Le Supplici di Eschilo

da F. FERRARI, R. ROSSI, L. LANZI, Bibliotheke, vol. 2, Roma 2001, pp. 91-92; 152-158.

 

Considerate a lungo come l’opera più antica di Eschilo (soprattutto per la funzione centrale assegnata al coro), le Supplici (Ἱκέτιδες) furono rappresentate, nel 463 a.C., o in un anno compreso fra 466 e 459. L’opera rappresentava il primo dramma di una tetralogia comprendente anche Egizî e Danaidi, con l’Amimone come dramma satiresco.

Pittore del sakkos bianco. Le Danaidi (dettaglio). Pittura vascolare da un cratere apulo a volute con figure rosse, 320 a.C. ca. Antikensammlung, Kiel.

La vicenda delle Supplici rievoca la fuga delle figlie di Danao dall’Egitto ad Argo per evitare le nozze non volute coi figli di Egitto, fratello di Danao. Lo scenario presenta una κοινοβωμία, un «altare comune», su cui sono dislocate le statue di alcune divinità. Alla zona della κοινοβωμία, posta al di fuori dell’abitato di Argo, in prossimità del mare, si avvicina nell’esordio il coro delle Danaidi e in un’ampia parodo rievoca le vicende della loro progenitrice, Io figlia di Inaco, fuggita di terra in terra da Argo, dove era stata sacerdotessa di Era, fino in Egitto, dove aveva generato Epafo.

Su comando del padre, promotore e organizzatore della fuga oltremarina, le Danaidi si accostano al grande altare e vi depongono rami avvolti di lana, simbolo del loro stato di supplicanti. Poi intrecciano col re del luogo, Pelasgo, prontamente accorso, un ampio dialogo attraverso il quale le due parti ripercorrono gli eventi che rivelano l’antico vincolo che lega le giovani al territorio argivo. In nome di esso le Danaidi chiedono a Pelasgo protezione e soccorso in previsione del prossimo arrivo dei cugini figli di Egitto. Di fronte a queste suppliche insistite il sovrano argivo è consapevole del proprio dovere di offrire una risposta operativa al diritto dei supplici, ma nel contempo teme di coinvolgere la propria comunità in una guerra imprevista e pericolosa, finché risolve il proprio dilemma concedendo il suo assenso a condizione che esso venga ratificato dall’assemblea cittadina.

Danao è inviato in città a perorare la causa delle figlie e ben presto ritorna portando buone notizie: l’assemblea ha deciso l’accoglimento delle supplici. Di qui un canto di gratitudine e di benedizioni del coro per la terra argiva. Ma subito si affaccia un nuovo pericolo: dall’alto del poggio dove si erge il grande altare dei numi, Danao scorge all’orizzonte la nave degli Egiziani prossima all’attracco e corre in città a implorare soccorso. Così le figlie restano sole, esposte alle minacce dell’araldo egiziano, che cerca di sospingerle a forza verso il mare. Ma interviene prontamente Pelasgo e il rapimento è sventato. L’araldo si allontana minacciando prossima guerra e le giovani sono scortate dalle loro ancelle e dagli armigeri (ὀπαδοί 1022), accorsi insieme con Pelasgo, verso la città di cui intonano un’ultima lode. Senonché, con un effetto a sorpresa, assistiamo da ultimo alla scissione delle Danaidi in due semicori, dei quali l’uno ribadisce l’intenzione di sfuggire alle nozze, l’altro elogia Afrodite e la sua potenza.

John William Waterhouse, Le Danaidi. Olio su tela, 1903. Collezione privata.

La scena finale con la divisione in semicori contrapposti doveva servire a prefigurare lo sviluppo ulteriore della trilogia. Infatti, secondo la tradizione più diffusa del mito, allorché il matrimonio si fosse reso inevitabile per l’arrivo dei figli di Egitto e per la morte in battaglia di Pelasgo, le Danaidi avrebbero ucciso i rispettivi mariti nella prima notte di nozze: tutte tranne una, Ipermestra, che avrebbe risparmiato la vita dello sposo Linceo e dalla loro unione sarebbe discesa la dinastia reale argiva. Il comportamento di Ipermestra appare dunque come anticipato dal semicoro che dichiara di avere a cuore l’onore di Afrodite.

Dagli esigui frammenti superstiti non si è in grado di capire nei dettagli come si articolasse l’azione scenica degli Egizî e delle Danaidi, ma si sa che l’ultima tragedia si apriva in coincidenza del mattino successivo alla notte della strage (fr. 43 Radt) e che in essa Afrodite tesseva un encomio dell’eros come forza cosmica originaria (fr. 44 Radt), forse con la funzione di giustificare (nel corso di un processo?) il comportamento di Ipermestra.

