ac tabo obliti aliaque malefica quis creditur animas numinibus infernis sacrari. simul missi a Pisone incusabantur ut valetudinis adversa rimantes.

E pertanto Germanico, rientrato dall’Egitto, venne a sapere che tutto ciò che egli aveva ordinato sia alle legioni, sia alle città, era stato annullato o eseguito in senso contrario. Di qui pesanti accuse furono intentate a Pisone, e non meno dure furono le proteste che quello rinfacciò a Cesare. Perciò, Pisone decise di andarsene dalla Siria. Dopo aver poi desistito a causa della malattia di Germanico, quando seppe che si stavano sciogliendo i voti fatti per la salute di quello, sconvolse servendosi dei littori i preparativi per il sacrificio, portate via le vittime, e i festeggiamenti del popolo di Antiochia. Allora scese a Seleucia, attendendo l’esito della malattia che aveva di nuovo colpito Germanico. La convinzione di essere stato avvelenato da Pisone accresceva la furiosa violenza del male; e erano stati trovati, estratti dal suolo e dalle pareti, resti di corpi umani, formule d’invocazione e il nome di Germanico inciso su tavolette di piombo, ossa non ancora incenerite e coperte di sangue rappreso e altri incantesimi, con i quali si crede che si possano consacrare le anime agli dèi inferi. Nello stesso tempo gli inviati di Pisone erano accusati di spiare l’aggravarsi della malattia.

Germanico. Statua loricata (dettaglio della testa), bronzo, I sec. d.C. Amelia, Museo civico.

Germanico. Statua loricata (dettaglio della testa), bronzo, I sec. d.C. Amelia, Museo civico.

[70] Ea Germanico haud minus ira quam per metum accepta. si limen obsideretur, si effundendus spiritus sub oculis inimicorum foret, quid deinde miserrimae coniugi, quid infantibus liberis eventurum? lenta videri veneficia: festinare et urgere, ut provinciam, ut legiones solus habeat. sed non usque eo defectum Germanicum, neque praemia caedis apud interfectorem mansura. componit epistulas quis amicitiam ei renuntiabat: addunt plerique iussum provincia decedere. nec Piso moratus ultra navis solvit moderabaturque cursui, ‹ut› qui propius regrederetur si mors Germanici Syriam aperuisset.

Queste notizie giunsero a Germanico, che le accolse non meno con sdegno che con timore. Se casa sua fosse stata messa sotto assedio, ed avesse dovuto morire sotto gli occhi dei suoi stessi avversari, che cosa sarebbe mai capitato alla sua infelicissima consorte e ai figli ancora bambini? Il veleno sembrò lento ad agire: Pisone s’affrettava e s’affannava per poter avere da solo la provincia e le legioni. Ma Germanico non era sfinito fino a quel punto, né all’uccisore sarebbe andato il premio dell’assassinio. Egli gli scrisse una lettera nella quale dichiarava che gli avrebbe tolto l’amicizia: e molti aggiungono che gli avesse ordinato di andarsene dalla provincia. E Pisone, non trattenendosi più a lungo, salpò facendo una lenta navigazione per poter più rapidamente ritornare, qualora la morte di Germanico gli avesse concesso la Siria.

 

[71] Caesar paulisper ad spem erectus, dein fesso corpore, ubi finis aderat, adsistentis amicos in hunc modum adloquitur: «si fato concederem, iustus mihi dolor etiam adversus deos esset, quod me parentibus liberis patriae intra iuventam praematuro exitu raperent: nunc scelere Pisonis et Plancinae interceptus ultimas preces pectoribus vestris relinquo: referatis patri ac fratri, quibus acerbitatibus dilaceratus, quibus insidiis circumventus miserrimam vitam pessima morte finierim. si quos spes meae, si quos propinquus sanguis, etiam quos invidia erga viventem movebat, inlacrimabunt quondam florentem et tot bellorum superstitem muliebri fraude cecidisse. erit vobis locus querendi apud senatum, invocandi leges. non hoc praecipuum amicorum munus est, prosequi defunctum ignavo questu, sed quae voluerit meminisse, quae mandaverit exequi. flebunt Germanicum etiam ignoti: vindicabitis vos, si me potius quam fortunam meam fovebatis. ostendite populo Romano divi Augusti neptem eandemque coniugem meam, numerate sex liberos. misericordia cum accusantibus erit fingentibusque scelesta mandata aut non credent homines aut non ignoscent». iuravere amici dextram morientis contingentes spiritum ante quam ultionem amissuros.

Cesare, rianimatosi per breve tempo alla speranza, poi sentendo le forze venir meno e vicina la morte, così parlò agli amici che gli stavano intorno: «Se io me ne andassi per volere del fato, sarebbe legittimo il mio dolore anche contro gli dèi, che con morte prematura mi strapperebbero nel fior della giovinezza ai genitori, ai figli, alla patria: ora, tolto di mezzo dalla congiura di Pisone e di Plancina, io affido al vostro affetto le mie ultime volontà: riferite al padre e al fratello da quali amarezze dilaniato, da quali insidie circuito, io abbia finito con una terribile morte una infelicissima vita. Se qualcuno nutriva speranza in me mentre ero in vita, per i vincoli di sangue, e persino per uno spirito di rivalità, un giorno compiangerà me fortunato e sopravvissuto a tante battaglie per essere caduto a causa degli intrighi di una donna fedifraga. Non vi mancherà l’occasione di fare in Senato le vostre lamentele e di invocare le leggi. Il principale compito degli amici non sta nell’accompagnare il morto con vani gemiti, ma sta nel non dimenticare mai i suoi desideri, e nel porre in atto le sue volontà. Piangeranno Germanico anche coloro che non l’hanno mai conosciuto; mi vendicherete voi, se, più che la mia fortuna, avete amato me. Mostrate al popolo romano la nipote del divo Augusto e moglie mia, ricordategli i miei sei figli. La misericordia sarà dalla parte degli accusatori, e a coloro che fingeranno di aver avuto delittuosi incarichi gli uomini o non presteranno fede o non perdoneranno». Gli amici, toccando la mano del morente, giurarono che avrebbero perso la vita piuttosto che l’occasione per vendicarlo.

 

[72] Tum ad uxorem versus per memoriam sui, per communis liberos oravit exueret ferociam, saevienti fortunae summitteret animum, neu regressa in urbem aemulatione potentiae validiores inritaret. haec palam et alia secreto per quae ostender‹e› credebatur metum ex Tiberio. neque multo post extinguitur, ingenti luctu provinciae et ‹cir›cumiacentium populorum. indoluere exterae nationes regesque: tanta illi comitas in socios, mansuetudo in hostis; visuque et auditu iuxta venerabilis, cum magnitudinem et gravitatem summae fortunae retineret, invidiam et adrogantiam effugerat.

Egli allora, rivoltosi alla moglie, la scongiurò che, in nome della sua memoria e dei figli comuni, deponesse l’asprezza del carattere, si piegasse dinanzi alla sorte crudele, e, ritornata in Roma, non urtasse la suscettibilità dei più potenti. Queste cose disse pubblicamente alla moglie, mentre di altre parlò con lei soltanto in privato, per le quali si credette che avesse confessato la propria paura nei confronti di Tiberio. Poco dopo spirò nel profondo lutto della provincia e delle popolazioni circonvicine. Se ne dolsero le genti e i sovrani stranieri: tanti grandi erano state la sua affabilità verso gli alleati, la sua mitezza nei confronti dei nemici; il rispetto che incuteva nel vederlo e nell’ascoltarlo, egli che, pur conservando la dignitosa gravità della sua somma fortuna, si era sottratto all’invidia e alla presuntuosa arroganza.

Nicola Poussin, La morte di Germanico. Olio su tela, 1628. Minneapolis, Institute of Arts.

Nicolas Poussin, La Mort de Germanicus. Olio su tela, 1628. Minneapolis, Institute of Arts.

[73] Funus sine imaginibus et pompa per laudes ac memoriam virtutum eius celebre fuit. et erant qui formam, aetatem, genus mortis ob propinquitatem etiam locorum in quibus interiit, magni Alexandri fatis adaequarent. nam utrumque corpore decoro, genere insigni, haud multum triginta annos egressum, suorum insidiis externas inter gentis occidisse: sed hunc mitem erga amicos, modicum voluptatum, uno matrimonio, certis liberis egisse, neque minus proeliatorem, etiam si temeritas afuerit praepeditusque sit perculsas tot victoriis Germanias servitio premere. quod si solus arbiter rerum, si iure et nomine regio fuisset, tanto promptius adsecuturum gloriam militiae quantum clementia, temperantia, ceteris bonis artibus praestitisset. corpus antequam cremaretur nudatum in foro Antiochensium, qui locus sepulturae destinabatur, praetuleritne veneficii signa parum constitit; nam ut quis misericordia in Germanicum et praesumpta suspicione aut favore in Pisonem pronior, diversi interpret‹ab›antur.

I funerali senza la processione delle immagini degli antenati e senza alcun fasto, furono nondimeno solenni per gli elogi e la rievocazione delle sue virtù. E c’era chi lo paragonava ad Alessandro Magno per la prestanza fisica, per l’età e per il modo in cui morì e per la vicinanza dei luoghi ove era scomparso. L’uno e l’altro, infatti, avevano un bel corpo, erano nobili di stirpe, di età non molto superiore ai trent’anni, ed entrambi erano stati uccisi dalle insidie dei loro fra genti straniere; ma Germanico gentile verso gli amici, e moderato nei piaceri, si era legato in matrimonio con una sola donna ed aveva avuto solo figli legittimi; non fu da meno anche come guerriero, anche se non aveva avuto la stessa temerarietà di quello e fosse stato ostacolato nel asservire totalmente la Germania, già fiaccata da tante vittorie. Se Germanico fosse stato solo arbitro delle imprese e re di diritto e di nome, tanto più rapidamente avrebbe conquistato la gloria militare, quanto più superava Alessandro per generosità, per dominio di sé e per ogni buona qualità dell’animo. Non risulta che, prima di essere cremato, il corpo denudato nel foro di Antiochia, che era stato scelto per la cerimonia, rivelasse segni di avvelenamento: infatti, i vari indizi si interpretavano in diverso modo, a seconda che ciascuno fosse più portato alla misericordia verso Germanico e alla presunzione del sospetto, oppure fosse più favorevole verso Pisone.

 

Per approfondire si vd.:

G.J.D. Aalders, Germanicus und Alexander der Große, Historia 10 (1961), pp. 382-384.

H.W. Bird, Tiberius, Piso, and Germanicus: Further Considerations, ACl 30 (1987), pp. 72-75.

A. Blunt, Poussin’s “Death of Germanicus” Lent to Paris, Burlingt Mag 115 (1973), pp. 533-534; 536.

G. Downey, Antioch under the Augustan Empire, 31 B.C.-A.D. 69, in Id., History of Antioch, Princeton 1961, pp. 163-201.

J. González, Tacitus, Germanicus, Piso, and the Tabula Siarensis, AJPh 120 (1999), pp. 123-142.

E. Koestermann, Die Mission des Germanicus im Orient, Historia 7 (1958), pp. 331-375.

H.C. Nutting, Tacitus, Annales, 2.71, CW 26 (1933), p. 152.

T. Radpke, Tiberius, Piso, and Germanicus, ACl 25 (1982), pp. 61-69.

L.W. Rutland, The Tacitean Germanicus: Suggestion for a Re-Evaluation, RHM 130 (1987), pp. 153-164.

D.C.A. Shotter, Tacitus, Tiberius and Germanicus, Historia 17 (1968), pp. 194-214.

———–          , Cnaeus Calpurnius Piso, Legate of Syria, Historia 23 (1974), pp. 229-245.

Idus Martii DCCX a. U. c.

Plutarco, Vita di Cesare 62-67

Testo greco: B. Perrin (ed.), Plutarch’s Lives, Cambridge-London 1919; traduzione italiana: Plutarco, Vite parallele: Alessandro – Cesare (introd. di D. Magnino e A. La Penna), a cura di D. Magnino, Milano 200721.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Kunsthistorisches Museum Wien.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo. Wien, Kunsthistorisches Museum.

