Alceo fr. 332

di F. Ferrari, La porta dei canti. Storia e antologia della lirica greca, Bologna 2005, pp. 244-245.

 

Pittore di Colmar. Simposiaste e musico. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca., da Vulci. Paris, Musée du Louvre.

 

Mirsilo, l’odiato tiranno succeduto a Melancro, è morto: bisogna «festeggiare» e ubriacarsi («a forza», πρὸς βίαν, aggiunge enfaticamente il poeta). Nel suo candido cinismo il distico (probabilmente iniziale del carme, come suggerisce l’analogo incipit dell’ode composta da Orazio per la morte di Cleopatra: Carmina I 37 nunc est bibendum, nunc pede libero / pulsanda tellus…) documenta la violenza degli odi tra fazioni in lotta per la conquista del potere. Un’esultanza, tra l’altro, che non portò frutti concreti ad Alceo e alla sua eteria, in quanto la comunità di Mitilene (in realtà un patto di tregua tra tutti gli altri gruppi aristocratici) assegnerà a Pittaco poteri illimitati proprio per proteggere la città «contro gli esiliati, di cui erano a capo Antimenida [fratello di Alceo] e il poeta Alceo» (Aristotele, Politica 1285a 33 ss. = Test. 470 Voigt, cfr. fr. 348 τὸν κακοπατρίδα‹ν› / Φίττακον πόλιος τᾶς ἀχόλω καὶ βαρυδαίμονος / ἐστάσαντο τύραννον, μέγ᾽ ἐπαίνεντες ἀόλλεες «Pittaco l’ignobile tutti insieme fra grandi lodi lo facevano tiranno di questa città imbelle, abbandonata alla sventura»).

 

Fonte: Ateneo X, 430 c.

Metro: endecasillabi alcaici (cfr. a fr. 129).

 

Νῦν χρῆ μεθύσθην καί τινα πρὸς βίαν

πώνην, ἐπεὶ δὴ κάτθανε Μύρσιλος.

 

«Ora bisogna ubriacarsi e che ognuno beva a forza, poiché Mirsilo è morto».

 

L’amicizia come condizione concomitante della felicità

Aristotele. Etica Nicomachea (a cura di M. Zanatta), Introduzione, cap. III, Milano 201211, pp. 57-67.

Pittore di Castelgiorgio. Due giovani a colloquio. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 500-480 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo

Pittore di Castelgiorgio. Dialogo fra due giovani. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 500-480 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo

Abbiamo visto a suo tempo che alla scansione della felicità concorrono, in funzione strumentale, anche i beni esteriori. Ma – è opportuno ribadirlo – essi vi concorrono in quanto semplici mezzi per la pratica di quell’attività virtuosa in cui la felicità risiede (la ricchezza, ad esempio, è condizione strumentale indispensabile per l’esercizio della magnificenza). Ma per Aristotele vi sono altre due determinazioni le quali, senz’entrare, neppure esse, nella sfera della definizione della felicità, vi si connettono però secondo un legame strettissimo, inerente alla natura stessa dell’uomo come soggetto della felicità. Si tratta dell’amicizia e del piacere, i quali appartengono all’uomo come dimensioni costitutivamente radicate nel suo essere: la prima in quanto egli, a mezzo com’è tra il bruto e ilDio, né partecipa della chiusura di quello ad ogni comunanza spirituale, né dell’assoluta autosufficienza di questo, ma è per natura un animale socievole; il secondo in quanto, conformemente all’espressione aristotelica, «tutti ritengono che è quanto mai proprio al genere umano»[1].

Pertanto la trattazione di quello che è il supremo bene «dell’uomo» non può prescindere dall’esame di queste condizioni propriamente umane*. E, sotto questo riguardo, esse definiscono delle condizioni della felicità in senso ancor più stretto e più marcato di quanto non le definiscano i beni esteriori, attesta appunto la loro costitutiva inerenza alla natura umana.

 

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene. Affresco, 1509-1511 ca. Stanza della Signatura, Musei Vaticani.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene. Affresco, 1509-1511 ca. Stanza della Signatura, Musei Vaticani.

Una tale inerenza, nel caso dell’amicizia, è a chiare lettere asserita dal filosofo in relazione sia alla sua utilità, sia alla sua convivenza morale, sicché – precisa Aristotele – «l’amicizia non è una cosa soltanto necessaria, ma anche bella». È necessaria ed utile perché nei momenti di bisogno è agli amici che ci si rivolge per avere soccorso, ed è moralmente bella perché tale è il voler bene agli amici. È questa un’istanza che pervade interamente il senso della classicità e che Aristotele riprende ed avvalora nei termini più marcati. Ovviamente l’amicizia è intesa dallo Stagirita nell’accezione più vasta, comprendente sia l’affetto vero e proprio degli amici che ogn’altra forma di bene gli uomini possono provare verso i loro simili: il bene coniugale, quello del padre per i figli e viceversa, quello dei fratelli, quello che intercorre tra i cittadini di una medesima pólis.

La trattazione ruota fondamentalmente intorno a due istanze: l’individuazione delle specie di amicizia e la determinazione delle condizioni in cui l’amicizia si realizza: se abbia luogo tra i simili, come ha sostenuto Empedocle, o tra gli opposti, secondo alcune massime di Euripide e di Eraclito.

Per la soluzione della prima questione Aristotele avvia le mosse dall’analisi di che cos’è amabile. Tale si rivelano il bene, il piacere e l’utile (ancorché quest’ultimo, propriamente, sia soltanto un mezzo in vista degli altri due) [2]. Ma queste determinazioni dell’amabile non danno luogo ad amicizia quanto l’oggetto dell’amabile stesso sia una cosa inanimata, o non vi sia contraccambio d’affetto: caso, questo, in cui si dovrebbe più propriamente parlare di benevolenza[3].

Ma quando vi sia contraccambio, allora, in relazione alle tre anzidette determinazioni dell’amabile, si specificano anche tre forme d’amicizia. Una fondata sul bene e sulla virtù, propria degli uomini che si amano in ragione della loro bontà[4]. È l’amicizia migliore e più duratura in quanto in essa gli amici si amano per se stessi: giacché per chi è buono il bene non cessa di essere amabile e di fatto viene sempre amato, e gli amici di questa specie sono di per se stessi buoni. Di conseguenza, a meno che non venga a mancare la bontà, non può venire a mancare neppure l’affetto reciproco. Ma la durevolezza di questa forma d’amicizia si giustifica anche col motivo che, amando l’amico, si ama in un certo modo se stessi, giacché l’amico è una sorta di alter ego ed è un bene per chi lo ama. E dal momento che ognuno ama quello che per lui è bene, e soltanto nell’amore che i buoni hanno per ciò che è autenticamente ed  in se stesso buono risiedono vera parità ed uguale contraccambio, soltanto nell’amicizia di costoro si verifica la condizione di durevolezza.

Inoltre ad una tale amicizia competono anche utilità e piacevolezza in quanto il bene è utile e per chi lo compie e per gli altri, e d’altro chi ama la virtù prova piacere delle azioni virtuose che compie così come di quelle che compiono gli altri. Si danno allora, in questa strutturale implicazione nell’amicizia tra i buoni di tutte le determinazioni dell’amabile, tutte le condizioni di un’amicizia sicura.

Certo, avverte lo Stagirita, queste relazioni ottimali sono rare, giacché sono rare le persone elevate in cui esse s’incontrano. Ed inoltre per stabilirsi esse hanno bisogno di tempo e di lunga convivenza, sì che gli amici possano conoscersi reciprocamente e possa nascere in loro la dovuta, vicendevole fiducia.

Le altre due forme d’amicizia sono quelle fondate sul piacere e l’utile, nelle quali gli amici si amano perché rispettivamente si procurano piacere o si scambiano vantaggi[5]. Ma proprio per questo esse non hanno nessuna garanzia di saldezza, giacché, quando il motivo del legame vien meno, vien meno anche l’amicizia, non avendo i soggetti altra ragione per continuare il rapporto. Una tale fragilità è più radicata nell’amicizia fondata sull’utile, in quanto l’utile è cosa assai mutevole, più mutevole anche del piacere; ma anche l’amicizia fondata su quest’ultimo non ha stabilità, com’è esemplarmente illustrato dal filosofo con il caso degli amanti: essi, quando da una parte la bellezza sia svanita e dall’altra sia conseguentemente venuto meno il piacere dell’elogio, si lasciano.

Pittore di Atene 12778. Un'etera e il suo cliente. Pittura vascolare da un lekythos attico a figure rosse, 460-450 a.C. ca., da Eretria. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Pittore di Atene 12778. Un’etera e il suo cliente. Pittura vascolare da un lekythos attico a figure rosse, 460-450 a.C. ca., da Eretria. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Queste specie d’amicizia sono tali soltanto per somiglianza con quella fondata sul bene e, a differenza di quest’ultima, esse possono aver luogo anche tra uomini indegni, o tra buoni e malvagi. Per se stessi, invece, sono amici soltanto i buoni, almeno nel senso dell’amicizia perfetta[6].

Per ciò che riguarda la seconda questione va rilevato che per Aristotele l’amicizia tra uguali è migliore di quella tra disuguali, e così quella tra simili lo è rispetto a quella tra contrari. Istanze queste che lo Stagirita comprova mediante l’analisi di una minuta serie di casi dove l’amicizia è in gioco in situazioni particolari diverse.

Tra i temi dell’esame aristotelico ne spiccano due, che è qui opportuno mettere in chiaro. Innanzitutto il rapporto che lo Stagirita istituisce tra amicizia e giustizia nel contesto della società politica. Giustizia ed amicizia hanno infatti – precisa il filosofo – lo stesso oggetto: ché la prima si esplica in seno a delle comunità, e dove vi è comunità di uomini si delinea anche qualche forma d’amicizia[7]. Si danno quindi diversi gradi d’amicizia e per ciascuno di essi le determinazioni del giusto rivestono un’importanza maggiore o minore, a seconda che l’amicizia sia più o meno intensa. Resta comunque che tutte le forme di comunità sono parti della comunità politica e si risolvono in ultima istanza in questa[8]; la quale ha per fine l’utile comune, mentre quelle perseguano forme di utilità particolari, ciascuna diversa dalle altre. È dunque nella comunità politica che per il nostro filosofo devono esser ricercate le condizioni più generali dell’amicizia. O – più esattamente – per ciascun tipo di configurazione assunto da quella si hanno forme diverse d’amicizia, ancorate a tre modelli diversi.

Secondo uno schema ancora platonico[9] Aristotele distingue tre forme di costituzioni rette: la monarchia, l’aristocrazia e la timocrazia; e tre forme di costituzioni degeneri: la tirannide, l’oligarchia e la democrazia[10]. Ed individua nei rapporti d’amicizia che hanno luogo in seno alla famiglia altrettanti modelli dell’amicizia politica che si realizza in queste costituzioni.

Statua di Ercole con suo figlio Telefo. Copia romana in marmo del I-II secolo da originale greco di IV secolo a.C. Musée du Louvre.

Statua di Ercole con suo figlio Telefo. Copia romana in marmo del I-II secolo da originale greco di IV secolo a.C. Musée du Louvre.

Quella che si verifica nel regno assomiglia all’amicizia tra il padre e i figli[11]. Si tratta di un’amicizia tra disuguali, tali essendo rispettivamente il padre ed il re rispetto ai figli e ai sudditi. È opportuno rilevare come nel primo caso la diversità riguardi sia la ragione e, per così dire, il radicamento dell’amore dei genitori verso i figli rispetto alla ragione e al radicamento dell’amore che questi hanno verso quelli, sia la durata dello stesso. «I genitori» spiega Aristotele «amano i figli come essenti qualcosa di loro stessi, ed i figli amano i genitori come vengono da loro più di quanto coloro che sono stati generati sanno che derivano da quelli, ed il principio da cui procede un essere è unito come a cosa propria all’essere che è stato generato più di quanto l’essere che è derivato è unito all’essere che l’ha fatto. Ché, l’essere che deriva da un principio appartiene come cosa propria al principio dal quale deriva (ad esempio un dente, un capello o qualunque altra cosa appartiene come cosa propria a colui che la possiede), invece il principio dal quale un essere deriva non appartiene per nulla come cosa propria all’essere che ne è derivato, o vi appartiene di meno. Ma anche per la quantità di tempo <i genitori amano di più i figli>. I genitori li amano infatti non appena nati, i figli invece li amano dopo che è passato del tempo, quando hanno acquisito intelligenza o per lo meno percezione»[12].

Ora, come l’amore del padre verso i figli è superiore a quello che questi hanno per lui, ed ugualmente sono maggiori anche i benefici che il primo arreca ai secondi, a partire dal bene della vita, che è il più grande di tutti, così anche il monarca verso i sudditi si trova in una condizione di superiorità in ragione dei maggiori benefici che rende loro e della cura che se ne prende, al pari – precisa Aristotele – di un pastore nei confronti del gregge[13]. Il modello pastorale, ricorrente in Platone per denotare la prerogativa del potere monarchico[14], esprime molto eloquentemente l’ancestralità del tipo di governo che qui è in questione. Un’ancestralità, del resto, che è testualmente trasparente dal richiamo di Aristotele dell’appellativo di «pastore di popoli» con cui Omero qualificava i re ed in particolare Agamennone[15].

Nella comunità retta ad aristocrazia l’amicizia assomiglia a quella tra il marito e la moglie, essendo quegli «migliore» di questa. In quanto tale, anche questa è un’amicizia tra disuguali, nella quale vi è «proporzionalità al merito e chi è superiore (scil. il marito) ha una parte più larga di bene, e ciascuno quello che gli è appropriato»[16]. Essa ha il suo radicamento nella natura, anzi, è ancor più naturale ed originaria dello stesso rapporto sociale «giacché per natura l’uomo è un essere più portato a vivere in coppia che un essere politico, quanto la famiglia è cosa anteriore e più necessaria della città e la procreazione dei figli è cosa più comune ai viventi»[17]. Ma – precisa il filosofo – la generazione dei figli, vale a dire la dimensione più propriamente carnale dell’amicizia coniugale, è ben lungi dall’esaurire quest’amicizia stessa, la quale ha invece il suo fondamento nella complementarietà che i coniugi, nel mettere in comune le prerogative «naturali» proprie di ciascuno, si arrecano vicendevolmente in vista sia del far fronte alle necessità della vita, sia, in senso ancor più marcato, dalla costituzione di un rapporto essenzialmente spirituale nel quale l’uno e l’altro, esercitando rispettivamente la «propria» virtù, si migliorano e trovano piacevolezza oltre ad utilità[18]. In questo senso l’amicizia coniugale si palesa come dimensione umana e solamente umana. E, tra i beni che i coniugi mettono in comune, quello maggiore è costituito dai figli (ecco la valenza «non carnale», vale a dire «spirituale» del matrimonio, rilevante anche là dove è necessariamente implicato un atto che attiene l’animalità dell’uomo: i figli non costituiscono soltanto – o, più esattamente, costituiscono solo minimamente – l’effetto di una unione fisica dell’uomo con la donna, ma definiscono essenzialmente il «bene» che essi hanno in comune e realizzano insieme). Per questo, rileva il filosofo, «i coniugi che non hanno figli si dividono più rapidamente»[19]: perché appunto l’amicizia tra il marito e la moglie, che è un’amicizia di natura fondamentalmente spirituale, manca, con la mancanza di figli, del bene spirituale ed umano ad essi proprio, e quindi vien meno nella sua stessa ragione di bene «dell’uomo».

Gruppo scultoreo con amanti. Terracotta, II secolo a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Gruppo scultoreo con amanti. Terracotta, II secolo a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

L’amicizia che si realizza nelle timocrazie è simile invece a quella che ha luogo tra i fratelli. Si tratta di un’amicizia tra uguali, come attesta la sua stessa somiglianza con quella tra compagni. Infatti tra i fratelli vigono parità di condizione e, in virtù dell’età pressoché uguale, gli stessi sentimenti e gli stessi interessi, oltreché gli stessi costumi[20]. Ora, nelle timocrazie «i cittadini vogliono essere uguali e virtuosi. Pertanto si comanda a turno ed in ugual misura»[21].

In tutte le forme anzidette di costituzione politica, in ogni tipo di amicizia si realizza una forma specifica di giustizia. Il re, come del resto il padre, riceve maggiore onore, quanto maggiormente dà in benefici. Lo stesso avviene nelle aristocrazie: chi regge lo Stato riceve in cambio onore e possibilità di comando, offrendo egli le sue cure al bene dei cittadini. Questi invece nelle timocrazie hanno pari dignità, dando ciascuno alla comunità politica tanto bene quanto da essa riceve[22].

Nelle costituzioni degeneri, come non si ha giustizia, così non si ha neppure amicizia, se non a quel livello minimale che riguarda, propriamente, non già la dimensione del rapporto politico in quanto tale, ma quella del rapporto umano. È questo, esemplarmente, il tipo di rapporto che si verifica nella relazione tra padrone e schiavo: verso quest’ultimo, in quanto schiavo, non può esserci giustizia e quindi neppure amicizia, ancorché esse possano sussistere verso di lui in quanto uomo, giacché esiste un vincolo capace di toccare ogni essere umano. Ora, il rapporto tra il tiranno ed i sudditi è assimilabile a quello tra il padrone e gli schiavi, sicché «nella tirannide nulla o scarsa è l’amicizia»[23]. Infatti – precisa il filosofo – non può esserci rapporto umano, in termini sia di amicizia sia di giustizia, tra coloro tra i quali nessuna umanità è in comune, e tra il tiranno e i suoi sudditi, così come tra il padrone e lo schiavo, sussiste un rapporto puramente strumentale, come quello di un artigiano verso i suoi arnesi di lavoro, o quello dell’anima verso il corpo; e di questa stessa natura è anche l’amicizia.

L’altra questione emergente dalla trattazione aristotelica concerne l’amicizia verso se stessi[24]: un’amicizia che a tutta prima appare aporetica, in quanto, se per un verso si biasimano coloro che amano soprattutto e assolutamente se stessi e si riscontrano nel loro amore egoistico  i medesimi tratti del comportamento del malvagio, il quale sembra compiere i misfatti che compie soltanto per amore verso di sé; per altro verso però viene considerata amicizia per eccellenza quella nella quale l’amico ama l’amico «come se stesso», donde sembrerebbe che l’uomo debba amare innanzitutto se stesso.

Aristotele risolve l’aporia distinguendo tra l’«egoismo» del virtuoso e l’egoismo del malvagio, e rilevando come soltanto questo secondo in realtà sia biasimato. Si biasima infatti l’egoismo di coloro che vorrebbero soltanto per sé ogni ricchezza ed ogni piacere, anche causando inimicizie e cadendo nei vizi. Ma non si biasimano coloro che, attuando sempre la giustizia, si appropriano e vogliono per sé il bene e il bello, esercitandosi nella virtù.

L’«egoismo» del virtuoso è dunque lodevole, in quanto questi desidera per sé i beni migliori ed appaga la parte più eccellente della sua anima, vale a dire l’intelletto, nella quale egli è tangente al Dio e seguendo la quale l’uomo realizza appieno la sua natura di essere razionale e […] da mortale si fa immortale. Insomma, nell’apprezzamento aristotelico dell’amicizia verso di sé è sostanzialmente messo in risalto il motivo del dialogo interiore di sé con se stessi. Per questo – precisa Aristotele – il virtuoso ama vivere con se medesimo, perché prova piacere del ricordo delle belle azioni compiute e della speranza di operarne altre parimenti belle, come prova gioia dedicandosi alla meditazione teoretica[25]. Molto opportunamente ha scritto a questo riguardo il Berti che un tale apprezzamento «rinvia direttamente all’ideale di vita del sapiente col quale, sappiamo, Aristotele identifica la felicità»[26].

Del resto l’«egoismo» del virtuoso, ben lungi dal comportare una chiusura verso gli altri, si risolve invece anche in un agire a loro vantaggio. Ché – precisa lo Stagirita – amando se stesso il virtuoso realizza assieme il suo interesse e quello altrui, tanto che, se tutti fossero egoisti in questo modo, si assisterebbe ad un’altruistica gara di azioni moralmente belle e si avrebbe la maggior garanzia di bene privato e comune. Lo attesta il fatto che, agendo per amor di sé, vale a dire del bene morale che gli è proprio il virtuoso agisce a favore degli amici e della patria, e sa offrire loro, quando l’occasione lo richiede, anche la sua vita. E proprio per l’amore del bene, sul quale si radica l’amore di sé, egli non si occupa delle ricchezze e dell’onore, in genere di tutti i beni che costituiscono motivo di lotta tra gli uomini, e preferisce una vita breve ma dignitosa ad una lunga ma vile, ed offrirà onori e cariche ai suoi amici, ed anzi lascerà che siano costoro ad agire, se gli sembrerà opportuno che siano gli amici a compiere belle azioni[27].

Note

*Qui, in particolare, si tratterà appunto dell’amicizia.

[1] Eth. Nic. X 1, 1172 b 19.

[2] Eth. Nic. VIII 2, 1155 b 18-21.

[3] Ibid., 1155 b 27 sgg.

[4] L’analisi di questa specie d’amicizia è svolta in Eth. Nic. VIII 4.

[5] L’analisi di queste due specie di amicizia è svolta in Eth. Nic. VIII 3.

