Plut. Alex. 3, 3-5 (20 luglio 356 a.C. – Nascita di Alessandro)

di Plutarco, Vite parallele, Alessandro-Cesare-Pericle-Fabio Massimo, a cur. di AA.VV., Milano 2009, pp. 50-53.

 

[3] ἐγεννήθη δ᾽ οὖν Ἀλέξανδρος ἱσταμένου μηνὸς Ἑκατομβαιῶνος, ὃν Μακεδόνες Λῷον καλοῦσιν, ἕκτῃ, καθ᾽ ἣν ἡμέραν ὁ τῆς Ἐφεσίας Ἀρτέμιδος ἐνεπρήσθη νεώς ᾧ γ᾽ Ἡγησίας ὁ Μάγνης (FGrH. 142 F 3) ἐπιπεφώνηκεν ἐπιφώνημα κατασβέσαι τὴν πυρκαϊὰν ἐκείνην ὑπὸ ψυχρίας δυνάμενον εἰκότως γὰρ ἔφη καταφλεχθῆναι τὸν νεών τῆς Ἀρτέμιδος ἀσχολουμένης περὶ τὴν Ἀλεξάνδρου μαίωσιν. [4] ὅσοι δὲ τῶν μάγων ἐν Ἐφέσῳ διατρίβοντες ἔτυχον, τὸ περὶ τὸν νεών πάθος ἡγούμενοι πάθους ἑτέρου σημεῖον εἶναι, διέθεον τὰ πρόσωπα τυπτόμενοι καὶ βοῶντες ἄτην ἅμα καὶ συμφορὰν μεγάλην τῇ Ἀσίᾳ τὴν ἡμέραν ἐκείνην τετοκέναι. Φιλίππῳ δὲ ἄρτι Ποτείδαιαν ᾑρηκότι τρεῖς ἧκον [5] ἀγγελίαι κατὰ τὸν αὐτὸν χρόνον ἡ μὲν Ἰλλυριοὺς ἡττᾶσθαι μάχῃ μεγάλῃ διὰ Παρμενίωνος, ἡ δὲ Ὀλυμπίασιν ἵππῳ κέλητι νενικηκέναι, τρίτη δὲ περὶ τῆς Ἀλεξάνδρου γενέσεως, ἐφ᾽ οἷς ἡδόμενον, ὡς εἰκὸς, ἔτι μᾶλλον οἱ μάντεις ἐπῆραν ἀποφαινόμενοι τὸν παῖδα τρισὶ νίκαις συγγεγεννημένον ἀνίκητον ἔσεσθαι.

Alessandro caccia il leone. Mosaico pavimentale, III sec. a.C. Pella Museum.

Comunque sia, Alessandro nacque al principio del mese di Ecatombeone, che i Macedoni chiamano “Loo”, esattamente il sesto giorno[1], lo stesso nel quale bruciò il tempio di Artemis a Efeso[2]. Fu in questa occasione che Egesia di Magnesia[3] pronunciò quella battuta che poteva spegnare quell’incendio, fredda come era: disse, infatti, che era naturale che bruciasse il tempio di Artemis, perché la dea era impegnata a portare alla luce Alessandro. Ma i magi che si trovavano a Efeso, ritenendo che la distruzione del tempio fosse il segno di un altro disastro, correvano per la città colpendosi il volto e gridando che in quel giorno era stata generata un’altra grande sventura per l’Asia. A Filippo, che aveva appena presa Potidea, giunsero nello stesso tempo tre notizie[4]: che gli Illiri erano stati sconfitti in una grande battaglia da Parmenione; che aveva vinto a Olimpia nella corsa dei cavalli e che gli era nato Alessandro. Si compiacque delle notizie, come è naturale, ma ancor più lo esaltarono gli indovini, affermando che invincibile sarebbe stato il figlio che era nato accompagnato da tre vittorie.

Artemide. Statua, bronzo, II sec. a.C., da Efeso. London, British Museum.

