I Neuri, gli sciamani-licantropi (Hdt. IV 105)

di ERODOTO, Storie. Volume secondo (libri III-IV), a cura di A. IZZO D’ACCINNI e D. FAUSTI, Milano 1993, 282-285; HERODOTUS, The Histories, ed. by A.D. GODLEY, Cambridge 1920 [perseus.tufts.edu]

 

Nel brano seguente, Erodoto parla dei misteriosi Neuri (Νευροί), un popolo nomade del Nord Europa, che occupava la regione (τὴν Νευρίδα γῆν) che si estendeva a nord-est dei monti Carpazi, a nord delle sorgenti del Dnestr (Τύρης, IV 51) e lungo il bacino meridionale del Bug (Ὕπανις, IV 17) – insomma, un’area posta fra le attuali Polonia e Lituania. È probabile che la regione chiamata Nurskazemja, presso i fiumi Narew e Nur, debba il suo nome proprio ai Neuri (cfr. P.J. Šafárik, Slawische Alterthümer, Prag 1839, I, 1, 186; 194 sgg.). Molto tempo prima della spedizione di Dario contro gli Sciti (515-505 a.C.), i Neuri erano stati costretti a lasciare le loro sedi originarie, perché infestate da numerosi serpenti, e si erano rifugiati presso i Budini nella regione del Bug. Sebbene non fossero della stessa stirpe, i Neuri avevano usanze simili a quelle degli Sciti e avevano fama di essere sciamani (γόητες), come gli samān tra i nomadi siberiani odierni. Una volta all’anno – così gli Sciti e i Greci di Olbia raccontarono a Erodoto – ognuno di loro si trasformava per alcuni giorni un lupo: una leggenda che sopravvive ancora tra la Volinia e la Bielorussia. (cfr. anche Mela, Chor. II 14; Ptol. III 5, 25 v. Ναύαροι; Steph. Ethn. 473, 3 v. Νευροί). L’accenno alla loro trasformazione in lupo è la più antica notizia pervenuta sulla licantropia.

Paris, Bibliothèque Sainte-Geneviève. MS. graec. 3401 (1566), Manuel Philes, De animalium proprietate, f. 31v. Un cinocefalo a caccia.

 

[105, 1] Νευροὶ δὲ νόμοισι μὲν χρέωνται Σκυθικοῖσι, γενεῇ δὲ μιῇ πρότερον σφέας τῆς Δαρείου στρατηλασίης κατέλαβε ἐκλιπεῖν τὴν χώρην πᾶσαν ὑπὸ ὀφίων· ὄφιας γάρ σφι πολλοὺς μὲν ἡ χώρη ἀνέφαινε, οἱ δὲ πλεῦνες ἄνωθέν σφι ἐκ τῶν ἐρήμων ἐπέπεσον, ἐς ὃ πιεζόμενοι οἴκησαν μετὰ Βουδίνων τὴν ἑωυτῶν ἐκλιπόντες. [2] κινδυνεύουσι δὲ οἱ ἄνθρωποι οὗτοι γόητες εἶναι. λέγονται γὰρ ὑπὸ Σκυθέων καὶ Ἑλλήνων τῶν ἐν τῇ Σκυθικῇ κατοικημένων ὡς ἔτεος ἑκάστου ἅπαξ τῶν Νευρῶν ἕκαστος λύκος γίνεται ἡμέρας ὀλίγας καὶ αὖτις ὀπίσω ἐς τὠυτὸ κατίσταται. ἐμὲ μέν νυν ταῦτα λέγοντες οὐ πείθουσι, λέγουσι δὲ οὐδὲν ἧσσον, καὶ ὀμνῦσι δὲ λέγοντες.

 

[105, 1] I Neuri, dal canto loro, hanno costumi scitici. Una generazione prima della spedizione di Dario, accadde loro di dover abbandonare tutto il paese a causa dei serpenti: infatti, la terra produceva già molti serpenti, ma più ancora ne piombarono su di loro dalle desolazioni del nord, fino a tal punto che, sopraffatti, andarono ad abitare con i Budini, abbandonando il loro paese. [2] C’è motivo di credere che questi uomini siano stregoni. Infatti, gli Sciti e i Greci che abitano in Scizia raccontano che, una volta all’anno, ciascuno dei Neuri diventi un lupo per pochi giorni e, poi, di nuovo, ritorni al suo aspetto normale. Per conto mio, col dire questo non mi convincono; ciononostante, essi lo affermano e per di più lo giurano.

 

Riferimenti:

SMITH W., Dictionary of Greek and Roman Geography, London 1854 [perseus.tufts.edu].

VON SCHLÖZER K., Les premiers habitants de la Russie : Finnois, Slaves, Scythes et Grecs ; essai historique et géographique, Paris 1846.

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Il mito di Licaone (Paus. VIII 2)

di PAUSANIA, Viaggio in Grecia. Arcadia (libro VIII), a cura di S. RIZZO, Milano 2004, pp. 134-139, e note a pp. 433-436. Testo greco di Pausaniae Graeciae descriptio, vol. 3, ed. F. SPIRO, Leipzig, Teubner, 1903 [perseus.tufts.edu].

 