Nel dramma satiresco Amimone una Danaide di questo nome, recatasi con le sorelle in cerca di acqua, colpiva con una freccia, cercando di raggiungere un cervo, un satiro dormiente. Costui la inseguiva, ma Amimone veniva salvata da Poseidone, che poi la seduceva e le rivelava l’ubicazione delle sorgenti di Lerna.

John Singer Sargent, Le Danaidi. Olio su tela, 1922-25. Boston, Museum of Fine Arts.

Un tradizionale nodo critico che investe l’interpretazione delle Supplici concerne la motivazione per cui le Danaidi ripudiano le nozze coi cugini: se per misandria innata o invece per il divieto dell’endogamia (il matrimonio all’interno dello stesso gruppo familiare allargato), come voleva G. Thomson, o ancora per il tipo di comportamento, improntato a hybris ed empietà, dei pretendenti. In ogni caso, è proprio quest’ultimo l’aspetto su cui il testo richiama più insistentemente l’attenzione, e significativa sembra essere anche la sottolineatura del fatto che i figli di Egitto non si curano neppure del rifiuto che viene loro opposto da Danao, legittimo tutore (kyrios) delle proprie figlie secondo la prospettiva giuridica del poeta e del suo pubblico.

Le Supplici, dunque, come si accennava sopra, rappresentano l’arrivo ad Argo delle cinquanta figlie di Danao, che formano il coro, in fuga dalla patria per sottrarsi alle nozze forzate con i cinquanta figli di Egitto, re del paese omonimo. Il problema, oltre che politico, è anche famigliare, poiché Egitto è fratello di Danao – gli Egizi sono dunque cugini delle Danaidi – e non è chiaro se il rifiuto delle nozze opposto dalle fanciulle sia motivato da un’ancestrale ripugnanza per l’unione fra consanguinei o non derivi invece dalla repulsione tout court per il matrimonio. L’intervento alla fine del dramma di un secondo coro, costituito dalle ancelle, che esorta le Danaidi a riconoscere la potenza di Afrodite, sembra orientare verso la seconda ipotesi (che pare trovare conferma anche dai pur modesti frammenti dei drammi successivi della trilogia).

Si presentano due passi della tragedia: nel primo le supplici sono di fronte al re argivo Pelasgo, tormentato dal dubbio se offrire o meno ospitalità; nel secondo è in azione il popolo di Argo, in un’assemblea che prefigura le strutture dell’Atene democratica.

Hans Ernst Brühlmann, Die Wasserschöpferin (Danaide). Olio su cartone, 1909.

Riparate presso gli altari e i simulacri divini che offrono loro il rifugio rituale, le Danaidi supplicano Pelasgo perché le accolga sotto la sua protezione, difendendole dalla violenza intentata dagli Egizi, smaniosi di estendere il loro dominio alle terre libiche (dote nunziale delle cugine), più che spinti da autentico amore. Il re Pelasgo, secondo uno schema tipicamente tragico, si trova suo malgrado di fronte alla necessità di una scelta senza uscita fra due alternative entrambe rovinose: rifiutare la richiesta e abbandonare le supplici al loro destino equivarrebbe a un sacrilegio, ma accettare l’aiuto richiesto esporrebbe la comunità di Argo al rischio di uno scontro con gli Egizi in una guerra dagli esiti incerti.

 

 

Il dilemma di Pelasgo (vv. 348-483)

Pelasgo ritiene di risolvere la questione affidando la decisione all’assemblea popolare, ma è implicito nella situazione che la responsabilità collettiva del demos argivo non può sollevare Pelasgo da una personale responsabilità: prima che il popolo decida, occorre pur sempre che egli consenta alle supplici di mandare il padre in città come loro rappresentante e tutore, sottoponendo la questione all’assemblea. Su questo Pelasgo deve prendere posizione se non vuole suscitare l’ira di Zeus protettore dei supplici e attirarsi in casa un pesante demone vendicatore. Ma il dilemma che lo attanaglia gli appare insuperabile ed Eschilo lo rappresenta ideando una forma di monologo, in cui il personaggio non si limita a meditare con se stesso, ma confessa apertamente la propria condizione di monologante: una dichiarazione espressa attraverso la metafora del palombaro che apre una catena di immagini (tratte dalla sfera del mare o della marineria), che viene continuata con lo scafo saldamente applicato ai verricelli (vv. 438 ss.) e più oltre con il mare di sventura senza fondo e con l’assenza di un porto come rifugio dai mali.

            Χο. Παλαίχθονος τέκος, κλῦθί μου                 [στρ. α.

            πρόφρονι καρδίᾳ, Πελασγῶν ἄναξ.

350      ἴδε με τὰν ἱκέτιν φυγάδα περίδρομον,

            λυκοδίωκτον ὡς δάμαλιν ἂμ πέτραις

            ἠλιβάτοις, ἵν’ ἀλκᾷ πίσυνος μέμυ-

            κε φράζουσα βοτῆρι μόχθους.

