Il grande incendio di Roma (18 luglio 64 d.C.)

Tac., Ann. XV 38-41 (trad. it. B. Ceva)

 

Hubert Robert, L’Incendie de Rome. Olio su tela, 1771. Le Havre, Musée d’art moderne André-Malraux.

 

Sequitur clades, forte an dolo principis incertum (nam utrumque auctores prodidere), sed omnibus quae huic urbi per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior. initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit. neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. impetu peruagatum incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus inferiora populando, antiit remedia uelocitate mali et obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. ad hoc lamenta pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae aetas, quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. et saepe dum in tergum respectant lateribus aut fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in eodem casu reperiebant. postremo, quid uitarent quid peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam amissis omnibus fortunis, diurni quoque uictus, alii caritate suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio interiere. nec quisquam defendere audebat, crebris multorum minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces iaciebant atque esse sibi auctore‹m› uociferabantur, siue ut raptus licentius exercerent seu iussu.

 

Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia del principe, poiché gli storici interpretarono la cosa nell’un modo e nell’altro. È certo però che questo incendio per la sua violenza ebbe effetti più terribili e spaventosi di tutti gli incendi precedenti. Cominciò in quella parte del circo, che è contigua ai colli del Palatino e del Celio, dove il fuoco, appena scoppiato nelle botteghe in cui si trovavano merci infiammabili, subito divampò violento alimentato dal vento ed avvolse il circo per tutta la sua lunghezza, poiché non vi erano palazzi con recinti o templi circondati da mura o qualunque altra difesa che potesse arrestare la marcia delle fiamme. Spinto dalla violenza l’incendio si diffuse dapprima nei luoghi piani, poi salì ai colli e poi di nuovo invase devastando i luoghi bassi e con la sua rapidità prevenne ogni possibilità di rimedio, poiché il fuoco si appiccava con estrema facilità alle vie strette e tortuose e agli immensi agglomerati di case della vecchia Roma. A tutto ciò s’aggiungevano le grida lamentose delle donne atterrite e l’impaccio dei vecchi malfermi e dei bambini e coloro che cercavano di salvare sé e quelli che cercavano invece di aiutare altri, o trascinando i malati, o fermandosi ad aspettarli; chi s’indugiava, chi si precipitava, tutto era causa d’ingombro e d’impedimento. Avveniva spesso che qualcuno, mentre si sorvegliava le spalle, si trovava circondato dalle fiamme ai fianchi e di fronte; altri, poi, che erano fuggiti nelle vicinanze le trovavano già invase dall’incendio, e quelle località che avevano creduto immuni dal fuoco per la loro lontananza, vedevano, invece, avvolte nella medesima rovina. Alla fine, non sapendo più da quali luoghi fuggire ed in quali trovar riparo, si riversarono nelle vie e si buttarono prostrati nei campi; alcuni, per aver perduto ogni possibilità finanziaria anche per la vita di tutti i giorni, altri, invece, per la disperazione di non aver potuto salvare i propri cari, si abbandonarono inerti alla morte, pur avendo una possibilità di salvarsi. Nessuno poi aveva il coraggio di tentare qualche cosa contro l’incendio, di fronte alle frequenti minacce di coloro che ne impedivano l’estinzione ed alla vista di quelli che scagliavano torce ardenti e che dichiaravano a gran voce che avevano ricevuto un ordine, sia che facessero ciò per rapinare in piena libertà, sia che in realtà eseguissero un comando.

 

Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis hortos continuauerat, ignis propinquaret. neque tamen sisti potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum haurirentur. sed solacium populo exturbato ac profugo campum Martis ac monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab Ostia et propinquis municipiis pretiumque frumenti minutum usque ad ternos nummos. quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis cladibus adsimulantem.