[6] Il confronto tra l’amicizia fondata sulla virtù e le altre due specie di amicizia è il tema di Eth. Nic. VIII 5.

[7] Eth. Nic. VIII 11, 1159 b sgg.

[8] Ibid., 1160 a 8-9.

[9] Cfr. Politico, 297 C – 303 B.

[10] Eth. Nic. VIII 12, 1160 a 31 sgg.

[11] Ibid., 1160 b 23 sgg.

[12] Eth. Nic. VIII 14, 1161 b 18 sgg.

[13] Eth. Nic. VIII 13, 1161 a 10 sgg.

[14] Cfr. a riguardo K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, tr. it., vol. I, Roma 1973, pp. 36 sgg.

[15] Cfr. Eth. Nic. VIII 13, 1161 a 14.

[16] Ibid., 1161 a 22 sgg.

[17] Eth. Nic. VIII 14, 1162 a 17 sgg.

[18] Ibid., 1162 a 20 sgg.

[19] Ibid., 1162 a 27-28.

[20] Eth. Nic. VIII 13, 1161 a 22 sgg.

[21] Ibid.

[22] Su questi rapporti cfr. Eth. Nic. VIII 13.

[23] Eth. Nic. VIII 13, 1161 a 31.

[24] Eth. Nic. IX 4; 8.

[25] Eth. Nic. IX 4, 1166 a 23 sgg.

[26] E. Berti, Profilo di Aristotele, Roma 1979, p. 274.

[27] Eth. Nic. IX 8, 1169 a 11 sgg.

La felicità come bene supremo dell’uomo

Aristotele. Etica Nicomachea (a cura di M. Zanatta), Introduzione, cap. III, Milano 201211, pp. 23-31.

Pittore Nicia. Simposiasti intenti al gioco del kottabos e ragazza che suona l'aulos. Pittura vascolare da un cratere a campana attico a figure rosse, 420 a.C. ca.

Pittore Nicia. Simposiasti intenti al gioco del kottabos e ragazza che suona l’aulos. Pittura vascolare da un cratere a campana attico a figure rosse, 420 a.C. ca.

L’oggetto della ricerca morale è il bene dell’uomo, ed alla specificazione di esso sono dedicati, secondo un itinerario molto lineare pur nella loro scansione articolata, i primi due interi libri dell’Etica Nicomachea ed i capitoli 1-6 del terzo.

«Ricerca», s’è detto, ma, precisa molto chiaramente Aristotele, essa non ha per scopo la sola conoscenza del bene, bensì la sua realizzazione; ché altrimenti il conoscere sarebbe inutile. L’etica infatti, come abbiamo chiarito, è «scienza pratica» e come tale il sapere in essa è finalizzato all’agire; di modo che un conoscere che cos’è il bene che si arresti soltanto a questo livello e non miri anche al suo compimento, non sarebbe pertinente all’etica e ne disattenderebbe la natura pratica.

Questo rilievo porta già implicita in sé la necessaria conseguenza che il sommo bene ricercato dall’etica dev’essere «praktón», vale a dire dev’essere il massimo dei beni che possono essere acquisiti nell’azione ed essere esso stesso oggetto d’azione.

In questo senso esso dovrà essere il sommo bene «dell’uomo»: un bene, anzi, il bene supremo che sia alla sua portata e possa essere da lui effettivamente acquisito e realizzato.

Da qui la critica da parte di Aristotele di quelle posizioni – quali quella pitagorica e, soprattutto, quella platonica – che fanno del bene una determinazione che in nessun modo può essere oggetto d’azione e che, in quanto tale, sfugge alla portata dell’uomo. I Pitagorici, infatti, ponevano il bene tra i principi cosmici, di natura matematica[1], e gli conferivano perciò una portata tale da escludergli una specificità propriamente ed unicamente umana. Pensato infatti nei termini della dottrina pitagorica, il bene è il principio di tutte le cose, laddove – insiste lo Stagirita – il bene che interessa la ricerca etica è il bene umano.

Ancora più radicalmente e più puntualmente la critica aristotelica si rivolge quindi alla concezione platonica del bene, per la quale esso è un’Idea, anzi la suprema Idea, quella che, com’è detto nella Repubblica[2], conferisce per un verso realtà ed intellegibilità alle altre Idee e, per altro verso, intelligenza all’intelletto. Una tale determinazione si connota, in tutta chiarezza, di una portata eminentemente ontologica, e perciò non ha posto in campo etico in quanto non è alla portata dell’uomo. Un bene siffatto non è praktón, anzi, si oppone nella sua stessa struttura costitutiva ad assumere questa valenza; ed è questa la ragione fondamentale per la quale Aristotele lo rigetta[3].

In realtà la critica dello Stagirita è ancora più penetrante e profonda: giacché non si limita a rilevare la non attinenza dell’Idea del bene al discorso morale, ma si impegna altresì a dimostrarne l’assurdità e la non esistenza[4]. Ma, si badi, anche questa dimensione della sua critica ha, in ultima istanza, in questo contesto dell’Etica Nicomachea, uno spessore innanzitutto etico e non ontologico: nel senso che ad Aristotele non interessa tanto appurare una determinazione metafisica in sé e per sé, quanto piuttosto escludere, sulla base della dimostrazione dell’impossibilità metafisica dell’esistenza del bene in sé, che si dia un bene non oggetto d’azione il quale inficerebbe o comunque limiterebbe  la portata della ricerca del bene umano. Ché, se un tale bene sussistesse, trattandosi del «sommo bene», il bene supremo dell’uomo risulterebbe eo ipso sminuito ed inferiore ad esso, e di conseguenza anche la ricerca dell’etica assumerebbe un rilievo del tutto minore. In quest’ottica la dimostrazione dell’inesistenza dell’Idea del Bene, oltre che della sua irrilevanza sul piano morale, si costituisce come il massimo avvaloramento del bene umano, ed assume perciò un rilievo di interesse chiaramente etico, attraverso il rigetto di istanze fortemente limitative di esso.

Ora, Aristotele riconosce che un tale supremo bene dell’uomo è da tutti ammesso essere la felicità. «Sul suo nome» scrive lo Stagirita «vi è pressoché accordo da parte della maggioranza degli uomini: infatti dicono che è la felicità sia il volgo che le persone raffinate, e concepiscono il vivere bene e l’aver successo come identici all’esser felici»[5].

Il procedimento che porta lo Stagirita a quest’ammissione si scandisce in questi termini: innanzitutto egli acquisisce, sulla base di una discussione dialettica, operata in riferimento alla disamina platonica intorno alle arti, che il bene nel campo dell’attività umana è il fine a cui essa tende[6]. Indi argomenta che alcuni fini sono subordinati ad altri e che, là dove questo si verifica, i secondi sono migliori dei primi ed i fini delle arti «architettoniche» sono preferibili ai fini delle arti ad esse subordinate[7]. Ne consegue che quel fine he si voglia di per se stesso e non già in vista di altro sarà il bene supremo[8]. Tale è appunto la felicità, giacché chi l’abbia raggiunta non desidera altro.

Conformemente al metodo dialettico – che […] è il metodo proprio della trattazione etica – Aristotele procede a determinare in che cosa consiste la felicità esaminando le opinioni sostenute a riguardo.

Tali opinioni sono ricondotte entro l’ambito di quelli che nella tradizione greca erano i generi esemplari di vita, indicati per la prima volta, probabilmente, da Pitagora[9] ed ampiamente presenti nel pensiero di Platone[10]: la vita di piacere, la vita attiva e la vita contemplativa.

Pittore di Brygos. Briseide e Fenice. Pittura vascolare dal tondo di una coppa attica a figure rosse, 490 a.C., da Vulci. Musée du Louvre

Pittore di Brygos. Briseide e Fenice. Pittura vascolare dal tondo di una coppa attica a figure rosse, 490 a.C., da Vulci. Musée du Louvre

Nel quadro di essi Aristotele esamina innanzitutto l’opinione di coloro che, prediligendo il primo genere di vita, concepiscono la felicità come piacere e godimento, e ne mostra l’inconsistenza sulla base del rilievo che la felicità, in quanto bene supremo, è anche l’ideale al quale si mira; ma fare del godimento l’ideale dell’esistenza è proprio degli animali e di quegli individui – la massa – che, distanziandosi dal livello umano ed avvicinandosi invece a quello animalesco, hanno modi da schiavi, laddove la felicità è il bene supremo «dell’uomo». Si tratta di un’opinione volgare, anche se pare trovare una sorta di giustificazione nel fatto che molti di coloro che hanno cariche pubbliche e sono in vista, nei loro comportamenti sono dissoluti ed hanno gusti simili a quelli di Sardanapalo[11]. Per essa lo Stagirita manifesta un profondo disprezzo, come esprimente una dimensione non affatto adeguata alla specificità dell’umano.

Strettamente connessa con la vita di piacere e definente con essa il medesimo genere di vita, la tradizione pensava la vita di lucro, che fa dell’accumulare ricchezze l’ideale dell’esistenza. Per individui di questo genere la ricchezza costituisce, appunto, la felicità. Ma a torto, obietta il filosofo: in quanto quest’ultima, mentre la ricchezza ha propriamente un carattere soltanto strumentale, essendo «soltanto una cosa utile ed un mezzo in vista di un altro»[12].

Anche l’opinione di coloro che, essendo amanti della vita attiva e politica, fanno consistere la felicità nell’onore, che è appunto il fine di quella vita, benché di gran lunga superiore alle due precedenti ed in particolare alla prima, non è però soddisfacente. L’onore infatti – dice Aristotele – «risulta essere una cosa più superficiale di quella che cerchiamo»[13], ed in nessun modo può identificarsi con la felicità. Innanzitutto perché questa, in quanto bene supremo, «è qualcosa di personale e di difficilmente perdibile», mentre l’onore è costitutivamente più legato agli altri, «dipendendo più da coloro che onorano che da chi è onorato»[14]. In secondo luogo esso, se costituisce un fine, non costituisce però il fine ultimo, come risulta dal fatto che «gli uomini sembrano perseguire l’onore per avere motivo di credere che essi sono persone dabbene. E di fatto cercano di essere onorati dalle persone sagge e presso coloro dai quali sono conosciuti e per la loro virtù. Dunque è chiaro che almeno secondo questi uomini la virtù è superiore»[15].

Ma neppure la virtù esprime di per sé la felicità, almeno nella dimensione del semplice possesso, potendo essere che chi possiede la virtù patisca mali ed abbia in sorte le sventure più grandi, o resti inattivo[16].

Stele funeraria con rilievo di Artemone. Il defunto e un anziano (forse il padre) si stringono la mano, all’ingresso degli Inferi. Marmo, 350 a.C. ca. München Glyptothek.

Stele funeraria con rilievo di Artemone. Il defunto e un anziano (forse il padre) si stringono la mano, all’ingresso degli Inferi. Marmo, 350 a.C. ca. München Glyptothek.

Dalle considerazioni testé svolte emerge che queste determinazioni esprimono sì una positività e dunque sono sì sceglibili di per se stesse, ma mancano del requisito fondamentale che deve connotare invece la felicità come bene supremo: l’essere sceglibile di per se stessa «in senso assoluto». È chiaro infatti che il bene supremo non è soltanto alcunché di positivo, ossia non è soltanto sceglibile di per se stesso, ma lo è in senso assoluto, cioè come termine ultimo di ogni riferimento, il quale non rinvia a null’altro fuorché a se medesimo. Ora, «l’onore, il piacere, l’intelligenza ed ogni altra virtù li scegliamo sì anche di per se stessi (infatti sceglieremmo ciascuno di essi anche se non ci pervenisse alcun vantaggio), ma li scegliamo anche in vista della felicità, supponendo che mediante essi saremo felici. Invece nessuno sceglie la felicità in vista di questi beni, né, in generale, a motivo di altro»[17].

L’assolutezza della positività definisce la «perfezione», nel senso di totale compiutezza. La felicità è pertanto «il bene perfetto», ed è quest’ulteriore prerogativa (o – se si preferisce – quest’ulteriore dimensione dell’assolutezza) che, mentre qualifica la felicità, segna la sua distanza dalle positività che abbiamo detto. Infatti «ciò che è degno di perseguirsi di per se stesso, diciamo che è più perfetto di ciò che lo è in ragione di altro; e ciò che non è mai sceglibile a motivo di altro diciamo che è più perfetto delle cose che sono sceglibili talvolta per se stesso, talvolta a motivo di quell’altro. E pertanto diciamo che è sceglibile in senso assoluto ciò che è sempre sceglibile di per se stesso e non mai a motivo di altro»[18]. E tale è esattamente la felicità.

Infine Aristotele precisa una terza prerogativa della felicità, anch’essa strettamente connessa con l’assolutezza della sua positività e discriminante la felicità medesima dagli altri beni: l’autosufficienza. «Ciò che è sufficiente in se stesso» precisa lo Stagirita «è ciò che, pur essendo da solo, rende la vita sceglibile e non bisognosa di nulla; ora, una cosa di questo genere noi riteniamo che è la felicità»[19].

La determinazione delle prerogative anzidette immette direttamente nell’individuazione del contenuto positivo della felicità.

In quanto essa comporta «perfezione», vale a dire compiutezza, in tutte le sue dimensioni, ed in quanto è il bene supremo «dell’uomo», la felicità chiama in causa il compimento di ciò che l’uomo è nella sua dimensione più propria, o – più esattamente – di quella che è l’opera propria dell’uomo.

Che una tale opera esista, è perfettamente coerente con la linea teologica che regge tutto il discorso, ed Aristotele ne è assolutamente convinto.

Escluso che quest’opera consista nel semplice fatto di vivere, che è comune anche alle piante e agli animali, e nella vita sensitiva, comune anche agli animali, lo Stagirita l’identifica in un’attività della parte razionale dell’anima, anzi, nell’attività più eccellente di essa. Questa parte infatti è propriamente umana ed esprime la caratteristica peculiare dell’uomo, la sua forma; di modo che la sua attività sarà l’attività propria dell’uomo.

Ora, l’eccellenza di qualcosa è espressa dalla sua virtù. Pertanto la felicità consisterà in «un’attività dell’anima razionale secondo virtù e, se le virtù sono molteplici, secondo la più eccellente e la più perfetta»[20].

Questa è la determinazione essenziale della felicità. Oltre ad essa Aristotele ne precisa altre, alcune delle quali in funzione chiaramente ausiliare e strumentale. Esse fungono altresì da termine di verifica dell’accordo tra la definizione di felicità sopra data e gli éndoxa. Accordo che lo Stagirita accerta innanzitutto con quell’«opinione autorevole» che, distinti i beni in esteriori, del corpo e dell’anima, fa consistere la felicità in questi ultimi, nonché con quella che l’identifica con  la virtù. Con entrambe la definizione data è perfettamente in sintonia, ma in più, rispetto alla seconda, precisa che per la felicità non basta il semplice possesso della virtù, ma ne è richiesto l’uso; ossia che essa non è «disposizione», ma «attività»: attività, appunto, secondo virtù. A questa, dunque, che è la determinazione essenziale della felicità, Aristotele – si diceva – ne aggiunge altre, ed anzitutto che la felicità richiede compiutezza di vita, giacché «un solo giorno né poco tempo non rendono l’uomo neppure beato e felice»[21].

Busto di un filosofo. Bronzo, I secolo a.C. ca. dalla Villa dei Papiri, Ercolano. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Busto di un filosofo. Bronzo, I secolo a.C. ca. dalla Villa dei Papiri, Ercolano. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

In secondo luogo esige piacevolezza: dimensione, questa, che, per così dire, non si aggiunge all’agire secondo virtù, ma gli è intrinseca, in quanto «per ciascuno è piacevole ciò in relazione a cui si dice che è amante di tale cosa: ad esempio il cavallo per chi ama i cavalli, uno spettacolo teatrale per chi ama gli spettacoli teatrali»[22], e chi è virtuoso ama agire secondo la virtù. Per questo «ciò che è giusto è piacevole per chi ama la giustizia, e in generale ciò che è secondo virtù è piacevole per chi è amante della virtù»[23].

Non soltanto, ma la virtù p cosa «per se stessa» piacevole, oltre ad esserlo per chi è amante di essa; e nell’agire secondo virtù consiste la felicità. Mentre pertanto per i virtuosi non vi è conflitto tra le cose che sono piacevoli e quelle che lo sono per loro, giacché per costoro sono piacevoli le cose che sono tali per se stesse, è chiaro altresì che la felicità, in quanto è il bene supremo ed è il bene più bello, è eo ipso anche il bene più piacevole, e queste determinazioni in essa non sono separate, ma costitutivamente connesse, in un rapporto solidale per essenza.

Da ultimo lo Stagirita precisa che alla realizzazione della felicità concorrono anche i beni esteriori, giacché «è impossibile e difficile compiere le cose belle quando si è sprovvisti di mezzi. Ché molte cose sono compiute, come mediante strumenti, per mezzo di amici e delle ricchezze e della potenza politica. E d’altro canto gli uomini, se sono privi di alcuni beni, intaccano il loro esser felici, ad esempio se sono privi di una nobile nascita, di una buona figliolanza, della bellezza. Infatti non è del tutto rivolto alla felicità chi è brutto di aspetto e d’oscura origine o solo e senza figli; e senza dubbio lo è ancor di meno se ha dei figli o degli amici del tutto cattivi, o se, essendo buoni, gli muoiono»[24].

Si tratta, com’è detto in tutta chiarezza, di condizioni strumentali, utili, anzi necessarie per compiere atti di virtù, e sotto questo aspetto concorrenti a definire la felicità; ma non già a definire l’essenza, che resta invece determinata dall’essere essa attività della parte razionale dell’anima secondo virtù.

Note

[1] Cfr. Metaf. I, 5, 986 b 26.

[2] Cfr. Resp. VI, 508 A sgg.

[3] Cfr. Eth. Nic. I 4.

[4] Cfr. Ibid.

[5] Eth. Nic. I 2, 1095 a 18 sgg.

[6] Cfr. Eth. Nic. I 1, 1094 a 1-3: «Ogni altra arte ed ogni ricerca scientifica e similmente ogni azione ed ogni scelta deliberata tende – tutti ne convengono – ad un qualche bene; perciò a giusta ragione si è dichiarato che il bene è ciò a cui tutte le cose tendono».

[7] Eth. Nic. I 1, 1094 a 10 sgg.

[8] Ibid., 1094 a 18 sgg.

[9] Cfr. J. Burnet, Early Greek Philosophy, London 1892, par. 45.

[10] Cfr. ad es. Resp. IX, 580 C sgg.

[11] Eth. Nic. I 3, 1095 b 15 sgg.

[12] Ibid., 1096 a 7.

[13] Ibid., 1095 b 23.

[14] Ibid.

[15] Ibid., 1095 b 25 sgg.

[16] Ibid., 1095 b 30 sgg.

[17] Eth. Nic. I 5, 1097 a 1 sgg.

[18] Eth. Nic. I 5, 1096 b 31 sgg.

[19] Ibid., 1097 a 13 sgg.

[20] Eth. Nic. I 6, 1098 a 16-17.

[21] Ibid., 1098 a 18.

[22] Eth. Nic. I 8, 1099 a 8 sgg.

[23] Ibid.

[24] Eth. Nic. I 9, 1099 b 1 sgg.

La posizione dell’etica nel sistema aristotelico delle scienze

Aristotele. Etica Nicomachea (a cura di M. Zanatta), Introduzione, cap. I, Milano 201211, pp. 5-10.

 

1.L’etica come «scienza pratica»

 

Lisippo (attribuito), Testa di Aristotele. Copia romana del I-II secolo d.C. da un originale greco in bronzo del IV secolo a.C. Musée du Louvre.

Lisippo (attribuito), Testa di Aristotele. Copia romana del I-II secolo d.C. da un originale greco in bronzo del IV secolo a.C. Musée du Louvre.

Nella classificazione aristotelica del sapere[1] l’etica figura come «scienza pratica». In quanto «scienza» essa esprime un sapere causale, essendo esattamente questa la caratteristica della scienza. Com’è infatti esplicitamente dichiarato negli Analitici Posteriori, si ha scienza «quando si conosce la causa per la quale una cosa è, e che proprio di tale cosa è causa»[2]. In quanto «pratica» essa rivolge il sapere, vale a dire la conoscenza delle cause, non già alla pura contemplazione (tali, appunto, le scienze teoretiche: matematica, fisica e filosofia prima), né alla produzione (poíēsis – tali le scienze «poietiche», vale a dire le arti), ma alla prassi, cioè all’azione.

È opportuno caratterizzare un po’ più dettagliatamente queste istanze ed avviare dalle relative riflessioni le mosse del discorso che intende esplicitare la natura del sapere etico.

Conformemente all’impostazione realistica della sua gnoseologia[3], per Aristotele la specificità del tipo di sapere espresso da una scienza si definisce fondamentalmente in relazione all’oggetto che quella scienza studia. L’istanza si regge sul presupposto che realtà la cui definizione è diversa, essendo qualitativamente diverse, sono studiate da scienze diverse, dal momento che la scienza ha espressamente ad oggetto determinazioni qualitative del reale e mira alla conoscenza dell’essenza. Presupposto, in tutta chiarezza, di natura metafisica, sulla base del quale vengono esclusi dall’indagine scientifica in quanto tale gli aspetti quantitativi: quegli aspetti che, potendo essere i medesimi anche in realtà essenzialmente diverse, si offrirebbero  ad un tipo di conoscenza che sorvoli sulle differenze di qualità ed accomuni nel medesimo campo d’indagine realtà la cui essenza è diversa; superando così quell’impianto epistemologico per il quale ogni scienza, essendo conoscenza di essenze, ha un suo oggetto proprio, vale a dire un ambito ben definito della realtà come suo dominio.

