La battaglia di Canne – 2 agosto 216 a.C. (Liv. XXII, 42-49)

di Tito Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. V (libri XXI-XXIII), note di M. Scàndola, Milano 1991(3), pp. 316-337.

Scena dello scontro, di I. Dzis.

 

[42] Ubi inluxit, subductae primo stationes, deinde propius adeuntibus insolitum silentium admirationem fecit. Tum satis comperta solitudine in castris concursus fit ad praetoria consulum nuntiantium fugam hostium adeo trepidam ut tabernaculis stantibus castra reliquerint, quoque fuga obscurior esset, crebros etiam relictos ignes. Clamor inde ortus ut signa proferri iuberent ducerentque ad persequendos hostes ac protinus castra diripienda et consul alter uelut unus turbae militaris erat: Paulus etiam atque etiam dicere prouidendum praecauendumque esse; postremo, cum aliter neque seditionem neque ducem seditionis sustinere posset, Marium Statilium praefectum cum turma Lucana exploratum mittit. Qui ubi adequitauit portis, subsistere extra munimenta ceteris iussis ipse cum duobus equitibus uallum intrauit speculatusque omnia cum cura renuntiat insidias profecto esse: ignes in parte castrorum quae uergat in hostem relictos; tabernacula aperta et omnia cara in promptu relicta; argentum quibusdam locis temere per uias uel[ut] obiectum ad praedam uidisse. Quae ad deterrendos a cupiditate animos nuntiata erant, ea accenderunt, et clamore orto a militibus, ni signum detur, sine ducibus ituros, haudquaquam dux defuit; nam extemplo Varro signum dedit proficiscendi. Paulus, cum ei sua sponte cunctanti pulli quoque auspicio non addixissent, nuntiari iam efferenti porta signa collegae iussit. Quod quamquam Varro aegre est passus, Flamini tamen recens casus Claudique consulis primo Punico bello memorata naualis clades religionem animo incussit. Di prope ipsi eo die magis distulere quam prohibuere imminentem pestem Romanis; nam forte ita euenit ut, cum referri signa in castra iubenti consuli milites non parerent, serui duo Formiani unus, alter Sidicini equitis, qui Seruilio atque Atilio consulibus inter pabulatores excepti a Numidis fuerant, profugerent eo die ad dominos; deductique ad consules nuntiant omnem exercitum Hannibalis trans proximos montes sedere in insidiis. Horum opportunus aduentus consules imperii potentes fecit, cum ambitio alterius suam primum apud eos praua indulgentia maiestatem soluisset.

 

 

[42] Quando spuntò il giorno destarono meraviglia due fatti, primo il ritiro dei posti di guardia, poi l’insolito silenzio che colpì coloro che più dappresso si erano accostati. Come ormai si ebbe la certezza che il campo di Annibale era deserto, vi fu un accorrere alle tende dei consoli da parte di coloro i quali portavano la notizia che Annibale era fuggito con tanta rapidità che il campo era stato abbandonato senza che nemmeno si fossero levate le tende; perché poi la fuga fosse tenuta più nascosta si erano anche lasciati parecchi fuochi. Sorsero, quindi, alte grida poiché i soldati chiedevano a gran voce che i consoli comandassero di avanzare e li conducessero all’inseguimento del nemico e subito dopo al saccheggio dell’accampamento. Mentre l’uno dei consoli si comportava come se appartenesse alla folla dei soldati, Paolo continuava a dire che si doveva essere prudenti e cauti; alla fine, non potendo più tendere a freno né la ribellione dei soldati, né il capo di questa ribellione, mandò in ricognizione il prefetto Mario Statilio con uno squadrone di cavalieri lucani. Appena Statilio ebbe cavalcato presso le porte, avendo ordinato agli altri di fermarsi fuori delle fortificazioni, egli stesso entrò nella trincea con due cavalieri e, dopo aver accuratamente esaminato tutto all’intorno, tornò indietro a riferire che in quella situazione si dovevano certamente nascondere delle insidie. Erano stati, infatti, lasciati dei fuochi in quella parte del campo che era rivolta in direzione del nemico; le tende erano aperte e tutti gli oggetti di valore erano stati lasciati a portata di mano. Egli aveva, inoltre, visto in alcuni luoghi l’argento quasi gettato a caso per le vie dell’accampamento, come offerto al saccheggio. Proprio quelle notizie che erano state date per trattenere gli animi dalla cupidigia, al contrario l’eccitarono; quando sorse un clamore fra i soldati che gridavano che sarebbero andati avanti senza comandanti anche se non fosse stato dato alcun segnale, allora il comandante non si sottrasse di certo, poiché Varrone diede subito il segnale della partenza. Paolo, non avendo i polli dato buon presagio a lui che già per istinto voleva sospendere l’impresa, ordinò di avvertire di questo fatto il collega che già stava per uscire con le insegne. Benché Varrone mal sopportasse ciò, tuttavia, l’episodio recente di Flaminio e la famosa sconfitta navale riportata dal console Claudio nella prima guerra punica, determinarono nel suo animo un certo timore superstizioso. Gli stessi dèi, starei per dire, differirono soltanto più che impedire la sciagura che in quel giorno sovrastava i Romani. Infatti, avvenne per caso che, mentre i soldati non volevano ubbidire al console che ordinava di riportare le insegne al campo, due schiavi, l’uno di un cavaliere formiano, l’altro di un cavaliere sidicino, che durante il consolato di Servilio ed Atilio erano stati fatti prigionieri dai Numidi mentre foraggiavano, riuscirono quel giorno a fuggire e a ritornare ai loro padroni. Condotti dinanzi al console, lo informarono che tutto l’esercito di Annibale stava al di là dei monti vicini, pronto all’agguato. Il provvidenziale arrivo di costoro ridiede autorità al comando dei consoli, poiché il desiderio di popolarità di uno di loro aveva con la sua colpevole indulgenza per prima cosa annullato la sua stessa autorità presso i soldati.

 

Cavaliere (dettaglio). Rilievo, marmo, II sec. d.C. ca. dal pannello del Sarcofago di Sidamara, da Ambararasi (Konya). Istanbul, Museo Archeologico.

 

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[43] Hannibal postquam motos magis inconsulte Romanos quam ad ultimum temere euectos uidit, nequiquam detecta fraude in castra rediit. Ibi plures dies propter inopiam frumenti manere nequit, nouaque consilia in dies non apud milites solum mixtos ex conluuione omnium gentium sed etiam apud ducem ipsum oriebantur. Nam cum initio fremitus, deinde aperta uociferatio fuisset exposcentium stipendium debitum querentiumque annonam primo, postremo famem, et mercennarios milites, maxime Hispani generis, de transitione cepisse consilium fama esset, ipse etiam interdum Hannibal de fuga in Galliam dicitur agitasse ita ut relicto peditatu omni cum equitibus se proriperet. Cum haec consilia atque hic habitus animorum esset in castris, mouere inde statuit in calidiora atque eo maturiora messibus Apuliae loca, simul ut, quo longius ab hoste recessisset, eo transfugia impeditiora leuibus ingeniis essent. Profectus est nocte ignibus similiter factis tabernaculisque paucis in speciem relictis, ut insidiarum par priori metus contineret Romanos. Sed per eundem Lucanum Statilium omnibus ultra castra transque montes exploratis, cum relatum esset uisum procul hostium agmen, tum de insequendo eo consilia agitari coepta. Cum utriusque consulis eadem quae ante semper fuisset sententia, ceterum Varroni fere omnes, Paulo nemo praeter Seruilium, prioris anni consulem, adsentiretur, [ex] maioris partis sententia ad nobilitandas clade Romana Cannas urgente fato profecti sunt. Prope eum uicum Hannibal castra posuerat auersa a Volturno uento, qui campis torridis siccitate nubes pulueris uehit. Id cum ipsis castris percommodum fuit, tum salutare praecipue futurum erat cum aciem dirigerent, ipsi auersi terga tantum adflante uento in occaecatum puluere offuso hostem pugnaturi.

