Il castigo dei traditori: Silla e le città d’Asia

di F. Cerato, su ClassiCult.it, 10 ottobre 2018 (ribloggato).

 

Nell’anno 85 a.C. il proconsole romano, L. Cornelio Silla, dopo aver distrutto le poderose armate pontiche di Mitridate VI Eupatore per ben due volte (a Cheronea e ad Orcomeno, in Beozia), costrinse l’irriducibile nemico ad accettare delle condizioni di pace durissime.

 

Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, ritratto come Eracle. Marmo, I secolo d. C., dal Musée du Louvre. Foto Wikipedia User:Sting, CC BY-SA 2.5

 

Il trattato prevedeva la cessione da parte del sovrano pontico di 70 navi da guerra, un corpo di 500 arcieri e 2.000 talenti d’argento di indennizzo, nonché l’abbandono immediato di tutti i territori occupati dopo l’invasione dell’Anatolia occidentale nell’88 a.C. (primo anno di guerra). L’incontro personale tra Silla e Mitridate, descritto principalmente da Plutarco (Sull. 24; Luc. 4, 1) e da Appiano (Mith. 56-57), avvenne a Dardano, nella Troade, dopo la metà di settembre, e, durante il breve colloquio, malgrado le iniziali riserve del sovrano, l’imperator fece intendere perfettamente di avere in pugno la situazione: la conclusione del trattato fu rapida, tanto quanto il rientro delle forze mitridatiche entro i confini patri. Secondo Sherwin-White (1984: 145-148), Silla avrebbe sollecitato il raggiungimento dell’accordo poiché era impaziente di dedicarsi totalmente alla lotta contro i propri avversari politici in Italia; al contrario, Kallet-Marx (1996: 264 n. 13) si è detto non convinto da tale interpretazione.

 

Asia Minore. Opera di Caliniuc, CC BY-SA 4.0

 

Qualsiasi siano state le reali motivazioni del generale vittorioso, il trattato di Dardano permise a Silla di dedicarsi ad una riorganizzazione dell’assetto politico, amministrativo e fiscale di una regione gravemente danneggiata dalla guerra mitridatica e vessata dall’occupazione delle numerose armate pontiche. Innanzitutto, Silla restituì i territori della Bitinia e della Paflagonia a re Nicomede IV e la Cappadocia ad Ariobarzane I, entrambi sovrani legittimati e riconosciuti dal Senato romano[1]; quindi, restaurò la provincia di Asia, suddividendola in 44 distretti amministrativi; abolì il sistema fiscale delle decime sui raccolti, ma introdusse l’imposizione di un tributo a canone fisso a tutte le città della provincia; infine, assegnò l’onere di eseguire il prelievo esattoriale ad alcuni uomini di fiducia, dal momento che i publicani, che normalmente svolgevano tale compito, erano stati letteralmente eliminati dalla popolazione greca nel corso dell’eccidio dell’88 a.C.[2] Il generale romano, inoltre, nella distribuzione di premi e di indennizzi tenne conto della fedeltà alla causa mostrata da alcune comunità della regione (quali Ilio, Rodi, Chio, Magnesia, Smirne) e, in virtù del valore dei loro abitanti, garantì ad esse l’immunitas (una sorta di esenzione fiscale) e lo status di liberae civitates[3].

 

Teatro Efeso

Teatro di Efeso. Foto di Luigi Rosa, CC BY-SA 2.0

 

Diversamente, nei confronti di quelle città che, per loro stessa delibera, si erano colluse con il re nemico («avevano mitridatizzato»), partecipando al massacro degli Italici dell’88, Silla si mostrò particolarmente severo e spietato: emblematico è il caso di Efeso, tra i cui abitanti furono individuati i maggiori responsabili del terribile eccidio contro i mercatores. Un frammento dell’epitome di Granio Liciniano (35. 82, 22), riferibile a quegli eventi, ricorda che i princeps belli (così furono chiamati i mandanti) furono tutti condannati alla pena capitale. Interessante, a questo proposito, è un passo tratto dai Mithridatikà di Appiano, nel quale lo storico, dopo aver spiegato il trattamento riservato ai «fautori dei Cappadoci» (un altro modo per indicare i rei di “mitridatismo”), Silla fece diffondere per tutta la provincia un’ordinanza con la quale convocava a Efeso tutti i maggiorenti delle città. Nel luogo e nella data convenuti, l’imperator tenne il seguente discorso:

 

«Noi giungemmo in Asia con un esercito, per la prima volta, dopo che Antioco, re dei Siriani, ebbe devastato il vostro territorio. Cacciatolo e avendogli imposto quali confini il fiume Halys e la catena del Tauro, noi non diventammo vostri padroni, benché foste passati da lui a noi, ma vi abbiamo lasciato in totale autonomia – tranne quelli di voi che affidammo ai nostri alleati, re Eumene e i Rodii, non perché ne fossero tributari, bensì perché fossero posti sotto la loro protezione. Ne è la prova il fatto che, quando i Licii vennero a lamentarsi per la condotta dei Rodii, noi glieli togliemmo. Così ci siamo comportati nei vostri confronti: voi, invece, quando Attalo Filometore per testamento ci lasciò il proprio regno, per quattro anni voi avete combattuto contro di noi al fianco di Aristonico, finché anche Aristonico fu catturato e la maggior parte di voi si arrese o per costrizione o per paura. Malgrado questa vostra condotta, ugualmente per ventiquattro anni avete raggiunto un alto livello di prosperità e di benessere, sia a livello privato sia a livello pubblico. Ma poi, a causa della pace e del lusso, voi siete diventati di nuovo tracotanti e, approfittando del nostro impegno in Italia, alcuni di voi hanno invocato Mitridate, altri sono passati dalla sua parte dopo il suo arrivo. Ma quello che è più infame è stato il fatto di avergli ubbidito, massacrando in uno stesso giorno tutti gli Italici, con i figli e le madri, e non avete risparmiato nemmeno, grazie ai vostri dèi, quelli che si erano rifugiati nei santuari. Di queste azioni avete pagato il fio allo stesso Mitridate, che si rivelò infido persino nei vostri confronti, seminando presso di voi eccidi e confische, perpetrando ridistribuzioni di terre, cancellazioni di debiti e liberazioni di schiavi, imponendo governi tirannici ad alcune città e compiendo numerosi atti di brigantaggio per terra e per mare, di modo che, immediatamente, voi poteste avere la prova e il confronto di quali patroni vi siete scelti al posti di quali altri. I fautori di tutto questo hanno ricevuto un ben meritato castigo, ma occorre che lo abbiate pure voi che avete commesso simili azioni, e bisognerebbe aspettarsi che tale punizione sia proporzionata al male che avete compiuto. I Romani, tuttavia, non concepirebbero neppure empie stragi o confische sconsiderate o insurrezioni di schiavi o altre amenità degne dei barbari. Ancora per riguardo della vostra stirpe, della vostra grecità e della sua fama in Asia e per il buon nome che è molto caro ai Romani, vi condanno soltanto a pagare immediatamente cinque anni di tributi, nonché tutte le spese di guerra che io stesso ho già sostenuto e quelle che dovrò sobbarcarmi per sistemare le restanti questioni. Dividerò io stesso queste contribuzioni per città e ordinerò le scadenze dei versamenti; a coloro che disubbidiranno impartirò un castigo degno di nemici!»[4].

 

Efeso Biblioteca di Celso

Efeso, la Biblioteca di Celso, realizzata in età traianea. Foto di Paul, CC BY-SA 2.0

 

La risolutezza e la severità di Silla calarono sulle città d’Asia come un fulmine a ciel sereno. Per potersi ingraziare le ricchissime città della regione, infatti, Mitridate le aveva esentate dalla corresponsione di tutti i tributi per almeno un lustro; la vittoria dei Romani, invece, significò un ritorno all’ordine. Stando alla testimonianza di Plutarco (Sull. 25, 4; Luc. 4, 1), l’ammenda imposta da Silla ammontava a 20.000 talenti d’argento (equivalenti a circa 480.000.000 di sesterzi romani). Mastrocinque (1999a: 88-89), sulla base delle fonti epigrafiche, ha mostrato che diverse comunità asiatiche raccolsero una serie di documenti da impugnare di fronte ai vincitori per potersi scagionare dall’accusa di “mitridatismo” e salvarsi dalle dure punizioni[5]. Arrayás-Morales (2013: 517-533) ha messo in luce quanto fosse stato difficile per l’aristocrazia ellenica microasiatica ricucire i vecchi rapporti di mutua stima e fiducia nei confronti di Roma, soprattutto a seguito del terribile massacro dell’88 a.C.

 

Silla moneta

L. Cornelio Silla. Denario, Asia o Grecia, 84-83 a.C. Ar. 3, 55 gr. Recto: un capis e un lituus, paramenti sacri, posti tra due trofei; nella legenda: imper(ator) / iterum. Foto Classical Numismatic Group, Inc., CC BY-SA 3.0

 

D’altra parte, l’imposizione di un forte indennizzo ai traditori serviva, almeno sulla carta, a ripristinare il gettito ordinario delle entrate nella provincia, interrotto, appunto, da cinque anni di “pax Pontica”. La riscossione delle ammende, tuttavia, si svolse in maniera irregolare, poiché – a quanto pare – Silla fu costretto ad affidarla ad emissari senza scrupoli, che espletarono il proprio incarico con metodi estremamente rudi e impietosi. Fra l’altro, da Appiano (Mith. 63, 261) si apprende che quasi tutte le città sottoposte al pagamento dell’indennizzo furono costrette a ipotecare persino gli edifici pubblici (teatri, ginnasi, templi, ecc.), infrastrutture di vario genere (porti, fortificazioni, ecc.) e proprietà fondiarie demaniali per poter sostenere una cifra esorbitante nel più breve tempo possibile; Plutarco (Luc. 20, 4) parla addirittura della crescita esponenziale del debito pubblico per la maggior parte delle comunità. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la scelta del generale di affidare l’esazione ai suoi fosse principalmente dettata da ragioni politiche: i publicani, che avrebbero potuto raggiungere la provincia, essendo per lo più esponenti del ceto equestre, simpatizzavano per gli avversari mariani[6]. Brunt (1956: 17-25), al contrario, ha ritenuto che fosse più logico che Silla impartisse la riscossione del tributo ai propri fiduciari, dal momento che si trovava a corto di liquidità e – tra le altre spese di guerra – doveva pur pagare gli arretrati ai suoi soldati[7].

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Silla

L. Cornelio Silla. Busto, marmo, I sec. d.C. Monaco di Baviera, Glyptothek

 

Note:

[1] Si vd. App. Mith. 60, 249; Gran. Lic. 35. 83, 22 Crin.

[2] Si vd. App. Mith. 61, 250.

[3] Cfr. Kallet-Marx (1996: 264-273, 275-278); Campanile (1996: 158-159), Santangelo (2007: 122), Ñaco del Hoyo et al. (2009: 40), (2011: 298-302).

[4] App. Mith. 62, 253-260. Cfr. Campanile (2003: 271-275).

[5] Cfr. Mastrocinque (1999b: 55 n. 175).

[6] Si vd. Broughton (1938: 518-519, 544-545), Magie (1950: I 250-252, II 1116-1117 n. 46), Hill (1952: 69).

[7] Cfr. anche Nicolet (1966: I, 352-353), Mastrocinque (1999b: 91-94).

 

 

Bibliografia:

Arrayás-Morales (2013) = I. Arrayás-Morales, Élites en conflicto. El impacto de las guerras mitridàticas, Athenaeum 101 (2013), 517-533.

Broughton (1938) = T.R.S. Broughton, Roman Asia Minor, in T. Frank et al. (eds.), An Economic Survey of Ancient Rome, Baltimore 1938, IV, 499-918.

Brunt (1956) = P.A. Brunt, Sulla and the Asian Publicans, Latomus 15 (1956), 17-25.

Campanile (1996) = M.D. Campanile, Città d’Asia Minore tra Mitridate e Roma, in B. Virgilio (ed.), Studi ellenistici VIII, Pisa-Roma 1996, 145-173.

Campanile (2003) = M.D. Campanile, L’infanzia della provincia d’Asia: l’origine dei ‘conventus iuridici’ nella provincia, in C. Bearzot, F. Landucci, G. Zecchini (eds.), Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano 2003, 271-288.

Hill (1952) = H. Hill, The Roman Middle Class in the Republican Period, Oxford 1952.

Magie (1950) = D. Magie, Roman rule in Asia Minor to the end of the third century after Christ, I-II, Princeton 1950.

Mastrocinque (1999a) = A. Mastrocinque, Comperare l’immunitas, MedAnt 2 (1999), 88-89.

Mastrocinque (1999b) = A. Mastrocinque, Studi sulle guerre Mitridatiche, Stuttgart 1999.

Ñaco del Hoyo et al. (2009) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The impact of the Roman Intervention in Greece and Asia Minor upon Civilians (88-63 BC), in B. Antela-Bernárdez, T. Ñaco del Hoyo (eds.), Trasforming Historical Landscapes in the Ancient Empires, Oxford 2009, 33-51.

Ñaco del Hoyo et al. (2011) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The Ultimate Frontier between Rome and Mithridates: War, Terror and the Greek Poleis (88-63 BC), in O. Hekster, T. Kaizet (eds.), The Frontiers of the Roman World, Leiden-Boston 2011, 291-304.

Nicolet (1966) = C. Nicolet, L’ordre équestre à l’époque républicaine (312-43 a.C.), I, Paris 1966.

Santangelo (2007) = F. Santangelo, Sulla, the Elites and the Empire. A Study of Roman Policies in Italy and the Greek East, Leiden-Boston 2007.

Sherwin-White (1984) = A.N. Sherwin-White, Roman foreign policy in the East: 168 B.C. to A.D. 1, London 1984.

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Traiano: l’optimus princeps che usò il “fiscus” per aiutare i poveri

di G. Di Muro

«[Traiano] amministrò lo Stato così da essere anteposto giustamente a tutti i principi, per la singolare civiltà e fortezza d’animo. Egli estese in lungo e in largo i confini della potenza romana che, dopo Augusto, era stata difesa maggiormente piuttosto che ampliata egregiamente»[1]. E ancora Traiano nell’amministrazione fu così clemente che «che superò anche la gloria militare con civiltà e moderazione, apparendo a Roma e per le province uguale a tutti… non danneggiando nessuno dei senatori, non facendo nulla di ingiusto per accrescere il fisco, liberale verso tutti quanti…»[2].

Sono le parole utilizzate da Eutropio per descrivere la figura di Marco Ulpio Traiano, imperatore di Roma dal 98 al 117 d.C.

Busto di Traiano con la corona civilis. München Glyptothek.

Busto di Traiano con la corona civilis. München Glyptothek.

Nato a Italica in Spagna, di famiglia illustre più che nobile (il padre era stato un governatore provinciale chiamato per meriti e capacità da Vespasiano nei ranghi senatoriali) fu il primo imperatore di Roma nato fuori dell’Italia e a superare in modestia, temperanza e civiltà la gloria militare. Plinio il Giovane ed Eutropio, fonti storiche più accreditate, concordano nel ritenere che, grazie alle sue grandi qualità di soldato e amministratore pubblico, sapientemente fuse ed equilibrate, Roma raggiunse, sotto il suo principato, il periodo di massima espansione.

Come ufficiale militare seguì tutto il cursus honorum previsto dalla scala gerarchica augustea e ricoprì importanti funzioni (quaestor, praetor, legatus) maturando una considerevole esperienza soprattutto all’estero. Un particolare di non poco conto per l’epoca che gli avrebbe permesso di affrontare, a 45 anni, il difficile passaggio al ruolo di imperatore. Onorò l’incarico sin dagli inizi del mandato al punto tale da meritarsi, dopo due soli anni di governo, l’appellativo di optimus princeps. Il titolo, secondo alcune fonti storiografiche, sarebbe stato direttamente riconosciuto dal Senato, mentre per altre è da attribuire a Plinio il Giovane, scrittore e senatore romano, che lo usa a ragion veduta nel suo «Panegirico a Traiano». Un trattato sulla figura dell’imperatore che ancora oggi costituisce una delle maggiori fonti di informazioni, ricche di particolari inediti. Di Plinio il Giovane si ricordano, oltre al «Panegirico a Traiano» anche i 10 libri delle Epistole. Proprio il decimo libro contiene ben 79 lettere indirizzate dall’autore, a quel tempo governatore della Bitinia, all’imperatore Traiano. In queste 79 lettere sono stati rinvenuti ben 50 quesiti di carattere fiscale che Plinio il Giovane formula a Traiano a cui seguono altrettante risposte. Una sorta di formulario fiscale delineato dall’imperatore che doveva servire a Plinio il Giovane come «vademecum» nella gestione fiscale e amministrativa del governatorato romano.

