Il ratto di Europa

per il racconto mitologico cit. di R. Graves, Greek Myths (= I miti greci, trad. it. E. Morpurgo, ed. U. Albini, Milano 1963, pp. 174 sgg., con note dello stesso autore); fonti antiche: Erodoto, Storie I 2, 2; Apollodoro, Biblioteca III 1, 1; P. Ovidio Nasone, Metamorfosi II 833-875.

Europa sul Toro salutata dalle sue compagne prima di giungere a Creta. Affresco, 20-25 d.C. ca., dalla Casa di Giasone (Pompei). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Europa sul Toro salutata dalle sue compagne prima di giungere a Creta. Affresco, 20-25 d.C. ca., dalla Casa di Giasone (Pompei). Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Agenore[1], figlio di Libia e di Posidone e gemello di Belo, lasciò l’Egitto per stabilirsi nella terra di Canaan, dove sposò Telfassa, altrimenti detta Argiope, la quale gli generò Cadmo, Fenice, Cilice, Taso, Fineo e una sola figlia, Europa[2]. Zeus, innamoratosi di Europa, incaricò Hermes di spingere il bestiame di Agenore fino alla riva del mare presso Tiro, dove Europa e le sue compagne usavano passeggiare. Zeus stesso si confuse nella mandria, sotto le spoglie di un toro bianco come la neve, con una robusta giogaia e due piccole corna, simili a gemme, tra le quali correva un’unica striscia nera. Europa fu colpita dalla sua bellezza e, poiché il toro si rivelò mansueto come un agnello, cominciò a giocare con lui ponendogli dei fiori in bocca e appendendo ghirlande alle sue corna; infine gli balzò sulla groppa e si lasciò condurre al piccolo trotto fino alla riva del mare. All’improvviso il toro si lanciò nelle onde e cominciò a nuotare, ed Europa sgomenta, volgendo il capo, fissava la riva sempre più lontana: con la mano destra stringeva il corno del toro, con la sinistra un canestro colmo di fiori[3]. Giunto su una spiaggia cretese, nei pressi di Gortina, Zeus si trasformò in aquila[4] e violentò Europa in un boschetto di salici[5] accanto a una fonte; o come altri dicono, sotto un platano sempre verde. Europa generò al dio tre figli: Minosse, Radamante e Sarpedone. Agenore mandò i suoi figli in cerca della sorella[6], con l’ordine severissimo di non tornare senza di lei. Subito essi alzarono le vele, ma non sapendo dove si fosse diretto il toro, salparono in tre diverse direzioni. Fenice andò a occidente, verso la Libia, fino al luogo dove sorge ora Cartagine; e colà diede il suo nome ai Punici; ma dopo la morte di Agenore ritornò a Canaan, che da allora fu chiamata Fenicia in suo onore, e divenne padre di Adone e di Alfesibea. Cilice si recò nella terra degli Ipachiani, che da lui prese il nome di Cilicia; e Fineo si recò nella penisola di Tinia, che separa il Mar di Marmara dal Mar Nero, dove più tardi fu tormentato dalle Arpie. Taso e i suoi compagni, direttisi prima a Olimpia […] poi colonizzarono l’isola di Taso e sfruttarono le sue ricche miniere d’oro. Tutto ciò accadde cinque generazioni prima che nascesse in Grecia Eracle, figlio di Anfitrione […].

(in R. Graves)

 

Rembrandt van Rijn, Il rapimento di Europa. Olio su tela, 1632. J. Paul Getty Museum.

Rembrandt van Rijn, Il rapimento di Europa. Olio su tela, 1632. J. Paul Getty Museum.

 

μετὰ δὲ ταῦτα Ἑλλήνων τινάς (οὐ γὰρ ἔχουσι τοὔνομα ἀπηγήσασθαι) [Πέρσαι] φασὶ τῆς Φοινίκης ἐς Τύρον προσσχόντας ἁρπάσαι τοῦ βασιλέος τὴν θυγατέρα Εὐρώπην. εἴησαν δ᾽ ἄν οὗτοι Κρῆτες.

[I Persiani] dicono pure che in seguito alcuni Greci, di cui non sono in grado di riferire il nome, approdati a Tiro in Fenicia rapirono la figlia del re, Europa – e questi potrebbero essere stati Cretesi.

Hdt., I 2, 2 (trad. it. Augusta Izzo D’Accinni)

Europa sul toro. Metopa, calcare policromo, VI secolo a.C., dal Tempio C di Selinunte. Museo Archeolgico Regionale di Palermo.

Europa sul toro. Metopa, calcare policromo, VI secolo a.C., dal Tempio C di Selinunte. Museo Archeolgico Regionale di Palermo.

 

ὡς γὰρ ἡμῖν λέλεκται, δύο Λιβύη ἐγέννησε παῖδας ἐκ Ποσειδῶνος, Βῆλον καὶ Ἀγήνορα. Βῆλος μὲν οὖν βασιλεύων Αἰγυπτίων τοὺς προειρημένους ἐγέννησεν, Ἀγήνωρ δὲ παραγενόμενος εἰς τὴν Φοινίκην γαμεῖ Τηλέφασσαν καὶ τεκνοῖ θυγατέρα μὲν Εὐρώπην, παῖδας δὲ Κάδμον καὶ Φοίνικα καὶ Κίλικα. τινὲς δὲ Εὐρώπην οὐκ Ἀγήνορος ἀλλὰ Φοίνικος λέγουσι. ταύτης Ζεὺς ἐρασθείς, †ῥόδου ἀποπλέων, ταῦρος χειροήθης γενόμενος, ἐπιβιβασθεῖσαν διὰ τῆς θαλάσσης ἐκόμισεν εἰς Κρήτην. ἡ δέ, ἐκεῖ συνευνασθέντος αὐτῇ Διός, ἐγέννησε Μίνωα Σαρπηδόνα Ῥαδάμανθυν· καθ᾽ Ὅμηρον δὲ Σαρπηδὼν ἐκ Διὸς καὶ Λαοδαμείας τῆς Βελλεροφόντου. ἀφανοῦς δὲ Εὐρώπης γενομένης ὁ πατὴρ αὐτῆς Ἀγήνωρ ἐπὶ ζήτησιν ἐξέπεμψε τοὺς παῖδας, εἰπὼν μὴ πρότερον ἀναστρέφειν πρὶν ἂν ἐξεύρωσιν Εὐρώπην. συνεξῆλθε δὲ ἐπὶ τὴν ζήτησιν αὐτῆς Τηλέφασσα ἡ μήτηρ καὶ Θάσος ὁ Ποσειδῶνος, ὡς δὲ Φερεκύδης φησὶ Κίλικος. ὡς δὲ πᾶσαν ποιούμενοι ζήτησιν εὑρεῖν ἦσαν Εὐρώπην ἀδύνατοι, τὴν εἰς οἶκον ἀνακομιδὴν ἀπογνόντες ἄλλος ἀλλαχοῦ κατῴκησαν, Φοῖνιξ μὲν ἐν Φοινίκῃ, Κίλιξ δὲ Φοινίκης πλησίον, καὶ πᾶσαν τὴν ὑφ᾽ ἑαυτοῦ κειμένην χώραν ποταμῷ σύνεγγυς Πυράμῳ Κιλικίαν ἐκάλεσε· Κάδμος δὲ καὶ Τηλέφασσα ἐν Θρᾴκῃ κατῴκησαν. ὁμοίως δὲ καὶ Θάσος ἐν Θρᾴκῃ κτίσας πόλιν Θάσον κατῴκησεν.

Come abbiamo detto, Libia ebbe da Posidone due figli, Belo e Agenore. Belo regnò sull’Egitto ed ebbe i figli che abbiamo già nominato; Agenore invece andò in Fenicia, sposò Telefassa, ebbe una figlia femmina, Europa, e tre maschi, Cadmo, Fenice e Cilice. Alcuni dicono che Europa non fosse figlia di Agenore, ma di Fenice. Zeus s’innamorò di lei, si trasformò in toro, fece montare la ragazza sulla sua groppa e la portò sul mare fino a Creta, dove si unirono in amore. Europa partorì Minosse, Sarpedone e Radamanto; ma Omero afferma che Sarpedone nacque da Zeus e Laodamia, figlia di Bellerofonte. Dopo la scomparsa di Europa, il padre Agenore inviò i figli alla sua ricerca, dicendo di non tornare a casa prima di averla trovata. Anche la madre Telefassa partì alla sua ricerca, e anche Taso, figlio di Posidone o forse, secondo Ferecide, di Cilice. Cercarono dappertutto, ma non riuscirono a trovarla; tornare a casa non potevano, e così rimasero a vivere ognuno in una terra diversa. Fenice si stabilì in Fenicia; Cilice si fermò in una regione confinante con la Fenicia, e dal suo nome chiamò Cilicia tutto il territorio bagnato dal fiume Piramo; Cadmo e Telefassa, invece, si stabilirono in Tracia. Anche Taso si fermò in Tracia, colonizzò l’isola di Taso e vi fondò una città.

Apollod., Bibl. III 1, 1 (trad. it. Marina Cavalli)

 

Pittore Asteas. Europa in groppa al Toro attorniata dalle creature marine (dettaglio). Pittura vascolare su calyx-krater campano a figure rosse, 350-40 ac ca., da S. Agata dei Goti. Museo Archeologico di Paestum.

Pittore Asteas. Europa in groppa al Toro attorniata dalle creature marine (dettaglio). Pittura vascolare su calyx-krater campano a figure rosse, 350-40 ac ca., da S. Agata dei Goti. Museo Archeologico di Paestum.

Has ubi uerborum poenas mentisque profanae

Cepit Atlantiades, dictas a Pallade terras

Linquit et ingreditur iactatis aethera pennis.

Seuocat hunc genitor. Nec causam fassus amoris

«Fide minister – ait – iussorum, nate, meorum,

Pelle moram solitoque celer delabere cursu,

Quaeque tuam matrem tellus a parte sinistra

Suspicit (indigenae Sidonida nomine dicunt),

Hanc pete, quodque procul montano gramine pasci

Armentum regale uides, ad litora uerte».

Dixit, et expulsi iamdudum monte iuuenci

Litora iussa petunt, ubi magni filia regis

Ludere uirginibus Tyriis comitata solebat.

Non bene conueniunt nec in una sede morantur

Maiestas et amor: sceptri grauitate relicta

Ille pater rectorque deum, cui dextra trisulcis

Ignibus armata est, qui nutu concutit orbem,

Induitur faciem tauri mixtusque iuuencis

Mugit et in teneris formosus obambulat herbis.

Quippe color niuis est, quam nec uestigia duri

Calcauere pedis nec soluit aquaticus auster.

Colla toris exstant, armis palearia pendent,

Cornua parua quidem, sed quae contendere possis

Facta manu, puraque magis perlucida gemma.

Nullae in fronte minae, nec formidabile lumen;

Pacem uultus habet. Miratur Agenore nata,

Quod tam formosus, quod proelia nulla minetur.

Sed quamuis mitem metuit contingere primo:

Mox adit et flores ad candida porrigit ora.

Gaudet amans et, dum ueniat sperata uoluptas,

Oscula dat manibus; uix iam, uix cetera differt.

Et nunc adludit uiridique exsultat in herba,

Nunc latus in fuluis niueum deponit harenis;

Paulatimque metu dempto modo pectora praebet

Virginea plaudenda manu, modo cornua sertis

Impedienda nouis. Ausa est quoque regia uirgo

Nescia quem premeret, tergo considere tauri,

Cum deus a terra siccoque a litore sensim

Falsa pedum primis uestigia ponit in undis:

Inde abit ulterius mediique per aequora ponti

Fert praedam. Pauet haec litusque ablata relictum

Respicit, et dextra cornum tenet, altera dorso

Imposita est; tremulae sinuantur flamine uestes.

 

Quando punì così le parole di una mente scellerata

il nipote di Atlante, lascia le terre che han nome

da Pallade e con un batter d’ali si libra nell’etere.

Lo convoca a sé il padre senza rivelargli che lo muove amore,

e gli dice: «Figlio mio, fedele messaggero dei miei ordini,

lascia ogni indugio e scendi giù con la tua solita rapidità,

e va verso quella terra, che i nativi chiamano Sidone,

dalla quale in alto a sinistra si contempla tua madre;

va laggiù, e scorgerai un armento del re che pascola

lontano sulle pendici di un monte erboso: spingilo verso la spiaggia».

Disse ciò, e immediatamente i giovenchi cacciati dal monte

si dirigono, come ordinato, al lido, dove la figlia di quel re potente,

accompagnata dalle ragazze di Tiro, è solita giocare.

Non vanno d’accordo né possono star insieme

la maestà e l’amore: deposta la solennità dello scettro,

colui ch’è padre e re degli dèi, la cui destra è armata

dalle folgori trilingui, che con un cenno scuote il mondo,

si riveste dell’aspetto di un toro e, mescolatosi alle giovenche,

muggisce, aggirandosi aitante sulla tenera erba.

È candido come neve, che l’impronta di un passo pesante

non calpesta o che l’Austro piovoso non riduce in poltiglia;

sul collo risaltano i muscoli, dalle spalle pende la giogaia,

ha corna piccole, ma tali che potresti ritenerle

fatte a mano e più trasparenti di una gemma pura;

nulla di minaccioso sulla fronte, né di spietato nello sguardo:

ha un’aria mansueta. La figlia di Agenore si stupisce

che sia tanto ben fatto, e che non minacci aggressività,

eppure in un primo momento ha paura di sfiorarlo:

ma poi gli si accosta e porge dei fiori al candido muso.

Gode l’innamorato e, in attesa del piacere sperato,

le bacia le mani; a stento ormai, a stento rimanda il resto;

ora si sfrena gioioso e salta sull’erba verde,

ora stende il candido fianco sulla rena dorata

e dopo averle allontanato a poco a poco la paura, le offre il petto

perché l’accarezzi con la sua mano ingenua; ora le porge le corna

perché le inghirlandi con nuove corone. E la vergine regale osa

persino adagiarsi sul suo dorso, ignara di chi sia colui che sta cavalcando:

allora il dio pian piano dalla terra asciutta della spiaggia,

comincia a imprimere le sue false orme nelle prime onde,

poi vi si inoltra e in mezzo al mare si porta via

la sua preda. Questa terrorizzata si volge indietro a guardar il lido

ormai abbandonato; con la destra s’aggrappa a un corno, con l’altra

s’appoggia al dorso; fremendo nel vento le ondeggiano intorno le vesti.

Ov., Met. II 833-875

Sarcofago minoico raffigurante il sacrificio di un toro (particolare), da Hagia Triada (Creta). Periodo Neopalaziale (1600-1450 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

Sarcofago minoico raffigurante il sacrificio di un toro (particolare), da Hagia Triada (Creta). Periodo Neopalaziale (1600-1450 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

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[1] Agenore è l’eroe fenicio Chnas, che appare nella Genesi come Canaan; molte usanze cananee pare rivelino un’origine est-africana e può darsi che i Cananei giungessero nel Basso Egitto dall’Uganda.

[2] Europa significa «dalla larga faccia», ed è sinonimo di luna piena; fu un appellativo della dea-Luna Demetra a Lebadia e di Astarte a Sidone.

[3] La leggenda del ratto di Europa, che si riferisce ad un’antica invasione ellenica di Creta, fu tratta dall’iconografia pre-ellenica in cui la sacerdotessa della Luna appariva trionfante in groppa al toro solare, sua vittima. Pare che la cerimonia fosse compresa nel rito della fertilità, durante il quale la ghirlanda primaverile di Europa veniva portata in processione (Athen., p. 678 a-b).

[4] Zeus che si trasforma in aquila per violentare Europa ricorda la sua metamorfosi in cuculo per sedurre Era, poiché, secondo Esichio, Era aveva l’appellativo di Europia.

[5] Il salice presiede al quinto mese dell’anno sacro ed è associato con le pratiche di stregoneria e con i riti di fertilità in tutta Europa, specialmente a Calendimaggio, che cade in quel mese.

[6] La diaspora dei figli di Agenore ricorda forse la fuga delle tribù cananee verso occidente, che si verificò all’inizio del II millennio a.C. in seguito alle invasioni ariane e semitiche. La leggenda dei figli di Inaco, inviati alla ricerca di Io, la vacca lunare, influenzò probabilmente la leggenda dei figli di Agenore inviati alla ricerca di Europa.

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La civiltà micenea e la sua espansione nel Mediterraneo

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Milano 1989, pp. 49 sgg.

Ingresso alla cosiddetta «Tomba di Agamennone» (o «Tesoro di Atreo»). Tomba a tholos, Tardo Elladico IIIB (1250 a.C. ca.) a Micene.

Ingresso alla cosiddetta «Tomba di Agamennone» (o «Tesoro di Atreo»). Tomba a tholos, Tardo Elladico IIIB (1250 a.C. ca.) a Micene.

Nel rapporto di Creta col mondo miceneo, il 1450 a.C. circa, la data di passaggio dal Tardo Minoico I al Tardo Minoico II, è un momento cruciale. Prima di esso il mondo miceneo ha senz’altro subito influenze culturali dalla Creta minoica. L’età micenea si distingue archeologicamente in tre sottoperiodi che, in riferimento alla regione in questione, si considerano come l’ultimo periodo dell’Elladico. Si distingue dunque tra un Tardo Elladico I (1600/1580-1500 a.C.); II (1500-1425 a.C.); III (1425-1100 a.C.). All’interno di ciascuna di queste ripartizioni se ne usano altre, indicate con lettere.

Palazzi micenei scavati in Grecia sono: Micene e Tirinto nell’Argolide, Pilo in Messenia, Tebe e Gla in Beozia, Iolco in Tessaglia; resti di strutture di epoca micenea si colgono anche ad Atene e, in Beozia, ad Orcomeno. Già alla I fase del Tardo Elladico sembra risalire il Circolo A delle tombe a fossa (regali o aristocratiche) di Micene. La II e la III fase furono certo di grande espansione per i regni micenei. Tra il 1450 e il 1400 (o, secondo la cronologia più recente, di Popham, fino al 1370) si data un regno miceneo a Cnosso; e tra XIV e XIII secolo si data la maggiore espansione della ceramica micenea in Oriente, a cui si accompagna, ma soprattutto succede, un’espansione in Occidente.

Ricostruzione ipotetica di un guerriero miceneo/acheo, realizzata da G. Rava.

Ricostruzione ipotetica di un guerriero miceneo/acheo, realizzata da G. Rava.

È dunque già la seconda fase dalla presenza greca nella penisola greca e nelle isole e regioni adiacenti che così avvertiamo nel Tardo Elladico. Se in Grecia, in corrispondenza con il Medio Elladico, si coglie, sulle tracce della ceramica minia, un’avanzata di popolazione indoeuropea (definibile di “Protogreci”) fino al Peloponneso, con l’età dei palazzi, il cui formarsi e svilupparsi si disloca all’incirca tra il XVI e il XIII secolo, assistiamo invece a profonde trasformazioni delle forme dell’organizzazione sociale ed economica e delle stesse forme del potere. Quelle trasformazioni che si intuiscono tra il periodo prepalaziale e il periodo proto- e neopalaziale nella Creta minoica si verificano, mutatis mutandis, nel continente: sia per sviluppi interni (passaggio dal nomadismo alla sedentarietà e alla pratica di corrispondenti attività produttive), sia per influenze cretesi. Queste si colgono invero molto di meno nell’architettura dei palazzi e nell’edilizia abitativa. Sul continente spicca in primo luogo l’utilizzazione di luoghi forti, come sedi dei palazzi, in continuità con la tradizione elladica (comune al Neolitico greco) dell’insediamento su acropoli di rispettabile altezza (anche 200 o 300 metri). Inoltre è meno individuabile nei palazzi del continente la presenza di ambienti per rappresentazioni di tipo teatrale. I corredi funerari suggeriscono tuttavia l’influenza del modello cretese: le maschere d’oro di Micene o le tazze d’oro di Vaphiò in Laconia (dove non si sono ancora trovati resti di un palazzo di Menelao) non sono concepibili senza l’esperienza dell’oreficeria e della ceramica minoiche. E soprattutto nella scrittura i Micenei di Pilo, come di Micene o di Tirinto, di Tebe e di Orcomeno, si rivelano debitori dei Minoici: la Lineare A, che era stata usata per una lingua non greca, finora non identificata, viene (originalmente, sembra) adattata (Lineare B) all’esigenza di rappresentare graficamente parole greche, di un tipo dialettale di cui in epoca arcaica appare, come più diretto erede, il dialetto arcado-cipriota.

Ma il 1450 è una data, alla lettera, cruciale nella storia dei rapporti tra Creta minoica e il mondo greco, ché dopo di essa si ha l’insediamento di un dominio miceneo a Cnosso e probabilmente, nella Creta occidentale, a Chanià. L’eredità minoica sopravvive forse a una catastrofe naturale e certo anche a una sovrapposizione di dominio da parte di Micenei (che taluno concepisce come vera invasione, altri come una sorta di rilevamento del sommo potere); ma essa sopravvive oramai come un patrimonio gestito dai Micenei.

Elsa in oro di una daga bronzea. Museo Archeologico di Heraklion.

Elsa in oro di una daga bronzea. Museo Archeologico di Heraklion.

