Sacri Boschi

di A.M. Cefis, Sacri boschi, su Ad Maiora Vertite, 2 febbraio 2019.

 

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

 

Ricostruzione della palude del Foro Romano (VIII sec. a.C.). Studio Inklink.

 

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

 

Ricostruzione del Campidoglio, con la quercia sacra, il templum e la capanna di Giove Feretrio. Studio Inklink.

 

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

La forma corinzia si diffuse poi nel mondo italico, dando luogo a varianti locali. Altrove, nell’opera di Vitruvio, emerge come l’architettura più che concepire il nuovo sia invece tesa a reinventare la Natura: un esercizio non solo stilistico e dell’utile, ma l’affermazione di un sentire ancora vibrante durante l’Impero. I veterani di Cesare si rifiuteranno di abbattere le asce su un cupo bosco nei pressi di Marsiglia[14], il loro cuore vacillerà di fronte alle sterminate estensioni della Selva Ercinia[15], così come accadrà quattro secoli dopo agli uomini al seguito di Flavio Giuliano[16]; lo stesso imperatore, sconcertato, dichiarerà che nulla di simile esisteva all’interno dei confini di Roma[17]. Diversi autori scriveranno di questa foresta primordiale con meraviglia, descrivendone le enormi volte costituite dalle radici delle sue immani querce e soprattutto la sua antichità, pari a quella del mondo stesso[18]. Ma ai tempi delle guerre sannitiche il cuore dell’Etruria, così come le altre parti d’Italia[19], non aveva nulla da invidiare alle foreste dell’estremo nord: la Silva Cimina era considerata invalicabile, al punto che il Senato arrivò a diffidare il console Quinto Fabio Rulliano dall’inoltrarvisi, cosa che fece comunque gettando il popolo romano nella costernazione e i nemici dell’esultanza, tanto il pericolo era percepito reale; la vittoria militare conseguita sembrò trascurabile, rispetto all’eccezionalità dell’impresa[20].

Tuttavia, gli uomini, perlopiù, avrebbero perso gradualmente la facoltà di udire i saturni versi di Pico, Fauno, Lucina, Canente e degli altri dèi silvani levarsi dal folto della vegetazione, che non sarebbe stato più temuto tanto per i suoi numi selvaggi quanto per la presenza di briganti e fuoriusciti: famosa a questo proposito la Silva Gallinaria vicino Cuma, dove era stanziata la Classis Misenensis (la principale flotta imperiale)[21]. Lo stesso legname servito ad allestire le navi dimostra un rimarchevole mutamento culturale: la montagna, percepita un tempo come luogo altro rispetto all’umano[22], dove normalmente si muovono solo divinità o fiere selvagge, rientrerà anch’essa nella categoria dell’utile; l’ancestrale, reverenziale, timore farà spazio a problematiche logistico-gestionali di un territorio integrato come qualunque altro. Una risorsa produttiva, da sfruttare tramite attività estrattiva o per reperire legna.

Fasti Amiternini (CIL IX, 4192 = Inscr.It. XIII 2, 25). Iscrizione su pietra, 20 d.C.
© Corpus Inscriptionum Latinarum – BBAW