 

In quel momento Nerone era ad Anzio, e non ritornò a Roma finché le fiamme non s’avvicinarono a quella casa che egli aveva edificato per congiungere il palazzo coi giardini di Mecenate. Non si poté, tuttavia, impedire al fuoco di avvolgere e distruggere il palazzo, la casa e tutti i luoghi circostanti. Per confortare il popolo vagante qua e là senza dimora, aperse il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, dove fece innalzare delle costruzioni improvvisate per offrire un rifugio alla moltitudine in miseria. Da Ostia e dai vicini municipi fece venire oggetti di prima necessità, fece ridurre il prezzo del grano a tre nummi per moggio. Tutti questi provvedimenti, per quanto di carattere popolare, non ebbero eco nel favore del popolo, perché si era diffusa la voce che nello stesso momento in cui la città era preda delle fiamme egli fosse salito sul palcoscenico del palazzo, ed avesse cantato l’incendio di Troia, raffigurando in quell’antica rovina la presente sventura.

 

Edicola. Cotto e marmo. Caserma della VII Cohors Vigilum, Trastevere (Roma).

 

Sexto demum die apud imas Esquilias finis incendio factus, prorutis per immensum aedificiis ut continuae violentiae campus et velut vacuum caelum occurreret. necdum pos‹i›t‹us› metus aut redierat plebi ‹spes›: rursum grassatus ignis patulis magis urbis locis; eoque strages hominum minor, delubra deum et porticus amoenitati dicatae latius procidere. plusque infamiae id incendium habuit quia praediis Tigellini Aemilianis proruperat videbaturque Nero condendae urbis novae et cognomento suo appellandae gloriam quaerere. quippe in regiones quattuordecim Roma dividitur, quarum quattuor integrae manebant, tres solo tenus deiectae: septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semusta.

 

Alla fine, sei giorni dopo, l’incendio cominciò a languire alle pendici dell’Esquilino, dopo che per larghissimo spazio erano stati abbattuti degli edifici, per lasciare all’incessante imperversare delle fiamme uno spazio vuoto e quasi il vuoto cielo. Lo spavento, tuttavia, non era ancora cessato né il popolo si era riavuto alla speranza, quando di nuovo il fuoco infuriò in località della città più aperte, per cui fu minore la strage di uomini; fu, pertanto, più ampia la distruzione di templi dedicati al culto degli dèi e portici destinati ai passeggi pubblici. Questo secondo incendio suscitò maggiore sdegno, perché era scoppiato nei Giardini Emiliani, uno dei possedimenti di Tigellino, per cui sembrava che Nerone volesse per sé la gloria di fondare una nuova città e di chiamarla col suo nome. Roma, infatti, era divisa in quattordici quartieri, dei quali quattro rimanevano intatti, tre abbattuti al suolo, degli altri sette rimanevano solo pochi ruderi rovinati ed abbruciacchiati.

 

Domuum et insularum et templorum quae amissa sunt numerum inire haud promptum fuerit: sed uetustissima religione, quod Seruius Tullius Lunae et magna ara fanumque quae praesenti Herculi Arcas Euander sacrauerat, aedesque Statoris Iouis uota Romulo Numaeque regia et delubrum Uestae cum Penatibus populi Romani exusta; iam opes tot uictoriis quaesitae et Graecarum artium decora, exim monumenta ingeniorum antiqua et incorrupta, ‹ut› quamuis in tanta resurgentis urbis pulchritudine multa seniores meminerint quae reparari nequibant. fuere qui adnotarent XIIII Kal. Sextilis principium incendii huius ortum, et quo Senones captam urbem inflammauerint. alii eo usque cura progressi sunt ut totidem annos mensisque et dies inter utraque incendia numerent.

 

Non è facile dare il numero delle case, degli isolati, e dei templi che andarono perduti. Fra questi vi furono quelli di più antico culto che Servio Tullio aveva dedicato alla Luna, la grande ara e il tempietto che l’Arcade Evandro aveva consacrato al nume presente di Ercole; furono inoltre arsi il tempio votato a Giove Statore da Romolo e la reggia di Numa e il santuario di Vesta con i penati del popolo romano. Furono così perduti ricchezze conquistate in tante vittorie e capolavori dell’arte greca, e con essi gli antichi e originali documenti degli uomini di genio, tanto che, per quanto Roma fosse risolta splendida, molte cose i vecchi ricordavano che non avrebbero più potuto essere rifatte. Vi furono coloro che notarono che l’incendio era scoppiato quattordici giorni avanti le calende di Agosto, lo stesso giorno in cui i Galli Senoni, presa Roma, l’avevano incendiata. Altri andarono più in là nel calcolo, in modo da stabilire che tra i due incendi era intercorso lo stesso numero di anni e di mesi e di giorni.