 

[43] Annibale, dopo che vide che i Romani avevano compiuto soltanto dei movimenti inconsulti e non erano ancora stati trascinati dalla loro avventatezza alle estreme conseguenze, ritornò negli accampamenti senza aver raggiunto il proprio intento, in quanto l’inganno era stato scoperto. Qui non poté trattenersi più giorni a causa della mancanza di frumento; nel frattempo, ogni giorno si escogitava un nuovo piano, non solo da parte dei soldati, che erano un’accozzaglia di popoli di ogni specie, ma anche da parte dello stesso comandante. Infatti, se da principio nacque solo un mormorio, poi si ebbero addirittura aperte grida di coloro che reclamavano lo stipendio dovuto e di quelli che protestavano prima per la scarsezza del cibo, poi per la fame, mentre si diceva che i soldati mercenari, soprattutto quelli di nazionalità spagnola, avevano deliberato di disertare. Allora si racconta che lo stesso Annibale abbia più volte pensato a riparare in Gallia, coll’idea di darsi alla fuga con tutta la cavalleria, abbandonando la fanteria. Questi erano i piani e questo era lo stato d’animo negli accampamenti, quando Annibale stabilì di muovere verso località dell’Apulia più calde e perciò più favorevoli ad una più ampia maturazione delle messi; nello stesso tempo pensava che quanto più lontano egli si fosse ritirato dal nemico, tanto più difficili sarebbero state le diserzioni per uomini di carattere così volubile. Partì nottetempo lasciando, come aveva già fatto, alcuni fuochi accesi e poche tende in piedi per mostra, perché una paura degli agguati simile alla precedente riuscisse a trattenere i Romani. Tuttavia, quando lo stesso lucano Statilio, che aveva fatto un’accurata ricognizione oltre gli alloggiamenti e al di là dei monti, riferì che si vedeva da lontano l’esercito nemico in marcia, allora ricominciarono a diffondersi progetti di inseguimento. Poiché ciascuno dei due consoli persisteva nell’opinione che aveva sempre avuto, quasi tutti erano del parere di Varrone, mentre nessuno seguiva Paolo, eccetto Servilio, console dell’anno precedente. Così per decisione della maggioranza i consoli e gli eserciti si avviarono per rendere famosa, sotto l’imperversare del destino, la disfatta dei Romani a Canne. Nei pressi di questo villaggio, Annibale aveva posto gli accampamenti in una posizione contraria al soffiare del vento scirocco, che sollevava nubi di polvere dai campi torridi per la siccità. Questa circostanza gli tornò molto favorevole allora e soprattutto in futuro, quando si dovette ordinare lo schieramento per la battaglia; i Cartaginesi avrebbero perciò combattuto in posizione contraria al vento, che avrebbe soffiato soltanto alle loro spalle, mentre il nemico sarebbe stato accecato dal polverone che si levava tutto intorno.

Annibale Barca. Busto, marmo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 

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[44] Consules satis exploratis itineribus sequentes Poenum, ut uentum ad Cannas est et in conspectu Poenum habebant, bina castra communiunt, eodem ferme interuallo quo ad Gereonium sicut ante copiis diuisis. Aufidus amnis, utrisque castris adfluens, aditum aquatoribus ex sua cuiusque opportunitate haud sine certamine dabat; ex minoribus tamen castris, quae posita trans Aufidum erant, liberius aquabantur Romani, quia ripa ulterior nullum habebat hostium praesidium. Hannibal spem nanctus locis natis ad equestrem pugnam, qua parte uirium inuictus erat, facturos copiam pugnandi consules, dirigit aciem lacessitque Numidarum procursatione hostes. Inde rursus sollicitari seditione militari ac discordia consulum Romana castra, cum Paulus Sempronique et Flamini temeritatem Varroni Varro speciosum timidis ac segnibus ducibus exemplum Fabium obiceret testareturque deos hominesque hic nullam penes se culpam esse, quod Hannibal iam uel[ut] usu cepisset Italiam; se constrictum a collega teneri; ferrum atque arma iratis et pugnare cupientibus adimi militibus; ille, si quid proiectis ac proditis ad inconsultam atque improuidam pugnam legionibus accideret, se omnis culpae exsortem, omnis euentus participem fore diceret; uideret ut quibus lingua prompta ac temeraria, aeque in pugna uigerent manus.

 

[44] I consoli, sorvegliando bene le strade mentre inseguivano Annibale, come giunsero a Canne di fronte a lui, fortificarono i due accampamenti che distavano l’uno dall’altro lo stesso spazio come a Gereonio, prima che le milizie si dividessero. Il fiume Aufido che scorreva vicino ad ambedue i campi, lasciava libero accesso a coloro che andavano ad attingere acqua secondo le necessità di ciascuno, senza, pertanto, che non avvenissero piccoli scontri; tuttavia, i Romani preferivano attingere acqua movendo dall’accampamento minore, che era posto al di là dell’Aufido, perché la riva sinistra del fiume non aveva alcun presidio nemico. Annibale, nutrendo la speranza che i consoli gli avrebbero offerto l’opportunità di combattere in quei luoghi fatti per uno scontro di cavalleria, arma nella quale egli si sentiva invincibile, dispose le schiere a battaglia e ordinò ai Numidi di provocare con scaramucce i nemici. In conseguenza di ciò, negli accampamenti romani si accendevano di nuovo e le ribellioni dei soldati e le discordie fra i due consoli, quando Paolo rinfacciava a Varrone l’avventatezza di Sempronio e di Flaminio, mentre Varrone opponeva Fabio come esempio ben noto a comandanti pigri e codardi. Chiamava poi a testimoni gli dèi e gli uomini che egli non aveva nessuna colpa se Annibale aveva occupato l’Italia come una terra propria; egli, al contrario, era costretto e trattenuto dal collega, mentre si portavano via le armi e gli strumenti di guerra ai soldati che, pieni di sdegno contro il nemico, bramavano di combattere. Paolo Emilio, al contrario, affermava di ritenere sé esente da ogni colpa qualora accadesse qualche triste evento alle legioni abbandonate e gettate in preda ad una sconsiderata ed incauta battaglia; nonostante ciò, egli prometteva che avrebbe condiviso la responsabilità di qualsiasi sorte. Provvedesse Varrone a far sì che coloro che avevano la lingua lunga ed avventata fossero altrettanto forti e pronti di mano.

 

Soldati cartaginesi. Illustrazione di R. Hook.