Eppure, la tenace persistenza del sentimento religioso continuerà a dar sfoggio di sé: Plinio il Vecchio, nel XXXIII libro della sua opera, ci lascia infatti una testimonianza che è quanto di più significativo la letteratura classica possa proporre di carattere ecologico[23]. A tutela dell’integrità dei paesaggi, egli mescola considerazioni di tipo naturalistico, moralistico e religioso, esortando ad un’assunzione di responsabilità e a una presa di coscienza del danno causato, non solo a noi stessi ma all’equilibrio naturale nella sua totalità. Teso a scagionare la Natura da accuse che potrebbero esserle rivolte in quanto “matrigna”, egli addossa ogni responsabilità all’empietà degli uomini: smottamenti e inondazioni, ad esempio, non sono i capricci di una divinità, ma il risultato di un dissesto idrogeologico, derivato da diboscamento e da scellerate attività estrattive. Non solo: Plinio il Giovane sottolinea come tutto ciò comporti l’esaurimento di risorse indispensabili all’equilibrio fisico del mondo, risorse non facilmente rinnovabili; duemila anni fa i Romani prefiguravano il tema della sostenibilità ambientale. È questa la voce più illustre a testimoniare il permanere dell’antico spirito, ma non certo l’unica: se la montagna resterà luogo di evasione e raccoglimento[24], che invita ad una più esatta coscienza dei propri limiti, migliaia di dediche votive alle divinità silvane costituiscono altrettante voci. Lo dimostra anche il gran numero di culti, con magistrature e strutture annesse. Non mancano sacerdozi specificamente dedicati ai boschi, quali ad esempio il Flamen Lucularis e il Sacerdos trium lucorum[25], e una generale devozione continuerà a riferirsi anche verso singoli alberi; una parte della dottrina pontificale si estenderà alle diverse tipologie vegetali[26]. Se il Romano, prima di mettere mano all’accetta, deve stornare l’ira del dio sconosciuto a cui il bosco appartiene, offrendo sacrifici espiatori [27], col tempo la realtà boschiva andrà a differenziarsi. Scrive, infatti, Servio: «C’è differenza tra bosco (nemus), foresta (silva) e bosco sacro (lucus). Infatti, lucus definisce uno spazio boschivo cultuale; con il termine nemus si caratterizza uno spazio boschivo regolato, la silva è connotata dal suo essere vegetazione arbustiva estesa e non coltivata»[28]; il bosco espressamente sacro sarebbe dunque solo il lucus.

L’intercambiabilità di questi termini e la confusione che sembrano dimostrare gli autori antichi dimostra però come questa distinzione si ridimensionasse nel concreto. Tuttavia, il lucus è certamente un luogo speciale: la divinità vi si è manifestata con prodigi, per cui è soggetto a molteplici vincoli; ogni attività profana, salvo particolari disposizioni, è negata. Tali vincoli son fissati nelle Leges Lucorum, normative atte a stabilire ciò che è lecito fare e ciò che non lo è, le sanzioni (pecuniarie e religiose, a mezzo di piacolari) previste per le trasgressioni e l’organismo competente a riscuoterle. Queste legislazioni, ravvisabili in diversi documenti nel mondo latino e italico tra il III e il II secolo a.e.v, risalirebbero ancora più indietro nel tempo[29].

Ecco allora che gli elementi fin qui menzionati, lungi dall’essere esaustivi, possono sgombrare il campo dall’assurdità a cui ci si riferiva nella premessa dell’articolo. Del resto, già i Romani stessi, deprecando il lusso[30], si esprimevano con nostalgia in riferimento all’alta castitas dei tempi rustici; eppure, essi appartengono alla medesima matrice indoeuropea dei tanto celebrati Celti, Germani e Greci. Figli delle Primavere Sacre alla stregua degli altri Italici, rinati sotto l’egida di Marte e del lupo sua teofania, perpetueranno il ricordo delle selve ove furono forgiati nei serti di quercia della corona civica[31], anteposti all’oro, nel rituale (presieduto dalla dea Unxia) delle novelle spose, consistente nell’ungere gli stipiti delle nuove dimore col grasso del lupo[32].

Svetterà nei signa alla testa delle sue legioni vittoriose in forma di lupo, aquila o cinghiale e sul capo ferino dei velites, la prima linea dello schieramento romano. Risuonerà negli schiocchi di februa dei Luperci, che ancora ai tempi dell’infame papa Gelasio propagheranno dall’antro della Lupa e dai luoghi fatidici di Roma. Si rifletterà nel cuore di ogni persona che, rifiutando il dio galileo, sempre si affiderà a Marte Silvano per la protezione dei propri confini. Nostrum munus patri Marti.

 

Lex Luci Spoletina (CIL XI 4766=ILS 4911=ILLRP 505). Iscrizione su cippo di pietra, 250-175 a.C. ca. Spoleto, Museo Archeologico Statale.
“Honce loucom / nequs violatod / neque exvehito neque / exferto quod louci / siet neque cedito / nesei quo die res deina / anua fiat eod die / quod rei dinai causa / [f]iat sine dolo cedre / [l]icetod seiquis // violasit Iove bovid / piaclum datod / seiquis scies / violasit dolo malo / Iovei bovid piaclum / datod et a(sses) CCC / moltai suntod / eius piacli / moltaique dicator[e] / exactio est[od]”.