 

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Suet. Nero 38 (trad. it. F. Dessì)

 

Karl Theodor von Piloty, Nero nach dem Brande Roms. Olio su tela, 1860. Budapest und München.

 

Sed nec populo aut moenibus patriae pepercit. dicente quodam in sermone communi:

 

ἐμοῦ θανόντος γαῖα μειχθήτω πυρί,

 

«immo», inquit, «ἐμοῦ ζῶντος», planeque ita fecit. nam quasi offensus deformitate ueterum aedificiorum et angustiis flexurisque uicorum, incendit urbem tam palam, ut plerique consulares cubicularios eius cum stuppa taedaque in praediis suis deprehensos non attigerint, et quaedam horrea circa domum Auream, quorum spatium maxime desiderabat, [ut] bellicis machinis labefacta atque inflammata sint, quod saxeo muro constructa erant. per sex dies septemque noctes ea clade saeuitum est ad monumentorum bustorumque deuersoria plebe compulsa. tunc praeter immensum numerum insularum domus priscorum ducum arserunt hostilibus adhuc spoliis adornatae deorumque aedes ab regibus ac deinde Punicis et Gallicis bellis uotae dedicataeque, et quidquid uisendum atque memorabile ex antiquitate durauerat. hoc incendium e turre Maecenatiana prospectans laetusque «flammae», ut aiebat, «pulchritudine», Halosin Ilii in illo suo scaenico habitu decantauit. ac ne non hinc quoque quantum posset praedae et manubiarum inuaderet, pollicitus cadauerum et ruderum gratuitam egestionem nemini ad reliquias rerum suarum adire permisit; conlationibusque non receptis modo uerum et efflagitatis prouincias priuatorumque census prope exhausit.

 

Ma non risparmiò nemmeno il popolo né le mura della sua patria. Quando un tale, durante una conversazione, citò il verso greco:

 

Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco,

 

Nerone disse: «Anzi, che scompaia mentre sono vivo!», e realizzò completamente questo suo desiderio. Infatti, come se si sentisse ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalla strettezza delle strade sinuose, incendiò Roma in modo così sfacciatamente palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro proprietà i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini di grano, vicini alla Domus Aurea e di cui Nerone desiderava occupare l’area, vennero demoliti con macchine da guerra e incendiati, perché erano costruiti in pietra. Quel flagello incrudelì per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero infinito di case popolari, furono divorate dall’incendio anche le case degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dèi, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di esser visto o ricordato fin dall’antichità.

Nerone, mentre contemplava l’incendio dalla torre di Mecenate, «allietato – sono le sue parole – dalla bellezza delle fiamme», cantò La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena. E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantità possibile di preda e di spoglie, promise di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, vietando a chiunque di avvicinarsi ai resti dei propri averi. Non soltanto accettò dei contributi, ma ne richiese in tale misura che rovinò le province e i privati.

 

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CIL VI 826 = ILS 4914

 

Ara dell’incendio neroniano. Altare, travertino e marmo, post 81 d.C. ca. Roma, P.zzo Sant’Andrea.

 

Haec area intra hanc / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / [[[Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto)]]] / [[[Germanico]]] ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre // Haec area intra hancce / definitionem cipporum / clausa ueribus et ara quae / est inferius dedicata est ab / Imp(eratore) Caesare Domitiano Aug(usto) / Germanico ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / nego<t=C>iari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit sacrum faciat / aliusue quis magistratus / Uolcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robeo / et uerre <f=R>ac(tis) precationibus / infra script<is=AM> aedi[‒ ‒ ‒] K(alendas) Sept(embres) / ianist[‒ ‒ ‒] / [‒ ‒ ‒] dari [‒ ‒ ‒]quaes[‒ ‒ ‒] / quod imp(erator) Caesar Domitianus / Aug(ustus) Germanicus pont(ifex) max(imus) / constituit Q[‒ ‒ ‒] / fieri // ex uoto suscepto / quod diu erat neglectum nec / redditum incendiorum / arcendorum causa / quando urbs per nouem dies / arsit Neronianis temporibus / hac lege dedicata est ne cui / liceat intra hos terminos / aedificium exstruere manere / negotiari arborem ponere / aliudue quid serere / et ut praetor cui haec regio / sorti obuenerit litaturum se sciat / aliusue quis magistratus / Volcanalibus X K(alendas) Septembres / omnibus annis uitulo robio / et uerre.