Λυκάων δὲ ὁ Πελασγοῦ τοσάδε εὗρεν ‹ἢ› ὁ πατήρ οἱ σοφώτερα· Λυκόσουράν τε γὰρ πόλιν ᾤκισεν ἐν τῷ ὄρει τῷ Λυκαίῳ καὶ Δία ὠνόμασε Λυκαῖον καὶ ἀγῶνα ἔθηκε Λύκαια. οὐκέτι δὲ τὰ παρ᾽ Ἀθηναίοις Παναθήναια τεθῆναι πρότερα ἀποφαίνομαι· τούτῳ γὰρ τῷ ἀγῶνι Ἀθήναια ὄνομα ἦν, Παναθήναια δὲ κληθῆναί φασιν ἐπὶ Θησέως, ὅτι ὑπὸ Ἀθηναίων ἐτέθη συνειλεγμένων ἐς μίαν ἁπάντων πόλιν. [2] ὁ δὲ ἀγὼν ὁ Ὀλυμπικὸς — ἐπανάγουσι γὰρ δὴ αὐτὸν ἐς τὰ ἀνωτέρω τοῦ ἀνθρώπων γένους, Κρόνον καὶ Δία αὐτόθι παλαῖσαι λέγοντες καὶ ὡς Κούρητες δράμοιεν πρῶτοι — τούτων ἕνεκα ἐκτὸς ἔστω μοι τοῦ παρόντος λόγου. δοκῶ δὲ ἔγωγε Κέκροπι ἡλικίαν τῷ βασιλεύσαντι Ἀθηναίων καὶ Λυκάονι εἶναι τὴν αὐτήν, σοφίᾳ δὲ οὐχ ὁμοίᾳ σφᾶς ἐς τὸ θεῖον χρήσασθαι. [3] ὁ μὲν γὰρ Δία τε ὠνόμασεν Ὕπατον πρῶτος, καὶ ὁπόσα ἔχει ψυχήν, τούτων μὲν ἠξίωσεν οὐδὲν θῦσαι, πέμματα δὲ ἐπιχώρια ἐπὶ τοῦ βωμοῦ καθήγισεν, ἃ πελάνους καλοῦσιν ἔτι καὶ ἐς ἡμᾶς Ἀθηναῖοι· Λυκάων δὲ ἐπὶ τὸν βωμὸν τοῦ Λυκαίου Διὸς βρέφος ἤνεγκεν ἀνθρώπου καὶ ἔθυσε τὸ βρέφος καὶ ἔσπεισεν ἐπὶ τοῦ βωμοῦ τὸ αἷμα, καὶ αὐτὸν αὐτίκα ἐπὶ τῇ θυσίᾳ γενέσθαι λύκον φασὶν ἀντὶ ἀνθρώπου. [4] καὶ ἐμέ γε ὁ λόγος οὗτος πείθει, λέγεται δὲ ὑπὸ Ἀρκάδων ἐκ παλαιοῦ, καὶ τὸ εἰκὸς αὐτῷ πρόσεστιν. οἱ γὰρ δὴ τότε ἄνθρωποι ξένοι καὶ ὁμοτράπεζοι θεοῖς ἦσαν ὑπὸ δικαιοσύνης καὶ εὐσεβείας, καί σφισιν ἐναργῶς ἀπήντα παρὰ τῶν θεῶν τιμή τε οὖσιν ἀγαθοῖς καὶ ἀδικήσασιν ὡσαύτως ἡ ὀργή, ἐπεί τοι καὶ θεοὶ τότε ἐγίνοντο ἐξ ἀνθρώπων, οἳ γέρα καὶ ἐς τόδε ἔτι ἔχουσιν ὡς Ἀρισταῖος καὶ Βριτόμαρτις ἡ Κρητικὴ καὶ Ἡρακλῆς ὁ Ἀλκμήνης καὶ Ἀμφιάραος ὁ Ὀικλέους, ἐπὶ δὲ αὐτοῖς Πολυδεύκης τε καὶ Κάστωρ. [5] οὕτω πείθοιτο ἄν τις καὶ Λυκάονα θηρίον καὶ τὴν Ταντάλου Νιόβην γενέσθαι λίθον. ἐπ᾽ ἐμοῦ δὲ — κακία γὰρ δὴ ἐπὶ πλεῖστον ηὔξετο καὶ γῆν τε ἐπενέμετο πᾶσαν καὶ πόλεις πάσας — οὔτε θεὸς ἐγίνετο οὐδεὶς ἔτι ἐξ ἀνθρώπου, πλὴν ὅσον λόγῳ καὶ κολακείᾳ πρὸς τὸ ὑπερέχον, καὶ ἀδίκοις τὸ μήνιμα τὸ ἐκ τῶν θεῶν ὀψέ τε καὶ ἀπελθοῦσιν ἐνθένδε ἀπόκειται. [6] ἐν δὲ τῷ παντὶ αἰῶνι πολλὰ μὲν πάλαι συμβάντα, ‹τὰ› δὲ καὶ ἔτι γινόμενα ἄπιστα εἶναι πεποιήκασιν ἐς τοὺς πολλοὺς οἱ τοῖς ἀληθέσιν ἐποικοδομοῦντες ἐψευσμένα. λέγουσι γὰρ δὴ ὡς Λυκάονος ὕστερον ἀεί τις ἐξ ἀνθρώπου λύκος γίνοιτο ἐπὶ τῇ θυσίᾳ τοῦ Λυκαίου Διός, γίνοιτο δὲ οὐκ ἐς ἅπαντα τὸν βίον· ὁπότε δὲ εἴη λύκος, εἰ μὲν κρεῶν ἀπόσχοιτο ἀνθρωπίνων, ὕστερον ἔτει δεκάτῳ φασὶν αὐτὸν αὖθις ἄνθρωπον ἐκ λύκου γίνεσθαι, γευσάμενον δὲ ἐς ἀεὶ μένειν θηρίον. [7] ὡσαύτως δὲ καὶ Νιόβην λέγουσιν ἐν Σιπύλῳ τῷ ὄρει θέρους ὥρᾳ κλαίειν. ἤδη δὲ καὶ ἄλλα ἤκουσα, τοῖς γρυψὶ στίγματα ὁποῖα καὶ ταῖς παρδάλεσιν εἶναι, καὶ ὡς οἱ Τρίτωνες ἀνθρώπου φωνῇ φθέγγοιντο· οἱ δὲ καὶ φυσᾶν διὰ κόχλου τετρυπημένης φασὶν αὐτούς. ὁπόσοι δὲ μυθολογήμασιν ἀκούοντες ἥδονται, πεφύκασι καὶ αὐτοί τι ἐπιτερατεύεσθαι· καὶ οὕτω τοῖς ἀληθέσιν ἐλυμήναντο, συγκεραννύντες αὐτὰ ἐψευσμένοις.

Jan Cossier, Giove e Licaone. Olio su tela, 1640 c. Madrid, Museo Nacional del Prado.

