Il rituale funerario

di E. Lippolis – G. Rocco, Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, Milano-Torino 2011, pp. 109 sgg.

 

Pittore di Gela. Scena di compianto (πρόθεσις). Pittura vascolare da una pinax di un vaso attico a figure nere. Seconda metà del VI secolo a.C. Walters Art Museum.

Pittore di Gela. Scena di compianto (próthesis). Pittura vascolare da una pinax di un vaso attico a figure nere. Seconda metà del VI secolo a.C. Walters Art Museum.

La pratica funeraria è un ambito molto importante nelle comunità greche, sia per la sua rilevanza nel sistema di culto, sia per il suo significato sociale. I sepolcreti, inoltre, costituiscono una realtà archeologica molto ben visibile, che, nonostante depredazioni e interventi di scavo non sempre accurati, risulta spesso un contesto privilegiato per studiare le comunità greche. Così, dalla prima trattazione generale sul fenomeno in Grecia, a opera di Donna C. Kurtz e John Boardmann, si è passati a esami più specifici su singoli casi o aspetti, introducendo analisi quantitative e statistiche (ad esempio Jan Morris per Atene) o insistendo sul problema della lettura qualitativa della documentazione (Bruno D’Agostino).

Pittore di Damone. Teti e le Nereidi compiangono Achille. Pittura vascolare da un’hydria corinzia a figure nere, da Corinto. 560-550 a.C. Musée du Louvre.

Pittore di Damone. Teti e le Nereidi compiangono Achille. Pittura vascolare da un’hydria corinzia a figure nere, da Corinto. 560-550 a.C. Musée du Louvre.

Il defunto, in un primo tempo esposto in casa (próthesis) e poi trasportato nel sepolcreto (ekphorá), in genere di notte per evitare contaminazioni rituali, è oggetto di lamentazioni e di un’accurata preparazione del corpo. Nelle varie póleis il funerale è anche occasione per cementare la solidarietà familiare o di gruppo, aspetto che si esprime nella gestione del rito e nella consumazione di un pasto comune, spesso svolto nel luogo stesso della sepoltura. Nell’area del cimitero del Ceramico di Atene, presso le tombe di età orientalizzante sono state riconosciute fosse lunghe e strette in cui venivano disposte le braci per la cottura delle carni, poi utilizzate come luogo di conservazione dei resti del pasto e del vasellame potorio e da mensa impiegato, rotto e abbandonato sul posto in segno di offerta.

Gruppo Burgon. Scena di próthesis. Pittura vascolare da un pinax attico a figure nere, 560-550 a.C. da Atene. Musée du Louvre.

Gruppo Burgon. Scena di próthesis. Pittura vascolare da una pinax attica a figure nere, 560-550 a.C. da Atene. Musée du Louvre.

La sepoltura prevede le due soluzioni dell’inumazione e della cremazione (o incinerazione). Nel primo caso la pratica, di ascendenza preistorica, consiste nella semplice deposizione del cadavere, in Grecia sempre supino, con braccia e gambe distese, custodito in fosse terragne, scavate in roccia oppure costruite con lastroni o con tegole o, ancora, all’interno di sarcofagi fittili (come a Clazomene, dove sono decorati a pittura), litici, di marmo o lignei; è attestata anche la deposizione entro giare o vasi di grandi dimensioni (enchytrismós), che per infanti e adolescenti è consuetudine molto praticata, con l’uso di contenitori ceramici di dimensioni inferiori. La cremazione, invece, è un rituale che si afferma gradualmente, a partire dalla fase sub-micenea, e si diffonde per le sepolture di adulto solo in età protogeometrica; forse importato dall’Egeo sud-orientale, si radica, però, in maniera disomogenea: non solo non viene utilizzato per le sepolture infantili, ma mostra una recessione durante l’età geometrica, che vede un ritorno all’inumazione. Il punto di osservazione privilegiato resta Atene, centro per il quale si posseggono dati consistenti, ma la situazione varia a seconda delle aree regionali. In Attica la cremazione conosce una ripresa alla fine dell’VIII secolo, con tombe di grande prestigio, per poi ridursi sensibilmente. I due riti, comunque, coesistono nel tempo, con un andamento variabile, rivelandosi quindi pratiche legate a tradizioni famigliari o di gruppo. Deve essere ricordata un’ulteriore distinzione tra cremazioni primarie e secondarie: le prime prevedono l’incinerazione del defunto in corrispondenza della stessa fossa della sepoltura e non sono attestate prima della fine dell’VIII secolo; le altre, invece, sono diffuse in tutti i periodi e distinguono in maniera netta il luogo in cui si consuma la pira funebre dalla fossa deposizionale delle ceneri, raccolte in un’urna.