Riassetto urbanistico della penisola, rinnovamento dell’apparato statale, centralità politico-amministrativa, economia. Sono i quattro caratteri distintivi della politica traianea, divisa tra la necessità di rafforzare l’identità dell’impero contro le spinte alla delocalizzazione e far fronte alla crisi economica e demografica della penisola.

Oltre a migliorare le vie di comunicazione per favorire e incrementare gli scambi commerciali, Traiano considera fondamentale un’altra priorità: gli interventi in campo economico e sociale. A lui si deve il rafforzamento di uno dei primi interventi di stato sociale della storia, l’institutio alimentaria. Introdotto dal suo diretto predecessore, vale a dire Nerva, questo istituto fiscal-finanziario fu regolamentato da Traiano in modo puntuale, tanto da divenire uno strumento di intervento per far fronte alla crisi economica dell’Impero.

L’istituto finanziario prevedeva un prestito ipotecario (obligatio praedorium) concesso direttamente dal patrimonio personale dell’imperatore (il fiscus). Grazie alle istituzioni alimentari, che potremo definire istituzioni statali di carattere assistenziale, la versione arcaica delle Ipab (Istituti pubblici di assistenza e beneficenza), gli agricoltori ricevevano in prestito capitali fornendo, a loro volta, una specifica garanzia ipotecaria e a un basso tasso di interesse che, all’epoca, era, secondo alcune fonti storiche, nell’ordine del 2,5% e, secondo altre, del 5%. Le rendite erano devolute direttamente all’assistenza dei fanciulli orfani e indigenti assicurando loro il giusto sostentamento. L’obiettivo dell’imperatore non era soltanto di aiutare gli orfani e i bisognosi, che attraverso questa forma di sostentamento avrebbero potuto studiare e pensare eventualmente a un futuro impiego nei ranghi dell’amministrazione imperiale, ma anche la ripresa dell’economia romana, stretta come era tra la crisi economica e la contrazione demografica.

Apposite tavole (tabula alimentaria) riportavano in dettaglio le disposizioni dell’imperatore per l’istituzione del prestito ipotecario. In particolare, ricorda Monica Miari, direttrice dell’area archeologica di Veleia, «la somma del prestito, distribuita in relazione alle terre possedute, le obbligazioni contratte da ogni singolo proprietario, il nome dell’intermediario incaricato della dichiarazione (descriptio), la stima delle proprietà date in pegno (aestimatio) e la somma corrisposta dall’amministrazione per conto dell’Imperatore». Tra l’altro, di ogni terreno, che veniva offerto come garanzia del prestito, era riportato il nome (tecnicamente vocabulum) con indicate le eventuali pertinenze annesse, tra cui le fattorie, gli ovili e le fornaci, e, non ultimo, la localizzazione toponomastica. Di queste tavole, realizzate in bronzo, sono state rinvenute tracce, con le relative iscrizioni, negli scavi archeologici della città romana di Veleia e a Macchia di Circello nei pressi di Benevento.

Di indole pragmatica, Traiano era consapevole dell’importanza e della centralità degli scambi commerciali per favorire il rilancio economico della Penisola. Ed è per questo motivo che si adoperò per far approvare dal Senato, con cui era in ottimi rapporti di confronto e collaborazione (a differenza di Nerone n.d.r.), una serie di provvedimenti che avrebbero contribuito ad accelerare il rinnovamento delle infrastrutture. Dalla estensione e manutenzione della rete viaria imperiale alla realizzazione di porti, strade e acquedotti. Tra le opere di maggiore rilievo, soltanto per citarne alcune, si ricordano quelle per favorire l’attracco delle navi nei porti di Ostia, Civitavecchia e Ancona, la costruzione di ponti e acquedotti come l’Aqua Traiana, realizzato nel 109 dall’ingegnere Sesto Giulio Frontino, curator aquarum, famoso sovrintendente delle acque sin dai tempi di Nerva, che dal lago di Bracciano approvvigionava le località del Gianicolo e Trastevere. Tra le altre opere di rilievo commissionate da Traiano vi è anche l’acquedotto sul Tago presso Alcantara e quello sul Danubio a Drobetae, il riordino delle cloache romane, la costruzione di un canale per far defluire le acque delle piene del Tevere. Di lui Eutropio scrive ancora «tutti credono che a causa di queste cose sia stato considerato in tutta la terra simile a un dio e che abbia meritato ogni tipo di venerazione sia da vivo che da morto»[3].

 


[1] Eutr., Brev. Hist. Rom. VIII 2, 2: «Rem publicam ita administravit, ut omnibus principibus merito praeferatur, inusitatae civilitatis et fortitudinis. Romani imperii, quod post Augustum defensum magis fuerat quam nobiliter ampliatum, fines longe lateque diffudit».

[2] Eutr., op.cit. VIII 4, 1: «Gloriam tamen militarem civilitate et moderatione superavit, Romae et per provincias aequalem se omnibus exhibens … nullum senatorum laedens, nihil iniustum ad augendum fiscum agens, liberalis in cunctos…».

[3] Eutr., op.cit. VIII 4, 2: «Ob haec per orbem terrarum deo proximus nihil non venerationis meruit et vivus et mortuus».

La Tabula Banasitana: esempio di integrazione nella cittadinanza

di G. Purpura,  Tabula Banasitana de viritana civitate (180/181 d.C.), in Revisione ed integrazione dei Fontes Iuris Romani Anteiustiniani (FIRA). Studi preparatori I. Leges, a c.d. G. Purpura, Torino 2012, pp. 625-641.

La tavola bronzea di Banasa, realizzata tra il 180 ed il 181 d.C. e ancora esposta in pubblico dopo il 185[1], fu rinvenuta, nel giugno[2] 1957, abbattuta al suolo in un settore non scavato, nelle vicinanze delle terme, nel foro della colonia della Mauretania Tingitana, in prossimità di un edificio ad abside, che non è certo sia stato la sede della curia cittadina.

Mappa dell'Africa Tingitana.

Mappa dell’Africa Tingitana.

Fu esposta forse in pubblico, non ufficialmente, in un monumento in onore dell’imperatore Marco Aurelio[3], in ringraziamento delle concessioni individuali di cittadinanza, come frequentemente accadeva[4].
Si esibivano infatti in ogni località per ostentazione i provvedimenti imperiali, in questo caso in favore di alcuni maggiorenti della gens degli Zegrensi (l. 32: gentis; l. 16: gentium), stanziata sulle pendici centromeridionali del Rif; benefici che, pur non intaccando gli oneri tributari dei singoli verso l’amministrazione romana (ll. 37/38: sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci), non esimevano dagli obblighi nei confronti della propria gente e pare consentissero il mantenimento delle consuetudini locali (ll. 13 e 37: salvo iure gentis), per non rendere i nuovi cittadini immuni dalle responsabilità locali ed emarginati dalle pratiche correntemente utilizzate in provincia, prima dell’ampia concessione da parte di Caracalla. E dunque si è ritenuto che la Tabula possa contribuire a chiarire la lettura delle controverse ll. 7-9 del P. Giess. 40, 1 e la questione dei rapporti tra diritto romano e consuetudini locali prima e dopo la Constitutio Antoniniana de civitate.
Il testo documenta inoltre l’esistenza a Roma (l. 31), da Augusto in poi (ll. 23-29), del registro ufficiale delle concessioni di cittadinanza, finora noto solo in base a cenni in Plinio[5], fornendoci al contempo l’unica copia di originali provenienti da tale considerevole archivio ufficiale[6].
Nel testo epigrafico, inciso sul recto, sono trascritti tre documenti:

  • Copia di una epistula (ll. 1-13) degli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero a Coiedio Massimo, governatore della Mauretania Tingitana tra il 161 e il 168/9 d.C.[7], in risposta a un libello allegato a una epistula, sollecitante la cittadinanza in favore di Giuliano, lo Zegrense, concessa con la clausola salvo iure gentis, al medesimo, alla moglie Ziddina e ai quattro figli (Giuliano, Massimo, Massimino e Diogeniano), indicati con le rispettive età.
  • Copia di un’altra epistula (ll. 14-21), collegata alla prima, degli imperatori Marco Aurelio e Commodo a Vallio Massimiano, governatore della medesima provincia nel 177 d.C. in risposta a un libello del figlio del primo Giuliano, anche lui di nome Giuliano, segnalato per i suoi meriti dal precedente governatore, Epidio Quadrato, sollecitante la concessione della cittadinanza per la moglie Faggura e i figli. Anche tale beneficio è concesso con la clausola salvo iure gentis, previa indicazione dell’età di ciascuno per l’inserimento nel registro ufficiale a Roma.
  • Estratto dal registro ufficiale (ll. 22-53) dei nuovi cittadini romani (descriptum et recognitum ex commentario civitate romana donatorum) con i nomi di dodici autorevoli signatores, funzionari e giuristi componenti del consilium principis, datato il 6 luglio 177 (ll. 30-31), che consente di retrodatare la seconda epistula alla prima metà dell’anno. Nella copia del registro tenuto a Roma da Augusto in poi, rilasciata su richiesta (per libellum) di Aurelio Giuliano, avallata con lettera (suffragante … per epistulam) da Vallio Massimiano, e autenticata il medesimo giorno, nel medesimo luogo, dal funzionario dell’ufficio competente, il liberto Asclepiodoto (ll. 29 e 40)[8], sono menzionati i nomi e le rispettive età della moglie e dei quattro figli (Giuliana, Massima, Giuliano e Diogeniano), precisando con burocratica pignoleria che la concessione è stata effettuata, salvo iure gentis, ma sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci.

Sul verso furono incise per prova settantasei lettere, senza alcun ordine costante. La Tabula conservata nel Museo delle Antichità di Rabat in Marocco, dunque, non solo consente di seguire passo a passo tutta la procedura utilizzata nel II sec. d.C. per concedere la cittadinanza romana a singoli individui[9], ma offre l’indicazione dell’esatto significato da attribuire alle due clausole di salvaguardia inserite nella concessione per evitare due possibili conseguenze dell’acquisto della cittadinanza che sembrano riecheggiare nelle danneggiate ll. 7-9 del P. Giess. 40, 1[10]: l’assorbimento del ius gentis dell’aspirante civis nel diritto di Roma e la cessazione degli obblighi fiscali in quanto peregrino[11].
In riferimento alla prima (salvo iure gentis), contestando l’identificazione del ius gentis come “diritto della tribù” proposta dagli editori[12] e manifestando la difficoltà di connettere l’idea del ius a entità politiche di riferimento, come i popoli nomadi o semi-nomadi della Mauretania, o di tradurre pedissequamente gens con tribù, è stata pure avanzata l’ipotesi dell’esistenza di un foedus tra Roma e gli Zegrenses, che avrebbe reso costoro di fatto estranei alla giurisdizione del governatore provinciale[13]. L’opinione prevalente comunque non esita a valutare il riferimento come relativo alle consuetudini ancestrali, giustificandone l’insistenza alla luce della peculiare condizione giuridica dei gentiles della Tingitana, privi di uno specifico status civitatis, ma non di un proprio ius gentis[14]. Per non rendere “stranieri nella propria terra” i beneficati che senza la suddetta clausola di salvaguardia avrebbero dovuto utilizzare solo il diritto romano, si consentiva anche l’impiego sussidiario delle consuetudini locali.
In rapporto all’inserzione da parte del burocrate della cancelleria a Roma della seconda clausola di salvaguardia (sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci), che tutelava questa volta soprattutto gli interessi dell’amministrazione romana e locale, poiché assicurava la persistenza ‘fiscale’ del rapporto tra Roma e l’ex-peregrino, si è osservato che in tal modo si evitava il pericolo del formarsi di una sorta di élite, dotata di immunità rispetto ai vincoli giuridico-politici della comunità locale di appartenenza, che avrebbe potuto incidere negativamente sulla stabilità delle province, necessaria soprattutto nei territori di confine[15].
Ancora una volta veniva assicurata così la “conservazione dell’affidabilità giuridica e della responsabilità nei rapporti tra privati dell’ex-peregrino, dal punto di vista della sua comunità di provenienza e cioè, nel caso della Tabula Banasitana, la tribù degli Zegrenses”[16].
La ricostruzione di tale situazione in Mauretania, pochi anni prima della Constitutio Antoniniana de civitate, non può che riflettersi sulla controversa valutazione della portata di essa, delle sue conseguenze, del dibattuto problema della cd. doppia cittadinanza, quella d’origine e la romana, che J. Mélèze-Modrzejewski per primo ha correttamente valutato, non in termini di un improponibile contrasto, ma di inclusione l’una nell’altra[17].
Alla luce del testo della Tabula Banasitana, si è dunque proposto di integrare la lacunosa espressione della l. 9 del P. Giess. 40, 1 (… χωρ[…] τῶν [..]δειτικίων), non riferendola alla celebre esclusione dei dediticii (… χωρ[ὶς] τῶν [δε]δειτικίων), bensì come (… χωρ[ὶς] τῶν [αδ]-δειτικίων)[18].
L’acuta proposta di Oliver, che non è comunque l’unica possibile[19], potrebbe essere interpretata come riferentesi ai vantaggi fiscali che normalmente si aggiungevano alla concessione della cittadinanza (additicia beneficia), in tutto equivalendo all’espressione “sine diminutione tributorum et vectigalium populi et fisci” della Tabula Banasitana, o potrebbe essere intesa, come propone Marotta, salvaguardante “quei regolamenti addizionali o supplementari che concedevano specifiche esenzioni dai iura (dikaia) ricordati (se accettiamo quest’ipotesi ricostruttiva) alla l. 9” dello stesso P. Giess. 40, 1[20]. In tal modo, nel 212 d.C., nessuno sarebbe stato escluso dalla concessione della cittadinanza, come dichiara lo stesso papiro, ma sarebbero stati mantenuti gli obblighi delle civitates e delle altre comunità dell’Impero (i politeúmata della l. 8), così come sarebbero stati salvaguardati privilegi e immunità concessi, ad esempio, ai veterani e alle loro famiglie[21].

Tabula Banasitana. Bronzo, 180-181 d.C. da Banasa (Marocco), Musée archéologique de Rabat.

Tabula Banasitana. Bronzo, 180-181 d.C. da Banasa (Marocco), Musée archéologique de Rabat.