 

            Βα. ὁρῶ κλάδοισι νεοδρόποις κατάσκιον

355      νεύονθ’ ὅμιλον τόνδ’ ἀγωνίων θεῶν.

            εἴη δ’ ἄνατον πρᾶγμα τοῦτ’ ἀστοξένων.

            μηδ’ ἐξ ἀέλπτων κἀπρομηθήτων πόλει

            νεῖκος γένηται· τῶν γὰρ οὐ δεῖται πόλις.

           

            Χο. ἴδοιτο δῆτ’ ἄνατον φυγὰν                            [ἀντ. α.

360      ἱκεσία Θέμις Διὸς κλαρίου.

            σὺ δὲ παρ’ ὀψιγόνου μάθε γεραιόφρων·

            ποτιτρόπαιον αἰδόμενος †οὖνπερ

            ἱεροδόκα †…

            θεῶν λήματ’ ἀπ’ ἀνδρὸς ἁγνοῦ.

 

365      Βα. οὔτοι κάθησθε δωμάτων ἐφέστιοι

            ἐμῶν. τὸ κοινὸν δ’ εἰ μιαίνεται πόλις,

            ξυνῇ μελέσθω λαὸς ἐκπονεῖν ἄκη.

            ἐγὼ δ’ ἂν οὐ κραίνοιμ’ ὑπόσχεσιν πάρος,

            ἀστοῖς δὲ πᾶσι τῶνδε κοινώσας πέρι.

 

370      Χο. σύ τοι πόλις, σὺ δὲ τὸ δήμιον·                   [στρ. β.

            πρύτανις ἄκριτος ὤν,

            κρατύνεις βωμόν, ἑστίαν χθονός,

            μονοψήφοισι νεύμασιν σέθεν,

            μονοσκήπτροισι δ’ ἐν θρόνοις χρέος

375      πᾶν ἐπικραίνεις· ἄγος φυλάσσου.

 

            Βα. ἄγος μὲν εἴη τοῖς ἐμοῖς παλιγκότοις,

            ὑμῖν δ’ ἀρήγειν οὐκ ἔχω βλάβης ἄτερ·

            οὐδ’ αὖ τόδ’ εὖφρον, τάσδ’ ἀτιμάσαι λιτάς.

            ἀμηχανῶ δὲ καὶ φόβος μ’ ἔχει φρένας

380      δρᾶσαί τε μὴ δρᾶσαί τε καὶ τύχην ἑλεῖν.

 

            Χο. τὸν ὑψόθεν σκοπὸν ἐπισκόπει,                     [ἀντ. β.

            φύλακα πολυπόνων

            βροτῶν, οἳ τοῖς πέλας προσήμενοι

            δίκας οὐ τυγχάνουσιν ἐννόμου.

385      μένει τοι Ζηνὸς ἱκταίου κότος

            δυσπαραθέλκτους παθόντος οἴκτοις.

 

            Βα. εἴ τοι κρατοῦσι παῖδες Αἰγύπτου σέθεν

            νόμῳ πόλεως, φάσκοντες ἐγγύτατα γένους

            εἶναι, τίς ἂν τοῖσδ’ ἀντιωθῆναι θέλοι;

390      δεῖ τοί σε φεύγειν κατὰ νόμους τοὺς οἴκοθεν,

            ὡς οὐκ ἔχουσι κῦρος οὐδὲν ἀμφὶ σοῦ.

 

            Χο. μή τί ποτ’ οὖν γενοίμαν ὑποχείριος                 [στρ. γ.

            κράτεσιν ἀρσένων. ὕπαστρον δέ τοι

            μῆχαρ ὁρίζομαι γάμου δύσφρονος

395      φυγᾷ· ξύμμαχον δ’ ἑλόμενος Δίκαν

            κρῖνε σέβας τὸ πρὸς θεῶν.

 

            Βα. οὐκ εὔκριτον τὸ κρῖμα· μή μ’ αἱροῦ κριτήν.

            εἶπον δὲ καὶ πρίν, οὐκ ἄνευ δήμου τάδε

            πράξαιμ’ ἄν, οὐδέ περ κρατῶν, μὴ καί ποτε

400      εἴπῃ λεώς, εἴ πού τι μὴ τοῖον τύχοι,

             “ἐπήλυδας τιμῶν ἀπώλεσας πόλιν”.

 

            Χο. ἀμφοτέροις ὁμαίμων τάδ’ ἐπισκοπεῖ               [ἀντ. γ.

            Ζεὺς ἑτερορρεπής, νέμων εἰκότως

            ἄδικα μὲν κακοῖς, ὅσια δ’ ἐννόμοις.

