Il Prometeo incatenato di Eschilo

di I. BIONDI, Storia e antologia della letteratura greca, 2, A. Il teatro, Messina-Firenze 2004, pp. 71-73; 80-82.

 

  1. L’autore

Eschilo. Busto, bronzo, II-I sec. a.C. dalla Meloria. Firenze, Museo Archeologico.

 

Eschilo, figlio di Euforione, nobile proprietario terriero e discendente da un’antica stirpe, nacque vicino ad Atene, a Eleusi, centro del culto misterico di Demetra e di Persefone, nel 525 a.C. tutta quanta la sua vita si svolse in uno dei periodi più intensi e significativi della storia politica ateniese, interna ed estera. Adolescente, egli assistette alla congiura contro i Pisistratidi e alla cacciata di Ippia, con cui si concluse il regime tirannico; a esso fece seguito la riforma democratica di Clistene, fondata su base territoriale, che garantì la fusione e la concordia sociale delle classi che componevano la cittadinanza ateniese.

Eschilo iniziò la sua attività drammatica, continuata poi fino alla morte, in occasione degli agoni tragici del 499-496 a.C. (LXX Olimpiade), quando, appena venticinquenne, gareggiò con Cherilo e Pratina; la sua prima vittoria risale al 484 a.C.

Quando, dopo l’infelice conclusione della rivolta della Ionia, Atene dovette fronteggiare l’attacco delle armate di Dario, Eschilo, non dimentico del suo dovere civico, combatté nel 490 a Maratona; dieci anni dopo, quando le truppe di Serse, forzato il passo delle Termopili, invasero l’Attica, egli partecipò alla battaglia di Salamina.

Otto anni dopo la battaglia di Salamina, nel 472 a.C., Eschilo ottenne la vittoria con una tetralogia (tre tragedie e un dramma satiresco), di cui facevano parte i Persiani, il più antico fra i drammi giunti fino a noi e l’unico di argomento storico; le altre opere della tetralogia sono andate perdute.

Poco dopo, il poeta si recò in Sicilia, a Siracusa, forse attratto dalla fama del tiranno Ierone, celebre per aver ospitato alla sua corte altri famosi poeti dell’Ellade, fra cui Simonide, Bacchilide e Pindaro. Nel 477 a.C. il tiranno fondò la città di Etna, affidandone il governo a suo figlio Dinomene; Eschilo celebrò l’avvenimento con un dramma andato perduto, le Etnee, tornando qualche anno dopo (469/8 a.C.) ad Atene, dove Temistocle, artefice della vittoria di Salamina e fondatore della Lega delio-attica, era stato da poco ostracizzato, a vantaggio di Cimone, figlio di Milziade e capo del partito conservatore.

In questi stessi anni, Eschilo gareggiò di nuovo con la tetralogia di cui rimane soltanto il Prometeo incatenato e, poi, con una seconda andata perduta; ma in quest’ultima gara i giudici gli preferirono un altro grande tragico, Sofocle, allora ancora esordiente, forse per la novità rappresentata dall’introduzione del tritagonista.

Tuttavia, nel 467 a.C., Eschilo conquistò un’altra vittoria, con una tetralogia ispirata al ciclo tebano, che comprendeva i drammi Laio, Edipo e i Sette a Tebe, l’unico giunto fino a noi.

Nel 458 a.C. il poeta mise in scena la grandiosa trilogia dell’Orestea, la sola giuntaci completa, che comprendeva l’Agamennone, le Coefore e le Eumenidi. Ci sono ignote le ragioni per cui, all’incirca nello stesso periodo, Eschilo si recò di nuovo in Sicilia, a Gela, dove rimase fino alla scomparsa, avvenuta nel 456 a.C.

I pochi frammenti dei drammi satireschi eschilei provenienti da tre opere, Quelli che tirano la rete, Gli spettatori della festa, Prometeo incendiario, ci dimostrano, con il loro contenuto giocoso e la grazia scherzosa che li caratterizza, come la musa di Eschilo non disdegnasse anche toni leggeri e comici, lontani dalla grandiosa solennità dei suoi versi tragici. Ciò si nota soprattutto nei frammenti del primo dramma, in cui è tratto il mito di Danae, lo stesso sviluppato da Simonide in uno suo celebre θρῆνος. Nell’isola di Serifo, Diktys, fratello di Polidette, tiranno del luogo, e un altro pescatore tentano di tirar su a fatica la rete (di qui il titolo del dramma), in cui è rimasta impigliata una cassa, nella quale sono rinchiusi un bambino e una bellissima donna: il piccolo Perseo e sua madre Danae. Alla vista dei mostruosi Satiri, la donna rimane terrorizzata, mentre Perseo, per niente spaventato, comincia subito a giocare con quegli strani esseri, che si rivelano molto amichevoli. Alla fine, Diktys si offre di sposare Danae, che accetta prontamente, in mezzo ai maliziosi commenti dei Satiri.

