L’avaro (Plaut. Aulul. 713-730)

di M. BETTINI (ed.), Togata gens. Lettertura e cultura di Roma antica. 1. Dalle origini all’età di Augusto, Milano 2012, pp. 83-85.

Siamo verso la fine dell’Aulularia e ci troviamo di fronte a una delle scene più divertenti e geniali che Plauto abbia mai scritto. Il vecchio e avarissimo Euclione, che per tutta la commedia ha cercato ossessivamente di proteggere la sua pentola d’oro, è stato tradito dall’ansia di nasconderla e, proprio spostandola da un nascondiglio all’altro, si è fatto scoprire dallo schiavo del giovane Liconide, che gli ha così soffiato il tesoro. Euclione non trova più la pentola e si precipita disperato sulla scena, piangendo e gridando come se gli avessero tolto una persona amata. Il giovane Liconide crede invece che il vecchio si disperi perché ha scoperto che sua figlia ha partorito un bambino concepito con Liconide stesso.

 

EVCLIO Perii ínterii occidi[1]. quó curram? quo nón curram? tene, téne. quem? quis?[2]

nesció, nil video, caécus eo atque equidém quo eam aut ubi sim aút qui sim

nequeó cum animo certum ínvestigare. óbsecro vos ego[3], mi aúxilio,                         715

oro óbtestor[4], sitís et hominem demónstretis[5], quis eam ábstulerit[6].

quid est? quíd ridetis? nóvi omnes, scio fúres esse hic cómplures[7],

qui véstitu et creta óccultant sese átque sedent quasi sínt frugi[8].

quid aís tu? tibi credére certum est, nam essé bonum ex voltu cógnosco[9].

hem, némo habet horum? occídisti[10]. dic ígitur, quis habet? néscis?                           720

heu mé miserum, miseré[11] perii,

male pérditus, pessime ornatus eo:

tantúm gemiti et mali maéstitiaeque[12]

hic diés[13] mi optulít, famem et paúperiem.

perditíssimus ego sum omnium ín terra;

nam quid mi ópust vita, qui tántum auri

perdidí, quod concustódivi[14]

sedúlo? egomet me défraudavi

animúmque meum geniúmque meum[15];                                                                   725

nunc eó alii laetíficantur

meo málo et damno. pati néqueo.

 

LYCONIDES Quínam homo hic ante aédis nostras éiulans conquéritur maerens?

átque hic quidem Euclio ést, ut opinor. óppido ego interií: palamst res,

scit peperisse iam, ut ego opinor, filiam suam[16]. nunc mi incertumst

abeam an maneam, an adeam an fugiam[17]. quid agam édepol nescio.                        730

 

Euclione  Sono perduto! Sono morto! Sono assassinato! Dove correre? Dove non correre? Fermalo, fermalo! Fermare chi? Chi lo fermerà? Non so, non vedo nulla, cammino alla cieca. Dove vado? Dove sono? Chi sono? Non riesco a stabilirlo con l’esattezza. (al pubblico) Vi scongiuro, vi prego, vi supplico, aiutatemi voi: indicatemi l’uomo che me l’ha rubata. Che c’è? perché ridete? Vi conosco tutti: so che qua ci sono parecchi ladri, che si nascondono sotto una toga imbiancata a gesso, e se ne stanno seduti, come fossero dei galantuomini… (a uno spettatore) Che ne dici tu? Voglio crederti: lo capisco dalla faccia, che sei una brava persona… Eh? Non ce l’ha nessuno di costoro? Mi hai ucciso! Dimmi, dunque, chi l’ha? Non lo sai? Ah, povero, povero me! Sono morto! Sono completamente rovinato, sono conciato malissimo: troppe lacrime, troppe sventure, troppo dolore mi ha portato questo giorno; e fame, e miseria!… Sono il più sventurato tra gli esseri della terra. Che bisogno ho di vivere, ora che ho perduto tutto quell’oro che avevo custodito con tanta cura! Mi sono imposto sacrifici, privazioni; ed ora altri godono della mia sventura e della mia rovina. Non ho la forza di sopportarlo.

Liconide  (in disparte, uscendo dalla casa di Megadoro) Chi si sta lamentando? Chi piange e geme davanti a casa nostra? Ma è Euclione, mi pare. Sono completamente perduto; s’è scoperto tutto. Senza dubbio sa già che sua figlia ha partorito. Ora non so che fare. Devo andarmene o rimanere? Affrontarlo o evitarlo? Per Polluce! Non so che fare!

Maschera comica. Mosaico, II sec. d.C. dalla Villa di Centocelle (Roma). Berlin, Altes Museum.

La figura di Euclione, già messa in ridicolo per l’esagerazione nel premunirsi contro il furto della sua preziosa pentola e nel parossismo dei suoi sentimenti, più forti per l’oro che non per la figlia, viene qui ancor più dilatata in senso comico per il fatto che Plauto assegna al vecchio avaro una scena di disperazione che non avrebbe sfigurato in bocca a un eroe o a un’eroina della tragedia che piangesse sul cadavere di un fratello o di una persona amata. La divertente nevrosi del vecchio è poi sottolineata ancor di più dall’uso sapiente della rottura dell’illusione scenica: Euclione infrange la barriera immaginaria che divide la rappresentazione dal pubblico e comincia a prendersela con gli spettatori, cercando vanamente tra loro qualcuno che abbia la faccia da ladro e che quindi possa avergli sottratto la pentola.