 

***

Note:

[1] La determinazione cronologica è di estrema difficoltà: sembra si sia trattato del 20 luglio 356 a.C.

[2] A Efeso furono costruiti successivamente parecchi templi in onore di Artemis: quello cui qui si allude fu incendiato da un certo Erostrato, che intendeva in tal modo guadagnarsi fama perenne.

[3] Nativo di Magnesia sul Sipilo, fu autore di una storia di Alessandro ed esponente di rilievo di una scuola retorica definita “asiana”, che Cicerone critica severamente.

[4] Certamente questo sincronismo non è esistito, ed è ricordato per motivi adulatori; infatti, Filippo prese Potidea nella primavera del 356, mentre la vittoria di Parmenione sugli Illiri è dell’estate dello stesso anno; i giochi ebbero poi luogo nel luglio-agosto del medesimo.

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Plin. Nat. Hist. II 6, 41-46 – La natura della Luna

di Gaio Plinio Secondo, Storia naturale, ed. dir. da G.B. CONTE, I, Cosmologia e geografia, libri 1-6, Torino 1982, pp. 230-235.

 

[41] Sed omnium admirationem uincit nouissimum sidus, terris familiarissimum et in tenebrarum remedium ab natura repertum, lunae. [42] multiformis haec ambigua torsit ingenia contemplantium et proximum ignorare sidus maxime indignantium, crescens semper aut senescens et modo curuata in cornua facie, modo aequa portione diuisa, modo sinuata in orbem, maculosa eademque subito praenitens, inmensa orbe pleno ac repente nulla, alias pernox, alias sera et parte diei solis lucem adiuuans, deficiens et in defectu tamen conspicua —quae mensis exitu latet, ‹t›um laborare non creditur—, [43] iam uero humilis et excelsa, et ne id quidem uno modo, sed alias admota caelo, alias contigua montibus, nunc in aquilonem elata, nunc in austros deiecta. quae singula in ea deprehendit hominum primus Endymion; ob id amor eius fama traditur. non sumus profecto grati erga eos qui labore curaque lucem nobis aperuere in hac luce, miraque humani ingeni peste sanguinem et caedes condere annalibus iuuat, ut scelera hominum noscantur mundi ipsius ignaris.

Selene e Endimione. Affresco, I sec. a.C. dalla Casa dei Dioscuri (Pompei). Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

[44] Proxima ergo cardini, ideoque minimo ambitu, uicenis diebus septenisque et tertia diei parte peragit spatia eadem, quae Saturni sidus altissimum XXX, ut dictum est, annis. dein morata in coitu solis biduo, cum tardissime, a tricesima luce rursum ad easdem uices exit, haut scio an omnium, quae in caelo pernosci potuerunt, magistra: [45] in XII mensium spatia oportere diuidi annum, quando ips‹a› totiens solem redeuntem ad principia consequitur; solis fulgore, ut reliqua siderum, regi, siquidem in totum mutuata ab eo luce fulgere, qualem in repercussu aquae uolitare conspicimus; ideo molliore et inperfecta ui soluere tantum umorem atque etiam augere, quem solis radii absumant. ideo inaequali lumine adspici, quia, ex aduerso demum plena, reliquis diebus tantum ex se terris ostendat, [46] quantum a sole ipsa concipiat; in coitu quidem non cerni, quoniam haustum omnem lucis auersa illo regerat, unde acceperit. sidera uero haut dubie umore terreno pasci, quia dimidio orbe numquam maculoso cernatur, scilicet nondum suppetente ad hauriendum ultra iusta ui; masculas enim non aliud esse quam terrae raptas cum umore sordes. defectus autem suos et solis, rem in tota contemplatione naturae maxime miram et ostento similem, magnitudinum umbraeque indices exsistere.

 

Paris, Observatoire de Paris. Inv. I.1576, Giandomenico Cassini, Mappa della Luna, 1679.

