Pericle uomo di Stato

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’Età micenea all’Età romana, Roma-Bari 1989, pp. 336-338; 343-353.

Secondo il giudizio di BelochPericle aveva più qualità di “parlamentare” che di “uomo di Stato”[1]. Appare evidente il significato che qui viene ad assumere la figura dell’uomo di Stato: essa è misurata nei termini della politica di potenza. In Beloch operava anche una nozione negativa del parlamentarismo e dell’uomo politico in genere; per questo gli sfuggiva quello che è invece l’apporto specifico e più creativo di Pericle. Si può dare a “Stato” una nozione assai vasta, come comunità fornita di un suo autonomo potere, dotata di un suo territorio, di sue risorse, suoi mezzi di difesa o anche di offesa. Ma si può proporre una nozione più restrittiva ed esigente, in cui la statualità è direttamente proporzionale alla definizione e al consolidamento di un sistema di funzioni e valori pubblici, che si forma, di fatto, proprio attraverso la decantazione del pubblico (che è, evidentemente, al tempo stesso una decantazione del privato). Il separarsi delle due sfere e il consolidarsi di quella pubblica sono da considerare, all’interno della storia politica greca, come il processo e il momento di formazione dello Stato, nel senso più rigoroso del termine. Di questo processo, certamente, nella storia greca, massimo fautore fu Pericle, come vedremo attraverso l’esame delle decisioni e innovazioni politiche più significative.

Pericle. Testa, copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila (429 a.C. ca.), da Lesbo. Berlin, Altes Museum.

Dal punto di vista della politica estera, Pericle appare come un personaggio di più discutibile profilo, perché il suo periodo di governo ingloba il momento della maggiore espansione della Lega delio-attica, ma anche momenti di grave crisi interna, connessi con le ribellioni (451-440) di Mileto, dell’Eubea (Calcide ed Eretria), di Samo, e con l’avvio di un conflitto, la Guerra del Peloponneso, che doveva produrre la scomparsa dell’impero medesimo. La strategia di Pericle, di contenimento e logoramento dell’avversario, ebbe pochissimo tempo per esplicarsi, dato il rapido sopravvenire della morte dell’uomo politico (nel 429), nel corso della peste scoppiata ad Atene nel 430. Poté così restare, consegnato alle parole di Tucidide e alle pagine di altri scrittori, il dubbio circa gli esiti che avrebbe avuto la guerra tra Atene e Sparta, se nel corso degli anni fosse stato semplicemente seguito alla strategia di Pericle. Ma né oggi né ieri la storia, cioè la ricostruzione storica, si è potuta fare con i se; e nella storia resta più la responsabilità di Pericle, di aver voluto o aver fatalisticamente accettato lo scontro globale con Sparta, che non il merito di una conclusione politicamente buona.

La grandezza di Pericle è proprio nella sua politica interna e nell’ideologia che la sorregge. Egli è senz’altro il campione della democrazia. Nella parola democrazia, come in quella di segno opposto, aristocrazia, v’è certo il segno di una forte percezione del ruolo del potere e del dominio, insita nell’uso del verbo krateîn, a cui si accompagna una dicotomia più netta all’interno della cittadinanza, tra ricchi e popolo, in ordine a scelte politiche di fondo[2]. Ma in questo quadro non v’è dubbio da che parte fosse Pericle. Certamente, il quadro che Tucidide ci fornisce di lui nel II libro (cap. 65), al punto in cui le sue Storie raggiungono il momento della morte dello statista, lo rappresentano come il prôtos anr, il “primo cittadino”, che governa invece del dēmos, come il demagogo che sa condurre (ágein) il popolo e non se ne fa condurre; che sa contraddirlo con discorsi impopolari, e che ne regola, con la forza di persuasione della sua razionale eloquenza, l’altalena dei sentimenti e degli stati d’animo. Ma, a completare il quadro, serve la definizione che Tucidide mette in bocca a Pericle del sistema politico e sociale da lui creato.
La rigorosa distinzione e decantazione tra pubblico e privato ci è parsa come il segno più caratteristico e l’aspetto storicamente più produttivo delle qualità di statista di Pericle.

Gli inizi di Pericle

Nasce da Santippo (del demo di Colargo, figlio di Ar[r]ifrone), il vincitore della battaglia di Micale, del 478, e da Agariste, figlia di un fratello del legislatore Clistene. Per parte di madre, la discendente dal ghénos più illustre ad Atene nel VI secolo: alle spalle, una tradizione che sembra incarnare l’intera storia sociale di Atene. La famiglia degli Alcmeonidi era certo la più aristocratica di Atene; aveva d’altra parte stretto fugaci patti con Pisistrato, che dell’Alcmeonide Megacle aveva per qualche tempo avuto sposa la figlia; aveva poi contrastato Pisistrato e i Pisistratidi e dato inizio alla democrazia, con Clistene. Difficile trovare, in un’altra famiglia, la stessa centralità storica che nel VI secolo aveva avuto quella degli Alcmeonidi. Ma il sistema creato da Clistene, se lasciato ai suoi logici sviluppi storici, doveva portare all’emergere di altri gruppi, altri personaggi politici, altri ambienti sociali: conteneva la possibilità del conflitto e della sconfitta per gli Alcmeonidi, benché solo nel lungo periodo.
Apparso sulla scena politica come accusatore di Cimone circa il 463 a.C., Pericle avrà avuto allora intorno ai 30 anni. Una data di nascita intorno al 495-493 a.C. è suggerita dalla notizia fornita da un’iscrizione (SIG3 1078), secondo cui egli sarebbe stato corego nella rappresentazione dei Persiani di Eschilo (472 a.C.), e allora avrà avuto almeno vent’anni. Nel 476 Temistocle era corego delle Fenicie di Frinico, una tragedia di tema analogo. Pericle si segnalava, in questa prima uscita pubblica, legando la sua persona alla celebrazione di un tema largamente sentito, e destinato ad ispirare, in una prima fase (fino agli anni ’60 avanzati), la politica estera della corrente radicale non meno di quella dei conservatori. Tra il 472 e il 463 non pare ci siano eventi di rilievo nella biografia politica di Pericle: la crisi della corrente temistoclea della democrazia ateniese, conseguente all’ostracizzazione di Temistocle; i tempi necessari al gruppo per un recupero d’immagine (i comportamenti di Temistocle, prima dell’ostracismo e dopo, dovevano averla ampiamente compromessa); l’emergere della figura di Efialte, avversario di Cimone come dell’Areopago, costituiscono altrettante ragioni, quali di ordine negativo quali di ordine positivo, perché Pericle restasse ancora nell’ombra. D’altra parte, erano anche gli anni della neótēs, della giovinezza, necessariamente di subordinazione, specie nell’epoca, che è improntata ancora a valori tradizionali, pur nel corso di processi storici che si avvertono. Quando Cimone, dopo la resa di Taso agli Ateniesi (463 a.C.), mancò di trasferire la guerra sul continente contro Alessandro I di Macedonia e di assicurare ad Atene un più esteso dominio nel distretto aurifero del Pangeo, Pericle gli intentò un processo: inutilmente Elpinice, la sorella di Cimone, nota nella tradizione per gli ambigui rapporti col consanguineo, gli offrì i suoi favori; l’accusa rimase, ma il tono di Pericle fu nei fatti estremamente moderato e Cimone fu assolto[3].
Era il primo scossone al prestigio del generale, democratico lealista, ma di spiriti conservatori o addirittura filo-spartani. Il successivo e definitivo colpo non tarderà a venire (per effetto dello smacco inferto dagli Spartani al contingente ateniese inviato in loro aiuto nel 462 a.C., durante la III Guerra messenica). Chiarezza di intenti, gradualità di azione politica, razionalità nella gestione delle possibilità offerte dalla situazione storica caratterizzano già ampiamente questi inizi di Pericle. Ma tutto questo non significa assenza di asprezza nel confronto politico. Al contrario, se è vero che la democrazia ateniese in generale non presenta aspetti di violenza fisica, appare tuttavia come la ribalta storica su cui si sperimenta ogni altra forma di durezza: nel momento in cui s’introduce nella scena politica la contrapposizione frontale, che vale all’interno della democrazia presa nel suo complesso, si avverte, presente e perciò messa a frutto, l’opinione pubblica. E l’opinione pubblica, come insieme delle opinioni individuali, è un personaggio in qualche modo nuovo nella storia, nella misura in cui essa ha trovato canali istituzionali (dall’Assemblea al teatro ai vari contesti politici e militari) in cui esprimersi. Di questo “nuovo personaggio” l’ambiente pericleo certamente tiene conto. Nella misura in cui la tradizione storiografica e quella biografica raccolgono voci diffamatorie su personaggi del campo anti-pericleo (Cimone e la sorella), come, per il passato, su personaggi di campi diversi da quello alcmeonide (l’antenato di Cimone, Ippoclide, o i rivali nella gloria di aver abbattuto la tirannide dei Pisistratidi, i due tirannicidi Armodio e Aristogitone), si valuta con ogni probabilità l’uso deciso, del tutto corrispondente alle possibilità e all’asprezza del confronto politico, dell’arma della diffamazione, del linciaggio morale. La democrazia crea il suo campo di valori, ma anche le proprie durezze e nuove armi di lotta politica.

Nicolas-André Monsiau, Dialogo fra Socrate e Aspasia, 1800. Musée Pouchkkine.

Fra gli inizi biografici va collocato il primo matrimonio di Pericle. Sposò una donna già imparentata con lui, di cui non ci è tramandato il nome (Plutarco, Pericle 24), dalla quale ebbe comunque due figli, Santippo e Paralo, che morirono durante la stessa epidemia di peste in cui trovò la morte il padre: come il più anziano era già nato probabilmente qualche tempo prima del 450, di tanto sale la data del matrimonio del padre. Intorno al 450 Pericle deve aver iniziato la sua relazione con Aspasia, l’etera di Mileto (l’origine megarese le è attribuita dal noto falsario Eraclide Pontico), da cui ebbe un figlio, di consueto indicato come Pericle “il Giovane”, certamente nato dopo il 451/450, data di promulgazione della legge che «non dovesse aver parte alla città chi non fosse nato da genitori entrambi cittadini»; legge che fu disattesa proprio in favore del figlio dello statista (Pericle “il Giovane”), che sarà fra gli strateghi condannati a morte e giustiziati a seguito del “processo delle Arginuse” nell’autunno del 406.

Pericle e la politica estera degli anni Cinquanta

Il dominio politico di Pericle durò circa quarant’anni, secondo un’indicazione di Plutarco (Vita 16, 3), la quale tuttavia distingue implicitamente tra due fasi diverse: una prima, nella quale Pericle primeggiò «fra gli Efialti, i Leocrati, i Mironidi, i Cimoni, i Tolmidi e i Tucididi», e la seconda, successiva all’abbattimento della posizione e all’ostracismo di Tucidide (il figlio di Melesia) (444/443), in cui egli tenne la strategia per non meno di quindici anni consecutivi e detenne altre strategie (almeno nell’anno 454 e negli anni 448-446). Prima di quella data (444/443 o 443/442) Pericle svolse certamente un ruolo politico di prim’ordine. È tuttavia probabile che si debba distinguere fra il rilievo avuto da Pericle in politica estera, da un lato, e il suo contributo nella politica interna, per il profilo sociale della democrazia. In quest’ultimo campo le innovazioni portano la cifra di Pericle più (o almeno con maggior sicurezza) delle iniziative di politica estera. La fase più dinamica e aggressiva dell’imperialismo ateniese riflette l’opera, ma forse anche l’iniziativa, di personaggi come quelli sopra ricordati: Leocrate, generale nella guerra condotta nel Golfo Saronico contro Egina (tra il 459 e il 457); Mironide, vincitore della battaglia di Enofita, nel 457, contro gli Spartani; Tolmide, protagonista del vittorioso periplo attorno al Peloponneso, concretatosi in numerose incursioni, nel 455. Cimone, ostracizzato nel 461, aveva fino a quella data contribuito al rafforzamento dell’impero navale non meno dei suoi avversari politici (campagne di Tracia, Eurimedonte, Taso, in particolare); questo dimostra che, sul terreno della politica estera, almeno sotto il profilo del rafforzamento dell’impero, non ci fossero veri dissensi nel gruppo dirigente ateniese, per tutti gli anni Sessanta, o almeno per gran parte di essi.

Combattimento fra Greci e Persiani.

Le iniziative ateniesi di politica estera, in qualche modo ricollegabili con gli esordi di Pericle, sono da riconoscere nelle alleanze strette con Argo, i Tessali, Megara, dopo lo smacco inferto agli Ateniesi dagli Spartani, con il rinvio del contingente attico, nel corso della guerra «del terremoto» (III Guerra messenica).
Nell’alleanza con Argo si intravede anche una motivazione ideologica: Argo aveva trasformato il suo regime in democratico, e le Supplici di Eschilo, datate ormai tra il 463 (o il 466) e il 461 a.C., ne sono un interessante riscontro, del quale si è detto. Contro l’oligarchica Sparta, l’intesa con Atene ha un profilo ideologico. Assai meno coerente, da questo punto di vista, l’alleanza di Atene con le aristocrazie tessaliche e con la dorica Megara: via via che il motivo dell’opposizione all’interno delle singole città greche), questa costellazione si trasforma in un dato storicamente innaturale (i cavalieri tessali tradiscono sul campo di Tanagra, nello scontro tra Ateniesi e Spartani del 457; e nel 446 Megara compie una definitiva ribellione ad Atene)[4].
Non tutte le spedizioni ateniesi in direzione di Cipro significano la potenza e l’iniziativa di Cimone, anche se è vero l’inverso, che cioè Cimone, già dall’epoca della battaglia (o delle battaglie) dell’Eurimedonte (470?) e poi ancora alla fine della sua vita (451-449), mostra interesse a interventi nell’isola in chiara funzione anti-persiana, complessivamente nazionalista, in coerenza con i principi della sua politica estera. La prima spedizione ateniese contro Cipro veniva antedatata da Beloch, convinto che la si dovesse connettere con un’iniziativa di Cimone: ma la meccanicità del criterio, e il silenzio di Tucidide, interessato, per affinità ideale e legami di parentela, alle azioni di Cimone, inducono a rigettare un collegamento di questo con la spedizione ateniese a Cipro e in Egitto degli anni 460/459 e seguenti[5]. Alla spedizione in Egitto si attribuisce di solito una finalità di ordine economico: la conquista di un paese produttore di grano. Non siamo certo di coloro che negano che nella storia il movente economico svolga un ruolo importante; tuttavia, proprio in questo caso sembra diversa la dinamica del conflitto. Inaro, principe dei Libi ai confini con l’Egitto invita a intervenire in Egitto gli Ateniesi, che si accingevano ad attaccare Cipro con 200 navi. In primo luogo, dunque, la spedizione d’Egitto fu determinata da un’occasione presentatasi in un contesto diverso. L’attacco a Cipro rientrava nel quadro di una liberazione del Mediterraneo dai Persiani, e la rivolta dell’Egitto offriva innanzi tutto l’occasione per completare l’opera.

Guerriero barbato. Testa, calcare, inizi V sec. a.C. ca. da Cipro. New York, Metropolitan Museum of Art.

Un’iscrizione del 460/459 o del 459/458 indica i vari teatri di guerra in cui gli Ateniesi hanno subito perdite: Cipro, l’Egitto, la Fenicia e, in Grecia, Halieis (in Argolide), Egina, Megara[6]. Dunque, anche la Fenicia. È evidente il fine fondamentalmente strategico delle operazioni degli Ateniesi in quest’area. Naturalmente la conquista dell’Egitto avrebbe potuto avere conseguenze economiche (benché di tipo “acquisitivo”, con riguardo a un prodotto fondamentale per l’alimentazione degli Ateniesi), e ben presto ad Atene si sarà anche riconosciuta e accarezzata l’idea di un simile vantaggio. Ma la dinamica dell’intervento è, una volta tanto, di tipo diverso: la causa militare qui è davvero determinante; la guerra d’Egitto non nasce come guerra per la conquista del granaio del Mediterraneo o magari di un nuovo mercato.
La cronologia della spedizione d’Egitto (nella rappresentazione tucididea una megálē strateía, un’espressione di megalomania di stampo non molto diverso da quello impresso sulla spedizione siciliana degli anni 415-413) è fissata variamente negli studi: dal 462 al 456, nella cronologia più alta (e Beloch è di questa opinione), dal 460/459 al 454, secondo le cronologie più basse. Filologicamente, il metodo più garantito è quello che parte dalle date conclusive. L’inizio delle liste delle sessagesime dei tributi della Lega delio-attica nel 454/453, il collegamento causale stabilito nella tradizione con lo spostamento del tesoro della Lega da Delo all’acropoli di Atene, la coerenza della determinazione della data di inizio a dopo il 462/461 e di quella finale al 455/454 circa, la durata indicata da Tucidide in sei anni, sommati tutti insieme, inducono a collocare i sei anni della spedizione ateniese tra il 460 e il 454.
Per qualche tempo gli Ateniesi occupano la zona, sembra, del Delta, e Menfi; i Persiani inviano, ma inutilmente, Megabazo con denaro a Sparta, perché intervenga in Attica, e quindi spediscono il generale Megabizo in Egitto, dove gli Ateniesi restano ormai bloccati d’assedio nell’isola di Prosopitide, nel settore occidentale del Delta. Per un anno e mezzo gli Ateniesi resistono all’assedio; poi i Persiani prosciugano le acque intorno all’isola; la guerra navale si trasforma in una guerra terrestre, come accade del resto un po’ in tutte le guerre combattute dai Persiani, conformemente alle qualità e propensioni strategiche del popolo dominatore dell’Impero (le cui guerre navali restano affidate, tranne probabilmente che per i quadri, ai popoli soggetti: Fenici, Ciprioti, Cilici). Seguono ormai la cattura della flotta ateniese e la fuga degli Ateniesi occupanti, attraverso la Libia, verso Cirene, dove giungono solo in pochi. Dei ribelli, il libico Inaro è tradito e consegnato ai Persiani, che lo giustiziano; Amirteo, il «re delle paludi», continua la lotta e riesce a mantenersi indipendente. Intanto una nuova flotta ateniese di 50 navi, sopravvenuta in piena disinformazione del disastro toccato alla prima spedizione, subisce la stessa sorte[7].
Accanto alla megálē strateía (il collegamento è sottolineato nell’iscrizione citata per i caduti della tribù Eretteide del 460/459 o 459/458), Atene combatté altre, più domestiche guerre. Il conflitto in questi anni è in primo luogo con Corinto (che si sente provocata dall’alleanza tra Megara e Atene) e presenta un succedersi di alterne vittorie (dei Corinzi a Halieis nell’Argolide, degli Ateniesi a Cecrifalea). Poi ha inizio il conflitto con Egina, che cederà dopo tre anni di guerra, nel 456.

Atene. Tetradramma, Atene 465-454 a.C. AR 16,95 gr. Rovescio: AΘE, civetta stante con ramo d’ulivo e luna crescente.

È l’inizio di quella che nei manuali viene spesso indicata come Prima Guerra del Peloponneso. L’espressione è impropria e fuorviante, rispetto al vero significato della Guerra del Peloponneso per eccellenza, l’unica guerra nota con questa definizione alla tradizione antica. Il significato di quel complemento di specificazione («del Peloponneso») è che si trattò della guerra portata dai Peloponnesiaci contro Atene: quel genitivo è un genitivo soggettivo (come bene osserva Pausania in un passo, IV 6, 1, che confronta la definizione con altre di tipo oggettivo, quale ad esempio «guerra di Troia», la guerra cioè che ebbe Troia come oggetto e teatro di scontri). Parlare di una Prima Guerra del Peloponneso, per una serie di conflitti tra Atene e Sparta (459-446), che per la massima parte ebbero come teatro il Peloponneso, significa dunque pregiudicare – e in senso improprio – il significato autentico dell’espressione Peloponnēsiakós pólemos. Quest’ultima è definizione, per la guerra scoppiata nel 431 a.C., largamente diffusa nei testi antichi, che trae però la sua origine dall’impostazione stessa di Tucidide: infatti, a parte il complesso problema delle responsabilità ultime, per Tucidide non sussiste dubbio sul fatto che, ad aprire le ostilità nell’immediato, fu appunto la Lega peloponnesiaca, capeggiata da Sparta. La Guerra del Peloponneso è insomma per lui una guerra che viene portata dal Peloponneso contro l’Attica.
Progressivamente (e in contemporanea con la spedizione d’Egitto e il suo stallo) si estende la guerra navale di Atene. Fino al 456 essa si esplica nel Golfo Saronico, tra Attica e Argolide. Nel 455 Tolmide può effettuare incursioni contro Gizio (l’arsenale di Sparta), contro Metone (sulla costa messenica occidentale), in Acaia e Corinzia: un vero periplo, che aggira il Peloponneso in senso orario.
Anche sulla terraferma il conflitto fra Atene e i Peloponnesiaci presenta momenti di scontro territorialmente coerenti fra loro. L’inclusione di Megara nell’alleanza di Atene favorisce anche il controllo ateniese sui porti della città confinante col territorio attico: dapprima Nisea sul Golfo Saronico, poi Page, sul Golfo Corinzio. Navi ateniesi hanno certamente presidiato dapprima Nisea, poi devono aver trovato il modo di appostarsi anche nel porto di Page: è una presenza navale ateniese a nord dell’Istmo che spiega la dinamica della spedizione di Pericle nel 454/453 (non un períplous attorno al Peloponneso, ma un paráploos, una navigazione lungo le coste settentrionali di esso e verso l’Acarnania). Ecco dunque un anno (454/453) di strategia di Pericle, estraneo al quindicennio di strategie continuative (443-429): e non è, dal punto di vista militare, un trionfo (i Sicionii sono sconfitti, ma l’attacco alla città acarnana di Eniade si risolve in un nulla di fatto)[8].
Il duro colpo inferto ad Atene in Egitto viene indicato da Plutarco, che sembra attingere a Teofrasto[9], come causa del trasferimento del tesoro da Delo ad Atene: il motivo addotto fu quello di una minaccia persiana. Che si trattasse in parte di un pretesto, è possibile, o quanto meno non è dimostrabile che gli Ateniesi non cogliessero abilmente un’occasione. Sbagliano tuttavia certamente coloro che ritengono che i Persiani non potessero comunque rappresentare una minaccia, che il timore dei Persiani fosse una mera finzione[10]. Chi consideri la situazione geografica di Delo, si accorge come essa sia assai poco coperta sul versante orientale, da cui poteva provenire la minaccia. Ed è del tutto plausibile che a fare la proposta del trasferimento del tesoro fossero i Samii, phýlakes (sentinelle) dell’Impero su quel fianco. Una concreta minaccia persiana, insomma, non ci fu, ma il timore di essa ci poteva essere e non era del tutto ingiustificato.

Pittore Nicostene. Oplita di corsa. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 495 a.C. ca. Walters Art Museum

Un intervento spartano in favore dei Dori della Metropoli contro i Focesi, nel 458/457, blocca tentativi di espansione della presenza politica di Atene (che tradizionalmente sostiene i Focesi) nella Grecia centrale. Tucidide ha narrato con evidenza drammatica le circostanze, gli sbocchi possibili, i gravissimi rischi connessi con la spedizione spartana. Ad Atene, infatti, per la prima volta (e anche l’ultima, prima del 411) si ha un complotto contro la democrazia: c’è chi vuole fermare la costruzione delle Lunghe Mura, che uniscono la città al Pireo, e il connesso processo di sviluppo di una democrazia a base navale (nella potenza militare) e fondata sul sostegno delle masse marinare (sotto il profilo sociale). Ma i conservatori, all’interno della democrazia, restano leali[11]; d’altra parte, gli Spartani rischiano di restare bloccati nella Grecia centrale, per effetto della nuova situazione strategica determinata dalla politica ateniese di alleanze e di espansione, in particolare dal controllo della Megaride; per essi non sembra ci sia via di scampo né per terra né per mare. Tuttavia, con la vittoria conseguita in uno scontro avvenuto in una località tra Tebe e Tanagra (457), gli Spartani si mettono in condizione di forzare il blocco ateniese e rientrare nel Peloponneso passando per i monti della Gerania.
Dopo 61 giorni gli Ateniesi, al comando di Mironide, si prendono una rivincita ad Enofita, sui Beoti, alleati tendenziali degli Spartani. Si profila una costellazione spesso ricorrente nelle vicende della Grecia centro-meridionale. Alla vittoria consegue un periodo di forte ingerenza ateniese negli affari della Beozia: ingerenza, beninteso, non dominio diretto. Viene sciolta la Lega beotica; si procede a una correzione di confini tra Beozia ed Attica; è incerto se anche Tebe cadesse sotto il predominio politico ateniese[12]. La situazione durerà così all’incirca fino al rovescio subito dagli Ateniesi a Coronea (Beozia occ.) nel 447.
Gli anni Cinquanta presentano marcati caratteri di espansionismo esasperato da parte di Atene. Un intervento ateniese in Tessaglia, in favore di Oreste, figlio del tago Echecratida, e contro Farsalo, fatto col sostegno di Beoti e Focesi, resta senza effetto. Secondo una notizia sospetta, Cimone sarebbe rientrato dall’ostracismo solo cinque anni dopo l’espulsione, cioè già nel 456, ed avrebbe anzi procurato una tregua di 5 anni ad Atene, dal 454/453 (secondo Diodoro), ma dal 451, secondo alcuni moderni. Ma la prima nuova impresa che gli si riesce ad attribuire con sicurezza è una spedizione contro Cipro (450/449), nel corso della quale furono compiute imprese notevoli sia per terra (contro i Persiani) sia per mare (contro i Fenici). Forse nell’isola fu conquistata Marion; presso Salamina si svolse, solo dopo la morte di Cimone, una battaglia terrestre ed una navale (la duplicità dell’evento in parte poté rifluire, erroneamente, nella tradizione sulla battaglia dell’Eurimedonte), in cui gli Ateniesi riuscirono vincitori[13].
Più difficile delineare la politica ateniese nelle regioni del Mediterraneo occidentale. I racconti centrati intorno a grandi personalità, anche se inseriti nel contesto di opere di carattere storico e non specificamente biografico, ricevono, dalla stessa cornice in cui si trovano collocati, caratteri di continuità; per i moderni è quindi, tutto sommato, facile raccogliere le spedizioni ateniesi nel Mediterraneo orientale intorno all’iniziativa di un personaggio, visto che la storiografia antica ha già preparato il terreno in questo senso. Per le stesse ragioni, è difficile tracciare una chiara linea di sviluppo della politica e delle imprese di Atene in Occidente. Su questi fatti le fonti sono eterogenee (scarsi cenni letterari, che si presentano come rinvii casuali da fatti successivi) o epigrafi di non facile datazione, o non chiare nella definizione del carattere di novità o di ripetizione dell’alleanza che registrano. Negli anni Cinquanta Atene persegue una politica di intese con gli elementi non greci (anche se grecizzati) della Sicilia occidentale (gli Elimi di Segesta, con cui stipula forse un’alleanza nel 458/457 o 454/453), con città non doriche di Sicilia (Leontini) e d’Italia (Reggio, le cui vicende tradizionalmente si mescolano con quelle delle città di Sicilia)[14]. A questo ambiente si rivolge l’iniziativa dell’invio di una flotta da parte di Atene nel Golfo di Napoli, in data non definibile. Di spiriti diversi sarà l’iniziativa della fondazione della colonia panellenica di Turii nel 444/443. Le imprese degli anni Cinquanta sono dirette anche verso regioni lontane da Atene: Egitto e Sicilia, due sogni grandiosi, che danno la misura di una ricerca del “grande”, nello spazio come nella mole dell’impresa, in piena corrispondenza con quel clima di esaltazione della democrazia ateniese, che si avverte nella politica come nella psicologia di massa (le prospettive di acquisizione di aree granarie restano per ora forse solo all’orizzonte). Nonostante lo scossone, risultante dalla sconfitta in Egitto del 454, i piani grandiosi non vengono ancora meno.
L’impresa di Cimone contro Cipro è la prova di questa perseveranza, oltre che dal fatto che sulla politica d’Impero si poteva, nonostante tutto, trovare ancora una base che unificasse, in aspirazioni e progetti comuni, l’intero popolo ateniese. La politica di Cimone riprende allora quota sul piano strategico, e sua premessa è appunto la stipula della tregua tra Sparta e Atene del 451 (?), destinata a durare cinque anni. In positivo, per quel che Pericle progettò e realizzò in questi anni, così come in negativo, cioè per quel che l’esaurirsi dell’armistizio produsse di rinnovato fermento anti-ateniese, la tregua contò. Favorita o promossa da Cimone, essa provocò per qualche tempo una ripresa dell’orientamento anti-persiano e degli spiriti nazionalistici, in politica estera, non certo un’affermazione, in politica interna, degli orientamenti tradizionalisti o addirittura filo-spartani.

***************************************************************************

[1] Beloch, GG2 II 1, pp. 154 sg. (Pericle non ebbe qualità militari, e si può dubitare che possa considerarsi uomo di Stato).

[2] Se la prima attestazione della parola δημοκρατία, attraverso il velo delle accorte allusioni, è nelle Supplici di Eschilo, perciò ad Atene, non va dimenticato che la sostanza etimologica della nuova parola (pur senza quella terminazione astratta in -ία, che fa una vistosa differenza) è proprio – con solo apparente paradosso – nel δάμω κράτος della Grande Ῥήτρα spartana (Plutarco, Licurgo 6, cfr. Diodoro, VII 12, 6). La constatazione serva a mostrare quanto poco di prevaricazione sia avvertito nel verbo κρατεῖν riferito al δῆμος; ma ammonisce anche a distinguere tra il δᾶμος/totalità cittadina di Sparta, e il δῆμος, ora totalità cittadina ora maggioranza di meno abbienti, di Atene.

[3] Plutarco, Pericle 310Cimone 14. Pericle è solo il più attivo di un gruppo di accusatori.

[4] Tucidide, I 102, 4 e 103, 4.

[5] Id., I 104; 109 sg.; 112 (Cimone muore prima della battaglia di Salamina di Cipro); Diodoro, XI 71, 74 sg.; 77; XII 24 (con datazione della morte di Cimone dopo la battaglia di Salamina, a meno che la notizia finale di 4, 6 non sia genericamente collegata con la spedizione).

[6] IG I2 929.

[7] Tucidide, I 109110. Beloch ha sviluppato ampiamente la sua tesi della cronologia alta della spedizione, in GG2 II 2, pp. 79 sgg., pur lasciando aperta la possibilità per cronologie diverse (462/461 e 454/453 sono solo termini estremi possibili, entro cui collocare i 6 anni di cui parla Tucidide, I 110, 1, per la durata dell’impresa).

[8] Tucidide, I 111. Di difficile inquadramento cronologico la spedizione di Pericle nel Ponto Eusino, con deduzione di una colonia ateniese a Sinope, di cui parla Plutarco, Pericle 20 (Beloch, GG2 II 1, p. 199 al 435/4 ca.).

[9] Plutarco, Aristide 25, 3 (da Teofrasto, se il verbo di dire è φησί come al par. 2, e come sembra plausibile visto che il par. 2 ha bisogno di una spiegazione e il par. 3, con il suo καὶ γάρ, gliela dà).

[10] Il timore di un attacco persiano era per sé del tutto logico, data la posizione di Delo; altro problema è se i Persiani fossero allora davvero intenzionati ad attaccare.

[11] Sul lealismo di Cimone, cfr. D. Musti, Il giudizio di Gorgia su Cimone in tema di χρήματα, in «RFIC» 112, 1984, pp. 129 sgg., in part. 140-144.

[12] Tucidide, I 105108.

[13] Beloch, GG2 II 1, p. 175 n. 1; 2, pp. 211 sgg., si pronuncia per la storicità dell’opera di Cimone per la conclusione di una tregua di 5 anni (451-446) tra Atene e Sparta, ma contro l’anticipazione (al 457 ca.) del richiamo di Cimone dall’ostracismo (cfr. Tucidide, I 112; Andocide, Sulla pace 34; Teopompo, FGrHist 115 F 88; Diodoro, XI 86, 1; Cornelio Nepote, Cimone 3). Cfr. A.W. Gomme, A Historical Commentary on Thucydides I, Oxford 1945, pp. 325 sgg., 409 sgg.

[14] IG I2 19 = IG I3 11 (alla l.3 incerte le lettere finali del nome dell’arconte, forse lo Habron del 458/7, forse lo Ariston del 454/3). Cfr. H. Bengtson, Die Staatsvertäge des Altertums II, München und Berlin 1962, pp. 41 sg. ; D.M. Lewis, IG I3, 1981, 11comm. ad loc., per una data alta.

Attestazioni del rito del simposio e della phallagoghia agraria a Taranto

di G. Bonivento Pupino, Due kyliches attiche con iscrizioni dalla chora ad Est di Taranto attestazioni del rito del simposio e della phallagoghia agraria, in La vigna di Dioniso: vite, vino e culti in Magna Grecia, Atti del Quarantanovesimo Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 24-28 settembre 2009, Taranto 2011, pp. 257-264.

 

 

Χαῖρε καὶ πίει τήνδε, χαῖρε καὶ πίει τήνδε: Salute e bevi questa, Salute e bevi questa, cioè la coppa piena di vino dove il contenitore sta metonimicamente per il liquido contenuto.

Sono dipinte queste parole su entrambi i lati di una kylix attica a vernice nera lucente, a basso piede, trovata in contrada San Donato, tra Talsano e Leporano (Taranto) (fig. 1); si tratta di un documento secondo me molto interessante per questa assise e di stretta attinenza alla tematica del convegno ed al territorio di Leporano in cui oggi, al Castello Muscettola, ci troviamo[1].

Il vaso da simposio, appartenente ad una collezione privata tarantina, è datato, sulla base delle analisi epigrafiche e stilistiche alla fine del VI secolo a.C. (530-510 a.C.).

Fig. 1. Kylix attica a vernice nera con iscrizione potoria da San Donato (Taranto). 530-510 a.C. Collezione privata già Guarini, oggi Kikau.

Fig. 1. Kylix attica a vernice nera con iscrizione potoria da San Donato (Taranto). 530-510 a.C. Collezione privata già Guarini, oggi Kikau.

La coppa parlante, attribuita alla maniera di Douris, reca un’iscrizione che mi pare elemento importante di un brindisi di rito; potrebbe – chiedo a Murray – essere un documento di vita simposiale nella chora tarantina nella fine del VI secolo a.C.?

In un’altra kylix della stessa collezione, sul fondo, è dipinto un simbolo fallico trasportato da una figura femminile; proviene da Faggiano, al confine con Leporano, e reca dipinta sul fondo la parola καλός, bello.

Segnalo soprattutto la prima coppa come attestazione di quella gioia catartica di cui parlava stamane la Kerényi, legata alla pratica del consumo del vino, quella felicità dionisiaca cui ha fatto riferimento la relatrice ricordando, tra l’altro, il celebre vaso di Pronomos: uno stato di piacere e gaudio legati proprio al simposio, la charis, uno dei valori fondamentali per la stabilità del gruppo sociale, insieme a koinonìa e philìa, espressi nei simposi del mondo greco-romano[2] da Oriente ad Occidente, fino al primo Cristianesimo: “quell’aspettativa di gioia nell’ambiente dionisiaco che l’uomo moderno è pronto a demitizzare”[3].

In mancanza dei dati del contesto non possiamo dire se la kylix parlante da San Donato[4] sia di provenienza tombale, ma la formula potoria, scandita due volte, ha secondo me un ritmo poetico che richiama ai simposi ed al godere della gioia del vino per cercare una gioia che vada oltre gli affanni terreni.

Le parole χαίρειν e πίνειν ricorrono spesso nella lirica simposiaca greca, in particolare di Alceo, che scrive: Πίνομεν τί τὰ λυχνία μένομεν; δάκτυλος ἁμέρα: Beviamo, perché attendiamo le fiaccole? Misura un dito la vita; è un topos dell’esortazione al vino che continua con l’invito a tirare giù le kylichnai dagli stipi perché il figlio di Semele e di Zeus ha dato il vino agli uomini come oblìo dei mali: οἶνον λαθικάδεα[5]; all’invito al bere si associa qui il pensiero della morte come destino dell’uomo.