Dire che per Aristotele la natura di ogni scienza è fondamentalmente definita dall’oggetto che essa studia, non significa che lo Stagirita nel caratterizzare il sapere tralascia di considerare quelle che potrebbero dirsi le «condizioni soggettive» del sapere stesso. Anzi, in alcuni casi – com’è per l’appunto quello dell’etica; lo vedremo ben presto – esse rivestono un’importanza decisiva in ordine non soltanto all’acquisizione della scienza, ma altresì alla qualificazione stessa della sua natura: nella misura in cui la precisazione delle qualità che si devono possedere e con le quali ci si deve disporre per poter acquisire una scienza, denota indubbiamente un requisito della scienza stessa, dunque una sua prerogativa. Ma si tratta di una prerogativa che alla scienza non appartiene «di per sé», bensì per la mediazione della disposizione del soggetto che l’acquisisce, di modo che la caratterizzazione che essa conferisce al tipo di sapere è sì reale, ma non fondamentale e primaria. Anche in quest’aspetto non è difficile riscontrare la presenza di un’istanza metafisica: non soltanto nel senso della primalità dell’oggetto e delle sue determinazioni nel processo conoscitivo, ma altresì nel senso che, in virtù di questa primalità, l’oggetto si presenta come in sé e per sé definito, indipendentemente ed anteriormente al rapporto conoscitivo con il soggetto, e si manifesta in questo come sostanza, in riferimento alla quale si struttura la conoscenza nelle sue determinazioni e nei suoi caratteri. Esattamente il contrario dell’istanza moderna, paradigmaticamente espressa dalla «rivoluzione copernicana» della Critica della Ragion Pura di Kant, in seguito alla quale l’oggetto non è un in sé, ma una costruzione del soggetto, il quale ordina secondo strutture a priori un caos di modificazioni empiriche.

Un esempio particolarmente eloquente di quanto abbiano detto è offerto dalle motivazioni che Aristotele adduce a sostegno dell’istanza che la filosofia prima è scienza divina. «Una scienza» precisa lo Stagirita «può essere divina solo in questi due sensi: o perché essa è scienza che il Dio possiede in grado supremo, o, anche, perché essa ha come oggetto le realtà divine. Ora, soltanto la sapienza possiede ambedue questi caratteri: infatti, è convinzione a tutti comune che Dio sia una causa e un principio e, anche, che il Dio, o esclusivamente o in grado supremo, abbia questo tipo di scienza»[4]. La sapienza, asserisce la tesi del libro I della Metafisica, è scienza delle cause e dei principi primi. Ma il Dio, il Motore Immobile, è causa e principio primo. La filosofia prima – la sapienza – ha dunque per oggetto il Dio e per questo è divina: perché, appunto, tale è il suo oggetto. Ma d’altro canto un sapere che conosce la ragione suprema del tutto – tale la portata della causa prima – e che per questo è «perfetto», vale a dire tocca la compiutezza, non può che essere posseduto da un essere perfetto: soltanto questo ente, infatti, adegua con la sua natura la natura di quella conoscenza ed è costitutivamente in grado di accogliere nella compiutezza della sua realtà un conoscere che sa compiutamente il tutto. Il che significa che la condizione per poter possedere – o, meglio, per poter possedere in modo del tutto e per tutto adeguato, dunque in modo supremo – la sapienza è quella perfezione che è propria del Dio, e per questo la sapienza è divina.

Nel libro XII della Metafisica Aristotele ribadisce paradigmaticamente l’istanza asserendo che quell’attività contemplativa della quale l’uomo partecipa imperfettamente per un tempo limitato, definisce invece la condizione e l’esistenza stessa del Motore Immobile[5]; e nel libro X dell’Etica Nicomachea lo Stagirita afferma che in tanto all’uomo è dato di partecipare in qualche modo dell’attività contemplativa che è propria del Dio, in quanto in lui alberga il noûs, che è elemento divino[6].

Queste precisazioni, specificate più dettagliatamente dall’esempio qui sopra analizzato, comportano che l’individuazione di quel tipo di sapere che è l’etica richiede necessariamente che se ne precisi l’oggetto e se ne indichino le «condizioni soggettive».

Quale sia il genere di realtà che riguarda l’etica, Aristotele precisa nel VI libro dell’Etica Nicomachea. Vi sono delle realtà che «non possono essere diversamente da quelle che sono»[7], la cui modalità di esistenza è la necessità[8]; il loro stesso essere è causato da necessità (la necessità assoluta, distinta dallo Stagirita dalla necessità ipotetica, che costituisce invece il regno della phýsis), giacché sono o divengono secondo scansioni costanti. Comprese in questo genere di realtà sono innanzitutto il Motore Immobile, indi gli astri, in terzo luogo i fenomeni costanti, quali il levarsi ed il tramontare del Sole e delle stelle, i solstizi, gli equinozi, ecc. Questo genere di realtà non attiene, in tutta chiarezza, all’etica, in quanto non è oggetto di azione e non ammette alcuna possibilità di operare: istanze, queste, che definiscono invece il dominio della moralità.

L’etica ha invece per oggetto «realtà che possono essere diversamente da quello che sono»[9], la cui modalità di esistenza non è la necessità (la necessità assoluta), bensì la contingenza e possono «sia essere che non essere»[10]. Lo Stagirita annovera in questo genere di realtà gli enti naturali (tà katà phýsin), gli enti che sono oggetto di produzione (tà poiētiká) e quelli che sono oggetto di azione (tà praktá)[11]. I primi costituiscono il regno della natura, che è altresì la loro causa, e sono appunto soggetti a «necessità ipotetica»; i secondi rientrano nel dominio della produzione e dell’arte, che ne è la causa. Né gli uni né gli altri riguardano l’etica, che concerne invece il terzo genere di enti, quelli che sono oggetto d’azione e sono realizzati nella prassi.

Sia l’azione che la produzione implicano un sapere, ed in entrambi i casi il sapere non è fine a se stesso, ma è finalizzato al fare. Ancora, sia il fare della produzione che quello dell’azione hanno il loro principio nel soggetto che opera, ma il primo tende ad un fine estrinseco all’agente e da lui separato – la produzione, appunto, dell’oggetto –, laddove il fine dell’agire è intrinseco ed indistinguibile dall’agente, e l’azione è perciò atto autotelico[12].

Ecco dunque precisarsi dal punto di vista oggettivo la natura dell’etica come «scienza pratica», accanto alle scienze poietiche, che attengono alla produzione, ed alle scienze teoretiche, che concernono il puro contemplare. «Scienza» in quanto, appunto, essa implica un sapere, e «pratica» in quanto tale sapere ha per fine l’agire. In questo senso l’etica è «scienza dell’agire». Questo infatti, come abbiamo detto, comporta un sapere, giacché per operare è necessario conoscere quel che si vuole raggiungere; ma si tratta di un sapere che spinge all’azione, dunque di un sapere pratico.

E poiché la scienza per Aristotele è costitutivamente un sapere causale, l’etica studia le determinazioni in virtù delle quali l’azione si produce.

Questa caratterizzazione dell’etica non è però sufficiente ed esige ulteriori precisazioni. Dire infatti che essa studia le determinazioni in virtù delle quali si produce l’azione, potrebbe dar luogo all’equivoco di credere che l’etica per Aristotele sia di natura descrittiva, nel senso che si limiti a spiegare quali sono i fattori che intervengono nell’azione e ad indicare il loro apporto in ordine alla produzione dell’azione medesima, laddove è risaputo – e comunque corrisponde ad una precisa istanza del pensiero di Aristotele – che nel discorso morale interviene, ed in modo massiccio e decisivo, la dimensione normativa, in virtù della quale si pone una discriminante assiologica nell’agire e l’etica non si limita a spiegare come si produce l’azione, ma dice necessariamente  qual è l’azione moralmente positiva e quali sono i fattori  che concorrono al suo effettuarsi. Vedremo a suo tempo in che termini si calibra il discorso aristotelico a riguardo, ma già fin d’ora – in sede di qualificazione dell’etica come scienza pratica – va detto che la dimensione deontologica e normativa non si aggiunge al discorso «causale» sul prodursi dell’azione morale, ma scaturisce da esso e si pone come il momento della compiutezza e della perfezione stessa dell’atto. Ché l’atto sarà adeguato a sé medesimo, vale a dire alla natura ed alla finalità delle determinazioni che lo pongono, se nel suo esplicarsi porta a realizzazione la natura e la finalità di quelle determinazioni stesse. In questa realizzazione consiste propriamente il momento eticamente positivo dell’atto, vale a dire la sua «bontà». L’etica dunque, come «scienza pratica», ha da studiare le determinazioni in virtù delle quali l’azione si produce nella piena esplicazione di quelle determinazioni stesse, vale a dire in modo tale da realizzare nella loro specifica natura e funzione le determinazioni dalle quali procede.

E poiché queste determinazioni sono facoltà umane, ne consegue che la positività morale dell’atto nasce dalla sua capacità di realizzare la natura e la funzione dell’uomo, e l’etica si specifica esattamente quella «scienza», vale a dire quel sapere causale, che indica e pone in atto quelle determinazioni in virtù delle quali l’uomo nell’agire realizza la sua natura e la sua finalità. O – il che è lo stesso – si pone come la conoscenza delle determinazioni conformemente alle quali l’uomo agisce in modo da realizzare la sua natura.

 

 

Bassorilievo con l'assemblea degli dèi. Marmo, 530-525 a.C. ca. dal Tesoro dei Sifni. Museo Archeologico di Delfi.

Bassorilievo con l’assemblea degli dèi. Marmo, 530-525 a.C. ca. dal Tesoro dei Sifni. Museo Archeologico di Delfi.

2.Etica e politica

 

Nell’ambito delle scienze pratiche Aristotele annovera anche la politica e a più riprese nel corso della trattazione dell’Etica Nicomachea afferma che l’etica stessa convergenza in essa. Il punto è di estrema importanza e merita di essere ben sottolineato.

In I 1 lo Stagirita, dopo aver asserito che è il bene umano supremo, il quale costituisce l’oggetto dello studio dell’etica, è il fine «che vogliamo di per se stesso»[13], mentre «le altre cose vogliamo a causa di questo», così argomenta:

Tutti converranno che esso è oggetto della scienza più direttiva e architettonica al sommo grado, e tale è la politica. Questa infatti dispone quali scienze sono necessarie nella città e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere e fino a che punto. E vediamo che anche le più stimate delle potenze le sono subordinate, ad esempio la strategia, l’economia, la retorica. E poiché la politica si serve delle altre scienze pratiche ed inoltre è legislatrice di che cosa bisogna fare e da quelli delle altre scienze. Di conseguenza, sarà il bene propriamente umano[14].

L’oggetto dell’etica – il bene propriamente umano, vale a dire quel fine delle cose che sono oggetto d’azione che vogliamo di per se stesso – coincide dunque con l’oggetto della politica. Di modo che la trattazione stessa dell’etica può dirsi una «trattazione di politica» («A queste cose» scrive espressamente Aristotele «tende dunque la trattazione, che è una trattazione di politica»[15]). Infatti precisa lo Stagirita:

Il bene è amabile anche nella dimensione dell’individuo singolo, ma è più bello e più divino quando concerne un popolo o delle città[16].

Queste istanze hanno dato luogo ad esegesi diverse. Da una parte infatti si è interpretata questa convergenza di etica e di politica come una vera e propria subordinazione della prima alla seconda, nel senso che il fine dell’etica, cioè il bene dell’individuo, non soltanto converge, ma è finalizzato al bene dello Stato, e quindi è subordinato ad esso. È per esempio l’esegesi di Aspasio.

Ma dal confronto con altri passi una tale calibrazione della «convergenza» dell’etica con la politica appare non soddisfacente. In VII 12 si dice ad esempio:

Studiare il piacere e il dolore compete a chi tratta filosoficamente la politica. Questi infatti è architetto del fine, volgendo lo sguardo sul quale diciamo di ogni cosa che è un bene o un male in senso assoluto[17].

Non è dunque al politico nel senso corrente del termine, vale a dire a chi gestisce gli affari della città nell’uso e nella pratica corrente dell’azione politica, che compete di pronunciarsi sul valore morale del piacere, ma a chi si occupa «filosoficamente» di politica. La politica tout court va perciò distinta da un’altra forma di politica: una forma che non ha di mira la prassi nella sua dinamica effettuale, bensì la determinazione del fine, vale a dire del bene supremo dell’uomo, in riferimento al quale si specifica il valore morale di ogni azione. Ed in questo senso essa è «architettonica», vale a dire «direttiva», rispetto ad ogni altra disciplina che si occupa delle cose dell’uomo. Ora, lo studio del bene umano supremo, vale a dire del fine ultimo realizzabile dall’uomo, costituisce il compito e l’oggetto dell’etica. Ecco allora che l’etica stessa coincide con quella forma di «politica studiata filosoficamente», distinta dalla politica simpliciter: in modo tale che, mentre per un verso si autentica la distinzione dei due piani o livelli della politica, si mostra per l’altro l’inadeguatezza di pensare ad una subordinazione dell’etica ad una disciplina superiore. Ed in questo senso si chiarisce la portata della «convergenza» di cui abbiamo detto. A riguardo si sono espressi molto opportunamente Gauthier e Jolif: «All’interno della stessa vera politica[18] Aristotele (…) ha distinto due piani: quello della scienza universale e quello della pratica corrente. Sul piano della scienza universale si colloca la politica architettonica che è la nomotetica, la cui funzione è di fissare le norme generali delle azioni e il fine da raggiungere; sul piano della pratica corrente si collocano la politica nel senso usuale del termine, il cui oggetto è il governo quotidiano della città, l’economia domestica, il cui oggetto è il governo di se stessi. Non vi è dubbio che, nel quadro di questa divisione del sapere pratico, è la politica architettonica, vale a dire la nomotetica, che Aristotele intende identificare con la morale. Ma Aristotele si è mantenuto saldo a questa concezione? Si rileverà che essa rende malamente conto della distinzione tra la morale e la politica che da questo momento egli professa, giacché la politica è, essa stessa, una nomotetica piuttosto che un’arte della pratica politica. L’ultimo capitolo dell’Etica Nicomachea sembra invitarci ad una soluzione più soddisfacente: mentre l’etica, fissando il bene supremo che costituisce il fine dell’uomo, stabilisce la legge morale, la politica fa di questa legge morale una legge dello Stato. Esso le assicura la forza di coercizione che le è necessaria. La nomotetica stessa si divide dunque in due parti ben distinte: che corrispondono esattamente a quelle che sono l’etica e la politica aristoteliche»[19]. E sulla base di questa distinzione gli studiosi possono ulteriormente precisare la natura del rapporto tra l’etica e la politica in Aristotele chiarendo il senso del rapporto che intercorre tra il bene dell’individuo e quello dello Stato. «L’oggetto della morale» essi scrivono «è il bene supremo dell’individuo; ma, ancorché essa possa, a rigor di termini, accontentarsi di assicurare questo bene ad un solo individuo, preferirà evidentemente assicurarlo a tutti gli individui. Ora, la città non ha altro fine che il bene dell’individuo, o, più esattamente – ma questo non fa nessuna differenza – che la somma dei beni individuali. Dunque la morale, per il fatto stesso che determina il bene dell’individuo, è la politica nel senso forte del termine, la politica architettonica che detta alla città il suo fine. In altri termini: la vera politica è la morale»[20].

Queste istanze permettono di asserire che il rapporto tra etica e politica non si configura affatto nei termini di una «subordinazione» della prima alla seconda, ma, tutt’al contrario, nei termini di una puntualizzazione da parte della seconda del fine che la prima ha da perseguire, così come – rilevano Gauthier e Jolif[21] – ben lungi dal «subordinare l’individuo alla società», Aristotele subordina invece «la società all’individuo, i cui fini questa persegue». L’autore dei Magna Moralia ha ben colto il punto scrivendo che l’etica è méros kaì archḗ tēs politikḗs[22], dove kaì costituisce un’endiadi e l’espressione indica che l’etica è «la parte principale della politica». «Parte» perché, come abbiamo visto, l’etica non esaurisce la nomotetica, vale a dire la politica in senso vero, come scienza architettonica, ma ne specifica un ambito. Ma d’altro canto ne è la parte «fondamentale», perché è quella nella quale si determina il fine da realizzare.

***

Note

[1] Cfr. Metaf. VI 1, 1025 b 3 sgg.

[2] Anal. Post. I 2, 71 b 9-12.

[3] A riguardo si veda ad es. V. La Via, Il problema della formazione della filosofia e l’oggettivismo antico, Roma 1940.

[4] Metaf. I 2, 983 a 5 sgg.: τοιαύτη δὲ διχῶς ἂν εἴη μόνη· ἥν τε γὰρ μάλιστ᾽ἂν ὁ θεὸς ἔχοι, θεία τῶν ἐπιστημῶν ἐστί, κἂν εἴ τις τῶν θείων εἴη. μόνη δ᾽ αὕτη τούτων ἀμφοτέρων τετύχηκεν· ὅ τε γὰρ θεὸς δοκεῖ τῶν αἰτίων πᾶσιν εἶναι καὶ ἀρχή τις, καὶ τὴν τοιαύτην ἢ μόνος ἢ μάλιστ᾽ἂν ἔχοι ὁ θεός.

[5] Cfr. Metaf. XII 7, 1072 b 14-18: ἐκ τοιαύτης ἄρα ἀρχῆς ἤρτηται ὁ οὐρανὸς καὶ ἡ φύσις. διαγωγὴ δ᾽ἐστὶν οἵα ἡ ἀρίστη μικρὸν χρόνον ἡμῖν οὕτω γὰρ ἀεὶ ἐκεῖνο· ἡμῖν μὲν γὰρ ἀδύνατον, ἐπεὶ καὶ ἡδονὴ ἡ ἐνέργεια τούτου  καὶ διὰ τοῦτο ἐγρήγορσις αἴσθησις νόησις ἥδιστον, ἐλπίδες δὲ καὶ μνῆμαι διὰ ταῦτα.

«Da un tale Principio, dunque, dipendono il cielo e la natura. Ed il suo modo di vivere è il più eccellente: è quel modo di vivere che a noi è concesso solo per breve tempo. E in quello stato Egli è sempre. A noi questo è impossibile, ma a Lui non è impossibile, poiché l’atto del suo vivere è piacere. E anche per noi veglia, sensazione e conoscenza sono in sommo grado piacevoli, proprio perché sono atto, e, in virtù di questi, anche speranze e ricordi» – trad. it. G. Reale.

[6] Cfr. Eth. Nic. X 7, 1177 b 26 sgg.: οὐ γὰρ ᾗ ἄνθρωπός ἐστιν οὕτω βιώσεται, ἀλλ᾽ ᾗ θεῖόν τι ἐν αὐτῷ ὑπάρχει· ὅσον δὲ διαφέρει τοῦτο τοῦ συνθέτου, τοσοῦτον καὶ ἡ ἐνέργεια τῆς κατὰ τὴν ἄλλην ἀρετήν. εἰ δὴ θεῖον ὁ νοῦς πρὸς τὸν ἄνθρωπον, καὶ ὁ κατὰ τοῦτον βίος θεῖος πρὸς τὸν ἀνθρώπινον βίον.

«Infatti non è in quanto è uomo che vivrà in questo modo, ma in quanto in lui è presente qualcosa di divino. E di quanto questo eccelle sul composto, di tanto anche la sua attività eccelle su quella secondo l’altra specie di virtù. Di conseguenza, se l’intelletto è una cosa divina rispetto all’uomo, anche la vita secondo l’intelletto sarà divina rispetto alla vita dell’uomo» – tr. it. M. Zanatta.

[7] Eth. Nic. VI, 1139 b 20: πάντες γὰρ ὑπολαμβάνομεν, ὃ ἐπιστάμεθα, μηδ᾽ ἐνδέχεσθαι ἄλλως ἔχειν· τὰ δ᾽ ἐνδεχόμενα ἄλλως, ὅταν ἔξω τοῦ θεωρεῖν γένηται, λανθάνει εἰ ἔστιν ἢ μή. ἐξ ἀνάγκης ἄρα ἐστὶ τὸ ἐπιστητόν. ἀίδιον ἄρα· τὰ γὰρ ἐξ ἀνάγκης ὄντα ἁπλῶς πάντα ἀίδια, τὰ δ᾽ ἀίδια ἀγένητα καὶ ἄφθαρτα.

«Tutti ammettiamo che ciò che conosciamo per scienza non può essere diversamente da quello che è. Invece le cose che possono essere altrimenti da quel che sono, una volta uscite dalla conoscenza non sappiamo se esistono o no. Pertanto ciò che è oggetto di scienza esiste necessariamente. Di conseguenza è eterno: infatti, gli enti che sono di necessità assoluta sono tutti eterni, e gli enti eterni sono ingenerati e incorruttibili» – tr. it. M. Zanatta.