405      τί τῶνδ’ ἐξ ἴσου ῥεπομένων μεταλ-

            γὲς τὸ δίκαιον ἔρξαι;

           

            Βα. δεῖ τοι βαθείας φροντίδος σωτηρίου,

            δίκην κολυμβητῆρος ἐς βυθὸν μολεῖν

            δεδορκὸς ὄμμα, μηδ’ ἄγαν ᾠνωμένον,

410      ὅπως ἄνατα ταῦτα πρῶτα μὲν πόλει,

            αὐτοῖσί θ’ ἡμῖν ἐκτελευτήσει καλῶς,

            καὶ μήτε δῆρις ῥυσίων ἐφάψεται,

            μήτ’ ἐν θεῶν ἕδραισιν ὧδ’ ἱδρυμένας

            ἐκδόντες ὑμᾶς τὸν πανώλεθρον θεὸν

415      βαρὺν ξύνοικον θησόμεσθ’ ἀλάστορα,

            ὃς οὐδ’ ἐν Ἅιδου τὸν ἀλιτόντ’ ἐλευθεροῖ.

            μῶν οὐ δοκεῖ δεῖν φροντίδος σωτηρίου;

 

            Χο. φρόντισον καὶ γενοῦ                                    [στρ. δ.

            πανδίκως εὐσεβὴς πρόξενος·

420      τὰν φυγάδα μὴ προδῷς,

            τὰν ἕκαθεν ἐκβολαῖς

            δυσθέοις ὀρμέναν·

            μηδ’ ἴδῃς μ’ ἐξ ἑδρᾶν                                             [ἀντ. δ.

            πολυθέων ῥυσιασθεῖσαν, ὦ

425      πᾶν κράτος ἔχων χθονός.

            γνῶθι δ’ ὕβριν ἀνέρων

            καὶ φύλαξαι κότον.

            μή τι τλῇς τὰν ἱκέτιν εἰσιδεῖν                            [στρ. ε.

            ἀπὸ βρετέων βίᾳ

430      δίκας ἀγομέναν

            ἱππαδὸν ἀμπύκων,

            πολυμίτων πέπλων τ’ ἐπιλαβὰς ἐμῶν.

            ἴσθι γάρ· παισὶ τάδε καὶ δόμοις,                           [ἀντ. ε.

            ὁπότερ’ ἂν κτίσῃς,

435      μένει δορὶ τίνειν

            ὁμοΐαν θέμιν.

            τάδε φράσαι· δίκαια Διόθεν κράτη.

            Βα. καὶ δὴ πέφρασμαι· δεῦρο δ’ ἐξοκέλλεται·

            ἢ τοῖσιν ἢ τοῖς πόλεμον αἴρεσθαι μέγαν

440      πᾶσ’ ἔστ’ ἀνάγκη, καὶ γεγόμφωται σκάφος

            στρέβλαισι ναυτικαῖσιν ὡς προσηγμένον.

            ἄνευ δὲ λύπης οὐδαμοῦ καταστροφή.

            καὶ χρήμασιν μὲν ἐκ δόμων πορθουμένοις

445      γένοιτ’ ἂν ἄλλα κτησίου Διὸς χάριν

            ἄτης γε μείζω, καὶ μετεμπλήσαι γόμον.

            καὶ γλῶσσα τοξεύσασα μὴ τὰ καίρια,

             [ἀλγεινὰ θυμοῦ κάρτα κινητήρια,]

            γένοιτο μύθου μῦθος ἂν θελκτήριος·

            ὅπως δ’ ὅμαιμον αἷμα μὴ γενήσεται,

450      δεῖ κάρτα θύειν καὶ πεσεῖν χρηστήρια

            θεοῖσι πολλοῖς πολλά, πημονῆς ἄκη.

            ἦ κάρτα νείκους τοῦδ’ ἐγὼ παροίχομαι·

            θέλω δ’ ἄιδρις μᾶλλον ἢ σοφὸς κακῶν

            εἶναι· γένοιτο δ’ εὖ, παρὰ γνώμην ἐμήν.

 

455     ‹Χο.› πολλῶν ἄκουσον τέρματ’ αἰδοίων λόγων.

 

            Βα. ἤκουσα, καὶ λέγοις ἄν· οὔ με φεύξεται.

 

            Χο. ἔχω στρόφους ζώνας τε, συλλαβὰς πέπλων.

 

            ‹Βα.› τάχ’ ἂν γυναικῶν ταῦτα συμπρεπῆ πέλοι.

 

            ‹Χο.› ἐκ τῶνδε τοίνυν, ἴσθι, μηχανὴ καλή ‑

 

460      Βα. λέξον τίν’ αὐδὴν τήνδε γηρυθεῖσ’ ἔσῃ.