Testo:
Exemplum epistulae Imperatorum nostrorum An[toni-]
ni et Veri Augustorum ad Coi((i))edium[22] Maximum:
li((i))bellum Iuliani Zegrensis litteris tuis iunctum legimus, et
quamquam civitas romana non nisi maximis meritis pro-
5  vocata in<dul>gentia principali gentilibus istis dari solita sit,
tamen cum eum adfirmes et de primoribus esse popularium
suorum, et nostris rebus prom<p>to obsequio fidissimum, nec
multas familias arbitraremur aput Zegrenses paria poss((
i))[e] de offic<i>is suis praedicare quamquam plurimos
cupiamus ho-
10 nore a nobis in istam domum conlato ad aemulationem Iuliani
excitari, non cunctamur et ipsi Ziddinae uxori, item
liberis Iuliano, Maximo, Maximino, Diogeniano, civitatem
romanam salvo iure gentis, dare.
Exemplum epistulae Imperatorum Antonini et Commodi
Augg(ustorum)[23]
15 ad Vallium Maximianum:
legimus libellum principis gentium Zegrensium animadvertimusq(
ue) quali favore Epidi Quadrati praedecessoris tui iuvetur; proinde
et illius testimonio et ipsius meritis et exemplis[24] quae
allegat permoti, uxori filiisq(ue) eius civitatem romanam, sal-
20 vo iure gentis, dedimus. Quod in commentarios nostros referri
possit, explora quae cui((i))usq(ue) aeta((ti))s sit, et scribe nobis.
Descriptum et recognitum ex commentario civitate romana
donatorum divi Aug(usti) et Ti(beri) Caesaris Aug(usti), et C(aii)
Caesaris, et divi Claudii,
et Neronis, et Galbae, et divorum Aug(ustorum) Vespasiani et Titi
et Caesaris
25 Domitiani, et divorum Aug(ustorum) Ner<v>ae et Trai((i))ani
Parthici, et Trai((i))ani
Hadriani, et Hadriani Antonini Pii, et Veri Germanici Medici
Parthici Maximi et Imp(eratoris) Caesaris M(arci) Aurelii
Antonini Aug(usti) Germanici
Sarmatici, et Imp(eratoris) Caesaris L(ucii) Aureli Commodi
Aug(usti) Germanici Sarmatici,
quem protulit Asclepiodotus lib(ertus), id quod i(nfra)
s(criptum) est.
30 Imp(eratore) Caesare L(ucio) Aurelio Commodo Aug(usto) et
M(arco) Plautio Quintilio co(n)s(ulibus),
p(ridie) non(as) Iul(ias), Romae.
Faggura uxor Iuliani principis gentis Zegrensium ann(orum) ς[25]
XXII,
Iuliana ann(orum) ς VIII, Maxima ann(orum) ς IV, Iulianus
ann(orum) ς III, Diogenianus
ann(orum) ς II, liberi Iuliani s(upra) s(cripti).
35 Rog(atu) Aureli Iuliani principis Zegrensium per libellum suffragante
Vallio Maximiano per epistulam, his civitatem romanam dedimus,
salvo iure gentis, sine diminutione tributorum et vect <i>galium
populi et fisci.
Actum eodem die, ibi, isdem co(n)s(ulibus)
40 Asclepiodotus lib(ertus), recognovi.
Signaverunt:
M(arcus) Gavius M(arci) f(ilius) Pob(lilia tribu) Squilla Gallicanus[26]
M(arcus) Acilius M(arci) f(ilius) Gal(eria tribu) Glabrio
T(itus) Sextius T(iti) f(ilius) Vot(uria tribu) Lateranus
45 C(aius) Septimius C(aii) f(ilius) Qui(rina tribu) Severus
P(ublius) Iulius C(aii) f(ilius) Ser(gia tribu) Scapula Tertullus[27]
T(itus) Varius T(iti) f(ilius) Cla(udia tribu) Clemens
M(arcus) Bassaeus M(arci) f(ilius) Stel(latina tribu) Rufus
P(ublius) Taruttienus P(ubli) f(ilius) Pob(lilia tribu) Paternus
50 [………. Tigidius …………………………………………. Perennis]
Q(uintus) Cervidius Q(uinti) f(ilius) Arn(ensi tribu) Scaevola
Q(uintus) Larcius Q(uinti) f(ilius) Qui(rina tribu) Euripianus
T(itus) Fl(avius) T(iti) f(ilius) Pal(atina tribu) Piso.

Sesterzio di Bronzo. Roma 192 d.C. (Verso) L’Africa personificata, stante verso destra, porta un’elaborata acconciatura guarnita con pelle di elefante; un leone è prostrato ai suoi piedi. Essa impugna un sistro e un covone di grano che porge ad Ercole (Commodo?), rivolto verso di lei. Sul bordo l’iscrizione: PROVID.ENTIAE.AVG. E in exergo: S.C.

Sesterzio di Bronzo. Roma 192 d.C. (Verso) L’Africa personificata, stante verso destra, porta un’elaborata acconciatura guarnita con pelle di elefante; un leone è prostrato ai suoi piedi. Essa impugna un sistro e un covone di grano che porge ad Ercole (Commodo?), rivolto verso di lei. Sul bordo l’iscrizione: PROVID.ENTIAE.AVG. E in exergo: S.C.

Traduzione (da Migliario, Gentes foederatae, cit., 457 ss.):
Copia della lettera dei nostri imperatori, gli Augusti
Antonino e Vero, a Coedio Massimo:
abbiamo letto la petizione di Giuliano Zagrense allegata alla tua lettera e,
benché non rientri nel costume abituale donare la cittadinanza romana
a tali uomini delle tribù, a meno che dei meriti eccezionali non suscitino
la benevolenza imperiale, tuttavia, dal momento che tu attesti che
il richiedente è uno dei più eminenti del suo popolo, e che, uomo
di assoluta fedeltà, aderisce alla nostra causa senza esitazioni, e giacché
siamo del parere che non molti gruppi famigliari degli Zegrensi possono
vantare meriti comparabili con i suoi – per quanto noi desideriamo che,
visto l’onore concesso alla casata di Giuliano, parecchi siano incitati
a imitarlo – non esitiamo a donare a lui, a sua moglie Ziddina, nonché
ai loro figli Giuliano, Massimo, Massimino e Diogeniano, la cittadinanza
romana, senza che ciò pregiudichi il diritto vigente per il suo popolo.
Copia della lettera degli imperatori Antonino e Commodo Augusti
a Vallio Massimiano: abbiamo letto la petizione del capo della tribù
degli Zegrensi e abbiamo preso atto di quale favore egli goda da parte
del tuo predecessore Epidio Quadrato; pertanto, mossi sia dalle attestazioni
di stima di costui, sia dalle azioni meritevoli di quello, qui
documentate dagli allegati, concediamo a sua moglie e ai suoi figli la
cittadinanza romana, fatto salvo il diritto vigente per il suo popolo,
ma affinché tale provvedimento possa essere inserito nei nostri registri,
informati di quale sia l’età di ciascuno di loro, e scrivicelo.
Estratto, descritto e collazionato dal registro elencante coloro che
hanno ottenuto la cittadinanza romana – dal divino Augusto, da Tiberio
Cesare Augusto, da Gaio Cesare, dal divino Claudio, da Nerone,
da Galba, dai divini Augusti Vespasiano e Tito, da Domiziano Cesare,
dai divini Augusti Nerva, Traiano Partico, Traiano Adriano, Adriano
Antonino Pio e Vero Germanico Medico Partico Massimo, dall’imperatore
Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto Germanico Sarmatico
e dall’imperatore Cesare Lucio Aurelio Commodo Augusto Germanico
Samtatico – che il liberto Asclepiodoto ha prodotto, e che viene trascritto
qui di seguito.
Sotto il consolato dell’imperatore Cesare Lucio Aurelio Commodo
Augusto e di Marco Plauzio Quintillo, alla vigilia delle none di luglio,
a Roma.
Faggura, moglie di Giuliano, capo della tribù degli Zegrensi, di anni
ventidue; Giuliana, di anni otto, Massima, di anni quattro, Giuliano, di
anni tre, Diogeniano, di anni due, figli del suddetto Giuliano.
Dietro richiesta di Aurelio Giuliano, capo degli Zegrensi, avanzata
tramite domanda scritta, con l’appoggio espresso per lettera di Vallio
Massimiano, noi concediamo loro la cittadinanza romana, fatto salvo il
diritto vigente per il loro popolo, e senza sgravio delle tasse e dei tributi
dovuti al popolo romano e al fisco imperiale.
Fatto il giorno medesimo, ivi, sotto gli stessi consoli.
Io, Asclepiodoto liberto, l’ho collazionato.
Hanno sottoscritto:
Marco Gavio Squilla Gallicano, figlio di Marco, della tribù Popillia;
Marco Acilio Glabrio, figlio di Marco, della tribù Galeria;
Tito Sestio Laterano, figlio di Tito, della tribù Voturia;
Gaio Settimio Severo, figlio di Gaio, della tribù Quirina;
Publio Giulio Scapula Tertullo, figlio di Gaio, della tribù Sergia;
Tito Vario Clemente, figlio di Tito, della tribù Claudia;
Marco Basseo Rufo, figlio di Marco, della tribù Stellatina;
Publio Taruttieno Paterno, figlio di Publio, della tribù Publilia;
[Sesto Tigidio Perenne, figlio di ?, della tribù ?];
Quinto Cervidio Scevola, figlio di Quinto, della tribù Amensis;
Quinto Larzio Euripiano, figlio di Quinto, della tribù Quirina;
Tito Flavio Pisone, figlio di Tito, della tribù Palatina.

Tabula Banasitana. Apografo realizzato da S. Giannobile

Tabula Banasitana. Apografo realizzato da S. Giannobile


[1] Pubblio Taruttieno (o Tarrutenio) Paterno e Sesto Tigidio Perenne, menzionati insieme nella Tabula (ll. 49-50), furono membri del consilium principis in qualità di prefetti del pretorio correggenti tra il 180 ed il 181, ma il primo fu coinvolto nella congiura di Lucilla tra la fine del 181 e la metà del 182, e dunque dopo questa data non avrebbe potuto più essere menzionato, il secondo travolto e dannato nel 185 (cfr. G. Firpo, La congiura di Lucilla: alle origini dell’opposizione senatoria a Commodo, Fazioni e Congiure nel mondo antico (a cura di M. Sordi), Contributi dell’Istituto di Storia Antica dell’Università Cattolica di Milano, 25, Milano 1999, 237-262), è stato dalla Tabula intenzionalmente eraso (cfr. W. Seston, M. Euzennat, Un dossier de la Cancellerie romaine: La Tabula Banasitana, Ètude de diplomatique, Comptes Rendus de l’Académie des Inscriptions et Belles Lettres (CRAI), 1971, 486 = W. Seston, Scripta varia, Roma 1980, 103) e ciò non può essere avvenuto che dopo il 185 d.C.

[3] H. Wolff, Die Constitutio Antoniniana und Papyrus Gissensis 40, 1, I-II, (Diss. 1972), Köln 1976, 87-8.

[4] Come nel caso dell’iscrizione di Ombos, posta l’8 novembre del 212 d.C. da Marco Aurelio Mela, in ringraziamento a Caracalla.

[5] Plinio, Epistole 10, 5-7; 10-11; E. Volterra, La Tabula Banasitana (a proposito di una recente pubblicazione), BIDR, 77, 1974, 414 e s.; E. Migliario, Nota in margine alla Tabula Banasitana, AA.VV., Miscillo Flamine. Studi in onore di C. Rapisarda, Trento 1997, 226 ss.; A.N. Sherwin-White, The Tabula of Banasa and the Constitutio Antoniniana, JRS, 63, 1973, 89 ss.; C. Giachi, La Tabula Banasitana: cittadini e cittadinanza ai confini dell’impero, Atti del Seminario Internazionale “Civis/civitas. Cittadinanza politico – istituzionale e identità socio-culturale da Roma alla prima età moderna”, Siena – Montepulciano (10–13 luglio 2008), 2008, 75.

[6] F. Millar, Epigrafia, Le basi documentarie della storia antica, Bologna 1984, 110-111, il quale sottolinea il fatto che molti interrogativi suscitati dal documento sono al momento senza risposta: l’esatta storia e natura, l’organizzazione e la funzionalità, la collocazione e la mobilità di un archivio di tale importanza e mole.

[7] H. Wolff, Die Constitutio Antoniniana und Papyrus Gissensis 40, 1, II, cit., 381 nt. 222.

[8] Diversamente E. Volterra, op. cit., 410 ritiene l’estratto “presentato” da un liberto. Sul significato tecnico dell’espressione “recognovi” cfr. A.N. Sherwin-White, The Tabula of Banasa and the Constitutio Antoniniana, JRS, 63, 1973, 90; N. Palazzolo, Le modalità di trasmissione dei provvedimenti imperiali nelle province (II-III sec. d.C.), Iura, 28, 1977 (pubbl. 1980), 40-94 = Ius e Techne. Scritti Palazzolo, I, Torino 2008, 193 e s.

[9] E. Volterra, op. cit., 412 ss. In realtà, nel dossier epigrafico locale figurano solo le copie delle risposte imperiali e dell’estratto del registro ufficiale, ma non delle richieste e delle relative lettere di accompagnamento con suffragationes dei governatori, che avrebbero potuto completare il dossier ed essere conservate nell’archivio centrale a Roma.

[10] Il “…μένοντος…” potrebbe corrispondere a “…salvo…”, il “…χωρὶς…” a “…sine…”.

[11] C. Giachi, La Tabula Banasitana: cittadini e cittadinanza ai confini dell’impero, Atti del Seminario Internazionale “Civis/civitas. Cittadinanza politico – istituzionale e identità socio-culturale da Roma alla prima età moderna”, Siena – Montepulciano, 10–13 luglio 2008, 2008, 80.

[12] W. Seston, M. Euzennat, Un dossier de la cancellerie romaine, cit., 479 = W. Seston, Scripta varia, cit., 96; diversamente E. Volterra, op. cit., 436 ss.

[13] E. Migliario, Gentes foederatae. Per una riconsiderazione dei rapporti romano-berberi in Mauretania Tingitana, Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, 396, ser. IX, vol. X, fasc. 3, Roma 1999, 450 ss.

[14] V. Marotta, La cittadinanza romana in età imperiale (secoli I-III). Una sintesi, Torino 2009, 73.

[15] C. Giachi, La Tabula Banasitana, cit., 83; V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 92.

[16] C. Giachi, l.c.; V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 112 ss.

[17] J. Mélèze-Modrzejewski, La regle du droit dans l’Égypte romaine, Proceedings of the twelfth Intern. Congress of Papyrology (Ann Arbor, 1968), Toronto 1970, 317 – 377. Cfr. infra la Constitutio Antoniniana de civitate.

[18] J.H. Oliver, Text of the Tabula Banasitana, A.D. 177, AJPh, 93, 1972, 336-340; P.A. Kuhlmann, Die Giessener literarischen Papyri und die Caracalla-Erlasse. Edition, Übersetzung und Kommentar, Berichte und Arbeiten aus der Universitätsbibliotek und Universitätsarchiv Giessen, 46, Giessen 1994, 234 ss.; V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 114 e 120; contra K. Buraselis, Theía Doreá, Das göttlichkaiserliche Geschenk. Studien zur Politik der Severer und zur Contitutio Antoniniana, Verlag der österreichischen Akademie der Wissenschaften, Wien 2007, 6 nt 15

[19] Ad es. ghenteilikín, facendo riferimento al problema dei tria nomina dei novi Aurelii (P. Jouguet, La vie municipale l’Égypte romaine, Parigi 1911, 354 ss.) o apoleitikín, escludendo coloro che erano privi di ogni cittadinanza prima della concessione (R. Böhm, Studien zur Civitas Romana II: eine falsche Lesart bei Aelius Aristides, in Roman 65, Aegyptus, 43, 1963, 54 ss.; contra E. Kalbfleisch, v. Heichelheim, JEA 26, 1940, 16 nt. 2). Cfr. V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 113 e 120.

[20] V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 114.

[21] Cfr. ad es. le Epistulae Octaviani Caesaris de Seleuco navarcha; l’Edictum Octaviani triumviri de privilegiis veteranorum; o l’Edictum Domitiani de privilegiis veteranorum.

[22] Questa, ed altre caratteristiche ortografiche, come la diplé delle ll. 32-34, si ritiene che rivelino che la Tabula Banasitana è copia di un originale emanato dalla cancelleria imperiale. Cfr. W. Seston, M. Euzennat, Un dossier de la cancellerie romaine, cit., 478 = W. Seston, Scripta varia, Roma 1980, 95; H. Wolff, Die Constitutio Antoniniana und Papyrus Gissensis 40, 1, cit., II, 380 nt. 219.

[23] L’interruzione della linea a tal punto non è registrata nell’editio princeps e la svista è stata seguita da molti, ma non in ILMaroc 94; edizione seguita da E. Migliario, Gentes foederatae, cit., 454 e da V. Marotta, La cittadinanza romana, cit., 80.

[24] Anche in tal punto l’editio princeps registra una interruzione della linea che invece nella Tabula si constata solo dopo la successiva parola “quae”. Dalla ripetizione dell’errore si discosta ILMaroc 94; edizione correttamente seguita da E. Migliario, l.c. e V. Marotta, l.c.

[25] Segno della diplé, indicante una semplice abbreviazione, e non più o meno (circiter); cfr. R. Marichal, De l’usagé de la “diplè” dans les inscriptions et les manuscrits latins, Paleographica diplomatica et archivistica. Studi in onore di G. Battelli, I, Roma 1979, 63-69.