Nella drinking formula si fa esplicito riferimento al χαίρειν, parola che ha la stessa radice di χάρις, la gioia auspicata dalla libagione: una gioia terrena o piuttosto ultramondana per un defunto?

Ricordo a tale proposito un’altra kylix attica, databile al 540 a.C., parte di un intero servizio da simposio, deposto sul pavimento di una camera funeraria secondo un rituale funebre, di derivazione orientale, che appare non solo come ostentazione dello status sociale del defunto ma anche adesione nell’Occidente all’ideologia religiosa salvifica alla base del cerimoniale funebre del simposio rappresentato con l’ostentazione dei beni necessari al banchetto ed al bere collettivo; la coppa è dipinta all’interno con la significativa figura di un gallo ed all’esterno reca l’iscrizione potoria “salute e bevi”; l’elegante kylix fu rinvenuta proprio in mano al defunto adulto deposto sulla kline di una tomba[6]; l’esempio documenta l’usanza antica di accompagnare il defunto nella sua sepoltura con una kylix tra le mani, iscritta per di più con le stesse parole Χαῖρε καὶ πίει che troviamo a San Donato di Talsano a Taranto.

A fronte di una documentazione letteraria che attraverso le fonti delinea la città di Taranto antica come amante del vino, ebbra alle feste di Dionysos, capace di allestire più feste dei giorni dell’anno innaffiati dal buon vino, la città non ha dato altrettanti abbondanti documenti di vasi potori iscritti, ad eccezione dei sette skyphoi della metà del IV secolo a.C. con dediche a Dionysos dai pressi del Borgo di Taranto e due da contrada Montedoro. Perciò mi sembra molto rara la kylix da San Donato, cioè dall’antica chora ad Oriente della polis.

Non mancano invece in Occidente, riguardo al simposio, documenti arcaici dal centro Italia, kylikes attiche con drinking formulae: due tazze di metà VI secolo a.C. con iscrizione Χαῖρε καὶ πίει furono segnalate proprio qui a Taranto in un Convegno di Studi Sulla Magna Grecia, tra la ceramica importata dalla Magna Grecia nel Lazio arcaico (Lanuvio), come un elemento di prova documentaria dei rapporti tra Magna Grecia e Roma nel costume simposiaco[7].

Le parole χαίρειν e πίνειν nei vasi legati al simposio greco[8] sono presenti in area magnogreca, etrusca, nel Lazio arcaico; un altro esempio di contatti tra Roma e l’area culturale magnogreca nel VI secolo a.C. è una coppa attica che, nella zona compresa fra le anse, inquadrata da palmette, mostra la medesima formula Χαῖρε καὶ πίει εὖ; l’iscrizione traducibile letteralmente con gioisci e bevi bene, caratteristica espressione augurale simposiaca, proviene dalla ceramica greca dall’Area Sacra di S. Omobono[9].

Si stanno dunque conoscendo e dibattendo sempre meglio le iscrizioni formulari potorie del tipo Χαῖρε καὶ πίει εὖ scritte su entrambi i lati soprattutto nelle coppe attiche dei Piccoli Maestri prodotte tra il 550 e il 530 a.C.; la coppa dal territorio tarantino di San Donato rientra nella lista delle kylikes parlanti da simposio; l’iscrizione augurale si presenta come formula simposiale rituale che invita alla gioia del bere con parole molto probabilmente poetiche, strutturate in verso che si ripete due volte sui lati A-B della kylix, seguendo un ritmo; ciò ci induce, questa è un’interpretazione che si può discutere, ad ipotizzare un passaggio di mano in mano della coppa stessa tra i convitati di un simposio, sotto l’egida di un simposiarca. Si documenta, con la prima coppa parlante da me qui proposta, proveniente dalla chora di Taranto, un bisogno particolare di comunicazione in un contesto da approfondire ed analizzare o discutere nel filone a mio avviso molto probabilmente della libagione simposiaca, rituale, escatologica in una comunità di tradizione laconica che venerava anche l’aspetto funerario del dio del grappolo che a Taranto era venerato come Dionysos Zagreus figlio di Persefone, la dea dell’Oltretomba, fino a giungere, in particolare nel IV secolo a.C., con Archita, a sentire fortemente la sacralità escatologica del vino particolarmente all’interno di gruppi di iniziati che col sostegno di religiosità mistica (orfica) con cui il dionisismo si era innestato proprio qui a Taranto, cercavano una speranza mistica di salvezza attraverso la bevuta condivisa.

Il termine sympòsion deriva da sympìnein, bere insieme e l’iscrizione fa appunto riferimento ad un augurio o invito indirizzato da un emittente, con l’imperativo singolare, ad un ricevente: bevi tu questa coppa; pare proprio l’indicazione di un turno di consumazione della bevanda, concomitante ad un saluto gioioso secondo la modalità del bere nel contesto simposiaco greco, quando al primo brindisi, dedicato alla salute, facendo girare la coppa verso destra, seguiva un brindisi particolare accompagnato dalle parole chaire, chaire kai su: salute, salute anche a te oppure: chaìre, chaìre kaì pìe èu: salute, salute e bevi bene, facendo il giro[10].

Tali “formule di saluto o di esortazione al bere”, chiamate oggi modernamente dagli studiosi drinking formulae, dipinte sui vasi per simposio, furono in uso dall’età arcaica fino alla ellenistica e romana; rimanendo nello stretto ambito semantico dei due verbi, essi segnano chiaramente un momento ben distinto dal deipnon, in virtù dell’esplicito incoraggiamento al pinein che si fa strumento e garanzia di quanto sotteso nel primo invito: il godimento, il piacere, quasi un anticipo di grazia liberatoria dagli affanni del mondo indotta dalla consumazione del vino.

Le relazioni sinora ascoltate ci aiutano a mio avviso a capire ancora più a fondo la natura di questo chaire: se si tratti di una formula meramente conviviale tra vivi phìloi, omòioi, membri di un thiasos, di una cerchia, o se travalichi, sempre all’interno di un gruppo di pari, la sfera mondana; chaire, chairete sono infatti anche formule di saluto, corrispondenti al latino salve, salvete, da intendersi non solo come augurio di salute e benessere ma anche di benvenuto per l’arrivo di un ospite o di buona fortuna e di felicità per una partenza, un addio, come mi sembra più probabile nel caso della coppa con formula potoria tra le mani di un defunto.

In quest’ultimo caso o quando il vaso fosse rinvenuto all’interno di una sepoltura, si tratterebbe di una libagione funeraria, una pratica escatologica attestata nella Magna Grecia ionica dove rituali simposiaci legati al culto dei defunti sono ben documentati[11].

Nella necropoli tarantina della polis è documentato per l’età arcaica il rituale funerario del simposio in riferimento a tombe maschili come mostra, tra gli altri reperti, la sontuosa tomba a camera arcaica di via Crispi, dove i sarcofagi sono accostati alle pareti come fossero delle klinai; l’ambiente funerario è strutturato come un vero e proprio andròn, spazio simposiaco, post mortem, corredato da contenitori da vino: crateri a volute con scene dionisiache di banchetto, sono stati rinvenuti tra i sarcofagi e ridotti in frammenti, sparsi per terra dentro la stanza; oinochoai e ben 27 kylikes, trovate sia dentro che fuori i sarcofagi, dimostrano che i defunti, maschi adulti, componenti di una élite, erano stati deposti nelle tombe come se dovessero “partecipare ad un banchetto”, forse più pubblico che privato, dopo la loro morte, o “condividere un simposio con i vivi”; il simposio appare qui svolgere una doppia funzione: sociale ed escatologica, nell’ideale eroico ed aristocratico dei defunti, atleti eroizzati, per i quali si immaginava una vita beata nell’aldilà[12].

La funzione funeraria escatologica del consumo del vino nel contesto del potos è ben documentata a Taranto come mostrano ad esempio i vasi potori attici per simposio dalla tomba 12 del primo venticinquennio V secolo a.C. dall’area attuale Ospedale SS. Annunziata; anche le età tardoclassica ed ellenistica ci restituiscono, sempre dalla necropoli tarantina, vasi connessi al simposio con vino nei corredi funerari delle tombe a camera e semi-camera di IV secolo a.C. in cui il defunto era deposto su letto funebre a kline con kylikes attiche ed oinochoai apule raffigurate con scene dionisiache; inoltre i riti di libagione presso naiskoi e semata, collocati sopra le tombe ipogee, sono documentati nelle scene raffigurate sulla ceramica apula.

La seconda kylix da me segnalata in questo illustre convegno documenta un rituale di Phalloforiai processioni sacre a Dionysos che prevedevano il trasporto di phalloi scolpiti in legno di fico, pianta sacra al dio; sono ricordati dalle fonti le pompai per Dionysos con inni di accompagnamento ai simboli per eccellenza della generazione e della vita[13] (fig. 2), impazzimento collettivo e grandi bevute.

Fig. 2. Kylix attica a figure rosse da Faggiano (Taranto) con phallagoghia dionisiaca. Secondo venticinquennio V sec. a.C. Collezione privata già Guarini, oggi Kikau.

Fig. 2. Kylix attica a figure rosse da Faggiano (Taranto) con phallagoghia dionisiaca. Secondo venticinquennio V sec. a.C. Collezione privata già Guarini, oggi Kikau.

Nelle Phalloforiai, propiziatorie del raccolto la cui origine fu attribuita agli Egizi[14] e che si diffusero successivamente nel mondo agricolo dell’antica Grecia e poi in Italia e nei territori dominati dai Romani, il trasporto del phallos attraverso la città rientrava nel cerimoniale agrario collettivo per la fecondità dei campi[15]. La scena sul fondo della kylix da Faggiano potrebbe far riferimento ad un culto rurale di Dionysos per la fertilità della terra nella chora a Levante di Taranto? Un aspetto specifico delle Dionisie tarantine? Le processioni delle feste Phalloforiai o Phallagoghiai prevedevano oltre al trasporto dell’idolo anche la consumazione di vino.

Le Dionisie Rurali celebrate nel mese di Poseidone (dicembre-gennaio) avevano soprattutto il carattere di feste della fecondità dei campi di antichissima tradizione agraria e proprio la phallagoghia era la parte essenziale della rustica festa che prevedeva komos e canti senza troppi freni inibitori; il corteo era inoltre animato dalle canefore, che recavano festoni di edera (il vegetale che orna il fondo della coppa e sacro a Dionysos) e canestri di fiori o di frumento, focacce di varie forme, grani di sale, frutta, uva ed altri simboli sacri; le phallofore, in buona parte sacerdotesse di Afrodite, recavano devotamente il simulacro insieme alle Baccanti incaricate di cerimonie particolari.

Plutarco ci descrive una di queste processioni in campagna, retaggio di più antichi riti agrari greci: in testa venivano portati un’anfora piena di vino, misto a miele, e un ramo di vite, poi c’era un uomo che trascinava un caprone per il sacrificio, seguito da uno con un cesto di fichi e infine le vergini portavano un fallo per propiziare la fecondità della terra con pioggia di acqua mista a miele e succo d’uva.

In questa coppa da Faggiano decorata nel fondo con ramo di edera, è interessante che sia una fanciulla, Menade Baccante o più probabilmente sacerdotessa di Afrodite, dai capelli racchiusi nella cuffia a sakkos, protagonista del rituale di accompagnamento dell’idolo, divinità generatrice, su cui è dipinta la parola καλός.

È nota dalle fonti la passione per il vino nell’antica Taranto che alle Dionisie si ritrovava “tutta ebbra” intendendo secondo me l’intero popolo tarantino dalla città alla campagna. Una terra feconda, produttrice dell’apprezzato Aulone, ricordato dalle fonti antiche, che attestano quindi la produzione vitivinicola in questo settore della chora ad Est della polis tarantina dove non poteva mancare una organizzazione produttiva dei terreni nel rispetto delle proprietà sacre allo stesso dio del vino, sacri terreni di cui abbiamo eco solo da fonti locali che richiamano un Santuario nella “Contrada Nisio”.

Com’è noto i riti dionisiaci a Taranto furono osteggiati dai Romani fino alla emanazione del Senatus Consultus de Baccanalibus che infierì sui pastori che abitavano nella chora i quali, perseguitati in quanto seguaci di Dionysos, si erano riuniti in bande e rendevano insicuri i publica pasqua, i pascoli pubblici di Roma; ma gli stessi Romani apprezzarono il vino di queste parti!

Purtroppo, come ha detto oggi pomeriggio il Brun, si sono un po’ trascurati gli studi sulla campagna antica e quest’osservazione vale per il territorio rurale magnogreco ad oriente di Taranto che oggi corrisponde a Talsano, Lama, San Vito, San Donato, Faggiano, Leporano, Pulsano. Riguardo a questo settore della chora tarantina orientale il territorio, prevalentemente ancora oggi rurale, offre purtroppo penuria di dati archeologici spesso reperiti sporadicamente da collezioni private come i due esempi da me proposti.

Per di più la ricerca archeologica sull’antica chora tarantina viene ostacolata dalla rapida urbanizzazione della campagna; perciò mi sembra ci sia molto da riflettere su quanto ci ha detto Brun sulla trascuratezza degli studi relativi alle terre rurali del mondo antico, tra cui inserirei anche le terre tarantine.

Chissà che da questo convegno non parta una maggiore volontà di studio e di ricerca focalizzata sulla campagna!

I documenti ceramici che vi ho segnalato, dal territorio di Faggiano e San Donato, mi sembrano importanti anche per richiamare l’attenzione soprattutto sull’agro di Talsano (Taranto) che ha dato già documenti archeologici credo interessanti per questo convegno; basti pensare al rinvenimento nel cosiddetto praedium di Luciniano, su un lieve rialzo collinare dominante l’orlo sudorientale della Salina Grande, di una fattoria dell’epoca di Archita. Il toponimo prediale, uno dei numerosi in anum presenti nel territorio agrario di Taranto, ci riporta ad una fase di latifondismo romano non coeva ai rinvenimenti ma successiva e testimonia la continuità abitativa nell’ambito dell’economia agraria legata alla viticoltura la cui organizzazione potrebbe ricevere nuova luce anche dalle relazioni odierne.

Si tratta di una contrada tarantina ancora a forte impatto agricolo con monocoltura prevalente a vino; secondo me è un territorio questo molto interessante e poco valorizzato in cui esistono ancora, purtroppo malridotte, masserie degne di valorizzazione, insistenti su siti archeologici e quindi da tutelare e valorizzare; nella contrada Luciniano un’omonima masseria rispetto alla quale ad appena 650 metri in direzione nordoccidentale furono rinvenuti, durante l’impianto di un vigneto nel 1982[16], resti archeologici della fattoria e della necropoli vicina tra cui orli di pithoi per conservare le derrate, ceramica a vernice nera, un sarcofago; lo scasso per piantare la vite ha rivoltato e portato in superficie le tegole crollate dell’antica struttura abitativa rurale; la ceramica permette la datazione V-III secolo a.C.

Un altro sito rurale nei pressi del primo, sempre a Luciniano, riporta come il primo alla chora agraria tarantina dal V al III secolo a.C.; il successivo intervento della Soprintendenza, a causa della presenza dei vigneti, non ha però consentito, come leggiamo nelle notizie ufficiali sullo scavo, la lettura complessiva dell’area, mentre l’espianto di un vigneto vecchio che aveva sconvolto tombe e portato in superficie lastroni tombali, ha permesso di trovare numerose sepolture ad inumazione maschili e femminili, tra cui alcune imponenti di V secolo a.C., altre di IV-III a.C., e molte già manomesse dai clandestini[17].

Quello che ci interessa ai fini del presente dibattito in relazione a Brun è la conclusione cui è giunta la Soprintendenza: che già nel V secolo a.C. la chora era frequentata dagli insediamenti con una diffusione delle fattorie ancora più fitta da metà IV secolo a.C. secolo che corrisponde all’economia agraria voluta da Archita. Resti di pithoi segnalabili anche in località Sanarica in un’area insediativa frequentata sin dall’età arcaica.

Ho fatto questi esempi per richiamare nuovamente la vostra attenzione sulla chora tarantina a Est di Taranto continuamente saccheggiata dai tombaroli. Ma dopo la relazione di Brun aumenta lo sconforto per la campagna tarantina che sparisce anche nelle sue più antiche testimonianze al sopravanzare urbano: vediamo oggi palazzi moderni al posto di masserie (di per sé monumenti da tutelare) che sono andate distrutte (Masseria Gagliardo), anche se ricche di storia, in particolare della produzione vinaria nel territorio di Talsano.

Secondo me questa terra necessita di progetti e di programmazione ad hoc per l’emersione o la valorizzazione almeno dei dati archeologici già emersi.

Auspico che in futuro qualcuno colga questo stimolo di ricerca ed un appello per questa terra ancora ricca di vigneti ma sempre più povera di dati archeologici, lasciati a scavi di emergenza: lo merita veramente.

Chiedo alla professoressa Lin Foxall se non ritenga utile applicare alle antiche fattorie magnogreche di Leporano e della chora tarantina quel modello di ricerca ed interpretativo quale il suo qui egregiamente illustrato per le fattorie greche di età classica. Alla prof.ssa Isler-Kerényi mi permetto di aggiungere alla sua ricca documentazione le sculture raffiguranti Dionysos giovane prassitelico del museo di Taranto e, riguardo al cratere di Derveni, le chiedo se la spiegazione erotico iniziatica in senso escatologico, preminente nella ceramica illustrata dalla relatrice, non la possa applicare anche a questo vaso in metallo con scena di matrimonio di Dioniso e Arianna o se altro è il messaggio. Cari amici, chaire kai piei tende.

 

Abbreviazioni bibliografiche

Fedele et Alii, Antichità della Collezione Guarini, Galatina 1984.

Bonivento Pupino, Collezione Guarini: opportunità per l’istituzione di un museo civico a Pulsano, in Atti Convegno Marina di Pulsano, Pulsano 1990.

Burkhardt, I riti funerari degli Italici e dei Greci sulla costa ionica tra VIII e VI sec. a.C. Influenze reciproche e sviluppi indipendenti, in AIACNews 1-2 (2008), con bibl. prec.

Castagnoli, in ACT 8, Napoli 1968, pp. 93-99.

Cerri, Iscrizioni metriche in lingua greca su vasi arcaici trovati nel Lazio, in Quaderni Urbinati di Cultura Classica, Urbino 1974.

Ciacci, Piccola guida al riconoscimento delle forme di alcuni vasi attici ed etruschi, in Introduzione allo studio della ceramica in archeologia, Siena 2007.

Costamagna, Taranto-Talsano: insediamenti rurali, in Taras II, 1-2 (1982), pp. 199-206.

  1. Dell‘Aglio, TARANTO, Lucignano di Talsano, in Taras XVII, 1 (1997), pp. 89-92.
  2. Giangrande, Sympotic literature and epigram, L‘Epigramme Grecque, in Entret. Fond. Hardt, XIV, Genève I967, pp. 93-174.
  3. R. Immerwahr, Attic Script. A Survay, Oxford 1990.
  4. Klinghardt, Gemeinschaftsmahl und Mahlgemeinschaft: Soziologie und Liturgie

frühchristlicher Mahlfeiern, Bodenheim 1996.

Kretschmer, Die griechischen Vaseninschriften, ihrer Sprache nach untersucht, Gütersloh 1894.

Langlotz, La scultura, in ACT 10,Napoli 1971, pp. 217-247.

Lippolis et Alii, Architettura greca. Storia e monumenti del mondo della polis dalle origini al V secolo a.C., Milano 2007.

Lombardo et Alii, Nuovi documenti epigrafici greci dall’area del Golfo di Taranto: Metaponto e Saturo. Vino e pratiche simposiali in un’iscrizione vascolare metapontina, in StAnt X (1997), pp. 313-336.

H. Penney, Indo-European Perspectives, Studies in Honour of Anna Morpurgo Davies, Oxford 2004.

Valanes, Χαῖρε καὶ πίει ἀγγεῖα τοῦ πότου, in Ktēma Chatzēmichale, N. Kephisia 1996.

Valavanis – D. Kourkoumelis, Χαῖρε καὶ πίει, bere navi, Atene 1995.

M. Voigt, Sappho et Alcaeus Fragmenta, Amsterdam 1971.

Wachter, Drinking Inscriptions on Attic Little-Master Cups: A Catalogue (AVI 3), in Kadmos XLII , 1-2, Berlin 2004, pp. 141-89.

 

[1]  Per la formula chaire kai piei eu sulla ceramica attica nell’Orizzonte della Magna Grecia ionica cfr. Lombardo et Alii 1997, pp. 313 ss., n. 33 con rinvio, tra gli altri, a Immerwahr 1990; per le due kylikes da contrada San Donato, tra Leporano e Talsano (Taranto) (con formula potoria) e da Faggiano (con formula acclamatoria) qui da me segnalate cfr. Fedele et Alii 1984, p. 45, tav. XLII, f. 12; p. 48, tav. XLVIII, f. 3 e Bonivento Pupino 1990.

[2] Klinghardt 1996.

[3] Langlotz 1970, p. 242.

[4] Una coppa con simile iscrizione in Kretschmer 1894, p. 195.

[5] Voigt 1971, fr. 346 (edidit).

[6] Tomba 20, necropoli chiusina La Pedata, Museo Civico Archeologico Chianciano.

[7] Castagnoli 1968, p. 97 ripreso da Cerri 1974, pp. 59-61, con annotazione molto interessante sulla struttura metrica della formula potoria nel metro lirico ferecrateo.

[8] Giangrande 1967; Valanes 1966; Valavanis – Kourkoumelis 1995; Wachter 2004; Χαῖρε καὶ πίει εὖ (AVI 2) in Penney 2004, pp. 300-322.

[9] Antiquarium Comunale, inv. 17419 – Scavi Colini 1938.

[10] Ciacci 2007, p. 189: raffigurazione di una coppa attica a figure rosse del pittore Oltos (510 a.C. circa), in cui compare l’iscrizione bevi anche tu.

[11] Considerazioni interessanti si sono fatte sui riti di libagione iterati per il defunto nei diversi cicli annuali nelle aree sepolcrali metapontine (cfr. contrada Ricotta, necropoli con attestazione nel III sec. a.C. della formula chaire incisa su stele come saluto o commiato al defunto o defunta).

[12] Per stanze funerarie arredate come sale maschili per simposi, con sarcofagi lungo le pareti ed utensili per simposio cfr. Lippolis et Alii 2007 e recentemente Burkhardt 2008.

[13] Cfr. Heracl., DK 15.

[14]  Hdt., II 48-49.

[15]  Plut., De cupiditate divitiarum, VIII 527 d.

[16] Costamagna 1982.

[17] Dell’Aglio 1997.

La pittura in Macedonia

di P. Moreno, in Storia e civiltà dei Greci (dir. R. Bianchi Bandinelli), vol. 6. La crisi della pólis: arte, religione, musica, Milano 1990, pp. 703 sgg.

La ricerca archeologica in Macedonia ha portato negli ultimi decenni a scoperte clamorose in ogni campo, ma nulla sembra comparabile al progresso realizzato nella conoscenza della pittura, dove siamo stati sottratti allo sforzo di una ricostruzione analogica per essere ammessi alla diretta visione dei maestri.

La tradizione letteraria faceva intendere che questo dominio periferico del mondo greco aveva assunto una posizione privilegiata nella produzione artistica fin dall’inizio del IV secolo con l’arrivo di Zeusi alla corte di Archelao. Nella generazione successiva, tra i pittori della scuola sicionia, un cittadino di Anfipoli, Pamfilo, può aver rappresentato il tramite per la chiamata di Apelle alla corte di Filippo II. Lo spostamento della corte di Alessandro in Oriente non ha compromesso del tutto questa tradizione, poiché il sovrano continuò a dedicare opere d’arte nel santuario di Zeus a Dion. Nicia eseguì un ritratto di Alessandro e dichiarava l’opportunità di dipingere battaglie di cavalieri e di navi, i soggetti che apparivano nella decorazione del carro funebre del re. Nicomaco eseguì il ritratto di Antipatro, quando questi era reggente della Macedonia, tra il 323 e il 319 a.C., ed il suo discepolo Filosseno dipinse per Cassandro la Battaglia di Alessandro e Dario che si ritiene conservata dal mosaico del Museo di Napoli.

La Battaglia di Alessandro e Dario. Mosaico in opus vermiculatum, tessere policrome. 100 a.C., dalla Casa del Fauno, Pompei.  Forse copia di un affresco di Filosseno di Eretria. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La Battaglia di Alessandro e Dario. Mosaico in opus vermiculatum, tessere policrome.
100 a.C. dalla Casa del Fauno, Pompei.
Forse copia di un affresco di Filosseno di Eretria. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Nel 1960 i mosaici di ciottoli dei Palazzi di Pella ci hanno restituito una prima immagine delle pinacoteche che si andavano formando nelle residenze regali. I saggi eseguiti sotto i pavimenti dal 1974 al 1976, hanno dimostrato che la decorazione è coeva alle strutture e che l’insieme si può datare ai primi anni del regno di Cassandro, attorno al 316 a.C. Rispetto alla testimonianza della ceramica, i mosaici offrono il vantaggio di riprodurre figurazioni nelle forme piane del rettangolo e del quadrato, e nelle proporzioni originarie; rispetto alle copie della pittura parietale romana, garantiscono una maggiore fedeltà stilistica ai modelli per la vicinanza cronologica e in qualche caso la contemporaneità di esecuzione.

L’alternanza di soggetti mitologici, eroici e storici, corrisponde alla varietà d’ispirazione degli artisti di età e scuole diverse, che sono stati in rapporto con la Macedonia. A Zeusi è da assegnare la scena della Centauressa che offre da bere al Centauro, per l’affinità con il motivo descritto da Luciano, per i caratteri iconografici del vecchio Centauro e per la forma della kýlix che vi è rappresentata.

Pella (Macedonia). Casa di Dioniso, una Centauressa offre da bere a un Centauro. Mosaico, ultimo quarto del IV secolo a.C. Museo Archeologico di Pella.

Pella (Macedonia). Casa di Dioniso, Centauressa offre da bere a un Centauro. Mosaico, ultimo quarto del IV secolo a.C. Museo Archeologico di Pella.

Il ratto di Elena da parte di Teseo, trova puntuali riscontri nella ceramica italiota alla fine del V secolo. Nel Ratto delle Leucippidi, dipinto dal Pittore di Sisifo su un cratere di Ruvo, il gruppo dell’auriga in attesa con la quadriga rampante, è del tutto simile: coincide perfino il mantello del rapitore appoggiato alla sponda del carro; notevole anche l’affinità della figura fuggente a destra con la Deianira del mosaico. Tenendo conto che Elena rappresentava uno dei soggetti più celebrati di Zeusi, anche questa scena può essere annoverata nel suo catalogo: si confrontino le capigliature con quella della Centauressa su un frammento di ceramica.

Pittore di Sisifo. Teseo rapisce Elena. Pittura vascolare da un cratere a volute apulo a figure rosse, fine V secolo a.C. ca. da Ruvo di Puglia.

Pittore di Sisifo. Teseo rapisce Elena. Pittura vascolare da un cratere a volute apulo a figure rosse, fine V secolo a.C. ca. da Ruvo di Puglia.

Dioniso sulla pantera può essere ascritto, come abbiamo visto, a Nicomaco, e l’Amazzonomachia trova confronti nei vasi di Kerç.

La Caccia al cervo è di un maestro sicionio e lo stesso si può dire per la Caccia di Alessandro e Cratero, in una versione differente da quella realizzata in bronzo da Lisippo a Delfi, ma indubbiamente influenzata da un modello plastico.

Pella (Macedonia). La caccia di Alessandro e Cratero. Mosaico, III secolo a.C. Museo Archeologico di Pella.

Pella (Macedonia). La caccia di Alessandro e Cratero. Mosaico, III secolo a.C. Museo Archeologico di Pella.

L’effetto di una pinacoteca è accresciuto dalla ricchezza delle cornici, che sono coerenti con la cronologia e lo stile delle figurazioni. Il Ratto di Elena è circondato dal motivo del meandro alternato a quadrati con crocette, che inquadra normalmente le campiture vascolari di età classica. La Caccia al cervo ha la cornice floreale, che abbiamo visto ispirata alle invenzioni di Pausia e che, comunque, rivela nella sua asimmetria di essere stata progettata per un pannello verticale, non per il pavimento. Infine l’Amazzonomachia è contornata da una serie di animali passanti che ci ricorda i fregi della ceramica apula e della pittura parietale etrusca.

Pella (Macedonia). Casa del rapimento di Elena, Caccia al cervo. Mosaico opera di Gnosi (Gnōsis epoḗsen), fine IV secolo a.C. Museo Archeologico di Pella.

Pella (Macedonia). Casa del rapimento di Elena, Caccia al cervo. Mosaico opera di Gnosi (Gnōsis epoḗsen), fine IV secolo a.C. Museo Archeologico di Pella.

Se i mosaici di Pella riflettono nel loro insieme il tetracromatismo nella sua versione iniziale – bianco, nero, giallo e rosso – le pitture scoperte nelle necropoli di Mieza, Ege e Dion, rappresentano una fase più avanzata. Mieza è stata definitivamente localizzata alle pendici del Vermion, ai margini occidentali della pianura percorsa dall’Aliacmo, tra le attuali località di Naoussa, Kopanos e Lefkadia. In una grotta presso Naoussa è stato riconosciuto il Nymphaîon dove Filippo trasferì Alessandro negli anni della sua formazione: è questa dunque la sede dove operarono tra il 343 e il 340 a.C. gli artisti che la tradizione mette in contatto con il principe, tra i quali era Apelle.

Lefkadia (Macedonia). Tomba monumentale "del Giudizio". Radamante, dettaglio della pittura parietale esterna.

Lefkadia (Macedonia). Tomba monumentale “del Giudizio”. Radamante, dettaglio della pittura parietale esterna.

Delle sepolture di Mieza decorate con pitture, due prendono nome da Lefkadia e due da Naoussa. Attorno al 300 si data la tomba con facciata a due piani scoperta nel 1954 presso Lefkadia. L’importanza della decorazione esterna per l’origine della pittura ellenistica appare accresciuta attraverso l’analisi recentemente compiuta dal procedimento tecnico. Con la sostituzione dell’azzurro al nero, le possibilità del tetracromatismo sono mutate. I contrasti di colore, determinati da pennellate rapidamente sovrapposte, abbondano in tutte le figure e sono episodi sui quali l’artista contava, che portano al superamento del colore locale per un iniziale cangiantismo. Nelle ombre della testa di Radamante, dove le pennellate azzurre coprono i gialli e i rossi, nascono dei verdi e del porpora; il mantello giallo indossato da Eaco, è coperto a tratti da velature azzurro chiaro, mentre è scurito in altre zone da pennellate di terra rossa: si realizza così una completa tavolozza che l’osservatore riesce a districare solo ripercorrendo il processo di costruzione della figura.

Poco più recente sembra essere la tomba rinvenuta prima del 1887 presso Naoussa, considerata per antonomasia la «tomba macedone» fino alle scoperte del dopoguerra, la cui decorazione è oggi perduta. La camera presentava nella parte superiore del muro di fondo, su un fregio floreale, il gruppo di un cavaliere che colpiva con la lancia un barbaro. La pittura era realizzata a tempera sull’intonaco asciutto. Le figure erano grandi più di metà del naturale, impostate armonicamente entro la lunetta determinata dalla volta a botte: impressionante la resa del cavaliere che procedeva al galoppo da sinistra, impugnando la lancia con la destra abbassata, come Alessandro nel mosaico di Napoli, ma senza frenare l’animale; di effetto realistico la figura del nemico che cercava di parare il colpo gettandosi di lato e protendendo lo scudo, la bocca spalancata in un grido. I colori composti non apparivano qui soltanto come il risultato di parziali sovrapposizioni, ma assumevano una definizione locale, come il verde ottenuto dalla mescolanza dell’azzurro e del giallo, nelle vesti del barbaro. Nasce nelle figure il contrasto dei colori complementari, giallo e blu nel cavaliere, con la presenza del rosso; rosso e verde nel barbaro, con la presenza del giallo.

Naoussa(Macedonia). Tomba di Kinch, affresco parietale con combattimento fra un cavaliere macedone e un fante persiano. 310-290 a.C. ca.

Naoussa (Macedonia). Tomba di Kinch, affresco parietale con combattimento fra un cavaliere macedone e un fante persiano. 310-290 a.C. ca.

Al 250 a.C. può risalire la costruzione della tomba di Naoussa con facciata di ordine ionico, scoperta nel 1971. Per la forza compositiva e la pienezza dei volumi le figure dei coniugi nel frontone sono tra le più emozionanti creazioni che conosciamo della pittura greca. Nell’ambiente d’ingresso la pittura, condotta a tempera come nella tomba del cavaliere, rappresenta piante d’acqua sul fondo celeste con viva policromia: le foglie e i petali dei fiori sono mossi da pieghe moltiplicate e variate, i colori sono essenziali, smaltati, di grande profondità, ma non privi di passaggi. È questa la versione decorativa e simbolica delle acque del Lete, come le aveva concepite Polignoto all’inizio della Nékyia, popolate di canne palustri. Preziose qualità pittoriche doveva assumere la cassetta rivestita di rilievi in avorio, che si trovava nella camera interna: la struttura lignea è perduta, ma sono stati rinvenuti centinaia di frammenti d’avorio con motivi floreali e cornici, figure di cavalli, teste e braccia di personaggi umani e divini; mancano i panneggi che dovevano essere di materiale diverso, forse oro, trafugato in antico, quando la tomba fu devastata. La complessità delle scene mitologiche, con figure plasticamente sovrapposte, l’effetto cromatico, offerto in questo caso da materiali diversi, le proporzioni e la destinazione funeraria, offrono un imprevisto modello per le urne cinerarie etrusche, prodotte a partire dalla metà del II secolo a.C., che è anche il periodo finale di utilizzazione delle tombe.

Lefkadia (Macedonia). Tomba monumentale del Giudizio. Ricostruzione del prospetto anteriore con policromia

Lefkadia (Macedonia). Tomba monumentale del Giudizio. Ricostruzione del prospetto anteriore con policromia

La più recente delle tombe dipinte di Mieza è quella di Lisone e Callicle, scoperta presso Lefkadia nel 1942: le iscrizioni, che ci danno i nomi dei primi destinatari, portano al 200 a.C.  la fondazione del monumento, che fu usato per successive sepolture fino alla caduta del regno di Macedonia. Le pareti della camera sono decorate con un sistema di pilastrini che reggono un architrave continuo: su esso poggia un padiglione, che si identifica con la volta a botte; le lunette che ne risultano, sono immaginate vuote contro il cielo e vi sono rappresentate armi appoggiate sull’epistilio o sospese alla copertura: nel mezzotondo sull’ingresso, c’è uno scudo tra due spade e due corazze, sulla parete opposta uno scudo tra due spade, con due elmi e una coppia di schinieri. L’interpretazione architettonica ricorda la scansione a paraste della camera nella grande tomba di Lefkadia, rispetto alla quale si nota tuttavia un incremento prospettico molto vicino al cosiddetto «secondo stile» pompeiano. Le armi illusionisticamente rappresentate nella loro consistenza e collocazione, richiamano il motivo diffuso nella pittura funeraria apula ed etrusca della seconda metà del IV secolo, ma il controluce segna una successiva invenzione. Le frange della tenda sono comunque uno dei più antichi esempi del motivo detto «mura merlate» che compare in un pavimento di ciottoli a Lycosura e nei mosaici pergameni. L’insieme ricorda la descrizione del baldacchino che sovrastava il carro funebre di Alessandro.

Lefkadia (Macedonia). Tomba di Lisone e Callicle, decorazione parietale interna con panoplia macedone.jpg

Lefkadia (Macedonia). Tomba di Lisone e Callicle, decorazione parietale interna con panoplia macedone.