Negli Spettatori alla festa, i protagonisti sono nuovamente i Satiri, giunti in gruppo alle feste celebrate sull’Istmo di Corinto, in onore di Poseidone. Arrivati al tempio del dio, i Satiri ne ammirano la bellezza e la grandiosità; poi offrono come ex voto le loro maschere, raccontando di essere giunti lì per partecipare ai giochi, nonostante il divieto del loro signore Dioniso, bene informato sulle loro scarse capacità ginniche. A questo punto, il frammento si interrompe, ma è probabile che il seguito contenesse il racconto delle comiche prestazioni atletiche dei Satiri.

Lo spirito civico e nazionalistico di Eschilo, vivissimo in tutte le sue opere e particolarmente nei Persiani, la profondità e l’universalità del suo mondo morale e religioso fecero sì che l’autore fosse considerato un educatore di alto valore etico, simbolo del perfetto civismo, oltre che un grandissimo poeta. Tali caratteri emergono con evidenza dall’epitaffio che Eschilo stesso avrebbe dettato per la sua tomba, ancora visibile nel II secolo d.C., quando il periegeta Pausania poté visitarla; in esso, infatti, non si fa cenno all’opera del poeta, ma si esalta il suo valore guerriero:

 

Eschilo di Euforione, Ateniese, questa tomba

racchiude morto, a Gela ricca di messi.

Il suo glorioso ardimento potrebbe dirlo il sacro bosco di Maratona

e il Persiano dalle lunghe chiome, che ben lo conobbe.

(Vita Aeschyli 2)

 

Combattendo a Maratona, Eschilo dimostrò la sua fede nei valori della nascente democrazia ateniese, originata dalla riforma di Clistene, basata sulla ripartizione territoriale dell’Attica e su un nuovo sistema elettorale democratico. Nella forma di Stato che ne derivò, il poeta scorse la possibilità di far coincidere i propri principi religiosi e la fede nella giustizia con i nuovi ideali politici, così che la democrazia ateniese divenne non solo lo scenario della sua creazione poetica, ma anche l’ambiente ideale per l’azione dei suoi personaggi. Nell’ottica di Eschilo, tutto ciò che un tempo era stato patrimonio di una classe sociale fondata sui vincoli del γένος, appartenevano ora al popolo intero, saldamente organizzato nella πόλις. Essa, nata con l’aiuto e la protezione divina, secondo una certezza che era stata già di Solone, si basava su un ordinamento in cui obbedienza alle leggi e libertà si fondevano armoniosamente nel rispetto di Dike, la figlia di Zeus, in cui si incarnava il principio assoluto della giustizia, universale e circondato da un alone di religioso timore, rispettoso della libertà individuale, ma al di sopra del singolo, vincolo saldo e inviolabile della vita civile.

La solennità sacra delle Grandi Dionisie rappresentava per un poeta tragico l’occasione in cui egli poteva esercitare la sua funzione educativa nei confronti di un intero popolo, poiché il carattere panellenico della manifestazione e il periodo dell’anno in cui si svolgeva (alla fine di marzo, quando si riprendeva la navigazione, dopo la stasi invernale) favorivano l’afflusso ad Atene di un gran numero di persone provenienti da varie città dell’Ellade.

Eschilo affrontò con profondissima serietà di intenti questo compito di educatore per un’intera comunità; infatti, l’evoluzione politica di cui era stato testimone diretto lo spinse, negli anni della maturità, ad analizzare le trasformazioni dello Stato e la posizione dei singoli nella società, alla luce di principi morali individuali e collettivi, che, pur dipendendo ancora in gran parte dallo spirito religioso e dall’etica arcaica, preannunciavano già importanti innovazioni. Per questo motivo, egli adattò e rielaborò con grande libertà gli antichi miti eroici, ai quali si ispirò per i suoi drammi (tranne i Persiani, che descrivono la battaglia di Salamina); avendo genialmente intuito la grande capacità psicagogica che queste rappresentazioni esercitavano nei confronti del pubblico, Eschilo li trasformò in paradigmi delle nuove concezioni etiche, dominate dai concetti di ordine e di misura, irrinunciabili per una costruttiva e pacifica coesistenza sociale nel nuovo regime democratico.