Lo straordinario materiale di testi in Lineare B, che ammontano ad alcune migliaia, presenta due punti di addensamento: Cnosso e Pilo. Per i testi di Pilo si adotta una data, 1200 circa, cioè, in termini archeologici, Tardo Elladico IIIB (alla vigilia della catastrofe, questa volta, dei palazzi micenei del continente, che costituisce la cesura appunto tra Tardo Elladico IIIB e IIIC). Per i resti di Cnosso sembra ancora aperta la controversia tra coloro che, sulla scorta di Evans, li datano alla fine del XV (o ormai anche agli inizi del XIV) secolo, cioè alla fase finale del periodo miceneo di Cnosso, e coloro che invece, dopo le contestazioni di Palmer, ritengono di non poter ammettere uno iato di ben due secoli tra le tavolette in Lineare B di Cnosso e quelle di Pilo. Si tratterebbe perciò, anche per Cnosso, di un materiale prodotto alla vigilia di una nuova distruzione storica, non molto distante nel tempo, né determinata da cause molto diverse, dalla distruzione del palazzo miceneo di Pilo (va rilevata l’adesione di massima alla cronologia del Palmer di un conoscitore della realtà cretese come l’archeologo Doro Levi). Il problema è squisitamente archeologico: gli argomenti che possono aiutare a fornire una risposta sono di natura stratigrafica. Certo, appare comunque singolare la profonda affinità nel contenuto dei testi in Lineare B di Cnosso e di Pilo; ma non è detto si debba pensare a una coincidenza cronologica, bastando con ogni probabilità, a spiegare le analogie, la profonda somiglianza, o addirittura l’identità, delle strutture politiche e sociali da cui questi testi emanano.

Nell’insieme, sono le tavolette di Pilo (meno numerose delle tavolette di Cnosso, ma contenenti iscrizioni di maggiore lunghezza) quelle che ci forniscono un maggior numero di dati, e perfino di termini, interessanti la struttura della società palaziale di epoca micenea.

Sillabario con i segni della Lineare B.

Sillabario con i segni della Lineare B.

Le tavolette micenee provenienti da Pilo e da Cnosso sono registrazioni relative a un breve arco di tempo (qualche mese, forse, rispettivamente), fra le quali è difficile operare una rigida classificazione e distinzione. In generale, però, sulla scorta di Ventris e Chadwick, si possono distinguere: 1) liste di persone (donne, ragazze, ragazzi), in qualche attinenza col palazzo e forma di subordinazione rispetto ad esso; 2) liste di uomini addetti a servizi di guardia; 3) razioni di grano e di olio distribuite a singoli; 4) registrazioni di obblighi, riguardanti il possesso terriero e coinvolgenti evidentemente il palazzo; 5) affitti di terre, spesso del da-mo (dâmos); 6) liste di tributi vari; 7) liste di oggetti (vasi, armi, mobili); 8) liste di quantità di materiali (tessili, metalli, rispettivamente lana, lino e bronzo in particolare), che il palazzo sembra mettere a disposizione dei soggetti, i quali li restituiscono sotto forma di prodotto lavorato; e così via di seguito. Non tutte le categorie sono ugualmente rappresentate a Pilo e a Cnosso.

Nel quadro di un’economia a fondamento agrario, la struttura politica e sociale si presenta fortemente centralizzata, sottoposta al dominio di un wa-na-ka (wánax, “signore”), affiancato da un comandante militare, ra-wa-ke-ta (lawaghḗtas); al “signore” pare nettamente sottoposta un’aristocrazia di capi militari ma anche, forse, di detentori del possesso di ampie porzioni di terra, spesso con funzioni sacrali; la base produttiva è poi rappresentata da strati di dipendenza, che non è facile definire nella loro interezza, ma che certamente (ad esprimersi con la massima cautela possibile) contengono in sé la possibilità dello sbocco ultimo in forme di vera e propria servitù. Nelle tavolette micenee appaiono inequivocabilmente dei do-e-ro (doûloi) (la parola greca che significa “servi” o “schiavi”); frequenti i te-o-jo do-e-ro (ieroduli, o più propriamente teoduli), uomini e donne. Si obietterà, a limitare il valore della definizione dell’economia micenea come palaziale, che la centralità del palazzo è innanzitutto il portato del dato di fatto che la documentazione stessa è palaziale, trattandosi di testi costituenti gli archivi del potere centrale; ma non è forse un caso che la documentazione abbia questa specifica provenienza.

Nell’insieme, appare abbastanza chiara la struttura di una produzione, in cui la forza-lavoro consiste in larga misura di personale “dipendente”, ed esistono strutture di villaggio, inserite in un’economia verticistica, palaziale. I principali prodotti, che vi s’individuano, attengono all’agricoltura (grano, olio, vino) e all’allevamento (la cui organizzazione sembra rigorosamente controllata dal palazzo): figurano perciò fra i prodotti la lana, e anche il miele; tra i tessili, rilevante anche la produzione di lino. L’artigianato (tessitura, metallurgia, ecc.) assolve una funzione notevole, ed elevato appare il ruolo sociale di almeno alcuni di coloro che sono con esso collegati, in particolare di quei ka-ke-we (chalkḗwes, “bronzieri”), che sembrano lavorare il bronzo per conto del palazzo (cioè, in primo luogo, per le esigenze militari dello Stato); particolarmente forte appare il controllo del palazzo medesimo sull’industria tessile. L’interesse alla navigazione si evince, se non altro, dalla cura della difesa costiera, così ben documentata a Pilo.

Questa rappresentazione tuttavia è ben lungi dall’essere in qualche modo esauriente; ché se queste sono le linee generali della struttura sociale, essa appare poi complicata da elementi che ne costituiscono un’articolazione, di cui è difficile stabilire le interne connessioni. L’esistenza di un lawaghḗtas rinvia ai ra-wo (lawoí, mai però nominati come tali nelle tavolette conservate) sottostanti alla sua guida; ma un altro termine, quello di dâmos (e sarebbe più opportuno parlare di dâmoi, al plurale), sopraggiunge subito a complicare il quadro. Negli studi che distinguono nettamente tra lawoí e dâmoi, i primi rappresentano un’aristocrazia militare e fondiaria strettamente collegata al centro del potere, cioè al wánax e al lawaghḗtas, mentre i dâmoi consistono di popolazione residente nel territorio. Ma se l’agricoltura è la base di vita dei lawoí come dei dâmoi, qual è il rapporto (il rapporto geografico, ma anche quello di “proprietà”) tra le proprietà dei lawoí e le proprietà dei dâmoi? Sono più centrali quelle dei lawoí e più periferiche quelle dei dâmoi, o sono frammiste le une alle altre? E, se è vera la seconda ipotesi, è possibile che non vi sia interferenza alcuna fra la proprietà degli uni (lawoí) e la terra lavorata dagli altri? Ma è dubbia la distinzione stessa.

Tavoletta inscritta con segni in Lineare B. Argilla, Tardo Elladico IIIA (1450-1375 a.C.) da Cnosso. British Museum.

Tavoletta inscritta con segni in Lineare B. Argilla, Tardo Elladico IIIA (1450-1375 a.C.) da Cnosso. British Museum.

Una fondamentale tavoletta di Pilo (Er 312) indica in quantità di semenza di grano l’entità del te-me-no (témenos) rispettivamente del wánax e del lawaghḗtas: il rapporto è di 3:1. Una singola tavoletta non può certo rivelarci il rapporto gerarchico fra le due posizioni: ma già questo documento dovrebbe mettere in guardia dal pensare questo rapporto in termini di una sorta di diarchia, che distingua tra una funzione “politica” del wánax e una separata funzione militare del lawaghḗtas; tanto più che nello stesso testo seguono tre te-re-ta (telestaí), che hanno ciascuno tanta semenza di grano quanto il lawaghḗtas. I telestaí sono forse funzionari o dignitari, meno probabilmente dei “baroni”: certo, da questo e da altri testi, essi appaiono come proprietari o comunque possessori di terreni, in rapporto sia con forme di proprietà che sembra privata, sia con concessioni di terre “comunali”. Eppure molto spesso al lawaghḗtas, solo perché detentore di un témenos, gli studiosi attribuiscono un controllo supremo ed esclusivo delle forze armate, una netta superiorità sugli stessi telestaí, mentre a questi ultimi si tende a riservare l’appartenenza o una connessione esclusiva al dâmos. Sembra piuttosto che il lawaghḗtas sia sì un’autorità rilevante, ma di un livello che può essere condiviso almeno da alcuni telestaí: un “generale”, il quale avrà avuto il comando sui lawoí, cioè su persone che possono ben essere non distinguibili dal dâmos (il che spiega tra l’altro l’assenza della menzione esplicita dei lawoí medesimi), ma, come è frequente in Omero, siano persone del dâmos viste come soldati. Il “capo” dei lawoí è un generale che resta probabilmente del tutto subordinato al generalissimo che è il wánax, il quale d’altronde controlla l’amministrazione attraverso i vari ko-re-te-re, da-mo-ko-ro, ecc. I telestaí sembrano, almeno in parte, appartenere ai livelli più alti della società micenea e non paiono essere in una relazione, almeno esclusiva, col dâmos. Gli e-qe-ta (hépetai?), interpretati come “compagni” del sovrano, svolgono funzioni militari o sacrali, ma essenzialmente di supporto e di raccordo.

Termini che sembrano rinviare per il loro significato al lessico omerico e classico sono quelli di qa-si-re-u (basileús) e ke-ro-si-ja (gherousía?). Ma il significato di basiléwes nei testi micenei non è chiaro, al di là di un generico significato di “capi”: si tratta di capi o di personaggi notabili di dâmoi, o capi di corporazioni di artigiani (in alcuni casi li troviamo associati con la menzione di “bronzieri”, e apparentemente investiti di una qualche funzione di controllo delle assegnazioni di bronzo che vengono fatte ai chalkḗwes, in altri associati con la lavorazione di mobili). E se la ke-ro-si-ja è un gruppo di anziani, non è chiaro se sia un vero “consiglio”, e se sia costituito intorno a qualche basileús: certo non è il consiglio del wánax.

Figurina femminile in terracotta – forse una divinità (a forma di «φ»). Tardo Periodo Elladico Medio (XIV-XII secc. a.C.). Museo dell’Arte cicladica di Atene.

Figurina femminile (forse una divinità?), a forma di φ. Terracotta, Tardo Elladico IIIB (XIII sec. a.C.). Museo dell’Arte cicladica di Atene.

Non è facile determinare l’esatto ruolo del dâmos nei confronti del wánax. È il dâmos veramente l’altro polo della società micenea, o è solo un elemento di una struttura piramidale, il quale funge da filtro dell’autorità e sovranità del wánax? Il terreno su cui si dovrebbe poter meglio misurare la struttura della società micenea è naturalmente quella della proprietà terriera. Ma le situazioni non sono del tutto chiare. Qui compare una prima grande distinzione tra due tipi di ko-to-na (ktoînai): le ko-to-na ki-ti-me-na e le ke-ke-me-na ko-to-na: le prime, proprietà coltivate o piuttosto “private”; le seconde, proprietà non coltivate, o piuttosto “lasciate” (in concessione), e perciò proprietà comunali, dei dâmoi (o forse solo gestite dai dâmoi per conto del sovrano). Frequente è del resto la menzione di kekeménai ktoînai, che sono oggetto di o-na-to (cioè di beneficio o usufrutto) pa-ro da-mo (cioè da parte del [o presso il] dâmos). Spesso persone con funzioni sacrali ricorrono in questa assai vasta categoria di onatēres, che intravediamo nella società micenea. Non è dimostrabile, ma comunque neanche da escludere, che sia proprio il wánax il detentore della proprietà formale eminente sui diversi tipi di proprietà e di possesso.

Incertezze sussistono, per altro, sempre nell’ambito della terminologia dei rapporti di proprietà e di possesso o usufrutto terriero, anche per ciò che riguarda il significato di ka-ma (una particolare forma di possesso?) o e-to-ni-jo (forse un possesso più stabile?). Si pone anche per questa via il problema dell’esistenza di forme di possesso privato; così come si è ammessa, anche di recente, l’esistenza di forme di proprietà sacra, nel senso di terre appartenenti a santuari di divinità. In realtà, sono tutt’altro che chiariti l’entità, le forme e il quadro di riferimento di queste “proprietà sacre”; ed occorre evitare di proiettare in età micenea quel quadro di rapporti tra “statale”, sacro e privato, che vale per l’epoca classica della storia greca. In un ambito così ipotetico, è più prudente pensare ad un possesso terriero, privato o sacro, fortemente subordinato all’autorità del wánax, in un rapporto “gerarchico” coerente con la struttura generale della società micenea e le caratteristiche dell’epoca.

In definitiva, la complessità della società micenea, che si coglie meglio a Pilo che non a Cnosso o altrove, può riassumersi in questi termini: 1) presenza di un vertice, rappresentato dal wánax e dalla struttura palaziale; 2) presenza del dâmos, o meglio dei dâmoi, cioè delle singole unità territoriali («unità amministrative locali a vocazione agricola», secondo la definizione di M. Lejeune), e di una forza-lavoro dipendente o di tipo servile, sul piano della produzione (ma anche il rapporto fra questi due termini va, a sua volta, chiarito); 3) presenza di elementi che complicano e articolano questa apparente ma non chiara dicotomia, e che sono: il lawaghḗtas, titolare di un suo témenos, e quella fascia sociale intermedia, di titolari di benefici e di posizioni varie, che costituisce l’embrionale “aristocrazia” di cui si è già detto, e a cui vanno aggiunti i beneficiari effettivi di do-so-mo (dosmoí), concessioni, per esempio, a divinità, santuari e rispettivo personale; gli stessi te-o-jo do-e-ro appaiono in una condizione in qualche modo privilegiata, rispetto ai semplici do-e-ro (doûloi); di tutti questi va poi definito il rapporto rispettivamente col palazzo e con il dâmos.

Rython a protome leonina. Oro martellato, Periodo Elladico recente I (XVI secolo a.C.). Da Micene, Circolo A, tomba IV. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Rython a protome leonina. Oro martellato, Tardo Elladico I (XVI secolo a.C.). Da Micene, Circolo A, tomba IV. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Ma al centro è pur sempre la struttura palaziale: con un vertice “politico”, il principe; con un habitat specifico, rappresentato dal palazzo, cioè dai suoi ambienti (per l’esercizio del governo e l’amministrazione, per la vita quotidiana, per le funzioni sacre, per le riunioni, per il divertimento), dalle sue difese, dai suoi magazzini, dai suoi depositi; con un territorio, occupato da villaggi, in cui dei contadini lavorano la terra per il principe e sono in una posizione di dipendenza, che almeno in parte si configura come vera e propria servitù. Attorno s’individuano forme di proprietà, o di possesso, che in piccolo riproducono probabilmente questi stessi rapporti produttivi. Il problema più arduo è forse proprio quello di definire il rapporto che intercorre tra la struttura palaziale e l’aristocrazia che s’intravede. Se questa ha infatti un ruolo meramente satellite, sul piano politico e sociale, e costituisce solo una variante, rispetto alla fondamentale polarità tra despota e dipendenza, allora si fanno preminenti le affinità con almeno alcune società dell’Oriente antico, per le quali si può invocare una qualche forma di produzione asiatica. Più articolato e sfumato dovrà invece essere il giudizio generale sulla società micenea, se altro peso e altra funzione si assegnano all’aristocrazia, al suo ruolo economico, politico, militare, alle sue tradizioni e alla sua stessa capacità di emergere con effetti dirompenti per la struttura generale di cui s’è parlato.

Occorre comunque evitare una troppo rigida assimilazione alle “regalità idrauliche” della Mesopotamia. Naturalmente, il limite dell’assimilazione deriva innanzitutto dall’assenza in Grecia di condizioni e costrizioni ambientali quali incombono sul mondo mesopotamico. Il problema non è comunque quello di applicare meccanicamente modelli asiatici. L’idea che le monarchie micenee abbiano sviluppato un’amministrazione complessa sull’esempio delle regalità orientali e, più direttamente, di quelle minoiche appare diffusa. Sono stati però anche sottolineati: i limiti numerici del personale del palazzo, rispetto alla quantità presumibile degli abitanti dei regni micenei; la problematicità di un monopolio palaziale nell’importazione del bronzo, a differenza del forte ruolo che si deve attribuire al palazzo nel campo della tessitura e della costituzione del relativo personale (soprattutto femminile); le dimensioni ridotte del témenos del wánax (wa-na-ka-te-ro te-me-no).

D’altra parte un’assoluta equiparazione della monarchia micenea alle regalità omeriche e arcaiche è scongiurata da diverse considerazioni: 1) il carattere ristretto, e assai puntuale, dell’evidenza documentaria disponibile per le monarchie micenee, con la conseguente difficoltà di definire gli esatti rapporti quantitativi sussistenti tra le disponibilità del wánax e quelle degli altri protagonisti della scena micenea, nonché lo stesso grado di controllo del signore su quelle risorse che apparentemente appartengono ad altri; 2) la potenza dell’amministrazione palaziale, con la gestione di quell’importante strumento di controllo che è la scrittura; 3) la presenza di santuari tanto ricchi quanto, apparentemente, soggetti al palazzo, e in particolare l’assenza di un vero consiglio e di un’assemblea.

Guerrieri in marcia. Pittura vascolare da un cratere miceneo, Periodo Elladico recente IIIC (XII secolo a.C.), dalla 'Casa del cratere dei guerrieri' (Micene). Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Guerrieri in marcia. Pittura vascolare da un cratere miceneo, Tardo Elladico IIIC (XII secolo a.C.), dalla ‘Casa del cratere dei guerrieri’ (Micene). Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Quei centri politici ed economici, che sono i palazzi di età micenea, non vivono isolati dal resto del mondo greco, né da più lontane regioni dell’Oriente mediterraneo. Non mancano produzioni atte allo scambio di merci, anche se si tratta di scambio tra merce e merce, e non esistono ancora forme di economia monetaria (ma, semmai, espressioni di un’economia premonetale, come i famosi lingotti di rame, genericamente definibili “di tipo egeo”, che sembrano assolvere a una fondamentale funzione di tesaurizzazione e, al tempo stesso, costituire una qualche misura di valore).

È stato osservato che gli oggetti d’oro, d’argento, d’avorio provenienti da Cnosso come da Micene, da Tebe come da Tirinto, oltre ad attestare l’alto livello dell’artigianato miceneo, dimostrano l’esistenza di scambi commerciali tra quel mondo ed altre civiltà mediterranee, se non altro perché i Micenei dovevano in qualche modo procurarsi presso altri popoli quei materiali di cui essi non disponevano o disponevano solo in scarsa misura (Godart). L’archeologia documenta, d’altra parte, sempre più ampiamente (e solo in parte per un’epoca posteriore a quella delle tavolette) l’espansione (anche, e significativamente, nelle regioni del Mediterraneo occidentale, dall’Italia, alla Sicilia, alla Spagna) di ceramica micenea. Certo, non è facile definire il preciso rapporto tra questo innegabile e cospicuo dato della ricerca archeologica e l’insieme delle strutture economiche e sociali che trovano la loro più visibile espressione nei palazzi di età micenea. Il fenomeno del commercio è comunque ampiamente documentato; esso fornisce il naturale orizzonte dei dati delle tavolette in Lineare B, dati che accennano: all’esistenza di forme di scambio; all’acquisto di prodotti dall’ambito di forme e strutture economiche extrapalaziali, o marginali rispetto al palazzo, e alla loro introduzione nell’ambito dell’economia palaziale; alla ricerca, forse in primo luogo, di metalli, di cui s’avverte l’esigenza e insieme la scarsità.

Ricostruzione ipotetica di un armata Ahhijawa guidata da Tawagalawa con il suo mercenario Piyamaradu durante i negoziati con il signore di Wilusa (Alaksandu?) e un ambasciatore ittita. Tavola ideata da A. Salimbeti e R. D’Amato e realizzata da G. Rava per Osprey Publishing n. 153 (Bronze Age Greek Warrior, 1600-1100 BC).

Ricostruzione ipotetica di un armata Ahhijawa guidata da Tawagalawa con il suo mercenario Piyamaradu durante i negoziati con il signore di Wilusa-Ilio (Alaksandu?) e un ambasciatore ittita. Tavola ideata da A. Salimbeti e R. D’Amato e realizzata da G. Rava per Osprey Publishing n. 153 (Bronze Age Greek Warrior, 1600-1100 BC).

Sarebbe, d’altra parte, ingenuo credere che tutto ciò che attiene al commercio e agli scambi si svolga entro l’ambito miceneo, o sia solo attivamente mediato dai Micenei stessi. Altri fattori di scambio sussistono; basti pensare alla funzione di mediazione che può avere avuto la Creta minoica (Creta cioè prima dell’assoggettamento da parte degli Achei, circa il 1450 a.C.), come autentico ponte tra la Grecia e le regioni del Vicino Oriente, dall’Egitto alla Siria; ai contatti che i Micenei si procurano a Oriente, in Asia Minore, come in Siria, o in Occidente; e non va dimenticato quel fattore presente, si può dire, negli interstizi del mondo antico, che sono i popoli mercanti, quali soprattutto i Fenici, che, almeno dalle fasi più tarde dell’età micenea, operano (e nella tradizione greca sono sentiti come attivi e presenti) nelle regioni dell’Egeo e della Grecia stessa, e i Ciprioti, così spesso evidenti nella documentazione archeologica: nello stesso Mediterraneo occidentale (senza affrontare spinose e irrisolvibili questioni di priorità) le loro rotte si intrecciano e fondono con quelle micenee. Con eccessiva disinvoltura ci siamo ormai abituati, per l’autorevole suggestione di Karl O. Müller, di Karl Julius Beloch, o di Martin P. Nilsson, a mettere nell’ombra tutto quello che la tradizione greca ci dice sui Fenici nelle isole dell’Egeo (Rodi, Samotracia, Tera) o nel continente greco (basti pensare alla saga di Cadmo a Tebe).