[8] Cfr. Ibid., 1139 b 23.

[9] Eth. Nic. VI, 1140 a 1: τοῦ δ᾽ ἐνδεχομένου ἄλλως ἔχειν ἔστι τι καὶ ποιητὸν καὶ πρακτόν.

«Ciò che invece può essere altrimenti da quello che è, è oggetto tanto della produzione che dell’azione» – tr. it. M. Zanatta.

[10] Ibid., 1140 a 13: τι […] καὶ εἶναι καὶ μὴ εἶναι.

[11] Cfr. Ibid., 1140 a 2.

[12] Sulla differenza tra azione e produzione cfr. Eth. Nic. VI, 4.

[13] Eth. Nic. I 1, 1094 a 17 sgg: ὃ δι᾽αὑτὸ βουλόμεθα.

[14] Eth. Nic. I 1, 1094 a 27 sgg: δόξειε δ᾽ ἂν τῆς κυριωτάτης καὶ μάλιστα ἀρχιτεκτονικῆς. τοιαύτη δ᾽ ἡ πολιτικὴ φαίνεται· τίνας γὰρ εἶναι χρεὼν τῶν ἐπιστημῶν ἐν ταῖς πόλεσι, καὶ ποίας ἑκάστους μανθάνειν καὶ μέχρι τίνος, αὕτη διατάσσει· ὁρῶμεν δὲ καὶ τὰς ἐντιμοτάτας τῶν δυνάμεων ὑπὸ ταύτην οὔσας, οἷον στρατηγικὴν οἰκονομικὴν ῥητορικήν: χρωμένης δὲ ταύτης ταῖς λοιπαῖς πρακτικαῖς τῶν ἐπιστημῶν, ἔτι δὲ νομοθετούσης τί δεῖ πράττειν καὶ τίνων ἀπέχεσθαι, τὸ ταύτης τέλος περιέχοι ἂν τὰ τῶν ἄλλων, ὥστε τοῦτ᾽ ἂν εἴη τἀνθρώπινον ἀγαθόν.

[15] Ibid., 1094 b 11: ἡ μὲν οὖν μέθοδος τούτων ἐφίεται, πολιτική τις οὖσα.

[16] Ibid., 1094 b 10: ἀγαπητὸν μὲν γὰρ καὶ ἑνὶ μόνῳ, κάλλιον δὲ καὶ θειότερον ἔθνει καὶ πόλεσιν.

[17] Eth. Nic. VII 12, 1152 b 1-3: περὶ δὲ ἡδονῆς καὶ λύπης θεωρῆσαι τοῦ τὴν πολιτικὴν φιλοσοφοῦντος· οὗτος γὰρ τοῦ τέλους ἀρχιτέκτων, πρὸς ὃ βλέποντες ἕκαστον τὸ μὲν κακὸν τὸ δ᾽ ἀγαθὸν ἁπλῶς λέγομεν.

[18] Ossia della politica in senso architettonico.

[19] R.-A. Gauthier – J.Y. Jolif, Aristote. L’Éthique à Nicomaque, II, 1, Paris-Louvain 1970, p. 11.

[20] Ibid.

[21] Ibid.

[22] Magna Moralia I 1, 1181 b 3.

Aristotele e la bioetica

di F. Pascual, Aristotele e la bioetica, Alpha Omega 10 (2007), 423-452 (cit. passim).

 

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene. Dettaglio - Aristotele con il volume dell''Etica'. Affresco, 1509-1510. Città del Vaticano, Stanza della Signatura, Palazzi Apostolici.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene. Dettaglio – Aristotele con il volume dell”Etica’. Affresco, 1509-1510. Città del Vaticano, Stanza della Signatura, Palazzi Apostolici.

[…] È importante aver presente che la biologia aristotelica si trova in stretto rapporto con la sua teoria sulle quattro cause (materiale, formale, efficiente, finale). Speciale rilevanza ha l’idea di finalità nei viventi, sottolineata continuamente negli scritti di Aristotele e contrapposta all’idea di casualità propria delle teorie meccanicistiche del suo tempo[1]. Per Aristotele, la natura non fa niente invano, ma tutto è orientato alla ricerca del meglio (nella misura del possibile). Questa idea diventa una costante della biologia aristotelica[2], e ci fa capire il rapporto che esiste fra organo e funzione: una funzione (una certa capacità operativa e integrata nell’insieme del vivente secondo le necessità vitali) non esiste perché un vivente ha un determinato organo, ma l’organo esiste perché un vivente ha la necessità di avere tale funzione[3].

L’uomo, un vivente speciale
In questa cornice possiamo collocare la visione aristotelica sull’uomo, un essere speciale perché, oltre al fatto di avere le caratteristiche dei viventi dotati di sensibilità e locomozione (è, a pieno diritto, un animale), possiede anche una dimensione tutta particolare, dovuta al suo intelletto (noûs), che gli permette certe attività (intellettive, volitive) che non dipendono in tutto dalla corporeità. Sull’anima indica, già dall’inizio del testo, che lo studio dell’anima potrebbe non essere competenza esclusiva del fisico (cioè, di chi studia le realtà non separate dalla materia e soggette così alla generazione e alla corruzione), ma forse anche del «metafisico»[4], se rimane provato che ci siano atti dell’uomo dovuti all’anima senza dipendere dal corpo[5]. Quelle parti o dimensioni dell’anima umana che dipendono da organi corporali periscono con essi, ma la parte dell’anima che non dipende dalla corporeità sarebbe immortale[6]. Lo studio di tale dimensione viene sviluppato specialmente nel libro III di Sull’anima, e così risulta legittimo considerare l’uomo come un vivente speciale, in quanto il suo intelletto (almeno l’intelletto attivo), il noûs, non dipende totalmente dalla materia. Questa sua proprietà spiega pure perché tale intelletto sia immortale e, allo stesso tempo, non possa essere trasmesso in modo ordinario, come si riceve il patrimonio corporale attraverso la riproduzione, ma viene ricevuto dall’esterno[7].
L’uomo, dunque, in quanto animale nel quale è presente un intelletto che lo fa speciale, è un essere dotato di razionalità, capace di svolgere un’attività teoretica; è un essere divino, molto superiore agli animali[8]. Grazie alla sua ragione l’uomo può essere educato nelle diverse dimensioni della sua anima. Infatti, una parte della sua anima irrazionale è in grado di ascoltare e di rispettare certe regole che gli vengono tramite la parte razionale, il che spiega l’educazione morale e la possibilità di sviluppare le virtù etiche[9], mentre un’altra parte dell’anima irrazionale non è controllabile, cioè è pienamente irrazionale, e potremmo chiamarla «vegetativa» in quanto regola la nutrizione e la crescita[10]. L’etica perfino ha un ruolo essenziale nella conservazione della vita e della salute umana, grazie a questo rapporto fra l’anima razionale e quella parte dell’anima irrazionale aperta alla ragione.
Tutti gli sforzi umani orientati a raggiungere il miglior stile di vita non sono in grado d’impedire l’arrivo della vecchiaia e del momento fatale della fine del percorso temporale. L’invecchiare e il morire sono, dunque, due affezioni involontarie (non scelte e, normalmente, nemmeno volute) che appartengono in modo essenziale alla nostra condizione naturale[11].
Occorre aggiungere una parola sulla diversità degli esseri umani. Secondo Aristotele, non tutti gli esseri umani sono «uguali». La differenza più rilevante consiste nell’essere in grado o meno di esercitare le attività razionali. Sotto questo profilo, per esempio, il bambino si troverebbe in una condizione di una certa «inferiorità», sottomesso alle decisioni di chi ne è tutore fintanto che viva secondo gli impulsi e non sia in grado di agire secondo ragione[12]. Qualcosa di simile si può dire sullo schiavo: benché partecipi della ragione, non la «possiede» in modo proprio, e sarebbe naturalmente orientato a vivere sottomesso ad altri[13].
Più complesso è il tema della differenza e complementarietà fra l’uomo (il maschio) e la donna. La differenza sessuale risulta centrale per poter permettere la riproduzione (come abbiamo già detto, il vivente cerca di lasciare nel mondo qualcuno simile a sé), e così si spiega che i due sessi non possono vivere separati fra di loro[14]. Ma la diversità sessuale non origina una diversità di specie: uomo e donna sono della stessa specie[15].
Sussistono, comunque, differenze che spiegano l’esistenza di un rapporto diverso fra l’uomo e la donna, ma un rapporto che si colloca nella prospettiva della vita domestica e che risulta simile al rapporto del governante con i governati. Questo implica accettare la dignità della donna ma, allo stesso tempo, «difendere» la sua situazione di obbedienza nei confronti del marito[16].
In altre parole, e contro un modo d’interpretare Aristotele distorto, la donna e lo schiavo non sono esseri sotto-umani, perché entrambi hanno la ragione (benché non la «possiedano»), e sotto questo profilo sono «identici» agli uomini; ma da un punto di vista «sociologico» e fisiologico sono diversi, in quanto che per la situazione concreta e per alcune caratteristiche fisiche (non spirituali) sono stati situati in una condizione che Aristotele (in modo sbagliato, secondo noi), considera d’inferiorità nei confronti degli uomini liberi. Ma esistono dei testi dove si mostra l’idea di uguaglianza (o quasi) fra uomo e donna, specialmente nell’Etica nicomachea. In questa opera si afferma, per esempio, che la vera giustizia domestica si ha soprattutto fra uomo e donna, più che verso il figlio e gli schiavi[17]; e si afferma pure che il rapporto fra uomo e donna è fondato non solo sulla procreazione, ma va oltre essa e porta verso l’aiuto vicendevole, producendo sia piacere che utilità, e perfino in esso può esserci qualcosa di simile all’amicizia fondata sulla virtù (la quale esige, secondo lo Stagirita, un rapporto paritario)[18].
Rimangono, tuttavia, alcuni testi delle opere biologiche dove si parla della donna come risultato di una certa «deviazione» riproduttiva nei confronti dell’uomo (che sarebbe l’essere umano in senso pieno), ma una deviazione necessaria, in quanto che senza di essa non potrebbe esserci riproduzione né continuità del genere umano[19]. In altre formule non molto felici, Aristotele parla della donna come se fosse un «maschio sterile», oppure un «maschio mutilato»[20], per il fatto di non poter produrre uno sperma maturo, ma solo uno sperma impuro (al quale manca il principio dell’anima), oppure una deviazione nella natura[21]. In questa visione, per quanto riguarda la riproduzione il maschio sarebbe superiore e migliore, perché è lui causa del movimento, mentre la femmina sarebbe soltanto come la materia[22]. Tuttavia, sarebbe proprio la materia (il fattore femminile) a determinare se il concepito sarà uomo oppure donna per il modo con il quale modifica l’azione causale dello sperma[23], mentre oggi sappiamo che è lo sperma di origine maschile che «determina» in certo senso il sesso genetico del concepito, mentre le altre caratteristiche sono il risultato della «sintesi» fra l’informazione genetica dei due gameti.

La sessualità aperta alla generazione della vita
Aristotele dedica numerosi studi al tema della riproduzione. Tale fenomeno, come abbiamo visto, risulta essenziale nei viventi, e permette la continuità biologica della specie, mentre gli individui concreti si trovano sottomessi ad un processo inevitabile che conduce alla morte.

Askos decorato con scene di rapporto sessuale. 440 a.C. ca. Atene, Museo Archeologico del Ceramico.

Autore ignoto. Scena di rapporto sessuale. Pittura vascolare da un askos attico a figure rosse, 440 a.C. ca. Museo Archeologico del Ceramico (Atene).

Riprendendo un’idea presente in Platone[24], Aristotele ricorda che gli individui temporali arrivano ad una forma di «eternità» grazie alla riproduzione, nel lasciare dietro di sé un altro simile al progenitore[25], benché, come è ovvio, tale «eternità» sia solo un tentativo provvisorio e insoddisfacente (almeno per le creature razionali) per contrastare la caducità dell’esistenza terrena.
Centriamo adesso la nostra attenzione sulla riproduzione umana, che in buona parte dipende dalle analisi aristoteliche sulla riproduzione animale. I principi della generazione sono, come abbiamo visto, l’uomo e la donna nella loro complementarietà sessuale: senza tale complementarietà sarebbe impossibile la permanenza della vita umana sulla terra. L’uomo e la donna sono «strumenti» della generazione, senza aver fatto una scelta su questo punto, perché è naturale il voler lasciare un essere simile a sé. Sotto questo profilo, l’uomo è simile agli altri viventi, animali e piante[26].
Per Aristotele, tuttavia, il maschio e la femmina sono principi della riproduzione in modi diversi. Il maschio è origine del movimento e della forma (grazie allo sperma), in grado di generare in un altro. La femmina, invece, è portatrice della materia, e gode anche della facoltà di generare in sé[27]. L’idea che il seme maschile sarebbe la causa efficiente e il mestruo femminile la causa materiale si trova pure in Metafisica (VIII 4, 1044a34-b1), dove si parla anche delle cause formale e finale dell’uomo. In un altro passo della Metafisica (VII 9, 1034a33-b4) si dice che lo sperma ha la forma in potenza, il che permette che un uomo sia in grado di generare un altro uomo, grazie allo sperma…
Occorre ricordare che è l’essere in atto, l’adulto, a poter generare grazie allo sperma (che non è ancora compiuto), mentre non è vero l’opposto (cioè, che sarebbe falso affermare che prima viene il seme e dopo l’uomo)[28].
Secondo le conclusioni alle quali poté arrivare, Aristotele considera che il maschio è un essere in grado di produrre lo sperma, che sarebbe una specie di residuo utile del cibo; la femmina, invece, può solo produrre un tipo di sperma impuro (anche residuo utile del cibo), atto per dare la materia al concepito, sperma che viene espulso nelle mestruazioni[29].
L’argomento usato da Aristotele per arrivare all’anteriore conclusione è doppio: in primo luogo, non si possono formare simultaneamente due secrezioni spermatiche; in secondo luogo, la mestruazione non ci sarebbe se la donna fosse in grado di produrre spermi maturi[30]. Sebbene per il mondo contemporaneo queste teorie siano ormai superate, è giusto sottolineare come Aristotele riconosce la necessità di mettere insieme due fattori, maschile e femminile, e come rifiuta la possibilità di una generazione (negli esseri sessuati) senza il concorso delle due figure genitoriali[31]. In altre parole, la femmina non si limita ad offrire il luogo dello sviluppo per il seme[32], ma va oltre per il fatto di dare la materia (cioè, il corpo, come vedremo in seguito) sulla quale possa agire lo sperma maschile[33]. Non è giusto, allora, dire che per Aristotele il figlio sarebbe solo frutto del maschio, come è stato affermato da qualche autore[34].
Lo sperma maschile è causa motrice (efficiente) e non partecipa con la sua materia nel nuovo individuo, ma solo con la sua causalità, specialmente attraverso il calore presente in esso come pneûma o soffio vitale[35]; in certo senso, tale sperma possiede un’anima, ma in potenza[36]. L’essere in potenza dello sperma maschile prima del suo venir deposto nella donna è, tuttavia, diverso dal modo di essere in potenza che sarebbe proprio dell’embrione ottenuto come risultato della fecondazione[37]. Si potrebbe applicare all’embrione la distinzione dei due tipi di potenza che sono evidenziati parlando dell’essere sapiente in Sull’anima: l’uomo è sapiente in quanto può imparare (primo senso), l’uomo è sapiente in quanto ha già imparato, ma non usa in un momento concreto il suo sapere (secondo senso). Per la vita dell’embrione sarebbe da applicare il primo senso di potenza, in quanto già c’è vita umana, ma questa non si è sviluppata in tutte le sue capacità[38].
Con queste proposte, Aristotele si oppone in modo frontale alla teoria antica che oggi riceve il nome di «pangenesi», secondo la quale lo sperma avrebbe origine da tutte le diverse parti del corpo. Secondo Aristotele, basta allo sperma la sua condizione di causa efficiente capace di agire sulla causa materiale (il mestruo femminile) per poter giustificare il fatto che da un essere umano nasce un altro essere umano[39].
Per quanto riguarda la fecondità umana, Aristotele raccoglie diverse osservazioni sulla pubertà, i suoi segni e il tempo nel quale l’uomo e la donna conservano la propria fertilità, come anche sui momenti ottimali per generare. Secondo lo Stagirita, l’uomo inizia a segregare seme (sperma) ai 14 anni, ma il seme sarebbe fertile solo dai 21 anni fino ai 65-70 anni (circa). La donna comincia ad essere fertile dalla pubertà (benché l’età migliore per il concepimento va rimandata alcuni anni), mentre perde la propria fertilità più precocemente, intorno ai 45-50 anni[40]. Ci sono cause, nella donna e nell’uomo, che provocano una diminuzione oppure un’assenza della fecondità, e su di esse Aristotele offre diverse spiegazioni[41].
Un dato da non perdere di vista è quello della «qualità dei concepiti», perché da coppie troppo giovani nascono figli più piccoli e più deboli, almeno fra gli animali; occorre, allora, cercare l’età migliore al fine di procreare bene i propri figli[42]. Sotto questo profilo, e in un modo che ricorda le proposte di Platone nella Repubblica e nelle Leggi sulla procreazione, Aristotele offre indicazioni concrete per perseguire figli ben concepiti, stabilendo limiti di età per il matrimonio che permettano che i coniugi siano contemporaneamente ben disposti alla procreazione: dai 18 anni per le donne e intorno ai 37 per gli uomini. Si devono pure stabilire limiti oltre i quali non sarebbe opportuno generare, perché da genitori troppo avanti in età possono nascere figli imperfetti di mente oppure deboli di forza[43]. Ma su questo torneremo più avanti.
Per quanto riguarda i momenti normali nei quali si producono i rapporti sessuali nella specie umana, non ci sono epoche specifiche (mentre fra gli animali è più frequente avere tempi concreti per i rapporti sessuali), perché l’essere umano può fare l’amore in qualsiasi epoca dell’anno[44]. Tuttavia, sarebbe opportuno aver presenti, per i rapporti orientati al concepimento di figli sani, il momento climatico, i venti, ecc., secondo i consigli dei medici e dei fisici[45].

Dal concepimento dell’uomo fino alla sua nascita

Scultura erotica, in calcare dipinto. Rappresenta l'unione fra Iside e Osiride. 305-30 a.C. New York, Brooklyn Museum

Gruppo scultoreo in calcare dipinto. Scena di accoppiamento (forse fra Osiride e Iside). 305-30 a.C. ca. Brooklyn Museum.