[1] Le innovazioni di Licaone figlio di Pelasgo[1], frutto di una sapienza maggiore ‹di› quella del padre suo, furono le seguenti. Fondò la città di Licosura sul monte Liceo, diede a Zeus il titolo di “Liceo” e istituì delle gare Licee[2]. Ed è mia opinione che, prima delle Licee, non erano state ancora istituite nemmeno le prime Panatenee degli Ateniesi. E dico «prime», perché questa gara si chiamava in quel tempo Atenee, mentre il nome di Panatenee dicono che fu loro dato sotto Teseo, perché organizzate allora dagli Ateniesi ormai riuniti tutti insieme in un’unica città. [2] Per quanto, poi, riguarda il certame olimpico, proprio perché lo fanno risalire a un periodo anteriore al genere umano raccontando che là Crono e Zeus si misurarono nella lotta e che i Cureti disputarono la prima gara di corsa, per questo motivo intendo escluderlo da quanto ora stiamo dicendo[3]. Personalmente ritengo che l’età di Licaone fu la stessa di quella di Cecrope, re degli Ateniesi[4], ma non simile fu la saggezza che essi dimostrarono nei confronti della divinità. [3] L’uno, infatti, fu il primo a chiamare Ipato (sc. “Supremo”) Zeus e, ritenendo giusto escludere dal sacrificio tutto ciò che fosse animato, offrì sull’altare dolciumi fatti alla maniera locale, che ancora ai tempi miei gli Ateniesi chiamano pelánoi (sc. libazioni)[5]. Licaone, invece, portò all’altare di Zeus Liceo un bambino appena nato e lo sacrificò e del suo sangue fece libazione sull’altare e, subito dopo il sacrificio, dicono che da uomo si trasformò in lupo[6]. [4] Per quanto mi riguarda, anch’io credo a questo racconto: esso gode di un’antica tradizione presso gli Arcadi e, inoltre, ha tutto l’aspetto della verisimiglianza[7]. Gli uomini di allora, infatti, grazie alla loro giustizia e religiosa pietà, erano ospiti e commensali degli dèi e da parte degli dèi ricevevano apertamente onore quando erano buoni e allo stesso modo erano colpiti dal loro sdegno quando peccavano. E, in effetti, in quei tempi alcuni da uomini che erano diventavano dèi, e ancor oggi conservano i loro onori, come Aristeo, la cretese Britomarti, Eracle figlio di Alcmena, Anfiarao figlio di Oicle e, oltre a questi, Polluce e Castore[8]. [5] Si potrebbe perciò credere che anche Licaone sia diventato una belva e Niobe di Tantalo una pietra[9]. Ai miei tempi, invece, poiché la malvagità cresceva fino al culmine o occupava tutta quanta la Terra e tutte quante le città, nessuno più da uomo diventava dio se non a parole e per adulazione verso i potenti, mentre la vendetta divina troppo tardi colpisce gli ingiusti e quando già se ne sono andati da questo mondo. [6] Ma in tutto il lungo volgere del tempo coloro che sulla verità costruiscono castelli di menzogne hanno fatto sì che la gente non presti fede ai molti casi verificatisi in antico e ‹a quelli› che ancora succedono. E difatti si dice che dopo i tempi di Licaone, in seguito al sacrificio offerto a Zeus Liceo, un uomo si trasformi ogni volta in lupo: non lo resterebbe, però, per tutta la vita, ma, quando è un lupo, se si astiene dal mangiare carne umana, al decimo anno dicono che di nuovo da lupo ridiventa uomo. Se invece ne assaggia, rimane bestia per sempre[10]. [7] Allo stesso modo, raccontano anche che Niobe sul monte Sipilo piange nella stagione estiva. E altri racconti udii ancora: che i grifoni hanno la pelle maculata come quella dei leopardi e che i Tritoni emettono voce umana. C’è anche chi dice che essi suonano soffiando in una conchiglia perforata[11]. E coloro che prendono diletto ad ascoltare racconti meravigliosi sono soliti aggiungervi anch’essi qualche elemento portentoso e in questo modo corruppero le verità mescolandole con le menzogne.

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Note:

[1] In questo capitolo e fino a tutto il quinto Pausania illustra la successione dei re di Arcadia da Pelasgo ad Aristocrate II, cioè dai tempi mitici alla fine della seconda guerra messenica (668 a.C., secondo Pausania). Questa lista dei re arcadi, i quali avrebbero regnato su tutta l’Argolide (mentre sappiamo per certo che una unità politica arcadica non esistette nei tempi remoti, ma fu il prodotto, completamente attuato con la fondazione di Megalopoli, 370 a.C., della resistenza degli Arcadi all’espansionismo spartano), è probabilmente frutto di composizione di fonti anche tarde e diverse, per lo più a noi non note, alcune delle quali sicuramente scritte (le più antiche), altre orali e raccolte dalle tradizioni locali delle città arcadi (le più recenti) che Pausania visitò, v. J. HEJNIC, Pausanias the Periget and the Archaic History of Arcadia, Prague 1961; F. HILLER VON GAERTRINGEN, Pausanias’ arkadische Königsliste, Klio 21 (1927), 1-13; J. ROY, The Sons of Lycaon in Pausanias’ Arcadian King-List, ABSA 63 (1968), 287- 292, e cfr. cap. 6, 1 e nota 1. Licaone era figlio di Pelasgo e di Melibea, figlia di Oceano o, secondo altri, della ninfa Cillene (Apollod. 3, 8, 1) o di Deianira, figlia di un altro Licaone, figlio di Ezeo (Dion. 1, 11 e 13).

[2] Licosura, la «prima città che il sole vide» (v. cap. 38, 1), ricorda il nome di Licaone. Per il monte Liceo v. cap. 38, 2 sgg. L’epiteto Liceo è qui connesso (Licaone – Licosura – monte Liceo) con la radice del nome greco del lupo più che con quella che indica la luce e rimanda all’aspetto solare del dio. Le gare Licee (v. cap. 38, 5), ricordate da Pindaro (O. 9, 97; 13, 108; N. 10, 48) e paragonate dagli antichi ai romani Lupercalia (Liv. 1, 5, 1 sg.; Dion. 1, 80; Plut. Caes. 61, 1; ecc.), erano considerate da Aristotele le quarte nell’ordine cronologico dopo le Eleusinie, le Panatenee e la gara di corsa istituita da Danao (fr. 637 R.). Ma Pausania, una volta accettate l’autoctonia di Pelasgo e l’attività di «primi civilizzatori» di Pelasgo e di Licaone, reputa, coerentemente, le Licee anteriori a tutte le altre gare famose, anteriori anche alle Eleusinie, dal momento che queste furono istituite per l’invenzione del grano, mentre Pelasgo e Licaone vissero ai tempi in cui gli uomini si cibavano di ghiande. Che le Panatenee (v. 1, 2 nota 7) siano state istituite da Teseo (per il sinecismo, v. App. I, 19) è accennato da Plutarco (Thes. 24, 3) e dato per certo dalla tarda tradizione (Suda, ecc.). Delle Atenee faceva menzione l’attidografo Istro (FGrHist. 334 F4).