Ege, la più antica capitale della Macedonia, è stata recentemente identificata con le località di Palatitza e Vergina. Nel 1939 vi fu scoperto un monumento con camera coperta a volta, ingresso e facciata di ordine ionico, riferibile al tempo di Antigono Gonata (276-239 a.C.): la policromia ha una funzione fondamentale nella decorazione della facciata, con rosso e azzurro nei capitelli e nel fregio, giallo e rosso nel frontone; il fregio rappresenta intrecci floreali in bianco, verde, rosso e giallo sul fondo blu-nero. Nell’atrio il fregio è contornato da un kýma lesbico e da ovuli, con uso del bianco, rosso, giallo, verde e blu sul fondo blu-nero. La decorazione del trono di pietra, stuccato e dipinto, mostra due Grifi con cerbiatto sui fianchi e due Sfingi sui braccioli.

Vergina, Ege (Macedonia). Palazzo reale, ipotesi di restituzione (elaborazione grafica da D. Pandermalis, 1976).

Vergina/Ege (Macedonia). Palazzo reale, ipotesi di restituzione (elaborazione grafica da D. Pandermalis, 1976).

Non lontano dalla residenza reale di Palatitza, che ha dato un grande mosaico con motivi floreali, era stato osservato fin dal secolo scorso il carattere artificiale di un’altura di circa 12m con un diametro di 110. Gli scavi avevano dato alcune stele del primo ellenismo, tra le quali una dipinta, collocata al Museo di Veria, che rappresenta una donna in piedi ammantata, su uno sfondo architettonico: la qualità è molto fine, sul collo è rappresentata l’ombra portata; la testa reclinata col viso incorniciato dal manto è di una sconcertante resa psicologica.

Vergina, Ege (Macedonia). Palazzo reale, mosaico pavimentale a motivi floreali

Vergina (Macedonia). Palazzo reale, mosaico pavimentale a motivi floreali

La situazione del rinvenimento ha mostrato che il materiale non era in situ, ma era stato ammassato nel tumulo in circostanze particolari; ciò è venuto a coincidere con la notizia di Plutarco (Pyrrh., 26) che la necropoli di Ege era stata saccheggiata dai Galati al servizio di Pirro nel 274/73 a.C.: l’immenso cumulo di pietrame e di terra sarebbe stato innalzato da Antigono Gonata per proteggere i resti dei predecessori ed ospitare le successive sepolture regali. L’incremento delle ricerche ha infatti portato nel 1977 e nel 1978 ad una serie di eccezionali scoperte.

Il sorós attribuito ad Antigono incorporava nel margine meridionale un tumulo precedente del diametro di 20m, formato dalla terra rossa della quale sono ammantate le tombe di Verghina, che caratterizzano con la loro ondulazione il paesaggio ai piedi del Palazzo. Questo tumulo minore era a sua volta destinato a proteggere due tombe. La prima era rappresentata da una camera costruita a blocchi sotto il livello del suolo allora praticabile, grande all’interno 2,09m per 3,50, ed alta 3m. La tomba era stata saccheggiata attraverso due aperture, che risultavano richiuse con materiale eterogeneo al momento dell’innalzamento del grande tumulo: dovrebbe dunque essere anteriore alla spedizione di Pirro. Il lato corto orientale e le pareti nord e sud erano dipinte ad affresco.

Vergina, Ege (Macedonia). Tomba di Persefone, dettaglio del fregio con le coppie di grifoni affrontati, parete orientale.

Vergina (Macedonia). Tomba di Persefone, dettaglio del fregio con le coppie di grifoni affrontati, parete orientale.

Al di sotto della figurazione, corre un fregio continuo con coppie di grifi affrontati e divergenti rispetto a fiori diversi, tra i quali alcuni a calice con corolla in scorcio. Il grifo aveva remote connessioni con il destino dei morti nel mondo orientale e in ambiente minoico; la sua abitazione presso gli Iperborei lo collegava ai morti anche per i Greci: nel IV secolo è attestata la connessione al culto dionisiaco. Le due componenti – il mistero dionisiaco ed il ruolo di psychopompós – si trovano unite nella figurazione di un vaso apulo all’Ermitage, per molti aspetti analoga alla cornice dell’affresco: al centro appare un fiore di scorcio, dal quale emerge una testa femminile, ai lati divergono due grifi. La posizione dei mostri, che volgono il dorso all’immagine principale, si spiega con il simbolico trasporto dell’anima del defunto: in tale funzione appariranno i grifi in un rilievo di età romana. Il fregio della tomba macedone ha dunque lo stesso significato di quello con coppie di grifi e candelabri che circonda il tempio innalzato da Antonino a Faustina dopo la sua morte, una promessa di apoteosi.

Verghina, Ege (Macedonia). Tomba di Persefone, una fanciulla seduta (forse la defunta), parete orientale.

Vergina (Macedonia). Tomba di Persefone, una fanciulla seduta (forse la defunta), parete orientale.

Sulla parete meridionale si conservano tre figure femminili, probabilmente le Moire, ed una seduta al centro del lato corto orientale. Per analogia con la tomba del cavaliere di Mieza, quest’ultima è da intendersi come il ritratto della defunta. Un frammento di stele del IV secolo, proveniente dal demo di Acarne, mostra una donna seduta nello stesso atteggiamento, con la mano sinistra portata sul ginocchio destro: su quella mano poggia il gomito destro, la testa, reclinata, posa sulla mano destra; il braccio e la mano sinistra sono avvolti anche qui dal mantello che copre il capo. Un maggiore addensamento di analogie si trova nella figura della sposa sulla pisside siceliota al Museo Puškin, databile al 330-320 a.C., dove ricorre la veduta frontale con il leggero scorcio di tre quarti nelle gambe, gli avambracci avvolti dal mantello, la traversa orizzontale di pieghe tra le ginocchia e soprattutto il mantello tratto sul capo che lascia intuire, attraverso i punti di tensione, gli ornamenti dell’acconciatura. La funzione escatologica della decorazione rende infine particolarmente suggestiva l’identità della figura con il personaggio che appare al margine della rappresentazione del mito eleusino sulla pelíkē attica dell’Ermitage. Si tratta della presunta personificazione di Eleusina: la situazione delle gambe è uguale, come pure l’appoggio della mano sinistra sul ginocchio destro, il gomito destro puntato sulla mano sinistra e l’appoggio del mento alla mano destra; il panneggio corrisponde nell’ampiezza con cui è concepito ed in numerosi dettagli, quale la caduta verticale all’esterno della gamba sinistra, la fascia di pieghe tra le ginocchia e la linea obliqua del mantello che scende dalla spalla destra.

Sulla parete settentrionale è rappresentato il Ratto di Persefone, per quasi tutta la lunghezza. Cominciando da sinistra, appare Hermes in corsa davanti alla quadriga; Ade è in atto di balzare sul carro: con la mano destra impugna le redini e lo scettro presso la sponda, il piede destro è già sul fondale, mentre il sinistro è puntato al suolo. Il dio ha afferrato Persefone al busto col braccio sinistro, la fanciulla è protesa nella direzione opposta a quella del carro, con le braccia levate, il mantello del rapitore le si avvolge ai fianchi. Un vuoto stacca il gruppo dalla figura accosciata di Ciane, la ninfa della fonte di Siracusa, come la cesura dell’esametro di Claudiano (De raptu Proserpinæ, II 205), che riassume la scena: diffugiunt Nymphæ, rapitur Proserpina curru.

Vergina (Macedonia). Tomba di Persefone, Il ratto di Persefone.

Vergina (Macedonia). Tomba di Persefone, Il ratto di Persefone.

La composizione vive di contrasti. Dal piede sinistro al capo di Ade corre una linea obliqua, parallela a quella segnata dallo scettro e da una coppia di raggi della ruota; con questo sistema, che segna la fuga verso sinistra del dio con il suo carro, s’incrocia la tensione di Persefone: il braccio destro diverge esattamente da quello di Ade, così come la testa si piega in direzione opposta. Da una parte la quadriga e dall’altra la figura di Ciane allargano all’infinito la divergenza.

Il volto di Ade (dettaglio)

Il volto di Ade (dettaglio)

L’obliquità delle figure non è risolta tutta in superficie, ma si sviluppa in profondità. Lo scorcio di Ade inizia in primo piano con il piede che tocca terra e termina in alto con la testa arretrata: l’andamento prospettico è sottolineato dallo scettro. analogamente nella figura di Persefone le gambe vengono avanti mentre la testa e le braccia affondano in distanza.

Persefone (dettaglio).

Persefone (dettaglio).

Il punto di vista è ribassato. Di qui lo scorcio memorabile del busto di Persefone e delle braccia il cui volume è circoscritto dai bracciali ai polsi. Di qui la pregnanza del gesto di Ciane; la visione obliqua nasconde il gomito sinistro, mentre accentua l’angolo formato dall’avambraccio destro: le mani e il viso si dispongono in una progressiva rotazione che esprime la sorpresa e il terrore.

Nell’incarnato i toni sono quelli usati per le figure femminili sulle altre pareti, c’è del rosa in un chiaroscuro bruno-ocra. L’ombra è applicata a tratti netti sul corpo di Ade e sui cavalli, maggiormente sfumata nelle due fanciulle. Effetti di ombra portata si apprezzano tuttavia tra la spalla destra e il collo di Persefone e sul braccio destro di Ciane: la luce cade dall’alto a sinistra. Il mantello di Ade è di un viola intenso, ottenuto con la mescolanza di rosso e azzurro; nella veste di Ciane appaiono il violetto e il giallo, ma l’azzurro è dominante, con allusione etimologica: kyanós significa “azzurro” e il nome della ninfa richiama le acque profonde.

Ciane (dettaglio).

Ciane (dettaglio).

Tra le numerose scene di ratto, rappresentate nel mondo greco, etrusco e romano, quella che presenta maggiori somiglianze è il rapimento di Crisippo da parte di Laio sulla cista prenestina al Museo di Villa Giulia: colpisce infatti la divergenza delle teste, l’opposta direzione dei busti e delle braccia, il contrasto con il corpo giovanile con il mantello del rapitore, lo scorcio della ruota e soprattutto la torsione di Crisippo che viene a trovarsi come Persefone con il petto verso il basso e le braccia protese. L’opera si data tra il 320 e il 300 a.C., il che rappresenta un dato di grande interesse per la cronologia dell’affresco, poiché la posizione di Persefone non si riscontra in nessuna delle specifiche rappresentazioni del mito.

Escludendo le versioni in cui il rapitore e la fanciulla non sono sul carro, troviamo attorno al 400 a.C. alcuni elementi della composizione su uno stámnos etrusco dei Musei Vaticani, dove però Hermes è rappresentato più in basso, come il barbato servo di Ade, la quadriga va verso destra con la guida di una figura femminile alata e i protagonisti stanno sul carro rigidamente affiancati. Il tipo si ripete attorno al 360 a.C. sul cratere apulo del Pittore dell’Ilioupérsis al British Museum, dove la figura femminile davanti al carro è senza dubbio Ecate. Le urne volterrane restano sostanzialmente fedeli a questo schema.

Una visione più movimentata appare per la prima volta sulla coppa megarese da Tebe al British Museum: la quadriga è condotta da Hermes e la posizione obliqua di Ade e Persefone è in qualche modo simile a quella dell’affresco, ma Persefone è rivolta con il busto e il viso verso l’alto, e la figura femminile che insegue il carro è senza dubbio Demetra. Questo disegno è stato ripreso ed elaborato nella maggior parte dei sarcofagi romani.

Maggiore interesse presentano le pitture e i mosaici di età imperiale. Tra gli affreschi, il più noto è quello della Tomba dei Nasoni che si data agli ultimi anni di Antonino Pio, ma qui il carro procede in direzione inversa rispetto al dipinto di Vergina e la figura di Plutone ha una diversa impostazione. Sulla parete di una casa funeraria di Hermoupolis, databile tra il II e il III secolo, il movimento della scena è sempre inverso, ma ritroviamo la figura di Hermes davanti al carro e tenendo conto dell’inversione speculare vi sono essenziali coincidenze nei gesti di Plutone e Proserpina. Diversa è la scena dell’Ipogeo di Vibia, che tuttavia getta una luce sull’allegoria della tomba macedone, poiché è esplicitamente adattata alla donna che vi era sepolta: abreptio Vibies.

Affresco con il ratto di Proserpina. II-III secolo d.C. ca., dalla Tomba dei Nasoni, Roma.

Affresco con il ratto di Proserpina. II-III secolo d.C. ca., dalla Tomba dei Nasoni, Roma.

Contemporaneo alla Tomba dei Nasoni è il mosaico di un mausoleo della Necropoli sotto San Pietro: la scena si svolge nella direzione di quella di Vergina ed Hermes conduce la quadriga; Plutone è simile ad Ade, anche se il giro del mantello è ampliato dietro le spalle; Persefone è quasi tutta perduta. Una più completa rispondenza si nota con il mosaico dal Colombario della Via Portuense al Museo dei Conservatori, riferibile anch’esso all’età antoniniana. Hermes precede la quadriga; sul carro Plutone afferra le redini con la mano destra e con la sinistra stringe Proserpina: il corpo della fanciulla ha un andamento obliquo opposto a quello del dio; a terra è la figura accosciata di Ciane con il braccio destro sollevato ed il mantello che gira dietro le spalle.

Insieme alla pittura di Hermoupolis, al mosaico della Necropoli Vaticana ed a qualche sarcofago, questo pavimento si pone come testimonianza dell’esistenza in ambiente romano di una pittura affine a quella scoperta in Macedonia, con una variante nella posizione del torso di Proserpina. Plinio riferisce che un quadro di Nicomaco, raffigurante il ratto di Persefone, era custodito nel tempio di Giove Capitolino. La coincidenza è promettente. Nicomaco era alla fine della carriera, quando lavorava per Antipatro:

Il pittore prese a dipingere un  ritratto di Antipatro, re dei Macedoni; lo dipinse in quaranta giorni e ne ricavò molti talenti. E come il re Antipatro gli disse: «Tu hai ricevuto più di quello che il tuo quadro valeva, poiché lo hai dipinto in pochi giorni», egli rispose: «Non l’ho ultimato in quaranta giorni, maestà, ma ci ho lavorato quarant’anni, poiché io ho studiato per lungo tempo, per poter dipingere con leggerezza e facilità ogni volta che voglio».

Mosaico con il ratto di Proserpina. Dal Colombario di via Portuense, Roma.

Mosaico con il ratto di Proserpina. Dal Colombario di via Portuense, Roma.

Questo periodo viene dunque a sovrapporsi con la prima attività del discepolo Filosseno, che abbiamo ricordato al servizio di Cassandro, figlio di Antipatro. Ora, se è vero che il mosaico di Alessandro riproduce la Battaglia di Filosseno, la pittura di Verghina ci offre un’insperata possibilità di confronto tra le opere dei due pittori. Osserviamo nell’affresco il contorno delle due teste sul carro: il braccio destro allungato di Ade, la testa di tre quarti, l’arco della spalla sinistra e quindi il braccio destro della fanciulla che le nasconde per metà il volto. Nel mosaico di Alessandro, la sequenza si ripete esattamente nel gruppo di Dario con l’auriga: il braccio proteso del re, il volto di tre quarti, il giro della spalla, il braccio destro levato dell’auriga che ne ha il volto parzialmente coperto. Infine, lo scettro di Ade ha l’andamento obliquo della lancia che spunta dal fondo in corrispondenza della mano destra di Dario.

Corrispondenze fra gli schemi compositivi nella posizione di Ade e Persefone e quella di Dario e il suo auriga.

Corrispondenze fra gli schemi compositivi nella posizione di Ade e Persefone e quella di Dario e il suo auriga.

L’identità compositiva è ancor più sorprendente se pensiamo alla diversità del soggetto, da una parte il rapimento d’amore, dall’altra la battaglia; inoltre il carro di Ade va verso sinistra dello spettatore, quello di Dario verso destra; nel gruppo mitologico è il corpo di Persefone che viene a trovarsi davanti a quello di Ade, nella scena storica è Dario che sta davanti all’auriga. Non si può dunque pensare che l’autore della Battaglia abbia imitato materialmente il pittore del Ratto, o viceversa. Si tratta piuttosto di opere della medesima bottega, dove si sperimentava l’efficacia di un certo schema. Plinio (Nat. hist., XXXV 110) collegava direttamente a Nicomaco la tecnica di Filosseno:

Questi, seguendo la celerità del precettore, trovò certe scorciatoie della pittura ancora più brevi.

Il frescante di Vergina è di meravigliosa disinvoltura e le compendiariae che accomunavano i due artisti potevano essere queste silhouettes intercambiabili, con le quali si montava rapidamente una composizione.

La traccia della scuola attica trova seguito nell’affresco che decora la seconda tomba, posta al centro del tumulo in terra rossa. È stato il ritrovamento di questa sepoltura a diffondere la celebrità del complesso, poiché era intatta con i suoi tesori. Si tratta di un’ampia struttura coperta a volta, con facciata architettonica; vi si distinguono due ambienti, l’ingresso con una deposizione femminile e la camera con le ceneri di un uomo. La presenza nella camera del diadema, dello scettro e di tracce di porpora non lascia dubbi sul carattere regale del personaggio, per il quale è stato fatto il nome di Filippo II, morto nel 336 a.C. La pulitura del vasellame, ha portato successivamente alla lettura del monogramma ANT (álpha, , taû), graffito sul fondo di una secchia di bronzo. La somiglianza con il simbolo che compare sulle monete di Antigono Gonata è suggestiva, ma si potrebbe pensare anche ad Antipatro, morto nel 319 a.C., la cui autorità, alla scomparsa di Alessandro, abbiamo visto assimilata a quella del basileús. Resta da spiegare la conservazione del corredo: i mercenari di Pirro, raggiunta e saccheggiata la prima tomba, avrebbero ritenuto che fosse l’unica nascosta dal tumulo di terra rossa, interrompendo la ricerca.

Gorytós con scene di Ilioupérsis. Oro, fine IV secolo a.C. dalla Tomba di Filippo II, Verghina.

Gorytós con scene di Ilioupérsis. Oro, fine IV secolo a.C. dalla Tomba di Filippo II, Vergina.

Un modello pittorico è certamente dietro la decorazione di uno degli oggetti più preziosi, il gorytós, un astuccio per l’arco e insieme per le frecce, lavorato in oro a sbalzo. Vi è rappresentata su due registri la caduta di Troia, ed all’estremità della faretra una figura incedente con scudo, lancia ed elmo a tre creste, da identificare con Ares o Achille. Un esemplare del tutto identico era stato rinvenuto a Karagodenash, nel Kuban, ad oriente della Crimea, ma per lo stato frammentario non era stato possibile ricostruire il soggetto. Altri quattro gorytoí simili, ma con la rappresentazione della vicenda di Achille a Sciro, sono stati trovati lungo l’arco di un migliaio di chilometri dal Don al Bug nella Russia meridionale: essi appartenevano al corredo di sepolture scitiche, databili alla seconda metà del IV secolo per la presenza di anfore greche. Anche il nuovo esemplare dovrebbe essere stato lavorato a Panticapeo, la capitale del regno bosporano, dove si colloca quella produzione, ispirata dall’iconografia attica della fine del V secolo: in particolare l’Ilioupérsis ha affinità compositive con il fregio di battaglia del tempio di Atena Níkē e con quello del tempio di Apollo a Bassai.

Delle urne d’oro, quella rinvenuta nell’atrio ha per decorazione lo stellone macedone sul coperchio e rosette applicate alla cassa: all’interno conservava un tessuto ricamato con uccelli e girali, che ricorda un rilievo tarantino del IV secolo, e propone una diversa via di diffusione, attraverso le stoffe e i tappeti, di tali motivi nell’arte ellenistica e romana. Nell’altra, più riccamente ornata, il disegno di maggior interesse è rappresentato dai girali di acanto della fascia inferiore. Attraverso la cornice del mosaico di Pella con la Caccia al cervo, si è avuta occasione di verificare l’origine pittorica del motivo, ispirato dall’arte di Pausia; nel nostro caso, esso mostra affinità con l’antemio nei gorytoí d’oro che rappresentano Achille a Sciro, e con i vasi apuli della seconda metà del IV secolo. La possibilità di una comune origine sicionia è suggerita dal fatto che il motivo ricorre in Epiro, dove già il pavimento floreale di Epidamno rivelava la partecipazione ad un gusto decorativo esteso da Sicione all’Apulia: una stele di Ambracia ripete sostanzialmente il disegno che appare sul fianco dell’urna di Vergina, con un richiamo anche alla terminazione dei girali che ne ornano la fronte; l’affinità risalta per l’inquadramento entro un rettangolo allungato e per il trattamento prospettico che in un limitato risalto plastico ottiene l’illusione di un’avvolgente profondità.

Verghina (Macedonia). Tomba di Filippo II.

Vergina (Macedonia). Tomba di Filippo II.

La facciata della tomba sovrappone all’ordine dorico del colonnato e del fregio a metope a triglifi, una fascia continua che misura in lunghezza 5,56m ed in altezza 1,16m, interamente dipinta con scene di caccia. Il primo gruppo da sinistra rappresenta il ferimento di un cervo, tra un cacciatore a piedi ed uno a cavallo colto in un’audace veduta posteriore di tre quarti; un albero spoglio segna la separazione dalle scene più complesse della caccia al leone e al cinghiale. Un gruppo di due cacciatori appiedati con cani, è dominato da un pilastro, sul quale è una piccola statua; inquadrato da due alberi segue un giovane cavaliere, coronato di fronde, di profilo verso destra, con la lancia sollevata, in atto di far impennare la cavalcatura con la sinistra. Seguono due cacciatori a piedi, l’uno armato di lancia, l’altro di ascia, due cani, un leone e un terzo cavaliere di età avanzata, rappresentato di scorcio verso lo spettatore, con la lancia nella destra levata come a colpire il leone, il busto in parte nascosto dal collo della cavalcatura. Altri due pedoni, l’ultimo con una rete, concludono a destra, insieme ad un cinghiale.

Affresco frontonale, ipotesi di restituzione della policromia originale.

Affresco frontonale, ipotesi di restituzione della policromia originale.

La composizione è nata con attento calcolo della superficie disponibile, che il pittore ha diviso in quattro quadrati: le diagonali e le circonferenze iscritte in queste figure, determinano la struttura d’insieme; ma non mancano altre simmetrie, come mostra la stele collocata al primo terzo del fregio. La proporzione dei pieni e dei vuoti, che abbiamo visto eroicamente affermata nella Caccia al cervo di Melanzio, rimane come legge di esattezza geometrica, ma lo spazio si fa tanto più vasto e accogliente, da favorire l’apparente libertà di disposizione delle masse dipinte. L’autore aveva bisogno di rispettare la convenzione della narrazione continua, che vuole rappresentate nello stesso quadro scene successive o almeno indipendenti e, nello stesso tempo, per ragioni compositive e prospettiche, desiderava moltiplicare il riferimento volumetrico alle forme degli alberi, sicché se n’è servito per isolare a sinistra la vicenda secondaria del cervo e per segnalare a destra il passaggio tra le fasi culminanti della caccia al leone ed al cinghiale. Se vogliamo, in questa sequenza c’è ancora il rispetto per la prospettiva a scomparti di Polignoto e le figure sono sempre scaglionate a diversi gradi di altezza e di distanza, ma le aste impugnate dagli uomini segnano quante più linee possibili per avviare l’occhio in profondità e l’andamento del suolo in primo piano rivela la maturità di una prospettiva sfuggente.

La vicenda è tutta ricostruita secondo la struttura dello spazio, ma insieme con l’esercizio geometrico e prospettico, il pittore impiega l’immaginazione. La tendenza al consolidamento della figura, che era propria della scuola sicionia, si unisce infatti a quella estensiva, che mirava alla moltiplicazione e all’arricchimento degli elementi figurativi. La folla dei cacciatori dilaga in un paesaggio invernale, dove la natura è sorpresa nelle sue relazioni e contrasti, nella nascita delle piante dalle asperità del suolo, nella lotta mortale delle fiere e dei cani.

La tavolozza è molto ricca, dal bianco del fondo e di uno dei cavalli, attraverso i toni caldi del giallo-arancio, rosso vivo, bruno, viola pallido e porpora, a quelli freddi più bassi, verde ed ombra azzurra, fino ai toni scuri degli alberi e della maggior parte degli animali. Attraverso queste sfumature avvertiamo per la prima volta in una pittura greca la possibilità offerta alla luce di armonizzare perfettamente con il colore e di plasmare le forme: così è dato l’avvio all’espansione nell’atmosfera.

Senza perdere contatto con il reale, alcuni dei personaggi traggono valore di simbolo dal colore, dagli attributi e dalla propria stessa disposizione. Il cavallo bianco appartiene all’ultimo cavaliere a destra, che sovrasta tutti in altezza: davanti a lui la mischia degli uomini e degli animali si fa più densa, con un’evidente tendenza a far migrare lateralmente il polo d’interesse della composizione. D’altra parte anche il giovane che cavalca al centro riceve una particolare distinzione dagli alberi che lo fiancheggiano e dalla corona di fronde che porta sul capo; nella veduta laterale, animata dal volgersi della testa e del busto, esso richiama la tradizionale figura celebrativa del cavaliere nei monumenti ateniesi.

Sarcofago di Alessandro. Caccia al leone (dettaglio). Marmo lavorato a rilievo, IV secolo a.C. ca. da Sidone. Museo Archeologico di Istanbul.

Sarcofago di Alessandro. Caccia al leone (dettaglio). Marmo lavorato a rilievo, IV secolo a.C. ca. da Sidone. Museo Archeologico di Istanbul.

Un rapporto dinastico lega forse questi personaggi, come i protagonisti della caccia sul sarcofago di Sidone, con il quale la pittura di Vergina ha molti punti di contatto. Vi ritroviamo infatti il carattere marginale della cattura del cervo, rappresentata ad un’estremità della composizione, con uno dei cacciatori che volta le spalle alla scena principale: così a Vergina lo stacco è indicato, oltre che dall’albero, dall’andamento verso il fondo del cavaliere che vi partecipa; la caccia al leone è prevalente ed il trittico si conclude idealmente sul lato corto con la caccia alla pantera. Il destinatario del sarcofago appare nell’atteggiamento del cavaliere che è al centro della pittura, circondato dalla stessa pittoresca alternanza di cavalieri e cacciatori a piedi, singoli o a coppie.

La caccia al cinghiale tra gli alberi spogli era già rappresentata in un rilievo funerario di Xanthos agli inizi del IV secolo, ma è la simultaneità di questo soggetto con la caccia al leone che ci colpisce nel mosaico di Palermo: il sistema narrativo è del tutto simile a quello della pittura di Vergina, con tre alberi sullo sfondo, dei quali uno è privo di foglie; l’uccisore del leone è rappresentato a cavallo in scorcio verso chi guarda, come l’ultimo cavaliere dell’affresco.

Non sarà fuori luogo ricordare che il mosaico di Palermo è stato per molti aspetti confrontato con la Battaglia di Alessandro, alla quale parimenti ci riporta la pittura di Vergina per il suo cromatismo e numerosi dettagli: nella Battaglia i cavalli sono rappresentati con la stessa sperimentata varietà prospettica, di fronte, di tergo e di profilo; Alessandro cavalca verso destra, nella stessa situazione del cavaliere al centro della pittura; l’albero spoglio è quasi uguale nel disegno al secondo di quelli rappresentati a Vergina, ed assume la funzione che ha il pilastro nell’affresco. La Caccia di Vergina sembra così offrirci l’anello mancante per la conoscenza della personalità di Filosseno, e si sarebbe tentati di riconoscere Antipatro e Cassandro nei protagonisti.

Vergina, Ege (Macedonia). Tomba del Principe. Fregio della corsa delle bighe (dettaglio), fine IV secolo a.C. ca.

Vergina (Macedonia). Tomba del Principe. Fregio della corsa delle bighe (dettaglio), fine IV secolo a.C. ca.

Nell’agosto del 1978, circa nove metri più a nord dell’ultima sepoltura descritta, è stata rinvenuta una terza tomba, più piccola, ma simile nella struttura architettonica. Nella camera era stata deposta una hydría d’argento con le ceneri di un giovane principe. Il corredo comprendeva vasi in argento e bronzo argentato, un sostegno di ferro argentato con lucerne di terracotta, ed armi: di grande interesse iconografico gli ornamenti in avorio di un letto, tra i quali è stato ricostruito un gruppo rappresentante Pan e Dioniso con Arianna o Semele. L’insieme ha suggerito una datazione anteriore a quella della tomba più grande, il che sembra confermato dal confronto delle pitture; nella terza tomba, infatti, il fregio esterno era dipinto su pannelli di legno, che sono andati perduti, ma l’anticamera conserva in ottimo stato una fascia figurata. Al di sotto di una cornice ad ovuli, vi è rappresentata una corsa di bighe. Il terreno è mosso ed accidentato, nei diversi cavalli è colta con grande competenza la varietà dei momenti del galoppo, inoltre la gara è animata da episodi realistici: si vede una delle bighe in scorcio di tre quarti verso il fondo, come se fosse in atto di tentare il superamento di quella che la precede. L’episodio attesta la completa padronanza della prospettiva geometrica da parte del pittore, poiché nelle bighe che corrono allineate secondo l’andamento del fregio, il cavallo verso il fondo è rappresentato leggermente più avanzato dell’altro, ma la situazione giustamente si inverte nella pariglia lanciata in obliquo. Agli accorgimenti adatti a suggerire lo spazio, si aggiunge in misura sorprendente la luce. Questi carri con i loro cavalli proiettano sul terreno ombre fortemente rese con il tratteggio incrociato. Si immagina un sole alto da sinistra, che getta l’ombra sulla testa di un cavallo sul collo di quello vicino, e l’ombra dell’auriga sul dorso dei cavalli che volgono verso il fondo. È sempre il chiaroscuro che rivela l’aderenza delle tuniche e il loro movimento nell’aria, così come un tratteggio attento alla muscolatura, ai tendini e perfino allo scheletro, fa risalire la tensione degli animali.

Tarquinia (Etruria). Sarcofago delle Amazzoni. Lato 3: guerriere amazzoni sulla quadriga. 400-430 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Tarquinia (Etruria). Sarcofago delle Amazzoni. Lato 3: guerriere amazzoni sulla quadriga. 400-430 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

La biga con i cavalli allungati richiama, anche per la posizione ed il panneggio del conducente, la quadriga raffigurata in un frammento di fregio dal Mausoleo di Alicarnasso. Diverso è il passo della quadriga nel Sarcofago delle Amazzoni da Tarquinia, ma il confronto è interessante per l’impianto prospettico e il chiaroscuro: anche qui si avverte l’ombra tra gli animali accostati e sulle zampe posteriori, ma il trattamento è convenzionale, rispetto all’organicità raggiunta dal maestro di Vergina, e manca quell’invaso naturale della luce.

Dal punto di vista iconografico, l’analogia con la corsa di bighe dipinta nella tomba di Kazanlăk è sorprendente. Si tratta parimenti di un fregio destinato a commemorare i ludi funebri e vi ricorre perfino il motivo ad ovuli nella cornice inferiore; carri, cavalli ed aurighi sono rappresentati con soluzioni di scorcio che ricordano quelle di Vergina, tanto da far riconoscere una tradizione comune. Ma il divario qualitativo è ancor più spiccato che nel Sarcofago delle Amazzoni.

Seutopoli (Tracia). Tomba di Kazanlăk, la corsa dei carri (dettaglio). IV secolo a.C.

Seutopoli (Tracia). Tomba di Kazanlăk, la corsa dei carri (dettaglio). IV secolo a.C.

Alla luce delle nuove scoperte, acquista infine un significato la decorazione, purtroppo deperita, dalla tomba di Dion, scavata nel 1929 davanti ad una delle porte della città rivolte all’Olimpo. La regolare costruzione a blocchi è simile alle strutture di Mieza, di Ege e soprattutto al monumentale sepolcro di Langaza, a nord di Salonicco.

La facciata simula un’edicola dorica, l’interno dell’atrio è decorato con semicolonne ioniche. La colorazione delle architetture è più parca che negli altri esempi e l’interesse iconografico si concentra nella decorazione del letto di marmo: sulle gambe erano dipinti antemi, sulla traversa una battaglia di cavalieri. La serie comprendeva originariamente una dozzina di figure, delle quali solo le prime tre si sono potute rilevare al momento della scoperta. Il costume caratterizza i primi due combattenti come Traci o Sciti, uno visto di scorcio da dietro, l’altro di profilo a destra con il cavallo caduto sulle ginocchia: il terzo è un Macedone in atteggiamento di vittoria visto di tre quarti. La camera era stata saccheggiata in antico, ma dai frammenti di ceramica è stata datata attorno al 300 a.C. Tenendo conto che a Dion era stato collocato il gruppo in bronzo dei Cavalieri del Granico, l’evidenza degli scorci può indicare uno scambio di esperienze con la plastica sicionia, che è stato più volte avvertito nel sarcofago di Sidone, come nella Battaglia di Alessandro. Anche per questo aspetto, la pittura che si faceva alla corte di Macedonia non appartiene solo alla scuola attica, ma alla koinḗ.

Apelle, pittore del Re

di P. Moreno, in Storia e civiltà dei Greci (dir. R. Bianchi Bandinelli), vol. 6. La crisi della pólis: arte, religione, musica, Milano 1990, pp. 493-501.

[…] La società che regge la produzione della scuola di Sicione non è solo una civiltà di cittadini, ma quella che confluiva nell’unità degli Elleni sotto il regime di un monarca: la pittura, come la plastica, era al servizio del potere e l’appoggio dato da Filippo alla parte aristocratica si risolveva nell’accentuazione di tendenze allegoriche intese all’esaltazione dell’autorità politica.

Attorno al 343, quando Filippo convocò Aristotele per curare l’educazione di Alessandro, anche Apelle fu introdotto alla corte di Macedonia per i buoni uffici di Aristrato e i rapporti mantenuti da Pamfilo con il paese di origine. Apelle diviene così protagonista del passaggio dal sistema delle scuole, in qualche modo legate alla tradizione delle città di maggior prestigio culturale, all’impostazione di un’arte aulica[1]:

È superfluo dire quante volte dipinse Filippo ed Alessandro.

Dalla romantica scoperta della bellezza di Laide, si passa al privilegio del pittore cortigiano (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 86):

Alessandro gli dimostrò in quale onore lo tenesse con un esempio famosissimo, e infatti avendo ordinato che la più diletta fra le sue concubine, di nome Campaspe, fosse dipinta da Apelle nuda, per ammirazione della sua bellezza, e quello essendosi accorto di essersi innamorato mentre lavorava, gliela diede in dono.

John William Godward, Campaspe. Olio su tela, 1896. Art Renewal Center.

John William Godward, Campaspe. Olio su tela, 1896. Art Renewal Center.

La disponibilità del pittore è confermata dalla notizia dell’editto col quale Alessandro, all’avvento al trono, gli avrebbe confermato la prerogativa di riprodurre la propria effige.

Le imprese di Alessandro in Oriente diedero occasione ad Apelle di cogliere il riflesso storico della vicenda personale del sovrano, che egli aveva iniziato ad illustrare in Macedonia con i suoi ritratti. Ad Efeso, dove il pittore era tornato a stabilirsi al suo seguito, Alessandro partecipò ad una pompḗ, che era insieme una festa religiosa e una parata militare (Arriano, Anabasi, I 18, 2): probabilmente è questa[2] «la processione di Megabizo, sacerdote di Diana Efesina» dipinta da Apelle, insieme ad un Alessandro a cavallo (Eliano, Varia historia, II 3) ed al keraunophóros[3]. La dimestichezza dell’artista con il sovrano alimenta nella letteratura artistica il tópos retorico della visita all’atelier, dove tuttavia si riconosce l’autenticità della cháris ionica, intesa non solo come un ideale estetico, ma come stile di vita, a contrasto con la severità di Melanzio e di altri artisti sicioni[4]:

Aveva anche grazia, per cui era molto gradito ad Alessandro il Grande che veniva frequentemente in bottega[…] ma quando si metteva a dire troppe cose inesatte, lo persuadeva con grazia al silenzio, dicendo che veniva deriso dai ragazzi che preparavano i colori.