 

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[45] Dum altercationibus magis quam consiliis tempus teritur, Hannibal ex acie, quam ad multum diei tenuerat instructam, cum in castra ceteras reciperet copias, Numidas ad inuadendos ex minoribus castris Romanorum aquatores trans flumen mittit. Quam inconditam turbam cum uixdum in ripam egressi clamore ac tumultu fugassent, in stationem quoque pro uallo locatam atque ipsas prope portas euecti sunt. Id uero indignum uisum ab tumultuario auxilio iam etiam castra Romana terreri, ut ea modo una causa ne extemplo transirent flumen dirigerentque aciem tenuerit Romanos quod summa imperii eo die penes Paulum fuerit. Itaque postero die Varro, cui sors eius diei imperii erat, nihil consulto collega signum proposuit instructasque copias flumen traduxit, sequente Paulo quia magis non probare quam non adiuuare consilium poterat. Transgressi flumen eas quoque quas in castris minoribus habuerant copias suis adiungunt atque ita instructa acie in dextro cornu—id erat flumini propius—Romanos equites locant, deinde pedites: laeuum cornu extremi equites sociorum, intra pedites, ad medium iuncti legionibus Romanis, tenuerunt: iaculatores ex ceteris leuium armorum auxiliis prima acies facta. Consules cornua tenuerunt, Terentius laeuum, Aemilius dextrum: Gemino Seruilio media pugna tuenda data.

 

[45] Mentre i Romani passavano il tempo a fare vivaci discussioni più che piani concreti, Annibale, che aveva raccolto nell’accampamento anche le altre milizie, da quella schiera che fino a giorno tardo aveva mantenuto in ordine di battaglia, staccò i Numidi e li mandò ad assalire di sorpresa quelli dei Romani che uscivano dall’accampamento minore per provvedere acqua al di là del fiume. I Numidi, appena balzati sulla riva, essendo riusciti con grande clamore e confusione a mettere in fuga quella schiera disordinata, avanzarono ad un posto di guardia collocato dinanzi alla trincea e quasi fino alle porte stesse del campo. In realtà parve cosa tanto vergognosa che accampamenti romani fossero presi da terrore perfino dinanzi ad un corpo di soldati irregolari, che la sola ragione per la quale i Romani si trattennero dal passare subito il fiume e disporre le schiere a battaglia, fu il fatto che in quel giorno il comando era nelle mani di Paolo. Pertanto, il giorno dopo Varrone, a cui toccava per turno il comando, senza avere affatto consultato il collega, fece dare il segnale della battaglia e trasferì l’esercito oltre il fiume, mentre Paolo lo seguiva, perché, se da un lato poteva disapprovare quella decisione, non poteva d’altra parte rifiutare il suo aiuto. Passato il fiume, i consoli unirono alle loro forze anche quelle truppe che stavano nell’accampamento minore e disposero così l’esercito in ordine di battaglia: sul fianco destro, che era più vicino al fiume, collocarono i cavalieri romani e poi i fanti; sul fianco sinistro la parte estrema dell’ala era occupata dai cavalieri alleati; nella parte interna stavano invece i fanti che si erano congiunti con le legioni romane. La prima schiera era composta dai frombolieri con altre milizie ausiliarie armate alla leggera. I consoli comandavano le due ali, Terenzio la sinistra, Emilio la destra; a Gemino Servilio fu affidata la difesa della parte centrale dello schieramento.

 

Ufficiali romani. Illustrazione di G. Rava.

 

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[46] Hannibal luce prima Baliaribus leuique alia armatura praemissa transgressus flumen, ut quosque traduxerat, ita in acie locabat, Gallos Hispanosque equites prope ripam laeuo in cornu aduersus Romanum equitatum; dextrum cornu Numidis equitibus datum media acie peditibus firmata ita ut Afrorum utraque cornua essent, interponerentur his medii Galli atque Hispani. Afros Romanam [magna ex parte] crederes aciem; ita armati erant armis et ad Trebiam ceterum magna ex parte ad Trasumennum captis. Gallis Hispanisque scuta eiusdem formae fere erant, dispares ac dissimiles gladii, Gallis praelongi ac sine mucronibus, Hispano, punctim magis quam caesim adsueto petere hostem, breuitate habiles et cum mucronibus. Ante alios habitus gentium harum cum magnitudine corporum, tum specie terribilis erat: Galli super umbilicum erant nudi: Hispani linteis praetextis purpura tunicis, candore miro fulgentibus, constiterant. Numerus omnium peditum qui tum stetere in acie milium fuit quadraginta, decem equitum. Duces cornibus praeerant sinistro Hasdrubal, dextro Maharbal; mediam aciem Hannibal ipse cum fratre Magone tenuit. Sol seu de industria ita locatis seu quod forte ita stetere peropportune utrique parti obliquus erat Romanis in meridiem, Poenis in septentrionem uersis; uentus—Volturnum regionis incolae uocant—aduersus Romanis coortus multo puluere in ipsa ora uoluendo prospectum ademit.

 

[46] All’alba Annibale, mandati avanti i soldati delle Baleari ed altre milizie dotate di armi leggere, passato il fiume così come l’aveva fatto passare a ciascun reparto, dispose in tal modo l’esercito in ordine di combattimento: collocò i Galli e gli Spagnoli accanto alla riva del fiume sul fianco sinistro contro la cavalleria romana; il fianco destro fu affidato ai cavalieri numidi, il centro fu rafforzato con la fanteria in modo che ambedue le ali fossero tenute dagli Africani; al centro si trovavano interposti Galli e Spagnoli. Si sarebbe potuto credere che in gran parte quegli Africani fossero una schiera di Romani; essi erano, infatti, armati con le armi catturate nella battaglia del Trebbia, ma, soprattutto, in gran parte nella battaglia del Trasimeno. Gli scudi dei Galli e degli Spagnoli erano pressoché uguali; le spade, invece, diverse per forma e per lunghezza, quelle dei Galli lunghissime e senza punta; quelle degli Spagnoli, al contrario, erano fatte per assalire il nemico più che di punta che di taglio, corte e maneggevoli e munite di cuspidi. Anche la vista di questa gente, fra tutte le altre incuteva un particolare terrore e per la grandezza del corpo e per l’aspetto; i Galli erano nudi dall’ombelico in su; gli Spagnoli si erano disposti in ordine rivestiti di tuniche di lino orlate di porpora, scintillanti di un mirabile candore. Il numero di tutti i fanti che si schierarono allora in campo fu di quarantamila, diecimila furono i cavalieri. I generali comandavano le ali; alla sinistra Asdrubale, alla destra Maarbale; lo stesso Annibale con il fratello Magone occupò il centro. Il sole, sia che gli eserciti si fossero così disposti per calcolo, sia che lo avessero fatto a caso, brillava assai opportunamente sul fianco dell’una e dell’altra parte, i Romani l’avevano alla sinistra, i Cartaginesi alla destra. Purtroppo il vento, che gli abitanti della regione chiamavano Volturno, essendosi levato in direzione contraria ai Romani, sollevando un gran polverone proprio contro i loro visi, tolse ad essi la possibilità di vedere.

 

Fanti iberici. Illustrazione di G. Rava.