È proprio durante e dopo il dominio miceneo a Cnosso, forse finito circa il 1370, che si colloca, in base ai dati dell’archeologia, cioè essenzialmente in base ai ritrovamenti di ceramica del Tardo Elladico III A e B, il periodo di massima espansione micenea. Se i dati cronologici sopra indicati sono attendibili, ciò ha una conseguenza storica di interesse sia per la storia dei Micenei a Creta, sia per il problema più generale dell’espansione micenea. Le fonti egiziane non sembrano registrare i Micenei di Creta dopo il 1370; riferimenti a località micenee di Creta stessa come del continente ricorrono nella tavoletta egiziana di Kom el-Heitan, che si data appunto alla prima metà del XIV secolo a.C. Ma la massima diffusione di ceramica, in Egitto, in Siria-Palestina (in moltissimi centri palestinesi, ma soprattutto a Ugarit-Ras Shamra, in Siria), a Cipro (in particolare a Enkomi), sulle coste dell’Asia Minore (dalla Cilicia alla Ionia), e naturalmente nelle isole (a Rodi, a Lesbo), si verifica proprio nel Tardo Elladico III A e B, cioè nel secolo e mezzo contemporaneo e posteriore alla crisi. Sembra dunque verificarsi, quanto meno, un rafforzamento dei processi d’espansione commerciale dopo la crisi del potere politico a Creta; ed allora è legittimo chiedersi quale sia (o quale sia divenuto nel corso del tempo) il rapporto tra l’artigianato e il commercio, da un lato, e il potere centrale (o piuttosto i diversi poteri centrali collegati con i palazzi) dall’altro.

Lista dei toponimi dal basamento di una statua a Kom el-Heitan.

Lista dei toponimi cretesi dal basamento di una statua a Kom el-Heitan. XIV secolo a.C. ca.

È evidente, almeno per l’orizzonte cretese del problema, che il dominio miceneo non si presenta come una talassocrazia: innanzitutto, l’espansione commerciale per i Greci non è di per sé una talassocrazia, e quindi da sola la ceramica non dimostra un dominio sul mare, e poi, nei fatti, sembra esserci un certo scompenso tra il momento della potenza politica e quello della diffusione della ceramica micenea. Il problema diventa ancora più urgente, se si considera la diffusione di ceramica, o persino di forme architettoniche micenee, in Occidente. Punti di addensamento  sono le isole Eolie (Lipari), la Sicilia orientale (Tapso), l’Italia ionia (dallo Scoglio del Tonno a Taranto, a Termitito tra Metaponto ed Eraclea), in definitiva l’Italia del Mar Ionio e del basso Tirreno: la presenza di ceramica micenea in punti più settentrionali è sporadica, e in parte può corrispondere a fatti di irradiazione e diffusione indiretta, mediata da altri vettori. Già le quantità di ritrovamenti micenei in Occidente, persino nei luoghi di maggiore addensamento, non sono comparabili con quelli dei siti del Mediterraneo orientale che documentano presenze, attività commerciali e artigianali, persino insediamenti micenei. E poi, se la tradizione letteraria può suggerire qualcosa in proposito, si tratta di indicazioni che singolarmente concordano con la situazione di décalage tra il momento e il ruolo del potere politico e quello del commercio miceneo, per altra via evidenziato. La tradizione infatti, quando evoca mitici fondatori di epoca micenea per località occidentali, li riferisce, o li immagina, come esuli, fuggiaschi, o reduci sbandati della guerra di Troia. Siamo, in termini archeologici, ai periodi Tardo Elladico III B e III C, o addirittura a ceramica submicenea.

Statua colossale del faraone Amenhotep III, uno dei due «Colossi di Memnone». Pietra calcarea, 1350 a.C. ca. (XVIII dinastia). Necropoli di Tebe.

Statua colossale del faraone Amenhotep III, uno dei due «Colossi di Memnone». Pietra calcarea, 1350 a.C. ca. (XVIII dinastia). Necropoli di Tebe.

Se così stanno le cose, è ragionevole, per i problemi dell’espansione di questa prima fase della storia greca che è l’epoca micenea, delineare uno sviluppo di questo tipo: 1) dopo l’invasione del continente e l’assestamento, che si svolge nei secoli del Medio Elladico, si raggiungono assetti nuove forme di organizzazione sociale, economica e politica, che corrispondono alla fioritura dei palazzi nell’Elladico recente; 2) a metà del XV secolo a.C. questo assestamento, politico, economico e anche demografico, ha portato all’espansione anche nell’Egeo, a cui corrisponde l’insediamento di un principato miceneo a Cnosso (durato forse meno di un secolo) e forse anche a Rodi (se gli Ahhija-wa dei testi ittiti fossero da identificare con dominatori Achaioí dell’isola); 3) in parte in coincidenza con questo momento di sviluppo politico, ma (se valgono le cronologie sopra indicate per la storia di Cnosso) anche indipendentemente e successivamente, si verifica un poderoso fenomeno d’espansione commerciale, che segue vie proprie. È un fenomeno determinato da una crescita di popolazione greca che continua, anzi perfeziona, la grecizzazione della penisola, fino a delineare i contorni di quella immensa diaspora greca, che noi chiamiamo “mondo greco”, “grecità”, e che è un vivaio di espressioni analoghe e diverse fra loro. Sono le vie suggerite dallo scompenso tra le risorse e i bisogni; vi si mette in luce la capacità dei Greci di portare proprie conoscenze tecniche ed espressioni artistiche, di contrarre relazioni di ogni tipo, da quelle di amicizia e di ospitalità a quelle proprie di più stabili scambi (legami matrimoniali, intese commerciali, ecc.); e, in generale, va tenuto presente il ruolo del commercio ambulante. Vi si esprime la grande mobilità greca, cioè la straordinaria capacità di spostarsi, adattarsi a situazioni nuove, inserirsi in quadri sociali ed economici diversi. Se si guarda insomma al fenomeno dell’espansione micenea nel suo complesso, la sua matrice di appare il bisogno, più che la potenza; la potenza era stata invece la matrice dell’espansione minoica. Proprio per questa ragione, quest’ultima è più circoscritta e più definita nel tempo, cioè è una vera talassocrazia; l’espansione micenea è invece solo una realtà diffusa, che poi, alla periferia della vasta area che investe, è soltanto soffusa.

La controprova di questo aspetto di risposta a un bisogno che i poteri politici micenei non sono in grado di soddisfare, è proprio nella diversa entità e qualità dell’espansione greca, rispettivamente in età micenea e in età arcaica, nonché in Oriente e in Occidente. Si può dire che nel II millennio (che è anche quello dell’esistenza dei principati micenei) i Greci cerchino soprattutto interlocutori validi, società in grado di accoglierli e di fare uso dei prodotti o delle tecniche o dei servizi e delle funzioni di cui essi sono portatori; essi si appoggiano a società evolute insediate sulle coste del Mediterraneo. Ecco perché l’espansione micenea in Oriente ha valori così cospicui. In Occidente i Greci cercano qualcosa di analogo, e lo trovano, certo, ma necessariamente di meno. L’espansione di epoca arcaica (che sembra in gran parte riassorbita nell’orizzonte cittadino, cioè nella capacità delle póleis di programmare una propria espansione, in un momento di nuovo sviluppo demografico del mondo greco), anche per il suo carattere più sistematico, e la sua finalità di creazione di vere e proprie nuove póleis, cerca spazi vuoti: non vuole tanto inserirsi in società organizzate preesistenti, quanto contrastarle e sostituirle; cerca spazi vuoti per sé, non spazi occupati, regolati, civilizzati dagli altri.

Frammenti di vaso ittita raffiguranti un guerriero, presumibilmente acheo/miceneo. Periodo Tardo Elladico IIIA (1350 a.C. ca.).

Frammenti di vaso ittita raffiguranti un guerriero, presumibilmente acheo/miceneo. Periodo Tardo Elladico IIIA (1350 a.C. ca.).

La certezza dell’espansione commerciale micenea nel Mediterraneo non rende dunque superflua la ricerca di altri vettori delle merci che segnalano, con la loro presenza, scambi all’interno di quel mondo. Si potrebbe, per economia di ipotesi, immaginare che gli oggetti siriani, anatolici, egiziani, ciprioti, fenici (?), che si trovano sul continente o a Creta o in altre isole in età micenea siano stati portati dai Micenei nei loro viaggi di ritorno; e molte volte sarà stato anche così. Eppure questa tesi è economica solo nel senso del risparmio di ipotesi che permette; ma è un dato di fatto che, nella storia del commercio, almeno quanto questa diventa per noi evidente, i vettori delle merci di esportazione e d’importazione di una determinata regione non sono sempre gli stessi; un commercio di andata e di ritorno che si incarichi di svolgere tutte le operazioni relative non è mai verificabile, quando si disponga di un minimo di documentazione; ci potrà essere prevalenza di una sola delle due correnti, ma esse non si riducono mai ad una sola, che si svolga in due movimenti contrari.

[…]

 

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Prima lezione di archeologia

di D. Mancorda, Prima lezione di archeologia, Roma-Bari 2012(6) pp. 3-40.

 

Documenti, oggetti, contesti: i fossili del comportamento umano

Quando nel parlare comune usiamo la parola «archeologico» ci figuriamo un oggetto, una situazione, un comportamento che attribuiamo a un passato lontano da noi nel tempo e nei sentimenti. Ma il passato ormai non coincide più con l’antico, anche se l’archeologia è nata innanzitutto come riconquista dell’antico, per poi diventare strumento di conoscenza in sé, castello di concetti e procedure che interrogano e portano a sintesi i più tradizionali e insieme i più nuovi sistemi di fonti.

Non esiste più un’età per l’archeologia e un’età per la storia. L’una e l’altra si occupano delle stesse epoche, delle stesse civiltà, curiose di tutto ciò che è stato in ogni epoca, anche ieri, anche oggi. La distinzione fra archeologia e storia riguarda fondamentalmente il tipo di documenti che sono oggetto di studio dell’archeologo e dello storico, e quindi i metodi che si applicano per ricavarne informazioni.

Un documento ci dà testimonianza volontaria o involontaria, diretta o indiretta, di una realtà, di un evento, di un’idea; può riguardare un semplice dettaglio o coinvolgere un’intera cultura, una mentalità, il gusto di un’epoca. Letteralmente in grado di insegnarci qualcosa, arricchisce il nostro sistema di sapere, mediante la parola, lo scritto, l’immagine, il gesto.

L’archeologo fa continuo uso di documenti, che si presentano alla sua attenzione in genere sotto forma di cose, cioè di manufatti (prodotti dal lavoro dell’uomo) e di ecofatti (risultato del rapporto che s’instaura tra natura e uomo). I manufatti acquistano talvolta le dimensioni di monumenti, ma il più delle volte si configurano come semplici reperti, cioè documenti ritrovati, […] che l’archeologia va a cercare nell’infinita estensione degli insediamenti umani. […]

Scavi della missione archeologica tedesca a Olimpia, in Grecia (1875-1881).

Scavi della missione archeologica tedesca a Olimpia, in Grecia (1875-1881).

Il reperto implica un’attività di reperimento: presuppone dunque un metodo di ricerca. Molti oggetti sono potenziali reperti, perché possono essere riscoperti, e molti reperti sono potenziali documenti, perché possono ampliare il nostro sistema di conoscenze. Ma per assurgere allo stato di documento il reperto esige un’attività di studio: richiede dunque un metodo di analisi. Ogni documento va a sua volta spiegato: richiede dunque un metodo di interpretazione, che dia senso al suo messaggio, esplicito o implicito. […]

Anche i monumenti e gli oggetti, anche i contesti sono come “libri”, elementi di comunicazione non verbale che hanno svolto un ruolo tutt’altro che secondario – e qualche volta esclusivo – nei contatti umani, tanto che gli archeologi da tempo ragionano come se esistesse un linguaggio dei reperti, peculiare ai diversi aspetti delle cose, che occorre innanzitutto riconoscerlo per trasferirlo in un linguaggio comprensibile. Il lavoro dell’archeologo è in questo senso assimilabile a quello di un traduttore, che deve conoscere le forme attraverso le quali le singole componenti della lingua su cui opera esprimono i loro significati. […]

Diciamo oggetti, ma meglio parleremo di contesti, cioè di quelle situazioni in cui uno o più oggetti o le tracce (materiali o immateriali) di una o più azioni si presentano in un sistema coerente nel quale le diverse componenti si collocano in un rapporto reciproco nello spazio e nel tempo sulla base di relazioni di carattere funzionale (e culturale). La comprensione di queste relazioni non è irrilevante o accessoria. […] Ogni componente di un contesto, dal più semplice al più complesso, ha un senso in sé e un senso acquisito, un valore aggiunto che è dettato dalle sue relazioni contestuali. Ogni componente può essere analizzata nelle caratteristiche che le sono proprie e al tempo stesso nelle relazioni che definiscono la sua funzione nel contesto cui appartiene.

L’archeologo opera, in genere, sulle stratificazioni, cioè su depositi tridimensionali che una quarta dimensione, il tempo, ordina secondo una sequenza stratigrafica che va ricostruita, distinguendo le componenti materiali e immateriali, che non per questo sono fisicamente e concettualmente meno significative. […] L’archeologia si occupa delle società passate e delle relazioni che queste hanno avuto tra di loro e con l’ambiente, a partire dai resti materiali, cioè dalle tracce che hanno lasciato di sé. Attraverso un processo di recupero, analisi ed interpretazione, queste tracce ci aiutano a ricostruire i modi di vita e la loro evoluzione nel tempo. […]

 

I metodi: minimo comun denominatore

L’indagine sui resti materiali, sparsi nel territorio o custoditi negli archivi del sottosuolo, richiede un percorso scandito dalle tappe dell’individuazione, della raccolta, della descrizione de dell’organizzazione dei dati, che possono favorire il raggiungimento di un’interpretazione storicamente valida. Buona parte della storia dell’archeologia, dell’antiquaria rinascimentale a oggi, si è sviluppata attorno alle domande che orientano la ricerca e i metodi necessari per conseguire le risposte. Dalla madre di tutte le domande, cioè “Che cosa cerco?” a quella che ne rappresenta il principale corollario, ovvero “Come lo trovo?”; dalle procedure della raccolta, cioè “Come seleziono ciò che trovo? Come lo inserisco nel suo contesto? Come ne evito il degrado?” a quelle che ne guidano la descrizione e ne permettono un’organizzazione significativa: “Come distinguo ciò che trovo e come lo metto in condizione di essere confrontato?”.

Un ventaglio di metodi ci permette, attraverso procedure guidate da ragionamenti, di tradurre il linguaggio dei contesti a partire dai paesaggi che ci circondano per giungere fin dentro la costituzione molecolare della materia delle cose:

 

  • Il metodo della ricognizione topografica, cioè quell’insieme di procedure e di tecniche che, senza intaccare il terreno, registrano quantità e qualità delle tracce visibili in superficie e percepibili nel sottosuolo, ordinandole nel tempo e interpretandole sulla base dello studio culturale dei manufatti recuperati al suolo e delle analisi di carattere spaziale derivate in parte dalla geografia contemporanea;
  • Il metodo della stratigrafia, cioè la procedura di scavo che studia la stratificazione prodotta nel terreno dagli agenti umani e naturali, scomponendola nell’ordine inverso rispetto a quello in cui si era formata e recuperando il massimo di informazioni disposte in una sequenza che racconta una storia inizialmente calata nel tempo relativo e poi inserita nel tempo assoluto, sulla base dei dati culturali presenti nella sequenza e delle tecniche scientifiche di datazione;
  • Il metodo della tipologia, che analizza i manufatti nelle loro forme e funzioni, in base ai diversi attributi che li caratterizzano, disponendoli in serie cronologicamente significative, verificate costantemente nello scavo di nuove stratificazioni e nella redazione di seriazioni;
  • Il metodo dell’iconografia, che studia le forme figurate descrivendo le immagini e distinguendole a seconda delle caratteristiche proprie degli attributi di ciascuna di esse;
  • Il metodo stilistico, che analizza le forme dal punto di vista del modo, tecnico ed estetico, secondo il quale sono state realizzate;
  • I metodi delle scienze naturali, attraverso i quali si elaborano le classificazioni dei reperti botanici, zoologici e antropologici (ecofatti) o si analizzano le componenti geologiche dei manufatti come dei paesaggi;
  • I metodi archeometrici, che con indagini di natura prevalentemente fisica e chimica osservano la materia dal suo interno, attraverso misure e caratterizzazioni che individuano la presenza di resti nel sottosuolo, l’origine e l’età dei manufatti, le tecnologie mediante le quali la materia prima è stata trasformata e quelle necessarie per garantirne la conservazione.

 

Nel corso di una ricerca non ogni metodo porterà le risposte desiderate, né porterà risposte univoche; il percorso di indagine incontra frequentemente nel suo cammino un bivio di fronte al quale occorre cambiare metodo. In questo continuo passaggio – purché ogni metodo operi secondo la sua logica interna e le sue procedure e non si utilizzi un metodo per giustificare la carenza di un altro – è possibile avvicinarsi a una verità, che non sarà mai definitiva, ma che si misura nella sua capacità di aprire nuovi orizzonti e di dar vita a nuove domande, eliminando le risposte contraddittorie. Come le scienze della natura, a maggior ragione anche l’archeologia, che è una scienza dell’uomo, non pretende infatti di svelare la verità, ma «cerca disperatamente di argomentare con plausibilità crescente» (C. Bernardini).

Esempio di diagramma stratigrafico, o "Matrix di Herris".

Esempio di diagramma stratigrafico, o “Matrix di Herris”.

Il ragionamento interpretativo in archeologia progredisce spesso per esclusioni, mettendo in dubbio e alla fine scartando l’ipotesi appena fatta o l’ipotesi antica, che abbia assunto un’aura di verità. È questo scarto continuo, in seguito a verifica negativa, delle ipotesi via via formulate che restringe il campo di quelle possibili e ci avvicina a una realtà che sarà comunque sempre arduo raggiungere, sia perché oggettivamente celata nel linguaggio degli oggetti sia perché velata dall’inevitabile filtro culturale frapposto dall’opinione del ricercatore.

Il momento dell’osservazione costituisce una fase descrittiva della ricerca, che viene talora riassunta sotto il nome di archeografia, intesa come una tappa posta in sequenza con quella della archeometria, in cui i dati vengono misurati, e dell’archeologia, che raggiunge l’obiettivo della loro interpretazione. È evidente che si tratta solo di una sequenza logica, dal momento che dal punto di vista operativo l’indagine prevede un continuo ritorno critico ai suoi diversi stati di avanzamento.

È pur vero che la pratica della descrizione viene a volte sentita come il momento principale del lavoro dell’archeologo, quasi a identificarsi con esso, in una visione limitativa dell’archeologia che lascia ad altre competenze la ricerca della sintesi interpretativa. Di qui pagine e pagine analiticamente mirate a descrivere nelle loro minuzie i dettagli di manufatti che possono spesso esser meglio affidati alla chiarezza del disegno scientifico o di codificazioni condivise. Ma occorre tenere presente che nessuna descrizione scientifica può fare a meno di un protocollo prestabilito, che detti le regole secondo le quali si pratica la descrizione e si istituiscono i confronti che ne derivano: descrizioni e confronti resi possibili da una selezione degli elementi che l’archeologo ritiene di volta in volta significativi al fine dell’organizzazione del materiale che sta studiando. Sono scelte tutt’altro che scontate, poiché la realtà può essere legittimamente osservata sotto diversi punti di vista; delicate, perché i principi secondo cui si descrive la realtà sono stabiliti in base agli obiettivi che si intende raggiungere; e decisive, perché nessuna interpretazione potrà mai fondarsi su valutazioni impressionistiche e occasionali che non facciano riferimento a un corpo organizzato di categorie descrittive, tanto più necessario quanto più oggi l’archeologia usa e sviluppa le tecnologie informatiche. […]

 

 

Archeologia e antiquaria: alla ricerca della totalità

Il termine “archeologia storica” viene oggi usato più correttamente che nel passato, per indicare lo studio archeologico di quelle civiltà che hanno lasciato di sé anche più o meno cospicue testimonianze scritte. In quella definizione rientra dunque anche l’antichità classica. Ma l’archeologia classica non nasce dalla storia, bensì dall’antiquaria e dalla storia dell’arte. È la più antica delle archeologie, e quella che più ha risentito dei cambiamenti e ha dovuto ripensare la propria definizione.