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La morte di Agrippina (Tac. Ann. VI 25)

di Annales ab excessu divi Augusti. Cornelius Tacitus, Charles D. Fisher (ed.), Oxford 1906; Publio Cornelio Tacito, Annali, vol. I, intr. C. Questa, trad. it. B. Ceva, Milano 2011, pp. 398-399 (con modifiche).

 

Nondum is dolor exoleverat, cum de Agrippina auditum, quam interfecto Seiano spe sustentatam provixisse reor et, postquam nihil de saevitia remittebatur, voluntate extinctam, nisi si negatis alimentis adsimulatus est finis, qui videretur sponte sumptus. enimvero Tiberius foedissimis criminationibus exarsit, impudicitiam arguens et Asinium Gallum adulterum, eiusque morte ad taedium vitae compulsam. sed Agrippina aequi impatiens, dominandi avida, virilibus curis feminarum vitia exuerat. eodem die defunctam, quo biennio ante Seianus poenas luisset, memoriaeque id prodendum addidit Caesar iactavitque quod non laqueo strangulata neque in Gemonias proiecta foret. actae ob id grates decretumque ut quintum decimum kal. Novembris, utriusque necis die, per omnis annos donum Iovi sacraretur.

Statua di Agrippina Maggiore. Marmo e stucco, opera romana dal modello della 'Grande Ercolanese'. I secolo d.C., da Tindari (Messina). Palermo, Museo Archeologico Nazionale 'A. Salinas'.

Agrippina Maggiore. Statua (tipo Grande Ercolanese), marmo e stucco, I sec. d.C., da Tindari. Palermo, Museo Archeologico Nazionale ‘A. Salinas’.

Non era ancora dimenticato questo dolore, quando si venne a sapere della morte di Agrippina, che penso abbia continuato a vivere, dopo la morte di Seiano, sostenuta dalla speranza, e poi, di fronte all’irriducibile crudeltà di Tiberio, si sia lasciata volutamente morire, a meno che non le avessero negato il cibo, simulando una morte che sembrasse volontaria. In realtà Tiberio proruppe nei più turpi vituperi contro di lei, tacciandola di dissolutezza e di adulterio con Asinio Gallo, la cui morte l’avrebbe indotta a disprezzare la vita. Agrippina, invece, insofferente di stare alla pari degli altri, avida di potere, agitata da passioni virili, aveva cancellato ogni debolezza del sesso. Il fatto che lei fosse morta lo stesso giorno, in cui, due anni prima, Seiano aveva pagato il fio dei suoi delitti, fu sottolineato da Tiberio come evento memorabile, e si vantò di non averla fatta strangolare e gettare sulle Gemonie. Per questo, ricevette i ringraziamenti del Senato, che decretò che, ogni anno, nel quindicesimo giorno prima delle Calende di Novembre (= il 18 di Ottobre), ricorrenza delle due morti, fosse fatta un’offerta a Giove.

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Bibliografia di approfondimento:

J. Burns, Great Women of Imperial Rome: Mothers and Wives of the Caesars, New York 2006.

M.P. Charlesworth, The Banishment of the Elder Agrippina, CPh 17 (1922), pp. 260-261.

E. Groag et alii (Hgr.), Prosopographia Imperii Romani saeculi I (PIR 1), Berlin 1933, V 463

R.S. Rogers, The Conspiracy of Agrippina, TAPA 62 (1931), pp. 141-168.

F. Sampoli, Le grandi donne di Roma antica, Roma 2003.

D.C.A. Shotter, Agrippina the Elder: A Woman in a Man’s World, Historia 49 (2000), pp. 341-357.

