Le idee etniche dell’antichità classica

di F. Bethencourt, Razzismi. Dalle crociate al XX secolo, trad. it. di P. Palminiello, Bologna, Il Mulino, 2013, Parte prima – Le crociate, capitolo primo – La percezione dell’altro: dai greci ai musulmani, pp. 33-36.

 

Gli uomini di lettere greci e romani ritenevano che le caratteristiche fisiche e mentali degli esser umani fossero plasmate da fattori esterni, una concezione – o teoria – dell’ambiente che ha inciso in modo cruciale sulle rappresentazioni e classificazioni dei popoli. Si supponeva che la struttura del corpo, la forza o la debolezza fisica, la durezza o docilità di carattere, l’intelligenza viva o tarda, e l’indipendenza di pensiero o viceversa la propensione alla subordinazione fossero tutte determinate, in genere, dal clima e dalla collocazione geografica, e pertanto che le differenze tra i vari popoli riflettessero le condizioni dei territori in cui ciascuno di essi aveva avuto origine. A consentire ai greci e ai romani di attribuirsi le virtù necessarie alla realizzazione dei loro progetti imperiali fu infatti la valutazione positiva della posizione geografica rispettivamente della Grecia e di Roma – una zona temperata, tra il freddo nord e il caldo sud, e collocata, per quel che concerne la Grecia, tra Oriente e Occidente (e, cosa ancora più importante, lontano dall’«arroganza», dalla «corruzione» e dal «servilismo» dell’Asia). Attenuava in parte la rigidezza di questa prospettiva il riconoscimento dei contrasti fra le popolazioni della montagna (considerate rozze e asociali) e quelle delle pianure (civili e raffinate), un riconoscimento che faceva spazio se non altro alla realtà dei conflitti di comportamento tra vicini. E non vanno dimenticati, tra gli elementi in parte non congruenti con la teoria di base, gli atteggiamenti tanto dei greci quanto dei romani nei confronti di alcuni modi di vivere diversi dal proprio – quello dei nomadi, per esempio – e di certe forme di governo, in particolare del dispotismo tipico dell’Oriente, del quale si diceva favorisse la dipendenza e la debolezza[1].

 

Pittore Oltos. Rappresentazione di un arciere scita. Pittura vascolare dal tondo di una kylix bilingue attica a figure nere, 530-520 a.C. ca. Paris, Musée du Louvre.

 

Questa teoria ambientalista si combinava talvolta con la tesi dell’ereditarietà delle caratteristiche acquisite dagli esseri umani. Le nozioni di lignaggio e autoctonia sviluppate dagli ateniesi, persuasi di avere sempre occupato lo stesso territorio e di poter vantare una stirpe pura, plasmarono l’atteggiamento dei greci e dei romani nei confronti degli altri popoli[2]. L’idea di discendenza divenne cruciale in due modi: in primo luogo, in quanto legame tra il sangue e il territorio, il quale autorizzò ad attribuire ai vari popoli (gentes) un’identità essenziale a partire dal loro aspetto, dalla lingua e dai costumi; in secondo luogo, in quanto garanzia della riproduzione all’interno di ciascun popolo delle caratteristiche determinate in origine dal suo ambiente di nascita. Dunque, i discendenti, per esempio, dei siriani avrebbero portato su di sé le più importanti caratteristiche mentali e fisiche dei loro antenati anche se nati altrove. I pregiudizi dei romani nei confronti della maggioranza dei popoli orientali, giudicati schiavi naturali, ricadevano tanto su questi popoli considerati nei loro ambienti, quanto sui migranti stabilitisi in altre province o al centro dell’impero, ossia a Roma. Più in generale, supporre che ambiente ed eredità fossero connessi e che, allo stesso modo, lo fossero anche le caratteristiche esteriori e quelle interiori implicava la negazione di qualsiasi differenza da individuo a individuo o da generazione a generazione. Il cambiamento poteva essere, in sostanza, soltanto collettivo e di fatto in direzione di un peggioramento: l’idea di discendenza esplicitata dal vanto ateniese di purezza di lignaggio tradiva una valutazione negativa degli individui di origine mista. Si supponeva che le unioni di individui di diversa discendenza generassero esseri umani inferiori, che indebolissero le qualità positive originarie. Per le stesse ragioni, un cambiamento dell’ambiente non avrebbe potuto che portare a una degenerazione degli esseri umani coinvolti e dei loro discendenti.

Cavaliere barbaro disarcionato. Statuetta, bronzo, III sec. d.C.