Statua della cosiddetta «Kórē di Nikandre», dal santuario di Artemide a Delo. 650 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Statua della cosiddetta «Kórē di Nikandre», dal santuario di Artemide a Delo. 650 a.C. ca. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Gli storici antichi non ignoravano l’uso, sia pur episodico, delle testimonianze archeologiche: è notissimo il ragionamento di Tucidide (Storie, I 8, 1) che, analizzando le antiche tombe di Delo con criteri tipologici e comparativi, ricostruiva la più antica storia di quell’isola muovendosi a tutti gli effetti su un piano archeologico, in sintonia con l’impostazione generale della sua opera storica, attento a trarre spunti di conoscenza da tekmḗria e sēmeía, noi diremmo da indizi, tracce, segni.

Tucidide non usa comunque mai il termine archaiología, che incontriamo per la prima volta in un dialogo di Platone (Ippia maggiore, 285d), per indicare – non senza una sfumatura ironica – le genealogie degli eroi e della loro discendenza umana, le storie relative alle antiche fondazioni di città, insomma «ogni racconto che riguarda il passato remoto». L’archeologo era dunque un esperto di storia antica e di cose antichissime, tanto che il nome passò a indicare gli attori specializzati nelle parodie di Omero e dei suoi eroi.

La strada seguita da chi scriveva di storia nel mondo antico e medievale fu tuttavia assai diversa da quella intravista da Tucidide: era infatti del tutto naturale la convinzione che la storia si fondasse sui testi. I primi antiquari, che alle soglie del Rinascimento gettavano le fondamenta di una nuova scienza degli oggetti antichi, non erano mossi da temi storiografici precisi. Le loro osservazioni partivano sì dalla raccolta di manufatti e dalla descrizione di monumenti, ma si limitavano a forme di catalogazione poco sistematiche. Le testimonianze materiali, quando investivano una tematica storica, venivano comunque subordinate a quelle scritte. Nei monumenti si cercavano i modelli cui ispirare la nuova arte rinascimentale oppure, con qualche scorciatoia, si cercava l’illustrazione delle opere descritte dagli autori antichi, tentando di identificare nel territorio i siti e i monumenti di cui era rimasta memoria scritta nel naufragio della letteratura antica. Non appariva evidente che i resti materiali potessero schiudere nuovi orizzonti del sapere.

La ricerca storica – in particolare quella sulle origini dell’umanità – si trovava peraltro bloccata da una fede acritica nell’Antico Testamento. Era comunemente accettata l’idea che il primo uomo fosse stato creato da Dio nel giardino dell’Eden, da dove l’umanità si sarebbe poi sparsa nel mondo, dopo il Diluvio, e ancora dopo la distruzione divina della Torre di Babele. Questi avvenimenti venivano fatti risalire a poche migliaia di anni prima. […] Questa prospettiva del tempo storico così schiacciata non favoriva lo studio dei resti materiali di un passato che non si percepiva come remoto. La tradizione giudaico-cristiana, calata nel tempo biblico, si sentiva partecipe di una storia ancora in atto, che non coglieva le differenze culturali prodotte dal divenire storico. La fede nel mito bollava come blasfema, o addirittura eretica, ogni sia pur timida ipotesi sull’esistenza di un mondo preadamitico e l’oscurantismo religioso fungeva come un macigno che solo l’Ottocento sarebbe riuscito a scrollarsi faticosamente di dosso.

L’antiquaria prese comunque, col tempo, maggiore coscienza dell’originalità del suo approccio alle fonti materiali dell’antichità. I manufatti conquistavano una posizione via via più autonoma nei confronti dei testi, e addirittura un certo qual primato. […] Il termine “archeologia” fu introdotto da Jacques Spon, un antiquario di religione protestante costretto all’esilio dalla Francia del Re Sole. «È mia opinione – scriveva – che gli oggetti antichi non siano altro che libri, le cui pagine di pietra e di marmo sono state scritte con il ferro e lo scalpello». L’archeologo doveva andare in cerca di quel tipo di testo, diversi da quelli tramandati dai codici, per “leggerli” e “tradurli”. La grande antiquaria del XVII e del XVIII secolo comincerà così a porsi le prime domande su alcuni dei metodi dell’archeologia, quali la perlustrazione del terreno e la ricerca del confronto fra le forme delle cose e le immagini, creando così le premesse per il suo stesso superamento, da forme di conoscenza rivolta agli oggetti e agli edifici in sé a studio delle loro relazioni contestuali e delle loro trasformazioni nel tempo. L’antiquario – come suggerisce A. Carandini – «coglie l’intreccio fra arte e vita […] il suo atteggiamento verso l’antichità è un amore spontaneo, intuitivo, senza sistema. La totalità è un presupposto per lui e non un risultato da raggiungere con pena». Ciononostante, studia i monumenti attraverso rilievi e descrizioni, valuta le condizioni in cui sono giunti i resti materiali del passato, tenta collegamenti tra fonti scritte e fonti materiali: topografia, storia dell’arte, epigrafia si sviluppano come campi di ricerca attigui, dove si instaura un dialogo sempre meno subordinato tra monumenti e testi. In particolare la numismatica svolse un ruolo di scienza “pilota”, applicata a oggetti ricchi di informazioni sia testuali che figurate, le cui caratteristiche materiali si prestavano anche a classificazioni e ordinamenti. Si favorivano così i primi passi della tipologia, che trovava una sponda anche nei metodi delle scienze storiche, come quello paleografico, che già all’inizio del XVIII secolo cominciò a essere usato come strumento capace di ordinare nel tempo i cambiamenti della scrittura, intesi come riflesso dell’evoluzione culturale.

 

Un triangolo virtuoso: tipologia, tecnologia, stratigrafia 

Leon Cogniet - Jean-Francois Champollion

Leon Cogniet, Ritratto di Jean-François Champollion. Olio su tela, 1831.

Il passaggio storico dal Settecento all’Ottocento ha segnato il punto di svolta per la nascita dell’archeologia moderna, quando la crescita degli studi preistorici (stimolata dall’assenza della tradizione scritta e dallo sviluppo delle scienze naturali) pose, quasi paradossalmente, le basi per il riconoscimento delle finalità storiche dell’indagine archeologica. Dal miglior frutto dell’eredità antiquaria nacque allora quel triangolo virtuoso che ancor oggi sostiene l’impalcatura dell’archeologia. Un triangolo che attraverso l’analisi tipologica, tecnologica e stratigrafica supporta e guida l’interpretazione di oggetti e contesti, sulla base anche delle condizioni del loro seppellimento e del loro recupero attraverso lo scavo, che, da mero strumento di estrazione acritica di vestigia dal suolo, è divenuto il pilastro della costruzione della fonte archeologica. Già nel XVIII secolo il conte di Caylus aveva sviluppato un metodo di classificazione dei materiali antichi che consentiva di disporli in un ordine cronologico a partire dalle loro caratteristiche intrinseche e aveva teorizzato la “pratica del confronto” […]. È tuttavia negli anni della Restaurazione che si verifica la svolta. La prima cattedra di Archeologia, classica e preistorica, fu creata in Olanda all’Università di Leida nel 1818; la prima cattedra di Archeologia classica fu istituita a Berlino nel 1823. In quegli stessi anni Champollion apriva le porte all’orientalistica con la sua fantastica decifrazione della scrittura geroglifica egizia (1822-1824). Ma è nel mondo scandinavo che si sviluppa un approccio ai materiali che permette di uscire da quel «cumulo di dati incoerenti» (D.L. Clarke) che aveva sino ad allora tarpato le ali del lavoro antiquario per costruire uno schema interpretativo capace di instaurare confronti validi che fossero al tempo stesso di carattere sia tipologico che tecnologico. Classificando la collezione di antichità danesi del Museo di Copenaghen, Christian Jürgensen Thomsen divise i manufatti in diverse categorie e forme (asce, coltelli, fibule, collane, vasi…) raggruppandoli a seconda del materiale di cui erano fatti e valorizzando al massimo le associazioni di quegli oggetti che, per essere stati rinvenuti in una stessa tomba o ripostiglio, si poteva presumere che fossero coevi o almeno che fossero stati sepolti nello stesso momento. Quando nel 1819 le sale del museo furono aperte al pubblico prese corpo per la prima volta quel paradigma di successione delle culture (età della pietra, del bronzo e poi del ferro), che sarebbe divenuto canonico per la preistoria di tutto il continente.

Johan Vilhelm Gertner, Ritratto di Christian Jürgensen Thomsen. Olio su tela.

Johan Vilhelm Gertner, Ritratto di Christian Jürgensen Thomsen. Olio su tela.

Un modello delle tre età dello sviluppo delle più antiche culture umane – sia pur non ancora ridotto a sistema – era stato già intuito nel mondo antico, partecipe di una suggestiva tradizione che aveva trovato espressione nella filosofia e nella poesia (in particolare negli splendidi versi di Lucrezio, De rerum natura, V 1281-1296); ed era stato in seguito intravisto nell’opera di Michele Mercati (1541-1593), un naturalista che aveva saputo fondere l’osservazione della natura con un’ampia conoscenza delle fonti letterarie antiche e dei manufatti delle culture primitive scoperte nel nuovo mondo coloniale. Ma l’idea di Thomsen si sviluppava ora come uno strumento di conoscenza scientifica, applicato all’interno del primo museo di archeologia comparata, che vedeva la luce in un’Europa che aveva fin lì conosciuto solo gabinetti di curiosità antiquarie o collezioni d’arte.

L’ordine tipologico e tecnologico che Thomsen assegnava ai manufatti preistorici traeva giustificazione dalla descrizione non di singoli oggetti, ma di complessi unitari, verificati poi sperimentalmente nelle sequenze stratigrafiche, che Jens Jacob Worsaae avrebbe esteso non solo ai siti danesi, ma anche ad altri contesti europei. Quel confronto – non più solo descrittivo degli aspetti formali – avrebbe investito anche gli aspetti funzionali dei reperti allargando il campo della comparazione degli oggetti archeologici con quelli etnografici.

Poche righe di uno dei padri della paletnologia, Jacques Boucher de Perthes, definiscono meglio di altre perifrasi l’intuizione di fondo, che coinvolgeva i diversi approcci metodologici, alimentati da una visione contestuale che legava intimamente gli oggetti agli strati che li contenevano: «Non soltanto la forma e la materia che servono a stabilire se un oggetto è molto antico […] ma anche il luogo in cui si trova, la distanza dalla superficie; inoltre la natura del terreno e degli strati sovrapposti e dei frammenti che li compongono; e infine la certezza che quello è il suolo originario, la terra calpestata dall’operaio che lo ha fabbricato».

Una disciplina che restava umanistica nei suoi fini, ma che già si serviva delle scienze naturali, trovava dunque i suoi fondamenti scientifici operando con procedure di raccolta e di classificazione sperimentali e verificabili alla luce di un triangolo di rapporti reciproci fra diversi approcci metodologici, che cooperavano per organizzare i resti materiali del passato. Quell’approccio è tuttora vitale, anche se oggi, in una visione unitaria delle metodologie archeologiche, il paniere dell’archeologo si presenta più ricco, o forse solo più ordinato.

 

 

Storia dell’arte e cultura materiale 

Mentre l’antiquaria faticava a superare i limiti di un’erudizione che poteva spesso risultare fine a se stessa, Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) percorreva una strada nuova indicando le prospettive che si aprivano innestando nello studio dei resti dell’arte classica il filtro dell’analisi stilistica calata in una prospettiva cronologica. Winckelmann apriva così le porte all’identificazione dell’archeologia classica con la storia dell’arte antica: un assioma che per lungo tempo avrebbe impedito alle generazioni successive di sviluppare le potenzialità storiche dell’approccio ai resti materiali del mondo classico, che restava ancora subordinato alla filologia, cioè alla conoscenza dei testi antichi. La nuova archeologia dell’arte ragionava peraltro su concetti sostanzialmente estranei alla cultura del mondo che aveva prodotto quelle stesse opere che poneva al centro del proprio interesse. È noto, infatti, che il mondo greco – anche se l’età classica e quella ellenistica avevano conosciuto l’opera di grandi personalità artistiche – non aveva elaborato un termine specifico per indicare il concetto di arte né tanto meno un termine che definisse l’artista (né pittura e scultura avevano trovato una rappresentante tra le nove Muse). Nelle società antiche l’arte non fu percepita come una sfera autonoma e, come non erano chiari i confini tra mondo religioso e mondo laico, così non lo erano quelli che distinguevano la funzione pratica dell’arte da quella estetica, che era a sua volta intrisa di eticità.

Anton R. Mengs, Ritratto di Johann Joachim Winckelmann. Olio su tela, 1755.

Anton R. Mengs, Ritratto di Johann Joachim Winckelmann. Olio su tela, 1755.

L’introduzione di un’ottica stilistica calata in una prospettiva cronologica (sia pur condizionata da un’impostazione rigidamente classicistica e da una concezione formalistica del “bello”) aiutava comunque l’antiquaria a collocare nel tempo le opere d’arte antiche. L’introduzione di strumenti critici che avevano finalità di ordine estetico preparava tuttavia quella divaricazione fra arte e storia e scienze che solo l’archeologia contemporanea si sarebbe posta l’obiettivo di ricomporre.

Nonostante la presenza di personalità di rilievo, come Ennio Quirino Visconti, in Italia l’archeologia si trovò impacciata a muoversi non tanto sul piano della lettura dell’opera d’arte, indicato da Winckelmann, quanto su quello dell’intervento sul terreno, che si sviluppava semmai in ambito preistorico e protostorico. Questo impaccio non permetteva di superare la divaricazione sempre più ampia tra approccio naturalistico e antiquario, con conseguente mortificazione dell’interpretazione storica. La concezione “ancillare” dell’archeologia segnò tutto il XIX secolo: un secolo cruciale durante il quale gli studi archeologici si costituirono definitivamente come disciplina autonoma, dotata di proprie istituzioni, sedi e strumenti di comunicazione, al centro di un sistema internazionale di ricerche sul campo, nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, che accompagnava l’espansione coloniale delle grandi nazioni europee.

Le difficoltà di affrontare i grandi temi storici con ottiche archeologiche furono acute anche in Italia, specie dopo la crisi della cultura positivistica, che aveva cercato di condividere strumenti più scientifici di analisi del dato archeologico. La conquista di una dimensione più propriamente storica della disciplina prese avvio negli anni centrali del Novecento, paradossalmente proprio sul versante della storia dell’arte, grazie in particolare all’opera di Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975) […]. La sua opera – superata una fase iniziale di rigida impostazione idealistica, ostile a ogni confusione fra storia dell’arte e storia della cultura – non mirava certo a ridurre l’importanza del fenomeno artistico all’interno dell’archeologia classica, quanto piuttosto a ridefinire il ruolo, inserendolo in una visione più complessiva della società che lo aveva prodotto. Si trattava cioè di cogliere meglio i nessi che legano la produzione artistica con il contesto storico e in particolar modo con la sua articolazione sociale, recuperando all’archeologia l’obiettivo di una ricostruzione storica più compiuta effettuata sulla base tanto delle fonti scritte, quando esistenti, quanto «dei dati materiali che una civiltà produce, accumula e lascia dietro di sé». In questa frase, tratta da uno degli scritti di Bianchi Bandinelli, il richiamo alla centralità del dato materiale non va inteso come un abbandono delle peculiarità metodologiche dell’analisi storico-artistica, quanto come l’apertura a una visione più moderna della disciplina. Ancor oggi ciò non significa che lo stile non sia da ritenere uno degli indicatori fondamentali per l’interpretazione dell’opera d’arte, e spesso una delle tracce principali per la datazione di oggetti e strutture, ma c’è più consapevolezza circa il fatto che il metodo stilistico, essendo sorretto da un approccio fortemente soggettivo, ancorato alla sensibilità critica di chi lo adotta, sia un metodo anche piuttosto insidioso. E tanto più in quei settori dell’archeologia, come appunto l’archeologia classica, dove non sono a disposizione serie più o meno complete di prodotti di determinati generi o ambienti o addirittura di determinati artisti. Se la conoscenza attuale di una gran parte della produzione pittorica rinascimentale consente, attraverso l’analisi comparata degli originali, di ricostruire lo stile di ciascun artista e la sua evoluzione, e di ricondurre in tal modo a quello stesso artista opere non altrimenti attribuite, l’applicazione di questo metodo nell’arte antica è molto più ardua. Non possediamo “la” produzione di Polignoto o di Prassitele, ma quasi esclusivamente copie (di copie di copie…), echi più o meno pallidi di immagini riprodotte in materie e dimensioni assai diverse dai prototipi: le opere attribuibili (cioè di cui si riconosce il modello) non sono originali, gli originali disponibili (per lo più frammentari) il più delle volte non sono attribuibili, come dimostra la discussione che ha accompagnato i tentativi di attribuzione dei celeberrimi bronzi di Riace.

Statua del cosiddetto «Moskophoros», dall’Imetto (Atene). 570-560 a.C. ca. Museo dell'Acropoli di Atene.

Statua del cosiddetto «Moskophoros», dall’Imetto (Atene). 570-560 a.C. ca. Museo dell’Acropoli di Atene.

Il riconoscimento di uno stile è operazione complessa, tanto che gli storici dell’arte antica più avvertiti mettono in guardia dalla fragilità di un metodo cui possono mancare gli strumenti critici fondamentali. Il che non vuol dire che non esistano stili cronologicamente definiti, che – ad esempio nello sviluppo storico dell’arte greca – caratterizzano l’età arcaica, classica o ellenistica, come nel caso, ad esempio, della ceramografia attica di età tardo-arcaica e classica.

L’accento posto sulla storicizzazione dell’opera d’arte ha comunque creato – non da ora e non solo in campo archeologico – le condizioni per la maturazione di una storia dell’arte più comprensiva anche negli aspetti sociali e culturali e, dal punto di vista del metodo, anche di quelli archeologici.

Una storia sociale dell’arte è più attenta alle condizioni della produzione artistica, cioè alla posizione dell’artista nella comunità in cui opera, agli aspetti pubblici o privati della committenza, alle motivazioni che stanno dietro alla nascita di un’opera d’arte e al modo con cui il pubblico ne fruisce. I primi due aspetti sono storicamente determinati e quindi fondamentali per capire la genesi di un prodotto artistico, l’ultimo invece non è un suo carattere permanente, mutando nel tempo ruolo e forme d’uso dell’opera d’arte. […]

Una storia dell’arte più propriamente culturale è rivolta alla modalità di formazione e trasmissione dei modelli e dei repertori decorativi e iconografici, insomma di quel patrimonio di immagini  e segni, attraverso il quale un’opera d’arte si caratterizza come distintiva di una cultura e denuncia affinità e differenze rispetto ad altre nel tempo e nello spazio. L’iconografia, che potremmo definire una sorta di tipologia delle immagini, occupa in quest’ambito un posto di rilievo, perché il messaggio delle scene figurate – immensamente più complesso di una semplice decorazione – ha volti, ha gesti, ha storie da raccontare. Anche se, paradossalmente, l’approccio iconografico è stato a volte accusato di “astoricità”, perché apparentemente meno attento al contesto produttivo, e comunque – agli occhi della critica di matrice idealistica – più interessato all’analisi del soggetto raffigurato, cioè del suo contenuto (le immagini illustrano idee e i dipinti vanno sono solo guardati, ma “letti”), che non a quella della forma (composizione, uso del colore, maniera di esecuzione…).

Una storia archeologica dell’arte opera integrando i metodi tradizionali dello storico dell’arte con l’insieme delle procedure proprie dell’archeologia. Non parliamo tanto delle ricadute dell’osservazione contestuale sulle nostre conoscenze storico-artistiche: esemplare, in questo caso, è la vicenda della “colmata persiana” sull’Acropoli di Atene, dove furono seppellite con i resti dell’incendio persiano del 480 a.C. anche le statue che adornavano il santuario (quell’osservazione ha creato un caposaldo cronologico fondamentale per l’interpretazione stilistica della statuaria di stile tardo-arcaico e severo). Pensiamo piuttosto all’applicazione dei metodi archeologici allo studio delle opere d’arte in sé.

Esiste infatti anche un approccio stratigrafico al manufatto artistico. È schiettamente stratigrafica l’osservazione che permette di riconoscere la sequenza delle giornate di stesura di un affresco o, su una qualsiasi opera di pittura, la presenza di “pentimenti” dell’artista. Questi ripensamenti possono essere dettati dalle più varie esigenze (interne o esterne alla volontà dell’artista) e sono quindi a volte basilari per l’interpretazione della forma finale dell’opera d’arte o delle sue vicissitudini. La sovrapposizione di più strati di colore può celare successivi avanzamenti nel processo creativo, che si manifestano per mezzo di quelle che l’archeologo chiamerebbe “unità stratigrafiche positive”. Qualcosa di analogo può accadere nelle opere di scultura, dove il ripensamento si manifesta piuttosto per “unità stratigrafiche negative” […]. Il manufatto artistico viene interrogato anche mediante diagnostiche archeometriche, possibilmente non distruttive, che attraverso le analisi dei pigmenti o delle malte costitutive degli intonaci possono dare risposte che nessun approccio stilistico o formale potrà mai sostituire. Ma archeologico, anzi propriamente archeografico, è anche il semplice metodo descrittivo che, prima di operare un esame critico dell’opera, ne definisce i caratteri materiali, a partire, ad esempio, dalle dimensioni. Perché, se la qualità è la premessa stessa affinché si possa parlare di un’opera d’arte (altro discorso sono i criteri di giudizio che la certificano), non si dà qualità senza quantità. Una stessa scena, che dal punto di vista compositivo può derivare da un comune modello, richiede tecniche e stili be diversi se riprodotta dall’artista nella vastità di una parete da affrescare o nel dettaglio di una miniatura. Ci si può domandare perché mai nei manuali di storia dell’arte risulti ancora bizzarra la sola idea di riprodurre le opere affiancate da una scala metrica (come si è soliti fare per i manufatti archeologici), quasi che la comunicazione dei dati dimensionali danneggi il godimento dell’opera. ma i manufatti artistici sono a tutti gli effetti prodotti del lavoro. La “quantità” dell’opera ne è un aspetto costituivo […]. L’archeologia ci aiuta dunque a vedere l’arte come prodotto del lavoro. Di conseguenza, anche il restauro appare come un’attività di conoscenza fondamentalmente archeologica. […]

Insomma, l’approccio archeologico alle opere d’arte non analizza solo tecniche produttive e qualità dei materiali, ma inserisce la cultura artistica, compresa quella figurativa, nell’alveo della cultura materiale, cioè dei saperi e dei «saper fare» relativi alle forme di approvvigionamento, scelta, manipolazione, trasformazione, uso, riuso e scarto della materia. Si tratta di conoscenze che sono tuttora tramandate dalla migliore tradizione antiquaria e che riguardano il più umile come il più eccelso dei prodotti del lavoro umano e scardinano le gabbie dei generi artistici e delle loro gerarchie.

