Strane metamorfosi degli uomini (August. de civ. Dei XVIII 17)

di Agostino, La città di Dio, a cura di L. Alici, Milano 2015, pp. 876-877.

 

Hoc Varro ut astruat, commemorat alia non minus incredibilia de illa maga famosissima Circe, quae socios quoque Vlixis mutauit in bestias, et de Arcadibus, qui sorte ducti tranabant quoddam stagnum atque ibi conuertebantur in lupos et cum similibus feris per illius regionis deserta uiuebant. Si autem carne non uescerentur humana, rursus post nouem annos eodem renatato stagno reformabantur in homines. Denique etiam nominatim expressit quendam Demaenetum gustasse de sacrificio, quod Arcades immolato puero deo suo Lycaeo facere solerent, et in lupum fuisse mutatum et anno decimo in figuram propriam restitutum pugilatum sese exercuisse et Olympiaco uicisse certamine. Nec idem propter aliud arbitratur historicus in Arcadia tale nomen adfictum Pani Lycaeo et Ioui Lycaeo nisi propter hanc in lupos hominum mutationem, quod eam nisi ui diuina fieri non putarent. Lupus enim Graece λύκος dicitur, unde Lycaei nomen apparet inflexum. Romanos etiam Lupercos ex illorum mysteriorum ueluti semine dicit exortos.

Sucellos (o Silvanus). Statuetta, bronzo, I-II sec. d.C. ca., da Mours-Saint-Eusèbe. Valence, Musée des Beaux-Arts et d'Archéologie.

Sucellos (o Silvanus). Statuetta, bronzo, I-II sec. d.C. ca., da Mours-Saint-Eusèbe. Valence, Musée des Beaux-Arts et d’Archéologie.

 

A riprova di ciò Varrone ricorda altri fatti non meno incredibili intorno alla famosissima maga Circe, la quale trasformò in bestie anche i compagni di Ulisse, e intorno agli Arcadi che, designati a sorte, attraversavano a nuoto uno stagno dove venivano trasformati in lupi e vivevano nei luoghi solitari di quella regione assieme a quelle belve feroci. Se però non mangiavano carne umana, di nuovo dopo nove anni, riattraversando lo stagno, diventavano uomini. Egli infine ricorda espressamente che un certo Demeneto, dopo aver gustato il sacrificio che di solito gli Arcadi offrivano immolando un fanciullo al loro dio Liceo, fu trasformato in lupo e dopo dieci anni, restituitegli le umane sembianze, si esercitò nel pugilato e vinse i giochi olimpici. Lo stesso storico ritiene che in Arcadia quel nome fu attribuito a Pan Liceo e a Giove Liceo, precisamente per questa trasformazione degli uomini in lupi, che ritennero possibile soltanto grazie ad una forza divina. In greco lupo si dice infatti lykos, da cui sembra essere derivato il nome Liceo. Si dice ancora che i Lupercali romani abbiano tratto origine da quei misteri.

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Il racconto di Nicerote (Petr. Satyr. 61-62)

di Satyricon di Petronio, a cura di V. Ciaffi, Torino 19672, pp. 168-173 (testo latino, trad. e note); cfr. Gaio Petronio, Satyricon, a cura di M. Scarsi, pref. G. Chiarini, con testo a fronte, Firenze 1996, pp. 82-85 (trad.)

 

[61, 1] Postquam ergo omnes bonam mentem bonamque valitudinem sibi optarunt, [2] Trimalchio ad Nicerotem respexit, et «Solebas – inquit – suavius esse in convictu; nescio quid nunc taces nec muttis. Oro te, sic felicem me videas, narra illud quod tibi usu venit». [3] Niceros delectatus affabilitate amici «Omne me – inquit – lucrum transeat, nisi iam dudum gaudimonio dissilio, quod te talem video. [4] Itaque hilaria mera sint, etsi timeo istos scholasticos, ne me rideant. Viderint, narrabo tamen. Quid enim mihi aufert, qui ridet? Satius est rideri quam derideri». [5] «Haec ubi dicta dedit», talem fabulam exorsus est:

[6] «Cum adhuc servirem, habitabamus in Vico Angusto; nune Gavillae domus est. Ibi, quomodo dii volunt, amare coepi uxorem Terentii coponis; noveratis Melissam Tarentinam, pulcherrimum bacciballum. [7] Sed ego non mehercules corporaliter aut propter res venerias curavi, sed magis quod benemoria fuit. [8] Si quid ab illa petii, nunquam mihi negatum; fecit assem, semissem habui; in illius sinum demandavi, nec unquam fefellitus sum. [9] Huius contubernalis ad villam supremum diem obiit. Itaque per scutum per ocream egi aginavi, quemadmodum ad illam pervenirem; nam, ut aiunt, in angustiis amici apparent.