Maestro del Dípylon. Anfora attica in stile mediogeometrico, 760 a.C. ca. dalla Necropoli del Ceramico. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Maestro del Dípylon. Anfora attica in stile mediogeometrico, 760 a.C. ca. dalla Necropoli del Ceramico. Museo Archeologico Nazionale di Atene.

A Lefkandi in Eubea la sepoltura della coppia “nobile” del cosiddetto herōon intorno alla metà del X secolo prevede, per esempio, l’uso dell’incinerazione per l’uomo e dell’inumazione per la donna sepolta nella stessa fossa, assumendo nel primo caso le caratteristiche formali di un rito di tipo eroico. Il confronto più diretto è con la descrizione del funerale di Patroclo conservata nell’Iliade, evento che avrebbe previsto una pira monumentale, sacrifici umani e offerte, libagioni di vino, l’uso di vasellame metallico pregiato, la cura rituale nella conservazione delle ceneri alla fine del rogo, deposte in un vaso di bronzo e poi collocate nella tomba. Si tratta della stessa pratica adottata in sostanza per il signore di Lefkandi e tale confronto mostra come i poemi omerici facciano in parte riferimento a realtà affermatesi nella Grecia ionica protogeometrica e poi cadute parzialmente in disuso. È di particolare interesse anche il rinvenimento di un coltello deposto presso la donna inumata, che è stato letto anche come traccia di un rito sacrificale: sarebbe stata uccisa in occasione dei funerali del suo compagno e in suo onore, secondo un costume attestato anche in altre culture e indicato con il nome hindu di satī o, nella versione inglese, suttee.

La ripresa del rito dell’incinerazione e del seppellimento entro calderoni bronzei o vasi metallici di altra forma in fasi più recenti, nell’Atene di V secolo a.C. come nella Macedonia dei sovrani proto-ellenistici, dipende da un consapevole riferimento alla tradizione eroica attestata nei poemi omerici, prima parte di un’elaborazione del sistema rappresentativo del potere dinastico e poi diffusa come segno di eroizzazione del defunto.

All’interno della tomba possono essere deposti oggetti personali, relativi all’abbigliamento, contenitori per profumi destinati a contrastare i processi di corruzione del corpo o vasellame e oggetti sia reali sia simbolici, i quali esprimono valenze aggiuntive, assolvendo funzioni rituali, allusive, o di segnalazione del prestigio, del ruolo, delle specifiche convinzioni ideologiche. L’offerta di questo corredo è regolata da un complesso sistema che mostra una forte variabilità e un linguaggio specifico, a seconda delle comunità: presenze ed esclusioni di oggetti assumono un significato preciso, rispondendo a volontà espressive individuali e collettive. Anche in questo caso, quindi, si tratta di decodificare un sistema di segni per cercare di comprendere il senso e il messaggio del rituale nel suo complesso.

In alcune comunità e in alcuni periodi l’uso di una sepoltura formale costituisce un vero e proprio diritto collegato alla specifica posizione sociale (Jan Morris). Le deposizioni si affiancano spesso a una tomba emergente, cui si attribuisce un valore particolare, per la posizione del defunto nella scala gerarchica (un antenato) o per il suo significato sociale (il capo, il potente). In genere sono ben evidenti veri e propri nuclei di sepolture con una chiara logica parentelare e in questi casi appare particolarmente interessante verificare modelli di comportamento ed eventuali variazioni nella composizione dei corredi e nella sistemazione complessiva della deposizione. Questi lotti di sepolture attestano spesso una frequentazione compresa entro l’arco di tre generazioni, aspetto che corrisponde alla verifica antropologica operata in altri contesti sulla memoria genealogica, quando è assente una tradizione scritta.

Ricostruzione planimetrica e sezione delle deposizioni presso l'edificio di Lefkandi (Eubea). Elaborazione grafica di Coulton, Catling, 1993.

Ricostruzione planimetrica e sezione delle deposizioni presso l’edificio di Lefkandi (Eubea). Elaborazione grafica di Coulton, Catling, 1993.

Sin dalla fase protogeometrica sono attestati segnali esterni che indicano la presenza della tomba e ne garantiscono la memoria: si tratta di tumuli di terra e di cippi in pietra ai quali nella fase geometrica si aggiungono grandi vasi rappresentativi. In età orientalizzante i tumuli si monumentalizzano, raggiungendo dai 6 ai 10 m di diametro e il metro di altezza e solo dal 600 a.C. nelle necropoli di Atene si diffondono veri e propri monumenti funerari, vari nella forma e più complessi nella funzione espressiva.