  1. οὕτω δὴ τρέπονται πρὸς Μᾶρκον Βροῦτον οἱ πολλοί, γένος μὲν ἐκεῖθεν εἶναι δοκοῦντα πρὸς πατέρων, καὶ τὸ πρὸς μητρὸς δὲ ἀπὸ Σερουιλίων, οἰκίας ἑτέρας ἐπιφανοῦς, γαμβρὸν δὲ καί ἀδελφιδοῦν Κάτωνος. τοῦτον ἐξ ἑαυτοῦ μὲν ὁρμῆσαι πρὸς κατάλυσιν τῆς μοναρχίας ἤμβλυνον αἱ παρὰ Καίσαρος τιμαὶ καὶ χάριτες, οὐ γὰρ μόνον ἐσώθη περὶ Φάρσαλον ἀπὸ τῆς Πομπηΐου φυγῆς, οὐδὲ πολλοὺς τῶν ἐπιτηδείων ἔσωσεν ἐξαιτησάμενος, ἀλλὰ καὶ πίστιν εἶχε μεγάλην παρ᾽ αὐτῷ. καὶ στρατηγίαν μὲν ἐν τοῖς τότε τὴν ἐπιφανεστάτην ἔλαβεν, ὑπατεύειν δὲ ἔμελλεν εἰς τέταρτον ἔτος, ἐρίσαντος Κασσίου προτιμηθείς· λέγεται γὰρ ὁ Καῖσαρ εἰπεῖν ὡς δικαιότερα μὲν λέγοι Κάσσιος, αὐτὸς μέντοι Βροῦτον οὐκ ἂν παρέλθοι. καί ποτε καί διαβαλλόντων τινῶν τὸν ἄνδρα, πραττομένης ἤδη τῆς συνωμοσίας, οὐ προσέσχεν, ἀλλὰ τοῦ σώματος τῇ χειρὶ θιγὼν ἔφη πρὸς τοὺς διαβάλλοντας «Ἀναμενεῖ τοῦτο τὸ δέρμα Βροῦτος», ὡς ἄξιον μὲν ὄντα τῆς ἀρχῆς δι᾽ ἀρετήν, διὰ δὲ τὴν ἀρχὴν οὐκ ἂν ἀχάριστον καί πονηρὸν γενόμενον. οἱ δὲ τῆς μεταβολῆς ἐφιέμενοι καί πρὸς μόνον ἐκεῖνον ἢ πρῶτον ἀποβλέποντες αὐτῷ μὲν οὐκ ἐτόλμων διαλέγεσθαι, νύκτωρ δὲ κατεπίμπλασαν γραμμάτων τὸ βῆμα καὶ τὸν δίφρον ἐφ᾽ οὗ στρατηγῶν ἐχρημάτιζεν ὧν ἦν τὰ πολλὰ τοιαῦτα· «καθεύδεις, ὦ Βροῦτε», καὶ «οὐκ εἶ Βροῦτος». ὑφ᾽ ὧν ὁ Κάσσιος αἰσθόμενος διακινούμενον ἡσυχῇ τὸ φιλότιμον αὐτοῦ, μᾶλλον ἢ πρότερον ἐνέκειτο καί παρώξυνεν, αὐτὸς ἰδίᾳ τι καί μίσους ἔχων πρὸς τὸν Καίσαρα δι᾽ αἰτίας ἃς ἐν τοῖς περὶ Βρούτου γεγραμμένοις δεδηλώκαμεν. εἶχε μέντοι καί δι᾽ ὑποψίας ὁ Καῖσαρ αὐτὸν, ὥστε καί πρὸς τοὺς φίλους εἰπεῖν ποτε· «τί φαίνεται βουλόμενος ὑμῖν Κάσσιος; ἐμοὶ μὲν γὰρ οὐ λίαν ἀρέσκει λίαν ὠχρὸς ὤν». πάλιν δὲ λέγεται, περὶ Ἀντωνίου καί Δολοβέλλα διαβολῆς πρὸς αὐτὸν, ὡς νεωτερίζοιεν, ἐλθούσης, «οὐ πάνυ», φάναι, «τούτους δέδοικα τοὺς παχεῖς καί κομήτας, μᾶλλον δὲ τοὺς ὠχροὺς καί λεπτοὺς ἐκείνους» Κάσσιον λέγων καί Βροῦτον.
  2. ἀλλ᾽ ἔοικεν οὐχ οὕτως ἀπροσδόκητον ὡς ἀφύλακτον εἶναι τὸ πεπρωμένον, ἐπεὶ καὶ σημεῖα θαυμαστὰ καὶ φάσματα φανῆναι λέγουσι. […] ἔστι δὲ καὶ ταῦτα πολλῶν ἀκοῦσαι διεξιόντων, ὥς τις αὐτῷ μάντις ἡμέρᾳ Μαρτίου μηνὸς, ἣν Εἰδοὺς Ῥωμαῖοι καλοῦσι, προείποι μέγαν φυλάττεσθαι κίνδυνον ἐλθούσης δὲ τῆς ἡμέρας προϊὼν ὁ Καῖσαρ εἰς τὴν σύγκλητον ἀσπασάμενος προσπαίξειε τῷ μάντει φάμενος «αἱ μὲν δὴ Μάρτιαι Εἰδοὶ πάρεισιν» ὁ δὲ ἡσυχῇ πρὸς αὐτόν εἴποι «ναί πάρεισιν, ἀλλ᾽ οὐ παρεληλύθασι». πρὸ μιᾶς δὲ ἡμέρας Μάρκου Λεπίδου δειπνίζοντος αὐτόν ἔτυχε μὲν ἐπιστολαῖς ὑπογράφων, ὥσπερ εἰώθει, κατακείμενος ἐμπεσόντος δὲ λόγου ποῖος ἄρα τῶν θανάτων ἄριστος, ἅπαντας φθάσας ἐξεβόησεν «ὁ ἀπροσδόκητος» μετὰ ταῦτα κοιμώμενος, ὥσπερ εἰώθει, παρὰ τῇ γυναικί, πασῶν ἅμα τῶν θυρῶν τοῦ δωματίου καὶ τῶν θυρίδων ἀναπεταννυμένων, διαταραχθεὶς ἅμα τῷ κτύπῳ καὶ τῷ φωτὶ καταλαμπούσης τῆς σελήνης, ᾔσθετο τὴν Καλπουρνίαν βαθέως μὲν καθεύδουσαν, ἀσαφεῖς δὲ φωνὰς καὶ στεναγμοὺς ἀνάρθρους ἀναπέμπουσαν ἐκ τῶν ὕπνων ἐδόκει δὲ ἄρα κλαίειν ἐκεῖνον ἐπὶ ταῖς ἀγκάλαις ἔχουσα κατεσφαγμένον. οἱ δὲ οὔ φασι τῇ γυναικὶ ταύτην γενέσθαι τὴν ὄψιν ἀλλὰ ἦν γάρ τι τῇ Καίσαρος οἰκίᾳ προσκείμενον οἷόν ἐπὶ κόσμῳ καὶ σεμνότητι τῆς βουλῆς ψηφισαμένης ἀκρωτήριον, ὡς Λίβιος ἱστορεῖ, τοῦτο ὄναρ ἡ Καλπουρνία θεασαμένη καταρρηγνύμενον ἔδοξε ποτνιᾶσθαι καὶ δακρύειν. ἡμέρας δ᾽ οὖν γενομένης ἐδεῖτο τοῦ Καίσαρος, εἰ μὲν οἷόν τε, μὴ προελθεῖν, ἀλλ᾽ ἀναβαλέσθαι τὴν σύγκλητον εἰ δὲ τῶν ἐκείνης ὀνείρων ἐλάχιστα φροντίζει, σκέψασθαι διὰ μαντικῆς ἄλλης καὶ ἱερῶν περὶ τοῦ μέλλοντος, εἶχε δέ τις, ὡς ἔοικε, κἀκεῖνον ὑποψία καὶ φόβος, οὐδένα γὰρ γυναικισμὸν ἐν δεισιδαιμονίᾳ πρότερον κατεγνώκει τῆς Καλπουρνίας, τότε δὲ ἑώρα περιπαθοῦσαν, ὡς δὲ καὶ πολλὰ καταθύσαντες οἱ μάντεις ἔφρασαν αὐτῷ δυσιερεῖν, ἔγνω πέμψας Ἀντώνιον ἀφεῖναι τὴν σύγκλητον.
  3. ἐν δὲ τούτῳ Δέκιμος Βροῦτος ἐπίκλησιν Ἀλβῖνος, πιστευόμενος μὲν ὑπὸ Καίσαρος, ὥστε καὶ δεύτερος ὑπ᾽ αὐτοῦ κληρονόμος γεγράφθαι, τοῖς δὲ περὶ Βροῦτον τὸν ἕτερον καὶ Κάσσιον μετέχων τῆς συνωμοσίας, φοβηθεὶς μὴ τὴν ἡμέραν ἐκείνην διακρουσαμένου τοῦ Καίσαρος ἔκπυστος ἡ πρᾶξις γένηται, τούς τε μάντεις ἐχλεύαζε καὶ καθήπτετο τοῦ Καίσαρος, ὡς αἰτίας καὶ διαβολὰς ἑαυτῷ κτωμένου πρὸς τὴν σύγκλητον ἐντρυφᾶσθαι δοκοῦσαν ἥκειν μὲν γὰρ αὐτὴν κελεύσαντος ἐκείνου, καὶ προθύμους εἶναι ψηφίζεσθαι πάντας ὅπως τῶν ἐκτὸς Ἰταλίας ἐπαρχιῶν βασιλεὺς ἀναγορεύοιτο καὶ φοροίη διάδημα τὴν ἄλλην ἐπιὼν γῆν καὶ θάλασσαν εἰ δὲ φράσει τις αὐτοῖς καθεζομένοις νῦν μὲν ἀπαλλάττεσθαι, παρεῖναι δὲ αὖθις ὅταν ἐντύχῃ βελτίοσιν ὀνείροις Καλπουρνία, τίνας ἔσεσθαι λόγους παρὰ τῶν φθονούντων; ἢ τίνα τῶν φίλων ἀνέξεσθαι διδασκόντων ὡς οὐχὶ δουλεία ταῦτα καὶ τυραννίς ἐστιν; ἀλλ᾽ εἰ δοκεῖ πάντως, ἔφη, τὴν ἡμέραν ἀφοσιώσασθαι, βέλτιον αὐτὸν παρελθόντα καὶ προσαγορεύσαντα τὴν βουλὴν ὑπερθέσθαι. ταῦθ᾽ ἅμα λέγων ὁ Βροῦτος ἦγε τῆς χειρὸς λαβόμενος τὸν Καίσαρα, καὶ μικρὸν μὲν αὐτῷ προελθόντι τῶν θυρῶν οἰκέτης ἀλλότριος ἐντυχεῖν προθυμούμενος, ὡς ἡττᾶτο τοῦ περὶ ἐκεῖνον ὠθισμοῦ καὶ πλήθους, βιασάμενος εἰς τὴν οἰκίαν παρέδωκεν ἑαυτὸν τῇ Καλπουρνίᾳ, φυλάττειν κελεύσας ἄχρι ἂν ἐπανέλθῃ Καῖσαρ, ὡς ἔχων μεγάλα πράγματα κατειπεῖν πρὸς αὐτόν.
  4. Ἀρτεμίδωρος δὲ Κνίδιος τὸ γένος, Ἑλληνικῶν λόγων σοφιστὴς καὶ διὰ τοῦτο γεγονὼς ἐνίοις συνήθης τῶν περὶ Βροῦτον, ὥστε καὶ γνῶναι τὰ πλεῖστα τῶν πραττομένων, ἧκε μὲν ἐν βιβλιδίῳ κομίζων ἅπερ ἔμελλε μηνύειν, ὁρῶν δὲ τὸν Καίσαρα τῶν βιβλιδίων ἕκαστον δεχόμενον καὶ παραδιδόντα τοῖς περὶ αὐτὸν ὑπηρέταις, ἐγγὺς σφόδρα προσελθών, «τοῦτο», ἔφη «Καῖσαρ, ἀνάγνωθι μόνος καὶ ταχέως· γέγραπται γὰρ ὑπὲρ πραγμάτων μεγάλων καὶ σοὶ διαφερόντων». δεξάμενος οὖν ὁ Καῖσαρ ἀναγνῶναι μὲν ὑπὸ πλήθους τῶν ἐντυγχανόντων ἐκωλύθη, καίπερ ὁρμήσας πολλάκις, ἐν δὲ τῇ χειρὶ κατέχων καὶ φυλάττων μόνον ἐκεῖνο παρῆλθεν εἰς τὴν σύγκλητον […]
  5. ἀλλὰ ταῦτα μὲν ἤδη που φέρει καὶ τὸ αὐτόματον· ὁ δὲ δεξάμενος τὸν φόνον ἐκεῖνον καὶ τὸν ἀγῶνα χῶρος, εἰς ὃν ἡ σύγκλητος ἠθροίσθη τότε, Πομπηΐου μὲν εἰκόνα κειμένην ἔχων, Πομπηΐου δὲ ἀνάθημα γεγονὼς τῶν προσκεκοσμημένων τῷ θεάτρῳ, παντάπασιν ἀπέφαινε δαίμονός τινος ὑφηγουμένου καὶ καλοῦντος ἐκεῖ τὴν πρᾶξιν ἔργον γεγονέναι. καὶ γὰρ οὖν καὶ λέγεται Κάσσιος εἰς τὸν ἀνδριάντα τοῦ Πομπηΐου πρὸ τῆς ἐγχειρήσεως ἀποβλέπων ἐπικαλεῖσθαι σιωπῇ, καίπερ οὐκ ἀλλότριος ὢν τῶν Ἐπικούρου λόγων ἀλλ᾽ ὁ καιρὸς, ὡς ἔοικεν, ἤδη τοῦ δεινοῦ παρεστῶτος ἐνθουσιασμὸν ἐνεποίει καὶ πάθος ἀντὶ τῶν προτέρων λογισμῶν. Ἀντώνιον μὲν οὖν πιστὸν ὄντα Καίσαρι καὶ ῥωμαλέον ἔξω παρακατεῖχε Βροῦτος Ἀλβῖνος, ἐμβαλὼν ἐπίτηδες ὁμιλίαν μῆκος ἔχουσαν· εἰσιόντος δὲ Καίσαρος ἡ βουλὴ μὲν ὑπεξανέστη θεραπεύουσα, τῶν δὲ περὶ Βροῦτον οἱ μὲν ἐξόπισθεν τὸν δίφρον αὐτοῦ περιέστησαν, οἱ δὲ ἀπήντησαν, ὡς δὴ Τιλλίῳ Κίμβρῳ περὶ ἀδελφοῦ φυγάδος ἐντυχάνοντι συνδεησόμενοι, καὶ συνεδέοντο μέχρι τοῦ δίφρου παρακολουθοῦντες. ὡς δὲ καθίσας διεκρούετο τὰς δεήσεις καὶ προσκειμένων βιαιότερον ἠγανάκτει πρὸς ἕκαστον, ὁ μὲν Τίλλιος τὴν τήβεννον αὐτοῦ ταῖς χερσὶν ἀμφοτέραις συλλαβὼν ἀπὸ τοῦ τραχήλου κατῆγεν ὅπερ ἦν σύνθημα τῆς ἐπιχειρήσεως, πρῶτος δὲ Κάσκας ξίφει παίει παρὰ τὸν αὐχένα πληγὴν οὐ θανατηφόρον οὐδὲ βαθεῖαν, ἀλλ᾽, ὡς εἰκὸς, ἐν ἀρχῇ τολμήματος μεγάλου ταραχθείς, ὥστε καὶ τὸν Καίσαρα μεταστραφέντα τοῦ ἐγχειριδίου λαβέσθαι καὶ κατασχεῖν. ἅμα δέ πως ἐξεφώνησαν ὁ μὲν πληγεὶς Ῥωμαϊστί «μιαρώτατε Κάσκα, τί ποιεῖς;» ὁ δὲ πλήξας Ἑλληνιστὶ πρὸς τὸν ἀδελφόν «ἀδελφέ, βοήθει». τοιαύτης δὲ τῆς ἀρχῆς γενομένης τοὺς μὲν οὐδὲν συνειδότας ἔκπληξις εἶχε καὶ φρίκη πρὸς τὰ δρώμενα, μήτε φεύγειν μήτε ἀμύνειν, ἀλλὰ μηδὲ φωνὴν ἐκβάλλειν τολμῶντας, τῶν δὲ παρεσκευασμένων ἐπὶ τὸν φόνον ἑκάστου γυμνὸν ἀποδείξαντος τὸ ξίφος, ἐν κύκλῳ περιεχόμενος καὶ πρὸς ὅ τι τρέψειε τὴν ὄψιν πληγαῖς ἀπαντῶν καὶ σιδήρῳ φερομένῳ καὶ κατὰ προσώπου καὶ κατ᾽ ὀφθαλμῶν διελαυνόμενος ὥσπερ θηρίον ἐνειλεῖτο ταῖς πάντων χερσίν ἅπαντας γὰρ ἔδει κατάρξασθαι καὶ γεύσασθαι τοῦ φόνου. διὸ καὶ Βροῦτος αὐτῷ πληγὴν ἐνέβαλε μίαν εἰς τὸν βουβῶνα. λέγεται δὲ ὑπό τινων ὡς ἄρα πρὸς τοὺς ἄλλους ἀπομαχόμενος καὶ διαφέρων δεῦρο κἀκεῖ τὸ σῶμα καὶ κεκραγώς, ὅτε Βροῦτον εἶδεν ἐσπασμένον τὸ ξίφος, ἐφειλκύσατο κατὰ τῆς κεφαλῆς τὸ ἱμάτιον καὶ παρῆκεν ἑαυτόν, εἴτε ἀπὸ τύχης εἴθ᾽ ὑπὸ τῶν κτεινόντων ἀπωσθεὶς, πρὸς τὴν βάσιν ἐφ᾽ ἧς ὁ Πομπηΐου βέβηκεν ἀνδριάς. καὶ πολὺ καθῄμαξεν αὐτὴν ὁ φόνος, ὡς δοκεῖν αὐτὸν ἐφεστάναι τῇ τιμωρίᾳ τοῦ πολεμίου Πομπήϊον ὑπὸ πόδας κεκλιμένου καὶ περισπαίροντος ὑπὸ πλήθους τραυμάτων, εἴκοσι γὰρ καὶ τρία λαβεῖν λέγεται καὶ πολλοὶ κατετρώθησαν ὑπ᾽ ἀλλήλων, εἰς ἓν ἀπερειδόμενοι σῶμα πληγὰς τοσαύτας.
  6. Κατειργασμένου δὲ τοῦ ἀνδρός ἡ μὲν γερουσία, καίπερ εἰς μέσον ἐλθόντος Βρούτου ὥς τι περὶ τῶν πεπραγμένων ἐροῦντος, οὐκ ἀνασχομένη διὰ θυρῶν ἐξέπιπτε καὶ φεύγουσα κατέπλησε ταραχῆς καὶ δέους ἀπόρου τὸν δῆμον, ὥστε τοὺς μὲν οἰκίας κλείειν, τοὺς δὲ ἀπολείπειν τραπέζας καὶ χρηματιστήρια, δρόμῳ δὲ χωρεῖν τοὺς μὲν ἐπὶ τὸν τόπον ὀψομένους τὸ πάθος, τοὺς δὲ ἐκεῖθεν ἑωρακότας. Ἀντώνιος δὲ καὶ Λέπιδος οἱ μάλιστα φίλοι Καίσαρος ὑπεκδύντες εἰς οἰκίας ἑτέρας κατέφυγον. οἱ δὲ περὶ Βροῦτον, ὥσπερ ἦσαν ἔτι θερμοὶ τῷ φόνῳ, γυμνὰ τὰ ξίφη δεικνύντες, ἅμα πάντες ἀπὸ τοῦ βουλευτηρίου συστραφέντες ἐχώρουν εἰς τὸ Καπιτώλιον, οὐ φεύγουσιν ἐοικότες, ἀλλὰ μάλα φαιδροὶ καὶ θαρραλέοι, παρακαλοῦντες ἐπὶ τὴν ἐλευθερίαν τὸ πλῆθος καὶ προσδεχόμενοι τοὺς ἀρίστους τῶν ἐντυγχανόντων, ἔνιοι δὲ καὶ συνανέβαινον αὐτοῖς καὶ κατεμίγνυσαν ἑαυτούς ὡς μετεσχηκότες τοῦ ἔργου καὶ προσεποιοῦντο τὴν δόξαν, ὧν ἦν καὶ Γάϊος Ὀκτάουϊος καὶ Λέντλος Σπινθήρ. οὗτοι μὲν οὖν τῆς ἀλαζονείας δίκην ἔδωκαν ὕστερον ὑπὸ Ἀντωνίου καὶ τοῦ νέου Καίσαρος ἀναιρεθέντες καὶ μηδὲ τῆς δόξης, δι᾽ ἣν ἀπέθνῃσκον, ἀπολαύσαντες ἀπιστίᾳ τῶν ἄλλων, οὐδὲ γὰρ οἱ κολάζοντες αὐτοὺς τῆς πράξεως, ἀλλὰ τῆς βουλήσεως τὴν δίκην ἔλαβον […].
Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

Abel de Pujol, César se rendant au sénat aux Ides de Mars.

 

  1. Così tutti si volgono a Bruto che sembrava discendere, per parte di padre, dall’antico Bruto e per parte di madre dai Servilii, un’altra casata famosa, ed era genero e nipote di Catone. Ma gli impedivano di prendere l’iniziativa di dissolvere il potere di uno solo, onori e favori che gli erano venuti da parte di Cesare. Non solo infatti egli era stato salvato a Farsalo dopo la fuga di Pompeo, e non solo per sua intercessione erano stati risparmiati molti suoi amici, ma per di più egli godeva di grande fiducia presso Cesare. Così quell’anno, tra coloro che erano praetores, egli ebbe la praetura di maggior prestigio[1], e sarebbe stato console di lì a tre anni, essendo stato preferito al suo concorrente Cassio. Si dice che Cesare avesse affermato che Cassio[2] ragionasse meglio, ma non sarebbe comunque passato davanti a Bruto. Una volta, quando era già in corso la congiura, alcuni denunciarono Bruto a Cesare, ma egli non prestò fede e indicando con la mano se stesso disse agli accusatori: «Bruto aspetterà questo corpo», intendendo dire che egli era degno, per la sua virtù, del potere, ma appunto per la sua virtù non sarebbe stato né irriconoscente né malvagio. Ma coloro che aspiravano al rivolgimento di regime, e guardavano a lui solo, o a lui per primo, non osavano parlargliene direttamente, ma di notte riempivano di scritte la sua tribuna e il seggio sul quale da praetor amministrava la giustizia; la maggior parte di queste scritte diceva: «Tu dormi, o Bruto»; «Tu non sei Bruto». A seguito di tutto ciò, Cassio si accorse che l’ambizione di Bruto andava a poco a poco riscaldandosi, e più di prima insistentemente lo incitava, anche perché egli aveva personalmente qualche motivo d’odio contro Cesare per le ragioni che ho esposto nella biografia di Bruto. Cesare comunque nutriva qualche sospetto su di lui, tanto che una volta disse agli amici: «Che vi pare che mediti Cassio? A me non piace tanto: è troppo pallido». Un’altra volta, a proposito di un’accusa di sedizione rivolta contro Antonio e Dolabella[3], egli disse: «Non ho paura di questi che sono grassi e con i capelli ben curati, bensì di quegli altri, pallidi e magri», intendendo alludere a Bruto e Cassio.
  2. Ma sembra davvero che quel che è fissato non sia tanto inatteso quanto inevitabile, giacché dicono che allora ci furono segni prodigiosi e apparizioni […] Si può anche avere la testimonianza di molti che raccontano che un indovino gli aveva predetto di guardarsi da un gran pericolo in quel giorno del mese di marzo che i Romani chiamano Idi; venuto quel giorno, Cesare entrando in Senato[4] salutò l’indovino e prendendolo in giro disse: «Le Idi di marzo son giunte»; e quello tranquillamente: «Sì, ma non sono ancora passate». Il giorno prima, M. Lepido lo aveva invitato a pranzo: egli, come era solito fare, firmava delle lettere stando disteso a mensa, e caduto il discorso su quale fosse la morte migliore, anticipò l’intervento di tutti esclamando: «Quella inattesa!». Dopo cena si coricò, come era solito, accanto alla moglie; ed ecco che contemporaneamente si spalancarono tutte le porte e le finestre della camera: sconvolto dal rumore e dalla luce della luna che brillava[5], si accorse che Calpurnia dormiva profondamente, ma nel sonno emetteva voci confuse e lamenti inarticolati: le sembrava infatti di piangere il marito tenendolo tra le braccia ucciso. Alcuni, invece, affermano che la donna non ebbe questa visione; le parve invece di lamentarsi e piangere per aver visto crollare un fastigio che stava sulla casa di Cesare[6], aggiuntovi per ornamento ed onore in seguito a una delibera del Senato – come racconta T. Livio. La mattina successiva lei pregò Cesare di non uscire, se era possibile, ma di rimandare la seduta del Senato; se però non faceva alcun conto dei suoi sogni, almeno indagasse il futuro mediante altri sacrifici di divinazione. A quanto sembra un certo sospetto e timore presero anche Cesare: precedentemente, infatti, non aveva notato in Calpurnia alcuna debolezza femminile derivante da scrupoli religiosi, mentre ora la vedeva oltremodo sconvolta. Quando, pur dopo aver compiuto molti sacrifici, gli auguri dissero che i segni non erano per lui propizi, decise di mandare Antonio a sciogliere l’assemblea.
  3. In questo momento, D. Bruto, soprannominato Albino, che godeva della fiducia di Cesare tanto che era stato da lui inserito tra i secondi eredi[7], ma che anche partecipava alla congiura con l’altro Bruto e Cassio, temendo che se Cesare avesse lasciato passare quel giorno la congiura potesse essere svelata, scherniva gli auguri e criticava Cesare dicendo che gli attirava su di sé accuse e calunnie da parte del Senato cui sembrava essere trattato con boria; esso si era riunito per suo ordine ed erano tutti pronti a votare perché egli avesse il cognomen di rex nelle province fuori dall’Italia e portasse la corona regale quando ivi viaggiava per terra e per mare. Se ora qualcuno avesse a dire ai senatori che stavano in seduta di sciogliere la riunione e ritrovarsi poi quando Calpurnia avesse avuto sogni migliori, quali sarebbero stati i discorsi degli invidiosi? O chi avrebbe tollerato gli amici di Cesare se avessero tentato di dire che questa non era la schiavitù degli uni e la tirannia dell’altro? Ma, aggiungeva D. Bruto, se proprio sembrava giusto considerare infausto quel giorno, meglio che si presentasse di persona a parlare in Senato e aggiornasse poi la seduta. Nel dir questo Bruto prese per mano Cesare e lo condusse fuori. Si era di poco allontanato dalla porta ed ecco lo schiavo di un’altra famiglia desiderò parlargli, e siccome ne fu impedito dalla gran calca si aprì la strada a forza verso la casa e si affidò a Calpurnia, pregandola di tenerlo custodito fino al ritorno di Cesare in quanto aveva comunicazioni importanti da fargli.
  4. Artemidoro, originario di Cnido[8], insegnante di lettere greche e per questo familiare di alcuni degli amici di Bruto, tanto che venne a sapere la maggior parte di ciò che si stava tramando, venne con un libello contenente quanto intendeva denunciare. Vedendo però che Cesare riceveva ogni scritto e lo passava ai suoi segretari, gli si avvicinò e disse: «Questo, Cesare, leggilo tu solo e presto! Si tratta di cose grosse, che riguardano te!». Cesare lo prese, ma non poté leggerlo per la massa di chi gli si faceva incontro, anche se spesso si accinse a farlo e così, tenendolo in mano e conservando solo quello, entrò in Senato […]
  5. Ma in un certo senso fatti di questo genere sono governati dal caso; però il luogo[9], che accolse in sé quella lotta e quell’uccisione, luogo nel quale si riunì allora il Senato, e che aveva una statua di Pompeo, ed era un ambiente di quelli aggiunti come ornamento da Pompeo al teatro, dimostrò che il fatto fu opera di un dio che indirizzava e guidava là l’azione. Si dice che Cassio, prima del fatto, volgesse lo sguardo alla statua di Pompeo e lo invocò anche se si dichiarasse seguace delle dottrine di Epicuro; ma evidentemente la situazione particolare, in presenza del pericolo, sostituiva alla razionalità precedente un senso di eccitazione. Dunque Bruto Albino tenne fuori Antonio, che era uomo di fiducia di Cesare e robusto, incominciando con lui a bella posta un lungo discorso; all’entrare di Cesare il Senato si alzò in atto di omaggio, e gli amici di Bruto si disposero in parte dietro il suo seggio, mentre alcuni gli andarono incontro per unire le loro richieste a quelle di Tillio Cimbro, che lo supplicava per il fratello esule, e continuarono le loro suppliche accompagnandolo sino al suo seggio. Sedutosi egli respingeva le richieste, e quando essi insistettero con maggior forza, egli si irritò con ciascuno; allora Tillio gli afferrò con ambedue le mani la toga e gliela tirò giù dal collo: questo era il segnale dell’azione. Per primo Casca[10] lo colpì con il pugnale al collo, con un colpo non profondo né mortale, ma logicamente era turbato al principio di una grande azione, tanto che Cesare si voltò, afferrò il pugnale e lo tenne fermo. E contemporaneamente i due urlarono: il colpito, in latino: «Scelleratissimo Casca, che fai?», e il feritore, in greco, rivolgendosi al fratello: «Fratello, aiutami!»[11]. Iniziò così, e quelli che non ne sapevano niente rimasero sbigottiti e tremanti di fronte a quanto avveniva, e non osavano né fuggire, né difendersi e neppure aprir bocca. Quando ognuno dei congiurati ebbe sguainato il pugnale, Cesare, circondato, e ovunque volgesse lo sguardo incontrando solo colpi e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito come una bestia, venne a trovarsi irretito nelle mani di tutti; era infatti necessario che tutti avessero parte alla strage e gustassero del suo sangue[12]. Perciò anche Bruto gli inferse un colpo all’inguine. Dicono alcuni che mentre si difendeva contro gli altri e urlando si spostava qua e là, quando vide che Bruto aveva estratto il pugnale si tirò la toga sul capo e si lasciò andare, o per caso, o perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui poggiava la statua di Pompeo. Molto sangue bagnò quella statua, tanto che sembrava che Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico che giaceva ai suoi piedi e agonizzava per il gran numero delle ferite. Si dice che ne abbia ricevute ventitré[13], e molti si ferirono tra loro mentre indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo.
  6. Ucciso Cesare, i senatori, benché Bruto si fosse fatto avanti per dire qualcosa sull’accaduto[14], non rimasero sul posto, ma fuggirono tutti fuori dalle porte, e nel fuggire riempirono il popolo di confusione e di panico, tanto che gli uni chiudevano le case, gli altri lasciavano banchi e negozi, alcuni si recavano di corsa sul luogo del delitto per vedere quel che era successo, altri ne venivano via dopo aver visto. Antonio e Lepido, che erano amici intimi di Cesare, fuggirono a rifugiarsi in case non loro[15]. Ma quelli che stavano con Bruto, eccitati come ancora erano per la strage perpetrata, tenendo in evidenza i pugnali sguainati, tutti insieme si riunirono fuori del Senato e mossero verso il Campidoglio[16], non simili a fuggiaschi, ma molto decisi e animosi, invitando alla libertà il popolo e accogliendo tra le loro fila gli optimates nei quali s’imbattevano. Alcuni addirittura si mescolarono a loro e salirono sul Campidoglio, quasi che avessero preso parte a quell’azione, e se ne attribuivano la gloria, come C. Ottavio e Lentulo Spintere. Costoro pagarono più tardi la loro vanteria, quando furono uccisi da Antonio e dal giovane Cesare[17], e non ne ricavarono neppure la fama per la quale morirono, giacché nessuno la credeva autentica. E d’altro canto chi li punì, non li punì per il fatto, ma per l’intenzione […].
Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