 

[62, 1] Forte dominus Capuae exierat ad scruta scita expedienda. [2] Nactus ego occasionem persuadeo hospitem nostrum, ut mecum ad quintum miliarium veniat. Erat autem miles, fortis tanquam Orcus. [3] Apoculamus nos circa gallicinia; luna lucebat tanquam meridie. [4] Venimus intra monimenta: homo meus coepit ad stelas facere; sedeo ego cantabundus et stelas numero. [5] Deinde ut respexi ad comitem, ille exuit se et omnia vestimenta secundum viam posuit. Mihi anima in naso esse; stabam tanquam mortuus. [6] At ille circumminxit vestimenta sua, et subito lupus factus est. Nolite me iocari putare; ut mentiar, nullius patrimonium tanti facio. [7] Sed, quod coeperam dicere, postquam lupus factus est, ululare coepit et in silvas fugit. [8] Ego primitus nesciebam ubi essem; deinde accessi, ut vestimenta eius tollerem; illa autem lapidea facta sunt. Qui mori timore nisi ego? [9] Gladium tamen strinxi, et – matavitatan – umbras cecidi, donec ad villam amicae meae pervenirem. [10] In larvam intravi, paene animam ebullivi, sudor mihi per bifurcum volabat, oculi mortui; vix unquam refectus sum. [11] Melissa mea mirari coepit, quod tam sero ambularem, et “Si ante – inquit – venisses, saltem nobis adiutasses; lupus enim villam intravit et omnia pecora tanquam lanius sanguinem illis misit. Nec tamen derisit, etiam si fugit; servus enim noster lancea collum eius traiecit”. [12] Haec ut audivi, operire oculos amplius non potui, sed luce clara Gai nostri domum fugi tanquam copo compilatus; et postquam veni in illum locum, in quo lapidea vestimenta erant facta, nihil inveni nisi sanguinem. [13] Ut vero domum veni, iacebat miles meus in lecto tanquam bovis, et collum illius medicus curabat. Intellexi illum versipellem esse, nec postea cum illo panem gustare potui, non si me occidisses. [14] Viderint quid de hoc alii exopinissent; ego si mentior, genios vestros iratos habeam».

 

British Library, Rochester Bestiary, Inghilterra 1230 ca., Royal MS 12 F. XIII, f. 29r. Un branco di lupi assiste alla metamorfosi di un mannaro.

British Library, Rochester Bestiary, Inghilterra 1230 ca., Royal MS 12 F. XIII, f. 29r. Un branco di lupi assiste alla metamorfosi di un uomo in licantropo.

 

[61, 1] Dopo che tutti a questo punto ebbero fatto un brindisi per la buona salute della mente e del corpo, [2] Trimalcione si rivolse a Nicerote, e osservò: «Di solito tu a tavola eri più allegro. Va’ a capire perché oggi te ne stai muto e non fiati. Ti prego, se vuoi vedermi contento, racconta ciò che ti è successo». [3] Nicerote, lusingato dalla gentilezza dell’amico, esclamò: «Che mi scappi ogni affare, se già non schiatto di gioia a vederti così! [4] Su dunque, pensiamo solo a star allegri, anche se ho paura che ‘sti sapientoni ridano di me. Ma si mettano comodi, io racconterò lo stesso. Che ci perdo qualcosa a far ridere? Meglio far ridere che farsi deridere». [5] Pronunciate tali parole, attaccò questa storia:

[6] «Quando ero ancora un servo, si abitava in Vico Stretto; oggi è la casa di Gavilla. Lì, come gli dèi vogliono, incominciai a farmela con la moglie di Terenzio, l’oste; ricorderete Melissa di Taranto, la splendida cicciona. [7] Io però, per Ercole, non ero mica per il fisico, o per farci l’amore, che mi interessavo a lei, ma perché aveva un buon carattere. [8] Se le chiedevo qualcosa, non mi diceva mai di no; se guadagnava un soldo, mezzo soldo era per me; lo depositavo nel suo seno, e non sono mai rimasto fregato. [9] Il suo compagno morì mentre stava in campagna. Allora io sudai le proverbiali sette camicie per trovare il modo di arrivare da lei; infatti, come dicono, è nel momento del bisogno che si vedono gli amici.