[3] Cfr. 5, 7, 6 sgg.

[4] «Personalmente ritengo…»: con questa espressione Pausania propone una sua cronologia, considerando Licaone contemporaneo di Cecrope I, cioè del secondo re dell’Attica (v. 1, 2, 6 e nota 13), così come Licaone è il secondo re dell’Arcadia. E come nel § precedente assegna a Licaone il primato dell’istituzione delle gare (le Licee) contro la tradizione «canonica» (v. nota 2), qui gli assegna la contemporaneità con Cecrope I nell’istituzione del culto di Zeus (v. § 3), ancora contro la tradizione canonica, cfr. Marmor Parium, 17 (che assegna l’istituzione delle Licee e il sacrificio del bambino all’epoca del re ateniese Pandione, figlio di Cecrope II).

[5] Sull’acropoli di Atene c’era l’altare di Zeus Ipato (v. 1, 26, 5), al quale non si sacrificavano esseri viventi. Questo altare era stato eretto da Cecrope (v. Euseb. Praep. Ev. 10, 9, 15).

[6] Questa è la versione di Pausania e probabilmente degli Arcadi suoi contemporanei. Noi possiamo pensare che questo sacrificio conservi il ricordo di antichi (preistorici) sacrifici di vittime umane per Zeus Liceo, però Pausania non fa cenno a questa origine come non fa cenno, a proposito delle «libazioni» di Cecrope, all’origine agricola del sacrificio incruento. Licaone, al contrario di Cecrope, peccò per mancanza di «saggezza» e, per aver offerto sangue umano al dio, fu punito con la trasformazione in lupo. Le varie versioni del mito diffuse in antico, e tutte respinte da Pausania (v. §§ 5-7), sostenevano invece che i figli di Licaone erano empi e superbi, e Zeus, per sincerarsi della loro empietà, andò a visitarli in veste di povero. I figli di Licaone allora, per istigazione di Menalo, gli offrirono insieme ai sacrifici carne umana. Zeus, disgustato, li fulminò tutti, Licaone e i suoi cinquanta figli, tranne l’ultimo, Nittimo, dopo aver rovesciato la tavola (trapeza) nel luogo ora chiamato Trapezunte (Apollod. 3, 8, 1); oppure: Licaone, volendo distogliere i suoi sudditi dall’ingiustizia, diceva che Zeus gli faceva frequenti visite per osservare il comportamento degli uomini. Ma un giorno i figli di Licaone, per accertarsi che l’ospite del padre fosse realmente un dio, mescolarono carni umane a quelle della vittima sacrificale, e Zeus con fulmini e tempeste li uccise tutti (Niccolò di Damasco, FGrHist. 90 F 38; Hyg. 176; Suda). Il bambino offerto in sacrificio sarebbe stato Nittimo (o Arcade), e Zeus avrebbe tramutato in lupi Licaone e molti altri, o i figli di Licaone (Clem. Alex. Potr. 2, 27; Nonn. 18, 20 sgg.; scol. Licophr. 481, che segue, con dettagli diversi, le due versioni sopra citate), o il solo Licaone, che aveva messo alla prova Zeus con l’offerta delle carni di un bambino (Hyg. Astron. 2, 4; Ovid. Met. 1, 215 sgg., per il quale la vittima umana era un prigioniero molosso; Servio, ad Aen. 1, 731).

[7] Pausania vuole dimostrare qui la verisimiglianza della leggenda di Licaone, nei termini in cui la accetta, ricordando che, in origine, gli uomini vivevano vicini agli dèi (cfr. Od. 5, 35; 7, 201 sgg.: i Feaci sono «vicini agli dèi»; con loro gli dèi siedono a mensa) e perciò dagli dèi ricevevano ricompense, se giusti, o punizioni, se ingiusti, subito e direttamente in un rapporto personale, perché gli dèi vigilavano da vicino sulle azioni umane. Ora questo non avviene più a causa dell’ingiustizia e dell’empietà degli uomini diffuse per tutta la Terra e, perciò, nessun uomo oggi per la sua giustizia diventa un dio (le apoteosi degli imperatori romani sono solo finzioni dovute ad adulazione), come nessuno per la sua ingiustizia viene punito direttamente e subito dagli dèi: la punizione è sempre tardiva e spesso colpisce non il colpevole, ma la sua memoria (considerazione, questa, che dà inizio al dialogo plutarcheo De sera numinum vindicta, M. 548d sgg.). Non sembra il caso, quindi, di vedere un contrasto fra questa e altre affermazioni o narrazioni di Pausania circa l’intervento degli dèi nelle vicende umane in aiuto e difesa degli uomini e delle città o per la loro rovina (v. Habicht, pp. 154 sg.; Heer, pp. 263 e 306 sg.).

[8] Ad Aristeo, figlio di Apollo e di Cirene, per i suoi molteplici benefici resi agli uomini (v. 10, 17, 3 sgg.) non solo i barbari, ma anche i Greci attribuirono onori divini (Diod. 4, 82, 6). Per Britomarti v. 2, 30, 3 e nota 4; per Eracle v. App. VIII, 42-43; per Anfiarao v. 1, 34, 2 sgg. e nota 3; per Castore e Polluce v. 3, 13, 1 e nota 2.

[9] Per Niobe v. 1, 21, 3 e nota 5.

[10] Pausania respinge tutte quelle leggende che sono opera della fantasia dei poeti e dei narratori. Queste menzogne corrompono infatti la genuina semplicità del vero e confondono la gente, che di fronte a tante meravigliose e stupefacenti invenzioni non crede più ai fatti realmente avvenuti. Circa la trasformazione dell’uomo in lupo v. 6, 8, 2 e nota 2 e cfr. Hdt. 4, 105: «Io non credo a queste storie».