 

 

Ma supera la meraviglia di tutti l’ultimo degli astri, il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura: la Luna. Polimorfa, essa ha torturato col dubbio la mente dei suoi osservatori, incapaci di sopportare che proprio l’astro più vicino restasse sconosciuto; sempre in via di crescita o di senescenza, e ora incurvata a formare due corni, ora tagliata in due metà uguali, ora arrotondata in un disco; macchiata e, di colpo, sfolgorante di luce, sconfinata con il suo cerchio pieno e, d’un tratto, annientata; a volte veglia notti intere, altre volte appare sul tardi, e aiuta la luce del Sole per una parte del giorno; in eclissi e tuttavia visibile – a fine mese è celata, ma non si crede a un’eclissi –; ora è bassa sulla terra, ora elevatissima, e neppure in modo costante, ma talora accostata alla volta celeste, talora prossima alle montagne, ora alzata verso il nord, ora discesa a sud. Queste sue peculiarità furono scoperte da Endimione, per primo fra gli uomini: perciò, la leggenda del suo amore con la Luna. Non siamo davvero riconoscenti verso chi, con fatica e devozione, ci ha aperto la luce su questa luce: per una strana malattia dello spirito umano, piace depositare negli annali fatti di sangue e massacri, in modo che sia ben informato sui crimini dell’uomo chi ignora la realtà del suo mondo!

Dunque, essendo la più vicina al centro del mondo, essa ha il tracciato più breve di tutti: in ventisette giorni e un terzo percorre la stessa rivoluzione per cui la stella di Saturno, la più elevata, impiega, come si è detto, 30 anni. Poi, dopo essersi trattenuta due giorni in congiunzione con il Sole, dal trentesimo giorno, al più tardi, riparte verso le solite successioni. Direi che è stata maestra di tutte le conoscenze del cielo che abbiamo potuto conquistare: che è opportuno dividere l’anno in 12 periodi di un mese, perché lei, appunto, raggiunge altrettante volte il Sole intanto che questi ritorna al suo punto di partenza; che, come tutte le altre stelle, è dominata dallo splendore del Sole, poiché in effetti essa risplende di una luminosità completamente mutuata da quest’ultimo, simile al riflesso oscillante che scorgiamo sullo specchio dell’acqua; perciò, con la sua forza più fiacca e imperfetta, essa si limita a sciogliere e anche ad accrescere quell’umidità che i raggi del Sole consumano. Il suo splendore è diseguale alla vista perché, piena quando infine è in opposizione, per tutti i giorni restanti si mostra alla terra solo nella misura in cui assume luce dal sole; in congiunzione, appunto, è invisibile, perché, dalla parte opposta alla nostra, rimanda tutta la luce assorbita alla fonte da cui l’aveva ricevuta. Inoltre, senza dubbio alcuno, le stelle si cibano di umidità terrestre, dato che la Luna, quando è a metà, non si vede mai macchiata, perché la sua forza normale non le consente ancora di attingere qualcosa di più; le macchie, infatti, non sono altro che impurità di terra aspirate insieme all’umidità. E poi, le sue eclissi e quelle del sole, il fenomeno più straordinario e insieme a un portento in tutto il quadro della natura, sono rivelatrici dell’ombra che ciascuno proietta, e delle dimensioni.


 

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Cic. nat. deor. II 68-69 – Il nome di Diana

di Cicerone, Sulla natura degli dei, a c. di U. PIZZANI, Milano 1997, pp. 180-183.

 

[…] luna a lucendo nominata sit; eadem est enim Lucina, itaque ut apud Graecos Dianam eamque Luciferam sic apud nostros Iunonem Lucinam in pariendo inuocant. quae eadem Diana Omniuaga dicitur non a uenando sed quod in septem numeratur tamquam uagantibus; [69] Diana dicta quia noctu quasi diem efficeret. adhibetur autem ad partus, quod i maturescunt aut septem non numquam aut ut plerumque nouem lunae cursibus, qui quia mensa spatia conficiunt menses nominantur; concinneque ut multa Timaeus, qui cum in historia dixisset qua nocte natus Alexander esset eadem Dianae Ephesiae templum deflagrauisse, adiunxit minime id esse mirandum, quod Diana quom in partu Olympidis adesse uoluisset afuisset domo.