Alla stessa fonte biografica, d’impronta peripatetica, risale l’episodio relativo all’Alessandro a cavallo:

Alessandro, vedendo ad Efeso la propria immagine dipinta da Apelle, non la lodò secondo il merito della pittura, ma condotto avanti il cavallo, ed avendo esso nitrito al cavallo nel quadro, come fosse stato vero anche quello, Apelle esclamò: «Maestà, ma il cavallo sembra essere molto più esperto di te in pittura».

Il giudizio di verità naturale, respinto da Zeusi, è divenuto un «esperimento» (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 95) normale per le immagini di animali, mentre nella figura umana l’aspirazione alla cháris porta il pittore ad un’interpretazione soggettiva, che non lasciava persuaso lo stesso Alessandro, poiché Apelle non ne rappresentava (Plutarco, De Alexandri fortuna, II 335f) «la virilità e il carattere leonino», bensì «il volgere del collo e la vaghezza e liquidità dello sguardo». In particolare (Plutarco, Vita Alexandri, 4, 2) «dipingendolo portatore di fulmine, non imitò l’incarnato, ma lo fece più scuro e abbronzato». L’effetto nasceva forse dall’elaborazione del chiarore del fulmine in un’atmosfera altrimenti poco illuminata (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 92): «le dita sembrano sporgere e pare che il fulmine sia fuori della tavola», ma la distanza dal modello era segnata da un esplicito motto del pittore (Plutarco, De Alexandri fortuna, II 335a):

Dipinse Alessandro portatore di fulmine con tanta evidenza e colorito da poter dire che dei due Alessandri, quello di Filippo era invincibile, ma quello di Apelle inimitabile.

La diatriba che divise gli artisti nel confronto tra il keraunophóros e l’Alessandro con la lancia di Lisippo, riuscirebbe meglio giustificata pensando che anche la pittura di Apelle rappresentasse una figura stante, quale l’Alessandro col fulmine inciso da Pirgotele nel conio di un decadramma e tramandato dalle gemme. Ma la pittura pompeiana offre per molti aspetti una seducente alternativa nella figura in trono nella Casa dei Vettii. Il personaggio giovanile è seduto frontalmente, con una dislocazione di piani che ne rende estremamente mobile la posa: la gamba sinistra è avanzata, mentre la destra è fortemente ripiegata, sicché le ginocchia segnano sotto il mantello una profonda obliquità e divaricazione; il torso è in scorcio verso destra, ma il braccio corrispondente porta avanti lo scettro, puntato a terra in primo piano; la sinistra abbassata stringe il fascio delle folgori che prolunga al centro la diagonale dell’avambraccio, mentre la testa diverge verso l’alto, aprendo in lontananza l’irrequieta composizione. L’impressione di trovarci all’inizio del processo di apoteosi nasce dalla fusione di elementi propri della figura del sovrano ispirato dal dio, con quelli della trasfigurazione nella divinità. Simboli regali e insieme divini sono il trono con lo scranno, lo scettro, il manto di porpora e la corona di fronde di quercia, attributo divino il fascio di folgori stretto nella sinistra, motivo di congiunzione tra le sfere del potere celeste ed umano il movimento verso l’alto della testa e dello sguardo. Ma dove le parole di Plinio trovano il più eloquente riscontro è nella folgore obliqua sul grembo, sporgente dalle ginocchia, ottenuta col bianco e col giallo a contrasto della porpora – fulmen extra tabula esse – e nelle dita del piede sinistro che ricevono dall’alto il bagliore ed urtano immediatamente lo spettatore con i riflessi bianchi che le distinguono una ad una nel calzare – digiti eminere videtur. In Nicia il problema è quello di dare risalto plastico all’intera figura, in Apelle l’organicità classica è compromessa dall’evidenza del particolare violentemente illuminato: alla funzione plastica della prospettiva, del colore e della luce, perseguita da Melanzio e da Pausia, si è aggiunto lo splendor, come rappresentazione della fonte di luce nel quadro e dei suoi riflessi sulla figura (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 29).

Affresco dalla Casa dei Vettii. Alessandro il Grande come ipostasi di Zeus. Pompei, I secolo a.C. ca. The Bridgeman Art Library.

Alessandro il Grande come ipostasi di Zeus. Affresco pompeiano, I secolo a.C. ca., dalla Casa dei Vettii. The Bridgeman Art Library.

Plinio ripeteva a proposito del keraunophóros (Naturalis Historia, XXXV 92):

I lettori ricorderanno che tutte queste cose sono state fatte con quattro colori.

In Apelle, la tecnica di applicazione è quella della velatura, osservata da Aristotele[5]:

I colori si mostrano gli uni attraverso gli altri come talora fanno i pittori che passano un colore sopra un altro più vivo.

Una vernice trasparente equilibrava i contrasti[6]:

Le sue invenzioni giovarono nell’arte anche ad altri; una sola cosa nessuno poté imitare: ossia che, terminata l’opera la cospargeva di un atramento così tenue che questo stesso, illuminato, suscitava il colore bianco della lucentezza e proteggeva dalla polvere e dalle impurità, apparendo infine alla mano di chi lo osservasse, ma anche allora con grande accortezza, perché la lucentezza dei colori non offendesse la vista a chi osservava come attraverso una pietra speculare, e di lontano la medesima cosa desse inavvertitamente austerità ai colori troppo floridi.

Le consumate risorse di una tecnica vicina al virtuosismo consentono all’artista di esprimere ogni sfumatura della vita interiore e di dare l’interpretazione dei casi individuali nell’inquietudine del tempo: il «demone» di cui parlava l’epigramma a proposito di Apelle, è quanto avvince ed affascina lo spettatore nella rappresentazione dell’animo umano. Nella straordinaria galleria di re, cortigiani ed artisti, dipinti da Apelle insieme al primo autoritratto di cui si abbia notizia nella pittura antica (Anthologia Palatina, IX 595), l’audace introspezione ed un’individuazione senza riserve consentivano ai metoposkópoi di indovinare il passato e il futuro da ciascun volto (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 88). Clito il Nero, «che si affrettava a battaglia col cavallo e l’attendente che porge l’elmo a lui che lo chiedeva» (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 93), è colui che aveva salvato la vita ad Alessandro al Granico nel 334. «Neottolemo a cavallo contro i Persiani» (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 96) ricorda parimenti le dediche di statue equestri ai caduti del Granico e in qualche modo viene evocato dai cavalieri nel mosaico di Alessandro e nella battaglia sul sarcofago di Sidone. Abrone (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 93), rappresentato in un quadro a Samo, potrebbe essere il pittore altrimenti noto nella cerchia di Apelle. Menandro, che Plinio (Naturalis Historia, XXXV 93) indica come «re di Caria», potrebbe essere il satrapo della Lidia, noto tra il 327 e il 321: il dipinto era a Rodi, dove ci porta la notizia di una breve permanenza di Apelle e dei suoi rapporti con Protogene (Naturalis Historia, XXXV 81-83; 88). «Archelao con moglie e figlia» (Naturalis Historia, XXXV 96) può essere identificato con lo stratego figlio di Teodoro, governatore di Susa sotto Alessandro, poi satrapo di Mesopotamia; Anteo (Naturalis Historia, XXXV 93) eventualmente con il padre di Leonnato. Ad Alessandria si trovava il ritratto di Gorgostene (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 93), attore tragico, ed alla corte di Tolomeo il pittore avrebbe eseguito la caricatura di un buffone (Naturalis Historia, XXXV 89), qualcosa come i grýlloi di Antifilo.

Le forze inquietanti della pittura di Apelle sublimano nell’allegoria. Nell’Odeîon di Smirne si conservava una Cháris (Pausania, IX 35, 6) da intendere come la personificazione dell’ideale estetico del pittore, che si può identificare con la figura di un mosaico di Biblo. D’incerta collocazione la Tychḗ seduta[7], che avrà comunque esercitato un’influenza sull’opera di Eutichide. Ad Alessandria, con l’allegoria della Calunnia, Apelle espresse la crisi dei suoi rapporti con Tolomeo. La necessità di rendersi in qualche modo indipendente dall’ordine costituito delle corti solleva il realismo dell’osservatore ad invenzioni straordinarie. Dalla descrizione di Luciano (Calumniae non temere credendum, 2-5) s’intende che ogni elemento della figurazione era arricchito di sfumature, finezze ed accentuazioni. Luciano metteva in relazione il quadro con un episodio avvenuto un secolo più tardi, il tradimento di Teodote a Tiro del 219, ma se la confusione è nata dall’assedio di Tiro sostenuto nel 315 dalla guarnigione tolemaica contro Antigono, abbiamo un opportuno riferimento cronologico per i rapporti con Tolomeo I (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 89), compromessi dalla simpatia di Apelle per Antigono e dalla rivalità di Antifilo.

Il ritratto e l’allegoria si fondono col genere storico nell’Alessandro trionfante sul carro, che Plinio (Naturalis Historia, XXXV 93-94) descrive a Roma, e suggerisce la partecipazione di Apelle alla prima commissione pittorica che conosciamo da parte dei Diadochi. Si tratta con ogni probabilità di una parte della decorazione del carro funebre di Alessandro[8], attorno al quale erano

quattro tavole figurate parallele e uguali alle pareti. Di queste la prima aveva un carro cesellato, e seduto su questo Alessandro, che aveva tra le mani uno scettro straordinario: attorno al re si trovava una guardia armata di Macedoni ed un’altra di Persiani melofori, e davanti a questi i portatori delle sue armi. La seconda aveva gli elefanti che seguivano la guardia, bardati da guerra, che avanzavano portando sul davanti Indiani, sul dorso Macedoni, armati secondo il costume consueto. La terza torme di cavalieri che mostravano di raccogliersi in schiera. La quarta navi preparate alla naumachia.

La visione prospettica corrisponde a quella descritta da un autore di scuola aristotelica (De audibilibus, 801a 33), con figura che indietreggiano, mentre altre vengono innanzi, e i soggetti ricordano la preferenza espressa da Nicia (Demetrio, De elocutione, 76) per «ippomachie e naumachie». Apelle doveva già aver rappresentato qualcosa di simile ad Efeso, per quel che riguarda lo schieramento di cavalieri.

Nella prima tavola, l’eccezionalità della forma dello scettro, messa in luce dalla descrizione di Diodoro, fa pensare ad un tirso, e la presenza degli elefanti rafforza l’ipotesi che si tratti di una rappresentazione di Alessandro come Dioniso di ritorno dall’India. Poiché il corpo del re fu trasferito ad Alessandria, le tavole che decoravano il carro possono essere state tra quelle che Ottaviano portò più tardi a Roma dall’Egitto: il concetto del tiaso vittorioso attraverso la Carmania interessava particolarmente gli abitanti di Alessandria, che veneravano il fondatore come un giovane dio, coperto dalla spoglia di elefante, e rimase all’origine della processione che i Tolomei organizzavano al momento dell’accessione alla basiléia. Elementi di questa pompḗ passarono al trionfo romano, ma l’interpretazione offerta dal pittore era così lontana dal programma augusteo da farci credere che la prima sistemazione dei dipinti nel Foro di Augusto fosse prevalentemente decorativa (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 27). Come il quadro giovanile con Aristrato a Sicione, anche quest’opera apologetica della maturità di Apelle era però destinata a subire un  travisamento. Affermatosi in Roma il processo di apoteosi, Claudio fece sostituire la testa di Alessandro con quella di Augusto[9], e allora accadde che le figure di prigionieri divenissero personificazioni di Bellum e Furor, avvinti dalla Pax Augusta, secondo l’interpretazione di Plinio (Naturalis Historia, XXXV 27; 94) e di Servio (Scholia ad Aeneidem, I 294). L’altra tavola di Apelle portata nel Foro di Augusto rappresentava Alessandro con i Dioscuri (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 27; 93): quando la testa del sovrano fu mutata anche qui in quella di Augusto, i Romani poterono travisare nelle giovani divinità le immagini di Gaio e Lucio Cesare.

I capolavori si addensarono negli ultimi anni, quando Apelle andò a stabilirsi a Coos e ne assunse la cittadinanza (Ovidio, Ars amandi, III 401; Plinio, Naturalis Historia, XXXV 79). Nell’Asklepieîon, Eroda (Mimiambo IV, 72-78) celebrava la decorazione di un interno con un giudizio che, nell’apparente ingenuità del dialogo tra Kokkálē e Kynnō, conferma la tradizione della «linea» (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 81-84) del pittore e la vivacità della polemica con Antifilo:

Vere, cara, sono le mani dell’Efesio in ogni linea di Apelle […]; chi ha visto lui o le sue opere senza restar stupito in contemplazione, come giusto, quello sia appeso per un piede nella bottega di un tintore.

Leonida di Taranto (Anthologia Palatina, XVI 182), raggiungendo Teocrito a Coos, vide l’Afrodite Anadyoménē, lasciandocene la prima, insuperata descrizione:

Nascente dal grembo della madre, ancora ruscellante di spuma, vedi la nuziale Cipride, come Apelle l’espresse, bellezza amabilissima, non dipinta, ma animata. Dolcemente con la punta delle dita spreme la chioma, dolcemente irraggia dagli occhi luminoso desiderio, e il seno, annuncio del suo fiorire, inturgidisce come un pomo. Atena stessa e la consorte di Zeus diranno: «Zeus, siamo vinte al giudizio!».

Affresco dalla Casa di Venere, a Pompei. Venere Anadyomene. I secolo d.C.

Afrodite Anadyoménē esce dal mare con due amorini. Affresco pompeiano del I secolo d.C., dalla Casa di Venere.

La notizia di Strabone (XIV 2, 19) che nell’Asklepieîon si conserva tra le opere di Apelle un ritratto di Antigono, consente di datare questo periodo fino agli anni tra il 306 e il 301, quando l’isola fu sotto il controllo del Monoftalmo: si tratta probabilmente dell’Antigono a cavallo (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 93) che chiude l’elenco pliniano dei ritratti ed era preferito, insieme ad un’Artemide (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 96), da «i più esperti d’arte». Da Coos fu portata a Roma anche l’ultima opera del maestro, un’Afrodite, interrotta dalla morte[10].

La critica antica faceva culminare con Apelle il processo di scoperta della pittura classica, poiché il pittore apparentemente non ha inteso rompere col passato, ha espresso la propria ammirazione per i seguaci di scuole diverse ed ha rivissuto in una sintesi più vasta precedenti esperienze. Ma sul piano della teoria artistica egli ha portato a compimento l’innovazione dei maestri di Sicione, che consiste nella relatività e soggettività della rappresentazione. Le motivazioni per cui il pittore avrebbe superato «tutti quelli nati prima e quelli destinati a nascere dopo» (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 79), non sono infatti omogenee alla serie delle precedenti invenzioni: l’ultima di quelle citate da Plinio, lo splendor, per quanto fosse nota all’artista e certamente da lui sviluppata, non gli veniva esplicitamente attribuita […]. Quintiliano[11] invece afferma che Apelle era superiore agli altri per «ingegno e grazia», e di ciò il pittore stesso si sarebbe vantato. Ora i frammenti derivati dagli scritti di Apelle «sulla teoria della pittura» (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 79; 111), non lasciano dubbi sul fatto che cháris e gnōmē fossero doti naturali dell’artista, che nulla avevano a che vedere con i fondamenti obiettivi dell’estetica classica: Apelle stesso ammetteva di venire superato da Melanzio nella composizione, da Asclepiodoro nelle proporzioni (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 79) e da Protogene nella diligenza. […]

Apelle aveva colto un aspetto moderno dell’operare, il senso di una conclusione dal punto di vista artistico che non coincideva con la preoccupazione classica della completezza (Plinio, Naturalis Historia, XXXV 80):

Altra gloria acquistò ammirando un’opera di Protogene d’immenso lavoro e di quanto mai travagliata cura, disse infatti che in quello ogni cosa era pari o anche superiore a lui, ma che egli in una sola cosa era superiore, e cioè che sapeva togliere la mano dalla tavola, col memorabile precetto che spesso l’eccessiva diligenza nuoce.

Apelle credeva alla soluzione del quadro con un colpo di spugna, alla felicità del momento ispirato da Hermes (Hḗrmaion), aveva fede in ciò che si produce da se (autómaton), secondo la formulazione aristotelica – «l’arte ama fortuna e la fortuna ama l’arte» – che compromette il merito convenzionale della ricerca (Dione Crisostomo, Orationes, LXIII 4-5):

Non riusciva a dipingere la schiuma del cavallo travagliato dal combattimento. Sempre più in difficoltà, alla fine, per smetterla gettò la spugna sulla pittura in direzione del morso. Ma poiché questa aveva molti colori, applicò alla pittura il colore più simile alla schiuma desiderato. Apelle vedendo ciò si rallegrò, nella sua incapacità, dell’opera di fortuna e terminò l’opera non per arte, ma per fortuna.

La cháris non è una regola valida per ragioni obiettive e razionali, non è trasferibile attraverso l’insegnamento, come la precettistica sicionia, ma è affidata a sua volta ad una qualità personale, il «genio» dell’artista, che risolve le difficoltà contingenti del modello. Questo infatti non è più scelto secondo il criterio classico del bello, ma viene offerto da circostanze estranee alla selezione estetica […]

Note:

[1] Plin., Nat. Hist., XXXV 93.

[2] Plin., Nat. Hist., XXXV 93.

[3] Cic., In Verr., IV 135; Plin., Nat. Hist., XXXV 92; Plut. Alex., 4, 2; De Alex. Fort. II, 335a; Ad princ. Iner., 780f; De Is., 360d.

[4] Plin., Nat. Hist., XXXV 85.

[5] Aristot., De sensu, 440a 7-9.

[6] Plin., Nat. Hist., XXXV 97.

[7] Liban., Descr., XXX 1-5; Stob., Ecl., IV 41, 60.

[8] Diod., XVIII 26-27.

[9] Plin., Nat. Hist., XXXV 36; 94.

[10] Cic., De off. III 2, 10; Ad fam., I 9, 15; Plin., Nat. Hist., XXXV 92.

[11] Quint.. Inst. Or., XII 10, 6.

Fascino greco e “attualità” romana: la conquista di una nuova architettura

di A. D’Alessio, in AA.VV., I giorni di Roma. L’età della conquista, Ginevra-Milano 2010, pp. 49-62.

L’“età della conquista” – ovvero il progressivo allargamento del dominio di Roma su tutto il bacino del Mediterraneo fra la metà circa del III e il I secolo a.C. – rappresenta come noto una fase storica affatto “rivoluzionaria” anche nel campo dell’architettura antica. Nella fattispecie, un prolungato passaggio epocale denso di sperimentazioni e acquisizioni tecniche, ingegneristiche e ovviamente “tipologiche” e formali, che si riveleranno altamente formative per i progressi e i successivi sviluppi dell’architettura romana e i cui caratteri costitutivi resteranno a fondamento dell’”arte del costruire” presso l’intera civiltà occidentale (e non solo). Il formidabile intensificarsi, specie negli ultimi due secoli a.C., dei contatti e rapporti di osmosi culturale fra i Romani e le altre genti italiche da un lato e il mondo greco e orientale dall’altro, ebbe infatti a giocare un ruolo determinante nel processo di insorgenza della nuova architettura di età ellenistico-romana, laddove il termine “ellenismo” identifica un fenomeno tanto vasto e trasversale da riassumere perfettamente quel concetto di “mescolanza culturale” che sta alla base della celebre formulazione di Droysen, individuando probabilmente il primo anelito nella storia di “globalizzazione” antropologica.

Angus Mcbride, Guerra achea, 146 a.C.

Angus Mcbride, Guerra achea, 146 a.C.

In tal senso, se acculturazione può voler dire ricezione e accettazione da parte di una civiltà dominante (nel caso specifico quella di Roma) di temi, concetti e cosiddetti modelli culturali che emanano da una civiltà sottoposta a conquista (in altre parole, per quanto qui direttamente interessa, il fascino esercitato dalla Grecia e dal mondo greco-ellenistico nella sua accezione più ampia), ebbene ciò che ne consegue – e che certamente ne conseguì allora –, è graduale, seppur faticoso costituirsi di un pluralismo culturale che alimenta una sorta di “meta-livello” della coscienza e della riflessione culturale medesima, entro e a partire dal quale si assiste alla comparsa di una civiltà “nuova” e che può definirsi intensificata (Gehlen; Assmann). In altre parole, quando due o più gruppi etnici marcatamente diversificati (due o più ethnicities) vengono a scontrarsi/incontrarsi e a fondersi in strutture geo/etnopolitiche immensamente più grandi e complesse di quelle originarie, in seguito a conquiste, migrazioni o sovrapposizioni anche reciproche come quelle ingenerate dall’espansionismo romano, i processi integrativi e acculturativi che inevitabilmente ne derivavano fanno sì che la cultura dominante consegua una propria validità transetnica e s’intensifichi, appunto, in una civiltà di livello “superiore” – nel senso ovviamente di sintesi, storicamente indotta, di preesistenti condizioni date. D’altra parte, ovunque la nascita delle grandi civiltà del passato ha prodotto l’apparire di forme politiche, istituzionali, economiche e socio-culturali precedentemente inedite, cosicché anche le relative manifestazioni linguistico-letterarie, artistiche e dell’architettura vi concorrono alla caratterizzazione di un’accresciuta e più composita dimensione identitaria.

Acculturazione, tuttavia, può significare non soltanto, o non semplicemente, passaggio o scambio osmotico da una cultura all’altra, bensì anche uno «spogliarsi – dal punto di vista della civiltà dominante e d’arrivo di determinati stimoli e apporti – della natura selvaggia per rivestirsi di umanità» (Pfeiffer), in linea con quell’opposizione dei concetti di feritas e humanitas (cfr. Cicerone, De officiis, III 32; De oratore, I 33; De legibus, II 36) che proprio in età romana si afferma come superamento dell’antico contrasto tra grecità e barbarie, denotando qui peraltro una suggestiva assonanza con il celebre adagio oraziano del Graecia capta la quale ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio (Epistole, II 1, 156). Ciononostante, per quanto concerne le espressioni artistiche e soprattutto dell’architettura ellenistico-romana, il discorso è ben più ampio e articolato di quanto non traspaia da un’approssimativa lettura, «in un certo qual modo banalizzante rispetto al processo di ricezione della cultura greca» a Roma (La Rocca), del motto Graecia capta. E ciò – possiamo affermare oggi con certezza dopo le tante riflessioni al riguardo dell’ultimo cinquantennio – in più direzioni di analisi. Non fosse altro per il fatto che la chiara e decisiva presa di coscienza di sé e dell’uomo che la Grecia insegnò a Roma sin dall’età arcaica, di contro alla mitica instabilità (e feritas) dell’inconscio preistorico italico (da cui appunto il dispiegarsi dell’humanitas romana), servì poi a Roma al perseguimento di tendenze e risultati anche molto diversi e persino opposti a quelli greci, fino ad includere nella propria compagine stessa “barbarie” e tutto l’immenso mondo che la Grecia aveva invece sempre e volutamente alienato da sé.

«Sarcofago delle Amazzoni», (lato 2) un guerriero greco soccombe ai colpi delle Amazzoni, da Tarquinia. 400-340 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Il cosiddetto «Sarcofago delle Amazzoni», (lato 2). Un guerriero greco soccombe sotto i colpi delle Amazzoni, da Tarquinia. 400-340 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

D’altro canto, uno dei condizionamenti che ha più pesato negli studi di antichistica sul mondo romano-italico è stato pur quello di averne considerato troppo a lungo le manifestazioni artistiche e architettoniche del periodo in esame quali «semplici epifenomeni della cultura ellenistica» (Coarelli), visione questa profondamente radicata nella storiografia ottocentesca e dei primi del Novecento. Per contrasto, segnatamente nei decenni a cavallo del secondo conflitto mondiale, si è reagito apertamente a tale assunto, giustamente rivendicando un grado di autonomia del patrimonio e repertorio figurativo e monumentale italico nel panorama della produzione contemporanea, che è andato poi sempre più definendosi e comprendendosi con il prosieguo delle ricerche, ma finendo talora per sovvertire diametralmente quella visione ellenocentrica al punto da sostituirla con un non meno ambiguo e pericoloso esclusivismo autoctonista. Nella sintesi odierna, ovviamente, nessuno penserebbe che possano esistere un’arte e un’architettura romana senza le plurisecolari esperienze della civiltà greca (e di presenza di “modelli” ellenici in Italia, da quello urbano all’architettura templare e domestica, si può parlare già per le fasi che precedono e/o seguono la “colonizzazione” greca arcaica), ma al contempo, anche le troppo abusate categorie dell’influenza, dell’imitazione e dell’importazione sic et simpliciter di cosiddetti prototipi concettuali e formali a Roma e in Italia sembrano ormai destinate a scomparire dal vocabolario delle discipline storico-archeologiche. Ed è in questo senso che pure le tradizionali periodizzazioni in “età medio/tardo-repubblicana” ed “età ellenistica” possono venire in pratica a coincidere, così come le dizioni di “consuetudo italica ellenizzata” o di “ellenizzazione delle forme” invalse per gli studi, specialmente di architettura, ci sembra debbano essere compiutamente riassorbite in quella di “architettura ellenistica romana” e “italica” o, più estesamente, di “ellenismo italico” (come parimenti di “ellenismo greco”, “magnogreco”, “asiatico”, “punico” e così via), alludendo con ciò alle specificità o interpretazioni o declinazioni locali di un fenomeno come detto tanto grande e trasversale quale fu l’ellenismo – glocal si direbbe oggi.

La questione, rilevante e spinosa anche per quel che attiene alla produzione monumentale dell’epoca, continua a vertere dunque sulla necessità di comprendere al meglio natura, modalità e tempi di “contaminazione”, finanche reciproca, tra le architettura di Roma e delle città italiche e i supposti antecedenti o paralleli nel mondo greco (alessandrino, microasiatico e insulare in particolar modo), tematica questa che sta ricevendo oggi una rinnovata attenzione e che s’intreccia indissolubilmente con quella del ruolo di Roma e degli altri centri della penisola nel più ampio e variegato processo di trasmissione e ricezione, ma anche di scambio ed elaborazione “autonoma” dei portati ellenistici e, più in generale, della circolazione delle idee, delle genti e dei “modelli” culturali nel bacino del Mediterraneo fra III e I secolo a.C. Come ben riassunto da F. Coarelli, il problema centrale nello studio del fenomeno di «acculturazione in senso ellenistico» della società romana e italica (la cosiddetta “ellenizzazione” appunto), non è infatti tanto quello dell’inizio del rapporto acculturativo, che è come detto ben più antico, oppure il ravvisavi lo svolgersi di flussi prevalentemente unidirezionali, quanto di riconoscerne e decifrarne correttamente le modalità e i livelli di estrinsecazione proprio all’insegna di quella commistione, fusione e dunque “mescolanza culturale” tra entità diverse che caratterizza l’ellenismo nel suo divenire storico. E soprattutto si tratta di individuare e circoscrivere al meglio tempi, luoghi e stadi di sviluppo del processo acculturativo (dalle fasi di assimilazione più convulsa e impetuosa a quelle di conservativa resistenza e infine di selezione e sintesi degli apporti culturali allogeni nei diversi ambiti di applicazione, come di tenere nel debito conto le scelte e le motivazioni dei soggetti che ne furono artefici e destinatari (in quanto esponenti delle comunità umane che “danno” e di quelle che tali apporti “ricevono”); e ancora di valutare attentamente le circostanze storiche precipue entro cui il processo maturò e venne concretizzandosi (condizioni politico-istituzionali, socio-economiche e finanziarie, ideologiche, di progresso tecnologico, e così via), senza peraltro disconoscere che quella del mondo antico è in ogni caso una realtà composita e ricca di contraddizioni. È evidente infatti che né la grecità nella sua straordinaria articolazione, né la società romana e italica nel suo progressivo stratificarsi e trasformarsi, rappresentavano dei blocchi monolitici, il che ovviamente incise sulle stesse dinamiche e sugli esiti acculturativi, prima, durante e dopo il loro verificarsi.

Glycon di Atene, Ercole Farnese. Copia romana in marmo del III secolo d.C. da un originale greco. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Glycon di Atene, Ercole Farnese. Copia romana in marmo del III secolo d.C. da un originale greco. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La cultura, d’altra parte, non opera mai solo ed esclusivamente a favore dell’integrazione e unificazione, agendo anzi anche nel senso della distinzione e ripartizione di quanti vi partecipano in strati e “classi”, sovente nei termini di una differenziazione etologica che contrappone schemi e modelli comportamentali dei ceti superiori a quelli della massa. Ed è in questa divaricazione che la cultura, tanto più quella (o quelle) dell’antichità classica, può e finisce per costituire un fenomeno appannaggio dei ceti dominanti, sebbene questi non la concepiscano in assoluto come elitaria e contrapposta ad una popolare (da cui ad esempio il superamento, negli studi sulla civiltà romana, del preteso bipolarismo tra cosiddetta arte “colta” e cosiddetta arte “popolare” o “plebea”), ma come cultura tout court che l’élite avoca a sé e gestisce in vece della massa anche nell’ottica di organizzarne il consenso, laddove i ceti subalterni ne sono resi partecipi in quanto vengono (e vivono) “tematizzati” da essa. Peraltro, l’apparato materiale e simbolico derivato a una civiltà intensificata come fu quella romana già in età ellenistico/repubblicana, non poté più assolvere soltanto ai bisogni e alle funzioni antropologiche “primarie”, bensì dovette precocemente assumere il compito supplementare di stabilizzare di volta in volta – pagando ciò anche a caro prezzo – istanze, rivendicazioni e intenti delle rispettive formazioni politiche, strutture di potere e dell’intero corpo sociale (“classi” dirigenti e fazioni in seno alla nobilitas, plebe e proletariato urbano e rurale, esercito, ecc.) e inoltre di integrare una moltitudine di componenti etniche e socio-culturali più o meno eterogenee (dai socii e poi municipia italici alle popolazioni provinciali; in generale su questi aspetti si rimanda ancora ad Assmann).

È chiaro pertanto come in una civiltà e cultura così intensificata (o intensificatesi), via via ampliata in senso interlocale e transetnico, che si struttura “in alto” e “in basso” e “in centro” e “periferia”, anche l’architettura partecipi attivamente della sua temperie storica, di modo che una panoramica ancorché rapida sulle principali testimonianze monumentali di Roma (e non solo) del II e I secolo a.C. […] non potrà non tener conto del fatto che la sola categoria dello spazio edificato, per quanto di fondamentale importanza ai fini cognitivi, non esaurisce di per sé l’esperienza e conoscenza dell’architettura. È opinione comune, infatti, che l’architettura – possiamo affermare in ogni tempo e luogo – si inserisca entro un sistema sociale e culturale di cui esprime e condivide essa stessa i valori, stabilendo e ridefinendo man mano il suo palinsesto di regole e indirizzi coerentemente con la struttura materiale e di pensiero nella quale si riconosce (Arredi), tanto che il giudizio critico espresso su un dato manufatto o complesso architettonico presuppone sempre che esso sia caratterizzato da una pluralità di aspetti, funzioni e significati che ne dilatano enormemente l’interpretazione storica.

M. Cecilio Metello. Denario, Roma 127 a.C. Ar. 3,81 gr. R – METELLVS.P.F.M., Scudo macedone con testa di elefante al centro, corona d’alloro.

M. Cecilio Metello. Denario, Roma 127 a.C. Ar. 3,81 gr. Rovescio: Metellus P. f. M., Scudo macedone con testa di elefante al centro, contornato da una corona d’alloro.

Entrando dunque nel merito della materia con una simile prospettiva, non sarà arduo riconoscere, anche a un lettore non esperto, come i più considerevoli e recenti sull’architettura di Roma e delle città italiche in età ellenistico/repubblicana (a cominciare dai fondamentali lavori di P. Gross) abbiano dovuto necessariamente contemplare tutta una serie di precondizioni essenziali e di fattori condeterminanti per gli sviluppi della produzione monumentale dell’epoca, i quali possono essere sostanzialmente riassunti come segue.

Le conquiste militari e il conseguente assoggettamento politico-istituzionale a Roma degli sterminati territori d’oltremare sia a Occidente (Hispania e Gallia) che nelle regioni già ricadenti sotto i regni ellenistici di Grecia e d’Oriente tra l’ultimo quarto del III e la metà circa del II secolo a.C. (dalle Guerre macedoniche e siriaca alla presa di Corinto), e poi ancora da questa data fin verso la metà del secolo successivo con la susseguente costituzione delle province di Macedonia, di Achaia e d’Africa (147/6 a.C.), e quindi d’Asia (129 a.C.), di Cyrenaica e Creta (75/4 e 66 a.C.), di Bithynia e Pontus (74 e 63 a.C.) e di Syria (62 a.C.), determinano l’afflusso a Roma e in Italia di un’impressionante quantità di ricchezza. Questa profusione si esprime sia in termini di bottini di guerra a immediato appannaggio dei generali romani vittoriosi e dei loro eserciti (ove militano anche gli alleati italici), sia nel drenaggio di risorse e materie prime fino ad allora inaccessibili e/o semisconosciute (si pensi ad esempio alle ricchissime miniere d’oro e d’argento della Macedonia o ai grandi giacimenti di marmo della Grecia continentale, delle isole e d’Asia Minore, oltre che dell’Africa), sia ancora e specialmente nella forma di un incessante arrivo in Italia di schiavi, il quale verrà a fornire una disponibilità di forza-lavoro senza precedenti nel mondo antico e che inciderà peraltro a fondo, a partire dagli anni successivi alla guerra annibalica, nelle radicali trasformazioni dell’assetto economico, produttivo e sociale della penisola e nella connessa organizzazione territoriale e urbana. A tutto ciò si sommano e si collegano strettamente il regime di tassazione supplementare imposto da Roma alle popolazioni sottomesse, e anzitutto la straordinaria apertura dei traffici commerciali e dei mercati in tutto il bacino del Mediterraneo e nell’Egeo in particolar modo, lì dove si riversa una massa crescente di negotiatores e mercatores romani ed italici che hanno come noto a Delo, porto franco sin dal 167 a.C., la principale base operativa.

L. Emilio Paolo. Denario, Roma 146 a.C. R – Trofeo con armi macedoni e prigionieri.

L. Emilio Paolo. Denario, Roma 146 a.C. Rovescio: Trofeo con armi macedoni e prigionieri (Paullus, in exergo).

Del controllo e della gestione di questo immenso surplus economico e finanziario si appropriano in massima parte, com’era del resto scontato, la “classe” dirigente e affaristico-imprenditoriale di Roma sotto forma di negotium privato e nello svolgimento delle funzioni di Stato (la nobilitas nella sua articolata composizione) e, quantunque in misura sensibilmente inferiore a quella, le aristocrazie e i ricchi possidenti e mercatores delle città alleate, il che condurrà a un’evidentissima ricaduta anche nel campo della produzione edilizia e monumentale dell’epoca: denaro e forza-lavoro “a costo-zero” (manodopera servile) rappresentano infatti i presupposti strutturali imprescindibili per l’insorgenza della nuova architettura ellenistico-romana. A contrappunto si pongono d’altro canto le imminenti necessità (alimentari e per così dire “di sede” e “di rappresentanza”) di una popolazione, quella di Roma in primis, che vede nel corso del II secolo e ancor più nel I un vertiginoso aumento demografico, di pari passo al processo di urbanizzazione che interessa tanto la capitale che i maggiori centri italici. Basti pensare a questo proposito al versamento nelle casse dell’erario effettuato nel 168 a.C. da L. Emilio Paolo, il vincitore di Perseo a Pidna, di ben trecento milioni di sesterzi prelevati dal bottino di guerra, a seguito del quale il popolo non fu più tenuto a pagare il tributum individuale per le spese belliche; oppure, per quanto concerne il finanziamento pubblico all’edilizia, alla somma accordata già ai censori del 179 a.C. per i cinque anni di carica quasi pari alle entrate dello Stato di un anno (Livio, XL 46, 16; 51, 2-7), mentre nel 169, quando l’introito complessivo era enormemente aumentato, i nuovi censori ne ebbero a disposizione circa la metà (Livio, XLIV 16, 9-11), in una crescita costante dell’allocazione di risorse nella relativa voce di spesa che prosegue per tutto il II secolo e agli inizi del successivo.