Negli animali vivipari, l’azione dello sperma sul mestruo (materia) provoca quel movimento e quel riscaldamento necessario perché venga fuori una forma specifica, cioè, perché avvenga l’inizio dell’esistenza di un nuovo individuo appartenente ad una specie determinata[46].
Il risultato della prima mescolanza fra lo sperma maschile (che offre il principio di animazione) e il residuo (mestruo, sperma impuro) della femmina è un embrione[47]. In esso, il corpo procede dalla femmina, mentre l’anima avrebbe la sua origine dal maschio[48]. La vita del nuovo essere, maschio o femmina a seconda del tipo di azione dello sperma sulla materia (mestruo) si sviluppa all’interno della donna, trovandosi così vicino al cibo necessario per il proprio sviluppo[49]. La specie umana, come accade nel cavallo e in altri vivipari, genera nell’interno della femmina un essere simile all’adulto, senza produrre prima un uovo dal quale venga fuori, in un momento successivo, l’embrione[50].
L’embrione avrebbe, in certo modo, tutti gli organi in potenza[51], benché non siano presenti in alcune delle diverse tappe di crescita nel grembo materno.
Lo sviluppo procede, dunque, attraverso diverse tappe, una intrauterina, e un’altra dopo la nascita[52]. Tale sviluppo si può capire solo tramite un principio che sia sempre presente nell’embrione, fin dall’inizio, cioè l’anima (che non si trova separata, ma sarebbe «parte» del nuovo individuo). La formazione degli organi non si realizza in modo simultaneo, allo stesso tempo, ma in un certo ordine e gradazione[53].
Uno dei primi organi ad essere formati è il cuore, che è principio del vivente e permette l’originarsi degli altri organi[54]. Dopo la formazione del cuore, che appare molto precocemente negli embrioni, magari nei primissimi giorni di sviluppo[55], si susseguono le diverse fasi di sviluppo presentate nel libro II di Riproduzione degli animali, secondo un modello, come abbiamo già indicato, di tipo epigenetico: con una gradazione nel susseguirsi degli organi e dell’attuazione delle diverse potenzialità insite dall’inizio della vita dell’embrione.
Un punto che ha suscitato molte discussioni riguarda la teoria che è nota sotto il nome di «animazione successiva», che si colloca nella cornice della visione epigenetica appena menzionata[56]. L’embrione non avrebbe fin dall’inizio la stessa anima dell’adulto, ma riceverebbe per primo l’anima vegetativa e poi, nelle seguenti fasi di sviluppo, l’anima sensitiva e, nel caso degli uomini, l’intelletto (che, come abbiamo visto, viene dal di fuori), perché sarebbe assurdo considerare l’embrione come inanimato, come privato di vita[57]. Per Aristotele, infatti, non si è animale fintanto che non si è sviluppata la percezione sensoriale, cioè, fino a una certa tappa del proprio percorso vitale, prima della quale l’animale ha soltanto una vita di vegetale[58].
Tuttavia, se abbiamo presente che lo sperma maschile è la fonte e la causa dell’anima, come abbiamo visto in precedenza, allora la teoria dell’animazione successiva non sembra un punto fisso nel pensiero aristotelico, ma forse una spiegazione che illustra come si fanno presenti in atto certe possibilità che all’inizio (cioè, secondo la moderna embriologia, dalla fecondazione) erano presenti soltanto in potenza, il che è detto esplicitamente in Riproduzione degli animali II 3, 736b13-15[59].
Nella cornice della teoria dell’animazione successiva è giusto menzionare un testo di Ricerche sugli animali che ha dato luogo a interpretazioni fuorvianti[60]. In questo passo Aristotele indica che «sembra» che il feto femminili cominci a muoversi verso il giorno 90 nel lato destro, mentre il feto maschili inizierebbe a muoversi verso il giorno 40 nel lato sinistro. Tuttavia, il testo riconosce che non ci sia una rigorosa esattezza su questi dati, e ricorda come alle volte la femmina si muove nel lato destro, e come su questi segnali esiste una variazione secondo il più e il meno. In altre parole, Aristotele risulta molto cauto e sembra affidarsi ai dati del tempo. Perciò, risulta erroneo dire che secondo lo Stagirita il maschio inizia a esistere nel giorno 40 e la femmina nel giorno 90[61], quando il testo, in modo assai prudente, non parla dell’inizio dell’esistenza, ma dei segni di sviluppo che sarebbero diversi a seconda del sesso del concepito (che è già un esistente).
La crescita dell’essere umano non avviene soltanto nel grembo materno[62], ma continua dopo il parto, come abbiamo detto in precedenza. Aristotele osserva come l’essere umano nasce, dopo 9 mesi (possono essere di meno o di più), in una situazione particolare, molto imperfetta; anzi, i bambini appena nati si configurano esternamente come imperfetti, avendo sviluppato di più la parte superiore del corpo, e di meno quella inferiore. Questo spiega perché i bambini dormono tanto tempo nelle prime fasi di crescita, dovendo continuare il loro sviluppo per diversi mesi[63]. Hanno, dunque, bisogno di più tempo per armonizzare il corpo, e hanno bisogno, come abbiamo indicato prima, di educazione, per poter mettere ordine e disciplina a quella parte irrazionale che è in grado di ascoltare la ragione e di cercare i propri desideri in modo giusto, secondo l’idea di medietà della quale abbiamo già parlato.
Il bisogno che hanno i figli di assistenza e di educazione viene sorretto dalla naturale amicizia che sorge in ambito familiare, specialmente fra i genitori e i figli. Infatti, come indica Aristotele, i genitori amano i figli come se fossero una parte di sé, e i figli possono amare i genitori quando scoprono che esistono in quanto derivano da loro. Tuttavia, sono le madri ad amare di più, perché hanno un maggiore coinvolgimento nell’esperienza della procreazione[64].

La morte come fine inevitabile del percorso vitale
Avevamo già visto come il vivente si caratterizza per tre fenomeni fondamentali: nutrizione (alla quale va associata la generazione), crescita, deperimento. Il processo della vita porta a tutti verso una fine inesorabile, la morte, preceduta, nei percorsi «normali», dall’invecchiamento. La morte si produce quando il vivente «espelle» la sua anima, quando lascia di essere animato, il che significa che rimane un qualcosa, il corpo, ma privato dell’anima[65].
La morte è un fenomeno che appartiene a tutti gli animali[66]. Si tratta di un fatto inevitabile, un evento necessario: ogni vivente, per necessità, morirà un giorno, in quanto costituito da contrari. Ciò che invece non è necessario è la modalità secondo la quale possa avvenire la morte, particolarmente in ambito umano, dove le nostre scelte possono mutare circostanze e fattori che rimandano oppure accelerano l’arrivo del momento conclusivo della propria esistenza[67]. La morte appartiene, dunque, in modo radicale all’esistenza umana, e questo permette di affermare che l’essere mortale sarebbe un «proprio», cioè, una qualificazione inerente all’uomo in quanto vivente[68]. Aristotele spiega la morte con l’idea dell’abbandono del principio vitale che risulta più facile per il fatto che col passar del tempo diminuisce il caldo; usa perfino l’immagine di una fiamma, debole e fragile nella vecchiaia, che si spegne in modo indolore quando arriva il momento finale[69].
Uno dei segni più chiari per capire se la morte sia o non sia avvenuta sarebbe la cessazione del battito cardiaco. Come osserva Aristotele, il cuore, primo organo ad essere formato nelle fasi embrionali, è anche l’organo che per ultimo smette di lavorare quando arriva la morte[70].
Alla luce dell’inevitabilità della morte, il desiderio di non morire, un desiderio presente in molti uomini, risulta «erroneo», in quanto ha come oggetto una meta irraggiungibile, un fatto impossibile[71].
Le modalità della morte sono diverse, come è già stato detto. In una classificazione preliminare notiamo due possibilità contrapposte: la morte naturale, dovuta alla specifica costituzione del proprio corpo che percorre diverse tappe fino a quella della vecchiaia; oppure, la morte violenta, dovuta a qualche causa esteriore allo stesso agente[72].
[…]

 


[1] Cfr. Fisica II 8-9, 198b10-200b8; Parti degli animali I 1, 639b11-642b4; I 2, 645a23-b23; Riproduzione degli animali I 1, 715b15-16; V 1, 778b6-14. Tuttavia, non si deve cercare sempre e per ogni cosa la sua finalità, come viene indicato in Parti degli animali IV 2, 677a15-18.
[2] Cfr. come esempio Parti degli animali II 13, 658a9; III 1, 661b24; IV 11, 691b3-4; Locomozione degli animali 2, 704b15-18; 8, 708a8-13; Riproduzione degli animali I 4, 717a14-21; V 8, 788b20-27.
[3] Cfr. Parti degli animali IV 12, 694b12-14.
[4] Il termine «metafisico» non appare in nessun’opera aristotelica; comunque si capisce in Sull’anima tale nozione, secondo quanto viene spiegato all’inizio del libro VI della Metafisica sulla «filosofia prima».
[5] Cfr. Sull’anima I 1, 403a3-b19.
[6] Cfr. Sull’anima II 1, 413a3-6; III 5, 430a10-25; Metafisica XII 3, 1070a23-26.
[7] Cfr. Riproduzione degli animali II 3, 736b26-29. Come si spiega in Sull’anima I 4, 408b19-30, l’indebolimento di certe capacità intellettive non è dovuto ad un indebolimento dell’anima, ma del corpo nel quale essa si trova. Su questa tematica e alcuni problemi ad essa connessi, cfr. R. GRASSO – M. ZANATTA, La forma del corpo vivente…, 29-37, 225-263. Come si evidenzia in questa ultima citazione, non tutti sono d’accordo su come interpretare l’intelletto aristotelico né sulla legittimità di considerarlo immortale.
[8] Cfr. Parti degli animali II 10, 656a7-8 (anteriormente citato in parte); IV 10, 686a25- 687b5; Locomozione degli animali 5, 706b5-10; Etica nicomachea X 7, 1177a13-17, 1177b30-1178a8.
[9] Alle virtù etiche, diverse dalle virtù dianoetiche (proprie o esclusive dell’anima razionale) sono dedicati numerosi passi delle opere etiche di Aristotele. Solo nell’ambito delle virtù etiche si può parlare della medietà o giusto mezzo, inteso come quel modo di agire per il bene umano in un ambito concreto di azione e secondo le circostanze e l’idiosincrasia dell’agente. Sulla dottrina della medietà, cfr. specialmente Etica nicomachea II 6-9, 1106a14-1109b26.
[10] Cfr. Etica nicomachea I 13, 1102a27-b33. Risulta importante sottolineare che la nutrizione, un fatto possibile grazie al fuoco inteso come concausa, viene sempre regolata direttamente dall’anima (la vera causa della nutrizione) e non dallo stesso fuoco (che per natura sua cresce in modo smisurato fintanto ci sia del combustibile); cfr. Sull’anima II 4, 416a9-19.
[11] Accanto ai testi prima citati sull’invecchiare come parte necessaria del percorso dei viventi, cfr. Etica nicomachea V 8, 1135a33-b2.
[12] Cfr. Etica nicomachea III 1, 1111a24-b3.
[13] Cfr. Politica I 5, 1254b20-24. La condizione umana dello schiavo non viene negata da Aristotele (cfr. Politica I 13, 1259b18-1260b7).
[14] Cfr. Politica I 2, 1252a24-34, dove si parla anche dello schiavo.
[15] Cfr. Metafisica X 9, 1058a29-b25. Approfondiamo più avanti il tema della riproduzione umana.
[16] Cfr. Politica I 12, 1259a37-b10 e alcune parti di I 13.
[17] Cfr. Etica nicomachea V 6, 1134b15-18.
[18] Cfr. Etica nicomachea VIII 12, 1162a16-33.
[19] Cfr. Riproduzione degli animali IV 3, 767b7-13; IV 6, 775a10-20. Le teorie antiche per spiegare la differenziazione sessuale sono presentate da Aristotele in Riproduzione degli animali IV 1-2, 763b20-767a35.
[20] Cfr. Riproduzione degli animali II 3, 737a28-30.
[21] Cfr. Riproduzione degli animali IV 3, 767b7-10; IV 6, 775a14-15.
[22] Cfr. Riproduzione degli animali II 1, 732a4-10. Sulla superiorità in genere del maschio rispetto alla femmina, cfr. Parti degli animali II 2, 648a12; per le motivazioni di tali idee rimandiamo a ciò che viene spiegato nella seguente sezione.
[23] Cfr. Metafisica X 9, 1058b21-24.
[24] Cfr. Simposio 206c-e.
[25] Cfr. Riproduzione degli animali II 1, 731b32-732a1; Sull’anima II 4, 415a22-b8.
[26] Cfr. il testo già citato di Politica I 2, 1252a24-34.
[27] Cfr. Riproduzione degli animali I 2, 716a2-b12; I 19, 727b31-33; I 20-21, 728a17-730a27; II 3, 737a28-30; II 4, 738b10-27; II 5, 741a6-b10; III 2, 750b3-4 (nella femmina degli uccelli esiste la materia spermatica, il che permette l’esistenza di uova sterili; sulle uova sterili, cfr. anche Ricerche sugli animali V 1, 539a32-b5); III 11, 762b2-9; IV 1, 765b6-766b27 (dove si parla della differenza fra maschio e femmina come differenza fra contrari, e viene ribadito che la femmina è incapace di dare forma al concepito, mentre il maschio dà origine allo sperma e diventa causa della forma); IV 4, 771b19-23; V 3, 784a5-7.
[28] Cfr. Metafisica XII 7, 1072b35-1073a3; XIV 5, 1092a15-17.
[29] In altre formule, Aristotele afferma che la femmina non produce uno sperma dello stesso tipo di quello prodotto dal maschio (cfr. Riproduzione degli animali I 19, 727b6-7), ma solo uno sperma inferiore (I 20, 728a26-31; II 4, 738a9-b9) il che avrebbe potuto portare alla conclusione, se Aristotele avesse avuto gli strumenti necessari, a capire che esiste veramente un gamete (sperma) femminile, ma diverso da quello maschile (cfr. una quasi affermazione di uno sperma nelle mestruazioni in Riproduzione degli animali I 20, 728b21-27). Occorre aver presente che la ricerca scientifica arrivò a conoscere l’esistenza degli ovuli soltanto nel XIX secolo, con le ricerche di Karl Ernst von Baer.
[30] Cfr. Riproduzione degli animali I 19, 726a28-727b33; Parti degli animali IV 10, 689a11-16. Una sfumatura diversa si può leggere in Ricerche sugli animali (I 3, 489a10-13; X 2-7, 634b25-638a10), dove si parla dello sperma prodotto dalla donna, ma con alcuni dubbi e perplessità di fronte all’esistenza di questo sperma femminile, soprattutto alla fine. Dobbiamo segnalare che non è chiaro se i libri VII, IX e X di Ricerche sugli animali siano stati scritti dallo stesso Aristotele. Il mondo greco, specialmente nei trattati ippocratici, aveva ipotizzato l’esistenza di semi maschili e femminili, semi che tramite la loro mescolanza sarebbero in grado di formare gli embrioni. Tale idea si trova anche in autori come Alcmeone e Anassagora. Cfr. E. SÁNCHEZ, in ARISTÓTELES, Reproducción de los animales, Gredos, Madrid 1994, 84, n. 88.
[31] Cfr. Riproduzione degli animali I 18, 722b10-17; 724a10-13: il fatto che la femmina non produca lo sperma non implica affermare che essa non sia anche responsabile della riproduzione, sebbene in un modo diverso dal maschio.
[32] Cfr. Riproduzione degli animali I 19, 726a34-b1.
[33] Cfr. Riproduzione degli animali I 20, 729a21-33; I 21, 730a24-28. Per Aristotele, infatti, la materia è un elemento essenziale perché sia possibile la generazione, come viene indicato in Parti degli animali II 1, 646a31-b10: l’uomo genera un altro uomo (come accade anche nelle piante) grazie a certa materia che è presente in ognuno, ma sempre secondo l’essenza. Sulla formula «l’uomo genera l’uomo», cfr. Parti degli animali I 1, 640a25; Metafisica VII 7, 1032a22-25; VII 9, 1034b2; cfr. anche Sulla generazione e corruzione II 6, 333b7-9.
[34] Per Aristotele, secondo N.M. Ford, «il bambino è frutto solo del maschio» (N.M. FORD, Quando comincio io? Il concepimento nella storia, nella filosofia e nella scienza, traduzione di Rodolfo Rini di When did I begin? Conception of the human individual in history, philosophy and science (1988), Baldini&Castoldi, Milano 1997, 63), il che non corrisponde a quanto abbiamo detto, perché anche la causa materiale ha un ruolo di grande rilevanza nella riproduzione umana.
[35] Cfr. Riproduzione degli animali III 11, 762a18-b12.
[36] Cfr. Riproduzione degli animali I 21, 729a34-730a28; II 1, 735a5-28; II 3, 737a16-18.
[37] L’idea viene espressa in modo abbastanza chiaro in Metafisica IX 7, 1049a13-18. Per un commento di questo passo, cfr. R. LUCAS, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 79-82, il quale riprende alcune idee di E. Berti.
[38] Cfr. Sull’anima II 5, 417a21-b1 e ciò che diremo più avanti. Per ulteriori riflessioni sull’embriologia di Aristotele, cf. K.L. FLANNERY, «Applying Aristotle in contemporary embryology», The Thomist 67 (2003), 249-278.
[39] Cfr. Riproduzione degli animali I 17-18, 721b6-724a13. Sulla pangenesi nell’antichità, cfr. E. SÁNCHEZ, Introducción a ARISTÓTELES, Reproducción de los animales, 32-33 e 84-85, n. 91, che ricorda come anche Darwin difese questa strana teoria, che in certo modo trova il suo precursore in Anassagora.
[40] Cfr. Ricerche sugli animali V 14, 544b22-545b31; VII 1, 581a13-b3.
[41] Cfr. Riproduzione degli animali I 18, 725b30-726a6; II 7, 746b16-747a22.
[42] Cfr. Ricerche sugli animali VII 1, 582a26-28; Politica VII 16, 1335a6-35.
[43] Cfr. Politica VII 16, 1334b29-1335a35 e 1335b26-35.
[44] Cfr. Ricerche sugli animali V 8, 542a26-27.
[45] Cfr. Politica VII 16, 1335a35-b12.
[46] Cfr. Riproduzione degli animali I 22, 730b9-25.
[47] Cfr. Riproduzione degli animali I 18, 724b17-18; I 20, 728b34-35; II 3, 737a30-34.
[48] Cfr. Riproduzione degli animali II 4, 738b21-739a1. In Metafisica V 24, 1023b3-5, viene indicato che il figlio procede dal padre e dalla madre.
[49] Cfr. Riproduzione degli animali I 22, 730b2-9.
[50] Cfr. Ricerche sugli animali I 5, 489b10-13; Riproduzione degli animali II 1, 732a25-b2.
[51] Cfr. Riproduzione degli animali II 4, 439b33-740a23.
[52] Cfr. Riproduzione degli animali II 1, 733b1-23.
[53] Cfr. Riproduzione degli animali II 1, 733b31-734a16. In certo modo, Aristotele fa propria quella posizione biologica che oggi è denominata come epigenesi.
[54] Cfr. Riproduzione degli animali II 4, 740a3-13; Sulla giovinezza e la vecchiaia III 468b28-31: negli animali dotati di sangue, ciò che si forma per primo è il cuore oppure qualcosa di analogo al cuore. Per Aristotele il cuore sarebbe l’organo centrale e dirigente negli animali dotati di esso, e non il cervello (come invece avevano difeso Platone e altri pensatori del tempo). Sulla centralità del cuore, cfr. Parti degli animali, specialmente III 4, 665a33-667b10 (dove perfino si dice che il cuore sarebbe come una specie di essere vivente all’interno degli animali che ce l’hanno, 666b16-17).
[55] Cfr. Parti degli animali III 4, 665a33-b2: nelle uova si può vedere, in alcuni casi, il cuore già al terzo giorno, e appare precocemente anche in altri esseri viventi, come si osserva in alcuni embrioni abortiti.
[56] Per una corretta comprensione della teoria dell’«animazione successiva», secondo la formulazione che di essa fece san Tommaso d’Aquino, cfr. J.A. IZQUIERDO LABEAGA, «San Tommaso, maestro di bioetica?…», 9-30.
[57] Cfr. Riproduzione degli animali II 3, 736a28-737a17.
[58] Cfr. Riproduzione degli animali V 1, 778b33-779a2. La teoria dell’animazione successiva ha trovato diversi difensori in tempi moderni, come fa vedere N.M. FORD, Quando comincio io?…, 95-97.
[59] Su questa tematica secondo la moderna ricerca scientifica e la riflessione filosofica, fra la sterminata bibliografia che potrebbe essere citata cfr. R. LUCAS, Antropologia e problemi bioetici, 73-118; PONTIFICIA ACADEMIA PRO VITA, L’embrione umano nella fase del pre-impianto. Aspetti scientifici e considerazioni bioetiche, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006; PONTIFICIA ACADEMIA PRO VITA, Identità e statuto dell’embrione umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1998.
[60] Cfr. Ricerche sugli animali VII 3, 583b3-9. Abbiamo già detto che non tutti gli studiosi accettano l’autenticità del libro VII di quest’opera.
[61] Troviamo tale errore, per esempio, in N.M. FORD, Quando comincio io?…, 65: «Noi sappiamo che Aristotele era in errore quando faceva risalire l’inizio dell’esistenza del maschio al quarantesimo giorno e quello della femmina al novantesimo».
[62] In Politica VII 16, 1335b12-19, Aristotele offre alcuni consigli concreti per le donne in stato di gravidanza, in ordine a garantire per gli embrioni il miglior ambiente possibile per la loro crescita, in un modo somigliante alle indicazioni date da Platone per le donne incinte.
[63] Cfr. Riproduzione degli animali V 1, 779a23-25; Del sonno e della veglia 3, 457a4-7.
[64] Cfr. Etica nicomachea VIII 12, 1161b16-30.
[65] Cfr. Sull’anima II 1, 412b25-28.
[66] Cfr. Sulla respirazione XVIII 478b22-24.
[67] Cfr. Metafisica VI 3, 1027a34-b16.
[68] Cfr. Topici V 7, 137a35-b1.
[69] Cfr. Sulla respirazione XVII-XVIII, 479a7-b7. In Retorica I 5, 1361b13-14, 27-34 si dice che la bellezza (in senso di virtù) della vecchiaia consiste nell’essere in grado di resistere le fatiche proprie dell’età e nel vivere liberi dai dolori.
[70] Cfr. Riproduzione degli animali II 5, 741b15-24.
[71] Cfr. Etica nicomachea III 2, 1111b19-23. Il testo, a mio avviso, non va interpretato come una negazione dell’immortalità dell’anima, ma come una constatazione dell’inevitabilità del morire. Qualche affermazione similare si trova nella Lettera VII (334e) di Platone, dove si dice che nessun uomo è nato immortale.
[72] Cfr. Sulla respirazione XVII, 478b24-28. Sarebbe anche violenta la morte come scelta suicida. Aristotele formula un giudizio negativo, di condanna, sul suicidio oppure sui comportamenti rischiosi che implicano il desiderio di morire, in quanto essi implicano una mancanza di coraggio e una certa ingiustizia contro la città; cfr. Etica nicomachea III 7, 1116a12-15; V 11, 1138a6-14 (torneremo su questo passo più avanti).

Tirannidi arcaiche

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 2010, pp. 160-176.

È più giusto parlare di passaggio dalle aristocrazie alle tirannidi, che non dall’aristocrazia alla tirannide: a significare che vi furono forme storiche ed esiti storici diversi di tirannidi, a seconda delle diverse situazioni e dei diversi contesti storici. La diversità dei casi, delle forme, degli sviluppi nulla toglie comunque alla legittimità di una considerazione sotto un profilo unitario delle tirannidi arcaiche, cioè di VII-VI secolo. Si potrà certamente distinguere tra le cosiddette tirannidi “istmiche” (di città più o meno gravitanti intorno all’istmo di Corinto: Corinto stessa, Sicione, Megara), altre, pur esse nella madrepatria greca, come quella di Atene o quella, diversa per l’aspetto cronologico e reale, di Argo; e tirannidi di città ioniche o egee, per noi un po’ più evanescenti, come quelle di Mitilene a Lesbo o di Mileto ed Efeso in Asia.