 

Testa di Artemide. Marmo, 350-300 a.C. ca. da Brauron. Museo Archeologico di Brauron.

 

“Luna” deriva dal verbo lucere, come dimostra anche l’attributo Lucina; e come presso i Greci durante i parti si invoca Diana aggiungendo l’epiteto di “portatrice di luce”, così fra noi si invoca Giunone Lucina. Diana è detta anche Omnivaga non per la sua attività “venatoria”, ma perché la si annovera fra le sette stelle considerate “vaganti”; è chiamata “Diana”, perché durante la notte sembra riportare la luce “diurna”. Inoltre, si ricorre a lei nei parti, in quanto essi giungono a maturazione nel giro, talora, di sette o, perlopiù, di nove cicli lunari che si chiamano “mesi”, appunto perché percorsi “misurati”. Lo storico Timeo, venendo a parlare dell’incendio del tempio di Diana Efesia, scoppiato proprio nella notte in cui vide la luce Alessandro, aggiunge – con il suo consueto spirito – che la cosa non deve stupire, poiché in quel momento Diana si era assentata da casa per assistere il parto di Olimpia.

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Cic. nat. deor. II 50 – Il corso della Luna

di Cicerone, Sulla natura degli dei, a c. di U. PIZZANI, Milano 1997, pp. 162-165.

 

Luna piena. Fotografia, 2010, da Madison (Alabama, USA).

 

Iam solis annuos cursus spatiis menstruis luna consequitur, cuius tenuissimum lumen facit proximus accessus ad solem, digressus autem longissimus quisque plenissimum. neque solum eius species ac forma mutatur tum crescendo tum defectibus in initia recurrendo, sed etiam regio; quae cum est aquilonia aut australis, in lunae quoque cursu est et brumae quaedam et solstitii similitudo, multaque ab ea manant et fluunt quibus et animantes alantur augescantque et pubescant maturitatemque adsequantur quae oriuntur e terra.

 

Ad intervalli mensili la luna compie lo stesso corso annuale del sole: la sua vicinanza al sole ne attenua al massimo la luminosità, mentre, quanto più se ne allontana, tanto più accresce il proprio splendore. E non sono solo l’aspetto e la forma della luna a mutare attraverso il suo alterno crescere e decrescere e ritornare all’aspetto iniziale, ma muta anche la sua posizione nel cielo che ora è a nord, ora a sud. Anche nel corso della luna v’è qualcosa di simile al solstizio d’inverno e a quello d’estate e da essa promanano e fluiscono molti alimenti di cui si nutrono gli animali e, in grazia dei quali, le creature che sorgono dalla terra si accrescono, fioriscono e giungono a maturazione.

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Diana alla luce della luna

di MORISI L., Diana alla luce della luna (Catull. 34. 15 s. e le insidie dell’etimologia), Lexis 19 (2001), pp. 283-287.

 

 

Sis quocumque tibi placet / sancta nomine (Catull. 34. 21 s.): «sii onorata con qualunque nome di piaccia». La stilizzata movenza che avvia alla chiusa del catulliano inno a Diana, ove è il riflesso del canto (e consueto) pragmatismo con cui l’orante intende tutelarsi dal rischio di invocare la divinità con appellativi che non le competono, o peggio di ometterne le specifiche denominazioni cultuali[1], si presta con particolare opportunità a riferirsi a una dea (Hor. Carm. 3, 22, 4: diua triformis) che è, a un tempo, una e trina (34, 13-16):

 

tu Lucina dolentibus

Iuno dicta puerperis,

tu potens Triuia et notho es

dicta lumine Luna.