[26] M(arcus) Gau[i]us M(arci) f(ilius) Pob(lilia tribu) Squilla Ga[l]licanus (Seston, Euzennat); M(arcus) Gav[i]us M(arci) f(ilius) Pob(lilia) Squilla Ga[l]licanus (Marotta). Ma, sia la “i” di “Gavius”, che la “l” di “Gallicanus” sono nella Tabula evidenti. Gallicano fu console nel 150 d.C.; Glabrione nel 152; Laterano nel 154; Severo nel 160; Scapula Tertullo nel 160/6; Vario Clemente ex-ab epistulis; Basseo Rufo ex-prefetto del pretorio; Taruttieno Paterno prefetto del pretorio prima del 179, sino al 182; Tigidio Perenne prefetto del pretorio dal 180/1, sino al 185, Q. Cervidio Scevola giurista e prefetto dei vigili nel 175, di Q. Larcio Euripiano non si conosce la carica e Fl. Pisone fu prefetto dell’annona nel 179.

[27] Anche in questo caso la seconda “l” di Tertullus, data per integrata (Tertul[l]us), appare invece chiaramente tracciata nella Tabula.

La campagna mitridatica di L. Licinio Lucullo

di A. Frediani, I grandi generali di Roma antica. Gli uomini che impressero il loro marchio sulle conquiste, sulle battaglie e sulle guerre della Repubblica e dell’Impero, Roma 2003. pp. 185-211.

 

Tra i luogotenenti nei quali Silla ripose in ogni frangente la maggiore fiducia va annoverato un uomo il cui nome, oggi, sale alla mente anche dei meno acculturati, quando si trovano in presenza di un sontuoso desco: Lucio Licinio Lucullo. È curioso, in effetti, che uno dei migliori comandanti in un’epoca che, pure, di generali in gamba ne produsse parecchi, carente in ambizione, diplomazia e spregiudicatezza, semmai, più che in capacità strategiche e coraggio, abbia lasciato in ambito militare una traccia di sé solo negli addetti ai lavori, consegnando il proprio nome ai posteri solo per quella piccola, ultima parte della sua vita in cui egli fece sfoggio di essere un ostentato gaudente. Invece, per quanto riguarda il periodo in cui ebbe modo di distinguersi come condottiero, il protagonista di questa digressione tra i “grandissimi” Mario e Silla, Cesare e Pompeo, si è saputo costruire una notevole reputazione bellica, anche se l’epoca dei grandi talenti in cui ha vissuto lo ha premiato meno di quanto avrebbe ottenuto anche solo mezzo secolo prima o dopo. Lucullo non nasce soldato, in base a quel poco che possiamo evincere dalle scarne notizie forniteci dai cronisti a proposito della prima parte della sua esistenza; ma nasce bene, molto bene, da una famiglia che, per parte di padre, aveva dato un console alla res publica durante la guerra in Spagna, mentre da parte di madre, per quanto riguarda i personaggi di prestigio, c’era solo l’imbarazzo della scelta, trattandosi dei Metelli. Cicerone, che fu suo intimo amico, ci dice che Lucullo trascorse la giovinezza dedicandosi all’attività forense, ma sappiamo che partecipò con Silla, in qualità di tribunum militum, alla guerra sociale, che ebbe termine allo scoccare dei suoi trent’anni; dovrebbe essere stato proprio lui quell’unico ufficiale che seguì con decisione il suo comandante quando questi decise di entrare manu militari a Roma. Per quanto non citato nelle fonti – lo stesso Silla non gode di ampio spazio nei racconti relativi a quel conflitto –, Lucullo dovette essere coinvolto nel conflitto italico in ampia misura, se ai tempi di Plutarco giravano ancora copie di una sua Storia della guerra sociale in greco, scritta per scommessa.
E di nuovo con Silla lo troviamo nell’87 a.C., in partenza per l’Asia minore come quaestor del grande condottiero nella guerra mitridatica: questore, ovvero, l’uomo di fiducia del capo, il suo coordinatore ed organizzatore. Per i veri e propri episodi marziali il generale preferiva servirsi di gente più esperta, ma a Lucullo furono riservati ruoli di supporto di non poco momento: a lui e al fratello Marco fu affidata la direzione della zecca, e il questore ebbe il suo bel daffare nel trasformare in denaro contante quanto Silla gli aveva ordinato di confiscare ai santuari greci, come Epidauro ed Olimpia – per Delfi gli mancò il coraggio, e dovette pensarci personalmente Silla, assai più privo di scrupoli –, coniando monete d’oro e d’argento, dette “luculliane”, che non si limitarono ad avere corso solo in tempo di guerra. Durante l’assedio di Atene, poi, venne il momento per un compito più operativo. «Padrone della terraferma, ma tagliato fuori dai rifornimenti»[1], a causa della superiorità marittima di Mitridate, Silla aveva bisogno di navi per assicurarsi i collegamenti e le vettovaglie, e il questore fu chiamato a procurargliene: la prima scelta era l’Egitto, Stato virtualmente cliente di Roma, o meglio, da sempre propenso a profondere ricchezze nei confronti dei capitolini per orientarne la politica in senso non aggressivo verso la terra dei faraoni; in subordine, Lucullo avrebbe potuto battere gli antichi centri della Fenicia, o arrangiarsi con quel che trovava da requisire.

 

L. Licinio Lucullo. Busto, marmo, I sec. a.C. Sankt-Peterburg, Hermitage Museum.

 

Con una piccola flottiglia di cinque vascelli, secondo Plutarco, su una nave che cambiava di continuo per non farsi scoprire, secondo Appiano, il nostro Lucullo fece tappa dapprima a Creta, che seppe trarre dalla parte dei Romani, e poi a Cirene, dove pare che abbia lasciato una costituzione, illuminato dai suoi insigni e dotti accompagnatori, il poeta Archia e il filosofo Antioco di Ascalona. Arrivato ad Alessandria dopo aver subito un devastante attacco da parte dei pirati, fu trattato dal faraone Tolomeo IX Sotere Latiro con onori spropositati, senza che però il monarca, in attesa di capire da quale parte spirasse il vento, si sbilanciasse con un’aperta alleanza. Così, Lucullo se ne tornò indietro con uno smeraldo di immenso valore, dono personale del faraone, ma senza navi, che dovette procurarsi lungo la costa siriaca, per poi sostare a Cipro, dove le forze di Mitridate lo aspettavano «in agguato dietro i promontori»[2]; se la cavò con uno stratagemma, facendo tirare in secco l’intera flotta e fingendo di voler svernare sull’isola, per poi invece salpare con poche navi al primo vento favorevole, navigare a vele spiegate di notte ed ammainate di giorno, e raggiungere la fedele Rodi. Da tempo i Rodii ottemperavano alla loro alleanza con Roma compensando con il loro rapporto le deficienze della sua flotta, e anche in questo caso non poterono tirarsi indietro, fornendo un consistente contingente di naviglio; e non furono gli unici, perché qualche nave Lucullo la ottenne anche da altre due città che riuscì a staccare dall’alleanza con Mitridate, Cos e Cnido, utilizzandone i vascelli per una serie di spedizioni contro alcuni centri dell’Egeo che sostenevano il Ponto. A questo punto il questore si vide arrivare una richiesta d’aiuto da parte di Fimbria, il quale stava mettendo in grandi difficoltà Mitridate, che aveva bloccato a Pitane, a ridosso di Pergamo. Il ragionamento del feroce legato non faceva una grinza: lui aveva isolato il re da terra e, se Lucullo avesse fatto altrettanto dal mare con la sua flotta, il sovrano sarebbe stato spacciato; «nessuno avrebbe riportato maggior gloria – affermava Fimbria – di chi gli avesse sbarrato la strada e se ne fosse impadronito mentre tentava di fuggire. Se lui, Fimbria, lo avesse respinto dalla terraferma e Lucullo lo avesse cacciato dal mare la vittoria sarebbe stata di loro due e i Romani non avrebbero tenuto in alcun conto i tanto vantati successi di Silla ad Orcomeno e a Cheronea»[3].

Ma a quei tempi l’appartenenza ad un partito o ad una corrente, a Roma, contava di più dell’interesse comune, e Lucullo non se la sentì di abbandonare la causa sillana, né, forse, di rischiare la sua flotta in uno scontro con quella nemica, largamente superiore; pertanto non si mosse, lasciando a Mitridate la possibilità di fuggire a Mitilene. Inoltre, un uomo come Fimbria, selvaggio, truculento, mariano fino al midollo, non poteva che attirare il disprezzo di un aristocratico come Lucullo, che per carattere non era neanche propenso a turarsi il naso per pura ambizione. Ci fu tuttavia uno scontro navale davanti alla Troade, favorevole al romano, e un altro, nato da una singolar tenzone tra ammiraglie, vicino l’isola di Tenedo, sempre da quelle parti, altrettanto positivo per le armi romane; si trattò degli ultimi combattimenti prima della pace di Dardano, poco prima della quale Lucullo si ricongiunse nel Chersoneso a Silla, che se l’era dovuta cavare da solo. In sostanza, non bisogna aver paura di dire che la missione del questore si era rivelata un vero fallimento, risultando inutile alla causa di Silla e, con il suo rifiuto a Fimbria, all’intera causa romana. Tuttavia, fu a Lucullo che Silla, nel partire alla volta dell’Italia per trarre la sua vendetta sui mariani, si rivolse per ottenere dall’Asia la corresponsione dell’enorme multa imposta alla provincia. E, come afferma Plutarco, «in un incarico così pesante e ingrato, si comportò non solo con onestà e giustizia, ma anche con mitezza»[4], tanto che alcune comunità – ad esempio Delo, Tiatira e Sinnada – finirono per onorarlo come patrono. Pare che il questore abbia applicato un calmiere per i tassi d’interesse, a favore dei provinciali che si rovinavano per estinguere il debito, del 12%, in un’epoca in cui i tassi a ridosso del 50% erano la norma. Anche questa, d’altronde, era una precisa scelta di campo, perché la sua iniziativa ledeva in modo significativo gli interessi dei pubblicani, ovvero degli appaltatori, appartenenti a quella classe di cavalieri le cui esigenze Mario aveva sempre assecondato; Lucullo si arroccava così entro il fortilizio della sua classe aristocratica, manifestando una decisa opposizione a qualsiasi compromesso con quella categoria di nuovi ricchi che determinava ormai il corso della politica romana ed escludeva chi non teneva conto dei loro interessi, a meno che non avesse la forza, il carisma e la mancanza di scrupoli di un Silla, ad esempio. Era, questa, una delle due caratteristiche che avrebbero impedito a Lucullo di “fare carriera”; l’altra, era la sua incapacità di assecondare le aspirazioni dell’altra grande forza della res publica, ovvero l’esercito, e su di essa torneremo: per ora, sia sufficiente considerare che il nostro condottiero avrà cercato di limitare la protervia dei soldati nel fruire dell’acquartieramento nelle abitazioni dei provinciali, secondo quanto deliberato da Silla.

 

Scena di pagamento delle imposte. Rilievo, calcare, fine II sec. d.C. da Neumagen. Trier, Rheinisches Landesmuseum.

 

Il proquestore trovò anche il modo di testare la sua abilità di comandante in capo in occasione della ribellione di Mitilene, l’odierna Lesbo, i cui abitanti vinse in una battaglia campale, bloccando subito dopo la città per mare con la sua flotta. Facendo mostra di un’astuzia che lo avrebbe molto aiutato in seguito, nelle sue prime vittorie da console, evitò le lungaggini di un assedio simulando una ritirata in pieno giorno, per poi tornare la notte stessa a ridosso dell’abitato; i Mitilenesi, festanti, ritennero che fosse l’occasione buona per darsi al saccheggio dell’accampamento romano apparentemente deserto, e si riversarono fuori dalle mura senza alcuna cautela: in tal modo non poterono far altro che soccombere all’attacco dei legionari, che fecero un gran numero di prigionieri e qualche centinaio di morti.

 

Mitridate

 

In Oriente Lucullo rimase fino all’80 a.C., quando tornò a Roma per ritrovarsi edile insieme al fratello, che aveva voluto attendere perché anche lui raggiungesse l’età minima per conseguire la carica. I due Luculli si resero grandemente accetti al popolo allestendo – uno dei compiti connessi all’edilità – giochi sontuosi e spettacoli, nei quali fu introdotto il combattimento tra tori ed elefanti. L’anno seguente fu la volta della pretura, incarico il cui prestigio fu accresciuto dalla contemporanea morte di Silla, che lasciò un testamento nel quale si dichiarava Lucullo tutore del figlio, con tanto di dedica sulle Memorie. Con un tale biglietto di presentazione, il consolato sembrava un obiettivo facilmente conseguibile: dopo uno o più anni di propretura in Africa, infatti, Lucullo lo ottenne, nel 74 a.C., insieme ad un personaggio di secondo piano, Marco Aurelio Cotta.

 

Mitridate VI Eupatore. Statere, Pergamo 88-87 a.C. Au. 8, 45 gr. Recto: testa diademata, voltata a destra del sovrano.

 

Ma in quel momento non era tanto il consolato ad essere importante, bensì la conduzione di una nuova guerra contro Mitridate, il quale mirava ad espandersi a Occidente ai danni della Bitinia filoromana, il cui re, Nicomede IV, per fargli dispetto, poco prima di morire aveva diseredato i figli e lasciato a Roma il proprio regno. Così, quando il consueto, ottuso sorteggio assegnò a Cotta – che non aveva alcuna esperienza bellica – la Bitinia e a Lucullo – che aveva acquisito la sua reputazione militare proprio in Oriente – la Gallia Cisalpina, il nostro condottiero si diede a brigare per ottenere il comando del collega; contemporaneamente, morì anche il governatore della Cilicia, Lucio Ottavio, la cui provincia era un ottimo trampolino di lancio per colpire Mitridate.

Gli intrighi di Lucullo, che anche le fonti più favorevoli non si preoccupano di celare ma solo di attenuare, si spinsero fino alle aperte blandizie nei confronti di Precia, una matrona che aveva l’unico merito di essere la donna di Publio Cornelio Cetego, un tribuno della plebe di quelli tosti, che in quel momento, nonostante avesse un passato da mariano, era in grado di determinare con il suo beneplacito o la sua opposizione alle leggi il corso della politica a Roma. Questi era piuttosto favorevole a Pompeo, che stava combattendo in Spagna contro il generale mariano Sertorio, ma infine la determinazione di Lucullo riuscì a vincere la sua naturale avversione nei confronti di un sillano della prima ora e il console ebbe la Cilicia e l’Asia nonché – com’era ovvio, poiché l’unico altro comandante di rango in circolazione era nella penisola iberica –, la conduzione della guerra contro il re del Ponto; l’unico fastidio che Lucullo dovette sobbarcarsi fu di dover accettare la collaborazione di Cotta, che ebbe l’incarico di reperire la flotta tra gli alleati e di sorvegliare con essa gli stretti. Al comandante fu assegnata una legione, che si sarebbe riunita alle due di Fimbria che stazionavano in Asia al comando del vecchio luogotenente di Silla, Murena, e ad altre due con cui Servilio Isaurico si stava adoperando per eliminare l’endemico pericolo dei pirati; si trattava, in tutto, di 30.000 effettivi di fanteria e 2.000 di cavalleria.

Se pure non ne aveva il carattere, possiamo esser certi che fin da allora Lucullo aveva ben chiaro nella sua mente il disegno di diventare un grande condottiero, forse per riscattare la relativa povertà, fino ad allora, del suo curriculum militare, così come avverrà per Crasso in occasione della disgraziata impresa partica. Ecco cosa dice il suo amico Cicerone, esagerando parecchio in ogni senso, a proposito di questa nuova fase della sua vita:

 

[…] Inviato dal Senato alla guerra contro Mitridate, non solo superò le generali previsioni fatte sul suo valore, ma anche la fama di quanti lo avevano preceduto. E ciò fu tanto più sorprendente, in quanto non ci si aspettava affatto una gloriosa prestazione in campo militare da uno come lui, che aveva impegnato la giovinezza nell’attività forense e trascorso il lungo periodo della questura nella pace, in Asia, mentre Murena conduceva la guerra nel Ponto. Ma l’incredibile grandezza del suo ingegno fece sì ch’egli non sentisse la mancanza di quella disciplina dell’esperienza, che non si può insegnare. Pertanto, dopo aver consumato tutto il tempo del viaggio e quello della navigazione, parte consultando gli esperti, parte leggendo storie di imprese militari, giunse in Asia generale fatto, lui che era partito da Roma senza alcuna esperienza di cose militari[5].