 

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[47] Clamore sublato procursum ab auxiliis et pugna leuibus primum armis commissa; deinde equitum Gallorum Hispanorumque laeuum cornu cum dextro Romano concurrit, minime equestris more pugnae; frontibus enim aduersis concurrendum erat, quia nullo circa ad euagandum relicto spatio hinc amnis, hinc peditum acies claudebant. In derectum utrimque nitentes, stantibus ac confertis postremo turba equis uir uirum amplexus detrahebat equo. Pedestre magna iam ex parte certamen factum erat; acrius tamen quam diutius pugnatum est pulsique Romani equites terga uertunt. Sub equestris finem certaminis coorta est peditum pugna, primo et uiribus et animis par dum constabant ordines Gallis Hispanisque; tandem Romani, diu ac saepe conisi, aequa fronte acieque densa impulere hostium cuneum nimis tenuem eoque parum ualidum, a cetera prominentem acie. Impulsis deinde ac trepide referentibus pedem institere ac tenore uno per praeceps pauore fugientium agmen in mediam primum aciem inlati, postremo nullo resistente ad subsidia Afrorum peruenerunt, qui utrimque reductis alis constiterant media, qua Galli Hispanique steterant, aliquantum prominente acie. Qui cuneus ut pulsus aequauit frontem primum, deinde cedendo etiam sinum in medio dedit, Afri circa iam cornua fecerant inruentibusque incaute in medium Romanis circumdedere alas; mox cornua extendendo clausere et ab tergo hostes. Hinc Romani, defuncti nequiquam [de] proelio uno, omissis Gallis Hispanisque, quorum terga ceciderant, [et] aduersus Afros integram pugnam ineunt, non tantum [in] eo iniquam quod inclusi aduersus circumfusos sed etiam quod fessi cum recentibus ac uegetis pugnabant.

 

[47] Levatosi un grido, gli ausiliari irruppero e la battaglia si accese subito con i reparti di leggera armatura; poi l’ala sinistra della cavalleria gallica e spagnola si urtò contro l’ala destra romana, senza rispettare minimamente la tattica della battaglia equestre; infatti, non potevano fare altro che scontrarsi di fronte, poiché intorno non era rimasto spazio alcuno per fare delle evoluzioni, in quanto da un lato lo spazio era chiuso dal fiume, dall’altro dallo schieramento di fanteria. Di fronte, poiché da ambedue le parti i cavalieri si sforzavano invano nell’assalto, alla fine la turba dei cavalieri si trovò serrata senza possibilità di muoversi; ogni soldato allora, afferrandosi al collo del nemico, cercava di trascinarlo giù da cavallo. In gran parte del fronte si combatteva ormai una battaglia a piedi: più accanito che lungo fu il combattimento; i cavalieri romani respinti si diedero alla fuga. Sul finire della battaglia equestre entrò in campo la fanteria con una lotta dapprima eguale di forze e di animi, mentre rimanevano non interrotte le file dei Galli e degli Spagnoli; alla fine i Romani, pur avendo a lungo ed insistentemente tentato di aprirsi un varco, riuscirono con una colonna egualmente compatta a ricacciare indietro un cuneo nemico troppo esiguo e perciò poco solido, che sporgeva dal resto dello schieramento. Respinti di poi i nemici, mentre questi si ritiravano precipitosamente, i Romani si diedero ad incalzarli. Allora tutti insieme, passando in mezzo alla schiera di coloro che per paura fuggivano a precipizio, furono trascinati prima in mezzo alla parte centrale dello schieramento nemico, in seguito, poiché non v’era resistenza alcuna, giunsero fino alle truppe di riserva degli Africani. Costoro si erano fermati dopo il ripiegamento di ambedue le ali, mentre la parte centrale nella quale si erano schierati i Galli e gli Spagnoli si era alquanto spostata in avanti. Quando questo cuneo fu ricacciato indietro, la fronte apparve dapprima rettilinea, poi, continuando i soldati ad indietreggiare, si formò nel mezzo una rientranza, mentre gli Africani ai lati avevano già disposto le ali, in modo da prendere in mezzo i Romani che imprudentemente avevano fatto irruzione al centro. I Romani, allora, terminato inutilmente il primo combattimento, lasciati da parte Galli e Spagnoli che avevano preso alle spalle, cominciarono un nuovo combattimento contro gli Africani con esito sfavorevole, non solo perché dovevano combattere contro coloro che li incalzavano tutto intorno, ma anche perché si battevano stanchi contro soldati freschi e vigorosi.

 

Battaglia equestre. Illustrazione di A. Todaro.

 

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[48] Iam et sinistro cornu Romanis, ubi sociorum equites aduersus Numidas steterant, consertum proelium erat, segne primo et a Punica coeptum fraude. Quingenti ferme Numidae, praeter solita arma telaque gladios occultos sub loricis habentes, specie transfugarum cum ab suis parmas post terga habentes adequitassent, repente ex equis desiliunt parmisque et iaculis ante pedes hostium proiectis in mediam aciem accepti ductique ad ultimos considere ab tergo iubentur. Ac dum proelium ab omni parte conseritur, quieti manserunt; postquam omnium animos oculosque occupauerat certamen, tum arreptis scutis, quae passim inter aceruos caesorum corporum strata erant, auersam adoriuntur Romanam aciem, tergaque ferientes ac poplites caedentes stragem ingentem ac maiorem aliquanto pauorem ac tumultum fecerunt. Cum alibi terror ac fuga, alibi pertinax in mala iam spe proelium esset, Hasdrubal qui ea parte praeerat, subductos ex media acie Numidas, quia segnis eorum cum aduersis pugna erat, ad persequendos passim fugientes mittit, Hispanos et Gallos pedites Afris prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit.

 

[48] Anche nell’ala sinistra i Romani avevano impegnato una battaglia, là dove contro i Numidi si era collocata la cavalleria alleata; il combattimento ebbe un inizio fiacco e segnato da un atto di frode tipica dei Cartaginesi. Quasi cinquecento Numidi che, oltre le solite armi offensive, avevano nascosto delle spade sotto le corazze, si misero a cavalcare tenendo dei piccoli scudi dietro la schiena, allontanandosi dai loro compagni come fossero dei disertori. All’improvviso balzarono da cavallo, e, gettati ai piedi dei Romani gli scudi e i dardi, vennero accolti in mezzo alle loro file; condotti dietro la linea di combattimento, ebbero l’ordine di prendere quel posto. I Numidi se ne stettero tranquilli, mentre da ogni parte si accendeva la battaglia; dopo che gli animi e gli occhi di tutti furono attratti verso il combattimento allora i Numidi, afferrati gli scudi, che erano stati gettati qua e là fra i mucchi di cadaveri, aggredirono alle spalle la schiera dei Romani e, ferendoli al dorso e tagliando i garretti dei cavalieri, provocarono grandissima strage e più ancora spavento e tumulto. Poiché nell’ala destra romana vi erano terrore e fuga, mentre al centro la fanteria, stanca della lunga battaglia, aveva ormai perduto ogni speranza di successo, Asdrubale che comandava in questa zona le truppe cartaginesi richiamò dal mezzo della battaglia i Numidi poiché il combattimento illanguidiva e li mandò ad inseguire qua e là i fuggitivi. Aggregò i cavalieri galli e spagnoli alla fanteria africana, ormai quasi più stanca per la strage compiuta che per la fatica del combattere.

 

Cavaliere numida. Illustrazione di P. Connolly.

