Il tempo e l’interiorità (Sen. Ep. ad Luc. I 1)

da A. BALESTRA et al.In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, pp. 84-87; Lucio Anneo Senca, Lettere morali a Lucilio, a cura di F. SOLINAS, Milano 1995, pp. 581-582.

 

Una volta compreso che l’uomo ha pieno potere sul proprio passato, nel senso che può in tutta libertà esaminarlo quando vuole, ha inizio il cammino verso la saggezza, che a poco a poco diventa il cammino verso la felicità. La lettera che apre la raccolta delle Epistulae morales ad Lucilium riprende questo fondamentale concetto, ossia la necessità di comprendere ciò che il tempo è l’unico vero possesso dell’uomo, ma da essa emerge anche un’indicazione su come comportarsi giorno per giorno. Seneca afferma, infatti, che il pieno dominio sulla parte più intima e più vera di se stessi, ossia sulla propria interiorità, avviene quando il tempo della vita è vissuto con coscienza, riconoscendo che ogni giorno rappresenta un valore unico, da conservare con cura nel proprio animo. Da questa riflessione appare evidente che il saggio sarà colui che, secondo la felice espressione di Alfonso Traina, riuscirà a trasformare il valore del tempo della vita da «quantitativo» a «qualitativo».

Dalla lettera, inoltre, ricaviamo un’immagine assai umana di Seneca filosofo: egli (che, quando scrive la lettera, è già sessantenne), pur additando senza esitazioni la via della saggezza, non si presenta come un “sapiente”, ma come un uomo che è in cammino, forse solo di un passo più avanti rispetto ai suoi interlocutori, ma ancora assai lontano dalla perfezione.

Pseudo-Seneca (o Esiodo, o Lucrezio). Busto, bronzo, fine I sec. a.C. da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Seneca Lucilio suo salutem.

[1, 1] Ita fac, mi Lucili: uindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serua. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si uolueris adtendere, magna pars uitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota uita aliud agentibus. [2] Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem        aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterît; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas conplectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. [3] Dum differtur uita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac  lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque uult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et uilissima sunt, certe reparabilia, inputari sibi cum inpetrauere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.

[4] Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem euenit, ratio mihi constat inpensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed euenit mihi quod plerisque non suo uitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit. [5] Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serues tua, et bono tempore incipies. Nam ut uisum est maioribus nostris, «Sera parsimonia in fundo es»; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

***

 

Seneca saluta il suo Lucilio,

[1, 1] Fai così, o mio Lucilio: rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che finora ti era portato via con la forza o sottratto con la frode o che ti sfuggiva di mano, raccoglilo e conservalo. Persuaditi, succede proprio come ti scrivo: certi momenti ci sono tolti con brutalità, altri presi subdolamente, altri ancora si disperdono. Però, lo spreco più vergognoso è quello provocato dall’incuria. E se avrai la compiacenza di prestare attenzione, noterai che la maggior parte della vita se ne va mentre operiamo malamente, una porzione notevole mentre non facciamo nulla, tutta quanta la vita mentre siamo occupati in cose che non ci riguardano. [2] Mi indicherai un uomo che attribuisca un valore effettivo al tempo, che sappia soppesare ogni giornata, che si renda conto di morire ogni giorno? Sbagliamo, infatti, in questo, cioè nel fatto che ravvisiamo la morte innanzi a noi; ebbene, una gran parte della morte appartiene già al passato. Tutto ciò che della nostra esistenza è dietro di noi, la morte lo tiene saldamente. Fai dunque, o mio Lucilio, quel che mi scrivi che fai: tieni strette tutte le tue ore, così avverrà che dipenderai meno dal domani, se avrai messo mano all’oggi. [3] Mentre si diversificano gli impegni, la vita ci passa davanti. Tutto, o Lucilio, è al di fuori dell’uomo: soltanto il tempo è nostro; di quest’unico bene fugace e instabile la natura ci ha affidato il possesso e ne può estromettere chiunque essa voglia. E la follia dei mortali è tanto grande che sopportano che siano loro addebitati dei beni che sono i più insignificanti e di pochissimo valore, certamente risarcibili, una volta che li hanno ottenuti; nessuno, invece, si considera debitore di qualcosa, se ha ricevuto un po’ di tempo; eppure, questo è l’unico bene che nemmeno una persona riconoscente può restituire.