[1] Vitr. II 1, 1: «Anticamente, come animali selvatici, gli uomini nascevano nelle selve, nelle spelonche e nei boschi e trascorrevano la vita cibandosi di frutti raccolti nei campi».

[2] Tac. Ann. IV 65: «Forse non è inopportuno raccontare che quel colle [il Celio] in antico si chiamava Querquetulano, poiché era folto e fecondo di quella specie d’alberi».

[3] Plin. Nat. Hist. XVI 37: «Quel che è sicuro è che si distinguevano le zone con l’indicazione del tipo di bosco: lo dimostrano il tempio di Giove Fagutale, che esiste ancor oggi e sorge dove c’era un bosco di faggi, la porta Quercetulana, il nome del colle su cui si andava a raccogliere vimini e i nomi di tanto boschi sacri, in certi casi due per medesimo luogo Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisione di quella». Varr. L.L. V 8, 49-51: «Alla seconda circoscrizione appartiene l’Esquilino (Esquiliae). Alcuni hanno scritto che questo nome derivi dalle excubiae (posto di guardia) del re, altri dal fatto che la zona era coltivata ad aesculi (querce) dal re Tullio. Con questa etimologia concordano molto meglio le località vicine, perché lì si trovano il lucus Facutalis (il bosco Fagutale), il tempietto dei Lares Querquetulani (i Lari dei querceti) e il bosco consacrato alla dea Mefite e a Giunone Lucina, le cui dimensioni sono ridottissime. Nessuna meraviglia: già da tempo, infatti, da per tutto domina sovrana assoluta l’avidità […] Nel Libro dei Sacrifici degli Argei così si legge scritto: “Colle Oppio: primo sacrario sull’Esquilino, oltre il bosco Fagutale, nella via a sinistra lungo il muro”. “Colle Oppio: terzo sacrario al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, in una baracca”. “Colle Oppio: quarto sacrario, al di qua del bosco Esquilino, nella via a destra, nel mezzo delle botteghe dei vasai”. “Colle Cespio: quinto sacrario, al di qua del bosco Petelio; si trova sull’Esquilino”. “Colle Cespio: sesto sacrario, presso il tempio di Giunone Lucina, adiacente all’abituale dimora del sacrestano”. Alla terza circoscrizione appartengono cinque colli, che prendono il nome dai templi degli dèi che in essi si trovano: due di questi sono famosi. Il colle Viminale è così chiamato da Giove Viminio, perché qui era la sua ara»; ibid. 152; 154: «Lauretum (Loreto) è così chiamato dal fatto che lì fu sepolto il re Tazio, ucciso dai Laurentini, o anche da silva laurea (bosco di allori) perché questo bosco fu tagliato, lì, e vi fu costruito un quartiere; come tra la Via Sacra e l’altura del Macello sorge la zona chiamata Corneta, da cornis (cornioli), che, tagliati, lasciarono il loro nome al luogo; come Esculetum (Querceto), chiamato così da esculus (quercia) e Fagutal, che prende il nome da fagus (faggio), donde anche l’appellativo di “Giove fagutale”, perché nella zona c’è un santuario del dio. […] Il centro del circo si chiama Ad Murciae, secondo quanto afferma Procilio, denominazione che viene da urcei (orci) perché questa era la zona dei vasai. Altri dicono che venga da murtetum (bosco di mirti), perché una volta ve ne sarebbe stato lì uno. Ne rimane ancora qualche traccia, perché lì v’è ancora un santuario dedicato a Venere Murtea». Dion. III 43: «È questo [l’Aventino] un colle non troppo alto, con un perimetro di circa diciotto stadi: l’occupavano allora piante di ogni genere, soprattutto bellissimi lauri, tanto che una parte di esso è chiamata Laureto dai Romani […]».

[4] Ov. Fasti III 295-296: «Ai piedi dell’Aventino c’era un bosco buio, fitto di lecci; solo a vederlo avresti detto: “Qui dimorano delle divinità”».