 

Statua romana detta ‘Atena Mattei’, copia romana da un originale di Cefisodoto del IV secolo a.C. in bronzo. Marmo, 230 cm, I secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

Statua romana detta ‘Atena Mattei’, copia romana da un originale di Cefisodoto del IV secolo a.C. in bronzo. Marmo, 230 cm, I secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi.

Tra i presupposti per così dire concettuali e formali (o sovrastrutturali) del fenomeno si deve invece annoverare, senza chiaramente sganciarne i riferimenti al quadro storico sopra indicato, la conoscenza sempre più vasta che i Romani e i socii italici vennero maturando del mondo altro di cui prendevano via via possesso. Una conoscenza che appare precocemente esprimersi nel senso della “ricezione”, o meglio della selezione, dell’assorbimento e della rielaborazione di un ampio ventaglio di temi e “modelli” comportamentali, intellettuali, estetici, stilistici e formali appunto – in una parola culturali –, i quali saranno di volta in volta prescelti e “funzionalmente” adattati alle particolari esigenze o rivendicazioni di quanti intesero fruirne (basti qui citare la figura di T. Quinzio Flaminino o il ruolo svolto dal circolo degli Scipioni agli esordi del II secolo e, successivamente, quello esercitato da altri personaggi colti e filelleni, seppur con diverse posizioni e sfumature di significato: da L. Emilio Paolo ancora a L. Mummio, da Scipione Emiliano a Q. Lutazio Catulo e a Pompeo, solo per ricordarne alcuni celebri). Non senza incorrere tuttavia in fasi di riflusso o di aperto contrasto e reazione anche violenta a un impatto della cultura ellenistica sulla società romana che taluni consideravano eversivo, in un bipolare e altalenante atteggiamento ravvisabile finanche in Catone (“italico” ed “ellenizzato” al tempo stesso), così come nell’“invenzione” dei prisci mores o nella costante riaffermazione del concetto di utilitas romano in contrapposizione alla luxuria asiatica.

Fra quei “modelli”, accanto alle maggiori correnti di pensiero (filosofiche e “scientifiche”) sorte in seno alla speculazione greca di età tardo-classica ed ellenistica, eppur guardate a Roma con notevole diffidenza, rientra come noto la ripresa e in un certo modo l’emulazione di comportamenti e schemi avvicinabili tanto alla manifestazione del potere presso le corti e nelle città dei regni ellenistici (la cultura asiatica in senso lato, di cui l’adeguamento del ritratto romano ai moduli dinastici dell’Oriente greco è solo un esempio), quanto e principalmente alle più alte espressioni culturali della vecchia Grecia, Atene in testa (la cultura neoattica), tutte componenti destinate a incidere marcatamente sull’immaginario e l’universo simbolico dei Romani. Così come l’assimilazione, concreta o virtuale, di uno straordinario patrimonio e repertorio sia letterario sia propriamente artistico (e dunque iconografico, stilistico e semantico), e ancora l’adozione, per quanto qui direttamente interessa, di “tipologie” e soluzioni architettoniche e urbanistiche cui si avrà modo di accennare in seguito, ma che possiamo subito dire concorrono, nell’originale interpretazione locale, allo stupefacente rinnovamento del volto di Roma e di tante città italiche.

 

Tutto ciò venne comunque a innestarsi su di un sostrato materiale e culturale squisitamente “autoctono”, cioè sopra una tradizione o struttura connettiva che sebbene avesse già attinto, come si è ricordato prima, a certe esperienze e conquiste della civiltà ellenica nei secoli precedenti (come pure dell’Etruria, del Lazio e della Magna Grecia), conservava in ogni caso intatte le proprie fondamenta di appartenenza e identità schiettamente romane: quelle cioè che consentivano al singolo – allora come sempre – di dire “noi”, in quanto tutto ciò che in ogni cultura lega gli individui al gruppo è appunto la struttura connettiva di un sentire, di un sapere e di un’immagine o rappresentazione di sé comuni.

Tempio di Vesta, Roma.

Tempio di Vesta, a Roma.

Senza entrare nel merito di un discorso sì complesso, ma calandone piuttosto il senso nell’argomento in oggetto, basterà sottolineare ad esempio come nel campo dell’architettura sacra di Roma (e non solo), il tempio di tradizione etrusco-italica costituisse, e continuò praticamente sempre a costituire (almeno fino all’età alto-imperiale), la struttura formale privilegiata dell’edificio di culto. Nella sua rigida concezione di spazio “inaugurato” (templum), consacrato e organizzato in una pars antica occupata dal pronao e in una postica occupata dalla o dalle celle (con o senza alae), al cui interno alloggia la divinità (aedes), accessibile da un unico ingresso frontale e assiale e ancora elevato su alto podio (il tipico tempio prostilo), esso è infatti intimamente legato all’idea stessa che i Latini e altri popoli italici avevano dello spazio celeste, del mondo iperuranio e della sua proiezione in terra; e dunque alle attente prescrizioni in materia della normativa giuridico-religiosa e ai condizionamenti imposti dalle specifiche funzioni cultuali. Così, seppure non è da escludere che la medesima comparsa in area tirrenica del tempio italico in età tardo-arcaica derivasse dal contatto, pure di tipo acculturativo, con la Grecia – come dimostrerebbe il fatto che alcuni fra i più antichi edifici noti (tempio “B” di Pyrgi e tempio di Satricum nella sua seconda fase, entrambi con peristasi completa) paiono rappresentare una diretta filiazione del periptero greco (Coarelli) – , ebbene questa “assimilazione” assunse quasi subito o ben presto i caratteri della rielaborazione autonoma e dell’adattamento al sistema culturale locale, del tutto estraneo alla nozione di ambulatio intorno alla cella in quanto priva di fondamento rituale, tanto che già il tempio della triade capitolina a Roma (a meno che non fosse anch’esso un periptero, come è stato recentemente proposto da A. Sommella Mura) presentava sì colonnati lungo i fianchi, ma il lato posteriore chiuso, anticipando in tal modo l’altra categoria, pure tipicamente romana, del tempio peripteros sine postico che tanta fortuna avrà nei secoli a venire. E nel medesimo solco si pone anche l’elaborazione tra il II e il I secolo a.C., tramite l’applicazione di colonne incassate o semicolonne alle pareti della cella di un “normale” tempio prostilo, dello “pseudoperiptero” (si veda il tempio rettangolare sull’acropoli di Tivoli, il tempio sul Foro di Terracina, il tempio di Portuno nel Foro Boario a Roma), ulteriore soluzione localistica, composita e di “compromesso” con il periptero greco, ma di maggiore compiutezza e organicità formale rispetto al sine postico. Tutta latina è invece la creazione, ancora tra la metà del II e gli inizi del I secolo e dovuta a particolari vincoli di ordine spaziale e topografico nel contesto urbano, ma crediamo anche a motivazioni di natura cultuale di cui non si ha oggi percezione, del tempio “a cella trasversa”, cioè con il lato maggiore disposto trasversalmente al pronao, il quale assume di conseguenza l’aspetto di una sorta di vestibolo colonnato aggettante (tempio di Esculapio a Fregellae e di Diana a Nemi stando a Vitruvio, IV 8, 4, che allude tuttavia a un’improbabile derivazione del tipo dall’Eretteo e dall’Athenaion di Capo Sunio; templi tardo-repubblicani di Veiove sul Campidoglio, dei Castori in Circo, di Venere Vincitrice sul teatro di Pompeo, e ancora della Concordia al Foro Romano nella ricostruzione tiberiana).

Ricostruzione assiometrica del tempio di Concordia, Roma

Ricostruzione assiometrica del tempio di Concordia, Roma.

Ora, questa persistenza e resistenza dei caratteri precipui dell’architettura sacra romana farà si che anche in età tardo-repubblicana il ricorso a planimetrie templari dichiaratamente greche o a esse allusive (indiscutibilmente nel tempio di Giove Statore nella porticus Metelli, nel tempio rotondo del Foro Boario, e si presume in quello di Marte in Circo nella seconda metà del II secolo; ipoteticamente invece in quelli più antichi di Venere Ericina del 181, di Hercules Musarum del 179 e della Fortuna Equestre del 173 a.C.; o ancora nelle formule “miste” del tempio dei Castori al Foro Romano del 117, dei templi “B” e “A” nell’area sacra di largo Argentina, di Iuno Sospita e di Spes al Foro Olitorio agli inizi del I secolo a.C., tutti su podio) stenti ad affermarsi con continuità, divenendo peraltro terreno di distinzione, contrapposizione e scontro in seno alla stessa nobilitas. Una resistenza e una contrapposizione che si estrinsecano parallelamente anche in altri requisiti degli edifici di culto, reciprocamente correlati e quasi mai scindibili dalle soluzioni planimetriche sopra indicate: dalle proporzioni date agli ordini (si veda il rapporto tra il diametro delle colonne e la larghezza degli intercolumni, sempre piuttosto ampia nella tradizione italica dei colonnati diastili o aerostili, a fronte delle più ristrette soluzioni sistile e picnostile in templi maggiormente aderenti ai modelli greci, o ancora il rapporto tra l’altezza delle colonne e degli architravi, generalmente più schiacciati rispetto ai “canoni” dello ionismo ellenistico ecc.), fino all’aspetto dei frontoni (che resteranno a lungo aperti e gremiti di fictiles deliciae) e specialmente nei materiali da costruzione, laddove il tufo in blocchi nelle strutture di fondazione e portanti (le trabeazioni in pietra entrano infatti in uso relativamente tardi, nel corso del II secolo), il legno nei sostegni e nella carpenteria, lo stucco e la terracotta nelle finiture architettoniche e decorazioni figurate determinavano la resa strutturale e materica consueta dell’architettura templare italica. Di contro, l’impiego del marmo “greco”, volutamente indice e sinonimo anch’esso di conquista e appropriazione (preda bellica) delle altrui risorse (si pensi alle tegole marmoree trafugate da Q. Fulvio Flacco dal tempio di Era Lacinia presso Crotone per la copertura del citato tempio della Fortuna Equestre, prima attestazione dell’uso del materiale a Roma), non sarà tuttavia mai preponderante prima dell’età imperiale – se è vero che Augusto potrà enfaticamente vantarsi di aver trovato una città fatta di mattoni e di averla lasciata, lui sì, di marmo.

Tempio di Ercole, Foro Boario (Roma).

Tempio di Ercole nel Foro Boario, a Roma.

Ovviamente, in questa notevole viscosità evolutiva dell’edilizia sacra (e non solo) di Roma pensavano anche e non poco la formazione e le attitudini dei progettisti e specie delle maestranze locali, inizialmente incapaci o comunque poco inclini a recepire forme e principi dell’architettura greca. Ma la straordinaria apertura di orizzonti nella mens romana, con le susseguenti scelte operate dai diversi committenti e l’afflusso sempre più massiccio di artigiani e maestranze d’origine greca dalla metà del II secolo in poi, favorirono una lenta ed inesorabile trasformazione delle decorazioni e dei partiti architettonici in senso ellenistico, come è dato osservare nell’introduzione dell’ordine corinzio e nella sua interpretazione corinzio-italica di ascendenza siceliota e magno-greca, nonostante gli esiti morfologici e stilistici che ne derivavano fossero ancora molto condizionati dall’uso delle pietre locali quali il tufo o il travertino.

 

L’utilizzo ricorrente e privilegiato dei materiali da costruzione “tradizionali” e il savoir-faire consolidato dei costruttori romani e italici – la cosiddetta consuetudo italica –, consentono di accennare d’altro canto a quella che fu in quest’epoca la vera “rivoluzione” tecnologica e concettuale dell’architettura romana, tale da fornire i presupposti teorici e spaziali al suo strabiliante sviluppo sia nel campo dell’edilizia monumentale pubblica che in quella privata (domus, villae, monumenti funerari, ecc.). Ci si riferisce chiaramente all’“invenzione”, maturata fra il tardo III e il II secolo a.C., del calcestruzzo (opus caementicium) e, più in particolare, alla sua diretta applicazione al sistema spingente (arco e volta) il quale si afferma parallelamente in tutto il suo potenziale tettonico; ovvero alle premesse tecniche, ingegneristiche (di “scienza delle costruzioni” diremmo) e quindi progettuali, di un balzo di progresso che riveste in generale nella storia dell’architettura un’importanza di proporzioni paragonabili solo a quelle del cemento armato o all’impiego dei materiali “di nuova generazione” in età moderna e contemporanea. Né si potrà ignorare come tali acquisizioni abbiano trovato origine e siano incorse in un prolifico impulso e grado di perfettibilità non solo (e anzi inizialmente nemmeno tanto) a Roma e nelle aree immediatamente circostanti, quanto nelle città e nei territori compresi tra il Lazio centro-meridionale e la Campania, dalla dorsale appenninica alla fascia costiera, lì dove un’inveterata sapienza costruttiva si coniugava perfettamente all’ampia disponibilità delle materie prime indispensabili alla preparazione della malta idraulica, quali il pulvis puteolanus (pozzolana dalla zona flegrea) e il calcare per la fabbricazione della calce (ad esempio i saxa calci coquendae aptissima di Terracina di cui si ha notizia in Pomponio Porfirione, Commentarii ai Sermoni di Orazio, I 5, 26), o ancora il tufo e di nuovo il calcare per ricavare i caementa (inerti). Dal che pure si evince il ruolo assolutamente centrale che queste aree geografiche, non di rado collegate ai più potenti gruppi dirigenti e imprenditoriali di Roma, ebbero a svolgere non solamente in ordine al contributo di ferro e sangue versato alla causa dell’espansionismo, ma nel processo stesso di rinnovamento della cultura artistica e dell’architettura del tempo, grazie appunto alla sperimentazione e all’affinamento delle nuove potenzialità tecniche ed espressive date dal calcestruzzo e dalla volta (quali consentiranno ad esempio la realizzazione dei celebri santuari terrazzati e sostruiti italici, con perfetto equilibrio tra le esigenze e categorie di spazio, funzione e integrazione paesaggistica), come all’adozione di “tipi” monumentali o di specifici elementi compositivi mutuati dai diversi ambiti del mondo greco-ellenistico (teatri, odeía, portici e quadriportici, peristili, macella, ecc.), accanto all’autonoma ideazione di edifici come gli anfiteatri o le terme (per le basiliche il discorso è più complesso) di cui pure si dotano, tra la metà circa del II e il I secolo a.C., le ricche città del Lazio e particolarmente della Campania come Capua, Pompei, Ercolano, Paestum, ecc.

Antefissa in terracotta policroma. Testa di Juno Sospita. 500 a.C. ca. Altes Museum di Berlino.

Antefissa in terracotta policroma. Testa di Juno Sospita. 500 a.C. ca. Altes Museum di Berlino.

Vi è tuttavia di più. L’“invenzione” dell’opera cementizia, e il suo utilizzo sempre più diffuso a partire dai decenni centrali del II secolo nelle strutture di fondazione, di elevato e in specie di copertura delle nuove costruzioni romane ed italiche, dovette altresì innescare una concatenazione di effetti la cui straordinaria portata non tarderà a palesarsi. Da un lato le formidabili possibilità offerte dalla nuova tecnica dei caementa in termini di semplificazione, replicabilità e celerità struttiva, ben sostenute altresì dal volano del modo di produzione schiavistico, inducono una vertiginosa contrazione dei tempi di realizzazione delle opere (si pensi qui solo alla relativa rapidità con cui furono portate a compimento l’integrale ristrutturazione del santuario della Magna Mater a Roma tra il 106 e il 100,  l’edificazione del Tabularium tra gli anni ottanta e settanta del I secolo, la costruzione del teatro e del quadriportico di Pompeo dal 61 al 55 a.C., o ancora alla realizzazione dei grandi santuari della Fortuna Primigenia a Palestrina, del Monte Sant’Angelo a Terracina e di Ercole Vincitore a Tivoli tra l’ultimo quarto del II e il I secolo a.C.). Contestualmente, si assiste a una progressiva “standardizzazione” del lavoro in ogni sua fase (dal reperimento alla trasformazione dei materiali da costruzione, dall’organizzazione dei cantieri al collaudo delle opere) che si ripercuote tanto nella moltiplicazione ed “economicità” di esecuzione delle imprese edilizie, quanto nell’affinamento e nello sviluppo di ulteriori procedimenti e tecniche di cui il “passaggio” dall’opera incerta all’opera reticolata nella finitura dei paramenti a fine II-inizi I secolo rappresenta forse l’aggiornamento più significativo.

E d’altra parte – esito questo sì assolutamente rivoluzionario – la capacità ora acquisita grazie all’impiego e all’associazione del calcestruzzo ai sistemi voltati per le coperture e/o il sostegno (sostruzione cava) degli edifici, di estendere, dilatare, plasmare, in poche parole di organizzare lo spazio architettonico, di appropriarsene a tutti gli effetti realizzandolo e funzionalizzandolo come mai era stato possibile prima di allora, individua il vero presupposto fondante per il costituirsi di un linguaggio architettonico inedito e che segna uno scarto decisivo rispetto alle pur imprescindibili conquiste dell’architettura greca. Anzi è la nuova architettura che si fa carico ora di amplificare e portare semmai alle estreme conseguenze quanto era in quella in nuce. L’adozione di schemi costruttivi non rettilinei, quali erano invece propri della Grecia classica ed ellenistica, ma appunto curvilinei (pur quando dissimulati dal sistema trilitico degli ordini), rivela infatti un primum, un senso della forma, che consente di mettere in valore la tecnica stessa del cementizio e identifica in sostanza la peculiare volontà romana di espressione e totalità spaziale. Ed è questa che denota il significato propriamente architettonico delle costruzioni romane, laddove l’accento è posto ora non sull’elemento, alla maniera greca (uso di grandi blocchi autoreggentisi, nelle murature come negli ordini), bensì sul legamento e nesso sintattico tra le parti, cioè su un’unità complessiva della fabbrica che soggiace ai concetti stessi vitruviani di firmitas e utilitas, come a quelli di venustas e concinnitas (bellezza ed eleganza) in quanto rispondenti a un principio estetico di symmetria che interessa «la reciproca relazione tra le membra e la consonanza tra le parti e il tutto» (Panofsky).

Ricostruzione del santuario di Satricum alla fine del VI secolo a.C.

Ricostruzione del santuario di Satricum alla fine del VI secolo a.C.

Di qui non stupisce dunque come il progresso tecnologico rappresentato dall’opus caementicium e dalla volta abbia rapidamente influito sulla moltiplicazione e sui requisiti medesimi delle opere monumentali e delle infrastrutture che già dai decenni iniziali del II secolo vanno popolando Roma e gli altri centri italici, in termini di celerità di costruzione come detto, ma anche di solidità, funzionalità e ancora di accrescimento del valore qualitativo dello scenario urbano. Le esigenze dettate dal forte incremento demografico (in primis alimentari e dunque annonarie) e l’opportunità di conferire all’Urbe un aspetto maggiormente consono al nuovo status di città-capitale ellenistica, determinano così un incremento notevolissimo della produzione edilizia in ogni suo ambito. Non soltanto l’architettura templare ne è investita (nonostante una scarsa permeabilità ai cambiamenti, come visto, che non impedisce tuttavia che almeno i podi, le strutture di sostegno e altri annessi dei templi vengano ora realizzati in calcestruzzo), ma specialmente quella civile e delle infrastrutture quali gli impianti portuali e i ponti, gli acquedotti (aqua Marcia del 144-142 e aqua Tepula del 125), gli horrea e magazzini (horrea Galbana della fine del II e Lolliana della metà circa del I secolo) ecc., in un exploit del fenomeno che coinvolge anche la sistemazione delle reti stradali e viarie (viadotti, viae tectae e fornices-ambulacri) e che ha forse in quest’epoca, prima ancora che nel Tabularium, la più tangibile testimonianza nel grande edificio in opera cementizia e incerta del Testaccio, immensa costruzione di 487×60 metri (pari a una superficie di quasi 30.000 m2) costituita da una lunghissima schiera composta da cinquanta file di vani paralleli voltati a botte e disposti su quattro livelli decrescenti in direzione del Tevere: già identificati con la porticus Aemilia del 174 a.C., i suoi resti sono da attribuire invece a un impianto utilitario della (seconda) metà del II secolo o poco oltre (forse i Navalia?).

Ricostruzione grafica del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, II secolo a.C.

Ricostruzione grafica del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, II secolo a.C.

Fuori Roma la tecnica dei caementa e il connesso impiego della sostruzione cava producono del resto esiti forse ancor più monumentali, quali si ravvisano di nuovo nell’allestimento dei grandi complessi santuariali e civici del Lazio, della Campania o del Sannio, in linea con il processo di rinnovamento edilizio e urbano che interessa tanti centri nei decenni precedenti e successivi alla guerra sociale e che prende frequentemente le mosse proprio dalla rivisitazione della sfera del sacro: santuari della Fortuna Primigenia a Palestrina, di Ercole Vincitore a Tivoli, di Diana a Nemi, di Iuno Sospita a Lanuvio, del Monte Sant’Angelo a Terracina, di Apollo ad clivum Fundanum, di Venere a Pompei, di Ercole Curino a Sulmona ecc.; e ancora, avancorpo e cosiddetto Mercato dell’acropoli di Ferentino, sostruzioni forensi, periforensi o genericamente urbane ad Anagni, a Cori, di nuovo a Palestrina, a Tivoli e a Terracina, a Segni, a Sezze, a Sessa Aurunca, a Teano, a Pozzuoli e a Pompei, solo per citare i casi più noti. Lo stesso può dirsi per la costruzione, sempre in questo periodo, degli edifici per spettacolo come gli anfiteatri (a Capua, Cales, Cuma, Literno, Pozzuoli, Pompei, Telesia), gli odeía (a Pompei) e i teatri (a Teano, Pompei, Capua, Cales, ecc.), quando invece a Roma, a causa delle forti resistenze “moralistiche” del Senato e di una nobilitas forse preoccupata dal possibile insorgere di sedizioni popolari in questi luoghi, le rappresentazioni sceniche, che fossero connesse alla celebrazione dei culti come nel caso dei ludi Megalenses per la Magna Mater, o direttamente ascrivibili alla drammaturgia di Plauto, Terenzio o Pacuvio, continuarono per molto tempo a svolgersi in strutture provvisorie in legno. Tanto che si dovrà attendere l’edificazione di quello di Pompeo in Campo Marzio, con il millantato escamotage della cavea che fungeva da gradinata al tempio di Venere Vincitrice posto alla sommità, per ammirare il primo teatro stabile dell’Urbe: primo (e unico) esempio di complesso teatro-tempio sul genere di quelli allestiti nei santuari di Gabii, Palestrina, Tivoli, Pietrabbondante o Teano, a ulteriore dimostrazione della reinterpretazione italica degli apparati ellenistici (si vedano al riguardo i noti casi di Stratonicea e Delo). In termini generali, il pattern teatro-tempio costituisce infatti una significativa commistione di presupposti formali e funzionali squisitamente autoctoni, quali si osservano ad esempio nelle strutture comiziali di Roma e di altri centri della penisola (Cosa, Paestum), con altri di più chiara derivazione greco-orientale, finendo per dar vita a una sorta di pietrificazione degli originari luoghi di culto e incontro delle comunità italiche attorno all’area sacra (spazio effatum e consacrato).

Tempio 'B' dedicato da Q. Lutazio Catulo nel 101 a.C. Largo di Torre Argentina.

Tempio ‘B’ identificato con l’Aedes Fortunae Huiusce Diei, dedicato da Q. Lutazio Catulo nel 101 a.C. per la sua vittoria contro i Cimbri ai Campi Raudii (Vercelli). Largo di Torre Argentina, Roma.

Un ultimo tassello resta da aggiungere al discorso, forse il più eloquente fra i fattori congiunturali e condeterminanti l’insorgere della nuova architettura ellenistico/romano-italica, e che in un certo senso li attraversa e riassume tutti storicizzandoli. Quanto si è fin qui evidenziato non sarebbe infatti compiutamente decifrabile se non si focalizzasse ancora l’attenzione sull’identità e la funzione esercitata dalle committenze nella produzione artistica e monumentale dell’epoca – a cominciare certamente da quelle di Roma nel loro veicolare interessi e rivendicazioni di blocco socio-economico e di potere. Edili, censori, pontefici, consoli, viri triumphales e quanti si trovavano in qualche misura a svolgere un compito decisionale in materia di edilizia pubblica, altri non erano che gli esponenti di una “classe” politica e dirigente del tutto incardinata nella struttura gentilizia della società romana, quella stessa nobilitas cioè (patrizia e poi anche plebea) che manteneva il controllo e l’indirizzo della res publica in Senato e tramite l’assunzione delle diverse cariche magistratuali e religiose. Conseguentemente, l’architettura nella Roma del tempo quale si esprimeva nelle forme del voto, della costruzione o ricostruzione e della dedica degli edifici (specialmente di culto) o di interi complessi monumentali, nell’allestimento delle infrastrutture di pubblica utilità, fino all’attuazione di programmi edilizi e urbani di ampio respiro, offriva alle élite dominanti uno straordinario terreno e strumento di autoaffermazione, catalizzando in sé temi e contenuti dello scontro tra factiones e favorendo la costruzione del consenso presso una popolazione enormemente cresciuta, come già detto, e percorsa da tensioni sociali che si faranno sempre più forti durante il I secolo. Attraverso l’architettura, singoli personaggi e gruppi di potere celebravano così la loro stirpe attualizzandone il passato glorioso (il potere, da sempre, si legittima retrospettivamente) ed esaltavano le loro gesta eternandone il ricordo (il potere si immortala prospettivamente), si narravano nello spazio e nel tempo e rivendicavano in definitiva un protagonismo sulla scena politica, culturale e della storia di Roma.

Tempio di Spes, Basilica di S. Nicola in Carcere (Roma).

Resti del colonnato del Tempio di Spes, incastonati nella parete esterna della Basilica di San Nicola in Carcere, Roma.

Una storia che nella prima metà del II secolo è largamente dominata dalla stella dei Cornelii Scipiones in un primo breve momento, e poi soprattutto da quella degli Aemilii, che con gli Scipiones finiranno del resto con l’imparentarsi. Dopo la presa di Siracusa nel 212 a.C. da parte di M. Claudio Marcello e la caduta di Taranto nel 209 per mano di Q. Fabio Massimo, eventi cui seguì un immediato e cospicuo afflusso a Roma di opere d’arte e altre “meraviglie” greche (tanto che Catone, strenuo difensore dei costumi aviti, poteva imputarne l’inizio della decadenza proprio alla conquista della città siceliota), toccò a personaggi, quali T. Quinzio Flaminino, M. Cecilio Metello, Scipione Africano appunto e altri, di farsi interpreti di un atteggiamento filellenico i cui riflessi non tarderanno a manifestarsi anche in architettura. Conclusa la guerra annibalica e inaugurata a tutti gli effetti la stagione di conquista del Mediterraneo orientale (una chiara eco se ne ha nell’accoglienza, in un’ottica di rivendicazione delle origini troiane di Roma, del culto della Magna Mater con la costruzione del tempio sul Palatino tra il 204 e il 191), la città si trova peraltro nell’impellente necessità di dotarsi di spazi e strutture oltre che di apparati monumentali e del decoro appropriati a una nuova veste imperialista. A tutto ciò pongono mano in rapida successione quanti si avvicendano nell’assunzione delle cariche dell’edilità e della censura, fra i quali gli Aemilii e i gruppi gentilizi a essi collegati, o finanche “antagonisti” come Catone o i Fulvii, rivestono una posizione di assoluto rilievo.

A partire dall’insignis aedilitas di M. Emilio Lepido e L. Emilio Paolo nel 193 a.C. prende così avvio una programmatica attività di potenziamento infrastrutturale e di radicale trasformazione della città e del gusto architettonico che si materializza in una serie di interventi di portata senza precedenti nell’Urbe, in una «progettualità globale che incide in modo profondo su tutte le forme, antiche o nuove, dell’architettura pubblica del tempo: templare […], forense […], annonaria e commerciale» (Zevi). È la Roma dei «resplendent Aemilii» (Syme, Wiseman), ma in cui trovano posto anche le notevoli imprese di altri illustri rappresentanti e interpreti dell’ideologia senatoria: dalle susseguenti sistemazioni dell’area capitolina (dove il fastigio del tempio di Giove fu decorato con dodici scudi dorati dagli stessi edili del 193 e ulteriormente abbellito poi da quadrighe, mentre nel 179 il censore Emilio Lepido procedette sia al restauro delle sue colonne e pareti che alla rimozione della zona circostante delle statue onorarie che l’affollavano, evidentemente con l’intento di trasformarla in luogo di glorificazione del suo lignaggio e di quelli alleati), all’avvio e prosecuzione degli imponenti lavori all’Emporio e al portus Tiberinus (in diretto collegamento con la creazione del porto di Pozzuoli) tra il 193, il 179 e la metà circa del secolo (cordonate di accesso al fiume, porticus extra portam Trigeminam, grande edificio in opera incerta del Testaccio e portici a porta Fontinali ad Martis aram, post Navalia et ad fanum Herculis e post Spei ad Tiberim); e ancora, dalla costruzione del tempio dei Lares Permarini in campo (votato nel 190 da L. Emilio Regillo, praetor navalis vincitore a Myonnesos durante la guerra contro Antioco III di Siria, e dedicato nel 179 dallo stesso Emilio Lepido insieme a quelli di Diana e di Giunone Regina, in una triplice esaltazione delle imprese della gens), all’allestimento della basilica forense sul lato nord-est della piazza da parte di M. Fulvio Nobiliore sempre nel 179 (la basilica Fulvia appunto, detta poi anch’essa Aemilia), mentre è possibile che Lepido o più tardi L. Emilio Paolo (nel 164) ne impiantasse un’altra sul lato sud-est, parallelamente ai lavori condotti al lacus Curtius e al lacus Iuturnae con la dedica del gruppo dei Dioscuri. Si trattava sicuramente di un edificio più grande e sontuoso della basilica Porcia, la prima costruita a Roma da M. Porcio Catone presso la Curia (dal 184) e che traeva già il nome e la funzione dalle attività giudiziarie e finanziarie precedentemente svolte negli atria posti lungo il Foro, e più in particolare dall’atrium Regium arcaico, mentre la forma (il tipo edilizio) derivava da una rielaborazione romana di modelli ellenistico-alessandrini. Appena dieci anni più tardi, inoltre, nel 169, una terza basilica (la Sempronia, poi sostituita dalla Iulia) fu costruita sul lato sud-ovest della piazza da Ti. Sempronio Gracco, padre di Tiberio e Gaio, sul sito della casa del suocero Scipione Africano. E ancora agli Aemilii può ascriversi la ricostruzione in pietra del pons Aemilius nel 142 a cura di P. Cornelio Scipione Emiliano, il quale avrebbe offerto anche un tempio a Hercules Victor al Foro Boario, votato forse durante l’assedio di Cartagine nel 147, e uno di Virtus dopo la conquista di Numanzia del 133, mentre il suo collega alla censura, il grande L. Mummio, si dedicava alla doratura dei soffitti del tempio di Giove.

Tempio di Portuno, Foro Boario, Roma.

Tempio di Portuno, Foro Boario, Roma.

Il ruolo importantissimo giocato dagli Aemilii, accanto ai Fulvii, ai Metelli e a quanti altri (ad esempio Cornelio Cetego, Lucio Sternino o Acilio Glabrione) detengono il primato politico in quest’epoca, nel processo di trasformazione della città è insomma del tutto evidente. Erano pur sempre questi personaggi, d’altra parte, singole figure e/o interi lignaggi di più o meno antica tradizione come visto, a poter contare su una disponibilità fondiaria e finanziaria tale che si rivelava non solo nella proprietà dei terreni su cui sovente edificavano, ma anche nel possesso e nell’organizzazione delle cave estrattive di materiali da costruzione, del loro trasporto e smistamento, e specie nel controllo di vere e proprie squadre di redemptores operis, progettisti e maestranze che agivano al loro servizio, ovunque operando con il loro bagaglio di conoscenze e competenze tecniche.

Un bagaglio che risulterà via via più consistente e qualitativo di pari passo allo svolgersi delle campagne militari in Oriente, quando con i generali romani vittoriosi (imperatores e triumphatores) arriveranno a Roma non solo le enormi quantità di ricchezza derivate dai bottini di guerra e ampiamente reinvestite nell’ambito dell’edilizia (manubiae), ma anche un buon novero di intellettuali (si pensi a Polibio), di artisti e di artigiani (si veda Policle e la sua bottega) e di architetti greci: le cosiddette «premières générations d’architects hellénistiques à Rome». Fra questi ultimi, l’unico di cui ci sia stato tramandato il ricordo (da Cicerone e da Vitruvio) è certamente quell’Ermodoro di Salamina, cipriota già formatosi all’insegna delle innovative esperienze dell’architettura ionico-asiatica compiute da Ermogene di Alabanda a Magnesia (Artemision) e a Teos (tempio di Dioniso), giunto a Roma al seguito di Q. Cecilio Metello Macedonico e responsabile, a partire dalla metà del II secolo, della realizzazione della porticus Metelli appunto (146-143 a.C.) con il tempio di Giove Statore (un periptero o periptero sine postico di 6×11 colonne, il primo a Roma interamente in marmo), del tempio di Marte in Circo dedicato da D. Giunio Bruto Callaico nel 131 (pure in marmo pentelico, ionico e presumibilmente periptero di 6×9 colonne su crepidoma), e forse ancora dei Navalia (arsenale militare sul Tevere) e del tempio rotondo al Foro Boario (thólos su crepidine a venti colonne corinzie di marmo pentelico con basi attiche). È una svolta: si tratta infatti di edifici direttamente ispirati alle più aggiornate tendenze dell’epoca, tanto nell’adozione di “tipologie” planimetriche inedite nell’architettura templare di Roma, quanto nella relativa organizzazione formale e spaziale (si consideri che nel tempio di Giove Statore l’ampiezza degli intercolumni sui fianchi era secondo Vitruvio pari alla loro distanza dalla cella, in linea con le soluzioni elaborate da Ermogene), e i quali contribuiscono a far dell’Urbe in questo periodo (quello del revixit ars pliniano) «il più importante centro creativo dello ionismo ellenistico» (Gros). Edifici, inoltre, di aspetto e resa materica mai visti a Roma prima di allora e che rispecchiano la personalità e il gusto di committenti interessati a nuove e più incisive modalità di propaganda della loro immagine.

Ricostruzione planimetrica della Porticus Metelli, con i templi di Giove Statore e di Giunone Regina (di Pierre Gros).

Ricostruzione planimetrica della Porticus Metelli, con i templi di Giove Statore e di Giunone Regina (di Pierre Gros).

