Il «familiare bellum» dei Fabii e la battaglia del Cremera (13 febbraio 478 a.C.)

di T. Livio, II 48-50 – testo latino Weissenborn W., Müller H. J. (eds.), Titi Livi, Ab Urbe condita, pars I. Libri I-X, Leipzig, Teubner, 1898, pp. 121-125 – trad. it. C. Moreschini (ed.), Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, I, libri I-II, con un saggio di R. Syme, Milano, BUR, 2013, pp. 482-491.

 

[48.1] Igitur non patrum magis quam plebis studiis K. Fabius cum T. Verginio consul factus neque belli neque dilectus neque ullam aliam priorem curam agere, quam ut iam aliqua ex parte inchoata concordiae spe primo quoque tempore cum patribus coalescerent animi plebis. [2] itaque principio anni censuit, priusquam quisquam agrariae legis auctor tribunus existeret, occuparent patres ipsi suum munus facere, captiuum agrum plebi quam maxime aequaliter darent: [3] uerum esse habere eos, quorum sanguine ac sudore partus sit. aspernati patres sunt; questi quoque quidam nimia gloria luxuriare et euanescere uiuidum quondam illud Caesonis ingenium. nullae deinde urbanae factiones fuere. uexabantur incursionibus Aequorum Latini.

[4] Eo cum exercitu Caeso missus in ipsorum Aequorum agrum depopulandum transit. Aeque se in oppida receperunt murisque se tenebant. eo nulla pugna memorabilis fuit. [5] at a Veiente hoste clades accepta temeritate alterius consulis, actumque de exercitu foret, ni K. Fabius in tempore subsidio uenisset. ex eo tempore neque pax neque bellum cum Veientibus fuit; res proxime formam latrocinii uenerat: [6] legionibus Romanis cedebant in urbem; ubi abductas senserant legiones, agros incursabant bellum quiete, quietem bello in uicem eludentes. ita neque omitti tota res nec perfici poterat. et alia bella aut praesentia instabant, ut ab Aequis Volscisque, non diutius, quam dum recens dolor proximae cladis transiret, quiescentibus, aut mox moturos esse apparebat Sabinos semper infestos Etruriamque omnem. [7] sed Veiens hostis, adsiduus magis quam grauis, contumeliis saepius quam periculo animos agitabat, quod nullo tempore neglegi poterat aut auerti alio sinebat. tum Fabia gens senatum adiit. [8] consul pro gente loquitur: «Adsiduo magis quam magno praesidio, ut scitis, patres conscripti, bellum Veiens eget. uos alia bella curate, Fabios hostis Veientibus date. auctores sumus tutam ibi maiestatem Romani nominis fore. [9] nostrum id nobis uelut familiare bellum priuato sumptu gerere in animo est; res publica et milite illic et pecunia uacet». [10] gratiae ingentes actae. consul e curia egressus comitante Fabiorum agmine, qui in uestibulo curiae senatus consultum expectantes steterant, domum redit. iussi armati postero die ad limen consulis adesse; domos inde discedunt.

Un guerriero regge un commilitone ferito. Pinnacolo di candelabro, bronzo, 480-470 a.C. ca. New York, Metropolitan Museum of Art.

 

[48. 1] Per desiderio della plebe non meno che dei patrizi fu dunque eletto console, insieme con Tito Virginio, Cesone Fabio, ed egli, prima che alla guerra e alla leva, prima che ad ogni altra cosa, pensava a far sì che, ora ch’era sorta qualche speranza di concordia, gli animi della plebe si pacificassero al più presto coi patrizi. [2] Perciò al principio dell’anno propose che, prima che qualche tribuno si facesse promotore d’una legge agraria, i patrizi prendessero loro per primi questa iniziativa: distribuissero alla plebe, il più equamente possibile, il territorio tolto ai nemici; era giusto che lo possedessero coloro che lo avevano conquistato col proprio sangue e col proprio sudore. [3] I senatori respinsero la proposta; alcuni si dolsero anche che per la troppa gloria insuperbisse e vaneggiasse l’animo di Cesone, ch’era stato un tempo tanto vigoroso.