[5] Verg. Aen. VIII 342-353: «Poi il bosco immenso che Romolo, acuto, ad Asilo ridusse, e sotto la gelida rupe mostra il Lupercale, secondo il costume parrasio dedicato a Pan Liceo. E ancora mostra, sacro, il bosco di Argileto, chiama a testimone il luogo e l’episodio letale spiega del suo ospite Argo. Di qui al sito tarpeo e al Campidoglio lo conduce, tutto oro adesso, un tempo ispido di selvatici cespugli. Già allora di religiosa paura erano atterriti gli abitanti dei campi, orrenda in quel luogo, già allora per la selva e per la rupe tremavano. “Questo bosco – disse – questo vertice frondoso di un colle abita un dio (ma quale dio, è incerto): gli Arcadi riconoscono in lui Giove […]”».

[6] Ibid. VIII 314-318: «Questi boschi erano abitati da Fauni indigeni e Ninfe e da una stirpe di uomini nata dai tronchi di dura quercia, i quali non avevano leggi né religione, non sapevano radunare i raccolti o risparmiare ciò che avevano prodotto, ma gli alberi e la dura caccia li nutrivano».

[7] Su Ceculo, fondatore di Praeneste, ibid. VII 678-684: «nato da Vulcano e re fra il bestiame dei campi, trovato in un focolare, come credettero tutte le età: Ceculo. Lo accompagna per lungo tratto una legione di campagnoli, i guerrieri che l’alta Praeneste e gli arabili campi sacri a Giunone Gabina e il gelido Aniene e le irrorate di torrenti, le rupi erniche popolano». Sui Silvii, ibid. VI 756-759; 763-766: «Orsù dunque, la discendenza dardania e quale gloria l’attenda, quali nipoti ti aspettano dalla stirpe italica, illustri anime destinate a entrare nella nostra eredità, ti svelerò con le mie parole e t’insegnerò i tuoi destini […] Silvio, nome albano, tua ultima figliolanza, che a te annoso, tardi, Lavinia tua sposa partorirà nelle foreste, re e progenitore di re, per cui la nostra stirpe dominerà in Alba Longa». Liv. I 3: «Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest’ultimo vennero fondate alcune colonie che furono chiamate dei Latini Prischi. In seguito, il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa». Vedi anche Dion. I 70 e Fest. 460 7 L.

[8] Isid. Etymol. XVII, VII 15: «Pero è il nome dell’albero, pera del frutto. Ne esistono numerose specie, tra cui la crustumia, di colore in parte rosso, il cui nome deriva da quello della città di Crustumio».

[9] Questo aspetto verrà sviluppato in due successivi articoli, uno dedicato ai boschi e alle foreste del mondo italico e l’altro alle valenze dei singoli alberi.

[10] CIL IX 4192.

[11] Fest. p. 106 [LUCARIA]: «Feste celebrate dai Romani in un grande bosco che si estendeva tra la Via Salaria e il fiume Tevere, in ricordo del fatto che dopo la loro sconfitta da parte dei Galli, in seguito alla loro fuga dal campo di battaglia, avrebbero trovato rifugio in questo bosco».

[12] Varr. L.L. VII 8: «Sulla terra, si chiama templum il luogo delimitato con determinate formule al fine di trarvi i presagi o prendervi gli auspici. Le parole della formula non sono da per tutto le stesse. Quella usata sulla Rocca è la seguente: “Templi e luoghi augurali per me siano quelli dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a sinistra sia per me tempio e luogo augurale. Per l’appunto quell’albero lì, di qualunque genere sia, che io intendo da me indicato a destra sia per me tempio e luogo augurale. Lo spazio racchiuso fra questi punti ho inteso realmente indicare nel modo rituale per direzione, visione e intuizione della mente”. Nella delimitazione di questo tempio appare chiaro che gli alberi sono costituiti come suoi confini e che dentro i limiti da loro segnati sono chiusi gli spazi in cui gli occhi possono scrutare, vale a dire in cui tueamur (guardiamo), da cui deriva il sostantivo templum e il verbo contemplare».