 

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[49] Parte altera pugnae Paulus, quamquam primo statim proelio funda grauiter ictus fuerat, tamen et occurrit saepe cum confertis Hannibali et aliquot locis proelium restituit, protegentibus eum equitibus Romanis, omissis postremo equis, quia consulem et ad regendum equum uires deficiebant. Tum denuntianti cuidam iussisse consulem ad pedes descendere equites dixisse Hannibalem ferunt: “quam mallem, uinctos mihi traderet”. Equitum pedestre proelium, quale iam haud dubia hostium uictoria, fuit, cum uicti mori in uestigio mallent quam fugere, uictores morantibus uictoriam irati trucidarent quos pellere non poterant. Pepulerunt tamen iam paucos superantes et labore ac uolneribus fessos. Inde dissipati omnes sunt, equosque ad fugam qui poterant repetebant. Cn. Lentulus tribunus militum cum praeteruehens equo sedentem in saxo cruore oppletum consulem uidisset, “L. Aemili” inquit, “quem unum insontem culpae cladis hodiernae dei respicere debent, cape hunc equum, dum et tibi uirium aliquid superest [et] comes ego te tollere possum ac protegere. Ne funestam hanc pugnam morte consulis feceris; etiam sine hoc lacrimarum satis luctusque est”. Ad ea consul: “tu quidem, Cn. Corneli, macte uirtute esto; sed caue, frustra miserando exiguum tempus e manibus hostium euadendi absumas. Abi, nuntia publice patribus urbem Romanam muniant ac priusquam uictor hostis adueniat praesidiis firment; priuatim Q. Fabio L. Aemilium praeceptorum eius memorem et uixisse [et] adhuc et mori. Me in hac strage militum meorum patere exspirare, ne aut reus iterum e consulatu sim [aut] accusator collegae exsistam ut alieno crimine innocentiam meam protegam.” Haec eos agentes prius turba fugientium ciuium, deinde hostes oppressere; consulem ignorantes quis esset obruere telis, Lentulum in tumultu abripuit equus. Tum undique effuse fugiunt. Septem milia hominum in minora castra, decem in maiora, duo ferme in uicum ipsum Cannas perfugerunt, qui extemplo a Carthalone atque equitibus nullo munimento tegente uicum circumuenti sunt. Consul alter, seu forte seu consilio nulli fugientium insertus agmini, cum quinquaginta fere equitibus Venusiam perfugit. Quadraginta quinque milia quingenti pedites, duo milia septingenti equites, et tantadem prope ciuium sociorumque pars, caesi dicuntur; in his ambo consulum quaestores, L. Atilius et L. Furius Bibaculus, et undetriginta tribuni militum, consulares quidam praetoriique et aedilicii—inter eos Cn. Seruilium Geminum et M. Minucium numerant, qui magister equitum priore anno, [consul] aliquot annis ante fuerat—octoginta praeterea aut senatores aut qui eos magistratus gessissent unde in senatum legi deberent cum sua uoluntate milites in legionibus facti essent. Capta eo proelio tria milia peditum et equites mille et quingenti dicuntur.

 

[49] Nel settore opposto della battaglia, Paolo, per quanto subito al primo scontro fosse stato ferito da un giavellotto, tuttavia, con una forte schiera di armati si era ripetutamente lanciato contro Annibale ed aveva potuto in alcuni punti riaccendere la lotta, protetto dai cavalieri romani, che alla fine erano stati fatti appiedare perché al console mancavano ormai anche le forze per reggere il cavallo. Allora a un tale che gli annunciava che il console aveva ordinato ai cavalieri di smontare da cavallo, si racconta che Annibale abbia risposto: “Oh come avrei preferito che me li consegnasse già legati!”. Il combattimento dei cavalieri appiedati fu quale comportava la certezza della vittoria nemica, quando essi, già vinti, preferirono morire fermi al loro posto, piuttosto che darsi alla fuga, mentre i vincitori trucidavano quelli che non potevano respingere, inferociti contro coloro che ritardavano così la loro vittoria. Riuscirono, tuttavia, a ricacciare ormai solo i pochi cavalieri rimasti, spossati dalla fatica e dalle ferite. Tutti quanti furono sbaragliati; quelli che potevano cercavano di riprendere il cavallo per fuggire. Il tribuno dei soldati Cn. Lentulo passando a cavallo scorse seduto sopra un sasso il console Paolo Emilio ricoperto di sangue: “O Lucio Emilio – disse – tu che gli dèi devono considerare il solo che non ha colpa della catastrofe di oggi, prendi questo cavallo! Mentre ancora ti restano un po’ di forze, io ti posso prendere su con me e difendere. Non rendere funesta questa battaglia con la morte del console; anche senza di ciò ce n’è abbastanza di lacrime e di lutti”. A lui rispose il console: “Tu, o Cn. Cornelio, fai bene a darti coraggio; ma guardati dallo sciupare in vane commiserazioni il pochissimo tempo che ti rimane per fuggire dalle mani del nemico. Vattene ed avverti pubblicamente il Senato che fortifichi la città di Roma, e, prima che giunga il nemico vincitore, la rinforzi con dei presidi; privatamente dì poi a Fabio che Emilio è vissuto fino ad oggi memore dei suoi precetti. Quanto a me, lascia che io muoia in mezzo a questa strage dei miei soldati, perché al termine del mio consolato io non sia per la seconda volta accusato, o perché non divenga io stesso accusatore di un collega per difendere la mia innocenza con la colpa di un altro”. Mentre essi così parlavano, furono prima travolti dalla massa dei concittadini che fuggivano, poi dai nemici; questi seppellirono sotto i dardi il console, ignorando chi fosse; Lentulo, invece, in mezzo al tumulto fu portato in salvo dal cavallo. Allora da ogni parte cominciò una fuga disordinata. Settemila uomini si rifugiarono nell’accampamento minore, diecimila nel maggiore, quasi duemila nello stesso villaggio di Canne; questi ultimi furono subito circondati da Cartalone e dai suoi cavalieri, poiché nessuna fortificazione proteggeva il borgo. L’altro console, Varrone, che, sia per caso, sia per prudenza non si era mescolato ad alcuna folla di fuggitivi, si rifugiò a Venosa con circa cinquanta cavalieri. Si dice che siano stati trucidati quarantacinquemilacinquecento soldati di fanteria, duemilasettecento cavalieri ed una quantità quasi eguale di Romani e di alleati; fra questi ambedue i questori dei consoli, L. Atilio e L. Furio Bibaculo; inoltre ventinove tribuni dei soldati, alcuni consolari e già pretori ed edili, tra i quali si annoveravano Cn. Servilio e M. Minucio che, maestro della cavalleria nell’anno precedente, era stato alcuni anni prima console. Caddero, inoltre, ottanta senatori o coloro che avevano esercitato quelle magistrature, in virtù delle quali avevano diritto di essere prescelti per il Senato e che erano divenuti per loro volontà semplici soldati nelle legioni. Si dice che in quella battaglia furono fatti prigionieri tremila soldati di fanteria e millecinquecento cavalieri.

 

La vittoria di Annibale. Illustrazione di A. Yezhov.

 

 

Bibliografia di approfondimento:

DALY G., Cannae. The Experience of Battle in the Second Punic War, London 2002.

GOLDSWORTHY A., Cannae: Hannibal’s Greatest Victory, London 2001.

JACQUES C.J., ARDANT DU PICG, Analysis of the Battle of Cannae, in Battle Studies, Kansas City 2017, 15-23.

JUDEICH W., Cannae, HistZeit 136 (1927), 1-24.

KUSSMAUL P., Der Halbmond von Cannae, MH 35 (1978), 249-257.

RIDLEY R.T., Was Scipio Africanus at Cannae?, Latomus 34 (1975), 161-165.

SAMUELS M., The reality of Cannae, MM 47 (1990), 7-31.

SCULLARD H.H., Cannae: Battle-field and Burial Ground, Historia 4 (1955), 474-475.

SHEAN J.F., Hannibal’s Mules: The Logistical Limitations of Hannibal’s Army and the Battle of Cannae, 216 B.C., Historia 45 (1996), 159-187.

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Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Liv. V 35, 4-38, in Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione. III (libri V-VII), traduzione di M. Scàndola, note di C. Moreschini, Milano 201011, pp. 90-99.