[1] Nel 44 M. Bruto fu preator urbanus, nonostante avesse maggior diritto a rivestire quella carica Cassio, che fu invece praetor peregrinus.

[2] Dalla tradizione concorde è presentato come l’ispiratore e principale organizzatore della congiura.

[3] Afferma Cicerone (Phil. II 34) che già nell’estate del 45 a.C., nella Gallia Narbonensis, Trebonio aveva cercato di attirare Antonio nel complotto; proprio perché Antonio non aveva rivelato la macchinazione, pur non condividendola, sarebbe poi stato risparmiato alle Idi di marzo.

[4] Diversamente dal solito la riunione non si tenne quel giorno nella Curia, che si trovava nel Foro, ma in una delle esedre della Curia Pompeia, vicina al teatro di Pompeo.

[5] Gli astronomi hanno calcolato che la luna dovesse essere all’ultimo quarto, e che perciò dovette sorgere quella notte parecchio tardi; il fatto sarebbe quindi da collocarsi verso il mattino.

[6] Cesare abitava in quel momento nella dimora ufficiale del pontifex maximus, e cioè nella Regia che si trovava all’estremità orientale del Foro, tra la via Sacra e il tempio di Vesta.

[7] Si definiscono così coloro che in linea successoria subentrano agli eredi diretti in caso di loro premorienza, qualora il testatario non abbia la possibilità di modificare l’espressione delle sue volontà.

[8] Artemidoro, figlio di Teopompo, godeva dell’amicizia di Cesare che proprio in suo onore dichiarò libera la città di Cnido dopo la battaglia di Farsalo.

[9] Curia Pompeia, forse una delle esedre della Porticus Pompeia, vicina al teatro che Pompeo aveva fatto costruire nel 52. Augusto la fece poi dichiarare locus sceleratus.

[10] P. Servilio Casca Longo era stato designato tribunus plebis per il 43. Sembra che rimproverasse a Cesare di averlo lasciato povero, e che per questo avesse preso parte alla congiura.

[11] Sono varie le tradizioni sullo svolgimento dei fatti per quel che riguarda le esclamazioni degli attori. Cassio Dione parla di silenzio; Svetonio di una sola espressione iniziale: «Ma questa è violenza!»; altre fonti coloriscono in vario modo le vicende drammatizzandole. Più verosimile il silenzio, che dà alla scena un che di tragicamente surreale.

[12] I termini greci usati hanno anche una connotazione rituale, e certo la morte di Cesare fu intesa come un rito sacrificale.

[13] La stessa cifra in tutte le fonti, fuorché in Nicolao di Damasco che parla di trentacinque ferite. Secondo il medico Antistio (così ci riferisce Svetonio), una sola fu mortale.

[14] Il tentato intervento di Bruto mirava a provocare, con una pronuncia del Senato, la legalizzazione dell’accaduto; il non averla ottenuta fu la ragione prima del fallimento politico dei propositi che i congiurati intendevano attuare.

[15] Non si sa dove si fosse rifugiato Antonio; Lepido riparò sull’isola Tiberina, ove aveva l’esercito con il quale doveva partire per la Gallia Narbonensis e l’Hispania Citerior. Con quelle truppe egli presiederà nella notte successiva la città e praticamente darà il colpo di grazia alle speranze dei congiurati.

[16] Risulta da altre fonti che questo gruppo sostò nel Foro per sollecitare un consenso che non venne; di conseguenza salirono tutti sul Campidoglio con il pretesto di rendere grazie agli dèi, ma in realtà con l’intenzione di occupare un luogo facilmente difendibile.

[17] Si tratta di Ottaviano, così definito perché divenuto figlio di Cesare per adozione testamentaria.

 

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Cassio Dione, Storia Romana XLIV 9, 1-13,1; 14, 2-22, 2

 

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Busto di C. Giulio Cesare. Marmo, I secolo ca., da Pantelleria. Museum of Natural Science, Houston.

Testo Greco: E. Cary – H.B. Foster – W. Heinemann (eds.), Dio’s Roman History. Cassius Dio Cocceianus, London-New York 1914. Traduzione italiana: G. Norcio (ed.), Cassio Dione, Storia romana (libri XLIV-XLVII), vol. III, Milano 2000