[62, 1] Il caso volle che il mio padrone fosse andato a Capua per smerciarvi il meglio delle sue cianfrusaglie. [2] Colgo al volo l’occasione e convinco un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Si trattava di un soldato, forte come l’Orco. [3] Leviamo le chiappe verso il canto del gallo; c’era una luna che sembrava mezzogiorno. [4] Arriviamo in mezzo a un cimitero: il mio uomo si mette a farla tra le tombe, io mi siedo canticchiando e mi metto a contare le lapidi. [5] Poi mi volto verso il mio compare e vedo che quello è lì che si sveste e depone tutti gli abiti sul ciglio della strada. Mi sentivo il cuore in gola; stavo immobile come fossi morto. [6] Quello allora si mise a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si trasformò in lupo. Non pensate che stia scherzando; non mentirei per tutto l’oro del mondo. [7] Ma, come stavo dicendo, una volta diventato lupo, incominciò a ululare e sparì nella boscaglia. [8] Io sulle prime non capivo più dove fossi; poi mi avvicinai ai suoi abiti per prenderli; ma quelli erano diventati di pietra. Chi non poté morire di paura se non io stesso? [9] Tuttavia strinsi la mano alla spada, e, abracadabra, andai infilzando le ombre, finché non raggiunsi la tenuta della mia amica. [10] Entrai che parevo uno spettro, a momenti schiattavo, il sudore mi colava tra le chiappe e avevo gli occhi di un morto; ce ne volle per riprendermi. [11] La mia Melissa dapprima si meravigliò perché ero ancora in giro a quell’ora, e fece: “Se arrivavi un po’ prima, almeno ci davi una mano; un lupo si è introdotto nella fattoria e da vero macellaio ci ha sgozzato tutte le bestie. Però non l’ha fatta franca, anche se è riuscito a fuggire, ché un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia”. [12] A sentir questo, non potei più a chiuder occhio e sul far del giorno, via di corsa alla casa del nostro Gaio, come un oste rapinato; e una volta che giunsi in quel posto, dove gli abiti erano diventati pietra, non altro trovai altro che sangue. [13] Come poi tornai a casa trovai il mio soldato stravaccato sul letto come un bue, mentre il medico gli curava il collo. Compresi che era un lupo mannaro e da allora in poi non sarei più riuscito a dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. [14] Gli altri al riguardo la pensino come vogliono. Quanto a me, se mento, possano i vostri numi tutelari stramaledirmi».

 

 

Bibliografia di approfondimento:

 

G.B. Bronzini, Il lupo mannaro e le streghe di Petronio, Lares 54 (1988), pp. 198-201.

H.J. de Jonge, Pétrone 62, 9, Mnemosyne 24 (1971), pp. 401-402.

M. Gusso, Streghe, folletti e lupi mannari nel Satyricon di Petronio, CVRS 3 (1997), pp. 97-117.

A.W.J. Holleman, Lupus, lupercalia, lupa, Latomus 44 (1985), pp. 609-614.

S.M. Miller, Werewolves and “Ghost Words” in Petronius: mata vita tau, CPh 37 (1942), pp. 319-321.

M. Plaza, Derision and Conflict in Niceros’ Story (Petronius, Sat. 61,3 – 62, 14), Latomus 60 (2001), pp. 81-86.

M. Rissanen, The Hirpi Sorani and the Wolf Cults of Central Italy, Arctos 46 (2012), pp. 115-135.

M. Schuster, Der Werwolf und die Hexen. Zwei Schauenmürchen bei Petronius, WS 48 (1930), pp. 149-178.

I fantasmi (Plin. Ep. VII 27)

di Plinio il Giovane, Epistularum libri VII 27, in Opere di Plinio Cecilio Secondo, a cura di F. Trisoglio, vol. I, Torino 1973, pp. 748-755.

 

Plinius Surae suo s.

[1] Et mihi discendi et tibi docendi facultatem otium praebet. Igitur perquam velim scire, esse phantasmata et habere propriam figuram numenque aliquod putes an inania et vana ex metu nostro imaginem accipere.

[2] Ego ut esse credam in primis eo ducor, quod audio accidisse Curtio Rufo. Tenuis adhuc et obscurus obtinenti Africam comes haeserat. Inclinato die spatiabatur in porticu: offertur ei mulieris figura humana grandior pulchriorque; perterrito Africam se, futurorum praenuntiam, dixit; iturum enim Romam honoresque gesturum atque etiam cum summo imperio in eandem provinciam reversurum ibique moriturum. Facta sunt omnia. [3] Praeterea accedenti Carthaginem egredientique nave eadem figura in litore occurrisse narratur. Ipse certe implicitus morbo, futura praeteritis, adversa secundis auguratus, spem salutis nullo suorum desperante proiecit.

[4] Iam illud nonne et magis terribile et non minus mirum est, quod exponam, ut accepi? [5] Erat Athenis spatiosa et capax domus, sed infamis et pestilens. Per silentium noctis sonus ferri et, si attenderes acrius, strepitus vinculorum longius primo, deinde e proximo reddebatur: mox apparebat idolon, senex macie et squalore confectus, promissa barba, horrenti capillo; cruribus compedes, manibus catenas gerebat quatiebatque. [6] Inde inhabitantibus tristes diraeque noctes per metum vigilabantur; vigiliam morbus et crescente formidine mors sequebatur. Nam interdiu quoque, quamquam abscesserat imago, memoria imaginis oculis inerrabat, longiorque causis timoris timor erat. Deserta inde et damnata solitudine domus totaque illi monstro relicta; proscribebatur tamen, seu quis emere, seu quis conducere ignarus tanti mali vellet.

