I Marsi «apud finem Gallicum»

da A. La Regina, I sanniti, in AA.VV., Italia, omnium terrarum parens. La civiltà degli Enotri, Choni, Ausoni, Sanniti, Lucani, Brettii, Sicani, Siculi, Elimi, Milano 1989, pp. 399-401.

 

Alla guerra combattuta in Umbria e in Etruria negli anni 295 e 294 a.C. è da ricondurre il contenuto di un importante documento epigrafico proveniente dalla Marsica, dai pressi del grande santuario di Lucus Angitiae, ove esso era stato collocato in antico. Si tratta della dedica votiva di Caso Cantovios (CIL I2 5, vd. anche fasc. IV [1986], p. 859 = ILLRP 5 = Peruzzi 1961) incisa su una sottile lamina bronzea. Dell’iscrizione, ora non più reperibile presso la collezione Torlonia, sono noti due apografi: uno del Barnabei, pubblicato in NSA (1877), tav. xiii, e l’altro di Jordan, ripreso in CIL I2. La documentazione raccolta dal Barnabei è conservata, e consiste in due apografi quasi uguali, dipinti ad acquerello, che riproducono l’oggetto a grandezza naturale, e tre fotografie, più piccole, di cui due della parte anteriore della lamina, e una della parte opposta su cui le lettere appaiono rovesciate e a rilievo. È inoltre conservato un appunto del Barnabei, scritto a matita, con annotazioni prese durante l’autopsia dell’oggetto, da cui trascrivo alcuni passi:

«L’altezza si può segnare con precisione essendo intatti i due lati superiore e inferiore… 0, 11. Vi è un buco a metà di ciascun lato. I due laterali sono intatti, l’inferiore e il superiore restano per metà. Superiormente ed inferiormente sono praticati nella lamina di bronzo tanti forellini con congegno assai adatto, sicché ogni forellino risultava di esatta rotondità senza lasciare smussature sulla faccia sottoposta. Non così è avvenuto pei fori grandi che sembrano fatti dopo la scrittura e con congegno ordinario, sicché essi presentano di sotto l’aspetto stesso di un foro di grattugia. È anche da notare che i forellini sono stati fatti dalla faccia stessa della scritta. Non saprei per altro affermare con certezza se ai due lati mancassero assolutamente i fori. L’ossido della lamina vi si diffonde egualmente, e farebbe supporre che non ve ne fossero, tuttavia sul lato sinistro di chi guarda al rigo 8 accanto al P è un foro fatto col sistema stesso dei forellini, ma un poco più grande, il quale potrebbe aver trovato simmetria in altri lati o nelle parti mancanti. Nel lato superiore si contano 53 forellini, altri aperti, altri chiusi dall’ossido, ed altri frammentati».

Il testo è scritto in latino e, benché da molto sia stato considerato più antico per la direzione della scrittura imperfettamente bustrofedica, esso deve essere datato agli inizi del III secolo a.C., come è stato già osservato dal Peruzzi sulla base dei segni alfabetici. Un altro elemento di datazione, finora non rilevato, ma ben evidente dalla descrizione del Barnabei, è costituito dalla lamina bronzea, in cui dobbiamo riconoscere senza alcun dubbio un frammento di cinturone, del tipo a fascia rettangolare molto alta, delimitata lungo i bordi da forellini fittamente accostati tra loro, che servivano per la cucitura sul supporto di cuoio, databile tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C. (Papi 1988, pp. 152 ss.). Dalla descrizione del Bernabei si ricava che l’iscrizione è stata incisa sulla faccia interna del cinturone, poi fissata con quattro chiodi all’oggetto a cui si riferiva la dedica.