[4] Non si ebbero in seguito altre contese nell’Urbe, mentre i Latini erano travagliati dalle scorrerie degli Equi. Mandato là con l’esercito, Cesone passò nel territorio degli Equi stessi per devastarlo. Gli Equi si ritirarono nelle loro città, e se ne stavano chiusi entro le mura; perciò non vi fu alcuna battaglia degna di nota. [5] Ma si subì una sconfitta da parte dei Veienti per la temerarietà dell’altro console[1], e l’esercito sarebbe stato perduto, se Cesone Fabio non fosse tempestivamente accorso in suo aiuto. Da allora coi Veienti non vi fu né pace né guerra, si era ormai giunti a una specie di brigantaggio. [6] Dinanzi alle legioni romane si ritiravano in città; quando s’accorgevano che le legioni erano state allontanate, facevano scorrerie nei campi, eludendo alternativamente la guerra con la quiete e la quiete con la guerra. Così l’impresa non poteva essere né abbandonata del tutto né compiuta; e intanto altre guerre, o erano imminenti, come quella da parte degli Equi e dei Volsci, poiché essi sarebbero rimasti quieti solo fin tanto che passasse il recente dolore dell’ultima sconfitta, o appariva evidente che le avrebbero ben presto intraprese i Sabini, sempre ostili, e l’Etruria tutta. [7] Ma il nemico veiente, più ostinato che temibile, più spesso con le provocazioni che col pericolo, teneva in agitazione gli animi, poiché non poteva in alcun momento essere trascurato né consentiva che si pensasse ad altro. Allora la gens Fabia si presentò al Senato[2]. [8] A nome di tutti parlò il console: «Come voi sapete, o padri coscritti, la guerra contro i Veienti richiede una difesa più continua che impegnativa. Pensate voi alle altre guerre, e riservate ai Fabii quella contro i Veienti. Vi garantiamo che da questa parte l’onore del popolo romano sarà tutelato. [9] Noi intendiamo condurre questa guerra come se riguardasse soltanto la nostra famiglia, a nostre spese; per questa guerra la res publica non dovrà dare alcun contributo, né di uomini né di denaro». Gli furono rivolti vivi ringraziamenti. [10] Il console, uscito dalla Curia insieme con la schiera dei Fabii, che si erano trattenuti nel vestibolo in attesa della decisione del Senato[3], tornò a casa. Ricevettero l’ordine di presentarsi il giorno seguente, in armi, davanti all’abitazione del console; quindi si ritirarono nelle loro case.

 

 

[49.1] manat tota urbe rumor; Fabios ad caelum laudibus ferunt: familiam unam subisse ciuitatis onus, Veiens bellum in priuatam curam, in priuata arma uersum. si sint duae roboris eiusdem in urbe gentes, [2] deposcant haec Volscos sibi, illa Aequos, populo Romano tranquillam pacem agente omnes finitimos subigi populos posse. Fabii postera die arma capiunt; quo iussi erant, conueniunt. [3] consul paludatus egrediens in uestibulo gentem omnem suam instructo agmine uidet; acceptus in medium signa ferri iubet. numquam exercitus neque minor numero neque clarior fama et admiratione hominum per urbem incessit: [4] sex et trecenti milites, omnes patricii, omnes unius gentis, quorum neminem ducem sperneres, egregius quibuslibet temporibus senatus, ibant, unius familiae uiribus Veienti populo pestem minitantes. [5] sequebatur turba, propria alia cognatorum sodaliumque, nihil medium, nec spem nec curam, sed inmensa omnia uoluentium animo, alia publica sollicitudine excitata, fauore et admiratione stupens. [6] ire fortes, ire felices iubent, inceptis euentus pares reddere; consulatus inde ac triumphos, omnia praemia ab se, omnes honores sperare. [7] praetereuntibus Capitolium arcemque et alia templa, quidquid deorum oculis, quidquid animo occurrit, precantur, ut illud agmen faustum atque felix mittant, sospites breui in patriam ad parentes restituant. [8] in cassum missae preces. infelici uia, dextro Iano portae Carmentalis, profecti ad Cremeram flumen perueniunt. is opportunus uisus locus communiendo praesidio.