 

L’impresa pareva fatta apposta per consegnare ai posteri la fama di chi l’avesse compiuta: il prossimo teatro di guerra erano gli stessi territori che avevano costituito lo scenario entro cui Alessandro Magno aveva consacrato se stesso all’eternità; il nemico, un mostruoso despota che si era reso responsabile del massacro di ben 80.000 Romani, per il quale l’intero popolo capitolino reclamava vendetta, sembrava fatto su misura per rendere immortale il Romano che lo avesse battuto. Il nuovo comandante che si presentò ai soldati «ormai corrotti dall’ozio e dagli agi e dai Fimbriani, come venivano chiamati, divenuti intrattabili per lunga abitudine all’indisciplina», era di pasta diversa rispetto a quelli che lo avevano preceduto: «quella, a quanto pare, era la prima volta che si trovavano di fronte un vero capo, perché fino ad allora erano stati solo strumento di demagogia per dei comandanti che cercavano esclusivamente di compiacerli»[6]. Lucullo si accingeva infatti ad affrontare l’arduo compito che lo aspettava aggiungendovi un ulteriore motivo di complicazione, gestendo cioè in modo del tutto anacronistico il suo rapporto con la truppa: niente privilegi, niente facilitazioni; nessun agio che non appartenesse strettamente alla vita di campo, nessuna gratificazione che esulasse quelle previste dalla manualistica militare; una radicale controtendenza rispetto all’atteggiamento comune a tutti i comandanti dell’epoca, da un quarto di secolo a questa parte, dai più grandi ai mediocri.

 

Soldati romani in Oriente (II-I sec. a.C.). Illustrazione di G. Sumner.

 

L’avversario che Lucullo stava per affrontare era un uomo che aveva cercato di trarre partito dalla lezione che gli aveva inflitto Silla; non si trattava più dell’incauto smargiasso che aveva mandato orde eterogenee di improvvisati soldati allo sbaraglio contro le collaudate armate romane. Consapevole che il possesso della provincia d’Asia e, ora, anche della Bitinia, dava ai Romani il controllo totale degli stretti e lo confinava intorno al Ponto Eusino, Mitridate

 

si curò dunque dei preparativi come se stesse decidendo il tutto per tutto. Per il resto dell’estate e per tutto l’inverno tagliò legname, allestì navi e armi, distribuì due milioni di medimni di grano [78.000 tonnellate] lungo le coste. Oltre alle forze che aveva già, vennero a lui come alleati i Calibi, gli Armeni, gli Sciti, i Tauri, gli Achei, gli Eniochi, i Leucosiri e quanti, presso il fiume Termodonte, occupano le terre dette “delle Amazzoni”. Queste furono le forze che, oltre alle sue, si congiunsero in Asia. Quanto all’Europa, furono con lui le tribù sauromate dei Basilidi, degli Iazigi e dei Coralli, quelle dei Traci che abitano lungo l’Istro, presso il Rodope e l’Emo, e inoltre i Bastarni, il popolo più bellicoso di tutti[7].

 

Plutarco, dal canto suo, precisa:

 

[…] proibì le grida minacciose dei barbari nelle diverse lingue, armi e suppellettili d’oro e di pietre preziose che costituivano un ricco bottino per i vincitori e non servivano certo a dare coraggio a chi le possedeva; al loro posto fece costruire spade di foggia romana e scudi pesanti preoccupandosi di raccogliere cavalli ben allenati invece che riccamente bardati. Così mise insieme centoventimila fanti, disposti secondo la formazione romana, e circa sedicimila cavalieri, senza contare le quadrighe falcate in numero di cento. Allestì inoltre navi senza più baldacchini dorati, bagni per le concubine e ginecei lussuosi, ma piene di armi da difesa e da attacco e di rifornimenti vari[8].

 

Nicomede IV di Bitinia. Tetradramma, Nicomedia, 94-74 a.C. ca. AR 14, 59 gr. Recto: Testa diademata del sovrano, voltata a destra.

 

Ancora una volta, nella primavera del 73 Mitridate assunse decisamente l’iniziativa, non con una provocazione ma secondo criteri militari razionali. Dichiarandosi campione del figlio di Nicomede, invase la Bitinia per metterlo sul trono, e allo stesso tempo inviò un esercito al comando di Diofanto, in Cappadocia, per sbarrare a Lucullo la strada per il Ponto. Il primo guaio, per i Romani, fu che le popolazioni asiatiche, vessate dai pubblicani, lo accolsero con favore; il secondo fu l’ottusità di Cotta, che accettò battaglia con Mitridate senza attendere il ricongiungimento con le forze del collega. Quest’ultimo, infatti, avanzava verso il fiume Sangario con l’obiettivo di prendere alle spalle il re del Ponto, giunto nella regione di Calcedonia, sulla sponda asiatica del Bosforo, mentre Cotta lo bloccava di fronte. Mitridate puntava a sconfiggere i due eserciti separatamente, e provocò immediatamente a battaglia Cotta, che ebbe il torto di accettare; il console rimediò una sconfitta devastante per terra, con migliaia di perdite, e una ancora più decisiva via mare, dove il prefetto Rutilio Nudo si fece incendiare una parte della flotta, mentre il rimanente, sessanta vascelli, gli veniva letteralmente portato via al traino dalle navi dell’avversario.

Cotta finì assediato a Calcedonia e il re, proseguendo nella sua strategia di evitare di essere preso tra due fuochi, rimase nei pressi della città a soprintenderne il blocco, e inviò una parte delle sue truppe contro l’altro console, al comando di Marco Mario, un luogotenente di Sertorio che il valoroso generale proscritto gli aveva mandato dalla Spagna. Lucullo si trovò di fronte quest’ultimo esercito nei pressi del lago Ascanio, in località Le Otrie, ma quella che si prospettava come la sua prima battaglia campale non ebbe luogo: pare che una meteora sia caduta proprio tra i due schieramenti mentre si accingevano al combattimento e i rispettivi comandanti, considerandolo un cattivo auspicio, rinunciarono allo scontro. D’altronde, Lucullo era già orientato a dare avvio alla campagna con una tattica alla “Fabio Massimo”:

 

Lucullo, pensando che nessuna riserva umana di rifornimenti e nessuna ricchezza avrebbe mai potuto nutrire a lungo le migliaia di uomini di Mitridate, per di più avendo il nemico schierato di fronte, fece chiamare a sé uno dei prigionieri. Anzitutto gli domandò quanti compagni dormissero in tenda con lui e poi quanti viveri erano rimasti nella sua tenda quando era stato catturato. Dopo che l’uomo ebbe risposto, lo congedò e ne interrogò un secondo e poi un terzo, ponendo a tutti le medesime domande. Infine, confrontando la quantità di viveri disponibile col numero dei soldati, arrivò alla conclusione che entro tre o quattro giorni le provviste nemiche sarebbero venute meno. E quindi, a maggior ragione, si confermò nella decisione di prendere tempo. Intanto ammassò dentro l’accampamento grandi quantità di viveri: così, circondato dall’abbondanza, poteva attendere le ristrettezze nelle quali sarebbe venuto a trovarsi il suo avversario[9].

 

Per Mitridate, dunque, era vitale procurarsi una sicura base di collegamento tra la propria flotta e l’esercito, per assicurarsi una via protetta per i rifornimenti. Toccò a Cizico, l’unica città della costa dell’Ellesponto ancora fedele ai Romani e uno dei centri più floridi dell’Asia Minore, essere prescelta quale successivo obiettivo del re pontico. Espugnarla non era impresa di poco conto: a parte la grande ricchezza di vettovaglie, macchine da difesa ed armi di vario genere, che i cittadini tenevano in tre rispettivi magazzini, la città sorgeva su un’isola collegata alla terraferma da una lingua di terra, era difesa da massicce mura divise da un’altura, il monte Dindimo, e dotata di due porti. Ma Mitridate aveva con sé 50.000 fanti e 400 navi, con i quali le pose il blocco per terra e per mare, e soprattutto il tessalo Niconide, grande esperto di macchine ossidionali. Presa posizione sul monte Adrastea, di fronte alla città, il sovrano fece circondare l’obiettivo con un doppio muro e un fossato, con terrapieni su cui dispose macchine d’ogni sorta: torri, testuggini dotate di ariete, una elepoli di quasi diciotto metri, «da cui si levava un’altra torre che con le catapulte vomitava pietre e vari proiettili»[10]; sul mare, due quinqueremi attaccate ospitavano una torre dalla quale, una volta vicina alle mura, usciva un ponte azionato da un meccanismo. Mitridate obbligò quindi 3.000 Ciziceni che aveva catturato alla battaglia di Calcedonia a schierarsi sotto le mura e a supplicare i concittadini di arrendersi, ma Pisistrato, il comandante della città, tenne duro e non si fece commuovere.

 

Roma in Oriente (73-71 a.C.).

 

Appiano descrive nei particolari i primi tentativi del re di prendere la città, dapprima mediante il marchingegno sulle navi, la cui efficacia fu scongiurata dagli assedianti mediante il getto di fuoco e pece, dopo che soli quattro uomini erano riusciti a salire sulle mura, poi con un massiccio assalto poliorcetico da terra, contro il quale i Ciziceni si produssero in una fiera difesa: «Spezzavano gli arieti con pietre o li piegavano con l’aiuto di corde o ne smorzavano la forza con stuoie di lana, rimediavano ai proiettili incendiari con acqua ed aceto, agli altri proiettili toglievano la forza con stoffe interposte davanti o con tele penzolanti»[11]. Una parte del muro crollò, ma gli assedianti non fecero in tempo ad approfittarne perché esso fu ricostruito la notte stessa, e non ebbero più modo di riprovarci, a causa del forte vento che, in seguito, distrusse gran parte dei macchinari.

Lucullo arrivò solo in un secondo momento nei pressi della città assediata, e sulle prime la sua armata fu scambiata dai Ciziceni per un contingente di rinforzo dello sterminato esercito pontico; ogni dubbio dei cittadini fu fugato quando, nottetempo, arrivò da loro a nuoto un messaggero, dopo una traversata di sette miglia nel lago che collegava il mare alla città «tenuto a galla da due otri, aggrappato all’asticella che li univa e remigando con i piedi sott’acqua»[12]. L’accampamento, grazie alla collaborazione di un proscritto romano pentito, fu posto su un’altura a sud della città, in una posizione che permetteva all’esercito consolare di ostacolare le vie di comunicazione e di rifornimento di Mitridate, costringendo il re «a subire quello che stava facendo»[13]. Ben presto il sovrano, anche a causa dell’approssimarsi dell’inverno, si trovò a corto di viveri, ma della carestia imperante tra le sue truppe nessuno osò informarlo, fino a quando non si verificò anche un’epidemia tra i soldati che, pare, erano ridotti a cibarsi d’erba, e perfino di interiora umane.

 

Cavalleria pontica. Illustrazione di J.D. Cabrera Peña.

 

Mitridate si risolse quindi a liberarsi della cavalleria e delle bestie da soma, nonché «dei fanti a cui poteva rinunciare», che fece partire verso ovest mentre Lucullo era impegnato nella conquista di un castello nei dintorni della città assediata. Ma al console non sfuggì la faccenda, e tornato nottetempo all’accampamento, prese con sé una legione e parte della cavalleria dandosi all’inseguimento del contingente pontico in ritirata. La neve e il gelo lo obbligarono a lasciare per strada molti dei suoi, tuttavia gli riuscì di arrivare a contatto dei nemici con un numero di uomini sufficiente a sterminarli mentre attraversavano un fiume, forse il Kokasu: pare che le donne della vicina città di Apollonia abbiano avuto tutto l’agio di spogliare e depredare le migliaia di cadaveri che giacevano lungo le rive del corso d’acqua, mentre Lucullo, alla sua prima battaglia campale – in realtà non più di un tiro al bersaglio – se ne tornava alla base con oltre 20.000 prigionieri.

Per Mitridate la faccenda di Cizico si stava rivelando un fiasco. Il re aveva costruito dei terrapieni che collegavano il monte Dindimo alle mura della città, con lo scopo di arrivare a minare queste ultime, ma furono gli assediati a farli crollare, insieme alle macchine che vi aveva piazzato sopra; per giunta, i suoi uomini erano ormai talmente provati da non riuscire neanche ad opporsi alle sempre più frequenti sortite dei difensori. Pertanto, decise che era tempo di svincolarsi, e salpò con la sua flotta alla volta di Pario, dove arrivò con solo una parte del naviglio, distrutto da una tempesta, lasciando il suo accampamento al saccheggio dei Ciziceni; «Lucullo, spettatore dell’altrui disfatta senza perdite proprie, ottenne così un nuovo genere di vittoria»[14].

Fallì anche il tentativo del sovrano di mettere i bastoni tra le ruote a Lucullo, inviando nell’Egeo il proprio ammiraglio Aristonico con un gran quantitativo di denaro per corrompere i legionari “fimbriani”, la cui fama giustificava un simile proposito: il suo messo fu infatti tradito e consegnato allo stesso console. L’esercito pontico, invece, si ritirò per terra alla volta di Lampsaco, ma fu sorpreso da Lucullo sul Granico, il fiume della Misia divenuto celebre per la prima vittoria di Alessandro sui Persiani; il generale aggredì i 30.000 effettivi di fanteria che il re aveva affidato a Mario ed Erme e ne fece strage, completando il suo successo, forse, con una seconda battaglia, sull’Esopo: almeno così si possono conciliare le diverse ubicazioni indicate dalle fonti.

A Cizico, Lucullo fu accolto come un trionfatore, e pare che in suo onore siano stati anche istituiti dei giochi, i Lucullea. Ma il condottiero non poteva permettersi di riposare sugli allori, come gli fece notare la dea Afrodite apparsagli in sogno: c’era da ripulire il mare dalle flottiglie sparse di Mitridate, e non esitò ad attaccare tredici quinqueremi nei pressi del promontorio del Sigeo, definito dalle fonti “porto degli Achei” in ricordo della guerra di Troia; in questa occasione, i vascelli finirono nelle sue mani e cadde il comandante Isidoro, celebre pirata passato al servizio di Mitridate, che aveva dato filo da torcere ai Romani nel tratto di mare tra Creta e Cilicia.

Ma il vero colpaccio il condottiero lo fece poco dopo, intercettando una flotta di 50 navi al comando di Mario, del paflagone Alessandro e dell’eunuco Dionisio. All’avvicinarsi della flotta romana, costoro riuscirono a riparare su un’isola nei pressi di Lemno, probabilmente Chryse – dove Filottete era stato morso da un serpente –, e a tirare in secco le navi. In questo modo, si tenevano fuori dalla portata di tiro dei Romani, e Lucullo si risolse ad aggirare l’isola facendo sbarcare un contingente di fanti sul lato opposto; la pressione di questi ultimi spinse gli avversari a imbarcarsi nuovamente, solo per vedersi precluso il mare aperto dalla flotta capitolina. Finì che i Pontici furono massacrati dal tiro concentrico da terra e dal mare, Mario giustiziato, Dionisio ed Alessandro scovati in una grotta e riservati per il trionfo (ma l’eunuco si uccise col veleno).

Le gratificazioni di Cizico e queste vittorie navali incrementarono, e di molto, la fiducia in se stesso del comandante romano, al punto da indurlo a rifiutare uno stanziamento di diciotto milioni di denari e l’invio di una flotta da parte del Senato: una decisione che non si spiega se non con la sua volontà di fugare ogni dubbio sulle difficoltà di sconfiggere una volta per tutte Mitridate, dimostrando di avere la situazione sotto controllo. Ma per quanto disastrosi fossero gli esiti delle sue imprese, il re se la cavava sempre; sfuggì per un pelo a Lucullo in Bitinia, e raggiunse il Ponto valendosi di un passaggio su una bireme dei pirati, dopo che un’altra tempesta gli aveva inflitto più perdite di quelle propinategli dai Romani.