  1. ἐνταῦθα οὖν αὐτοῦ ὄντος οὐδὲν ἔτι ἐνδοιαστῶς οἱ ἐπιβουλεύοντές οἱ ἔπραττον, ἀλλ᾽ ὅπως δὴ καὶ τοῖς πάνυ φίλοις ἐν μίσει γένηται, ἄλλα τε ἐπὶ διαβολῇ αὐτοῦ ἐποίουν καὶ τέλος βασιλέα αὐτὸν προσηγόρευον, καὶ πολὺ τοῦτο τοὔνομα [2] καὶ κατὰ σφᾶς διεθρύλουν. ἐπειδή τε ἐξίστατο μὲν αὐτὸ καὶ ἐπετίμα πῃ τοῖς οὕτως αὐτὸν ἐπικαλοῦσιν, οὐ μέντοι καὶ ἔπραξέ τι δι᾽ οὗ ἂν ἄχθεσθαι τῷ προσρήματι ὡς ἀληθῶς ἐπιστεύθη, τὴν εἰκόνα αὐτοῦ τὴν ἐπὶ τοῦ βήματος [3] ἑστῶσαν διαδήματι λάθρᾳ ἀνέδησαν. καὶ αὐτὸ Γαΐου τε Ἐπιδίου Μαρύλλου καὶ Λουκίου Καισητίου Φλάουου δημάρχων καθελόντων ἰσχυρῶς ἐχαλέπηνε, καίτοι μήτε τι ὑβριστικὸν αὐτῶν εἰπόντων, καὶ προσέτι καὶ ἐπαινεσάντων αὐτὸν ἐν τῷ πλήθει ὡς μηδενὸς τοιούτου δεόμενον. καὶ τότε μὲν καίπερ ἀσχάλλων ἡσύχασεν· 10. ὡς μέντοι μετὰ τοῦτο ἐσιππεύοντα αὐτὸν ἀπὸ τοῦ Ἀλβανοῦ βασιλέα αὖθίς τινες ὠνόμασαν, καὶ αὐτὸς μὲν οὐκ ἔφη βασιλεὺς ἀλλὰ Καῖσαρ καλεῖσθαι, οἱ δὲ δὴ δήμαρχοι ἐκεῖνοι καὶ δίκην τῷ πρώτῳ αὐτὸν εἰπόντι ἔλαχον, οὐκέτι τὴν ὀργὴν κατέσχεν, ἀλλ᾽ ὡς καὶ ὑπ᾽ αὐτῶν ἐκείνων προσστασιαζόμενος ὑπερηγανάκτησε. [2] καὶ ἐν μὲν τῷ παρόντι οὐδὲν δεινὸν αὐτοὺς ἔδρασεν, ὕστερον δέ σφων προγραφὴν ἐκθέντων ὡς οὔτε ἐλευθέραν οὔτ᾽ ἀσφαλῆ τὴν ὑπὲρ τοῦ κοινοῦ παρρησίαν ἐχόντων περιοργὴς ἐγένετο, καὶ παραγαγών σφας ἐς τὸ βουλευτήριον κατηγορίαν τε αὐτῶν ἐποιήσατο καὶ ψῆφον ἐπήγαγε. [3] καὶ οὐκ ἀπέκτεινε μὲν αὐτούς, καίτοι καὶ τούτου τινῶν τιμησάντων σφίσι, προαπαλλάξας δὲ ἐκ τῆς δημαρχίας διὰ Ἑλουίου Κίννου συνάρχοντος αὐτῶν ἀπήλειψεν ἐκ τοῦ συνεδρίου. καὶ οἱ μὲν ἔχαιρόν τε ἐπὶ τούτῳ, ἢ καὶ ἐπλάττοντο, ὡς οὐδεμίαν ἀνάγκην ἕξοντες παρρησιαζόμενοι κινδυνεῦσαι, καὶ ἔξω τῶν πραγμάτων ὄντες τὰ [4] γιγνόμενα ὥσπερ ἀπὸ σκοπιᾶς καθεώρων· ὁ δὲ δὴ Καῖσαρ καὶ ἐκ τούτου διεβλήθη, ὅτι δέον αὐτὸν τοὺς τὸ ὄνομά οἱ τὸ βασιλέως προστιθέντας μισεῖν, ὁ δὲ ἐκείνους ἀφεὶς τοῖς δημάρχοις ἀντ᾽ αὐτῶν ἐνεκάλει. 11. τούτων δ᾽ οὖν οὕτω γενομένων τοιόνδε τι ἕτερον, οὐκ ἐς μακρὰν συνενεχθέν, ἐπὶ πλέον ἐξήλεγξεν ὅτι λόγῳ μὲν διεκρούετο τὴν ἐπίκλησιν, [2] ἔργῳ δὲ λαβεῖν ἐπεθύμει. ἐπειδὴ γὰρ ἐν τῇ τῶν Λυκαίων γυμνοπαιδίᾳ ἔς τε τὴν ἀγορὰν ἐσῆλθε καὶ ἐπὶ τοῦ βήματος τῇ τε ἐσθῆτι τῇ βασιλικῇ κεκοσμημένος καὶ τῷ στεφάνῳ τῷ διαχρύσῳ λαμπρυνόμενος ἐς τὸν δίφρον τὸν κεχρυσωμένον ἐκαθίζετο, καὶ αὐτὸν ὁ Ἀντώνιος βασιλέα τε μετὰ τῶν συνιερέων προσηγόρευσε καὶ διαδήματι ἀνέδησεν, εἰπὼν ὅτι ‘τοῦτό σοι ὁ [3] δῆμος δι᾽ ἐμοῦ δίδωσιν,’ ἀπεκρίνατο μὲν ὅτι ‘Ζεὺς μόνος τῶν Ῥωμαίων βασιλεὺς εἴη,’ καὶ τὸ διάδημα αὐτῷ ἐς τὸ Καπιτώλιον ἔπεμψεν, οὐ μέντοι καὶ ὀργὴν ἔσχεν, ἀλλὰ καὶ ἐς τὰ ὑπομνήματα ἐγγραφῆναι ἐποίησεν ὅτι τὴν βασιλείαν παρὰ τοῦ δήμου διὰ τοῦ ὑπάτου διδομένην οἱ οὐκ ἐδέξατο. ὑπωπτεύθη τε οὖν ἐκ συγκειμένου τινος αὐτὸ πεποιηκέναι, καὶ ἐφίεσθαι μὲν τοῦ ὀνόματος, βούλεσθαι δὲ ἐκβιασθῆναί πως λαβεῖν αὐτό, [4] καὶ δεινῶς ἐμισήθη. κἀκ τούτου τούς τε δημάρχους ἐκείνους ὑπάτους τινὲς ἐν ταῖς ἀρχαιρεσίαις προεβάλοντο, καὶ τὸν Βροῦτον τὸν Μᾶρκον τούς τε ἄλλους τοὺς φρονηματώδεις ἰδίᾳ τε προσιόντες ἀνέπειθον καὶ δημοσίᾳ προσπαρωξυνον. 12. γράμματά τε γάρ, τῇ ὁμωνυμίᾳ αὐτοῦ τῇ πρὸς τὸν πάνυ Βροῦτον τὸν τοὺς Ταρκυνίους καταλύσαντα καταχρώμενοι, πολλὰ ἐξετίθεσαν, φημίζοντες αὐτὸν ψευδῶς ἀπόγονον ἐκείνου εἶναι· ἀμφοτέρους γὰρ τοὺς παῖδας, τοὺς μόνους οἱ γενομένους, μειράκια ἔτι ὄντας ἀπέκτεινε, καὶ [2] οὐδὲ ἔγγονον ὑπελίπετο. οὐ μὴν ἀλλὰ τοῦτό τε οἱ πολλοί, ὅπως ὡς καὶ γένει προσήκων αὐτῷ ἐς ὁμοιότροπα ἔργα προαχθείη, ἐπλάττοντο, καὶ συνεχῶς ἀνεκάλουν αὐτόν, ‘ὦ Βροῦτε Βροῦτε’ ἐκβοῶντες, καὶ προσεπιλέγοντες ὅτι ‘Βρούτου [3] χρῄζομεν.’ καὶ τέλος τῇ τε τοῦ παλαιοῦ Βρούτου εἰκόνι ἐπέγραψαν ‘εἴθε ἔζης,’ καὶ τῷ τούτου βήματι ῾ἐστρατήγει γὰρ καὶ βῆμα καὶ τὸ τοιοῦτο ὀνομάζεται ἐφ᾽ οὗ τις ἱζόμενος δικάζεἰ ὅτι ‘καθεύδεις, ὦ Βροῦτε’ καὶ ‘Βροῦτος οὐκ εἶ.’ 13. ταῦτά τε οὖν αὐτόν, ἄλλως τε καὶ ἀπ᾽ ἀρχῆς ἀντιπολεμήσαντα τῷ Καίσαρι, ἀνέπεισεν ἐπιθέσθαι οἱ καίπερ εὐεργέτῃ μετὰ τοῦτο γενομένῳ […] καὶ μετὰ τοῦτο τὸν Κάσσιον τὸν Γάϊον, σωθέντα μὲν καὶ αὐτὸν ὑπὸ τοῦ Καίσαρος καὶ προσέτι καὶ στρατηγίᾳ τιμηθέντα, τῆς δὲ ἀδελφῆς ἄνδρα ὄντα, προσέλαβε. κἀκ τούτου καὶ τοὺς ἄλλους τοὺς τὰ αὐτά σφισι βουλομένους [3] ἤθροιζον. καὶ ἐγένοντο μὲν οὐκ ὀλίγοι· ἐγὼ δὲ τὰ μὲν τῶν ἄλλων ὀνόματα οὐδὲν δέομαι καταλέγειν, ἵνα μὴ καὶ δι᾽ ὄχλου γένωμαι, τὸν δὲ δὴ Τρεβώνιον τόν τε Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὃν καὶ Ἰούνιον Ἀλβῖνόν τε ἐπεκάλουν, οὐ δύναμαι [4] παραλιπεῖν. πλεῖστα γὰρ καὶ οὗτοι εὐεργετηθέντες ὑπὸ τοῦ Καίσαρος, καὶ ὅ γε Δέκιμος καὶ ὕπατος ἐς τὸ δεύτερον ἔτος ἀποδεδειγμένος καὶ τῇ Γαλατίᾳ τῇ πλησιοχώρῳ προστεταγμένος, ἐπεβούλευσαν αὐτῷ. 15. καὶ ὀλίγου γε ἐφωράθησαν ὑπό τε τοῦ πλήθους τῶν συνειδότων, καίτοι τοῦ Καίσαρος μήτε λόγον τινὰ περὶ τοιούτου τινὸς προσδεχομένου καὶ πάνυ ἰσχυρῶς τοὺς ἐσαγγέλλοντάς τι τοιουτότροπον [2] κολάζοντος, καὶ ὑπὸ τοῦ διαμέλλειν. αἰδῶ τε γὰρ αὐτοῦ καὶ ὣς ἔχοντες, καὶ φοβούμενοι, καίπερ μηδεμιᾷ ἔτι φρουρᾷ χρωμένου, μὴ καὶ ὑπὸ τῶν ἄλλων τῶν περὶ αὐτὸν ἀεί ποτε ὄντων φθαρῶσι, διῆγον, ὥστε καὶ κινδυνεῦσαι ἐλεγχθέντες [3] ἀπολέσθαι. καὶ ἔπαθον ἂν τοῦτο, εἰ μὴ συνταχῦναι τὸ ἐπιβούλευμα καὶ ἄκοντες ἠναγκάσθησαν. λόγου γάρ τινος, εἴτ᾽ οὖν ἀληθοῦς εἴτε καὶ ψευδοῦς, οἷά που φιλεῖ λογοποιεῖσθαι, διελθόντος ὡς τῶν ἱερέων τῶν πεντεκαίδεκα καλουμένων διαθροούντων ὅτι ἡ Σίβυλλα εἰρηκυῖα εἴη μήποτ᾽ ἂν τοὺς Πάρθους ἄλλως πως [4] πλὴν ὑπὸ βασιλέως ἁλῶναι, καὶ μελλόντων διὰ τοῦτο αὐτῶν τὴν ἐπίκλησιν ταύτην τῷ Καίσαρι δοθῆναι ἐσηγήσεσθαι, τοῦτό τε πιστεύσαντες ἀληθὲς εἶναι, καὶ ὅτι καὶ τοῖς ἄρχουσιν, ὧνπερ καὶ ὁ Βροῦτος καὶ ὁ Κάσσιος ἦν, ἡ ψῆφος ἅτε καὶ ὑπὲρ τηλικούτου βουλεύματος ἐπαχθήσοιτο, καὶ οὔτ᾽ ἀντειπεῖν τολμῶντες οὔτε σιωπῆσαι ὑπομένοντες, ἐπέσπευσαν τὴν ἐπιβουλὴν πρὶν καὶ ὁτιοῦν περὶ αὐτοῦ χρηματισθῆναι. 16. ἐδέδοκτο δὲ αὐτοῖς ἐν τῷ συνεδρίῳ τὴν ἐπιχείρησιν ποιήσασθαι. τόν τε γὰρ Καίσαρα ἥκιστα ἐνταῦθα ὑποτοποῦντά τι πείσεσθαι εὐαλωτότερον ἔσεσθαι, καὶ σφίσιν εὐπορίαν ἀσφαλῆ ξιφῶν ἐν κιβωτίοις ἀντὶ γραμματείων τινῶν ἐσκομισθέντων ὑπάρξειν, τοῦς τε ἄλλους οὐ δυνήσεσθαι, οἷά [2] που καὶ ἀόπλους ὄντας, ἀμῦναι προσεδόκων· εἰ δ᾽ οὖν τις καὶ τολμήσειέ που, ἀλλὰ τοὺς γε μονομάχους, οὓς πολλοὺς ἐν τῷ Πομπηίου θεάτρῳ, πρόφασιν ὡς καὶ ὁπλομαχήσοντας, προπαρεσκευάσαντο, βοηθήσειν σφίσιν ἤλπιζον· ἐκεῖ γάρ που ἐν οἰκήματί τινι τοῦ περιστῴου συνεδρεύειν ἔμελλον. καὶ οἱ μέν, ἐπειδὴ ἡ κυρία ἧκεν, ἔς τε τὸ βουλευτήριον ἅμα ἕῳ συνελέγησαν καὶ τὸν 17. Καίσαρα παρεκάλουν· ἐκείνῳ δὲ προέλεγον μὲν καὶ μάντεις τὴν ἐπιβουλήν, προέλεγε δὲ καὶ ὀνείρατα. ἐν γὰρ τῇ νυκτὶ ἐν ᾗ ἐσφάγη ἥ τε γυνὴ αὐτοῦ τήν τε οἰκίαν σφῶν συμπεπτωκέναι καὶ τὸν ἄνδρα συντετρῶσθαί τε ὑπό τινων καὶ ἐς τὸν κόλπον αὐτῆς καταφυγεῖν ἔδοξε, καὶ ὁ Καῖσαρ ἐπί τε τῶν νεφῶν μετέωρος αἰωρεῖσθαι καὶ τῆς [2] τοῦ Διὸς χειρὸς ἅπτεσθαι. πρὸς δ᾽ ἔτι καὶ σημεῖα οὔτ᾽ ὀλίγα οὔτ᾽ ἀσθενῆ αὐτῷ ἐγένετο· τά τε γὰρ ὅπλα τὰ Ἄρεια παρ᾽ αὐτῷ τότε ὡς καὶ παρὰ ἀρχιερεῖ κατά τι πάτριον κείμενα ψόφον τῆς νυκτὸς πολὺν ἐποίησε, καὶ αἱ θύραι τοῦ δωματίου ἐν ᾧ ἐκάθευδεν αὐτόμαται ἀνεῴχθησαν. [3] τά τε ἱερὰ ἃ ἐπ᾽ αὐτοῖς ἐθύσατο οὐδὲν αἴσιον ὑπέφηνε, καὶ οἱ ὄρνιθες δι᾽ ὧν ἐμαντεύετο οὐκ ἐπέτρεπον αὐτῷ ἐκ τῆς οἰκίας ἐξελθεῖν. ἤδη δέ τισι καὶ τὸ τοῦ δίφρου τοῦ ἐπιχρύσου ἐνθύμιον μετά γε τὴν σφαγὴν αὐτοῦ ἐγένετο, ὅτι αὐτὸν ὁ ὑπηρέτης βραδύνοντος τοῦ Καίσαρος ἐξεκόμισεν ἐκ τοῦ συνεδρίου, νομίσας μηκέτ᾽ αὐτοῦ χρείαν ἔσεσθαι. 18. χρονίζοντος δ᾽ οὖν διὰ ταῦτα τοῦ Καίσαρος, δείσαντες οἱ συνωμόται μὴ ἀναβολῆς γενομένης ῾θροῦς γάρ τις διῆλθεν ὅτι οἴκοι τὴν ἡμέραν ἐκείνην μενεἶ τό τε ἐπιβούλευμά σφισι διαπέσῃ καὶ αὐτοὶ φωραθῶσι, πέμπουσι τὸν Βροῦτον τὸν Δέκιμον, ὅπως ὡς καὶ πάνυ φίλος αὐτῷ δοκῶν εἶναι ποιήσῃ [2] αὐτὸν ἀφικέσθαι. καὶ ὃς τά τε προταθέντα ὑπ᾽ αὐτοῦ φαυλίσας, καὶ τὴν γερουσίαν σφόδρα ἐπιθυμεῖν ἰδεῖν αὐτὸν εἰπών, ἔπεισε προελθεῖν. κἀν τούτῳ εἰκών τις αὐτοῦ, ἣν ἐν τοῖς προθύροις ἀνακειμένην εἶχε, κατέπεσεν ἀπὸ ταὐτομάτου καὶ [3] συνεθραύσθη. ἀλλ᾽ ἔδει γὰρ αὐτὸν τότε μεταλλάξαι, οὐδὲν οὔτε τούτου ἐφρόντισε οὔτε τινὸς τὴν ἐπιβουλήν οἱ μηνύοντος ἤκουσε. καὶ βιβλίον τι παρ᾽ αὐτοῦ λαβών, ἐν ᾧ πάντα τὰ πρὸς τὴν ἐπίθεσιν παρεσκευασμένα ἀκριβῶς ἐνεγέγραπτο, οὐκ ἀνέγνω, νομίσας ἄλλο τι αὐτὸ τῶν οὐκ ἐπειγόντων [4] ἔχειν. τό τε σύμπαν οὕτως ἐθάρσει ὥστε καὶ πρὸς τὸν μάντιν τὸν τὴν ἡμέραν ἐκείνην φυλάσσεσθαί ποτε αὐτῷ προαγορεύσαντα εἰπεῖν ἐπισκώπτων ‘ποῦ δῆτά σου τὰ μαντεύματα; ἢ οὐχ ὁρᾷς ὅτι τε ἡ ἡμέρα ἣν ἐδεδίεις πάρεστι, καὶ ἐγὼ ζῶ;’ καὶ ἐκεῖνος τοσοῦτον, ὥς φασι, μόνον ἀπεκρίνατο, ὅτι ‘ναὶ πάρεστιν, οὐδέπω δὲ παρελήλυθεν.’ 19. ὡς δ᾽ οὖν ἀφίκετό ποτε πρὸς τὸ συνέδριον, Τρεβώνιος μὲν Ἀντώνιον ἔξω που ἀποδιέτριψεν. ἐβουλεύσαντο μὲν γὰρ καὶ τοῦτον τόν τε Λέπιδον [2] ἀποκτεῖναι· φοβηθέντες δὲ μὴ καὶ ἐκ τοῦ πλήθους τῶν ἀπολομένων διαβληθῶσιν ὡς καὶ ἐπὶ δυναστείᾳ ἀλλ᾽ οὐκ ἐπ᾽ ἐλευθερώσει τῆς πόλεως, ἣν προεβάλλοντο, τὸν Καίσαρα πεφονευκότες, οὐδὲ παρεῖναι τὸν Ἀντώνιον τῇ σφαγῇ αὐτοῦ ἠθέλησαν, ἐπεὶ ὅ γε Λέπιδος ἐξεστράτευτο καὶ ἐν τῷ [3] προαστείῳ ἦν. ἐκείνῳ μὲν δὴ Τρεβώνιος διελέγετο· οἱ δὲ δὴ ἄλλοι τὸν Καίσαρα ἐν τούτῳ ἀθρόοι περιστάντες ῾εὐπρόσοδός τε γὰρ καὶ φιλοπροσήγορος ἐν τοῖς μάλιστα ἦν᾽ οἱ μὲν ἐμυθολόγουν, οἱ δὲ ἱκέτευον δῆθεν αὐτόν, ὅπως ἥκιστά τι ὑποπτεύσῃ. [4] ἐπεί τε ὁ καιρὸς ἐλάμβανε, προσῆλθέ τις αὐτῷ ὡς καὶ χάριν τινὰ γιγνώσκων, καὶ τὸ ἱμάτιον αὐτοῦ ἀπὸ τοῦ ὤμου καθείλκυσε, σημεῖόν τι τοῦτο κατὰ τὸ συγκείμενον τοῖς συνωμόταις αἴρων· κἀκ τούτου προσπεσόντες αὐτῷ ἐκεῖνοι [5] πολλαχόθεν ἅμα κατέτρωσαν αὐτόν, ὥσθ᾽ ὑπὸ τοῦ πλήθους αὐτῶν μήτ᾽ εἰπεῖν μήτε πρᾶξαί τι τὸν Καίσαρα δυνηθῆναι, ἀλλὰ συγκαλυψάμενον σφαγῆναι πολλοῖς τραύμασι. ταῦτα μὲν τἀληθέστατα· ἤδη δέ τινες καὶ ἐκεῖνο εἶπον, ὅτι πρὸς τὸν Βροῦτον ἰσχυρῶς πατάξαντα ἔφη ‘καὶ σύ, τέκνον;’ 20. θορύβου δ᾽ οὖν πολλοῦ παρὰ τῶν ἄλλων τῶν τε ἔνδον ὄντων καὶ τῶν ἔξωθεν προσεστηκότων πρός τε τὸ αἰφνίδιον τοῦ πάθους, καὶ ὅτι ἠγνόουν τούς τε σφαγέας καὶ τὸ πλῆθος τήν τε διάνοιαν αὐτῶν, γενομένου πάντες ὡς καὶ κινδυνεύσοντες [2] ἐταράσσοντο, καὶ αὐτοί τε ἐς φυγὴν ὥρμησαν ᾗ ἕκαστος ἐδύνατο, καὶ τοὺς προστυγχάνοντάς σφισιν ἐξέπλησσον, σαφὲς μὲν οὐδὲν λέγοντες, αὐτὰ δὲ ταῦτα μόνον βοῶντες, ‘φεῦγε, κλεῖε, [3] κλεῖε.’ καὶ αὐτὰ καὶ οἱ λοιποὶ παραλαμβάνοντες παρ᾽ ἀλλήλων ὡς ἕκαστος διεβόων, καὶ τήν τε πόλιν θρήνων ἐπλήρουν, καὶ αὐτοὶ ἔς τε τὰ ἐργαστήρια καὶ ἐς τὰς οἰκίας ἐσπίπτοντες ἀπεκρύπτοντο, καίτοι τῶν σφαγέων ἔς τε τὴν ἀγορὰν ὥσπερ εἶχον ὁρμησάντων, καὶ τοῖς τε σχήμασιν ἐνδεικνυμένων καὶ προσεκβοώντων μὴ φοβεῖσθαι. [4] ἐκεῖνοι μὲν γὰρ τοῦτό τε ἅμα ἔλεγον καὶ τὸν Κικέρωνα συνεχῶς ἀνεκάλουν, ὁ δὲ ὅμιλος οὔτ᾽ ἄλλως ἐπίστευέ σφισιν ἀληθεύειν οὔτε ῥᾳδίως καθίστατο· ὀψὲ δ᾽ οὖν ποτε καὶ μόλις, ὡς οὔτε τις ἐφονεύετο οὔτε συνελαμβάνετο, θαρσήσαντες 21. ἡσύχασαν. καὶ συνελθόντων αὐτῶν ἐς ἐκκλησίαν πολλὰ μὲν κατὰ τοῦ Καίσαρος πολλὰ δὲ καὶ ὑπὲρ τῆς δημοκρατίας οἱ σφαγεῖς εἶπον, θαρσεῖν τέ σφας καὶ μηδὲν δεινὸν προσδέχεσθαι ἐκέλευον· οὔτε γὰρ ἐπὶ δυναστείᾳ οὔτ᾽ ἐπ᾽ ἄλλῃ πλεονεξίᾳ οὐδεμιᾷ ἀπεκτονέναι αὐτὸν ἔφασαν, ἀλλ᾽ ἵν᾽ ἐλεύθεροί τε καὶ αὐτόνομοι ὄντες ὀρθῶς πολιτεύωνται. [2] τοιαῦτα ἄττα εἰπόντες τοὺς μὲν πολλοὺς κατέστησαν, καὶ μάλισθ᾽ ὅτι οὐδένα ἠδίκουν· αὐτοὶ δὲ δὴ φοβούμενοι καὶ ὣς μή τις σφίσιν ἀντεπιβουλεύσῃ, ἀνῆλθον ἐς τὸ Καπιτώλιον ὡς καὶ τοῖς θεοῖς προσευξόμενοι, καὶ ἐκεῖ τήν τε ἡμέραν καὶ [3] τὴν νύκτα ἐνδιέτριψαν. καὶ αὐτοῖς καὶ ἄλλοι τινὲς τῶν πρώτων ἀφ᾽ ἑσπέρας, τῆς μὲν ἐπιβουλῆς οὐ συμμετασχόντες, τῆς δὲ ἀπ᾽ αὐτῆς δόξης, ὡς καὶ ἐπαινουμένους σφᾶς ἑώρων, καὶ τῶν ἄθλων ἃ [4] προσεδέχοντο μεταποιησόμενοι, συνεγένοντο. καὶ συνέβη γε αὐτοῖς ἐς τοὐναντίον τὸ πρᾶγμα δικαιότατα περιστῆναι· οὔτε γὰρ τὸ ὄνομα τοῦ ἔργου ἅτε μηδὲν αὐτοῦ προσκοινωνήσαντες ἔλαβον, καὶ τοῦ κινδύνου τοῦ τοῖς δράσασιν αὐτὸ συμβάντος ὡς καὶ συνεπιβουλεύσαντές σφισι μετέσχον. 22. ἰδὼν δὲ ταῦτα ὁ Δολοβέλλας οὐδ᾽ αὐτὸς ἠξίου τὴν ἡσυχίαν ἄγειν, ἀλλ᾽ ἔς τε τὴν ὕπατον ἀρχὴν καίπερ μηδέπω οἱ προσήκουσαν ἐσῆλθε, καὶ δημηγορήσας τι περὶ τῶν παρόντων ἐς τὸ [2] Καπιτώλιον ἀνέβη. τούτων δὲ ἐνταῦθα ὄντων, ὁ Λέπιδος μαθὼν τὰ γεγενημένα τήν τε ἀγορὰν μετὰ τῶν στρατιωτῶν τῆς νυκτὸς κατέλαβε, καὶ κατὰ τῶν σφαγέων ἅμα ἕῳ ἐδημηγόρει.

 

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

Testa di M. Giunio Bruto. Marmo, 30-15 a.C. dalla zona del Tevere. Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