Insieme al defunto nella tomba si dedicano quindi alcune ceramiche di corredo, contenitori per versare e per bere, che appaiono in maniera più sistematica a partire dal protogeometrico, un aspetto che però non risulta costante, ma molto variabile nel tempo e nei luoghi. Spesso sono le tombe femminili ad assumere la funzione di esibire con maggior dovizia segni e oggetti della ricchezza familiare. Questa caratteristica costituisce un elemento persistente in diversi periodi storici e risponde a criteri di definizione etica del ruolo sessuale, che tende ad attribuire agli uomini comportamenti più austeri. Sin dall’età geometrica oggetti di pregio caratterizzano più stabilmente la deposizione femminile emergente: oltre a rari monili d’oro, sono più frequenti spilloni e fibule di bronzo o di argento; questi costituiscono, in realtà, la parte visibile dell’abbigliamento della defunta, il peplo  di tipo dorico, in primo tempo appuntato con spilloni sulle spalle e in seguito più frequentemente fermato per mezzo di due fibule abbastanza consistenti da trattenere la spessa stoffa di lana. La presenza alternativa di serie di fibule di dimensioni minori, due o tre per ogni lato, segnala invece l’uso del chitone, provvisto di maniche allacciate in questo modo sulle braccia. Tra i gioielli in tutti i periodi prevalgono anelli e orecchini, mentre sono più rari bracciali e collane, elementi che mostrano un uso improduttivo della ricchezza familiare, tesaurizzata per sempre come offerta votiva. Gli orecchini potrebbero anche aver assunto una funzione simbolica per la donna pronta al matrimonio o per lo stesso ruolo matrimoniale; la presenza degli anelli, invece, spesso con funzione sigillare, indica la responsabilità dei beni dell’oîkos, della casa in cui vive.

Come per altri ambiti, il rituale adottato dipende quindi da un codice ben preciso, comprendente alcuni aspetti simili in tutte le comunità greche e altri variabili, in un sistema che esprime diversi livelli di informazione, da quello relativo alla pólis di appartenenza, a quelli del gruppo o della famiglia, senza escludere a volte la possibilità di comunicare specifiche attitudini culturali del defunto. Un tratto omogeneo, ad esempio, è la mancanza di attributi militari nella vestizione e nel corredo degli uomini, presentati quindi come polítai (cittadini) e non militari. Elmi, corazze, schinieri, scudi e armi da offesa sono generalmente banditi dalle sepolture dei Greci a partire dal VII secolo (a eccezione dell’area macedone, come mostra la necropoli di Sindos), almeno sino alle tombe reali macedoni della seconda metà del IV secolo, mostrando un costume che li differenzia dai popoli circostanti in Italia e nei Balcani. In rari casi nelle tombe maschili appaiono, però, coltelli o pugnali, e ancora più rara  la deposizione dello sperone, usato per montare a cavallo. Quest’ultimo segnala la funzione del cavaliere e costituisce l’unico elemento della calzatura specifica, essendone un’applicazione in metallo; è più complessa l’interpretazione della corta arma da taglio, ma è probabile che segnali una prerogativa del defunto, indicato come mágeiros (sacrificatore, macellaio), cioè come detentore del privilegio di sacrificare, attributo che soprattutto in età arcaica risulta appannaggio di alcuni gruppi sacerdotali o di specifiche famiglie. In rare rappresentazioni anche l’iconografia introduce l’attributo del coltello per indicare il sacerdote adibito all’uccisione dell’animale.

Illustrazione del contesto di scavo della Tomba della «Rich Lady», Mediogeometrico, 850 a.C. ca.

Illustrazione del contesto di scavo della Tomba della «Rich Lady», Mediogeometrico, 850 a.C. ca.