L’arrivo di Liconide innesta nella scena un altro artificio comico di sicuro effetto, che si vedrà, però, nel dialogo fra i due: l’equivoco. Il giovane, udendo i lamenti disperati del vecchio, crede che egli abbia scoperto la sua tresca con la figlia e che sia venuto a sapere del parto clandestino: Liconide decide perciò di affrontarlo e di riconoscere le proprie responsabilità. Nel dialogo, però, i due si riferiscono a qualcosa di femminile indicato con pronomi dimostrativi come illa, senza nominare mai apertamente né la pentola né la figlia; perciò continuano a discutere riferendosi l’uno, Euclione, al furto della pentola, l’altro allo stupro della ragazza, senza accorgersi di parlare di cose diverse, in un crescendo di equivoci assolutamente irresistibile per il pubblico.

 

***

Note:

[1] Perii ínterii occidi : si tratta di un tipico tricòlon plautino, di tipo asindetico e sinonimico, formato dalla sequenza di tre verbi al perfetto, di intensità semantica crescente, che martellano il tema-guida del canticum: Euclione senza l’oro è morto.

[2] quó … quis? : Si osservi la ripetizione delle parole curram, tene e quis: l’iterazione lessicale è un mezzo efficace per esprimere l’emotività e la concitazione, ed è spesso adoperato nella lingua d’uso di tutti i tempi.

[3] óbsecro vos ego : l’attore si rivolge direttamente al pubblico chiedendo aiuto: la stretta unione dei pronomi personali vos ego sottolinea l’idea della collaborazione auspicata.

[4] oro óbtestor : l’inciso serve a sottolineare ancor di più lo stato di angoscia – comica, non patetica – in cui versa Euclione.

[5] sitís… demónstretis : congiuntivi esortativi.

[6] hominem… ábstulerit : secondo un tratto tipico della lingua parlata, il soggetto della interrogativa (homo) è anticipato nella principale. Si noti poi come la pentola d’oro venga detta semplicemente eam: Euclione, infatti, pensa sempre a «quella», tanto che non serve neppure nominarla

[7] scio fúres esse hic cómplures : battuta di sicuro effetto teatrale, ieri come oggi. Il sospetto che tra i personaggi più in vista ci siano in realtà dei ladri è diffuso in tutti i tempi, e alle parole di Euclione gli spettatori dovevano reagire ammiccando e pensando agli scandali del giorno.

[8] qui… frugi : il verso contiene alcuni riferimenti al costume romano del tempo. La toga perfettamente bianca e nuova era segno di ricchezza: i poveri che volevano comunque apparire ben vestiti dovevano arrangiarsi in tintoria, dove la creta veniva usata come sbiancante. Inoltre, i ricchi avevano assicurati posti a sedere su panche di legno vicino alla scena, mentre i poveri con le loro tuniche brune si accalcavano in piedi più lontano. Tutto il verso ha un tono colloquiale: si noti il modo di dire frugi esse, con l’indeclinabile frugi che esprime una metafora agricola tipica della lingua romana arcaica (l’uomo onesto è colui che porta buona «messe»).

[9] bonum ex voltu cógnosco : dobbiamo immaginare che qui l’attore scegliesse accuratamente tra il pubblico una faccia losca. Il dialogo con uno spettatore è da sempre un numero di sicuro effetto nel repertorio degli attori brillanti nell’improvvisazione.

[10] occídisti : come sempre nella lingua d’uso, l’espressione linguistica mira al risparmio: vengono sottintesi sia il soggetto (tu), sia l’oggetto (me).

[11] heu mé miserum, miseré : l’esclamazione patetica heu e la triplice allitterazione me miserum, misere aprono in tono solenne la seconda sezione, che è quasi un lamento funebre di stile perfettamente tragico.

[12] mali maéstitiaeque : l’allitterazione plautina insiste spesso più volte sui medesimi fonemi. Qui ritroviamo un’altra allitterazione in m-, in quello che appare come un accumulo sinonimico di sapore tragico.

[13] hic diés : espressione più solenne di un banale hodie, anch’esso indizio di parodia tragica.

[14] concustódivi : esempio di creatività linguistica tipicamente plautina. Il verbo concustodivi è attestato solo qui in Plauto: è derivato dal verbo custodio per mezzo del prefisso intensivo con-, che ben esprime l cura ossessiva con cui veniva compiuta l’azione.

[15] animúmque meum geniúmque meum : il dicòlon polisindetico con -que…-que è uno stilema epico-tragico di derivazione omerica. Anche i sostantivi animus e genius sono magniloquenti: animus era la sede del pensiero e genius la divinità tutelare dell’uomo romano.

[16] scit… suam : l’intervento di Liconide serve a preparare un altro tipico ingrediente del comico plautino, il qui pro quo. Liconide, infatti, aveva violentato nove mesi prima la figlia di Euclione, e dunque crede che il vecchio si disperi per il parto. Tutto il dialogo successivo tra Liconide ed Euclione sarà basato su questo equivoco.

[17] abeam… fugiam : i dubbi di Liconide sono espressi magnificamente dal parallelismo dei quattro verbi, uniti dalla figura fonica dell’omeoptoto in -am, e intrecciati dalla figura di pensiero del chiasmo «andare-restare-restare-andare».

Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana.
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