[11] Omero, infatti, dice che Niobe è tramutata in roccia, ma non dice che la roccia piange (Il. 24, 617), mentre Ovidio (Met. 6, 311 sg.) afferma che «ancor oggi la pietra emette pianto». I grifoni, mostri favolosi con la testa di uccello (aquila) e corpo di felino, rappresentati già dal IV millennio a.C. nel vicino Oriente, in Egitto, a Creta e quindi in Etruria e a Roma (in aspetti vari a seconda dei luoghi e delle età), erano immaginati per lo più come guardiani (v. 1, 24, 6) e simbolicamente interpretati. È naturale perciò che scrittori e artisti li rappresentassero nelle forme più diverse. Per esempio, Ctesia (storico del V-IV secolo a.C., raccoglitore di curiosità persiane) aveva scritto che i grifoni avevano il collo variegato di piume blu (v. Ael. Nat. Animal. 4, 27, che descrive l’aspetto dei grifoni indiani). Lo stesso dicasi per i Tritoni, divinità marine a figura pisciforme dalla vita in giù. Meravigliosi veicoli per il trasporto di eroi e di dèi sul mare nell’epoca più antica, nel periodo classico ed ellenistico sono considerati personaggi del seguito di Poseidone. Che i Tritoni suonassero e usassero a questo fine conchiglie marine è detto da Virgilio (Aen. 6, 171 sgg.; 10, 209 sg.), Plinio (Nat. Hist. 9, 9), Igino (Astron. 2, 23) e da molti altri scrittori antichi, ed è tema molto diffuso nelle opere d’arte ellenistiche e romane. Pausania presta fede alle leggende originarie riferite da antichi autori (Ariste. v. 1, 24, 6, per i grifoni; Hes. Theog. 930 sgg., per Tritone, figlio di Poseidone e Anfitrite), ma non accetta, anzi respinge decisamente tutte le meravigliose invenzioni che, travisando il primitivo significato di queste figure, ne hanno moltiplicato gli esemplari, guastato la forma e sovvertito la verità.

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Bibliografia ulteriore:

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Un omicidio premeditato (Antiph. Per avvelenamento, contro la matrigna I 14-20)

di di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca. 2.B. La prosa e le forme di poesia, Messina-Firenze 2004, pp. 205-207.

Questa orazione, la più antica di Antifonte, tratta un caso di omicidio premeditato. Colui che ha intentato il processo è il figlio naturale (o, forse, di primo letto) di un cittadino ateniese di cui non si conosce il nome, morto per avvelenamento in circostanze poco chiare. Il defunto era amico di un certo Filoneo, un ricco commerciante, proprietario di una schiava (o forse di una donna libera, ma meteca e forestiera, sulla quale deteneva ogni potere giuridico) sua concubina, ma che egli cedeva volentieri anche agli amici. La moglie del defunto, i cui rapporti con il marito erano peggiorati a con il passare del tempo, era divenuta amica della donna di Filoneo, la quale, ovviamente, teneva in gran conto questa dimostrazione di benevolenza da parte di una moglie legittima, a lei socialmente e giuridicamente superiore. La poveretta, accortasi che Filoneo si era stancato di lei e che meditava di collocarla in una casa di piacere, si era confidata con l’amica; quest’ultima, scorgendo nello stato di cose che si era venuto a creare la possibilità di sbarazzarsi senza rischi del marito, aveva consegnato alla donna una fiala di veleno, facendole credere che si trattasse di un potente filtro d’amore. Poiché suo marito stava per partire per uno dei suoi viaggi d’affari ed era stato invitato a pranzo da Filoneo, che doveva celebrare un sacrificio proprio al Pireo, la perfida moglie consigliò alla credula concubina, incaricata di servire i due, di versare il «filtro» nel vino di entrambi. La donna, ignara, obbedì nell’intento di riconquistare il favore del proprio padrone; purtroppo, Filoneo, appena ingerita la bevanda, rimase fulminato, mentre il padre dell’accusatore, che aveva ricevuto una dose più leggera, morì dopo venti giorni, avendo così tutto il tempo per informare il figlio della trama di cui era stato vittima e di fargli giurare che l’avrebbe vendicato. In ottemperanza alla promessa fatta al padre, il giovane citò la matrigna di fronte al tribunale dell’Areopago – quello che si occupava appunto dei casi di omicidio premeditato (φόνος ἐκ προνοίας); ma, poiché ci è giunta solo l’orazione di accusa, non sappiamo quale sia stato l’esito del processo.

Stele funeraria di Egesò. Marmo, 420 a.C. ca. La donna e l’ancella. Necropoli del Dipylon.

 