[7] Venit Athenas philosophus Athenodorus, legit titulum auditoque pretio, quia suspecta vilitas, percunctatus omnia docetur ac nihilo minus, immo tanto magis conducit. Ubi coepit advesperascere, iubet sterni sibi in prima domus parte, poscit pugillares, stilum, lumen ; suos omnes in interiora dimittit, ipse ad scribendum animum, oculos, manum intendit, ne vacua mens audita simulacra et inanes sibi metus fingeret. [8] Initio, quale ubique, silentium noctis, dein concuti ferrum, vincula moveri: ille non tollere oculos, non remittere stilum, sed offirmare animum auribusque praetendere. Tum crebrescere fragor, adventare et iam ut in limine, iam ut intra limen audiri. Respicit, videt agnoscitque narratam sibi effigiem. [9] Stabat innuebatque digito similis vocanti; hic contra, ut paulum exspectaret, manu significat rursusque ceris et stilo incumbit. Illa scribentis capiti catenis insonabat; respicit rursus idem quod prius innuentem nec moratus tollit lumen et sequitur. [10] Ibat illa lento gradu, quasi gravis vinculis; postquam deflexit in aream domus, repente dilapsa deserit comitem. Desertus herbas et folia concerpta signum loco ponit. [11] Postero die adit magistratus, monet, ut illum locum effodi iubeant. Inveniuntur ossa inserta catenis et implicita, quae corpus aevo terraque putrefactum nuda et exesa reliquerat vinculis; collecta publice sepeliuntur. Domus postea rite conditis manibus caruit.

[12] Et haec quidem affirmantibus credo; illud affirmare aliis possum: est libertus mihi non illitteratus. Cum hoc minor frater eodem lecto quiescebat. Is visus est sibi cernere quendam in toro residentem admoventemque capiti suo cultros atque etiam ex ipso vertice amputantem capillos. Ubi inluxit, ipse circa verticem tonsus, capilli iacentes reperiuntur. [13] Exiguum temporis medium, et rursus simile aliud priori fidem fecit. Puer in paedagogio mixtus pluribus dormiebat: venerunt per fenestras (ita narrat) in tunicis albis duo cubantemque detonderunt et, qua venerant, recesserunt. Hunc quoque tonsum sparsosque circa capillos dies ostendit. [14] Nihil notabile secutum, nisi forte quod non fui reus, futurus, si Domitianus sub quo haec acciderunt, diutius vixisset. Nam in scrinio eius datus a Caro de me libellus inventus est; ex quo coniectari potest, quia reis moris est summittere capillum, recisos meorum capillos depulsi, quod imminebat, periculi signum fuisse.

[15] Proinde rogo, eruditionem tuam intendas. Digna res est quam diu multumque consideres, ne ego quidem indignus, cui copiam scientiae tuae facias. [16] Licet etiam utramque in partem, ut soles, disputes, ex altera tamen fortius, ne me suspensum incertumque dimittas, cum mihi consulendi causa fuerit, ut dubitare desinerem. Vale.

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Gaio Plinio invia i suoi saluti al caro Sura.

[1] Il tempo disponibile che abbiamo offre a me il destro d’imparare e a te quello d’insegnare. Dunque: io avrei un vivissimo desiderio di sapere se tu pensi che i fantasmi esistano davvero ed abbiano un loro proprio aspetto ed una qualche capacità di azione, ovvero che, pure vanità inconsistenti, ricevano una figura soltanto dalla nostra paura.

[2] Io mi sento spinto a credere alla loro esistenza in primo luogo dall’episodio che sento dire essere capitato a Curzio Rufo. Mentre era ancora un personaggio insignificante e sconosciuto, si era aggregato al seguito del governatore dell’Africa. Verso il cadere del giorno passeggiava sotto un portico: ed ecco che gli si presenta una figura di donna che per maestà e bellezza superava le possibilità umane. Vedendolo tutto spaventato, gli disse di essere l’Africa e che veniva a preannunziargli il futuro: egli infatti sarebbe rientrato a Roma, vi avrebbe esercitato alte magistrature, sarebbe anche ritornato nella stessa provincia con la suprema potestà e là sarebbe morto. Tutto si avverò. [3] Si racconta inoltre che mentre egli si accostava a Cartagine ed usciva dalla nave, la medesima figura gli si fece incontro sulla spiaggia. Questo per lo meno è sicuro, che fu colpito da una malattia; ed allora, traendo auspicio dal passato per il figuro e dalle fortune per le sventure, rinunziò subito a qualsiasi speranza di salvarsi, mentre ancora nessuno dei suoi l’aveva perduta.