[13] Vitr. IV 1, 8-10: «A quanto si ricorda tale tipo di capitello ha avuto questa origine: una giovane di Corinto si ammalò quand’era già in età da marito e morì. Dopo le esequie la sua nutrice raccolse e mise dentro un cestello gli oggetti che in vita la fanciulla aveva avuti più sacri e portatili sulla tomba li dispose là in cima proteggendoli con una tegola perché potesse durare più a lungo all’aperto. Casualmente questo cesto era stato deposto sopra una radice di acanto che premuta al centro dal peso del cestello fece sbocciare in primavera foglie e teneri steli; questi crescendo ai lati del canestro furono costretti a ripiegarsi in varie volute, una volta raggiunta la sommità, perché gli angoli sporgenti del tetto ne impedivano la crescita. Allora Callimaco […], passando davanti a quella tomba, notò il canestro e le tenere foglie che sbocciavano tutt’intorno. Piacevolmente colpito da quella nuova forma architettonica la riprese nella realizzazione dei capitelli delle colonne a Corinto e ne fissò l’insieme delle proporzioni, stabilendo i canoni per la realizzazione delle opere in stile corinzio».

[14] Lucan. III 426 sgg: «Cesare proprio questo bosco ordina di abbattere a colpi di scure: indenne da guerre precedenti, sorgeva fittissimo vicino alle fortificazioni, tra monti spogli. Ma le mani dei più forti soldati esitarono, intimoriti dalla orrida maestà del luogo, temevano che le scuri sarebbero rimbalzate indietro se avessero profanato i sacri alberi».

[15] Caes. B.G. VI 24–25: «La selva Ercinia, della quale mi risulta abbia sentito parlare Eratostene […]. La selva Ercinia, di cui prima abbiamo parlato, si estende in larghezza per nove giorni di marcia, viaggiando senza le salmerie; non è possibile determinarne l’ampiezza in altro modo, perché i Germani non conoscono le misure per le distanze. Inizia dai territori degli Elvezi, dei Nemeti e dei Rauraci e, seguendo la direzione del fiume Danubio, raggiunge il paese dei Daci e degli Anarti. Di qua volge a sinistra, in regioni lontane dal fiume, toccando per la sua vastità le terre di molti popoli. Non c’è nessuno di questa parte della Germania che affermi di essere giunto agli estremi limiti di questa selva, pur avanzando per sessanta giorni di cammino, o che sappia da dove essa abbia inizio. Si sa che vi nascono molte specie di animali, che non compaiono in altri luoghi.

[16] Amm. Marc. XVII 8–9: «Dopo aver avanzato per circa dieci miglia, giunti ad una selva spaventosa per l’aspetto orrido e tenebroso, il comandante s’arrestò ed a lungo indugiò […]. Tuttavia, tutti i nostri osarono avvicinarsi con grande coraggio, ma trovarono i sentieri bloccati da elci e frassini abbattuti e da grossi tronchi di abeti».

[17] Julian. Frag.: «Ci affrettammo verso la Foresta Ercinia e mi trovai di fronte ad un qualcosa di strano e portentoso. In ogni caso, non esito ad affermare che nulla del genere sia mai stato visto nell’impero romano, almeno per quanto ne sappiamo. Ma se qualcuno ritiene che la Selva Tessalica o le Termopili o il grande e remoto Tauro siano invalicabili, lasciate che gli dica che per difficoltà di approccio son davvero banali rispetto alla Foresta Ercinia».

[18] Plin. Nat. Hist. XVI 6: «Sempre nelle regioni settentrionali la selva Ercinia con le sue querce di enormi dimensioni – lasciate intatte dal trascorrere del tempo e originate insieme col mondo – è di gran lunga, per questa sua condizione quasi immortale, il fenomeno più stupefacente. Per non stare a menzionare altri fatti che non suonerebbero credibili, risulta effettivamente che le radici, arrivando a far forza l’una contro l’altra e spingendosi indietro, sollevano delle colline; oppure se il terreno non le segue spostandosi, si incurvano fino all’altezza dei rami e formano degli archi a contrasto come portali spalancati, tanto da lasciare il passaggio a degli squadroni di cavalleria». Strabo VII 1, 5: «La foresta Ercinia non è solo molto intricata, ma ha anche enormi alberi e comprende un vasto all’interno di regioni fortificate dalla natura».

[19] Flor. V 8: «Allora Fiesole era ciò che, or non è molto era Carre, il bosco di Aricia ciò che è la selva Ercinia, Fregelle Gesoriaco, il Tevere l’Eufrate».