La porticus Metelli ad esempio, nella sua rigida impostazione di spazio chiuso e recinto dall’enorme quadriportico a due navate (sorta di témenos), al centro del quale svettavano il magnifico tempio di Giove accanto a quello preesistente (del 179) e ora rifatto di Giunone Regina, oltre a costituire uno dei primi allestimenti del genere a Roma (dopo l’illustre precedente della porticus Octavia), offriva al contempo al Macedonico l’opportunità di procedere a un’immediata esposizione di opere d’arte e altre prede belliche (fra cui come noto la celebre turma lisippea raffigurante Alessandro Magno e i suoi compagni caduti al Granico), sul modello delle analoghe sistemazioni monumentali di ambiente ionico-asiatico (si veda ad esempio quella di Athena Nikephoros a Pergamo) e in funzione prettamente autocelebrativa e di propaganda elettorale, quella stessa che doveva portarlo al conseguimento del consolato nel 143. E fu forse questa impazienza di mostrare al pubblico i migliori pezzi del bottino della Macedonia a far sì che il portico venisse realizzato in peperino stuccato anziché in marmo come il tempio di Giove Statore, la costruzione del quale richiese infatti ancora alcuni anni (l’edificio fu dedicato solo nel 131, anno della censura di Metello). Il contrasto che ne risultò, se per un Greco poteva apparire oltremodo incongruo e inaccettabile, illustra in ogni caso bene la dimensione sincretistica, “ibrida” e di libera interpretazione, si può dire, che inizia a caratterizzare l’architettura romana. Un sincretismo e una commistione che si osservano anche in altri aspetti e dettagli degli edifici innalzati nell’area, ancora relativamente libera, del Campo Marzio meridionale (Circo Flaminio), lì dove il percorso seguito dai trionfi veniva ad essere ora scenograficamente scandito dalla presenza dei nuovi apparati monumentali: è infatti questo il momento in cui compaiono modi di realizzazione e trattamento degli ordini e delle decorazioni architettoniche diversi rispetto a quanto precedentemente in uso. In tal senso, la porticus Octavia qui allestita tra il 167 e il 165 a.C. dal praetor navalis e poi console Gn. Ottavio, personaggio di cultura profondamente ellenizzata, per celebrare la sua vittoria su Perseo di Macedonia, aveva aperto la strada: duplex e Corinthia a detta di Plinio (Naturalis Historia, XXXIV 13), quasi un sinonimo di luxuria, essa era dotata di capitelli rivestiti in bronzo e corinzi, forse già del tipo “normale”, con ogni probabilità prodotti in Grecia e trasportati a Roma. Questa prima apparizione dell’ordine, sebbene stenti a dar subito luogo a una prolifica continuità d’impiego, troverà in ogni caso conferma nel successivo tempio rotondo del Foro Boario (ultimo quarto del II secolo), che documenta il primo esempio conservato a Roma di uso di capitelli corinzi in marmo, pure questi d’importazione, di tipo appunto “normale” e la cui ortodossia di ispirazione orientale ben si coglie nelle proporzioni del calato molto slanciato e nelle foglie d’acanto rigogliose e morbide al tempo stesso, con nervature scanalate e lobi profondamente incavati. Qui inoltre, dov’è riconoscibile anche il lavoro di maestranze locali, ricorre forse la più antica attestazione di basi attiche, mentre nel tempio sotto San Salvatore in Campo, quello cioè di Marte in Circo, si osserva la presenza di basi lesbie (cosiddette Wulstbasen) che rappresentano un autentico unicum a Roma.

Porticus Aemilia, Testaccio (Roma).

Resti della Porticus Aemilia, sul Testaccio a Roma.

Siamo insomma di fronte a costruzioni dai tratti fortemente distintivi e innovativi, in certo qual modo “dirompenti” rispetto ai “canoni” della tradizione italica, e che seppur non produssero un’immediata e solida eredità formale (peripteri saranno comunque il tempio ionico di Iuno Sospita e quello dorico di Spes al Foro Olitorio dopo il rifacimento del 90 a.C., mentre quello adiacente e pure ionico di Giano assumerà l’aspetto del sine postico), lasciarono in ogni caso una profonda traccia sull’immaginario e il gusto dei Romani. Nonostante la “reazione” di stampo oligarchico e conservatore che ne seguì, particolarmente acuta negli anni successivi alla crisi graccana e riscontrabile a vari livelli della società romana (per quanto concerne la produzione monumentale si ricorda tra gli altri il nuovo tempio della Concordia eretto ai piedi del Campidoglio da L. Opimio nel 121 a.C., insieme alla costruzione di una nuova basilica nel Foro, tempio probabilmente prostilo, su alto podio e caratterizzato dal ricorso ai materiali “tradizionali” quali il tufo stuccato, il legno e la terracotta), l’attività di Ermodoro e delle maestranze greche che avevano operato a Roma avrebbe infatti lasciato il segno. Ovviamente non nell’ordine di una drastica cesura rispetto ai dettami della tradizione stessa – che come già detto era fisiologicamente incompatibile in quest’epoca –, quanto in termini di conoscenza e sperimentazione delle proposte e “tipologie” architettoniche di matrice greco-orientale e nel relativo innesto sui caratteri e nel repertorio della consuetudo romano-italica, con risultanze ibride ed eclettiche in grado poi di riemergere a seconda dei tempi e delle circostanze storiche precipue entro cui si troveranno ad agire i committenti. Fra questi, sono ancora i Cecilii Metelli e i loro alleati a tenere la scena tra la fine del II e gli inizi del I secolo, con un atteggiamento certo prudente, ma che non poteva ormai prescindere del tutto da quanto saggiato nei decenni precedenti: con la ricostruzione del tempio dei Castori al Foro da parte di Metello Dalmatico nel 117 a.C. ad esempio, edificio ottastilo e probabilmente periptero sine postico; con i contestuali interventi al lacus Iuturnae (dove è attestato il primo pioneristico impiego dell’opera reticolata); e ancora con il rifacimento del santuario del Palatino a opera del Numidico dopo l’incendio del 111 (tempio di Cibele esastilo corinzio e forse pseudoperiptero, e tempio esastilo sine postico della Vittoria), santuario la cui riorganizzazione appare ispirata da un orientamento progettuale decisamente innovativo, quale si riconosce sin nella disposizione della platea antistante i templi su sostruzione cava, in perfetta sintonia con le soluzioni adottate nei grandi santuari terrazzati italici.

Ricostruzione della Basilica Aemilia (di Christian Hülsen).

Ricostruzione della Basilica Aemilia (di Christian Hülsen).

La fin de siècle segna in breve la compiuta accettazione del compromesso fra tradizione romana e apporto greco, come ben traspare dalla nota formulazione vitruviana (IV 8, 5) della Tuscanicorum et Graecorum operum communis ratiocinatio («sistema misto che dipende da tradizioni etrusche e greche») e di cui sono fulgida testimonianza adesso il tempio “B” nell’area sacra di largo Argentina da un lato, thólos periptera di diciotto colone su podio dedicata alla Fortuna huiusce diei (personificazione affine al Kairòs greco) dall’ottimate Q. Lutazio Catulo per esaudire il voto fatto prima della battaglia di Vercelli contro i Cimbri nel 101 a.C., e, dall’altro, il perduto tempio di Honos et Virtus votato nel corso della stessa guerra dall’antagonista di Catulo, l’homo novus C. Mario e innalzato sulla Velia. Nel primo edificio, componenti sincretistiche si ravvisano senza dubbio nell’adattamento del modello greco della thólos ai principi etrusco-italici dell’alto podio e dell’assialità, mentre per quanto riguarda i materiali impiegati, il tufo stuccato nei fusti ionici e il travertino nelle basi e nei capitelli corinzi si combinano con il marmo pentelico del fregio ionico a girali, che nella resa stilistica del cespo d’acanto denuncia inoltre una certa affinità con quella delle foglie nei capitelli stessi (Caprioli), dove il raddoppiamento dei caulicoli individua l’esito di una ricerca decorativa già avviata in Asia Minore fra III e II secolo (Gros).

Quanto sappiamo invece del tempio mariano di Honos et Virtus si deve essenzialmente alla descrizione datane da Vitruvio (III 2, 5 e VII praef., 17), che lo magnifica quale superba testimonianza della rigorosa applicazione dei principi dell’architettura ionica microasiatica al tradizionale schema italico, nonostante il ricorso esclusivo a materiali come il tufo. L’edificio, con ogni probabilità un periptero sine postico, perfetto nelle proporzioni e nell’elegante simmetria dei principali elementi costituivi (cella, colonne, architravi), fu realizzato dall’architetto Gaio Mucio, un Romano dunque, ma di formazione profondamente intrisa di cultura e prassi greca: a meno che non si debba pensare che fosse egli stesso un Greco, eventualmente giunto in Italia al seguito di un membro della familia dei Mucii Scaevola che aveva tenuto il governo d’Asia, dal quale avrebbe di conseguenza ottenuto la cittadinanza romana e il nomen. Un parziale riscontro a quest’ipotesi potrebbe venire dal recente rinvenimento a Segni (quindi in un contesto non urbano) di un ninfeo dove compare un’iscrizione in greco con la firma dell’architetto che lo costruì, un Quinto Mucio, consanguineo e forse fratello del progettista di Roma, la cui opera è stata suggestivamente adombrata anche in rapporto al santuario della Fortuna a Palestrina. Ora, l’emergere di questa dimensione schiettamente laziale e italica si sposa a perfezione con la figura di Mario e il suo tempio di Honos et Virtus. Onore e Virtù erano infatti le qualità personali e ideologiche orgogliosamente rivendicate dall’homo novus arpinate davanti agli ottimati, virtutes che ne apparentavano inoltre l’azione politica a quella dello schieramento “democratico” post-graccano e alle richieste sempre più pressanti degli equites da una parte (in materia di controllo delle corti de repetundis ad esempio, o di riscossione delle decime nella provincia d’Asia) e a quelle dell’esercito e dei socii italici dall’altra, fedeli alleati e compartecipi da decenni alle campagne di conquista, ma ancora esclusi dalla cittadinanza romana. Ed è esattamente in questa temperie storica, idealmente risalente fin quasi alla metà del II secolo, che si colloca quel rigoglioso «fiorire delle forme architettoniche nuove e monumentali» in area centro-italica (a partire dalla costruzione di molti dei grandi santuari sopra citati) che ricade oggi per l’appunto sotto la definizione di «architettura mariana» (Zevi), annoverando fra le sue molteplici concause la comprovata saldatura fra gli interessi e le istanze dei ceti dirigenti nelle città italiche e quella parte di nobilitas romana facente capo a vario titolo a personaggi o gentes quali gli Herennii, gli stessi Mucii Scaevola e altri, trovando infine il principale referente proprio in Mario. La sua sconfitta, pertanto, con le inevitabili conseguenze che essa ingenerò nel panorama politico e istituzionale della Repubblica, segnò così anche la disfatta di quegli stessi ceti e gruppi dirigenti e affaristici che nell’azione mariana e nell’ottenimento della civitas avevano sperato di conseguire vantaggi e concreti miglioramenti alla loro condizione di subalternità a Roma. Nonostante la concessione della cittadinanza e dello status di municipia ai centri italici dopo la guerra sociale, un intero segmento della società dell’epoca incontrava invece nelle confische e nelle repressioni ordinate da Silla in tante città leali a Mario il definitivo abbattimento delle sue aspirazioni libertarie.

Ricostruzione grafica della Basilica Aemilia.

Ricostruzione grafica della Basilica Aemilia.

Le sorti di Roma e della penisola, come quelle dell’architettura, restavano saldamente nelle mani di Silla e dell’oligarchia senatoria. Ai fedelissimi del grande dittatore spettò così l’assumersi l’onere, anche dopo la sua morte, dei nuovi interventi in campo edilizio ed urbanistico. Mentre nei municipia di recente istituzione si procedeva all’ammodernamento e alla dotazione funzionale e infrastrutturale delle sedi urbane, oltre che all’ampliamento o alla costruzione ex novo di vari complessi santuariali, a Roma si segnalano in particolare i grandi lavori condotti nel Foro (ripavimentazione della piazza, costruzione della nuova Curia e del nuovo tribunal pretorio da parte di C. Aurelio Cotta, riduzione del vecchio Comizio, ricostruzione della basilica Aemilia a cura di M. Emilio Lepido, ecc.), insieme alla ricostruzione del tempio di Giove Capitolino bruciato nell’incendio dell’83 e ridedicato nel 69 da Q. Lutazio Catulo, e la già menzionata realizzazione del Tabularium (archivio di Stato) con la sottostante substructio ai piedi del Campidoglio. Responsabile ne è lo stesso Lutazio Catulo, figlio del console del 101, già luogotenente di Silla e console a sua volta nel 78 a.C., mentre architetto è L. Cornelio, probabilmente ostiense e suo praefectus fabrum. Si tratta senza dubbio di una delle più impressionanti architetture dell’epoca, come risulta sin dall’intenzione, perfettamente riuscita, di unificare in un medesimo complesso monumentale le due cime retrostanti del Campidoglio e creare così un imponente prospetto sul Foro, dietro i templi di Saturno e della Concordia. La costruzione è interamente eseguita in pietra gabina e tufo dell’Aniene (di rivestimento all’opera cementizia) e consta della substructio (la sola conservata) di un gigantesco basamento lungo oltre settanta metri e internamente percorribile, al di sopra del quale si imposta un’enorme galleria voltata e aperta in facciata con una serie di arcate inquadrate da semicolonne doriche con capitelli e architrave in travertino: è la superba affermazione, per la prima volta a Roma (ma già presente altrove in Italia: si vedano santuari di Palestrina e Tivoli), del cosiddetto Theatermotiv, cioè appunto della soluzione dell’arco inquadrato dall’ordine che tanta fortuna avrà nell’architettura romana dei secoli a venire (basti pensare ai teatri appunto e agli anfiteatri). Di per sé già noto in ambiente greco-ellenistico, ma in applicazioni di secondaria importanza (per esempio nella facciata interna della corte della fonte Peirene a Corinto), il motivo viene invece subito adottato a Roma in un importantissimo edificio pubblico proprio per risolvere la tematica generale dell’inserimento dei sistemi voltati con proiezione esterna ad arco nell’ambito formale e prettamente decorativo del sistema trilitico degli ordini, episodio che segna l’esordio di una prassi destinata come detto a qualificare gran parte della successiva produzione romana e, di riflesso, quella che dal Rinascimento in poi vi farà a lungo riferimento (V. Franchetti Pardo).

Resti della parete del Tabularium, con sovrapposto il Palazzo dei Senatori.

Resti della parete del Tabularium, con sovrapposto il Palazzo dei Senatori.

Con il Tabularium, la sua perfezione tecnica e ingegneristica, il gigantismo della sua mole e il sistematico impiego del Theatermotiv, siamo dunque a una svolta ulteriore, quella stessa che consentirà di fissare e sintetizzare in forme e scale ormai decisamente monumentali le stesse esperienze di conciliazione tra apporto greco e tradizione italica che si andavano compiendo da più di un secolo. Dopo, sarà ancora la costruzione dell’enorme complesso pompeiano del Campo Marzio, con il teatro-tempio di Venere Vincitrice e il grande quadriportico retrostante, a riprendere e rilanciare il tema della porticus come spazio chiuso e dalle connotazioni fortemente autocelebrative già affaciatosi nell’architettura romana al tempo di Cn. Ottavio e Metello Macedonico, venendo di lì in avanti a offrire un modello di riferimento obbligato sia per il nuovo Foro di Cesare con il tempio di Venere Genitrice (mitica capostipite della gens Iulia), sia per gli immensi e splendidi fori innalzati dagli imperatori nei futuri giorni di Roma.

La ceramica “orientalizzante”

di F. Canciani, La cultura orientalizzante e le sue espressioni figurative, in Storia e civiltà dei Greci (Dir. R. Bianchi Bandinelli) – Vol, II – Origini e sviluppo della città: l’Arcaismo, Milano. 1977.

Con il termine di «Protoattico» si indica la produzione ateniese tra la fine dell’VIII e la fine del VII secolo a.C.; comunemente essa viene divisa in tre periodi: antico (710-680 a.C.), medio (680-630 a.C.) e tardo (630-600 a.C.). Data la consistenza della tradizione figurativa precedente, il passaggio all’Orientalizzante non è netto, e vari elementi di ascendenza geometrica si conservano alquanto a lungo. La personalità che sembra avventurarsi per prima oltre la tradizione è il Pittore di Analatos. Il vaso eponimo, l’hydría 313 del Museo Nazionale di Atene, la cui destinazione funeraria è sottolineata dai serpenti plastici che si snodano sull’ansa, sulla spalla, intorno all’imboccatura, conserva molti elementi di origine geometrica: cornice, riempitivi, la fila di quadrupedi sotto le anse, il chorós intorno al collo.

Pittore di Analatos. Chorós di giovani e donne (collo). Due leoni affrontati con riempitivi e moduli floreali. Pittura vascolare dall’hydría 313 in stile orientalizzante e geometrico. Inizi VII secolo a.C. Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Pittore di Analatos. Chorós di giovani e donne (collo). Due leoni affrontati con riempitivi e moduli floreali. Pittura vascolare dall’hydría 313 in stile orientalizzante e geometrico. Inizi VII sec. a.C. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

La forma del vaso è però sfinata, il collo altissimo; il contorno delle figure è fluido, organico. Sulla spalla ai lati di una pianta si affrontano due leoni famelici, con grandi occhi risparmiati, fauci e artigli ben in evidenza. Sotto l’ansa verticale è un’ampia zona con motivi fitomorfi derivati dalle palmette incorniciate fenicie, resi però con una sensibilità per la sostanza vegetale estranea ai modelli. Il gusto coloristico del Pittore si manifesta nelle superfici coperte di punti, nelle corpose strisce di vernice. Ad un momento più avanzato della sua attività appartiene l’anfora CA 2985 del Louvre, anch’essa una forma tardo-geometrica, ma con un collo spropositato; ogni articolazione è annullata dalle pareti di argilla all’interno delle anse, e il vaso acquista una fluidità di contorno quasi organica. Attorno al corpo si svolge una sfilata di carri, sul collo di un chorós e una fila di sfingi sono divisi da rosette alternate a brevi trecce verticali. Le figure sono a silhouette e a contorno, le donne portano ampie vesti coperte di punti, i cavalli, delicati e nervosi, hanno una criniera a lunghe ciocche ondulate indicate a graffito. L’anfora, più matura dell’hydría per il calcolato equilibrio dei contrasti di colore, rappresenta bene il coesistere di tradizione e nuovi fermenti, caratteristico per il Protoattico Antico.

Pittore di Analatos. Anfora CA 2985 Louvre. Pittura vascolare di una loutrofora protoattica, da Atene. 690 a.C. ca. Musée du Louvre.

Pittore di Analatos. Anfora CA 2985 Louvre. Pittura vascolare di una loutrofora protoattica, da Atene. 690 a.C. ca. Musée du Louvre.

Un caso fortunato ci consente di intravvedere l’organizzazione di una bottega ateniese. Una sola bottega infatti ha prodotto su commissione per un’unica sepoltura cinque crateri e i relativi hypokratḗria – ora conservati nella Collezione
Universitaria di Magonza – affidandone la decorazione a tre pittore diversi in collaborazione tra loro: il Pittore di Analatos, il Pittore N e il Pittore di Passas. Il Pittore di Analatos, il più notevole dei tre, mostra il suo gusto coloristico nel largo uso del bianco, anticipando una voga caratteristica per il Protoattico Medio. I crateri combinano elementi diversi: il calderone con manici ad anello sormontati da un fiore di loto e il sostegno troncoconico di derivazione orientale, i serpenti plastici caratteristici per i vasi funerari greci. La decorazione pittorica è tutta improntata da un incombente simbolismo funerario: file di guerrieri, leoni famelici e uccelli in volo sul campo di battaglia, sfingi minacciose, forse le Keres, demoni della morte. Le figure, benché spigolose, sono piene di vitalità e di energia, i leoni, di magrezza spettrale, sembrano grandi cani e nulla devono all’iconografia orientale. I soli elementi forestieri sono le sfingi e le palmette incorniciate.

Pittore della Mesogaia. Hydría ad uso funerario. Pittura vascolare di stile protoattico, da Atene. 700 a.C. ca. Berlin Antikensammlung.

Pittore della Mesogaia. Hydría ad uso funerario. Pittura vascolare di stile protoattico, da Atene. 700 a.C. ca. Berlin Antikensammlung.

Tra i contemporanei del Pittore di Analatos i due più importanti sono il Pittore della Mesogaia e il Pittore dell’Avvoltoio, che ne condividono la formazione ancora geometrica e il gusto per gli ornamenti curvilinei. Il Pittore della Mesogaia dipinge con baldanza alcune hydríai, inserendo in una cornice ancora abbastanza fedelmente geometrica centauri alati, sfingi, leoni, choroí, grandi viticci che richiamano quelli dei vasi protocorinzi del gruppo di Cuma; le sue opere più tarde arrivano agli inizi del Protoattico Medio. Il Pittore dell’Avvoltoio ha un disegno preciso e una nitida distribuzione di chiari e di scuri, che sembra rifarsi alla migliore tradizione geometrica. Alla sua bottega è attribuita un’anfora nel Metropolitan Museum di New York, decorata con donne piangenti e con una sfilata di carri interrotta da un solitario cavaliere; un gusto geometrico, quasi retrospettivo, si avverte nella sua puntigliosa simmetria con cui i due leoni affrontati sulla spalla sono risolti in due doppie spirali contrapposte.

Pittore dell’Avvoltoio. Coppa protoattica con alto piede, dall’Attica. 715-700 a.C. ca. Musée du Louvre.

Pittore dell’Avvoltoio. Coppa protoattica con alto piede, dall’Attica. 715-700 a.C. ca. Musée du Louvre.

Nel Protoattico Medio si intrecciano tendenze diverse, e spesso è difficile scorgere relazioni tra le singole personalità: una prima fase, sino alla metà del secolo, si distingue per il largo uso del colore bianco (black and white style). Caratteristici sono soprattutto grandi vasi, anfore, crateri, che sembrano contenere a stento una decorazione straripante: animali in lotta, scene mitologiche; le formulazioni, uniche e irripetibili, rivelano il formarsi di una tradizione. Rappresentativo di questa tendenza, confusa ma vitale, è il Pittore della Scacchiera; un suo cratere nel Museo di Berlino è decorato con un daino azzannato da due leoni; le figure sono a silhouette con particolari risparmiati o graffiti; le teste dei leoni, disegnate a contorno, tradiscono la conoscenza dell’iconografia tardo-hittita in particolari come sopracciglia arcuate, il muso corrugato, ma la derivazione è generica, senza la puntigliosa esattezza e la felice sintesi decorativa dei contemporanei leoni protocorinzi.
Le due personalità di maggior rilievo sono però il Pittore di Polifemo e il Pittore della Brocca degli Arieti, che continuano in varia misura rispettivamente la tradizione dei Pittori della Mesogaia e di Analatos. L’opera più significativa del Pittore di Polifemo è la grande anfora, da cui prende il nome, impiegata ad Eleusi per l’inumazione di un bambino. Soltanto la parte anteriore del vaso è decorata, su quella posteriore sono schizzati sommari viticci. Sul corpo è rappresentato Perseo, assistito da Atena, in fuga davanti alle Gorgoni Steno ed Euriale, mentre a sinistra giace il grande corpo decapitato di Medusa. L’iconografia delle Gorgoni è ancora incerta, e le loro teste ricordano stranamente i contemporanei calderoni con protomi di animali. Sulla spalla dell’anfora si affrontano un leone e un cinghiale, mentre sul collo è rappresentato l’accecamento di Polifemo; Odisseo si distingue dai suoi compagni per il colore bianco del corpo. Sono figure smisurate, impegnate in azioni drastiche, ai limiti del possibile. Su un hypokratḗrion dello stesso Pittore, pure a Berlino, una generica sfilata di personaggi riccamente vestiti acquista invece significato mitologico grazie all’iscrizione «Menelas» dipinta accanto a uno di essi.

Pittore di Polifemo. «Anfora di Eleusi». L’accecamento di Polifemo (Dettaglio sul collo). 660 a.C. ca. Αρχαιολογικό Μουσείο Ελευσίνας.

Pittore di Polifemo. Dettaglio sul collo della cosiddetta «Anfora di Eleusi», con l’accecamento del Ciclope. 660 a.C. ca. Eleusi, Museo Archeologico.

Il Pittore della Brocca degli Arieti è di poco più giovane del collega e ne differisce per uno slancio più contenuto, un più calcolato equilibrio compositivo, un gusto attento al particolare. Sul collo di un’anfora frammentaria conservata a Berlino, Peleo affida il piccolo Achille alle cure di Chirone; il centauro ritorna dalla caccia portando in spalla, appesi a un bastone, tre cuccioli – di leone, di cinghiale, di lupo – da cui trarrà nutrimento il suo pupillo. Su un cratere, pure a Berlino, è rappresentata probabilmente l’uccisione di Egisto da parte di Oreste, e la drasticità dell’azione è accentuata da tre bizzarre figure sotto le anse, forse demoni; sotto si snoda una fila di cavalli al pascolo, con zampe esili e lunghe criniere, che ricordano analoghe figure del Pittore di Analatos. Il vaso eponimo, uno dei più maturi, è un’oinochòē a bocca circolare, una forma estranea alla tradizione attica e forse derivata dal repertorio cretese o greco-orientale, con sulla spalla la fuga di Odisseo e dei suoi compagni dalla grotta di Polifemo aggrappati agli arieti del Ciclope.
Di particolare interesse è una serie di vasi a destinazione funeraria, con fantasiose aggiunte plastiche, decorati dopo la cottura con ricca policromia. Un esempio assai elaborato è un’oinochòē del Ceramico, databile verso il 660 a.C.: sulla spalla tre figure femminili a tutto tondo sembrano reggere l’imboccatura, l’ansa è sormontata da un fiore, due serpenti si snodano sulla spalla e spuntano poi dall’interno del collo; la próthesis dipinta sul corpo documenta la continuità di tradizione e di iconografia con l’età geometrica. Anche l’ekphorà è documentata da un gruppo fittile trovato a Vari.
Nella seconda metà del VII secolo a.C. lo slancio si mitiga, le figure si fanno più compatte e precise, mentre la policromia si arricchisce con il frequente impiego del rosso. Un’opera particolarmente rappresentativa per questo momento di transizione e consolidamento è l’anfora da Cinosarge nel Museo di Atene, decorata sul collo con una coppia di lottatori, sul corpo con due personaggi su un carro tirato da cavalli alati, che sembrano congedarsi da una donna. Le figure delle due scene principali sono a contorno, con ricca policromia, mentre in un pannello sulla spalla è inserito un quadrupede a silhouette; lo sfondo è invaso da riempitivi geometrici e fitomorfi.
Alla fine del secolo prevale ormai la tecnica a figure nere, di derivazione corinzia. La personalità più notevole è il Pittore di Netos, la cui produzione giovanile era stata dapprima raggruppata sotto l’etichetta di Pittore della Chimera. Il suo gusto per le composizioni è ben rappresentato dal cratere di Vari, con il mito di Prometeo liberato da Eracle, mentre il cratere A dello stesso ritrovamento, con i grandi gruppi antitetici di fiere che dilaniano un animale ha la grandiosità delle – più tarde – sculture frontonali in poros sull’Acropoli. Sul collo dell’anfora eponima, Atene 1002, è rappresentato Eracle che uccide il centauro Nesso; sul corpo a sinistra giace Medusa decapitata, al centro le due Gorgoni inseguono Perseo, che però non compare. Il confronto con l’anfora del Pittore di Polifemo è istruttivo: le Gorgoni hanno assunto la loro fisionomia definitiva e si muovono rapide sopra il mare, indicato da una fila di delfini. Il prevalere degli interessi narrativi porta ad una drastica riduzione dei motivi di riempimento, le figure, quasi concentrate, sono di una compressa monumentalità.
A Corinto la situazione è del tutto diversa, e la cesura tra il Tardo Geometrico e il Protocorinzio Antico è netta. L’Orientalizzante appare a Corinto in modo quasi improvviso, con l’immissione di tutta una serie di elementi nuovi, probabilmente conseguenza di contatti diretti e intensi con il Vicino Oriente; la prima fase, il Protocorinzio Antico, appartiene ancora all’ultimo venticinquennio dell’VIII secolo a.C. Caratteristici sono gli arýballoi, vasetti per profumi, spesso con delicata decorazione miniaturistica. Parallelamente si svolge una produzione monotona, ma di alta qualità tecnica, di vasi con decorazione lineare sub-geometrica. Forme frequenti sono particolarmente le kylix e la kotýlē, derivata dal tipo Aetos 666, decorata dapprima con file di uccelli schematici eseguiti meccanicamente con un pennello multiplo, poi con file di «sigma». Sulla sequenza tipologica, relativamente chiara, della kotýlē, e soprattutto dell’arýballos, si basa la cronologia del Protocorinzio, e indirettamente quella di tutto l’Orientalizzante. Il Protocorinzio Antico è caratterizzato dall’arýballos globulare, che si diffonde rapidamente dopo sporadiche apparizioni nel Geometrico, e dal persistere di skýphoi del tipo Tapso; la kotýlē tende a diventare sempre più slanciata. Alla fine del periodo la parte inferiore dei vasi non è più verniciata, ma racchiusa da una schematica corolla di raggi triangolari. La decorazione comprende numerosi elementi figurativi: cervi al pascolo, uccelli, pesci, protomi di animali, motivi vegetali; su un’oinochóē conica del Metropolitan Museum è rappresentato anche un cratere con protomi di grifone sul relativo hypokratḗrion. I vasi del gruppo di Cuma, così chiamati dal luogo di ritrovamento di alcuni di essi, sono decorati con elaborati viluppi vegetali che interpretano con libertà spunti orientali; sul collo delle oinochóai si conserva ancora la decorazione a uccelli e file di sigma.

Autore ignoto. Aryballos protocorinzio a forma di testa femminile con combattimento tra opliti, da Tebe. 650-630 a.C. ca. Musée du Louvre.

Aryballos protocorinzio con protome femminile e rappresentazione di un combattimento fra opliti sul corpo. 650-630 a.C. ca. da Tebe. Paris, Musée du Louvre.

Nel Protocorinzio Medio gli interessi figurativi si fanno più complessi, appaiono episodi del mito, battaglie, animali in lotta o in corsa; si sviluppa la tecnica a figure nere, con i contorni e i particolari indicati mediante linee graffite, forse ispirata al procedimento, usuale della toreutica, di rifinire le figure a bulino. Gli arýballoi sono di forma più allungata, ovoide, alti in media 6-8 cm, spesso con più fregi di puntiglioso miniaturismo. Su un arýballos dall’Heraion di Argo appaiono i primi leoni protocorinzi, che tradiscono la derivazione da modelli tardo-hittiti nel disegno delle zampe e della testa con le fauci spalancate e la lingua pendente; una delle fiere, con il corpo maculato e la testa di prospetto, è forse una pantera. Di solito gli arýballoi sono decorati sulla spalla con elaborati viluppi di palmette, fiori e boccioli di loto. Nei fregi secondari ricorre spesso il motivo del cane che insegue una lepre; reso a semplice silhouette, esso è la decorazione principale di una serie di arýballoi o kotýlai di qualità andante, che continuano sino alla fine del secolo.
Un arýballos a Berlino con il suicidio di Aiace è opera di un ceramografo – il Pittore di Aiace – che ha decorato pure altri vasi con soggetti mitologici; le figure schiacciate nei due fregi sovrapposti, con membra troppo lunghe, si muovono gesticolando con impegno, ma sembrano a disagio nello spazio troppo basso. Le scene mitologiche sono piuttosto frequenti nel Protocorinzio Medio, ma non sempre di facile esegesi: come nel Protoattico, si tratta di esperimenti caratteristici per il costituirsi di una tradizione, che non stabiliscono ancora una norma iconografica. Non mancano opere di carattere diverso: grandi vasi, oinochóai, kotýlai, decorati con poche figure campite sul fondo chiaro. Particolarmente rappresentativo per questa tendenza è il Pittore dei Cani, che dipinge alcune kotýlai con cani e leoni in corsa, figure nervose ed eleganti, rette da una mordente linea di contorno, raggiungendo effetti monumentali. Su una kotýlē da Egina del Pittore di Bellerofonte è rappresentata la lotta dell’eroe con la Chimera, un mostro che trova appena ora la sua definizione iconografica rielaborando spunti orientali.

Gruppo di Alari. Cani da caccia in corsa. Aryballos protocorinzio, da Corinto. 650-620 a.C. ca. Musée du Louvre.

Gruppo di Alari. Cani da caccia in corsa. Aryballos protocorinzio, 650-620 a.C. ca. da Corinto. Paris, Musée du Louvre.

L’iconografia del leone costituisce uno degli elementi più indicativi delle connessioni orientali del Protocorinzio – e in genere di tutto l’Orientalizzante. Nella prima metà del secolo si seguono modelli siriaci e tardo-hittiti, con muso massiccio, fauci spalancate, lingua pendente, naso corrugato, sopracciglia arcuate, orecchie a cuore o semicircolari, testa e punta del muso contornati, criniera sommaria e compatta, artigli indicati con linee parallele. Esemplare per la rielaborazione protocorinzia dell’iconografia del leone tardo-hittita è la protome che serve da imboccatura all’arýballos Macmillan, conservato nel British Museum. Il vasetto appartiene a una particolare classe a cavallo tra il Protocorinzio Medio e il Protocorinzio Tardo, che si distingue per un uso assai disinvolto della policromia, ed è un vero miracolo di tecnica miniaturistica; alto appena 6,8 cm, è decorato con ben quattro fregi: sulla spalla un intreccio di palmette e fiori di loto, sul corpo una battaglia e, in grandezza decrescente, una corsa di cavalli e una caccia alla lepre.
Nella seconda metà del secolo, nel Protocorinzio Tardo (650-635 a.C.) la produzione aumenta, ma il livello è spesso più modesto. Gli arýballoi sono ora di forma più slanciata, a pera (arýballoi piriformi), si diffonde una nuova forma di brocca a sacco, l’olpe. Le figure hanno maggior ricchezza di particolari anatomici, indicati con incisione, e più abbondanti ritocchi di colore. Si diffonde l’uso di larghe fasce di vernice, in cui sono graffite con un compasso file di squame disposte ad embrice ravvivate con ritocchi di colore.
Non mancano opere di qualità. Un’olpe trovata a Veio, tarda opera del Pittore dei Cani, ripropone il tema del leone che azzanna un toro con il piglio monumentale caratteristico del Maestro; le figure, graffite sul fondo di vernice, sembrano la traduzione ceramica di un’opera della toreutica.

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Dettaglio dalla cosiddetta «Olpe Chigi» con raffigurazione di due falangi oplitiche che si affrontano. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. da Veio.  Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

L’olpe Chigi, nel Museo di Villa Giulia a Roma, appartiene alla stessa classe policroma dell’arýballos Macmillan ed è opera dello stesso pittore. Nei due fregi maggiori sono rappresentati una battaglia di opliti, il giudizio di Paride, una sfilata di carri e cavalieri, una caccia al leone; la composizione è bilanciata, con sapiente uso di sovrapposizioni. La movimentata caccia al leone ricorda le imprese dei re assiri nelle loro riserve, ma è svolta con un piglio fabulistico estraneo ai modelli orientali. Attorno al collo verniciato si snoda una bianca ghirlanda di palmette e fiori di loto; due fregi minori sul corpo del vaso hanno scene di caccia: uno, in bianco sul fondo nero, presenta il consueto motivo dei cani che inseguono vari quadrupedi; l’altro, policromo, disteso, con un cacciatore in agguato dietro un cespuglio, ha uno straordinario senso di aria aperta.
Vengono svolte anche scene di argomento quotidiano: un’oinochóē frammentaria trovata ad Egina mostra una fila di animali condotti al sacrificio, descritti con minuzia nei particolari dell’anatomia. Tra gli ornamenti di riempimento, ora spesso molto fitti, sono frequenti le rosette a puntini, che si trasformeranno poi in cerchietti con un punto al centro. Nel Protocorinzio Tardo i leoni presentano spesso elementi dell’iconografia assira, derivati probabilmente attraverso la mediazione siro-hittita: muso più appuntito, pieghe a palmetta sotto gli occhi, folta criniera, che saranno più evidenti nel Transizionale. Le forme più comuni sono arýballoi, ólpai, oinochóai, kotýlai, decorati con file di animali; sugli arýballoi sono frequenti le composizioni antitetiche. Appaiono sporadicamente forme nuove, che si diffonderanno in seguito: l’arýballos sferico, l’alàbastron, entrambi di derivazione orientale. Le figure tendono a diventare più grandi e corpose, alla precedente vivacità di atteggiamenti subentra una certa staticità.
Nel periodo di transizione al Corinzio, il cosiddetto «Transizionale» (636-620 a.C.), questi fenomeni si accentuano, mentre l’arýballos piriforme è gradualmente soppiantato dall’alàbastron. Le figure tendono ad allungarsi, appaiono bizzarre creature mostruose, come uccelli con testa di pantera. Su arýballoi e alàbastra sono frequenti coppie araldiche di leoni, sfingi, grifoni; nei casi più felici si giunge a una formulazione monumentale dei corpi felini, rielaborando liberamente elementi desunti dall’iconografia del leone assiro. Di notevole interesse è l’attività di botteghe e di pittori, come il Pittore della Sfinge, la cui attività si estende dal Transizionale al Corinzio Antico.
Le metope fittili del tempio di Apollo a Thermos in Etolia, la cui decorazione architettonica fu affidata a una bottega corinzia, costituiscono un prezioso documento della pittura di età transizionale. Si riconoscono tra l’altro un Gorgonéion, Perseo con la testa di Medusa, Chelidone e Aedone, le figlie di Proitos, figure membrute, descritte minuziosamente e campite con sicurezza nella metopa, che occupano in tutta la superficie. Più che pitture, sono disegni colorati, vicini per tecnica e qualità ai migliori prodotti della ceramica, come i vasi del gruppo policromo.