La cultura materiale non può essere opposta alla cultura artistica o figurativa. Questa non si esaurisce nella storia delle forme, come quella non si identifica nello studio delle tecniche inventate dall’uomo, ma semmai concerne – secondo la bella definizione di André Leroi-Gourhan – «lo studio dell’uomo che pensa e agisce tecnicamente». L’infinita serie dei manufatti incorporano infatti la fatica dell’uomo, ma anche le sue conoscenze, i suoi comportamenti, i valori culturali condivisi da intere società o da gruppi sociali comunque significativi. Prestando attenzione ai fenomeni che si ripetono più che all’avvertimento irripetibile, all’analogia più che all’anomalia, allo «sfondo» più che alle emergenze, la storia della cultura materiale rintraccia donne e uomini e i loro rapporti sociali. L’archeologia studia infatti le cose, ma per capire gli aspetti materiali e spirituali del mondo che le produce.

È del tutto evidente che la qualità artistica data alla materia attraverso una forma e uno stile consente di esprimere messaggi che vanno ben al di là della dimensione materiale. Ma è per tale via, ricercando il sostrato comune che lo lega alla cultura materiale del suo tempo, che il fenomeno artistico può ritrovare legami più forti con il contesto d’origine, non negando il valore universale che può esprimersi nel suo messaggio, ma piuttosto riportandolo alla sua natura di fenomeno storico calato nel tempo e nello spazio. Collocando l’analisi della personalità artistica e l’unicità dell’opera d’arte nel quadro dell’evoluzione storica si riduce – come già auspicava alla metà del XX secolo  Frederik Antal – «quel supremo interesse e quell’eccessivo rilievo che vengono loro attribuiti da una storia dell’arte informata al criterio dell’‘arte per l’arte’», e sottoposta a una «tirannia […] che isola l’arte dalle idee del tempo esaltandone i valori puramente formali», ma non si toglie nulla alla “qualità” e alla funzione trainante dell’attività creatrice.

La concezione “braudeliana” dei due tempi della storia ci fa intuire anche i due tempi dell’arte: da un lato l’evento che fa voltare pagina alla storia culturale, l’intervento delle grandi personalità artistiche che marca un prima e un dopo, in cui tutto è o comincia a essere diverso e, dall’altro, il ritmo lento delle trasformazioni prodotte da un intreccio di fenomeni che apprezziamo appieno solo in una prospettiva di lungo periodo. Se ciò vale per l’invenzione dell’agricoltura, della polvere da sparo o della stampa, vale anche le nuove conquiste nel campo dell’arte: per una nuova tecnica, un nuovo genere, un nuovo stile, che spesso è una nuova invenzione destinata – se di successo – a tramutarsi in convenzione e a dare il tono a un ambiente, a un’epoca, a una cultura.

L’archeologia classica, nata in buona misura dalla storia dell’arte, ha corso il rischio di ridurre lo studio delle società antiche a quello delle loro élites, e se ne è in seguito emancipata. […] Sono ormai maturi i tempi per una ricomposizione vantaggiosa della dicotomia troppo severa che ha separato archeologia e storia dell’arte o almeno per affrontare su basi paritarie un dialogo necessario all’una e all’altra e per ragioni diverse interrotto o mai avviato.

La storia dell’arte – anche quella più intrisa di archeologia – in quanto disciplina ha una sua storia, ha procedure e finalità, che non coincidono con quelle dell’archeologia, ma questa autonomia della storia dell’arte nello studio dei prodotti artistici delle società passate non implica un’autonomia dell’arte nei confronti delle società che li ha prodotti. È proprio questo il filo che è stato spezzato e che occorre riannodare. È importante che riemerga il concetto di contesto, che anche nella riflessione storico-artistica, come in quella archeologica, dovrebbe diventare una sorta di riflesso condizionato, che può aiutare a riequilibrare l’attenzione della ricerca e della tutela da ciò che è unico ed eccezionale a ciò che è appunto “contestuale”. […]

 

Archeologia e storia

Un’archeologia senza confini (de-periodizzata) non è un’archeologia fuori dalla storia (de-storicizzata). E infatti definiamo l’archeologia come una disciplina storica e umanistica poiché pone al centro del proprio interesse la conoscenza del passato dell’umanità. Differisce tuttavia, come si è visto, dalla storia intesa in senso tradizionale (una storia fatta sui testi) per il fatto che consegue i suoi risultati a partire dalle testimonianze materiali. Le fonti archeologiche sono “testi” prodotti dallo scalpello dello scultore, dalla cazzuola del muratore, dalla ruota del vasaio o dall’aratro del contadino. La differenza tra fonti materiali e fonti scritte è dunque chiara, anche se è evidente la loro complementarietà e a volte la loro intrinseca interdipendenza, come nel caso delle iscrizioni o delle monete, dove il testo scritto è intimamente associato al supporto materiale. Un testo epigrafico può conservarsi anche solo attraverso la tradizione manoscritta, ma la conoscenza del supporto può cambiarne radicalmente l’interpretazione. Spesso anche una memoria grafica del supporto perduto può essere decisiva […]. Il valore documentario delle immagini è in genere sottovalutato dalla storiografia tradizionale e anche dagli studi di carattere filologico-letterario, nei quali l’acribia applicata alla storia del testo e delle parole non si accompagna a un interesse per le loro rappresentazioni figurate: uno sguardo anche alle migliori edizioni commentate di Omero, Livio o Plinio, può dare l’impressione che le discipline storico-filologiche e quelle archeologiche abitino su due diversi pianeti. […] Nello studio del mondo antico archeologia classica e storia antica operano in una situazione di bilanciamento tra fonti scritte e fonti materiali, ma queste ultime – a differenza delle prime – sono in via di continuo accrescimento e illuminano aree del sapere dove la luce delle fonti tradizionali non era potuta arrivare. Il problema si sposta quindi su quale sia il rapporto tra questi due sistemi di fonti, ciascuno dei quali costituisce un sistema in sé organico: essi propongono infatti informazioni di tipo diverso, non sempre comparabili, e non possono essere utilizzati in modo indifferenziato, come in un bricolage archeo/storiografico, né possono ignorarsi reciprocamente (anche se ciò è stato più spesso la norma che l’eccezione).

Statua di Kore. Marmo bianco insulare, 530 a.C. ca. Museo dell’Acropoli di Atene.

Statua di Kore. Marmo bianco insulare, 530 a.C. ca. Museo dell’Acropoli di Atene.

Nonostante l’ampiezza della documentazione disponibile, non è così evidente la possibilità di trasformare i dati offerti dai resti materiali in conoscenze storiche relative agli assetti sociali o istituzionali di una comunità, ai comportamenti o alle convinzioni dei suoi membri o, più semplicemente, a eventi che abbiano coinvolto singole personalità. Ci si domanda fino a che punto l’una disciplina possa contribuire all’altra senza istituire correlazioni frettolose e senza forzare i dati, evitando di cercare riscontri archeologici a ogni singola testimonianza letteraria e viceversa. I due tipi di fonti possono certamente stimolarsi e sorvegliarsi reciprocamente, ma è bene tenere presente che registrano serie di dati che possono collocarsi in prospettive temporali non omogenee. I resti materiali, in particolare, documentano situazioni puntuali che tuttavia illuminano spesso processi di lunga durata, che riflettono le strutture profonde delle società: si pensi all’evoluzione degli insediamenti messa in luce dalla lettura stratigrafica o alle forme di distribuzione dei manufatti. Le loro scansioni cronologiche sono effetto dei più diversi fenomeni culturali, in cui anche l’ambiente gioca la sua parte e la cui percezione talora sfugge ai loro stessi protagonisti, e non ricalcano necessariamente le scansioni indotte dagli eventi di natura politico-istituzionale e militare (le cui tracce possono essere tanto evidenti quanto evanescenti) e non conoscono, in genere, gli stessi confini.

Le cesure dell’archeologia non coincidono quindi con quelle della storia raccontata dalle fonti scritte. Queste ultime convergono talora sulla descrizione dettagliata di un evento (ad esempio, la seconda guerra punica o le idi di marzo), che le fonti archeologiche possono sperare di cogliere in qualche manifestazione parziale, o possono non cogliere affatto. Il caso gigantesco di Pompei, dove la monumentalità archeologica del sito trova riscontro letterario nel drammatico racconto di Plinio il Giovane, non si ripete nelle centinaia di siti urbani la cui “morte” fra tarda Antichità e Medioevo non può essere quasi mai “spiegata” con il frettoloso ricorso a scarne fonti che registrino generici episodi bellici o eventi sismici.

Tucidide (Storie, II 13-17) ci parla dello spopolamento dell’Attica all’inizio della guerra del Peloponneso, quando gli abitanti furono portati dentro le mura di Atene. L’abbandono delle campagne è un episodio epocale nella storia di una comunità, che tuttavia può aver lasciato sul terreno tracce non facilmente visibili con i metodi dell’archeologia. Insomma, la certezza del dato storico non implica la sua visibilità archeologica e, viceversa, la presunta “oggettività” del dato archeologico non implica la “certezza” della sua spiegazione, che è comunque affidata alla capacità da parte del ricercatore di individuare, classificare e interpretare gli indizi nel loro contesto e di confrontarli in un sistema di conoscenze più ampio. Ciò considerato, è quindi ozioso dibattere sul fatto se le fonti archeologiche contribuiscano o no alla scrittura della storia. Si tratta semmai di interrogarsi se esse servano, tutt’al più, da verifica di quello che ci dicono le fonti letterarie, nel senso quindi di una dipendenza ancillare dell’archeologia dal testo scritto, o se piuttosto le une e le altre non vadano interrogate sapendo quel che possono eventualmente dirci e quello che non possono dirci.

Heinrich Schliemann (1822-1890).

Heinrich Schliemann (1822-1890).

Già alla fine dell’Ottocento le imprese romantiche di Heinrich Schliemann a Troia e a Micene aprirono la strada a una riflessione nuova sul valore del patrimonio di miti e leggende attinto alla tradizione letteraria antica e dettero la misura delle potenzialità dell’archeologia per la conoscenza non solo delle civiltà preistoriche, ma anche delle radici della stessa classicità, le cui origini trovavano impensate conferme nella concretezza dei siti, dei monumenti, degli oggetti. Il rapporto tra storia e archeologia cominciava allora – indipendentemente dal metodo di scavo ancora primitivo – ad assumere una dimensione più moderna, il cui sviluppo fu parzialmente inficiato dalla crisi della grande stagione positivistica: la gerarchizzazione dei saperi presente nel pensiero di matrice idealistica avrebbe infatti assegnato un primato alle forme dell’espressione artistica a tutto svantaggio delle scienze, delle tecniche e delle metodologie. A differenza delle archeologie del Vicino Oriente, come l’egittologia e l’assiriologia, che dipendevano solo indirettamente dal patrimonio di studi classici, visto che la maggior parte delle loro fonti scritte doveva essere estratta dal suolo con pratica archeologica, fu proprio l’archeologia classica – nonostante i suoi successi – che si trovò più disarmata di fronte alla gran massa di nuovi dati che giungevano dai primi grandi scavi mediterranei.

Ciò non impedì che la natura peculiare delle testimonianze archeologiche venisse magistralmente valorizzata in un campo nel quale i dati della tradizione letteraria si rivelarono più deboli o addirittura assenti, cioè nello studio dei fenomeni economici e sociali dell’antichità. Dobbiamo a un grande storico della prima metà del Novecento, Michail Rostovzev, la dimostrazione di quanto fosse fruttuoso l’uso sistematico delle testimonianze archeologiche per la comprensione del mondo ellenistico e romano.

I migliori storici del secolo passato, e in primo luogo la scuola degli Annales, dimostreranno poi quanto fossero maturi i tempi per ampliare il concetto di “documento” ben al di là delle frontiere del testo scritto, allargando i territori dello storico a tutto lo spettro della società e del comportamento umano, aprendo così indirettamente la strada al riscatto delle fonti archeologiche. Non stupisce quindi che un involontario manifesto dell’archeologia del XX secolo sia stato paradossalmente scritto da uno storico dell’età moderna, Lucien Febvre:

 

La storia si fa senza dubbio con documenti scritti. Quando ce n’è. Ma si può fare, si deve fare senza documenti scritti, se non esistono […]. Con le forme del campo e delle erbacce. Con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro […]. Non è forse vero che una parte, e quella più appassionante senza dubbio, del nostro lavoro di storici consiste nello sforzo costante di far parlare le cose mute, far dire loro quel che da sole non dicono sugli uomini e sulle società che le hanno prodotte, fino a costituire fra loro quella vasta trama di solidarietà e di ausili reciproci, capace di supplire all’assenza del documento scritto?

 

L’accento era dunque posto sulle lacune della documentazione scritta e sugli ambiti di ricerca che si spalancano all’archeologia quando essa voglia farsi scienza storica introducendo nuovi protagonisti e allargando l’indagine a territori meno esplorati. Eppure, tra archeologi e storici le liti in famiglia ogni tanto si riaccendono. Anche studiosi di altissimo livello hanno ripetutamente espresso scetticismo sulla qualità dei dati archeologici e sulla possibilità di trarre implicazioni macro-economiche e di lungo periodo dai dati quantitativi offerti dalle testimonianze materiali, ritenute non utilizzabili quali indicatori significativi dei fenomeni economici e dei relativi risvolti demografici e sociali. In sostanza, si è negata validità a quei “messaggi preterintenzionali” che alcune categorie di documenti archeologici possono inviare, se adeguatamente interpretati.

I progressi compiuti dall’archeologia degli insediamenti e gli studi sulla cultura materiale costituiscono in realtà la smentita migliore a una chiusura storiografica un po’ apodittica, che si è talvolta accompagnata, nello studio delle società antiche, alle forme più estreme del pensiero primitivista. Che l’archeologia non possa coprire alcuni aspetti centrali della ricerca storica è indubbiamente vero, ma è vero anche che per la storia della cultura materiale le fonti letterarie offrono in genere informazioni molto parziali, anche se apparentemente sistematiche: si pensi, a titolo d’esempio, agli scritti degli agronomi d’età romana (scriptores rei rusticae) che hanno trovato illustrazione compiuta e commento solo dalla prima indagine archeologica analitica di una grande azienda agricola schiavistica di età romana condotta su base stratigrafica nella villa di Settefinestre, in Etruria.

Se fenomeni connessi alla tecnologia, alle forme di sussistenza e di scambio sono più facilmente accessibili tramite l’archeologia, la scala delle difficoltà cresce a mano a mano che si vogliano attingere archeologicamente gli aspetti dell’organizzazione politica e sociale, della mentalità e dell’ideologia. Un sistema politico è qualcosa di molto elusivo in termini materiali. Tuttavia, a guardar bene, fenomeni essenzialmente politici connessi alla fondazione di un centro,  […] possono essere indagati anche attraverso le testimonianze archeologiche, e talvolta solo a partire da esse. è proprio dagli indicatori archeologici delle società più primitive che è stato possibile elaborare modelli di organizzazione sociale e politica utilizzabili anche per la comprensione delle società di piena età storica. In parallelo con l’uso delle fonti scritte (quando disponibili) è possibile analizzare:

 

  • I rapporti gerarchici esistenti fra diversi siti, identificando i centri dominanti nei vari periodi e le aree sottoposte al loro controllo, anche mediante l’applicazione di modelli geografici e di archeologia spaziale che investono uno dei grandi temi della storia tradizionale, come il rapporto fra città e campagna;
  • I diversi modelli d’insediamento, classificando gli abitati in base alla loro estensione e investigando la stratificazione sociale di una comunità attraverso lo studio delle residenze, analizzando le architetture degli edifici, la tipologia degli spazi, la qualità dei materiali impiegati e della loro posa in opera;
  • L’articolazione degli status sociali, che si palesa nelle tipologia delle sepolture (dalla fossa comune al mausoleo) e dei loro corredi, specchio della complessità delle relazioni che s’instaurano tra gerarchia sociale e gerarchia sepolcrale […];
  • Le strutture produttive e la rete degli scambi attraverso lo studio degli impianti di produzione e di quanto materialmente sopravvive delle merci nei luoghi del consumo: la loro presenza (o assenza), la loro abbondanza (o scarsità), certificate dalle carte di distribuzione, sono un punto di riferimento per la ricostruzione delle forme di interazione non solo economica ma politica e militare, e per la comprensione dei fenomeni di acculturazione.

 

Tutto ciò può costituire la premessa per una storia della cultura e della mentalità delle società passate. E ciò vale anche nel campo della storia dell’arte, dove lo studio delle iconografie può restituire messaggi che nessuna fonte scritta è in grado di trasmettere. C’è semmai da rammaricarsi che lo sviluppo troppo  precoce delle grandi imprese di scavo rispetto alla maturazione dei metodi d’indagine abbia comportato a questo riguardo tra XIX e XX secolo la dispersione di una quantità incalcolabile di informazioni archeologiche basilari, ad esempio nello sterro dei grandi santuari antichi, di cui sono andati in gran parte perduti i caratteri della loro organizzazione contestuale e del loro sviluppo nel tempo.

Ciò non toglie che anche le fonti materiali non sia per più versi parziali e spesso frutto di casualità. Questo limite può rappresentare tuttavia anche un elemento da cui trarre vantaggio, purché si valuti criticamente il grado di rappresentatività dei resti archeologici, e in particolare del campione esaminato, specie quando dai dati della cultura materiale si tenti di risalire agli aspetti sociali, economici e culturali della comunità che li ha prodotti […].

 

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Il mercante che divenne archeologo

Heinrich Schliemann a 68 anni (dagherrotipo del 1880).

Heinrich Schliemann a 68 anni (dagherrotipo del 1880).

in AA.VV., I segreti dell’Archeologia, Novara 2001.

 

Heinrich Schliemann nacque a Neubuchow, in Germania, il 6 gennaio del 1822. Compì studi da autodidatta e riuscì ad impadronirsi di diverse lingue antiche e moderne. Sempre in anni giovanili lesse Omero: una lettura destinata ad avere una grande influenza sul suo futuro.

La vita sembrava portare Schliemann lontano dagli studi: fu prima garzone di bottega, poi mozzo su un brigantino diretto in Venezuela, quindi fattorino di una ditta commerciale e contabile di un’impresa. Nel 1846 si trasferì a San Pietroburgo e dette avvio a una fiorente attività commerciale. Riuscì anzi, in breve tempo, ad arricchirsi attraverso abili speculazioni, in particolare nel corso della Guerra di Crimea (1854-1856).

Durante l’intenso e felice soggiorno pietroburghese compì un lungo viaggio negli Stati Uniti, riuscendo addirittura a prendere la cittadinanza statunitense che, in seguito, gli sarebbe tornata utile. Nel 1852 aveva sposato Katerina Lyscin.
Heinrich Schliemann era dunque un mercante affermato e stimato quando, nel 1863, liquidò la ditta e iniziò una nuova vita. Aveva 41 anni, che all’epoca non erano considerati – né erano – pochi. Gli interessi giovanili erano riaffiorati e i personaggi di Omero riempivano di nuovo le sue giornate. Decise di riportare alla luce i luoghi cantati dal poeta prestando una fede cieca ai suoi versi: sembrava un’impresa impossibile. Non lo scoraggiarono né lo scetticismo degli “addetti ai lavori”, né le perplessità dei suoi stessi amici: non si poteva abbandonare una posizione di prestigio nella vivace società pietroburghese per inseguire miraggi da adolescente. Fece tutto con la consueta caparbietà: letture intense, viaggi, anche una laurea in filosofia all’Università di Rostock. Dopo anni di ricerche, pensò di aver individuato il sito giusto. A quel punto si dette da fare per ottenere un permesso di scavo, che riuscì ad acquistare dal governo turco: nel 1871 iniziò finalmente gli scavi sulla collinetta di Hissarlik. Aveva visto giusto o era ancora lontano da quello che stava cercando? Gli sarebbero apparse le mura di Troia oppure stava cercando in un luogo sbagliato? Sarebbe riuscito a riportarle alla luce? A convincere gli altri che Troia era esistita davvero?