[20] Liv. IX 36–38: «In quel tempo la selva Ciminia era più impervia e spaventosa di quanto non siano di recente sembrate le foreste della Germania, e fino ad allora non l’aveva mai attraversata nessuno, nemmeno dei mercanti. E quasi nessuno, fatta eccezione per il comandante in persona, aveva il coraggio di addentrarvisi […] erano arrivati casualmente cinque delegati e due tribuni della plebe per comunicare a Fabio l’ordine del senato di non attraversare la selva Ciminia […] Alcuni autori sostengono che questa battaglia tanto gloriosa fu combattuta al di là della selva Ciminia nei pressi di Perugia, e che a Roma si stette in grande ansia,  a notizia che Quinto Fabio si era addentrato nella selva Ciminia, così come aveva tenuto Roma in apprensione, allo stesso modo era stata motivo di tripudio per i Sanniti, per i quali era come se l’esercito romano, tagliato fuori dalla patria, si trovasse in stato d’assedio». Flor. XII 17: «La foresta Ciminia in mezzo tra noi e loro, in quel tempo impraticabile quasi come la selva Caledonia o Ercinia, allora incuteva tanto terrore che il senato aveva ordinato al console di non osar affrontare un sì grande pericolo».

[21] Strabo V 4, 4: «All’interno di questo golfo si trova una foresta di arbusti, estesa molti stadi, priva di acqua e sabbiosa, chiamata Selva Gallinaria. Qui si unirono ai pirati gli ammiragli di Sesto Pompeo, quando questi sollevò la Sicilia contro Roma». Iuv. III 306: «Tutte le volte, infatti, che la palude Pontina e la pineta Gallinaria sono presidiate da guardie armate, i briganti si riversano a Roma, come se fosse una riserva». Cic. Ad fam. IX 23: «Ieri giunsi nel Cumano, domani forse giungerò da te; ma, come certamente saprai, ti informerò tra un po’. Del resto, Marco Cepario, poiché mi venne incontro nella selva Gallinaria […]».

[22] Verg. Buc. X 42: «Tu, lontano dalla patria – come vorrei non credere a tanto! – sulle Alpi, ahimè, le nevi e il rigido gelo del Reno senza di me, sola, contempli. Ah, che il gelo non ti nuoccia! Ah, che a te le lame del ghiaccio le tenere piante dei piedi non fendano!». Hymn. ad Pan: «[…] le cime delle impervie rupi, accessibili solo alle capre, invocando Pan, il dio dei pascoli […] che regna su tutte le alture nevose e sulle vette dei monti, e sugli aspri sentieri […] fra rupi inaccessibili […]. Montagna, madre di bestie selvagge».

[23] Plin. Nat. Hist. XXXIII: «[…] per soddisfare una cieca stoltezza, si procurano il ferro, che è anche più apprezzato dell’oro in tempi di guerre e di stragi. Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra e viviamo sopra le cavità che vi abbiamo prodotto, meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi o si metta a tremare come se, in verità, non potesse esprimersi così l’indignazione della nostra sacra genitrice. Penetriamo nelle sue viscere e cerchiamo ricchezze nella sede dei Mani, quasi che fosse poco generosa e feconda là dove la calchiamo sotto i piedi. E fra tutti gli oggetti della nostra ricerca pochissimi sono destinati a produrre rimedi medicinali: quanti sono infatti quelli che scavano avendo come scopo la medicina? Anche questa tuttavia la terra ci fornisce sulla superficie, come ci fornisce i cereali, essa che è generosa e benevola in tutto ciò che ci è di giovamento. Le cose che ci rovinano e ci conducono agli inferi sono quelle che essa ha nascosto nel suo seno, cose che non si generano in un momento: per cui la nostra mente, proiettandosi nel vuoto, considera quando mai si finirà, nel corso dei secoli tutti, di esaurirla, fin dove potrà penetrare la nostra avidità. Quanto innocente, quanto felice, anzi persino raffinata sarebbe la nostra vita, se non altrove volgesse le sue brame, ma solo a ciò che si trova sulla superficie terrestre, solo – in breve – a ciò che le sta accanto!».

[24] Plin. Jr. Panegyr. 81: «Quale altro tipo di distensione tu infatti ti concedi se non battere scoscendimenti boscosi, stanare gli animali selvatici dai loro covili, sorpassare smisurate creste di monti, scalare picchi coperti di ghiaccio senza la collaborazione di una guida che ti porta la mano e ti tracci la via, e nel frattempo andare in devoto pellegrinaggio ai boschi sacri e venerarvi con zelo le divinità?».