[4] E ora ti racconto, come l’ho ricevuto, un fatto che mi sembra più spaventoso e non meno stupefacente. [5] C’era ad Atene una casa ampia e ricca di ambienti, ma malfamata e funesta. Durante il silenzio della notte si produceva un rumore di ferraglia che, se si prestava un’attenzione più concentrata, si identificava in uno stridore di catene, dapprima più lontano e poi vicinissimo: tosto appariva un fantasma, un vecchio logorato dalla macilenza e trasandato nell’aspetto, dalla barba lunga e dai capelli ispidi; aveva i piedi imprigionati in ceppi e le mani strette in catene che scuoteva. [6] Di conseguenza, gli inquilini, spaventati, trascorrevano senza chiudere occhio notti amare e atroci; non chiudendo occhio si ammalavano e, crescendo lo sgomento, morivano. Infatti anche durante la giornata, quantunque lo spettro se ne fosse andato, vagava ancora dinanzi agli occhi il ricordo del fantasma e la paura durava più a lungo delle cause della paura. Perciò la casa rimase disabitata, su di essa gravò la condanna di restare vuota e fu lasciata tutta a disposizione di quella sorprendente apparizione; tuttavia ufficialmente era in vendita, sia che qualcuno, ignaro di una così grave iattura, la volesse comperare, sia che la volesse affittare.

[7] Giunge ad Atene il filosofo Atenodoro, legge l’annuncio, si fa dire il prezzo; siccome gli sembrano sospette quelle condizioni così favorevoli, si informa per bene e viene a sapere ogni cosa, con tutto ciò, anzi soprattutto per ciò, la prende in affitto. Sul far della sera, dà ordine che gli si allestisca la brandina di lavoro nei locali della casa adiacenti all’ingresso e si fa portare tavolette, stilo e lampada; dispone che tutti i suoi familiari si sistemino nelle stanze interne e per parte sua concentra nello scrivere la sua mente, i suoi occhi, la sua mano, perché la fantasia disoccupata non gli foggiasse gli spettri di cui gli avevano parlato e delle paure inconsistenti. [8] All’inizio vi regna il silenzio della notte come in tutti gli altri posti, poi ecco uno scuotere di ferri ed un muovere di catene: egli non alza gli occhi, non desiste dallo scrivere, fa appello a tutta la sua forza d’animo e cerca con essa di sbarrare la via a quanto giunge alle sue orecchie. Allora il frastuono si fa più insistente, si avvicina sempre più; ormai dà l’impressione di risuonare sulla soglia, poi addirittura dentro la soglia. Si volta indietro a guardare, vede e riconosce la figura di cui gli avevano parlato. [9] Era ferma e in piedi e faceva segno col dito nell’atteggiamento di chi chiama. Atenodoro in risposta le indica con la mano che aspetti un poco e di nuovo si curva a scrivere sulle sue tavolette cerate. Essa, mentre l’altro scriveva, continuava a fargli strepitare le catene accanto alla testa. Il filosofo si volta di nuovo e la vede fargli lo stesso gesto di prima; allora, troncando ogni indugio, prende la lampada e la segue. [10] Essa camminava a passo lento, come se fosse aggravata dalle catene; dopo che ebbe piegato verso il cortile della casa, all’improvviso svanisce, abbandonando il suo compagno. Vistosi così abbandonato, egli raccoglie delle erbe e delle foglie e le colloca sul posto per indicarlo con precisione. [11] Il giorno seguente si reca dalle autorità e le invita ad ordinare uno scavo in quel punto. Vengono trovate delle ossa frammischiate ed intrecciate a catene: le carni, decomposte dal tempo e dalla terra, le avevano lasciate nude e corrose dai loro legami: furono raccolte e seppellite a nome del comune. Quello spirito, dopo che le sue spoglie mortali ottennero regolare sepoltura, non si fece più vedere in quella casa.

[12] La mia fede su queste vicende è fondata propriamente sulle dichiarazioni altrui; quest’altro episodio invece lo posso dichiarare io agli altri. Ho un liberto fornito di una discreta cultura; egli una volta riposava nel medesimo letto con il fratello minore. Quest’ultimo ebbe l’impressione di vedere un individuo sedersi sul letto, avvicinargli al capo delle forbici e tagliargli anche i capelli sul culmine della testa. Quando spuntò il giorno si trovò che egli era schiomato attorno al culmine della testa e che i capelli erano là per terra. [13] Passò un breve periodo di tempo e il ripetersi analogo della scena rese credibile quella precedente. Un giovane schiavo dormiva, insieme a parecchi altri, nella sua camerata: si introdussero attraverso la finestra (così racconta) due persone vestite di tuniche bianche, gli tagliarono i capelli mentre era coricato e se ne andarono per la stessa via per la quale erano venute. La luce del giorno mostrò che anch’egli era rasato e che i capelli erano sparpagliati tutt’attorno. [14] Non ne seguì nessun fatto sorprendente, tranne forse che io non fui incriminato, mentre lo sarei stato se Domiziano, al cui tempo risalgono queste apparizioni, fosse vissuto più a lungo. Infatti nel suo archivio personale fu trovata un’accusa nei miei confronti presentata da Caro. Siccome è uso che gli imputati si lascino crescere i capelli, si può arguire che i capelli recisi ai miei dipendenti costituissero un presagio che il pericolo, che incombeva su di me, era stornato.

