Il fuoco e il diluvio (Ps.-Apollod. I 7)

di APOLLODORO, Biblioteca, a cura di M. CAVALLI, Milano 2011, pp. 20-23.

Il brano che segue contiene due tra i più significativi miti classici, fondendoli assieme: il racconto di Prometeo e la vicenda di Deucalione e Pirra. Si tratta di due episodi legati al mito della creazione che sta alla base della maggior parte dele forme di culto religioso, dall’antichità sino ai nostri giorni. Unita al mito di Prometeo, che è storia di ribellione e successiva punizione, di tradimento e di creazione, la saga di Deucalione e Pirra dà forma a una conclusione “rigenerativa” e positiva, perché annuncia un riscatto o addirittura una rinascita vera e propria dell’umanità.

Constantin Hansen, Prometeo modella l’uomo dall’argilla. Olio su tela, 1845.

[7, 1] Προμηθεὺς δὲ ἐξ ὕδατος καὶ γῆς ἀνθρώπους πλάσας ἔδωκεν αὐτοῖς καὶ πῦρ, λάθρᾳ Διὸς ἐν νάρθηκι κρύψας. ὡς δὲ ᾔσθετο Ζεύς, ἐπέταξεν Ἡφαίστῳ τῷ Καυκάσῳ ὄρει τὸ σῶμα αὐτοῦ προσηλῶσαι· τοῦτο δὲ Σκυθικὸν ὄρος ἐστίν. ἐν δὴ τούτῳ προσηλωθεὶς Προμηθεὺς πολλῶν ἐτῶν ἀριθμὸν ἐδέδετο· καθ᾽ ἑκάστην δὲ ἡμέραν ἀετὸς ἐφιπτάμενος αὐτῷ τοὺς λοβοὺς ἐνέμετο τοῦ ἥπατος αὐξανομένου διὰ νυκτός. καὶ Προμηθεὺς μὲν πυρὸς κλαπέντος δίκην ἔτινε ταύτην, μέχρις Ἡρακλῆς αὐτὸν ὕστερον ἔλυσεν, ὡς ἐν τοῖς καθ᾽ Ἡρακλέα δηλώσομεν.

[2] Προμηθέως δὲ παῖς Δευκαλίων ἐγένετο. οὗτος βασιλεύων τῶν περὶ τὴν Φθίαν τόπων γαμεῖ Πύρραν τὴν Ἐπιμηθέως καὶ Πανδώρας, ἣν ἔπλασαν θεοὶ πρώτην γυναῖκα. ἐπεὶ δὲ ἀφανίσαι Ζεὺς τὸ χαλκοῦν ἠθέλησε γένος, ὑποθεμένου Προμηθέως Δευκαλίων τεκτηνάμενος λάρνακα, καὶ τὰ ἐπιτήδεια ἐνθέμενος, εἰς ταύτην μετὰ Πύρρας εἰσέβη. Ζεὺς δὲ πολὺν ὑετὸν ἀπ᾽ οὐρανοῦ χέας τὰ πλεῖστα μέρη τῆς Ἑλλάδος κατέκλυσεν, ὥστε διαφθαρῆναι πάντας ἀνθρώπους, ὀλίγων χωρὶς οἳ συνέφυγον εἰς τὰ πλησίον ὑψηλὰ ὄρη. τότε δὲ καὶ τὰ κατὰ Θεσσαλίαν ὄρη διέστη, καὶ τὰ ἐκτὸς Ἰσθμοῦ καὶ Πελοποννήσου συνεχέθη πάντα. Δευκαλίων δὲ ἐν τῇ λάρνακι διὰ τῆς θαλάσσης φερόμενος ἐφ᾽ ἡμέρας ἐννέα καὶ νύκτας τὰς ἴσας τῷ Παρνασῷ προσίσχει, κἀκεῖ τῶν ὄμβρων παῦλαν λαβόντων ἐκβὰς θύει Διὶ φυξίῳ. Ζεὺς δὲ πέμψας Ἑρμῆν πρὸς αὐτὸν ἐπέτρεψεν αἱρεῖσθαι ὅ τι βούλεται· ὁ δὲ αἱρεῖται ἀνθρώπους αὐτῷ γενέσθαι. καὶ Διὸς εἰπόντος ὑπὲρ κεφαλῆς ἔβαλλεν αἴρων λίθους, καὶ οὓς μὲν ἔβαλε Δευκαλίων, ἄνδρες ἐγένοντο, οὓς δὲ Πύρρα, γυναῖκες. ὅθεν καὶ λαοὶ μεταφορικῶς ὠνομάσθησαν ἀπὸ τοῦ λᾶας ὁ λίθος.