Mentre nelle póleis della Madrepatria non si usa un ricco corredo ceramico, in altre regioni, come nella Macedonia costiera (necropoli di Sindos) o nelle colonie occidentali, invece, è evidente il fenomeno contrario; nelle póleis dell’Italia e della Sicilia si registra un accrescimento durante tutto il corso del VI secolo, che segnala l’incremento economico e una significativa competizione sociale. In questi casi le stesse forme vengono iterate in due, tre esemplari, a significare la ricchezza del defunto e della sua famiglia; le scene dipinte sui reperti figurati aggiungono un ulteriore livello di definizione culturale, trasmettendo un messaggio più preciso e diretto sull’ambiente sociale del morto e in alcuni casi entrando nel merito di particolari connotazioni ideologiche. In questo modo, l’esposizione dei beni impegnati nella celebrazione del funerale, come del matrimonio, di cui si ha solo una pallida eco, diventa un’occasione di affermazione e di conferma del ruolo e delle aspettative sociali. Quest’uso rappresentativo porta a volte a eccessi e sprechi giudicati negativamente; il consumo delle risorse disponibili, anche per i materiali deperibili e non conservati, come i tessuti dei letti e dei sudari, la quantità di lamentatrici professioniste durante il trasporto funebre, il tempo impiegato nell’intera celebrazione e nella preparazione della sepoltura rappresentano voci di spesa che andavano ad aggiungersi al costo degli oggetti offerti. La pólis interviene più volte e in situazioni politiche diverse per stigmatizzare tali comportamenti, stabilendo limiti all’ostentazione del lusso. L’imposizione di leggi antisuntuarie note dalle fonti o ipotizzabili sulla base della documentazione risponde ad un’esigenza legislativa che cerca di ridurre la visibilità del contrasto sociale, ma, come ha sottolineato Jan Morris, risponde soprattutto a tendenze di comportamento che si affermano autonomamente, introducendo nuove forme espressive. Nella gara all’eccesso, del sepolcro o degli oggetti deposti, le classi aristocratiche, infatti, cercano sempre nuove forme distintive; in questa situazione anche la completa rinuncia al ricco corredo tradizionale può segnalare un nuovo modo per differenziarsi. Assumono quindi interesse altri elementi, come il monumento funerario o gli oggetti (strigile e arýballos) legati alla cultura del ginnasio, in altro modo allusivi del ruolo e dell’educazione del defunto. Anche questi divengono poi gradualmente patrimonio di strati sociali più ampi, mostrando una progressiva inversione di tendenza. Il V secolo coincide, infatti, con una diffusa rinuncia all’uso di un ricco corredo funerario o con la completa mancanza di oggetti di accompagnamento; anche in questo caso, comunque, il fenomeno non sembra riguardare alcune póleis, che presentano un marcato conservatorismo politico, come Locri Epizefiri in Occidente.

Illustrazione del corredo dalla «Tomba del Guerriero». Periodo protogeometrico, 900 a.C. ca. dall’Agorà di Atene. Museo Archeologico dell’Antica Agorà.

Illustrazione del corredo dalla «Tomba del Guerriero». Periodo protogeometrico, 900 a.C. ca. dall’Agorà di Atene. Museo Archeologico dell’Antica Agorà.

L’uso di analisi quantitative come strumento per trasformare le informazioni varie e complesse di una necropoli in una lettera del fenomeno sociale o almeno di alcuni suoi aspetti costituisce ormai un’acquisizione dell’archeologia contemporanea, ma è anche oggetto di una critica serrata. È necessario, infatti, confrontare questi risultati con una lettura qualitativa della documentazione. La ricerca tradizionale ha permesso di affinare la filologia degli oggetti, delle rappresentazioni figurate, delle forme impiegate, delle tradizioni culturali e antiquarie, costruendo un patrimonio informativo di confronto, da integrare nel processo di ricostruzione del sistema culturale esaminato. In molti casi le indicazioni qualitative permetto di leggere in maniera completamente diversa la stratificazione dei dati messa a punto. Come ha sottolineato soprattutto Bruno D’Agostino, il rapporto tra società di vivi e società dei morti, infatti, non è sempre diretto, cioè l’una non è il riflesso esatto dell’altra. Spesso, soprattutto nelle comunità urbanizzate più complesse, l’individuo e la sua famiglia al momento della sepoltura non si rappresentano secondo la loro effettiva condizione sociale e culturale, ma secondo la loro specifica percezione individuale, esprimendo o accentuando alcuni aspetti rispetto ad altri; valutazioni di ordine personale, religioso, culturale rappresentano, quindi, altrettanti filtri che condizionano le scelte effettuate.

Annunci

3 commenti su “Il rituale funerario

  1. Alex Capua ha detto:

    ¡Un excelente trabajo!

    Mi piace

  2. […] di E. Lippolis – G. Rocco, Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, Milano-Torino 2011, pp. 109 sgg. La pratica funeraria è un ambito molto importante nelle comunità grech…  […]

    Mi piace

  3. mycultureinblog ha detto:

    Segnalo che Culturainblog è stato rinominato mycultureinblog.wordpress.com

    Mi piace

σχόλια/adnotationes dei lettori

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...