[15] Perciò ti prego di fare appello a tutta la tua competenza scientifica. La questione è meritevole di un tuo prolungato ed intenso studio, ed io non sono poi immeritevole di essere chiamato a condividere le nozioni che tu conosci. [16] Anche se, attenendoti al tuo metodo solito, metterai avanti gli argomenti che ognuna delle due tesi contrapposte possiede, calcane però in modo speciale quelli di una delle due, per non lasciarmi titubante e incerto, perché il motivo per cui ti consulto è proprio quello di troncare tutte le mie perplessità. Stammi bene.

 

Henry Justice Ford, Athenodorus Confronts the Spectre. Illustrazione, 1900

Henry Justice Ford, Athenodorus Confronts the Spectre. Illustrazione, 1900.

 

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Bibliografia di approfondimento:

 

D. Felton, Haunted Greece and Rome: Ghost Stories from Classical Antiquity, Austin 2010.

F. García Jurado (ed.), El Vesubio, los fantasmas y otras cartas. Plinio el Joven, Madrid 2011.

E. Jobbé-Duval, Les morts malfaisants. Larvae, lemures d’après le droit et les croyances populaires des Romains, Paris 1924.

U. Lugli, Umbrae. La rappresentazione dei fantasmi nella Roma antica, Genova 2008².

Id., L’orrore sotto la casa. La dimora pestilens da Plauto a H.P. Lovecraft, FuturAntico 11 (2016), pp. 93-112.

L.C. Morley, Greek and Roman Ghost Stories, Oxford-London 1912 (= 19682).

E. Nardi, Case “infestate da spiriti” e diritto romano e moderno, Milano 1960.

J.M. Rife, Marley’s Ghost in Athens, CJ 34 (1938), pp. 42-43.

J. Schwartz, Le fantôme de l’Academie, Hommages à M. Renard, Latomus 101 (1969), I, pp. 671-676.

A. Stramaglia, Res inauditae, incredulae. Storie di fantasmi nel mondo greco-latino, Bari 1999.

Massimino, il ‘barbaro’ che difese l’Impero

di AA.VV., De Agostini – Storia, Civiltà e Vita ai tempi di ROMA ANTICA, Novara 2002, n. 21, pp. 81-85.

 

La dinastia severiana, nonostante le sue contraddizioni, aveva rappresentato nel complesso un periodo di stabilità politica e di ripristino di favorevoli condizioni economiche per l’Impero. Il periodo di anarchia politica che succedette ed ebbe effetti devastanti sulla compagine stessa dell’Impero, innescando un processo di regressione economica, fatto non nuovo nel mondo romano, ma acuito dalle continue invasioni barbariche. Le fonti storiche e letterarie relative a questo periodo sono confuse e frammentarie, tanto che risulta assai difficile per gli storici ricostruirne con esattezza le convulse vicende; nel complesso emerge un quadro di estrema incertezza per il futuro, di una profonda inquietudine che scuoteva la granitica certezza dell’invincibilità di Roma.

La critica storica moderna tende a ridimensionare il quadro negativo offerto dalle fonti, e soprattutto l’idea di una crisi totale e dagli effetti disastrosi: se è vero che l’incertezza politica regnava sovrana e i confini erano perennemente in tensione, tuttavia la crisi non colpì allo stesso modo tutte le parti dell’Impero. Sicuramente le più svantaggiate furono le province occidentali, dove più si faceva sentire il peso delle invasioni, mentre nelle province orientali e soprattutto in quelle africane la vita continuò a prosperare sino a tutto il IV secolo. Ma al di là di queste differenze regionali è comunque certo che i decenni centrali del III secolo misero in serio pericolo la sopravvivenza dell’Impero come organismo unitario, sia dal punto di vista politico sia da quello socio-economico.