Nel suo complesso l’interpretazione del testo è ormai acquisita. Esso si riferisce a un oggetto che portarono, atolero, come dono votivo ad Angitia, Actia, a nome delle legioni marse i socii di Caso Cantouios Aprufclano, il quale si era impossessato dell’oggetto stesso, ceip(ed)= cepit, preda bellica, apur finem e/ṣalicom en ur/bid Casontoni/a/. Questa è la trascrizione comunemente accolta. Il Peruzzi, per primo, ha messo in dubbio la lettura e/ṣalicom, perché della s resta in effetti solo un breve tratto obliquo in alto, che non escluderebbe la possibilità di leggere e/talicom. Le operazioni di Caso Cantovios avrebbero avuto luogo, secondo il Peruzzi, in Lucania ove sarebbe da collocare il confine dell’Italia in quell’epoca. I Marsi avrebbero quindi partecipato, come alleati, alle imprese di Scipione Barbato. È però quanto mai improbabile che agli inizi del III secolo a.C. in ambiente latino si utilizzasse, per definire il confine italico, la nozione dell’Italia che avevano i Greci nel V secolo a.C.. Il testo può essere però interpretato diversamente, anche sulla base delle fotografie.

Dalla parola comunemente trascritta e/salicom la prima lettera si trova alla fine della terza riga ed è seguita da uno spazio non utilizzato per la scrittura. Per di più la riga seguente non mantiene la direzione bustrofedica, rispettata normalmente nel testo. La lettera e, infine, non appare ben marcata come le altre ma, nel disegno del Barnabei, risulta alquanto confusa e incompleta in basso; sulle tre fotografie essa non compare affatto ed è anzi possibile rilevare da esse che lo spazio dopo finem è occupato da una ribattitura eseguita proprio per cancellare una lettera. Questa operazione può per altro ben spiegare l’interruzione della progressione bustrofedica. Per cancellare un segno inciso su una lamina metallica così sottile è infatti necessario ribattere anche sulla superficie opposta. Se la lettera cancellata era effettivamente una e, di cui il Barnabei e Jordan hanno visto qualche traccia, l’incisore aveva omesso per errore la parola che doveva essere scritta dopo finem e aveva cominciato a scrivere la parola successiva en. Della lettera all’inizio della quarta riga resta solo l’estremità superiore obliqua, seguita da alicom. Essa non può essere una t, come ha pensato il Peruzzi, perché in tal caso il tratto superiore risulterebbe eccessivamente inclinato, e quindi anomalo rispetto a tutte le altre t che compaiono nella stessa iscrizione. D’altra parte la sua ricostruzione come s sembra essere stata suggerita più dal bordo della frattura che da altri elementi. Dalle fotografie risulta infatti che il tratto residuo della sommità della lettera è meno rettilineo di quanto compare sul disegno. Il suo andamento suggerisce piuttosto la ricostruzione di una c un po’ inclinata in avanti, come è incisa altre tre volte nella stessa iscrizione. Abbiamo dunque non e/salicom o e/talicom, bensì [[e]]/calicom = Gallicum.

Dedica votiva di Caso Cantovios, capo marso, alla dea Angitia. Bronzo, III sec. a.C. ca., dal Lucus Angitiae (Marsica); CIL I2, 4, p. 859 = ILLRP 5 = Peruzzi 1961

 

Il testo può essere dunque così trascritto:

 

Caso Cantouio/s Aprufclano cei/p(ed) apur finem [[e]]/

C̣alicom en ur/bid Casontoni//socieque dono/m

atolero Ac̣tia/pro l[ecio]nibus Mar/tses.

 

Nella prima parte dell’iscrizione si può riconoscere la formula di consueto adottata nelle dediche consolari, o comunque di comandanti militari, per oggetti predati nel corso delle operazioni belliche e portati in patria per essere deposti in santuari o in luoghi pubblici (CIL I2 608, 615, 622, specialmente 613: L. Quinctius L. f. Leucado cepit eidemque consol dedit). Caso Cantovios era dunque un comandante marso. Il suo cognome etnico ne rivela l’origine da una località con il nome sabellico di Aproficulum, si veda il pagus Ficulanus dei Vestini (CIL IX 3578) e il pagus Capriculanus a Nola (CIL X 1279), da ricercare certamente nel territorio dei Marsi. Egli doveva aver partecipato a operazioni militari che lo avevano condotto apud finem Gallicum alla testa delle sue legioni marse. Il bottino prelevato in urbe Casontonia dimostra che egli espugnò la città.