S. Wood, Memoriae Agrippinae: Agrippina the Elder in Julio-Claudian Art and Propaganda, AJA 92 (1988), pp. 409-426.

La morte di Germanico, 10 ottobre 19 d.C.

Tac. Ann. II 69-73; C.D. Fisher (ed.), Annales ab excessu divi Augusti, Cornelius Tacitus, Oxford 1906; trad. personale (confronto con Publio Cornelio Tacito, Annali, introd. C. Questa, trad. B. Ceva, testo latino a fronte, Milano 2011, pp. 168-173).

 

[69] At Germanicus Aegypto remeans cuncta, quae apud legiones aut urbes iusserat abolita vel in contrarium versa cognoscit. hinc graves in Pisonem contumeliae, nec minus acerba quae ab illo in Caesarem intentabantur. dein Piso abire Syria statuit. mox adversa Germanici valetudine detentus, ubi recreatum accepit votaque pro incolumitate solvebantur, admotas hostias, sacrificalem apparatum, festam Antiochensium plebem per lictores proturbat. tum Seleuciam degreditur, opperiens aegritudinem, quae rursum Germanico acciderat. saevam vim morbi augebat persuasio veneni a Pisone accepti; et reperiebantur solo ac parietibus erutae humanorum corporum reliquiae, carmina et devotiones et nomen Germanici plumbeis tabulis insculptum, semusti cineres ac tabo obliti aliaque malefica quis creditur animas numinibus infernis sacrari. simul missi a Pisone incusabantur ut valetudinis adversa rimantes.

E pertanto Germanico, rientrato dall’Egitto, venne a sapere che tutto ciò che egli aveva ordinato sia alle legioni, sia alle città, era stato annullato o eseguito in senso contrario. Di qui pesanti accuse furono intentate a Pisone, e non meno dure furono le proteste che quello rinfacciò a Cesare. Perciò, Pisone decise di andarsene dalla Siria. Dopo aver poi desistito a causa della malattia di Germanico, quando seppe che si stavano sciogliendo i voti fatti per la salute di quello, sconvolse servendosi dei littori i preparativi per il sacrificio, portate via le vittime, e i festeggiamenti del popolo di Antiochia. Allora scese a Seleucia, attendendo l’esito della malattia che aveva di nuovo colpito Germanico. La convinzione di essere stato avvelenato da Pisone accresceva la furiosa violenza del male; e erano stati trovati, estratti dal suolo e dalle pareti, resti di corpi umani, formule d’invocazione e il nome di Germanico inciso su tavolette di piombo, ossa non ancora incenerite e coperte di sangue rappreso e altri incantesimi, con i quali si crede che si possano consacrare le anime agli dèi inferi. Nello stesso tempo gli inviati di Pisone erano accusati di spiare l’aggravarsi della malattia.

Germanico. Statua loricata (dettaglio della testa), bronzo, I sec. d.C. Amelia, Museo civico.

Germanico. Statua loricata (dettaglio della testa), bronzo, I sec. d.C. Amelia, Museo civico.

[70] Ea Germanico haud minus ira quam per metum accepta. si limen obsideretur, si effundendus spiritus sub oculis inimicorum foret, quid deinde miserrimae coniugi, quid infantibus liberis eventurum? lenta videri veneficia: festinare et urgere, ut provinciam, ut legiones solus habeat. sed non usque eo defectum Germanicum, neque praemia caedis apud interfectorem mansura. componit epistulas quis amicitiam ei renuntiabat: addunt plerique iussum provincia decedere. nec Piso moratus ultra navis solvit moderabaturque cursui, ‹ut› qui propius regrederetur si mors Germanici Syriam aperuisset.