[14] ὑπερῷόν τι ἦν τῆς ἡμετέρας οἰκίας, ὃ εἶχε Φιλόνεως ὁπότ᾽ ἐν ἄστει διατρίβοι, ἀνὴρ καλός τε κἀγαθὸς καὶ φίλος τῷ ἡμετέρῳ πατρί· καὶ ἦν αὐτῷ παλλακή, ἣν ὁ Φιλόνεως ἐπὶ πορνεῖον ἔμελλε καταστῆσαι. ταύτην οὖν [πυθομένη] ἡ μήτηρ τοῦ ἀδελφοῦ ἐποιήσατο φίλην. [15] αἰσθομένη δ᾽ ὅτι ἀδικεῖσθαι ἔμελλεν ὑπὸ τοῦ Φιλόνεω, μεταπέμπεται, καὶ ἐπειδὴ ἦλθεν, ἔλεξεν αὐτῇ ὅτι καὶ αὐτὴ ἀδικοῖτο ὑπὸ τοῦ πατρὸς τοῦ ἡμετέρου· εἰ οὖν ἐθέλει πείθεσθαι, ἔφη ἱκανὴ εἶναι ἐκείνῃ τε τὸν Φιλόνεων φίλον ποιῆσαι καὶ αὑτῇ τὸν ἐμὸν πατέρα, εἶναι φάσκουσα αὑτῆς μὲν τοῦτο εὕρημα, ἐκείνης δ᾽ ὑπηρέτημα. [16] ἠρώτα οὖν αὐτὴν εἰ ἐθελήσει διακονῆσαί οἱ, καὶ ἣ ὑπέσχετο τάχιστα, ὡς οἶμαι. μετὰ ταῦτα ἔτυχε τῷ Φιλόνεῳ ἐν Πειραιεῖ ὄντα ἱερὰ Διὶ Κτησίῳ, ὁ δὲ πατὴρ ὁ ἐμὸς εἰς Νάξον πλεῖν ἔμελλεν. κάλλιστον οὖν ἐδόκει εἶναι τῷ Φιλόνεῳ τῆς αὐτῆς ὁδοῦ ἅμα μὲν προπέμψαι εἰς τὸν Πειραιᾶ τὸν πατέρα τὸν ἐμὸν φίλον ὄντα ἑαυτῷ, ἅμα δὲ θύσαντα τὰ ἱερὰ ἑστιᾶσαι ἐκεῖνον. [17] ἡ οὖν παλλακὴ τοῦ Φιλόνεω ἠκολούθει τῆς θυσίας ἕνεκεν. καὶ ἐπειδὴ ἦσαν ἐν τῷ Πειραιεῖ, οἷον εἰκός, ἔθυεν. καὶ ἐπειδὴ αὐτῷ ἐτέθυτο τὰ ἱερά, ἐντεῦθεν ἐβουλεύετο ἡ ἄνθρωπος ὅπως ἂν αὐτοῖς τὸ φάρμακον δοίη, πότερα πρὸ δείπνου ἢ ἀπὸ δείπνου. ἔδοξεν οὖν αὐτῇ βουλευομένῃ βέλτιον εἶναι μετὰ δεῖπνον δοῦναι, τῆς Κλυταιμνήστρας ταύτης [τῆς τούτου μητρὸς] ταῖς ὑποθήκαις ἅμα διακονοῦσαν. [18] καὶ τὰ μὲν ἄλλα μακρότερος ἂν εἴη λόγος περὶ τοῦ δείπνου ἐμοί τε διηγήσασθαι ὑμῖν τ᾽ ἀκοῦσαι· ἀλλὰ πειράσομαι τὰ λοιπὰ ὡς ἐν βραχυτάτοις ὑμῖν διηγήσασθαι, ὡς γεγένηται ἡ δόσις τοῦ φαρμάκου. ἐπειδὴ γὰρ ἐδεδειπνήκεσαν, οἷον εἰκός, ὁ μὲν θύων Διὶ Κτησίῳ κἀκεῖνον ὑποδεχόμενος, ὁ δ᾽ ἐκπλεῖν τε μέλλων καὶ παρ᾽ ἀνδρὶ ἑταίρῳ αὑτοῦ δειπνῶν, σπονδάς τ᾽ ἐποιοῦντο καὶ λιβανωτὸν ὑπὲρ αὑτῶν ἐπετίθεσαν. [19] ἡ δὲ παλλακὴ τοῦ Φιλόνεω τὴν σπονδὴν ἅμα ἐγχέουσα ἐκείνοις εὐχομένοις ἃ οὐκ ἔμελλε τελεῖσθαι, ὦ ἄνδρες, ἐνέχει τὸ φάρμακον. καὶ ἅμα οἰομένη δεξιὸν ποιεῖν πλέον δίδωσι τῷ Φιλόνεῳ, ἴσως ‹ὡς›, εἰ δοίη πλέον, μᾶλλον φιλησομένη ὑπὸ τοῦ Φιλόνεω· οὔπω γὰρ ᾔδει ὑπὸ τῆς μητρυιᾶς τῆς ἐμῆς ἐξαπατωμένη, πρὶν ἐν τῷ κακῷ ἤδη ἦν· τῷ δὲ πατρὶ τῷ ἡμετέρῳ ἔλασσον ἐνέχει. [20] καὶ ἐκεῖνοι ἐπειδὴ ἀπέσπεισαν, τὸν ἑαυτῶν φονέα μεταχειριζόμενοι ἐκπίνουσιν ὑστάτην πόσιν. ὁ μὲν οὖν Φιλόνεως εὐθέως παραχρῆμα ἀποθνῄσκει, ὁ δὲ πατὴρ ὁ ἡμέτερος εἰς νόσον ἐμπίπτει, ἐξ ἧς καὶ ἀπώλετο εἰκοσταῖος. ἀνθ᾽ ὧν ἡ μὲν διακονήσασα καὶ χειρουργήσασα ἔχει τὰ ἐπίχειρα ὧν ἀξία ἦν, οὐδὲν αἰτία οὖσα — τῷ γὰρ δημοκοίνῳ τροχισθεῖσα παρεδόθη — , ἡ δ᾽ αἰτία τε ἤδη καὶ ἐνθυμηθεῖσα ἕξει, ἐὰν ὑμεῖς τε καὶ οἱ θεοὶ θέλωσιν.

 

Pierre-Narcise Guérin, Clitemnestra esita dall’uccidere Agamennone nel sonno. Olio su tela, 1817. Paris, Musée du Louvre.

 

La nostra casa aveva un appartamento al piano di sopra, nel quale, quando si trovava in città, abitava Filoneo, ottima persona e amico di mio padre; egli possedeva una concubina, che aveva intenzione di collocare in una casa di piacere. La madre di mio fratello se la fece amica. Venuta a sapere da lei dell’ingiuria che stava per subire da Filoneo, la mandò a chiamare e, quando giunse, le confidò che anch’ella riceveva dei torti da nostro padre; e aggiunse che, se voleva darle ascolto, aveva il mezzo per far sì che Filoneo fosse di nuovo innamorato, e anche mio padre di lei stessa, sua moglie, affermando che lo stratagemma era suo, ma che l’esecuzione toccava a lei. Le domandava, dunque, se fosse disposta a collaborare e quella – credo – accettò subito. In seguito, accadde che Filoneo celebrasse un sacrificio in onore di Zeus Ctesio al Pireo, mentre mio padre stava per partire per Nasso. Dunque, a Filoneo sembrò un’ottima idea sia accompagnare mio padre, che era suo amico, al porto per la stessa strada, sia, dopo aver terminato il sacrificio, invitarlo a pranzo da lui. Dopo che egli ebbe immolato le vittime, la donna si domandava se dovesse propinare loro il farmaco prima o dopo il pranzo. Dopo aver riflettuto, le sembrò che fosse meglio darlo dopo pranzo, seguendo le inclinazioni di quella Clitemnestra, madre di costui[1]! Sarebbe un discorso troppo lungo per me descrivere tutti i particolari del banchetto e per voi stare ad ascoltarli; cercherò, invece, di spiegarvi il più brevemente possibile il resto, ovvero come avvenne la somministrazione del veleno. Dopo che ebbero desinato, come era normale, l’uno sacrificando a Zeus Ctesio e l’altro pranzando in casa di un amico, sul punto di imbarcarsi, tutti e due facevano libagioni e gettavano incenso sull’altare, perché tutto andasse loro bene. La concubina di Filoneo, mentre versava il vino a loro che pregavano per cose che non si sarebbero mai realizzate, o giudici, vi mesceva il veleno. E contemporaneamente, credendo di fare una cosa geniale, ne diede di più a Filoneo – forse perché era convinta che se gliene avesse somministrato di più, sarebbe stata amata maggiormente dal suo uomo! Non sapeva, infatti, di essere stata ingannata dalla mia matrigna, prima di trovarsi ormai coinvolta nella sciagura; a nostro padre, invece, ne diede una dose minore. Ed essi, dopo aver libato, reggendo in mano la coppa che li avrebbe assassinati, fecero la loro ultima bevuta. Filoneo morì istantaneamente; nostro padre, invece, fu colto da una malattia per la quale spirò dopo venti giorni. In conseguenza di ciò, la complice ha avuto il compenso del quale era degna, benché non fosse responsabile di niente – infatti, dopo essere stata torturata sulla ruota, fu consegnata al carnefice – mentre la vera colpevole che premeditò e compì il delitto, lo avrà, se voi e gli dèi lo vorrete.