Questa non è identificata, e si è anche dubitato della forma esatta del nome, perché il segno usato per la s è irregolare (Peruzzi, p. 185 s.), ma la lettera è semplicemente mal scritta, vedi CIE 4203 casuntinial e 3688 casntinial, ambedue da Perugia. L’urbs Casontonia può essere riconosciuta in quello che poi sarà il municipium Casuentinorum, menzionato in un’iscrizione del 240 d.C. (CIL XI 4209, Terni), il cui etnico compare in Plinio, Nat. Hist. III 113 nella forma Casuentillani. Il nome sopravvive ancora oggi nel “Casentino”, la regione che si estende nell’alta valle dell’Arno, a nord di Arezzo, abitata in antico da popolazioni umbre (Nissen I 304; Beloch RG 573; Thomsen IR 116). L’etnico Casuentini presuppone il nome di città Casuentum (Casentium, nel Lib. Col. 255 L). In urbe Casuentina è dunque reso nel latino dialettale della Marsica en urbid Casontonia, ove la forma aggettivale è interpretata come sostantivo del tipo “Milonia”, “Aquilonia”, ecc.

Tutti questi elementi conducono facilmente alla individuazione del contesto storico in cui si inseriscono le vicende di Caso Cantovios. Nell’anno 295 a.C. fu inviato da Roma sul fronte settentrionale, ove dovevano essere affrontate le forze congiunte di Galli, Etruschi, Umbri e Sanniti, un esercito costituito non solo dalle quattro legioni romane e dalla cavalleria, ma anche da mille cavalieri campani e da altri contingenti formati da socii e da Latini, superiori in numero alle forze romane (Liv. X 26, 14). Dopo la battaglia di Sentino, la guerra continuò in Etruria contro Perusia e Clusium, nello stesso anno (Liv. X 30, 2; 31, 3), e contro Rusellae, Volsinii, Perusia e Arretium nell’anno seguente (Liv. X 37, 3-4).

Caso Cantovios, con le sue legioni marse, deve dunque aver partecipato a queste operazioni; prima a Sentinum, ove furono impiegate tutte le forze disponibili, e poi nell’anno successivo nei territori umbri ed etruschi al seguito di Q. Fabio, spingendosi fino a Casuentum. Come ha giustamente arguito il Peruzzi, Caso Cantovios deve essere morto in guerra, e le persone al suo seguito devono aver sciolto per lui, a nome delle sue legioni, il voto fatto ad Angitia, portando nel santuario l’oggetto su cui era affissa la lamina bronzea iscritta, ricavata dal cinturone di un’armatura italica, e forse dal cinturone dello stesso Caso Cantovios. Casuentum, sopravvissuta come municipio fino alla tarda antichità, si doveva trovare nell’area che nel Medioevo portava il nome di “Casentino”, più ristretta di quella che tuttora lo mantiene.

Testa di guerriero con elmo, da Pagliaroli di Cortino. Museo archeologico di Teramo.

Testa di guerriero con elmo, da Pagliaroli di Cortino. Museo archeologico di Teramo.

Gli studi dello Schneider (1914, pp. 75; 94 = 1975, pp. 82, 100) hanno dimostrato che, finché durò l’istituzione dei comitati, nessuna località a sud del confine aretino, ossia a partire dalle pievi di Buiano, Bibbiena, Pàrtina e Sòcana, è mai stata definita in Casentino. Il municipium Casuentinorum occupava la parte estrema settentrionale della valle superiore dell’Arno, delimitata a nord dal Monte Falterona. Questo aveva costituito il confine naturale tra le popolazioni umbre insediate sul versante meridionale e i Galli che occupavano i territori pedemontani immediatamente a nord. Un sepolcreto gallico, datato tra la fine del IV e la prima metà del III secolo a.C. ne documenta infatti la presenza a Rocca San Casciano (Prati 1979, pp. 133-136). Il territorio dei Casuentini poteva dunque a buon diritto dirsi, agli inizi del III secolo a.C., «apud finem Gallicum».

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