In questo modo, il poeta rivolgeva, non soltanto agli eredi dell’antichi aristocrazia, ma anche all’intera comunità cittadina, il proprio messaggio, in cui coesistevano armoniosamente l’arcaica grandiosità dei miti eroici (Eschilo non tralasciò mai di sottolineare il suo debito nei confronti dell’epos) e gli echi della dialettica politica e morale assai viva in quegli anni.

Uomo di profondissima religiosità, Eschilo pose a fondamento della propria ideologia politica la fede nell’infallibile giustizia divina, alla quale, secondo la sua ottica, condivisa dalla classe sociale media, si doveva il successo della guerra contro la Persia. Tale principio assoluto e perfetto, libero da qualsiasi forma di capriccio e di arbitrio, si incarnava in Zeus, garante di un ordine universale liberamente e consapevolmente accettato sia dagli dèi che dagli uomini.

Questi ultimi, tuttavia, erano naturalmente portati alla trasgressione, all’affermazione eccessivamente individualistica di sé, al di là dei propri limiti; ma contro queste forme di ὕβρις si ergeva la giustizia divina, immune da errori e da limiti di tempo, pronta a ristabilire l’ordine violato abbattendosi non solo sul colpevole, ma anche sui suoi discendenti e su tutto il γένος, a cui l’individuo è legato da indissolubili vincoli, validi sia sul piano sociale sia religioso.

Tuttavia, in questa visione arcaica del nesso fra colpa e castigo, Eschilo introdusse un elemento nuovo: la convinzione che l’uomo potesse liberarsi della maledizione, acquistando una più profonda consapevolezza di sé e dei propri limiti attraverso la sofferenza, rientrando così nel κόσμος universale e in quello più circoscritto, ma non meno importante per lui, dell’ordinamento cittadino. Il poeta testimoniò questo suo modo di pensare nel finale dell’Orestea, quando Oreste, assolto dal matricidio grazie al verdetto dell’Areopago, il più antico e venerando tribunale ateniese, rientrava a pieno diritto nell’ordine religioso e politico, spezzando finalmente la fatale catena di colpe e di punizioni che macchiava la sua stirpe fino dalle origini più remote.

Melpomene, musa della tragedia. Affresco, 62-79 d.C. ca., dalla casa di Giulia Felice. Toulouse, Musée Archéologique St. Raymond.

 

  1. L’opera

Questa tragedia è il dramma centrale e l’unico superstite di una trilogia, che iniziava forse con il Prometeo portatore del fuoco e si concludeva con il Prometeo liberato. Di difficile collocazione cronologica, si tende a considerarla posteriore al soggiorno di Eschilo in Sicilia, perché ai vv. 365-369 il protagonista, parlando del destino del gigante Tifone (o Tifeo), fulminato da Zeus e sepolto sotto la montagna dell’Etna, allude a una devastante eruzione del vulcano, che aveva inondato con fiumi di fuoco le fertili campagne siciliane. Alcuni studiosi dubitarono addirittura dell’autenticità del Prometeo, adducendo come giustificazione la profonda diversità nella trattazione del personaggio di Zeus, qui presentato come una divinità violenta e crudele, mentre nelle altre opere egli appare l’incarnazione di una giustizia suprema e perfetta; ma la perdita degli altri due drammi della trilogia e del dramma satiresco suggerisce cautela nel mettere in dubbio la paternità dell’opera.

Il Prometeo incatenato è l’unica tragedia in cui tutti i personaggi sono divinità; l’azione è ambientata nelle squallide e selvagge plaghe della Scizia, dove Kratos e Bia, il Potere e la Forza, servi di Zeus, per ordine del loro signore e con l’aiuto di Efesto, stanno incatenando a una roccia il gigantesco corpo del Titano. Prometeo ha attirato su di sé la collera di Zeus per aver voluto beneficiare il genere umano; infatti, mosso a pietà delle fragilità e della miseria degli uomini, dopo aver rubato una scintilla del fuoco divino, l’ha donata loro, permettendo alle deboli, ma intelligenti, creature di sopravvivere e di progredire in un mondo ostile.

Quando ormai il Titano è avvinto alla roccia da catene indistruttibili, arriva su un carro alato il coro delle Oceanine, figlie di Tetide, profondamente turbate per la crudele pena del loro consanguineo. Addolorate, esse si domandano quale divinità possa essere tanto spietata da infliggere a un altro essere divino un simile supplizio, e per quale motivo. Prometeo risponde loro che è stato Zeus, il nuovo signore degli dèi, a punirlo così, per l’aiuto da lui dato agli uomini. Dotato di capacità profetiche, il Titano aveva già previsto quale sarebbe stata la sua sorte, per aver osato opporsi al volere di Zeus, che desiderava l’annientamento del genere umano, e proclama orgogliosamente questa sua consapevole trasgressione:

 

Ma io sapevo bene tutto questo.