Arrivò il momento delle scoperte entusiasmanti e subito dopo l’ora delle polemiche con la scienza ufficiale. Allora Schliemann comprese, da uomo concreto quale era, che da solo non sarebbe stato in grado di continuare le indagini.

Planimetria del sito di Hissarlik (Troia), con indicazione delle varie fasi della città.

Planimetria del sito di Hissarlik (Troia), con indicazione delle varie fasi della città.

Gli scavi iniziarono e furono portati avanti a ritmi frenetici: Schliemann aveva al suo fianco la seconda moglie Sofia, tre collaboratori e circa 150 operai alle sue dipendenze. Il mercante divenuto archeologo voleva far presto, arrivare velocemente a una conferma – o anche a una smentita – della sua tesi. Dopo tre anni di campagne di scavo poté dare la notizia al mondo scientifico: la città di Troia era stata localizzata e quindi era esistita realmente. Il suo sogno di ragazzo, inseguito da adulto, era coronato.
Sulle ali del successo volle andare alla ricerca dei luoghi da cui erano partiti gli eroi cantati da Omero per giungere sotto le mura di Troia. Lasciò la Turchia e raggiunse la Grecia. Nel 1847 era già al lavoro a Micene. I risultati delle indagini furono subito di grande interesse: rinvenne infatti alcune tombe caratterizzate da corredi straordinariamente ricchi, in particolare di ori, nelle quali volle riconoscere le ultime dimore degli Atridi. Stava riscrivendo la sua personale Iliade.
Era ormai al centro di un interesse amplissimo, alimentato con un uso sapiente dei mezzi di comunicazione dell’epoca. Presto divenne protagonista anche del dibattito scientifico: i suoi metodi di scavo e soprattutto le sue conclusioni iniziarono ad essere criticati.
Certe sue interpretazioni, senza nulla togliere all’importanza della documentazione riportata alla luce, non potevano passare al vaglio della scienza ufficiale. Lui stesso ammise errori di valutazione: in una lettera all’archeologo italiano Giuseppe Fiorelli riconobbe con sincero rammarico di avere distrutto «tutte le costruzioni troiane che si trovano a una profondità compresa tra i 7 e i 10 metri».
I mesi esaltanti delle scoperte furono seguiti da quelli roventi delle polemiche, degli scontri, delle grane giudiziarie. Soltanto nel 1878 Heinrich Schliemann poté riprendere gli scavi sulla collinetta di Hissarlik: ripartiva da dove aveva iniziato, ma adesso era una persona più avveduta a cauta. L’entusiasmo iniziale non era venuto meno, me aveva compreso che non poteva proseguire le ricerche facendo affidamento soltanto sulle sue conoscenze e sul suo intuito: ciò che aveva riportato alla luce era troppo importante per non cercare collaborazioni e aiuto nel mondo della scienza ufficiale.

Alla stagione frenetica e gioiosa dello scavo, doveva seguire quella più fredda ma altrettanto necessaria della documentazione, dello studio e dell’interpretazione dei dati. Schliemann volle al suo fianco prima il professore berlinese Rudolf Virchow, poi l’archeologo e architetto Wilhelm Dorpfeld, direttore fino al 1912 del prestigioso Istituto Archeologico Germanico di Atene. Quest’ultimo, in particolare, noto per gli scavi magistrali condotti a Olimpia e a Tirinto, riuscì a dare un’impronta più rigorosa alle indagini.
La fama di Schliemann nella società dell’epoca non era stata intaccata dalle polemiche: nel 1881 venne nominato cittadino onorario di Berlino. Nello stesso anno diede alle stampe il volume Ilios, ricco di pagine autobiografiche nelle quali l’archeologo, ormai celebre, si lasciava andare a considerazioni e ricordi, alcuni dei quali risalenti all’infanzia. È così che conosciamo figure poco note che ebbero però un peso determinate nella vita di Schliemann, come Minna Meincke. Era figlia di un agricoltore di un villaggio vicino a quello dove viveva, da ragazzo, il futuro archeologo. Fu la sua compagna di giochi, la persona a cui di preferenza parlava di Troia e delle vicende degli eroi omerici. Ancora nel 1881, quando aveva già individuato Troia, Schliemann ricorda: «Ero destinato a realizzare i nostri progetti infantili di cinquant’anni fa soltanto nell’autunno della mia vita e senza Minna: lontano, molto lontano da lei».
I suoi interessi si estendevano ormai all’intero mondo greco e le campagne di scavo a Troia si alternavano con quelle in Grecia, dove non mancarono nuovi successi: il rinvenimento di una grande tomba a cupola, nota come Tesoro di Minia, a Orcomeno in Beozia (1880-81) e la scoperta del palazzo di Tirinto (1884). Fu anche a Creta nel 1886, compiendovi un sopralluogo approfondito, e nel 1890 era di nuovo a Troia.
La morte lo colse a Napoli, in attesa di tornare ad Atene e mentre aveva in animo di iniziare nuove ricerche.

La cosiddetta "porta dei Leoni" (dettaglio della decorazione scultorea), a Micene.

La cosiddetta “porta dei Leoni” (dettaglio della decorazione scultorea), a Micene.

Quale giudizio va dato, a più di cent’anni dalla morte, sull’opera di Heinrich Schliemann? La scienza ufficiale, o almeno una parte di essa, non accettò i suoi metodi d’indagine e il peso di questa valutazione ha influenzato il giudizio successivo.
Motivo per il quale ne sono stati messi in evidenza i limiti culturali dovuti a una preparazione da autodidatta, le speculazioni, gli atteggiamenti spregiudicati, gli scavi non accurati e finalizzati solo a riportare alla luce in breve tempo strutture e reperti di particolare valore storico-artistico trascurando altri meno spettacolari, ma altrettanto significativi sul piano storico.
In queste critiche, non possiamo negarlo, vi è una parte di verità: lo stesso Schliemann mostra di esserne stato consapevole. Ed è vero – come ha notato Antonio Giuliano – che in lui: «L’antichità classica non divenne mai cultura operante, non condizionò la ricerca di una maturità morale, fu solo curiosità, mondanità, spesso spunto di arrivismo».
Ma non dobbiamo dimenticare gli anni in cui egli operò, quando scelte per noi assolutamente non condivisibili erano considerate “normali”: quanti fra gli archeologi ufficiali dell’epoca scavavano secondo i metodi oggi seguiti, o che almeno vi si avvicinavano?
Quanti studiosi furono esenti da compromessi con il mondo politico coloniale, o lontani dalle speculazioni del mercato dell’arte che stava divenendo sempre più ampio e aggressivo? Schliemann fu un archeologo sul campo, che studiò le antichità non solo fra le pareti di un museo o di una biblioteca, ma vicino ai monumenti stessi e in diretto contatto con i materiali, e in questo è più attuale di tanti suoi illustri contemporanei. Un altro elemento di modernità della sua figura può essere riscontrato nella grande attenzione prestata alla divulgazione delle proprie scoperte, nell’alta considerazione che dimostrò per i media dell’epoca, nelle spiccate capacità manageriali: tutte doti che oggi vengono richieste in maniera sempre più pressante a un archeologo. Si tratta di considerazioni che vanno tenute presenti nel giudizio complessivo, ma occorre ricordare che per Schliemann fu sufficiente, con ogni probabilità, realizzare il suo sogno di ragazzo: riportare alla luce i luoghi che avevano visto le gesta degli eroi omerici.

La cosiddetta "Maschera di Agamennone", dal sito di Micene. Periodo Tardo Elladico Antico (1550-1500 a.C. ca.).  Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Αθήνας.

La cosiddetta “Maschera di Agamennone”, dal sito di Micene. Periodo Tardo Elladico Antico (1550-1500 a.C. ca.). Εθνικό Αρχαιολογικό Μουσείο της Αθήνας.

Il palazzo di Festo

di R.W. Hutchinson, L’antica civiltà cretese, Milano 1976, pp.78-84.

A Festo, nella Messarà, come a Cnosso, gli strati dell’Antico Minoico furono distrutti, quando il sito fu livellato per costruirvi il primo palazzo; perciò è spesso difficile, ad onta della lunga e accurata ricerca di una eletta schiera di archeologi italiani, determinare la forma degli edifici più antichi. Le prove della successione delle varie costruzioni sono state ben vagliate e riassunte da Luisa Banti; le sue deduzioni sono state rivedute e assoggettate all’esame critico di Nikolaos Platon, e nuove testimonianze sono state prodotte dai recenti scavi di Doro Levi nell’angolo sud-ovest dello stanziamento.

Planimetria del settore nord-est del Palazzo di Festo. Dopo gli scavi del 1908 di Luigi Pernier, in «Ausonia»,  Rivista delle Società Italiana di Archeologia e Storia dell'Arte.

Planimetria del settore nord-est del Palazzo di Festo. Dopo gli scavi del 1908 di Luigi Pernier, in «Ausonia», Rivista delle Società Italiana di Archeologia e Storia dell’Arte.

Il vasellame precedente la prima costruzione del palazzo era di tipo Medio Minoico I A, paragonabile a quello del deposito della Stanza dei tini di Cnosso. Pendlebury datò al Medio Minoico I B l’erezione del primo palazzo, ma la Banti obiettò che negli stessi depositi aveva trovato cocci del Medio Minoico I B, II A, II B e III A; il che poteva spiegarsi supponendo o che certi tipi di vasellame fossero durati molto più a lungo nella Messarà o che la cronologia di Evans fosse in qualche punto errata. Ella faceva risalire la distruzione del primo palazzo intorno al 1600 a. C. e dal sincronismo di questi vari stili della ceramica deduceva che il palazzo stesso non potesse esser durato più di centocinquanta-duecento anni, forse non molto più di cinquanta. La sua valutazione minima sembra bassa, ma la massima potrebbe essere esatta. In un esposto mirabilmente chiaro ella sottolinea la differenza fra i vasi trovati sui pavimenti – presumibilmente quelli che erano in uso al momento in cui il primo palazzo andò distrutto – e il vasellame dei detriti sovrastanti che comprende tipi anteriori di forme più varie, con maggiore abbondanza di ornamenti policromi e frequenti esempi di decorazione alla barbotine. Questo vasellame dell’inizio del Medio Minoico I A trova facilmente dei paralleli con quello di Cnosso e della grotta di Kamares, ma a Festo non fu mai trovato sul pavimento, tranne che nella casa di sud-ovest che Pernier considerò sempre contemporanea al primo palazzo, ma distrutta in epoca anteriore. Non si deve trascurare questo indizio; tuttavia non sembra giustificare la datazione del palazzo questa piccola stanza così poco importante, che potrebbe anche esser stata abbattuta fino al livello anteriore negli ultimi giorni del primo palazzo.

Brocca a beccuccio in «stile Kamares», da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1800-1700 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

Brocca a beccuccio in «stile Kamares», da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1800-1700 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

Preferirei, perciò, fissare la data del primo palazzo nell’ultima parte del Medio Minoico I B o, al massimo, all’inizio del Medio Minoico II A; tale data trova conferma negli scavi più recenti di Doro Levi, che rivelano tre stadi nella costruzione del primo palazzo di cui finora conoscevamo solo il più tardo. Nella seconda di queste fasi le stanze XXVII e XXVIII ne formavano una sola con partizione centrale e in questo deposito Levi trovò una splendida serie di vasi del Medio Minoico II A apparentemente non mischiati con altri stili. I resti più evidenti del primo palazzo sono nella corte ovest, dove la facciata del secondo palazzo venne retrocessa e i livelli più bassi delle stanze immediatamente dietro la precedente facciata ovest furono coperti dal lastricato della corte ovest, il che ci conservò la pianta di queste stanze del primo palazzo. L’attuale «area teatrale» che ci ricorda tanto quella di Cnosso, non esisteva nella stessa forma agli inizi del Medio Minoico, poiché l’ingresso ovest era solo uno stretto passaggio senza importanza: però l’area era, in un certo senso, più nettamente teatrale di quella di Cnosso, dato che la gradinata all’estremità nord della terrazza occidentale finiva contro una parete rocciosa a perpendicolo, e non poteva, ritengo, servire ad altro scopo fuor che quello di dar posto al pubblico che assisteva allo spettacolo (danza o parata che fosse) che si svolgeva nella corte ovest esterna.

Cratere in «stile Kamares» con gigli bianchi (realizzati con tecniche plastiche), da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1800-1700 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

Cratere in «stile Kamares» con gigli bianchi (realizzati con tecniche plastiche), da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1800-1700 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

Lo spazio compreso fra i gradini del teatro e l’ingresso ovest del palazzo era occupato da un santuario di tre stanze, di cui la centrale era più alta delle laterali, come quella dipinta in un affresco miniatura del Medio Minoico III a Cnosso o come il modello in oro di un santuario della Dea delle colombe trovato nella tomba a pozzo 3 a Micene. Delle tre stanzette dietro questa facciata, la seconda conteneva il banco per gli oggetti del culto comuni a tutti i santuari minoici. Sotto vi era la cappelletta più antica consistente soltanto di una trincea rettangolare scavata nella roccia con una cavità circolare nel mezzo. L’edicola tripla presumibilmente appartiene alla terza fase del primo palazzo di Levi e perciò non risale oltre il Medio Minoico II, probabilmente II B (cioè a circa il 1800 a. C. con un margine possibile di errore di alcuni anni). Nel 1953, Levi mise in luce un’altra stanza a est di quella scoperta in una precedente spedizione. Il carattere di queste due stanze, con il loro pavimento di gesso e zoccoli sormontati da pittura a fresco, e la qualità fine del vasellame del Medio Minoico II A resero evidente che non erano soltanto case antiche, ma chiaramente un’ala del primo palazzo: una stanza conteneva un piedistallo di stucco su cui poggiava una serie di bei vasi e altre due consoles pure di stucco. Qui fu trovata una specie di bussolotto per dadi in terracotta, contenente qualcosa che sembra corrispondere a un dado e cioè un piccolo disco d’avorio con i numeri indicati da punti d’argento intarsiati, e due possibili «pedine da scacchi» nella forma di una piccola testa di leone e uno zoccolo di bue, in avorio.

Disco di Festo (Lato A) in argilla, da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1700 a.C. ca.). Museo Archeologico di Herakleion.

Disco di Festo (Lato A) in argilla, da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1700 a.C. ca.). Museo Archeologico di Herakleion.

Sembrerebbe che le stanze segnate sulle più antiche piante di Festo come anteriori al primo palazzo, nelle parti sud-est e nord-ovest del sito, debbano esser considerate invece come appartenenti a quelle prime fasi del primo palazzo rivelate dai recenti scavi di Levi. Se il più antico palazzo di Festo fu distrutto dal terremoto del Medio Minoico II B che, come abbiamo detto, potrebbe essere collegato al grande cataclisma in Oriente che Claude F.A. Schaeffer pone nel 1730 a. C., i Cretesi della Messarà pare si siano ripresi rapidamente. Sulle rovine del primo palazzo, un edificio ancor più maestoso fu costruito; la facciata ovest fu retrocessa di sette metri e il pavimento della corte esterna ovest coprì le rovine del primitivo sacrario, che fu sostituito, non da un altro sacrario, ma da una grandiosa scalinata che conduceva a un imponente propileo o sala d’ingresso; da questa, in modo curiosamente indiretto, si accedeva alla corte centrale e al piano superiore. Alla corte centrale si poteva anche giungere attraverso la bella «area lustrale» o «stanza da bagno».
Ricordiamo che gli «accessi occidentali» ai palazzi di Cnosso, Mallia e Festo hanno un carattere comune: se sono imponenti sono molto tortuosi; se sono dritti sono molto angusti. La ragione può esser stata, in entrambi i casi, una misura di sicurezza; quello che si temeva, non era tanto un attacco straniero, quanto intrighi di palazzo e rivoluzioni locali.
Alcuni magazzini del primo palazzo furono coperti dal nuovo propileo, ma la corte centrale e i magazzini a nord furono incorporati nel palazzo nuovo. I magazzini immediatamente a nord dell’ingresso racchiudevano grandi giare da provviste, una delle quali conteneva ancora una certa quantità di vinacciuoli (i più antichi trovati a Creta). Ho proposto la data del 1900 a.C. (piuttosto del 2000 di Levi) come probabile per il primo palazzo, ma anche così è chiaro che a Festo abbondava la ceramica del Medio Minoico II A, quando nella Creta orientale il tipo corrente di vasellame era del Medio Minoico I B e nel nord della Creta centrale prevaleva ancora uno stile Medio Minoico I A progredito. Altre sottostrutture dei primi palazzi sono state scoperte da Levi sotto la parte occidentale della corte centrale. Tutt’intorno al palazzo sui pendii del colle vi erano case, l’esplorazione delle quali da parte degli Italiani è appena all’inizio, ma che già dimostrano come la città di Festo subisse le stesse vicende del palazzo.

Vassoio in argilla con ricca decorazione policroma a spirali, stringhe e tratteggi, da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1800-1700 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

Vassoio in argilla con ricca decorazione policroma a spirali, stringhe e tratteggi, da Festo (Creta). Periodo Protopalaziale (1800-1700 a.C.). Museo Archeologico di Herakleion.

Gli Italiani hanno avanzato l’ipotesi che l’ampliata corte ovest possa esser stata adibita a giostre di tori e che gli spettatori possano avervi assistito, non solo dai pendii, ma dalle stesse finestre del palazzo e che per questa ragione la scala che congiungeva la corte ovest alla piccola corte dell’ala di nord-ovest sia stata conservata e incorporata nel palazzo posteriore. Immediatamente a sud del grande sistema di propilei c’era un’importante serie di magazzini: questi mettevano sui due lati di un ampio corridoio, il quale all’estremità est dava su una sala a doppio colonnato (forse, come è stato supposto, un ufficio amministrativo per i tesori del palazzo) con un grande portico prospiciente la corte centrale. La parte sud del palazzo e quasi tutta quella est sono andate distrutte per causa di costruzioni posteriori o per l’erosione del suolo.
Il lato nord della corte grande era unito al quartiere nord del palazzo da un ampio corridoio, in origine forse scoperto. Il passaggio che conduceva agli appartamenti regali a nord era chiuso da una doppia porta fiancheggiata da due mezze colonne e da due nicchie ornate da affreschi. Il corridoio esisteva già nel primo palazzo, ma il pavimento fu innalzato nel secondo. I magazzini dalle due parti del corridoio formano due grandi rettangoli, che indicano le misure delle sale del primo piano, di cui costituivano le sottostrutture. Più a nord vi era la bella sala con il suo pozzo per la luce al centro (caratteristica degli edifici di Festo e Hagia Triada, che precorre gli atria classici di Pompei); sembra che servisse come anticamera alla splendida sala con i suoi due annessi, che è l’equivalente a Festo della sala delle doppie asce di Cnosso.
Da questa sala un corridoio a zampa di cane conduceva a un appartamento privato con bagno e gabinetto,
che in qualche modo corrisponde alle stanze della regina a Cnosso. Si osserva che scarseggiano le decorazioni a fresco: le stanze migliori a Festo si distinguono per la bella qualità della muratura e per l’uso assai abbondante del gesso per le porte, gli zoccoli e i pavimenti. Della città minoica di Festo poco possiamo dire, ma la natura del terreno dimostra che per la maggior parte deve essersi estesa sui pendii meridionali e sulla pianura sottostante.
Il secondo palazzo, a quanto pare, fu in gran parte distrutto, come quello di Cnosso, dal grande terremoto del Medio Minoico III – forse più distrutto ancora di quello di Cnosso, poiché non venne più ricostruito come palazzo. Fu rioccupato in parte, ma il principe regnante evidentemente decise che era meglio costruirne altrove un altro e il sito che scelse fu l’estremità occidentale dello stesso crinale su cui si trova Festo, posizione molto bella ma molto meno facile a difendersi: il che forse dimostra che la flotta minoica ancora dominava il mare intorno a Creta.
Sebbene di questo nuovo palazzo non si conosca il nome antico, e perciò dalla cappelletta medievale che vi si trova viene detto di Hagia Triada, e sebbene la prima costruzione ne sia stata effettuata nell’ultima parte del Medio Minoico III B, è meglio considerarlo in complesso come appartenente al periodo che segue.

L’arte minoica

di R.W. Hutchinson, L’antica civiltà cretese, Milano 1976, pp. 5-20.