Aemilius inde et C. Seruilius consules facti. [9] et donec nihil aliud quam in populationibus res fuit, non ad praesidium modo tutandum Fabii satis erant, sed tota regione, qua Tuscus ager Romano adiacet, sua tuta omnia, infesta hostium uagantes per utrumque finem fecere. [10] interuallum deinde haud magnum populationibus fuit, dum et Veientes accito ex Etruria exercitu praesidium Cremerae oppugnant, et Romanae legiones ab L. Aemilio consule adductae comminus cum Etruscis dimicant acie. quamquam uix derigendi aciem spatium Veientibus fuit; [11] adeo inter primam trepidationem, dum post signa ordines introeunt subsidiaque locant, inuecta subito ab latere Romana equitum ala non pugnae modo incipiendae, sed consistendi ademit locum. [12] ita fusi retro ad saxa rubra—ibi castra habebant—pacem supplices petunt; cuius impetratae ab insita animis leuitate ante deductum Cremera Romanum praesidium paenituit.

 

Guerriero etrusco. Bronzo, statuetta, 450 a.C. ca.

 

[49. 1] La voce si sparge per tutta la città; si portano i Fabii alle stelle: una sola famiglia, si dice, si è assunta il peso dell’intera cittadinanza, la guerra contro i Veienti è divenuta un impegno privato, una contesa privata. [2] Se in citta vi fossero altre due genti della medesima forza, e una chiedesse per sé come avversari i Volsci, l’altra gli Equi, si potrebbero sottomettere tutti i popoli vicini senza turbare minimamente la pace e la tranquillità del popolo romano. Il giorno seguente i Fabii si armano e si radunano nel luogo convenuto. [3] Il console, uscendo nel vestibolo vestito del mantello militare, vede tutta la sua gens schierata in assetto di guerra; postosi al centro, dà l’ordine di mettersi in marcia. Mai esercito né più piccolo per numero né più insigne per la sua fama e per l’ammirazione della folla passò per la città. [4] Trecentosei soldati, tutti patrizi, tutti della stessa gens, nessuno dei quali avresti giudicato indegno del comando, tali da costituire in qualunque momento un egregio Senato, avanzavano minacciando rovina al popolo veiente con le forze d’una sola famiglia. [5] Li seguiva una folla, in parte di loro parenti ed amici che non nutrivano nell’animo alcun pensiero meschino; né speranze né preoccupazioni, ma solo sentimenti sublimi, in parte di gente infiammata dall’amor di patria, presa dall’entusiasmo e dall’ammirazione. [6] Li salutano con l’augurio che il coraggio e la fortuna non li abbandonino, che ottengano un successo pari all’impresa: in seguito a ciò potranno sperare da loro consolati e trionfi, tutti i premi, tutti gli onori. [7] Mentre passano davanti al Campidoglio, alla rocca e agli altri templi, supplicano tutte le divinità che si presentano ai loro occhi, tutte quelle che vengono loro in mente, di accordare favore e fortuna a quella schiera, di restituirla in breve tempo, sana e salva, in patria ai suoi cari. Vane riuscirono le preghiere. [8] Partiti per la via Infelice dall’arco destro della porta Carmentale[4], giunsero al fiume Cremera[5]. Questo parve il luogo adatto per fortificarvisi.

[9] Furono poi eletti consoli Lucio Emilio e Gaio Servilio. E finché non si trattò d’altro che di saccheggi, i Fabii non soltanto bastavano a difendere la loro posizione, ma in tutta la regione in cui la campagna etrusca confina con quella romana, spostandosi da un territorio all’altro, resero del tutto sicuro il proprio e malsicuro quello dei nemici. [10] Cessarono poi per breve tempo i saccheggi, finché i Veienti, fatto venire un esercito dall’Etruria, attaccarono il presidio del Cremera, e le legioni romane, condotte dal console Lucio Emilio, combatterono in campo aperto, a corpo a corpo, con gli Etruschi; [11] per altro, i Veienti ebbero appena il tempo di schierarsi: a tal punto, al primo allarme, mentre si disponevano dietro le insegne e collocavano le riserve, l’ala dei cavalieri romani, assalitili improvvisamente di fianco, tolse loro la possibilità non solo d’ingaggiare battaglia ma anche di mantenere le posizioni. [12] Così, ricacciati in fuga fino alle Rocce Rosse[6] – qui avevano l’accampamento –, chiesero supplichevolmente la pace. Ma d’averla ottenuta si pentirono, per la loro innata volubilità, prima che il presidio romano venisse ritirato dal Cremera.