L’origine del termine

Una tradizione di scuola vuole che si cominci dai nomi. “Tiranno” e “tirannide” sono parole presenti nel vocabolario greco già dal VII secolo: Archiloco, nel VII secolo, Alceo, tra VII e VI, Solone e Teognide nel VI ne fanno già uso. Il significato di týrannos è «signore»; un suo più o meno diretto equivalente in un termine più trasparente alla luce del lessico greco è mónarchos, «colui che governa da solo». Queste parole indicano un potere personale assoluto, superiore a quello tradizionale dei basileîs, soprattutto perché non è definito in prerogative (ghéra) concordate dalla comunità e perciò non basato sul consenso; tuttavia molte volte i tiranni mirano ad assimilare il loro potere a quello di un basileús, e parte della tradizione letteraria antica, compresa la storiografia, obiettivamente li asseconda. Il termine týrannos porta peraltro già in Alceo una nota di condanna, che raggiungerà il suo valore più negativo negli scrittori del IV secolo, che risentono sia positivamente di un’ideologia democratica latamente diffusa, sia dell’esperienza negativa di tirannidi del V e del IV secolo, in particolare di quelle siceliote.
La parola týrannos non è di origine greca; a lungo si è ritenuta di origine lida (e gli antichi talora l’hanno, anche per lata assonanza, messa in rapporto con nomi orientali come il toponimo Týrrha, o con un nome di popolo come Tyrrhenoí, cioè gli Etruschi che proverrebbero dalla Lidia): forse si deve più in generale parlare di origine microasiatica. Un’origine orientale del nome, dati i precoci rapporti della Grecia – in particolare di quell’area istmica, e più specificamente corinzia, che conobbe precocemente la nuova forma politica – col mondo asiatico, non comporta una priorità delle tirannidi greche della Ionia. Ciò va detto tanto più chiaramente, quanto più risulta, in particolare dalle indagini di Mazzarino, la complessità del rapporto tra Lidia e regimi politici delle vicine città ioniche (proprio le aristocrazie ioniche ed eoliche sono particolarmente lidizzanti).
Della tirannide appare dunque radice necessaria e sufficiente una evoluzione interna della stessa pólis greca; essa può perciò avere ben avuto le sue prime manifestazioni in città della madrepatria greca, come del resto suggeriscono le cronologie fissate nella tradizione, che smentiscono, anche in questo caso, il pregiudizio molto diffuso dell’assoluta priorità ionica sul terreno delle esperienze politiche greche. Mai, come nel caso delle tirannidi, il problema cronologico appare come fondamentale per la ricostruzione storica: accettarne o respingerne il profilo cronologico tradizionale (più alto di quello suggerito e quasi imposto dalla prospettiva, in questo caso ipercritica, di Beloch) equivale ad avere opinioni radicalmente diverse in ordine al problema della regione in cui la tirannide fece la sua prima comparsa, della diversificazione dei caratteri di quel regime e del suo rapporto con i regimi del passato e del futuro a seconda delle diverse epoche, e così via di seguito. Sarebbe comunque davvero rischioso preporre l’indagine sulla parola týrannos (o tyrannís) a quelle cose: il buon ordine logico e storico è sempre quello che fa precedere, o almeno prevalere, le cose rispetto alle parole.

Mappa dell’area attorno all’Istmo di Corinto, con indicazione delle principali località.

Il dibattito sulla genesi della tirannide

Ricondotto a un momento dello sviluppo interno della pólis, il problema della genesi della tirannide consiste in primo luogo nella definizione del giusto rapporto tra tre termini in gioco: la tirannide stessa, l’aristocrazia, la struttura oplitica. Il rischio di vedere opposta la tirannide arcaica ad entrambi gli altri termini sembra minimo: una concezione meramente demagogica del tiranno, benché abbia qualche riscontro nella rappresentazione antica, che fu certo influenzata dalle tirannidi del IV secolo e di epoca ellenistica, non sembra avere molto spazio negli studi moderni. Un recente dibattito ha visto contrapposte una concezione che lega l’avvento della tirannide a quello dell’oplitismo, cioè della tattica propria della falange oplitica, e delle trasformazioni politico-sociali connesse (Andrewes, Salmon), ed una che considera l’avvento della tattica oplitica archeologicamente dimostrabile solo a metà del VII secolo a.C., se non più tardi, quando la tirannide potrebbe essere già affermata (Snodgrass). Il dibattito, per dotto che sia, sembra carente nella sua stessa base di partenza. Con Snodgrass, è giusto ammettere che la tirannide sia un momento della crisi dell’aristocrazia; ed è questo un nesso ben stabilito da Mazzarino nella sua lucida analisi dell’origine storica della tirannide. Il tiranno è un aristocratico che viene in conflitto con i suoi compagni di gruppo sociale. Ma, aggiungeremmo, anche i suoi scopi politici sono soltanto in parte in conflitto con quelli degli altri aristocratici. Se a crisi si dà il significato elementare di trasformazione, o piuttosto – visto che il processo storico è sempre un processo di trasformazione – quello di trasformazione accelerata in un determinato periodo, allora la tirannide è un momento di crisi dell’aristocrazia, che si determina nel seno stesso dell’aristocrazia. Il caso classico è quello del corinzio Cipselo, che nasce da Labda, una donna della dominante aristocrazia bacchiade, e da un uomo del dēmos di Petra, Eezione; e il governo di Cipselo appare, nella stessa tradizione erodotea e ancor più nella tradizione storiografica successiva, come un governo mite, o comunque meno immite di quello del successore Periandro; è solo nel corso della seconda generazione che si accentua la lacerazione tra il tiranno e l’ambiente aristocratico da cui egli proviene. Il nesso originario aristocrazia-tiranno (lasciando per il momento da parte i successivi sviluppi socio-politici ed economici) è dunque innegabile.

L’«Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Sembra invece un esercizio alquanto dispendioso di energie intellettuali quello profuso per stabilire che la prima tirannide greca sia anteriore di qualche anno alla prima testimonianza archeologica dell’uso di una tattica oplitica. Tale sforzo dimostrativo si giustificherebbe solo se si potesse affermare che l’aristocrazia prima del 650 a.C. sia ovunque in Grecia, e in particolare, nella città dell’Istmo, un’aristocrazia equestre. D’altra parte, per la ricostruzione della storia dell’oplitismo, non è in gioco solo il momento della più evoluta organizzazione oplitica, ma anche quello delle sue premesse, che possono essere anteriori di decenni o di secoli (qual è l’arme della gran parte delle aristocrazie dei secoli bui?). E inoltre, le prime rappresentazioni vascolari o scultoree sono da considerare con sicurezza come registrazioni immediate di un’innovazione assoluta? O l’evoluzione nella rappresentazione potrebbe spiegarsi più con un progresso nella tecnica rappresentativa che non con una trasformazione della cosa rappresentata? Ora, una volta considerato l’oplitismo come espressione militare di gran parte delle aristocrazie greche già nell’alto arcaismo, la spinosa questione del prima e del poi, tra tirannide e oplitismo, perde di significato. L’oplitismo sembra infatti esso stesso espressione dell’aristocrazia e insieme di quel che ad essa si appoggia e si subordina, perciò l’espressione militare allargata dell’aristocrazia. La tirannide ora nasce come espressione dell’oplitismo ora viene in conflitto con esso: quest’ultimo è appunto il caso delle generazioni più tarde, all’interno delle tirannidi più arcaiche (Corinto o Sicione), e l’esito normale delle tirannidi più recenti (come quella di Atene).

Mileto. Planimetria del Didymaion, santuario di Apollo in età arcaica (elaborazione grafica da Gruben, 2001).

Sul terreno dello sviluppo delle forme politiche, sembra difficile sottrarsi a una concezione dialettica della genesi della tirannide dall’oplitismo e dalla stessa aristocrazia. Il maggior supporto a questa concezione è proprio nella Politica di Aristotele, là dove il filosofo-storico afferma che i tiranni di epoca arcaica erano generali passati alla politica o (come egli dice) alla demagogia, nel senso lato di politica svolta in favore del dēmos (V 1305a 7 sgg.). Aristotele considera anche il caso di una degenerazione verso la tirannide di una regolare magistratura o carica (come la pritania a Mileto): anche questo un esempio di quell’evoluzione interna dei vecchi regimi che è all’origine della tirannide. Ma ancor più interessante è ciò che il filosofo-storico dice del profilo sociologico della tirannide e che pone immediatamente il problema della sua compatibilità (a nostro avviso esistente) con l’inquadramento cronologico e causale dato alla tirannide da Tucidide. Secondo Aristotele, dunque, «per il fatto che allora non erano grandi le città, ma il popolo abitava nei campi, intento ai lavori (agricoli), i campioni del popolo, quando fossero bravi soldati, aspiravano alla tirannide». Il quadro sociologico e socioeconomico della base della tirannide è perciò quello di una popolazione contadina che si lascia rappresentare da un capo. La rappresentazione è fondamentalmente diversa da quella fornita da molti studiosi, che accentuano l’aspetto mercantile delle tirannidi, in particolare da Ure, che nel 1922 proponeva un’equazione tirannide=mercanti oggi non più in auge. Molto spesso è stata addotta, in sostegno di questa concezione, la testimonianza di Tucidide (I 13), per il quale «divenendo più potente la Grecia e attribuendo al possesso delle ricchezze un valore anche maggiore di prima, per lo più sorgevano tirannidi nelle città, mentre le entrate diventavano maggiori (prima c’erano monarchie ereditarie con prerogative definite), e la Grecia allestiva flotte, e in generale i Greci si dedicavano di più al mare». Il contrasto con Aristotele è solo apparente: Tucidide non dice che i tiranni siano mercanti, o rappresentanti dei mercanti; dal canto suo, Aristotele invece dice che la base sociale delle tirannidi è nelle campagne (e adduce gli esempi di Atene e di Megara). Quel che Tucidide fornisce è dunque un inquadramento in primo luogo cronologico (tra l’inizio del processo di colonizzazione e l’avvio della potenza coloniale corinzia) e di sviluppo economico complessivo, che naturalmente include anche, nei fatti, uno sviluppo commerciale (e d’altra parte è chiaro che all’orizzonte del quadro storico di Tucidide è Corinto, città-paradigma di uno sviluppo mercantile in età arcaica). Aristotele dunque definisce la base sociologica della tirannide, Tucidide ne fornisce l’inquadramento cronologico e storico-economico: a rigore, sono due angolature diverse, non necessariamente due opinioni in contrasto fra loro. Tali considerazioni inducono, da un lato, a non ricercare una formula unica per caratterizzare la tirannide, perché vi sono varianti locali; dall’altro raccomandano invece di non esasperare le differenze, perché una base sociale agraria è quasi ineliminabile, e un contesto di accelerato sviluppo economico è per tutte innegabile.

Corinto. Statere, 450-415 a.C. ca. AR 8, 46 gr., Raffigurazione di Pegaso, simbolo della città, rivolto a destra.

Paiono dunque in qualche misura giustificate le posizioni di quegli studiosi che si rifiutano di individuare una causa unica nella nascita delle tirannidi. Un empirismo di fondo caratterizza significativamente le impostazioni di studiosi così diversi fra loro come un Andrewes e un Berve. Andrewes nega giustamente che la genesi delle tirannidi sia da ricondurre a conflitti razziali (benché, nel caso di Sicione, sia documentata la posizione anti-dorica di un Clistene, una posizione che tuttavia ha anche una più complessa spiegazione). Per Berve la tirannide, in termini generali, si può ricondurre a spinte individualistiche; e certo questa è una forma di schematico e riduttivo positivismo. Fortunatamente però la ricchissima analisi di Berve, in quella che ormai è ed è destinata a restare come la base filologica indispensabile per qualunque ricerca sulla tirannide nel mondo greco, smentisce la rappresentazione generalizzante della prefazione e dà pieno conto della ricchezza delle motivazioni politiche e socioeconomiche, che sono all’origine delle tirannidi.
Talora la tirannide è stata posta in un rapporto diretto e immediato con lo sviluppo mercantile o ancor più specificamente con quello dell’economia monetaria. In realtà si può affermare una stretta connessione della tirannide con lo sviluppo demografico ed economico della Grecia tra VIII e VII secolo; esso ha come conseguenza un ampliarsi del campo dei bisogni e dei conflitti sociali, a cui le vecchie strutture aristocratiche non rispondono più. La tirannide è quindi certamente espressione di movimenti significativi nell’economia e nella società antica e, in quanto tende a interpretarli e guidarli nelle forme del potere personale (cioè familiare), li sollecita e promuove a sua volta. Ma non è possibile definire una volta per tutte una specifica caratteristica economica della tirannide come tale, e spesso – come è nel punto di vista forse parziale, ma non erroneo, di Aristotele – la sua base sociale è proprio nel contado.
La problematicità dell’equazione tirannide=sviluppo del commercio risulta già dalla considerazione della storia dell’economia di Corinto arcaica. La dinastia dei Bacchiadi regge Corinto fino dalla metà del VII secolo a.C., quando la ceramica proveniente dalla regione ha già conosciuto un secolo di sviluppo (protocorinzio antico e medio: circa 740-650 a.C.) e ha avuto, non più tardi del 700 a.C. (quindi certamente già in periodo bacchiade), una produzione e diffusione di massa. L’esatta definizione del rapporto tra aristocrazia bacchiade e artigianato/commercio corinzio è uno dei problemi centrali, se non addirittura il problema-tipo e la questione paradigmatica, per la rappresentazione del rapporto tra economia, società e politica nella Grecia arcaica.
Appare sempre più difficile, cioè affidata ad un’interpretazione riduttiva, che rischia di essere poco più che casuale, la rappresentazione del rapporto tra aristocrazia e commercio corinzio come un fenomeno puramente parassitario, quasi si tratti solo di prelievo di balzelli su un commercio di transito. L’artigianato e il commercio corinzio comunque c’erano, anche se la grande tradizione storiografica, forse per condizionamento ideologico, tace di essi, come del diretto coinvolgimento degli aristocratici nelle due attività produttive. È difficile tuttavia che non vi fosse una qualche vigilanza dell’aristocrazia sull’attività artigianale o una qualche promozione di essa; e di un’implicazione diretta di un membro dell’aristocrazia bacchiade nel commercio parla una tradizione tarda e discussa, secondo cui un Demarato (padre del futuro re di Roma, Tarquinio Prisco) esercitò il commercio tra la Grecia e l’Etruria, con una sua nave e un suo proprio carico.

Corinto

Quale fu, in questa situazione, la funzione della tirannide? Il periodo della produzione ceramica qualitativamente migliore a Corinto è quello che va sotto il nome di tardo protocorinzio, e questo occupa gli anni 650-630 a.C. circa (seguiti da un pregevole periodo di transizione); successivamente (620-550 a.C. circa) si ha lo sviluppo della ceramica corinzia, di qualità inferiore, ma di diffusione assai vasta; il problema della cronologia della tirannide dei Cipselidi diventa in queste condizioni decisivo anche per la questione del significato del regime sul piano economico. Chi accetta la cronologia tradizionale (inizio al 657 a.C. circa), vede nella tirannide corinzia una forma politica che non crea l’artigianato, e commercio, ma che comunque continua, e porta al perfezionamento e a uno slancio produttivo ulteriore, attività economiche già prima ben presenti. Chi invece abbassa l’avvento di Cipselo al 610 a.C. (come Beloch) o al 620 circa (come Will), e per conseguenza al 540 circa la fine della tirannide, da un lato deve attribuire al periodo dell’aristocrazia bacchiade il momento del più alto sviluppo artigianale, dall’altro deve ammettere che artigianato e commercio corinzio si esauriscano proprio nel periodo della tirannide, che sopravviverebbe alla crisi di quelle attività produttive. Ora, è giusto osservare che a Corinto l’artigianato e il commercio non sono apporto specifico della tirannide: questa nasce anzi dall’interno contadino, e di questo è geneticamente il frutto. Tuttavia, sarebbe espressione di rigido primitivismo negare l’interesse dei Cipselidi, e in particolare di Periandro, all’espansione commerciale, sia in Occidente sia in Oriente: basti pensare alla creazione del díolkos, il “tramvai” dell’Istmo per il trasporto delle imbarcazioni, o allo sviluppo, accanto al porto del Lecheo sul golfo Corinzio, anche di quello di Cencree sul golfo Saronico, o alla fondazione di nuove colonie, da Leucade ad Ambracia e ad Anattorio sul mar Ionio, a Potidea nella Calcidica (Egeo settentrionale).

Corinto. Tempio di Apollo. Ordine dorico, metà VI sec. a.C.

E certamente non sarebbe neanche facile dare un’immagine univocamente agraria della politica economica e sociale dei tiranni. Per Sicione si ha ad esempio traccia di provvedimenti volti a scoraggiare l’immigrazione di gente dal contado in città, se davvero nei katonakophóroi (“portatori di katonákē”, cioè di un mantello col bordo in pelle di pecora), si debbono vedere dei contadini, a cui il tiranno imponeva in città una sorta di umiliante “uniforme”, atta a rivelarne la provenienza e la condizione sociale. Su più solide basi pare attestata la tradizione attidografica sulle provvidenze di Pisistrato per la rivitalizzazione dell’agricoltura dell’Attica, che per sé equivaleva a un freno posto a uno sviluppo eccessivo dell’urbanesimo. D’altra parte, che ci sia qualcosa in comune tra la tirannide di Sicione e quella di Atene, sotto questo profilo, risulta dal fatto che l’una e l’altra segnano uno sviluppo del culto di Dioniso; ad Atene si aggiunge l’ingrandimento del santuario di Eleusi. Questo però non significa puro e semplice sviluppo dei culti agrari, o della campagna ai danni della città. Le opere pubbliche realizzate dai tiranni nella città (ad Atene questo aspetto è ben documentabile) significano attenzione alla città e promozione del suo sviluppo materiale e funzionale, che però non è ancora programmatico incremento urbano; quest’ultimo sarà ad Atene piuttosto l’apporto della democrazia.

Ctesila, Busto di Periandro di Corinto. Marmo, copia romana da un originale greco del IV sec. a.C. Roma, Musei Vaticani.

 

Sul piano socio-economico il tiranno tende ad esercitare una funzione propulsiva, diffusa su tutte le attività, nella prospettiva di un equilibrio nuovo, che consenta di dare qualche risposta ai bisogni elementari degli strati più poveri, senza però farli entrare ancora nella sfera del potere, che resta personale e, nonostante tutto, fortemente condizionato dal punto di partenza politico delle tirannidi medesime. Come sul terreno sociopolitico il tiranno occupa progressivamente il campo mediano dello spazio sociale, così sul terreno economico egli si pone come fattore propulsivo delle più diverse attività produttive, con incremento anche di quelle meno tradizionali, che possono rispondere all’accresciuto e aggravato bisogno economico complessivo, già per il fatto che costituiscono ulteriori fonti di sostentamento. Il fatto poi che nella tradizione queste attività produttive, proprio perché meno tradizionali, possano essere talora messe in una luce particolare, a scapito di altre, non autorizza lo storico di oggi a stabilire connessioni univoche tra la tirannide e una determinata forma economica.
Ma della quantificazione politica della tirannide può dare una giusta idea, oltre alla considerazione della sua genesi, anche quella dei suoi sbocchi, dei suoi esiti sociopolitici: ci si accorgerà infatti che in molti casi si è operato un indebito trasferimento, verso la fase iniziale di una tirannide, di quelle caratteristiche che essa assume invece solo in una fase avanzata, o addirittura finale, della sua storia, comunque ad opera di un tiranno diverso dal fondatore del regime.
La tirannide non è sempre l’anticamera della democrazia. Lo è là dove tutto il processo politico è spostato in avanti (e ciò è documentabile ad Atene, assai meno a Megara); questo accade naturalmente nelle epoche più avanzate; ma, anche in questo caso, il passaggio dalla tirannide alla democrazia non è né diretto né indolore, ed è quindi compito dello storico mettere in luce quei dati nuovi che la tirannide comporta e che trovano un loro diverso e compiuto sviluppo nella democrazia: formazione di un potere al di fuori e al di sopra della semplice somma dei cittadini; sviluppo della fiscalità; elaborazione e articolazione della stessa idea e forma di città. Tuttavia il verificarsi del fenomeno della tirannide non lascia in nessun caso le cose immutate; anzi, come risultato minimo (che è poi quello più spesso ricorrente), esso produce un’aristocrazia moderata, cioè più temperata rispetto a quella precedente la tirannide. Una via classica è quella dell’allargamento del corpo civico, quale si può ottenere mediante l’ampiamento del numero delle tribù. Il caso più evidente è quello di Sicione: Clistene (circa 610/600-580/570 a.C.) alle tre vecchie tribù dell’aristocrazia dorica (apparentemente deformate nei loro nomi) aggiunge una quarta tribù, che si chiamerà, durante la tirannide, degli Archḗlaoi e più tardi si assesterà su una denominazione Aighialeîs, che recupera al tempo stesso il nome originario di Sicione (Aighiáleia) e il nome di un figlio dell’argivo Adrasto (Egialeo), eroe caro all’aristocrazia dorica di Sicione, il cui culto Clistene aveva appunto sostituito con quello dell’antagonista tebano Melanippo e del dio Dioniso. Con tutto ciò, la forma di governo di Sicione, sessant’anni dopo la fine di Clistene, era oligarchica. E tale resta anche la costituzione di Corinto, benché, dopo la fine dei Cipselidi, in base a un passo di Nicolao di Damasco che parla dell’istituzione di otto probuli e di nove buleuti (per ciascun probulo, quindi settantadue?), si sia potuto ammettere che le cifre otto e (forse) ottanta in questione, in quanto multiple di quattro, presuppongono anche a Corinto una ampliamento delle strutture civiche da tre a quattro tribù (con tutto quel che tale ampliamento comporta, di pur limitate modifiche).