L’arte minoica, cioè dell’Età del Bronzo cretese, differisce sensibilmente nello spirito, non solo da quelle contemporanee del Vicino Oriente, ma anche da quella che l’aveva immediatamente preceduta, l’arte cretese del Neolitico.
L’arte per l’arte sembra, non so perché, un’invenzione del Neolitico e compare, in ogni paese del mondo, quando la popolazione raggiunge quel dato stadio di civiltà; mentre l’arte del Tardo Paleolitico e le sue più recenti manifestazioni, quali le pitture nelle caverne della Spagna orientale o quelle, relativamente moderne, nelle grotte della Rodesia, si innestano su pratiche magiche. Infatti, sebbene il pittore traesse, senza dubbio, un godimento artistico dal suo lavoro, l’opera aveva lo scopo pratico di portare aiuto ai cacciatori. L’arte neolitica, invece, non è figurativa, ma in generale rigorosamente astratta: se rappresenta uomini, animali, uccelli, pesci o fiori, questi presto diventano modelli; e quegli elementi che, in origine, avevano avuto uno scopo pratico nella struttura dei vasi, diventano anch’essi modelli, che l’archeologo chiama disegni «skeuomorfici» perché traggono la loro morphḗ, o forma, dallo skeuos o articolo domestico su cui hanno adempiuto originariamente una funzione pratica. Così i punti delle cuciture di una bottiglia di cuoio o le costure o i chiodi di un recipiente di metallo possono essere dipinti come motivi «skeuomorfici» sulle imitazioni fittili di quei recipienti.
L’arte per l’arte del vasaio neolitico può essere stata incrementata dalla vita agricola sedentaria di quel tempo, ma qualunque ne fosse la causa, è chiaro che anche i Cretesi neolitici si conformarono alla regola generale. Il vasellame della più antica Età del Bronzo a Creta continuò a essere adorno soltanto di motivi assai semplici di tipo rigorosamente geometrico, come linee verticali o diagonali, a volte a controtaglio, punti incisi o semicerchi: un repertorio misero e privo di ispirazione, ma del tutto scevro di suggestioni magiche. Non possiamo, evidentemente, parlare di un’arte comune a tutta Creta, nell’Antico Minoico I (2400-2300 a.C.), periodo che si distingue per l’infiltrazione di piccoli gruppi di coloni di provenienze diverse, ciascuno con vasellame di un suo proprio stile: infatti la fusione di questi vari elementi di popolazione non era ancora del tutto completa quando stava per iniziare il Medio Minoico I (1950 a.C.).
Le origini di tali gruppi di coloni possiamo soltanto supporle, deducendole dalle affinità artistiche dei loro prodotti: la terraglia decorata dell’Antico Minoico II e il vasellame Vasiliki hanno appunto affinità con certi vasi anatolici; il vasellame di Pirgo ne ha con la varietà «Pelos» delle Cicladi.
I disegni rettilinei dei vasi dell’Antico Minoico III erano solo una continuazione o un’elaborazione di quelli del periodo precedente – linee a zig-zag con triangoli, fasce di “V”, modelli simili ai triglifi e alle metopi del fregio dorico ecc. Più importante della decorazione rettilinea, fu l’introduzione degli ornati curvilinei, che non erano quasi mai apparsi prima, tranne sotto forma di semicerchi concentrici sul vasellame Antico Minoico II; mentre ora si incontrano cerchi riempiti di colore, o di tratteggi e altri disegni anch’essi a tratteggio. Spirali continue (il modello è cicladico) appaiono talvolta congiunte da una curiosa voluta a forma di foglia. Lieve e timido si presenta da principio quest’incipiente interesse per la scienza naturale: il più divertente esempio ne è un coccio in cui il solito motivo dei triangoli opposti, o a «farfalla», è stato trasformato in una capra, con l’aggiunta di una testa con un paio di corna al vertice di uno dei triangoli. Forse questa nuova arte naturalistica può esser nata nella Messarà, poiché è rara sul vasellame ma evidentissima sui sigilli d’avorio che nelle grandi tombe rotonde della Messarà sono frequenti. Qui abbiamo non solo disegni vivaci, anche se alquanto primitivi, di uomini, animali, uccelli, scorpioni, pesci e perfino navi; ma anche motivi di meandri e di spirali quadruple, che trovano il miglior raffronto in quelli egizi. Uno tra gli animali preferiti in questi sigilli è il leone, che esisteva ancora sul continente greco e naturalmente in Siria; ma non a Creta […].

Brocca con decorazioni stilizzate, stile Kamares (Medio Minoico II).

Brocca con decorazioni stilizzate, stile Kamares (Medio Minoico II).

Decorazioni a spirale.
L’origine della decorazione a spirale, in linea generale, non ci interessa qui, e io ritengo, del resto, che abbia avuto più di una origine: si può nei singoli casi farla derivare dagli avvolgimenti di filo d’oro o di rame, o dalle spire di certe conchiglie o dalla torsione delle fibre tessili; ma nessuna di queste teorie regge, se vogliamo considerarla l’unica sorgente di tutti gli ornati a spirale. È chiaro, per lo meno, che questa moda si diffuse nel Levante verso la fine del III millennio a.C. In Egitto è documentata da piccole volute su scarabei del Primo Periodo Intermedio, da cui si sviluppano quattro, o talvolta sei, spirali connesse fra loro, che determinano una superficie approssimativamente quadrangolare. Spirali quadruple simili compaiono a Creta sulle basi di sigilli d’oro o d’avorio della Messarà e su una pyxis in pietra della thólos B a Matanos. Tale modello ha la possibilità di svilupparsi in una rete di spirali del tipo in voga in Egitto durante la XVIII dinastia e a Creta, come pure sul continente greco, nella tarda Età del Bronzo.

La torsione come principio decorativo.
Il primo tentativo reale di studiare i principî fondamentali dell’arte minoica fu compiuto da Friedrich Matz, nel suo lavoro sugli antichi sigilli cretesi in pietra, in cui distingueva due sistemi fondamentali di decorare un vaso, che possiamo tradurre come «decorazione a zone» e «decorazione di superficie». Arne Furumark, nelle sue opere sul vasellame miceneo, preferisce, per gli stessi due metodi, i termini di «decorazione tettonica» e «unitaria». La caratteristica particolare della decorazione minoica di superficie, che Matz per primo osservò, è la tendenza verso la «torsione» o i motivi attorcigliati. La decorazione a zone, in cui prevalgono fasce orizzontali di ornati è veramente «tettonica», nel senso che dà rilievo alla struttura del vaso, il punto di maggior larghezza, la bocca e il collo, i manici, il piede. La decorazione «di superficie» o «unitaria», invece, tratta tutto il vaso come un campo libero per un unico disegno, o anche parecchi disegni indipendenti, senza sottolineare un particolare elemento strutturale del vaso. Se la base di un sigillo da impressione cilindrico o rotondo porta sulla circonferenza un fregio con animali, o anche due animali disposti uno a rovescio dell’altro (che è il fregio circolare ridotto alla forma più semplice), basta far girare il sigillo per ottenere l’effetto del movimento; ma non è questa la torsione. La torsione si ha quando un motivo che dovrebbe correre verticalmente od orizzontalmente gira, come la spira di un cavatappi, attraverso la superficie da decorare. Ciò può avvenire in ornati puramente rettilinei, ma non c’è forse da sorprendersi che sia stato più comune dove erano in voga le spirali, come nella zona egea e del bacino danubiano.

Vaso a doppia ansa con collo allungato, Antico Minoico I, Mitsotakis Collection.

Vaso a doppia ansa con collo allungato, Antico Minoico I, Mitsotakis Collection.

In realtà Matz, nel suo libro sui sigilli cretesi, tendeva a considerarlo un elemento europeo nella cultura minoica, ma nel suo più recente articolo sulla torsione, ha sottolineato il fatto che, sebbene la torsione fosse certamente una caratteristica di ampie zone dell’Europa centrale e orientale, lo era anche di una non piccola parte del Levante, in cui andava compresa non solo la zona egea, ma anche l’Anatolia sudorientale, che esercitò un’influenza tanto grande su Creta, sulle Cicladi e sul continente greco all’inizio dell’Età del Bronzo. Matz ha messo a confronto lo stile a torsione con quelli più ampiamente diffusi della Winkelband o «linea a zig-zag» e del «sistema a meridiani», partizione verticale che, in una forma o nell’altra, si presenta in moltissime parti del mondo antico; ed è giunto alla conclusione che l’origine della torsione come principio estetico va ricercata più in Anatolia che in Europa. Quanto afferma Matz sulla diffusione della torsione sembra logico e non è incompatibile con l’idea mia personale che possa avervi contribuito la tecnica di decorare la superficie mentre il vaso veniva fatto girare su una stuoia. E, invero, la tecnica di fabbricazione può avere contribuito anche in parte a sviluppare i sistemi della fascia a zig-zag e dei meridiani. Le fasce a zig-zag sono comuni, se pure non inevitabili, nei lavori in vimini; così che il Winkelband può considerarsi un ornato «skeuomorfico» da essi derivato, anche se i vasai che svilupparono questo tema non se ne resero conto.
Analogamente, la decorazione a meridiani può discendere da fiaschette di cuoio con cuciture verticali, sebbene solo qualche volta si possa accertare con sicurezza tale derivazione. Quanto alla torsione, io credo che l’idea ne potesse sorgere naturalmente, quando un vasaio dipingeva il vaso mentre lo girava su una stuoia o altro simile appoggio: tutti i vasi fatti a mano debbono esser fatti ruotare durante la lavorazione, a meno che non siano di così grandi dimensioni che debba invece essere il vasaio a girarvi intorno. Quando nella lavorazione delle ceramiche venne introdotto il tornio, questo veniva di solito fermato prima di procedere alla decorazione (a meno che non si trattasse di ornati molto semplici, a fascia) e se poi qualche ornato fosse stato eseguito col tornio ancora in moto, sarebbe stato facile accorgersene. Ma nel caso di vasi girati su una stuoia, il movimento sarebbe stato tanto lento e facilmente regolabile, che non avrebbe opposto difficoltà al lavoro di decorazione; e avrebbe dato luogo a quegli effetti di torsione che più tardi sarebbero stati continuati appositamente come motivo estetico. Altre cause, senza dubbio, contribuirono a creare lo stile a torsione, ma mi pare significativo che i più antichi motivi di questo tipo sembrino presentarsi su vasellame fatto a mano o girato a mano e non compaiano affatto in Mesopotamia, Siria ed Egitto dove la ruota da vasaio era stata introdotta molto presto. Nella regione egea vera e propria, la torsione predomina soprattutto a Creta ed è più rara nelle Cicladi e nel continente, finché non vi riappare sotto l’influenza cretese, all’inizio della tarda Età del Bronzo.

Palazzo di Cnosso, Megaron della Regina

Palazzo di Cnosso, Megaron della Regina

L’arte minoica e la eidetica.
È vero che possiamo considerare la civiltà minoica come la prima d’Europa, distinta dalle culture del Nord, semibarbare, anche se spesso di elevato livello artistico; ma questo non spiega le straordinarie qualità dell’arte minoica nei periodi medio e tardo, qualità meno evidenti durante il periodo antico. L’arte minoica non è soltanto dissimile da quelle che l’avevano preceduta; è dissimile anche da tutte quelle che la seguirono, eccezion fatta per le arti che influenzò direttamente, come la micenea e la cicladica. G.A. Snijder offrì un’ingegnosa spiegazione di tali peculiarità, ammettendo che fossero caratteristiche della produzione artistica di un gruppo di persone che gli psicologi chiamano «eidetici» e facendo osservare che caratteri simili si notano anche nell’arte del Tardo Paleolitico in Spagna e in Francia e in corrispondenti culture di tempi più recenti, come la scuola spagnola orientale o le pitture dei Boscimani in Rodesia.
Si tratta di un fenomeno rarissimo fra gli Europei adulti e non molto comune fra i bambini, ma ben accertato. Proprio come chi guardi il sole o una lampada accesa e poi un muro nudo vede per un secondo o due una piccola luce rosso-cupa, così un eidetico continua a vedere un’intera immagine o un paesaggio, quando trasferisce lo sguardo a una superficie vuota. Questa visione, che non è soltanto un dipinto della mente, si chiama eidos e le persone che sono soggette ad averla sono dette «eidetiche». Il fenomeno fu studiato per primo dallo scienziato tedesco Erich Rudolf Jaensch, che pubblicò i risultati delle sue ricerche nel 1933, in un’opera intitolata Die Eidetik.
I bambini affetti da eidetismo sono talvolta incapaci di distinguere chiaramente le loro visioni eidetiche da quello che vedono in modo normale; è questa la fase detta di unità eidetica e di solito non dura a lungo; ma può protrarsi in soggetti di intelligenza scarsa o di sviluppo ritardato; e alcuni seguaci di Jaensch presumono che il fenomeno possa aver maggiore ampiezza e durata nei popoli primitivi. La capacità minoica di ritrarre figure in rapido movimento, in modo così vivido che raramente se ne trova l’eguale prima dell’invenzione della fotografia, sarebbe facile a spiegarsi ammettendo che i Minoici fossero eidetici; poiché allora l’artista avrebbe dovuto soltanto tratteggiare il contorno della sua visione. A questa grande agevolazione si accompagnano però certi difetti: l’artista eidetico è incline a concentrarsi sul contorno e a trascurare la struttura ossea interna, che nella sua visione non appare; perciò le sue figure tendono talvolta ad essere leggermente materiali, a fluttuare nell’aria piuttosto che poggiare salde sul terreno.
La teoria di Snijder […] è stata sostenuta fino a un certo punto da John D. Pendlebury […]; ma […] si può spiegare il realismo degli affreschi minoici affermando che l’artista aveva del suo soggetto una visione eidetica? Gli affreschi possono forse sembrarci vivi e naturali, in confronto alla bellezza splendida, ma più formale, delle pitture murali egizie; ma non sono rappresentazioni quasi fotografiche come i bisonti di Altamira in Spagna. Anzi, nelle pitture minoiche troviamo abbondanti elementi convenzionali, alcuni dei quali presi chiaramente a prestito dall’Egitto, come i motivi di processioni o la distinzione fra il colorito rossastro degli uomini e bianco delle donne; ma ve ne sono altri che sembrano indigeni. Di tutti i convenzionalismi dell’artista cretese, il meno eidetico è il modo in cui naturalizza il fior di loto. Il disegno fotograficamente corretto di questa pianta, che si trova nei dipinti egizi, era troppo rigido per sembrar reale all’artista minoico, che procedette a migliorare il fiore, dipingendo un loto se non «di grandezza naturale» almeno «il doppio del naturale».

Il cosiddetto 'Affresco degli oranti'. Particolare - figura femminile. Da Xeste 3, Akrotiri. Museo della Preistoria di Thera.

Il cosiddetto ‘Affresco degli oranti’. Particolare – figura femminile. Da Xeste 3, Akrotiri. Museo della Preistoria di Thera.

La tendenza idealista cretese è messa bene in evidenza da Henry R. Hall nel confronto che egli fa fra il gatto dell’affresco di Hagia Triada e quelli delle pitture egizie della XII e della XVIII dinastia: i Minoici presero a prestito l’idea dall’Egitto e il loro gatto è in un certo senso migliore di quello egizio, in un altro peggiore. Dà l’idea dell’animale, furtivo e crudele, più che non quello dei dipinti d’Egitto, da cui non riceviamo quasi affatto tale impressione; quest’ultimo è più accurato nei dettagli, è un ritratto corretto dell’animale in riposo, anche quando, come nell’esemplare della XVIII dinastia, è introdotto goffamente in una scena che intende rappresentare un’azione, sebbene tutti gli attori, a eccezione forse delle farfalle, siano calmi e pacifici nel gesto quanto il gatto stesso. Paragonategli il gatto cretese, che non è ben disegnato, ma dà un’impressione possente e verace dell’animale a caccia. Hall procede, poi, a confrontare la concezione puramente egea di una rondine in volo, come la vediamo su un coccio di Milo, con la scialba riproduzione di un’oca egizia trovata nello stesso sito a Filacopi. Anche nella tarda Età del Bronzo si può vedere la differenza fra l’arte minoica e quella egizia. Gli ottopodi e i delfini del Tardo Minoico I non sono disegnati esattamente nei particolari, ma sono meravigliosamente vivi, mentre i pesci e i granchi del Mar Rosso nel rilievo della regina Hashepsut a Dair al-Babri sono accurati e senza vita come le riproduzioni dei trilobiti in un testo di paleontologia. Forsdyke sottolinea la stessa caratteristica in una delle tazze d’oro di Vafiò: «Il toro catturato mugghia furibondo e si gira sui quarti posteriori nel senso sbagliato. Tale distorsione è manifestamente impossibile, ma l’artista minoico non si preoccupa dell’esagerazione, in quanto serve a dar più veemenza alla lotta possente e a poter disporre le zampe come meglio si adattano al suo scopo».
Senza dubbio l’artista eidetico, ipotizzato da Snijder, sarebbe stato più accurato e meno idealistico nel suo disegno: le imprecisioni dell’arte eidetica sono di diverso tipo e consistono nel mettere insieme in modo incongruente particolari che, uno per uno, sono fotograficamente esatti.

Epifania fra i fiori, anello d'oro da Isopata, Hiraklion, Museo Archeologico.

Epifania fra i fiori, anello d’oro da Isopata, Hiraklion, Museo Archeologico.

Henriette A. Groenewegen-Frankfort parla dell’«assoluta mobilità» e della «libertà priva di impacci» delle figure minoiche, uomini e animali, e dell’evidente piacere dell’artista nel ritrarre il movimento… «Vi è un senso di vita, anche quando non appaiono esseri viventi… Ciò non solo da una coerenza dinamica a motivi disparati, ma dà ad ognuno di essi una curiosa indipendenza, come se fossero carichi di vitalità». Essa fa anche notare che il movimento predominante in un senso è spesso frenato da un contro-movimento in senso diverso, come negli animali in galoppo sfrenato con la testa volta indietro o nell’uomo che cade, nel Vaso dei mietitori di Hagia Triada.
Snijder tentò anche di discernere caratteristiche eidetiche nella scultura, nell’architettura e perfino nel vocabolario minoici. L’architettura minoica era certo piuttosto strana e casuale, così che è stata giustamente qualificata come «agglutinante», perché stanze e ali di fabbricato di varie forme e misure venivano aggiunte, via via che se ne presentava la necessità. Ma io dubito che fosse molto più «agglutinante» del piano della City di Londra, che dai tempi medievali in poi si è estesa soprattutto per accrescimento cellulare; né vedo una grande rassomiglianza fra il palazzo minoico e un accampamento di nomadi (a cui Snijder lo paragona), poiché quest’ultimo è disposto, di solito, secondo un piano molto più semplice e regolare, per rispondere alle esigenze della difesa in caso di un attacco improvviso. Si deve notare che i confronti più felici di Snijder, fra arte minoica e arte eidetica, non sono quelli che si riferiscono all’Antico Minoico – come ci sarebbe da attendersi, se si trattasse veramente di una caratteristica primitiva, ma piuttosto quelli relativi al Medio Minoico III. Sarebbe, quindi, più agevole spiegarli supponendo che un pittore di affreschi dotato di visione eidetica avesse avuto un’influenza preponderante, e fors’anche creato una scuola sua, anziché cercando di interpretare tutta l’arte minoica in termini di visioni eidetiche.

Fiaschetta globulare in argilla di stile 'marino', raffigurante un polpo. Proveniente dal sito di Palaikastro,  è datata al Tardo Minoico I (1500 a.C. ca.) ed è conservata al Museo Archeologico di Iráklion.

Fiaschetta globulare in argilla di stile ‘marino’, raffigurante un polpo. Proveniente dal sito di Palaikastro, è datata al Tardo Minoico I (1500 a.C. ca.) ed è conservata al Museo Archeologico di Iráklion.

Policromia minoica nel vasellame e negli affreschi.
La tendenza al naturalismo dei disegni geometrici, appena percettibile nel vasellame dell’Antico Minoico III e Medio Minoico I A, diviene sempre più evidente nello stile del Medio Minoico I B. I disegni puramente geometrici, quali i triangoli tratteggiati o le spirali, non solo si alternano ora a rami, a ghirlande di margheritine, a fiori triplici, ma si intrecciano ad essi, così che da un disegno che comincia con una spirale pendente, tutt’a un tratto fiorisce un ciuffo di bacche. Fra i disegni nuovi e la svastica (motivo antichissimo in Mesopotamia, ma nuovo per Creta). La forma più comune di policromia, specialmente sulle tazze, è la ripetizione dello stesso motivo alternativamente in bianco e arancione sul solito fondo nero. Il vecchio principio della torsione ancora compare nella disposizione diagonale di molti motivi: uno di questi disegni a torsione, il corteo degli scorpioni, è dell’Antico Minoico III; ma gli scorpioni sono ora disposti come foglie a due lobi, unite da uno stelo. Anche frequenti sono le grandi macchie rotonde, disposte talvolta come un fregio, talvolta a formare i nodi di una rete.

Brocca in argilla, ceramica tipo 'Agios Onoufrios' (Antico Minoico I).

Brocca in argilla, ceramica tipo ‘Agios Onoufrios’ (Antico Minoico I).

Altra forma di decorazione, non comunissima nella Creta settentrionale, ma molto diffusa nella Messarà, è il cosiddetto tipo «a barbotine», che di solito consiste di strisce sottili di argilla applicate, per lo più nello stile a torsione, su brocche con becco a punta e senza ornati dipinti, o almeno pochi e semplicissimi. Un altro tipo a superficie lavorata per mezzo di un apposito strumento, in modo da formare punte simili a spine di rose, è più caratteristico del Medio Minoico II.
Nella parte orientale di Creta, il vasellame decorato in questo stile Medio Minoico I B, non solo appare alquanto prima che nel centro dell’isola (1900? a. C. invece che 1870?), ma continua per tutto il Medio Minoico II, quando a Cnosso e a Festo è in voga il vasellame che conosciamo come Medio Minoico II A e B.
Fra i colori dei vasi del Medio Minoico I B compaiono una variante del vecchio giallo-arandone, un rosso nuovo che si avvicina al tono del cremisi e un bianco brillante che viene adoperato non solo per singoli ornati, ma anche per rivestire zone o pannelli di «spine» a borbotine, fra aree adorne di disegni policromi (specialmente nella Messarà). Fra le forme preferite sono «fruttiere», vasi «con beccuccio a ponte», brocche con becco a punta, «tazze da te», «tazze di Vafiò»; e a Cnosso e lungo la costa settentrionale fino a Gurnià, calici con manici a nastro e orlo increspato, ad evidente imitazione di un tipo metallico (un vaso d’argento di questa forma è stato effettivamente trovato in una tomba di Gurnià). Questi calici sono molto importanti dal punto di vista cronologico, poiché si ricollegano chiaramente – e forse sono contemporanei – ad alcuni vasi ittiti trovati nella quarta città di Bogazköy o nella città detta Alis,ar II in Cappadocia.