L’applicazione di questi criteri era tuttavia piuttosto approssimativa e contraddittoria. È possibile imbattersi, per esempio, in lodi dei coraggiosi guerrieri germanici, gallici o ispanici; non essendo mai stati sconfitti, e conservando dunque intatte le loro qualità guerresche, i germani erano considerati in effetti una minaccia. Eppure, si supponeva anche che odiassero la pace e l’impegno nel lavoro, mentre i galli erano presentati come forti bevitori e persone volubili e insubordinate, benché anche buoni oratori. La nozione di schiavitù naturale era utilizzata in riferimento a diversi popoli del Medio Oriente, ma non ai persiani, che non erano mai stati conquistati dai romani, e neppure agli ebrei, considerati un caso a parte per le continue ribellioni. L’antica civiltà egizia era rispettata, ma i suoi abitanti erano ritenuti malvagi e strani a causa della loro religione zoomorfica. L’ingegno attribuito ai fenici e ai cartaginesi era tanto grande quanto la loro supposta inaffidabilità, mentre i siriani erano presentati come effemminati, depravati e superstiziosi. Le accuse di fare ricorso alla pratica del sacrificio e all’antropofagia erano utilizzate per condannare, tra gli altri, i druidi, mentre i pregiudizi nei confronti degli ebrei avevano al centro le idee di comportamento antisociale e di religione elitaria. L’accusa di usura, la principale attività antisociale attribuita agli ebrei nel Medioevo, non compare nelle fonti greche e romane; a quanto sembra è un’invenzione del XII secolo.

 

Servo africano che porta fiasche d’olio. Mosaico, ante 79 d.C. Pompei, Casa del Menandro.

 

Che il pregiudizio cambi oggetto di frequente lo dimostra lo stesso lascito di greci e romani. I giudizi dei greci sui popoli orientali hanno finito infatti con il ricadere su loro stessi: i romani li consideravano colti e ingegnosi, ma anche arroganti, effeminati, corrotti, incostanti e poco seri. Per esprimere le loro idee preconcette nei confronti di esseri umani (e popoli), i romani si servivano, inoltre, spesso del confronto con animali. Uno dei pregiudizi sui neri africani incentrato sul colore si è il seguente: li si considerava bruciati dal sole – dall’etimologia greca del termine ‘etiope’ –, un effetto indesiderabile dalle avverse condizioni climatiche del sud estremo. Tuttavia, ciò che occorre qui sottolineare è che nel mondo greco e romana il pregiudizio era già legato alle nozioni di lignaggio e di discendenza[3]. In ogni caso, nulla dimostra che i popoli considerati etnicamente diversi fossero vittime di discriminazioni sistematiche; al contrario, la politica di concessione della cittadinanza seguita dai romani fu relativamente generosa.

 

Prigioniero gallico. Statuetta, bronzo, fine I sec. a.C., da Arles.

 

Il problema è semmai capire come questi pregiudizi mutevoli e instabili nei confronti di altri popoli, costruiti da greci e romani in risposta, in parte, ai bisogni posti loro dalle rispettive storie di espansione, abbiano risentito del processo di cristianizzazione e del declino e poi del crollo dell’Impero romano in Europa occidentale. Una cosa comunque è chiara: il concetto di conversione universale introdotto dalla prima chiesa cristiana avrebbe compromesso significativamente la precedente identificazione dei popoli con il loro territorio e la loro religione. Per quanto li si considerasse una setta del popolo ebraico, fu uno svantaggio per i primi cristiani che li si vedesse privi di legami con la tradizione e di radici storiche. Tuttavia, dopo tre secoli di repressioni e resistenze, la novità pagò. Il riconoscimento del cristianesimo e la sua adozione come religione dell’impero da parte di Costantino (321-325), seguiti dalla messa al bando del paganesimo decretata da Teodosio (392), segnarono l’identificazione del messaggio multietnico cristiano con l’ideologia imperiale del governo universale e la trasformazione della chiesa da comunità perseguitata a depositaria della religione dominante sostenuta dal potere politico.

 

Cavaliere partico. Rilievo, granito, II-I sec. a.C. ca. Torino, Palazzo Madama.

 

***

Note:

[1] Seguo qui Benjamin Isaac, The Invention of Racism in Classical Antiquity, Princeton (NJ), Princeton University Press, 2006.

[2] Marcel Detienne, Comment devenir autochtone. Du pur Athénien au Français racinée, Paris, Seuil, 2003.

[3] Frank Snowden esclude invece che si nutrissero in questo periodo pregiudizi relativi alla discendenza: si veda Before Color Prejudice: The Ancient View of Blacks, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1983.

Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana.
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2 risposte a Le idee etniche dell’antichità classica

  1. Giovanni Mirabella ha detto:

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