Volontariamente, volontariamente commisi la colpa: e non lo negherò.

Portando aiuto ai mortali mi procurai dolori.

(Prometh. 265-267)

Luca Giordano, Il supplizio di Prometeo. Olio su tela, 1666.

 

Tuttavia, Prometeo non si considera ancora sconfitto; alle Oceanine, che cercano di confortarlo, e allo stesso Oceano, che gli consiglia un atteggiamento più sottomesso per intenerire il nuovo signore degli dèi e per ottenerne il perdono, il Titano rivela di essere a conoscenza di un segreto che potrebbe abbattere il potere di Zeus e costringere la tirannica divinità a chiedergli aiuto; però, non vuole ancora rivelarlo a nessuno.

Con parole di pietà, le Oceanine e il loro padre si allontanano; e sulla scena compare un nuovo personaggio, la ninfa Io. Figlia del dio-fiume Inaco, è anch’essa vittima della prepotenza di Zeus, che, dopo averla sedotta, non ha voluto difenderla dalla collera e dalla gelosia di Hera. Così, l’infelice, trasformata in giovenca, è costretta a errare di terra in terra, perseguitata da un tafano che si è attaccato ai suoi fianchi e la fa impazzire di dolore. Purtroppo, Prometeo non può far niente per aiutarla, ma le predice che le sue sofferenze, per quanto lunghe e tormentose, avranno termine al suo arrivo in Egitto, dove partorirà Epafo, il figlio concepito da Zeus, destinato a diventare capostipite di una numerosa progenie. Subito dopo, il Titano rivela a Io l’esistenza di un segreto che riguarda il futuro di Zeus. Quando Crono fu detronizzato da lui, lo maledisse, augurandogli di subire la stessa sorte da parte di un suo figlio; ma nessuno, tranne Prometeo, conosce il nome della dea dalla quale dovrà nascere colui che abbatterà il potere di Zeus e non lo rivelerà mai. Proprio mentre il Titano afferma che il regno di Zeus non sarà lungo, compare sulla scena Hermes, il messaggero degli dèi, che gli impone di svelare il fatidico nome. All’orgoglioso rifiuto di Prometeo, la collera di Zeus si abbatte terribile su di lui: uno spaventoso cataclisma scuote la Terra, che si spalanca, inghiottendo nelle proprie viscere la montagna a cui è incatenato il Titano.

Francesco Foschi, Prometeo incantenato in cime innevate del Caucaso.

 

Il Prometeo incatenato fu uno dei drammi eschilei di maggior successo, soprattutto nel Romanticismo; ma ciò fu dovuto in parte a un errore di valutazione, perché i letterati dell’epoca lo considerarono un dramma isolato, facendo del suo fiero e indomabile protagonista il simbolo della libertà che essi stessi propugnavano, venendola oppressa da un potere tirannico. In realtà, questa interpretazione è assai lontana dal pensiero di Eschilo, che considerava Zeus una divinità supremamente giusta; i pochi frammenti superstiti del Prometeo liberato ci consentono, infatti, di ricostruire il momento di riconciliazione tra il Titano e il padre degli dèi. In questa tragedia, il coro era formato dagli altri Titani; Prometeo, dopo avere subito il ben noto supplizio dell’aquila che gli dilaniava il fegato per un lunghissimo numero di anni, veniva liberato da Eracle e otteneva il perdono di Zeus, rivelandogli che la dea con cui non avrebbe mai dovuto unirsi era Teti, figlia del dio marino Nereo.

Più difficile è, invece, stabilire il contenuto dell’altro dramma, il Prometeo portatore del fuoco; infatti, se il titolo, come generalmente si crede, alludeva al furto del fuco da parte di Prometeo, che lo sottrasse agli dèi per donarlo agli uomini, allora ci troveremmo di fronte alla prima tragedia della trilogia. Se, invece, fosse vera l’ipotesi che in esso si faceva riferimento alle corse con le fiaccole, che avevano luogo durante le feste Prometee, istituite per celebrare la riconciliazione fra Zeus e il Titano, allora il dramma riguarderebbe l’argomento finale della trilogia. Tuttavia, poiché nessuna fonte antica avvalora la supposizione che i drammi costituissero una trilogia concatenata, ogni conclusione in proposito deve essere accettata con molta cautela.

Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana.
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4 risposte a Il Prometeo incatenato di Eschilo

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  4. alessiobrugnoli ha detto:

    L’ha ripubblicato su ilcantooscuro.

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