 

             Χο. εἰ μή τι πιστὸν τῷδ’ ὑποστήσεις στόλῳ ‑

 

            ‹Βα.› τί σοι περαίνει μηχανὴ συζωμάτων;

 

            Χο. νέοις πίναξι βρέτεα κοσμῆσαι τάδε.

 

            Βα. αἰνιγματῶδες τοὔπος· ἀλλ’ ἁπλῶς φράσον.

 

465      Χο. ἐκ τῶνδ’ ὅπως τάχιστ’ ἀπάγξασθαι θεῶν.

 

            Βα. ἤκουσα μαστικτῆρα καρδίας λόγον.

 

            Χο. ξυνῆκας· ὠμμάτωσα γὰρ σαφέστερον.

 

            ‹Βα.› ναί·

            ἦ πολλαχῇ γε δυσπάλαιστα πράγματα,

            κακῶν δὲ πλῆθος ποταμὸς ὣς ἐπέρχεται·

470      ἄτης δ’ ἄβυσσον πέλαγος οὐ μάλ’ εὔπορον

            τόδ’ ἐσβέβηκα, κοὐδαμοῦ λιμὴν κακῶν.

            εἰ μὲν γὰρ ὑμῖν μὴ τόδ’ ἐκπράξω χρέος,

            μίασμ’ ἔλεξας οὐχ ὑπερτοξεύσιμον·

            εἰ δ’ αὖθ’ ὁμαίμοις παισὶν Αἰγύπτου σέθεν

475      σταθεὶς πρὸ τειχέων διὰ μάχης ἥξω τέλους,

            πῶς οὐχὶ τἀνάλωμα γίγνεται πικρόν,

            ἄνδρας γυναικῶν οὕνεχ’ αἱμάξαι πέδον;

            ὅμως δ’ ἀνάγκη Ζηνὸς αἰδεῖσθαι κότον

            ἱκτῆρος· ὕψιστος γὰρ ἐν βροτοῖς φόβος.

480      σὺ μέν, πάτερ γεραιὲ τῶνδε παρθένων,

            .     .     .     .     .     .     .

            κλάδους τε τούτους αἶψ’ ἐν ἀγκάλαις λαβὼν

            βωμοὺς ἐπ’ ἄλλους δαιμόνων ἐγχωρίων

            θές…

Fernand Sabatté, Le figlie di Danao. Olio su tela, 1900. Melbourne, National Gallery of Victoria.

 

Coro: Figlio di Palectone, ascoltami

con propizio cuore, sovrano dei Pelasgi,

guarda me supplicante che fuggo in vorticosa corsa

come vitellina braccata dal lupo fra rocce

dirupate, dove fidando in securtà

mugghia al mandriano per dargli la sua pena.

Pelasgo: Io vedo […] questa accolta di numi ombrata di rami appena recisi. Senza danno sia la presenza di costoro, straniere e cittadine a un tempo, né sopravvenga inaspettata impreveduta discordia. Non di questo la mia città ha bisogno.

Coro: E tu, dunque, risparmi rovina a questa nostra fuga

Temis, la figlia di Zeus Clario.

E tu che pur tieni vegliardo senno

impara da chi più tardi è nata.

Se davanti al supplice reverente sarai,

non povero […] i sacrifici

accettano le menti degli dei

solo da un uomo che innocente sia.

Pelasgo: Ma voi non siete assise al focolare della mia casa. E dunque, se la macchia deve infettare l’intera comunità, spetta al popolo tutto approntare rimedi. Perciò io non posso farvi promessa alcuna se prima non mi consulto con tutti i cittadini.

Coro: Ma tu sei la città, tu sei la collettività!

Magistrato non sottoposto a giudizio

tu reggi l’altare, il sacro centro della contrada,

sovranamente con i tuoi cenni regali e

sovranamente col tuo trono decidi

ogni decreto. Attento a non macchiarti d’empietà!

Pelasgo: Che la macchia d’empietà infetti i miei nemici! A voi non posso recar soccorso senza nocumento agli miei, e per contro, saggio non è le vostre preci disonorare. Sono senza via d’uscita e angoscia mi domina il cuore. Agire? Non agire? Affidarmi al caso?

Coro: Guarda colui che dall’alto guarda, il guardiano dei miseri mortali che assisi in faccia

al prossimo non conseguono legittima giustizia. Ma dura nel tempo la collera di Zeus

supplicatore, che non incantano i singhiozzi di chi la sua pena sconta.

Pelasgo: Se, però, i figli di Egitto prevalessero su di te in base a legge della vostra città, col dichiarare di essere i più prossimi parenti, chi vorrebbe contestare una tale pretesa? È necessario che tu parli in tua difesa dimostrando che loro non hanno alcun diritto su di te secondo le leggi vostre.