 

Albero genealogico dei Cipselidi. K.J. Beloch, Griechische Geschichte, I 2, Strasbourg 1916, p. 283, collazionato con H. Berve, Die Tyrannis bei den Griechen, p. 757 [linee tratteggiate].


Si è tentato di definire in termini sociopolitici la novità della tirannide rispetto all’aristocrazia. Ma tutte le definizioni che prescindono da quel rapporto dialettico tra aristocrazia, oplitismo e tirannide che abbiamo proposto (rapporto nel quale ogni forma successiva è compresa o preannunciata o generata nella precedente e al tempo stesso si colloca fuori di essa, è perciò dentro e fuori della forma politica precedente), finiscono col dare della tirannide un quadro che la fa somigliare molto alla democrazia (sì che non si vede più perché la tirannide non sarebbe dovuta sfociare nella democrazia, o perché, dove ciò è stato, non sia accaduto senza convulsioni storiche). Più volte si legge infatti che la tirannide risulta dall’alleanza tra la classe oplitico-contadina (intesa come totalmente estranea e contrapposta all’aristocrazia) e il proletariato urbano (o anche rurale), nei termini schematici di un’alleanza tra ceto medio e popolo. Ma, a guardar bene, questa è proprio la formula sociopolitica della democrazia classica, la quale non ha mai in Grecia caratteri rivoluzionari, bensì, anche e proprio nella sua forma storicamente più avanzata, è l’esito di un’alleanza tra ceti medi (quelli che proprio la democrazia ha sviluppato e potenziato come tali, cioè quantitativamente e politicamente) e proletariato dei teti, quindi tra medi e piccoli proprietari terrieri ed eventuali imprenditori, da un lato, e braccianti e salariati dall’altro. Ora, la diversità della tirannide rispetto alla democrazia è proprio nel suo conservare (soprattutto nelle prime fasi) gli originari legami con l’aristocrazia oplitica, nonostante tutte le frizioni, gli attriti, i contrasti, i conflitti. Come quel nesso originario è, nonostante tutto, presente, la tirannide, non nella sua genesi, ma nel suo esito sociopolitico complessivo, viene dunque a realizzare una posizione di equilibrio fra i diversi ambienti sociali; e, pur nascendo dalla classe oplitica e dall’aristocrazia, il tiranno viene ad occupare la posizione mediana del campo sociale complessivo, sì che riflette al contempo le sue origini dalla società oplitica e la sua attenzione alle esigenze del popolo minuto. Questo emerge via via più nettamente nel corso del tempo, cioè col passare degli anni o dei decenni di una tirannide, e si coglie probabilmente con più evidenza nella seconda generazione (stando alle fonti, che potrebbero però talora essere un po’ schematiche e che comunque vanno valutate a seconda dell’epoca a cui appartengono). La funzione di equilibrio viene meno, d’altra parte, via via che si va avanti nel tempo e si passa ad un’ulteriore generazione, via via quindi che si accentuano gli aspetti personalistici o le forme di violenza del potere tirannico, caratteristiche che finiscono con l’isolarlo dalla società che esso ha contribuito a creare. Non è dunque un caso che le tirannidi arcaiche non riescano a completare facilmente più di due generazioni di permanenza al potere, e che già alla terza esplodano tutti i conflitti di cui la forma personale del potere ha posto le premesse: quando esse durano più dei cinquanta o settant’anni circa che corrispondono a due generazioni, la cosa è così eccezionale da dover essere notata. Aristotele, attentissimo alla connessione tra aspetti cronologici e sociologico-storici, sottolineava la durata eccezionale di cento anni per gli Ortagoridi di Sicione: il che significa tre generazioni piene, anzi uno spazio che arriva a includere almeno le akmaí di quattro di esse.
La considerazione del profilo storico di alcune tirannidi (Corinto, Sicione, e più avanti Atene, Samo) renderà più evidenti sia i problemi già enunciati sia quelli che ci accingiamo ad affrontare in chiusura.

Corinto. ‘Via del Lecheo’.

A instaurare la tirannide a Corinto, la città dell’Istmo, privando del potere politico l’aristocrazia assai esclusiva dei Bacchiadi, è Cipselo, il figlio di Labda, una donna zoppa dello stesso clan dei Bacchiadi, e di un uomo di nome Eezione (< aetós = “aquila”), del dēmos di Petra: che dēmos sia indicazione di luogo, o di ceto sociale, esso lega al territorio, assai più che al mare, le origini di Eezione. Si pone semmai, proprio per gli aristocratici Bacchiadi, il problema del loro rapporto col mare e col commercio, cioè con i traffici che si svolgono attraverso il territorio di Corinto e attraverso l’Istmo, sia in direzione longitudinale (tra Peloponneso e Grecia “continentale”) sia in direzione trasversale (tra Mar Egeo e Golfo Corinzio, e regioni ulteriori). Erodoto riporta tre oracoli, nel suo ampio resoconto dell’origine della tirannide a Corinto (un racconto di segno fondamentalmente negativo, essendo incluso nel discorso pronunciato dal corinzio Socle circa il 506 a.C., contro l’ipotesi spartana di restaurare ad Atene l’abbattuta tirannide di Ippia: un grande exemplum storico-politico, dunque).
Il primo degli oracoli, in ordine di tempo, rilasciati ai Bacchiadi (V 92 β 3) annunciava, con tono ostile verso il nascituro Cipselo, che un’aquila (aetós) avrebbe partorito «un forte e crudele leone, che avrebbe abbattuto molti». Gli altri due erano assai più favorevoli ad Eezione e a Cipselo. Quest’ultimo veniva paragonato (V 92 β 2) ad un macigno che, rotolando dall’alto, sarebbe piombato addosso ad ándres moúnarchoi (= “uomini tiranni”) ed avrebbe punito (o meglio «livellato») Corinto. L’altro oracolo (V 92 ε 2) esaltava la felicità di Cipselo visitatore del santuario delfico e prometteva a lui e ai suoi figli, ma non alla generazione dei nipoti, il regno sull’illustre Corinto. Sorti forse solo durante, o addirittura dopo, la tirannide dei Cipselidi, questi oracoli riflettono complessivamente una valutazione positiva di Cipselo. Interessante il fatto che ai Bacchiadi venga riservata quella qualifica di “monarchi”, cioè “tiranni”, che altrimenti sembrerebbe più idonea a qualificare il regime dei Cipselidi (Cipselo sembra invece valere come un autentico basileús, al confronto con i Bacchiadi).
Un riflesso è nel passo di Strabone (VIII C. 378) in cui la storia arcaica di Corinto, opulenta in virtù dl controllo delll’Istmo, è così rappresentata dal geografo: «i Bacchiadi, che furono tiranni, e numerosi e di stirpe nobile, detennero il potere per circa duecento anni e sfruttarono tranquillamente l’empórion; abbattutili, Cipselo prese la tirannide per sé, e la sua casa rimase fino alla terza generazione…». Cipselo, che nel racconto erodoteo è meno crudele del figlio Periandro, ma pur si macchia di delitti («perseguitò molti Corinzi, molti privò delle ricchezze, moltissimi della vita», V 92 ε 2), diventa invece un personaggio nettamente positivo al confronto col figlio nella letteratura del IV secolo a.C., cioè sia nella probabile fonte (Eforo) di Nicolao di Damasco, sia nello stesso Aristotele. L’opposizione tra padre e figlio – o persino tra una prima e una seconda fase del governo del padre – , perciò l’idea di un peggioramento progressivo del regime quanto a rapporti con l’aristocrazia, verso una forma più chiaramente tirannica, è così comune a tutta la tradizione. In Erodoto gli aspetti negativi sono ben presenti anche per Cipselo; Nicolao invece parla di un Cipselo valoroso, moderato, generoso verso il popolo, mite giudice nella sua qualità di polemarco, giusto nemico dei Bacchiadi, dei quali uno uccide e gli altri induce all’esilio a Corcira. Forse l’ostilità del giudizio erodoteo riflette troppo da vicino lo scopo del discorso di Socle (una requisitoria contro i mali della tirannide), per essere preso come una disinteressata testimonianza sul giudizio corrente su Cipselo; benché presenti alcuni inequivocabili tratti retorici e forse taluni anacronismi, il ritratto di Nicolao può dunque essere più vicino all’idea corrente su Cipselo e forse alla verità storica.

Pittore di Ippolito. Scena di combattimento. Pittura vascolare da un cratere a colonnine corinzia, da Corinto. 575-550 a.C. Paris, Musée du Louvre.

 

L’asprezza del conflitto della tirannide con i Bacchiadi ha del resto una sua qualche giustificazione nel carattere esclusivo e statico della dinastia bacchiade medesima, un’oligarchia con caratteristiche abitudini endogamiche, di re discendenti da un ramo eraclide cadetto (Eracle-Antioco-Filante-Ippote-Alete), che avevano regnato a Corinto (Alete-Issione-Agela-Primnide-Bacchide) dal 1074 fino all’891 a.C., per poi prendere, con Bacchide (o Bacchiade), la basileía e detenerla ancora fino al 747 a.C. Successivamente il clan aveva dato vita a una forma “repubblicana”, in cui al vertice della comunità non era più un basileús, ma un prýtanis, cioè un “principe”, un magistrato annuale, scelto però sempre all’interno di quella ristretta oligarchia (e il periodo di “rotazione” pritanica sarebbe durato novant’anni, dal 747 al 657). Il conflitto con questa oligarchia non fa dunque probabilmente di Cipselo un nemico dell’aristocrazia in generale; comunque, non ne fa un nemico della “classe oplitica”. È in virtù della sua funzione di polemarco, cioè di “capo militare” (capo di opliti, naturalmente), che egli si mette in luce e può aspirare a rovesciare il precedente regime. Di lui dice Aristotele, quando sottolinea la durata dei Cipselidi (secondi in graduatoria, per questo aspetto, dopo gli Ortagoridi) e attribuisce trent’anni di tirannide a Cipselo, quaranta e mezzo a Periandro, e tre a Psammetico, figlio di Gorgo, fratello di Periandro: «Cipselo fu demagogo e rimase al potere senza guardia del corpo, Periandro fu autenticamente tirannico, ma valido guerriero». Forse è da dubitare alla rappresentazione spiccatamente demagogica, che la letteratura del IV secolo dà delle tirannidi, addirittura nelle loro prime manifestazioni: di questa infatti non è traccia nel quadro che Erodoto fornisce di Cipselo (e un aristocratico come Socle avrebbe avuto ogni ragione di farne menzione). Il peggioramento è evidente con Periandro, che si circonda di trecento guardie del corpo (doryphóroi), impedisce ai cittadini di acquistare schiavi (li impedisce perciò della loro libertà economica), spoglia dei loro gioielli le donne di Corinto (tutte cose che dunque il padre non faceva), compie nefandezze d’ogni genere, anche verso i suoi familiari (uccide la moglie Melissa, figlia del tiranno di Epidauro, Procle, e poi però commette necrofilia sul suo cadavere; perseguita un figlio; realizza insomma quella solitudine totale che diventerà uno dei topoi del destino umano del tiranno). Socle invero, in Erodoto, ammette che giusto all’inizio Periandro fosse più mite del padre: ma abbiamo visto quale limitazione riceva la condanna di Cipselo in Erodoto dal contesto in cui s’inserisce il racconto, ostile peraltro sia ai Bacchiadi sia al loro nemico ed eversore, Cipselo, e alla discendenza di questo.
Socle, alla fine del VI secolo, è in definitiva il portavoce proprio di quella forma politica che a Corinto era risultata dalla tirannide e poi dal suo abbattimento: non una democrazia (che è in quegli anni l’innovazione politica di Atene), ma un’aristocrazia, certamente però più moderata di quella dei Bacchiadi; un regime per il quale Erodoto (o Socle, in Erodoto) sembra suggerire, come definizione utile, un neologismo (o comunque una parola rara) quale isokratía (V 92 α 1), una parola che, opponendosi a tirannide, sembra unificare in un più vasto contesto politico sia la forma democratica (che gli Spartani paiono voler abbattere ad Atene, per favorire il rientro di Ippia) sia la forma non democratica, ma certamente anche non tirannica, che ormai nel VI secolo avanzato Corinto conosce (un’aristocrazia allargata e temperata, come abbiamo detto).

 

Sicione

Anche nella storia della tradizione sulla tirannide degli Ortagoridi nella città peloponnesiaca di Sicione (appena 20 km a nord-ovest di Corinto) si coglie una accentuarsi progressivo della rappresentazione dei caratteri popolari della tirannide. In questo caso addirittura si ha, riflessa in Diodoro (VIII, 24) come in un papiro di Ossirinco (P. Oxy. XI, 1365a 32), una tradizione (che, come tale, sarà del IV secolo a.C.), secondo cui il capostipite della dinastia, Andrea, sarebbe un mágheiros (“cuoco”) dei sacrifici, cioè un inserviente addetto alle cerimonie sacrificali, che un oracolo annunciava stesse per dare origine a un lungo periodo di tirannide per la sua città. L’uomo, di origine e di animo piccoli, trascurò l’oracolo: ma il figlio Ortagora (come scrive il papiro), illustratosi nel servizio militare prima come guardia territoriale e poi via via fino alla carica suprema di polemarco (sempre dunque in virtù di una carriera oplitica), conquistò il potere. Erodoto (VI, 126) ci fornisce la genealogia di Clistene, il più illustre degli Ortagoridi, dicendolo figlio di Aristonimo di Mirone di Andrea. Certo, sia Clistene (evocato in funzione del nipote Clistene ateniese e del discendente Pericle) sia, e a maggior ragione, i suoi antenati cadono fuori del “campo storico” peculiare delle Storie erodotee (circa 570/560-478 a.C.). Perciò può non essere molto significativo il fatto che Erodoto nulla dica di Andrea: forse anch’egli ne conosceva l’umile condizione, o forse il tema è proprio della letteratura più tarda, o quanto meno è solo da essa particolarmente sviluppato.

Sicione, Rovine di un tempio dorico.

Comunque, anche nella storia della tirannide di Sicione, c’è un peggioramento del regime politico e dei comportamenti del tiranno, via via che si procede nel tempo. Erodoto non esprime invero giudizi negativi in prima persona su Clistene: ma questa cautela appare dovuta ad una qualche forma di rispetto per gli Alcmeonidi, con cui Clistene si imparentò, dando la figlia Agariste in moglie all’ateniese Megacle circa il 580 a.C. Infatti, indirettamente o implicitamente, il giudizio di Erodoto presenta elementi critici: la Pizia aveva ammonito Clistene a non espellere da Sicione il culto dell’argivo Adrasto, perché questi era (stato) re dei Sicionii, e lui, Clistene, ne era il lapidatore; Clistene ricorre allora a una mēchanḗ, cioè a un astuto e un po’ perverso “espediente”, introducendo il culto del tebano Melanippo (V 67,2); e in occasione delle riforme delle tribù, ridenominate Hyâtai, Oneâtai, Choireâtai (cioè Suinidi, Asinidi, Porcidi), invece di Illei, Dimani, Panfili, Clistene, secondo Erodoto (V 68,1), «molto derise i Sicionii», visti nel loro complesso. Ma forse, ancor più degli elementi negativi che connotano esplicitamente Clistene (al confronto con ipotizzabili comportamenti più riguardosi), conta l’implicito suggerimento erodoteo che i predecessori non innovarono, quanto a culti e istituti aristocratici tradizionali, se ad innovare fu Clistene. Se dunque teniamo conto del quadro storico successivo, Andrea non rivestì la tirannide: solo Mirone, Aristonimo, Clistene e un successore vengono in questione per questo regime tirannico di eccezionale durata. Ed è solo con Clistene che i rapporti con l’aristocrazia si deteriorano radicalmente.
Sulla biografia e sul carattere di Clistene di Sicione gli autori più tardi hanno comunque da dire alquanto più di Erodoto. Nicolao di Damasco lo conosce come dólios, phoberós, drastḗrios, cioè come “uomo d’inganni”, “temibile”, “audace”, ma soprattutto come tiranno più violento e più crudele (biaiótatos…kaì omótatos) di tutti i suoi predecessori. Il divario fra la prima generazione (o le prime generazioni) e le generazione successive si accentua, insomma, negli scrittori più tardi, ma è già implicito in Erodoto. […]

 

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Essere, vita e pensiero

di F. Verde, Essere, vita e pensiero. Ancora sull’ontoteologia in Aristotele.

Di certo non è impresa facile trattare in modo esaustivo della questione della presenza dell’ontoteologia nella filosofia di Aristotele in poche pagine, soprattutto per via delle molteplici competenze che occorrerebbero per esaminare il problema in maniera sufficientemente approfondita. Solo il tener conto della sterminata bibliografia sull’argomento risulta quasi impossibile. A ogni modo, analizzare sommariamente e in estrema sintesi il problema, può certamente risultare utile non solo allo storico della filosofia ma anche a chi si occupi di estetica o filosofia teoretica al fine di avere un quadro concettuale più unitario e coerente. Per questa ragione questo studio si presenta come un’analisi che tenta, anche se superficialmente e non in modo dettagliato, di demarcare con esattezza i diversi livelli che limitano l’estensione della questione, la presenza dell’ontoteologia in Aristotele. Prima di entrare in medias res, chi scrive è tenuto a circoscrivere le proprie competenze al campo storico-filosofico; se, per un verso, esse sono utili a delineare, storicamente appunto, il problema, per altro verso, non tengono conto di alcune questioni, che pure risulterebbero di fondamentale importanza per la corretta comprensione del problema. Da un punto di vista strettamente metodologico, dunque, si esaminerà il problema usufruendo di una lente e di un filtro sicuramente privilegiati, quelli della storia e dell’analisi attenta, minuziosa ma mai pedante dei testi. Per quanto concerne i rinvii bibliografici di letteratura secondaria davvero essenziali e che, dunque, non mirano affatto al fine della completezza, si rimanda senz’altro all’apposita sezione al fondo di questo breve contributo.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene. Dettaglio - Aristotele con il volume dell''Etica'. Affresco, 1509-1510. Città del Vaticano, Stanza della Signatura, Palazzi Apostolici.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene. Dettaglio – Aristotele con il volume dell’Etica. Affresco, 1509-1510. Città del Vaticano, Stanza della Signatura, Palazzi Apostolici.

Per prima cosa è necessario comprendere cosa si intenda per “ontoteologia“; come è noto, il termine compare per la prima volta nella Critica della ragione pura (B 660-A 632) dove Kant si occupa di differenziare alcuni termini relativi all’ambito teologico. La teologia trascendentale intende ricavare l’esistenza dell’essere originario a partire dall’esperienza in generale mentre la teologia naturale giunge all’esistenza di un creatore del mondo dalla disposizione e dall’ordine presente in questo mondo sulla base di due specie di causalità, la natura e la libertà. Queste determinazioni terminologiche verranno approfondite successivamente in maniera più completa ne La religione entro i limiti della sola ragione; la teologia trascendentale è detta cosmoteologia quando ricava l’esistenza di un essere originario a partire dall’esperienza in generale (si pensi in tal caso all’analogia concettuale con le cinque vie di Tommaso), mentre ontoteologia è la teologia che ricava l’esistenza di un creatore del mondo da semplici concetti senza far ricorso a nessun tipo di esperienza (si noti la vicinanza della nozione kantiana di ontoteologia con la prova ontologica di Anselmo). In breve, se la cosmologia, proprio come le cinque vie di Tommaso, prende le mosse dall’esperienza per arrivare ad attestare l’esistenza di Dio, l’ontoteologia ne determina l’esistenza sulla base di semplici concetti puri.

Iniziale Miniata da un manoscritto della fine del XI secolo del 'Monologion' di Anselmo d'Aosta. Rouen, Bibliothèque municipale.

Iniziale Miniata da un manoscritto della fine del XI secolo del ‘Monologion’ di Anselmo d’Aosta. Rouen, Bibliothèque municipale.