Metopa dipinta. Terracotta. Ritratto di Filomela, figlia di Pandione, re di Atene, dal Tempio di Apollo di Thermos. VII secolo a.C. Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Filomela, figlia di Pandione, re di Atene. Metopa dipinta, terracotta, VII sec. a.C. ca. dal Tempio di Apollo di Thermos (Etolia). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Con l’avvento del Corinzio la produzione aumenta considerevolmente, ma le opere di alta qualità si fanno più rare. La cesura con il Transizionale non è netta e si riscontra una certa continuità nelle forme e nel repertorio iconografico. Nel Corinzio Antico (620-590 a.C.) appaiono anche forme nuove, come la pisside a pareti curve, il cratere a colonnette, mentre prosegue la tradizione del fregio orientalizzante di animali e creature fantastiche. Arýballoi e alàbastra sono spesso decorati con un’unica figura, che si dilata a coprire tutta la superficie del vaso; frequente è un personaggio alato con il corpo anguiforme, convenzionalmente chiamato «Tifone». Caratteristiche sono le rosette a macchia, divise internamente a graffito, che a volte riempiono così fittamente ogni superficie disponibile, da far quasi scomparire le figure. Scene con personaggi – cavalieri, guerrieri, comasti – sono abbastanza frequenti, mentre più rare sono le rappresentazioni mitologiche. Tra queste va ricordata quella di Eracle a banchetto nel palazzo di Eurialo a Echalia su un cratere nel Museo del Louvre, per la sua composizione pacata, l’equilibrio nell’uso delle figure nere e a contorno, la sicurezza del segno; sotto si svolge una cadenzata corsa di cavalieri. Il solo elemento di origine orientale, ormai remota è il fregio di palmette e fiori di loto sulla spalla del cratere. La tradizione del fregio orientalizzante di animali continua sino alla metà del VI secolo, ma è destinata a spegnersi per progressivo esaurimento; sulle opere di maggior impegno, quelle con scene di carattere narrativo, è sempre confinato in posizione secondaria. I vasi corinzi non hanno però una tradizione narrativa così ricca e articolata come i vasi attici, e forse questo è uno dei motivi che ne hanno determinato il declino.
Tra le creazioni più felici della ceramica protocorinzia sono alcuni vasetti plastici, in forma di uccelli, di protome di leone; per la definizione dei volumi e l’intimo rapporto di forma e decorazione sono tra le espressioni più riuscite della plastica del VII secolo.

«Cratere di Eurito». Scena comastica. Pittura vascolare da un cratere a colonnette di stile corinzio. 600 a.C. ca. Musée du Louvre.

«Cratere di Eurito». Scena comastica. Pittura vascolare da un cratere a colonnette di stile corinzio. 600 a.C. ca. Musée du Louvre.

La situazione dell’Argolide è ancora poco chiara. Continua una tradizione sub-geometrica, piuttosto trita, documentata dai ritrovamenti nel santuario di Agamennone a Micene, ma non mancano esempi di notevole impegno figurativo. Su uno scudo fittile da Tirinto, databile intorno al 700 a.C., è forse rappresentato il duello fra Achille e Pentesilea; i personaggi, esagitati e grotteschi, hanno il corpo a silhouette e la testa a contorno, le armi e le vesti sono descritte con minuzia. Su un frammento di cratere trovato ad Argo, già nel secondo venticinquennio del VII secolo, è rappresentato l’accecamento di Polifemo ad opera di Odisseo. Le figure sono a contorno, lunghe e spigolose, l’incarnato è reso con un colore giallo ocra. Per ora si tratta però di pezzi isolati, che non si inseriscono in una tradizione riconoscibile.
In ambiente euboico-cicladico la situazione è sostanzialmente simile a quella del Tardo Geometrico, mentre la documentazione per la Tessaglia è elusiva. In Eubea i ritrovamenti di Calcide ed Eretria documentano il persistere di grandi anforoni, decorati con leoni, sfingi, processioni di donne, motivi vegetali, caratteristici viluppi in forma di “8”; le figure sono dipinte a contorno e a silhouette, con vivace policromia. La produzione euboica ha comunque perso la qualità e la diffusione raggiunte nel Tardo Geometrico.

Scudo votivo in terracotta (frammento). Scontro tra Achille e Pentesilea, da Tirinto. VII secolo a.C. J. Paul Getty Museum.

Scontro tra Achille e Pentesilea. Scudo votivo fittile, VII sec. a.C. ca. da Tirinto. Malibu, J. Paul Getty Museum.

Nelle Cicladi la situazione è complessa, e permangono le difficoltà già incontrate nel Geometrico per localizzare le singole botteghe. Una serie caratteristica è costituita dai vasi del gruppo A(d) di Delo, anfore, hydríai, skýphoi, decorati con file di animali, cavalli, capre, grifoni, qualche sporadico leone, e riempitivi fittissimi e minuti; di solito il corpo del vaso è circondato da una vistosa faccia a scacchiera. Gli animali, allungati, quasi filiformi, sono di tradizione geometrica. Probabilmente uno sviluppo più tardo di questa classe è costituito dai vasi «melii», in cui si conservano molti dei caratteri motivi di riempimento.

Pithos-anfora di tipo «melio». Decorazione sul corpo centrale: Eracle e Deianira su un carro trainato da cavalli alati. Sul collo: Hermes, Artemide e due cavalli, da Aptera (Creta). Fine VII secolo a.C. Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Pithos-anfora di tipo «melio». Decorazione sul corpo centrale: Eracle e Deianira su un carro trainato da cavalli alati. Sul collo: Hermes, Artemide e due cavalli. Fine VII sec. a.C. da Aptera (Creta). Atene, Museo Archeologico Nazionale.

I vasi, soprattutto anforoni, del gruppo «nesiotico lineare» continuano la tradizione della ceramica «paria» di età geometrica e ne hanno condiviso le localizzazioni più svariate. Tra di essi si riscontrano alcuni dei rari casi di contatti con l’iconografia frigia: caratteristici sono gli uccelli con una rientranza a “U” tra le ali e la coda, e i quadrupedi con il corpo riempito di punti ma con la spalla risparmiata. In relazione con questo gruppo sono alcune opere relativamente isolate, ma di eccezionale qualità. Alcune anfore presentano da un lato una grande figura di animale, dall’altro due metope con cerchi concentrici. Su un’anfora a Stoccolma è un cervo al pascolo, su un’altra a Leida un leone accovacciato. Le figure, snelle e nervose, hanno una serrata articolazione, che conferisce loro carattere monumentale. Ancora più singolare è un’oinochóē, trovata ad Egina ed ora nel British Museum, con l’imboccatura e il collo in forma di protome di grifone, ancora anteriore alla metà del VII secolo. La spalla è ripartita in tre metope; quelle laterali contengono ciascuna un cavallo, quella centrale un leone che azzanna un cervo. Le figure, disegnate a contorno e con la spalla delineata, sono fragili, sinuose; il leone riprende l’iconografia siro-hittita, mentre i cavalli mostrano sulla coscia posteriore un singolare motivo a “S” che trova riscontri su bronzetti iranici.

Autore ignoto. Oinochoe con protome a testa di grifone. Sulla spalla un leone che attacca un cervo e due cavalli, da Egina. 675-650 a.C. ca. British Museum.

Autore ignoto. Oinochoe con protome a testa di grifone. Sulla spalla un leone che attacca un cervo e due cavalli, da Egina. 675-650 a.C. ca. British Museum.

Più sicura è l’attribuzione a Nasso di gran parte dei vasi del gruppo B di Delo, grazie anche al ritrovamento in quell’isola di un anforone policromo con Ares e Afrodite su un carro tirato da cavalli alati. Le forme del gruppo B(a) sono alte e slanciate, la decorazione è limitata alla parte anteriore, sulla spalla e sul collo. Frequenti sono composizioni araldiche con sfingi o animali affrontati, eseguiti con un disegno minuto e attento, che li distingue dalle figure di più vasto respiro del nesiotico lineare. Anche le connessioni con l’Oriente sono diverse, più varie: la sfinge di un’anfora porta il grembiule caratteristico delle sfingi fenicie, altre hanno un ricciolo a spirale che scende dalla sommità del capo, come le consorelle siriache. Un’oinochóē decorata con leoni e cavalli è stata trovata in una tomba nella necropoli di Cuma; purtroppo il contesto, che suggerirebbe una datazione alla fine dell’VIII secolo, è stato ricostruito ed ha dubbio valore cronologico. Il gruppo B(a) sembra comunque appartenere alla prima metà del VII secolo.
Alcune anfore del gruppo C di Delo, decorate da ambo i lati con grandi protomi di animali, si riallacciano sia al nesiotico lineare che alla tradizione nassia, e la loro posizione non è chiara. Comunque devono appartenere ormai alla seconda metà del VII secolo; la predilezione per le protomi suggerisce contatti con l’Attica.
Poco prima della metà del VII secolo a.C. si affermano i cosiddetti vasi «melii», che sembrano soppiantare quelli di Nasso e del nesiotico lineare. Si tratta di una classe di vasi, soprattutto grandi anfore funerarie, dei quali sono ancora problematiche la localizzazione e la cronologia; il fatto che molti siano stati trovati a Taso e a Neapolis – l’odierna Kavala – rende probabile la loro attribuzione a Paro, che stabilì una colonia a Taso all’inizio del VII secolo. La genesi del gruppo non è chiara; i precedenti più plausibili sono i vasi A(d) di Delo. Un’anfora relativamente antica, databile poco dopo la metà del secolo, è quella inv. 911 del Museo di Atene. Sul corpo è rappresentato Apollo con due figure femminili su un carro tirato da cavalli alati, cui muove incontro Artemide che tiene un cervo per le corna; sul collo si affrontano due guerrieri, assistiti da due figure femminili. Nello spazio libero sono disposti con cura fitti riempitivi: volute, fioroni, losanghe, linee spezzate. Le figure, disegnate a contorno, con viva policromia, si muovono con impaccio, i cavalli hanno zampe tese e lunghissime. Al gruppo va attribuito pure un piatto, trovato a Taso, sul quale è rappresentato Bellerofonte in lotta contro la Chimera, con figure fragili, legnose, e parco uso di riempitivi. Alla fine del secolo appartiene ormai l’anfora 354 di Atene, con Eracle e Deianira su un carro tirato da cavalli alati; i personaggi, pieni e corposi, ricordano le metope di Thermos, mentre i fitti riempitivi e le rosette a petali presuppongono la conoscenza di opere del Corinzio Antico.

Anfora a collo distinto di tipo «melio». Giudizio di Paride (particolare). VII secolo a.C. Museo Archeologico di Paro.

Giudizio di Paride: dettaglio su anfora a collo distinto di tipo «melio». VII secolo a.C. Paro, Museo Archeologico.

Due piatti, trovati a Delo e a Taso, decorati con eleganti coppie di leoni araldici, sono prodotti in una bottega di Taso, derivata da Paro ma aperta anche a influenze greco-orientali; particolari come il labbro inferiore arricciato a spirale, denotano la conoscenza di opere urartee. Il problema dei rapporti tra botteghe cicladiche e greco-orientali è però ancora tutto da chiarire.
Una categoria particolare è costituita dai grandi pìthoi decorati a rilievo trovati in Beozia e nelle Cicladi, probabilmente fabbricati a Tenos. Alcuni di essi sono decorati con episodi del mito troiano, desunti dai poemi ciclici: l’agguato di Achille ai buoi di Enea, il cavallo di Troia; e dall’Iliade: l’offerta del peplo ad Atena. Si tratta di opere di notevole qualità, con un gusto ingenuo e attento per la descrizione: il cavallo di Troia ha ruote alle zampe e il corpo costellato di finestrelle, nelle quali si scorgono le teste degli eroi greci. Su un altro pìthos Perseo decapita Medusa; la Gorgone, stranamente in forma di centauro, forse un’allusione a Pegaso, nato dalla sua unione con Poseidone, non ha ancora trovato la sua precisazione iconografica. A sinistra delimita la scena un albero formato da spirali sovrapposte, derivato dall’albero della vita dell’iconografia orientale.

Autore ignoto. Coppa beotica orientalizzante con gli uccelli. 560-540 a.C. ca., da Tebe. Musée du Louvre.

Autore ignoto. Coppa beotica orientalizzante con gli uccelli. 560-540 a.C. ca., da Tebe. Musée du Louvre.

La Beozia mantiene i contatti con le isole, come mostra anche l’importazione di numerosi pìthoi decorati a rilievo. Rispetto al Geometrico però i contatti si sono allentati e la produzione, particolarmente anforoni con animali e motivi vegetali, ha un carattere gradevole ma modesto. Non è ancora chiaro il nesso tra l’Orientalizzazione e le caratteristiche coppe con uccelli, sinora documentate appena nel VI secolo a.C.
In Laconia il Sub-geometrico si attarda sino alla metà del VII secolo a.C. con manifestazioni a volte caotiche. Successivamente appaiono timidi esperimenti di decorazione orientalizzante – leoni, tori, stambecchi –, ma una tradizione figurativa si forma appena alla fine del secolo. Tra le forme più frequenti sono coppe e skýphoi con labbro altissimo (le cosiddette «lákainai»); motivi caratteristici sono file di pavoni e ghirlande di melegrane. Alla fine del secolo si sviluppa una produzione di anforoni decorati a rilievo di grande qualità ma di breve durata; il repertorio comprende scene di battaglia e di caccia, nelle quali è ripreso in modo originale il tema orientale del signore degli animali.
A Creta l’Orientalizzante comincia piuttosto presto, prima ancora della fine dell’VIII secolo a.C., e del resto motivi di derivazione orientale non erano mancati neppure nel breve periodo geometrico; ora però l’isola presenta una maggiore uniformità culturale. Continua la produzione di pìthoi cinerari, che diventano slanciati e sono decorati con cerchi bianchi concentrici sul fondo di vernice, mentre gli arýballoi di derivazione cipriota si diffondono sempre più. L’inizio dell’Orientalizzante coincide con una rinnovata diffusione di elementi naturalistici e curvilinei: trecce multiple, palmette, fiori di loto – gli esempi più tardi mostrano contatti con le Cicladi –, uno strano motivo che combina ibridamente in un’unica forma un’ape e un fiore di loto. Caratteristici per la zona di Cnosso sono grandi pìthoi con decorazione policroma, blu e rosso sul bianco dell’ingubbiatura. Singolare è un’hydría trovata a Kavousi, nella parte orientale dell’isola, decorata da un lato con un carro in corsa, dall’altro con donne piangenti, a figure nere, con particolari e contorni graffiti. Le donne ricordano quelle del cinturone di bronzo da Fortetsa, mentre il carro trova confronti su vasi cicladici della prima metà del secolo e sul rilievo in calcare di Chanià.
Alla metà del secolo appartiene l’unica personalità di rilievo, il pittore che ha decorato un alàbastron da Fortetsa con tre sfingi mostrando sicura assimilazione della tecnica e stile protocorinzi, e pure un’oinochóē, coppe e arýballoi di schietta tradizione cretese.
Nel corso del VII secolo, ben documentato anche nella ricca necropoli di Arkades nella Pediada, si sperimentano le tecniche più diverse con risultati bizzarri e spesso felici, senza però sviluppare una precisa tradizione figurativa. Tra le opere più riuscite sono l’oinochóē di Arkades con sul collo una coppia a contorno (Teseo e Arianna?) e sulla spalla una fila di animali risparmiati nel fondo scuro, e un piatto da Praisos decorato da un lato con un cavaliere, dall’altro con un eroe in lotta con un pesce e con una gigantesca figura femminile (Peleo e Tetide?), databili rispettivamente poco prima e poco dopo la metà del VII secolo a.C. La figure, snelle, mobili, con membra lunghe e profili aguzzi, richiamano quelle della contemporanea toreutica cretese. Alcuni vasi di Arkades, derivati da modelli orientali, rivelano l’assimilazione di ideologie e pratiche di culto: un askós con protome di leone collegato a una patera, conservato a Heidelberg, ricorda oggetti rituali siriaci in pietra e avorio; un leone sdraiato con una patera tra le zampe anteriori è l’immediata traduzione ceramica di figure orientali in faïence; particolari come il muso corrugato, le sopracciglia arcuate, le orecchie semicircolari sono desunti dall’iconografia siro-hittita.

Autore ignoto. Pìthos orientalizzante, da Arkades (Creta), 675 a.C. ca. Musée du Louvre.

Pìthos orientalizzante. 675 a.C. ca. da Arkades (Creta). Paris, Musée du Louvre.

Un’arýballos della metà del secolo, conservato a Berlino, esemplifica la situazione di Creta con la molteplicità delle sue connessioni: la forma e la decorazione sono di origine cipriota, la protome plastica femminile sotto l’imboccatura si adegua con riserva al canone dedalico, l’uso di decorare in questo modo il collo di un vaso è di origine fenicia.
Creta ha pure una ricca produzione di pìthoi a rilievo. La forma più frequente è una sorta di anforone con due anse verticali, troppo diverso dai pìthoi minoici per pensare a una connessione diretta. La decorazione figurata è ottenuta mediante stampi e cilindretti; i primi esempi, che appaiono verso il 700 a.C., portano figure di guerrieri e di centauri. Nel VII secolo sono frequenti figure di cavalli, leoni, sfingi, singole o affrontate, e poi cavalieri, coppie di personaggi, pótniai thērṓn, di solito inquadrati in metope sul collo e sulla spalla del vaso; il resto del pìthos è decorato con spirali e motivi fitomorfi. Le fasce divisorie e le cornici portano rosette, spirali correnti, piccoli fregi con scene di caccia, carri e cavalli in corsa. Alla fine del secolo appartiene un gruppo di pìthoi, trovati a Festo, la cui decorazione figurata è limitata a un solo, grande animale che campeggia sul collo, mentre sul corpo sono distribuiti ampi ornati curvilinei. Gli esempi più recenti dei pìthoi a rilievo scendono ormai ai primi anni del VI secolo a.C.
Vista nel suo complesso, la ceramica cretese, alquanto discontinua, rielabora spunti orientali senza formare una tradizione figurativa coerente e non sembra aver svolto nella trasmissione di iconografie orientali al mondo greco il ruolo determinante che le è stato più volte attribuito. Miglior fortuna avrà la toreutica.
Le regioni greco-orientali – le grandi isole, la costa dell’Asia Minore – formano una sostanziale unità culturale, che trova espressione nel cosiddetto «stile della capra selvatica». All’interno dell’apparente uniformità si intravvedono varie diversificazioni, ma non è ancora possibile localizzare con sicurezza le varie botteghe. Per le città greche dell’Asia Minore l’inizio del VII secolo è un momento piuttosto difficile, che vede le rovinose scorrerie dei Cimmeri e poi la nascente espansione del regno di Lidia. Nonostante la loro posizione geografica i centri greco-orientali elaborano con un certo ritardo un proprio stile orientalizzante, ed anche gli elementi figurati sono dapprima alquanto rari. In tutta la regione si mantiene a lungo la tradizione geometrica e continua la voga delle caratteristiche coppe a uccelli, decorate in modo sempre più sommario: dopo la metà del VII secolo a.C. la parte inferiore della vasca, non più coperta di vernice, è racchiusa da una corona di raggi a contorno. Molte coppe sono di produzione sicuramente rodia, ma non mancano imitazioni locali.

Autore ignoto. La «Potnia Thērṓn» (Particolare). Pittura vascolare da un’anfora in stile orientalizzante, da Tebe. VII secolo a.C. ca. Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Ελλάδας di Atene.

Raffigurazione della Potnia Thērṓn. Particolare da un’anfora in stile orientalizzante, VII sec. a.C. ca., da Tebe. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Una delle prime figurazioni di un certo impegno – una divinità maschile con il polos sul capo e le braccia alzate nel gesto dell’epifania – è un’anfora di Exochi a Rodi, ed è significativo che il vaso riprenda alquanto fedelmente modelli nassi. Al primo venticinquennio del secolo appartengono vari esperimenti figurativi – un centauro e altre figure su una situla da Camiro, una figura femminile armata, forse Atena, su uno scudo fittile di Samo – ma si tratta di tentativi impacciati, ancora di gusto sub-geometrico, anche se sullo scudo è impiegata l’incisione. Un repertorio orientalizzante si forma timidamente appena nel secondo venticinquennio del VII secolo: sfingi, animali, ornati curvilinei, motivi vegetali. Le figure sono campite con eleganza su uno sfondo disseminato di riempitivi: fiori, stelle, croci, suscitando quasi l’impressione di un tessuto decorato; forse s’ispirano veramente a stoffe, per noi irrimediabilmente perdute. Elementi come le superfici riempite di punti o un particolare tipo di svastica trovano confronti immediati nell’arte della Frigia.
Il caratteristico «stile della capra selvatica» si forma però appena verso la metà del VII secolo a.C. per continuare poi, con le sue manifestazioni più attardate, sino alla metà del secolo successivo. Si tratta di una produzione piacevole, di un discreto livello qualitativo, che raggiunge anche una certa circolazione nel mondo greco. Le figure sono di solito a silhouette, con la testa a contorno e i particolari dell’anatomia indicati con linee risparmiate. Le forme più diffuse sono l’oinochóē con bocca trilobata, l’oinochóē con bocca rotonda, il déinos, vari tipi di piatto con e senza piede. Il repertorio iconografico è piuttosto limitato: leoni, tori, sfingi, grifoni, cani, uccelli e soprattutto le caratteristiche capre selvatiche in corsa o al pascolo, derivate dall’iconografia assira o siriaca. In un momento più avanzato la parte inferiore delle oinochóai è racchiusa da una ghirlanda di fiori e boccioli di loto o da una corona di alti raggi triangolari. Al centro della spalla compaiono spesso gruppi antitetici ai lati di un elemento vegetale, talvolta anche animali in lotta; l’iconografia del leone, inizialmente di tipo siro-hittita, assimila gradualmente elementi assirizzanti. Sulle opere più antiche i fregi sono divisi da semplici ornamenti; in seguito i fregi, divisi da semplici strisce di vernice, aumentano spesso in altezza e gli animali tendono ad allungarsi.

Autore ignoto. Combattimento tra Menelao ed Ettore per il corpo di Euforbo. Pittura vascolare da un piatto rodio in stile orientalizzante, da Camiro (Rodi). 600 a.C. British Museum.

Combattimento tra Menelao ed Ettore per il corpo di Euforbo. Pittura vascolare da un piatto rodio in stile orientalizzante, 600 a.C.  ca. da Camiro. London, British Museum.

Alla fine del VII secolo appaiono vari elementi derivati dalla tradizione del Corinzio Antico: figure nere, incisione, rosette a macchia, spesso impiegati promiscuamente alla tradizionale tecnica delle figure a risparmio. Scene di carattere narrativo sono rare; l’esempio più notevole è un piatto a British Museum con un episodio omerico, il duello di Ettore e Menelao sul corpo di Euforbo. I due contendenti, armati come opliti, disegnati a contorno con vivace policromia, si affrontano simmetricamente su uno sfondo fitto di riempitivi. Le «fruttiere», specie di grandi piatti su piede, sono decorate spesso con protomi umane e di animali, motivi geometrici e fitomorfi.
Alcune botteghe locali sono riconoscibili per certe caratteristiche peculiari. Chio si distingue per i calici biansati, spesso dalle pareti sottilissime, e per un accentuato gusto per la policromia che, agli inizi del VI secolo, si manifesta in complesse decorazioni in bianco, giallo, rosso applicati sul fondo di vernice. La fabbrica, dalla caratteristica ingubbiatura bianca, è di ottima qualità tecnica. Nel VI secolo la produzione chiota acquista notevole indipendenza, affrontando composizione anche di notevole impegno narrativo, come la caccia al Cinghiale Calidonio su un cratere trovato a Neapolis, ora nel Museo di Kavala.
Le botteghe della Ionia e dell’Eolide sembrano caratterizzate da un disegno più impacciato, a volte angoloso, una policromia più viva, riempitivi più fitti e disordinati. Particolarità iconografiche rivelano contatti con le culture dell’Anatolia: il leone di un’oinochóē di Smirne ricorda quelli degli scudi di bronzo urartei per la conformazione generale e anche per il particolare del labbro inferiore arricciato a spirale.
A Rodi verso il 700 a.C. comincia la produzione di pìthoi decorati a rilievo, per continuare poi sin quasi alla fine del VI secolo. I pìthoi attribuibili al VII secolo sono decorati con motivi frequenti nel repertorio greco-orientale tardo-geometrico e orientalizzante: spirali correnti, a volte contrapposte o combinate in composizioni a tappeto, rombi con ai vertici meandri contrapposti, viticci, disposti in una fitta successione di fregi che coprono la metà superiore del vaso. La decorazione figurata sembra iniziare piuttosto tardi, verso la fine del VII secolo a.C., e non presenta la varietà di soggetti che si è osservata a Creta e a Tenos: i motivi più frequenti sono sfingi, grifoni, carri in corsa.

Autore ignoto. Oinochoe nello «stile della capra selvatica». Ingubbio bianco con capre pascenti in cinque fasce, e oche, grifoni, sfingi e cervi sulla spalla. 640-630 a.C. ca. Musée du Louvre.

Oinochoe in «stile della capra selvatica». Ingubbio bianco con capre pascenti in cinque fasce, e oche, grifoni, sfingi e cervi sulla spalla. 640-630 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

 

La falange: tattiche e armamento degli opliti greci

di A. Frediani, Le grandi battaglie dell’Antica Grecia, Roma 2005, pp. 37-59.

 

Risulta difficile individuare il momento in cui gli atti di eroismo individuale e i duelli «a singolar tenzone» iniziarono ad essere visti non più come l’obiettivo primario di un’azione militare sul campo di battaglia, bensì come ciò che lo comprometteva, ovvero la potenza scaturita da un assalto compatto e coeso di ampie unità tattiche. Il poeta spartano Tirteo afferma che ai suoi tempi, nel VII secolo a.C., si era compiuto il processo in base al quale ogni guerriero era tenuto a combattere spalla a spalla con il proprio commilitone e ad evitare qualunque gesto, per quanto valoroso, che potesse compromettere la coesione della formazione. Ed è a questo concetto che dobbiamo legare l’inizio dell’arte occidentale della guerra, con tutte le sue implicazioni etiche, politiche e sociali. L’invenzione, d’altronde, fu così devastante da suscitare l’interesse dei governi dell’intero bacino mediterraneo, che diedero allora avvio alla pratica, assai diffusa nei secoli successivi, di valersi di guerrieri greci come mercenari: «uomini di bronzo che provenivano dal mare», ad esempio, prestarono servizio sotto il faraone Psammetico I, nel corso del suo lungo regno, nella seconda metà del VII secolo a.C.

Doveva essersi trattato di un processo piuttosto lungo. Non bastava, infatti, che un clan agrario prima, una città-stato (pólis) poi, orientassero la loro tattica sul campo di battaglia verso azioni più coordinate tra uomini e tra unità, imbrigliando l’aggressività di guerrieri solitamente portati a partire all’attacco da soli o a piccoli gruppi; era anche necessario concepire delle formazioni che obbligassero i combattenti a contare l’uno sull’altro, ed equipaggiarli con armi diverse da quelle di cui avevano fruito fino ad allora, più maneggevoli e compatte. Possiamo asserire, pertanto, che la tattica precedette le nuove tecnologie, piuttosto che il contrario, e che le nuove armi resero più efficace e portarono a un maggior grado di evoluzione un consolidato modo di combattere. Probabilmente nel corso dell’VIII secolo a.C., dunque, fu istituzionalizzata la pratica di schierare le truppe in file; grazie ad essa, ciascun armato poteva prendere prontamente il posto di chi lo precedeva quando questi cadeva, o creare dei ranghi serrati con l’avanzamento negli interstizi tra i commilitoni schierati nella fila precedente, per imprimere una potente forza d’impatto nel momento dell’attacco e contenere qualsiasi spinta in difesa. Per ottenere la coesione auspicata, ci volevano uno scudo più maneggevole e nello stesso tempo sufficientemente grande da coprire il lato scoperto dell’uomo al proprio fianco sinistro, e una lancia con cui affondare i colpi al momento dell’impatto stesso, in luogo del leggero giavellotto da lanciare prima del cozzare degli schieramenti.

 

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi» (Particolare), due falangi oplitiche che si affrontano, da Veio. Pittura vascolare da un olpe tardo-corinzio a figure nere e policrome. 630 a.C. ca. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Autore ignoto. Cosiddetta «Olpe Chigi»: due falangi oplitiche che si affrontano (particolare). Pittura vascolare tardo-corinzia a figure nere e policrome, 630 a.C. ca., da Veio. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

 

Nasceva così l’«oplita» (ὁπλίτης), ovvero l’«uomo corazzato» anche grazie alla collaborazione dei suoi commilitoni, tutti componenti di una formazione che doveva agire sempre all’unisono e combattere come una singola unità: la «falange» (φάλαγξ), ovvero, nel significato attribuitole dai Greci antichi, la «formazione da battaglia», anche se noi moderni tendiamo a riferirla solo alle formazioni di fanteria pesante. L’invenzione avrebbe profondamente influenzato l’arte della guerra nei secoli a venire, se si eccettua l’evoluzione manipolare e coortale delle legioni romane e l’avanzamento in ordine sparso delle orde barbariche all’alba del Medioevo: secoli e secoli dopo l’epoca della Grecia classica, i picchieri delle armate europee dal XIII ad almeno il XVII secolo avrebbero seguito i canoni adottati dagli antichi opliti.

Non doveva esistere nulla di più solido, compatto e omogeneo della falange; ciascun combattente era consapevole dell’enorme danno che avrebbe provocato un suo cedimento nel muro di scudi che era tenuto a mantenere in battaglia con i propri commilitoni. Senofonte paragonava l’allestimento di una linea della falange alla costruzione di una casa nella quale i materiali più solidi, come la pietra e le tegole, sono per le fondazioni e il tetto, mentre mattoni di fango e travi sono puri riempitivi da porre nel mezzo. Allo stesso modo, nella falange, gli uomini migliori dovevano essere posti in prima e in ultima linea, per mantenere la coesione della formazione, e ciascuno avrebbe dovuto scegliersi l’uomo che gli stava dietro, per sentirsi più sicuro al momento dello scontro.

È lecito ritenere che siano stati gli Spartani a inventare la falange, anche se l’unico vero tratto che distingueva gli opliti lacedemoni da quelli delle altre póleis rimase il loro distintivo mantello rosso (τρίβων), che si avvolgevano completamente intorno al corpo, sia d’estate sia d’inverno, senza mai lavarlo, ma che d’altronde non usavano in battaglia: le fonti tramandano che fosse stato Licurgo a stabilire per i Lacedemoni indumenti rossi, perché essi non tolleravano la minima somiglianza con l’abbigliamento femminile.

Siamo portati a pensare che siano stati gli Spartani a inventare la falange anche perché all’epoca in cui ne abbiamo una descrizione accurata, ai tempi di Senofonte, agli inizi del IV secolo a.C., la loro è di gran lunga più evoluta, nei singoli reparti come nei comandanti subalterni, di qualsiasi altra pólis, e della stessa Atene; inoltre, è plausibile aspettarsi da una società guerriera come quella spartana innovazioni di carattere militare di portata rivoluzionaria; infine, la falange appare come la logica trasposizione, sul campo di battaglia, di quello stretto cameratismo che veniva inculcato negli Spartiati e della loro società di «eguali» (ὅμοιοι).

L’unità della falange spartana era l’ἐνωμοτία, originariamente composta da ventitré opliti, disposti in tre file da otto elementi, e due ufficiali: l’ἐνωμοτάρχης, che si posizionava davanti alla prima linea, e l’οὐραγός, che occupava uno dei posti dell’ultima fila e aveva la responsabilità del mantenimento della coesione della formazione; quest’ultimo, era l’unico ufficiale che non si posizionasse davanti alla prima linea o in testa alla fila di destra. Due ἐνωμοτίαι formavano una πεντηκοστή, ciascuna comandata da un πεντηκόνταρχος, e quattro l’unità principale della falange, il λόχος, che quindi, nei tempi più antichi, era costituito da un centinaio di uomini (al comando di un λοχαγός).

Tutte le póleis, almeno fino all’epoca delle Guerre persiane, avevano adottato uno standard di profondità basato su otto linee. Tuttavia il λόχος descritto da Senofonte a proposito della falange spartana al termine della Guerra del Peloponneso, è di centoquarantaquattro elementi, stante la tendenza ad aumentare la profondità delle file di ciascuna ἐνωμοτία, formata da trentasei opliti disposti su tre file da dodici di profondità, oppure su sei file da sei di profondità. A Sparta, ai tempi di Senofonte quattro λόχοι formavano una «divisione», ovvero una μόρα, sei delle quali, comandate ciascuno da un πολέμαρχος, costituivano l’intero esercito lacedemone; in tempi anteriori, la denominazione di λόχος poteva essere attribuita anche ad unità più consistenti, anche perché la parola μόρα in Erodoto è del tutto assente.

 

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

Falange oplitica. Illustrazione di P. Connolly.

 

Mόρα era anche la denominazione dell’unità di cavalleria aggregata alla «divisione», che non doveva annoverare più di sessanta elementi, e che iniziò a comparire nell’armata spartana solo nel corso della Guerra del Peloponneso, precisamente nel 424 a.C.; la comandava un ἱππαρμοστής. In seguito passò a cento effettivi, divisi in due οὐλαμοί da cinquanta cavalieri ciascuno, che si piazzavano ai fianchi degli opliti, in dieci file da cinque elementi ciascuna, denominate πεμπάς (guidate dai rispettivi πεμπάδαρχοι).

L’élite della falange spartana era costituita dagli hippeís che, a dispetto del nome, non erano però «cavalieri». Si trattava, infatti, di trecento opliti aggregati alla prima μόρα e solitamente disposti all’ala destra, che costituivano anche la guardia del corpo reale. Erano prescelti ogni anno, tra gli Spartiati nel fiore degli anni, da tre ἱππαγρέται nominati a tal fine dagli efori, ciascuno dei quali aveva la responsabilità di selezionarne cento.

I movimenti di una falange erano estremamente complessi, ed era necessario un severo addestramento perché tutto filasse liscio e la compattezza, presupposto essenziale della formazione, fosse mantenuta costante nelle varie fasi che portavano dall’ordine di marcia a quello di battaglia. Certamente, gli Spartiati erano avvantaggiati dall’abitudine a concetti e movimenti con i quali erano cresciuti fin da bambini, ma questi straordinari soldati combattevano fianco a fianco con i perieci e con quanti, col tempo, fu necessario integrare nei ranghi dell’esercito per compensare la carenza di effettivi. Va ricordato, infatti, che ai tempi di Senofonte l’intero esercito spartano vantava solo quattromila effettivi – meno della metà rispetto a tre secoli prima – con un fabbisogno di circa cento nuove immissioni l’anno, stante la conclusione del quarantennale servizio di ciascun combattente e le perdite per cause varie.

Le reclute, richiamate per classi annuali, venivano collocate in un’apposita ἐνωμοτία, i cui vecchi componenti erano distribuiti nelle altre unità, a parte gli ufficiali che, invece, rimanevano a comandare i nuovi venuti; questi ultimi erano posizionati, nello schieramento, all’estrema sinistra della μόρα, nella collocazione meno prestigiosa.

