La distruzione degli idoli

di A.M. Steiner, in Archeo, Attualità nel passato, n.3, marzo 2014, pp. 22-23.

In Siria, fondamentalisti islamici hanno cominciato a distruggere tesori archeologici come mosaici bizantini, sculture e statue greco-romane perché la raffigurazione di esseri umani è contraria alla loro religione. La distruzione sistematica dei monumenti antichi si sta configurando come il peggior attacco alle vestigia del passato da quando i Talebani, nel 2001, fecero saltare con la dinamite le gigantesche statue dei Buddha di Bamiyan, spinti dagli stessi motivi ideologici.

Siria. Le devastazioni operate dagli scavi clandestini nel sito dell'antica Apamea, documentate dall'immagine storica di Google Earth (aprile 2012).

Siria. Le devastazioni operate dagli scavi clandestini nel sito dell’antica Apamea, documentate dall’immagine storica di Google Earth (aprile 2012).

A metà del gennaio scorso, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), un movimento simile ad al-Qaida che controlla ampia parte della Siria nord-orientale, ha fatto saltare in aria, distruggendolo, un mosaico bizantino del VI secolo nelle vicinanze della città di al-Raqqa, sull’Eufrate. Il responsabile delle antichità della Provincia di al-Raqqa (che ha chiesto di rimanere anonimo) è fuggito a Damasco; all’Indipendent ha dichiarato che «il fatto è accaduto 12-15 giorni fa. Un uomo d’affari era arrivato a Raqqa dalla Turchia per acquistare il mosaico. La circostanza li ha allertati [i rappresentanti dell’ISIS] circa l’esistenza del mosaico, sono venuti e lo hanno fatto saltare». Altri siti sono stati distrutti dai fondamentalisti islamici, tra cui i rilievi della necropoli romana di Shash Hamdan, nella Provincia di Aleppo…

Il professor Maamoun Abdulkarim, Direttore Generale delle Antichità e dei Musei del Ministero della Cultura a Damasco, afferma che l’estremismo iconoclasta degli islamisti sta mettendo a rischio ampia parte del patrimonio archeologico del Paese. L’esperto in storia romana e paleocristiana della Siria è «sicuro che se la crisi perdura in Siria, assisteremo alla distruzione di tutte le opere paleocristiane che recano l’immagine della Croce, dei mosaici con raffigurazioni mitologiche, di migliaia di statue greche e romane».

Il reportage di Cockburn ricorda che la Siria ha custodito, fino a ieri, un patrimonio archeologico e monumentale tra i più ricchi del mondo, che va dalla Grande Moschea omayyade di Damasco alla città dell’età del Bronzo di Ebla (dove una missione archeologica italiana scoprì l’archivio con oltre 20000 tavolette cuneiformi, n.d.r.), alla città di Dura Europos, sull’alto Eufrate, chiamata «la Pompei del deserto siriano». Non lontano da lì, più verso la frontiera con l’Iraq, giacciono le rovine di Mari, con il suo straordinario palazzo databile al III millennio a.C.

La maggior parte dei più famosi siti archeologici siriani sono oggetti sotto il controllo dell’opposizione islamista. Ricorda il professor Abdulkarim che non ci sono solo i fondamentalisti dell’ISIS, ma anche «quelli di Jabhat al-Nusra, un gruppo affiliato ad al-Qaida e altre formazioni molto simili». I monumenti archeologici sono stati letteralmente presi di mira sin dagli inizi della guerra civile: ricordiamo la distruzione della Grande Moschea omayyade di Aleppo e di ampia parte del suo straordinario suq medievale. Anche la città vecchia di Homs è stata duramente colpita, mentre il Kraq dei Cavalieri, la celeberrima fortezza crociata, è stata fatta oggetto di bombardamenti da parte dell’aviazione governativa. La chiesa di San Simeone, invece, è stata trasformata in campo di addestramento per le truppe ribelli.

Il danno più grave e irreversibile, inferto al patrimonio siriano, risulta però dall’esplosione degli scavi clandestini cui sono sottoposti i grandi siti archeologici del Paese.

Secondo il professor Abdulkarim «organizzazioni criminali con base in Turchia, Iraq e Libano stanno assoldando centinaia di scavatori clandestini locali per setacciare i siti archeologici».

Le aree attualmente più colpite sono le cosiddette città-morte nella Provincia di Idlib (Siria settentrionale), il sito di Mari, quello di Dura Europos, dove le distruzioni avvengono mediante l’impiego di macchinari pesanti. Secondo fonti locali, l’80% della superficie del sito è stata distrutta dagli interventi.

Il professor Abdulkarim lamenta gli scarsi aiuti internazionali indirizzati alla prevenzione dei danni: «le distruzioni continuano a ritmo crescente. Presto le vestigia del passato che sono sopravvissute per 5000 anni saranno ridotte in polvere».

 

Link utili:

P. Cockburn, The destruction of the idols: Syria’s patrimony at risk from extremists (from The Indipendent, February 11, 2014).

C. Ray, Syria’s rich history and antiquities the latest casualty of war (from Crickey, February 21, 2014).

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