Figure a tutto tondo.
Dal Medio Minoico I sono sopravvissute ben poche opere plastiche d’importanza. La moda di scolpire i manici dei sigilli d’avorio a forma di animale o di uccello, così diffusa nell’Antico Minoico III era decaduta; e solo una figura di steatite, quella trovata nella tomba rotonda di Porti nella Messarà, può probabilmente essere assegnata a questo periodo, poiché le proporzioni e la modellatura mostrano un notevole progresso rispetto a tutte le figure umane precedenti.
Figure del Medio Minoico I di minor pregio sono invece abbastanza numerose fra le offerte ai vari «santuari delle vette» e comprendono statuette d’uomo, di donna, di animali o parti di esse. Gli esemplari più antichi sono quelli della casa ovale di Chamaizi, nella Creta orientale: sono figure maschili in piedi, con la mano destra levata al mento e la sinistra alla cintura, cui è appesa una piccola daga; e figure femminili anch’esse in piedi con entrambe le mani levate al mento, una lunga gonna rigonfia e un rotolo sulla testa che può essere interpretato come un berretto tipo scozzese o come un’acconciatura dei capelli. Statuette di data meno antica, trovate nei santuari delle vette, sono della specie resa familiare dalle scoperte compiute a Petsofà, il santuario sopra Paleocastro. Due frammenti di una figura dipinta in stile Medio Minoico II sono stati rinvenuti nella seconda città di Filacopi nell’isola cicladica di Milo. Tali figurine rappresentano chiaramente l’arte popolare del tempo; ma di quelle d’oro, di bronzo o d’avorio, che devono pure, senza dubbio, essere esistite, nulla ci rimane salvo la già citata statuetta di Porti. Noi, perciò, non siamo in grado di far congetture su quali siano state le opere migliori dei modellatori e scultori minoici del tempo: così come non potremmo giudicare l’opera di Fidia, se i marmi del Partenone fossero andati distrutti e dovessimo ricostruirne le probabili forme dalle placche e dalle statuette votive d’argilla a buon mercato dell’acropoli ateniese.

Sigillo in agata. L'incisione raffigura una 'taurocatapsia' (il salto del toro), tipico rituale minoico.

Sigillo in agata. L’incisione raffigura una ‘taurocatapsia’ (il salto del toro), tipico rituale minoico.

Nel Medio Minoico II B (1830-1700 a. C.) cominciamo ad incontrare bei sigilli in pietre dure scolpiti in stile naturalistico. Questa evoluzione era dovuta sia a una crescente padronanza della materia prima da parte dell’artista, che ora usava un trapano tubolare e una sega, oltre al bulino, e poteva quindi incidere pietre dure come l’agata, il cristallo e lo smeraldo; sia al fatto che l’invenzione della scrittura lineare aveva fornito un sistema facile di corrispondenza mediante targhe d’argilla, e reso quindi il sigillo un mezzo meno importante per l’invio di messaggi.
I sigilli erano ormai articoli di lusso piuttosto che di necessità per gli affari e chi li ordinava poteva pagare la manodopera di bravi artigiani: infatti la grazia e la raffinatezza dei migliori sigilli del Medio Minoico II B non sono mai state superate. Sigilli prismatici, a tre o quattro facce, continuavano a essere prodotti, ma le incisioni più belle si trovano sui cilindri schiacciati su quelli lenticolari o a forma di fagiolo, sui sigilli a disco con disegni su entrambe le facce piane o con una faccia modellata a manico; sui sigilli ufficiali (forma copiata dagli Ittiti dell’Asia Minore). Un disegno che ricorre su parecchi esemplari del Medio Minoico II B e Medio Minoico III A fu confrontato da Pendlebury a un cherubino del periodo di Giacomo I in Inghilterra e da Evans a una maschera della dea babilonese Ishtar; io invece mi sono chiesto se non fosse una modificazione del disco del sole alato d’Egitto, trasformato in un viso sogghignante dall’irriducibile artista minoico. Ad ogni modo, qualunque sia l’origine di questa trovata, penso che abbia probabilmente ragione Marinatos quando l’associa alle facce dei sigilli o delle cretule di Mochlos, Festo e Zakros e alle rappresentazioni greche arcaiche delle maschere delle Gorgoni.

Statuetta in faience della Dea dei Serpenti, dal ricettacolo del tempio di Cnosso, Periodo Neopalaziale, Museo Archeologico di Iraklion.

Statuetta in faience della Dea dei Serpenti, dal ricettacolo del tempio di Cnosso, Periodo Neopalaziale, Museo Archeologico di Iraklion.

Appartiene anche al Medio Minoico II B un unico scarabeo di ametista trovato negli strati inferiori della grotta di Psychrò, che per il materiale e la modellatura dovrebbe essere opera egizia della XII o al più della XIII dinastia, ma che porta sulla base un disegno minoico consistente di due brocche con becco a punta e alcuni cerchi concentrici intorno a un oggetto che viene abitualmente interpretato come un sole raggiante. Il naturalismo, che doveva presto fiorire negli affreschi, appare già in pieno sviluppo nei sigilli. Un bel cilindro appiattito in cristallo di rocca mostra un ibex cretese che salta sulle rocce native, con un albero nello sfondo – scena perfetta, che Xan Fielding così efficacemente descrive nel libro The Stronghold:

Senza mezzo di propulsione apparente (poiché le gambe in movimento erano invisibili) e con le spalle appiattite dalla prospettiva e seminascoste nella polvere, veniva avanti con uno slancio orizzontale, attraverso la rupe una testa senza corpo, sospesa nell’aria per le corna.

Questa è certo la più bella descrizione della posa che gli archeologi chiamano «galoppo volante» e che l’artista minoico amava ritrarre. La descrizione di Fielding spiega forse perché tante antiche raffigurazioni dell’ibex ce lo mostrino con la testa e le corna troppo grandi rispetto al corpo. In quanto alle statuette d’avorio che si trovano ora nei musei d’Europa e d’America e che si dicono provenienti da Creta, è meglio seguire Nilsson e non citarle fra i documenti d’arte minoica: tuttavia la Dea dei serpenti in oro e avorio di Boston è considerata di solito autentica e la figura di Toronto, nota come «Nostra Signora dei giochi», che porta il vestito maschile per la lotta nell’arena come le dame dell’Affresco dei toreri, presenta una forte rassomiglianza con le figure dei saltatori del deposito Tardo Minoico.

Affresco parietale dall'ala est del palazzo di Cnosso. Particolare della 'Taurocatapsia'. Il dipinto è conservato al Museo Archeologico di Iráklion.

Affresco parietale dall’ala est del palazzo di Cnosso. Particolare della ‘Taurocatapsia’. Il dipinto è conservato al Museo Archeologico di Iráklion.

Il Neolitico greco

di D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 1989, pp. 41-45.

La memoria storica dei Greci non si spinge molto oltre la metà del II millennio a.C. Il loro modo di esprimere l’affievolirsi della memoria storica nel suo movimento verso l’alto è proprio nel datare intorno a quell’epoca le unioni degli dèi con gli esseri umani, cioè l’inizio di quell’età degli eroi, che si protrae fino al periodo che i Greci stessi collegano con l’invasione dorica. È naturale che si individuino già così due date (intorno al 1500 e intorno al 1100 a.C.), a cui corrispondono altrettante cesure della storia greca.

Grotta di Franchti (Argolide), VI millennio a.C.

Grotta di Franchti (Argolide), VI millennio a.C.

Ma una storia dei Greci non può non essere preceduta da una storia della Grecia, da una descrizione della cultura, nel senso più lato, dell’ambiente in cui essi penetrarono. C’è dunque una Grecia prima dei Greci. Ha poco senso risalire sino alle espressioni del Paleolitico, che poco presentano di peculiare rispetto alle altre aree del Mediterraneo orientale. Se storia è, d’altra parte, un concetto strettamente collegato ai processi di formazione e di sviluppo di una società, converrà prendere le mosse da quell’epoca in cui gli abitanti, non ancora indoeuropei (e in questo senso non ancora greci), della penisola greca, cominciarono a darsi forme organizzate dalla vita sociale archeologicamente documentabili. Quest’epoca è il Neolitico, la “età recente della pietra”, quando si intravedono espressioni di gruppi umani, già viventi in condizioni di sedentarietà ed esercitanti attività produttive quali l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. A questo livello di sviluppo corrispondono forme di insediamento e di abitazione e prime espressioni artistiche.
Il periodo neolitico nel Medio Oriente comincia già dall’VIII millennio a.C.; in Grecia si ritiene iniziato circa un millennio dopo, per squadernare poi le consuete fasi della periodizzazione tra il VI millennio (Neolitico Antico), il V (Neolitico Medio) e il IV (Neolitico Recente). La vigilia (Mesolitico) del Neolitico Antico, e gli inizi di questo periodo, ricevono la definizione di periodo preceramico (fondamentali le scoperte fatte a Franchti, in Argolide), il Neolitico si qualifica anche per l’avvento della ceramica, con la produzione, in primo luogo, di figurine in terracotta, antropomorfe, rappresentanti divinità o personaggi trapassati; accanto ad esse, anche elementari forme di vasi. Le analogie con prodotti anatolici ci sono, ma non sono per quest’epoca ancora dimostrative di influssi diretti.

Ciotole del Neolitico Antico (VI millennio a.C.), dal sito di Franchti (Argolide).

Ciotole del Neolitico Antico (VI millennio a.C.), dal sito di Franchti (Argolide).

Poco è noto del Neolitico Antico in Grecia, ma sufficiente per stabilire una notevole analogia, e forse antinomia, di sviluppi tra la Tessaglia e la Macedonia, a nord, e il Peloponneso meridionale o tra Sciro nel mar Egeo e Leucade nel mar Ionio. Già appaiono primi esempi di abitazioni a pianta quadrangolare (Nea Nikomedia presso Veroia, in Macedonia), con mura di argilla. Ma una facies assai più caratterizzata, senza però tracce di vera rottura con la fase precedente, compare col Neolitico Medio (4000 a.C. circa). Gli scavi degli archeologi greci Chr. Tsountas agli inizi del XX secolo e del più recente D.R. Theocharis sull’acropoli di Sesklo, nella Tessaglia sudoccidentale, presso il golfo di Volo, quello di Vladimir Milojčić a Otzaki Magula presso Larissa, danno un quadro della capacità dell’uomo del Neolitico Medio, in Grecia, di dar vita a forme primitive di insediamento preurbano.

Ricostruzione della città alta (acropoli) di Sesklo, in D.R. “Theochares, Neolithikos politismos. Suntomi episkopisi tis neolithikis ston helladiko choro”, Athens 1993, Figure 43.

Ricostruzione della città alta (acropoli) di Sesklo, in D.R. “Theochares, Neolithikos politismos. Suntomi episkopisi tis neolithikis ston helladiko choro”, Athens 1993, Figure 43.

Le abitazioni, di forma rettangolare, presentano uno zoccolo in pietra e un alzato in mattoni crudi; sarebbe ingiusto negare in assoluto l’esistenza di fortificazioni: i raggruppamenti di case sono infatti protetti, oltre che dalle difese naturali dell’acropoli, anche da elementi integrativi di fortificazioni artificiali. Continua, anzi si arricchisce, la ceramica, che presenta elementari decorazioni consistenti in incisioni lineari. Sesklo è il caso meglio noto del Neolitico in Grecia, anche se non l’unico: altri esempi sono forniti da quelle magule, sorta di piccole gobbe del terreno, che spuntano nella pianura tessalica, tra Larissa e Velestino (l’antica Fere), o che è dato ritrovare a Tsangli, presso Eretria, nell’Eubea. L’addensarsi delle espressioni di maggior interesse nella zona sud-orientale della Tessaglia, e la possibilità di tracciare intorno a questa regione un’area di confronti, se non proprio di irradiazioni, sta a significare la vitalità che, per condizioni geografiche e prime manifestazioni di organizzazione della vita sociale, compete a questa zona della Grecia: una caratteristica dell’area tessalica sud-orientale che si prolungherà almeno fino al Tardo Elladico (palazzo miceneo di Iolco = Volo), e un ruolo, più generale, dell’area tessalica rispetto alla Grecia centrale, che si conserverà, in misura diversa secondo le diverse epoche e situazioni, ancora per gran parte dell’età arcaica. Ma fin qui il discorso non può esser ancora compiutamente storico; è un discorso di base archeologica, che può solo individuare facies e livelli culturali, espressioni di civiltà e forme elementari di organizzazione sociale. Perché dall’archeologia e dalla preistoria o, se si vuole, protostoria, si passi alla storia, occorre poter delineare meglio il rapporto tra soggetti storici determinati e le culture o civiltà nel loro complesso, perciò la presenza, l’identità, lo sviluppo di quei soggetti, i loro conflitti, insomma tutta la catena degli eventi che risultano dall’interazione tra soggetti e ambiente, dall’apporto di soggetti storici individuati alle civiltà e alle culture: tutte cose per le quali le maglie della documentazione archeologica risultano troppo larghe, per consentire anche solo un’ipotesi di ricostruzione storica.

Ricostruzioni di abitazioni neolitiche: a sinistra, abitazione di Nea Nikomedia (Neolitico Antico); a destra, abitazione dell’acropoli di Sesklo (Neolitico Medio), in D.R. “Theochares, Neolithikos politismos. Suntomi episkopisi tis neolithikis ston helladiko choro”, Athens 1993, Figures 19 and 48.

Ricostruzioni di abitazioni neolitiche: a sinistra, abitazione di Nea Nikomedia (Neolitico Antico); a destra, abitazione dell’acropoli di Sesklo (Neolitico Medio), in D.R. “Theochares, Neolithikos politismos. Suntomi episkopisi tis neolithikis ston helladiko choro”, Athens 1993, Figures 19 and 48.

Del Neolitico Recente il sito più rappresentativo in Grecia è Dimini (IV millennio a.C.), poco a nord-est di Sesklo, ove compaiono almeno due novità caratteristiche: il grande sviluppo che assume l’idea e la tecnica della fortificazione (l’acropoli di Dimini presenta più cerchie di mura concentriche); la diffusione del meandro e della spirale nella decorazione dei vasi, prima ferma piuttosto alle incisioni lineari. Che a queste novità corrisponda l’avvento di un nuovo popolo, proveniente dall’area balcanica, è una di quelle affermazioni di carattere “storico” (nel senso sopra indicato), che l’archeologia non è in grado di dimostrare; e le mura sono forse più struttura che difesa.
E intanto, già per le prime manifestazioni della protostoria greca si son viste porre, sul tema sempre più scabroso dei movimenti dei popoli, due grandi alternative, per gli aspetti del popolamento e degli sviluppi culturali dell’area greca: movimenti da Oriente, movimenti da Nord. E se, per quanto riguarda le provenienze da Nord, una volta che le si ammetta, l’itinerario appare obbligato (dall’Illiria alla Grecia settentrionale), per quel che si riferisce all’Oriente le influenze e i movimenti appaiono più difficili da determinare quanto a regioni di partenza: l’Anatolia centro-occidentale e l’area siro-palestinese vengono una dopo l’altra in questione.

Ricostruzioni di abitazioni neolitiche: a sinistra, abitazione di Nea Nikomedia (Neolitico Antico); a destra, abitazione dell’acropoli di Sesklo (Neolitico Medio), in D.R. “Theochares, Neolithikos politismos. Suntomi episkopisi tis neolithikis ston helladiko choro”, Athens 1993, Figures 19 and 48.

Ricostruzioni di abitazioni neolitiche: a sinistra, abitazione di Nea Nikomedia (Neolitico Antico); a destra, abitazione dell’acropoli di Sesklo (Neolitico Medio), in D.R. “Theochares, Neolithikos politismos. Suntomi episkopisi tis neolithikis ston helladiko choro”, Athens 1993, Figures 19 and 48.

L’interesse degli studiosi di preistoria e protostoria greca non si ferma al continente. Lo studio di siti neolitici delle isole (Saliagos nelle Cicladi, Emporio a Chio, Tegani a Samo, e così via di seguito) non consente di individuare scansioni così nette come nella Tessaglia sud-orientale; tuttavia affinità con gli sviluppi del continente (e però anche con quelli dell’Asia Minore) sono innegabili.
Aspetti di continuità tra il periodo neolitico e il periodo prepalaziale si scorgono a Creta, negli strati inferiori a quelli dei palazzi minoici di Cnosso; e il periodo prepalaziale è anche attestato in altri centri dell’isola. Del resto, i progressi dell’archeologia sono ormai sempre più trascrivibili in affermazioni di continuità culturali: la rottura, la cesura, il movimento sembrano fatalmente diventarle tanto meno afferrabili, quanto più essa scopre nuovi strati e arricchisce o completa quadri culturali; o, come sarebbe più giusto dire, questa disciplina, fondamentale negli studi, coglie un tipo di movimento diverso da quello che è oggetto della storia che ricostruisce gli avvenimenti. Le forme culturali rivelano una loro fluidità, vischiosità, interconnessione, una lunga durata, che ha solo in parte a che fare con quel tipo di movimento in cui consiste la successione degli eventi storici, quelli di cui sono protagonisti i soggetti della storia.
Di questo segno sono anche i risultati dello studio del Neolitico cipriota, che già nella sua fase iniziale, o preparatoria, quella preceramica, circa il 5000 a.C., presenta (a Choirokoitia, presso la costa meridionale tra Larnaka e Lemesos) un insediamento con caratteristiche abitazioni a volta, che morfologicamente anticipano le thóloi (edifici a pianta circolare con funzione funeraria) di epoca minoica e, soprattutto, micenea. Naturalmente, a Cipro i raffronti con il Vicino Oriente sono di particolare rilevanza.

Statuetta di 'venere'. Argilla, Neolitico Antico (6500-5800 a.C. ca.), da Nea Nikomedia. Veroia, Museo Archeologico.

Statuetta di ‘venere’. Argilla, Neolitico Antico (6500-5800 a.C. ca.), da Nea Nikomedia. Veroia, Museo Archeologico.

L’età del Bronzo in Grecia si estende grosso modo dal 2800 al 1100 a.C. La consueta tripartizione (Antico-Medio-Recente) vale per l’età del Bronzo nel continente (Elladico), nelle isole (Cicladico) e a Creta (Minoico). Nell’Antico Elladico e Cicladico appaiono particolarmente evidenti le analogie tra le culture dell’Asia Minore (verificabili cronologicamente attraverso gli scavi di Troia) e quelle delle isole dell’Egeo settentrionale (Lesbo, scavi di Thermi; Lemno, scavi di Poliochni). È caratteristica di quest’epoca la diffusione di una ceramica a vernice lucida (Urfirnis), che permette di individuare affinità tra le civiltà della Tessaglia meridionale, di alcune località del Peloponneso e delle Cicladi: oggi tuttavia non si penserebbe di adottare l’Urfirnis a criterio d’individuazione di un orizzonte culturale di una Grecia centro-orientale, da contrapporre alla cultura della Tessaglia settentrionale e della stessa Macedonia.

Ricostruzioni della ceramica cosiddetta "Gray Minyan Ware" (Antico-Medio Elladico, 2000-1800 a.C.), dall'Anatolia occidentale.

Ricostruzioni della ceramica cosiddetta “Gray Minyan Ware” (Antico-Medio Elladico, 2000-1800 a.C.), dall’Anatolia occidentale.

Chi si fondasse su questi orizzonti, potrebbe vedere, nella scansione culturale così individuata sul suolo greco, la linea d’arrivo di un primo movimento di popolazioni indoeuropee, destinate a chiamarsi storicamente greche. Resiste invece, come soglia storica di rilievo, il passaggio dall’Antico al Medio Ellanico, avvenuto intorno al 2000-1800 a.C. Nella storia della ceramica, a questa soglia corrisponde la diffusione della cosiddetta Gray Minyan Ware, una ceramica grigia, monocroma, chiamata letterariamente “minia” dallo Schliemann, con la cui espansione dalla Tessaglia alla Focide alla Beozia all’Argolide potrebbe coincidere l’avanzata di genti indoeuropee (tradizionalmente indicate come Achei), che costituiscono il nucleo della popolazione ellenica di età pienamente storica. In corrispondenza con gli sviluppi del Medio Ellanico, si possono perseguire significativi sviluppi di regioni allora non toccate dall’avanzata dei Greci, e che dapprima entrano in un fecondo rapporto di scambio culturale, più attivo, con l’area cicladica, come con quella elladica, o le stesse regioni del Vicino Oriente, e che poi sono destinate a subire influssi più forti sia dalla penisola greca sia dalle regioni orientali.

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