 

[50. 1] rursus cum Fabiis erat Veienti populo sine ullo maioris belli apparatu certamen, nec erant incursiones modo in agros aut subiti impetus in incursantes, sed aliquotiens aequo campo conlatisque signis certatum, gensque una populi Romani saepe ex opulentissima, [2] ut tum res erant, Etrusca ciuitate uictoriam tulit. [3] id primo acerbum indignumque Veientibus est uisum; inde consilium ex re natum insidiis ferocem hostem captandi; gaudere etiam multo successu Fabiis audaciam crescere. [4] itaque et pecora praedantibus aliquotiens, uelut casu incidissent, obuiam acta, et agrestium fuga uasti relicti agri, et subsidia armatorum ad arcendas populationes missa saepius simulato quam uero pauore refugerunt.

[5] Iamque Fabii adeo contempserant hostem, ut sua inuicta arma neque loco neque tempore ullo crederent sustineri posse. haec spes prouexit, ut ad conspecta procul a Cremera magno campi interuallo pecora, quamquam rara hostium apparebant arma, decurrerent. [6] et cum inprouidi effuso cursu insidias circa ipsum iter locatas superassent palatique passim uaga, ut fit pauore iniecto, raperent pecora, subito ex insidiis consurgitur, et aduersi et undique hostes erant. [7] primo clamor circumlatus exterruit, dein tela ab omni parte accidebant; coeuntibusque Etruscis iam continenti agmine armatorum saepti, quo magis se hostis inferebat, cogebantur breuiore spatio et ipsi orbem colligere, quae res [8] et paucitatem eorum insignem et multitudinem Etruscorum multiplicatis in arto ordinibus faciebat. tum omissa pugna, [9] quam in omnes partes parem intenderant, in unum locum se omnes inclinant. eo nisi corporibus armisque rupere cuneo uiam. [10] duxit uia in editum leniter collem. inde primo restitere; mox, ut respirandi superior locus spatium dedit recipiendique a pauore tanto animum, pepulere etiam subeuntes; uincebatque auxilio loci paucitas, ni iugo circummissus Veiens in uerticem collis euasisset. [11] ita superior rursus hostis factus. Fabii caesi ad unum omnes praesidiumque expugnatum. trecentos sex perisse satis conuenit, unum prope puberem aetate relictum, stirpem genti Fabiae dubiisque rebus populi Romani saepe domi bellique uel maximum futurum auxilium.

 

Scontro fra Etruschi e Romani. Illustrazione di G. Rava.

 

[50. 1] Il popolo veiente si trovava di nuovo a dover lottare coi Fabii, senza alcun maggiore preparativo di guerra; né si avevano soltanto incursioni nelle campagne o improvvisi attacchi contro gli aggressori, [2] ma si combatté più volte in campo aperto e in schiere ordinate, e una sola gens del popolo romano riportò più d’una vittoria su quella città etrusca per quei tempi potentissima. [3] Ciò parve dapprima amaro e ignominioso ai Veienti; nacque poi dalle circostanze il proposito di cogliere di sorpresa il fiero nemico; essi anzi si rallegravano molto che coi successi crescesse l’audacia dei Fabii. [4] Perciò più volte, quand’essi venivano a far preda, fu spinto verso di loro del bestiame, come se fosse capitato là per caso, vaste campagne rimasero abbandonate per la fuga dei coloni, e le truppe di rincalzo inviate a respingere i saccheggiatori si ritirarono fuggendo, con terrore più spesso simulato che reale.