 

Banchetto funebre. Stele funeraria di Matricone, figlio di Promatione, marmo, I sec. a.C. ca. da Calcedone. Istanbul, Arkeoloji Müzesi.

 

Il rifiuto di rinforzi da parte del proconsole appare tanto più ingiustificato ove si consideri che nessuno, a Roma, voleva un’altra pace negoziata come quella stipulata da Silla, e lo stesso Lucullo era sempre più solleticato dalle prospettive che si aprivano all’artefice di un’eventuale espansione romana verso Oriente. Non a caso, la sua mossa successiva fu l’invasione del Ponto e l’inseguimento di Mitridate, mentre Cotta puntava su Eraclea e il luogotenente Triario si occupava della flotta di collegamento con la Spagna. Sulle prime, si trattò di una marcia dura, tra le devastazioni della Bitinia, che obbligò il condottiero a valersi dell’apporto di 30.000 Galati come portatori di frumento; poi con la buona stagione, nel corso del 72 a.C., una volta entrati in territori non vessati dalla guerra, oltre l’Halys, i Romani reperirono ogni ben di dio: bovini, suini e schiavi si trovarono in abbondanza, al punto che, «delle altre prede, i soldati non sapevano cosa farne, anzi alcuni le abbandonavano, altri le lasciavano deperire; infatti, avendone tutti una grande quantità, non vi era possibilità di venderle a nessuno»[15].

Tuttavia i legionari trovarono il modo di lamentarsi con il loro comandante, che tendeva ad accordarsi con le città che incontrava lungo il tragitto, limitandosi a devastarne il territorio circostante, invece di espugnarle con la forza e gratificare così i suoi soldati del conseguente bottino. E tanto fecero, i soldati, che Lucullo dovette rinunciare al suo proposito di economizzare forze e risorse e concesse loro l’assedio di due centri importanti, Amiso, residenza reale, e Temiscira, sul Termodonte, nel pieno del territorio che, secondo gli antichi, aveva ospitato il regno delle Amazzoni, da una delle quali la città aveva preso il nome. Sfortunatamente per i Romani, dalle donne guerriere gli abitanti di Temiscira avevano ereditato la combattività, e l’esercito di Lucullo s’impelagò in un assedio dalle difficoltà inopinate. Secondo quanto riferisce Appiano,

 

I soldati che fronteggiavano Temiscira fecero avanzare torri contro il nemico, crearono dei terrapieni e scavarono gallerie così grandi che sotto terra ci furono scontri massicci. I Temisciri dall’alto scavarono condotti contro i Romani, e contro i lavoratori gettavano orsi e altre fiere e sciami d’api[16].

 

Nel complesso, comunque, la marcia era più lenta del lecito, e in seguito varrà a Lucullo una serie di accuse di aver favorito il nemico per prolungare la guerra e, quindi, il proprio comando. Allora, il proconsole così ribatteva alle lamentele dei soldati:

 

Proprio questo – rispondeva – io voglio e cerco di ottenere indugiando, che Mitridate ridiventi grande e raccolga forze in grado di combattere, in modo che allora ci attenda a battaglia e non fugga più al nostro avanzare. Non vedete che ha alle spalle una regione immensa e deserta? E vicino si erge la catena del Caucaso, con montagne altissime e gole profonde, sufficienti a nascondere non uno ma diecimila re che vogliano evitare il combattimento[17].

 

C’era poi la questione dell’Armenia. Vi regnava un tizio, Tigrane, che si faceva chiamare “re dei re”, per aver espanso il proprio regno, al suo avvento al trono poco più che minuscolo, inglobando Cilicia, Fenicia, Siria e sottraendo ai ben più potenti Parti ampi settori come la Mesopotamia settentrionale e l’Atropatene; per giunta, aveva sposato la figlia di Mitridate e, se questi si fosse trovato in forti difficoltà, riteneva Lucullo, avrebbe finito per tirarsi dietro anche il genero, costringendo i Romani ad affrontare una pericolosa coalizione. Insomma, Lucullo procedeva nella sua guerra, ma senza fare arrabbiare troppo il suo avversario, che intanto si era fermato a Cabira, nell’Armenia minore a nord del Lico, dove aveva radunato l’ennesimo esercito, composto da 40.000 fanti e 4.000 cavalieri, al comando dei suoi generali Tassile e Diofanto. Era venuto il momento dello scontro campale, e Lucullo lasciò Licinio Murena, figlio del luogotenente di Silla, a continuare l’assedio ad Amiso, muovendo con tre legioni alla volta del Lico attraverso le montagne, continuamente spiato dalle postazioni avanzate del re, che comunicavano con le retrovie mediante l’accensione di fuochi.

 

Scuola di Bryaxis o di Timoteo, Amazzonomachia. Bassorilievo, marmo pentelico, metà IV sec. a.C. ca. da un fregio funerario. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

 

Con la sua netta superiorità nella cavalleria, Mitridate cercò subito lo scontro in pianura e, dopo un primo combattimento nel quale i cavalieri romani ebbero la peggio, Lucullo si guardò bene dall’accettarne altri, puntando piuttosto ad aggirare lo sbarramento montano che si ergeva davanti a lui. Ci riuscì con l’aiuto di una guida locale, guadagnando una solida posizione in alto – «da cui se voleva combattere poteva raggiungere il nemico e se preferiva starsene tranquillo gli era possibile rimanere al coperto da un attacco»[18] –, che aveva l’unico e non indifferente neo di permettere a Mitridate di tagliare ai Romani le vie di comunicazione con la Cappadocia. Seguirono giornate piuttosto dense di avvenimenti, con varie scaramucce, durante le quali il comandante capitolino inflisse umilianti punizioni ai soldati che si erano resi responsabili di fughe durante gli scontri. Ci fu anche un tentativo di assassinarlo da parte di un sicario che aveva finto di aver litigato con il re per poter essere ricevuto dal proconsole in privato; ma l’attendente di quest’ultimo impedì all’assassino di entrare nella tenda del comandante, per il solo fatto che questi stava dormendo: come asserisce Plutarco, il sonno, che ha ucciso molti generali, salvò Lucullo. Infine, la situazione di stallo fu decisa da uno dei contingenti incaricati di assicurare i rifornimenti con la Cappadocia, comandato da tale Adriano, che secondo le fonti sterminò praticamente fino all’ultimo uomo le forze mandategli contro da Mitridate, 2.000 cavalieri e 4.000 fanti al comando di Menemaco e Mirone.

Conoscendo la facilità allo scoramento dei propri improvvisati soldati, il re cercò di non dar peso al disastro, ma Adriano lo servì a puntino sfilando davanti al suo accampamento ed ostentando sia il grano che i nemici non erano riusciti a sottrargli sia il bottino guadagnato dallo scontro; come previsto, ciò gettò nel panico più completo l’esercito pontico, che si diede ad una fuga caotica nella quale trovò la morte il generale Dorilao, sconfitto ad Orcomeno da Silla, e fu travolto lo stesso sovrano, che faticò a trovare un cavallo. Il re riuscì a sottrarsi all’inseguimento dei Romani solo perché uno dei suoi muli addetti al trasporto dell’oro finì nelle loro mani, e costoro si fermarono a lungo per disputarsi il prezioso carico. Finì per riparare dal genero, dando ordine di far uccidere tutte le sue mogli e sorelle, che vivevano a Farnacia, prima che cadessero nelle mani dei nemici.

Lucullo si spinse nell’inseguimento del re fino a Taularia, sulla riva settentrionale del Lico, dove Mitridate aveva stipato parte dei suoi tesori, e poi se ne tornò indietro fino ad Amiso, che ancora resisteva, mietendo qualche conquista lungo la via, nella cosiddetta Armenia Minore e dalle parti di Temiscira. Ad Amiso il greco Callimaco svolgeva lo stesso ruolo che era stato di Archimede a Siracusa un secolo e mezzo prima, e i Romani si trovarono a mal partito davanti alle sue macchine belliche. Il condottiero riuscì infine a sorprenderlo promuovendo un attacco nell’ora che abitualmente assegnava al riposo dei suoi soldati, e ciò gli valse la conquista di un tratto di mura, alla quale seguì la fuga dello stesso comandante; questi, però, non intendeva far fare bottino ai Romani, e se ne andò appiccando ovunque il fuoco, che i legionari non si curarono di spegnere, affannandosi invece nel saccheggiare quanto più possibile prima che l’incendio distruggesse tutto. Si dice che Lucullo deprecò la propria sorte, che non gli aveva consentito di emulare Silla, il quale aveva conquistato Atene senza distruggerla, e si dedicò alla ricostruzione della città.

Seguì un periodo di tregua tra il 71 e il 70 a.C., durante il quale il proconsole, stabilitosi ad Efeso, attese che il suo inviato presso Tigrane, il cognato Appio Claudio Pulcro, gli guadagnasse la consegna di Mitridate; nel frattempo, concentrò la propria attenzione all’amministrazione della provincia, che senza il suo occhio vigile era divenuta preda di veri e propri estorsori, i quali riducevano in schiavitù quanti si erano rivolti a loro per farsi prestare i soldi dei tributi, senza riuscire a restituire il denaro, a causa degli altissimi tassi d’interesse. «Ma ciò che avveniva prima – riporta Plutarco – era ancora peggiore, perché venivano torturati con tratti di corda, aculei e cavalletti, d’estate esposti ai raggi del sole, e d’inverno immersi nel fango o nel ghiaccio: così la schiavitù finiva per apparire loro come una liberazione, un beneficio»[19]. L’imposizione, da parte del governatore, di tassi che non superassero il 12% annuo, e la sua volontà di conservare ai debitori una gran parte del loro reddito, gli guadagnò la gratitudine delle popolazioni – gratificate anche di ludi, feste, gare atletiche e competizioni gladiatorie –, meno utile, in verità, dell’ostilità che montò nei suoi confronti a Roma tra quanti erano legati ai “capitalisti” che speculavano in Oriente.

 

Battaglia di Tigranocerta, 69 a.C..

 

Tigrane e l’invasione dell’Armenia

 

La stasi bellica finì quando Appio Claudio tornò dal suo comandante senza buone notizie. Tigrane aveva un’alta concezione di sé, tanto da tenersi sempre accanto come attendenti ben quattro re, che gli correvano davanti a piedi quando lui andava a cavallo e lo circondavano quando era sul trono; sebbene detestasse Mitridate, tanto da costringerlo ad una lunga anticamera prima di accordarsi con lui, si era risentito della sicumera dell’inviato romano e del fatto che Lucullo, nella sua lettera, lo avesse chiamato solo “re” e non “re dei re”, e aveva rifiutato la consegna del suocero. Il condottiero non se l’aspettava proprio, a quanto pare: «si domandò con meraviglia – afferma Plutarco – come mai l’Armeno, se aveva intenzione di attaccare i Romani, non avesse cercato la collaborazione di Mitridate, quando questi era al colmo della sua potenza, unendo le sue truppe a quelle ancora forti del re invece di lasciarlo a logorarsi, e cominciasse la guerra non con così esili speranze di successo, affiancandosi a chi non era più nemmeno capace di reggersi in piedi»[20]. Era tempo di riprendere a combattere, e Lucullo partì nuovamente alla volta del Ponto, assalendo la città natale del re, Sinope, difesa da una guarnigione di Cilici che opprimeva la popolazione greca. I difensori che non si erano dati alla fuga furono massacrati e la popolazione trattata con i guanti bianchi, per assicurarsi le retrovie sicure – perfino il figlio di Mitridate, Macarete, si propose come alleato – in vista dell’invasione dell’Armenia, cui il proconsole diede avvio all’inizio del 69, in piena stagione invernale, con due legioni e 500 cavalieri. L’impresa non era guardata con favore praticamente da nessuno:

 

Sembrava a tutti un pazzo temerario poiché voleva gettarsi, senza prospettive di salvezza, in mezzo a popoli bellicosi che disponevano di una cavalleria di decine di migliaia di unità, in un paese vasto, attraversato da fiumi profondi, cinto da monti sempre coperti di neve. Perciò i suoi soldati, già poco disciplinati, lo seguivano malvolentieri, pronti a ribellarsi. A Roma i demagoghi della plebe sbraitavano accusando pubblicamente Lucullo di passare di guerra in guerra, senza alcun vantaggio per la città, al solo scopo di non deporre più le insegne del comando e di continuare ad arricchirsi sui rischi della comunità, e col tempo costoro riuscirono nel loro intento[21].

 

Il passaggio dell’Eufrate, che sancì l’inizio della campagna, avvenne sotto i migliori auspici, rivelandosi più facile del previsto perché, nonostante il fiume fosse in piena e ciò presupponesse la costruzione di un ponte di barche, il suo livello scese improvvisamente – come se si volesse prostrare davanti a un essere superiore, secondo quanto interpretarono gli abitanti del luogo – permettendo il passaggio delle truppe. Ai soldati non fu consentito né il saccheggio delle campagne né l’assedio delle città – «avanzava chiedendo ai barbari solo ciò che era necessario», afferma Appiano[22] –, durante il cammino fino alla catena del Tauro, alla quale i Romani arrivarono senza che Tigrane avesse l’idea dell’avanzata nemica. Pare che, dopo aver visto rotolare la testa del primo malcapitato disfattista che era venuto ad annunciare al re l’avvicinamento di Lucullo, nessun altro avesse osato tenere il sovrano armeno al corrente della marcia del proconsole, finché al successivo informatore non fu assegnato un esercito con l’ordine tassativo «di ricondurre vivo il capo romano e di schiacciare tutti gli altri». Mitrobarzane, così si chiamava il temerario, si avvicinò ai Capitolini mentre stavano allestendo l’accampamento, ma non seppe approfittarne, perché Lucullo gli mandò contro il proprio luogotenente Sestilio con un contingente di fanti e 1.600 cavalieri; nacque uno scontro nel quale cadde lo stesso comandante armeno, e alla sua morte seguì l’immediata dispersione delle sue forze.

 

Soldati di Mitridate VI del Ponto. Illustrazione di Á. García Pinto.

 

La sconfitta fu sufficiente ad indurre Tigrane ad abbandonare la sua capitale Tigranocerta, situata ad est del Tigri, ma solo per essere sorpreso da Murena in una strettoia tra le montagne, dove i suoi uomini, costretti a procedere quasi in fila indiana, furono uccisi o fatti prigionieri dai Romani; il re fu tra quanti riuscirono a svincolarsi, ma il suo esercito perse tutte le salmerie. La «città che Tigrane aveva fondato in onore di se stesso» divenne il successivo obiettivo dei Romani, che la posero sotto assedio. E doveva trattarsi di una roccaforte spettacolare, secondo quanto ci racconta Appiano degli allestimenti del re armeno:

 

Lì fece venire gli uomini migliori comminando la confisca di tutti i beni che essi non avessero portato con sé. Circondò la città con mura di cinquanta cubiti, ai cui piedi pose molte stalle per i cavalli; fece costruire nel sobborgo la reggia e grandi parchi, molte riserve di caccia e laghi; nei paraggi fece erigere anche una possente fortezza[23].

 

L’assedio fu avviato da Sestilio, che circondò la città e la fortezza di un fossato, accompagnato da macchine da lancio, e fece scavare gallerie per arrivare a minare le mura. Lucullo era convinto che il re, borioso ed impulsivo, non avrebbe esitato a venire in soccorso alla sua città, offrendogli battaglia campale che il proconsole cercava prima che il tempo logorasse le sue forze. In effetti, le sole esitazioni di Tigrane furono dovute ai suggerimenti di Mitridate, che gli inviava lettere su lettere per scongiurarlo di puntare piuttosto a tagliare i rifornimenti dei Romani valendosi della superiorità e della mobilità della cavalleria, e di Tassile, il generale pontico che lo stesso Mitridate aveva inviato al genero. Sulle prime, il sovrano armeno parve attenersi ai consigli del suocero, ma quando iniziarono ad affluire al suo cospetto effettivi in quantità industriale – le fonti variano da un minimo di 70.000 ad un massimo di 700.000 uomini –, tra le popolazioni che abitavano l’area tra il Golfo Persico e il Mar Caspio, egli si convinse che Mitridate volesse privarlo di una vittoria certa per pura invidia, e mosse verso i Romani senza neanche aspettare l’altro monarca, lamentandosi perfino, pare, di dover affrontare il solo Lucullo e non, diceva, i comandanti romani tutti.