 

35

[…]

 

(4) Clusini nouo bello exterriti cum multitudinem, cum formas hominum inuisitatas cernerent et genus armorum audirentque saepe ab iis cis Padum ultraque legiones Etruscorum fusas, quamquam aduersus Romanos nullum eis ius societatis amicitiaeue erat, nisi quod Ueientes consanguineos aduersus populum Romanum non defendissent, legatos Romam, qui auxilium ab senatu peterent, misere. (5) de auxilio nihil impetratum; legati tres M. Fabi Ambusti filii missi, qui senatus populique Romani nomine agerent cum Gallis, ne, a quibus nullam iniuriam accepissent, socios populi Romani atque amicos oppugnarent. (6) Romanis eos bello quoque, si res cogat, tuendos esse; sed melius uisum bellum ipsum amoueri, si posset, et Gallos, nouam gentem, pace potius cognosci quam armis.

 

I Chiusini, atterriti dall’insolita guerra, considerando il gran numero, l’aspetto insolito di quella gente, il loro armamento, e sentendo ch’essi avevano più volte sbaragliato le legioni degli Etruschi di qua e di là dal Po, sebbene non avessero coi Romani alcun vincolo d’alleanza o d’amicizia, a parte il fatto ch’essi non avevano difeso i Veienti loro consanguinei contro il popolo romano, mandarono ambasciatori a Roma a chiedere aiuto al Senato. In quanto ad aiuti non ne ottennero alcuno; furono solo inviati come ambasciatori i tre figli di Marco Fabio Ambusto a trattare coi Galli, a nome del Senato e del popolo romano, perché non assalissero gli alleati ed amici del popolo romano, dai quali non avevano ricevuto alcun torto: i Romani avrebbero dovuto difenderli anche con la guerra se le circostanze lo richiedevano; ma pareva più opportuno che la guerra si evitasse, possibilmente, e che si facesse la conoscenza dei Galli, nuovo popolo, in pace piuttosto che in armi.

 

36

 

(1) Mitis legatio, ni praeferoces legatos Gallisque magis quam Romanis similes habuisset. quibus, postquam mandata ediderunt in concilio Gallorum, datur responsum, (2) etsi nouum nomen audiant Romanorum, tamen credere uiros fortes esse, quorum auxilium a Clusinis in re trepida sit inploratum; (3) et quoniam legatione aduersus se maluerint quam armis tueri socios, ne se quidem pacem, quam illi adferant, aspernari, si Gallis egentibus agro, quem latius possideant quam colant Clusini, partem finium concedant; aliter pacem impetrari non posse. (4) et responsum coram Romanis accipere uelle et, si negetur ager, coram iisdem Romanis dimicaturos, ut nuntiare domum possent, quantum Galli uirtute ceteros mortales praestarent. (5) quodnam id ius esset, agrum a possessoribus petere aut minari arma, Romanis quaerentibus, et quid in Etruria rei Gallis esset, cum illi se in armis ius ferre et omnia fortium uirorum esse ferociter dicerent, accensis utrimque animis ad arma discurritur et proelium conseritur. (6) ibi iam urgentibus Romanam urbem fatis legati contra ius gentium arma capiunt. nec id clam esse potuit, cum ante signa Etruscorum tres nobilissimi fortissimique Romanae iuuentutis pugnarent; tantum eminebat peregrina uirtus. (7) quin etiam Q. Fabius euectus extra aciem equo ducem Gallorum ferociter in ipsa signa Etruscorum incursantem per latus transfixum hasta occidit; spoliaque eius legentem Galli agnouere, perque totam aciem Romanum legatum esse signum datum est. (8) omissa inde in Clusinos ira receptui canunt minantes Romanis. erant, qui extemplo Romam eundum censerent; uicere seniores, ut legati prius mitterentur questum iniurias postulatumque, ut pro iure gentium uiolato Fabii dederentur. (9) legati Gallorum cum ea, sicut erant mandata, exposuissent, senatui nec factum placebat Fabiorum, et ius postulare barbari uidebantur; sed ne id, quod placebat, decerneret in tantae nobilitatis uiris, ambitio obstabat. (10) itaque ne penes ipsos culpa esset, si clades forent Gallico bello acceptae, cognitionem de postulatis Gallorum ad populum reiciunt; ubi tanto plus gratia atque opes ualuere, ut, quorum de poena agebatur, tribuni militum consulari potestate in insequentem annum crearentur. (11) quo facto haud secus, quam dignum erat, infensi Galli bellum propalam minantes ad suos redeunt. tribuni militum cum tribus Fabiis creati Q. Sulpicius Longus, Q. Seruilius quartum, P. Cornelius Maluginensis.

 

Sarebbe stata una missione conciliante, se gli ambasciatori non fossero stati troppo impetuosi, più simili ai Galli che ai Romani[1]. Ad essi, dopo che ebbero esposto nell’adunanza gli incarichi ricevuti, fu risposto che, sebbene udissero per la prima volta il nome dei Romani, credevano tuttavia che fossero uomini coraggiosi, se i Chiusini avevano invocato il loro aiuto in un momento così critico; e poiché avevano preferito difendere gli alleati contro di loro piuttosto con le trattative che con le armi, neppure rifiutavano la pace ch’essi offrivano, purché i Chiusini, che possedevano una terra più vasta di quella che coltivavano, cedessero ai Galli, che ne avevano bisogno, una parte del loro territorio: altrimenti la pace non si sarebbe potuta ottenere[2]. La risposta volevano riceverla alla presenza dei Romani, e, se la terra fosse stata loro rifiutata, alla presenza degli stessi Romani avrebbero combattuto, perché potessero riferire in patria di quanto i Galli superassero in valore tutti gli altri uomini. Ai Romani, i quali chiedevano qual sorta di diritto fosse quello di pretendere terre da coloro che ne erano i proprietari o di minacciare la guerra, e che cosa avessero a che fare i Galli con l’Etruria, quelli risposero arrogantemente che il diritto lo portavano nelle armi, e che ogni cosa era di proprietà degli uomini coraggiosi; accesisi perciò gli animi da entrambe le parti, si corse alle armi e si attaccò battaglia. Allora, mentre ormai i fati incalzavano la città di Roma, gli ambasciatori, contro il diritto delle genti, impugnarono le armi. Né questo fatto poté restare nascosto, perché quei tre nobilissimi e coraggiosissimi rappresentanti della gioventù romana combattevano davanti alle insegne degli Etruschi: tanto chiaramente risaltava il valore di quei forestieri. Ché anzi Quinto Fabio[3], spintosi col suo cavallo fuori delle file, uccise, trapassandolo in un fianco con l’asta, il comandante dei Galli che si lanciava arditamente contro le insegne stesse degli Etruschi; e, mentre ne raccoglieva le spoglie, i Galli lo riconobbero, e per tutto l’esercito fu dato l’avviso ch’era l’ambasciatore romano. Deposta quindi l’ira contro i Chiusini, suonarono la ritirata, scagliando minacce contro i Romani. V’erano di quelli che pensavano che si dovesse immediatamente marciare contro Roma; ma prevalsero i più anziani, i quali ottennero che si mandassero prima ambasciatori a protestare per il torto ricevuto e a chiedere la consegna dei Fabi in seguito alla violazione del diritto delle genti. Gli ambasciatori dei Galli esposero i fatti secondo le istruzioni ricevute; ma, mentre il Senato disapprovava la condotta dei Fabi e giudicava legittima la richiesta dei barbari, d’altro canto gli intrighi impedivano che si prendessero opportuni provvedimenti, trattandosi di persone di sì alta nobiltà[4]. Pertanto, affinché non ricadesse su di loro la responsabilità di un’eventuale sconfitta in una guerra contro i Galli, rimisero al popolo l’esame delle loro richieste[5]; e su di esso tanto prevalsero il favore e le influenze, che coloro dei quali si reclamava la punizione furono eletti tribuni militari con potestà consolare per l’anno seguente. Irritati per questo fatto, com’era più che giusto, i Galli se ne tornarono dai loro minacciando apertamente la guerra. Insieme coi tre Fabi furono eletti tribuni militari Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio per la quarta volta, Publio Cornelio Maluginense.