Chi come Heidegger intende rintracciare la presenza dell’ontoteologia in Aristotele non usa in toto la definizione kantiana ma tenta di identificare la nozione di Dio con quella di essere, riducendo questo all’ente, seppure sommo, ovvero Dio; ciononostante, va pure chiarito sin da subito che sarebbe senz’altro riduttivo e per certi aspetti errato attribuire ad Heidegger una nozione di ontoteologia del genere in quanto va tenuto bene a mente che nella riflessione heideggeriana questa nozione si sposa con quella di “fondamento” che, tuttavia, non è oggetto di questo studio. La seconda parte di Identität und Differenz (1957) è il testo cruciale e di riferimento dove Heidegger accosta la storia della metafisica alla questione dell’ontoteologia; sebbene ci sia il rischio di semplificare troppo, si può ben dire che la metafisica e la sua storia si sono costituite ontoteologicamente a partire, ovviamente, da Aristotele. Ma che cosa è l’ontoteologia nell’ottica di Identität und Differenz? Non è di certo così facile dare una risposta sintetica ed efficace, tuttavia, sulla scorta dei diversi studi che Enrico Berti vi ha dedicato, si può affermare con un certo grado di certezza e plausibilità che l’ontoteologia sia quella scienza che “riduce” l’essere a un ente, un ente sommo, ossia Dio; come è assai noto la Überwindung der Metaphysik, il superamento della metafisica è un’impresa necessaria se ci si intende liberare dall’oblio dell’essere dovuto a una sorta di “schiacciamento” dell’essere su di un ente, seppure sommo, come Dio. A questo punto, benché Heidegger nello scritto sopra citato non faccia menzione di Aristotele, il filosofo di Stagira è una presenza costante nelle esegesi heideggeriane, a partire dal celebre corso del 1926 sui Concetti fondamentali della filosofia antica in cui Heidegger legge il libro G della Metafisica come trattazione dell’essere dell’ente. Considerati i precedenti e la costante presenza di Aristotele nel pensiero heideggeriano, pur mantenendo la debita cautela, non sembra plausibile escludere che la nozione di ontoteologia debba parecchio all’interpretazione di alcuni dei libri centrali della Metafisica.

Emil Doerstling, Kant bei seinem Mittagsmahl (1892-93).

Emil Doerstling, Kant bei seinem Mittagsmahl (1892-93).

A questo punto sorge quasi spontanea la domanda sul significato storico della Metafisica di Aristotele. Insomma, per essere più chiari e per richiamare le chiarissime parole di Berti in merito, si tratta di ontoteologia o di filosofia prima? Aristotele e i suoi commentatori come Alessandro di Afrodisia (In metaph. 171 5-7) sottolineano chiaramente come la metafisica non sia teologia ma scienza teologica. La teologia, infatti, insieme alla matematica e alla fisica, è una delle scienze teoretiche che costituiscono il sapere più alto cui l’attività contemplativa deve tendere. Ora, è assai utile rimarcare che si tratta di scienza teologica e non di teologia per un motivo centrale nel pensiero aristotelico: il fatto che la metafisica si occupi della scienza teologica non significa che il suo oggetto esclusivo sia Dio o l’essere sommo ma che la metafisica intesa come scienze delle cause prime (protologia) e dei principi (archeologia) approda necessariamente anche al divino. Per quale motivo? La metafisica così come viene compresa da Aristotele è la scienza dell’ente in quanto in ente, è la scienza del ‘reale’ di cui si sforza di individuare le cause prime. Questo punto, come si vede, è di fondamentale importanza per comprendere correttamente il progetto aristotelico; molti dei maggiori studiosi moderni, davvero fra i più eminenti interpreti del testo aristotelico, quali Natorp (e il neokantismo), Jaeger, Aubenque e, per certi aspetti, Leszl, hanno escluso apertis verbis l’identità fra la metafisica come scienza delle cause prime e la scienza teologica, contravvenendo in questo modo alla preziosa testimonianza in merito di Alessandro di Afrodisia oltre che alle righe aristoteliche.

Da questa prospettiva, il passo verso l’identificazione della metafisica con l’ontoteologia sembrerebbe davvero breve e, infatti, lo è stato. P. Merlan, ad esempio, è del parere che l’ente in quanto ente di cui la metafisica ricerca le cause prime si identifichi sostanzialmente con Dio; se questo è vero, come si intuisce facilmente, la metafisica sarebbe “ontoteologia” in quanto i suoi oggetti si identificano perfettamente, l’ente in quanto ente e Dio. Insomma, esaminare la “portata” ontoteologica della metafisica significa fondamentalmente interrogarsi sui limiti concettuali della stessa metafisica; siamo abituati, in riferimento alla metafisica aristotelica, a sostenere che la metafisica sia la scienza dell’essere, definizione, questa, che difficilmente si adegua alle pagine aristoteliche. Affermare che la metafisica sia scienza dell’essere non vuol dire che essa sia scienza dell’ente in quanto ente; quando Aristotele sostiene che la metafisica è scienza dell’ente in quanto ente intende dire che la metafisica è la scienza della totalità del reale di cui, per l’appunto, ricerca le cause prime che equivalgono alle quattro cause che Aristotele descrive dettagliatamente nella Fisica e nella Metafisica. Se questo è vero la metafisica aristotelica rimane intrinsecamente filosofia prima.

In realtà c’è un altro motivo importante per cui la metafisica non si identifica stricto sensu con la scienza dell’essere, come in effetti intendono alcuni interpreti moderni. Se la metafisica fosse scienza dell’essere è chiaro che l’essere dovrebbe essere considerato un genere, il che viene escluso da Aristotele a chiare lettere. Considerare l’essere un genere significa in ultima analisi che esso è un genere della totalità del reale; questo sembrerebbe un passaggio concettuale molto intuitivo e, per certi aspetti, immediato, eppure non è così, almeno per Aristotele. Se prendiamo in considerazione un celebre passo tratto dal libro B della Metafisica, in particolare la pagina 998b, Aristotele tramite un ragionamento piuttosto complesso afferma che l’essere non è un genere. Come è noto, Aristotele è del parere che l’essere sia coestensivo all’uno per questo motivo l’essere e l’uno sono i predicati generalissimi del reale, ossia ciò che più di ogni altra cosa si predica di tutte le cose. Ma il fatto che l’essere e l’uno siano predicati generalissimi di tutte le cose non indica affatto che essi siano generi primi. Seguiamo l’argomentazione di Aristotele. Risulta evidente che le differenze fanno sì che un genere sia distinto e distinguibile da un altro: tra il genere animale e quello vegetale sussistono alcune differenze ben precise che rendono assolutamente perspicua la distinzione fra i due generi. Ora, perché le differenze siano è chiaro che esse devono appartenere all’essere e all’uno: per affermare che il genere animale differisce da quello vegetale è necessario che ogni differenza sia (essere) e sia una (uno). Ma è pur vero che se l’essere e l’uno sono dei generi risulta del tutto impossibile che essi si predichino delle differenze generiche: sarebbe assurdo che ciò che si predica delle differenze fra i generi sia esso stesso un genere. Il genere, pertanto, non può predicarsi delle proprie differenze: ciò che differenzia due generi diversi non può essere un genere, di conseguenza, se l’essere e l’uno fossero generi, di nessuna differenza si potrà sostenere che essa è e che è una. Tutto questo ragionamento esclude che la metafisica sia scienza dell’essere, esattamente perché l’essere non è un genere della totalità del reale: se lo fosse le differenze fra i generi non sussisterebbero e si cadrebbe nella concezione di un reale del tutto omogeneo e indifferenziato che, in fin dei conti, è l’accusa che Aristotele muove ad Anassagora.

Ritornando ad Heidegger, l’interpretazione ontoteologica della metafisica trova i suoi degni prodromi, dopo gli scritti di Brentano su Aristotele, nel trattato di un teologo, Carl Braig, che nel 1896 pubblicò un’opera dal titolo Vom Sein. Abriβ der Ontologie. Lo stesso Heidegger dichiara di essere stato profondamente influenzato da quest’opera, anche perché Braig fu il suo professore di teologia a Friburgo in Brisgovia. Si pensi che già Braig aveva, per così dire, individuato uno dei futuri cardini del pensiero heideggeriano, ossia la differenza ontologica fra l’essere e l’ente; questi giunge concettualmente a tale differenza via theologica. Nel suo trattato Vom Sein Braig, condensando gran parte della tradizione teologica occidentale, in particolare medievale, arriva a sostenere che Dio è l'”essere proprio”, ciò che conferisce all’essere la sua unità, al di là di tutti i significati dell’essere; questo punto richiama alla memoria l’Itinerarium mentis in Deum di Bonaventura, opera non a caso dettagliatamente commentata da Braig, dove il francescano differenzia l’essere di Dio (esse ipsum) dai singoli enti. Da ciò è chiaro che il passo verso l’interpretazione ontoteologica della metafisica aristotelica risulta ancora una volta molto breve, soprattutto perché in questo caso si tratta di “integrare” le pagine aristoteliche con le molte esegesi fornite dalla Scolastica medievale e moderna che non esitano a identificare l’oggetto della metafisica con l’Esse ipsum ovvero Dio. E qui è inevitabile che sorga un altro problema di natura “anacronistica”. Ammettere che l’oggetto della metafisica aristotelica sia l’essere stesso ossia Dio non solo significa fare della metafisica un’ontologia (il che è già di per se stesso rischioso, almeno “nominalmente”, considerando che il termine “ontologia” compare, come è noto, per la prima volta nel grande Lexicon Philosophicum di Goclenius del 1613) ma soprattutto attribuire ad Aristotele la distinzione propria della Scolastica moderna (Suarez, Wolff, Baumgarten) fra metaphysica generalis e metaphysica specialis proprio come fa, in ultima analisi, Le problème de l’être chez Aristote di P. Aubenque (1962; 1966). Mentre la metaphysica generalis si occupa dell’essere (ontologia) la metaphysica specialis, distinta in cosmologia generalis, psychologia rationalis e theologia naturalis, si dedica all’analisi razionale del mondo, dell’anima e, infine, di Dio. Ma è chiaro che una visione del genere non solo non è riscontrabile in Aristotele – che per l’appunto fa della metafisica una scienza completamente unitaria che ricerca le cause prime dell’ente in quanto ente ossia della totalità del reale dove è incluso anche Dio (scienza teologica), non contrapponendo, dunque, ontologia a teologia – ma presuppone una relazione di anteriorità/posteriorità. Lo statuto della metaphysica specialis viene necessariamente garantito dalla metaphysica generalis che, infatti, le è, per così dire, propedeutica: ma anche di questo non c’è traccia in Aristotele.

Raffaello Sanzio, La Disputa. Dettaglio: San Tommaso d'Aquino, Papa Innocenzo III e San Bonaventura. Affresco, 1510-11. Città del Vaticano, Stanza della Segnatura, Palazzi Pontifici.

Raffaello Sanzio, La Disputa. Dettaglio: San Tommaso d’Aquino, Papa Innocenzo III e San Bonaventura. Affresco, 1510-11. Città del Vaticano, Stanza della Segnatura, Palazzi Pontifici.

La scienza che Aristotele ha intenzione di inaugurare (sebbene, nel primo libro della Metafisica, il filosofo ne ritrovi alcuni “anticipatori” nei pensatori precedenti) non riduce affatto l’essere all’ente, in quanto sostenere che l’essenza di un ente sia l’essere in termini aristotelici non significa nulla: ritornano ancora, da un lato, l’eliminazione tutta aristotelica della “genericità” dell’essere, dall’altro, la sua interna plurivocità. Si potrà obiettare a questa prospettiva – che, come ripeto, non fa altro che riflettere quanto più possibile storicamente il senso delle righe aristoteliche – ribadendo la centralità della nozione di sostanza nella metafisica aristotelica; ma cosa intende Aristotele per ‘sostanza’? La sostanza non è l’essere, non si identifica con l’essere ma, per dirla in breve, è il primo dei significati dell’essere, pertanto, la metafisica intesa come scienza della sostanza è quella scienza che ricerca le cause prime delle sostanze (Metaph. 1033ab). Si tratta, come si vede facilmente, di un punto di fondamentale importanza; a tal proposito, Berti, tentando di mettere da parte ogni equivoco, rimarca molto giustamente il significato primario della sostanza. Il carattere proprio della sostanza è la sua “primarietà” rispetto alle altre categorie; la sostanza è il primo ente, l’ente primario, ciò che è semplicemente (Metaph. 1028a). Come ha messo in luce assai chiaramente il volume sopra citato di Aubenque, se le categorie sono in relazione con la sostanza πρός ἕν ciò non significa affatto che esse possano venir dedotte dalla sostanza, proprio perché questa non è un genere e non si “ritrova” in loro. La nozione/definizione di tutto ciò che esiste contiene in sé un riferimento – del tutto necessario – alla sostanza, semplicemente per il fatto che la sostanza ha un significato primario rispetto al resto: un ente è tale perché nella sua definizione deve esserci un indubbio riferimento alla sostanza. Ora, è chiaro che se la sostanza fosse un genere le rimanenti categorie sarebbero deducibili da essa e riducibili a essa, ma le categorie non sono specie della sostanza così come questa non è loro genere: se così fosse l’eliminazione della “genericità” dell’essere da parte di Aristotele sarebbe in contraddizione con la sua dottrina categoriale. Per questo motivo Aubenque ha voluto – a ragione – rimarcare la differenza fra la proposta aristotelica dall'”analogia di attribuzione” della Scolastica che, tuttavia, appartiene già al Neoplatonismo: non esiste una relazione di proporzionalità, omonimia, analogia o partecipazione fra le categorie e la sostanza. Se questo è vero, la metafisica è anche studio delle cause prime della sostanza ma non si riduce solo a ciò, per il fatto che essa si occupa degli altri significati dell’essere: la sostanza è il primo e il più semplice – ovvero è privo di attribuzioni – dei significati dell’essere che, per l’appunto, si dice in molti modi. Occorre considerare con molta attenzione questo punto; l’essere, secondo Aristotele, non è una nozione omogenea, unitaria, per questo affermare che l’essenza di un ente sia l’essere non significa nulla (si noti mutatis mutandis l’analogia con la logica dell’essere della Scienza della logica hegeliana: l’essere preso nella sua indeterminatezza e immediatezza è il nulla): l’essere non può essere essenza di nulla per via della sua intrinseca plurivocità. Quando Aristotele afferma che l’essere si dice in molti modi vuol dire che l’essere si declina internamente in più sensi; la maggior parte degli interpreti legge l’assunzione della plurivocità dell’essere solo in funzione anti-eleatica ma, a ben vedere, si tratta di una visione piuttosto riduttiva. Nell’ottica aristotelica, insomma, il Platone del Sofista, sebbene si fosse sforzato di realizzare il “parricidio” tramite l’individuazione del genere sommo dell’ἕτερον, non era riuscito a “scardinare” la logica del τὸ ἔον di Parmenide: l’essere di Platone continua a essere un “blocco monolitico” che non riesce a declinarsi internamente. Il “diverso” del Sofista è un genere sommo che si “appoggia” solo esternamente all’essere, non riuscendo minimamente a “scalfire” la sua granitica identità; questa è la ragione profonda che spinge Aristotele a declinare intrinsecamente l’essere, non avendo, dunque, bisogno di un qualcosa di “esterno” come il “diverso” platonico: secondo Aristotele, insomma, l’ἕτερον non si “accosta” ma è sempre interno all’essere.

Si tratta ancora una volta di un punto centrale, spesso equivocato dagli interpreti che, riducendo l’oggetto della metafisica all’essere, hanno drasticamente ridotto o, quanto meno, ridimensionato, la “ricchezza” e la “varietà” della metafisica aristotelica che, infatti, si occupa degli altri significati della sostanza, dall’essere per accidente all’essere come potenza e come atto. Ed è proprio l’atto ovvero la forma a costituire il primo dei significati della sostanza; nel libro Z della Metafisica (1028b), Aristotele afferma che la οὐσία si dice in quattro sensi, l’essenza (τὸ τι ἕν εἶναι), l’universale (τὸ καθόλου), il genere (γένος), il sostrato (τὸ ὑποκείμενον). I quattro “candidati” alla sostanza vengono ulteriormente “vagliati” da due criteri che, per l’appunto, “filtrano” i quattro significati per determinare ancora più a fondo l’autentico carattere di sostanzialità. Questi due criteri riguardano, da un lato, la separabilità (χωριστόν), dall’altro, l’essere una realtà individuale, un ‘questo qui’ (τόδε τι); sebbene la questione sia molto delicata e per certi aspetti complessa (per questo è molto utile il rinvio al commentario sul libro di Z di Frede e Patzig), l’essenza ossia la forma rispetta entrambi i criteri, infatti, essa è “separata”, ossia esiste in sé e non in altro, e possiede il carattere di essere una realtà individuale. A questo punto, la terminologia aristotelica diviene più chiara: la forma ovvero l’atto rappresenta il carattere centrale e fondamentale della ‘sostanzialità’ di una realtà: se l’oggetto della metafisica aristotelica è lo studio zetetico delle cause prime dell’ente in quanto ente, la causa formale ossia l’essenza/forma/atto è la causa prima dell’ente in quanto ente, ovvero di ogni realtà. La forma, in effetti, risponde efficacemente all’interrogativo socratico-platonico del “che cosa è” (τι ἐστί); la forma, quindi, non è tutto l’essere ma solo il significato primo della sostanza, ciò che spiega che cosa è la sostanza, non riducendosi completamente a essa. E ciò non significa neppure che l’essere si riduca all’ente in quanto la forma non è affatto l’essenza dell’essere ma solo un carattere “separato” (ovvero che non necessita di essere in altro per esistere) e individuale che è causa prima della sostanza; nel caso dell’essere umano, la forma dell’uomo – come sembra poter arguire con una certa sicurezza dalle pagine aristoteliche – è l’anima, ma questo non significa che l’‘essere’ dell’uomo sia l’anima ma solo che l’anima è la causa (formale), il ti esti dell’essere umano che assolve a determinate funzioni come, ad esempio, alla “giustificazione” della vita.

Ora, anche l’atto ha molti significati e si può dire in molti modi, dei quali, quello primo e, per così dire, supremo è l’attività (ἐνέργεια). Dio è atto puro, pura forma priva di potenzialità e dunque di materia, atto primo e immobile; Dio è oggetto della metafisica esattamente perché è una delle cause prime dell’ente in quanto ente e, pertanto, della totalità del reale. Ma – e questo è il punto cruciale – non esiste una riga di Aristotele che attesti che l’‘essenza’ di Dio, primo motore immobile, sia l’essere: ciò contribuisce a negare la riduzione dell’essere all’ente (teologico). Aristotele è molto chiaro in proposito: l’ἐνέργεια di Dio è il pensiero, egli stesso è pensiero di pensiero (Metaph. 1074b) proprio perché il pensiero è l’attività più alta, la condizione più eccellente che Dio non potrebbe non esercitare. Il pensiero e solo il pensiero è il carattere proprio di Dio e non l’essere: Dio non è – heideggerianamente – “il più essente” (das Seiendste), per questo bisognerà attendere Tommaso che nella prospettiva dell’analogia entis – ma ancor di più Duns Scoto con l’assunzione dell’univocità dell’essere che lega Dio e le creature – farà di Dio l’Ipsum esse subsistens, l’essere stesso auto-sussistente che in quanto essere può egli stesso “donare” l’essere nell’atto creativo. Già Avicenna, del resto, faceva di Dio ciò che la metafisica ricerca e persegue.

Lazarus Sichling, Ritratto di Georg W.F. Hegel. Incisione, 1828.

Lazarus Sichling, Ritratto di Georg W.F. Hegel. Incisione, 1828.

Naturalmente il dibattito sulla teologia aristotelica dovrebbe esaminare il ruolo del primo motore nella cosmologia, ma non è questa la sede adatta per affrontare adeguatamente la questione; qui sia sufficiente sottolineare il fatto che con la caratterizzazione del primo motore come causa efficiente rispetto al moto dei cieli e come causa finale rispetto a se stesso, l’universo aristotelico assume dei contorni davvero distanti da quelli tradizionali. Il fatto che Dio sia causa motrice dei cieli esclude de iure e de facto che il primo motore sia l’Ipsum esse subsistens, l’ente, seppure supremo, cui l’essere si riduce, quasi “impoverendosi”. Solo tornando al valore genuino della prospettiva aristotelica, si potrà comprendere – per quanto possibile – autenticamente il senso della metafisica; le pagine di Aristotele sono state oggetto delle più svariate esegesi, così profondamente diverse fra loro, che, se per certi versi hanno gettato luce sul pensiero aristotelico, per altri hanno deliberatamente oscurato il significato ultimo della metafisica aristotelica. Per questo motivo la “sana” prospettiva storica declinantesi nella lettura dettagliata e filologicamente attenta del testo può spesso contribuire a rendere più manifesto quanto Aristotele intende comunicare.

Nel nostro caso la metafisica aristotelica non è né ontologia né ontoteologia: né essa è solamente studio dell’essere né esiste una riduzione dell’essere all’ente né l’essenza del Dio del libro L è l’essere che, infatti, si dice in molti modi. L’ente in quanto ente e Dio sono gli oggetti di studio della metafisica ma esclusivamente per il fatto che essa si costituisce come una ricerca delle cause prime e dei principi: la metafisica ricerca le cause prime dell’ente in quanto ente e Dio è una delle cause prime che essa ricerca. Questo è il motivo per cui la metafisica è anche “scienza teologica” ma, di certo, non ontoteologia; la metafisica continua a essere filosofia prima mentre l’immobile attività del pensiero rimane, almeno in Aristotele, ciò che caratterizza Dio e, soprattutto, ciò che rende Dio il vivente eterno e migliore che grazie alla sua attività prova piacere: l’atto dell’intelletto non è essere ma è vita (Metaph. 1072b).