  1. Questa dunque era la situazione di Cesare. I congiurati ruppero gli indugi, e per renderlo odioso anche ai suoi più fedeli amici sparsero molte calunnie nei suoi riguardi, e alla fine lo salutarono rex, usando spesso tale nome anche quando parlavano tra di loro. [2] E poiché egli respinse il titolo di rex e rimproverò coloro che usavano tale termine parlando con lui, senza però compiere un atto che potesse apertamente dimostrare che si sdegnava veramente per questo titolo, posero di nascosto un diadema sul capo della sua statua che stava sui Rostra. [3] I tribuni della plebe C. Epidio Marullo e L. Cesezio Flavo la tolsero ed egli si adirò molto, benché essi non avessero pronunziato alcuna frase offensiva, anzi lo avessero lodato dinanzi al popolo come un uomo per nulla desideroso di tale onore. In quell’occasione, seppur adirato, seppe frenarsi. 10. In seguito però, avendolo di nuovo alcuni chiamato re mentre tornava a cavallo dal Monte Albano (ed egli aveva risposto loro che il suo nome era Cesare e non rex) e poiché i tribuni avevano intentato un processo a colui che per primo lo aveva chiamato così, non seppe più trattenere l’ira, ma andò su tutte le furie, come se essi avessero voluto in tal modo provocare disordini. [2] Sul momento non prese alcun provvedimento contro di loro; ma poi, avendo i tribuni dichiarato in un pubblico avviso che non avevano più sicurezza né libertà di parola riguardo agli affari della res publica, si adirò fortemente, li mise in stato di accusa davanti al Senato e chiese una votazione. [3] Non li condannò a morte, benché alcuni senatori fossero favorevoli alla condanna, ma li destituì dalla carica, su proposta del tribuno Elvio Cinna[1], e li espulse dal Senato. I senatori si rallegrarono per questo provvedimento – o finsero di rallegrarsi – pensando che non avevano nessun bisogno di esporre liberamente la propria opinione e affrontare dei rischi: non essendo immischiati nella faccenda, guardavano all’episodio come da una vedetta; [4] Cesare però fu biasimato per quest’avvenimento, perché avendo il dovere di punire quelli che l’avevano chiamato rex, li mandò assolti, punendo invece i tribuni della plebe. 11. Oltre a questi fatti ne accadde poco dopo un altro che dimostrava ancor meglio che Cesare respingeva a parole il titolo di rex, mentre in realtà lo desiderava ardentemente. [2] Durante la festa dei Lupercalia[2] egli era entrato nella Regia e si era seduto in tribuna sul suo scranno dorato, tutto splendente nell’abito regale e con la rilucente corona d’oro sul capo; Antonio insieme ai suoi colleghi sacerdoti[3] lo salutò rex e gli pose in capo il diadema, dicendo: «È il popolo che ti da questo per mio mezzo». [3] E Cesare rispose: «Giove soltanto è il rex dei Romani!», e mandò il diadema al dio sul Campidoglio. Non si adirò, ma volle che nel verbale della seduta si scrivesse che egli aveva rifiutato il titolo di rex offertogli dal popolo attraverso il console. Si ebbe perciò il sospetto che avesse preparato l’avvenimento d’accordo con altri, che desiderasse ardentemente quel titolo e che volesse essere costretto ad accettarlo: il che gli procurò un forte odio. [4] Per questo alcuni proposero nelle elezioni che quei tribuni di cui ho parlato fossero nominati consoli, e avvicinando in privato M. Bruto[4] e gli altri spiriti audaci, li spingevano ad agire e li esortavano pubblicamente. 12. Sfruttando l’omonimia di questo Bruto con il famoso Bruto che aveva cacciato i Tarquini, misero in giro molte scritte dove dicevano che lui non era affatto un discendente di quel Bruto: infatti, quell’uomo uccise i suoi due unici figli, quando erano ancora bambini, e non lasciò eredi. [2] Tuttavia la maggior parte dei Romani fingeva di ammettere la discendenza, affinché questo Bruto fosse spinto a compiere un’impresa simile a causa della parentela con quello. E continuamente lo chiamavano gridando: «Bruto! Bruto!», e aggiungendo: «Abbiamo bisogno di un Bruto!». [3] Alla fine posero un’iscrizione sulla statua dell’antico Bruto, che diceva: «O se tu fossi vivo!», e un’altra sulla tribuna di questo Bruto – egli era allora praetor urbanus e il luogo in cui siede e giudica si chiama appunto “tribuna”), che diceva: «Tu dormi, o Bruto» e «Tu non sei un Bruto». 13. Queste circostanze indussero Bruto a ordire la congiura contro Cesare, di cui era stato sempre nemico, quantunque in seguito avesse da lui ricevuto dei benefici […] Aggiunse a sé C. Cassio[5], marito di sua sorella, anche lui perdonato da Cesare e per di più onorato con la praetura. In seguito si unirono a loro altri Romani, che nutrivano i medesimi sentimenti, [3] e non pochi per numero. Io non voglio ricordarli tutti per nome, per non tediare il lettore, ma non posso passare sotto silenzio Trebonio e D. Bruto[6], che era chiamato anche Giunio e Albino. [4] Anche costoro avevano ricevuto molti benefici da Cesare; anzi a D. Bruto, designato console per l’anno seguente, era stato affidato il governo della Gallia Cisalpina: eppure aderirono alla congiura. 15. Mancò poco che la congiura venisse scoperta per il gran numero degli aderenti e per la loro esitazione, benché Cesare non accettasse nessuna denuncia di un simile fatto e rimproverasse duramente quanti gli riferivano qualche particolare di questo genere. [2] I congiurati avevano una certa soggezione di Cesare e temevano, benché egli non avesse più una scorta, di essere uccisi da quelli che gli stavano sempre intorno. Perciò rimandavano l’impresa, tanto da correre il pericolo di essere scoperti e uccisi. [3] E avrebbero realmente subito quella sorte, se non fossero stati costretti a realizzare al più presto il loro piano anche contro voglia. Si era sparsa la voce – non sappiamo se vera o falsa, come suole accadere in simili casi – che i cosiddetti quindecemviri sacris faciundis avessero riferito il seguente responso della Sibilla: «I Parti non potranno essere vinti se non da un rex», [4] e che per questo motivo essi fossero sul punto di proporre che venisse dato a Cesare quel titolo. I congiurati credettero a questa voce, e siccome, trattandosi di un provvedimento di una certa importanza, sarebbero stati chiamati a votare anche Bruto e Cassio in quanto magistrati e non avrebbero osato opporsi, né sopportato di tacere, si affrettarono a portare a compimento la congiura prima che si discutesse in qualche modo su quella proposta. 16. Avevano deciso di eseguire l’attentato in Senato, dove sarebbe stato facile colpire Cesare, in quanto non poteva affatto sospettare di subire un danno in quel luogo. Avrebbero avuto il vantaggio delle spade, che sarebbero state portate dentro casse al posto dei documenti, mentre gli altri non avrebbero potuto reagire perché inermi. [2] Se poi qualcuno avesse osato opporsi, potevano contare sull’aiuto dei gladiatori che avevano radunato in gran numero nel teatro di Pompeo, con il pretesto che avrebbero dovuto combattere: essi, infatti, avevano ricevuto l’ordine di restare fermi in quel luogo nel peristilio. I congiurati, dunque, quando arrivò il giorno stabilito, si radunarono all’alba nel Senato e mandarono a chiamare Cesare. 17. Il dittatore era stato avvertito della congiura sia dagli indovini sia dai sogni. Infatti, nella notte precedente il giorno in cui fu ucciso, la moglie[7] aveva sognato che la casa era crollata, che il marito veniva ferito da alcuni uomini e si rifugiava nel suo grembo; anche Cesare aveva sognato di essere portato in cielo sulle nubi e di toccare la mano di Giove. [2] Accaddero per lui altri segni numerosi e ben chiari: le armi di Marte che stavano, secondo la tradizione, in casa sua in quanto pontifex maximus fecero in quella notte un gran rumore, e le porte della camera dove dormiva si spalancarono spontaneamente. [3] Inoltre i sacrifici che furono fatti per questi portenti diedero segni sfavorevoli, e gli uccelli, di cui ci si serviva per i vaticini, gli vietavano di uscir di casa. E alcuni dopo l’uccisione videro un chiaro segno anche in ciò che accadde al seggio dorato: lo schiavo, a causa del ritardo di Cesare, lo aveva portato via dal Senato, nella convinzione che non ce ne fosse più bisogno. 18. Poiché Cesare dunque, per questi motivi, tardava ad arrivare, i congiurati temettero che ci potesse essere un rinvio della seduta – corse, infatti, la voce che Cesare volesse rimanere a casa quel giorno – e che la congiura fosse stata scoperta, trascinandoli in una sicura rovina. Perciò mandarono D. Bruto, all’apparenza un suo carissimo amico, perché lo convincesse a venire. [2] Costui disperse i motivi addotti da Cesare e gli disse che i senatori desideravano ardentemente vederlo: così lo persuase. In quel momento una statua del dittatore, che si trovava nel vestibolo, cadde spontaneamente e andò in mille pezzi. [3] Ma Cesare – era proprio destino che egli perisse in quel giorno – non badò a questo portento, né diede ascolto ad un indovino che gli svelava la congiura. Prendendo da lui il libello sul quale erano esposti accuratamente tutti i preparativi della congiura, non lo lesse, pensando si trattasse di qualche supplica per nulla urgente. [4] Nel complesso era talmente fiducioso da dire, scherzando, all’indovino che gli raccomandava di star bene attento a quel giorno: «Dove sono andate a finire le tue profezie? Non vedi che il giorno che temevi è giunto, e io sono ancora vivo?». E si dice che l’indovino gli abbia risposto: «Sì, è arrivato, ma non è ancora passato». 19. Quando Cesare entrò in Senato, Trebonio trattenne fuori Antonio. Veramente avevano progettato di eliminare anche lui e Lepido; [2] temendo però, se avessero accresciuto il numero delle vittime, di essere accusati di aver ucciso Cesare per brama di potere e non per la liberazione di Roma – come si vantavano – e, pertanto, non vollero che Antonio fosse presente alla strage (quanto a Lepido, si trovava nel suburbio, perché si accingeva a partire per una spedizione militare). [3] Mentre dunque Trebonio s’intratteneva con Antonio, gli altri congiurati si accalcarono intorno a Cesare (era infatti di facile accesso e cordialissimo), o per conversare o per presentargli una supplica, affinché non avesse il minimo sospetto. [4] Quando giunse il momento, uno di essi[8], avvicinandosi a lui come per ringraziarlo di un favore ricevuto, gli tirò giù dalla spalla la toga, dando così ai congiurati il segnale convenuto. Subito essi gli piombarono addosso da ogni lato e lo colpirono. [5] Cesare, per il gran numero dei congiurati non potendo parlare, né difendersi, si coperse con il mantello e cadde trafitto da molte ferite. Questa è la verità; alcuni, però, hanno affermato che Cesare abbia detto a Bruto, mentre lo colpiva spietatamente: «Anche tu, figlio mio?». 20. Nacque un gran scompiglio fra i senatori, sia quelli che stavano in aula sia quelli che si trovavano fuori, per una disgrazia così improvvisa e anche perché non sapevano chi fossero gli assassini, né il loro numero e nemmeno le loro reali intenzioni. [2] Atterriti dal pericolo, fuggirono dove ciascuno poté, spaventando nello stesso tempo quelli che incontravano. Non dicevano nulla di chiaro, ma gridavano soltanto: «Scappa! Chiudi, chiudi!». [3] Tutti si passavano queste parole l’un con l’altro e gridavano, riempiendo la città di gemiti. Correvano dentro le botteghe e dentro le case, e lì si nascondevano, benché gli uccisori, precipitandosi così come si trovavano nel Foro, raccomandassero con i gesti e con le parole di non aver paura. [4] E mentre dicevano questo, invocavano senza interruzione il nome di Cicerone[9]. Ma la folla non credeva ai loro discorsi e tardava a calmarsi. Finalmente, con fatica, poiché vedevano che nessuno veniva ucciso né arrestato, ripresero fiducia e si calmarono. 21. Quando il Senato si fu radunato, gli uccisori parlarono a lungo contro Cesare e in difesa della democrazia, esortando i senatori ad avere fiducia e a non temere nessun male. Dicevano che avevano eliminato Cesare non per brama di potere, né per procurarsi dei guadagni, ma affinché i Romani fossero rettamente governati come cittadini liberi e indipendenti. [2] Queste parole, e soprattutto il fatto che nessuno veniva offeso, tranquillizzarono i più. Tuttavia i congiurati, temendo che qualcuno potesse tendere qualche rappresaglia, salirono sul Campidoglio, facendo credere di voler pregare gli dèi, e lì passarono il giorno e la notte. [3] Sul far della sera si unirono a loro alcuni ragguardevoli cittadini, che non avevano preso parte diretta alla congiura, ma speravano di partecipare alla gloria da essa derivante (vedevano, infatti, che i Cesaricidi venivano esaltati) e ai vantaggi che ne sarebbero scaturiti. [4] Accadde però a loro – e molto giustamente – tutto il contrario di ciò che si aspettavano: non ebbero la gloria del fatto, in quanto non vi avevano in alcun modo partecipato, e incapparono invece nei pericoli che minacciavano i veri congiurati, come se avessero davvero preso parte all’azione. 22. Visto ciò, anche P. Dolabella decise di agire: assunse il consolato, benché ancora non gli spettasse, e dopo aver tenuto un discorso davanti al popolo riguardo alla situazione che si era venuta a creare, salì sul Campidoglio. [2] Stando così le cose, Lepido, venuto a sapere di ciò che era accaduto, occupò il Foro di notte con i suoi soldati e all’alba parlò al popolo contro gli assassini.
M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

M. Giunio Bruto. Denario, Ar. 3,59 g. 43-42 a.C. R – EID.MAR, Pileo fra due pugnali.

[1] Colui che nella confusione seguita all’assassinio di Cesare in Senato verrà ucciso dalla folla inferocita, perché scambiato con il praetor omonimo Cornelio Cinna, uno dei congiurati (cfr. Dion., XLIV 50, 4).

[2] La festa dei Lupercalia si celebrava ogni anno a febbraio in onore di Lupercus (gr. Πάν Λυκαῖος). Lo scrittore usa qui il termine greco γυμνοπαιδίαι: le «gimnopedie» erano una festa in onore di Apollo e Artemide, che si celebrava a Sparta; in essa giovinetti scelti danzavano nudi ed eseguivano esercizi ginnici.

[3] Antonio era stato eletto flamen Dialis, ossia addetto al culto di Giove.

[4] M. Giunio Bruto (da non confondere con D. Bruto) fu figura di primo piano nella società del tempo di Cesare. Era figlio di M. Giunio Bruto, tribuno della plebe nell’83 a.C., ma fu adottato dallo zio Q. Servilio Cepione. Nacque verso l’85 a.C.; fu quaestor di Ap. Claudio in Cilicia nel 53, e sostenitore di Pompeo nella guerra civile contro Cesare. Perdonato da quest’ultimo dopo Farsalo, nel 46 ebbe il governo della Gallia Cisalpina nel 44 fu praetor urbanus. Nel 46 divorziò dalla moglie Claudia e sposò Porcia, figlia di M. Porcio Catone Uticense. Dopo la morte di Cesare fu, insieme a Cassio, il capo della guerra contro Antonio e Ottaviano, e morì a Filippi nel 42. Fu amico di Cicerone, che lo ebbe molto caro e gli dedicò tre opere (De finibus bonorum et malorum; Orator; un gruppo di Epistolae). Alla fine del Brutus il grande oratore fa un lunghissimo ed entusiastico elogio di questo suo giovane amico: Sed in te intuens, Brute, doleo, cuius in adulescentiam per medias laudes quasi quadrigis vehentem transversa incurrit misera fortuna rei publicae

[5] C. Cassio Longino fu quaestor di Crassso nella spedizione contro i Parti del 53 a.C. Dopo la sconfitta ebbe l’incarico di difendere la Syria. Fu tribunus plebis nel 49 a.C., e nella guerra civile tra Cesare e Pompeo parteggiò per quest’ultimo. Perdonato da Cesare dopo Farsalo, fu l’animatore della congiura, ma con minore autorità di Bruto. Era cognato di questi, di cui aveva sposato la sorella Giunia Terza.

[6] Era figlio di D. Bruto, console nel 77 a.C., ma fu adottato da Postumio Albino. Partecipò attivamente alla guerra gallica di Cesare, di cui godé l’affetto e la stima, e fu il principale artefice della vittoria sulla tribù gallica dei Veneti. Dopo l’assassinio di Cesare fu uno dei più accaniti nemici di Antonio. Dopo la guerra di Modena passò nella Gallia Comata, dove sperava di ricevere aiuti dal goernatore Planco: ma fu pienamente deluso. Dalla Gallia cercò di raggiungere la Macedonia, per ricongiungersi con M. Bruto, ma fu catturato e ucciso per ordine di Antonio.

[7] Calpurnia. Era la figlia di L. Calpurnio Pisone Cesonino (sposata nel 59 a.C.). Era la sua terza moglie: la prima era stata Cornelia, figlia di P. Cornelio Cinna (sposata nell’84 e morta nel 68); la seconda era stata Pompea, figlia di Q. Pomponio Rufo (sposata nel 67 e ripudiata nel 61, perché coinvolta nello scandalo del famigerato tribuno P. Clodio). Dalla prima moglie Cornelia, Cesare aveva avuto la figlia Giulia.

[8] Secondo Svet., Caes. 82, il primo a colpire Cesare sarebbe stato P. Servilio Casca. Qualche istante prima Tillio Cimbro si era avvicinato al dittatore come per chiedergli un favore. Ma egli si era rifiutato di ascoltarlo, facendo chiaramente capire che intendeva rimandare la questione ad un altro momento.

[9] La notizia accolta qui da Cassio Dione fu diffusa da Antonio subito dopo l’uccisione di Cesare. Ma era una notizia falsa: in realtà i congiurati si erano ben guardati dal comunicare il loro progetto a Cicerone, perché non si fidavano della sua capacità di segretezza (cfr. Plut., Brut. 12, 1).

Dies sceleratus

Svetonio, De Vita Caesarum I 80-82 (M. Ihm [ed.], C. Suetoni Tranquilli opera. Vol. 1. De vita Caesarum libri VIII. Teubner, Leipzig 1907= 19082, pp. 41-44).

Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.

Jean-Léon Gérôme, La mort de César. Olio su tela, 1859-67. Walters Art Museum.

  1. Quae causa coniuratis maturandi fuit destinata negotia, ne assentiri necesse esset. Consilia igitur dispersim antea habita et quae saepe bini terniue ceperant, in unum omnes contulerunt, ne populo quidem iam praesenti statu laeto, sed clam palamque detrectante dominationem atque assertores flagitante. peregrinis in senatum allectis libellus propositus est: «Bonum factum: ne quis senatori nouo curiam monstrare uelit!». et illa uulgo canebantur: «Gallos Caesar in triumphum ducit, idem in curiam»: Galli bracas deposuerunt, latum clauum sumpserunt. Quinto Maximo suffecto trimenstrique consule theatrum introeunte, cum lictor animaduerti ex more iussisset, ab uniuersis conclamatum est non esse eum consulem. post remotos Caesetium et Marullum tribunos reperta sunt proximis comitiis complura suffragia consules eos declarantium. subscripsere quidam Luci Bruti statuae: «utinam uiueres!» item ipsius Caesaris: «Brutus, quia reges eiecit, consul primus factus est: hic, quia consules eiecit, rex postremo factus est». conspiratum est in eum a sexaginta amplius, Gaio Cassio Marcoque et Decimo Bruto principibus conspirationis. qui primum cunctati utrumne in Campo per comitia tribus ad suffragia uocantem partibus diuisis e ponte deicerent atque exceptum trucidarent, an in Sacra uia uel in aditu theatri adorirentur, postquam senatus Idibus Martiis in Pompei curiam edictus est, facile tempus et locum praetulerunt.
  2. Sed Caesari futura caedes euidentibus prodigiis denuntiata est. paucos ante menses, cum in colonia Capua deducti lege Iulia coloni ad extruendas uillas uetustissima sepulcra dissicerent idque eo studiosius facerent, quod aliquantum uasculorum operis antiqui scrutantes reperiebant, tabula aenea in monimento, in quo dicebatur Capys conditor Capuae sepultus, inuenta est conscripta litteris uerbisque Graecis hac sententia: «quandoque ossa Capyis detecta essent, fore ut illo prognatus manu consanguineorum necaretur magnisque mox Italiae cladibus uindicaretur». cuius rei, ne quis fabulosam aut commenticiam putet, auctor est Cornelius Balbus, familiarissimus Caesaris. proximis diebus equorum greges, quos in traiciendo Rubiconi flumini consecrarat ac uagos et sine custode dimiserat, comperit pertinacissime pabulo abstinere ubertimque flere. et immolantem haruspex Spurinna monuit, «caueret periculum, quod non ultra Martias Idus proferretur». pridie autem easdem Idus auem regaliolum cum laureo ramulo Pompeianae curiae se inferentem uolucres uarii generis ex proximo nemore persecutae ibidem discerpserunt. ea uero nocte, cui inluxit dies caedis, et ipse sibi uisus est per quietem interdum supra nubes uolitare, alias cum Ioue dextram iungere; et Calpurnia uxor imaginata est conlabi fastigium domus maritumque in gremio suo confodi; ac subito cubiculi fores sponte patuerunt. Ob haec simul et ob infirmam ualitudinem diu cunctatus an se contineret et quae apud senatum proposuerat agere differret, tandem Decimo Bruto adhortante, ne frequentis ac iam dudum opperientis destitueret, quinta fere hora progressus est libellumque insidiarum indicem ab obuio quodam porrectum libellis ceteris, quos sinistra manu tenebat, quasi mox lecturus commiscuit. dein pluribus hostiis caesis, cum litare non posset, introiit curiam spreta religione Spurinnamque irridens et ut falsum arguens, quod sine ulla sua noxa Idus Martiae adessent: quanquam is uenisse quidem eas diceret, sed non praeterisse.
  3. assidentem conspirati specie officii circumsteterunt, ilicoque Cimber Tillius, qui primas partes susceperat, quasi aliquid rogaturus propius accessit renuentique et gestum in aliud tempus differenti ab utroque umero togam adprehendit: deinde clamantem: «ista quidem uis est!» alter e Cascis auersum uulnerat paulum infra iugulum. Caesar Cascae brachium arreptum graphio traiecit conatusque prosilire alio uulnere tardatus est; utque animaduertit undique se strictis pugionibus peti, toga caput obuoluit, simul sinistra manu sinum ad ima crura deduxit, quo honestius caderet etiam inferiore corporis parte uelata. atque ita tribus et uiginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine uoce edito, etsi tradiderunt quidam M. Bruto irruenti dixisse: «καὶ σὺ τέκνον»; exanimis diffugientibus cunctis aliquamdiu iacuit, donec lecticae impositum, dependente brachio, tres seruoli domum rettulerunt. nec in tot uulneribus, ut Antistius medicus existimabat, letale ullum repertum est, nisi quod secundo loco in pectore acceperat. Fuerat animus coniuratis corpus occisi in Tiberim trahere, bona publicare, acta rescindere, sed metu M. Antoni consulis et magistri equitum Lepidi destiterunt.

 

Maestro di Marradi. L'assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas.

Maestro di Marradi. L’assassinio di Giulio Cesare. Affresco, 1475-1500. Spencer Museum of Art, University of Kansas.