Coro: Mi basta non diventar soggetta

all’imperio dei maschi. Fuggirò

fino alle stelle pur di scansare

dissennata unione. Tu scegli Dike

a tua alleata e da’ un verdetto che i numi onora.

Pelasgo: Arduo è il verdetto: non scegliermi a giudice. Lo ripeto: non posso agire senza il consenso del popolo, anche se sono un re, onde la gente mai possa dire, se qualcosa va storto: “Hai perduto la città per onorare straniera gente”.

Coro: A noi e a loro consanguineo,

Zeus imparziale vigila,

contraccambio d’ingiustizia al malvagio

e di pietà all’innocente

con equità rendendo.

Se tutto si soppesa in equilibrio,

come potrai pentirti

di agire com’è giusto?

Pelasgo: Davvero si richiede un profondo salvifico pensiero: scendere nell’abisso a mo’ di palombaro con vista acuta e sobria onde rovina non tocchi la città e per me stesso tutto riesca bene, e lotta non insorga per strapparvi di qui né d’altro lato, consegnando ai maschi voi che sedete a questi altari, ci portiamo in casa il dio che annienta, il greve demone vendicatore che nemmeno sotto la terra libera il morto. Non vi pare, dunque, che si richieda salvifico pensiero?

Coro: Medita e sii

giusto protettore che i numi teme.

Non tradire la fuggiasca

da empia caccia sospinta

in lunga corsa,

 

non tollerare di vedermi strappata

via dai sacri altari, o tu che intero

imperio hai su questa terra.

Riconosci la dismisura dei maschi!

Evita la collera di Zeus!

 

Non accettare di veder la supplicante

via dai simulacri a forza trascinata

come cavalla per le frontali bende,

presa feroce di variegati pepli.

 

Sta’ pur certo che ai figli e alle case vostre

toccherà poi di versare ad Ares

il giusto conto dell’agire tuo.

Medita tu! Giusto è l’imperio di Zeus.

Pelasgo: Ecco, ho meditato, ma il problema s’incaglia qui: o agli uni o agli altri di levar guerra grande è ormai piena necessità. La situazione è bloccata come scafo navale saldamente applicato ai verricelli. E senza dolorosa angoscia non c’è scampo in alcun luogo. In cambio di ricchezze depredate altre possono affluire alle nostre case col favore di Zeus che protegge i possessi giusti […] e se la lingua dardeggia parole inopportune e dolorose, insulti che l’ira accendono, può subentrar discorso che ammalia e quieta; ma perché sangue parentale sparso non sia c’è bisogno di sacrifici e che a stornare il danno per molti numi molte vittime oracolari cadano al suolo. Io, per me, mi tengo fuori dalla contesa vostra. Di mali preferisco essere ignaro anziché dotto. Ma tutto vada per il meglio contro la previsione mia.

Corifea: Ascolta il termine del mio già lungo ossequioso dire.

Pelasgo: Parla: ti ascolto con attenzione.

Corifea: Ho fasce e cinture, che stringono la mia veste.

Pelasgo: Come no? Femminili ornamenti.

Corifea: Ma in essi sta, devi saperlo, un espediente astuto.

Pelasgo: Continua! Che cosa intendi dire?

Corifea: Se non darai sicura garanzia a questo nostro stuolo…

Pelasgo: A cosa miri con l’espediente delle cinture?

Corifea: A ornare i simulacri di offerte inusitate!

Pelasgo: Questo è un indovinello! Parla più chiaro.

Corifea: Voglio dire impiccarci a queste statue, subito.

Pelasgo: È una minaccia che mi sferza il cuore.

Corifea: Bene, hai capito! Ti ho illuminato con parole chiare.

Pelasgo: Sì, un duro molteplice cimento; e come un fiume irrompe una massa di sciagure. Ormai eccomi penetrato in un mare di rovina senza fondo, invalicabile, né scorgo un porto che dai mali dia riparo. Ebbene, se non assolvo questo obbligo che voi reclamate, tu minacci ineludibile polluzione, ma se all’inverso mi piazzo davanti alle mura e affronto il rischio dello scontro coi figli di Egitto a te cugini, ecco che il dispendio non può non farsi amaro: insanguinar la piana argiva per causa di donne. Eppure, è necessario riverire la collera di Zeus supplicatore: suprema è la paura che ai mortali incute. E allora tu, anziano padre di queste vergini, raccogli subito nelle tue braccia questi sacri rami e trasferiscili sugli altari dei numi indigeni…

 

Erzsébet Korb, Danaidae. Olio su tela, 1925.