 

Allorché, infatti, l’antica divinità italica preposta a esercitare un proprio autonomo ruolo nella sfera relativa alla fecondità – in virtù, pare, di un’origine ctonia, che tuttavia le inibì la dotazione di alcune prerogative di carattere uranio[2] – finì per essere accostata, quando non sovrapposta, all’Artemide greca, di quest’ultima ereditò ben presto e senza conflitti, come fu spesso a Roma, le diverse competenze e investiture. Fatta oggetto di una confusa azione sincretistica, per altro ben lungi dal non essere, talora, ignorata, Diana assume così i tratti di Iuno Lucina, la dea che tutela il parto, quelli più sfumati di Ecate, la misteriosa entità demoniaca signora dei crocicchi, degli spiriti notturni e con imprecise implicazioni nel campo della magia, Triuia[3] appunto, nonché il ruolo di dea della luna, quasi un diritto “transitivo” (su scorta stoica) della sorella di Apollo. Gli effetti complessivi di una tale articolazione, caratterizzata da ininterrotte osmosi e contaminazioni[4] (il fatto che delle tre dee una si chiamasse «Trivia», dopotutto, non contribuiva a semplificare le cose) sono visibili nelle congestionate testimonianze di Varrone e Cicerone, non a caso percorse da un duplice denominatore, la luce e il tre. Se l’uno alza appena lo sguardo dalle strade al cielo (ling. Lat. 7, 16):

 

Triuia Diana est, ab eo dicta Triuia, quod in triuio ponitur fere in oppidis Graecis uel quod luna dicitur esse, quae in caelo tribus uiis mouetur, in altitudinem et latitudinem et longitudinem,

 

e troverà l’implicita approvazione di Plutarco (de fac. in orbe lun. 24, 937f), l’altro vede reificate quelle allegorie nella verità di un rapporto etimologico (nat. deor. 2 68, s.):

 

Dianam autem et lunam eandem esse putant, cum […] luna a lucendo nominata sit; eadem est enim Lucina, itaque ut apud Graecos Dianam eamque Luciferam sic apud nostros Iunonem Lucinam in pariendo inuocant. […] (69) Diana dicta quia noctu quasi diem efficeret. Adhibetur autem ad partus, quod i maturescunt aut septem non numquam aut ut plenumque nouem lunae cursibus[5].

Paul-Jacques-Aimé Baudry, Diana Reposing. Olio su tavola di mogano, 1859 c. Baltimora, Walters Art Museum.

 

Non sappiamo per chi e in quale contesto Catullo abbia composto il suo inno; può darsi che l’occasione fosse un omaggio ‘privato’ alla dea, calcato sulle forme di una celebrazione liturgica – come pare provato dal colorito romano dell’attacco (Dianae sumus in fide)  e dalla menzione in explicit, a chiudere anularmente la struttura, della «stirpe di Romolo» – ma verisimilmente escluso dalla pubblicità di una performance rituale: non importa verificarlo, se mai possibile, in questa sede. Più memorabile è il fatto che Catullo aspiri a impreziosire alessandrinamente il suo dettato operando una strategia tutta giocata sulla riduzione e sul rimosso: non solo opta per la versione meno nota della leggendaria nascita della dea (vv. 7 s.), trascurando poi di ricordarne l’immediata prerogativa, quella di essere signora delle fiere e protettrice della caccia, ovvia al lettore educato che si prospetta: tale processo di riduzione, cui risponde sul piano stilistico l’alleggerimento di una (troppo) intensa sequenza allitterante, egli pone in atto anche nella riscrittura allusiva di un modello lucreziano, chiarita da una riconoscibile spia lessicale. La memoria, secondo un modulo riscontrabile altrove in Catullo, non gravita qui sull’innovazione né sullo scarto, ma funziona piuttosto come scelta, comunque connotante, tra opzioni già occupate (a cauzione, per inciso, della possibilità stessa di orientare il rapporto imitativo), omaggio riconosciuto all’autorità di chi detiene le competenze del naturalista e del poeta («la luce della luna può essere “falsa”, lo dice anche Lucrezio») nondimeno congiunta al prestigio di una tradizione antica che affonda le sue radici nel pensiero presocratico[6] (Lucr. 5, 575 s.):

 

lunaque siue notho fertur loca lumine[7] lustrans

siue suam proprio iactat de corpore lucem.