La crisi finanziaria fu allo stesso tempo causa ed effetto dell’indebolimento politico: lo Stato sosteneva spese enormi, soprattutto per il mantenimento dell’esercito e il finanziamento di campagne militari. Le tassazioni rappresentavano una misura per far fronte alle continue spese. I contadini da una parte, le borghesie provinciali dall’altra vennero a poco a poco spogliate, attraverso requisizioni in natura e tassazioni straordinarie. Nelle province le ribellioni si moltiplicarono. Lo Stato, per esercitare la sua oppressione, doveva appoggiarsi ai soldati, favorendone in tal modo le richieste e l’indisciplina. L’esercito acquistava forza e l’amministrazione militare iniziava a immischiarsi pericolosamente nella gestione stessa dello Stato: l’Impero si trasformava in una monarchia militare.

Massimino il Trace in toga. Busto, marmo, 235-238 d.C. Roma, Musei Capitolini.

Massimino il Trace in toga. Busto, marmo, 235-238 d.C. Roma, Musei Capitolini.

Disordine interno e minacce esterne contribuirono in ugual misura a caratterizzare il cinquantennio più convulso della storia di Roma, il cui fenomeno più appariscente fu il pullulare di “usurpatori”, che con la forza delle armi si contesero la suprema carica dello Stato. Il Senato, nonostante i tentativi di difendere le sue prerogative, non riuscì ad esercitare un potere reale e a garantire una legale successione al trono. Il primo imperatore a dare avvio alla lunga sequela di effimeri regni che si susseguirono nel corso del cinquantennio fu Massimino il Trace, ufficiale di rango equestre acclamato imperatore dalle sue truppe agli inizi di marzo del 235, presso Mogontiacum. Al Senato, nonostante le fondate remore, non restò che sanzionare ufficialmente ciò che ormai era un dato di fatto. Il nuovo imperatore, esperto unicamente nell’arte bellica, iniziò la sua politica di rafforzamento del potere attraverso lauti donativi ai soldati, eliminando chiunque rappresentasse un ostacolo sul proprio cammino. Numerosi quanto inutili furono i tentativi di congiura messi in atto da generali appoggiati dal Senato, che mal si adattava a sopportare l’onta di un imperatore-soldato. La seconda mossa riguardò la difesa dell’Impero. Con rapida decisione attraversò il Reno alla guida dell’esercito radunato dal suo predecessore e conseguì un’altrettanto rapida vittoria: il colpo inferto agli Alamanni e alle tribù alleate fu così duro da costringerli alla resa senza condizioni. La risonanza della vittoria gli procurò il titolo onorifico di Germanicus Maximus, mentre il figlio Massimo venne proclamato Caesar. L’anno seguente si recò in Pannonia, dove si impegnò vittoriosamente contro i Sarmati e i Daci. In poco più di due anni Massimino riuscì a ripristinare l’ordine lungo il confine renano e danubiano, i più instabili dell’Impero. Il regime autoritario instaurato da Massimino provocò un odio feroce da parte della popolazione, fomentato ad arte dal Senato, che non attendeva altro che l’occasione favorevole per deporlo.

Mentre Massimino si preparava, dal suo quartiere generale a Sirmium, a un ultimo grandioso attacco che si poneva come obiettivo la definitiva sottomissione di tutte le popolazioni germaniche, la situazione interna precipitò. Improvvisa gli giunse la notizia che, a seguito di una rivolta in Africa, era stato acclamato imperatore insieme al figlio il proconsole d’Africa, Marco Antonio Semproniano Gordiano. Massimino e il figlio vennero proclamati nemici pubblici. La morte dei Gordiani, solo tre settimane, non segnò la fine della rivolta, ormai appoggiata dal Senato, dal popolo di Roma e dalla maggior parte delle province. Il senato designò come imperatori Pupieno e Balbino, mentre il popolo di Roma oppose loro un candidato prescelto dalla famiglia dei Gordiani, anche se appena tredicenne. Massimino si mise immediatamente in marcia verso l’Italia alla testa del suo esercito, ma rimase bloccato nell’assedio di Aquileia: la difesa della città era stata predisposta nei minimi particolari e contingenti militari erano stati inviati da ogni parte d’Italia.

La mancanza di prospettive della spedizione fu fatale a Massimino, che nel 238 fu ucciso dalla II Legio Parthica. La morte dell’usurpatore non ristabilì l’ordine, ma acuì i dissapori interni tra gli imperatori eletti dal Senato e i pretoriani, esclusi dalle lotte politiche. Nello stesso anno Pupieno e Balbino vennero trucidati, e i pretoriani acclamarono imperatore Gordiano III.