  1. Fu questo il motivo che indusse i congiurati ad attuare il loro progetto, per non essere costretti a dare il loro assenso alla proposta. Allora fusero in uno solo i piani – fino a quel momento distinti – che avevano elaborato in gruppi di due o tre persone: anche il popolo non era più contento del presente stato delle cose, ma, di nascosto o apertamente, denigrava la tirannia e reclamava liberatori. All’indirizzo degli stranieri ammessi in Senato, fu pubblicato questo libello: «Buona fortuna! Che nessuno si prenda la briga di indicare la strada della curia ad un nuovo senatore!»; dappertutto, poi, si cantava così: «Cesare conduce in trionfo i Galli, li conduce in Senato; i Galli hanno abbandonato le bracae e indossato il laticlavio». Quando in teatro un littore ordinò di annunciare l’entrata di Q. Massimo, nominato consul suffectus per un trimestre, tutti gli spettatoti in coro gridarono che quello non era console. Durante le elezioni che seguirono alla revoca di Cesezio e Marullo si trovarono numerosi voti che li designavano come consoli. Alcuni scrissero sul basamento della statua di Lucio Bruto: «Oh, se tu fossi ancora vivo!», e di quella dello stesso Cesare: «Bruto fu eletto console per primo perché aveva scacciato i re. Costui, perché ha scacciato i consoli, alla fine è stato fatto re!». Più di sessanta cittadini cospirarono contro di lui, guidati da C. Cassio, M. Bruto e D. Bruto. I congiurati erano indecisi, in un primo tempo, se assassinarlo in Campo Marzio, durante le elezioni, quando egli avrebbe chiamato i tribuni a votare: allora alcuni lo avrebbero fatto cadere dal ponte, e altri lo avrebbero atteso giù, per sgozzarlo; oppure se assalirlo sulla via Sacra, o ancora mentre entrava in teatro. Quando però fu fissato che il Senato si sarebbe riunito alle Idi di marzo nella Curia di Pompeo, non ci furono difficoltà sulla scelta di quella data e di quel luogo.
  2. Ma la morte imminente fu annunciata a Cesare da chiari prodigi. Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua, in virtù della lex Iulia agraria, stavano demolendo antiche tombe per costruirvi sopra case di campagna. Lavoravano con tanto ardore che scoprirono, esplorando le tombe, una gran quantità di vasi di antica fattura e in un sepolcro trovarono una tavoletta di bronzo nella quale si diceva che vi era sepolto Capys, il fondatore di Capua. La tavola recava la scritta in lingua e caratteri greci, il cui senso era questo: «Quando saranno scoperte le ossa di Capys, un discendente di Iulo morrà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili disastri dell’Italia». Di questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, ha reso testimonianza Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare. Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva consacrato, quando attraversò il Rubicone, al dio del fiume, e lasciava libere di correre, senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente. Per di più, mentre faceva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo ammonì di «fare attenzione al pericolo che non si sarebbe protratto oltre le Idi di marzo». Il giorno prima delle Idi un uccellino, con un ramoscello di lauro nel becco, volava verso la Curia di Pompeo, quando volatili di genere diverso, levatisi dal bosco vicino, lo raggiunsero e lo fecero a pezzi sul luogo stesso. Nella notte che precedette il giorno della morte, Cesare stesso sognò di volare al di sopra delle nubi e di stringere la mano di Giove; la moglie Calpurnia sognò invece che crollava la sommità della casa e che suo marito veniva ucciso tra le sue braccia; poi, d’un tratto, le porte della camera da letto si aprirono da sole. In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute, rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché D. Bruto lo esortava a non privare della sua presenza i senatori accorsi in gran numero che lo stavano aspettando da un po’, verso la quinta ora uscì. Camminando, prese dalle mani di uno che gli era venuto incontro un libello che denunciava il complotto, ma lo mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi. Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò nella Curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna, accusandolo di dire il falso, perché le Idi erano arrivate senza danno per lui. Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate.
  3. Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico dell’iniziativa, gli si fece più vicino, come se volesse chiedergli un favore: Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa ad un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: «Ma questa è una violenza bell’e buona!» uno dei due Casca lo ferì dal di dietro, poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con il suo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperse anche la parte inferiore del corpo. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a M. Bruto, che si precipitava contro di lui: «Anche tu, figlio?». Esanime, mentre tutti fuggivano, rimase lì per un po’ di tempo, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che penzolava in fuori, fu portato a casa da tre servi. Secondo il referto del medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto. I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console M. Antonio e del magister equitum

Le opere di Agostino

di G.B. Conte, in Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’Impero romano, Milano 1992, pp. 575-580.

Vittore Carpaccio, La visione di Sant'Agostino. Tempera su tavola, 1502. Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, Venezia.

Vittore Carpaccio, La visione di Sant’Agostino. Tempera su tavola, 1502. Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, Venezia.

 

Agostino è il più ricco e originale dei pensatori latini, e al tempo stesso uno scrittore elegantissimo, che sa dare alle sue profonde elaborazioni da un lato una chiarezza ammirevole, dall’altro un’efficacia emotiva che fa capire al lettore di trovarsi dinanzi ad idee di portata poderosa. Le sue teorie hanno dominato gran parte del Medioevo, anzi si può dire che ne siano state all’origine; ma quando la società occidentale affrontò il nuovo cambiamento epocale, dal Medioevo all’età moderna, fu ancora in lui che la Riforma protestante trovò i fondamenti teorici delle proprie dottrine. Le sue argomentazioni filosofiche sono sottilissime e straordinariamente moderne; si pensi alla scoperta della relatività del tempo, che non è una categoria assoluta, ma esiste solo in rapporto ai singoli soggetti che di questa categoria si servono: il passato, in quanto tale, non è più; il futuro non è ancora; il presente è il fugace momento di passaggio fra questi due non essere, sicché è più opportuno parlare di una memoria presente del passato, di un’aspettativa presente del futuro, di una consapevolezza presente del presente. E non meno sottili e fertili di sviluppi sono le sue considerazioni sul rapporto fra destino, grazia divina, peccato originale e libero arbitrio, che lo portano ad una complessa dottrina che respinge contemporaneamente sia le posizioni manichee, più rigidamente deterministiche, che privano l’uomo di qualsiasi possibilità d’intervento, sia quelle più seducenti del pelagianesimo, che accentuavano lo spazio di autonomia dell’uomo, e garantivano la salvezza per i soli meriti individuali.

Dare un’idea anche approssimativa dell’immensa produzione letteraria di un uomo capace di portare in luce gli aspetti più oscuri e inquietanti della sua anima e di scriverne usando magistralmente tutti gli artifizi formali della retorica è un’impresa scoraggiante: Agostino ha sempre qualche sorpresa, qualche balzo improvviso, che rendono precarie e discutibili tutte le sistemazioni. Il punto di maggior ripiegamento introspettivo Agostino lo raggiunge nelle Confessioni, nelle quali egli tocca livelli di analisi psicologica mai raggiunti in precedenza e difficili da trovare anche in opere di epoche successive: l’angoscia per il peccato, oppressivamente presente nelle descrizioni dell’infanzia e della fanciullezza; i drammatici travagli delle crisi; la famosa scena delle conversioni con la voce infantile che ripete come una cantilena tolle, lege, «prendi e leggi»; Agostino che apre a caso la Bibbia e trova nella lettera di Paolo ai Romani le parole che segnano il suo passaggio dalla vita mondana all’ascesi del Cristianesimo. Sono tutti quadri di grande effetto, per l’abilità di enfatizzare il sentimento, di mescolare al pathos un linguaggio lirico forte di coloriture poetiche, in cui anche le frequenti reminiscenze bibliche creano un’atmosfera di commossa sacralità. Diario di un’angosciosa ricerca di verità che culmina nella conversione, le Confessioni si allontanano dai comuni itinerari di salvezza noti anche al mondo pagano (un esempio classico è quello della felicità iniziatica conquistata da Lucio, il protagonista delle Metamorfosi di Apuleio), perché rimane nell’Agostino convertito un senso di inquieta precarietà, che lo fa sentire un eterno convalescente, sempre minacciato da possibili ricadute nel peccato. Questa consapevolezza che nessuna conquista è definitiva fa delle Confessioni un unicum all’interno della produzione patristica, che in genere vede nella conversione il parto felice di una certezza raggiunta.

Manoscritto miniato dalle «Confessiones» di S. Agostino. Metà XIII sec. BPH Ms 83. Stichting Bibliotheca Philosophica Hermetica, Amsterdam.

Manoscritto miniato dalle «Confessiones» di S. Agostino. Metà XIII sec. BPH Ms 83. Stichting Bibliotheca Philosophica Hermetica, Amsterdam.

Si tratta di uno scritto esemplare anche per quanto riguarda le novità introdotte dal Cristianesimo nei canoni dei generi letterari antichi: il protagonista non è un personaggio eccezionale per il ruolo che ricopre o per le sue vicende, ma un comune peccatore, che per volontà di Dio ha trovato la strada della salvezza, come tanti prima e dopo di lui; gli avvenimenti non sono eccezionali o meravigliosi in sé, ma diventano tali solo per la presentazione che ne fa l’autore, per la sua capacità di ingrandire a dismisura il più piccolo particolare, di dare dignità a fatti che la letteratura tradizionale passava sotto silenzio o riduceva al solo registro del comico. Basta pensare al famoso episodio del furto delle pere, una ragazzata che acquista il suo spessore perché consente all’autore di scoprire, alla base di questa azione trasgressiva, il gusto per l’atto gratuito. In compagnia di un gruppo di scapestrati coetanei, aveva rubato da un albero carico di pere, che apparteneva a un vicino, alcuni frutti di cui la maggior parte era stata poi gettata ai porci: il ricordo di quella bravata giovanile, apparentemente senza importanza, offre ad Agostino lo spunto per una serie di riflessioni di eccezionale profondità sulla natura e le motivazioni del peccato: (II 16 sgg.) «Dunque non amai null’altro che il furto […]. I peccati chi li capisce? Era il riso che ci sollecitava, per così dire, il cuore al pensiero di ingannare quanti non sospettavano un’azione simile da parte nostra e ne sarebbero stati fortemente contrariati. Perché dunque godevo di non agire da solo? Forse perché non è facile ridere da soli? […] Ecco dunque davanti a te, Dio mio, il ricordo vivente della mia anima. Da solo non avrei compiuto quel furto in cui non già la refurtiva ma il compiere il furto mi attraeva; compierlo da solo non mi attraeva davvero e non l’avrei compiuto. Oh amicizia inimicissima, seduzione inesplicabile dello spirito, avidità di nuocere nata dai giochi e dallo scherzo, sete di perdita altrui senza brama di guadagno proprio né avidità di vendetta. Uno dice: – Andiamo, facciamo – , e si ha pudore a non essere spudorati».

Un lettore moderno non avrebbe dubbi circa il genere letterario cui le Confessioni appartengono: si tratta di un’autobiografia. Ma la cosa non doveva essere ugualmente ovvia per un lettore antico, che nello scritto di Agostino non trovava molte delle informazioni d’obbligo per una biografia: notizie sui genitori, la città natale, il corso degli studi, ecc. Le notizie che Agostino dà invece su di sé riguardano assai marginalmente questi dati, che ricevono attenzione solo in quanto si ripercuotono sull’animo del protagonista. Oltre ad essere una delle pochissime autobiografie antiche, l’opera di Agostino – proprio per i suoi tratti anticonformistici – è la prima autobiografia nel senso moderno del termine.

Inoltre, un’opera così dichiaratamente autobiografica – anche se di biografia interiore, di storia di un’anima – si chiude con quattro libri che il lettore moderno trova difficoltà a legare con i primi nove; ed anche l’ipotesi che il passaggio dalla biografia individuale al commento allegorico della Genesi serva a sottolineare il rapporto fra uomo e natura, il ruolo di Dio creatore, e l’opportunità di cantargli le lodi, sembra un filo ancora insoddisfacente per un progetto che nella mente dell’autore doveva forse essere più complesso e significativo. È certo però che per un pubblico tardoantico la varietà stessa presente all’interno delle Confessioni poteva aver valore positivo: se i primi nove libri mostravano a tutti i peccatori che non si deve mai disperare della salvezza, gli ultimi tre libri dispiegavano una dottrina che poteva essere apprezzata da cristiani colti, interessati all’esegesi della Scrittura. Anche lo stesso titolo è poco chiaro: non si tratta della confessione nel senso che le diamo noi moderni, anche se Agostino dichiara pubblicamente tanti suoi peccati e se ne accusa per chiedere perdono a Dio; c’è piuttosto la testimonianza resa a Dio, il ringraziamento per avergli indicato la strada attraverso il peccato, e insieme la lode per la meravigliosa architettura della creazione: le Confessioni sono in tutta la loro estensione un’unica, immensa preghiera a Dio, l’Interlocutore onnisciente cui Agostino rivolge il proprio discorso in un linguaggio che – non a caso – risente fortemente dello stile dei Salmi.

Ogni volta che le Confessioni, nella storia millenaria della loro fortuna, s’incontreranno con la passione per il dialogo interiore, con la forma dell’indagine introspettiva, con il gusto per la letteratura dei ricordi, troveranno sempre ammiratori pronti a lasciarsene suggestionare; il modello sarà attivamente operante (o almeno presupposto, qualche volta in polemica) in un umanista pronto alla confessione come Petrarca, nell’ardore religioso di Lutero e di Calvino, nell’empito contemplativo dei mistici spagnoli, nella pacata riflessione di Montaigne, nei giansenisti e soprattutto in Pascal, fino a che la «poesia della memoria» farà di Agostino giovane un eroe romantico.

 

E così è anche l’altro grande capolavoro, il De civitate Dei: qui la grandezza dell’idea di fondo, che la storia non deve essere più storia delle nazioni, ma storia dell’umanità, e il fondamentale contribuito che essa reca all’edificazione di un sistema ideologico del Cristianesimo, debbono fare i conti con problemi di inquadramento per noi ancora irrisolti, e resi più complessi dalla pubblicazione avvenuta per gruppi di libri via via che la stesura procedeva. Questo può spiegare le ripetizioni e qualche contraddizione, ma non basta a chiarire le difficoltà nello stabilire il rapporto tra Chiesa e città di Dio e quello fra città terrena e stato pagano-temporale, che a volte sembrano identificarsi, a volte invece avere ruoli ben distinti.

Miniatura dal «De civitate Dei» di S. Agostino, raffigurante il Paradiso. XV sec. ca. Ms 246 f. 406 r. Bibliothèque Sainte Geneviève Vendor.

Miniatura dal «De civitate Dei» di S. Agostino, raffigurante il Paradiso. XV sec. ca. Ms 246 f. 406 r. Bibliothèque Sainte Geneviève Vendor.

Certo, nella vasta produzione di Agostino, il De civitate Dei è l’opera non solo più imponente per impegno e mole (l’autore stesso la definiva «un grande e arduo lavoro», magnum opus et arduum) ma anche la più consapevole che egli abbia mai scritto: si trattava di contrastare definitivamente la forza della grande intellettualità pagana, di respingere la minaccia insista nel neopaganesimo letterario e filosofico che ancora cercava di imporre il proprio primato culturale. Non si trattava solo di opporsi a conservatori intransigenti ma singolarmente isolati, quanto invece di impedire che l’aristocrazia intellettuale – coscientemente e coerentemente organizzata – temprasse contro la diffusione del Cristianesimo la prestigiosa tradizione pagana. Visto in questa luce, il De civitate Dei è l’ultimo atto di un lungo dramma: scritta da un antico protetto di Simmaco (l’autorevole campione del «partito» pagano), esso doveva sancire il definitivo ripudio del paganesimo da parte di un’aristocrazia che aveva preteso di dominare la vita intellettuale della sua epoca.

Basterà ripensare ai Saturnalia di Macrobio per riconoscere chiaramente i gusti di questo ambiente di conservatori: un libro di conversazioni immaginarie che ritrae i grandi tradizionalisti romani al tempo del loro apogeo (intorno al 380). In queste conversazioni possiamo cogliere qualcosa di più che lotta per sopravvivere. La Vecchia Tradizione, la vetustas, deve adesso essere «sempre venerata». Ci troviamo di fronte a un curioso fenomeno, quello della conservazione nel presente di tutto un sistema di vita, che si cerca di salvare trasfondendo in esso l’inviolabile sicurezza di un passato venerato. Ma non era tutto: questi uomini erano anche profondamente religiosi; potevano gareggiare con i cristiani nella loro solida credenza in premi e pene dopo la morte. Si può anzi ricordare che Macrobio  aveva scritto anche un commento al Somnium Scipionis in cui si mostrava come «le anime di coloro che hanno meritato dalla società umana lasciano il corpo per ritornare al Cielo a godervi una beatitudine eterna». A questi uomini il Cristianesimo appariva come una religione disgiunta dagli assunti naturali di tutta una cultura. A loro, anzi, i grandi platonici dell’epoca, Plotino e Porfirio, potevano offrire una visione profondamente religiosa del mondo, in cui confluiva del tutto naturalmente una tradizione antichissima e profondamente radicata. Le asserzioni dei cristiani, all’opposto, mancavano di fondamenti intellettuali, mancavano di conoscenze razionalmente conquistate.

È insomma a questa (anzi, contro questa) aristocrazia colta pagana che si rivolge Agostino nel De civitate Dei: e mentre mira a costruire un fondamento intellettuale del Cristianesimo, non manca di demitizzare il grande passato dei Romani, rifugio idealizzato in cui la cultura pagana cercava scampo contro l’amara realtà del presente. Con ironia appassionata egli sa mostrare che la storia romana non è affatto piena di exempla morali; che disastri di ogni tipo erano gravi e frequenti nel passato come nel presente; che questi non erano se non i segni della peccaminosità umana; che nulla contavano vizi o virtù dei Romani; che i Romani, anzi, non erano né migliori né peggiori di altri popoli; che l’Impero romano, lungi dall’essere l’oggetto privilegiato della Provvidenza divina, era del tutto inessenziale per la salvezza dell’umanità, era semmai un fenomeno storico destinato con il tempo a scomparire. Ogni punto della sua argomentazione necessitava di esemplificazioni e discussioni storiche: il pubblico cui Agostino si rivolgeva era abituato a pensare in termini di storia romana. Così il De civitate Dei, e specialmente i primi libri, è tutta una lunga polemica minuta contro i fatti, persone, credenze, pratiche culturali e religiose della storia di Roma (particolarmente del periodo repubblicano): in essa Agostino mostra una straordinaria conoscenza degli storici classici e dei più recenti epitomatori. La sua filosofia della storia raggiunge orizzonti inusitati per ampiezza di tempi e di spazi: da sempre e in tutto l’universo la Divina Provvidenza guida e regge meravigliosamente tutte le cose e tutti gli eventi, preparando la salvezza dell’umanità. Agostino dichiara che gli uomini non sono sempre esistiti e non sono destinati ad esistere per sempre; che la giustizia sociale in questo mondo (nella civitas mundi) non è mai raggiunta e compiuta. Le due città (quella terrena e quella divina) hanno avuto il loro principio, avranno i loro progressi e la loro fine. Le due città hanno caratteri opposti anche se esse di fatto convivono intrecciate e mescolate in ogni uomo. Il futuro dell’umanità è che l’inseparabile mescolanza delle due realtà diventi alla fine separazione; con lo sguardo della sua speranza Agostino separava quello che egli ancora vedeva unito e mescolato nella realtà del mondo: al di là delle apparenze egli vedeva appunto due popoli, i fedeli e gli infedeli.

Il bisogno di salvare la propria identità di cittadino del Cielo è, pertanto, il centro di gravità della concezione agostiniana, del suo modo concreto di intendere i rapporti tra la città di Dio e la città del mondo. L’ordinaria società umana deve far posto a un gruppo di uomini consapevoli di essere diversi, a una civitas peregrina, una comunità di cittadini che siano «stranieri in patria». Il peregrinus, lo straniero-pellegrino, dovrà compiere il suo viaggio per uscire dal mondo in cui si trova ad esistere, e raggiungere la città di Dio: egli è appunto peregrinus in quanto è uno «straniero» che temporaneamente risiede nel mondo perché non può rifiutare un’intima dipendenza dalla vita che lo circonda. È questa forse la più affascinante lezione agostiniana: la consapevolezza che l’uomo, anche il cristiano, è realmente legato a questo mondo, è legato da vincoli che già solo per essere umani sono in qualche modo necessari e mai del tutto ricusabili; questi vincoli impongono doveri comuni che vanno accettati. Così, in ultima analisi, il De civitate Dei non sarà un libro che propone la fuga dal mondo: resterà un ardente invito a vivere dentro il mondo, ma allo stesso tempo distaccati dal mondo.

 

Il complicato itinerario individuale di Agostino ha arricchito il suo pensiero di una quantità di tematiche e di spunti, che non hanno forse trovato una definitiva collocazione sistematica, ma proprio per questo esercitano un fascino ancora più grande soprattutto su quelle epoche che, come la presente, rifuggono da costruzioni ingenuamente integrali. Maestro di scuola, si è formato sui testi della tradizione classica, e da essi ha appreso i migliori prodotti della cultura greca e latina; manicheo, è venuto in contatto con le elaborazioni di una setta tra le più vivaci e stimolanti dell’epoca, la cui importanza sul piano del pensiero antico è ora oggetto di attente analisi e rivalutazioni; neoplatonico, ha approfondito la lezione di quello che per lui è il più grande filosofo dell’antichità, Platone, e al tempo stesso ha partecipato alle elaborazioni dell’ultima corrente di pensiero del paganesimo. Nel De civitate Dei egli ridimensiona il ruolo di Roma e del suo Impero, ma non esita a sollecitare, con epistole di impressionante durezza, l’aiuto dello Stato nella repressione dello scisma donatista; profondamente legato alla cultura classica, non esita a porla in discussione nel De doctrina Christiana; raffinato intellettuale, ha scelto di cimentarsi con le problematiche più complesse, che da tempo travagliavano i pensatori più agguerriti, ed ha addirittura messo a fuoco nuove questioni, non meno angosciose e difficili delle precedenti; uomo di Chiesa, riteneva suo dovere raggiungere il più debole e incolto dei suoi fedeli, e si sforzava di scrivere per tutti e non soltanto per una élite di studiosi.

Affresco di Agostino da Ippona. VI secolo d.C. Roma, Basilica di S. Giovanni in Laterano.

Affresco di Agostino da Ippona. VI secolo d.C. Roma, Basilica di S. Giovanni in Laterano.