 

Leocare, Diana cacciatrice. Copia romana di un originale greco del IV secolo a.C. Paris, Musée du Louvre.

 

È interessante notare come anche Lucrezio in un’anticipazione delle teorie prevalenti e approvate da Epicuro (cfr. epist. Pyth. 94) sull’origine della luce lunare (luce propria o riflessa), condensate in un distico risonante, sacrifichi senza difficoltà una terza ipotesi (una luna sempre nuova si rigenera quotidianamente), descritta insieme alle altre, poco più avanti. Pur incardinata su un modello argomentativo a base analogica, caro a Lucrezio[8], e anche trascurandosi quella censura preventiva, si capisce che quest’ultima ha minor peso delle prime due, indebolita dalla stessa movenza sintattica che la introduce (5, 731: denique cur nequeat…): la sua fondatezza, meno scientifica che dialettica, risiede piuttosto nell’impossibilità di dimostrarne il contrario.

A designare la non autoctonia del tenue chiarore lunare, nothus appare vocabolo ben scelto. Prestito originariamente della lingua del diritto, è risorsa di cui i Latini fruiscono, colmando una loro lacuna lessicale, vuoi per denotare una particolare casistica esclusa dalla disciplina giuridica romana[9], vuoi, soprattutto, per profittare di suggestioni più aperte e variamente negoziabili: tant’è vero che l’àmbito di tale riuso latino, come avvisa M. Zicari, è per lo più greco, quand’anche solo per ascendenza letteraria[10]. E un precisa tradizione dossografica (greca), nota ancora mezzo secolo dopo a Filone Alessandrino[11], Catullo avrà forse inteso alludere, ma con un’ulteriore, almeno così parrebbe, motivazione contestuale: convertendo cioè quell’atto imitativo, nel caricare notho[12] di una debole accezione concessiva («sei detta Luna a motivo della luce, che pure è riflessa»), in un invito a mediare su un paradosso etimologico. Paradosso acuito dall’opposizione, contestualmente rilevata da una simmetria chiastica, rispetto a Lucina…dicta, che non è soltanto un modo per sottolineare quanto l’etimo di Lucina sia invece ovvio ed evidente, ma piuttosto per coinvolgere del lettore, dopo la sfera ‘calda’ dell’emotività (evocando una figura cara alla tradizione popolare), quella più ‘fredda’ dell’intelletto. Che luna, infatti, debba il suo nome alla luce, malgrado questa non le sia attributo costante né tantomeno suo proprio, è un dato che può legittimamente incuriosire; più ancora, però, se il merito, involontario, di aver contribuito a svelare l’arcano debba essere riconosciuto non a un latino, ma a un greco.

 ***

[1] Esemplare, al riguardo, l’equilibrio tra completezza e vaghezza dell’invocazione con cui Lucio, esasperato dal perdurare della sua condizione asinina, rivolge una supplica alla Luna (Apul. Met. 11, 2): regina caeli, siue tu Ceres…, seu tu caelestis Venus…, seu Phoebi soror…, seu… horrenda Proserpina triformi facie…, quoquo nomine, quoquo ritu, quaqua facie te fas est inuocare (L. Pasetti, La morfologia della preghiera nelle Metamorfosi di Apuleio, Eikasmos 10, 1999, 247-71; sull’approccio formale e contrattuale nei confronti del divino, da parte dei Romani, oltre alle ormai classiche pagine di E. Norden, Agnostos Theos, Leipzig-Berlin 1913 [= Darmstad 1971], è utile il materiale raccolto da G.B. Pighi, La poesia religiosa romana. Testi e frammenti…, Bologna 1958, così come la messa a punto di C. De Meo, Lingue tecniche del latino, Bologna 19862, 133-66; un contributo recente, senza significative novità, è quello di Ch. Guittard, Invocations et structures théologiques dans la prière à Rome, REL 76, 1998, 71-92).