 

Guerrieri senoni (dettaglio). Rilievo, terracotta policroma, II sec. a.C. dal fregio del tempio di Civitalba. Ancona, Museo Nazionale delle Marche.

37

 

(1) Cum tanta moles mali instaret – adeo obcaecat animos fortuna, ubi uim suam ingruentem refringi non uult –, ciuitas, quae aduersus Fidenatem ac Ueientem hostem aliosque finitimos populos ultima experiens auxilia dictatorem multis tempestatibus dixisset, (2) ea tunc inuisitato atque inaudito hoste ab Oceano terrarumque ultimis oris bellum ciente nihil extraordinarii imperii aut auxilii quaesiuit. (3) tribuni, quorum temeritate bellum contractum erat, summae rerum praeerant dilectumque nihilo accuratiorem, quam ad media bella haberi solitus erat, extenuantes etiam famam belli habebant. (4) interim Galli, postquam accepere ultro honorem habitum uiolatoribus iuris humani elusamque legationem suam esse, flagrantes ira, cuius inpotens est gens, confestim signis conuulsis citato agmine iter ingrediuntur. (5)  ad quorum praetereuntium raptim tumultum cum exterritae urbes ad arma concurrerent fugaque agrestium fieret, Romam se ire magno clamore significabant, quacumque ibant, equis uirisque longe ac late fuso agmine inmensum obtinentes loci. (6) sed antecedente fama nuntiisque Clusinorum, deinceps inde aliorum populorum, plurimum terroris Romam celeritas hostium tulit, (7) quippe quibus uelut tumultuario exercitu raptim ducto aegre ad undecimum lapidem occursum est, qua flumen Alia Crustuminis montibus praealto defluens alueo haud multum infra uiam Tiberino amni miscetur. (8) iam omnia contra circaque hostium plena erant, et nata in uanos tumultus gens truci cantu clamoribusque uariis horrendo cuncta conpleuerant sono.

 

Sebbene sovrastasse così immensa sventura, la città che contro i Fidenati, i Veienti e gli altri popoli confinanti era ricorsa all’estremo rimedio, nominando in molte circostanze un dittatore, in quell’occasione – a tal punto il destino accieca gli animi, quando non vuole che si annulli la sua incombente violenza – non cercò, contro un nemico mai visto e mai sentito nominare, che portava la guerra dall’Oceano e dagli estremi confini della terra[6], nessuna autorità, nessun aiuto straordinario. Il supremo comando era nelle mani di quei tribuni per la cui temerarietà ci si era tirati addosso la guerra, ed essi facevano una leva per nulla più accurata di quella che si era soliti fare per guerre ordinarie, sminuendo anzi l’importanza che a questa attribuiva la pubblica opinione. Frattanto i Galli, quando seppero che ai violatori del diritto umano si era perfino reso onore, e che ci si era fatti giuoco della loro ambasceria, ardenti d’ira, incapace com’è quel popolo di frenarla, immediatamente, levate le insegne, si misero in cammino a marce forzate. E mentre al tumulto destato dalla loro precipitosa avanzata le città atterrite correvano alle armi, e i contadini si davano alla fuga, essi, dovunque passavano, gridavano a squarciagola ch’erano diretti a Roma, occupando coi cavalli e con gli uomini, che avanzavano spiegati in lungo e in largo, uno spazio immenso. La rapida marcia dei nemici, benché fosse stata preceduta dalla fama e dai messi inviati dai Chiusini e poi via via da altri popoli, destò a Roma grandissimo terrore, poiché a stento si poté andar loro incontro, con un esercito quasi improvvisato e raccolto in fretta e furia, a undici miglia dall’Urbe, là dove il fiume Allia, scendendo con un letto assai profondo dai monti Crustumini, confluisce nel Tevere non molto al di sotto della strada[7]. Già ogni luogo, di fronte e all’intorno, era pieno di nemici, e quella gente, portata per natura agli inutili schiamazzi, aveva fatto echeggiare ovunque l’orrendo frastuono dei suoi selvaggi canti e dalle grida di varia natura.

I guerrieri senoni inseguono alcuni fanti romani in rotta. Illustrazione di A. McBride.

 

38

 

(1) Ibi tribuni militum non loco castris ante capto, non praemunito vallo, quo receptus esset, non deorum saltem, si non hominum, memores nec auspicato nec litato instruunt aciem diductam in cornua, ne circumveniri multitudine hostium possent; (2) nec tamen aequari frontes poterant, cum extenuando infirmam et vix cohaerentem mediam aciem haberent. paulum erat ab dextera editi loci, quem subsidiariis repleri placuit; eaque res ut initium pavoris ac fugae, sic una salus fugientibus fuit. (3) nam Brennus, regulus Gallorum, in paucitate hostium artem maxime timens, ratus ad id captum superiorem locum, ut, ubi Galli cum acie legionum recta fronte concurrissent, subsidia in aversos transversosque impetum darent, ad subsidiarios signa convertit, (4) si eos loco depulisset, haud dubius facilem in aequo campi tantum superanti multitudine victoriam fore; adeo non fortuna modo, sed ratio etiam cum barbaris stabat. (5) in altera acie nihil simile Romanis, non apud duces, non apud milites erat. pavor fugaque occupaverat animos et tanta omnium oblivio, ut multo maior pars Veios, in hostium urbem, cum Tiberis arceret, quam recto itinere Romam ad coniuges ac liberos fugerent. (6) parumper subsidiarios tutatus est locus; in reliqua acie simul est clamor proximis ab latere, ultimis ab tergo auditus, ignotum hostem prius paene quam viderent, non modo non temptato certamine, sed ne clamore quidem reddito integri intactique fugerunt; (7) nec ulla caedes pugnantium fuit; terga caesa suomet ipsorum certamine in turba inpedientium fugam. (8) circa ripam Tiberis, quo armis abiectis totum sinistrum cornu refugit, magna strages facta est, multosque inperitos nandi aut invalidos, graves loricis aliisque tegminibus, hausere gurgites; (9) maxima tamen pars incolumis Veios perfugit, unde non modo praesidii quicquam, sed ne nuntius quidem cladis Romam est missus. (10)  ab dextro cornu, quod procul a flumine et magis sub monte steterat, Romam omnes petiere et ne clausis quidem portis urbis in arcem confugerunt.