γίνονται δὲ ἐκ Πύρρας Δευκαλίωνι παῖδες Ἕλλην μὲν πρῶτος, ὃν ἐκ Διὸς γεγεννῆσθαι ἔνιοι λέγουσι, δεύτερος δὲ Ἀμφικτύων ὁ μετὰ Κραναὸν βασιλεύσας τῆς Ἀττικῆς, θυγάτηρ δὲ Πρωτογένεια, ἐξ ἧς καὶ Διὸς Ἀέθλιος. [3] Ἕλληνος δὲ καὶ νύμφης Ὀρσηίδος Δῶρος Ξοῦθος Αἴολος. αὐτὸς μὲν οὖν ἀφ᾽ αὑτοῦ τοὺς καλουμένους Γραικοὺς προσηγόρευσεν Ἕλληνας, τοῖς δὲ παισὶν ἐμέρισε τὴν χώραν· καὶ Ξοῦθος μὲν λαβὼν τὴν Πελοπόννησον ἐκ Κρεούσης τῆς Ἐρεχθέως Ἀχαιὸν ἐγέννησε καὶ Ἴωνα, ἀφ᾽ ὧν Ἀχαιοὶ καὶ Ἴωνες καλοῦνται, Δῶρος δὲ τὴν πέραν χώραν Πελοποννήσου λαβὼν τοὺς κατοίκους ἀφ᾽ ἑαυτοῦ Δωριεῖς ἐκάλεσεν, Αἴολος δὲ βασιλεύων τῶν περὶ τὴν Θεσσαλίαν τόπων τοὺς ἐνοικοῦντας Αἰολεῖς προσηγόρευσε, καὶ γήμας Ἐναρέτην τὴν Δηιμάχου παῖδας μὲν ἐγέννησεν ἑπτά, Κρηθέα Σίσυφον Ἀθάμαντα Σαλμωνέα Δηιόνα Μάγνητα Περιήρην, θυγατέρας δὲ πέντε, Κανάκην Ἀλκυόνην Πεισιδίκην Καλύκην Περιμήδην.

Περιμήδης μὲν οὖν καὶ Ἀχελῴου Ἱπποδάμας καὶ Ὀρέστης, Πεισιδίκης δὲ καὶ Μυρμιδόνος Ἄντιφος καὶ Ἄκτωρ.

Pittore Branca. Scena di Prometeo incatenato. Pittura vascolare su un calyx-krater apulo a figure rosse, 350-325 a.C. ca. Antikensammlung Berlin.

Prometeo impastò acqua e terra, e creò gli uomini[1]. A essi poi donò il fuoco, sottraendolo di nascosto a Zeus dentro una canna cava[2]. Quando Zeus se ne accorse, ordinò a Efesto di inchiodare il corpo di Prometeo sul monte Caucaso, che sorge nella Scizia. Infiniti anni Prometeo restò così incatenato: e ogni giorno un’aquila si avventava su di lui e gli divorava il fegato, che poi di notte ricresceva. Così Prometeo scontava la pena di aver rubato il fuoco, fino al giorno in cui Eracle lo liberò – ma di questo parleremo nei capitoli dedicati alle imprese dell’eroe.