[2] Una discussione più impegnativa può rinvenirsi in N. Scivoletto, L’inno a Diana di Catullo, in AA.VV., Filologia e forme letterarie. Studi offerti a Francesco della Corte, II, Urbino 1987, 357-74 (a minima integrazione si consideri A.E. Gordon, On the Origin of Diana, TAPhA 63, 1932, 177-91, per quanto rielaborato nel successivo, e citato, The Cult of Aricia, Berkeley 1934); sull’ipotesi che vuole attribuito a Diana un complesso intreccio di caratteri ctoni e urani (nel nome stesso si avverte l’attivazione etimologica di dius / dies, preziosamente comprovata, ad es., dalla scansione virgiliana di Aen. 1, 499: Diana, più problematico è verificarla in Catullo, data la mobilità della base bisillabica del gliconeo), soprattutto le pp. 363 s. Su genere letterario, tematica e destinazione del carme, si veda anche la sintesi di B. Németh, Der Diana-Hymnus (c. 34) von Catull. Analyse und Schlußfolgerungen, ACUSD 12, 1976, 37-45.

[3] Noto ad Ennio (scen. 121 V.2 [= 363 J.]) e a Lucrezio (1. 84), è appellativo (quando si escluda per certo l’inverso) calcato su τριοδίτις, il cui conio parrebbe logico supporre in età più alta, verosimilmente alessandrina, rispetto a quelle di Plutarco (mor. 937e) e di Ateneo (325a).

[4] Di cui sia prova, a titolo di esempio, questo verso euripideo (Hel. 569): ὦ φωσφόρ᾽ Ἑκάτη, πέμπε φάσματ᾽ εὐμενῆ; parimenti con «Trivia» è indicata la luna in Catull. 66, 5, come sarà in Dante (Par. 23, 25 s.): «quale ne’ plenilunii sereni / Trivia ride tra le ninfe etterne…».

[5] Cfr. ancora Varro, ling. Lat. 5, 68: luna quod sola lucet noctu; [69]: quae ideo quoque uidetur ob Latinis Iuno Lucina dicta, quod est et terra, ut physici dicunt, et lucet; Isid. Orig. 3, 71, 2: luna dicta quasi Lucina, oblata media syllaba; […] sumpsit autem nomen per deriuationem a solis luce, eo quod ab eo lumen accipiat, acceptum reddat (R. Maltby, A Lexicon of Latin Etymologies, Leeds 1991, 351).

[6] Cfr. Parmen. fr. B 14 D.-K.7: νυκτιφαὲς περὶ γαῖαν ἀλώμενον ἀλλότριον φῶς tra i dubia il fr. B 21: ὅθεν ψευδοφανῆ τὸν ἀστέρα [scil. τὴν σελήνην] καλεῖ.

[7] L’argomento, al fine di un’attribuzione di paternità, si capisce, non è probante, però è notevole il fatto che Apuleio, recuperando alla memoria l’eco della iunctura, la riferisca senz’altro a Lucrezio (deo Socr. 1, contaminando i due versi): … ut uerbis utar Lucreti, notham iactat de corpore lucem [scil. Luna]. I contesti e la struttura dei movimenti argomentativi non sono lontani, ma sono opposte le prospettive, ed è chiaro che Apuleio, se non forse provocatoriamente in un’operetta che è solo un brillante esercizio di stile sulla demonologia medioplatonica, non voglia cercare accrediti in Lucrezio, semmai il piacere di una citazione poetica a scopo di ornato (come altrove, in quelle stesse pagine, richiamando Plauto, Ennio, Terenzio, Accio e Virgilio); e Catullo (senz’altro in auge, con i neoteroi, nel II sec. d.C.), tanto più il Catullo “religioso” e impegnato del c. 34, avrebbe ben soddisfatto a tale necessità. Non sarà dunque per scrupolo se subito dopo Apuelio si affretta a precisare che (ibidem 2) utracumque harum uera sententia est [se la luna brilli di luce propria o rifletta i raggi del sole], … tamen neque de luna neque de sole quisquam Graecus aut barbarus facile cunctauerit deos esse.