 

Allora i tribuni militari, senza aver prima scelto una posizione adatta per l’accampamento, senza essersi assicurata la protezione d’una trincea dove potersi rifugiare, senza ricordarsi almeno degli dèi se non degli uomini, senza aver preso gli auspici e senza aver fatto i sacrifici propiziatori, schierarono l’esercito, distendendolo alle ali per evitare di essere circondati dal gran numero dei nemici: ciò nonostante non potevano opporre un fronte uguale al loro, mentre assottigliando il centro, lo rendevano debole e quasi disunito. Sulla destra v’era una piccola altura, che si decise di far occupare dalle truppe di riserva, e questa mossa, come segnò l’inizio del panico e della fuga, così rappresentò l’unica via di salvezza per i fuggitivi. Infatti Brenno, principe dei Galli, temendo soprattutto, data la scarsezza dei nemici, uno stratagemma, convinto che l’altura fosse stata occupata con lo scopo di permettere ai rincalzi di assalirli alle spalle e di fianco non appena i Galli avessero sferrato un attacco frontale contro il grosso delle nostre legioni, operò una conversione e marciò contro le truppe di riserva, non dubitando che, se le avesse sloggiate da quella posizione, nella pianura la vittoria sarebbe poi stata facile per i suoi ch’erano tanto superiore di numero: a tal punto, non solo la fortuna, ma anche la tattica stava dalla parte dei barbari. Dall’altra non v’era nulla che desse l’idea d’un esercito romano, né presso i comandanti, né presso i soldati. La paura e il desiderio di fuggire, insieme con l’oblio d’ogni dovere, avevano talmente invaso gli animi, che furono assai più quelli che preferirono rifugiarsi a Veio, nella città dei nemici, nonostante l’ostacolo del Tevere, anziché direttamente a Roma, presso le spose e i figli. La posizione protesse per poco tempo le riserve; nel resto dell’esercito, appena fu inteso il grido di guerra, di fianco dai più vicini, alle spalle dai più lontani, quasi ancor prima d’aver visto il nemico sconosciuto, senza avere, non solo tentato il combattimento, ma neppure levato il grido di guerra, freschi ed illesi com’erano, si diedero alla fuga; nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettate le armi, fu fatta una gran carneficina, e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio, donde non soltanto non fu mandato a Roma alcun aiuto, ma neppure la notizia della disfatta. Quelli dell’ala destra, ch’erano rimasti lontano dal fiume e più sotto il monto, si diressero tutti a Roma, e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca.

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Note:

 

[1] Si presenta qui una tipologia della popolazione gallica ampiamente diffusa tra gli scrittori latini. Si sottolineano la ferocia e gli istinti bellicosi, ai quali si accompagnano, però, come aspetto negativo (e tale aspetto è assente nel guerriero romano), la scarsa resistenza alle difficoltà. Queste caratteristiche, si quelle positive sia quelle negative, si possono riscontrare in tutta la vicenda dell’invasione gallica.

[2] Gli abitanti di Chiusi sembrano essere dei grandi proprietari terrieri.

[3] Questo Quinto Fabio, il maggiore dei tre fratelli, era probabilmente quello che era stato console nel 412 a.C. (cfr. IV 52).

[4] La colpa, dunque, è del Senato e della nobile famiglia dei Fabii.

[5] Mentre il Senato avrebbe potuto benissimo decidere da solo.

[6] Un’affermazione che non risponde alla esatta realtà, ma deve essere considerata un’amplificazione retorica.

[7] Era la via Salaria.

Tarquinio e Lucrezia

di Livio, I 58 in R.S. Conway – C.F. Walters (ed.), Titi Livi Ab urbe condita, tomus I, Libri I-V (testo latino); Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. I (libri I-II), con un saggio di R. Syme, intr. e note di C. Moreschini, Milano 2013, pp. 360-363 (tr. ital.).

[58] Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Collatino cum comite uno Collatiam uenit. Ubi exceptus benigne ab ignaris consilii cum post cenam in hospitale cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes uidebantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam uenit sinistraque manu mulieris pectore oppresso ‘Tace, Lucretia’ inquit; ‘Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris uocem.’ Cum pauida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem uideret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, uersare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam uidebat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum seruum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum uicisset obstinatam pudicitiam uelut uictrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad uirum mittit, ut cum singulis fidelibus amicis ueniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem incidisse. Sp. Lucretius cum P. Ualerio Uolesi filio, Collatinus cum L. Iunio Bruto uenit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conuentus. Lucretiam sedentem maestam in cubiculo inueniunt. aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique uiro ‘Satin salue?’ ‘Minime’ inquit; ‘quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Vestigia uiri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum uiolatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte ui armatus mihi sibique, si uos uiri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium.’ Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi auertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. ‘Vos’ inquit ‘uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet.’ Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in uolnus moribunda cecidit. Conclamat uir paterque.

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts

Tiziano Vercellio, Tarquinio e Lucrezia. Olio su tela, 1570. Bordeaux, Musée des Beaux-Arts.

 

Pochi giorni dopo Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, ritornò a Collazia con un solo compagno. Qui fu accolto cortesemente da tutti i familiari, che ignoravano il suo proposito, e dopo la cena fu accompagnato alla camera degli ospiti; infiammato d’amore, quando tutto intorno gli parve tranquillo e ognuno addormentato, andò con una spada in pugno da Lucrezia, che era immersa nel sonno, e premendo con la sinistra il petto della donna: “Taci, Lucrezia!”, le disse “sono Sesto Tarquinio; ho una spada in mano: se ti metti ad urlare, sei morta!”. Mentre la donna, svegliatasi di soprassalto, non vedeva alcuna possibilità d’aiuto e sentiva pendere sul suo capo la morte, Tarquinio le confessava il suo amore, la supplicava, alle preghiere univa le minacce, tentava in mille modi l’animo di lei. Quando vide che era irremovibile e che non si lasciava piegare nemmeno dalla paura della morte, aggiunse a questo timore anche quello del disonore: disse che accanto al suo cadavere avrebbe posto uno schiavo nudo, strangolato, perché si pensasse che fosse stata uccisa in un infame adulterio. Dopo che la libidine ebbe con questo terrore riportato quasi a forza una trionfale vittoria sull’indomabile pudicizia, e dopo che Tarquinio se ne fu andato, tutto fiero d’aver espugnato l’onore della donna, Lucrezia, afflitta da un sì grave accaduto, mandò a Roma dal padre e ad Ardea dal marito uno stesso messaggero, per dir loro che venissero accompagnati ciascuno da un amico fidato: bisognava far così, e senza perder tempo; era accaduto un fatto atroce! Spurio Lucrezio venne con Publio Valerio, figlio di Voleso, Collatino con Lucio Giunio Bruto, assieme al quale era stato incontrato per caso, mentre tornava a Roma, dal messaggero della sposa. Essi trovarono Lucrezia che sedeva afflitta nella sua stanza. All’arrivo dei suoi scoppiò in lacrime, e al marito che le chiedeva: “Stai bene?”, rispose: “Per niente: che cosa vi può essere di bene per una donna quando abbia perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo; ma solo il corpo è stato oltraggiato, l’animo è innocente; ne sarà testimone la morte. Ma stringetevi le destre e giurate che l’adulterio non rimarrà impunito! È Sesto Tarquinio, che la scorsa notte, nemico in sembianze d’ospite, con la forza e con le armi s’è preso un piacere funesto a me e a lui, se voi siete veri uomini!”. Tutti promettono, uno dopo l’altro; confortano il suo animo afflitto, riversando la colpa da lei, ch’era stata forzata, sull’autore del delitto. “Vedrete voi – disse lei – quale pena egli meriti; quanto a me, benché io mi assolva dalla colpa, non mi sottraggo al castigo: d’ora in poi nessuna donna, prendendo esempio da Lucrezia, vivrà impudica!”. Ciò detto s’immerse nel cuore un coltello che teneva nascosto sotto la veste, e cadde morta, piegandosi sulla ferita. Il marito e il padre proruppero in alte grida.

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Bibliografia:

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http://www.instoria.it/home/lucrezia_caduta_monarchia_tito_livio.htm