[4] Forse chiederai che cosa faccio io che ti impartisco tali insegnamenti. Lo confesserò candidamente: proprio quello che succede a un uomo spendaccione, ma scrupoloso, mi risulta chiaro il calcolo delle uscite. Non ho il diritto di affermare che non sperpero nemmeno un poco di tempo, ma dirò quanto ne perdo e perché e in che modo; così renderò ragione della mia povertà. Del resto, mi capita ciò che succede alla maggior parte delle persone dopo che sono state ridotte in miseria per colpa loro: tutti sono comprensivi, nessuno, però, viene ad aiutarle. [5] E quindi? Non considero un poveraccio chi si accontenta di quel poco – non importa quanto – che gli è rimasto. Preferisco, tuttavia, che tu tenga in serbo le tue risorse e comincerai a farlo nel momento opportuno. Infatti, come giustamente vedevano i nostri vecchi, è troppo tardi risparmiare quando si è giunti al fondo, perché ciò che rimane è davvero poca cosa e, per giunta, la peggiore. Stammi bene.

 

***

Il tempo, unico bene

Questa lettera sviluppa alcuni temi presenti nel De brevitate vitae, e peraltro assai ricorrenti nell’opera di Seneca. Nel passo, infatti, è assai marcato il biasimo verso le numerose persone che non si curano del valore del tempo e che lo usano come se non valesse nulla: motivo fondamentale del De brevitate vitae. La lettera, inoltre, espone una serie di concetti basilari del pensiero senecano (non a caso, del resto, essa è inserita al primo posto nell’epistolario), che chiariscono la relazione tra il tempo e l’interiorità.

Posto che l’unico bene di cui l’uomo può disporre effettivamente sia il tempo della vita (tempus tantum nostrum est, 3), è necessario avere coscienza di come esso sia speso e conservarlo nella memoria (tempus… collige et serua, 1; omnes horas complectere, 2). Un’attenta sorveglianza sul presente (ratio mihi constat impensae, 4) permette di aver sempre a disposizione nella memoria i momenti della propria vita passata e coincide con l’esercizio massimo della libertà; l’esortazione a curarsi del tempo diventa così un invito a riprendere pieno possesso di se stessi (uindica te tibi, 1).

L’insieme di questi concetti evidenzia il fatto che il tempo dell’esistenza, nel momento in cui è vissuto con consapevolezza e resta a disposizione della memoria (collige et serua, 1), forma la coscienza, ossia coincide con l’interiorità, nel senso che rappresenta la parte essenziale e costitutivo della persona così come previsto nel disegno strutturale dell’universo, la natura (in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, 3).

Inoltre, la coscienza del tempo che passa, ossia il mantenimento nel proprio animo del ricordo di azioni e pensieri su cui si esercita attenta sorveglianza, da un lato si presenta come sottrazione alla morte del suo dominio sul tempo (quidquid aetatis retro est mors tenet, 2), dall’altro dà un solido fondamento alle azioni future ed evita che ci si debba ingenuamente affidare a una vaga speranza nel domani (minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris, 2).

 

La filosofia per tutti, giorno per giorno

La prima lettera a Lucilio, se da un lato fissa con rigore alcuni concetti fondanti della filosofia di Seneca, dall’altro lascia nel lettore l’idea che la ricerca filosofica non sia effettivamente interdetta a nessuno. Seneca, infatti, dopo aver usato nette espressioni di riprovazione per il diffuso costume di valutare assai poco il tempo della vita – la maggior parte del quale viene speso in attività poco sensate e addirittura è sprecato per incuria (per negligentiam, 1) –, confessa candidamente che, in fatto di tempo, lui stesso ne è uno sciupone (luxuriosum, ossia «persona che ama spendere molto», 4) e che è come la gente ridotta in miseria (ad inopiam, 4). Nonostante ciò, egli riesce a farsi bastare quello che ha (sat est, 5). Ovviamente, Seneca spera che il proprio allievo faccia meglio (tu tamen…, 5).