Al primo rappresentante del periodo definito «dell’anarchia militare» è rimasto ancora oggi attaccato un nomignolo che si riferisce in maniera non limpida  all’appartenenza etnica. Una tradizione storiografica a lui marcatamente ostile ha dunque lasciato un segno profondo. Lo storico più affidabile sul triennio di Massimino, Erodiano, si sofferma sulla provenienza dell’imperatore da una popolazione tracica fortemente mischiata e commista a elementi barbarici: «Per natura barbaro nel costume, come nella stirpe». Fortemente ostile a Massimino, Erodiano si limitò a gettare discredito sulle origini dell’imperatore odiato, ma non arrivò ad affermare una diretta appartenenza etnica di Massimino al mondo gotico o alano. Ciò avverrà tempo dopo, quando l’ignoto autore dell’Historia Augusta attingerà ad Erodiano e ad altre fonti vicine al Senato, e “inventerà” per Massimino un padre goto, di nome Micca, e una madre alana, Hababa: un barbaro a capo dell’Impero.

Massimino il Trace. Denario, Roma 236 d.C. Ar. 3,7 gr. D – MAXIMINVSPIVSAVGGERM, Testa laureata, drappeggiata e corazzata verso destra.

Massimino il Trace. Denario, Roma 236 d.C. Ar. 3,7 gr. Dritto: Maximinus Pius Aug(ustus) Germ(anicus); testa laureata, drappeggiata e corazzata verso destra.

A questi dati la tradizione aggiunge altri particolari che accentuano e colorano ulteriormente l’aspetto “barbaro” di Massimino: alto più di due metri, era di enorme potenza fisica, e poteva, ad esempio, indossare un braccialetto della moglie come anello. A queste proporzioni si sposava ovviamente una vigoria e una forza bruta senza pari: poteva trainare un carro a forza di braccia, abbattere un cavallo con un pugno, frantumare massi a mani nude e via dicendo. Dopo l’ascesa all’Impero, Massimino avrebbe cercato di cancellare ogni traccia delle sue origini, uccidendo compagni di gioventù e chiunque fosse al corrente del suo passato. La sua attività come imperatore sarebbe inoltre stata contraddistinta da guerre inutili se non dannose per l’Impero e da crudeli rappresaglie contro il Senato. La rivolta dei Gordiani in Africa sarebbe stata dunque la prima scintilla di un malcontento generale.

Il profilo di Massimino imperatore ci giunge profondamente falsato da una tradizione ostile. Sulla sua giovinezza, invece, dobbiamo constatare una certa simpatia anche nelle fonti più malevole: nessuno nega che fosse un ottimo soldato. Da adolescente fu notato da Settimio Severo che incoraggiò la sua carriera militare. Questa andò avanti brillantemente e Massimino, sempre fedele ai Severi, conobbe un periodo di isolamento solo sotto Elagabalo. L’apice della sua carriera militare coincise con il regno di Alessandro Severo, quando gli venne affidato il comando delle reclute dell’esercito di stanza sul Reno. La stima dell’imperatore per il soldato di origine trace traspare dalle parole che Alessandro avrebbe pronunciato nel conferirgli il nuovo incarico: «Non ti ho affidato, Massimino carissimo, il comando di veterani, perché ho temuto che tu non potessi ormai più correggere i loro vizi… hai nelle mani delle reclute: fa’ loro apprendere la vita militare secondo il modello dei tuoi costumi, del tuo valore, del tuo impegno, perché tu abbia a procurarmi molti Massimini, così necessari per il bene dello Stato». Col tempo, l’inesperienza militare dell’imperatore fece ancora più risaltare i meriti e le virtù belliche di Massimino: quando l’esercito esasperato decise di liberarsi di Alessandro non vi furono esitazioni per la scelta del successore. Il triennio del suo regno fu tuttavia in seguito sottoposto a una critica feroce, certamente solo in parte condivisibile. Il suo stesso concetto di disciplina arrivò ad alienargli le simpatie dell’esercito, cui Massimino doveva tutto: un imperatore più accorto avrebbe prestato maggior attenzione agli umori dei suoi principali sostenitori.

Chi fu dunque veramente Massimino il Trace? Qualche elemento di conoscenza può provenire da un’analisi spassionata della sua attività di imperatore. Certamente fu in primo luogo un soldato e, da soldato, riteneva necessario risolvere definitivamente il problema dei confini occidentali. Condusse dunque una guerra ad oltranza contro i Germani: era in sostanza il progetto di Marco Aurelio, abbandonato da Commodo. La sua decisione di non recarsi neanche a Roma, che tanto offese e spaventò l’aristocrazia senatoria, altro non fu che la decisione, certo ingenua dal punto di vista diplomatico, di rimanere sul luogo dell’azione. La sua attività ricorda da vicino quella di una serie gloriosa di imperatore che più tardi caratterizzarono la seconda metà del III secolo: gli imperatori-soldati provenienti dall’area balcanico-illirica e che furono protagonisti della più eroica e disperata difesa dell’Impero. Questo “barbaro” fu, dunque, uno strenuo difensore della romanità.

Fonti:

D. Magie (ed.), The ‘Scriptores Historiae Augustae’ with an English translation, vol. II, Cambridge-London 1993[6], pp. 314-364.