[8] D’obbligo il rinvio a A. Schiesaro, Simulacrum et imago. Gli argomenti analogici nel ‘De rerum natura’, Pisa 1990.

[9] Cfr. Quint. 3, 6, 96 s.: nothus ante legitimum natus legitimus filius sit… [97] Nothum, qui non sit legitimus, Graeci uocant; Latinum rei nomen, ut Cato quoque in oratione quadam testatus est, non habemus ideoque utimur peregrino.

[10] A partire dal problema dell’ibridazione latina di vocaboli greci, discusso da Varrone (ling. Lat. 10, 69-71), per non dire dei prodigiosi puledri che Circe ottenne da un destriero (rubato) dal cocchio paterno e una comune cavalla (Verg. Aen. 7, 282 s.), sino all’illegittimità della nascita del troiano Antifate, figlio di Sarpedonte e di madre tebana (Verg. Aen. 9, 696 s.) o di Ippolito, la cui madre non fu sposa, bensì preda di guerra di Teseo (Ov. Her. 4, 121 s.): M. Zicari, Nothus in Lucr. 5, 575 e in Catull. 34, 15, in AA.VV., Studia Florentina Alexandro Ronconi sexagenario oblata, Roma 1970, 526 s. [= Studi catulliani, Urbino 1978, 182 s.]. In parte diverso è il discorso su notha mulier di Catull. 63, 27, con cui si delegittima la pretesa sessualità femminile di Attis. Nell’epiteto, da un lato coerente all’atmosfera grecizzante del carme, va piuttosto riconosciuto, quale arricchimento connotativo, una spia del complesso rapporto di integrazione fra le Gallae (che Attis incita chiamandole Maenades) e il loro contraltare cultuale, le Baccanti (Eur. Bacch. 1060): οὐκ ἐξικνοῦμαι μαινάδων ὄσσοις νόθων, dove è evidente che di quelle, non dubitandosi della loro sessualità, si vuole sottolineata l’orrenda trasfigurazione, per effetto dell’invasamento del dio, in esseri furiosi, donne cioè non più donne, in belve assetate di sangue (Gaio Valerio Catullo, Attis [carmen LXIII]), a cura di L. Morisi, Bologna 1999, ad loc.).

[11] Philo Alex. de somn. 1, 23: τι δέ, σελήνη πότερον γνήσιον ή νόθον έπιφέρεται φέγγος ήλιακας έπιλαμπόμενον ακτίσιν; dilemma riproposto più avanti in 1, 53.

[12] Ne percepisce l’ambiguità semantica lo Zicari, Nothus, 184: «ma “falso” può o dire soltanto che l’irraggiamento della luce della luna è apparente, non “genuino”, in quanto l’astro non l’emana proprio de corpore; o descrivere piuttosto l’effetto di questo fenomeno, cioè la qualità della luce che ne risulta. Questa duplice possibilità espressiva a me sembra insita nella parola stessa», pur incline, in definitiva, a privilegiare la seconda opzione (185): «non importa qui la nozione che i raggi solari sono riflessi dall’astro, bensì rievocare alla fantasia il mite fulgore lunare». Németh e Scivoletto (più decisamente quest’ultimo), invece, vedono in notho un ablativo di qualità (artt. citt., rispettivamente pp. 368 e 42). Più facile concordare con D.F.S. Thomson (Catullus. Edited with a Textual and Interpretive Commentary, Toronto-Buffalo-London 1997, ad loc.): «the emphasis is on lumine, not on notho: “you are given the name Luna because of the light (lumen), which is ‹not your own but› reflected (notho)”».

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Bibliografia ulteriore:

L. Fratantuono, Montium Domina: Catullus’ Diana, Rome, and the Moon’s Bastard Light, AC 58 (2015), pp. 27-46.

L. Kronenberg, Catullus 34 and Valerius Cato’s Diana, Paideia 73 (2018), pp. 157-173.

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