[2] Prometeo aveva un figlio, Deucalione, re del territorio di Ftia, e sposo di Pirra, figlia a sua volta di Epimeteo e Pandora, la prima donna[3]. Quando Zeus decise di far scomparire la stirpe umana del bronzo, Deucalione, su consiglio di Prometeo, costruì un’arca, vi imbarcò tutto il necessario, poi vi salì insieme a Pirra[4]. Zeus riversò dal cielo una pioggia infinita, e sommerse quasi tutta la terra di Grecia: tutti gli uomini vennero distrutti, tranne quei pochi che erano fuggiti sulle cime più alte dei monti vicini. Le montagne della Tessaglia restarono isolate, e tutte le regioni fuori dall’Istmo e dal Peloponneso vennero sommerse dalle acque. L’arca di Deucalione navigò in balia del mare per nove giorni e nove notti, e alla fine si fermò sul monte Parnaso: quando la pioggia cessò, Deucalione uscì e offrì un sacrificio a Zeus protettore dei fuggiaschi. Allora il dio inviò Ermes, con l’ambasciata che qualunque cosa avesse voluto gli sarebbe stata concessa: e Deucalione chiese di poter avere degli uomini. Zeus diede il suo assenso, e Deucalione cominciò a raccogliere dei sassi e a gettarseli dietro le spalle: così, le pietre tirate da Deucalione divennero uomini, e quelle tirate da Pirra divennero donne. È da allora che i popoli hanno preso per metafora il loro nome (laòs) da quello che indica la pietra (làas)[5].

Deucalione e Pirra ebbero alcuni figli. Il primo fu Elleno, che però alcuni sostengono fosse figlio di Zeus. Poi nacque Anfizione, che dopo Cranao ebbe il regno dell’Attica; e terza fu Protogenia, che ebbe da Zeus il figlio Etlio. [3] Insieme alla ninfa Orseide, Elleno generò i figli Doro, Xuto ed Eolo. Elleno stesso diede il suo nome ai popoli che prima si chiamavano Greci, [6]e divise tutto il territorio fra i suoi figli. Xuto ricevette il Peloponneso, e da Creusa, la figlia di Eretteo, ebbe i figli Acheo e Ione, che diedero il loro nome agli Achei e agli Ioni. Doro, invece, ricevette tutta la regione di fronte al Peloponneso, i cui abitanti vennero chiamati Dori dal suo nome. Eolo poi regnò sul territorio intorno alla Tessaglia, e chiamò Eoli i suoi sudditi: sua sposa fu Enarete, figlia di Deimaco, che gli diede sette figli – Creteo, Sisifo, Atamante, Salmoneo, Deione, Magnete, Periere – e cinque figlie – Canace, Alcione, Pisidice, Calice e Perimede.

Perimede ebbe i figli Ippodamante e Oreste da Acheloo; Pisidice ebbe Anfito e Attore da Mirmidone.

 

Paul Merwart, Deucalione solleva la sposa. Olio su tela, 1880.

***

Note:

[1] La tradizione secondo la quale Prometeo fu il creatore degli uomini non sembra essere antichissima. La prima testimonianza in tal senso è quella di Ovidio (Metamorfosi I 82 ss.); né Esiodo né Eschilo, le due principali fonti sulla figura di Prometeo, sembrano prospettare una sua opera di creazione dell’umanità, ma semplicemente quella di benefattore e di apportatore di civiltà (Esiodo, peraltro, è abbastanza generico nell’attribuire la creazione dell’uomo agli “dèi immortali” del periodo di Crono, ai vv. 109-111 delle Opere e i giorni). Sempre Esiodo (Teogonia 521 ss.) racconta di come Prometeo volle ingannare Zeus a favore degli uomini, tentando di assegnare loro le parti migliori di un bue offerto in sacrificio, a svantaggio degli dèi: ma Zeus se ne accorse, e per ritorsione tolse agli uomini il possesso del fuoco. Ma la storia continua (Esiodo, Opere e i giorni 47 ss.); Prometeo riesce a rubare il fuoco a Zeus e a ridarlo agli uomini, e Zeus allora attua una nuova crudele vendetta, creando Pandora, la prima donna: «Agli uomini, come pena per il fuoco, io darò un male di cui tutti saranno felici, e faranno festa al loro stesso male» (vv. 57-58). Già in Esiodo, quindi, Prometeo appare come una fiera figura di dio anomalo, che sceglie di mettersi in contrasto con i suoi simili per aiutare la debole razza dei mortali; e questa impostazione risulta ancor più evidente nel Prometeo incatenato di Eschilo, dove il figlio di Giapeto dichiara tutti i benefici che la sua audace indipendenza da Zeus ha saputo apportare all’umanità: come l’agricoltura, la medicina, la divinazione, la scrittura, il calcolo matematico e astronomico.