[5] E già i Fabii erano giunti a disprezzare a tal punto il nemico, da credere che alle loro armi invitte non si potesse da nessuna parte e in nessun momento resistere. Questa illusione li spinse ad abbandonare le loro posizioni per raggiungere del bestiame che essi avevano avvistato lontano dal Cremera, di là da una grande spianata, quantunque qua e là apparissero degli armati nemici. [6] E quando ebbero incautamente sorpassato a gran corsa gli agguati disposti lungo il loro passaggio, mentre sparsi qua e là trascinavano le bestie, che per la paura, come avviene, s’erano sbandate per ogni dove, si balzò fuori improvvisamente dagli agguati; e di fronte e dappertutto v’erano nemici. [7] Dapprima li atterrì il clamore che si levò all’intorno, poi da ogni parte cominciarono a piovere dardi; e poiché gli Etruschi serravano le file, anch’essi, già circondati da fitte schiere, quanto più il nemico incalzava, tanto più erano costretti a raccogliersi in cerchio entro breve spazio: [8] situazione, questa, che rendeva evidente il loro scarso numero e quello grande degli Etruschi, essendosi moltiplicate in quel ristretto spazio le file. [9] Allora, rinunciando alla resistenza ch’essi in ogni parte avevano validamente opposta, ripiegarono tutti nello stesso punto, verso il quale s’aprirono una via con la forza dei corpi e delle armi disponendosi a cuneo. [10] Giunsero così a un colle in dolce pendio. Di là dapprima resistettero; poi, come la posizione più elevata diede loro modo di riprendere fiato e di riaversi da sì grande spavento, respinsero anche gli assalitori, e quel pugno d’uomini avrebbe vinto grazie alla posizione, se i Veienti, aggirando un giogo del colle, non ne avessero raggiunto la cima. [11] Così il nemico ebbe di nuovo il sopravvento. I Fabii furono trucidati tutti fino all’ultimo e la posizione fu espugnata. Si dà per certo che ne morirono trecentosei, e che ne rimase uno solo[7], ormai quasi adulto, destinato a perpetuare la stirpe dei Fabii e ad essere anche spesso, in pace e in guerra, nei momenti difficili, un validissimo sostenitore del popolo romano.

 

Note:

[1] Che sia stata la sconsideratezza del comandante a produrre la sconfitta, e non la debolezza o la viltà del popolo romano in armi, è un motivo moraleggiante che Livio ripete più volte (cfr. III, 4; V, 18; VI, 30, ecc.).

[2] Inizia qui l’episodio della guerra con i Veienti, il cui peso è sopportato solamente dalla gens Fabia (verosimilmente insieme con il complesso dei suoi clientes, come osserva A. Momigliano, Osservazioni sulla distinzione tra patrizi e plebei, in Id., Quarto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Roma 1969, pp. 446-447). Quali furono i motivi di questa guerra contro Veio? Secondo l’Ogilvie, Veio era stata costretta dagli ultimi avvenimenti a prendere l’iniziativa. La creazione delle nuove tribù Claudia e Crustumina (vd. 21) aveva privato la sua città satellite, Fidene, della maggior parte del suo territorio e aveva fornito a Roma un controllo sul commercio di sale di Veio con l’interno. La formazione di un’alleanza latina aveva fatto Roma, invece che Veio, centro del commercio dell’area laziale. La sopravvivenza di Veio dipendeva dal riprendere il controllo della riva sinistra del Tevere e rientrare in comunicazione con Praeneste e le altre città del sud.

[3] La spedizione dei Fabii fu considerata non una vera e propria spedizione militare, ma una coniuratio, cioè un corpo di spedizione formato non da una leva decisa dallo “Stato”, ma da volontari, in un momento di bisogno. Il Senato non poteva iniziare da solo la guerra né poteva dare legittimità ad una coniuratio che per sua stessa natura si trovava al di fuori della cornice costituzionale (Ogilvie).

[4] Cfr. la analoga espressione di Ovidio (Fasti II, 201): Carmentis portae dextro est uia proxima iano. L’episodio dei Fabii è narrato da Ovidio in Fasti II, 195-242.

[5] Il Cremera è un piccolo torrente che scende dal territorio di Veio e si getta nel Tevere circa otto chilometri a nord di Roma.

[6] Corrisponde all’attuale Prima Porta, sulla via Flaminia. Deve il suo nome alle rocce rosse di tufo che vi si trovavano. Vi passava la strada che portava a Fidene: questo testimonia l’interesse di Veio per la sorte di questa città.

[7] Riferimento alla discendenza dei Fabii, e in particolare a Quinto Fabio Massimo Temporeggiatore, che si guadagnò la sua fama organizzando la resistenza di Roma contro Annibale.

Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana.
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