Pittore di Colmar. Simposiaste e musico. Pittura vascolare dal tondo di una kylix attica a figure rosse, 490 a.C. ca., da Vulci. Paris, Musée du Louvre.

 

Un delitto al femminile | Dal passo preso in esame, tratto dalla parte centrale della διήγησις, il «racconto dei fatti», emerge con particolare risalto la vicenda della concubina di Filoneo, dalla quale possiamo ricavare varie informazioni sulla condizione femminile. Nel delitto sono coinvolte due donne, una di condizione libera e moglie legittima di un mercante, l’altra schiava o forse meteca o straniera e, quindi, giuridicamente sotto la potestà di Filoneo. Quest’ultimo, dopo averla tenuta con sé per un certo tempo come παλλακή, «concubina fissa» e convivente, essendosene stancato, aveva intenzione di collocarla in un postribolo. Un simile comportamento non era inconsueto, perché questa sistemazione offriva un duplice vantaggio: da un lato, si liberava la casa da una presenza divenuta fastidiosa, dall’altro, si realizzava un guadagno, perché il tenutario della casa doveva versare al padrone della donna – o a colui che esercitava su di lei il potere giuridico – il denaro ricevuto dai clienti, dopo averne detratte le spese per il mantenimento, somma che, in genere, veniva fissata al momento della cessione. Sebbene la condizione di una concubina potesse essere dura, era certamente migliore di quella di una prostituta venduta a un bordello; si spiega così come la donna fosse pronta ad accettare l’invito di colei che riteneva una protettrice importante e benevola, nella speranza di riconquistare l’amore del suo padrone. In questo modo, l’oratore dà risalto alla perfidia della matrigna, la quale, non osando rischiare di persona, “sporcandosi le mani”, si serve della donna di Filoneo, ben sapendo che quell’ingenua, se fosse stata scoperta, sarebbe stata giustiziata (come, infatti, accadde!), perché il diritto attico sanciva la pena capitale per lo schiavo o lo straniero che, anche involontariamente, avesse causato la morte di un cittadino ateniese. Pertanto, la subdola donna, che l’accusatore indica con il nome di “Clitemnestra”, la moglie assassina per antonomasia, volendo vendicarsi una volta per tutte dei torti subiti dal marito, si serve dell’arma di una falsa solidarietà femminile, sicura di ottenere l’effetto voluto. E, infatti, la concubina, non sospettando di essere crudelmente aggirata – anzi, grata a colei che le ha dimostrato tanta comprensione, dall’alto del suo status di sposa legittima, libera e cittadina – si affretta a eseguire il comando ricevuto, mandandolo a effetto con l’aggiunta di un minimo di iniziativa personale. Infatti, convinta che la posizione ricevuta sia veramente un filtro d’amore, ne versa una dose massiccia nella coppa di Filoneo, per essere più sicura del risultato, che, in effetti, non si fa attendere, anche se in modo ben diverso da quello previsto. Per la povera donna, ormai non può esserci nient’altro se non la tortura e il carnefice. Tuttavia, l’amico di Filoneo sopravvive abbastanza per denunciare la vera mandante del delitto e per tentare di ristabilire così la giustizia. Noi non conosciamo l’esito del processo, ma poiché esso fu celebrato di fronte all’Areopago, dovette risolversi con un’assoluzione o con una condanna a morte, poiché questo tribunale – il più antico e rispettato di Atene – non emetteva sentenze intermedie.

Pittore anonimo. Clitemnestra cerca di svegliare le Erinni dormienti. Dettaglio da un cratere a campana apulo a figure rosse, 380-370 a.C. ca. da Armento. Paris, Musée du Louvre.

 

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Bibliografia:

E. Eidinow, Envy, Poison, and Death. Women on Trial in Classical Athen, Oxford 2016.

M. Gagarin, The Torture of Slaves in Athenian Law, CPh 91 (1996), 1-18.

W.T. Loomis, The Nature of Premeditation in Athenian Homicide Law, JHS 92 (1972), 86-95.

L. Pepe, Processo a un’avvelenatrice. La prima orazione di Antifonte, Index 40 (2012), 131-145.

R. Sealey, The Athenian Courts for Homicide, CPh 78 (1983), 275-296.

C. Varias García, La venjança del pare davant els tribunals en el Contra la madrastra d’Antifont, Faventia 20 (1998), 27-31.

V. Wohl, A Tragic Case of Poisoning: Intention Between Tragedy and the Law, TAPhA 140 (2010), 33-70.

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Note:

[1] Il fratellastro di colui che ha sporto denuncia.

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Antifonte di Ramnunte

di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca. 2.B. La prosa e le forme di poesia, Messina-Firenze 2004, p. 199.