[25] Rispettivamente, CIL XI 5215 e CIL XI 1941.

[26] Cat. Agr. 139-140: «Bisogna diradare un bosco sacro, secondo il costume romano, in questo modo: offrirai in espiazione un maiale, e pronuncerai queste parole: “Dio o dea che tu sia, a te cui è sacro questo bosco, poiché è tuo diritto ricevere in espiazione un maiale, perché si fa violenza a questo luogo sacro e per tutte queste cose, sia che io, sia che un altro, su mio comando, compia il sacrificio, perché questo sia giustamente compiuto, per questo motivo, nel presentare a te come offerta espiatoria questo maiale, io ti invoco con giuste invocazioni, perché sia benevolo e propizio a me, alla mia casa, alla mia servitù e ai miei figli: per questo ti sia gradito questo maiale immolato come offerta espiatoria”. Se volessi adibire a coltura il bosco, lo farai con un altro rito espiatorio, allo stesso modo indicato, aggiungendo in più “per poterlo mettere a coltura”. Ciò purché lo lavorerai tutti i giorni, almeno una parte; se lo avrai tralasciato per un giorno o saranno intervenuti giorni festivi pubblici o privati, farai un altro rito espiatorio».

[27] Serv. ad Aen. I 310.

[28] S. Panciera, La Lex Luci Spoletina e la legislazione sui boschi sacri in età romana, in Monteluco e i monti sacri. Atti dell’incontro di studio (Spoleto 1993), Spoleto 1994, pp. 25-46.

[29] Cic. Leg. II 8, 18 sgg: «Vi sono determinate espressioni legali, Quinto, non così antiquate come nelle vecchie XII tavole e nelle leggi sacrate, e pur tuttavia un po’ più arcaicizzanti di questa nostra conversazione, tali da assumere una maggiore autorità […] vi siano boschi sacri nelle campagne e sedi dei Lari».

[30] Liv. III 57: «[…] All’epoca non v’erano grandi ricchezze ed i riti venivano celebrati più con la devozione che non lo sfarzo». Plin. Nat. Hist. II 14: «Pertanto, dal mio punto di vista, è frutto di debolezza umana cercare l’immagine e la forma divina»; XXXIII 4 sgg: «Non era abbastanza, in effetti, aver trovato una sola malattia letale per la vita umana, se non avessero il loro valore anche gli umori purulenti dell’oro. L’avidità umana cercava l’argento; fu soddisfatta di aver scoperto, intanto, il minio, ed escogitò un uso di questa terra rossa. Ahimè, fertilità dei nostri ingegni, in quanti modi abbiamo accresciuto il prezzo delle cose! Vi si è aggiunta l’arte della pittura, e cesellandoli abbiamo reso più cari l’oro e l’argento. L’uomo ha imparato a sfidare la Natura. Gli stimoli dei vizi hanno alimentato anche l’arte». August. Civ. Dei IV 31: «[Varrone] Afferma anche che gli antichi Romani per più di centosettanta anni onorarono gli dèi senza gli idoli. E soggiunge: Se questa usanza fosse rimasta, gli dèi sarebbero considerati in senso più spirituale. A conferma del suo pensiero adduce, fra altre motivazioni, anche il popolo ebreo e non dubita di chiudere il passo in parola col dire che i primi i quali introdussero le statue degli dèi abolirono il timore nella loro città e accrebbero l’errore. Saggiamente pensa che data l’assurdità degli idoli gli dèi si possano facilmente disprezzare». Tac. Germ. 9, 2: «Per il resto reputano non conveniente alla grandezza degli dèi costringerli fra le pareti di un tempio o raffigurarli con fattezze umane: dunque consacrano loro boschi e foreste e chiamano con il nome di dèi quella entità misteriosa che solo la devozione religiosa rende percepibile».

[31] Plin. Nat. Hist. XVI 7: «Con le foglie di queste piante [querce] sono fatte le corone civiche, l’emblema più fulgido del valore militare […] Sono più importanti, queste, delle corone murali e vallari e di quelle d’oro, che pure hanno maggior valore venale; sono superiori anche alle corone rostrate». Verg. Aen. VI 771: «Quale gioventù! Quanta forza ostentano, osserva! Ma già portano sulle tempie ombreggiate la civica quercia». La corona civica era il riconoscimento per aver salvato la vita di un concittadino, mentre la muralis e la vallaris erano rispettivamente destinate al centurione che fosse arrivato per primo sulle mura di una città assediata e a quello che avesse superato le fortificazioni nemiche. La corona aurea fu istituita in età imperiale, mentre quella rostrata costituiva la decorazione per una vittoria navale.