[2] Cfr. per esempio Esiodo, Opere e i giorni 50 ss. ed Eschilo, Prometeo incatenato 107 ss.

[3] Per Pandora, cfr. Esiodo, Opere e i giorni 42 ss. Esiodo racconta di come, per curiosità, Pandora sollevò il coperchio del vaso in cui erano contenuti tutti i mali: che subito saltarono fuori e si diffusero nel mondo.

[4] Un’ampia trattazione del diluvio di Deucalione è assente nelle fonti più antiche: solo Pindaro (Olimpiche 9, 41 ss.) vi allude con una certa precisione, ma si tratta comunque di pochi versi da cui non si evince l’intera vicenda. Il racconto poetico principale è quello di Ovidio (Metamorfosi I, 177-415), di intensa bellezza, rispetto al quale la narrazione di Apollodoro risulta mancare di alcuni nodi essenziali per la vicenda. Da Ovidio, per esempio, sappiamo il motivo che indusse Zeus a decidere lo sterminio dell’umanità: l’empietà degli uomini, e soprattutto quella di Licaone, che non esitò a uccidere uno straniero, per servirlo a Zeus sulla tavola imbandita, e mettere così alla prova la sua divinità. Sempre Ovidio specifica l’origine del lancio delle pietre da parte di Deucalione e Pirra, che in Apollodoro manca di spiegazione. Scampati al diluvio, i due sposi chiedono aiuto a Themis, la dea profetica che aveva il suo oracolo sul monte Parnaso, e questa risponde loro – con un oscuro responso – di gettarsi dietro le spalle le ossa della grande madre. Deucalione risolve l’enigma, capisce che la grande madre è la terra e le sue ossa sono le pietre, e agisce di conseguenza, dando vita alla nuova stirpe umana. Plutarco (Quali animali sono più ingegnosi 968f) aggiunge il particolare della colomba inviata da Deucalione a esplorare le terre riemerse, proprio come nella storia di Noè. Il racconto del diluvio universale sembra, infatti, presentare caratteri comuni alle diverse civiltà, ed è probabilmente da ricollegare a tradizioni di origine babilonese, forse in relazione al grande diluvio che si verificò in Mesopotamia nel III millennio a.C.: anche il poema babilonese di Gilgamesh, infatti, tramanda la storia di Parnapishtim, che si salvò in un’arca dal diluvio provocato dalla dea Ishtar.

[5] Al medesimo gioco etimologico – ma con un significato etico più ampio – allude anche Ovidio, nel commentare l’origine dell’umanità da quelle pietre di Deucalione e Pirra: Inde genus durum sumus experiensque laborum / et documenta damus qua simus origine nati (Metamorfosi I 414-415).

[6][6] Secondo il Marmor Parium, il passaggio del nome da Greci a Elleni avvenne nel 1521 a.C. Questa famosa lastra di marmo, scoperta nel 1627 a Paro e portata in Inghilterra da Thomas Arundel, contiene in novantatré righe la successione dei principali eventi della storia greca da Cecrope fino all’arconte Diogneto (264 a.C.), comprendendo quindi circa 1318 anni, calcolati non in base alle olimpiadi, ma secondo i re e gli arconti attici; sono presenti però alcuni evidenti errori di datazione.

Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana. Docente di Lingua e letteratura italiana e Lingua e letteratura latina presso i Licei Paritari "Isaac Newton", Brescia.
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