Alla necessità di raggiungere ogni genere di pubblico risponde anche lo stile, che presenta moltissime variazioni da un’opera all’altra. Sostenuto negli scritti che si destinano a lettori dotti e uomini di Chiesa, è invece assai più colloquiale nei Sermones, dove si cerca – attraverso la ripetizione dei singoli nessi e singoli termini – di imporre alla memoria dei fedeli alcuni concetti fondamentali. Molto vario anche lo stile delle epistole, che conosce toni di deferente mondanità verso i corrispondenti che occupano posti di rilievo nell’amministrazione dell’Impero o fra i ranghi della nobilitas. La sua scrittura si articola in frasi composte di brevi elementi, musicalmente disposti all’interno del periodo secondo precise corrispondenze di durata, rime ed assonanze; uno stile che presuppone una lettura a voce alta, come era quella degli antichi, e perde molto della sua efficacia con la nostra lettura silenziosa, anche se non può comunque sfuggire l’eleganza della costruzione, a volte fin troppo artificiosa, che riesce ad inglobare le numerosissime citazioni bibliche in un discorso continuo senza far avvertire sgradevoli salti di tono.

Agostino si presta alle letture più svariate: ci si può compiacere di individuare le tecniche di costruzione del discorso, restando gratificati nell’individuare un rassicurante sistema di perfetti equilibri, che garantiscono la stabilità dell’insieme; si possono seguire i difficili percorsi del suo pensiero, affannandosi dietro un ingegno che tende ad alzarsi verso Dio lungo strade ardue, tracciate da una logica sottile e spietata; si può a volte gettare lo sguardo negli abissi profondi che cingono queste strade, o verso le cime che a volte si intravedono, anche se ci si rende conto che non si può reggere a lungo a queste tensioni. Con Agostino si sono cimentati i maggiori ingegni di tutti i tempi, ma non è facile trovare chi abbia saputo interpretare e comprendere, senza immiserirla, tutta la sua vitale problematicità.

Il Pericle di Plutarco

di C. Mossé, Pericle. L’inventore della democrazia, trad. di B. Gregori, Roma-Bari 2006, pp. 195 sgg.

Cresila, Busto di Pericle. Marmo, copia romana da un originale greco del 430 a.C. ca. Musei Vaticani

Cresila, Busto di Pericle. Marmo, copia romana da un originale greco del 430 a.C. ca. Roma, Musei Vaticani.

La Vita di Pericle di Plutarco è un testo particolarmente interessante per chi cerchi di ricostruire la personalità dell’uomo che agli occhi dei posteri avrebbe incarnato la grandezza di Atene. Plutarco, infatti, raccolse tutto un complesso di tradizioni e aneddoti, attingendo sia dai contemporanei di Pericle, i poeti comici in particolare, sia da autori le cui opere non ci sono pervenute ma ai quali egli fa specifico riferimento: tra questi ultimi ricordiamo il poeta Ione di Chio, che trascorse gran parte delle sua vita ad Atene nel V secolo; Stesimbroto di Taso, autore, negli ultimi anni del secolo, di un’opera su Temistocle, Tucidide e Pericle; Teofrasto, che fu il successore di Aristotele alla guida del Liceo e della cui opera ci è pervenuta solo una piccola parte; il suo allievo Duride di Samo; Idomeneo di Lampsaco, contemporaneo di Epicuro (fine del IV-inizi del III secolo a.C.), autore di un Perì dēmagogōn. I primi due avevano conosciuto l’Atene della Guerra del Peloponneso. Gli altri appartenevano a quegli ambienti intellettuali degli ultimi decenni del IV secolo – ricordiamo particolarmente la scuola peripatetica – che s’interrogavano sull’esperienza politica ateniese in un’epoca in cui la città, sconfitta dopo un ultimo sussulto all’annuncio della morte di Alessandro, aveva rinunciato a ricoprire un ruolo di primo piano negli affari greci.

Nella prefazione alla Vita di Alessandro, Plutarco precisa in che cosa la biografia si distingua dalla storia: non si tratta di raccontare i grandi eventi o le imprese belliche, cosa che è competenza dello storico, ma di cercare di mettere in luce, indipendentemente da quelle imprese, il carattere (éthos) dei suoi eroi:

Io non scrivo un’opera di storia, ma delle vite; ora, noi ritroviamo una manifestazione delle virtù e dei vizi degli uomini non soltanto nelle loro azioni più appariscenti; spesso un breve fatto, una frase, uno scherzo, rivelano il carattere di un individuo più di quanto non facciano battaglie ove caddero diecimila morti, i più grandi schieramenti di eserciti e assedi. Insomma, come i pittori colgono la somiglianza di un soggetto nel volto e nell’espressione degli occhi, poiché lì si manifesta il suo carattere, e si preoccupano meno delle altre parti del corpo; così anche a me deve essere concesso di addentrarmi maggiormente in quei fatti o in quegli aspetti di ognuno, ove si rivela il suo animo, e attraverso di essi rappresentarne la vita, lasciando ad altri di raccontare le grandi lotte[1].

Plutarco applica questi principi anche alla sua biografia di Pericle. Fin dall’inizio del racconto, per giustificare il parallelo con il romano Fabio Massimo, egli indica le qualità dominanti della personalità di Pericle: la dolcezza (praótēs) e il senso della giustizia (dikaiosýnē). Queste qualità derivavano anzitutto dalle sue origini. Per parte di madre, egli discendeva da quel Clistene «che con tanta abilità cacciò da Atene i Pisistratidi, abbatté la tirannide, stabilì nuove leggi e diede alla città una costituzione ottimamente equilibrata per garantire concordia e sicurezza»[2]. Equilibrio e concordia completavano in modo evidente la dolcezza e il senso della giustizia.

Ma la loro presenza nel carattere di Pericle era anche il risultato dell’educazione, e in particolare dell’insegnamento di Anassagora di Clazomene: «Chi visse in maggior con contatto con Pericle e contribuì a drappeggiarlo in un contegno solenne, a dotarlo di una mentalità più nobile di quella dei comuni capi-popolo, chi, in una parola, sollevò a pure altezze la maestà del suo carattere, fu Anassagora di Clazomene»[3]. Plutarco precisa quindi:

Pericle apprese da quest’uomo, che ammirava straordinariamente, la scienza delle cose celesti e le speculazioni più alte; acquistò non soltanto, a quanto sembra, una forma di pensiero elevato e un modo di esprimersi sublime e immune da scurrilità bassa e plebea, ma pure la fermezza dei lineamenti, mai allenati al sorriso, la grazia del portamento, un modo di panneggiare la veste che non si scomponeva, per quanto potesse commuoversi parlando, una tonalità di voce inalterabile e altri simili atteggiamenti, che riempivano di stupore chiunque lo avvicinava[4].

Quel senso della misura, quella moderazione, contrappongono implicitamente Pericle ai politici che erano venuti dopo di lui, sia il volgare Cleone sia il troppo seducente Alcibiade.

Le varie manifestazioni del comportamento di Pericle derivavano dall’educazione ricevuta. Discepolo di Anassagora, egli dava prova di quello spirito «scientifico», che si sarebbe manifestato più tardi quando, alla vigilia della partenza di una spedizione, un’eclisse di sole sconvolse il pilota della sua nave:

Pericle, al vedere il suo pilota atterrito e incerto sul da farsi, gli tese davanti agli occhi il mantello fino a coprirli; quindi gli chiese se lo riteneva un fatto pericoloso o un segno di pericolo. Il pilota rispose di no. «Ebbene, che differenza c’è tra il mio gesto e l’eclisse, se non che l’oggetto che ha provocato l’oscuramento è più grande del mantello?»[5].

Sempre dall’insegnamento impartitogli dal suo maestro derivava la scelta di uno stile di vita esemplare. Infatti, dopo la morte di Aristide e l’esilio di Temistocle, avendo deciso di prendere le parti del dēmos, cioè di quelli che erano al tempo stesso i più numerosi e i più poveri, egli rinunciò all’abitudine che più di ogni altra caratterizzava lo stile di vita dell’aristocrazia, le riunioni del sympósion, vale a dire i banchetti: «Non lo si vide più in girò per la città, se non lungo la strada che conduceva all’Agorà e al bouleutḗrion; declinò inviti a banchetti, si ritirò interamente dalla vita di società»[6].

Evitando di mettersi troppo in mostra e lasciando agire più spesso i suoi amici, seppe anche «ottenere uno stile oratorio, che, come uno strumento musicale, s’armonizzasse con l’impostazione data alla sua vita e alla grandezza del suo sentire. In ciò si valse dell’aiuto di Anassagora, colorando, quasi, la propria retorica della scienza fisica del filosofo»[7].

Questa eloquenza misurata riuscì a renderlo ben accetto al popolo. Dopo l’ostracismo di Tucidide di Alopece, la città era ridivenuta armoniosa e unita. Pericle trasformò allora la democrazia «in un regime aristocratico e monarchico, che esercitò con dirittura, senza deviazioni sulla strada del progresso, guidando il popolo che quasi in tutto lo seguì volentieri, con la persuasione e l’ammonizione. Se qualche volta recalcitrò un poco, egli lo costrinse, con un tratto di redini, a proseguire verso la meta del suo stesso interesse»[8].

Ma Pericle non doveva la sua autorità sul popolo soltanto alla potenza della parola, al suo dominio dell’arte della persuasione, ovvero delle sue qualità di retore. La doveva anche «alla stima che si aveva per la sua vita, e alla fiducia che personalmente ispirava, poiché era notoriamente incorruttibile e superiore al denaro»[9]. Plutarco precisa che egli non aumentò di una sola dracma la fortuna ereditata dal padre. Di questa incorruttibilità il biografo fornisce numerosi esempi, ritornando su di essa in continuazione, fino all’ultimo. Egli insiste, in particolare, sul modo in cui Pericle gestì la sua fortuna:

Al patrimonio legalmente suo, trasmessogli dagli avi, diede l’assetto economico che ritenne più semplice e sicuro affinché non si volatilizzasse, se trascurato, ma che pure non gli procurasse fastidi e perdite di tempo in mezzo a tante altre preoccupazioni. Cioè vendeva annualmente tutti insieme i prodotti dei suoi campi, e poi comprava di mano in mano dal mercato quanto gli occorreva per vivere[10].

Ciò gli avrebbe suscitato il malcontento dei figli e delle donne della sua casa:

Si lamentavano di quel modo di vivere alla giornata e delle spese ridotte all’osso, sì che in una casa grande come quella e dove le risorse certo non mancavano, nulla mai avanzava, ed ogni uscita, come ogni entrata, avveniva attraverso minuziosi conteggi[11].

Plutarco, come si è già detto, attribuisce una grande importanza al carattere incorruttibile e disinteressato di Pericle. Per esempio, al momento dell’affare di Samo, egli rifiutò il denaro offertogli dai notabili sami da lui presi in ostaggio. Erano cinquanta, e ciascuno di essi aveva offerto un talento per riscattare la propria libertà. Allo stesso modo, rifiutò i diecimila stateri d’oro che gli aveva inviato il satrapo di Sardi, Pissutne, per indurlo a cedere ai Sami[12].

Infine, un esempio ancora più eloquente di questa incorruttibilità: la dichiarazione pubblica fatta da Pericle, nel momento in cui il re spartano Archidamo si apprestava a invadere l’Attica, che se i suoi beni fossero stati risparmiati in virtù dei legami di ospitalità che lo univano agli Spartani, egli li avrebbe regalati alla città[13].

Nel confronto finale con Fabio Massimo, Plutarco ritorna ancora su questa incorruttibilità e sul «nobile disprezzo delle ricchezze», tipico di Pericle: «Non è facile dire quante occasioni il potere gli offerse di arricchire e di farsi corteggiare da confederati e da re; ciononostante si serbò incorrotto e puro quanto nessun altro uomo di governo»[14].

Il motivo dell’insistenza di Plutarco su questo aspetto della personalità di Pericle è chiarissimo: il suo personaggio è il capo del partito popolare, l’oratore che ha il sostegno del dēmos. Parlare invece dell’incorruttibilità di un Cimone, capo dell’aristocrazia, non è necessario. Plutarco contrappone il comportamento di Pericle all’immagine, veicolata dalla tradizione, del demagogo quale oratore popolare, facilmente corruttibile. Ma questa probità s’inserisce armonicamente nel ritratto, proposto fin dall’inizio del racconto, di un uomo che si rivelò superiore per senso della giustizia e moderazione.

Ritroviamo queste virtù anche dove meno ce le aspetteremmo: nelle relazioni di Pericle con gli uomini che egli fu chiamato a comandare in quanto stratego rieletto quindici volte consecutive. Plutarco ritorna a più riprese su quest’aspetto. «Come stratego godeva di buona reputazione, specialmente perché era prudente. Di sua iniziativa non attaccò mai battaglia, se si presentava molto incerta e rischiosa»[15]. Pericle cercava di frenare l’ardore di coloro che erano pronti a coinvolgere Atene in spedizioni pericolose, e preferiva consolidare i vantaggi acquisiti, distinguendosi in ciò dai leader che sarebbero venuti dopo di lui e che avrebbero trascinato Atene nella catastrofe siciliana. «Preferì – scrive ancora Plutarco – vincere e conquistare la città [Samo] col tempo e col denaro, piuttosto che esponendo i suoi concittadini a ferite e pericoli»[16]. Più avanti, Plutarco si compiace nel riferire una frase di Pericle al momento dell’invasione dell’Attica, quando alcuni premevano per ingaggiare battaglia contro i Lacedemoni sulla terraferma: «Quando si tagliano e si abbattono gli alberi – diceva loro –, essi crescono in fretta. Ma gli uomini, una volta uccisi, non si può rimpiazzarli facilmente»[17]. Non meno significative le ultime parole attribuite al suo protagonista: «Nessun Ateniese, per colpa mia, indossò un mantello nero»[18]. Era un’estrema testimonianza di quella moderazione e di quella dolcezza che Plutarco considerava le qualità più importanti del suo eroe, di cui egli aveva dato prova nei confronti degli alleati di Atene come dei suoi nemici.

Non sorprende dunque che la conclusione della biografia cominci con questa affermazione:

Dunque Pericle fu un uomo ammirevole non soltanto per la dolcezza e la bontà che conservò sempre, anche tra vicende diverse e odi profondi, ma pure per l’altezza dello spirito, se delle sue glorie stimò più fulgida quella di non aver mai ceduto d’un palmo, anche quand’era potentissimo, né all’avidità né alla passione, e di non aver mai considerato insanabile nessuna inimicizia[19].

Tuttavia Plutarco, più di una volta, cede alla tentazione di dar voce alle critiche che gettavano ombre su quell’immagine luminosa del «primo degli Ateniesi». Fin dall’inizio del racconto, parlando dell’istruzione ricevuta da Pericle, il biografo ricorda i nomi di due uomini che, a differenza di Anassagora, avevano una cattiva reputazione. Il primo era Damone, il maestro di musica, che in realtà era un sofista. Con il pretesto di insegnare la musica, afferma Plutarco, egli operava per il ripristino della tirannide. Per questa ragione sarebbe stato ostracizzato, come sembra confermare un óstrakon che reca il suo nome. Si ritiene generalmente che questo Damone sia lo stesso personaggio chiamato altrove[20] Damonide, il quale avrebbe suggerito a Pericle la creazione della misthophoría per rivaleggiare con Cimone. Plutarco trovò questa informazione nella Costituzione degli Ateniesi attribuita ad Aristotele[21], dove è appunto citato questo Damonide. Ebbene, sull’óstrakon Damone è detto figlio di Damonide, il che può spiegare la confusione dei due nomi. Comunque stiano le cose, Damone o Damonide, sofista, fautore della tirannide, iniziatore della misthophoría che avrebbe avuto conseguenze nefaste sul comportamento del dēmos, è evidentemente agli occhi di Plutarco un cattivo maestro. Ed è un cattivo maestro anche Zenone di Elea, altro temibile sofista, al quale un poeta del III secolo affibbierà il soprannome di «lingua doppia» (amphoteróglōssos): […] egli era considerato l’inventore della dialettica. Ma se Plutarco cita questo giudizio di Timone di Fliunte su Zenone, lo fa perché vuole insistere sul pericolo rappresentato dalla padronanza di quel doppio linguaggio, particolarmente utile a chi volesse percorrere una carriera politica.

Pericle ambiva a quella carriera politica ma temeva, se avesse preso troppo ardentemente le parti del popolo, di passare per un aspirante alla tirannide. Era un timore fondato, perché egli assomigliava stranamente a Pisistrato. «Gli Ateniesi più anziani, davanti alla dolcezza della sua voce, la facilità e la rapidità della sua parola nella discussione, erano colpiti da quella somiglianza»[22]. Così, il pronipote di Clistene, di colui che aveva contribuito alla caduta dei Pisistratidi, poteva apparire come la reincarnazione di Pisistrato! C’è di che sorprendersi. Ma Plutarco non appare imbarazzato da una simile contraddizione, tanto più che essa sembrava trovare fondamento in una doppia realtà: da una parte, la paura, ancora molto viva, di una restaurazione della tirannide, attestata dai numerosi ostracismi del periodo precedente all’ingresso in politica di Pericle, tra i quali quello di suo padre Santippo; dall’altra, l’appartenenza a una grande famiglia dove era normale nutrire ambizioni del genere.

Dunque la scelta di Pericle di trovare appoggio tra i più numerosi (hoi polloí), vale a dire i più poveri (hoi penétēs), poteva apparire anche come un modo di procedere tipico di un aspirante alla tirannide. Plutarco, non bisogna dimenticarlo, è un filosofo influenzato profondamente dall’insegnamento platonico, e Platone, nella Repubblica, lega l’avvento del tiranno alla lotta che divide la città democratica tra poveri e ricchi, con il tiranno che scegli di ergersi a difensore dei poveri.

C’era infine un altro comportamento, che non deponeva a favore del giovane Pericle ai suoi esordi nella vita politica:

Pericle, ad evitare di stuccare il popolo standogli continuamente innanzi, si presentava a lui ad intervalli, non parlava su ogni argomento, né partecipava ad ogni adunanza, ma si teneva di riserva… per le grandi necessità, e provvedeva alle altre tramite alcuni amici e oratori diversi. Uno di questi dicono fosse Efialte[23].

Così, l’autore della riforma ritenuta la più importante della prima metà del V secolo, cioè l’abrogazione di gran parte dei poteri dell’Areopago, viene ridotto a un ruolo secondario, quasi di semplice portavoce di Pericle. Ciò evita a Pericle di essere accusato dagli avversari della riforma. Plutarco aggiunge un argomento supplementare a favore di questa interpretazione quando presenta la riduzione dei poteri dell’Areopago come la conseguenza del rammarico di Pericle per non avervi mai preso parte, dal momento che il sorteggio non l’aveva mai designato come arconte: «Come si sentì forte dell’appoggio popolare, Pericle si oppose al Consiglio. Ottenne, grazie a Efialte, che esso fosse privato della maggior parte dei suoi poteri»[24]. Efialte compare un’ultima volta nel racconto di Plutarco a proposito dell’accusa, formulata da Idomeneo di Lampsaco nei confronti di Pericle, di aver fatto assassinare Efialte. Plutarco reagisce con indignazione, ma sottolinea che Pericle «forse non fu irresponsabile in tutte le sue azioni»[25].

Non è un caso che questa allusione all’assassinio di Efialte cada dopo un’esposizione dei rapporti tra Cimone e Pericle. Plutarco non nasconde le sue preferenze per il figlio di Milziade, e nella contrapposizione fra i due uomini mette in risalto gli aspetti negativi del comportamento di Pericle. Si tratta in primo luogo della conseguenza più nefasta di quella rivalità, cioè l’istituzione dei misthoí, i salari pubblici: «Fu grazie a Pericle che il popolo ebbe diritto per la prima volta alle cleruchie, alle indennità per le rappresentazioni teatrali e a differenti retribuzioni, contraendo così abitudini perniciose: mentre in passato era stato saggio e industrioso, con queste misure divenne spendaccione e indisciplinato»[26].