Queste notizie giunsero a Germanico, che le accolse non meno con sdegno che con timore. Se casa sua fosse stata messa sotto assedio, ed avesse dovuto morire sotto gli occhi dei suoi stessi avversari, che cosa sarebbe mai capitato alla sua infelicissima consorte e ai figli ancora bambini? Il veleno sembrò lento ad agire: Pisone s’affrettava e s’affannava per poter avere da solo la provincia e le legioni. Ma Germanico non era sfinito fino a quel punto, né all’uccisore sarebbe andato il premio dell’assassinio. Egli gli scrisse una lettera nella quale dichiarava che gli avrebbe tolto l’amicizia: e molti aggiungono che gli avesse ordinato di andarsene dalla provincia. E Pisone, non trattenendosi più a lungo, salpò facendo una lenta navigazione per poter più rapidamente ritornare, qualora la morte di Germanico gli avesse concesso la Siria.

 

[71] Caesar paulisper ad spem erectus, dein fesso corpore, ubi finis aderat, adsistentis amicos in hunc modum adloquitur: «si fato concederem, iustus mihi dolor etiam adversus deos esset, quod me parentibus liberis patriae intra iuventam praematuro exitu raperent: nunc scelere Pisonis et Plancinae interceptus ultimas preces pectoribus vestris relinquo: referatis patri ac fratri, quibus acerbitatibus dilaceratus, quibus insidiis circumventus miserrimam vitam pessima morte finierim. si quos spes meae, si quos propinquus sanguis, etiam quos invidia erga viventem movebat, inlacrimabunt quondam florentem et tot bellorum superstitem muliebri fraude cecidisse. erit vobis locus querendi apud senatum, invocandi leges. non hoc praecipuum amicorum munus est, prosequi defunctum ignavo questu, sed quae voluerit meminisse, quae mandaverit exequi. flebunt Germanicum etiam ignoti: vindicabitis vos, si me potius quam fortunam meam fovebatis. ostendite populo Romano divi Augusti neptem eandemque coniugem meam, numerate sex liberos. misericordia cum accusantibus erit fingentibusque scelesta mandata aut non credent homines aut non ignoscent». iuravere amici dextram morientis contingentes spiritum ante quam ultionem amissuros.

Cesare, rianimatosi per breve tempo alla speranza, poi sentendo le forze venir meno e vicina la morte, così parlò agli amici che gli stavano intorno: «Se io me ne andassi per volere del fato, sarebbe legittimo il mio dolore anche contro gli dèi, che con morte prematura mi strapperebbero nel fior della giovinezza ai genitori, ai figli, alla patria: ora, tolto di mezzo dalla congiura di Pisone e di Plancina, io affido al vostro affetto le mie ultime volontà: riferite al padre e al fratello da quali amarezze dilaniato, da quali insidie circuito, io abbia finito con una terribile morte una infelicissima vita. Se qualcuno nutriva speranza in me mentre ero in vita, per i vincoli di sangue, e persino per uno spirito di rivalità, un giorno compiangerà me fortunato e sopravvissuto a tante battaglie per essere caduto a causa degli intrighi di una donna fedifraga. Non vi mancherà l’occasione di fare in Senato le vostre lamentele e di invocare le leggi. Il principale compito degli amici non sta nell’accompagnare il morto con vani gemiti, ma sta nel non dimenticare mai i suoi desideri, e nel porre in atto le sue volontà. Piangeranno Germanico anche coloro che non l’hanno mai conosciuto; mi vendicherete voi, se, più che la mia fortuna, avete amato me. Mostrate al popolo romano la nipote del divo Augusto e moglie mia, ricordategli i miei sei figli. La misericordia sarà dalla parte degli accusatori, e a coloro che fingeranno di aver avuto delittuosi incarichi gli uomini o non presteranno fede o non perdoneranno». Gli amici, toccando la mano del morente, giurarono che avrebbero perso la vita piuttosto che l’occasione per vendicarlo.

 

[72] Tum ad uxorem versus per memoriam sui, per communis liberos oravit exueret ferociam, saevienti fortunae summitteret animum, neu regressa in urbem aemulatione potentiae validiores inritaret. haec palam et alia secreto per quae ostender‹e› credebatur metum ex Tiberio. neque multo post extinguitur, ingenti luctu provinciae et ‹cir›cumiacentium populorum. indoluere exterae nationes regesque: tanta illi comitas in socios, mansuetudo in hostis; visuque et auditu iuxta venerabilis, cum magnitudinem et gravitatem summae fortunae retineret, invidiam et adrogantiam effugerat.