Per le Danaidi il problema è lineare: esse subiscono una prevaricazione, una hybris che proviene dal «potere dei maschi»; stare dalla parte di Dike vuol dire, dal loro punto di vista, non tradire la «fuggiasca da empia caccia sospinta» (non permettere che esse vengano strappate dall’altare). Di fronte a questa posizione così netta e risoluta Pelasgo, impressionato

dall’idea di una guerra contro ignoti invasori, oppone che, pur detenendo il potere, egli non può prendere una decisione di questa portata senza investire della scelta il demos argivo: al che le Danaidi replicano che il suo potere è assoluto (v. 425, πᾶν κράτος), ribadendo ciò che in forma martellante avevano dichiarato ai vv. 370-375: «Ma tu sei la città, tu sei la collettività./ Magistrato non sottoposto a giudizio,/ tu reggi l’altare, il sacro centro della contrada,/ sovranamente con i tuoi cenni regali e/ sovranamente sul tuo trono decidi/ ogni decreto. Attento a non macchiarti d’empietà!». In effetti, le Danaidi vedono Pelasgo attraverso il filtro di un modello orientale, in modo non diverso da come il coro (ma correttamente!) vedeva Dario nei Persiani. E tuttavia esse hanno torto: il coinvolgimento della responsabilità collettiva della città non è per il sovrano argivo una comoda scusa per sbarazzarsi di una spinosa faccenda internazionale, ma esprime la sensibilità per un momento essenziale dell’assetto istituzionale argivo quale viene rappresentato da Eschilo con evidente, anacronistico rispecchiamento della prassi democratica del suo tempo.

Nonostante l’insistenza già osservata sui termini che indicano la necessità della riflessione, la situazione di stallo non si sblocca in virtù di un processo riflessivo: diversamente da Eteocle, che dalla decifrazione dell’insegna posta sullo scudo del fratello deduceva che nessuno era più di lui stesso idoneo ad affrontare Polinice alla settima porta di Tebe, Pelasgo non arriva a decidere in seguito a un ragionamento. La risoluzione si attua invece sull’onda di un impatto emozionale provocato dall’extrema ratio messa in atto dalle giovani, quella cioè di minacciarlo di impiccarsi agli altari usando come cappi le loro fasce e cinture. La κοινοβωμία, la comunità di altari che occupa il punto focale dello spazio scenico e su cui le Danaidi si sono rifugiate fin dalla parodo deponendovi i propri rami di supplicanti, si prospetta ora, d’improvviso, come teoria di simulacri ornati da «offerte inusitate», ed è questo spettacolo immaginario, che si sovrappone minaccioso al quadro scenico realmente visibile, a richiamare al re l’eventualità di un μίασμα … οὐχ ὑπερτοξεύσιμον, ossia, letteralmente, di una contaminazione al di là della quale non si può scagliare il dardo.

Dietro la velleità di dominare gli eventi attraverso la riflessione sfregando gli argomenti l’uno contro l’altro perché ne sprizzi la scintilla della conoscenza e dell’azione avveduta (un metodo messo in atto da Pelasgo a più riprese: cfr. vv. 410 ss. e 472 ss.) c’è una fascia di realtà, dominata dalla paura della contaminazione e dell’«ira» di Zeus, di cui le Danaidi appaiono padrone, riuscendo a sfruttare la propria condizione di «vitelline braccate dal lupo fra rocce dirupate» (vv. 351 s.) fino a volgere a proprio favore una situazione che sembrava senza uscita.

 

La «mano dominante del popolo» (vv. 600-624)

Danao offre il resoconto della decisione presa dalla città di accogliere le figlie e riferisce di una situazione assembleare caratterizzata dalla deliberazione popolare presa per alzata di mano (χειροτονία), in base alla quale è sanzionato a favore delle supplici lo status di meteci, cioè di stranieri che vengono accolti in città. I vv. 607-614 appaiono addirittura strutturati come una sorta di versificazione di un decreto assembleare, suggellato dalla minaccia di ἀτιμία e di esilio per chi non ne rispetterà le prescrizioni: «Nell’assemblea gremita un fremito percosse l’aria per le destre alzate e fu sancito che a guisa di meteci libero soggiorno in questa terra a noi si dia, senza tema di violenze e rapimenti, e che nessuno, indigeno o straniero, vi porti via; se poi si usasse forza su di voi, il cittadino che negherà soccorso sarà privato dei suoi diritti e andrà in esilio per pubblico decreto». Come opportunamente osserva Degani, «Eschilo ha intenzionalmente presentato all’attenzione del pubblico ateniese una Argo del tutto simile all’Atene contemporanea e il suo Pelasgo è l’incarnazione dell’ideale governante democratico, ‹…› convinto che il suo potere poggia e deve poggiare unicamente sul consenso della comunità da lui rappresentata» (Democrazia ateniese e sviluppo del dramma attico, in Storia e civiltà dei Greci, Milano 1979, p. 268).

 

600 Δα. θαρσεῖτε παῖδες· εὖ τὰ τῶν ἐγχωρίων·

δήμου δέδοκται παντελῆ ψηφίσματα.