Le reclute che componevano un’ἐνωμοτία erano addestrate a marciare in un’unica fila. Quando la tromba suonava l’ordine di schierarsi, il comandante, in testa alla fila, manteneva i suoi uomini fino al dodicesimo nella stessa posizione, mentre i seguenti dodici, guidati dal tredicesimo, si ponevano al fianco sinistro dei primi e i successivi, a loro volta, al fianco sinistro dei secondi. Tra le file, disposte così in ordine aperto, veniva lasciato sufficiente spazio, almeno due passi, per la successiva disposizione a ranghi serrati – oppure, prima di una battaglia, per il ripiegamento della fanteria leggera –, nella quale le seconde metà di ciascuna fila passavano al fianco della rispettiva prima metà, formando un blocco di sei per sei elementi, con un passo di distanza tra un oplita e il commilitone al suo fianco.

Statuetta di oplita, figura di coronamento di una cista, dal Tempio di Zeus a Dodona, ultimo quarto del VI secolo a.C., Antikensammlung, Staatliche Museen zu Berlin.

Oplita. Statuetta, bronzo, ultimo quarto del VI sec. a.C. ca. da una cista (?) presso il tempio di Zeus a Dodona (Epiro). Berlin, Antikensammlung.

 

La vera difficoltà, per il leader di ciascun plotoncino, era quello del corretto e uniforme conteggio dei passi, e l’attenzione che doveva porre nel disporsi alla stessa altezza dell’ἐνωμοτάρχης. Quando nella manovra erano coinvolti i quattro λόχοι di una μόρα, ogni successiva unità passava sul fianco sinistro di quella che la precedeva nell’ordine di marcia, formando una falange con una fronte e una profondità di dodici opliti. Volendo, si potevano ottenere ranghi serrati, se si erano mantenuti i due passi tra una fila e l’altra, costituendo così una falange con una fronte da ventiquattro e una profondità di sei. In caso di ritirata, era l’οὐραγός a prendere l’iniziativa e a condurre la marcia indietro.

Su scala ancora più ampia, relativamente a un’intera μόρα, la trasformazione di un ordine di marcia in una falange non era affare da poco: ogni divisione in ordine aperto aveva una fronte di quarantotto opliti, ciascuno dei quali in testa a una fila di dodici elementi. Il λοχαγός doveva quindi calcolare uno spostamento generale a sinistra, per affiancare il λόχος che lo precedeva, di settanta passi, che sommati ai ventiquattro della prima unità davano una fronte totale di novantaquattro passi, entro i quali si potevano anche serrare i ranghi.

Una volta schierata al completo la falange, era prevista, anche se scarsamente applicata, la manovra avvolgente da parte delle ali. Al suono della tromba, i due fianchi, il destro e il sinistro, marciavano verso l’esterno in colonna, fino a un determinato punto, in cui riprendevano a marciare in avanti, assecondati dal centro: farraginoso – a dir poco – tanto da spingere i grandi teorici della guerra del IV secolo, da Epaminonda a Filippo II, a escogitare altri sistemi per aggirare il nemico.

Tutti questi concetti, comunque, trovavano un’applicazione pratica al momento dell’entrata in guerra di una pólis. A Sparta erano gli efori, in tale circostanza, ad annunciare le classi annuali richiamate alle armi. Una volta radunata l’armata, il re traeva auspici con un sacrificio e, se questi erano favorevoli, un tedoforo prendeva il fuoco dall’altare sul quale era stata celebrata la cerimonia e lo portava fino ai confini della Laconia. L’esercito lo seguiva fin lì, quando il sovrano si fermava per celebrare un nuovo sacrificio e, in caso di esito favorevole, l’armata poteva avanzare, sempre accompagnata dal fuoco che non doveva spegnersi, mai.

Ciascun combattente si faceva accompagnare da un ilota, perciò la razione di cibo – fiocchi d’avena e orzo, principalmente; ma anche formaggio, cipolle e carne salata – che era tenuto a portarsi dietro doveva comprendere anche la quantità prevista per quest’ultimo, per un massimo di venti giorni, nel caso in cui la durata del conflitto fosse stimata superiore alle due settimane; si diceva che lo zaino dell’oplita puzzasse di cipolla. Il cibo e le razioni erano uguali per tutti, dal re al soldato semplice, e pare che in un’occasione il sovrano, vistosi offrire da un alleato un ricco menù in onore dell’armata spartana, abbia fatto dare tutto agli iloti.

Un oplita e la sua panoplia, kylix a figure rosse, V secolo a.C., Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis, Brussels

Un oplita e la sua panoplia. Pittura su kylix attica a figure rosse, V sec. a.C. ca. Bruxelles, Koninklijke Musea voor Kunst en Geschiedenis.

Anche l’oplita ateniese si faceva accompagnare da un attendente, spesso un schiavo – chiamato σκηνοφόρος, «portatore di bagagli» – oppure da un parente più giovane cui far fare esperienza; questi marciava accanto al soldato, per spostarsi nelle retrovie in vista della battaglia, e quando il pericolo non era imminente, gli portava lo scudo, oltre a tutto il resto. Durante la marcia, l’aiutante portava sulle spalle il letto arrotolato – una sorta di sacco a pelo, detto στρώματα –, quando questo non era attaccato allo scudo dell’oplita.

La dieta del soldato ateniese era leggermente diversa da quella dello Spartiata, e consisteva in sale, talvolta aromatizzato con del timo, cipolle, pesce salato avvolto in foglie di fico, il tutto conservato in un paniere di vimini (γύλιος); egli disponeva anche di uno spiedo di ferro per cucinare la carne fresca che avrebbe acquistato nel corso della campagna, dal 462 a.C. con la paga corrisposta dalla pólis.

Tornando agli Spartani: l’occorrente per dormire veniva portato legato allo scudo, insieme ai vari cambi di vestiario; ma nulla, nell’equipaggiamento, riguardava il riparo per la notte, che consisteva in bivacchi in estate e capanne improvvisate con quanto si trovava sul posto nella stagione meno calda. Nei convogli di bagagli, la cui composizione e il numero erano anch’essi regolati dagli efori, i carri trasportavano pale e picconi, e gli animali da soma asce e falcetti, materiali usati dalla fanteria leggera per aprire la strada al convoglio; in generale, le salmerie erano costituite anche dagli strumenti utilizzati dai non combattenti come i medici, i fabbri e i carpentieri richiamati dagli efori.

Il primo giorno, la marcia procedeva lentamente, perché fosse consentito a chi avesse dimenticato qualcosa a casa di tornare a prenderla. La marcia, scandita dal corno e non dalla tromba, era preceduta dagli σκιρῖται, i montanari della Laconia settentrionale armati alla leggera, che costituivano lo schermo avanzato della colonna in cammino; con il tempo, vennero affiancati nei loro compiti dalla cavalleria di cui, durante le Guerre persiane, i Greci erano ancora molto carenti.

Solitamente, in campo aperto l’esercito spartano procedeva in quadrato, con il lato anteriore e quello posteriore schierati a falange, quelli laterali in colonna, e le salmerie, la fanteria leggera e i non combattenti nel mezzo. Nelle strettoie, dove era lecito temere qualche imboscata, la fanteria si divideva in due colonne che procedevano parallele, divise dalle salmerie, o con i λόχοι disposti su quattro file e perfino meno. In linea di massima, ogni móra teneva a portata di mano il rispettivo convoglio, per aver tutto a disposizione al momento della sosta.

I Greci non conoscevano nulla di simile alle zelanti regole romane sulla costruzione di un campo fortificato. Anche in situazioni di pericolo, era estremamente improbabile che costruissero un accampamento con palizzata e fossato, come erano tenuti a fare ogni sera i legionari di ogni epoca. L’unica precauzione era costituita dall’appostamento degli σκιρῖται e poi dei cavalieri in siti sopraelevati, da cui costoro potevano avvistare e prevenire i movimenti del nemico. Gli Spartani, piuttosto, ponevano molta più attenzione alla custodia delle armi per la notte, cui facevano una custodia serrata per scongiurare qualsiasi tentativo di impadronirsene da parte degli iloti.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno). 560 a.C. ca. Staatliche Antikensammlungen di Monaco.

Pittore C. Guerriero in ginocchio. Pittura vascolare da una kylix attica a figure nere (interno), 560 a.C. ca. München, Staatliche Antikensammlungen.

 

Per certi aspetti, erano più severe le restrizioni tra settori dell’esercito che tra il perimetro dell’accampamento e il territorio circostante; ogni μόρα era tenuta a occupare uno spazio determinato, dal quale i suoi compagni non potevano uscire nemmeno in occasione dei consueti esercizi ginnici cui si dedicavano ogni giorno prima di colazione e prima di cena. Il centro del campo era comunque occupato dal padiglione del re, attorniato dal suo stato maggiore e dai suoi attendenti, tre spartiati incaricati di vegliare su di lui, e poi i medici, gli indovini, i πολέμαρχοι, due Πυθόι, con il compito di andare a consultare l’oracolo di Delfi in particolari circostanze, i suonatori di flauto incaricati della “colonna sonora” durante le cerimonie sacrificali (e del ritmo di marcia in battaglia), gli araldi per comunicare gli ordini ai subalterni, e con ogni probabilità la guardia del corpo dei Trecento.

In un’epoca in cui l’arte ossidionale era ancora ad uno stato molto primitivo, le città costituivano un baluardo insormontabile per qualsiasi esercito e la più efficace delle difese per coloro che si vedevano invadere il proprio territorio. Nella migliore delle ipotesi, pur disponendo di un qualche ariete, ancora privo di copertura e di sofisticati mezzi di bilanciamento introdotti dagli ingegneri di Filippo II e Alessandro Magno, di scale d’assalto e della possibilità di porre un blocco alla cinta muraria, gli eserciti poliadi non erano in grado di prolungare la campagna per il tempo necessario ad attendere la caduta del caposaldo. I cittadini, tutti artigiani o agricoltori, non potevano far altro che tornare alle proprie attività dopo un limitato periodo di tempo, né la pólis era in grado di assumersi l’onere di compensarli per la perdita dei loro raccolti o per il prolungato arresto delle loro attività. Per questo motivo, si tendeva a votare stanziamenti per campagne brevi e gli strateghi si ponevano obiettivi a breve termine. Tutt’altro discorso per gli Spartani, che disponevano di un vero e proprio “esercito di Stato”, i cui componenti erano stati messi in condizione di non far altro che la guerra. Ma anch’essi necessitavano di attendenti, servitori e personale ausiliario la cui prolungata assenza dalla madrepatria avrebbe inciso in qualche modo sull’economia della pólis.

Lo scopo di una campagna militare, pertanto, era d’indurre quanto prima il nemico alla battaglia campale decisiva, e la strategia più diffusa per riuscirvi, nel caso frequente in cui questi si asserragliava all’interno delle proprie roccaforti, consisteva nella devastazione sistematica quanto più possibilmente capillare di tutte le sue fonti di approvvigionamento (in primis, le campagne). Non a caso, si preferiva avviare le ostilità nella stagione del raccolto, quando le messi erano ancora nei campi, per provocare i danni maggiori; sotto quest’aspetto, durante la Guerra del Peloponneso, Sparta era avvantaggiata nei confronti di Atene, poiché trovandosi più a sud il suo grano maturava prima, permettendo ai suoi uomini di raccoglierlo e poi di invadere l’Attica prima che gli Ateniesi raccogliessero il proprio. Ma spesso anche questa si rivelava una strategia a lungo termine, perché non era affatto detto che i nemici si lasciassero indurre a scendere in campo aperto per fermare lo scempio, ed era necessario fare terra bruciata per anni, prima che gli avversari considerassero la loro economia talmente danneggiata da non aver nulla da perdere ad affrontare gli invasori, o a chiedere la pace.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Museo Archeologico Regionale di Palermo.

Pittore di Berlino. Guerriero siceliota con una phiale. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure rosse. 480-460 a.C. ca. Palermo, Museo Archeologico Regionale.

Ogni mattina il sovrano spartano, in guerra, compiva un sacrificio, alla presenza dei suoi subalterni, dei comandanti dei contingenti stranieri e dei responsabili delle salmerie. Proprio in vista di uno scontro, si sviluppava un’accurata e complessa ritualità, dalla quale nessun comandante in capo osava prescindere. L’oggetto del sacrificio era solitamente una capra, che il re immolava dopo essersi cinto il capo con una ghirlanda (parimenti facevano tutti gli astanti). Se gli auspici erano dunque favorevoli – e talvolta si faceva in modo che lo fossero – , gli opliti facevano il primo di due pasti giornalieri, detto ἄριστον, che si consumava a metà mattinata accompagnato da copioso vino, per favorire un moderato stato di ebbrezza; quindi, senza togliersi la ghirlanda, i guerrieri prendevano posto nella falange in attesa di ordini, poggiando lo scudo lungo le ginocchia e la parte posteriore della lancia a terra. La sera precedente avevano lucidato i loro scudi e pettinato i loro lunghi capelli, usanza dalla quale non prescindevano quando mettevano a rischio la propria vita: Licurgo, il semi-leggendario legislatore, riteneva infatti che i capelli lunghi rendessero più gradevole un bell’uomo e più terrificante uno brutto!

Quindi, i comandanti subalterni che avevano partecipato al consiglio di guerra – πολέμαρχοι e λοχαγοί – si avvicinavano ai ranghi schierati e prendevano posizione, passando gli ordini definitivi ai propri subordinati, che a loro volta li trasmettevano agli ἐνωμοτάρχοι; in breve, tutti i soldati, passandosi la parola, ne erano informati. Una volta schierati anche gli ufficiali, arrivava al re, che trasmetteva la parola d’ordine alla prima linea i cui componenti la ripetevano a quanti li seguivano, fino a che essa non ritornava al sovrano dopo essere stata ripetuta da tutti due volte, sia la domanda che la risposta. L’artificio era essenziale per poter distinguere i compagni nella confusa mischia che sarebbe nata di lì a poco, tra opliti appartenenti a eserciti nemici ma spesso equipaggiati allo stesso modo, ragion per cui la parola d’ordine veniva stabilita e comunicata solo pochi minuti prima della battaglia.

A quel punto, supportato dai flautisti (αὐληταί), il re intonava il peana di guerra (παιάν) e subito dopo si dava fiato alle trombe, il cui suono dava inizio all’avanzata della falange, senza che il suono dei flauti e il canto del re, progressivamente accompagnato dal resto dell’armata, si interrompessero. Probabilmente gli Spartiati erano i soli, tra i Greci, in grado di mantenere la compattezza della falange in fase di avanzata; le fonti riportano che erano sufficienti un leggero avvallamento, un modesto corso d’acqua, un’altura appena abbozzata – ma anche una marcata differenza d’età tra i combattenti, che si rifletteva sul loro ritmo di corsa –, perché la formazione perdesse in coesione e le linee divenissero dei segmenti ondulati e frammentati. In alcuni casi, addirittura, la falange si dissolveva prima di arrivare a contatto con il nemico, e lo scontro non aveva luogo.

La musica si fermava solo quando l’armata giungeva a ridosso del nemico, per lasciar posto alle esortazioni degli ufficiali, cui gli stessi soldati rispondevano incoraggiandoli a condurli con ardimento. Un nuovo segnale di tromba, dato a meno di duecento metri di distanza dall’esercito nemico, dava inizio all’assalto vero e proprio (ἐπίδρομος), durante il quale gli ufficiali continuavano a incitare i propri commilitoni con frasi del tipo: «Chi seguirà? Chi si dimostrerà coraggioso? Chi sarà il primo ad abbattere il nemico?», che i soldati ripetevano fino a quando non giungevano a contatto con gli avversari. Gli opliti procedevano ora di corsa – al ritmo di otto chilometri l’ora – dopo aver posizionato lo scudo, fino ad allora portato di fianco, in modo da coprire la maggior parte del corpo, e la lancia in posizione d’attacco, che non si sa se fosse sopra o sotto la spalla, poiché le raffigurazioni la rappresentano in entrambi i modi.

Tempio di Afaia ad Egina, guerriero troiano, detto 'Priamo', frontone occidentale, 485-480 a.C. Glyptothek, Monaco.

Guerriero troiano, detto ‘Priamo’. Statua, marmo, 485-480 a.C. ca., dal frontone occidentale del tempio di Afaia (Egina). München, Glyptothek.

In linea di massima, un generale cercava di far scattare l’attacco prima degli avversari, per valersi dell’abbrivio, ma doveva prestare attenzione a non farlo partire troppo presto, per non far stancare i propri uomini, che avevano bisogno di tutte le loro energie per il corpo a corpo. Il momento dell’impatto tra le due schiere era sancito dal rombo assordante degli scudi che cozzavano l’un contro l’altro e, subito dopo, dalle urla degli opliti delle file successive, che incitavano i commilitoni impegnati nello scontro e cercavano di fare la loro parte, spingendoli contro il muro avversario per scompaginarne la coesione, o sostituendo i caduti. La saldezza degli uomini schierati nelle linee posteriori era fondamentale per mantenere la coesione della falange e la pressione sullo schieramento nemico.

Non meno decisiva era la volontà di ciascun oplita di prevalere sull’avversario diretto e su quelli vicini, per assicurarsi la sopravvivenza di chi combatteva immediatamente al suo fianco e che, spesso, era un suo vicino parente: ad Atene e in molte altre póleis greche i λόχοι, infatti, erano costituiti su base distrettuale, e vi prestavano servizio più membri di una stessa famiglia. Infine, altro fattore in grado di influenzare il risultato era la tendenza di ciascun oplita a cercare la protezione dello scudo del compagno sulla destra, con il conseguente spostamento dell’intero schieramento verso quella direzione e una forza d’impatto generale che poteva risultare meno efficace.

Tra un oplita e l’altro si svolgeva un combattimento quasi di scherma con le lance, nel quale ciascuno dei contendenti affondava la propria arma nel tentativo di colpire l’avversario sopra e sotto lo scudo, in particolar modo alla gola, all’inguine e alle cosce. Accadeva però spesso che la lancia si spezzasse, costringendo il soldato a proseguire con la spada.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche. 475-425 a.C. ca. Cabinet des médailles.

Pittore di Atena. Guerriero con lancia e scudo sotto una pioggia di frecce. Pittura vascolare da una lekythos attica a figure bianche, 475-425 a.C. ca. Paris, Cabinet des médailles.

Lo scontro conservava una certa staticità fino a quando in uno dei due schieramenti si aprivano dei varchi, dovuti ai caduti e a quanti non erano in grado di conservare lo scudo al braccio. Era come se qualche mattone venisse sottratto a un muro, provocandone la caduta: i nemici si affrettavano a penetrare in quei buchi e diventava molto più facile, per loro, infliggere colpi mortali agli avversari.

Non è detto che la battagli finisse con la rotta degli sconfitti e l’inseguimento da parte dei vincitori. I comandanti potevano anche sancire la conclusione dello scontro facendo squillare le trombe per la ritirata quando si rendevano conto che la propria compagine stava prevalendo, né si curavano di darsi all’inseguimento dei nemici, poiché la carenza di effettivi di cavalleria, d’altronde, l’avrebbe reso inefficace. In linea di massima, se lo sconfitto mandava un araldo a negoziare una tregua per portare via i morti dal campo di battaglia, ciò implicava l’ammissione della sconfitta.

Prima della rimozione dei caduti, tuttavia, i vincitori si sentivano in diritto di spogliare i cadaveri dei nemici, cui sottraevano le armature, oltre agli eventuali effetti personali che si portavano addosso. L’intero bottino veniva diviso tra i soldati, salvo un decimo che era dedicato alle divinità cui il comandante aveva consacrato l’eventuale vittoria, oppure affidato a dei banditori che lo mettevano all’asta perché la pólis vittoriosa ne percepisse il ricavato. Le armi andavano a costituire un trofeo (τροφεῖον) eretto sul punto in cui lo scontro era stato decisivo.

L’ὁπλίτης greco aveva fama di fante pesante per eccellenza sebbene, ad esempio in Beozia, dove si praticava un vero e proprio culto del corpo attraverso la ginnastica costante, fosse molto diffusa l’abitudine di combattere pressoché nudi; il paradosso era che i Beoti adottavano degli stivaletti, in contrasto con gran parte degli opliti delle altre regioni, che avevano l’abitudine di combattere a piedi nudi.

In effetti fra i Greci, sempre attenti a non rendere il combattimento troppo impacciato, non si dotavano di un equipaggiamento particolarmente “pesante”, accettando il rischio che le proprie armi di difesa fossero trapassate, a vantaggio di una maggiore mobilità e fluidità delle manovre. Si trattava di una panoplia piuttosto costosa, che si preferiva trasmettere di padre in figlio, anche perché il suo acquisto corrispondeva alla paga mensile di un artigiano, e solo alla fine del periodo classico lo Stato avrebbe tolto ai cittadini l’onere di provvedervi. In ogni caso, pare che ancora agli inizi della Guerra del Peloponneso non ci fosse una piena uniformità di equipaggiamento nell’ambito di una stessa pólis, e che solo a partire dalla fine del medesimo conflitto il concetto si sia esteso fino a prevedere delle vere e proprie “uniformi”.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. da Delfi. Museo Archeologico di Delfi.

Scudo votivo. Bronzo, 700 a.C. ca. dal santuario di Apollo Pitico. Delfi, Museo Archeologico.

Lo scudo (ἀσπίς) doveva essere maneggevole e allo stesso tempo coprire la maggior parte possibile del corpo. Quello che si utilizzò nel corso dell’età classica era frutto di una secolare evoluzione, inaugurata ancora in età micenea da un’arma “a forma di otto” con le rientranze mediane tagliate in dentro; prese la sua forma definitiva nel corso dell’VIII secolo a.C., con il modello argivo detto ὅπλον (da cui derivò il nome di chi lo portava). Si trattava di uno scudo più convesso dei precedenti e con la novità che il bordo era rinforzato per conferire all’attrezzo una rigidità sufficiente a impedirgli di curvarsi sotto i colpi subiti in battaglia. Rotondo e molto ampio, tanto da coprire il corpo del combattente dal mento al ginocchio – ma anche la parte scoperta del commilitone sulla sinistra –, aveva un diametro di un metro o poco meno e pesava poco più di sette/otto chilogrammi, il che vuol dire che era piuttosto sottile, tanto da essere sufficiente contro gli affondi di lance e spade, ma di scarsa efficacia contro giavellotti e frecce.

Lo scudo, trasportato dall’attendente dell’oplita fino a pochi istanti prima dello scontro, era saldamente ancorato al braccio dell’oplita mediante un bracciale di bronzo (πόρπαξ) saldato all’interno mediante due piastre; il soldato vi passava l’avanbraccio attraverso e poi afferrava con la mano una cordicella che correva lungo l’intera circonferenza del bordo, ancorata allo scudo mediante rovelli disposti con cadenza regolare e ricoperti sul lato esterno dal rivestimento. Il πόρπαξ era talmente decisivo ai fini dell’utilizzo dello scudo che l’oplita spartano – in particolare –, al termine di una campagna, lo staccava e lo conservava altrove, per evitare che gli iloti utilizzassero l’arma in caso di ribellione.

La base era di legno, probabilmente di noce, e solo in Età classica si trovò il modo di rivestirla di una sottile lamina di bronzo pressato – in alternativa alla pelle di bue, che continuò comunque a essere usata –, che nel periodo arcaico era limitato ai bordi e all’umbone centrale (quest’ultimo, poi, scomparso in epoca classica). Anche con il rivestimento in metallo, comunque, gli emblemi continuarono a essere dipinti, con colori convenzionali che nelle pitture sui vasi corrispondono al rosso su sfondo nero. A seguito dei primi contatti bellici con i Persiani, comparve anche una sorta di “grembiule” in cuoio che pendeva lungo il bordo inferiore, come ulteriore difesa contro i proietti dei tiratori nemici.

Le pitture sui vasi consentono l’individuazione di alcuni motivi costanti raffigurati sugli scudi, che dovevano rappresentare l’unico modo per distinguere un oplita dall’altro, poiché il viso era interamente celato dall’elmo. Gli Argivi erano famosi per i propri scudi bianchi, di cui parla anche Eschilo, forse con l’aggiunta di un’idra. In generale, si trattava in gran parte di motivi geometrici, di oggetti e di animali, anche se, con il tempo, vennero introdotti specifici simboli per contrassegnare l’appartenenza a una pólis, come la lámbda per Sparta o la clava per Tebe.

Elmo in bronzo greco-cretese, fine VII secolo a.C., London British Museum.

Elmo in bronzo greco-cretese. Bronzo, fine VII sec. a.C. ca. London British Museum.

Anche l’elmo non era particolarmente rigido, e non sempre resistente al fendente di una spada; in compenso, la sua flessibilità consentiva di metterlo e toglierlo con una certa facilità, o di tenerlo sollevato all’altezza della fronte.

Oltretutto, mancava delle cinghie per fissarlo al mento, e l’oplita correva il rischio di perderlo, durante i movimenti convulsi che era costretto a compiere durante uno scontro. Il tipo più diffuso era quello detto “corinzio”, evolutosi a partire dall’VIII secolo attraverso forme sempre più sofisticate, ma mantenendo sempre la sua caratteristica di coprire tutto il viso tranne gli occhi, il naso e la bocca. Il suo vero problema era che copriva le orecchie, impedendo a chi lo indossava di recepire bene gli ordini del proprio comandante, tanto che si tendeva a tenerlo sollevato fino agli attimi precedenti lo scontro; nel corso del V secolo, pertanto, venne modificato e si sviluppò in almeno tre nuovi modelli: uno, detto “calcidico”, con le aperture per le orecchie, e con paragnatidi fissi o rimovibili, un altro, quello “attico”, con paragnatidi rimovibili e senza guardianaso, e infine un terzo, detto “tracico”, col bordo rialzato a protezione di occhi e orecchie, paragnatidi molto lunghi fino a chiudersi sulla bocca e una leggera cresta sulla sommità.

Parallelamente si sviluppò e si diffuse anche il tipo “beotico”, molto più aperto, derivante dal copricapo di feltro che, secondo Demostene, i contingenti di Platea indossavano ancora durante la prima invasione persiana. Tutto ciò che il soldato aveva sul viso, oltre alla calotta, era un’ampia visiera che aggettava su tutta la circonferenza dell’elmo, risultando più pronunciata sulla fronte.

L’interno degli elmi era rivestito di stoffa, ma qualcuno usava indossare sotto l’elmo un copricapo di tessuto, per attutire l’impatto dei colpi ricevuti. La cresta di cavallo che troneggiava sulla sommità svolgeva la precisa funzione di far apparire più alto e imponente l’oplita anche se, nel corso del tempo, con una maggiore definizione dei gradi e delle rispettive uniformi, divenne piuttosto un segno del rango. Il guerriero la conservava separata dall’elmo, in una scatola, perché i colori non si sciupassero, e l’attaccava al copricapo mediante due distinti sistemi, ovvero una o più forcelle disposte lungo la sommità, oppure un perno leggermente incurvato alla sommità, che staccava notevolmente la cresta dall’elmo.

Come i centurioni romani, gli ufficiali spartani solevano portare la cresta trasversale, mentre si ha notizia di creste multiple o di elmi piumati con piume di ostrica per ταξίαρχοι e στρατηγοί. Un altre segno distintivo era il βακτήριον, il «bastone», che poteva essere completamente dritto o ricurvo a un’estremità, che si usava porre sotto l’ascella sinistra per appoggiarvi il peso del corpo.

Statua di oplita con elmo (forse Leonida I), da Sparta. V secolo a.C. ca. Museo Archeologico di Sparta.

Oplita con elmo crestato (forse re Leonida?). Statua, marmo locale, inizi V sec. a.C. ca. Sparta, Museo Archeologico.

In Età arcaica la corazza degli opliti più importanti sembrava una sorta di campana, con delle piastre di bronzo a forma di anello orizzontale la cui struttura si allargava in vita. Questo ingombrante modello, che possiamo figurarci indosso agli eroi omerici, si affinò col tempo fino a divenire, in Età classica, la cosiddetta corazza “anatomica”, modellata secondo le forme del busto e chiusa in vita, dalla quale pendevano strisce di cuoio indurito, dette pterugi, disposte in due strati, il secondo dei quali andava a coprire gli intervalli lasciati dal primo. Fondamentalmente si trattava di due piastre di bronzo modellato, tenute insieme da tre cerniere per lato, una su ciascuna spalla e due lungo i fianchi, di cui si usava aprire e chiudere quelle sul lato destro, per fissarle inserendovi degli spilli. In alcuni modelli si usava anche assicurare la coesione dei due pezzi con delle cinghie sotto l’ascella, che si dipartivano da due anelli posti a ridosso della giunzione.

Ma era diffuso anche un altro tipo di corazza, detta “composita”, perché il bronzo era rivestito da lino o cuoio per prevenirne l’ossidazione; altre erano costruite soltanto da più strati sovrapposti di cuoio indurito o di lino pressato (λινοθώραξ); in quest’ultimo caso, preferito per la sua maggiore flessibilità, leggerezza e soprattutto per i suoi bassi costi, si raggiungeva uno spessore di mezzo centimetro. La giunzione era posta solitamente sul fianco sinistro. Un altro pezzo a forma di “U” si dipartiva dal centro della schiena per coprire le spalle, con le due estremità fissate sul petto.

Va da sé che qualsiasi corazza poggiava su un qualche indumento di stoffa, che fino alla metà del V secolo a.C. fu il caratteristico χιτών. Solitamente di lino o di lana, esso era costituito da un rettangolo di stoffa che rivestiva sia gli uomini sia le donne, e che si usava avvolgere e drappeggiare intorno al corpo, ripiegandolo lungo il bordo superiore affinché il risvolto arrivasse alla vita, che veniva stretta da una cintura. In seguito, questo capo d’abbigliamento fu affiancato e pressoché sostituito dall’ἐξωμίς, una tunica corta di lino senza maniche e stretta alla vita da una cintura, ricavata dall’unione di due rettangoli di stoffa cuciti insieme a mo’ di cilindro, lungo i quali venivano lasciate delle aperture per le braccia e il collo.

L’elenco delle armi difensive si conclude con i gambali (o schinieri), introdotti a partire dal VII secolo a.C., che grazie alla naturale elasticità del bronzo si stringevano intorno al polpaccio adattandosi alla sua muscolatura, senza bisogno di stringhe per tenerli fermi. Inizialmente coprivano la gamba dalla caviglia fin sotto il ginocchio, ma col tempo anche quest’ultimo, che in battaglia si dimostrava assai vulnerabile. In certi periodi, si usava metterci sotto qualcosa, forse delle “calze”, per evitare lo sfregamento del bronzo sulla pelle.

 

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum

Pittore di Altamura. Efebo in armi, pronto per la guerra. Pittura vascolare da un calyx-krater attico a figure rosse, 470-460 a.C. ca. Baltimore, Walters Art Museum.

 

Tra le armi offensive la lancia (δόρυ), rivestiva, e di gran lunga, un ruolo più importante della spada. I Greci la preferivano con un fusto di frassino, un legno che offriva il giusto bilanciamento tra le esigenze di resistenza e di leggerezza, e che si poteva trovare in abbondanza nelle frequenti zone montane della penisola ellenica, sebbene alcune póleis preferissero importarlo da altri paesi più a nord. Pare fosse lunga poco meno di due metri e mezzo, sebbene le esigenze artistiche dei vasi la raffigurassero più corta, e pesasse circa un chilogrammo.

La lavorazione era piuttosto complessa. Si prendevano dei ciocchi di legno e si dividevano in lunghezza con mazzuoli e cunei di legno. Una volta stagionati, i pezzi venivano ulteriormente tagliati per eliminare tutte le parti “deboli”, e il lavoro proseguiva fino a quando non rimaneva un’asta grezza per circa due pollici di diametro. Un piccolo coltello ricurvo, detto (ξυήλη), in mano a un δορυξόος («raschiatore di lance»), si assumeva il compito di dare una forma a quel palo, che grazie al lavoro finale di una raspa diveniva perfettamente tondo e liscio.

Poi, l’attrezzo passava in mano ad altri artigiani, che lo dotavano delle parti in metallo – in ferro ma anche in bronzo – , valendosi della resina ma, in alcuni casi, anche di anelli di ferro, per le giunzioni. All’estremità più affilata veniva posta la punta vera e propria, a forma di “foglia”, a quella più grossa il puntale posteriore, detto στύραξ («uccisore di lucertole»), perché si usava soprattutto per conficcare l’attrezzo nel terreno durante il riposo dell’oplita. Lo stadio finale della lavorazione dell’arma consisteva nell’avvolgere un quadrato di stoffa al centro dell’asta, e poi cucirlo, per consentire al guerriero una salda presa.

Quanto alle spade, di bronzo, ve ne erano di diversi tipi, che l’oplita usava tenere in un fodero appeso a tracolla, di legno rivestito di cuoio. La più diffusa, della ξύφος, aveva un’elsa cruciforme e una lama dritta, a doppio taglio e a forma di “foglia” più larga verso l’impugnatura, per una lunghezza della lama di circa settantacinque centimetri. Ma a partire dal VI secolo a.C. si diffusero anche spade di probabile influenza orientale, a un taglio, l’una a mo’ di scimitarra, con il dorso dritto o appena concavo, e l’altra a forma di sciabola ricurva, denominate rispettivamente κοπίς e μάχαιρα, lunghe circa sessanta/sessantacinque centimetri, con l’elsa spesso a forma di uccello o comunque a testa di animale, e con un’accentuata uncinatura per la protezione delle nocche.

*****************************************************************************************************

Bibliografia (aggiornata) di approfondimento:

 

E. Anson, The General’s Pre-Battle Exhortation in Graeco-Roman Warfare, G&R 57 (2010), pp. 304-318.

B. Bertosa, The Supply of Hoplite Equipment by the Athenian State down to the Lamian War, JMH 67 (2003), pp. 361-379.

P. Cartledge, Hoplites and Heroes: Sparta’s Contribution to the Technique of Ancient Warfare, JHS 97 (1977), pp. 11-27.

M.R. Christ, Conscription of Hoplites in Classical Athens, CQ 51 (2001), pp. 398-422.

F. Echeverría, Hoplite and Phalanx in Archaic and Classical Greece: A Reassessment, ClPh 107 (2012), pp. 291-318.

A. French, Solon’s Hoplite Assessment, Historia 10 (1961), pp. 510-512.

A.W. Gomme, The Athenian Hoplite Force in 431 B.C., CQ 21 (1927), pp. 142-150.

C.R. Hallpike – W.G. Runciman, Greek Hoplites, JRAI 5 (1999), pp. 627-629.

A.H. Jackson, An Early Corinthian Helmet in the Manchester Museum, ABSA 99 (2004), pp. 273-282.

D. Kagan – G.F. Viggiano, Men of Bronze: Hoplite Warfare in Ancient Greece, Princeton 2013.

P. Krentz, The Nature of Hoplite Battle, ClAnt. 4 (1985), pp. 50-61.

Id., Fighting by the Rules: The Invention of the Hoplite Agôn, JASCSA 71 (2002), pp. 23-39.

J.F. Lazenby – D. Whitehead, The Myth of the Hoplite’s Hoplon, CQ 46 (1996), pp. 27-33.

J.E. Lendon, Soldiers and Ghosts: A History of Battle in Classical Antiquity, Yale 2005.

L. Rawlings, The Ancient Greeks at War, Manchester 2007.

R.T. Ridley, The Hoplite as Citizen: Athenian Military Institutions in Their Social Context, AntCl 48 (1979), pp. 508-548.

W. Rieß – G.G. Fagan, The Topography of Violence in the Greco-Roman World, Ann Arbor 2016, pp. 162-194.

W.G. Runciman, Greek Hoplites, Warrior Culture, and Indirect Bias, JRAI 4 (1998), pp. 731-751.

J. Salmon, Political Hoplites?, JHS 97 (1977), pp. 84-101.

A.M. Snodgrass, The Hoplite Reform and History, JHS 85 (1965), pp. 110-122.

Id., Archaeology and the Emergence of Greece, Edinburgh 2006, pp. 309-330; pp. 344-360.

W. E. Thompson, Three Thousand Acharnian Hoplites, Historia 13 (1964), pp. 400-413.

H. Van Wees, The Homeric Way of War: The ‘Iliad’ and the Hoplite Phalanx (I), G&R 41 (1994), pp. 1-18; 131-155.

J.R. Zorn, A Note on the Depiction of a Hoplite on a Sherd from Ashkelon, BASOR 372 (2014), pp. 35-38.