Dalle parole del filosofo si ricava l’impressione gratificante che non è impossibile entrare nella schiera degli otiosi e abbandonare quella degli occupati: lo Stoicismo, in effetti, prevede che chiunque possa raggiungere la saggezza. E, se questo non accade, è perché la maggior parte della gente non se ne cura abbastanza.

 

Carpe diem? No, grazie!

Si noti che l’esortazione di Seneca a prendere possesso della parte vera di sé, della propria interiorità (mediante l’attento esame dei momenti della propria vita da conservare e mantenere, perché non scivolino via) comunica un messaggio assai differente rispetto a quello contenuto nel carpe diem dell’Ode I 11 di Orazio. Il poeta, infatti, rifacendosi al pensiero sapienziale greco, esortava a vivere il presente come unica dimensione possibile del tempo, nella coscienza che la durata della vita e i piaceri a essa connessi potessero essere brevi. Secondo Seneca, invece, la dimensione del tempo che più conta è il passato, formato dagli attimi di vita del presente che fugge, consapevolmente vissuti e mantenuti nella memoria.

In entrambi gli autori, comunque, si esprime una certa sfiducia verso il futuro: quam minum credula postero, al v. 8 del carme oraziano; minus ex crastino pendeas, nell’epistola senecana (1, 2). Tuttavia, nei testi successivi, si può notare che, per Seneca, l’esame attento del passato permette di annullare l’azione negativa del destino (compresa la morte) sull’uomo, mentre in Orazio l’incertezza sul futuro rimaneva unicamente uno stimolo a rifugiarsi nel presente.

 

L’andamento colloquiale, ma sorvegliato

Il brano senecano ha una duplice funzione: da un lato, afferma con energia i fondamenti filosofici della ricerca della felicità; dall’altro, essa esprime una visione non integralista, soprattutto per il fatto che Seneca stesso non pone la propria esperienza come esempio da seguire. La strategia espressiva conferma pienamente tale duplice valenza.

Da un lato, infatti, il tono si rivela piuttosto colloquiale, lontano da espressioni colte e da un lessico ricercato: lo si può ricavare dal fatto che egli parli del tempo attingendo a campi semantici come quello della finanza e del commercio (pretium, aestimet, 2; aliena, possessionem, uilissima, imputari, quicquam debere, 3; ratio, impensae, perdere, paupertatis, inopiam, 4) e quello giuridico (uindica, 1; manum inieceris, 2), assai vicini all’esperienza della gente comune; e Seneca ricorre anche a espressioni di sapienza popolare (sera parsimonia in fundo est, 5).

D’altra parte, però, la scelta e la disposizione delle parole sono studiate con la perizia di un oratore consumato. Si osservi, per esempio, con quanta cura nell’esordio venga reiterato l’utilizzo nelle frasi di tre membri paralleli, il tricolon (aut… aut… aut…; quaedam… quaedam… quaedam…; agentibus… agentibus… agentibus, 1; qui… qui… qui, 2), associato a climax (auferebatur…, subripiebatur…, excidebat…, 1; eripiuntur… subducuntur… effluunt, 1; magna… maxima… tota, 1), con lievi variazioni. Si noti, poi, l’uso della domanda retorica (Quem mihi dabis…, 2) e le numerose antitesi (per esempio: crastino… hodierno, 2; Omnia… aliena… nostrum; misit… expellit; accepit… reddere, 3), oltre alle icastiche sententiae che condensano in poche parole, facilmente memorizzabili, i concetti: per esempio, quidquid aetatis retro est mors tenet (2), oppure Dum differtur uita transcurrit (3), o ancora Omnia… aliena sunt, tempus tantum nostrum est (3). Nel complesso la pagina risulta un’originalissima sintesi tra lo stile drammatico di un’accorta allocuzione tragica e il colloquio quotidiano.

Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana. Docente di Lingua e letteratura italiana e Lingua e letteratura latina presso i Licei Paritari "Isaac Newton", Brescia.
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