Il primo oratore attico, di cui ci siano giunte in parte le orazioni, è Antifonte, nato verso il 480 a.C. nel demo di Ramnunte, non lontano da Maratona. Buona parte delle notizie che possediamo su di lui provengono dalle Storie di Tucidide (VIII, 68, 1-2), che lo apprezzò come oratore e uomo politico. Antifonte svolse un ruolo di primo piano nel 411 a.C., quando fu promotore e sostenitore dell’oligarchia dei Quattrocento; ma quando il governo decadde e fu restaurata la democrazia, egli fu accusato da Teramene e condannato a morte. In quell’occasione scrisse e pronunciò l’orazione in sua difesa, che Tucidide considerò la migliore ma ascoltata fino ad allora, ma che non valse a salvarlo.

L’assemblea al voto. Illustrazione di P. Connolly.

Dell’opera di Antifonte ci è giunto un gruppo di orazioni giudiziarie, tutte su casi di omicidio (di qui il nome di λόγοι φονικοί), fra le quali si distinguono tre discorsi realmente pronunciati, il primo, come accusa, il quinto e il sesto, per difesa, e tre Tetralogie, di quattro orazioni ciascuna, su argomenti fittizi. Fra le orazioni realmente pronunciate, quella di accusa riguarda il caso di un giovane che cita in giudizio la matrigna per avergli avvelenato il padre, con la complicità di una schiava; un’altra, Per l’uccisione di Erode, sostiene la difesa di un giovane di Mitilene, accusato di aver ucciso un certo Erode, che, durante un viaggio per mare, era scomparso inspiegabilmente dalla nave; la terza, Sul coreuta, tratta una causa di omicidio preterintenzionale: l’accusato in questione è un corego, il quale, per saggiare le possibilità vocali di un suo coreuta, gli aveva fatto assumere una pozione che ne aveva causato la morte.

Come si è già accennato, le orazioni furono scritte da Antifonte, ma non pronunciate da lui, perché in tribunale avevano la parola soltanto le parti in causa. Perciò, Antifonte è il più antico logografo di cui si ha notizia ed è anche il primo ad aver fissato uno schema di svolgimento del discorso, che sarà seguito – in linea di massima – anche dagli oratori successivi: un’introduzione, che informa a grandi linee sull’argomento, una narrazione dei fatti, le prove e le testimonianze addotte dall’accusa e dalla difesa, una perorazione finale. Il modo di esporre appare caratterizzato da chiarezza ed efficacia e il racconto degli avvenimenti si fonde sapientemente con le argomentazioni: a questo proposito, un’innovazione degna di nota è rappresentata dal fatto che Antifonte sminuisce il valore delle prove estorte con la tortura, fino ad allora considerate indubitabili.

Themis. Statua, marmo, 300 a.C. ca. dal tempio di Nemesis a Ramnunte. Opera di Chairestratos e dedicata da Megacle. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Le Tetralogie sono, invece, esercitazioni retoriche, scritte per processi fittizi, in ognuno dei quali si pronunciano quattro discorsi: l’accusa, la difesa, la replica all’accusa e la replica alla difesa. Tono e stile rivelano chiaramente l’influenza della lezione dei sofisti. Purtroppo è andata perduta l’orazione che sarebbe stata più interessante per noi, quella che Antifonte pronunciò per se stesso, e che era conosciuta dagli antichi con il titolo Sulla rivoluzione (Περί μεταστάσεως). Un papiro del III secolo d.C. ce ne ha restituito un frammento di una ventina di righe, troppo esiguo perché ci possiamo rendere conto del tono e del contenuto.

 

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Un abile politico (Thuc. VIII 1-2)

di TUCIDIDE, Le storie, a cura di G. DONINI, vol. 2, Torino 2005, pp. 1282-1285.

ὁ μέντοι ἅπαν τὸ πρᾶγμα ξυνθεὶς ὅτῳ τρόπῳ κατέστη ἐς τοῦτο καὶ ἐκ πλείστου ἐπιμεληθεὶς Ἀντιφῶν ἦν ἀνὴρ Ἀθηναίων τῶν καθ᾽ ἑαυτὸν ἀρετῇ τε οὐδενὸς ὕστερος καὶ κράτιστος ἐνθυμηθῆναι γενόμενος καὶ ἃ γνοίη εἰπεῖν, καὶ ἐς μὲν δῆμον οὐ παριὼν οὐδ᾽ ἐς ἄλλον ἀγῶνα ἑκούσιος οὐδένα, ἀλλ᾽ ὑπόπτως τῷ πλήθει διὰ δόξαν δεινότητος διακείμενος, τοὺς μέντοι ἀγωνιζομένους καὶ ἐν δικαστηρίῳ καὶ ἐν δήμῳ πλεῖστα εἷς ἀνήρ, ὅστις ξυμβουλεύσαιτό τι, δυνάμενος ὠφελεῖν. καὶ αὐτός τε, ἐπειδὴ μετέστη ἡ δημοκρατία καὶ τὰ τῶν τετρακοσίων ἐν ὑστέρῳ μεταπεσόντα ὑπὸ τοῦ δήμου ἐκακοῦτο καὶ ἐς ἀγῶνας κατέστη, ἄριστα φαίνεται τῶν μέχρι ἐμοῦ ὑπὲρ αὐτῶν τούτων αἰτιαθείς, ὡς ξυγκατέστησε, θανάτου δίκην ἀπολογησάμενος.

Propilei. Ingresso monumentale in stile dorico e ionico, 437-432 a.C. Atene, Acropoli.

Ma colui che aveva organizzato tutta la congiura nel modo che portò a questo risultato e che se n’era occupato da più tempo era Antifonte, uomo che per le sue qualità non era inferiore a nessuno degli Ateniesi del suo tempo, e il più abile a concepire un’idea e nell’esprimere ciò che aveva pensato; non si presentava di propria volontà all’assemblea né ad alcun altro dibattito, ma era considerato con sospetto dalle masse per la sua fama di eloquenza; tuttavia, egli era l’uomo che assolutamente più di ogni altro poteva aiutare chi, tra quelli che discutevano in tribunale o nell’assemblea, gli chiedesse un consiglio. E quando avvenne il cambiamento che ristabilì la democrazia, e in seguito quelli del governo dei Quattrocento, rovesciato, furono trattati severamente dal popolo e messi sotto processo, egli stesso, accusato proprio di questo fatto, di aver cioè collaborato alla costituzione dell’oligarchia, fece chiaramente la miglior difesa contro un’accusa capitale, che ci sia mai stata fino ai miei tempi.

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