[32] Plin. Nat. Hist. XXVIII 142: «Masurio ha riportato che gli antichi davano il massimo valore al grasso del lupo: e di conseguenza le spose novelle avevano l’usanza di ungere con esso gli stipiti delle porte per impedire l’ingresso a ogni mezzo di maleficio». Arnob. Adv. nat. III 25-26: «Alle unzioni presiede Unxia, allo scioglimento delle cinture Cinxia […] o straordinaria e singolare spiegazione della potenza degli dèi: se le soglie delle dimore maritali non fossero spalmate con grasso dalle spose, se i mariti non sciogliessero le cinture verginali, eccitati e incalzanti». Donat. in Terentii Hecyram I 2, 60: «Il vocabolo uxor deriva dall’ungere le soglie e dall’appendere la lana, perciò deriva dal fatto che le fanciulle quando si sposavano ungevano le soglie della casa del marito ed appendevano la lana». Isid. Orig. IX 7, 12: «Le uxores, ossia le mogli, sono così chiamate quasi a dire unxiores: anticamente, infatti, era costume che le giovani destinate al matrimonio, arrivate alla soglia della casa del futuro marito, prima di entrare, ornassero gli stipiti con bende di lana e li ungessero con olio. Da qui il nome uxores». Serv. in Aen. IV 458: «Apparteneva all’usanza che le fanciulle che si sposavano, non appena erano giunte davanti alla soglia della casa dello sposo, prima di oltrepassarla, come auspicio di castità, le ornavano con fasce di lana, per questo si dice “con bende di lana”, e le ungevano con olio, per questo scopo sono dette uxores, quasi “untrici”. Tuttavia, si dice che coloro che hanno scritto riguardo alle nozze tramandano che, quando una sposa novella è condotta nella casa del marito, è solita spalmare la soglia con grasso di lupo, poiché il grasso di questa fiera e le sue membra sono un rimedio per molte cose». La dea Unxia da esponente degli dii coniugales passò ad essere un semplice indigitamentum di Giunone. Cfr. Mart. Cap. Philol. et Mercur. II 149: «Le fanciulle nel giorno delle nozze devono invocarti [Iuno] come Iterduca e Domiduca, Unxia e Cinxia, perché tu protegga il loro viaggio e le conduca nelle dimore desiderate e, quando ungono gli stipiti, tu vi apponga un presagio favorevole e non le abbandoni quando depongono la cintura nel talamo». Anche il grasso di porco era utilizzato in questo modo, evidentemente con altri intenti; se quello di lupo serve a tenere lontano influenze negative, questo grasso, mutuato dalla grande prolificità del maiale, serve come augurio di fertilità. Cfr. Plin. Nat. Hist. XXVIII 135: «Veramente anche oggi, le spose novelle, al momento di entrare in casa, rispettano l’usanza di toccare con esso gli stipiti delle porte».

Informazioni su Francesco Cerato

Alumnus dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia). LT 10 - Lettere e Filosofia (Lettere classiche): 110/110 - Tesi in Epigrafia ed antichità romane; LM 14 - Filologia moderna (indir. storico-letterario): 110 e lode/110 - Tesi in Storia romana.
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6 risposte a Sacri Boschi

  1. vikibaum ha detto:

    gli alberi si identificavano e si identificano, per me, con il legame tra tre mondi: il sotterraneo, o degli inferi con le radici, quello della superficie terrestre con il fusto e quello dell’aria con la chioma, fino a diventare universalmente “l’asse del mondo” o “pilastro del cielo”.Amo, onoro e rispetto gli alberi , da sempre.

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  2. Pingback: Sacri Boschi « Studia Humanitatis – παιδεία | HyperHouse

  3. tuttatoscana ha detto:

    Complimenti, articolo di grande interesse

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  4. Pingback: Sacri Boschi — Studia Humanitatis – παιδεία | l'eta' della innocenza

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