La spiegazione della creazione della misthophoría in chiave di rivalità fra Cimone e Pericle era già nella Costituzione degli Ateniesi, ma quest’ultima si riferiva essenzialmente alla retribuzione dei giudici. Plutarco, invece, inserisce nello stesso argomento anche l’indennità degli spettacoli (theōrikón) e la fondazione delle cleruchie, le colonie militari istituite sul territorio di alcune città alleate che si erano ribellate. Ma le conseguenze restavano sempre quelle già deplorate dagli scrittori del IV secolo: le cattive abitudini acquisite dal dēmos.

Ostrakon risalente alla votazione relativa al caso di Cimone. 486-461 a.C. ca. Atene, Stoà di Attalo (Museo dell’Antica Agorà).

Κίμων Μιλτιάδο[υ] (“Cimone, figlio di Milziade”). Ostrakon, 486-461 a.C. ca. dalla Stoà di Attalo. Atene, Museo dell’Antica Agorà.

L’attenzione di Plutarco si concentra ancor più sulla responsabilità di Pericle nell’ostracismo di Cimone e del suo allontanamento dalla città. L’ostracismo di Cimone ebbe luogo nel 461, quando gli Spartani fecero allontanare il corpo di spedizione ateniese giunto in loro aiuto per sedare la rivolta degli iloti: gli Spartani avevano implicitamente accusato gli opliti ateniesi di fraternizzare con i rivoltosi[27]. Il comando della spedizione era stato affidato a Cimone, ed è verosimile che l’amarezza degli Ateniesi in seguito a quell’allontanamento, che segnò l’inizio della rottura tra le due città, sia stata all’origine del suo ostracismo. Plutarco insiste soprattutto sul rifiuto frapposto dagli amici di Pericle, che agivano evidentemente in accordo con lui, di permettere a Cimone di tornare a combattere a fianco dei suoi concittadini, quando i Lacedemoni scatenarono le ostilità. Non soltanto gli fu negato questo, ma Plutarco aggiunge: «tutti gli amici di Cimone, che Pericle aveva accusato di sostenere Sparta, furono uccisi senza eccezione»[28]. A questo punto il biografo fa riferimento alla battaglia di Tanagra del 457, quattro anni dopo l’ostracismo di Cimone, nel corso della quale si ebbe, secondo la testimonianza di Tucidide[29], «una grande carneficina da entrambe le parti». Gli Ateniesi furono sconfitti, ma poco dopo riportarono una vittoria sui Beoti, alleati degli Spartani, a Enofita. Non si sa esattamente quando ebbe termine l’esilio di Cimone. Plutarco menziona un decreto di cui Pericle sarebbe stato l’autore, che egli ebbe forse l’occasione di leggere direttamente. Comunque, dopo la conclusione di una pace quinquennale con gli Spartani, quando gli Ateniesi decisero di inviare una spedizione a Cipro, fu Cimone a guidarla, e fu proprio nel corso di questa spedizione che egli trovò la morte[30]. Secondo Plutarco, sia il decreto di richiamo sia il comando affidato a Cimone furono l’esito di colloqui segreti fra i due uomini, avvenuti grazie alla mediazione di Elpinice, sorella di Cimone, che avrebbero portato a una sorta di spartizione del potere, in cui Pericle avrebbe avuto il comando in città, mentre Cimone lo avrebbe esercitato sul mare[31]. È una spiegazione poco credibile, anche se Pericle, in questo modo, avrebbe effettivamente potuto allontanare Cimone dai luoghi in cui si decideva la politica ateniese. Quanto al modo poco cavalleresco con cui egli avrebbe trattato Elpinice, ricordandole in maniera inelegante che era troppo vecchia per ambire a immischiarsi negli affari della città, esso illustra bene l’immagine a luci e ombre che Plutarco offre di Pericle.

Del resto, già all’inizio del suo racconto Plutarco aveva riferito la testimonianza del poeta Ione di Chio, secondo la quale «le maniere di Pericle erano altezzose e orgogliose, e che a quelle grandi arie si univano molta boria e disprezzo per gli altri»; emergeva così il contrasto con le maniere di Cimone, apprezzate per tatto e delicatezza[32].

Sbarazzatosi di Cimone, Pericle dovette fronteggiare Tucidide di Alopece, meno dotato di Cimone per la guerra, ma «più abile di lui nell’agorà e nei dibattiti politici»[33]. Fu allora che Pericle «lasciò andare completamente le briglie sul collo del popolo e assunse delle misure volte a ottenerne il favore»[34]. In questa nuova prospettiva della sua politica Pericle non è più l’allievo virtuoso, influenzato dall’insegnamento di Anassagora, ma il demagogo preoccupato di procacciarsi i suffragi popolari. Tra queste nuove misure ci fu la moltiplicazione delle feste religiose, che erano un’occasione per offrire al dēmos indennità e banchetti pubblici; furono anche moltiplicate le cleruchie e fondata la colonia di Turi: «In tal modo alleggerì Atene di una turba oziosa, e, a causa dell’ozio, facinorosa; pose rimedio alle difficoltà economiche del popolo e stabilì nei fianchi degli alleati delle terribili guarnigioni, che toglievano loro la voglia di ribellarsi»[35].

Furono inoltre intrapresi, come sappiamo bene, grandi lavori. […] L’interpretazione plutarchea dello scopo di questa politica è la seguente: dare lavoro agli artigiani e assicurare così la loro sussistenza, come del resto accadeva già con i marinai della flotta e con gli opliti, che ricevevano tutti un salario dalla città. Una simile motivazione, come si è visto, era estranea alle preoccupazioni degli Ateniesi del V secolo.

Questo aspetto della politica periclea non è affatto giudicato negativamente, poiché, agli occhi dei contemporanei di Plutarco, esso testimoniava anzi «l’antico splendore della Grecia». Ma la giustificazione fornita da Pericle sull’impiego del tributo versato dagli alleati per finanziare il grande programma di edilizia pubblica permette a Plutarco di ricordare le accuse formulate dai suoi avversari, che ritenevano la Grecia «vittima di una terribile ingiustizia e di una tirannide evidente»[36].

L’accusa di tirannide non riguardava soltanto il dominio esercitato da Atene sugli alleati, ma anche il potere esercitato da Pericle sulla città, in particolare dopo l’ostracismo di Tucidide di Alopece, quando ormai egli non aveva più rivali. Certo, Plutarco constata che le divisioni cessarono e che la città conobbe un’«armonia» degna di ammirazione; ma constata anche che allora Pericle ebbe «il controllo totale di Atene e di tutto ciò che dipendeva dagli Ateniesi»[37]. Pericle finì per esercitare un potere superiore a quello di tanti re e tiranni. E se Plutarco rinvia al giudizio di Tucidide sul carattere «regale» di questa autorità, non manca tuttavia di menzionare il sarcasmo che essa suscitava nei poeti comici: «Chiamano “dei nuovi Pisistratidi” la sua hetaireía, o lo sollecitano a giurare che non fonderà una tirannide, quasi che la sua preminenza fosse eccessiva e troppo gravosa per una città democratica»[38].

Proprio questa autorità esclusiva lo avrebbe condotto a coinvolgere Atene in una guerra che le sarebbe stata fatale. Ebbene, su questo punto, e senza peraltro negare, come si è visto, le qualità di Pericle come stratego e uomo di guerra, Plutarco non esita a dare eco alle maldicenze che spiegavano certi aspetti della sua politica con le esigenze della sua vita privata.

Su questo piano, infatti, l’immagine di Pericle offerta da Plutarco presenta il maggior numero di ombre e di connotazioni negative, legate essenzialmente alla sua sessualità e al suo bisogno eccessivo di donne. Così, Fidia è sospettato di procurargli delle «donne libere» che Pericle incontrava in casa dello scultore[39]. A queste donne egli offriva forse i pavoni allevati dall’uccellatore Pirilampo, uno dei suoi hetaîroi, i compagni appartenenti a quelle associazioni aristocratiche (hetairíai) che, qualche anno dopo, avrebbero organizzato il rovesciamento della democrazia. Lo si sospettava anche di avere come amante la moglie di un certo Menippo, «che era suo amico e comandava ai suoi ordini». Peggio ancora, a detta di Stesimbroto di Taso, egli avrebbe avuto rapporti peccaminosi con la moglie di suo figlio Santippo[40], il quale a sua volta avrebbe messo in giro questa voce per meglio screditare l’immagine del padre[41].

Lawrence Alma-Tadema, Fidia mostra i fregi del Partenone a Pericle, Aspasia, Alcibiade e altri amici, 1868. Birmingham Museum & Art Gallery.

Lawrence Alma-Tadema, Fidia mostra i fregi del Partenone a Pericle, Aspasia, Alcibiade e altri amici, 1868. Birmingham Museum & Art Gallery.

E poi, ovviamente, c’era Aspasia. La donna compare nel racconto di Plutarco a proposito dell’affare di Samo, con riferimento al vero motivo della decisione di Pericle di sostenere le pretese dei Milesi contro i Sami: «Siccome è opinione comune ch’egli abbia affrontato l’impresa di Samo per far piacere ad Aspasia, questo potrebbe essere il luogo più adatto per sollevare l’imbarazzante discussione della grande arte e del potere con cui questa donna dominò gli uomini politici più eminenti del suo tempo e offrì ai filosofi materia per elevate ed ampie discussioni»[42].

Aspasia era originaria di Mileto e figlia di un certo Assioco. Ignoriamo per quale motivo e in che modo Assioco era venuto a stabilirsi ad Atene. Forse si trattava di un meteco. Plutarco non si sofferma su questo punto e fa subito di Aspasia l’emula di una certa Targelia, anche lei di origine ionica e celebre cortigiana alla corte del Gran Re, che avrebbe sfruttato questa posizione per guadagnare alla causa dei Persiani numerosi Greci influenti e altolocati. Allo stesso modo, Aspasia amava intrattenersi con gli uomini più importanti[43] e Plutarco precisa che il suo mestiere consisteva nel «formare piccole etere»[44]. Successivamente, i poeti comici accusarono Pericle di aver fatto votare il famoso decreto di Megara perché i Megaresi avevano rapito due cortigiane appartenenti ad Aspasia[45].

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Aspasia è dunque presentata come una cortigiana, come una donna libera che riceveva a casa sua le visite di Socrate e dei suoi discepoli, e di uomini influenti che vi conducevano le proprie mogli «per far loro ascoltare la sua conversazione»[46]. Pericle, dunque, sarebbe stato soprattutto uno di coloro che subivano il fascino della sua intelligenza e del suo senso politico. A sostegno delle sue affermazioni, sorprendenti già a priori, Plutarco cita il Menesseno di Platone: «seppure la prima parte del dialogo sia scritta con l’intonazione del divertimento, si trova perlomeno un’informazione storica: si riteneva che molti Ateniesi frequentassero Aspasia per imparare da lei la retorica»[47]. L’ingenuità di Plutarco fa sorridere, poiché il Menesseno è, dalla prima all’ultima parola, una parodia. Restano comunque innegabili i legami di Aspasia con Socrate e con i suoi allievi: infatti due di loro, Antistene ed Eschine Socratico, le dedicarono un dialogo ciascuno.

Una donna eccezionale, dunque, ma la cui relazione con Pericle fu diversa dai rapporti che legavano abitualmente una cortigiana agli uomini che frequentavano la sua casa. In effetti, «l’attaccamento di Pericle per Aspasia era, evidentemente, determinato dall’amore»[48]. Prova ne era il fatto che Pericle, per vivere con lei, ripudiò la moglie, madre dei suoi figli, e, agendo come un «tutore» (kýrios), la diede in sposa a uno dei suoi amici. Introdusse dunque Aspasia a casa propria, e l’amò con una tenerezza eccezionale: «Ogni giorno, q quanto dicono, uscendo di casa e rientrandovi venendo dall’agorà, la prendeva fra le braccia coprendola di baci»[49]. Plutarco ricorda anche il figlio che la donna ebbe da Pericle, ovviamente un nóthos (bastardo), perché la madre era una straniera e i genitori non erano uniti da un matrimonio legittimo. Tuttavia, Pericle lo riconobbe dopo la morte dei suoi figli legittimi. Pericle il Giovane intraprese la carriera politica, fu stratego nella battaglia delle Arginuse del 406 e il suo nome compariva che furono illegalmente condannati a morte dall’Assemblea[50]. Plutarco non manca di citare, a proposito di questo figlio bastardo, il sarcasmo di Cratino e di Eupoli.

Plutarco torna a menzionare Aspasia verso la fine del suo racconto, a proposito del processo per empietà che le sarebbe stato intentato dal poeta comico Ermippo. Il processo si collocherebbe in un momento in cui gli avversari di Pericle si scatenarono contro di lui e contro alcune delle persone a lui più vicine, tra le quali Fidia e Anassagora. Aspasia sarebbe stata prosciolta grazie all’intervento del suo amante, che «ottenne la sua grazia a forza di versar lacrime per lei e supplicando i giudici per tutta la durata del processo»[51].

In tutte queste vicende ritorna l’immagine ambigua di Pericle. L’aristocratico, progenie di due grandi famiglie ateniesi, non esita a ripudiare la sposa legittima, madre dei suoi due figli, per introdurre in casa una donna che secondo l’opinione comune ateniese era una cortigiana. Ma quella donna era, al tempo stesso, un’amica dei filosofi, dotata di un’intelligenza eccezionale, e anche se influenzò in modo riprovevole alcune decisioni del suo amante (affare di Samo, decreto di Megara), l’influenza da lei esercitata risultò felice per l’uomo politico. La relazione sessuale, inoltre, non era tutto perché Pericle l’amava profondamente. Fu questo amore a spingerlo a intervenire in un processo versando lacrime, e a violare la legge, da lui stesso fatta approvare, per riconoscere il figlio illegittimo, al fine di assicurarsi una discendenza dopo la morte dei suoi due figli.

Busto di Aspasia. Marmo, copia romana da un originale ellenistico. Da Torre della Chiarrucia (Castrum Novum), presso Civitavecchia. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Busto di Aspasia. Marmo, copia romana da un originale ellenistico. Da Torre della Chiarrucia (Castrum Novum), presso Civitavecchia. Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

Anche i rapporti di Pericle con questi due figli sono ambigui. Abbiamo già ricordato le dicerie che circolavano sui rapporti di Pericle con la moglie di Santippo. Nell’ultima parte della biografia Plutarco ritorna nuovamente sulle discordie esistenti in famiglia, e a proposito dello stesso Santippo ricorda una vicenda alquanto sordida:

Il maggiore dei suoi figli legittimi, Santippo, che era uno spendaccione per natura e aveva una giovane moglie cui piaceva il lusso, figlia di Tisandro figlio di Epilico, mal sopportava l’oculata amministrazione di suo padre, che gli passava magre entrate e gliele distribuiva in piccole quantità. Si rivolse dunque a un amico di Pericle che gli diede del denaro, credendo che fosse suo padre a chiederlo. Quando quest’uomo lo richiese indietro, Pericle gli intentò un processo. Allora il giovane Santippo, indignato da questo comportamento, si mise a diffamare suo padre[52].

Lo accusava, in particolare, di discutere con i sofisti di argomenti ridicoli, come quello di sapere se il responsabile della morte di un certo Epitimo di Farsalo era stato il giavellotto o colui che l’aveva lanciato. Sarebbe stato inoltre lo stesso Santippo, come si è già accennato, a diffondere la voce secondo la quale Pericle aveva una relazione con la sua giovane moglie. La lite tra padre e figlio non si concluse che con la morte di quest’ultimo, vittima della peste. In compenso, i rapporti di Pericle con il secondo figlio sembrano molto diversi, e quando quest’ultimo fu a sua volta vittima dell’epidemia, Pericle, che fino ad allora aveva sopportato con coraggio la morte dei suoi cari, fu vinto dalla sofferenza e si sciolse in lacrime sul cadavere del figlio.

Al termine della narrazione Plutarco ricorda come Pericle, ritornato a capo della città dopo esserne stato allontanato, non esitasse a violare una legge da lui stesso voluta per permettere al figlio avuto da Aspasia di essere iscritto nella sua fratria e di portare il suo nome. Plutarco menziona al riguardo le ragioni per le quali gli Ateniesi si lasciarono convincere e accettarono di contravvenire alla legge: furono sensibili alle disgrazie che avevano colpito la casa di Pericle con la morte di entrambi i figli. Ma al tempo stesso, sottolinea Plutarco non senza una certa perfidia, quelle disgrazie erano, secondo loro, «il castigo per il suo orgoglio e la sua arroganza»[53].

Passiamo a un’altra malignità. Plutarco attribuisce a Teofrasto un esempio del modo in cui le sofferenze del corpo possono alterare il carattere e allontanarlo dalla virtù: «Egli racconta che, durante la sua malattia, Pericle mostrò a uno dei suoi amici venuto a fargli visita un amuleto che le donne gli avevano appeso al collo. Teofrasto vede in questo il segno che egli doveva stare molto male, se si prestava a simili sciocchezze»[54].

Così l’allievo di Anassagora, l’uomo che si lasciava guidare soltanto dalla ragione, nel momento finale si rivelava un essere senza difese, pronto ad accettare le superstizioni femminili, lui che era stato il compagno di una donna eccezionale e amica dei filosofi.

Tuttavia […] la biografia di Pericle si conclude con un elogio:

Dunque Pericle fu un uomo ammirevole, non soltanto per la dolcezza e la bontà che conservò sempre, anche tra vicende diverse e odi profondi, ma pure per l’altezza dello spirito, se delle glorie stimò più fulgida quella di aver mai ceduto d’un palmo, anche quand’era potentissimo, né all’invidia né alla passione, e di non avere mai considerato insanabile nessuna inimicizia[55].

Plutarco ricorda inoltre i sentimenti degli Ateniesi di fronte agli avvenimenti che seguirono la sua morte e la mediocrità di coloro che presero il suo posto alla guida della città:

Riconobbero che non esisteva un carattere più di lui umile nella grandezza e augusto nell’affabilità. Quella sua forza tanto odiata e chiamata, un tempo, monarchia e tirannide, ora si rivelò un baluardo che aveva salvato la città[56].

È questa l’immagine trasmessa ai posteri.


[1] Plut., Alex., 1, 2-3.

[2] Plut., Per., 3, 1.

[3] Plut., Per., 4, 4.

[4] Plut., Per., 5, 1.

[5] Plut., Per., 35, 2.

[6] Plut., Per., 7, 4.

[7] Plut., Per., 8, 1.

[8] Plut., Per., 15, 2.

[9] Plut., Per., 15, 3.

[10] Plut., Per., 16, 3-4.

[11] Plut., Per., 16, 4-5.

[12] Plut., Per., 25, 2-3.

[13] Plut., Per., 33, 3.

[14] Plut., Compar. Per. Fab., 3, 6.

[15] Plut., Per., 18, 1.

[16] Plut., Per., 27, 1.

[17] Plut., Per., 33, 5.

[18] Plut., Per., 38, 4.

[19] Plut., Per., 39, 1.

[20] Plut., Per., 9, 2.

[21] Plut., Per., 17, 3.

[22] Plut., Per., 7, 1.

[23] Plut., Per., 7, 7-8.

[24] Plut., Per., 9, 5.

[25] Plut., Per., 10, 7.

[26] Plut., Per., 9, 1.

[27] Thuc., I 34.

[28] Plut., Per., 10, 3.

[29] Thuc., I 108, 1.

[30] Plut., Per., 10, 8; Thuc., I 112, 2-4.

[31] Plut., Per., 10, 5.

[32] Plut., Per., 5, 3.

[33] Plut., Per., 11, 1.

[34] Plut., Per., 11, 4.

[35] Plut., Per., 11, 6.

[36] Plut., Per., 12, 2.

[37] Plut., Per., 15, 1.

[38] Plut., Per., 16, 1.

[39] Plut., Per., 13, 15.

[40] Plut., Per., 13, 16.

[41] Plut., Per., 36, 6.

[42] Plut., Per., 24, 2.

[43] Plut., Per., 24, 3.

[44] Plut., Per., 24, 5.

[45] Plut., Per., 30, 4.; Aristof., Acarn., 524-527.

[46] Plut., Per., 24, 5.

[47] Plut., Per., 24, 7.

[48] Ibid.

[49] Plut., Per., 24, 8-9.

[50] Plut., Per., 37, 5-6; Xen., Ell., I 7.

[51] Plut., Per., 32, 5.

[52] Plut., Per., 36, 3-4.

[53] Plut., Per., 37, 5.

[54] Plut., Per., 38, 2.

[55] Plut., Per., 39, 1.

[56] Plut., Per., 39, 3-4.