 

Χο. ὦ χαῖρε πρέσβυ, φίλτατ’ ἀγγέλλων ἐμοί·

ἔνισπε δ’ ἡμῖν, ποῖ κεκύρωται τέλος,

δήμου κρατοῦσα χεὶρ ὅπῃ πληθύνεται;

 

605 Δα. ἔδοξεν Ἀργείοισιν οὐ διχορρόπως,

ἀλλ’ ὥστ’ ἀνηβῆσαί με γηραιᾷ φρενί·

πανδημίᾳ γὰρ χερσὶ δεξιωνύμοις

ἔφριξεν αἰθὴρ τόνδε κραινόντων λόγον·

ἡμᾶς μετοικεῖν τῆσδε γῆς ἐλευθέρους

610 κἀρρυσιάστους ξύν τ’ ἀσυλίᾳ βροτῶν·

καὶ μήτ’ ἐνοίκων μήτ’ ἐπηλύδων τινὰ

ἄγειν· ἐὰν δὲ προστιθῇ τὸ καρτερόν,

τὸν μὴ βοηθήσαντα τῶνδε γαμόρων

ἄτιμον εἶναι ξὺν φυγῇ δημηλάτῳ.

615 τοιάνδ’ ἔπειθε ῥῆσιν ἀμφ’ ἡμῶν λέγων

ἄναξ Πελασγῶν, ἱκεσίου Ζηνὸς κότον

μέγαν προφωνῶν μή ποτ’ εἰσόπιν χρόνου

πόλιν παχῦναι, ξενικὸν ἀστικόν θ’ ἅμα

λέγων διπλοῦν μίασμα πρὸς πόλεως φανὲν

620 ἀμήχανον βόσκημα πημονῆς πέλειν.

τοιαῦτ’ ἀκούων χερσὶν Ἀργεῖος λεὼς

ἔκραν’ ἄνευ κλητῆρος ὣς εἶναι τάδε.

δημηγόρους δ’ ἤκουσεν εὐπιθεῖς στροφὰς

δῆμος Πελασγῶν· Ζεὺς δ’ ἐπέκρανεν τέλος.

 

Jan Frans Deboever, Le Danaidi. Olio su tela, 1927.

 

Danao: Siate fiduciose, figlie mie: tutto bene, sul versante degli Argivi. Il popolo ha sancito autorevoli decreti.

Corifea: Salve, o mio vegliardo padre, che porti a me così gradite nuove. Ma dimmi ancora: come fu ratificato il voto?

Danao: Gli Argivi hanno deciso con un consenso unanime che mi ha ringiovanito il vecchio cuore. Nell’assemblea gremita un fremito percosse l’aria per le destre alzate; e fu sancito che a guisa di meteci libero soggiorno in questa terra a noi si dia, senza tema di violenze e rapimenti, e che nessuno, indigeno o straniero, vi porti via; se poi si usasse forza su di noi, il cittadino che negherà soccorso sarà privato dei suoi diritti e andrà in esilio per pubblico decreto. A tale risoluzione li persuase, illustrando il caso nostro, il re Pelasgo: proclamò che, accolte noi, mai la collera tremenda di Zeus supplicatore questa città nell’avvenire ingrasserà; e ricordò che doppia polluzione, straniera e cittadina a un tempo, se minacciosa alla città incombesse, esca sarebbe d’irreparabile rovina. Docile alla sua voce la folla argiva con mani tese sentì che così fosse, prima ancora di udire l’invito dell’araldo. Facile orecchio porse il popolo argivo agli eloquenti giri del suo sovrano, e Zeus ratificò il decreto.

 

Bibliografia:

BACHVAROVA M.R., Suppliant Danaids and Argive Nymphs in Aeschylus, CJ 104 (2009), pp. 289-310 [JStor].

BAKEWELL G., Aeschylus’ “Supplices” 11-12: Danaus as “Πeσσonomωn”, CQ 58 (2008), pp. 303-307 [JStor].

BEDNAROWSKI K.P., The Danaids’ Threat: Obscurity, Suspense and the Shedding of Tradition in Aeschylus’ Suppliants, CJ 105 (2010), pp. 193-212 [JStor]. ID., When the Exodos is not the End: The Closing Song of Aeschylus Suppliants, GRBS 51 (2011), pp. 552-578 [academia.edu].

CONACHER D.J., Supplices (The Suppliants) and its trilogy, in Aeschylus: the Earlier Plays and Related Studies, Toronto 1996, pp. 75-112 [JStor].

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Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana. Docente di Lingua e letteratura italiana e Lingua e letteratura latina presso i Licei Paritari "Isaac Newton", Brescia.
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Una risposta a Le Supplici di Eschilo

  1. glencoe ha detto:

    L’ha ripubblicato su l'eta' della innocenza.

    "Mi piace"

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