D’improvviso, Lucullo si trovò stretto tra la città assediata e lo sterminato esercito del re, che si era accampato in una vasta pianura presso l’affluente del Tigri, Niceforio, per permettere alla potenza dei suoi cavalieri corazzati di sprigionare tutta la sua efficacia. «Alcuni dei suoi ufficiali consigliavano a Lucullo, che stava tenendo un consiglio di guerra sull’imminente battaglia, di rinunciare all’assedio e di muovere contro Tigrane, altri lo ammonivano di guardarsi bene dal lasciarsi alle spalle tanti nemici. Egli rispose che, preso separatamente, né l’uno né l’altro consiglio era buono, ma buoni diventavano tutti e due combinati insieme»[24]. Dopo aver partecipato in prima persona alle varie fasi dell’assedio, scampando ripetutamente ai tiri degli arcieri dagli spalti o alle colate di nafta versate contro le macchine da lancio, il condottiero lasciò dunque la responsabilità del blocco alla città a Murena, cui diede 16.000 uomini, e se ne portò dietro 14.000, suddivisi in 10.000 fanti, mille arcieri e frombolieri, 3.000 cavalieri. Quando il suo misero esercito apparve al re, che secondo Livio disponeva di forze venti volte superiori, questi ingaggiò una gara di battute canzonatorie con i suoi generali, vincendola con la celebre frase: «se vengono come ambasciatori sono molti, se invece vengono come combattenti, pochi!». Né la protervia venne meno all’alba del giorno seguente, quando vide i legionari marciare lungo il fiume che divideva i due schieramenti, quello armeno a oriente, quello romano a occidente.

Poiché Lucullo stava puntando verso un tratto guadabile situato in corrispondenza di un punto in cui il corso d’acqua curvava a gomito, parve a Tigrane che i Romani, seguendone l’andamento, marciassero verso ovest, ovvero che si ritirassero. Ma Tassile gli fece notare che «quegli uomini, quando sono in marcia, non usano indossare vesti smaglianti e portare gli scudi ben lucidati e gli elmetti scoperti, come ora che hanno tolto le armi dai foderi di cuoio; quel luccichio significa che essi si accingono a combattere e che stanno marciando contro il nemico»[25].

Solo allora Tigrane si svegliò dal suo torpore e, mentre i primi legionari si accingevano a guadare il fiume, diede ai propri generali l’ordine di schierarsi a battaglia, mantenendo per sé il centro, affidando l’ala sinistra al re degli Adiabeni, e la destra, resa più potente dalla presenza dei cavalieri catafratti, «come murati nelle loro armature», al re dei Medi. Che fosse il 6 ottobre ce lo fa capire il riferimento che Plutarco fa alle perplessità dei comandanti romani, che avrebbero preferito differire l’attacco ad un altro giorno che non fosse l’infausto anniversario del massacro di Arausio, dove mezzo secolo prima decine di migliaia di capitolini avevano trovato la morte per mano dei Cimbri; dicendosi convinto di poter rendere fausto anche quel giorno, Lucullo passò il fiume e marciò alla volta del nemico: «indossava una splendente corazza d’acciaio a squame ed un mantello a frange, e roteando in mano la spada nuda faceva segno di attaccare subito i nemici, forniti di archi a lunga gittata, per eliminare, avanzando velocemente, la distanza utile al lancio»[26].

 

Tigrane II d’Armenia. Tetradramma, Tigranocerta 80-68 a.C. c., AR 15, 31 gr. Recto: Busto diademato e drappeggiato del sovrano; la tiara è decorata con una stella fra due aquile.

 

Il racconto della battaglia differisce alquanto in Plutarco e Appiano, tanto da renderli difficilmente conciliabili; proveremo a seguire il primo, che sembra più informato. A mettere paura ai Romani erano soprattutto i catafratti. Costoro attendevano i nemici schierati su un pianoro che costituiva la sommità di un’altura; ma l’ascesa non presentava grandi difficoltà, e il comandante capitolino, mentre conduceva all’attacco un migliaio di uomini, ordinò alla sua cavalleria di Traci e Galati di aggirare gli avversari sui fianchi e di mettere fuori uso le lunghe lance dei cavalieri corazzati, senza le quali essi non avrebbero potuto né offendere né difendersi. I suoi uomini, nel frattempo, giunti a contatto con i temuti cavalieri, ebbero l’ordine di concentrarsi sugli stinchi e sulle cosce, laddove non arrivava l’armatura. Per la cronaca, Appiano afferma invece che i cavalieri romani attirarono in avanti i nemici simulando una ritirata, e Lucullo, appostatosi con la fanteria alle spalle degli avversari con una manovra nascosta di aggiramento, li sorprese mentre erano sparpagliati su un ampio fronte all’inseguimento dei fuggitivi. In ogni caso, subito il panico si diffuse tra le file armene, e quegli ammassi di ferraglia fecero precipitosamente marcia indietro finendo addosso alla propria fanteria, scompaginandone i ranghi, «così che tutte quelle decine di migliaia di uomini furono sconfitti senza che si vedesse una sola ferita, senza far scorrere una goccia di sangue»[27].

Seguì un massacro dei fuggitivi, tanto più efficace in quanto Lucullo aveva proibito ai soldati di fermarsi a far bottino, «cosicché i Romani passarono accanto a bracciali e collane ammazzando, finché non calò la notte»[28]; pare che le vittime dell’esercito armeno siano ammontate a 100.000 anime, mentre i Romani ebbero solo un centinaio di feriti e cinque morti, tanto che essi stessi «si vergognavano e si deridevano a vicenda per aver dovuto usare le armi contro simili schiavi». Il re se la cavò fuggendo immediatamente dopo la collisione dei due eserciti, liberandosi della corona che pose piangendo sul capo del figlio, il quale la diede a sua volta a uno schiavo, che finì nelle mani di Lucullo.

Dal canto suo Mitridate, che aveva imparato a sue spese quanto cauto e prudente fosse Lucullo, non si era affrettato a venire in soccorso al genero, convinto che la battaglia non avesse ancora avuto luogo. Fu con grande stupore, pertanto, che trovò lungo il cammino soldati feriti e disarmati, prima di scovare Tigrane, derelitto e senza alcun milite intorno; una volta insieme, i due sovrani ripresero a fare ciò che avevano fatto ripetutamente fino ad allora: ovvero arruolare nuovi soldati. Per Lucullo, intanto, era un gioco da ragazzi espugnare Tigranocerta, grazie anche alla ribellione dei mercenari greci, che sgominarono i commilitoni di altra etnia e permisero ai Romani di valicare le mura. Il tesoro di Tigrane che il condottiero vi trovò fu sufficiente a sovvenzionarlo per il resto della guerra senza gravare sulle finanze dello Stato, e ad arricchirlo tanto da permettergli in vecchiaia quello stile sontuoso per cui sarebbe divenuto famoso più che per le sue imprese militari; ce ne fu anche per i soldati, d’altronde, cui fu permesso di saccheggiare a piacimento, gratificandoli pure con quasi un migliaio di dracme ciascuno, che costituivano il bottino della battaglia.

 

Regno di Armenia, 64 a.C. ca.

 

Dietro l’angolo, ora, c’era il terzo grande regno mediorientale, quello dei Parti, che avrebbe costituito la spina nel fianco per Roma nei tre secoli a venire. Ci furono dei contatti diplomatici tra Lucullo e il loro sovrano Arsace, per stipulare un’alleanza, ma pare che non se ne fece nulla. Anzi, sembra che il proconsole avesse intenzione di attaccare anche la Partia, ma che i soldati, provati dalla lunga serie di campagne, si siano opposti; così, il condottiero si risolse a proseguire l’impresa armena, che d’altronde era ben lungi dall’essere conclusa. La marcia riprese nell’anno 68 a.C., oltre il Tauro, dove la carenza di grano, non ancora maturo, fu compensata dal saccheggio dei villaggi stipati di viveri per Tigrane il quale, dal canto suo, piuttosto scoraggiato, aveva delegato il comando e l’allestimento di un nuovo esercito al suocero; questi aveva arruolato in fretta e furia tutti gli Armeni atti alle armi, per scegliere poi i migliori 70.000 fanti e 35.000 cavalieri e farli istruire dai suoi soldati. Sulle prime, l’intento di Lucullo era di costringere
il re a una nuova, decisiva battaglia campale; ma poi, visto che al di là di alcune scaramucce con alcuni reparti armeni i Romani non riuscivano ad andare, il proconsole decise di puntare sull’altra, più antica capitale del regno, Artassata, che si diceva fondata da Annibale ai tempi in cui era consigliere di Antioco III di Siria.

Fu allora che Tigrane, che ad Artassata aveva tutta la sua famiglia, si risolse a fermarlo, attestandosi con le truppe che era riuscito a racimolare sul fiume Arsania, l’affluente più orientale dell’Eufrate. Il suo nuovo esercito era dotato di una cospicua cavalleria, nella quale spiccavano gli abilissimi arcieri nomadi, del popolo dei Mardi, e i lancieri iberi, una popolazione del Caucaso meridionale che godeva fama di grande coraggio. Lucullo aveva ormai all’attivo diverse vittorie contro quei due re tronfi e vanesi, e fin dall’inizio non ebbe dubbi sull’esito della battaglia. Schierò dodici coorti oltre il fiume, sulla sponda settentrionale occupata dagli Armeni, disponendo in una lunga linea gli altri legionari, per evitare di essere accerchiato.

Ogni fonte fornisce un resoconto della battaglia diverso dagli altri, o forse racconta una battaglia diversa. Pare che ci sia stato un primo impatto tra cavalleria romana ed Iberi, con questi ultimi in rotta quasi subito. Mentre la cavalleria romana si dava al loro inseguimento, Tigrane lanciò contro lo schieramento capitolino il resto della sua cavalleria, che compì una serie di assalti senza riuscire a sfondare, a causa del pronto intervento della fanteria a supporto dei settori sottoposti a pressione. Tuttavia, ogni volta che indietreggiavano, i Mardi infliggevano più danni di quanti ne subissero, grazie alla loro abilità di tiratori: «le ferite erano dolorose e di difficile guarigione: essi usavano frecce a doppia punta, adattate in modo tale da procurare una morte immediata, sia che rimanessero confitte nelle carni, sia che venissero estratte: infatti la seconda punta, essendo di ferro e non fornendo alcun appiglio all’estrazione, rimaneva confitta»[29]. Lucullo fu sufficientemente pronto a richiamare indietro i suoi cavalieri e ad ordinar loro di attaccare la guardia del corpo del re, costituita da Atropateni. Anche costoro si diedero alla fuga, cui seguì quella di tutto l’esercito, coronata da un inseguimento dei capitolini che durò tutta la notte, «finché i Romani si stancarono non solo di uccidere, ma anche di far prigionieri e portar via ricchezze e bottino di ogni genere»[30]. La via per la “Cartagine armena” pareva aperta. Si era a settembre, e nulla lasciava presagire ciò che sarebbe successo.

Infatti,

 

Sopraggiunsero violente bufere, gran parte del territorio si coprì di neve, e poi, tornato il sereno, subentrarono gelo e brinate; perciò i cavalli trovarono difficoltà ad abbeverarsi e ad attraversare guadi perché rischiavano di tagliarsi i garretti con la crosta di ghiaccio che si rompeva. Inoltre la maggior parte del territorio era coperta di boschi, tagliata da gole strette ed infestate di paludi: così i soldati erano continuamente bagnati; durante le marce si inzuppavano di neve e la notte dovevano accamparsi su un terreno molle. Per pochi giorni dopo la battaglia essi seguirono il loro generale, poi cominciarono ad opporsi[31].

 

Di fronte alla prospettiva di un ammutinamento, Lucullo fu costretto a riportare indietro le sue truppe, che una volta ad ovest del Tauro, presero la via per la Migdonia, fertile regione della Mesopotamia nella quale campeggiava la città di Nisibi, dove il fratello del re, Gura, custodiva altri immensi tesori. Si imponeva un assedio, anche se, sfortunatamente, si scoprì che a capo delle difese c’era quello stesso Callimaco che aveva fatto vedere i sorci verdi ai Romani ad Amiso; per giunta, in questa circostanza egli si poteva valere di una doppia cinta di mura con in mezzo un fossato, che costituiva un baluardo pressoché invalicabile. Anche se Plutarco afferma che la città cadde subito, fonti apparentemente più informate, come Cassio Dione, ci riferiscono che l’impresa durò fino all’inverno. Pare che nel corso di una notte tempestosa, approfittando della scarsa sorveglianza degli Armeni, Lucullo abbia ordinato un attacco in più punti al muro esterno; avuta ragione dei pochi difensori, i Romani avrebbero quindi avuto la possibilità di colmare il fossato e quindi di passare al secondo muro, ancor più scarsamente difeso. Una volta in città, il condottiero trattò la resa con Gura, che si era asserragliato nella rocca, e vi svernò, usando intransigenza solo nei confronti di Callimaco,
che mise in ceppi «per fargli pagare il fio del fuoco che aveva appiccato ad Amiso, distruggendo la città e togliendo a lui la possibilità e la gloria di mostrare ai Greci la sua generosità»[32].

 

Anahit. Testa, bronzo, IV sec. a.C. ca., da Erez (Armenia).

 

Un esito deludente

Ma il vento stava cambiando, soprattutto per l’esasperazione dei soldati, alcuni dei quali, in servizio da sedici anni, avevano superato la durata massima della ferma, ma anche per l’incapacità, da parte di Lucullo, di guadagnarsi le loro simpatie e il loro favore.

 

Fino a quel momento la fortuna aveva seguito Lucullo e, per così dire, combattuto al suo fianco; da allora in avanti, però, quasi che il vento favorevole fosse venuto meno, egli dovette affrontare tutto forzatamente, e fu ostacolato da ogni parte. Sebbene continuasse a mostrare il coraggio e la magnanimità di un grande generale, le sue azioni non ottennero più né fama né favore, anzi poco mancò che per le sventure che gli capitarono non perdesse anche la gloria già conquistata[33].

 

Spocchioso con gli avversari politici o con gli esponenti di altre classi sociali, il condottiero non era meno altezzoso nei confronti dei suoi uomini, «considerando come una diminuzione di prestigio e di autorità qualsiasi concessione fatta ai soldati per compiacerli». Da quando era giunto in Asia, i legionari non avevano passato un solo inverno tra quattro mura, ma sempre sotto una tenda, in marcia o davanti ad una città assediata; a Roma, poi, lo accusavano di prolungare la guerra con il solo intento di arricchirsi: «non gli bastava – dicevano – aver conquistato la Cilicia, l’Asia, la Bitinia, la Paflagonia, la Galazia, il Ponto e l’Armenia fino al fiume Fasi, ora saccheggiava la reggia di Tigrane, come se fosse stato mandato a spogliare e non a vincere il re»[34].

Sul malcontento dei soldati fece leva suo cognato Publio Clodio, facinoroso sobillatore, “ribelle per natura”, secondo Cassio Dione, tra i più pervicaci della storia di Roma, il quale si sentiva defraudato di comandi che riteneva di meritare, e che usò tutto il suo eloquio per convincere i soldati che non valeva più la pena seguire Lucullo. Anche a Roma, da tempo, si invocava un avvicendamento del comando, tanto che nel dicembre del 68, il tribuno della plebe Aulo Gabinio riuscì a far approvare la lex Gabinia, per la quale le province di Bitinia e Ponto furono assegnate ad Acilio Glabrione; pertanto, i legionari si predisposero a svernare senza alcuna intenzione di combattere ancora – nonostante Mitridate stesse recuperando i territori persi nel Ponto –, «aspettando che da un giorno all’altro arrivasse Pompeo o qualche altro comandante a sostituire Lucullo»[35].

A dire il vero, una serie di sconfitte subite nel Ponto dai luogotenenti del proconsole permisero a Lucullo di convincere i soldati a seguirlo; ma il condottiero non arrivò in tempo per impedire la disfatta di Valerio Triario, che perse ben 7.000 uomini, 150 centurioni e 24 tribuni in una sola battaglia, nella quale lo stesso Mitridate per poco, a causa di un’emorragia per una ferita alla coscia, non ci rimise la vita. Al comandante romano non rimase che intraprendere una nuova marcia contro Tigrane, per impedirgli un ricongiungimento con le truppe pontiche; ma almeno quelli che erano stati con Fimbria, ovvero quelli in servizio da più tempo, si rifiutarono di procedere, «dicendogli che erano già stati congedati con tanto di decreto e che lui, Lucullo, non poteva più dare ordini, perché le province erano state assegnate ad altri».