Egli allora, rivoltosi alla moglie, la scongiurò che, in nome della sua memoria e dei figli comuni, deponesse l’asprezza del carattere, si piegasse dinanzi alla sorte crudele, e, ritornata in Roma, non urtasse la suscettibilità dei più potenti. Queste cose disse pubblicamente alla moglie, mentre di altre parlò con lei soltanto in privato, per le quali si credette che avesse confessato la propria paura nei confronti di Tiberio. Poco dopo spirò nel profondo lutto della provincia e delle popolazioni circonvicine. Se ne dolsero le genti e i sovrani stranieri: tanti grandi erano state la sua affabilità verso gli alleati, la sua mitezza nei confronti dei nemici; il rispetto che incuteva nel vederlo e nell’ascoltarlo, egli che, pur conservando la dignitosa gravità della sua somma fortuna, si era sottratto all’invidia e alla presuntuosa arroganza.

Nicola Poussin, La morte di Germanico. Olio su tela, 1628. Minneapolis, Institute of Arts.

Nicolas Poussin, La Mort de Germanicus. Olio su tela, 1628. Minneapolis, Institute of Arts.

[73] Funus sine imaginibus et pompa per laudes ac memoriam virtutum eius celebre fuit. et erant qui formam, aetatem, genus mortis ob propinquitatem etiam locorum in quibus interiit, magni Alexandri fatis adaequarent. nam utrumque corpore decoro, genere insigni, haud multum triginta annos egressum, suorum insidiis externas inter gentis occidisse: sed hunc mitem erga amicos, modicum voluptatum, uno matrimonio, certis liberis egisse, neque minus proeliatorem, etiam si temeritas afuerit praepeditusque sit perculsas tot victoriis Germanias servitio premere. quod si solus arbiter rerum, si iure et nomine regio fuisset, tanto promptius adsecuturum gloriam militiae quantum clementia, temperantia, ceteris bonis artibus praestitisset. corpus antequam cremaretur nudatum in foro Antiochensium, qui locus sepulturae destinabatur, praetuleritne veneficii signa parum constitit; nam ut quis misericordia in Germanicum et praesumpta suspicione aut favore in Pisonem pronior, diversi interpret‹ab›antur.

I funerali senza la processione delle immagini degli antenati e senza alcun fasto, furono nondimeno solenni per gli elogi e la rievocazione delle sue virtù. E c’era chi lo paragonava ad Alessandro Magno per la prestanza fisica, per l’età e per il modo in cui morì e per la vicinanza dei luoghi ove era scomparso. L’uno e l’altro, infatti, avevano un bel corpo, erano nobili di stirpe, di età non molto superiore ai trent’anni, ed entrambi erano stati uccisi dalle insidie dei loro fra genti straniere; ma Germanico gentile verso gli amici, e moderato nei piaceri, si era legato in matrimonio con una sola donna ed aveva avuto solo figli legittimi; non fu da meno anche come guerriero, anche se non aveva avuto la stessa temerarietà di quello e fosse stato ostacolato nel asservire totalmente la Germania, già fiaccata da tante vittorie. Se Germanico fosse stato solo arbitro delle imprese e re di diritto e di nome, tanto più rapidamente avrebbe conquistato la gloria militare, quanto più superava Alessandro per generosità, per dominio di sé e per ogni buona qualità dell’animo. Non risulta che, prima di essere cremato, il corpo denudato nel foro di Antiochia, che era stato scelto per la cerimonia, rivelasse segni di avvelenamento: infatti, i vari indizi si interpretavano in diverso modo, a seconda che ciascuno fosse più portato alla misericordia verso Germanico e alla presunzione del sospetto, oppure fosse più favorevole verso Pisone.

 

Per approfondire si vd.:

G.J.D. Aalders, Germanicus und Alexander der Große, Historia 10 (1961), pp. 382-384.

H.W. Bird, Tiberius, Piso, and Germanicus: Further Considerations, ACl 30 (1987), pp. 72-75.

A. Blunt, Poussin’s “Death of Germanicus” Lent to Paris, Burlingt Mag 115 (1973), pp. 533-534; 536.

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