 

Non vi fu nulla, anche di indecoroso, che Lucullo non lasciasse intentato. Andò tenda per tenda con aria dimessa e con occhi pieni di lacrime a parlare ai soldati uno ad uno, prendendone alcuni perfino per mano; ma essi respinsero le loro dimostrazioni d’affetto, gettandogli ai piedi i portamonete vuoti e gli ingiunsero di combattere da solo contro quei nemici contro i quali lui solo si arricchiva[36].

 

I suoi sforzi valsero a poco. I cosiddetti “fimbriani” decisero di rimanere fino all’estate del 67, ma senza combattere, a meno che non venissero attaccati. Fu un ben triste epilogo per un condottiero che aveva dato tante valide prove di sé: Lucullo, «li tenne con sé, senza costringerli ad agire, senza più condurli a combattere, accontentandosi solo che non se ne andassero, lasciando che Tigrane scorrazzasse per la Cappadocia e Mitridate ricominciasse a riempirsi d’orgoglio, quel Mitridate che nella sua lettera al Senato diceva di aver debellato definitivamente[37]». Quando arrivò la commissione di dieci uomini, da lui richiesta per dare una sistemazione amministrativa, secondo la consuetudine, ai paesi conquistati, costoro constatarono non solo che quelle regioni erano ben lungi dall’essere un saldo possesso romano, ma anche che «Lucullo non era neanche padrone di se stesso, anzi veniva deriso ed insultato dai suoi stessi soldati[38]». Subito dopo i legionari con la ferma scaduta se ne andarono e, pochi mesi dopo, reduce da due trionfi, a furor di popolo Pompeo era in Asia, pronto a rilevare il comando della guerra contro Mitridate e il governo delle province di Bitinia, Asia e Cilicia.

 

Ufficiale romano di età repubblicana (II-I sec. a.C.). Illustrazione di P. Connolly.

 

L’incontro per le consegne tra i due comandanti viene descritto da diverse fonti e, sebbene i due rimanessero in discreti rapporti negli anni successivi, si trattò di un episodio denso di tensione, recriminazioni, perfino insulti, anche perché i personaggi facilmente si prestavano ad accuse di venalità l’uno, di ambizione l’altro: anzi, per dirla con Velleio Patercolo, «nessuno dei due poteva essere imputato di mendacio dall’altro dal quale era accusato»[39]. Comunque, poiché Pompeo deliberò che tutti i soldati passassero al suo servizio, pena la confisca dei beni, alla fine dell’incontro Lucullo si ritrovò con soli 1.600 uomini – presumibilmente i più poveri, che non avevano nulla da perdere, come afferma Appiano – da portare con sé a Roma per il trionfo: «a tal punto – afferma Plutarco – Lucullo mancava, o per la sua stessa indole o per cattiva sorte, del primo e più grande requisito di un generale, la capacità di farsi amare dai soldati»[40].

Né maggiori simpatie il generale seppe riscuotere a Roma, se non tra l’aristocrazia, poiché dovette attendere ben tre anni dal suo arrivo in città nell’estate del 66 a.C., per celebrare il trionfo, cui molti si opponevano accusandolo, sostanzialmente, di aver provocato un mucchio di guerre senza averne conclusa una. E non si tratta di un’accusa del tutto priva di fondamento; solitamente, a Roma i trionfi si concedevano a chi avesse concluso vittoriosamente una guerra, non a chi lasciava a qualcun altro l’opera incompiuta – sebbene ragioni di opportunità politica, come nel caso di Metello nella guerra giugurtina, talvolta giustificassero il contrario. Non v’è dubbio che Lucullo avesse concluso la sua lunga campagna «in maniera incerta e non decisiva»[41], come afferma Appiano; tuttavia, aveva dimostrato di essere un grande e valoroso generale, come attesta Plutarco:

 

I più grandi generali romani lodarono moltissimo Lucullo per essere riuscito a sgominare i due re più famoso e potenti con due tattiche opposte: la rapidità e la lentezza; infatti con una strategia dilatoria e di logoramento fiaccò Mitridate quando era al colmo delle sue forze, e con azioni rapidissime sgominò Tigrane. Insomma, egli fu tra i pochi comandanti di tutti i tempi che usarono l’indugio nell’agire e l’audacia nel difendersi[42].

 

Ma ciò non bastava per portare a Roma quelle conquiste che da tempo costituivano il fondamento stesso della sua politica. Serviva anche essere, e soprattutto a quei tempi, un grande comandante, per creare nei soldati quella coesione, quella sinergia necessarie per condurre in porto qualsiasi impresa d’ampio respiro;

 

egli pretendeva troppo da loro, era inavvicinabile, severo nell’assegnazione dei servizi, implacabile nel punire; non sapeva convincere le persone con la persuasione, né guadagnarsele con la clemenza, né trarle a sé con le onorificenze o col denaro: cose necessarie in tutti i casi e specialmente quando si ha a che fare con una moltitudine di uomini, e per giunta con una moltitudine armata. Per questo i soldati, finché le cose andarono bene e poterono far bottino che compensasse i pericoli, gli ubbidirono; quando però vennero le sconfitte e sentirono la paura al posto delle speranze, non si curarono più di lui. La prova si ha nel fatto che Pompeo, messo alla testa di questi stessi uomini, non ebbe a notare in essi alcun segno di ribellione. Tanta è la differenza che passa tra un uomo e un altro[43].

 

Non meno carente era Lucullo come stratega, ove si consideri che, più di una volta, si addentrò in territorio nemico senza aver assunto le informazioni necessarie ad assicurarsi una marcia nella quale le difficoltà di ordine climatico e logistico fossero ridotte al minimo. L’incompletezza di Lucullo come condottiero, d’altronde, si rivelò tale anche in Lucullo come politico, allorché nell’ultimo periodo della sua esistenza, quando il partito aristocratico contava su di lui come campione contro l’intraprendenza del ceto equestre e lo strapotere di Pompeo, egli preferì ritirarsi a vita privata e farsi notare, piuttosto, per il modo ostentato in cui si godeva le sue immense ricchezze.

Ad ogni modo, il trionfo ci fu, nel 63 a.C., sotto il consolato del suo amico Cicerone, e anche se non fu dei più fastosi, si distinse per alcune caratteristiche peculiari degli altri cortei del genere: la ricca messe di armi e macchine da guerre nemiche esposte nel circo Flaminio, la sfilata dei cavalieri catafratti e dei carri falcati, le centodieci navi dal rostro di bronzo, una statua colossale di Mitridate con uno scudo tempestato di pietre preziose: il tutto, coronato da un banchetto cui partecipò la città intera, durante il quale furono offerte, secondo Plinio, centomila brocche di vino.

In seguito, solo «brindisi e banchetti, baldorie e fiaccolate e divertimenti di ogni sorta[44]», ma anche «la costruzione di edifici sontuosi, di ambulacri e bagni», nei sette anni che gli rimanevano da vivere, prima che una sclerosi celebrale – che qualcuno insinua gli sia stata involontariamente indotta da un liberto che gli somministrava una pozione per aumentare il suo affetto nei propri confronti – lo rendesse incapace di intendere e di volere. Non aveva vinto le guerre che aveva intrapreso, ma aveva lasciato a Pompeo il solo compito di raccogliere i frutti della sua opera, come un giocatore di calcio che dribbla gran parte della squadra avversaria servendo un pallone d’oro all’attaccante, che questi non può che mettere in porta. Infatti,

 

Tigrane e Mitridate, dopo le sconfitte subite ad opera di Lucullo, non tentarono più altre imprese. Mitridate, debole e ormai fiaccato dalle precedenti lotte, non osò neanche per una volta mostrare il suo esercito a Pompeo al di fuori del vallo e, alla fine, fuggito, riparò nel Bosforo dove morì; l’altro, Tigrane, nudo e disarmato, si gettò ai piedi di Pompeo e, toltosi dal capo il diadema, glielo gettò davanti, lusingandolo così con l’offerta di ciò che aveva già adornato il trionfo di Lucullo[45].

 

E se qualcuno ha dei dubbi sul diritto di Lucullo ad essere presente in quest’opera, sia sufficiente il consuntivo formulato nei suoi confronti da Plutarco:

 

Fu il primo dei Romani a valicare il Tauro con un esercito; di più: attraversò il Tigri, e sotto gli occhi del re espugnò ed incendiò le regge dell’Asia, Tigranocerta e Cabira, Sinope e Nibisi, conquistò nuove terre fino al Fasi, a nord, fino alla Media a est e fino al Mar Rosso a sud, grazie all’aiuto dei re arabi; annientò le forze dei re, dei quali gli mancò solo di catturare i corpi, perché quelli si rifugiavano in zone desertiche, tra foreste impervie e impraticabili[46].

 

L. Licinio Lucullo (?). Testa, marmo, seconda metà del I sec. a.C. dal tempio di Serapide, Sinope (Turchia).

 

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[1] Plut. Luc. 2.

[2] Plut. Luc. 3.

[3] Ibid.

[4] Plut. Luc. 4.

[5] Cic. Academ. Prior. 2, 1-3.

[6] Plut. Luc. 7.

[7] App. Mitr. 69.

[8] Plut. Luc. 7.

[9] Plut. Luc. 8.

[10] App. Mitr. 73.

[11] App. Mitr. 74.

[12] Oros. VI 2, 14.

[13] Ibid.

[14] Oros. VI 2, 20.

[15] Plut. Luc. 14.

[16] App. Mitr. 78.

[17] Plut. Luc. 14.

[18] Plut. Luc. 15.

[19] Plut. Luc. 20.

[20] Plut. Luc. 23.

[21] Plut. Luc. 24.

[22] App. Mitr. 84.

[23] App. Mitr. 85.

[24] Plut. Luc. 27.

[25] Ibid.

[26] Plut. Luc. 28.

[27] Ibid.

[28] App. Mitr. 85.

[29] Cassio Dio XXXVI 5.

[30] Plut. Luc. 31.

[31] Plut. Luc. 32.

[32] Ibid.

[33] Plut. Luc. 33.

[34] Ibid.

[35] Plut. Luc. 34.

[36] Plut. Luc. 35.

[37] Ibid.

[38] Ibid.

[39] Vell. Paterc. II 33.

[40] Plut. Luc. 36.

[41] App. Mitr. 91.

[42] Plut. Luc. 38.

[43] Cassio Dio XXXVI 16.

[44] Plut. Luc. 39.

[45] Plut. Luc. 46.

[46] Ibid.

Quanto le tasse condizionano la storia? Tassazione di ieri, tassazione di oggi: qualche riflessione sul sistema fiscale di Roma e su alcune conseguenze politiche e implicazioni etiche del “pagare le tasse”

di M. Reali, Loescher ricerca – Lingue classiche, 21/1/13.

[…] Anche nel mondo romano le tasse avevano una tale importanza “politica”? La risposta che mi sono dato, senza neppure troppa titubanza, è stata “sì”: anche a Roma molte scelte politiche furono profondamente connesse a scelte o strategie di carattere fiscale.
Non posso parlare in generale del sistema fiscale di Roma: un conto fu la Repubblica, un conto l’Impero. E poi da Romolo a Costantino, e oltre, ci passano più di mille anni: vorrete concedere anche ai poveri Romani, in questo lungo periodo, qualche “riforma fiscale”? Insomma butto lì solo qualche considerazione, che senza dubbio qualcuno troverà – a buona ragione – approssimativa e superficiale.

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Frammento del piano catastale A di Augustodunum. Marmo, I-II sec. d.C. ca. Orange, Musée d’Art et d’Histoire.

Non vi è però dubbio che – e parlo soprattutto della tarda-repubblica e dell’Impero – qualche linea generale nel fisco di Roma ci fu. Ad esempio, l’idea che gli abitanti dell’Italia (che con Cesare diverranno tutti cittadini romani) non dovevano pagare dal 167 a.C. alcuna imposta diretta, il tributum; e ciò per due ragioni. La prima perché i bottini delle guerre in Oriente avevano rimpinguato moltissimo le casse della res publica; la seconda perché i cives – come “tassa” – già combattevano nel nome di Roma nell’esercito legionario, anche se quest’ultimo – da Gaio Mario in poi – divenne per lo più una struttura volontaria e professionistica. Ai cittadini residenti in Italia spettavano solo i vectigalia, cioè le imposte indirette, che andarono comunque col tempo aumentando: tra questi – e non sono tutti – i portoria (i dazi), la vicesima libertatis (una tassa sull’emancipazione degli schiavi), la vicesima hereditatum (la “tassa di successione”), nonché alcune forme diverse di tassazione delle compravendite (una specie di IVA, insomma).
I provinciali, d’altro canto, non se la passavano troppo bene, poiché veniva loro imposto il tributum, sia quello sulle proprietà terriere (il tributum soli: i Romani avevano buone mappe catastali, come quella trovata ad Orange, in Francia), sia quello sulle persone fisiche (tributum capitis): questo veniva riscosso per lo più da società di publicani, cui lo Stato – come capita anche oggi – appaltava quest’antipatico servizio: i proventi finivano nell’ærarium (deposito custodito dal Senato) e, in epoca imperiale, in parte anche nel fiscus (controllato invece dall’imperatore). E il tributum poteva essere in denaro o in natura: quanto grano – infatti – la Sicilia (per questo mai inclusa nell’Italia romana) e l’Egitto inviarono a Roma per sfamare i cittadini dell’Urbs! Tra l’altro alcuni vectigalia dovevano pagarli pure i provinciali, e ci furono momenti nei quali il potere centrale di Roma aveva la piena consapevolezza del peso delle sue imposizioni fiscali nei confronti dei popoli sottomessi. I Romani sapevano comunque di non poter esagerare – pena il rischio di sanguinose rivolte – e quando all’imperatore Tiberio fu chiesto dai governatori di aumentare le tasse alle province, egli rispose: boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere («è proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle», Svetonio, Vita di Tiberio, 32).
Ma la spesa pubblica di Roma non era certo esigua. Intendiamoci, non esisteva – se non in forme limitatissime – alcuna forma di “scuola statale” (almeno di quel deficit non si possono incolpare gli insegnanti…), e i veri “statali” che costavano tanto erano i burocrati degli uffici pubblici (nelle province, soprattutto) e le numericamente esorbitanti forze armate (legionari, ausiliari, ma anche soldati urbani, vigili, pretoriani, ecc.), con le quali all’Urbe toccava in sorte (così volevano gli dèi…) dominare il mondo.

E l’Impero – all’inizio del III secolo d.C. – traballava così sotto i colpi dei barbari invasori, ma specialmente sotto i colpi del deficit delle casse dello Stato. Che fare? Nel 212 d.C. fu Caracalla, passato alla storia come un imperatore sanguinario e megalomane, a tirare fuori il coniglio dal cilindro. Emanò un editto (la Constitutio Antoniniana) con il quale tutti gli abitanti dell’Impero diventavano cittadini romani, provinciali inclusi. E, di conseguenza, dovevano tutti – proprio tutti – pagare i vectigalia, e soprattutto le tasse di successione! Tutti muoiono – pensò probabilmente il princeps –, tutti lasciano eredi qualcuno di qualcosa: meglio dunque allargare la vicesima hereditatum ai forse 25 milioni di ex provinciali che mantenerla solo per i 7 milioni di italici. Altro che atto magnanimo e generoso! Certo, fu un gesto politico solenne e rilevante, con il quale il potere centrale sancì l’ecumenicità dell’Impero, l’eguaglianza dei suoi cives davanti alla legge, il diritto di cittadinanza delle sue varie etnie: ma soprattutto questo gesto inchiodò tutti a un nuovo tipo di tassazione, ritenuto più vantaggioso per lo Stato e forse di più facile esazione. Insomma: restarono anche altre forme di fiscalità, ma certamente fu la tassa di successione a consentire all’Impero di resistere ancora qualche tempo[…].